Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

10/03/2026

La guerra all’Iran costa agli USA quasi un miliardo al giorno

Il Center for Strategic and International Studies (CSIS) è un importante think tank con sede a Washington. È considerato tra i migliori al mondo, e l’allineamento con la politica statunitense è evidente nella sua storia (fondato da un ammiraglio, Kissinger tra i consiglieri, la NATO tra chi lo ha sovvenzionato) e nel tipo di analisi che commissiona.

Per questo risulta molto interessante il commento di Mark Cancian e Chris Park, rispettivamente un colonnello dei marines in pensione e un ricercatore presso il CSIS, intorno ai costi di questi primi giorni di aggressione imperialista all’Iran. I dati che riportano sono da considerarsi piuttosto affidabili, e parlano di una spesa giornaliera media che, fino a oggi, si è attestata a quasi 900 milioni di dollari.

Questi numeri trovano riscontro in altre notizie. Ad esempio, Nancy Youssef, giornalista che lavora per la rivista The Atlantic, sul suo X ha riferito che un funzionario del Congresso le ha riferito una stima di spesa giornaliera di 1 miliardo.

Kent Smetters, direttore di un centro di ricerca dell’Università della Pennsylvania, ha dichiarato alla CNN che una guerra di due mesi potrebbe costare tra i 40 e i 95 miliardi, a seconda che gli Stati Uniti mettano boots on the ground o meno, e in base alla rapidità con cui si riampizzeranno le munizioni usate.

Se le stime che vengono pubblicate sul sito del CSIS rappresentano tuttavia una valutazione costruita sulla base di precedenti operazioni è perché, questa volta, il Dipartimento della Guerra (anche se gli autori lo chiamano ancora “della Difesa“) ha fornito meno dettagli sulle attività svolte e gli strumenti impiegati dalle forze armate.

Ci possono essere vari motivi, ma ciò è sicuramente sintomo del fatto che non ci si trova di fronte a un conflitto limitato come altri in passato, bensì di fronte a un’operazione di guerra che presenta notevoli elementi di difficoltà anche per gli States. Il primo, certamente, è quello delle scorte di munizioni, e in particolari dei sistemi antimissile.

Nel testo, inoltre, viene riportato chiaramente il ruolo fondamentale svolto dagli alleati statunitensi del Golfo Persico nell’intercettazione dei missili e dei droni iraniani. Confermando coi numeri che tali paesi non “ospitano” semplicemente le basi degli USA, ma sono attivamente coinvolti nella guerra contro Teheran.

La questione delle difese dagli armamenti iraniani e quella del ruolo dei paesi del Golfo fanno emergere chiaramente, come elemento centrale di questo conflitto, la tenuta del fronte interno dei governi locali. Tanto più considerando che Marco Rubio ha sostanzialmente dichiarato che Washington si è fatto dettare tempi e modi della guerra da Israele, non ben vista da molti arabi.

Altro nodo, come è chiaro, rimane quello prettamente militare delle munizioni. Gli analisti, nel pezzo qui sotto, affermano che in genere il valore degli armamenti utilizzati nelle campagne militari diminuisce, e così succede anche all’intensità delle operazioni. Ma affinché ciò accada significa che il Pentagono deve aver davvero colpito tutti gli obiettivi necessari a mettere in crisi la capacità bellica di Teheran, e poter magari rivendicarsi anche una qualche vittoria politica.

Hegseth, al contrario, ha detto che l’attività delle forze armate avrà un’impennata prossimamente. Che potrebbe tranquillamente essere una mossa propagandistica, ma potrebbe anche nascondere l’effettiva preoccupazione dei vertici militari in termini di allungamento dei tempi della guerra.

Se il Pentagono continuerà con sistemi avanzati, significherà che non è riuscita a colpire in maniera “mortale” posizioni strategiche delle forze iraniane. E allora il risvolto potrebbe essere anche quello di scaricare più esplosivo possibile sull’Iran, con tutte le ripercussioni del caso sui civili, come risposta a una situazione critica in merito al munizionamento delle forze armate e dei sistemi antimissile, sperando di fare danno sufficiente a cambiare le carte in tavola.

In un articolo di Foreign Policy si parla di ben 3 mila munizioni consumate dal duo USA-Israele solo nelle prime 36 ore del conflitto. Ma la nota più interessante della rinomata rivista riguarda costi, tempi e materie prime necessarie per recuperare le capacità militari perse.

Raytheon impiegherà dai 5 agli 8 anni, con un impegno di spesa di 1,1 miliardi di dollari, per ricostruire il radar di allerta precoce AN/FPS-132 Block 5, distrutto dall’Iran in Qatar. La Lockheed Martin impiegherà uno o due anni per sostituire il radar AN/TPS-59 distrutto dall’Iran presso la base di supporto navale di Manama. I 77,3 chili di gallio necessari a questi lavori dovranno essere richiesti alla Cina, che controlla il 98% del mercato di questa materia prima. E arrivano notizie di altri radar bersagliati.

Infine, da questa analisi emerge l’elemento che, forse, è il più interessante di tutti. Una spesa di questa dimensione non si può recuperare spostando qualche voce di bilancio del Dipartimento della Guerra: bisogna chiedere fondi aggiuntivi al Congresso. Su questo voto futuro potrebbe infrangersi definitivamente la narrazione del “America First”.

Il fronte interno da tenere d’occhio, perciò, non è solo quello dei paesi arabi, ma anche quello del cuore dell’imperialismo occidentale. E ciò avviene proprio mentre è sempre più evidente come la guerra non fa altro che aumentare il carico di tensione sul debito stelle-e-strisce, ormai questione ineludibile per un sistema finanziario che non vede più la borsa di New York e il dollaro come pilastri granitici.

La guerra, come tentativo di soluzione della crisi sistemica del capitale statunitense, finisce col rendere più instabile l’enorme debito pubblico accumulato, risultato di una posizione egemonica nei mercati internazionali che però, oggi, con la frammentazione del mercato mondiale, l’instabilità geopolitica e la crescita di aree economiche e monetarie alternative, sta traballando.

Buona lettura.

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Mentre l’Operazione Epic Fury, la campagna militare statunitense contro l’Iran, entrava nel suo sesto giorno il 5 marzo, sia il Presidente Donald Trump che il Segretario alla Difesa Pete Hegseth hanno indicato che il conflitto potrebbe continuare per settimane. Membri del Congresso, media e opinione pubblica chiedono sempre più informazioni sui costi di questa operazione, con un’ampia gamma di stime in circolazione.

Si stima che le prime 100 ore (H+100) dell’operazione sarebbero costate 3,7 miliardi di dollari, ovvero 891,4 milioni di dollari al giorno. Alcuni di questi costi erano già stati preventivati, ma la maggior parte (3,5 miliardi di dollari) non lo erano. Il passaggio delle forze statunitensi a munizioni meno costose e il forte calo dei lanci di droni e missili iraniani ridurranno i costi.

Tuttavia, i costi futuri dipenderanno principalmente dall’intensità delle operazioni e dall’efficacia della rappresaglia iraniana. La Tabella 1 riassume i costi in tre categorie: costi operativi (circa 196 milioni di dollari in totale, di cui 178 milioni di dollari preventivati e il resto non preventivato); sostituzione delle munizioni (circa 3,1 miliardi di dollari), attualmente non preventivata; e sostituzione delle perdite in combattimento e riparazione dei danni alle infrastrutture (circa 350 milioni di dollari), anch’esse non preventivate.

I costi non preventivati richiederanno probabilmente ulteriori finanziamenti da parte del Dipartimento della Difesa (DOD), tramite uno stanziamento supplementare o un altro disegno di legge di raccordo.

Come sono stati stimati questi costi

Il Dipartimento della Difesa ha rilasciato pochi dettagli sulle operazioni in corso, mentre nelle precedenti campagne in Medio Oriente forniva aggiornamenti giornalieri sugli attacchi o compendi statistici regolari. Le schede informative giornaliere del Dipartimento della Difesa elencano le risorse coinvolte nell’Operazione Epic Fury e il numero approssimativo di obiettivi colpiti, ma forniscono dettagli limitati.

Le dichiarazioni periodiche del Segretario Hegseth, del Presidente dello Stato Maggiore Congiunto, Generale Dan Caine, e del Comandante del Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM), Ammiraglio Brad Cooper, forniscono contesto e dati aggiuntivi sulle operazioni statunitensi e della coalizione.

Questi comunicati del Dipartimento della Difesa forniscono informazioni su tre categorie di stime dei costi:
- operazioni e supporto: costi stimati per il funzionamento delle varie unità partecipanti e del supporto associato;
- munizioni consumate: costi stimati per reintegrare le munizioni sparate contro l’Iran o per la difesa aerea; 
- attrito: costi stimati per sostituire le risorse perse durante le operazioni.

Costi operativi e di supporto

Questa analisi si basa sulle stime del Congressional Budget Office (CBO) relative ai costi operativi e di supporto per ciascuna unità (ad esempio, un cacciatorpediniere o un aereo F-35) e le relative unità di supporto, rettificate per l’inflazione e le dimensioni delle unità. I ​​costi di base stimati dal CBO per le unità in servizio attivo sono già inclusi nel bilancio per l’anno fiscale 2026.

La stima aggiunge il 10% a questo importo di base per tenere conto dei costi derivanti da un ritmo operativo più elevato, basato sulla prassi seguita dall’Office of Management and Budget durante le guerre in Iraq e Afghanistan. Questa aggiunta tiene conto dei costi per l’aumento del numero di sortite aeree, delle maggiori ore di navigazione delle navi, dei livelli di allerta più elevati, degli schieramenti prolungati e dei compensi aggiuntivi per il personale, come le indennità di separazione dai familiari e le indennità di rischio.

Ogni sottosezione seguente include una breve nota sull’ordine di battaglia stimato dal CSIS.

Operazioni aeree: 125 milioni di dollari a H+100, con un aumento di circa 30 milioni di dollari al giorno

L’aggiornamento dell’Ammiraglio Cooper del 3 marzo ha evidenziato che oltre 200 aerei da combattimento stanno conducendo operazioni. Questo dato è coerente con le stime del CSIS di circa 50 velivoli stealth (F-35 e F-22), 110 velivoli non stealth (F-15, F-16 e A-10) e 80 caccia imbarcati (F/A-18E/F e F-35C).
Come illustrato nella Figura 1, le operazioni aeree con velivoli terrestri, nelle prime 100 ore, sono costate 125,2 milioni di dollari. Ogni giorno aggiuntivo, l’operazione comporta un costo aggiuntivo di almeno 30 milioni di dollari, di cui 2,7 milioni non previsti nel budget. L’afflusso di risorse aggiuntive nella regione aumenterà questo costo, sebbene il flusso di forze sia in gran parte completato, secondo il Generale Caine.

Operazioni navali: 64 milioni di dollari a H+100, con un aumento di circa 15 milioni di dollari al giorno

La Figura 2 mostra come le forze navali siano aumentate durante i periodi di tensione successivi all’attacco del 7 ottobre, ma l’attuale aumento è il più grande in due anni e mezzo di guerra in Medio Oriente. Oggi, due portaerei della Marina statunitense, 14 cacciatorpediniere e tre navi da combattimento litoranee (LCS) costituiscono la flotta nel Mar Arabico, nel Golfo Persico e nel Mediterraneo orientale.
Aerei d’attacco e di supporto operano dalle due portaerei per la campagna di bombardamento (costi inclusi nella voce “Aeromobili”). I cacciatorpediniere e i sottomarini lanciano missili Tomahawk contro obiettivi terrestri e munizioni di difesa aerea per proteggere la flotta dagli attacchi missilistici. I droni LUCAS (Low-Cost Uncrewed Combat Attack System), al loro debutto in combattimento, sono decollati da almeno una LCS.

Come dimostra la Figura 3, la gestione della flotta per le prime 100 ore della campagna è costata 64,5 milioni di dollari, di cui 5,9 milioni non previsti nel budget. Ogni giorno in cui la flotta, nelle sue attuali dimensioni, prenderà parte all’Operazione Epic Fury, ne costerà altri 15,4 milioni.
Operazioni di terra: 7 milioni di dollari a H+100, con un aumento di circa 1,6 milioni di dollari al giorno

Il Defense Manpower Data Center segnala che, a dicembre 2025, 582 soldati statunitensi erano di stanza in modo permanente in Medio Oriente, oltre a quelli in servizio a rotazione. È noto che diverse unità di artiglieria operano nella regione, tra cui l’artiglieria da campagna (HIMARS) e la difesa aerea (THAAD e Patriot).

Per stimare i costi, si presume che queste batterie costituiscano collettivamente una formazione di fuoco di una singola brigata. È incluso anche il costo dell’attivazione e dell’invio di un battaglione della Guardia Nazionale nella regione, probabilmente per protezione delle forze.

Spese per munizioni

Gli Stati Uniti hanno utilizzato oltre 2.000 munizioni di vario tipo nelle prime 100 ore della campagna. Il CENTCOM ha fornito pochi dettagli sulle munizioni utilizzate. Utilizzando come riferimento le precedenti campagne aeree statunitensi, questa analisi stima che il costo per il rifornimento delle scorte di munizioni statunitensi a parità di risorse sarà di 3,1 miliardi di dollari, con un aumento di 758,1 milioni di dollari al giorno.

Tali stime, illustrate di seguito, si basano su due presupposti:

- I calcoli considerano il costo di sostituzione delle munizioni utilizzate. Si presume che le munizioni sparate saranno sostituite a parità di condizioni con sistemi ancora in produzione (ad esempio, gli HARM sostituiti dagli AARGM o gli SM-3 Block IB per i Block IIA). Il Dipartimento della Difesa, naturalmente, potrebbe decidere di sostituire le munizioni esaurite con altre, ad esempio più adatte a un potenziale futuro conflitto nel Pacifico occidentale.

- Il Dipartimento della Difesa ha fornito pochi dettagli sulle munizioni utilizzate. Le stime qui riportate sono calcolate su approssimazioni che si basano su campagne passate come guida. Il costo sarà altamente variabile in base al numero effettivo e alla composizione delle munizioni impiegate. Il CSIS attende ulteriori dettagli dal Dipartimento della Difesa.

Munizioni offensive: circa 1,5 miliardi di dollari spesi a H+100

L’ammiraglio Cooper ha riferito che le forze statunitensi “hanno colpito circa 2.000 obiettivi con più di 2.000 munizioni” in meno di 100 ore di operazione. Il numero di munizioni utilizzate supera il numero di obiettivi colpiti, poiché alcune munizioni mancano il bersaglio o risultano inefficaci.

Nel primo mese dell’Operazione Iraqi Freedom, gli Stati Uniti hanno utilizzato circa 1,5 munizioni per ciascun obiettivo, di cui il 68% guidate. Quando le forze della coalizione NATO hanno bombardato la Libia interamente con munizioni di precisione, il tasso di utilizzo delle munizioni è leggermente sceso a 1,3 per obiettivo.

È probabile che le forze statunitensi utilizzino esclusivamente munizioni guidate nell’Operazione Epic Fury. Applicando il rapporto munizioni-bersaglio di 1,3:1 dell’Operazione Odyssey Dawn e ipotizzando che le forze statunitensi colpiscano 2.000 bersagli entro H+100, il totale delle munizioni utilizzate ammonterebbe a circa 2.600 nelle prime 100 ore di guerra.

La campagna è probabilmente iniziata con un’ondata di armi stand-off a lungo raggio. L’ammiraglio Cooper ha descritto “diverse ondate di missili da crociera che hanno annientato le capacità di comando e controllo e di difesa aerea iraniane”. In questa fase iniziale potrebbero essere stati utilizzati più di 160 Tomahawk.

Anche missili stand-off lanciati dall’aria, come il Joint Air-to-Surface Standoff Missile, potrebbero essere stati utilizzati in questa fase quando, come ha osservato il generale Caine , “più di 100 velivoli sono stati lanciati da terra e dal mare: caccia, aerei da rifornimento in volo, sistemi di allerta precoce aviotrasportati, attacchi elettronici, bombardieri degli Stati Uniti e piattaforme senza pilota formavano un’unica ondata sincronizzata”.

Sebbene costosi e poco numerosi, i missili a lungo raggio consentono alle forze statunitensi di colpire a distanza. Nell’attacco iniziale a sorpresa, sarebbero stati utilizzati per distruggere le difese aeree iraniane e altre capacità antiaeree e creare condizioni favorevoli per attacchi successivi.

Alcuni probabilmente hanno preso di mira leader chiave (anche se Israele sembra aver colpito gli obiettivi di leadership a Teheran) e forze di sicurezza. Velivoli da guerra elettronica come l’F-18G hanno probabilmente lanciato missili antiradiazioni per sopprimere le difese aeree iraniane.

Il generale Caine ha riferito il 4 marzo che le forze statunitensi si trovano in un “punto di transizione delle munizioni” nel quarto giorno dell’operazione Epic Fury, passando da “munizioni a distanza, fuori dalla portata delle armi del nemico” ad “attacchi di precisione sull’Iran”.

Munizioni come le Joint Standoff Weapons (JSOW) o le bombe a gravità equipaggiate con kit di guida Joint Direct Attack Munition (JDAM) sono molto meno costose e più abbondanti negli inventari statunitensi, ma richiedono ai caccia di operare più vicino ai bersagli. Dopo gli attacchi iniziali, è diventato possibile [riducendo, ma non eliminando tutti i rischi di subire perdite in azione, ndr].

Le difese aeree iraniane sono state notevolmente degradate e la coalizione mantiene la superiorità aerea su porzioni sempre più estese del teatro operativo, con persino i vulnerabili droni MQ-9 Reaper che conducono operazioni diurne. Per dare un’idea della differenza di costo, un missile Tomahawk costa 3,6 milioni di dollari; un JDAM equivalente ne costa 80.000.

Un risultato della superiorità aerea della coalizione è che i bombardieri non stealth B-1B e B-52H hanno iniziato le operazioni dagli Stati Uniti continentali sull’Iran con bombe più numerose e più grandi di quelle utilizzabili con i caccia. Gli attacchi terrestri stanno integrando gli attacchi navali e aerei.

Unità di artiglieria dotate di lanciatori HIMARS avrebbero condotto attacchi utilizzando il Sistema Missilistico Tattico dell’Esercito (ATACMS) e, per la prima volta in combattimento, i missili di precisione a lungo raggio (PrSM). Per la prima volta sono stati utilizzati “innumerevoli droni d’attacco unidirezionali”, lanciati dagli LCS all’interno del Golfo Persico.

L’amministrazione ha accennato a un’impennata nella campagna di bombardamenti, ma non è chiaro di cosa si tratti. Storicamente, tali campagne si sono attenuate dopo i primi giorni. In ogni caso, i costi delle munizioni diminuiranno sostanzialmente man mano che le operazioni di attacco statunitensi passeranno a munizioni meno costose.

Intercettori di difesa aerea: stima di spesa di 1,7 miliardi di dollari a H+100

L’ammiraglio Cooper ha riferito che l’Iran ha lanciato 500 missili balistici e 2.000 droni al 4 marzo. La difesa da queste minacce richiede sistemi diversi. I missili balistici sono relativamente costosi e viaggiano ad alta velocità (6.400-24.000 km/h). Solo sistemi difensivi specificamente progettati come il Patriot e il THAAD statunitensi, e il David’s Sling and Arrow israeliano, possono intercettarli.

I droni, come lo Shahed-136, viaggiano a 190 km/h e non effettuano manovre. Molti sistemi possono fermarli, dalle armi antiaeree ai sistemi anti-drone come il Coyote e l’Advanced Precision Kill Weapon System (APKWS) a guida laser. Il valore dei droni per l’Iran sta nei numeri. Gli sforzi della coalizione hanno contribuito in modo sostanziale all’abbattimento di droni e missili iraniani.

Come mostra la Figura 5, Qatar, Bahrein, Kuwait ed Emirati Arabi Uniti (EAU) dichiarano collettivamente di aver intercettato 500 missili da crociera e balistici e 1.300 droni al 3 marzo. Sebbene questo dato probabilmente sovrastimi il numero di abbattimenti, dimostra che questi alleati e partner locali stanno portando avanti gran parte dello sforzo di difesa aerea.
Questi alleati hanno ridotto l’onere immediato per le forze statunitensi e preservato le scorte di difesa missilistica statunitensi. La Tabella 2 fornisce una stima della spesa per la difesa missilistica statunitense dopo aver considerato il supporto alleato. Sebbene i rapporti pubblici parlino di una diminuzione delle scorte di difesa missilistica, il Dipartimento della Difesa non ha confermato cifre specifiche. Il numero totale rimane incerto, per non parlare dell’esatta combinazione di missili impiegati.

Come metro di paragone, la Marina statunitense ha impiegato 200 missili SM-2 e SM-3 contro gli attacchi Houthi nel Mar Rosso in 15 mesi tra il 2024 e il 2025. Nell’ottobre 2024, una dozzina di missili SM-3 sono stati utilizzati per abbattere missili iraniani. Dato questo elevato grado di incertezza, i costi delle munizioni per la difesa aerea nelle prime 100 ore potrebbero variare da 1,2 a 3,7 miliardi di dollari. L’analisi ha utilizzato un valore intermedio.

Perdite di attrezzature e danni alle infrastrutture

Finora queste perdite sono state limitate a circa 359 milioni di dollari, ma continueranno a verificarsi. Le uniche perdite di equipaggiamento riconosciute riguardano tre F-15E persi in un incidente di fuoco amico in Kuwait. Il costo di sostituzione degli F-15EX è di 103 milioni di dollari ciascuno, per un totale di 309 milioni di dollari.

La linea di produzione rimane aperta, quindi l’approvvigionamento è semplice. Tuttavia, ci vorranno ancora tre anni prima che i nuovi velivoli arrivino sul campo a causa dei tempi di produzione.

Anche missili e droni iraniani hanno causato alcuni danni alle infrastrutture. L’entità non è chiara, ma i video hanno mostrato danni alle strutture portuali in Kuwait e alle attività di supporto alla flotta della Marina statunitense, nonché a strutture in Qatar. Questa stima include 50 milioni di dollari per le riparazioni.

Guardando avanti

Queste stime si basano sui primi giorni di guerra, che in genere rappresentano il periodo più intenso di una campagna aerea. Sebbene i funzionari dell’amministrazione abbiano ipotizzato un’ondata futura, storicamente le campagne aeree si stabilizzano a un ritmo più sostenibile man mano che è necessario identificare nuovi obiettivi, raccogliere valutazioni dei danni inflitti per accertare la necessità di attacchi successivi, far riposare gli equipaggi e sottoporre gli aerei a manutenzione.

In particolare, il costo delle munizioni diminuirà man mano che gli Stati Uniti passeranno a munizioni più economiche. Ciononostante, i costi non preventivati saranno sostanziali. A differenza delle operazioni nei Caraibi che hanno portato alla cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro, dove la maggior parte dei costi era già stata preventivata.

Ciò significa che il Dipartimento della Difesa avrà bisogno di fondi aggiuntivi a un certo punto, perché il livello di tagli al bilancio necessari per finanziare internamente questo conflitto sarebbe probabilmente difficile da un punto di vista politico e operativo.

L’amministrazione Trump potrebbe decidere di chiedere uno stanziamento supplementare per coprire la guerra e qualsiasi altra spesa imprevista a livello governativo. L’amministrazione Bush lo ha fatto all’inizio delle guerre in Iraq e Afghanistan.

L’amministrazione Trump potrebbe richiedere i fondi in un disegno di legge di raccordo per l’anno fiscale 2027, sebbene non sia chiaro se tale disegno di legge verrà effettivamente presentato. Infine, l’amministrazione potrebbe chiedere al Congresso di dirottare parte dei 150 miliardi di dollari del Dipartimento della Difesa dal primo disegno di legge di raccordo per coprire queste spese.

La sfida politica per l’amministrazione sarà che qualsiasi azione di finanziamento diventerà un punto focale per l’opposizione alla guerra.

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