Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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24/01/2026

Guerra in Ucraina, trattative prudenti ad Abu Dhabi

La novità c’è, almeno sul piano formale. Che, nelle trattative diplomatiche, ha una sua importanza, perché segnala sempre anche un momento significativo, negativo o positivo che sia.

Nei colloqui iniziati ad Abu Dhabi la novità formale sta nel fatto che per la prima volta, dopo Istanbul 2022, una delegazione russa ed una ucraina si sono ritrovate nella stessa sala insieme a quella statunitense, sempre guidata dall’inviato speciale Steve Witkoff, affiancato dal genero di Donald Trump, Jared Kushner, appena usciti da un colloquio di quattro ore con Vladimir Putin, ovviamente a Mosca.

Diciamo che il dato negativo è proprio quest’ultimo: se due incaricati passano indifferentemente da un dossier di crisi all’altro (Ucraina, Gaza, Medio Oriente in generale, ecc.), o sono dei geni assoluti di cui il mondo non si era mai accorto, oppure il loro stile di lavoro e il loro ruolo è superficiale, puramente politico, un velo sovrapposto allo sforzo degli sherpa che devono occuparsi della “ciccia”.

In ogni caso, che russi e ucraini si rivedano è un segno che il lavoro preparatorio – l’eliminazione di questioni “irrisolvibili”, l’entità e la struttura delle “compensazioni” per ogni mediazione, ecc. – è andato abbastanza avanti.

La voce più circolante riguarda proprio l’ultimo miglio, che sarebbe rappresentato dal ritiro ucraino anche dalla piccola parte di Donbass ancora non conquistato dall’esercito russo. Se si osservano le carte geografiche, ci si accorge subito che in pratica non si tratta di una questione immensa, ma è simbolicamente importantissima sia per Mosca che per Kiev.

Non solo, o non tanto, per l’appartenenza della popolazione lì residente al gruppo “russofono” o viceversa (dopo quattro anni di guerra su quel territorio di civili ce ne sono rimasti ben pochi, il resto è fuggito “dalla sua parte” del fronte). Entrambi gli eserciti hanno pagato carissimo lo sforzo – ci risparmiamo per una volta la contestazione dei numeri mandati in giro dagli uffici propaganda – e l’accettare che il confine sia fissato un po’ più a nord o a sud, a est o ad ovest, può diventare “accettabile” o “inaccettabile” per il consenso interno.

Sul terreno, però, le cose sono abbastanza definite. Quel che resta in ballo è una parte limitata dell’oblast di Donetsk e di Kherson.

Che la questione territoriale sia considerata “l’ultimo ostacolo” dovrebbe significare che tutte le altre – ingresso di Kiev nella Nato, e delle truppe occidentali in Ucraina, garanzie di sicurezza reciproche, ecc., sono state grosso modo risolte. Se fosse davvero così, la pace non dovrebbe essere lontanissima.

Zelenskij, però, dopo la “strigliata” suicida data agli europei in quel di Davos, continua a cercare soldi e armi, missili Patriot (anti-missile) e altri a lunga gittata per colpire direttamente Mosca o altre città russe importanti.

Mentre il consigliere del Cremlino, Yuri Ushakov, ha confermato che la posizione russa resta quella definita con la “formula di Anchorage”, quando Trump e Putin si erano incontrati di persona.

E raffredda le aspettative di svolta anche il fatto che la delegazione russa è fondamentalmente “tecnica”, composta quasi solo da militari, che naturalmente sono incaricati di soppesare le diverse soluzioni proposte, ma non decidono politicamente nulla. Il “politico” presente è per il momento Kirill Dmitriev, consigliere presidenziale per gli investimenti esteri e negoziatore per le questioni economiche, con grande esperienza nei rapporti con gli americani, ma non certo un “decisore”.

Oggi si sta aprendo la seconda giornata di colloqui e quindi entro sera si dovrebbe capire qualcosa di più.

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09/12/2025

La guerra di confine tra Thailandia e Cambogia riesplode: crolla la tregua, civili in fuga

La guerra lungo il confine tra Thailandia e Cambogia è riesplosa con una violenza che smentisce ogni illusione di stabilità. Nelle ultime quarantotto ore gli scontri si sono estesi a più province di frontiera, in un crescendo di artiglieria, droni, razzi e raid aerei che ha rimesso in moto la macchina militare dei due Paesi. La tregua siglata poche settimane fa, presentata come un primo passo verso la normalizzazione, è crollata alla prima frizione: da Bangkok si accusa Phnom Penh di aver colpito postazioni thailandesi con armi pesanti; dalla Cambogia si risponde che l’esercito ha atteso ventiquattr’ore prima di reagire, dopo ripetute incursioni e provocazioni dell’altra parte.

Il conflitto, che si trascina da decenni lungo una frontiera mai completamente definita, ha preso nelle scorse ore una direzione più netta. L’aviazione thailandese ha lanciato bombardamenti contro posizioni cambogiane, sostenendo di aver agito per respingere attacchi simultanei su più punti del confine. Phnom Penh denuncia invece un’aggressione pianificata, con colpi di artiglieria che hanno raggiunto villaggi abitati e costretto centinaia di famiglie a fuggire all’alba, lasciando tutto dietro di sé. I primi bilanci indicano vittime civili in Cambogia e militari morti e feriti in Thailandia, mentre le autorità locali avviano evacuazioni di massa temendo un’estensione ulteriore dei combattimenti.

Il fronte umanitario si sta deteriorando rapidamente. Ospedali e scuole nelle zone più esposte sono stati chiusi; migliaia di persone cercano riparo verso l’interno dei due Paesi, trascinando con sé quel che possono, mentre i governatori provinciali parlano di una crisi pronta a ingrandirsi se la controffensiva thailandese dovesse proseguire. I video diffusi online mostrano colonne di fumo che si alzano dai villaggi colpiti, strade tagliate dai crateri e i convogli militari che attraversano zone normalmente agricole e tranquille.

La radice della crisi è sempre la stessa: una frontiera di oltre ottocento chilometri, eredità dell’epoca coloniale, mai demarcata in modo definitivo. Questioni che sembrano tecniche si trasformano in rivendicazioni nazionaliste e diventano micce accese dal minimo incidente. Solo a ottobre, dopo settimane di combattimenti, le due parti avevano firmato un accordo di tregua con la mediazione di Stati regionali. Era stato presentato come un gesto di responsabilità, un tentativo di sottrarre il confine alla logica militare. Ma i meccanismi di verifica erano deboli, le misure di de-escalation affidate più alla fiducia reciproca che a un sistema reale di monitoraggio. È bastato un soldato ferito da una mina, con le accuse incrociate su chi l’avesse piazzata, e il castello diplomatico si è sbriciolato.

La sproporzione tra le forze in campo aggiunge un ulteriore elemento di instabilità. La Thailandia dispone di una capacità militare ampiamente superiore: aviazione moderna, mezzi corazzati, artiglieria più numerosa. Una pressione così forte rischia di spingere la Cambogia in una posizione difensiva permanente, alimentando narrazioni vittimiste e reazioni imprevedibili. Al tempo stesso, l’uso di bombardamenti e droni in aree abitate può trasformare rapidamente una disputa di confine in un conflitto più ampio, con conseguenze difficili da contenere.

Le diplomazie regionali osservano con crescente preoccupazione, sapendo che ogni ora di combattimenti aggiunge un nuovo ostacolo al ritorno al dialogo. Nelle capitali dell’Asia sud-orientale si teme che la crisi possa destabilizzare corridoi commerciali cruciali, innescare nuove ondate di profughi e bruciare quel poco che resta della fiducia accumulata negli ultimi anni tra i due Paesi. Intanto, sul terreno, restano le immagini di una popolazione sospesa tra paura e attesa, mentre le sirene e i boati dell’artiglieria continuano a scandire il ritmo di una crisi che nessuno sembra più in grado di controllare.

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04/09/2025

Guerra in Ucraina - Territori in cambio di pace. Lo scambio possibile

Lo storico statunitense Graham Allison, autore dell’imperdibile “Destinati alla guerra” (Fazi Editore), insieme al suo gruppo di lavoro dell’università di Harvard, ha provato a mappare i territori persi dall’Ucraina nella guerra con la Russia. La conclusione a cui è arrivato il gruppo di Harvard è che la perdita temporanea di territorio non sarebbe un prezzo inaccettabile in cambio della pace.

Riproduciamo l’articolo di Graham Allison pubblicato dalla rivista statunitense National Interest.

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Mappare la fase finale della guerra Russia-Ucraina

di Graham Allison

Per aiutare a visualizzare le opzioni delineate nelle varie proposte di pace, il team di Harvard Russia Matters ha prodotto una seconda mappa che sovrappone il territorio ucraino attualmente controllato dalla Russia a una mappa del New England. Quelle 44.000 miglia quadrate di Ucraina equivalgono essenzialmente all’area combinata degli stati settentrionali del New England: Maine, Vermont e New Hampshire.

Nel considerare i futuri alternativi per l’Ucraina, è utile iniziare riconoscendo che, territorialmente, si tratta di un paese di grandi dimensioni. Quando l’Unione Sovietica collassò nel 1991, l’Ucraina emerse insieme ad altri 14 nuovi stati indipendenti. I suoi confini comprendevano 233.000 miglia quadrate, equivalenti all’intero New England (Maine, Vermont, New Hampshire, Massachusetts, Rhode Island e Connecticut), più New York, Pennsylvania, Virginia e Maryland.

Nel 2014, Putin ha annesso la Crimea, insieme a parti di altre due province, Donetsk e Luhansk, circa 17.000 miglia quadrate di territorio. Nel febbraio 2022, gli eserciti di Putin hanno lanciato un’invasione su vasta scala con l’obiettivo di conquistare il resto del paese. Negli ultimi tre anni e mezzo, le sue truppe sono riuscite a prendere il controllo della maggior parte di due province adiacenti (Luhansk e Donetsk) e di circa due terzi di altre due province (Zaporizhzhia e Kherson), che forniscono un ponte terrestre dalla Russia alla Crimea e alla principale base navale russa di Sebastopoli.

In quanto persona che ha iniziato la sua vita professionale nell’immobiliare nel Queens e a Manhattan, il Presidente Trump si è presentato all’incontro con Zelensky e i leader europei preparato a parlare di “scambi di territori” come parte di un potenziale “accordo di pace”. La sua mappa mostra in rosso, in modo prominente, la percentuale di ciascuna provincia attualmente controllata dalle truppe russe.

La Mappa 3 illustra cosa significherebbe per Zelensky accettare la richiesta di Putin di cedere il restante quarto di Donetsk che le truppe russe non sono ancora riuscite a conquistare. Su una mappa degli Stati Uniti, questo equivarrebbe allo stato del Delaware.

Mentre Putin continua a chiedere che l’Ucraina riconosca formalmente l’annessione russa del territorio occupato, Zelensky e i suoi colleghi hanno insistito sul fatto che, anche se costretti ad accettare il controllo attuale di quei territori da parte russa, non rinunceranno mai alla loro pretesa di recuperare ogni centimetro delle loro terre riconosciute a livello internazionale. Ricordano alla comunità internazionale che alla fine della Seconda Guerra Mondiale, la Germania fu divisa, con la Germania Est che rimase sotto l’occupazione sovietica, e che quando la Guerra di Corea terminò con un armistizio nel 1953, il regime di Kim rimase in possesso della Corea del Nord.

Tuttavia, né la Germania Ovest né la Corea del Sud rinunciarono alle loro aspirazioni e pretese di recuperare le terre occupate. D’altro canto, i russi ci ricordano che alla fine della Seconda Guerra Mondiale, l’Unione Sovietica aveva acquisito circa il 10% del territorio finlandese pre-bellico in seguito alla Guerra Russo-Finnica. Per un decennio dopo la guerra, i finlandesi discussero la riunificazione. Tuttavia, alla fine rinunciarono a queste pretese e si concentrarono invece sul diventare il miracolo moderno che sono oggi.

Se la sanguinosa guerra in Ucraina giungerà a una fine nel prossimo futuro resta da vedere. Ma se ciò accadrà, due fatti brutali sono quasi certi.

Primo, la Russia continuerà a occupare circa il 20% della terra che precedentemente apparteneva all’Ucraina; secondo, l’Ucraina non rinuncerà alla sua pretesa di recuperare la sua terra.

La questione che questo esercizio cartografico mette a fuoco è: quanto dovrebbero importare agli ucraini le differenze tra le opzioni fattibili che affrontano oggi? Se partiamo dal fatto che recuperare l’equivalente del New England settentrionale ora non è un’opzione realistica, la questione operativa è quanto dovrebbero preoccuparsi dell’ulteriore perdita del Delaware?

Se la Russia fosse disposta a ritirarsi, in cambio, di 400 miglia quadrate di territorio che attualmente controlla a Sumy e Kharkiv, un’area leggermente più grande di Cape Cod, questa non sarebbe certo una compensazione equa. Ma se l’alternativa per l’Ucraina è continuare una guerra in cui, alla fine di ogni mese, le forze russe hanno conquistato altre cento o duecento miglia quadrate di Ucraina, come è accaduto ogni mese di quest’anno, allora quale di queste opzioni spiacevoli offre la strada migliore da percorrere?

Celebrando la Festa dell’Indipendenza della sua nazione domenica scorsa, il Presidente Zelensky ha ribadito l’obiettivo del suo paese: costruire “un’Ucraina abbastanza forte e potente da vivere in sicurezza e pace”. La questione che il suo governo affronta ora è se accettare un’opzione che porrà fine alla guerra più rapidamente, con tutti gli oneri che ciò comporta, o continuare a combattere e rischiare di perdere più combattenti, cittadini e territorio. Avendo dimostrato una volontà così straordinaria di combattere e sconfiggere il tentativo di Putin di cancellare il loro paese dalla mappa, la scelta spetta meritatamente all’Ucraina.

A questo punto, Zelensky è concentrato come un raggio laser sulla questione molto più critica delle garanzie di sicurezza da parte dell’Europa e degli Stati Uniti, per assicurare che qualsiasi “accordo” per porre fine all’attuale guerra calda non sia semplicemente un’intermissione in cui la Russia si prepara per il prossimo attacco.

Per quanto io desideri che accordi di sicurezza efficaci siano politicamente fattibili in Europa e negli Stati Uniti, resto scettico. Tuttavia, scommetto che se un’iniziativa congiunta USA-Europa potesse fornire ragionevoli garanzie per un armistizio sostenibile, il governo ucraino troverebbe un modo per scambiare il controllo temporaneo del territorio con la pace.

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28/07/2025

Thailandia-Cambogia, annunciato accordo per tregua immediata

Thailandia e Cambogia hanno concordato un cessate il fuoco immediato e incondizionato per fermare gli scontri armati iniziati il 24 luglio in una zona di confine contesa. L’intesa, mediata dalla Malesia e annunciata oggi, lunedì 28 luglio, nella residenza del premier malese Anwar Ibrahim vicino Kuala Lumpur, entrerà in vigore a mezzanotte (le 19 in Italia).

I primi ministri Hun Manet e Phumtham Wechayachai si sono impegnati a proseguire il dialogo per una soluzione definitiva.

Il conflitto, causato da una disputa storica su templi indù contesi, ha provocato oltre 30 morti e 180.000 sfollati. Fonte

27/07/2025

Cambogia-Thailandia, i motivi della nuova guerra in Asia


Proseguono gli scontri armati al confine tra Thailandia e Cambogia, con diversi colpi di artiglieria sparati da entrambi gli eserciti in ben 12 punti della frontiera. Ieri il bilancio degli scontri e dei bombardamenti più intensi dal 2011 era stato di 12 morti thailandesi e centinaia di feriti. Finora oltre 120 mila persone sono state evacuate dalle zone interessate dai combattimenti. Oggi il conteggio è salito a 19 morti thailandesi – di cui 13 civili e 6 militari – ed uno cambogiano.

L’esercito thailandese ha riferito di scontri avvenuti prima dell’alba nelle province di Ubon Ratchathani e Surin. La Cambogia avrebbe utilizzato artiglieria e sistemi missilistici BM-21 di fabbricazione russa, e la Thailandia avrebbe risposto al fuoco.

Le versioni dei due governi sulla scintilla che ha scatenato la nuova fiammata di violenza ovviamente sono opposte. Stando a quella di Bangkok, sei soldati cambogiani, uno dei quali armato di lanciarazzi, si sarebbero avvicinati alla frontiera e avrebbero aperto il fuoco dando il via a una sparatoria che poi è degenerata in scontro aperto.
Phnom Penh afferma invece che i militari cambogiani avrebbero agito per “autodifesa”, in risposta a un’incursione “ingiustificata” dei thailandesi.

In seguito le forze cambogiane avrebbero sparato una raffica di razzi, uno dei quali ha colpito una stazione di rifornimento in territorio thailandese. Bangkok avrebbe a quel punto fatto decollare sei caccia F-16 allo scopo di colpire vari obiettivi militari in Cambogia, due dei quali sarebbero stati abbattuti dall’anti-aerea di Phnom Penh che ha risposto con vari colpi di artiglieria contro una base militare oltreconfine. Il bombardamento avrebbe però colpito un ospedale e varie abitazioni, uccidendo 11 civili e un militare.

Dopo alcuni anni di relativa calma, il conflitto per il controllo di una porzione contesa di frontiera, contigua al cosiddetto “triangolo dello smeraldo”, era già esploso a maggio quando un breve scontro a fuoco tra i rispettivi militari aveva provocato la morte di un soldato cambogiano.

Lo scontro tra Phnom Penh e Bangkok risale all’epoca del tracciamento dei confini da parte dei colonizzatori francesi che creò una contesa sul possesso di alcune aree di un confine lungo 820 km. La prima divisione avvenne nel 1907 quando la Francia, che occupava la Cambogia, tracciò un confine mai accettato dalla Thailandia. Alcune delle aree rivendicate da entrambi i paesi sono piene di templi di grande valore storico, artistico e religioso, ed ovviamente simbolico.

Dopo il ritiro della Francia dall’area, nel 1953, la Cambogia si rivolse alla Corte di giustizia internazionale, che nel 1963 e di nuovo nel 2013 le diede ragione. Ma la decisione non fu accettata dalla Thailandia che non riconosce la giurisdizione dell’organismo internazionale. Nel 2008 la tensione sfociò in un violento scontro armato, che si protrasse per tre anni e causò la morte di 28 persone.

Ma dietro la nuova guerra ci sono anche motivazioni di altro tipo oltre a quelle legate all’annosa disputa territoriale: interessi economici legati allo sfruttamento di giacimenti di petrolio e di gas ancora inesplorati, ma anche ai casinò dislocati lungo la frontiera; l’intreccio di relazioni politiche e d’affari tra due famiglie storicamente alleate, gli Hun e gli Shinawatra; i rapporti di potere all’interno delle forze armate.

A Bangkok il potere è stato per un anno in mano alla 38enne Paetongtarn Shinawatra, figlia dell’ex primo ministro e tycoon delle telecomunicazioni Thaksin, che dopo essere stato deposto da un colpo di stato militare nel 2006 trovò asilo proprio nella confinante Cambogia. Ad accoglierlo fu Hun Sen, padre dell’attuale premier Hun Manet, che poi nominò il politico thailandese suo consigliere economico causando una crisi diplomatica con il regime militare insediatosi a Bangkok.

Un nuovo conflitto politico e diplomatico è esploso nelle scorse settimane a causa della diffusione dell’audio di una telefonata tra la premier Paetongtarn Shinawatra e Hun Sen, realizzata per abbassare la tensione tra i due paesi dopo lo scontro a fuoco di maggio. Nella registrazione si sente l’allora premier thailandese rivolgersi in maniera deferente al politico cambogiano con l’appellativo di “zio” e pronunciare delle critiche alla condotta dei propri militari, in particolare al capo del Comando nordorientale dell’Esercito Thailandese Boonsin Phadklang, responsabile delle truppe che avevano aperto il fuoco contro una pattuglia cambogiana al confine.

L’audio della chiamata fu però diffuso via social proprio da Hun Sen, che evidentemente voleva utilizzarla per indebolire la giunta militare thailandese. A Bangkok si scatena un terremoto politico: prima il partito di destra “Orgoglio Thai” esce dalla maggioranza di governo, poi 36 senatori denunciano la premier Shinawatra che viene sospesa in attesa del pronunciamento della Corte Costituzionale.

Secondo vari analisti, Hun Sen avrebbe diffuso la registrazione della compromettente telefonata per vendicarsi nei confronti della famiglia Shinawatra, inadempiente rispetto alla promessa di accelerare i negoziati sulla definizione della cosiddetta “Area di rivendicazioni sovrapposte”, una zona di 26 mila km quadrati nel Golfo della Thailandia che secondo le stime ospita giacimenti di gas e petrolio finora non sfruttati del valore di 300 miliardi.

Il cambogiano Hun Sen, inoltre, sarebbe stato fortemente irritato da una legge, approvata dal governo di Bangkok a marzo, che legalizza i casinò e consente la realizzazione di alcune case da gioco anche nella regione del “Corridoio economico orientale”, al confine con il vicino. In Cambogia il gioco d’azzardo è legale da tempo solo per i turisti stranieri ma è vietato ai residenti locali, e i casinò cambogiani sono frequentati quindi soprattutto da visitatori cinesi e thailandesi che a questo punto però avranno a disposizione anche quelli aperti nel territorio di Bangkok. La concorrenza thailandese danneggerà un settore economico che rappresenta addirittura, secondo le stime, una quota tra il 5 e il 10% del Pil nazionale cambogiano.

Al centro della contesa tra i due paesi ci sono anche i “centri truffa”, strutture illegali gestite da gruppi criminali che operano in vari paesi del Sud-est asiatico per condurre frodi online, scommesse clandestine, falsi investimenti, furti di criptovalute ecc. Negli ultimi anni, anche a causa della repressione operata dalla giunta militare thailandese in collaborazione con Pechino, molte di queste attività si sono spostate in Cambogia grazie alla tolleranza del governo locale. Nei mesi scorsi, dopo il rapimento di un attore cinese da parte di una gang, le autorità thailandesi hanno preso di mira anche i centri truffa insediati in territorio cambogiano, tagliando ad esempio le connessioni dati verso la provincia cambogiana di Sa Kaeo.

Insomma i motivi di attrito tra Phnom Penh e Bangkok sono numerosi e si sovrappongono alla contesa territoriale che già in passato è sfociata in scontro armato, anche a causa del protagonismo di alcuni comandanti dell’esercito che tentano di utilizzare l’escalation per farsi strada nelle rispettive nomenklature militari o di accrescere il proprio ruolo per contestare i rispettivi governi.

Ad esempio in Cambogia alcuni generali della vecchia guardia, protagonisti della guerra contro i “khmer rossi”, sarebbero insoddisfatti delle riforme promesse dal premier Hun Manet, e starebbero cercando di indebolirlo proprio aumentando la tensione con la Thailandia.

Nelle ultime ore i governi dei due regni stanno apparentemente tentando di contenere gli scontri e di bloccare l’escalation. Uno scontro frontale avvantaggerebbe sicuramente Bangkok, che dispone di un esercito più numeroso e meglio equipaggiato.

Mentre oggi il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha indetto una riunione d’emergenza per affrontare la crisi gli Stati Uniti, da lungo tempo alleati della Thailandia, hanno chiesto la cessazione immediata delle ostilità. Anche la Cina, stretto alleato della Cambogia, ha dichiarato di essere profondamente preoccupata per il conflitto in corso e di sperare che entrambi i Paesi «risolvano adeguatamente la loro controversia attraverso il dialogo».

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24/07/2025

Thailandia e Cambogia ai ferri corti

Nuova fiammata tra i due paesi asiatici dopo decenni di tensione causati dalle opposte rivendicazioni sulla frontiera comune, lunga oltre 800 km, tracciata dai colonizzatori ai tempi della dominazione francese.

Nei giorni scorsi i due paesi avevano già interrotto parzialmente le relazioni diplomatiche portandole al livello minimo. La Thailandia ha richiamato il proprio ambasciatore in Cambogia, Tull Traisorat, ed ha annunciato l’espulsione dell’ambasciatore cambogiano a Bangkok, Hun Saroeun.

La misura è stata adottata dopo che il Ministero degli Esteri thailandese ha protestato con i propri vicini accusandoli di aver piazzato recentemente nuove mine in alcuni tratti della frontiera nel cosiddetto “Triangolo di Smeraldo”, che unisce Cambogia, Laos e Thailandia, causando il ferimento di un proprio militare.

La Cambogia però nega ogni addebito ed anzi accusa le truppe di Bangkok di aver violato la propria integrità territoriale. Phnom Penh ha deciso lo stop alle importazioni di frutta e verdura dalla Thailandia e messo al bando i film thailandesi.

Nelle ultime ore però la situazione sembra essere ulteriormente degenerata, dando vita a una crisi che sembra la più grave dal periodo 2008-2011, quando complessivamente gli scontri causarono la morte di 28 persone.

Già a maggio un soldato cambogiano era stato ucciso in uno scontro armato in una zona rivendicata da entrambi i regni asiatici. Nei giorni scorsi si sono verificati nuovi scontri a fuoco in diverse delle zone di confine contese, e la Thailandia ha deciso di chiudere tutti i varchi di accesso alla Cambogia.

Ieri poi cinque soldati di Bangkok sono rimasti feriti, uno in modo grave, dall’esplosione di una mina. Stamattina gli scontri si sono fatti molto più intensi. L’esercito thailandese ha informato di aver realizzato alcuni attacchi aerei su obiettivi cambogiani dopo che le forze di Phnom Penh hanno aperto il fuoco contro una base militare vicina ad un tempio a Prasat Ta Muen Thom, uccidendo 12 persone, 11 civili e un militare.

Secondo il Ministero della Difesa di Phnom Penh, l’aviazione nemica avrebbe bombardato una strada vicino all’antico tempio di Preah Vihear, assegnato alla Cambogia nel 1962 da una sentenza della Corte internazionale di giustizia dell’Aja ribadita nel 2013.

L’escalation in atto giunge dopo che la premier della Thailandia Paetongtarn Shinawatra, che è anche ministro della Cultura, è stata sospesa dai suoi incarichi per ordine della Corte Costituzionale dopo che a giugno è trapelata una controversa telefonata tra lei e il presidente del Senato cambogiano Hun Sen, in cui contestava l’operato dell’esercito thailandese nella disputa.

L’escalation ha causato “forte preoccupazione” in Cina. I due Paesi sono «amici della Cina e membri importanti dell’Asean», ha ricordato il portavoce del ministero degli Esteri di Pechino, Guo Jiakun, insistendo sulla necessità di «gestire in modo adeguato le divergenze». «Siamo molto preoccupati per gli sviluppi e auspichiamo che entrambe le parti affrontino i problemi tramite dialogo e consultazioni», ha aggiunto, offrendo la mediazione di Pechino.

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30/04/2025

Kashmir: quinta notte di scontri al confine tra Pakistan e India

Per la quinta notte consecutiva i militari di India e Pakistan si sono scambiati colpi di arma da fuoco lungo la Linea di controllo (Loc), il confine de facto nella regione contesa del Kashmir.

Lo hanno riferito le forze armate di Nuova Delhi, segnalando sparatorie nei distretti di Kupwara e Baramulla e nel settore di Akhnoor. Le tensioni tra i due Paesi, entrambi dotati di arsenali nucleari, sono di nuovo esplose dopo l’attacco terroristico che il 22 aprile scorso ha provocato la morte di 26 persone (per lo più turisti) a Pahalgam, nel Territorio di Jammu e Kashmir occupato dall’India.

In seguito all’attentato si è aperta una nuova grave crisi diplomatica tra l’India e il Pakistan, in conflitto dal 1947 per il controllo del Kashmir, dopo che Nuova Delhi ha accusato esplicitamente Islamabad di sostenere il terrorismo anti-indiano nella regione.

Il 23 aprile il Comitato di gabinetto per la sicurezza (Ccs) indiano ha adottato cinque misure: la sospensione con effetto immediato del Trattato delle acque dell’Indo (Iwt) del 1960; la chiusura con effetto immediato del posto di controllo integrato di Attari (con la possibilità di rientro dal varco entro il primo maggio per i connazionali); l’esclusione a tempo indeterminato dei cittadini pachistani dal regime di visti dell’Associazione sud-asiatica per la cooperazione regionale (Saarc) e l’obbligo di lasciare l’India entro 48 ore per quanti ne erano in possesso; l’ingiunzione ai consiglieri militari dell’ambasciata del Pakistan, dichiarati persone non gradite, a lasciare l’India entro una settimana, con il contestuale richiamo dei consiglieri militari indiani; il ridimensionamento degli organici delle rispettive ambasciate da 55 a 30 unità entro il primo maggio.

Il 24 aprile è stato il Comitato per la sicurezza nazionale (Nsc) del Pakistan a riunirsi. Islamabad ha respinto le accuse e l’annuncio di Nuova Delhi sul trattato Iwt, facendo presente che quell’accordo “non contiene alcuna disposizione per la sospensione unilaterale” e avvertendo che “qualsiasi tentativo di interrompere o deviare il flusso d’acqua di proprietà del Pakistan ai sensi del Trattato sulle acque dell’Indo, nonché l’usurpazione dei diritti delle rive inferiori, sarà considerato un atto di guerra”.

Il Pakistan ha annunciato che “eserciterà il diritto di sospendere tutti gli accordi bilaterali con l’India, tra cui, a titolo esemplificativo ma non esaustivo, l’Accordo di Simla, finché l’India non desisterà dal suo comportamento manifesto di fomentare il terrorismo all’interno del Pakistan, commettere omicidi transnazionali e non aderire al diritto internazionale e alle risoluzioni delle Nazioni Unite sul Kashmir”. L’Accordo di Simla del 1972 è quello che definisce la linea di controllo (Loc), la demarcazione militare, non coincidente col confine internazionale, che separa il territorio kashmiro controllato dall’India da quello controllato dal Pakistan.

In risposta a misure definite “belligeranti”, il Pakistan, a sua volta, ha annunciato l’immediata chiusura del valico di frontiera di Wagah, e la sospensione dei visti Saarc per i cittadini indiani, con la richiesta di lasciare il Paese entro 48 ore, fatta eccezione per i pellegrini sikh. Anche il Pakistan ha dichiarato persone non gradite i consiglieri militari presso l’ambasciata indiana imponendo loro di lasciare il Paese entro il 30 aprile, data entro la quale il personale indiano dovrà scendere a 30 unità. Il Pakistan, inoltre, ha chiuso il suo spazio aereo alle compagnie aeree di proprietà indiana o gestite dall’India e ha sospeso tutti gli scambi commerciali, compresi quelli da e verso Paesi terzi attraverso il Pakistan.

L’Esercito indiano ha riferito che da parte pachistana è stato violato il cessate il fuoco per quattro giorni consecutivi, l’ultima volta nella notte tra il 27 e il 28 aprile. Le violazioni sarebbero avvenute in vari punti della linea di controllo e le truppe indiane hanno risposto “efficacemente”.

Per quanto riguarda le indagini, l’Agenzia investigativa nazionale (Nia) indiana ha elaborato tre identikit; secondo quanto riferito dalla polizia, i tre sospettati sarebbero tutti collegati al gruppo terroristico “Lashkar-e-Taiba” (“Esercito del bene” o “Esercito dei giusti”, attivo in Kashmir e protetto dal Pakistan) e almeno due sarebbero stranieri.

Finora le forze di sicurezza indiane hanno effettuato centinaia di fermi ed interrogatori ed hanno raso al suolo le abitazioni di diversi presunti terroristi.

Nuova Delhi ha ordinato alla portaerei Vikrant, inviata il 23 aprile in direzione delle acque territoriali del Pakistan, di tornare nel porto di Karwar.

Da parte sua il Ministro della Difesa pakistano Khawaja Asif ha però sostenuto che persiste la possibilità che si arrivi ad uno scontro militare diretto tra i due paesi. Le autorità del Pakistan affermano di temere un’incursione armata “imminente” da parte delle forze armate indiane.

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28/04/2025

Si alza la tensione nel Mar Cinese Meridionale


I media cinesi lo scorso giovedì hanno riportato la notizia che la guardia costiera del Dragone “ha implementato il controllo marittimo ed esercitato la giurisdizione sovrana” sulla piccola isola di Sandy Cay. Una foto mostra alcuni ufficiali che tengono la bandiera della Cina su quel piccolo affioramento che fa parte dell’arcipelago Spratly, nel Mar Cinese Meridionale.

I marinai cinesi avrebbero ripulito l’isola da rifiuti e detriti vari, ma vi si sarebbero recati anche “per raccogliere prove video di attività illegali rilevanti da parte delle Filippine”. Sandy Cay è sostanzialmente un banco di sabbia di un paio di centinaia di metri quadrati, ma la sovranità su di esso è contestata tra vari attori regionali, e oggi si trova al crocevia di importanti interessi geopolitici.

L’isola si trova vicina a Subi Reef, un atollo su cui Pechino è intervenuta artificialmente per renderlo adatto a posizionarvi installazioni militari. Anche Taiwan considera parte del proprio territorio alcune isole vicine, ma il nodo che solleva Sandy Cay riguarda soprattutto il rapporto cinese con le Filippine, e non solo per i diritti rivendicati su quelli che sono poco più che scogli.

A pochi chilometri da Sandy Cay, infatti, si trova l’isola di Thitu, che ospita il più importante avamposto militare di Manila nel Mar Cinese Meridionale. Secondo il diritto internazionale, essendo Sandy Cay una lingua di sabbia naturale, se considerata come territorio del Dragone allora l’isola di Thitu si troverebbe entro le 12 miglia nautiche del suo mare territoriale.

Una mossa del genere, svoltasi probabilmente a inizio del mese, non arriva ovviamente priva di motivazioni. Dal 21 aprile al 9 maggio le forze armate filippine stanno portando avanti l’annuale esercitazione militare con le forze statunitensi, denominata Balikatan. L’arcipelago Spratly ne è largamente interessato.

Già negli scorsi anni c’erano state una sorta di scaramucce tra le navi cinesi e quelle filippine intorno a Sandy Cay. Con la presidenza di Ferdinand Marcos Jr. i rapporti tra Manila e Washington sono andati stringendosi nuovamente, e il paese insulare si è preoccupato che la Cina non portasse avanti opere artificiali di ampliamento di quella striscia di sabbia, per renderla una nuova base.

Da parte del Dragone, invece, la minaccia è avvertita nel fatto che le forze filippine e statunitensi eseguiranno la prima simulazione di battaglia completa per punti critici come Taiwan e il Mar Cinese Meridionale – dove ricordiamo che passa una fetta importante del commercio mondiale, assumendo un’importanza non solo geopolitica ma anche economica.

Inoltre, per la seconda volta dopo un test presso le Hawaii e per la prima volta al di fuori del territorio USA, verrà utilizzato il MADIS, un sistema terra-aria a corto raggio per il rilevamento e la neutralizzazione di sistemi aerei senza pilota, cioè di droni. L’obiettivo dei marines è di schierarne ben 195 entro il 2035, e ciò significa un’ulteriore militarizzazione dell’Indo-Pacifico.

James Hewitt, portavoce del Consiglio per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, riguardo alla vicenda cinese di Sandy Cay, ha dichiarato che “azioni come queste minacciano la stabilità regionale e violano il diritto internazionale”, e che si stanno consultando con i partner regionali per capire gli sviluppi della vicenda, con Manila che potrebbe voler rispondere in qualche modo.

Liu Dejun, portavoce della guardia costiera cinese, ha affermato che il corpo di cui è parte “continuerà a svolgere attività di protezione dei diritti e di applicazione della legge nelle acque sotto la giurisdizione della Cina in conformità con la legge e a salvaguardare risolutamente la sovranità territoriale del paese e i diritti e gli interessi marittimi”.

Continuano gli attriti in quello che molti analisti considerano come il più pericoloso e concreto teatro per una possibile precipitazione militare del rapporto tra Pechino e Washington.

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16/04/2025

L’Asia agli asiatici

Se è vero che la dottrina Monroe (riassunta nello slogan “L’America agli americani”) è uno dei fondamenti ideologici delle politiche di Donald Trump, è altrettanto vero che la Cina guarda anzitutto all’Asia, e in particolare alla sua “periferia”, per espandere e rafforzare legami commerciali e di sicurezza.

Per provare a costruire una comunità di libero scambio che possa mantenere più o meno inalterato il suo surplus commerciale (992 miliardi di USD nel 2024), in attesa che la domanda interna contribuisca maggiormente alla crescita del paese, e per migliorare le relazioni anche con i paesi dell’area sedi di basi militari statunitensi (Giappone, Corea del Sud, Singapore), per allontanare lo spettro di uno scontro nel Pacifico.

Aumentare e mantenere fluidi gli scambi tra gli stati dell’Associazione delle nazioni del Sud-est asiatico (Asean) e della Regional Comprehensive Economic Partnership (Rcep) per Pechino ha dunque una duplice valenza strategica: economica e di sicurezza, come evidenziato dai discorsi che Xi Jinping sta pronunciando durante le sue visite di stato in Vietnam, Malesia e Cambogia.

I vicini asiatici – in particolare i dieci membri dell’Associazione delle nazioni del Sud-est asiatico (oltre al Giappone e la Corea del Sud) – rappresentano quelli con cui la diplomazia e la leadership cinese puntano a rafforzare ulteriormente la cooperazione per minimizzare gli effetti del protezionismo di Donald Trump.

Questa strategia, delineata da Pechino da diversi anni (in risposta al ‘Pivot to Asia’ obamiano del 2011) è diventata più urgente dopo l’imposizione di dazi sulle importazioni cinesi che il presidente degli Stati Uniti ha elevato fino al 145 per cento (la rappresaglia di Pechino si è fermata al 125 per cento, ndr).

Non a caso il primo viaggio all’estero del 2025 (14-18 aprile) ha portato Xi Jinping in tre stati dell’Asean: Vietnam, Malesia e Cambogia. La Cina e l’Asean sono stati il primo partner commerciale l’una dell’altro negli ultimi cinque anni, con un interscambio di 953 miliardi di dollari nel 2024, quasi il doppio dei 582 miliardi tra Cina e Stati Uniti.

Se le tariffe sul made in China dovessero essere confermate al livello attuale o comunque mantenute molto alte, secondo le prime stime Pechino avrà bisogno di uno-due anni per riassorbire la perdita di tutti o parte dei 439 miliardi di USD ricavati dalle esportazioni negli Usa nel 2024.

Incontrando ad Hanoi il segretario generale del partito comunista, To Lam, Xi ha parlato di un mondo «turbolento che sta cambiando», invitando il Vietnam a rafforzare il legami con la Cina non solo nelle catene di fornitura e nell’industria, ma anche nella sicurezza.

Pechino vede il Pacifico anche come il terreno di un possibile scontro futuro con gli Usa e, in quest’ottica, il presidente cinese ha auspicato col Vietnam un coordinamento strategico “3+3”: su diplomazia, difesa e sicurezza pubblica.

Quasi tutti i paesi dell’Asean si sono finora tenuti in equilibrio tra Usa e Cina. I dazi di Trump avranno l’effetto di avvicinarli maggiormente a Pechino, che propone, tra l’altro, di potenziare la Rcep (della quale fanno parte, oltre all’Asean, anche Cina, Giappone e Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda: 15 paesi in tutto, che ospitano il 30 per cento della popolazione e producono il 30 per cento del Pil globale)?

Nella seconda tappa del suo viaggio, a Kuala Lumpur, Xi ha esortato Cina e Malesia a:
promuovere una cooperazione di alta qualità nell’ambito della Belt and Road Initiative e a rafforzare la cooperazione nelle catene industriali e di approvvigionamento. Le due parti devono sostenere il sistema commerciale multilaterale, mantenere stabili le catene industriali e di approvvigionamento globali e preservare un ambiente internazionale di apertura e cooperazione.

La Cina collaborerà con la Malesia e gli altri paesi dell’Asean per contrastare le correnti sotterranee di scontro geopolitico e di schieramento, nonché le controcorrenti di unilateralismo e protezionismo. La cooperazione Cina-Asean è la più orientata ai risultati e la più produttiva nella regione, la Cina sostiene fermamente l’unità e la costruzione della comunità dell’Asean e ne sostiene la centralità nell’architettura regionale.
I suoi vicini asiatici potrebbero assecondare la strategia di Pechino, trattandosi in molti casi di paesi esportatori, in particolare di prodotti tecnologici, pesantemente colpiti dai dazi di Trump, come riassunto nel seguente grafico.


Tuttavia Pechino è anche alle prese con una serie di annose controversie territoriali con alcuni paesi dell’Asean. In base al “confine” della cosiddetta “Nine Dash Line” (linea di nove tratti, ndr), la Cina rivendica la sovranità sul 90 per cento del Mar cinese meridionale (Mcm), fondamentale per la pesca di tanti paesi e i cui fondali sono ricchissimi di idrocarburi. Contenziosi che sono fonte di frizioni con le Filippine, il Vietnam la Malesia e Brunei.

Le Filippine, con le quali è più alta la tensione con la Cina sui territori contesi nel Mcm, hanno appena ricevuto dalla Corea del Sud la “Miguel Malvar”, una corvetta armata di missili, per difendere le loro rivendicazioni assieme agli alleati Usa.

Di fronte alla possibilità, offerta dal protezionismo di Trump, di rafforzare ulteriormente i legami con l’Asean, Pechino ha subito gettato acqua sul fuoco di queste dispute. Il presidente cinese ha invitato a «perseguire un modello di sicurezza per l’Asia che si basi sulla condivisione della prosperità come delle difficoltà, sulla ricerca di un terreno comune accantonando le differenze e dando priorità al dialogo e alla consultazione come supporto strategico».

La Cina si consola con il Pil a +5,4 per cento nel primo trimestre, in attesa della tempesta dei dazi

Il prodotto interno lordo della Cina è aumentato oltre le aspettative nel primo trimestre 2025: +5,4 per cento, in linea con l’obiettivo indicato dal governo di raggiungere quest’anno una crescita “intorno al 5 per cento”. Nel frattempo però, questo mese, è cambiato il mondo, con la guerra commerciale senza precedenti dichiarata alla Cina dagli Stati Uniti.

Dunque nel nuovo contesto internazionale segnato dai dazi (145 per centro quelli contro le importazioni cinesi negli Usa) raggiungere una crescita intorno al 5 per cento richiederebbe un forte stimolo fiscale. Per capire le intenzioni di Pechino in proposito bisognerà attendere la riunione del mese prossimo dell’ufficio politico del Partito comunista cinese.

Sheng Laiyun, vicedirettore dell’Ufficio nazionale di statistica (Nbs), nell’annunciare oggi i dati relativi al periodo gennaio-marzo 2025 ha affermato che l’economia «ha avuto un avvio positivo e costante e ha mantenuto lo slancio di ripresa, con l’innovazione che gioca un ruolo sempre più determinante».

Sheng ha però avvertito che «il contesto esterno sta diventando più complesso e grave, la spinta alla crescita della domanda interna effettiva è insufficiente e le basi per una ripresa economica e una crescita sostenute devono ancora essere consolidate».

«Dobbiamo attuare politiche macroeconomiche più proattive ed efficaci, espandere e rafforzare l’economia interna, stimolare appieno la vitalità delle entità di mercato di ogni tipo e rispondere attivamente alle incertezze del contesto esterno», ha aggiunto Sheng.

Il Nbs ha reso noto che le vendite al dettaglio sono aumentate del 5,9 per cento su base annua a marzo, rispetto alla crescita del 4 per cento registrata nei primi due mesi.

È nella domanda interna, in particolare nei consumi, che Pechino ripone grande speranza per trainare la crescita economica quest’anno, in un contesto nel quale è altamente improbabile che la Cina raggiunga un surplus commerciale simile a quello del 2024 (992 miliardi di USD). Nel tentativo di stimolare la domanda interna, il mese scorso governo ha varato un piano in 30 punti volto a stimolare la spesa dei consumatori.

Zhang Zhiwei, presidente e capo economista di Pinpoint Asset Management, ha avvertito che, sebbene l’economia abbia superato le previsioni nel rimo trimestre, «i danni della guerra commerciale si faranno sentire nei dati macroeconomici del mese prossimo». «Le catene di approvvigionamento sono interrotte e probabilmente si manifesteranno effetti a catena in molti paesi. L’incertezza è estremamente elevata per aziende e investitori», ha sostenuto Zhang.

Gli investimenti in capitale fisso da gennaio a marzo sono aumentati del 4,2 per cento rispetto all’anno precedente, a fronte di un aumento del 4,1 per cento nei primi due mesi. Persiste la crisi immobiliare, con gli investimenti nel settore che sono diminuiti del 9,9 per cento nel primo trimestre, rispetto a un calo del 9,8 per cento nei primi due mesi.

Gli investimenti privati, un indicatore della fiducia degli investitori, sono cresciuti dello 0,4 per cento nel primo trimestre del 2025.

Gary Ng, economista di Natixis, ha avvertito che «la persistente pressione sul settore immobiliare e la geopolitica causeranno un rallentamento nei prossimi trimestri. A meno che i tassi di interesse non scendano ulteriormente con un maggiore stimolo fiscale dal lato della domanda, la ripresa potrebbe non durare».

Goldman Sachs ha dichiarato giovedì in una nota che Pechino dovrebbe intensificare le misure di allentamento monetario nel corso dell’anno, con tagli dei tassi di interesse pari a 60 punti base e un ulteriore aumento del deficit fiscale (già portato nel 2025 al 4 per cento dal governo).

Tuttavia – a giudizio della banca d’investimento – «è improbabile che anche queste significative misure di allentamento possano compensare completamente gli effetti negativi dei dazi». La banca d’affari Usa ha abbassato le previsioni di crescita del Pil per la Cina al 4 per cento nel 2025 e al 3,5 per cento nel 2026, in entrambi i casi in calo di 0,5 punti percentuali rispetto alle precedenti previsioni.

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09/02/2025

Zelenskij a Kiev serve ormai solo agli appelli bellicisti di Bruxelles

Per quanto riportate in pochi frammenti su alcuni quotidiani, le parole pronunciate nei giorni scorsi a Marsiglia da Sergio Mattarella qualche spazio di riflessione (e di interpretazione) lo lasciano. Ad esempio, il Presidente della repubblica, ricordando le vicende degli anni ’30 e associando le nefandezze del Terzo Reich hitleriano alle odierne azioni della Russia, dice di voler mettere in guardia dal ripetere strategie che non funzionarono nel 1938, poiché se quelle di allora «furono guerre di conquista», quelle odierne di Mosca seguono lo stesso solco e «l’odierna aggressione russa all’ucraina è di questa natura».

Cosa significa?

Alle strategie che non funzionarono nel 1938 – cioè il cosiddetto “appeasement” voluto da Gran Bretagna e Francia che, a ben guardare, risaliva al patto di Locarno del 1925, anche quello teso a spostare da ovest a est la direzione espansiva del revanscismo tedesco – per indirizzare l’aggressione di nazismo hitleriano e fascismo mussoliniano contro l’Unione Sovietica, corrisponderebbe oggi la ricerca di soluzioni “non belliche” per metter fine al conflitto in Ucraina.

A rigor di logica, dunque, un eventuale compromesso sulle prospettive di pace, oggi, non sarebbe altro che una ripetizione del “patto di Monaco” del 1938, con cui veniva disintegrata la Cecoslovacchia.

Diciamo però che i piani di spartizione dell’Ucraina esistono da tempo, ma provengono da tutt’altri soggetti che non quelli supposti da Mattarella. In ogni caso, secondo il presidente, nessun accomodamento dovrebbe quindi essere accettabile, dato che, come fu negli anni ’30, oggi «l’aggressione all’Ucraina è un progetto di conquista», proprio «come il progetto del Terzo Reich» cui – aggiungiamo noi – partecipò volentieri la “democratica Polonia“, con il benestare di Londra e Parigi.

Ne discende, ancora secondo logica, la “necessità” oggi di continuare la guerra «fino alla vittoria di Kiev»: lo esigono gli appetiti miliardari di quei «neo-feudatari del Terzo millennio» contro cui, a parole, pare scagliarsi la massima carica dello stato italiano.

Ne consegue anche che, come dice Sergio Mattarella, l’Europa «non può accontentarsi della prospettiva di un vassallaggio felice» all’ombra dello scudo USA-NATO, ma «deve scegliere tra l’essere protetta e l’essere protagonista».

Dunque, avanti con l’esercito europeo; avanti con le spese di guerra; avanti col rimpolpare le casse dei complessi militari-industriali euro-americani e col depredare quel che rimane di servizi pubblici, assistenza socio-sanitaria, istruzione, ecc., a danno delle condizioni di vita di operai, lavoratori e masse popolari in generale.

D’altra parte, quella indicata da Mattarella è proprio la linea su cui si muovono i guerrafondai di Bruxelles: sempre nuove sanzioni alla Russia (per quanto inefficaci), istituzione di un fantomatico “tribunale speciale” sui crimini (ovviamente russi) in Ucraina, riarmo a tutto spiano e niente tavoli di trattativa; tanto che ora, improvvisamente, pur di aumentare le spese che loro chiamano «per la difesa», ecco che sembra si possano aggirare con circensi escamotage i limiti imposti dagli stessi tagliagole di Bruxelles ai bilanci nazionali.

E sorvoliamo sui “tribunali” da istituire mentre si disconoscono quelli già esistenti...

Ma, “difesa” da chi? Ovviamente, dai «progetti di conquista» russi ai danni non più della sola Ucraina, ma dell’intero continente europeo. E ci sarebbe davvero urgenza di armarsi, ora e subito, finché il conflitto va avanti: se si dovesse arrivare a un cessate il fuoco, diventerebbe più “problematico” giustificare il riarmo (ma, non dubitiamo che si inventerebbero comunque un raggiro mediatico per “giustificare” le scelte) e far ingoiare alle masse i draconiani tagli sociali a favore dei profitti dei colossi della guerra.

E, però, cosa risponderebbero gli eredi dei komplizen filohitleriani che oggi occupano posti chiave a Bruxelles, nel caso Trump e Putin si sbarazzassero (a questo punto, anche donandogli una “pensione dorata” da qualche parte sul pianeta) del nazigolpista-capo Vladimir Zelenskij, con l’imporgli di indire elezioni dopo il cessate il fuoco e quale precondizione per trattative di pace, nonostante che, in base al passato decreto dello stesso Zelenskij, che nel frattempo ha prorogato lo stato di guerra fino al 9 maggio, queste non potrebbero tenersi?

Risponderebbero probabilmente che la “minaccia russa” rimarrebbe comunque tale, finché le “democratiche” armi occidentali non saranno riuscite a smembrare il paese in tanti piccoli feudi da assegnare a questa e quella delle “democrazie” che – a Monaco, nel 1938 – continuarono la politica interventistica lanciata vent’anni prima contro il “pericolo bolscevico”.

Ovvio che la Russia putiniana non abbia più nulla a che vedere con la Russia sovietica e con l’URSS, ma è l’effetto della parola che conta: la Russia, per definizione, è sempre quella che attacca: non lo insegnano, forse, i “martoriati” polacchi e i “lacrimevoli” baltici, oggi “cattedratici” di storia brevettata a uso e consumo di vomitevoli “risoluzioni” UE?

E, in presenza di un eventuale cessate il fuoco, o “congelamento” del conflitto, come si accorderebbero le parole del capo dello stato italiano sul non funzionamento di quello che, a suo dire, sarebbe una riproposizione del 1938?

Non a caso, mentre stanno precipitosamente esaurendosi i fondi yankee per finanziare la guerra, arriva da Mosca una flebile apertura alla possibilità di condurre trattative direttamente con Zelenskij, nonostante il Cremlino insista sulla sua illegittimità quale presidente ucraino.

In ogni caso, se davvero si arrivasse al voto, i candidati non mancano e, nelle condizioni dell’attuale Ucraina, appaiono tutti in grado di sorpassare in popolarità l’attuale presidente: Julija Timošenko, Petro Porošenko, il sindaco di Kiev Vitalij Klichkò, il pugile Aleksandr Ysik, il presidente della Rada Dmitrij Razumkov e, naturalmente, Valerij Zalužnyj e Kirill Budanov.

E vengono alla ribalta anche personaggi che, nel recente passato, hanno costruito le proprie fortune “politiche” sulla russofobia e che oggi, fuggiti all’estero, sono considerati “russofili”: Aleksej Arestovic, il co-fondatore del criminale “Mirotvorets” e oggi principale agitatore contro le retate dei distretti militari; ma anche Miroslav Oleško e poi Igor Mosijchuk e altri.

Tutti in grado di surclassare, nei favori dell’elettorato, Vladimir Zelenskij che, come nota opportunamente Aleksej Zot’ev sul Servizio analitico del Donbass, si è adattato così bene al ruolo assegnatogli dai tecnopolitici occidentali di “presidente di guerra”, che rimarrà tale nella storia dell’Ucraina, responsabile della morte di milioni di ucraini e della distruzione di centinaia di città e villaggi. E, in tale ruolo, continua ad apparire, nonostante tutto, anche ora, nel momento in cui, mentre il presidente USA, principale sponsor del conflitto, dice che è ora di farla finita, lui continua a parlare (sempre meno, in realtà) di guerra fino alla vittoria.

In questo senso, i piani per togliere di mezzo (in particolare, alimentandone il discredito con accuse di appropriazioni miliardarie) il «rappresentante ufficiale» della junta, come rivelato dall’Intelligence estera russa, non sono privi di fondamento e di logica. Zelenskij è consapevole del destino che lo attende, anche se però ne addossa la responsabilità a Mosca: «non rientro nei piani dei russi, che oggi hanno bisogno di un fantoccio a Kiev, come prima della guerra influenzavano il nostro parlamento e facevano di tutto per impedire all’Ucraina di scegliere finalmente il cammino europeo», ha detto qualche giorno fa al giornalista britannico Piers Morgan.

Ma è evidente come el jefe de la junta non rientri in realtà neanche nei piani USA, perché Trump – come Biden prima di lui – ha bisogno di una persona massimamente controllabile a Kiev. Con la differenza che Biden ne aveva bisogno per la guerra, mentre i piani geostrategici mondiali di Trump sono abbastanza diversi e il sostegno all’Ucraina, per lui, in questo momento, rappresenta tutt’altro che una priorità.

Me le affermazioni del capo dello stato italiano, così come le farneticazioni belliciste del duo von der Leyen-Kallas, si ridurrebbero forse addirittura a zero, nel caso andasse a compimento il progetto, da anni ventilato nelle capitali di varie nazioni più o meno “europeiste” – Romania, Ungheria, ma soprattutto Polonia – di riappropriarsi di grosse fette del territorio ucraino, a loro dire “arbitrariamente” sottratte nel 1945.

Cosa rimarrebbe da “difendere dall’aggressione russa” e come reagirebbero i patroni di quell’unione europea che «costituisce un punto di riferimento» per i suoi valori e che quindi «deve scegliere tra l’essere protetta e l’essere protagonista»?

Ma di questo un’altra volta.

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07/11/2024

L’aspirazione polacca a baluardo yankee in Europa include la sottomissione ucraina

Nelle more dei risultati definitivi d’Oltreoceano, può sembrare una bazzecola, quella di Kiev che tira per la giacchetta Varsavia per spingerla a unirsi alla crociata (armata) contro Mosca. O quantomeno, non è certo l’ultima novità.

Considerata però la nota pretesa polacca a ergersi a baluardo degli interessi yankee sul vecchio continente e la vittoria di Donald Trump, con una prevedibile diminuzione della presenza diretta (non parliamo della riduzione di basi o contingenti USA: per carità) americana in Europa, tra le opzioni che la Casa Bianca potrebbe non escludere, ci può essere anche quella di includere Varsavia, se non proprio in una guerra guerreggiata come quella in corso in Ucraina, quantomeno in un più massiccio coinvolgimento nella contrapposizione alla Russia, anche per alleggerire il fronte ucraino.

In questi giorni, a parlare delle mosse di Vladimir Zelenskij, è stato il Ministro degli esteri polacco Radoslaw Sikorski (non proprio un cherubino) con cui il nazigolpista-capo si era già scontrato nelle scorse settimane.

In sostanza, Sikorski ha detto che la questione dell’intercettazione di missili russi sullo spazio aereo ucraino, da parte di stati NATO, solleva complesse trattazioni sui limiti del diritto all’autodifesa: «Abbiamo il diritto di abbattere un missile solo dopo che ha oltrepassato il nostro confine? Non c’è dubbio, ma allora può accadere come nel 2022 a Przewodów: i frammenti possono causare danni significativi, feriti o addirittura morti».

Detta in modo diretto: Zelenskij, chiedendo lo spiegamento di sistemi antimissile in Romania e Polonia, per dar vita a una no fly zone sull’Ucraina occidentale, «vuole che la Polonia abbatta missili sull’Ucraina, vuole cioè che la Polonia entri in guerra, vuole cioè che la Polonia combatta con la Russia».

In ogni caso, il degno consorte della spudorata “storica” Anne Applebaum, non esclude che il tema venga discusso la settimana prossima all’incontro dei Ministri degli esteri col nuovo segretario NATO Mark Rutte; dunque, mentre parlano di “piani di pace” e “congelamento del conflitto”, di fatto la questione sollevata dalla junta nazigolpista non è ancora uscita dall’ordine del giorno USA-NATO.

Come che sia, ribadendo la mai realmente esistita amicizia polacco-ucraina, a Varsavia si sono dati un po’ tutti allo sport di inveire (a parole) contro l’Ucraina. Così, ha battuto sul tasto della guerra anche il vice primo ministro Krzysztof Gawkowski che, a Radio ZET, ha accusato Zelenskij di voler trascinare la Polonia in guerra contro la Russia e, ribadendo il concetto, quasi con le medesime parole di Sikorski, ha dichiarato: «Diciamo onestamente cosa vuole Zelenskij. Vuole che la Polonia lanci missili sull’Ucraina, il che significa che vuole che la Polonia entri in guerra, il che significa che vuole che la Polonia entri in guerra con la Russia. Con queste dichiarazioni, Zelenskij vuole trascinare la Polonia in guerra: una guerra con la Russia, con un Paese nucleare. Non sono d’accordo con queste dichiarazioni e Zelenskij è riuscito a dimenticare come la Polonia abbia aiutato l’Ucraina sin dal 2022».

Tra l’altro, le dichiarazioni di Sikorski arrivano a poche ore di distanza dalle accuse rivolte a un aperto russofobo quale l’ex Ministro della guerra Antoni Macierewicz, da parte della commissione che indaga sulla cosiddetta “influenza russa”, di essere stato per vent’anni un agente di Mosca.

Secondo la commissione, le ingerenze russe e bielorusse in Polonia consistevano in una «selezione impropria del personale nei settori regolamentati dallo Stato e nella creazione di condizioni che generavano corruzione in tutte le istituzioni, compresi esercito, polizia, intelligence, media, tribunali e procure». E tra i pesci più grossi rimasti nella rete ci sarebbe appunto Macierewicz, figura di spicco dell’ex partito di governo “Diritto e Giustizia” (PiS) e capo della commissione d’inchiesta sull’incidente aereo in cui era morto l’ex presidente Lech Kaczynski.

Appena poche ore e Sikorski, Ministro del nuovo governo liberal-europeista (ma PiS cos’era: una banda di bolscevichi??), urla che Macierewicz debba andare sotto processo e in galera. Ne vien fuori che i reazionari sanfedisti del PiS, e con loro l’attuale presidente Andrzej Duda (PiS) non erano altro che agenti di Mosca e che Macierewicz, il quale a suo tempo aveva accusato il Cremlino dell’incidente aereo sopra Smolensk, che poi aveva dato vita a un reparto speciale di truppe per “contrapporsi alla Russia”, che aveva chiesto il dispiegamento di divisioni americane in Polonia, che aveva accusato Mosca di aver creato il terrorismo islamico, proprio lui agiva su ordine di Mosca, al pari, dice ora il super-europeista premier Donald Tusk, del fondatore di PiS e fratello del defunto Lech Kaczynski, Jaroslaw.

Insomma: prima i sanfedisti di PiS creavano commissioni d’indagine sui liberali e ora sono i secondi a dar vita a indagini sui primi; indagini sull’influenza russa in Polonia, senza la quale, pare, la Rzeczpospolita – che sia la prima, la seconda o l’attuale – non ce la faccia proprio a proclamare la propria esistenza.

Tanto che, dichiarazioni di Sikorski o meno, Varsavia non perde occasione di affermare che continuerà «ad aiutare incondizionatamente per ogni dove, per far sì che la Russia perda la guerra», anche se ora, non sentendosi abbastanza ripagata in ringraziamenti da parte di Kiev e osservando la catastrofica situazione al fronte, rifiuta di consegnare a Kiev i propri vecchi MiG (mentre sta ammodernando il proprio arsenale) e invierà sì armi ai nazisti, ma solo dietro pagamento in contanti. O, per essere più precisi, d’ora in poi, ha detto chiaro e tondo Sikorski agli ucraini «Comprate a credito dalle fabbriche polacche e quando vi sarete rimessi in piedi, pagherete».

Ovvio che lo stesso marrano Sikorski non dice che la Polonia, per ogni singolo proiettile consegnato sinora all’Ucraina, è stata lautamente compensata con soldi occidentali. Ma i tempi sono cambiati, nota Odnarodina.ru: l’Ucraina è sempre più prossima al definitivo collasso («Per sconfiggere la Russia con le nostre forze» e dal momento che arrivano sempre meno armi dall’Occidente, ha dichiarato un veterano della vecchia “Operazione Anti-Terrorismo” in Donbass, Kiev deve sommergere il fronte «di “carne” arruolando 4 milioni di persone, di cui un milione rimarrà sul campo») e Varsavia non da ora sogna di accaparrarsi almeno la Galizia.

Ora, con la storia degli acquisti a credito, i polacchi cercheranno di rendere il prestito insostenibile per Kiev e, da bravi strozzini, si prenderanno il territorio.

E se Kiev, ha dichiarato il presidente polacco Andrzej Duda, non considera più Varsavia un partner chiave, poiché avrebbe ridotto di molto il volume di aiuti, questa è un’impudente menzogna e mera ingratitudine, dal momento che, dice Duda, sin dal 2022 la Polonia ha dato tutto quello che poteva, nella crociata anti-russa e ne è orgogliosa; ma oggi non è in grado di fare più nulla, perché non ha più nulla da dare a Kiev (almeno in armi moderne).

Su Radio PolSat, l’eurodeputato Stanislaw Tyszka è stato anche più esplicito, chiedendo di annullare ogni sussidio ai rifugiati ucraini perché, ha detto, «gli ucraini guidati da Zelenskij ci sputano in faccia, nonostante il loro paese sussista solo grazie agli aiuti polacchi».

La contesa – anche questa di vecchia data – si acuisce inoltre sullo sfondo della questione mai risolta della esumazione dei resti di decine di migliaia di polacchi trucidati nella Volynia dai banderisti ucraini filo-nazisti nel 1942-’43.

Kiev, ovviamente, non ci sente da quell’orecchio, nonostante le ripetute assicurazioni di pacificazione, sin di tempi della presidenza Porošenko; sotto la pressione dei neonazisti al potere, eredi di quei massacratori di OUN-UPA, non ha proprio alcuna intenzione di accontentare Varsavia: per un verso, perché la junta verrebbe presa a sprangate dagli stessi propri neonazisti che la sostengono e, per un altro, perché acconsentire alla richiesta polacca significherebbe ammettere i crimini commessi da coloro che oggi sono proclamati eroi nazionali.

Varsavia aspira al “premierato” militar-politico in Europa, sotto Presidenza yankee: con una buona fetta di territorio ucraino vorrebbe sentirsi maggiormente qualificata in cotanto ruolo.

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24/09/2024

“Schermaglie” territoriali e russofobia: il futuro dei rapporti tra Polonia e Ucraina

Trascorsa meno di una settimana dal “bisticcio” tra il nazigolpista-capo ucraino Vladimir Zelenskij e il marrano liberal-europeista (nel senso della scellerata risoluzione del 19.9.2019 su nazismo e comunismo) Ministro degli esteri polacco Radoslaw Sikorski, ecco che il secondo, non ancora soddisfatto del primo tenzone, torna alla carica.

Se la baruffa del 13 settembre verteva principalmente su temi “storico-territoriali”, l’uscita polacca del 19 settembre ha un carattere “attual-territoriale”. Senza entrare nei dettagli delle fantasie enunciate dal degno consorte della famigerata “storica” yankee Anne Applebaum, basti dire che Sikorski propone di porre la Crimea «sotto mandato ONU, con la missione di organizzare un referendum, dopo aver verificato quali siano i residenti legittimi, ecc.»: referendum, si presume, per decidere se la penisola debba andare all’Ucraina o alla Russia, come era stata fino al 1954 e come lo è di nuovo dal 2014.

Chiaro che il solo parlare di referendum e mandato ONU fa quantomeno sorridere a Mosca, dove si ricorda come nel 2014 quasi il 96% dei votanti avesse optato per l’unione alla Russia. Fa molto meno ridere i golpisti di Kiev che, all’ennesimo circo della “Strategia europea di Jalta”, contavano certo anche sulla voce polacca per ribadire l’omelia della “integrità territoriale ucraina”, con la Crimea inclusa. E invece, niente: mandato ONU per una ventina d’anni e poi... vedremo.

Se anche un “alleato fidato” di Kiev, quale la Polonia, che rifornisce l’Ucraina di armi e uomini per il fronte (il secondo più largo fornitore, dopo gli USA), prende le distanze dalle pretese della junta majdanista, significa che, con molta probabilità, per il tramite di Sikorski parla una determinata parte di Washington che è ormai stanca dell’Ucraina e della possibilità di ritrovarsi in guerra diretta con la Russia.

Ricordiamo però che nei rapporti polacco-ucraini non manca mai di tornare in superficie, ora più ora meno, la questione dei territori di confine, che ognuno rivendica come propri e, soprattutto da parte polacca, il ricordo dei massacri di Volynia perpetrati nel 1942-’43 dai collaborazionisti filonazisti ucraini di OUN-UPA, oggi sbandierati come eroi dalla Kiev majdanista.

Ed è principalmente su tali questioni che era scoppiata la schermaglia Sikorski-Zelenskij del 13 settembre scorso, nell’alimentare la baruffa era presente anche il Ministro degli esteri lituano Gabrielius Landsbergis

Ne ha parlato sulla rivista polacca Onet, organo semi-governativo polacco, l’ex diplomatico Witold Jurasz, elencando i diversi rimproveri mossi dall’ex (il mandato è scaduto lo scorso 20 maggio) presidente golpista al liberal-russofobo polacco, che non farebbe abbastanza per accelerare l’ingresso di Kiev nella UE, non abbatte abbastanza ciò che di russo vola nei cieli polacchi e, soprattutto, attenta alla “sacralità” degli “eroi” ucraini, istruendo la commemorazione delle vittime dei massacri della Volynia e chiedendo addirittura la riesumazione delle vittime per dar loro degna sepoltura. Si dice anche che quella che fino a un anno fa sembrava una “coppia” perfettamente affiatata di presidenti, Vladimir Zelenskij e Andrzej Duda, si stia ora parlando solo “tramite avvocati”.

Ma la zuffa Kiev-Varsavia aveva avuto dei precedenti. Il 6 settembre Sikorski aveva incontrato il nuovo Ministro degli esteri ucraino Andrej Sibiga, disquisendo su chi avesse massacrato di più: gli ucraini i polacchi, o viceversa. In quell’occasione, chi considerava il predecessore di Sibiga, Dmitrij Kuleba, “inadeguato” per il ruolo, non poteva immaginare il grado di inadeguatezza dei “diplomatici” ucraini, evidenziato ora da Sibiga.

E, a proposito di Kuleba, scrive Vasilij Stojakin, molti osservatori avevano ipotizzato che le sue dimissioni fossero legate allo scandalo inscenato il 28 agosto, non solo rifiutando le scuse per il genocidio della Volynia, ma avanzando anche rivendicazioni territoriali nei confronti della Polonia. Di fatto, in quell’occasione Kuleba non aveva fatto altro che riportare le posizioni della presidenza majdanista.

A ogni modo, la questione cruciale che rimane in sospeso tra Kiev e Varsavia rimane quella dei massacri banderisti in Volynia. Scuse reciproche, ricorda Stojakin, erano già state portate nel 2003; la condanna però, da parte ucraina di OUN-UPA, responsabile del crimine, è un passo inimmaginabile nella Kiev post-2014, in cui la glorificazione di quei banditi filonazisti è alla base della moderna ideologia majdanista. Inoltre, insieme alla condanna dei massacri, Varsavia agita non da ora anche la questione del risarcimento dei beni che sarebbero stati sottratti ai polacchi.

Nel battibecco del 13 settembre, aggiunge Oleg Khavic, sulla base della cronaca vergata da Witold Jurasz, Zelenskij ha affermato, nel suo solito tono da golpista, che la Polonia attribuisce importanza ai massacri del 1943 solo per motivi di politica interna e invece non dovrebbe più tornare sulla questione. Al che, Sikorski ha risposto in modo brusco che Kiev dovrebbe vedere le esumazioni e le sepolture delle vittime polacche come un gesto cristiano; ma Zelenskij ha fatto orecchie da mercante.

Insomma, i golpisti di Kiev si muovono da par loro e non guardano in faccia ad alcuno, nemmeno ai “cugini di ideologia” polacchi; anche perché, oggi, appare mutato lo “status” delle parti. Se ancora nel 2022 la Polonia rivestiva il ruolo di “fratello maggiore”, che assisteva l’Ucraina a “respingere l’aggressione” e a integrarsi nelle strutture europee ed euroatlantiche, nel 2024 la situazione è cambiata: l’Ucraina ha ottenuto lo status di “attore globale”, l’unico Paese che combatte la Russia per conto dell’Occidente.

Al contrario, la Polonia è ora solo una base logistica NATO nel conflitto ucraino, ed è anche piuttosto logora, osserva Khavic, essendo praticamente rimasta senza carri armati (a detta di Witold Jurasz, Varsavia avrebbe fornito a Kiev più carri di USA, Gran Bretagna, Germania, Olanda, Norvegia, Svezia, Spagna, Cechia, Slovacchia e Bulgaria messe insieme), oltre che dipender in gran parte dalla forza lavoro a basso costo fuggita dall’Ucraina. Chiaro che Zelenskij e i suoi capomanipoli si sentano in diritto di mostrare la propria inadeguatezza, non solo a livello “diplomatico”.

I partecipanti polacchi all’incontro del 13 settembre sono rimasti quantomeno sorpresi, ricorda Jurasz, dallo “stile” di Zelenskij: «Semplicemente, a Kiev sono fermamente convinti che la Polonia sia talmente minacciata dalla Russia che, aiutando l’Ucraina, aiuti essenzialmente solo se stessa. Ne consegue che l’Ucraina, secondo la convinzione delle sue élite, non ha motivo di essere grata alla Polonia».

Ora, è chiaro che non è il caso di ingigantire le schermaglie tra Kiev majdanista e Varsavia eurosanfedista: il livello della comune russofobia è tale che i bisticci sulle “restituzioni” – proprietà mobiliari e immobiliari, territori, ecc. – passano sempre in secondo piano non appena viene agitato il “pericolo russo”.

Non a caso, commentando la zuffa Zelenskij-Sikorski, l’analista polacco Lukasz Adamski ha scritto sui social media: «L’interesse polacco di base è che l’Ucraina vinca la guerra, o almeno non la perda, in modo tale, però, che la Polonia stessa non entri in guerra con la Russia», aggiungendo comunque che l’argomento secondo cui l’Ucraina sta difendendo la Polonia ha smesso di funzionare più di un anno fa. Adamski ha anche sottolineato che il ricatto morale non funziona coi polacchi e che i vari “mercanteggiamenti”, del tipo “voi ci date carri armati, soldi, appoggio, e noi vi concediamo le esumazioni”, possono far uscire dai gangheri anche i politici polacchi più compiacenti con Kiev.

Ma, in fin dei conti, come detto, simili bisticci tra “cugini di ideologia” vanno e vengono, perché, come direbbe Giovenale, «l’intera loro razza è di commedianti», ancorché pericolosi per il mondo, ci permettiamo di aggiungere.

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04/08/2024

La comunità ezida a dieci anni dal genocidio

Dicono gli ezidi che il male non esiste e che tutto quello che succede è voluto da Malek Ta’uss, l’Angelo Pavone da loro adorato. Sarà così, ma il genocidio compiuto dall’ISIS nel 2014 è una ferita ancora aperta e sanguinante.

Il 3 agosto di dieci anni fa l’ISIS ha aggredito i villaggi ezidi del distretto di Shengal, nella vallata di Ninive, nel nord-ovest dell’Iraq. Alcuni sono stati letteralmente cancellati, come quello di Kocho, nella parte a sud.

Le donne e i bambini sono stati rapiti, tutti gli altri sono stati uccisi e gettati in fosse comuni. Le donne sono state vendute come bottino di guerra e usate come schiave, violentate ripetutamente. I bambini hanno imbracciato le armi, non quelle giocattolo, ma quelle vere, quelle che sparano, ferendo e ammazzando. La conversione all’islam è stata imposta con la forza, nessuna possibilità di scelta, l’alternativa la morte. Oggi ancora 2.693 persone rapite attendono di potersi liberare dalla stretta dell’ISIS.

Circa 350.000 persone sono riuscite a scappare e attualmente metà di queste vive ancora nei campi profughi nella Regione del Kurdistan iracheno. Questi avrebbero dovuto essere sgomberati lo scorso 30 luglio, ma il governo federale e quello del Kurdistan iracheno hanno concordato di posticipare, nuovamente, la loro chiusura. Rimane sul tavolo l’offerta di circa $3.000 per ritornare nel distretto volontariamente, cifra giudicata molto al di sotto delle reali necessità di reinsediamento.

Alcuni paesi, l’ONU e il Parlamento Europeo hanno riconosciuto il genocidio. L’ha fatto anche l’Iraq nel 2021, quando ha approvato la Yazidi Female Survivors Law con la quale sancisce il diritto delle persone rapite dall’ISIS e liberate a ottenere un sostegno materiale e psicologico da parte dello Stato. Ma purtroppo la burocrazia frena le richieste e la legge si perde nel nulla.

Troppe cose mancano a Shengal e impediscono a chi ancora vive nei campi profughi di tornare e a chi invece ha già fatto rientro di ricostruire una vita libera, pensando al futuro. Servizi carenti o persino inesistenti in alcune zone, così come le case, spesso rappresentate da tende dell’UNHCR e di Save the Children, in un contesto dove milizie di diversa origine, a tutela di differenti interessi, rendono estremamente pericoloso un territorio che è persino cosparso di mine, lascito dei miliziani del Califfato ormai in fuga nel 2017.

L’Accordo di Shengal, siglato nell’ottobre del 2020 dal governo centrale iracheno e da quello della Regione del Kurdistan iracheno, con il lasciapassare dell’Unami, la Missione delle Nazione Unite in Iraq, è un motivo che si aggiunge a complicare la situazione. Voluto per cercare di mettere ordine tra le pretese di Baghdad e Erbil su quel territorio, l’accordo ha escluso gli ezidi dalla negoziazione, nonostante siano loro i destinatari degli effetti che produrrà. E così l’Amministrazione Autonoma di Shengal, sorta quando le prime famiglie sono tornate a ripopolare il distretto una volta che il Califfato si è dissolto, si oppone alla sua implementazione, considerandolo lesivo di alcuni loro diritti.

L’Amministrazione Autonoma è il frutto dell’abbraccio tra gli ezidi e il paradigma del confederalismo democratico teorizzato da Abdullah Ocalan, leader del PKK. Il PKK invece è il Partito dei Lavoratori del Kurdistan, nato nel 1978 in Turchia, che insieme alle unità di Resistenza del Rojava ha salvato la popolazione ezida in fuga dall’ISIS, mentre i peshmerga del KDP, partito che governa la Regione del Kurdistan iracheno, abbandonavano l’area.

L’influenza del PKK in quella zona di confine che unisce Shengal al Rojava, in Siria, è vista come una minaccia dalla Turchia che con i droni lanciati sulle unità di resistenza ezide cerca di risolvere la situazione.

Non è certamente una zona tranquilla Shengal, sotto diverse sfere di influenza, inclusa quella iraniana, attraverso le milizie irachene sciite Hashd al Shaabi. Eppure gli ezidi che vi hanno fatto ritorno si ostinano nella ricostruzione di case, servizi e lavoro accettando il contributo di Ong e governi stranieri ma mettendo in chiaro un punto fondamentale: l’Autonomia non si discute, così come l’esistenza delle proprie milizie di autodifesa (YBS, YJS e Asaysh). L’ultimo genocidio ha insegnato che l’autodifesa è irrinunciabile per la propria sopravvivenza.

Il tempo scorre e corre per un popolo che resiste e non vuole farsi annientare. Diventa urgente ricostruire e restituire ai giovani e alle famiglie dei sogni per il futuro perché molti, troppi scelgono di non ritornare o di emigrare. Lo spopolamento del distretto può diventare la condanna all’estinzione, contro la quale gli ezidi si sono battuti lungo tutta la loro storia ultramillenaria.

“Fate riconoscere il genocidio al vostro Parlamento!”, questo è l’appello che rivolgono a ogni visitatore, a ogni associazione, a ogni politico. L’Associazione Verso il Kurdistan odv ha raccolto questo appello e l’anno scorso, dopo il viaggio di monitoraggio dei progetti nel distretto, è ritornata con l’impegno di fare il possibile perché l’istanza degli ezidi arrivasse in Parlamento. Così è stato e la mozione redatta dal Comitato diritti umani nel mondo, presieduto dall’On. Laura Boldrini, è pronta e attende che il Parlamento decida di calendarizzarla.

Nell’anno del decimo anniversario dell’ultimo tragico massacro subito da questo popolo coraggioso, il Parlamento italiano potrebbe contribuire a fare quello che altri paesi hanno già fatto: riconoscere il genocidio del 2014.

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18/07/2024

Guerra in Ucraina - Piani e obiettivi di pace, veri e falsi

Prima di tutto, la situazione interna ucraina, che manda al fronte ogni genere di disabili e anziani, pur di alimentare la carne da cannone necessaria all’interesse euro-atlantico di continuare quanto più possibile il conflitto con la Russia.

Citando fonti militari ucraine – che però non forniscono cifre concrete – la Reuters parla di un ritmo della mobilitazione raddoppiato a maggio e giugno rispetto ai due mesi precedenti. Nessuno parla però delle perdite, che stanno crescendo agli stessi ritmi. Ed è lo stesso Zelenskij a lamentare la disponibilità di riserve di 14 brigate che però non hanno con che combattere, per i ritardi nelle forniture di armi, a dispetto dei ritmi di produzione delle aziende belliche occidentali.

Al netto dei piagnistei ukronazi per le armi che sarebbero sempre poche, è vero che si sono viste code davanti ai distretti, ma non certo di giovani desiderosi di farsi mandare al fronte, bensì, perlopiù di operai che, col consenso delle aziende, possono sperare di rinnovare il rinvio: niente volontari.

Il normale ucraino non vuole affatto andare al fronte; lo testimonia anche solo il filo spinato piazzato lungo il Tibisco, il guado del quale costituisce una flebile speranza (quanti annegati!) di passare in Romania. Così, si cercano altre vie di fuga verso Romania o Moldavia. Lo testimoniano vari episodi di tentato suicidio (o, quantomeno, di autolesionismo) negli stessi locali dei distretti militari, una volta che i malcapitati siano stati accalappiati per strada e trascinati in quelle stanze.

Pare che il Ministero della guerra golpista, dall’inizio del conflitto, avrebbe denunciato oltre 180.000 uomini per violazione della registrazione ai distretti e si parla di oltre 400.000 denunce di imboscati, soprattutto nelle regioni di L’vov, Transcarpazia, Ivano-Frankovsk, Ternopol, Khmelnitskij.

Va peggio a chi è fuggito in Polonia: qui, nei piani di Varsavia, dovrebbe formarsi una “Legione” di “volontari” ucraini da rispedire al fronte.

D’altro canto, il sostegno occidentale sembra abbastanza diverso da come presentato da Kiev. Ad esempio, proprio riguardo la Polonia e a proposito dell’accordo di “difesa” Varsavia-Kiev, se l’ufficio presidenziale ucraino afferma che questo «prevede la possibilità di intercettare missili e droni russi», di fatto nel documento è detto che continuerà il dialogo sulla opportunità di intercettare esclusivamente missili e droni in volo verso la Polonia ed esclusivamente «attenendosi alle necessarie procedure, concordate da stati e organizzazioni aderenti».

Il Ministro della guerra polacco Wladyslaw Kosiniak-Kamysz ha detto chiaramente che Varsavia non abbatterà missili russi sull’Ucraina senza il consenso della NATO e Washington, dice il portavoce della Casa Bianca John Kirby, non vuole «escalation… non vogliamo che Putin ottenga argomenti per dire che la guerra è provocata dalla NATO, che è una guerra tra Russia e Occidente o tra Russia e USA».

Anche da Londra si è chiarito che Kiev può sì decidere autonomamente come usare i missili britannici, ma solo sul territorio ucraino. E Varsavia potrà fornire a Kiev MiG-29 solo dopo che la NATO fornirà alla Polonia nuovi aerei al posti di quei MiG. Sono pure abbastanza modesti anche gli aiuti militari da Rep. Ceca e Germania, per quanto effettivi.

The New York Times, su fonti governative, scrive che obiettivo della guerra non è quello di reintegrare l’intero territorio ucraino (a questo punto cosa «praticamente impossibile»), bensì conservare lo stato ucraino per il «futuro occidentale».

C’è poi il consigliere presidenziale Mikhail Podoljak, che non esclude possibili colloqui con Mosca per il tramite di intermediari: si sono fatti avanti Bulgaria, Turchia, senza considerare i “viaggi navetta” di Viktor Orbàn. Per conto suo, Kiev punterebbe su USA, Cina o UE: quest’ultima è fuori gioco per Mosca, che la considera parte in conflitto per le sue forniture di armi a Kiev. Anche gli USA non vanno bene per Mosca; rimarrebbe dunque Pechino.

In ogni caso, a detta di Orbàn, entrambe le parti, Mosca e Kiev, pensano che il tempo sia dalla loro e considerano il cessate il fuoco un regalo fatto all’avversario. Di sicuro, potrebbe esserlo per Mosca, che in più di un’occasione ha dichiarato di escludere ogni ipotesi di nuovi “Minsk-1” E “Minsk-2”, cioè colloqui-farsa, utili solo a fornire a Kiev e ai suoi padrini una pausa di respiro utile a rimpinguare le forze.

In breve, scrive Pavel Volkov su Ukraina.ru, sia Orbàn, che Trump, Xi, Lula, Modi e anche Putin concordano che la nuova frontiera tra Russia e Ucraina coinciderà con la linea del fronte al momento del cessate il fuoco. Mosca chiede inoltre il ritiro delle sanzioni, restituzione dei fondi congelati, riduzione delle forze armate ucraine e status neutrale per il paese, con diritto di adesione alla UE, ma anche, all’interno, diritti concessi ai cittadini ucraini di lingua russa.

In questa cornice, la solita Mar’jana Bezuglaja (deputata, megafono di “Servo del popolo”: era stata lei a silurare, col beneplacito della presidenza, Valerij Zalužnyj) dà dei traditori al Comandante in capo Aleksandr Syrskij e alla sua cerchia, che sarebbero favorevoli a «sottoscrivere qualsiasi variante di capitolazione e imposizione della pace. Egli non crede nella vittoria». Ecco così trovato il colpevole della “resa” di molte città e villaggi alle forze russe, delle decine di migliaia di soldati ucraini uccisi, dello sperpero dei fondi così generosamente donati dall’Occidente.

Chi in realtà parla davvero sottovoce di “intesa col nemico”, siede ancora più in alto a Kiev, per quanto si possa parlare di alto e basso per un paese in cui i nazisti della junta majdanista si preoccupano solo di conservare nelle proprie tasche quanto accumulato degli “aiuti occidentali”, svicolando tra coltellate alla schiena dei ladri-gemelli e ordini di sicuro macello per miglia di giovani mandati al fronte.

Insomma, data la crisi politica USA, l’impotenza degli attori (di spalla) europei, le non illimitate capacità dell’industria bellica, tutto ciò impone ancora una volta alla juna nazista di riflettere sull’illusione di un roseo futuro preparato per l’Ucraina dai padrini occidentali. In questo senso, ricorda il politologo Matvej Kiselov su news-front.su, lo scorso febbraio era stato appunto Zalužnyj a pagare con l’esilio, accusato di ogni male del paese. Ora sembra essere la volta di Syrskij, nonostante egli, a differenza del suo predecessore, sia in tutto e per tutto “uomo di Zelenskij”.

In effetti, afferma l’analista militare Jurij Kotenok, appare oltremodo risibile l’accusa a Syrskij di voler capitolare: obiettivo principale di Bezuglaja è piuttosto quello di parare i colpi che dovrebbero in realtà essere indirizzati contro Vladimir Zelenskij e la sua banda. Di fatto, afferma Kotenok, Mosca non deve affatto rilassarsi nella speranza di alleggerimenti al fronte: quanto a preparazione, i generali ucraini non sono inferiori a quelli russi.

Certo, i vertici militari ucraini sono consapevoli che la guerra potrebbe essere persa poche settimane dopo che l’Occidente ridurrà bruscamente le forniture, ma questo per ora non impedisce loro di tentare colpi, molto sanguinosi, anche contro Mosca. Il male per Syrskij è che viene considerato “uomo di Mosca” dai nazi-nazionalisti ucraini e, anche per questo, il suo destino appare appeso a un filo: il minimo insuccesso al fronte e già una decina di generali sono pronti a prenderne il posto.

Ora, tirando qualche somma e se si guarda alle vicende ucraine semplicemente dal punto di vista della pura pietà, osserva Vladimir Skachko su Ukraina.ru, va dato atto a Viktor Orbán di agire per il meglio: da un lato, ha quantomeno mostrato al mondo chi voglia davvero la pace e chi no e, dall’altro, sta dando una possibilità alla stessa Ucraina che, trascinandosi ancora la guerra, rischia di rimanere senza uomini,proprio a dispetto di quelle “code di volontari ai distretti” di cui si diceva prima.

D’altra parte, parlando di Orbàn, è chiaro che la sua “missione di pace” sia abbastanza interessata: quantomeno per la sicurezza ungherese, che avrebbe molto a risentirne in caso di lunga prosecuzione e estensione del conflitto. Così, Orbàn ha consegnato alla UE un piano per il cessate il fuoco probabilmente concordato a Mosca, Pechino e forse anche con Trump, a parere del quale (Trump) Kiev e Mosca hanno vedute totalmente divergenti sulla questione, mentre Bruxelles non vuole nemmeno sentir parlare di pace fino a quando non riceverà l’ordine da Joe Biden, che però vede nella guerra in Ucraina la strada principale per mantenersi al potere.

Per quanto riguarda i “geniali politici” di Bruxelles, inutile tornare ancora sull’autentico boicottaggio che i “democratici europeisti” stanno operando nei confronti di Orbàn e anche del summit sulle questioni internazionali previsto per fine agosto a Budapest; come è stato detto: quando Zeus vuol punire qualcuno, lo priva della ragione, oppure lo eleva a politico UE, che più o meno è la stessa cosa.

E tuttavia, nota Skachko, nonostante i musi lunghi che potrebbero svetrinare dopo il 5 novembre Giorgia e Ursula, Kaja e Josep Borrell, Mosca non dovrebbe lasciarsi troppo sedurre dalle iniziative di pace di Orbàn, soprattutto dopo che lui le ha concordate con Trump: «sono entrambi politici occidentali, non filorussi e ognuno di loro ha in mente i propri interessi».

Il cosiddetto piano di pace di Trump per l’Ucraina non promette nulla di buono per la Russia e si può ridurre a due tesi che si escludono a vicenda: o l’Ucraina viene costretta al tavolo dei negoziati con la minaccia di privarla di qualsiasi assistenza, senza la quale Kiev sarà finita nel giro di pochi giorni. Oppure sarà la Russia a venir costretta a subire le stesse minacce di armare l’Ucraina in maniera tale da poter infliggere al nemico una “sconfitta strategica”. Insomma: dappertutto ultimatum a Mosca; e perché mai essa – che, d’altronde, non può rifiutare la pace – dovrebbe discutere alle condizioni dettate da altri, quando sta vincendo sul terreno e può essa stessa dettare le proprie condizioni?

Tanto più che, come ipotizza non senza fondamento Vasim Trukhacëv su news-front.su, l’interesse di Viktor Orbàn a farsi “intermediario di pace” è strettamente legato al suo piano di di convincere UE e NATO a dare il consenso per un referendum che sancisca l’unione all’Ungheria dei territori sudoccidentali della regione ucraina di Transcarpazia.

Secondo Orbàn, NATO e UE dovrebbero obbligare Kiev a dare l’assenso per il referendum e finché a Bruxelles non intervengono, Orbàn continuerà dimostrativamente a volare a Mosca e Pechino e a frenare ogni ipotesi di adesione ucraina a UE e NATO. Ma non appena Bruxelles consentirà al mutamento delle frontiere, finirà ogni politica “particolare” di Budapest nei confronti di Mosca. A quel punto Giorgia e Ursula, Kaja e Josep potranno esclamare rivolti a Budapest: «non venererete divinità straniere, ma venererete soltanto il Signore vostro Dio, che vi libererà dal potere di tutti i vostri nemici»(Libro dei Re-I, 38-39).

Ma intanto, aggiungiamo, che Orbàn continui pure a fare la spola e che la sua missione ottenga qualcosa di buono.

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15/07/2024

Iraq - Il governo condanna gli attacchi turchi

Giovedì 11 luglio, dopo quasi un mese dall’inizio dell’operazione militare turca nel Governatorato di Duhok, nel nord dell’Iraq, nella Regione del Kurdistan iracheno, il governo di Baghdad ha finalmente protestato. Fino ad ora l’operazione militare, promessa dal presidente turco Recep Tayyip Erdogan lo scorso aprile, annunciata a seguito della sua visita in Iraq, ha portato distruzioni, incendi e l’evacuazione di persone minacciate dai bombardamenti e dagli scontri che i soldati turchi hanno ingaggiato con il PKK.

L’obiettivo militare è quello di proseguire nella costruzione di una zona cuscinetto che parte dal confine turco e si estende per circa 30-40 km in profondità nel territorio iracheno, parzialmente già avviata negli anni precedenti, che la Turchia vuole sotto il proprio controllo per spezzare il corridoio del PKK verso il Rojava, in Siria. Erdogan infatti ad aprile ha dichiarato che ci sarebbero stati interventi militari anche in quella zona, dove sono prese di mira le YPG (Unità di protezione popolare), vicine al PKK.

Il KDP (Partito democratico del Kurdistan), partito al governo della Regione del Kurdistan iracheno, nonostante Duhok sia un distretto della Regione, fino ad oggi venerdì 12 luglio non ha protestato per gli attacchi turchi sul suo territorio, che stanno mettendo a rischio i civili. Non l’ha fatto neppure quando la Turchia ha iniziato a gennaio di quest’anno la realizzazione di nuove strade che congiungono le basi militari costruite in quella zona nel 2021 durante un’altra operazione militare, denominata Claw lightening.

Continua a non farlo nemmeno di fronte alla creazione, lo scorso 25 giugno, di checkpoint turchi che controllano il passaggio delle persone sul territorio del Kurdistan iracheno. Si tratta di un’evidente ulteriore limitazione della sovranità dello Stato iracheno e della stessa Regione del Kurdistan iracheno che certamente allarma Baghdad.

Ad aprile il governo federale iracheno, nonostante proprio in quei giorni ospitasse il presidente turco Erdogan, aveva costruito due basi militari nella zona di Batifa, nel Kurdistan iracheno, per scongiurare un nuovo avanzamento delle forze armate turche nella regione. Contemporaneamente però erano arrivati sia da Baghdad che da Ankara segnali di avvicinamento e di una possibile politica comune contro il PKK, sfociata nella messa fuorilegge dell’organizzazione da parte dell’Iraq.

L’Iraq è un paese a sovranità limitatissima, con la presenza di diverse forze straniere sul suo territorio e basi militari straniere, una difficile situazione politica, determinata anche dalle pressioni esercitate dai tanti attori regionali e non, con la questione ancora irrisolta dei territori contesi con il Kurdistan iracheno e la minaccia, oggi non più pressante come in passato, della volontà separatista del KDP. Aggrava la sua situazione l’emergenza idrica e la necessità di investimenti importanti nel suo territorio, problemi che Ankara si è offerta di risolvere ma volendo qualcosa in cambio, giocando proprio con le fragilità dell’Iraq e cercando di trarne vantaggio.

Dopo le isolate proteste del PUK (Unione patriottica del Kurdistan), ieri una una delegazione del governo federale guidata dal Consigliere per la sicurezza nazionale, Qasim al-Araji, è giunta nella capitale della regione del Kurdistan iracheno, Erbil, per discutere la situazione in corso nel governatorato di Duhok. Il giorno precedente il Primo Ministro Al-Sudani aveva riunito il Consiglio di sicurezza nazionale, al termine del quale erano state condannate le incursioni militari turche, così come le violazioni territoriali.

Il Consiglio aveva poi richiamato la Turchia a rispettare i principi di buon vicinato e a utilizzare i canali diplomatici con Baghdad per affrontare ogni preoccupazione legata alla sua sicurezza. Aveva infine auspicato che si raggiungesse un fronte comune sulle posizioni del governo federale per impedire che forze straniere potessero condurre attacchi militari sul suo territorio o che questo potesse essere utilizzato per azioni militari in Paesi vicini.

Secondo Shafaq News, Al-Sudani vorrebbe trovare una linea comune con Erbil per non restringere ulteriormente la sovranità del Paese. Non sarà facile, data la stretta alleanza tra il KDP e il governo di Ankara. La debolezza dell’Iraq e la necessità di alleanze e investimenti, inclusi quelli turchi, sono il tallone d’Achille per il Paese e l’arma di ricatto per la Turchia.

Il Congresso nazionale del Kurdistan (KNK), ha pubblicato sul suo sito una lettera aperta indirizzata a Ahmed Aboul Gheit, Segretario generale della Lega dei Paesi arabi, a Mohammed Shia’ Al Sudani, Primo Ministri dell’Iraq, a Bashar al-Assad, Presidente della Siria, ad António Guterres, Segretario Generale delle Nazioni Unite, a Biden, Presidente degli Stati Uniti, a Marija Pejčinović Burić, Segretario Generale del Consiglio d’Europa, a Ursula von der Leyen, Presidente dell’Unione Europea e a Jens Stoltenberg, Segretario Generale della NATO con la quale chiede “di prendere azioni urgenti e decisive per fermare questa occupazione”.

Il richiamo alla Comunità internazionale è più che mai necessario perché i riflettori su quanto sta avvenendo in Iraq sono attualmente spenti.

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