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30/03/2026

Poste italiane all’assalto di Tim. Il pubblico si adegua al modello neoliberale

L’Offerta Pubblica di Acquisto e Scambio (OPAS) lanciata da Poste Italiane nei confronti di TIM non appare certo come un fulmine a cielo sereno nell’apparato produttivo e infrastrutturale nazionale.

Nel caso specifico risultava evidente che con l’acquisizione del controllo societario la prospettiva dell’inglobamento era inevitabilmente nell’ordine delle possibilità concrete. Tuttavia limitare l’interpretazione all’ordinarietà delle condotte di mercato impedirebbe di comprendere la portata di una operazione che ne travalica per più aspetti il confine.

Una prima considerazione riguarda l’approdo del processo di privatizzazione delle telecomunicazioni, posto all’origine dell’intera vicenda trentennale delle privatizzazioni nel nostro paese, che ad operazione ultimata porterebbe la presenza pubblica appena oltre la soglia del 50% del capitale sociale. Esito che ha indotto molti commentatori ad intravvedere addirittura elementi di “nazionalizzazione” del settore.

Ora, aldilà della evidente precarietà del 50,1 del dato di proprietà azionaria di soggetti di natura pubblica, gli assetti proprietari della società acquirente Poste Italiane per effetto della diluizione del suo capitale nella nuova struttura proprietaria vedrebbero una netta riduzione della quota pubblica dall’attuale 65% (29,26 % Ministero Economia e Finanze, 35% Cassa Depositi e Prestiti) appunto al 50,1.

Al riguardo si potrebbe obiettare che la condizione strutturale di Poste Italiane risulterebbe comunque potenziata dall’acquisizione degli assets di telefonia fissa e mobile, avvalorando così le dichiarazioni aziendali sulla dilatazione del proprio cloud integrato multiservizi, che spazia dalle telecomunicazioni alla logistica, dalla finanza al recapito, passando per la raccolta ed elaborazione dati, ed altro ancora, un dato tanto innegabile quanto superficialmente limitato all’osservazione del momento attuale.

Alzando appena lo sguardo all’intera vicenda industriale di Telecom-TIM si evidenzia lo scenario della devastazione di un settore strategico dell’economia condotta senza soluzione di continuità all’insegna dell’annichilimento della ricerca e dello sviluppo, vero aspetto “core” di ogni dinamica industriale, mancanza associata al sistematico saccheggio delle risorse umane e finanziarie, riconducibili in larga parte ad un passato pubblico discutibile quanto si vuole ma nondimeno reale.

Un processo che ha visto scorrere in un rapporto organico con le fasi della politica un’intera classe di “imprenditori” nazionali – Agnelli, Colaninno, Tronchetti – fino alle battute dei tempi più recenti con protagonisti sovranazionali Vivendi e Telefonica con lo scorporo della rete fissa ad appannaggio degli americani di KKR. A ben vedere, del patrimonio ormai “sfibrato” e decotto delle telecomunicazioni nazionali residua veramente poco, con una redditività di settore fisso e mobile, dati alla mano, in deciso declino.

Il senso vero dell’operazione di Poste Italiane su TIM si connota in termini decisamente più realistici come un’acquisizione volta a sfruttarne la commercializzazione allocandola nella propria rete integrata dei servizi, alla cui base opera una forza-lavoro a livelli salariali decisamente magri, decretando la scomparsa del settore delle TLC nazionali di cui il “delisting”, la fuoriuscita dalla borsa sarebbe l’atto formale conclusivo.

Da quanto esposto appare decisamente fuori luogo l’evocazione di termini quali nazionalizzazione ovvero operazione sistemica e Poste Italiane come esempio di campione industriale nazionale, la commercializzazione dei servizi di cui Poste è innegabilmente leader attiene alla parte bassa o, se si preferisce, conclusiva della catena del valore del comparto, di cui fondamentalmente è componente passiva, impossibilitata strutturalmente oltre la sfera, certo non trascurabile, della vendita ad assumere un ruolo di protagonismo industriale che ormai si misura in termini sovranazionali.

Tuttavia per ragioni molto diverse siamo anche noi dell’avviso che l’acquisizione di TIM da parte di Poste Italiane non sia derubricabile a una “semplice operazione” del cosiddetto mercato.

Ci sono almeno un paio di questioni meritevoli di attenzione:
– la prima legata allo scontro tra Videndi e KKR per lo scorporo e quindi il controllo della rete fissa, una disputa giocata non certo su piani industriali in buona parte sovrapponibili, la cui posta era la presenza nel nostro paese di operatore con base europea oppure con radicamento sulla sponda opposta dell’Atlantico, uno scontro geo-economico in cui la proiezione del nostro governo ha avuto una forte influenza;
– la seconda relativa all’acquisizione diversi mesi addietro da parte di Poste delle quote di Cassa Depositi e Prestiti in TIM, da interpretarsi come un disimpegno, da parte del vero player delle malridotte politiche industriali di questo paese, in una azienda ridotta a uno zombie industriale.

Non costituisce certo un mistero l’interesse dei grandi fondi del risparmio gestito americano – Blackrock, Vanguard, State Street tra gli altri – per il mercato delle utilities (grandi aziende di servizio) europeo con una aggressività finanziaria impressionante collocata in tutti gli snodi dei mercati borsistici in modo da condizionarne gli andamenti, e la loro presenza tanto nel capitale TIM quanto in modo ancora più rilevante in KKR. Se ci si consente un paragone con le strategie militari, un’operazione a tenaglia per la conquista di uno spazio strategico in cui Poste Italiane per i suoi interessi diffusi e il ruolo sistemico gioca il ruolo del cavallo di Troia, con una proiezione ben oltre i già considerevoli confini aziendali.

La pressione dei fondi per l’ingresso nel capitale di Poste è stato un tema decisivo per il delineamento degli equilibri azionari e assetti strategici aziendali che, con l’assorbimento di TIM, vede finalmente conseguito l’obiettivo. Evidentemente non siamo ancora al passaggio di mano dal capitale definito “paziente e laborioso” della Cassa Depositi e Prestiti alla pervasività aggressiva tutta finanziaria dei fondi di investimento, ma uno strappo si è realizzato e la prospettiva che si dischiude non appare certo rassicurante.

Assecondare la spinta alla finanziarizzazione come strumento di equilibrio di un qualsivoglia progetto industriale è fuori dalla realtà, una contraddizione insanabile. Certo il nostro punto di vista è quello dei fruitori dei servizi e dei lavoratori del settore, di chi pensa alle attività pubbliche per la loro funzionalità e la stabilità occupazionale e non come punto di accumulo di interessi privati a conduzione finanziaria e speculativa.

Un’ultima osservazione, Poste Italiane è stata in questi anni considerata un esempio virtuoso di gestione, sulla base dei suoi bilanci e degli utili garantiti agli azionisti pubblici e privati, mentre, ancora dal nostro punto di vista, è stato uno spazio economico e produttivo in cui la torsione privatistica dell’apparato pubblico ha trovato la sua realizzazione più avanzata, sperimentando pratiche gestionali e modelli relazionali presi a riferimento in altri contesti industriali.

Trenta anni dopo l’avvio della “madre di tutte le privatizzazioni” quella delle Telecomunicazioni, che proprio con lo scardinamento dalle Poste e Telecomunicazioni pubbliche, ha trovato la condizione di realizzazione, Poste Italiane SPA si propone come testa di ponte del sistema dei servizi nel vuoto modello economico-produttivo neoliberista del paese.

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