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27/03/2026

Se Prodi mira ai giovani...

Due giorni fa, su La Repubblica, la millesima intervista a Prodi: “teniamo viva la partecipazione”. Si riferiva alla massa di giovani che hanno votato No al referendum.

Non sono più giovane, ad agosto compio 56 anni, e qualcosa ho vissuto e imparato. Nel 1991 Prodi, dopo aver chiuso la lunga esperienza dell’Iri, ritornò alla Facoltà di Scienze Politiche di Bologna dove insegnava Economia Industriale. I testi che imponeva da portare all’esame erano indicativi di una linea di pensiero: “libri sulle privatizzazioni della Thatcher”. Molto “di sinistra”, no?

La sua clamorosa carriera è per certi versi un mistero. Il suo maestro era stato Beniamino Andreatta, che nel 1981 insieme a Ciampi governatore di Bankitalia, fece “la separazione Tesoro-Bankitalia”. In pratica impedì per legge alla Banca centrale di intervenire in sede d’asta sui titoli di stato italiano per tenere su il prezzo e quindi calmierare sia i rendimenti che, sul lungo termine, il servizio del debito pubblico (gli interessi da pagare). Consegnando così il bilancio e il debito pubblico alla volontà del “mercato”. In quell’anno il rapporto debito/Pil era al 60%, da allora non ha fatto che crescere, bloccando ogni spesa sociale.

Sempre Andreatta, nel 1993, fece l’accordo Ue-Van Miert sulle privatizzazioni dell’Iri (l’anno prima c’era stato l’incontro sul Britannia con la City, Draghi e altri, in piena “Mani Pulite”).

Prodi smantellò la siderurgia italiana, l’Alfa Romeo, l’agroalimentare (su questo ci fu uno scontro con Craxi). Nel 1996 fece il governo con la “desistenza di Rifondazione”. La compagna Mara Malavenda, eletta nel collegio napoletano per il Prc, prese la parola alla Camera e ne disse a Prodi di tutti i colori, non votando la fiducia. Bertinotti la espulse.

Prodi è l’uomo dell’euro (“che ci avrebbe fatto guadagnare come se lavorassimo un giorno in più anche se avremmo lavorato un giorno in meno”), dei “sacrifici”, del Pacchetto Treu, della riforma scolastica Berlinguer, della sanità con Bindi, della Bicamerale con D’Alema, dei primi passi del federalismo fiscale e della Riforma “federalista” del Titolo V della Costituzione, fatta qualche anno dopo.

Prodi, lupo travestito da agnello, era l’alter ego di Berlusconi, ma con la “faccia pulita, sapiente, ecc.”.

Personalmente, non l’ho mai considerato un grande economista, anzi... Chi lo aveva conosciuto di persona (ho testimonianze dirette, di vivi e di morti) lo considerava “un uomo malvagio, cattivissimo, che si vendicava sottilmente”.

Prodi è stata una sciagura storica del movimento operaio italiano, assieme al Pds. Non ho mai capito se fosse agente americano o franco-tedesco, o entrambi. Il suo delfino, il prof. Patrizio Bianchi (che, nel governo Draghi, contribuì anche lui, alla distruzione della scuola) lo ebbi come Presidente della mia sessione di laurea. Lo incontravo spesso. Gli consigliai di leggere David Harvey “La crisi della modernità”, ma non credo che lo fece... 

Prodi scriveva in molte riviste del Mulino, che leggevo all’Emeroteca del Dipartimento di Economia di Scienze Politiche. Allora 23 enne, seguivo le sue tracce, e non vedevo niente di buono.

Prodi si rivolge ora ai giovani, per metterli – ancora una volta – nel suo grande calderone, al fine di fargli pagare, sottilmente, i “debiti di guerra”, i “sacrifici” delle guerre e del riarmo imperialista, il “mercato unico dei capitali”, la distruzione finale di sanità, istruzione e chissà che altro.

Non so chi rappresenterà il “futuro italiano”, ma lui prepara il terreno, come altri. Prodi è il “simbolo politico-tecnocratico” del capitale transnazionale a base italiana ed europea, al servizio dell’ala “democratica e fabiana” angloamericana, sedicente “democratica”.

Insomma: giovani, “state attenti”.

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