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29/03/2026

“Visita” a Ilaria Salis, un avviso per tutti

Non si era mai vista una cosa del genere, da quando l’Italia è diventata una repubblica. Di parlamentari identificati dalla polizia in piazza ce ne sono stati certo molti, soprattutto comunisti (e “demoproletari”, finché è esistito il gruppo), ma solo perché giustamente si facevano avanti per tutelare i manifestanti vittime dell’aggressività poliziesca. Scudi consapevoli del diritto di protesta, insomma, soggetti attivi del conflitto politico e sociale.

Mai un parlamentare, oltretutto “europeo”, aveva ricevuto la classica “visita mattutina”, per di più in albergo.

È accaduto ad Ilaria Salis, per oltre un anno prigioniera politica nell’Ungheria di Orbàn, e che solo grazie ad una eccezionale campagna politica, culminata nella candidatura e nelle elezioni europee, è stata infine liberata.

Da allora la destra fascista magiara non ha mai smesso di far sentire il proprio odio – compresa una richiesta di abolizione della “immunità parlamentare ad personam” – e quella italiana di accompagnare ogni sua uscita pubblica tra lazzi, frizzi e offese gratuite.

Arrivata a Roma per la manifestazione “No Kings” – di fatto una manifestazione pacifista ma “istituzionale”, con un gran mischione tra partiti presenti in Parlamento e non, associazioni, Cgil, bandiere europee (il famoso pacifismo del “riarmo” in stile Kallas...), insieme a bandiere della pace, palestinesi, ecc. – si è ritrovata la polizia alla porta, che l’ha intrattenuta per oltre un’ora chiedendo, oltre ai documenti di identità, anche cose bislacche come “se fosse in possesso di oggetti pericolosi”.

Finita la funzione, e finalmente preso atto che si trattava di una parlamentare, le divise se ne sono andate. Il fatto stesso che non abbiano neanche redatto un verbale certifica che erano perfettamente consapevoli di aver fatto una cosa fuori dal vaso e non intendevano lasciarne traccia scritta.

Intanto il contesto. Numerose segnalazioni simili sono arrivate ieri da parte di persone “normali”, che non erano insomma protette da alcuna carica pubblica o immunità. Dunque il ministro degli interni aveva predisposto un reticolo di controlli che in qualche misura fa da test per il funzionamento del “fermo preventivo” previsto dall’ultimo “pacchetto sicurezza”.

Essendo la prima volta, il fermo-controllo non era per “dodici ore” – limite massimo utile per impedire la partecipazione a qualsiasi evento pubblico – ma quel tanto che basta a far “sentire” la pressione. Un promemoria per il futuro e una prova generale della “macchina repressiva”.

Ma un parlamentare non può essere fermato in nessun luogo per semplice volontà della polizia o dei suoi vertici. È il fondamento minimo di un assetto istituzionale – ripetiamo – di tipo democratico liberale, dove gli interessi sociali diversi sono tutti legittimi e rappresentati, nella misura del possibile e di leggi elettorali infami, da persone elette per farlo.

Le giustificazioni offerte dalla questura e dal ministero degli Interni sono state una più ridicola delle altre, come accade sempre quando viene fatto qualcosa di indifendibile e ci si arrampica sugli specchi.

Il punto fermo è una presunta segnalazione partita nell’ambito del sistema Schengen, su input della Germania. Se anche così fosse stato – e c’è da dubitarne fortemente – gli “organi preposti” avrebbero semplicemente dovuto verificare, in primo luogo e consultando magari Google, chi fosse “il soggetto” per cui veniva richiesto il controllo e subito dopo rispedire al mittente la segnalazione con la nota “trattasi di parlamentare europeo del nostro paese, quindi non c’è nulla da controllare e non riprovate a chiederlo”. O qualcosa di simile.

Un paese “sovrano” – come piace dire al governo attuale – non è insomma un esecutore passivo della volontà di altri paesi nei confronti dei propri cittadini, figuriamoci dei propri parlamentari.

Stamattina la stessa versione continua a stare sui media, presa anche per buona, accompagnata dalla scusa che in questura nessuno si sarebbe accorto che quel nome corrispondeva ad una parlamentare. Come se gli archivi informatici della polizia fossero un registro scolastico da esaminare un nome alla volta e nessuna conoscenza della vita reale del Paese (il nome di Ilaria Salis, diciamo così, “ha girato parecchio” negli ultimi anni).

Quanto sia ridicola questa versione diventa solare se pensiamo che grosso modo gli stessi soggetti “preposti” sono quelli che hanno ignorato un mandato di cattura internazionale emesso dalla Corte di Giustizia nei confronti del trafficante di esseri umani Almasri e che lo hanno riaccompagnato a casa con un volo di Stato. Altro che una semplice “segnalazione” cui “non si poteva dir di no”... 

Consegnate le versioni di comodo al cestino della spazzatura, cerchiamo di capire perché è stata decisa una simile provocazione.

A noi sembra una reazione automatica, seppure isterica, alla sconfitta nel referendum, affrontata dal governo col mantra “prendiamo atto ma andiamo avanti col nostro programma”.

Stanno insomma facendo quello che, se avesse vinto il “sì”, sarebbe stata la “nuova legge”. Perché nella cultura fascistoide di questo esecutivo la volontà del governo è legge, e la magistratura serve solo a confermarne le scelte. Un assaggio pratico di questa “cultura” si è avuto nell’episodio del “martello di Torino”, quando la Meloni indicava il reato di “tentato omicidio” e si imbestialiva perché la magistratura – addirittura quella torinese, una delle più “anti-movimenti” d’Italia – procedeva per reati meno gravi.

Il senso della cosiddetta “riforma della giustizia” era insomma proprio “eliminare la magistratura” – come gridato dalla ex capo di gabinetto di Nordio – e governare secondo il proprio arbitrio.

Se il diritto è la volontà del governo, senza limiti, la magistratura serve solo a mettere il timbro formale sulle decisioni prese, oltre che per i “reati bagatellari” di cui non vale la pena occuparsi.

È la logica di Trump, che riduce la polizia a milizia privata – l’ICE – e fa strame di ogni trattato e diritto internazionale.

La “visita” ad Ilaria Salis, insomma, è un avviso a tutti quelli che praticano l’opposizione sociale e politica a questo governo. Un “neanche l’immunità parlamentare vi può salvare”.

O, come avrebbe forse preferito dire quel tal Delmastro, “non vi facciamo respirare”.

Ci vediamo nelle piazze, ovviamente.

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