Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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02/10/2025

L’Asean si prepara a “un futuro commerciale che non dipenderà dagli Stati Uniti”

La citazione che leggete nel titolo proviene dalla traduzione di un articolo uscito il 30 settembre su Foreign Policy, una delle riviste di politica internazionale più rinomate o, almeno, più seguite. Basata a Washington, è proprio dalla capitale statunitense che lanciano l’allarme su come un pezzo importante di mondo si sta preparando a indirizzare il proprio commercio globale oltre i dazi di Trump.

Pochi giorni fa si è concluso a Kuala Lumpur, in Malesia, il 57esimo incontro dei ministri dell’Economia dei paesi dell’Asean, l’associazione dei paesi del Sud-Est asiatico che collabora per lo sviluppo comune e che dal 1992 rappresenta anche tra le più importanti aree di libero scambio al mondo, entrata pienamente in funzione nel 2015.

Quest’area è cresciuta innestandosi nella ‘globalizzazione’, assumendo un modello produttivo export-oriented che ha permesso uno sviluppo economico significativo. Solo per dare un dato, nel 2022 il rapporto tra commercio e PIL dei paesi dell’Associazione si è attestato al 106,2%, superiore persino a quello dell’Unione Europea (103,6%).

Il problema è che, dopo la Cina, il principale mercato d’esportazione dell’Asean sono gli Stati Uniti, che acquistano circa un quinto dei beni venduti dall’area asiatica. I dazi che ha imposto ora la Casa Bianca rappresentano dunque un duro colpo per il modello economico dell’Associazione.

Un rapporto del Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (UNDP) indica il Sud-Est asiatico come la zona più colpita dai dazi statunitensi: le esportazioni potrebbero subire un calo di quasi il 10%. Le ultime tariffe annunciate da The Donald, calcola sempre Foreign Policy, avranno un impatto intorno ai 25 miliardi di dollari.

Per questo, oltre alle dichiarazioni di circostanza, ad esempio quelle sulla “preoccupazione per la crescente tendenza al protezionismo e l’aumento delle misure commerciali unilaterali”, a Kuala Lumpur è emerso chiaramente che l’Asean sta concretamente preparando un sistema commerciale e finanziario che non dipenda più dai canali stelle-e-strisce.

Innanzitutto, il mese prossimo dovrebbe essere aggiornato l’accordo di libero scambio tra l’Associazione alla Cina. L’Asean sta lavorando anche all’aggiornamento degli accordi commerciali stretti con l’India e al rafforzamento dei legami in materia con la Corea del Sud. Il blocco del Sud-Est asiatico starebbe verificando la possibilità di espandere i propri rapporto verso il Golfo Persico.

Entro la fine del 2026 è prevista anche la firma di un accordo commerciale col Canada. Infine, l’Asean sta pianificando di ampliare il Partenariato economico regionale globale (RCEP), il più grande accordo di libero scambio nel mondo. L’accordo unisce i 10 paesi dell’Asean, Cina, Giappone, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda. Anche Bangladesh, Sri Lanka e Cile potrebbero essere coinvolti.

Ma c’è anche qualcosa in più. A maggio i paesi ASEAN+3 (Cina, Giappone, Corea del Sud) hanno approvato il Chiang Mai Initiative Multilateralisation (CMIM) Rapid Financing Facility, un nuovo meccanismo per offrire rapidamente aiuto finanziario alle economie che affrontano difficoltà emergenziali sulla bilancia dei pagamenti.

La particolarità di questo strumento è che, a differenza del passato, il CMIM Rapid Financing Facility non utilizzerà il dollaro, ma lo yuan cinese e altre valute regionali. Un segnale importante rispetto alla formazione di aree valutarie autonome dal ‘biglietto verde’ USA, che spingono dunque sul processo di dedollarizzazione.

Se a tutto ciò si aggiungono le novità che vengono dalla Malesia, si può dire che, a conti fatti, sono le stesse misure di Trump contro il multipolarismo a far accelerare l’emersione di un mondo di alleanze e sistemi economici policentrico, o comunque non centrato sugli Stati Uniti. Il che non significa necessariamente maggiore emancipazione, ma sicuramente l’opportunità di potersela conquistare.

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11/05/2025

ASEAN, Cina, Giappone e Corea del Sud contro il protezionismo trumpiano

Tra il 3 e il 4 maggio si è svolto a Milano il 28esimo incontro annuale dei ministri delle Finanze e dei governatori delle banche centrali dell’Associazione delle nazioni del Sudest asiatico (ASEAN), della Cina, del Giappone e della Corea del Sud (un forum definito anche ASEAN Plus Three o 10+3).

Presieduto da Cina e Malesia, quest’anno il summit si è concentrato sulla cooperazione regionale in contrapposizione alla guerra commerciale, promossa dagli Stati Uniti. Nella dichiarazione comune alla fine del vertice, si legge una presa di posizione netta contro “il montante protezionismo commerciale”, evidente riferimento alle misure dell’amministrazione Trump.

La priorità politica affermata a questo incontro è quella di mantenere una “resilienza a lungo termine”, attraverso un pieno “impegno per il multilateralismo e per un sistema commerciale multilaterale basato su regole, non discriminatorio, libero, giusto, aperto, inclusivo, equo e trasparente, con l’Organizzazione Mondiale del Commercio al suo centro”.

Nella dichiarazione congiunta si accenna anche al supporto per la definitiva implementazione del Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP) Agreement. Si tratta del più grande accordo di libero scambio al mondo, e coinvolge oltre ai paesi presenti a Milano anche Australia e Nuova Zelanda, legando insieme i principali attori che si affacciano direttamente sul Pacifico.

Ovviamente, le discussioni sono state dedicate a promuovere l’intesa tra gli ASEAN Plus Three anche sul piano fiscale e finanziario. Molto significativo è di sicuro il richiamo al Chiang Mai Initiative Multilateralisation (CMIM), di cui sono stati approvati gli ultimi aggiornamenti affinché ne venga rafforzato il carattere di “rete di sicurezza finanziaria”.

Il CMIM è sostanzialmente un fondo in valuta straniera (dollari) la cui funzione è quella di garantire ai paesi collegati una riserva di liquidità in caso di problemi a breve termine nei pagamenti. È uno strumento pensato per rendere più indipendenti i paesi che gli sono associati da istituti finanziari come il Fondo Monetario Internazionale (FMI).

È chiaro che tra gli obiettivi c’è quello di assicurarsi una maggiore autonomia da enti considerati fortemente influenzati da Washington, e in generale dalle politiche neoliberiste occidentali. Anche altri programmi sono promossi per lo sviluppo dei mercati finanziari locali, e in tutti i casi continua il dialogo con FMI e Banca Mondiale.

Ma l’effetto delle guerre commerciali, come era già successo tra Cina, Giappone e Corea del Sud, sembra spingere a una maggiore integrazione economica tra paesi che, è bene comunque sottolinearlo, non condividono sempre le stesse posizioni sui principali punti di attrito geopolitico. Ma questa dinamica è certamente da tenere sott’occhio per capire gli sviluppi futuro nell’Indo-Pacifico.

Un’ultima nota. Dal 4 al 7 maggio Milano ha ospitato in contemporanea il 58esimo meeting dell’Asian Development Bank (ADB). Erano presenti i rappresentanti di 69 paesi, oltre ovviamente a quelli dell’Italia – il ministro dell’Economia Giorgetti e il governatore di Bankitalia Panetta – che ne è tra i membri fondatori.

Era dal 2016 che il summit non si svolgeva in Europa, e alcuni analisti hanno sottolineato come l’occasione esprima un maggiore interesse per la regione dell’Indo-Pacifico, ma anche un’ulteriore opportunità di riaprire i legami tra UE e Cina dopo i dazi imposti da Bruxelles. Proprio in questi giorni ci sono contatti tra von der Leyen e Xi Jinping in merito.

Lo scenario commerciale continua a essere velocemente ridefinito dalle tariffe volute da Trump.

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16/04/2025

L’Asia agli asiatici

Se è vero che la dottrina Monroe (riassunta nello slogan “L’America agli americani”) è uno dei fondamenti ideologici delle politiche di Donald Trump, è altrettanto vero che la Cina guarda anzitutto all’Asia, e in particolare alla sua “periferia”, per espandere e rafforzare legami commerciali e di sicurezza.

Per provare a costruire una comunità di libero scambio che possa mantenere più o meno inalterato il suo surplus commerciale (992 miliardi di USD nel 2024), in attesa che la domanda interna contribuisca maggiormente alla crescita del paese, e per migliorare le relazioni anche con i paesi dell’area sedi di basi militari statunitensi (Giappone, Corea del Sud, Singapore), per allontanare lo spettro di uno scontro nel Pacifico.

Aumentare e mantenere fluidi gli scambi tra gli stati dell’Associazione delle nazioni del Sud-est asiatico (Asean) e della Regional Comprehensive Economic Partnership (Rcep) per Pechino ha dunque una duplice valenza strategica: economica e di sicurezza, come evidenziato dai discorsi che Xi Jinping sta pronunciando durante le sue visite di stato in Vietnam, Malesia e Cambogia.

I vicini asiatici – in particolare i dieci membri dell’Associazione delle nazioni del Sud-est asiatico (oltre al Giappone e la Corea del Sud) – rappresentano quelli con cui la diplomazia e la leadership cinese puntano a rafforzare ulteriormente la cooperazione per minimizzare gli effetti del protezionismo di Donald Trump.

Questa strategia, delineata da Pechino da diversi anni (in risposta al ‘Pivot to Asia’ obamiano del 2011) è diventata più urgente dopo l’imposizione di dazi sulle importazioni cinesi che il presidente degli Stati Uniti ha elevato fino al 145 per cento (la rappresaglia di Pechino si è fermata al 125 per cento, ndr).

Non a caso il primo viaggio all’estero del 2025 (14-18 aprile) ha portato Xi Jinping in tre stati dell’Asean: Vietnam, Malesia e Cambogia. La Cina e l’Asean sono stati il primo partner commerciale l’una dell’altro negli ultimi cinque anni, con un interscambio di 953 miliardi di dollari nel 2024, quasi il doppio dei 582 miliardi tra Cina e Stati Uniti.

Se le tariffe sul made in China dovessero essere confermate al livello attuale o comunque mantenute molto alte, secondo le prime stime Pechino avrà bisogno di uno-due anni per riassorbire la perdita di tutti o parte dei 439 miliardi di USD ricavati dalle esportazioni negli Usa nel 2024.

Incontrando ad Hanoi il segretario generale del partito comunista, To Lam, Xi ha parlato di un mondo «turbolento che sta cambiando», invitando il Vietnam a rafforzare il legami con la Cina non solo nelle catene di fornitura e nell’industria, ma anche nella sicurezza.

Pechino vede il Pacifico anche come il terreno di un possibile scontro futuro con gli Usa e, in quest’ottica, il presidente cinese ha auspicato col Vietnam un coordinamento strategico “3+3”: su diplomazia, difesa e sicurezza pubblica.

Quasi tutti i paesi dell’Asean si sono finora tenuti in equilibrio tra Usa e Cina. I dazi di Trump avranno l’effetto di avvicinarli maggiormente a Pechino, che propone, tra l’altro, di potenziare la Rcep (della quale fanno parte, oltre all’Asean, anche Cina, Giappone e Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda: 15 paesi in tutto, che ospitano il 30 per cento della popolazione e producono il 30 per cento del Pil globale)?

Nella seconda tappa del suo viaggio, a Kuala Lumpur, Xi ha esortato Cina e Malesia a:
promuovere una cooperazione di alta qualità nell’ambito della Belt and Road Initiative e a rafforzare la cooperazione nelle catene industriali e di approvvigionamento. Le due parti devono sostenere il sistema commerciale multilaterale, mantenere stabili le catene industriali e di approvvigionamento globali e preservare un ambiente internazionale di apertura e cooperazione.

La Cina collaborerà con la Malesia e gli altri paesi dell’Asean per contrastare le correnti sotterranee di scontro geopolitico e di schieramento, nonché le controcorrenti di unilateralismo e protezionismo. La cooperazione Cina-Asean è la più orientata ai risultati e la più produttiva nella regione, la Cina sostiene fermamente l’unità e la costruzione della comunità dell’Asean e ne sostiene la centralità nell’architettura regionale.
I suoi vicini asiatici potrebbero assecondare la strategia di Pechino, trattandosi in molti casi di paesi esportatori, in particolare di prodotti tecnologici, pesantemente colpiti dai dazi di Trump, come riassunto nel seguente grafico.


Tuttavia Pechino è anche alle prese con una serie di annose controversie territoriali con alcuni paesi dell’Asean. In base al “confine” della cosiddetta “Nine Dash Line” (linea di nove tratti, ndr), la Cina rivendica la sovranità sul 90 per cento del Mar cinese meridionale (Mcm), fondamentale per la pesca di tanti paesi e i cui fondali sono ricchissimi di idrocarburi. Contenziosi che sono fonte di frizioni con le Filippine, il Vietnam la Malesia e Brunei.

Le Filippine, con le quali è più alta la tensione con la Cina sui territori contesi nel Mcm, hanno appena ricevuto dalla Corea del Sud la “Miguel Malvar”, una corvetta armata di missili, per difendere le loro rivendicazioni assieme agli alleati Usa.

Di fronte alla possibilità, offerta dal protezionismo di Trump, di rafforzare ulteriormente i legami con l’Asean, Pechino ha subito gettato acqua sul fuoco di queste dispute. Il presidente cinese ha invitato a «perseguire un modello di sicurezza per l’Asia che si basi sulla condivisione della prosperità come delle difficoltà, sulla ricerca di un terreno comune accantonando le differenze e dando priorità al dialogo e alla consultazione come supporto strategico».

La Cina si consola con il Pil a +5,4 per cento nel primo trimestre, in attesa della tempesta dei dazi

Il prodotto interno lordo della Cina è aumentato oltre le aspettative nel primo trimestre 2025: +5,4 per cento, in linea con l’obiettivo indicato dal governo di raggiungere quest’anno una crescita “intorno al 5 per cento”. Nel frattempo però, questo mese, è cambiato il mondo, con la guerra commerciale senza precedenti dichiarata alla Cina dagli Stati Uniti.

Dunque nel nuovo contesto internazionale segnato dai dazi (145 per centro quelli contro le importazioni cinesi negli Usa) raggiungere una crescita intorno al 5 per cento richiederebbe un forte stimolo fiscale. Per capire le intenzioni di Pechino in proposito bisognerà attendere la riunione del mese prossimo dell’ufficio politico del Partito comunista cinese.

Sheng Laiyun, vicedirettore dell’Ufficio nazionale di statistica (Nbs), nell’annunciare oggi i dati relativi al periodo gennaio-marzo 2025 ha affermato che l’economia «ha avuto un avvio positivo e costante e ha mantenuto lo slancio di ripresa, con l’innovazione che gioca un ruolo sempre più determinante».

Sheng ha però avvertito che «il contesto esterno sta diventando più complesso e grave, la spinta alla crescita della domanda interna effettiva è insufficiente e le basi per una ripresa economica e una crescita sostenute devono ancora essere consolidate».

«Dobbiamo attuare politiche macroeconomiche più proattive ed efficaci, espandere e rafforzare l’economia interna, stimolare appieno la vitalità delle entità di mercato di ogni tipo e rispondere attivamente alle incertezze del contesto esterno», ha aggiunto Sheng.

Il Nbs ha reso noto che le vendite al dettaglio sono aumentate del 5,9 per cento su base annua a marzo, rispetto alla crescita del 4 per cento registrata nei primi due mesi.

È nella domanda interna, in particolare nei consumi, che Pechino ripone grande speranza per trainare la crescita economica quest’anno, in un contesto nel quale è altamente improbabile che la Cina raggiunga un surplus commerciale simile a quello del 2024 (992 miliardi di USD). Nel tentativo di stimolare la domanda interna, il mese scorso governo ha varato un piano in 30 punti volto a stimolare la spesa dei consumatori.

Zhang Zhiwei, presidente e capo economista di Pinpoint Asset Management, ha avvertito che, sebbene l’economia abbia superato le previsioni nel rimo trimestre, «i danni della guerra commerciale si faranno sentire nei dati macroeconomici del mese prossimo». «Le catene di approvvigionamento sono interrotte e probabilmente si manifesteranno effetti a catena in molti paesi. L’incertezza è estremamente elevata per aziende e investitori», ha sostenuto Zhang.

Gli investimenti in capitale fisso da gennaio a marzo sono aumentati del 4,2 per cento rispetto all’anno precedente, a fronte di un aumento del 4,1 per cento nei primi due mesi. Persiste la crisi immobiliare, con gli investimenti nel settore che sono diminuiti del 9,9 per cento nel primo trimestre, rispetto a un calo del 9,8 per cento nei primi due mesi.

Gli investimenti privati, un indicatore della fiducia degli investitori, sono cresciuti dello 0,4 per cento nel primo trimestre del 2025.

Gary Ng, economista di Natixis, ha avvertito che «la persistente pressione sul settore immobiliare e la geopolitica causeranno un rallentamento nei prossimi trimestri. A meno che i tassi di interesse non scendano ulteriormente con un maggiore stimolo fiscale dal lato della domanda, la ripresa potrebbe non durare».

Goldman Sachs ha dichiarato giovedì in una nota che Pechino dovrebbe intensificare le misure di allentamento monetario nel corso dell’anno, con tagli dei tassi di interesse pari a 60 punti base e un ulteriore aumento del deficit fiscale (già portato nel 2025 al 4 per cento dal governo).

Tuttavia – a giudizio della banca d’investimento – «è improbabile che anche queste significative misure di allentamento possano compensare completamente gli effetti negativi dei dazi». La banca d’affari Usa ha abbassato le previsioni di crescita del Pil per la Cina al 4 per cento nel 2025 e al 3,5 per cento nel 2026, in entrambi i casi in calo di 0,5 punti percentuali rispetto alle precedenti previsioni.

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02/04/2025

Giappone e Corea del Sud rafforzano il commercio con la Cina, contro i dazi USA

Il 30 marzo, a Seul, si è svolto un trilaterale tra i padroni di casa della Corea del Sud, il Giappone e la Cina. I ministri rispettivamente dell’Industria, dell’Economia e del Commercio si sono stretti la mano e hanno deciso di aumentare la cooperazione commerciale, e anche di rafforzare accordi e istituti regionali e multilaterali.

Nella dichiarazione congiunta si legge la volontà di creare “un campo di gioco globale equo [...] non discriminatorio, trasparente, inclusivo e prevedibile” per gli investimenti e, dunque, per le prospettive di crescita. Il convitato di pietra – neanche così nascosto – è la prossima introduzione dei dazi da parte dell’amministrazione statunitense.

Per tutti e tre i paesi, gli States sono il principale partner commerciale. Sia per la Corea del Sud sia per il Giappone, la filiera dell’acciaio e dei chip potrebbe subire pesanti contraccolpi, e ancora di più l’automotive: per il paese del Sol Levante la filiera dell’auto ha rappresentato il 30% dei 145 miliardi di esportazioni verso gli USA nel 2024.

L’incontro risulta interessante per vari motivi. Il ministro coreano dell’Industria ha detto che i tre paesi devono muoversi in maniera congiunta di fronte “all’attuale ambiente economico e commerciale caratterizzato da una crescente frammentazione”. Ma, almeno sulla carta, non si è trattato di semplice retorica.

Innanzitutto, questo incontro è il primo di questo genere da cinque anni a questa parte, e ciò già dà il senso del passaggio storico che stiamo vivendo. È altrettanto significativo che, al summit, sia stata affermata la volontà di accelerare su un accordo di libero scambio che dovrebbe unire i tre paesi.

Il dialogo su questo dossier va avanti dal 2013, ed è difficile aspettarsi una risoluzione di tutti i suoi nodi a breve termine. Ma che ritorni nel dibattito proprio ora, dopo cinque anni di sostanziale stallo, non può passare inosservato. Senza contare le dichiarazioni effettuate su altre questioni che esulano dalle tre realtà dell’Estremo Oriente.

I tre ministri hanno espresso l’intenzione di rafforzare il Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP), un accordo commerciale firmato nel 2020 da 15 paesi dell’area dell’Asia-Pacifico, finalizzato ad aumentare l’integrazione tra le loro economie e a diminuire le barriere doganali.

All’incontro si è parlato anche di proporre una riforma dell’Organizzazione Mondiale del Commercio affinché sia “più reattiva e resiliente nell’affrontare le attuali sfide commerciali”. Al di là dei contenuti della proposta, è interessante che i tre paesi vogliano rilanciare il ruolo di un’istituzione multilaterale che ha rappresentato il pilastro della globalizzazione post-Guerra Fredda.

Si parla pur sempre di intese sul piano economico, ma che rispondono alle richieste formulate dalla Cina poco più di una settimana fa, durante un altro vertice tenuto a Tokyo. Questa volta sono stati i ministri degli Esteri a incontrarsi, per la seconda volta in poco più di un anno (dopo un silenzio che, anche in questo caso, era durato oltre quattro anni).

I tre politici hanno parlato di Ucraina, mentre rimangono sul tavolo alcune questioni spinose come quella dell’arsenale nucleare della Corea del Nord e del suo legame con la Russia. Ma l’idea espressa dal Dragone di riprendere i colloqui sul trattato di libero scambio e di rafforzare il RCEP ha trovato risposta appena una settimana dopo.

Si delinea nuovamente una situazione che si era già vista in passato, ovvero quella in cui Seul e Tokyo fanno affari con Pechino, ma in politica estera rimangono sugli indirizzi dell’alveo occidentale. Questa volta, però, ci sono anche le parole di una ricercatrice di importanti think tank di Washington a dire che ci potremmo trovare di fronte a una svolta.

Patricia M. Kim, studiosa affiliata al Council on Foreign Relations (che pubblica la rivista Foreign Affairs), al National Committee on U.S.-China Relations e alla Brookings Institution (frequentata anche dall'italiano Mario Draghi), ha riconosciuto che questo incontro “ha un’importanza accresciuta” rispetto al passato, vista la nuova situazione internazionale.

Per Seul e Tokyo rimane una sorta di ‘vincolo esterno’ nella presenza militare statunitense, e senza dubbio i due alleati di Washington non nascondono la loro preoccupazione per il rafforzamento militare della Cina e le tensioni intorno alla questione Taiwan. Ma rimane il fatto che la politica commerciale di Trump potrebbe innescare effetti indesiderati.

L’incontro di qualche giorno fa ha mostrato la volontà di mantenere aree di libero scambio, ma innanzitutto in una dimensione regionale ed asiatica, e perciò confermando la tendenza alla frammentazione del mercato mondiale. E all’interno di questo orizzonte, i dazi potrebbero avvicinare ulteriormente gli ‘alleati’ degli Stati Uniti al nemico strategico principale, ovvero la Cina.

Anche in questo caso, non si potrà che aspettare che la polvere sollevata dall’introduzione dei dazi si sia posata per comprendere le tendenze più generali dello scenario internazionale.

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12/02/2023

La crescita non abita più qui

Contropiano, tra altri spunti, ha ripubblicato un’intervista a Tremonti fatta da Il Giornale. L’avevo letta già due giorni fa. Di solito Tremonti lo leggo, se non altro per capire la destra italiana, anche se lui è sui generis. Anche questa volta parla di crisi della “globalizzazione”, e di crisi dell’Occidente.

L’altro giorno avevo spiegato le cause del declino italiano. Tremonti su questo fu protagonista, anche se nel 2011 aveva in parte ragione, forse lo vide in tempo, o forse, solo dopo anni, cominciò a parlare.

Fu “attenzionato dai democratici americani”, come dice nell’intervista. Non mi meraviglia.

Credo che bisogna partire non dal 1989, ma dal 1971, da Nixon (fine della parità e convertibilità tra oro e dollaro, pilastro degli accordi di Bretton Woods, ndr). Da allora la mobilità sociale nell’Occidente si è bloccata.

Lui parla della crisi, della delocalizzazione, ma non spiega le cause, perché non è marxista, anche se spesso cita Marx. La Storia è fatta di lotta di classe, che sia sull’uno o l’altro fronte.

La delocalizzazione americana, seguita dagli altri, fu la risposta all'”assalto al cielo” del movimento operaio, al “vogliamo tutto”, alla ripresa dei ritmi produttivi e del tempo di vita, le conquiste sociali, in un contesto in cui l’URSS faceva ancora paura.

Nixon 1971 e Trilaterale 1975 furono la risposta del patronato occidentale, a guida americana, su questo. Da noi si risolse in Mirafiori 1980, ma prima ancora in Lama 1976.

Tradimenti, vendette di classe, e ora siamo qui. Ho scritto che la lotta di classe del patronato gli si è infine ritorta contro.

C’è un dato da specificare, che nessuno qui da noi sottolinea: a gennaio 2022 si è creato il RCEP, l’accordo di libero scambio asiatico. Lì c’è la classe media, mentre da noi declina, lì saranno in futuro gli scambi, assieme ad Africa, America Latina, Asia centrale e Russia. I Brics sono un’alternativa al declinante Impero statunitense.

Anche ieri mi sono giunti video di “zombie” americani nelle periferie delle metropoli. Forse succederà anche da noi, anzi già se ne vedono i segni.

Mi chiedo: i governi dei BRICS, ma in generale del mondo, che vedono questi video, cosa pensano degli Usa, della loro arroganza?

Mao, quando disse che gli Usa era un imperialismo “tigre di carta” – e lo disse tanti decenni fa – non si sbagliava più di tanto...

Ma intanto il mondo va avanti, e in un’altra direzione. E lo si capisce solo se si guarda al mondo intero.

A riprova del fatto che la “globalizzazione” non è un concetto adeguato, e che la creazione del mercato mondiale, in termini marxiani, è la realtà di oggi, il China Daily di sabato 11 pubblica un articolo sul boom – quest’anno – degli investimenti diretti esteri cinesi da parte di tantissime aziende.

Questi investimenti verranno indirizzati verso i paesi della Via della Seta e dei membri del RCEP (sud est asiatico), non dove decidono individualmente le singole imprese. Il “pubblico” guida “il privato”, non viceversa.

In queste settimane colpisce il turbinio di incontri diplomatici, ad alto livello, che coinvolge lo stesso Xi, con ministri degli esteri o Premier del sud est asiatico, con l’eccezione, un mese fa, dell’Arabia Saudita (e sappiamo perché).

Il turismo cinese internazionale passerà quest’anno dai 138 miliardi del 2019 a circa 200 miliardi, ma moltissimi cittadini – dopo la fine della politica “zero covid” – si indirizzeranno all’estero sia per prendere ordinativi e commesse sia per stabilimenti produttivi o investimenti in infrastrutture e digitale.

Persino Federico Rampini, feroce anticinese, qualche giorno fa sul Corriere parlava del boom cinese prossimo venturo conseguente alla politicaa zero covid, ovviamente sottolineando, come suo solito, la “minaccia” cinese – il palloncino “spia” e altre sciocchezze – per stare sul pezzo con i suoi amici americani.

China Daily cita Goldman Sachs, secondo cui il boom cinese quest’anno apporterà l’1% della crescita mondiale.

Come avevo scritto la settimana scorsa il Fondo Monetario Internazionale, alle sessioni di aprile, probabilmente rivedrà le stime di crescita, alzando l’asticella. Lo stesso Rampini, quasi controvoglia, sottolinea che il nostro paese ne potrà usufruire in termini di turismo e del settore del lusso.

È il modello neoliberista di capitalismo a non funzionare più, ma non riescono ad ammetterlo, né a cambiare marcia...

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08/06/2022

Ucraina, Taiwan: che vuole l'Occidente?

A oltre tre mesi dall’inizio della guerra in Ucraina, appare con sempre maggiore evidenza la totale confusione mentale esistente in campo occidentale. Siamo spinti, nostro malgrado, a rimpiangere la lucidità di strateghi come Kissinger i quali, pur macchiandosi di crimini contro l’umanità in America Latina (basti ricordare l’Operazione Condor e il golpe in Cile) ed altrove, avevano ben altra capacità di percepire gli interessi effettivi e di operare scelte adeguate.

Nonostante i lodevoli tentativi del New York Times e di altri di ricondurre il dibattito alla realtà, i penosi leader dell’Occidente appaiono in preda a una sorta di hybris. Ne è prova inconfutabile il loro continuo inneggiare a una vittoria totale dell’Ucraina che è completamente irraggiungibile.

Del tutto a digiuno di questioni militari i vari Boris Johnson, von der Leyen, Letta & C. dovrebbero leggere attentamente i commenti che da tempo seri professionisti della materia come i generali Fabio Mini, Bertolini, Tricarico ed altri dedicano alla guerra in Ucraina. Si prenda ad esempio l’articolo nel quale Fabio Mini, sul Fatto Quotidiano di lunedì 30 maggio, ha svolto un’interessante analisi sulla campagna in corso per trarre la conclusione che le incessanti richieste di aiuti militari sempre più sofisticati rivolti dal governo ucraino alla NATO hanno come unico effetto quello di prolungare la guerra, e quindi “di accelerare un processo distruttivo e impedire qualsiasi negoziato che prenderebbe tempo”. La scellerata illusione di una vittoria sul campo alimentata da leader occidentali evidentemente incompetenti e in preda ad ebbrezza di varia natura porta quindi al risultato di allontanare la pace, rendere possibile un’escalation incontrollabile e arrecare gravi danni alla popolazione ucraina che è la prima vittima della guerra in corso.

Va del pari respinta l’infantile narrativa fatta propria da questi leader secondo i quali tutti i territori ucraini sarebbero oggetto di un’occupazione straniera. Se infatti resta ingiustificabile la decisione di Putin di scatenare l’invasione, occorre rendersi conto del fatto che buona parte della popolazione del Donbass, per non parlare della Crimea, sta dalla parte della Russia, come ha dimostrato a suo tempo proclamando l’indipendenza delle Repubbliche popolari di Donetsk e Lugansk e subendo per questo, per sette lunghi anni, le sanguinose rappresaglie del governo ucraino, che continuano del resto anche oggi. Il problema quindi è complesso e va analizzato con cura per trovare una soluzione.

Di certo c'è che la dabbenaggine dei leader occidentali allontana la soluzione pacifica del conflitto, illudendo il governo ucraino, comprese le sue componenti nazifasciste e alimentandone il revanscismo, con lo scopo dichiarato di logorare la Russia creando un nuovo Afghanistan alle porte dell’Europa. Obiettivo dichiarato da Hillary Clinton ma evidentemente condiviso, in modo autolesionistico, anche da vari degli attuali dirigenti politici europei. Il tutto a beneficio esclusivo degli Stati Uniti che da sempre vogliono impedire la saldatura, che è nelle cose, tra la Russia, l’Europa e la Cina, che significherebbe per certi versi l’emarginazione delle potenze anglosassoni forti del controllo dei mari, il che spiega la posizione estremista dei britannici, che fra l’altro non fanno più parte da tempo dell’Unione europea.

Ma non è solo per le loro davvero carenti cognizioni in materia di strategia bellica, e più in generale di geopolitica, che i capi dell’Occidente lasciano a desiderare. Anche sul piano delle strategie di penetrazione economica e commerciale essi, in questo caso soprattutto gli statunitensi, risultano del tutto fallimentari. Basti pensare alle proposte, ben poco allettanti, che sono stati in grado di offrire ai Paesi asiatici per indurli ad abbandonare la cooperazione colla Cina, strutturata da un accordo importante come quello per un partenariato economico globale regionale (Rcep), per abbracciare il fumoso e inconsistente Accordo quadro economico indo-pacifico (Ipef) che stanno facendo di tutto per promuovere in alternativa agli altre due ma senza poter offrire alcuna contropartita concreta, neanche negli usuali e minimali termini della riduzione delle tariffe commerciali.

In conclusione l’impressione penosa che ne risulta delle potenze occidentali è quella di una frustrazione e irritazione senza fine di fronte a tanti segnali della loro perdita di ruolo egemone sul pianeta di fronte all’ascesa di altri Stati, in primo luogo la Cina. Sarebbe invece necessario che gli Stati europei, e l’Italia in primo luogo, prendessero atto della mutata costellazione del potere, per affrontare in modo costruttivo la nuova situazione internazionale, evitando di dare l’esca a incendi della prateria che potrebbero vederli diventare le prime vittime, più o meno inconsapevoli. E soprattutto evitare di subire costantemente in modo passivo e autolesionistico le pensate della NATO, a cominciare dalla revisione del suo concetto strategico che dovrebbe essere approvata nella riunione di fine giugno a Madrid, che con ogni probabilità stabilirà che l’Organizzazione dovrà occuparsi anche e soprattutto della Cina, principale competitor degli Stati Uniti su scala mondiale, ma non necessariamente nemico dell’Europa, oggi più che mai in cerca di una sua autonoma identità del tutto inesistente.

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31/05/2022

Cina, patto per il Pacifico

Il tour del Pacifico iniziato qualche giorno fa dal ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, ha assunto una valenza simbolica tutta particolare alla luce sia della questione caldissima delle isole Salomone sia del recentissimo vertice del “Quad” (USA, Giappone, Australia, India) a Tokyo alla presenza del presidente americano Biden. Il capo della diplomazia di Pechino intende consolidare la crescente espansione dell’influenza cinese – in ambito economico e non solo – in un’area considerata come una sorta di “cortile di casa” degli Stati Uniti e dei loro alleati in Oceania. Per quante preoccupazioni le iniziative cinesi stiano provocando a Washington e a Canberra, proprio la disponibilità dei paesi del Pacifico nei confronti della seconda potenza economica del pianeta testimonia ancora una volta del cambiamento inesorabile in atto negli equilibri globali usciti dal secondo conflitto mondiale.

Wang porta con sé una proposta di accordo di ampio respiro che dovrebbe coinvolgere una decina di paesi (Salomone, Kiribati, Samoa, Figi, Tonga, Vanuatu, Papua Nuova Guinea, Isole Cook, Niue e Stati Federati di Micronesia). La colonna portante del progetto cinese è un accordo di libero scambio in quest’area, ma particolare attenzione viene data, soprattutto da media e governi occidentali, anche alla questione della sicurezza. Secondo una bozza dell’intesa analizzata dalla Associated Press, Pechino vorrebbe creare tra l’altro un programma di addestramento delle forze di polizia dei vari paesi del pacifico ed espandere la cooperazione sempre sul tema della sicurezza interna.

Se confermata, questa intenzione dimostra anche come la Cina abbia appreso la lezione dei fatti del recente passato in vari paesi del Pacifico, dove disordini interni sono stati in più di un’occasione sfruttati dalle potenze regionali, a cominciare dall’Australia, per organizzare interventi diretti volti a destabilizzare governi e orientarne le rispettive scelte di politica estera. La collaborazione tra Pechino e questi paesi dovrebbe ad ogni modo toccare anche altri ambiti, come ad esempio la pesca, la costruzione delle nuove reti internet, la cultura, l’educazione e gli investimenti in genere.

La trasferta di dieci giorni del ministro degli Esteri cinese ha dunque moltiplicato i timori degli Stati Uniti e dell’Australia per una possibile ridefinizione delle priorità strategiche delle isole-nazioni del Pacifico. La già ricordata vicenda delle Salomone aveva spinto i leader americani e australiani a muoversi per adottare contromisure che, tuttavia, si sono limitate finora a poco più di minacce di invasione se questo paese dovesse concedere una base militare permanente alla Cina. Una feroce polemica era esplosa appunto nei mesi scorsi con la notizia della firma di un accordo sulla “sicurezza” tra Pechino e le isole Salomone, anche se entrambi i paesi continuano a smentire che esso preveda una presenza militare cinese fissa.

La complicazione numero uno per Washington, come ha spiegato l’ex ispettore ONU ed ex membro dell’intelligence USA Scott Ritter in un’analisi pubblicata dalla testata ufficiale cinese Global Times, è il tentativo cinese di “boicottare la strategia americana e australiana in fase di sviluppo per contenere l’espansione di Pechino nel Mar Cinese Meridionale”. Questa strategia, prosegue Ritter, “si basa su una maggiore presenza USA in Asia orientale grazie all’utilizzo di basi esistenti” nella regione, così appunto da rafforzare l’impronta militare in paesi come Australia, Papua Nuova Guinea e Micronesia.

La sola notizia di una possibile “intrusione” militare cinese nelle isole Salomone o altrove rischia di mettere a repentaglio questa strategia e gli ultimi sviluppi hanno così mandato in crisi l’amministrazione Biden e l’Australia, guidata da pochi giorni da un nuovo governo a maggioranza laburista. A parte le già ricordate minacce rivolte alla leadership delle Salomone, Washington e Canberra stanno cercando di avviare alcuni progetti di contrasto all’espansione cinese.

Il neo-premier australiano, Anthony Albanese, ha ipotizzato un progetto di addestramento militare in grado di coinvolgere i paesi dell’area del Pacifico meridionale con l’obiettivo di contrastare qualsiasi dispiegamento di forze cinesi. Lo stesso “Quad” è a sua volta un meccanismo diretto interamente contro Pechino e la presenza in esso dell’Australia fa in modo che possa essere impiegato nell’area oggetto del viaggio in corso del ministro Wang. Da ultimo e forse con le maggiori ambizioni, l’amministrazione Biden sta cercando di coinvolgere anche alcuni paesi del Pacifico nella proposta di accordo economico-commerciale appena lanciato durante il vertice di Tokyo.

Questo soggetto è chiamato IPEF (“Indo-Pacific Economic Framework”) e dovrebbe rimediare al danno fatto da Trump con il ritiro dall’accordo di libero scambio trans-pacifico (TTP) negoziato in precedenza da Obama. Non solo, l’IPEF avrebbe come obiettivo teorico di competere con un altro accordo di questo genere, il cosiddetto RCEP (“Regional Comprehensive Economic Partnership”), promosso dalla Cina. La nuova proposta di Biden risulta però decisamente meno attraente sia rispetto al TTP sia al RCEP, soprattutto perché non prevede l’abbattimento delle tariffe doganali americane per le merci dei paesi membri e risulta perciò poco più di uno strumento per la promozione degli interessi USA in Asia orientale.

Ciononostante, la contromossa americana potrebbe quanto meno limitare l’ingresso di alcuni paesi nell’orbita economica cinese e, almeno secondo la Casa Bianca, proprio nei giorni scorsi anche un paese dell’area Pacifico – le Figi – avrebbe aderito all’IPEF. Da parte del governo delle Figi non ci sono state finora comunicazioni ufficiali in proposito. Anzi, domenica il ministro degli Esteri cinese è stato protagonista di un vertice cordiale con le massime autorità delle Figi, dove ha anche preso parte al summit del Forum delle Isole del Pacifico, che proprio qui ha il suo quartier generale.

Prima dell’arrivo di Wang, comunque, nelle Figi si era recata in visita la nuova responsabile della politica estera del governo australiano, Penny Wong, impegnata in un chiaro tentativo di dissuadere i leader dell’arcipelago dal sottoscrivere i piani cinesi. Prima dell’incontro con la Wong, il premier delle Figi, Frank Bainimarama, aveva dichiarato fermamente che il suo paese “non è il cortile di casa di nessuno”, esprimendo, nelle parole di un altro recente articolo del Global Times, l’opposizione ai tentativi occidentali di fare dei paesi del Pacifico “un mezzo per la strategia [di USA e Australia] di contenimento della Cina”.

Come in altre parti del pianeta dove si intersecano gli interessi degli Stati Uniti e della Cina, è molto difficile che anche nel Pacifico meridionale gli sforzi di Washington vadano a buon fine. Non c’è dubbio che le manovre di destabilizzazione e le minacce di intervento militare possano rallentare l’espansione di Pechino, ma sul piano economico o, ancor più, su quello dell’interesse dei singoli paesi del Pacifico le armi a disposizione degli USA appaiono ormai spuntate.

L’allineamento alle direttive americane implica oltretutto una collaborazione fortemente improntata all’elemento militare che, in caso di guerra con la Cina, metterebbe questi paesi in prima linea con conseguenze evidentemente rovinose. Il successo cinese, per quanto non a senso unico né privo di contraddizioni, dipende al contrario da un’offerta sul fronte economico, commerciale e degli investimenti che risulta tutto sommato vincente, innestandosi tanto più su realtà spesso duramente colpite dalla crisi di questi ultimi due anni.

Anche la stampa “mainstream” in Occidente è talvolta costretta ad ammettere i vantaggi che la presenza cinese porta con sé per questi paesi. Un articolo di domenica della Associated Press già nel titolo cita ad esempio i “benefici” che “molti” nelle isole Figi vedono nell’accordo promosso da Pechino nel Pacifico. Nei paesi coinvolti non c’è peraltro uniformità di vedute e i negoziati proseguiranno probabilmente ancora per qualche tempo. Il presidente degli Stati Federati di Micronesia, David Panuelo, ha fatto sapere di essere contrario all’iniziativa cinese, poiché “aumenterebbe senza ragione le tensioni geopolitiche e minaccerebbe la stabilità della regione”. Nella migliore delle ipotesi, a suo dire, provocherebbe “una nuova Guerra Fredda” e nella peggiore “una guerra mondiale”.

I rischi sono evidentemente presenti, ma, al di là della inevitabile difesa degli interessi strategici e probabilmente anche militari insita nei progetti di Pechino, l’elemento destabilizzante è rappresentato non da questi ultimi quanto dalla risposta degli Stati Uniti e dai loro alleati. Non solo, le reazioni isteriche alle nuove circostanze nel Pacifico si scontrano con la presunta difesa del principio di sovranità e della libera scelta di ogni paese di aderire a organismi internazionali o di stipulare alleanze con chiunque. Ciò che vale insomma per l’Ucraina non vale per le Salomone, per le Figi o per altri paesi ritenuti cruciali per la difesa di ciò che resta dell’egemonia globale USA.

Che le regole, anche in questo caso, intendano farle solo gli Stati Uniti se ne è avuta un’altra prova alla vigilia della partenza del ministro cinese Wang per il sud del Pacifico. In una conferenza stampa tenuta giovedì scorso, il segretario di Stato Anthony Blinken è tornato a formulare il concetto-chiave della politica estera americana, cioè che la Cina rappresenta la principale “minaccia a lungo termine” per il suo paese, più ancora della Russia. La Cina, ha spiegato Blinken, “è l’unico paese con la volontà e, sempre più, la forza economica, diplomatica, militare e tecnologica per ridisegnare l’ordine internazionale”. Se dovesse prevalere nella competizione in atto, quindi, “la visione di Pechino ci allontanerebbe dai valori universali alla base dei progressi del pianeta negli ultimi 75 anni”.

Per “valori universali” si deve intendere gli interessi USA e del capitalismo americano, costantemente erosi dalle tendenze multipolari in atto da anni e principalmente sotto la spinta dei piani di sviluppi promossi dalla Cina. Al di là delle minacce e degli appelli a valori democratici ormai totalmente svuotati da decenni di crimini e soprusi commessi proprio dagli Stati Uniti, la nuova realtà indica che il modello americano non solo dispone sempre meno di risorse per contrastare la crescita di potenze rivali, ma che esso, come dimostra il caso del Pacifico meridionale, trova anche ormai uno scarso appeal tra gli stessi paesi finora considerati come alleati o partner indiscussi di Washington.

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23/04/2022

La globalizzazione guidata dall’Occidente potrebbe finire, quella nuova ha un volto orientale

Un articolo scritto dagli autori John Micklethwait e Adrian Wooldridge per Bloomberg il 24 marzo ha suonato l’allarme per annunciare la fine della “seconda grande era della globalizzazione“.

La guerra commerciale occidentale e le sanzioni contro la Cina che hanno preceduto la pandemia si sono ora unite alle rigide sanzioni occidentali imposte alla Russia dopo l’invasione dell’Ucraina.

Queste sanzioni sono come una cortina di ferro costruita dagli Stati Uniti e dai loro alleati intorno all’Eurasia. Ma secondo Micklethwait e Wooldridge, questa cortina di ferro non scenderà solo intorno alla Cina e alla Russia, ma avrà conseguenze di vasta portata in tutto il mondo.

L’Australia e molti paesi dell’Asia, tra cui India e Giappone – che sono affidabili alleati degli Stati Uniti su altri temi – non sono disposti a rompere i loro legami economici e politici con Cina e Russia.

I 38 paesi che non hanno votato alla riunione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 24 marzo per condannare la guerra della Russia in Ucraina includevano Cina e India; entrambi questi paesi “rappresentano la maggioranza della popolazione mondiale“, osservano Micklethwait e Wooldridge nel loro articolo.

Se il mondo si divide, “la seconda grande era della globalizzazione... [arriverà] ad una chiusura catastrofica“, afferma l’articolo.

Nel 2000, Micklethwait e Wooldridge hanno pubblicato il manuale su questa ondata di globalizzazione chiamato Un futuro perfetto: La sfida e la promessa della globalizzazione. Quel libro esultava per la liberalizzazione del commercio e della finanza, anche se i suoi autori riconoscevano che in questa società di libero mercato – che essi sostenevano – “gli uomini d’affari sono i beneficiari più evidenti“.

Le disuguaglianze generate dalla globalizzazione sarebbero state ridotte, suggerivano, dalle maggiori scelte offerte ai consumatori (anche se, con l’aumento della disuguaglianza sociale durante gli anni 2000, i consumatori semplicemente non avevano i soldi per esercitare le loro scelte di consumo sul mercato).

Quando Micklethwait e Wooldridge scrissero Un futuro perfetto, entrambi lavoravano per l’Economist, che è stato uno dei sostenitori della globalizzazione di stampo occidentale. Sia Micklethwait che Wooldridge sono ora in Bloomberg, un’altra voce significativa delle élite commerciali.

In un articolo per il Fondo Monetario Internazionale, Kenneth Rogoff, professore all’Università di Harvard, avverte del rischio di deglobalizzazione. Un tale disfacimento, nota, “sarebbe sicuramente un enorme shock negativo per l’economia mondiale“.

Rogoff, come Micklethwait e Wooldridge, usa la parola “catastrofico” per descrivere l’impatto della deglobalizzazione.

A differenza di Micklethwait e Wooldridge, tuttavia, l’articolo di Rogoff sembra implicare che la deglobalizzazione è il risultato della guerra russa all’Ucraina e che potrebbe essere “temporanea“. La Russia, afferma, “sembra destinata ad essere isolata per un lungo periodo“.

Nel suo articolo, Rogoff non approfondisce molto le preoccupazioni su ciò che questo significa per le persone in molte parti del mondo (come l’Asia centrale e l’Europa). “Il vero colpo alla globalizzazione“, si preoccupa, “avverrà se cala anche il commercio tra le economie avanzate e la Cina“.

Se ciò accadesse, allora la deglobalizzazione non sarebbe temporanea poiché paesi come la Cina e la Russia cercheranno altre vie per il commercio e lo sviluppo.

Storie più lunghe

Nessuno di questi autori riconosce in questi recenti articoli che la deglobalizzazione, che è una ritirata dalla globalizzazione progettata dall’Occidente, non è iniziata durante la pandemia o durante la guerra russa in Ucraina. Questo processo ha le sue origini nella Grande Recessione del 2007-2009. Con il vacillare delle economie occidentali, sia la Cina che la Russia, così come altre grandi potenze economiche, hanno iniziato a cercare modi alternativi per proseguire i propri commerci.

La Belt and Road Initiative (BRI) della Cina, annunciata nel 2013, è un segnale di questo graduale cambiamento, con la Cina che sviluppa i propri collegamenti prima in Asia centrale e meridionale e poi oltre l’Asia e verso l’Africa, l’Europa e l’America Latina.

È significativo che il Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo, un evento fondato nel 1997, sia diventato un luogo di incontro per i leader economici e politici asiatici ed europei che vedono questo incontro come molto più significativo dell’incontro annuale del World Economic Forum (WEF) che si tiene a Davos, in Svizzera.

All’indomani della Grande Recessione, paesi come la Cina hanno iniziato a de-dollarizzare le proprie riserve valutarie. Sono passati da una riserva basata in gran parte sul dollaro a una più diversificata. È questa mossa verso la diversificazione che ha portato al calo della quota del dollaro nelle riserve valutarie globali dal 70% del 2000 al 59% del 2020. Secondo l’autore Tony Norfield, la quota di dollari nelle riserve valutarie russe era del 23,6% nel 2019 ed è scesa al 10,9% nel 2021.

Privata dei dollari a causa delle sanzioni imposte dall’Occidente, la Banca Centrale della Russia ha tentato varie manovre per de-dollarizzare le sue riserve monetarie, anche ancorando il rublo all’oro, bloccando il flusso di dollari verso l’esterno e chiedendo ai suoi acquirenti di idrocarburi e cibo di pagare in rubli piuttosto che in dollari.

Mentre gli Stati Uniti allargano la loro rete per sanzionare sempre più paesi, questi paesi – come la Cina e la Russia – cercano di costruire meccanismi commerciali che non dipendono più dalle istituzioni occidentali.

La deglobalizzazione porta a una globalizzazione diversa

Il 1° gennaio 2022, il Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP) – il più grande trattato di libero scambio del mondo – è entrato in vigore. Due anni fa, 15 paesi si sono incontrati virtualmente ad Hanoi, in Vietnam, per firmare questo trattato.

Questi paesi includono anche stretti alleati degli Stati Uniti, come l’Australia, il Giappone e la Corea del Sud, così come paesi che affrontano le sanzioni degli Stati Uniti, come la Cina e Myanmar. Un terzo dell’umanità è incluso nel RCEP, che rappresenta un terzo del prodotto interno lordo globale.

La Banca asiatica di sviluppo spera che il RCEP fornisca sollievo ai paesi che lottano per emergere dall’impatto economico negativo della pandemia.

Blocchi come il RCEP e progetti come la BRI non sono antitetici alla internazionalizzazione del commercio e dello sviluppo. Gli economisti della HKUST Business School di Hong Kong mostrano che la BRI “aumenta significativamente i flussi commerciali bilaterali tra i paesi BRI“.

Gli acquisti della Cina dai paesi della BRI sono aumentati, anche se gran parte dell’aumento avviene nel regno dell’energia e dei minerali piuttosto che in beni di alto valore; le esportazioni dalla Cina verso i paesi della BRI, d’altra parte, rimangono costanti.

La Banca Asiatica di Sviluppo stima che il progetto BRI richiederebbe 1,7 trilioni di dollari all’anno per lo sviluppo infrastrutturale in Asia, compresi gli investimenti legati al clima.

La pandemia ha certamente bloccato il progresso del progetto BRI, con problemi di debito che colpiscono una serie di paesi a causa di un uso inferiore alla capacità delle loro infrastrutture finanziate dal BRI. Le crisi economiche e politiche in Pakistan e Sri Lanka sono in parte legate al rallentamento globale del commercio. Questi paesi sono parte integrante del progetto BRI. L’aumento dei prezzi del cibo e del carburante a causa della guerra in Ucraina complicherà ulteriormente le cose per i paesi del Sud globale.

In molte parti del mondo è già aumentata la spinta per un’alternativa alla globalizzazione di stampo occidentale, ma questo non significa necessariamente deglobalizzazione. Potrebbe significare una piattaforma di globalizzazione che non ha più il suo epicentro a Washington o Bruxelles.

E. Ahmet Tonak è un economista che lavora al Tricontinental: Institute for Social Research. È co-editore o autore di diversi libri, tra cui Marxismo e classi, Dal diritto alla città alla rivolta, e Turchia in transizione.

Vijay Prashad è uno storico, editore e giornalista indiano. È compagno di scrittura e corrispondente principale di Globetrotter. È l’editore capo di LeftWord Books e il direttore di Tricontinental: Institute for Social Research. È un senior fellow non residente all’Istituto Chongyang per gli Studi Finanziari, Renmin University of China. Ha scritto più di 20 libri, tra cui The Darker Nations e The Poorer Nations. Il suo ultimo libro è Washington Bullets, con un’introduzione di Evo Morales Ayma.

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03/01/2022

Entra in vigore il RCEP. Il Pacifico diventa il centro del mondo

Certe notizie non trovano grandissimo spazio sui media neoliberisti. E si capisce facilmente il perché. Sono ovviamente importanti per rendersi conto di come vada concretamente cambiando il mondo, i rapporti tra macroaree geografiche ed economiche.

E come queste variazioni di peso, nonché di relazioni internazionali, finiscano per cambiare anche le prospettive di chi lotta per cambiare il mondo.

Chiusi nel mondo antico, quello post-caduta del Muro, della globalizzazione e del dominio assoluto degli Usa sul mondo, non si riesce più a vedere quante e quali possibilità si aprano da qui in futuro.

Non per “schierarsi” con questo o quello, ma per il buon motivo che il mondo senza più un padrone assoluto è decisamente meno refrattario al cambiamento e alle lotte.

Questo articolo, che non parla affatto di socialismo ma di modificazioni radicali negli equilibri del pianeta, è tratto da France24.

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La Regional Comprehensive Economic Partnership, che riunisce 15 paesi asiatici, è entrata in vigore il 1° gennaio. I suoi membri sperano che l’iniziativa guidata dalla Cina, che copre circa un terzo del commercio globale, li aiuti a riprendersi dalla pandemia.

Il Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP), entrato in vigore sabato 1 gennaio, ha 15 membri, tra cui Cina, Giappone, Corea del Sud e molti altri paesi asiatici, ma non include gli Stati Uniti o l’India. È la più grande area di libero scambio del mondo.

L’accordo elimina le tariffe su migliaia di prodotti, semplifica le procedure commerciali e offre vantaggi reciproci ai paesi membri. Copre anche questioni come il commercio elettronico, la proprietà intellettuale e gli appalti pubblici.

Tuttavia, il RCEP ha requisiti di lavoro e ambientali meno rigorosi di quelli previsti dai paesi membri dell’UE e che sono soddisfatti dal Partenariato Trans-Pacifico, che è concluso con molti degli stessi paesi, tranne la Cina.

Secondo gli esperti, il RCEP dovrebbe aumentare il commercio nella regione del 2%, o 42 miliardi di dollari, attraverso l’aumento del commercio e la deviazione degli scambi facilitata dal cambiamento delle regole tariffarie.

L’accordo è un risultato importante per la Cina, che è di gran lunga il più grande mercato della regione con oltre 1,3 miliardi di persone.

Relazioni complesse

“Pechino ha avuto difficoltà nella regione nel corso degli anni per diverse ragioni“, analizza Oliver Farry, corrispondente di France 24 a Hong Kong. “La Cina non è stata davvero in grado di fare il suo punto in termini non geopolitici. E mentre alcune delle precedenti iniziative economiche, come la ‘Nuova Via della Seta’, sono state propagandate, hanno avuto meno successo del previsto. Così questo ha portato a un accordo commerciale di dimensioni senza precedenti con i paesi della regione Asia-Pacifico con cui la Cina ha una relazione abbastanza complessa, tra cui Giappone, Corea del Sud, Vietnam e Australia“.

Due anni di pandemia Covid-19, isolamento, chiusura delle frontiere, quarantena obbligatoria e altre restrizioni sono costati il lavoro a milioni di persone nella regione, mentre hanno interrotto le catene di approvvigionamento in tutto il mondo, specialmente nella produzione e nelle spedizioni.

I paesi che stanno affrontando lo scoppio della nuova variante Omicron si stanno trattenendo dal riaprire le loro frontiere ai viaggi internazionali.

Le economie regionali si sono contratte dell’1,5% nel 2020, poi sono rimbalzate, con la Banca asiatica di sviluppo che prevede una crescita del 7% quest’anno, sostenuta dalle deboli cifre dell’anno precedente. Ma la ripresa dovrebbe svanire dal prossimo anno, con un rallentamento della crescita al 5,3%.

La pandemia ha anche rallentato la ratifica dell’accordo commerciale per alcuni paesi.

La Cina è stata la prima a ratificare il RCEP in aprile, dopo che è stato firmato nel novembre 2020 in una riunione virtuale dei leader dei suoi 15 paesi membri.

Indonesia, Malesia e Filippine non l’hanno ancora fatto, ma ci si aspetta che lo ratifichino presto. La Birmania, il cui governo è stato rovesciato dai militari il 1° febbraio 2021, lo ha ratificato, ma questo non è stato ancora accettato dagli altri membri.

Pechino è pronta per il nuovo blocco commerciale: la Cina ha già adempiuto a 701 “obblighi vincolanti” per il RCEP, ha detto giovedì il vice ministro cinese del commercio Ren Hongbin. “L’accordo commerciale RCEP sta lentamente cambiando il gioco“.

“Il RCEP è molto importante nella creazione di nuovi modelli di sviluppo e un passo cruciale nell’apertura della nostra economia“, ha detto Ren Hongbin in una trascrizione di una conferenza stampa disponibile sul sito del Ministero del Commercio.

Ha detto che il blocco avrebbe avvicinato le economie dei paesi membri e “aumentato notevolmente la fiducia nella ripresa economica dalla pandemia“.

Una manna per i paesi in via di sviluppo

Il RCEP, lanciato dalla Cina, è rivolto ai paesi in via di sviluppo perché facilita il commercio di prodotti agricoli e manufatti, che costituiscono la maggior parte delle loro esportazioni.

Dice poco sul commercio dei servizi e sull’accesso delle imprese alle economie di altri paesi, che sono di particolare interesse per gli Stati Uniti e altri paesi sviluppati.

Il RCEP era originariamente destinato ad includere circa 3,6 miliardi di persone. Senza l’India, che si è ritirata, copre ancora più di 2 miliardi di persone e quasi un terzo di tutto il commercio.

L’accordo USA-Messico-Canada, o Mexico-FTA, una versione rielaborata del North American Free Trade Agreement sotto Donald Trump, copre un po’ meno attività economiche, ma meno di un decimo della popolazione mondiale.

Anche l’UE e la Comprehensive and Progressive Trans-Pacific Partnership, una versione rivista di un accordo rifiutato dall’ex presidente Donald Trump, sono più piccoli. Il RCEP include sei degli 11 membri rimanenti del PTPGP.

Come ogni accordo commerciale, il RCEP ha i suoi critici.

In una recente audizione legislativa trasmessa su YouTube, i funzionari del governo indonesiano hanno esortato i legislatori ad approvare il RCEP. Ma Elly Rachmat Yasin, membro di un comitato responsabile per l’agricoltura, l’ambiente, le foreste e il mare, ha interrogato il ministro del commercio indonesiano Muhammad Lutfi sulla saggezza del coinvolgimento dell’Indonesia nell’accordo, notando che l’India si è ritirata in gran parte per paura che le importazioni cinesi invadessero i suoi mercati.

Muhammad Lutfi ha risposto che il RCEP aiuterà a stimolare le esportazioni e ad attrarre fino a 1,7 miliardi di dollari di investimenti esteri aggiuntivi entro il 2040.

Il segretario al commercio filippino Ramon Lopez dice che si aspetta che i legislatori ratifichino il patto a gennaio, dopo aver esaurito il tempo per farlo a dicembre, quando il governo era occupato a trattare le conseguenze di un tifone che ha colpito il paese il 16 dicembre. Circa 375 persone sono morte e altre centinaia di migliaia sono ancora senza casa.

Il blocco commerciale dovrebbe creare molti posti di lavoro nel settore dei servizi, una grande attrazione per un paese come le Filippine, che si basa molto sulle rimesse.

“Il RCEP aumenterà il PIL e ridurrà l’incidenza della povertà. Aprirà ulteriormente l’accesso al mercato per le nostre esportazioni ed espanderà la fornitura di input necessari per migliorare la competitività del nostro settore manifatturiero e degli esportatori“, ha detto Ramon Lopez.

“Non c’è motivo di non ratificare la RCEP“, ha detto, aggiungendo che non farlo sarebbe “catastrofico“, poiché gli investitori probabilmente favoriranno i paesi del blocco commerciale.

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18/12/2021

La Cina si prepara al 2022

Come anticipato, verso Natale ci sono importanti novità provenienti dal paese asiatico. La prima è la riduzione tariffaria per l’importazione di 945 prodotti esteri, da farmaci tumorali a prodotti per gli sport invernali, da agroalimentare a componenti meccanici per la produzione di auto elettriche.

Dal 2022 sarà operativo il RCEP, l’accordo di libero scambio con l’Asia, che sconvolgerà il mercato mondiale.

Ecco cosa afferma sul People’s Daily (oggi) Cui Fan, professore presso la School of International Trade and Economics: “dopo l’entrata in vigore dell’accordo RCEP, la riduzione tariffaria tra i membri contribuirà a promuovere il commercio regionale e la crescita degli investimenti, elevare il livello di integrazione economica nell’Asia orientale, consolidare e promuovere l’integrazione delle catene industriali, di fornitura e del valore regionali e stimolare nei membri fiducia nella crescita economica post-COVID-19".

L’RCEP consentirà inoltre alla Cina di sfruttare appieno il vantaggio del suo mercato sterminato, partecipare attivamente al rimodellamento della catena industriale globale, costruire una rete orientata a livello globale di zone di libero scambio di alto livello e promuovere un’apertura di livello superiore.

Oltre alla riduzione tariffaria un importante novità è il concetto di “stabilità sociale” che verrà implementato dall’Assemblea del Popolo durante le sessioni di marzo.

Anche qui si sono decise misure per il 2022. Come afferma Yue Zhongming, portavoce della Commissione per gli affari legislativi del Comitato permanente del popolo nazionale, “per garantire la sicurezza e la sostenibilità dell’economia nazionale, ad esempio, abbiamo in programma di emanare leggi in materia di sicurezza alimentare, energia, nucleare e stabilità finanziaria”.

Lo ha detto ai media venerdì il Congresso, la massima istituzione legislativa del paese. “Nel frattempo, abbiamo proposto progetti di legge riguardanti l’istruzione prescolare, l’assistenza sociale e come rispondere alle emergenze di salute pubblica al fine di fornire protezioni sociali più forti e un ambiente più sicuro per i residenti”, ha affermato Yue.

Salario sociale globale di classe e Cina motore del mercato mondiale, welfare e apertura commerciale, fiduciosa che i consumi aumenteranno ancor di più.

Non ci sono notizie riguardanti i salari (cresciuti a ritmo sostenuto negli ultimi 20 anni, ndr), al momento, l’unica decisione presa la settimana scorsa è il posticipo del saldo del versamento Iva per gli operatori economici a febbraio, in modo che sia garantito il cash flow aziendale in un momento di turbolenza interna ed esterna derivante dal Covid.

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09/11/2021

Senza gli Stati Uniti, un mondo Pacifico

Il mondo evolve continuamente, si dice. Ma se non si entra mai nel merito delle mutazioni si capisce poco e ci si accorge dei cambiamenti solo dopo che si sono verificati.

In tutta Europa l’attenzione mediatica – principale ambito di formazione delle “opinioni pubbliche” – è dirottata in modo permanente sulle “speciali relazioni euro-atlantiche”, ovvero sulla asserita “positività” del processo di costruzione dell’Unione Europea e sulla “storica alleanza” con gli Stati Uniti, incarnata dalla Nato.

I più sottili osservatori cominciano solo ora a notare qualche discrepanza di interessi geostrategici tra le due sponde dell’Atlantico, esplicitati ormai anche in documenti europei ufficiali (la costruzione di un esercito continentale è uno degli obiettivi più chiari, in questo senso).

Ma quasi nessuno segnala o registra quanto accade sulle sponde dell’altro oceano, che va ora assumendo la centralità fin qui detenuta dall’Atlantico.

E dire che sta accadendo qualcosa di davvero importante, che getta le basi di una ben diversa distribuzione dei poteri e della forza economica tra le varie macroaree del pianeta.

L’editoriale di Guido Salerno Aletta, su TeleBorsa, ricorda ai distratti che tra appena cinquanta giorni entrerà “in vigore il RCEP (Regional Comprehensive Economic Partnership) che mette insieme le economie di 15 Paesi dell’area del Pacifico, che rappresentano 3 miliardi di abitanti: sono un terzo sia della popolazione che del PIL mondiale”.

Un terzo del mondo, oltretutto la parte più dinamica anche per quanto riguarda la crescita economica, è sicuramente “tanta roba”.

Ma non è neanche questo il punto decisivo. Si tratta del primo trattato globale da cui sono esclusi gli Stati Uniti. Non sembra un piccolo dettaglio.

E ne fanno invece parte “storici alleati” di Washington, come Australia, Giappone, Filippine, Nuova Zelanda. Interessi che vanno divaricandosi e sganciandosi dal rapporto privilegiato con gli Usa, che porta da sempre con sé squilibri (a favore degli Stati Uniti, sempre), ingerenze più o meno pesanti, condizionamenti geopolitici spesso contrari agli interessi nazionali o di diversi paesi (le sanzioni contro la Russia, per esempio, sono un danno per tutti i paesi europei, comunque motivate).

Troppo presto per dire quale sarà l’impatto del RCEP sugli equilibri globali, ma di certo non saranno di poco conto. Anche perché segnalano che “senza gli Stati Uniti, un mondo Pacifico” è proprio possibile.

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di Guido Salerno Aletta - TeleBorsa

Il prossimo 1° gennaio entra in vigore RCEP (Regional Comprehensive Economic Partnership) che mette insieme le economie di 15 Paesi dell'area del Pacifico, che rappresentano 3 miliardi di abitanti: sono un terzo sia della popolazione che del PIL mondiale.

È il primo trattato multilaterale di liberalizzazione degli scambi a cui gli Usa non partecipano, ma di cui fa parte la Cina che invece era esclusa dalla proposta alternativa (TPP) che era stata sostenuta dagli USA.

Come se non bastasse, questo trattato si interseca con la recente azione angloamericana volta a mettere sotto pressione la Cina con l'alleanza militare denominata Aukus (Australia, UK, USA): al RCEP, infatti, ha aderito in extremis anche l'Australia, nonostante nei suoi confronti la Cina abbia messo in atto una sorta di boicottaggio delle esportazioni di carbone. Canberra non vuole tirarsi fuori dalle più strette relazioni che si realizzeranno tra i Paesi dell'area, come invece ha fatto l'India che si era già ritirata da tempo dalle trattative.

Hanno aderito all'accordo altri paesi strategicamente rilevanti: Giappone, Nuova Zelanda, Filippine e Birmania.

Nello scorso decennio, nel campo della liberalizzazione degli scambi commerciali, si sono confrontate strategie assai diverse, se non completamente opposte.

Da una parte, soprattutto per l'impulso della Presidenza di Barack Obama, gli Usa avevano lanciato due proposte sostanzialmente simmetriche.

Con la TPP (Trans Pacific Partnership) intendevano rafforzare le relazioni tra una serie di Paesi sul versante dell'Oceano Pacifico, fino a coinvolgerne ben 12 (Australia, Brunei, Canada, Cile, Giappone, Malaysia, Messico, Nuova Zelanda, Perù, Singapore, Stati Uniti, Vietnam). Fu subito notata la mancanza della Cina: la si interpretò come una maniera con cui l'America cercava di isolarla rispetto a tutti gli altri Paesi dell'area, visto che aderendo a quel Trattato avrebbe perso i benefici che le spettano sulla base del Trattato WTO in quanto è ancora classificata come un Paese in via di sviluppo. Il TTP fu firmato nel 2016 ma non entrò mai in vigore, perché il 20 gennaio 2017 il Presidente Donald Trump, appena insediatosi, decise di revocare l'adesione.

Con il TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership) si operava sul versante Atlantico, con una trattativa bilaterale tra USA ed UE. Il testo concordato nel 2014 con la Commissione europea subì critiche assai dure sia dalla Germania che dalla Francia, che lo definirono sbilanciato a favore degli Usa.

Parallelamente, si sono sviluppate due iniziative, di cui una (RCEP) ha avuto successo, e l'altra (Unione Euromediterranea) è stata immediatamente fatta affondare.

Sul versante orientale, parallelamente alle trattative per il TPP, si è andata via via formalizzando a partire dal 2012 l'intesa che ha portato nel 2020 alla firma del Trattato RCEP.

Sul versante occidentale, la strategia volta a creare l'Unione Euromediterranea era stata inaugurata nell'estate del 2008, ed anche il Trattato di particolare amicizia tra Libia ed Italia firmato in agosto ne faceva parte. In prospettiva, si sarebbe allargato al Mediterraneo quel sogno di prosperità e di pace che aveva ispirato la creazione in Europa della CEE, abbracciando un'area vastissima, un bacino unico nella storia dell'umanità, in cui vivono centinaia di milioni di persone e soprattutto moltissimi giovani, ricchissima di risorse energetiche ma priva di prospettive di sviluppo. Prima il ciclone della crisi finanziaria americana del settembre 2008 ha sconvolto il mondo, poi le Primavere arabe hanno destabilizzato Tunisia, Egitto, Libia e Siria, assestando il colpo di grazia a questa iniziativa che era nata sotto l'egida franco-egiziana e che non era stata mai vista con favore né dalla UE né dalla Germania. Tutta l'attenzione si è spostata verso la crisi in Ucraina, la guerra in Siria, la stabilizzazione della Libia. Per un intero decennio, l'Unione Europea si è dovuta arrabattare per difendere l'euro dal collasso ed ha visto l'uscita dalla Gran Bretagna.

Dentro la Cina, fuori gli USA e niente Europa

RCEP, un mondo Pacifico

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