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20/03/2026

Guerra all'Iran - Più delle armi, contano petrolio e gas

Saranno petrolio e gas a decidere la durata della guerra di aggressione contro l’Iran. Più che le intenzioni folli di Netanyahu o le stramberie di Trump, infatti, è il peso che l’economia mondiale sta accumulando – dopo appena tre settimane – a far pendere la bilancia verso un durata non illimitata della guerra.

Poi, certo, questo non significherà necessariamente avere una pace stabile – che è invece l’obbiettivo dell’Iran – ma la pressione esterna dei “mercati” è determinante, anche se non onnipotente.

L’attacco israeliano contro l’impianto di estrazione di South Pars, dal lato iraniano del Golfo Persico, è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Quel giacimento, com’è noto, è sfruttato consensualmente sia da Teheran che dal Qatar. Pensare di bloccare solo la capacità iraniana, senza altre conseguenze, era un’ipotesi idiota che poteva venire in mente solo ad un suprematista formato alla scuola delle “teste di cuoio”, quella in cui ogni problema ha una soluzione solo militare.

L’immediata risposta – droni o missili su Ras Laffan, l’impianto “gemello” sul lato qatariano dello stesso giacimento, oltre che su impianti kuwaitiani, emiratini e sauditi – ha messo in chiaro che i paesi petroliferi del Golfo o si salvano tutti o non si salva nessuno.

L’esplosione del prezzo di greggio e gas è stata limitata solo da interventi straordinari (rilascio delle riserve strategiche, sospensione delle sanzioni al petrolio russo già in navigazione, l’idea di sospenderle pure per quello iraniano, addirittura), ma ogni soggetto coinvolto nel mercato degli idrocarburi (paesi produttori, paesi consumatori, multinazionali, armatori, ecc.) ha smosso ogni contatto pur di fermare i due pazzi in cabina di comando.

Risultato per il momento ottenuto: Trump ha alzato il telefono ordinando al “cattivo Bibi” di “non farlo più” e quest’ultimo si è atteggiato a scolaretto obbediente promettendo di risparmiare gli impianti petroliferi.

Un mentitore seriale come lui romperà la promessa appena possibile, ovviamente. Questo lo sanno tutti. Ma intanto si calmano le acque e si fa la conta dei danni. Che non sono per niente lievi.

Il danno maggiore è stato subito dall’economia del Qatar, perché l’impianto di gas naturale liquefatto (GNL) di Ras Laffan è forse il più grande al mondo. In termini di produzione ed esportazione, il Qatar rappresenta il 20% delle esportazioni mondiali di GNL, che va soprattutto verso Belgio, Italia, Corea del Sud e Cina.

L’amministratore delegato di QatarEnergy, Saad al-Kaabi, in un’intervista a Reuters ha affermato che il costo di questo attacco, che ha danneggiato due impianti e due “treni” su 14 in quell’enorme complesso, ammonterà a circa 20 miliardi di dollari di mancati ricavi all’anno.

Ci vorrebbero però dai tre ai cinque anni per ripristinarli, perché queste strutture sono molto complesse; è molto difficile metterle in funzione, molto difficile costruirle. Si tratta di progetti congiunti con Exxon Mobil (a sua volta danneggiata), e quindi una sospensione della produzione da tre a cinque anni significa una perdita di entrate pari a 60-100 miliardi di dollari. Il 9% del Pil di quel paese, e per diversi anni.

Non sono stati ancora quantificati i danni – e i ritardi di produzione – per gli altri impianti colpiti nella regione, ma è chiaro che già così il problema si presenta molto grave.

Non migliora però la prospettiva l’idea che sta marciando ai vertici dell’amministrazione Trump – inviare truppe di terra per controllare l’isola di Kharg o altri isolotti nei pressi di Hormuz – perché, a parte i costi umani più alti anche per gli Usa, di certo non fermerebbe una ripresa dei lanci di droni e missili sugli impianti dei Paesi del Golfo. Con tutte le conseguenze del caso...

Un assaggio dei problemi energetici è stato concesso ieri anche ad Israele. La raffineria di Haifa è stata raggiunta da un missile che ufficialmente ha danneggiato “infrastrutture elettriche chiave”, ha dichiarato la compagnia petrolifera israeliana Israel’s Oil Refineries. Pur cercando di minimizzare i danni (“la produzione è ripresa”) sono stati segnalati blackout a ripetizione un po’ in tutto il paese, peraltro colpito da altre ondate di missili e droni.

Ha fatto a suo modo storia anche il colpo che ha raggiunto un caccia F-35 statunitense, costretto ad un atterraggio di emergenza nella prima base raggiungibile. “L’F-35 non era solo un aereo da caccia, ma un’icona dell’invincibilità e dell’arroganza dell’esercito statunitense”, ha affermato il presidente del Parlamento iraniano Ghalibaf in un ironico post su X. “Questo risultato simbolico è stato realizzato per la prima volta al mondo”

Ma lo ripetiamo. Più dei risultati militari, saranno gas e petrolio a convincere Trump e Netanyahu a fermarsi. Almeno per un po’... 

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