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Anche in Italia non mancano insistenti esternazioni sulla necessità dell’aumento del numero degli effettivi: sia il ministro Crosetto che il capo di stato maggiore della difesa Cavo Dragone hanno ripetutamente dichiarato alla stampa che i militari italiani sono insufficienti di fronte alle nuove sfide (15) e in ogni audizione presso le commissioni Difesa gli alti gradi delle forze armate non mancano di ribadire questo concetto.
Anche in Italia dunque la sospensione della leva si rivela oggi un handicap per le classi dirigenti che infatti si stanno attrezzando, al pari degli altri governi europei, per arrivare a reintrodurre una qualche forma di leva obbligatoria.
Il posizionamento politico internazionale del governo Meloni e soprattutto le imponenti manifestazioni aperte dallo sciopero del 22 settembre 2025 rendono difficoltoso per i nostri guerrafondai assumere una posizione netta a favore del ritorno della leva; ciò non toglie che la classe politica nostrana abbia già predisposto percorsi, anche da un punto di vista normativo, per ottenere gli stessi risultati.
Il primo atto concreto è stato approvato il 5 agosto del 2022 (legge n.119) quando l’allora governo Draghi decise di rinviare di 10 anni la riduzione degli effettivi militari che sarebbe dovuta iniziare dal 2023; il provvedimento però contiene anche delle deleghe al governo e tra queste (16) quella per istituire una riserva ausiliaria dello stato composta da 10.000 unità. (17)
È importante annotare che la legge 119 è stata votata da tutte le forze politiche (ci furono zero voti contrari e solo tre astenuti di partiti assolutamente minori), comprese quelle che oggi inseguono consensi elettorali cavalcando l’imponente movimento che si è manifestato nel paese a sostegno di Gaza.
La delega in questione chiarisce che la riserva ausiliaria sarà impiegabile nel suo versante militare “soltanto in tempo di guerra o di grave crisi internazionale”(18), mentre sul versante civile potrà essere utilizzata in caso di “Deliberazione dello stato di emergenza a livello nazionale” (19); dunque anche in Italia, come in altri paesi, ci si muove nel solco del collegamento diretto tra servizio militare e il braccio civile.
Per completare il quadro di questo provvedimento, ricordiamo che il 14 novembre 2023 è stata pubblicata in Gazzetta Ufficiale la Legge 201/2023 che, tra altre cose, rinvia di 24 mesi la delega al governo ad adottare il decreto legge. La prossima scadenza è dunque prevista per dicembre 2025. Mentre il governo procedeva con i rinvii, in Parlamento venivano depositate tre proposte: la Lega con Minardo sulla riserva ausiliaria (20), il PD con Graziano-Fassino sulla riserva civile (21) e Zoffili (sempre Lega) sul ritorno della leva (22).
Nonostante il chiacchiericcio mediatico della politica politicante, i tre progetti sono perfettamente compatibili e rispondono agli interessi di ciascun partito.
Il Governo sarebbe in difficoltà a procedere per decreto su un tema quale quello della riserva ausiliaria dello stato e infatti l’on. Minardo ha pubblicamente invitato il PD a unificare in commissione il progetto della riserva ausiliaria con quello della riserva civile, un percorso che solleverebbe il governo dal ricorso al decreto legge e contemporaneamente permetterebbe di presentare all’opinione pubblica una scelta condivisa politicamente.
Ne è scaturita una querelle sui giornali con toni surreali: Angelo Bonelli, AVS, dimenticando il voto favorevole del suo partito alla legge 119 (che delegava al governo proprio la riserva ausiliaria dello stato in termini praticamente identici a quelli della legge Minardo) ha dichiarato: “Il disegno di legge per istituire una riserva militare da 10.000 riservisti è l’ennesima conferma della volontà della destra meloniana di trasformare l’Italia in un Paese militarizzato, che estende la cultura militare anche alla società civile. Quello del Presidente della Commissione difesa Minardo è un progetto ideologico” (23).
Ancora più in malafede il PD con Graziano, che, provando a difendere il suo progetto di legge, ha dichiarato: “La proposta di legge che ho presentato un anno e mezzo fa non ha alcun assetto militare […] si tratta di un progetto pensato per valorizzare, in chiave civile e sociosanitaria, e supportare le attività logistiche e assistenziali della Croce Rossa” (24) peccato per Graziano che il suo progetto di legge sia intriso di militarismo: infatti la sua proposta prevede di ri-militarizzare la Croce Rossa (25) e anzi di far confluire in essa alcuni mondi del volontariato attivi in Italia, il tutto rigorosamente inquadrato sotto il controllo militare.
La proposta di legge del PD mira infatti a istituire una Riserva Ausiliaria dello Stato in chiave civile “che operi a supporto delle Forze armate, delle Forze di polizia e di tutto il sistema della protezione civile” e per non lasciare adito a dubbi la proposta prevede che “la Riserva ausiliaria dello Stato è costituita da nuclei operativi posti alle dipendenze dell’autorità militare più elevata nell’ambito di ciascuna regione”; non solo, si apre ai militari il contatto diretto con questi cittadini volontari in quanto la valutazione delle loro competenze sarebbe da effettuarsi “nelle strutture previste per il reclutamento nelle Forze armate”.
Risulta evidente, anche alla luce dell’analisi dei meccanismi attivi in altri paesi europei, come i progetti Minardo e Graziano siano profondamente intersecati e anzi funzionali l’uno all’altro; e se ancora ci fossero dubbi, è utile analizzare anche il progetto Zoffili che è al momento il progetto di legge che più direttamente riguarda il ritorno della leva in Italia: si prevede infatti che tutti i giovani, maschi e femmine, dai 18 ai 26 anni abbiano l’obbligo di servire per 6 mesi scegliendo tra servizio militare e servizio civile; terminati i 6 mesi, entreranno rispettivamente nella Riserva Ausiliaria dello Stato (progetto Lega) o nella Riserva Civile dello Stato (progetto PD), secondo quel principio di interconnessione tra servizio militare e servizio civile che è il nerbo del ritorno della leva in tutta Europa e risponde alla strategia della “difesa totale”.
Ed è esattamente in questi intrecci così collimanti di proposte di legge che si evidenzia l’assoluta compatibilità tra governo e opposizione in Italia, entrambi proiettati a una militarizzazione totale della nostra società, scenario che risponde agli interessi delle classi dominanti italiane e internazionali che in questa fase storica hanno bisogno dei nostri giovani e cercano le modalità adatte per costringerli a ritornare all’obbligo di leva senza che questo comporti resistenze invalicabili nelle opinioni pubbliche.
Il dato che emerge anche (ma non solo) da questa analisi è che la guerra non è questione di politica politicante, ma una tendenza strutturale delle classi dominanti i cui interessi oggi sono rappresentati nel nostro Parlamento da tutte le forze politiche che vi siedono, benché con qualche leggera sfumatura di colore politico.
Conclusioni e indicazioni di lotta
Alla luce di quanto sta accadendo in vari paesi europei e di quanto si muove nel nostro parlamento, è indubbio che anche in Italia si arriverà a qualche forma di reintroduzione della leva; il ministro Crosetto ha annunciato che porterà una sua proposta in Parlamento e ha fortemente sottolineato che la decisione dovrà essere presa nei luoghi democraticamente deputati; Crosetto infatti sa benissimo che le grandi mobilitazioni per la Palestina aperte dal successo dello sciopero del sindacalismo di base del 22 settembre 2025, nato dal basso e sganciato da partiti e sindacati rappresentativi (e proprio per questo più forte) rallenteranno questo processo che però, non dobbiamo dimenticarlo, è una necessità strutturale dell’attuale fase del capitalismo italiano ed europeo.
Il ritorno della leva sarà portato avanti con “leggerezza”, con intelligenza tattica e con estrema attenzione alle opinioni pubbliche. Proprio per questo è necessario essere preparati e mettere a fuoco sin da subito alcune linee tattiche che ci permettano di trovarci pronti di fronte a questa offensiva; è necessario cioè sfruttare di nuovo a nostro vantaggio i ritardi che sta scontando il governo italiano e iniziare da subito a porre il tema all’attenzione della parte del paese più attenta e organizzata.
Innanzitutto va abbandonata la via classica dell’obiezione di coscienza: se questo è stato (e resta nei paesi dove persiste l’obbligo classico della coscrizione) uno strumento molto importante per respingere il servizio militare obbligatorio, oggi il servizio civile sarà il cavallo di Troia che useranno per reintrodurre al suo fianco la leva militare; sarà proprio questa possibilità di scelta che permetterà di non far percepire il ritorno all’obbligo di leva e, nel contempo, di aumentare il numero degli effettivi militari; il servizio civile sarà poi strettamente collegato con il mondo militare, in quella che viene definita “difesa totale” e occorre dunque oggi affermare che rifiutiamo qualunque tipo di obbligo per i nostri giovani perché non vogliamo che siano sottoposti né al servizio militare né a un servizio civile militarizzato.
E da questo punto di vista occorre prestare attenzione alla criminalizzazione del disagio giovanile, un’esplosione pilotata di notizie che mira a far percepire la necessità repressiva di una “rieducazione” (sia essa militare o civile) utile ai giovani e alla comunità tutta. Proprio quegli stessi partiti, di qualunque colore, che da decenni hanno abbandonato le periferie, che non hanno attuato politiche giovanili e che hanno picconato la scuola pubblica, saranno quelle che offriranno provvedimenti coercitivi per risolvere problemi che invece sono di ordine squisitamente politico e sociale.
Il secondo problema che ci troveremo davanti sarà contrastare lo strumento che sceglieranno (questionario capillare, giornate obbligatorie dedicate, ecc.) per procedere con la schedatura di massa attraverso la quale avere a disposizione i dati di tutta la popolazione giovanile, dati che potrebbero tornare utili in caso di necessità di mobilitazione più ampia.
Così come succede in altri paesi europei, lo strumento sarà il più possibile “leggero” in quanto a imposizione, ma severo con quanti lo rifiuteranno; non sarà facile organizzare un rifiuto di massa di questi strumenti: perché rischiare multe salate o addirittura procedimenti penali se bisogna “solamente” riempire un questionario? Allora sarà qui, proprio a questo livello, che bisognerà organizzare l’obiezione di coscienza e recuperare la lunga tradizione di lotta che anche nel nostro paese si è sviluppata nei decenni passati attraverso questo strumento.
Molto di questa battaglia dipenderà dal livello di maturazione politica tra i giovani e soprattutto i giovanissimi, che hanno dimostrato un importante protagonismo nelle mobilitazioni contro il genocidio a Gaza. Indubbiamente sarà però proprio questo il livello da impattare per cercare di bloccare la “macchina del reclutamento” e molto dunque dipenderà dal lavoro politico e di sensibilizzazione che va iniziato sin da subito su questo tema e che dovrà vedere impegnate in prima fila le organizzazioni giovanili che sono state e continuano ad essere interne al movimento contro la guerra.
L’altra forte indicazione che ricaviamo da questa analisi è l’assoluta centralità che in questo processo di ritorno alla leva giocano i luoghi di istruzione delle giovani generazioni: in tutti i paesi presi in considerazione è la scuola il terreno di intervento privilegiato dai guerrafondai che sanno benissimo che tutte le proposte, più o meno subdole, di ritorno alla leva devono essere preparate con un intervento capillare tra i giovani, e le scuole sono il luogo principale dove incontrarli in modo da rendere quanto più naturale possibile l’accettazione del processo di militarizzazione dell’intera società e portarla gradualmente ad accettare, anche da un punto di vista ideologico, la necessità del ritorno alla leva obbligatoria.
Le scuole sono poi già da anni terreno di reclutamento e di penetrazione ideologica, e anzi l’intervento sui luoghi della formazione è, come abbiamo visto, un passaggio centrale nel percorso che porta alla “difesa totale” e al ritorno della leva.
Per questo il lavoro che dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università si rivela preziosissimo: l’Osservatorio è infatti posizionato nel luogo che l’avversario ha scelto come privilegiato per il suo intervento (26) ed è proprio qui, a partire dalle scuole, che può essere organizzata una resistenza pedagogica, culturale e politica che veda nell’alleanza tra docenti, studenti e genitori uno strumento in grado di invertire la tendenza, una massa critica che rifiuti radicalmente la penetrazione dei valori militari all’interno delle nostre aule e che protegga i giovani dalle sirene delle “carriere in divisa”.
Quanto più sapremo contrastare la militarizzazione delle scuole tanto più sapremo allontanare sia il ritorno della leva di massa che la guerra dal nostro orizzonte.
Il neoliberismo, per provare a riagganciare le masse dei subalterni e spingerli nuovamente a combattere una guerra per gli interessi delle classi dominanti, dovrebbe negare se stesso e procedere a una massiccia ridistribuzione della ricchezza; invece può solamente continuare a creare precarietà e lavoro povero e tentare di comprare i nostri giovani proponendo la carriera militare come posto sicuro e ben retribuito.
Proveranno contemporaneamente e senza sosta a lavorare in profondità con la propaganda, ma le fanfare del neoliberismo non hanno basi materiali su cui poggiare la loro narrazione, perciò i pacifisti e gli antimilitaristi devono lavorare su questa debolezza strutturale e innestare sul dissenso alla guerra una trasformazione radicale dei rapporti sociali.
Note
(15) Le dichiarazioni del nostro ministro della difesa e di alte cariche militari oscillano indicando un aumento necessario collocato tra i 30.000 e i 40.000 soldati in più.
(16) Art.4 comma 9.
(17) L’Italia è uno di quei paesi che, a differenza di altri, al momento dello smantellamento della leva obbligatoria non ha istituito una riserva ausiliaria dello stato.
(18) Sono i casi previsti dall’articolo 887, comma 2 del codice di cui al decreto legislativo n. 66 del 2010.
(19) Il riferimento è all’articolo 24 del codice della protezione civile, di cui al decreto legislativo 2 gennaio 2018, n. 1”. Preoccupanti e da attenzionare i labili confini della definizione dello stato di emergenza nazionale così come previsto dall’art.7 del D. Lgs n.1 del 2 gennaio 2018; si tenga ad esempio presente che lo stato di emergenza è stato dichiarato per gestire gli sbarchi dei migranti.
(20) Proposta di legge C. 1744, “Istituzione della riserva ausiliaria delle Forze armate dello Stato” (21) C. 1740 – “Delega al Governo per l’istituzione della Riserva ausiliaria dello Stato per lo svolgimento di operazioni di soccorso sanitario e socio-assistenziale”
(22) DDL Zoffili C. 1873 – “Istituzione del servizio militare e civile universale territoriale e delega al Governo per la sua disciplina”
(23) RaiNews – 18 giugno 2025
(24) Il Fatto Quotidiano (19 giugno 2025)
(25) ll decreto legislativo 28 settembre 2012, n. 178 aveva trasformato l’Associazione della Croce Rossa italiana da ente pubblico a persona giuridica di diritto privato, avviando contestualmente la smilitarizzazione e lo scioglimento del Corpo militare della Croce Rossa.
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