Questo lavoro è parte di un’opera collettiva “Scuole e università di Pace. Fermiamo la follia della guerra. Atti II Convegno Nazionale” (Aracne editrice). Nei prossimi giorni pubblicheremo la seconda e la terza parte in preparazione all’assemblea internazionale studentesca di Milano del 21 marzo contro la leva militare.
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Riflettere sui sistemi di reclutamento militare significa mettere a fuoco i rapporti sociali che si rispecchiano nella forma degli eserciti; quest’ultimi infatti storicamente assumono diverse modalità di reclutamento, di organizzazione, di addestramento e di impiego dettate non solo dalla tipologia di guerra nella quale saranno impegnati, ma anche dal legame che le classi dominanti stabiliscono con le masse dei subalterni.
Dopo la fine della guerra fredda la maggioranza dei Paesi dell’Europa occidentale ha abolito o sospeso la leva obbligatoria; la caduta del muro di Berlino aveva infatti cambiato il quadro internazionale e dunque le necessità del comparto militare: non più eserciti di massa (oltretutto estremamente costosi), ma soldati professionisti e padroni della superiorità tecnologica dell’Occidente, soldati in grado di condurre e vincere facilmente le guerre asimmetriche attraverso cui la NATO ha rovesciato via via governi non graditi. (1)
Ma a decenni dall’abolizione dell’obbligo di leva, il mutare della situazione internazionale trascina con sé anche la mutazione della forma della guerra e di conseguenza degli eserciti necessari per combatterla; oggi il numero di militari impegnati sul campo torna ad essere decisivo e l’abolizione della leva è dunque ora un handicap per i guerrafondai.
Per questo in tutta Europa si torna a parlare con insistenza di reintroduzione della leva, un tema di stringente attualità, che per molti mesi è stato tenuto sottotraccia, ma che negli ultimi tempi è emerso con la centralità che sin dall’inizio avrebbe meritato.
In tale percorso le classi dominanti hanno oggi di fronte un grande problema politico strutturale: come riavvicinare cittadini abbandonati da trent’anni di neoliberismo a uno stato e a una “patria” che vengono percepiti a distanza siderale dai propri bisogni materiali e anzi sono diffusamente percepiti come nemici?
Le classi dominanti non possono e non vogliono mettere in discussione il neoliberismo che ha determinato il loro scollamento con le masse dei subalterni di cui oggi hanno bisogno per portare avanti la loro guerra; per questo stanno mettendo in atto una serie di strategie con obiettivi sia materiali che ideologici per recuperare consenso e nascondere come gli “interessi nazionali” siano in realtà precisi interessi di classe.
Quello che segue vuole essere un contributo alla comprensione di quanto si sta muovendo in Europa e in Italia sul ripristino della leva obbligatoria perché questo è senza ombra di dubbio l’obiettivo finale dei guerrafondai europei.
Conoscere le strategie che i governi stanno mettendo in campo per raggiungerlo è compito di coloro che alla guerra si oppongono e vogliono individuare percorsi che ostacolino il ritorno alla leva di massa. Cercherò inoltre di mostrare come il ritorno della leva sia legato a doppio filo con la militarizzazione delle scuole, un fenomeno che sempre di più si dimostra centrale e strutturale nell’orizzonte di guerra che si profila e d’altra parte la Risoluzione del parlamento europeo del 2 aprile 2025 “Invita l’UE e i suoi Stati membri a mettere a punto programmi educativi e di sensibilizzazione, in particolare per i giovani, volti a migliorare le conoscenze e a facilitare i dibattiti sulla sicurezza, la difesa e l’importanza delle forze armate” e inoltre chiede di “mettere a punto programmi di formazione dei formatori e di cooperazione tra le istituzioni di difesa e le università degli Stati membri dell’UE, quali corsi militari, esercitazioni e attività di formazione con giochi di ruolo per studenti civili” (2).
È importante rilevare come alla leva obbligatoria corrispondesse uno Stato che faceva del welfare uno dei pilastri della propria azione politica; la fase del neoliberismo coincide al contrario con un disimpegno sempre più forte dello Stato: si rompe il legame di dovere tra patria e cittadini e a uno Stato che riserva le briciole corrisponde una leva su base volontaria; lo scambio non c’è più e il militare diventa una scelta individuale a cui corrisponde una professione ben retribuita, mentre lo stato, in perfetta linearità con le dismissioni neoliberiste, si libera delle ingenti spese che comporta un esercito di massa.
La militarizzazione delle scuole è lo strumento più importante per arrivare al potenziamento degli eserciti ed è esattamente questo che sta accadendo in molti paesi d’Europa compreso il nostro.
Le classi dominanti sanno perfettamente che devono lavorare in profondità, a livello culturale e ideologico, per poter tornare all’obbligo militare di massa; non presenteranno mai il ritorno alla leva come un obbligo generalizzato e anche le recenti dichiarazioni del ministro Crosetto e della premier Meloni vanno in questa direzione: si andrà per gradi, si dichiarerà che nessuno ha intenzione di reintrodurre l’obbligo, si giurerà di voler solamente aumentare il numero dei volontari, ma intanto si porteranno avanti le strategie per raggiungere il l'obiettivo strutturale del ritorno alla leva obbligatoria perché è questo che richiede la nuova forma della guerra.
L’Ucraina e la forma della guerra
È noto che gli Stati Maggiori apprendono a fare la guerra dalla guerra stessa; e così all’indomani dello scoppio del conflitto in Ucraina strateghi, industrie belliche e governi hanno cominciato a rilasciare dichiarazioni sulla necessità di rivedere il modello di reclutamento.
È infatti la guerra in Ucraina che mostra al mondo in modo plateale come la forma della guerra è cambiata (3): non più le guerre asimmetriche che avevano caratterizzato la fase post caduta del muro di Berlino, ma una guerra simmetrica, che vede cioè una parità di forze militari in campo (quelle statunitensi/NATO/europee e quelle russe, oltre quelle cinesi, seppur ancora sullo sfondo); questo mutamento della forma della guerra implica nuove necessità rispetto all’organizzazione degli eserciti in campo: nelle guerre asimmetriche (dove la grande maggioranza delle vittime erano civili) erano centrali i top gun volontari e altamente addestrati a gestire la superiorità tecnologico militare delle forze in campo; nella guerra simmetrica, al contrario, è necessario un alto numero di uomini impegnati direttamente sul campo (e infatti in Ucraina il numero ormai enorme di morti è soprattutto militare).
La guerra in Ucraina, un conflitto che è tornato a terra e assume i contorni di una guerra di trincea, ha mostrato che oggi non si combatte più solamente sul vantaggio tecnologico (senz’altro ancora imprescindibile), ma anche sul numero di soldati impegnati sul campo.
Da qui la necessità di incrementare fortemente il numero degli effettivi, visto che i volontari non bastano più e le caserme sono piene di soldati in età non più utile al combattimento.
In realtà, benché le opinioni pubbliche occidentali non se ne avvedessero, la situazione cambia già con la guerra in Siria, quando nel 2014 la coalizione internazionale a guida USA trova sulla sua strada il supporto che ad Assad fornisce la Russia e anche, in modo più defilato, la Cina che invia sue navi militari; la guerra cambia volto perché le forze simmetriche in campo non permettono più un’operazione lampo, e infatti Assad, a differenza di quanto accaduto in altri “stati canaglia”, è restato alla guida del paese fino al dicembre 2024. (4)
È in questa direzione che va letto il progressivo allargamento alle donne del servizio militare, benché questa apertura venga presentata come un traguardo raggiunto sulla parità di genere: le forze armate non si stancano mai di ricordare la necessità di cui si sono fatti portatori praticamente tutti i governi d’Europa, i quali però non possono tornare tout court alla leva obbligatoria che incontrerebbe una forte ostilità da parte delle opinioni pubbliche; per questo le strategie che stanno mettendo in campo sono insieme subdole e intelligenti perché, benché il loro obiettivo oggi non dichiarabile sia senza dubbio il ritorno alla coscrizione di massa obbligatoria (5), l’intento è farlo con gradualità evitando la contrarietà della popolazione giovanile e dell’opinione pubblica in generale.
Da questo punto di vista si rivela particolarmente interessante analizzare i sistemi di reclutamento nei paesi europei che o non hanno mai abolito la coscrizione o l’hanno reintrodotta in tempi recenti.
Sono d’altra parte questi i modelli a cui esplicitamente guardano molti governi europei proprio perché essi hanno permesso di testare sul campo forme di reclutamento obbligatorio senza incontrare resistenze significative, superando così il principale ostacolo che i guerrafondai europei si trovano davanti.
Il modello scandinavo
In più paesi i ministri della difesa, quando annunciano la prospettiva di tornare alla leva, evocano il modello scandinavo; si tratta di paesi come Norvegia, Svezia e Danimarca che, nel momento in cui quasi tutti i paesi europei abbandonavano l’obbligo, non hanno abolito la coscrizione (o come nel caso della Svezia, l’hanno reintrodotta dopo pochi anni); siamo di fronte cioè a modelli che hanno dimostrato concretamente la possibilità di obbligare i giovani a svolgere il servizio di leva senza che questo susciti forti opposizioni. Il meccanismo viene definito con l’ossimoro di “obbligo volontario” perché punta a incrementare il numero di arruolati facendo però percepire il meno possibile la sua obbligatorietà.
I sistemi dei tre paesi differiscono leggermente, ma ciò che qui interessa mettere a fuoco sono le loro caratteristiche comuni e gli obiettivi che essi si prefiggono. Un primo elemento, decisivo e peculiare al modello scandinavo, è che, pur sussistendo l’obbligo per l’intera popolazione, il numero dei giovani che vengono arruolati si riduce di fatto a percentuali minime; questo è reso possibile dai percorsi attraverso i quali si arriva alla coscrizione.
In Norvegia, dove la leva non è mai stata abolita (nel 2013 è stata estesa obbligatoriamente anche alle donne) tutti i cittadini al compimento del 18° anno ricevono un questionario da compilare in cui fornire tutta una serie di dati relativi al proprio stato di salute fisica e mentale ed al desiderio o meno di prestare servizio nelle forze armate.
Di tutta l’annata di leva, in base alle risposte, viene selezionato circa il 30% che viene inserito in una seconda fase centrata su visite mediche e test attitudinali; a tutti viene attribuito un punteggio da 1 a 9 in base al quale viene selezionato circa il 15-18 % dell’intero anno di leva: sono questi i giovani che verranno effettivamente addestrati, ed essere selezionati tra quel 15-18% è motivo di prestigio. È indubbio che tale allargamento permetta un aumento significativo del numero degli arruolamenti. (5)
Da questo punto di vista sia sufficiente questo dato: nel 2011 (anno dell’abolizione dell’obbligatorietà) il numero degli effettivi dell’esercito tedesco era pari a 240.000 sceso a circa 180.000 con l’introduzione della leva su base volontaria; oggi l’obiettivo dichiarato è quello di raggiungere 260.000 soldati attivi entro la metà degli anni 2030; dunque è molto chiaro che l’obiettivo reale è quello di reintrodurre la leva obbligatoria generalizzata. Ma della situazione in Germania si tratterà più diffusamente in seguito. (6)
La leva dura 19 mesi, una delle ferme più lunghe, non retribuita. Al termine del servizio le reclute potranno optare o per la carriera militare o per il rientro nella società civile, ma fino a 44 anni faranno parte della riserva militare che prevede addestramenti periodici.
In questi anni l’esercito norvegese non ha avuto bisogno di reclutare soldati oltre a coloro che volontariamente dichiarano di voler partecipare alla vita militare; questi numeri sono però destinati ad aumentare perché il governo norvegese ha recentemente stabilito un massiccio investimento nel settore della difesa (51 miliardi dal 2024 al 2036) che prevede non solo il potenziamento di tutti i sistemi d’arma, ma anche un ampliamento del numero di soldati. Quando questo diventerà realtà, lo stato ha già predisposto il meccanismo per selezionare anche i non volontari che dovranno andare a servire nell’esercito.
In Svezia la leva obbligatoria era stata abolita nel 2010 e ripristinata nel 2017 (anche per le donne) ispirandosi al modello norvegese: tutti i cittadini al 18° anno di età sono tenuti a compilare un questionario molto dettagliato in cui viene chiesto loro di esprimersi anche sulla possibilità di svolgere il servizio militare. Rispetto all’intera classe di leva si seleziona circa il 13% che dopo ulteriori selezioni scende al 7-8% che fino a 47 anni dovrà svolgere periodici periodi di richiamo. Anche in Svezia di fatto sono stati sinora sufficienti i volontari, ma le cose potrebbero cambiare di fronte alle nuove esigenze ed infatti anche la Svezia prevede di aumentare il numero di cittadini da arruolare che saranno già selezionati attraverso i risultati del questionario.
In Danimarca, dove il servizio di leva non è mai stato né abolito né sospeso, tutti i cittadini al 18° anno di età devono obbligatoriamente presenziare al “Giorno della Difesa” in cui vengono presentate le opportunità della carriera militare; tutti sono sottoposti a una visita medica attitudinale che li divide in tre categorie: abili, parzialmente abili o inabili; gli ultimi sono scartati, i primi due partecipano a una lotteria che assegna loro un numero (7): i primi 8.000 vengono addestrati (dando la precedenza ai volontari), gli altri in tempo di pace non saranno chiamati; di fatto in Danimarca per ogni annata di leva partecipano al servizio militare effettivo il 7-8%.
Va inoltre segnalato che nel gennaio 2024 è stata approvata una legge che entrerà in vigore nel 2026 la quale, oltre ad estendere l’obbligo anche alle donne, ha aumentato da 4 a 11 mesi il periodo dell’obbligo dopo il quale i militari sono assegnati a una riserva che può essere mobilitata in caso di necessità. Di fatto sinora, anche in Danimarca, è stato sufficiente addestrare solo coloro che abbiano espresso il desiderio di entrare nelle forze armate, ma il numero sembra destinato ad aumentare (si parla di triplicare il numero) e il risultato della lotteria permetterà di individuare i non volontari.
Come si vede le percentuali degli arruolati sono minoritarie (il 7-8% in Svezia e in Danimarca, il 15-18% in Norvegia) e probabilmente il più importante obiettivo di questi modelli di reclutamento è quello di frammentare e dividere il fronte del possibile dissenso: non tutti saranno arruolati, ma solo una bassa percentuale di coloro che sono valutati abili (tramite punteggi o sorteggi); in questo modo chi sarà escluso (e al momento sarà la maggioranza) non avrà motivo di solidarizzare con coloro che verranno obbligati a svolgere il servizio militare.
È certamente questo l’aspetto principale che porta i governi europei a guardare con tanto interesse al modello scandinavo: questi meccanismi permettono di riaprire, anche da un punto di vista culturale, la questione della leva, ma lo fanno in modo inizialmente leggero e dunque probabilmente sopportabile dalle opinioni pubbliche nazionali; quando il terreno sarà dissodato, sarà possibile procedere con l’estensione alla popolazione giovanile tutta.
Un secondo elemento comune del modello scandinavo, anche se in forme diverse, è la possibilità di optare per il servizio civile (8): anche questo è uno strumento a forte connotazione ideologica, che mira cioè ad allentare le resistenze all’obbligatorietà del servizio.
Ma è indispensabile mettere a fuoco l’intrinseco collegamento tra servizio civile contemporaneo e militarizzazione: non siamo più di fronte alla dimensione pacifista che assumeva un tempo la scelta dell’obiezione di coscienza, al contrario oggi esso è parte integrante e costituiva dei futuri scenari di guerra. È allora necessario a questo proposito avvicinare il concetto di “difesa totale”: si tratta di preparare l’intera società a mobilitarsi in caso di guerra e dunque ogni singolo cittadino deve essere in grado di gestire il “fronte”, ognuno secondo le proprie competenze e il proprio ruolo nella società.
Un programma con finalità pratiche in caso di conflitto, ma anche di penetrazione ideologica: la guerra deve essere tenuta ben presente da tutti i cittadini in un futuro imminente e le giovani generazioni sono quelle maggiormente nel mirino, perché saranno soprattutto loro che dovranno mettersi a disposizione per i progetti dei guerrafondai. (9)
La separazione netta tra “militare” e “civile” viene così a cadere perché il servizio civile è inquadrato pienamente all’interno di un processo di militarizzazione totale della società e non può più essere concepito come “obiezione di coscienza”.
Da questo punto di vista occorre anche tenere presente come la strategia della difesa totale, più pertinente all’ambito militare, si sposi e si intersechi con quella di “resilienza”, un programma in ambito civile di fitta penetrazione ideologica tra le popolazioni europee che devono prepararsi alla guerra con kit di sopravvivenza fin dall’interno delle proprie case e soprattutto interiorizzare la propaganda dei guerrafondai europei. (10)
Ma l’elemento a mio avviso decisivo che accomuna i tre paesi è l’obbligo per i giovani dell’annata di leva di sottoporsi a un passaggio finalizzato a fare una schedatura completa della popolazione giovanile e a stilare liste in base alle caratteristiche individuali (fisiche, psicologiche, di competenze già acquisite, ecc.) ed è importante notare che è proprio a questo livello iniziale che si registrano le sanzioni più dure: chi non adempie a questo obbligo, infatti, subisce multe più o meno salate (da qualche centinaia di euro in Svezia ad un massimo di circa 2.000 euro in Norvegia) e, se recidivo, può anche essere punito con il carcere (da 3 a 6 mesi a seconda dei paesi); la polizia può inoltre costringere con la forza chi rifiuta di presentarsi o di compilare il questionario (in Svezia e Norvegia la polizia può, a norma di legge, “accompagnare” i giovani per quella che viene chiamata “compilazione assistita”).
È questa fase iniziale che si configura come un vero e proprio obbligo di leva: la mancata compilazione del questionario o la mancata presenza alla giornata dedicata alle forze armate viene considerata dalla normativa come un mancato adempimento alla coscrizione obbligatoria.
Sanzioni così pesanti a fronte di un obbligo in fondo marginale sono da valutare con attenzione: a cosa punta infatti questa schedatura di massa? Gli obiettivi sono sostanzialmente due: da una parte avere un uditorio il più ampio possibile per presentare tutti i vantaggi della carriera militare e dunque aumentare il numero dei volontari; dall’altro avere a disposizione i dati dell’intera popolazione che potranno tornare utili se e quando sarà necessario aumentare il numero degli effettivi.
Gli Stati maggiori stanno ponendo le basi per reggere una possibile mobilitazione di massa per la quale attualmente mancano sia dati che infrastrutture e la schedatura di massa è un passo in questa direzione.
Un altro aspetto altrettanto importante da tenere presente in questa riflessione è che l’elemento strutturale di questi eserciti “volontari-obbligatori” è l’istituzione o il potenziamento di una riserva ausiliaria, composta cioè principalmente da soldati con addestramento di base da utilizzare in tutti quei settori non direttamente coinvolti nelle prime linee. E la riserva ausiliaria ben si adatta a questo elemento di “obbligo leggero”: l’addestramento di base è generalmente molto più breve (qualche mese), richiede poi dei richiami periodici ancora più brevi e viene proposta come limitata nel tempo (l’obbligo al richiamo si limita a pochi anni dopo lo svolgimento dell’addestramento); sono queste tutte caratteristiche che potrebbero rendere più accettabile la reintroduzione dell’obbligo militare.
La riserva ausiliaria d’altra parte ben si sposa con il concetto di “difesa totale”: è proprio di questa “disponibilità leggera” di un numero ampio di cittadini che la forma contemporanea della guerra ha bisogno.
Tutti i meccanismi finora analizzati mirano pragmaticamente a obiettivi concreti (aumento degli effettivi e raccolta generalizzata di dati in vista di mobilitazioni di massa), ma insieme hanno una forte funzione ideologica che punta senza tentennamenti a “israelizzare” le società europee: non possono ovviamente contare su un obbligo di leva sul modello israeliano (tre anni per gli uomini e due per le donne, senza possibilità di obiezione di coscienza), ma provano a costruire la stessa pervasività che l’aspetto militare ha nella società israeliana; la ricaduta “formativa” di un servizio militare o di un servizio civile militarizzato, il dispiegamento della strategia della difesa totale e della resilienza alla popolazione puntano a costruire uomini e donne che non solo accettino la guerra, ma siano pronti a supportarla attivamente.
Da questo punto di vista occorre mettere a fuoco il ruolo centrale che in tutto questo gioca la militarizzazione delle scuole: anche nei paesi scandinavi assistiamo a interventi specifici dei governi nel settore dell’istruzione, che hanno implementato in anni recenti questo tipo di penetrazione in ambito educativo; è interessante annotare che i provvedimenti in ambito scolastico sono cronologicamente più recenti: su questo aspetto i paesi scandinavi non sono infatti il modello, ma anch’essi, al pari di molti altri paesi europei, hanno recentemente introdotto forme di educazione militare nelle scuole (11); ma di questo si discuterà più nel dettaglio affrontando l’analisi dei paesi baltici.
Credo che a questo punto sia chiaro il motivo per il quale il modello scandinavo è interessante per i paesi che pensano di reintrodurre la leva; molti sono gli aspetti su cui tale modello si basa: un questionario obbligatorio per legge, sanzioni pesanti per i “renitenti”, una schedatura completa di tutta la popolazione nell’ottica del suo futuro impiego per la “difesa totale”, la “libertà” di scegliere un servizio civile fortemente militarizzato e un potenziamento della riserva ausiliaria sono tutti elementi che hanno testato sul campo la possibilità di far “digerire” alle opinioni pubbliche un ritorno per il momento parziale della leva per poi arrivare, laddove ve ne fosse necessità, alla sua reintroduzione a livello di obbligo di massa.
Ed è senz’altro questo mix di volontarietà ed obbligo ad attrarre l’interesse dei governi europei e infatti i paesi che si sono recentemente mossi verso la reintroduzione della leva si sono ampiamente ispirati proprio al modello scandinavo.
I paesi baltici
È molto istruttivo analizzare cosa sta succedendo nei paesi baltici, perché si tratta di territori che sono intervenuti sui sistemi di reclutamento in tempi recenti e ci mostrano concretamente la strategia che stanno assumendo i guerrafondai quando decidono di legiferare sulla questione del reclutamento.
In questi territori la vicinanza geografica con la Russia alimenta il nazionalismo e la percezione del pericolo, elementi che portano ad un aumento degli arruolamenti. La tendenza a impostare leggi sul reclutamento ispirandosi al modello scandinavo è evidente: la riforma più recente è quella della Lettonia che aveva sospeso l’obbligatorietà nel 2007 (al momento del suo ingresso nella NATO) e l’ha reintrodotta nel 2023: la leva è obbligatoria per i maschi e, se i volontari non bastano, vengono sorteggiati con un sistema molto simile a quello della Danimarca; inoltre è sempre possibile scegliere il servizio civile che, secondo i principi della difesa totale, è dipendente dal ministero della difesa.
Ciò che è da annotare è che parallelamente e contemporaneamente ai processi di reintroduzione della leva, in Lettonia si interviene pesantemente sulla militarizzazione del sistema educativo: in questo paese infatti è stata implementata l’educazione militare come materia obbligatoria nelle scuole secondarie (“National defence education”) prevedendone due/tre ore settimanali (lettura di mappe, uso della bussola, navigazione, camuffamento, conoscenza delle forze armate nazionali); le ore sono state inserite in collegamento con educazione fisica e civica e tale obbligo ha come primo obiettivo, raggiunto, l’aumento dei volontari: le nuove generazioni vengono bombardate con le allettanti prospettive lavorative e, anche in chi non sceglierà le carriere militari, saranno istillati i valori della difesa; le scuole sono un terreno privilegiato per l’offensiva ideologica: intervenire sulle scuole significa infatti impattare per mezzo dei minori le famiglie e dunque la società tutta.
Nel febbraio 2015 la Lituania, che aveva abolito la leva nel 2008, ha deciso di reintrodurla allargandola anche alle donne, ma nel 2024 il parlamento lituano è intervenuto nuovamente inserendo l’obbligo di registrazione per i ragazzi di 17 anni e retrodatando la possibilità di rinvio a 22 anni (prima era fino a 26); inoltre è diventato obbligatorio per tutti presentarsi a visita medica, anche se solamente i sorteggiati (sul modello danese) saranno obbligati a svolgere il servizio militare o in alternativa quello civile che però, oltre ad essere gestito direttamente dal ministero della difesa, punitivamente dura tre mesi in più (successivamente tutti entreranno a far parte della riserva militare o di quella civile).
Nel 2024 anche il governo lituano è intervenuto pesantemente sulla militarizzazione delle scuole inserendo corsi di cultura militare (facoltativi, circa due ore la settimana con lezioni sia teoriche che pratiche come marce, uso delle mappe, tiro con armi ad aria compressa ecc.).
Chi opta per questi corsi avrà vantaggi come ad esempio la riduzione del periodo di leva; il fatto di aver anticipato l’obbligo di iscrizione ai registri di leva a 17 anni ha reso più “naturale” il legame tra scuola e mondo della difesa. Si tratta dunque della trasposizione in ambito baltico del modello scandinavo, e va sottolineato con forza che i paesi che hanno reintrodotto la leva hanno agito a livello legislativo in perfetta contemporaneità verso la militarizzazione delle scuole: è questo infatti un elemento strutturale necessario al ripristino della leva ed è questo infatti che sta accadendo in Germania e in Polonia, due paesi in cui si sta alacremente lavorando per il ritorno della leva di massa.
Note
(1) È importante rilevare come alla leva obbligatoria corrispondesse uno Stato che faceva del welfare uno dei pilastri della propria azione politica; la fase del neoliberismo coincide al contrario con un disimpegno sempre più forte dello stato: si rompe il legame di dovere tra patria e cittadini e a uno Stato che riserva le briciole corrisponde una leva su base volontaria; lo scambio non c’è più e il militare diventa una scelta individuale a cui corrisponde una professione ben retribuita, mentre lo stato, in perfetta linearità con le dismissioni neoliberiste, si libera delle ingenti spese che comporta un esercito di massa.
(2) Risoluzione parlamento europeo del 2 aprile 2025, articoli 164 e 167.
(3) In realtà, benché le opinioni pubbliche occidentali non se ne avvedessero, la situazione cambia già con la guerra in Siria, quando nel 2014 la coalizione internazionale a guida USA trova sulla sua strada il supporto che ad Assad fornisce la Russia e anche, in modo più defilato, la Cina che invia sue navi militari; la guerra cambia volto perché le forze simmetriche in campo non permettono più un’operazione lampo, e infatti Assad, a differenza di quanto accaduto in altri “stati canaglia”, è restato alla guida del paese fino al dicembre 2024.
(4) È in questa direzione che va letto il progressivo allargamento alle donne del servizio militare, benché questa apertura venga presentata come un traguardo raggiunto sulla parità di genere: le forze armate non si stancano mai di ricordare questo aspetto, dimenticando che i valori del mondo militare sono intrinsecamente machisti e patriarcali; è indubbio però che tale allargamento permetta un aumento significativo del numero degli arruolamenti.
(5) Da questo punto di vista sia sufficiente questo dato: nel 2011 (anno dell’abolizione dell’obbligatorietà) il numero degli effettivi dell’esercito tedesco era pari a 240.000 sceso a circa 180.000 con l’introduzione della leva su base volontaria; oggi l’obiettivo dichiarato è quello di raggiungere 260.000 soldati attivi entro la metà degli anni 2030; dunque è molto chiaro che l’obiettivo reale è quello di reintrodurre la leva obbligatoria generalizzata. Ma della situazione in Germania si tratterà più diffusamente in seguito.
(6) La leva dura 19 mesi, una delle ferme più lunghe, non retribuita Al termine del servizio potranno optare o per la carriera militare o per il rientro nella società civile, ma fino a 44 anni faranno parte della riserva militare che prevede addestramenti periodici.
(7) Il sistema del sorteggio non è nuovo nei meccanismi di reclutamento: ne fece abbondante uso anche l’esercito regio all’indomani dell’Unità d’Italia, anche perché il nuovo stato non era ancora in grado di sostenere economicamente un esercito troppo numeroso; ma per ricordare uno degli esempi più famosi pensiamo al sistema della lotteria usato dagli USA per la guerra del Vietnam (il primo sorteggio avvenne in diretta televisiva il 1 dicembre 1969, ne esiste una traccia video in rete). Il sorteggio permette allo stato di risparmiare rispetto a un esercito di leva e insieme mostrare imparzialità nella scelta di chi sarà chiamato a combattere.
(8) In Danimarca se si è sorteggiati e non si vuole svolgere il servizio militare, è possibile optare per quello civile (solitamente più lungo: quello militare va da 4 a 12 mesi, quello civile da 8 a 12); è possibile anche svolgere il servizio militare non armato in compiti di logistica, amministrazione, sanità, ecc. In Norvegia è addirittura possibile, se selezionati, rifiutare sia il servizio militare che quello civile (lo stato si riserva però, in caso di necessità, di chiamare all’arruolamento in quanto da un punto di vista normativo l’obbligo sussiste). In Svezia sussiste l’obbligo di “difesa totale”, per cui tutti i cittadini devono prestare servizio allo stato (o sotto le armi o come servizio civile).
(9) Il concetto di difesa totale nasce nel secondo dopoguerra (a seguito dell’esperienza di “guerra totale” rappresentata dal secondo conflitto mondiale) in stati piccoli (Svizzera, Svezia, Finlandia, Israele) che prevedono, in virtù del basso numero di abitanti, la necessità di mobilitare l’intera società in caso di guerra. Il concetto di “difesa totale” si è poi allargato ed è diventato un elemento centrale nei programmi di riarmo europeo: si tratta di preparare le popolazioni a reggere lo shock di una guerra e portarle a continuare a sostenere le istituzioni e il sistema che l’hanno creata. La difesa totale non è solo un programma militare, ma anche politico perché mira a recuperare i subalterni intorno alle screditate istituzioni occidentali, coalizzandole contro il “nemico” per scaricare all’esterno le tensioni sociali e politiche che strutturalmente il neoliberismo ha creato.
(10) Si pensi a questo proposito all’opuscolo distribuito a tutte le famiglie in Svezia con istruzioni in caso di guerra; opuscoli simili sono già stati prodotti in altri paesi (Norvegia, Finlandia e Danimarca) e d’altra parte la Commissione Europea il 26 marzo 2025 ha richiesto a tutti gli stati membri di dotarsi di strumenti di questo tipo. La più recente dichiarazione del novembre 2025 è quella del ministro Crosetto contenuta nell’ “informale” documento “Il contrasto alla guerra ibrida: una strategia attiva” in cui la necessità di portare attivamente la guerra nel cyberspazio diventa l’occasione per mettere a punto una propaganda capillare in base alla quale la postura delle masse subalterne europee verso la guerra e le proprie classi dirigenti sia dovuta non tanto alla macelleria sociale di decenni di feroce neoliberismo, ma alla propaganda dell’avversario. Questi documenti sono da attenzionare e studiare compiutamente perché prefigurano lo scenario propagandistico entro cui ci troveremo ad operare, ma non è possibile affrontare in questa sede questa analisi.
(11) In Svezia dall’autunno del 2025 è obbligatorio per gli studenti delle superiori seguire un corso di “difesa totale” che verte su temi quali il ruolo della difesa nazionale, diritto internazionale, ruolo della NATO, preparazione a crisi o guerra (tutto questo ovviamente porta con sé anche la necessità di formare i docenti per realizzare nelle aule questo cambiamento del curriculum scolastico). Anche in Norvegia e in Danimarca in tempi recenti i governi sono intervenuti sulle scuole; in Danimarca le norme di riferimento sono state approvate nel 2023, anche se al momento non sussiste obbligo, ma si registrano forti spinte da parte del ministero dell’istruzione a implementare questo tipo di corsi.
Note
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