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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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18/03/2026

Il ritorno della leva militare in Europa e in Italia /1

Questo lavoro è parte di un’opera collettiva “Scuole e università di Pace. Fermiamo la follia della guerra. Atti II Convegno Nazionale” (Aracne editrice). Nei prossimi giorni pubblicheremo la seconda e la terza parte in preparazione all’assemblea internazionale studentesca di Milano del 21 marzo contro la leva militare.

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Riflettere sui sistemi di reclutamento militare significa mettere a fuoco i rapporti sociali che si rispecchiano nella forma degli eserciti; quest’ultimi infatti storicamente assumono diverse modalità di reclutamento, di organizzazione, di addestramento e di impiego dettate non solo dalla tipologia di guerra nella quale saranno impegnati, ma anche dal legame che le classi dominanti stabiliscono con le masse dei subalterni.

Dopo la fine della guerra fredda la maggioranza dei Paesi dell’Europa occidentale ha abolito o sospeso la leva obbligatoria; la caduta del muro di Berlino aveva infatti cambiato il quadro internazionale e dunque le necessità del comparto militare: non più eserciti di massa (oltretutto estremamente costosi), ma soldati professionisti e padroni della superiorità tecnologica dell’Occidente, soldati in grado di condurre e vincere facilmente le guerre asimmetriche attraverso cui la NATO ha rovesciato via via governi non graditi. (1)

Ma a decenni dall’abolizione dell’obbligo di leva, il mutare della situazione internazionale trascina con sé anche la mutazione della forma della guerra e di conseguenza degli eserciti necessari per combatterla; oggi il numero di militari impegnati sul campo torna ad essere decisivo e l’abolizione della leva è dunque ora un handicap per i guerrafondai.

Per questo in tutta Europa si torna a parlare con insistenza di reintroduzione della leva, un tema di stringente attualità, che per molti mesi è stato tenuto sottotraccia, ma che negli ultimi tempi è emerso con la centralità che sin dall’inizio avrebbe meritato.

In tale percorso le classi dominanti hanno oggi di fronte un grande problema politico strutturale: come riavvicinare cittadini abbandonati da trent’anni di neoliberismo a uno stato e a una “patria” che vengono percepiti a distanza siderale dai propri bisogni materiali e anzi sono diffusamente percepiti come nemici?

Le classi dominanti non possono e non vogliono mettere in discussione il neoliberismo che ha determinato il loro scollamento con le masse dei subalterni di cui oggi hanno bisogno per portare avanti la loro guerra; per questo stanno mettendo in atto una serie di strategie con obiettivi sia materiali che ideologici per recuperare consenso e nascondere come gli “interessi nazionali” siano in realtà precisi interessi di classe.

Quello che segue vuole essere un contributo alla comprensione di quanto si sta muovendo in Europa e in Italia sul ripristino della leva obbligatoria perché questo è senza ombra di dubbio l’obiettivo finale dei guerrafondai europei.

Conoscere le strategie che i governi stanno mettendo in campo per raggiungerlo è compito di coloro che alla guerra si oppongono e vogliono individuare percorsi che ostacolino il ritorno alla leva di massa. Cercherò inoltre di mostrare come il ritorno della leva sia legato a doppio filo con la militarizzazione delle scuole, un fenomeno che sempre di più si dimostra centrale e strutturale nell’orizzonte di guerra che si profila e d’altra parte la Risoluzione del parlamento europeo del 2 aprile 2025 “Invita l’UE e i suoi Stati membri a mettere a punto programmi educativi e di sensibilizzazione, in particolare per i giovani, volti a migliorare le conoscenze e a facilitare i dibattiti sulla sicurezza, la difesa e l’importanza delle forze armate” e inoltre chiede di “mettere a punto programmi di formazione dei formatori e di cooperazione tra le istituzioni di difesa e le università degli Stati membri dell’UE, quali corsi militari, esercitazioni e attività di formazione con giochi di ruolo per studenti civili” (2).

È importante rilevare come alla leva obbligatoria corrispondesse uno Stato che faceva del welfare uno dei pilastri della propria azione politica; la fase del neoliberismo coincide al contrario con un disimpegno sempre più forte dello Stato: si rompe il legame di dovere tra patria e cittadini e a uno Stato che riserva le briciole corrisponde una leva su base volontaria; lo scambio non c’è più e il militare diventa una scelta individuale a cui corrisponde una professione ben retribuita, mentre lo stato, in perfetta linearità con le dismissioni neoliberiste, si libera delle ingenti spese che comporta un esercito di massa.

La militarizzazione delle scuole è lo strumento più importante per arrivare al potenziamento degli eserciti ed è esattamente questo che sta accadendo in molti paesi d’Europa compreso il nostro.

Le classi dominanti sanno perfettamente che devono lavorare in profondità, a livello culturale e ideologico, per poter tornare all’obbligo militare di massa; non presenteranno mai il ritorno alla leva come un obbligo generalizzato e anche le recenti dichiarazioni del ministro Crosetto e della premier Meloni vanno in questa direzione: si andrà per gradi, si dichiarerà che nessuno ha intenzione di reintrodurre l’obbligo, si giurerà di voler solamente aumentare il numero dei volontari, ma intanto si porteranno avanti le strategie per raggiungere il l'obiettivo strutturale del ritorno alla leva obbligatoria perché è questo che richiede la nuova forma della guerra.

L’Ucraina e la forma della guerra

È noto che gli Stati Maggiori apprendono a fare la guerra dalla guerra stessa; e così all’indomani dello scoppio del conflitto in Ucraina strateghi, industrie belliche e governi hanno cominciato a rilasciare dichiarazioni sulla necessità di rivedere il modello di reclutamento.

È infatti la guerra in Ucraina che mostra al mondo in modo plateale come la forma della guerra è cambiata (3): non più le guerre asimmetriche che avevano caratterizzato la fase post caduta del muro di Berlino, ma una guerra simmetrica, che vede cioè una parità di forze militari in campo (quelle statunitensi/NATO/europee e quelle russe, oltre quelle cinesi, seppur ancora sullo sfondo); questo mutamento della forma della guerra implica nuove necessità rispetto all’organizzazione degli eserciti in campo: nelle guerre asimmetriche (dove la grande maggioranza delle vittime erano civili) erano centrali i top gun volontari e altamente addestrati a gestire la superiorità tecnologico militare delle forze in campo; nella guerra simmetrica, al contrario, è necessario un alto numero di uomini impegnati direttamente sul campo (e infatti in Ucraina il numero ormai enorme di morti è soprattutto militare).

La guerra in Ucraina, un conflitto che è tornato a terra e assume i contorni di una guerra di trincea, ha mostrato che oggi non si combatte più solamente sul vantaggio tecnologico (senz’altro ancora imprescindibile), ma anche sul numero di soldati impegnati sul campo.

Da qui la necessità di incrementare fortemente il numero degli effettivi, visto che i volontari non bastano più e le caserme sono piene di soldati in età non più utile al combattimento.

In realtà, benché le opinioni pubbliche occidentali non se ne avvedessero, la situazione cambia già con la guerra in Siria, quando nel 2014 la coalizione internazionale a guida USA trova sulla sua strada il supporto che ad Assad fornisce la Russia e anche, in modo più defilato, la Cina che invia sue navi militari; la guerra cambia volto perché le forze simmetriche in campo non permettono più un’operazione lampo, e infatti Assad, a differenza di quanto accaduto in altri “stati canaglia”, è restato alla guida del paese fino al dicembre 2024. (4)

È in questa direzione che va letto il progressivo allargamento alle donne del servizio militare, benché questa apertura venga presentata come un traguardo raggiunto sulla parità di genere: le forze armate non si stancano mai di ricordare la necessità di cui si sono fatti portatori praticamente tutti i governi d’Europa, i quali però non possono tornare tout court alla leva obbligatoria che incontrerebbe una forte ostilità da parte delle opinioni pubbliche; per questo le strategie che stanno mettendo in campo sono insieme subdole e intelligenti perché, benché il loro obiettivo oggi non dichiarabile sia senza dubbio il ritorno alla coscrizione di massa obbligatoria (5), l’intento è farlo con gradualità evitando la contrarietà della popolazione giovanile e dell’opinione pubblica in generale.

Da questo punto di vista si rivela particolarmente interessante analizzare i sistemi di reclutamento nei paesi europei che o non hanno mai abolito la coscrizione o l’hanno reintrodotta in tempi recenti.

Sono d’altra parte questi i modelli a cui esplicitamente guardano molti governi europei proprio perché essi hanno permesso di testare sul campo forme di reclutamento obbligatorio senza incontrare resistenze significative, superando così il principale ostacolo che i guerrafondai europei si trovano davanti.

Il modello scandinavo

In più paesi i ministri della difesa, quando annunciano la prospettiva di tornare alla leva, evocano il modello scandinavo; si tratta di paesi come Norvegia, Svezia e Danimarca che, nel momento in cui quasi tutti i paesi europei abbandonavano l’obbligo, non hanno abolito la coscrizione (o come nel caso della Svezia, l’hanno reintrodotta dopo pochi anni); siamo di fronte cioè a modelli che hanno dimostrato concretamente la possibilità di obbligare i giovani a svolgere il servizio di leva senza che questo susciti forti opposizioni. Il meccanismo viene definito con l’ossimoro di “obbligo volontario” perché punta a incrementare il numero di arruolati facendo però percepire il meno possibile la sua obbligatorietà.

I sistemi dei tre paesi differiscono leggermente, ma ciò che qui interessa mettere a fuoco sono le loro caratteristiche comuni e gli obiettivi che essi si prefiggono. Un primo elemento, decisivo e peculiare al modello scandinavo, è che, pur sussistendo l’obbligo per l’intera popolazione, il numero dei giovani che vengono arruolati si riduce di fatto a percentuali minime; questo è reso possibile dai percorsi attraverso i quali si arriva alla coscrizione.

In Norvegia, dove la leva non è mai stata abolita (nel 2013 è stata estesa obbligatoriamente anche alle donne) tutti i cittadini al compimento del 18° anno ricevono un questionario da compilare in cui fornire tutta una serie di dati relativi al proprio stato di salute fisica e mentale ed al desiderio o meno di prestare servizio nelle forze armate.

Di tutta l’annata di leva, in base alle risposte, viene selezionato circa il 30% che viene inserito in una seconda fase centrata su visite mediche e test attitudinali; a tutti viene attribuito un punteggio da 1 a 9 in base al quale viene selezionato circa il 15-18 % dell’intero anno di leva: sono questi i giovani che verranno effettivamente addestrati, ed essere selezionati tra quel 15-18% è motivo di prestigio. È indubbio che tale allargamento permetta un aumento significativo del numero degli arruolamenti. (5)

Da questo punto di vista sia sufficiente questo dato: nel 2011 (anno dell’abolizione dell’obbligatorietà) il numero degli effettivi dell’esercito tedesco era pari a 240.000 sceso a circa 180.000 con l’introduzione della leva su base volontaria; oggi l’obiettivo dichiarato è quello di raggiungere 260.000 soldati attivi entro la metà degli anni 2030; dunque è molto chiaro che l’obiettivo reale è quello di reintrodurre la leva obbligatoria generalizzata. Ma della situazione in Germania si tratterà più diffusamente in seguito. (6)

La leva dura 19 mesi, una delle ferme più lunghe, non retribuita. Al termine del servizio le reclute potranno optare o per la carriera militare o per il rientro nella società civile, ma fino a 44 anni faranno parte della riserva militare che prevede addestramenti periodici. 

In questi anni l’esercito norvegese non ha avuto bisogno di reclutare soldati oltre a coloro che volontariamente dichiarano di voler partecipare alla vita militare; questi numeri sono però destinati ad aumentare perché il governo norvegese ha recentemente stabilito un massiccio investimento nel settore della difesa (51 miliardi dal 2024 al 2036) che prevede non solo il potenziamento di tutti i sistemi d’arma, ma anche un ampliamento del numero di soldati. Quando questo diventerà realtà, lo stato ha già predisposto il meccanismo per selezionare anche i non volontari che dovranno andare a servire nell’esercito.

In Svezia la leva obbligatoria era stata abolita nel 2010 e ripristinata nel 2017 (anche per le donne) ispirandosi al modello norvegese: tutti i cittadini al 18° anno di età sono tenuti a compilare un questionario molto dettagliato in cui viene chiesto loro di esprimersi anche sulla possibilità di svolgere il servizio militare. Rispetto all’intera classe di leva si seleziona circa il 13% che dopo ulteriori selezioni scende al 7-8% che fino a 47 anni dovrà svolgere periodici periodi di richiamo. Anche in Svezia di fatto sono stati sinora sufficienti i volontari, ma le cose potrebbero cambiare di fronte alle nuove esigenze ed infatti anche la Svezia prevede di aumentare il numero di cittadini da arruolare che saranno già selezionati attraverso i risultati del questionario.

In Danimarca, dove il servizio di leva non è mai stato né abolito né sospeso, tutti i cittadini al 18° anno di età devono obbligatoriamente presenziare al “Giorno della Difesa” in cui vengono presentate le opportunità della carriera militare; tutti sono sottoposti a una visita medica attitudinale che li divide in tre categorie: abili, parzialmente abili o inabili; gli ultimi sono scartati, i primi due partecipano a una lotteria che assegna loro un numero (7): i primi 8.000 vengono addestrati (dando la precedenza ai volontari), gli altri in tempo di pace non saranno chiamati; di fatto in Danimarca per ogni annata di leva partecipano al servizio militare effettivo il 7-8%.

Va inoltre segnalato che nel gennaio 2024 è stata approvata una legge che entrerà in vigore nel 2026 la quale, oltre ad estendere l’obbligo anche alle donne, ha aumentato da 4 a 11 mesi il periodo dell’obbligo dopo il quale i militari sono assegnati a una riserva che può essere mobilitata in caso di necessità. Di fatto sinora, anche in Danimarca, è stato sufficiente addestrare solo coloro che abbiano espresso il desiderio di entrare nelle forze armate, ma il numero sembra destinato ad aumentare (si parla di triplicare il numero) e il risultato della lotteria permetterà di individuare i non volontari.

Come si vede le percentuali degli arruolati sono minoritarie (il 7-8% in Svezia e in Danimarca, il 15-18% in Norvegia) e probabilmente il più importante obiettivo di questi modelli di reclutamento è quello di frammentare e dividere il fronte del possibile dissenso: non tutti saranno arruolati, ma solo una bassa percentuale di coloro che sono valutati abili (tramite punteggi o sorteggi); in questo modo chi sarà escluso (e al momento sarà la maggioranza) non avrà motivo di solidarizzare con coloro che verranno obbligati a svolgere il servizio militare.

È certamente questo l’aspetto principale che porta i governi europei a guardare con tanto interesse al modello scandinavo: questi meccanismi permettono di riaprire, anche da un punto di vista culturale, la questione della leva, ma lo fanno in modo inizialmente leggero e dunque probabilmente sopportabile dalle opinioni pubbliche nazionali; quando il terreno sarà dissodato, sarà possibile procedere con l’estensione alla popolazione giovanile tutta.

Un secondo elemento comune del modello scandinavo, anche se in forme diverse, è la possibilità di optare per il servizio civile (8): anche questo è uno strumento a forte connotazione ideologica, che mira cioè ad allentare le resistenze all’obbligatorietà del servizio.

Ma è indispensabile mettere a fuoco l’intrinseco collegamento tra servizio civile contemporaneo e militarizzazione: non siamo più di fronte alla dimensione pacifista che assumeva un tempo la scelta dell’obiezione di coscienza, al contrario oggi esso è parte integrante e costituiva dei futuri scenari di guerra. È allora necessario a questo proposito avvicinare il concetto di “difesa totale”: si tratta di preparare l’intera società a mobilitarsi in caso di guerra e dunque ogni singolo cittadino deve essere in grado di gestire il “fronte”, ognuno secondo le proprie competenze e il proprio ruolo nella società.

Un programma con finalità pratiche in caso di conflitto, ma anche di penetrazione ideologica: la guerra deve essere tenuta ben presente da tutti i cittadini in un futuro imminente e le giovani generazioni sono quelle maggiormente nel mirino, perché saranno soprattutto loro che dovranno mettersi a disposizione per i progetti dei guerrafondai. (9)

La separazione netta tra “militare” e “civile” viene così a cadere perché il servizio civile è inquadrato pienamente all’interno di un processo di militarizzazione totale della società e non può più essere concepito come “obiezione di coscienza”.

Da questo punto di vista occorre anche tenere presente come la strategia della difesa totale, più pertinente all’ambito militare, si sposi e si intersechi con quella di “resilienza”, un programma in ambito civile di fitta penetrazione ideologica tra le popolazioni europee che devono prepararsi alla guerra con kit di sopravvivenza fin dall’interno delle proprie case e soprattutto interiorizzare la propaganda dei guerrafondai europei. (10)

Ma l’elemento a mio avviso decisivo che accomuna i tre paesi è l’obbligo per i giovani dell’annata di leva di sottoporsi a un passaggio finalizzato a fare una schedatura completa della popolazione giovanile e a stilare liste in base alle caratteristiche individuali (fisiche, psicologiche, di competenze già acquisite, ecc.) ed è importante notare che è proprio a questo livello iniziale che si registrano le sanzioni più dure: chi non adempie a questo obbligo, infatti, subisce multe più o meno salate (da qualche centinaia di euro in Svezia ad un massimo di circa 2.000 euro in Norvegia) e, se recidivo, può anche essere punito con il carcere (da 3 a 6 mesi a seconda dei paesi); la polizia può inoltre costringere con la forza chi rifiuta di presentarsi o di compilare il questionario (in Svezia e Norvegia la polizia può, a norma di legge, “accompagnare” i giovani per quella che viene chiamata “compilazione assistita”).

È questa fase iniziale che si configura come un vero e proprio obbligo di leva: la mancata compilazione del questionario o la mancata presenza alla giornata dedicata alle forze armate viene considerata dalla normativa come un mancato adempimento alla coscrizione obbligatoria.

Sanzioni così pesanti a fronte di un obbligo in fondo marginale sono da valutare con attenzione: a cosa punta infatti questa schedatura di massa? Gli obiettivi sono sostanzialmente due: da una parte avere un uditorio il più ampio possibile per presentare tutti i vantaggi della carriera militare e dunque aumentare il numero dei volontari; dall’altro avere a disposizione i dati dell’intera popolazione che potranno tornare utili se e quando sarà necessario aumentare il numero degli effettivi.

Gli Stati maggiori stanno ponendo le basi per reggere una possibile mobilitazione di massa per la quale attualmente mancano sia dati che infrastrutture e la schedatura di massa è un passo in questa direzione.

Un altro aspetto altrettanto importante da tenere presente in questa riflessione è che l’elemento strutturale di questi eserciti “volontari-obbligatori” è l’istituzione o il potenziamento di una riserva ausiliaria, composta cioè principalmente da soldati con addestramento di base da utilizzare in tutti quei settori non direttamente coinvolti nelle prime linee. E la riserva ausiliaria ben si adatta a questo elemento di “obbligo leggero”: l’addestramento di base è generalmente molto più breve (qualche mese), richiede poi dei richiami periodici ancora più brevi e viene proposta come limitata nel tempo (l’obbligo al richiamo si limita a pochi anni dopo lo svolgimento dell’addestramento); sono queste tutte caratteristiche che potrebbero rendere più accettabile la reintroduzione dell’obbligo militare.

La riserva ausiliaria d’altra parte ben si sposa con il concetto di “difesa totale”: è proprio di questa “disponibilità leggera” di un numero ampio di cittadini che la forma contemporanea della guerra ha bisogno.

Tutti i meccanismi finora analizzati mirano pragmaticamente a obiettivi concreti (aumento degli effettivi e raccolta generalizzata di dati in vista di mobilitazioni di massa), ma insieme hanno una forte funzione ideologica che punta senza tentennamenti a “israelizzare” le società europee: non possono ovviamente contare su un obbligo di leva sul modello israeliano (tre anni per gli uomini e due per le donne, senza possibilità di obiezione di coscienza), ma provano a costruire la stessa pervasività che l’aspetto militare ha nella società israeliana; la ricaduta “formativa” di un servizio militare o di un servizio civile militarizzato, il dispiegamento della strategia della difesa totale e della resilienza alla popolazione puntano a costruire uomini e donne che non solo accettino la guerra, ma siano pronti a supportarla attivamente.

Da questo punto di vista occorre mettere a fuoco il ruolo centrale che in tutto questo gioca la militarizzazione delle scuole: anche nei paesi scandinavi assistiamo a interventi specifici dei governi nel settore dell’istruzione, che hanno implementato in anni recenti questo tipo di penetrazione in ambito educativo; è interessante annotare che i provvedimenti in ambito scolastico sono cronologicamente più recenti: su questo aspetto i paesi scandinavi non sono infatti il modello, ma anch’essi, al pari di molti altri paesi europei, hanno recentemente introdotto forme di educazione militare nelle scuole (11); ma di questo si discuterà più nel dettaglio affrontando l’analisi dei paesi baltici.

Credo che a questo punto sia chiaro il motivo per il quale il modello scandinavo è interessante per i paesi che pensano di reintrodurre la leva; molti sono gli aspetti su cui tale modello si basa: un questionario obbligatorio per legge, sanzioni pesanti per i “renitenti”, una schedatura completa di tutta la popolazione nell’ottica del suo futuro impiego per la “difesa totale”, la “libertà” di scegliere un servizio civile fortemente militarizzato e un potenziamento della riserva ausiliaria sono tutti elementi che hanno testato sul campo la possibilità di far “digerire” alle opinioni pubbliche un ritorno per il momento parziale della leva per poi arrivare, laddove ve ne fosse necessità, alla sua reintroduzione a livello di obbligo di massa.

Ed è senz’altro questo mix di volontarietà ed obbligo ad attrarre l’interesse dei governi europei e infatti i paesi che si sono recentemente mossi verso la reintroduzione della leva si sono ampiamente ispirati proprio al modello scandinavo.

I paesi baltici

È molto istruttivo analizzare cosa sta succedendo nei paesi baltici, perché si tratta di territori che sono intervenuti sui sistemi di reclutamento in tempi recenti e ci mostrano concretamente la strategia che stanno assumendo i guerrafondai quando decidono di legiferare sulla questione del reclutamento.

In questi territori la vicinanza geografica con la Russia alimenta il nazionalismo e la percezione del pericolo, elementi che portano ad un aumento degli arruolamenti. La tendenza a impostare leggi sul reclutamento ispirandosi al modello scandinavo è evidente: la riforma più recente è quella della Lettonia che aveva sospeso l’obbligatorietà nel 2007 (al momento del suo ingresso nella NATO) e l’ha reintrodotta nel 2023: la leva è obbligatoria per i maschi e, se i volontari non bastano, vengono sorteggiati con un sistema molto simile a quello della Danimarca; inoltre è sempre possibile scegliere il servizio civile che, secondo i principi della difesa totale, è dipendente dal ministero della difesa.

Ciò che è da annotare è che parallelamente e contemporaneamente ai processi di reintroduzione della leva, in Lettonia si interviene pesantemente sulla militarizzazione del sistema educativo: in questo paese infatti è stata implementata l’educazione militare come materia obbligatoria nelle scuole secondarie (“National defence education”) prevedendone due/tre ore settimanali (lettura di mappe, uso della bussola, navigazione, camuffamento, conoscenza delle forze armate nazionali); le ore sono state inserite in collegamento con educazione fisica e civica e tale obbligo ha come primo obiettivo, raggiunto, l’aumento dei volontari: le nuove generazioni vengono bombardate con le allettanti prospettive lavorative e, anche in chi non sceglierà le carriere militari, saranno istillati i valori della difesa; le scuole sono un terreno privilegiato per l’offensiva ideologica: intervenire sulle scuole significa infatti impattare per mezzo dei minori le famiglie e dunque la società tutta.

Nel febbraio 2015 la Lituania, che aveva abolito la leva nel 2008, ha deciso di reintrodurla allargandola anche alle donne, ma nel 2024 il parlamento lituano è intervenuto nuovamente inserendo l’obbligo di registrazione per i ragazzi di 17 anni e retrodatando la possibilità di rinvio a 22 anni (prima era fino a 26); inoltre è diventato obbligatorio per tutti presentarsi a visita medica, anche se solamente i sorteggiati (sul modello danese) saranno obbligati a svolgere il servizio militare o in alternativa quello civile che però, oltre ad essere gestito direttamente dal ministero della difesa, punitivamente dura tre mesi in più (successivamente tutti entreranno a far parte della riserva militare o di quella civile).

Nel 2024 anche il governo lituano è intervenuto pesantemente sulla militarizzazione delle scuole inserendo corsi di cultura militare (facoltativi, circa due ore la settimana con lezioni sia teoriche che pratiche come marce, uso delle mappe, tiro con armi ad aria compressa ecc.). 

Chi opta per questi corsi avrà vantaggi come ad esempio la riduzione del periodo di leva; il fatto di aver anticipato l’obbligo di iscrizione ai registri di leva a 17 anni ha reso più “naturale” il legame tra scuola e mondo della difesa. Si tratta dunque della trasposizione in ambito baltico del modello scandinavo, e va sottolineato con forza che i paesi che hanno reintrodotto la leva hanno agito a livello legislativo in perfetta contemporaneità verso la militarizzazione delle scuole: è questo infatti un elemento strutturale necessario al ripristino della leva ed è questo infatti che sta accadendo in Germania e in Polonia, due paesi in cui si sta alacremente lavorando per il ritorno della leva di massa.

Note

(1) È importante rilevare come alla leva obbligatoria corrispondesse uno Stato che faceva del welfare uno dei pilastri della propria azione politica; la fase del neoliberismo coincide al contrario con un disimpegno sempre più forte dello stato: si rompe il legame di dovere tra patria e cittadini e a uno Stato che riserva le briciole corrisponde una leva su base volontaria; lo scambio non c’è più e il militare diventa una scelta individuale a cui corrisponde una professione ben retribuita, mentre lo stato, in perfetta linearità con le dismissioni neoliberiste, si libera delle ingenti spese che comporta un esercito di massa.

(2) Risoluzione parlamento europeo del 2 aprile 2025, articoli 164 e 167.

(3) In realtà, benché le opinioni pubbliche occidentali non se ne avvedessero, la situazione cambia già con la guerra in Siria, quando nel 2014 la coalizione internazionale a guida USA trova sulla sua strada il supporto che ad Assad fornisce la Russia e anche, in modo più defilato, la Cina che invia sue navi militari; la guerra cambia volto perché le forze simmetriche in campo non permettono più un’operazione lampo, e infatti Assad, a differenza di quanto accaduto in altri “stati canaglia”, è restato alla guida del paese fino al dicembre 2024.

(4) È in questa direzione che va letto il progressivo allargamento alle donne del servizio militare, benché questa apertura venga presentata come un traguardo raggiunto sulla parità di genere: le forze armate non si stancano mai di ricordare questo aspetto, dimenticando che i valori del mondo militare sono intrinsecamente machisti e patriarcali; è indubbio però che tale allargamento permetta un aumento significativo del numero degli arruolamenti.

(5) Da questo punto di vista sia sufficiente questo dato: nel 2011 (anno dell’abolizione dell’obbligatorietà) il numero degli effettivi dell’esercito tedesco era pari a 240.000 sceso a circa 180.000 con l’introduzione della leva su base volontaria; oggi l’obiettivo dichiarato è quello di raggiungere 260.000 soldati attivi entro la metà degli anni 2030; dunque è molto chiaro che l’obiettivo reale è quello di reintrodurre la leva obbligatoria generalizzata. Ma della situazione in Germania si tratterà più diffusamente in seguito.

(6) La leva dura 19 mesi, una delle ferme più lunghe, non retribuita Al termine del servizio potranno optare o per la carriera militare o per il rientro nella società civile, ma fino a 44 anni faranno parte della riserva militare che prevede addestramenti periodici.

(7) Il sistema del sorteggio non è nuovo nei meccanismi di reclutamento: ne fece abbondante uso anche l’esercito regio all’indomani dell’Unità d’Italia, anche perché il nuovo stato non era ancora in grado di sostenere economicamente un esercito troppo numeroso; ma per ricordare uno degli esempi più famosi pensiamo al sistema della lotteria usato dagli USA per la guerra del Vietnam (il primo sorteggio avvenne in diretta televisiva il 1 dicembre 1969, ne esiste una traccia video in rete). Il sorteggio permette allo stato di risparmiare rispetto a un esercito di leva e insieme mostrare imparzialità nella scelta di chi sarà chiamato a combattere.

(8) In Danimarca se si è sorteggiati e non si vuole svolgere il servizio militare, è possibile optare per quello civile (solitamente più lungo: quello militare va da 4 a 12 mesi, quello civile da 8 a 12); è possibile anche svolgere il servizio militare non armato in compiti di logistica, amministrazione, sanità, ecc. In Norvegia è addirittura possibile, se selezionati, rifiutare sia il servizio militare che quello civile (lo stato si riserva però, in caso di necessità, di chiamare all’arruolamento in quanto da un punto di vista normativo l’obbligo sussiste). In Svezia sussiste l’obbligo di “difesa totale”, per cui tutti i cittadini devono prestare servizio allo stato (o sotto le armi o come servizio civile).

(9) Il concetto di difesa totale nasce nel secondo dopoguerra (a seguito dell’esperienza di “guerra totale” rappresentata dal secondo conflitto mondiale) in stati piccoli (Svizzera, Svezia, Finlandia, Israele) che prevedono, in virtù del basso numero di abitanti, la necessità di mobilitare l’intera società in caso di guerra. Il concetto di “difesa totale” si è poi allargato ed è diventato un elemento centrale nei programmi di riarmo europeo: si tratta di preparare le popolazioni a reggere lo shock di una guerra e portarle a continuare a sostenere le istituzioni e il sistema che l’hanno creata. La difesa totale non è solo un programma militare, ma anche politico perché mira a recuperare i subalterni intorno alle screditate istituzioni occidentali, coalizzandole contro il “nemico” per scaricare all’esterno le tensioni sociali e politiche che strutturalmente il neoliberismo ha creato.

(10) Si pensi a questo proposito all’opuscolo distribuito a tutte le famiglie in Svezia con istruzioni in caso di guerra; opuscoli simili sono già stati prodotti in altri paesi (Norvegia, Finlandia e Danimarca) e d’altra parte la Commissione Europea il 26 marzo 2025 ha richiesto a tutti gli stati membri di dotarsi di strumenti di questo tipo. La più recente dichiarazione del novembre 2025 è quella del ministro Crosetto contenuta nell’ “informale” documento “Il contrasto alla guerra ibrida: una strategia attiva” in cui la necessità di portare attivamente la guerra nel cyberspazio diventa l’occasione per mettere a punto una propaganda capillare in base alla quale la postura delle masse subalterne europee verso la guerra e le proprie classi dirigenti sia dovuta non tanto alla macelleria sociale di decenni di feroce neoliberismo, ma alla propaganda dell’avversario. Questi documenti sono da attenzionare e studiare compiutamente perché prefigurano lo scenario propagandistico entro cui ci troveremo ad operare, ma non è possibile affrontare in questa sede questa analisi.

(11) In Svezia dall’autunno del 2025 è obbligatorio per gli studenti delle superiori seguire un corso di “difesa totale” che verte su temi quali il ruolo della difesa nazionale, diritto internazionale, ruolo della NATO, preparazione a crisi o guerra (tutto questo ovviamente porta con sé anche la necessità di formare i docenti per realizzare nelle aule questo cambiamento del curriculum scolastico). Anche in Norvegia e in Danimarca in tempi recenti i governi sono intervenuti sulle scuole; in Danimarca le norme di riferimento sono state approvate nel 2023, anche se al momento non sussiste obbligo, ma si registrano forti spinte da parte del ministero dell’istruzione a implementare questo tipo di corsi.

Note

14/01/2026

Propaganda e memoria: Pina Picierno nel museo che esalta i nazisti contro i sovietici

Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento Europeo, ha appena effettuato un viaggio in Lituania, in occasione di quello che è stato chiamato il “Giorno dei Difensori della Libertà”. Una commemorazione, che cade il 13 gennaio, degli scontri avvenuti al momento della dichiarazione di indipendenza del paese dall’Unione Sovietica, nel 1991.

A ridosso di questo anniversario, l’europeista che tiene alto il nome dei guerrafondai italiani a Strasburgo ha viaggiato per il paese baltico, per una missione diplomatica volta a confermare la totale vicinanza delle istituzioni europee all’Ucraina. Durante i colloqui con Juozas Olekas, presidente del Parlamento lituano, e Sigitas Mitkus, viceministro degli Esteri, la rappresentante UE ha sottolineato la centralità dei confini che il paese condivide con Russia e Bielorusia nei progetti di sicurezza dell’Unione.

Picierno ha visitato la postazione di frontiera (con la Bielorussia) di Padvarionys e il Centro di gestione delle crisi di Vilnius, ponendo l’accento sulla necessità di rafforzare le capacità di guerra ibrida.

La visita ha previsto anche l’incontro con le opposizioni di Mosca e Minsk: con Yulia Navalnaya ha puntato a coordinare azioni contro le influenze esercitate dagli oligarchi russi, mentre a Svetlana Tsikhanouskaya (riconosciuta da Bruxelles come la guida legittima della Bielorussia) ha ribadito il supporto europeo contro Lukashenko.

Ma questa sarebbe la normale amministrazione bellicista della UE, se solo Picierno non si fosse adoperata per lavorare anche sul terreno della battaglia ideologica, attraverso manipolazione storica e propaganda di guerra. Il fulcro simbolico della missione è stato l’omaggio reso al cosiddetto “Museo delle Occupazioni e delle Lotte per la Libertà”, situato negli ex uffici del KGB, prima ancora del comando delle SS.

In questo contesto, Picierno ha detto “l’Europa ha bisogno di una memoria storica comune, che non sia un capitolo chiuso ma una bussola per il presente. Dobbiamo costruire percorsi europei con le scuole, perché le nuove generazioni vengano qui a vedere i crimini e le ferite che l’Unione Sovietica ha inferto ai cittadini europei. La memoria non è solo commemorazione, è un presidio contro il ritorno dell’autoritarismo”.

La solita narrazione sul “pericolo sovietico” – ora riciclato per la sola Russia – da inculcare nei giovani a scuola, mentre l’autoritarismo, per trovarlo, basta cercarlo negli arresti in Germania e in Italia degli attivisti pro-Pal, o nell’uso politico della legislazione antiterrorismo fatto nei confronti di Palestine Action nel Regno Unito.

E questo sorvolando sul problema di come si possa costruire una “memoria comune”, con tanto di manuali di Storia da imporre nelle scuole, in un continente attraversato per migliaia di anni da guerre al suo interno (andate a dire agli inglesi che in fondo Napoleone non era così cattivo, e viceversa...).

Quelle europee sono ormai “democrature” a tutti gli effetti, dove dietro una “spruzzata” di democrazia vengono implementati misure di pesante restrizione del diritto a manifestare e ad esprimere dissenso, come denunciato da organizzazioni non governative, esperti ONU e persino dal Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, Michael O’Flaherty. Picierno non dovrebbe andare a cercare l’autoritarismo fino in Russia insomma.

Ma ciò che risalta in maniera particolare nella foga bellicista della vicepresidente UE è la scelta di esaltare sui social la propria visita al museo. Infatti, l’impostazione di questo spazio museale è da tempo oggetto di dure contestazioni internazionali. Molti critici, tra cui lo storico Dovid Katz, cittadino statunitense di religione ebraica residente a Vilnius, accusano la struttura di manipolare la storia e di riabilitare varie figure coinvolte nelle epurazioni razziali condotte dai nazisti.

L’istituto è nato col nome di “Museo delle Vittime di Genocidio”, e sotto questa dicitura ha riportato le storie dei lituani che sarebbero stati vittime di purghe e deportazioni successivamente alla fine della Seconda guerra mondiale. Decine di migliaia di persone, secondo i dati riportati, ma che questi fantasiosi esegeti della definizione di “genocidio” non hanno contestato per l’attuale genocidio – questo sì – del popolo palestinese.

Katz ha sostenuto che “definire genocidio ciò che hanno fatto i sovietici è solo un sofisma ambiguo per trasformare tutte le vittime in criminali e tutti gli assassini in eroi”. Ovvero, per inquinare la storia dell’unica pulizia etnica che è avvenuta in Lituania nell’ultimo secolo, quella degli ebrei ad opera dei nazisti, e dei collaborazionisti lituani.

Il museo, su tre piani, solo dopo esser stato bersaglio delle critiche internazionali, nel 2011 ha aggiunto – in una piccola cella nel seminterrato – una mini-esposizione riguardante l’Olocausto. E questo nonostante in Lituania l’occupazione tedesca abbia portato allo sterminio del 90% dei circa 250 mila ebrei che vi abitavano. Spesso, il genocidio venne perpetrato dai collaborazionisti locali.

Questi ultimi, invece, diventano dei “combattenti per la libertà” nelle sale del museo. Come ha evidenziato in passato il Time, sono tanti i responsabili dell’Olocausto che nel museo “sono lodati come vittime della lotta dei loro paesi contro l’occupazione sovietica”. I carnefici nazisti vengono elevati, in questa narrazione istituzionalizzata, al rango di eroi della resistenza nazionale.

In linea con questa manipolazione, nel 2018 è stato infine rinominato come “Museo delle Occupazioni e delle Lotte per la Libertà”. Libertà non dai nazisti, ovviamente, ma da chi i nazisti li ha sconfitti. L’iniziativa della Picierno si inserisce quindi nell’opera che le istituzioni europee hanno portato avanti per equiparare prima nazismo e comunismo (ma con una forte “comprensione” per il primo), e poi l’Unione Sovietica alla Russia di oggi, nonostante quest’ultima sia il risultato del suo abbattimento e rifiuto (Putin era stato scelto da Eltsin, ricordiamo).

La visita della Picierno è, insomma, un’azione di propaganda utilizzata in chiave anti-russa per legittimare il riarmo e la costruzione della Difesa Europea. Il terreno cardine su cui si cerca di costruire un soggetto imperialista a pieno titolo viene venduto all’opinione pubblica come una necessità per difendersi dai russi “autoritari”.

E in generale, è parte del tentativo di continuare a demonizzare l’esperienza socialista, di un mondo nuovo fondato su cardini differenti. In questa palese crisi economica ed egemonica dell’imperialismo, lo spauracchio della rivoluzione socialista rimane una delle preoccupazioni principali delle centrali imperialiste.

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02/01/2026

La democrazia che taglia la lingua al 40% del paese

Quando ti magnificano la democrazia UE e la sua inclusività, soppesa questo suono di fanfare con una novità che entra in vigore ora nel nuovo anno 2026.

Immagina di vivere in un Paese dove quasi una persona su due parla una certa lingua fin da sempre. È la lingua usata in famiglia, per strada, al mercato, tra amici. È la lingua in cui si pensa e si ricordano le cose importanti. A un certo punto però lo Stato decide che quella lingua deve sparire dagli spazi pubblici: non la si studia più a scuola, non la si sente più nei media pubblici, i libri diventano per legge molto più cari e più difficili da trovare.

Questo sta accadendo in Lettonia, dove il russo non è una lingua marginale. È parlata da circa il 40% della popolazione e, in luoghi come Riga, la capitale, addirittura da più della metà delle persone. Non si tratta di visitatori o di comunità isolate, ma di cittadini che vivono lì da generazioni, anche se una parte di loro viene umiliata da decenni con uno status di non-cittadini che viene persino stampato sul passaporto.

Qualche personaggio con 64 denti ipocriti come quelli della Ursula o della Kaja sfoggerà un bel sorriso passivo-aggressivo per dire che nessuno vieta di parlare russo nella vita privata. Ed è vero. Ma le lingue non vivono solo nelle case. Vivono nella scuola, nei libri, nella televisione, nei luoghi condivisi. Quando una lingua viene tolta da questi spazi, non viene proibita: viene lentamente spinta ai margini. Resta, ma come qualcosa di tollerato, non più riconosciuto. Lo abbiamo visto con le lingue tagliate anche dallo Stato italiano.

Il punto più delicato è quando tutto questo viene giustificato con la “sicurezza nazionale”. In quel momento una lingua smette di essere un semplice strumento per parlare e diventa un sospetto. Chi la usa viene visto come qualcuno da controllare, non come una parte normale della comunità. La responsabilità di eventi politici lontani viene fatta scivolare, in modo silenzioso ma inesorabile su persone comuni.

Uno Stato dovrebbe tenere insieme ciò che esiste già, non separarlo. Quando una lingua parlata da una parte enorme della popolazione viene trattata come un problema da ridurre, il messaggio è chiaro: non tutti appartengono allo stesso modo.

E questa frattura, anche se presentata con i soliti trucchi dell’Europeismo Reale, cioè come una questione “tecnica” o “necessaria”, lascia segni profondi che durano molto più a lungo delle decisioni che l’hanno prodotta.

È un altro tassello vergognoso di questo tempo. Il Partito del Riarmo tace, e con esso tacciono quasi tutti i giornali, impegnati a non disturbare il clima di mobilitazione permanente che cresce sotto i nostri occhi. Così ai cittadini viene sottratta una cosa essenziale: la possibilità di capire davvero che cosa si sta cucinando nei pestilenziali fornelli del revanscismo baltico che alimenta il centro della politica estera europea, e quanto questa pietanza velenosa stia già prendendo forma.

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14/09/2025

Contro Putin, ecco il mago Otelma Lituano

Lui non prevede il futuro, lo prepara. Se gli chiedono come faccia a essere sicuro che Putin voglia attaccare l’Europa, risponde: “Beh, posso citare ciò che i servizi di intelligence dicono. Ad esempio, quello tedesco: dicono che Putin sarà pronto a testare l’articolo 5 della Nato entro tre o quattro anni”.

Quando Claudio Tito di Repubblica gli chiede, scusi, ma dove sta scritto che Putin vuole fare la guerra? Lui non si perde d’animo e spara: “È scritto nei documenti Nato: Putin è la minaccia numero uno per la sicurezza europea”.

Non sa niente, però non gli sfugge nulla di tutto quello che sente dire. Si chiama Andrius Kubilius, non è il nome d’arte del Mago Otelma della Lituania, bensì il responsabile (!) della Difesa europea, quella che tanto conta un bel niente, che, come al solito, ci pensa sempre e solo la NATO.

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20/07/2025

Il condono del nazi-fascismo e la beatificazione dei suoi martiri ed eroi

Tutti riammessi nel Parnaso dell’Occidente, ovvero della democrazia bellica.

Ieri mi è capitato sott'occhio tal Tommaso Ciriaco che su Repubblica ha impegnato una pagina intera circa una collina irta di Croci che in Lituania simboleggia l’orgoglio nazionale nella lotta contro gli invasori russi, cioè gli atei, i cristiani di rito greco, insieme, e sommamente i comunisti. Celebrando così l’indomito spirito della Lituania – paese ospitante il summit della Nato – nella lotta contro l’autocrazia.

I popoli baltici divenuti col loro eroismo la punta di diamante dell’Occidente nella strenua lotta contro l’oriente (russo-cinese, la nuova Persia), sede del dispotismo e dell’arbitrio. I biondi ariani del Baltico, addizionati dei finnici, dei polacchi e altri abitatori di marche di confine, sino ai bulgari e ai moldavi, come la nuova Grecia. E del resto già Heidegger aveva teorizzato l’affinità fra l’alto tedesco e il greco antico.

Una sfacciata menzogna. Si dà il caso infatti che i lituani, come del resto gli ucraini occidentali, siano anche noti per il sostegno zelante offerto ai nazisti, specie nello sterminio degli ebrei. Che all’epoca costituivano una parte rilevante della popolazione ivi insediata. Vilnius era a tutti gli effetti una città ebraica.

Lo sterminio è stato così efficace (si parla di circa 300.000 soppressi, spesso a bastonate, barbarie testimoniata da innumerevoli reperti), che nella Lituania odierna di quella componente umana non rimane alcuna traccia. Una pulizia etnico-religiosa perfettamente riuscita. Un tragico tratto storico incastonato a lettere cubitali nella rivendicata identità nazionale dello stato risorto dalle ceneri dell’URSS.

L’Europa, all’atto dell’ingresso di tali paesi nell’Unione, ha sollecitato blande autocritiche autoepuranti, che però sono state bellamente aggirate. Il Centro Simon Wiesenthal continua a catalogare la Lituania, assieme a un gruppo di altri stati – fra i quali la Norvegia, la Svezia, l’Ucraina, la Romania (guarda caso tutte new entry della Nato) – come categoria F, cioè stati del ‘fallimento totale’, nei quali ci si rifiuta di indagare e men che meno perseguire i criminali nazisti.

In Lituania sentenze di tribunale hanno giudicato lecito esibire svastiche e qualunque tentativo di rettificare una toponomastica imbarazzante è stato criminalizzato godendo di alto sostegno popolare. Anche per questo Zelensky è stato accolto a margine del convegno della Nato da grandi manifestazioni di simpatia. Stessa storia in comune.

Una affinità ‘ucraina’ che del resto vale anche per Estonia e Lettonia (altre new entry Nato), paesi nei quali sono attuate politiche di naturalizzazione forzata della popolazione russofona, esattamente come nel Donbass, pena l’esclusione dai diritti civili di cittadinanza (in Estonia il 14 % della popolazione ivi residente non ha diritto di voto). E la chiamano Europa... 

Queste riscritture apologetiche della storia sono vere e proprie falsificazioni il cui scopo è reintegrare il nazi-fascismo, denaturato delle sue componenti più ‘asiatiche’ per obnubilazione, nell’alveo cd. democratico della cultura occidentale. Sostanzialmente accettandolo, come innocuo, nello statuto delle identità nazionali convertitesi nell’Unione allargata.

La stessa equipollenza statuita dal parlamento europeo sotto la guida di Sassoli (uomo la cui raffinatezza era peraltro incomparabile con la rozzezza attuale della Metsola) ha significato di fatto una riabilitazione surrettizia del nazi-fascismo e la reclusione definitiva del comunismo nella damnatio memoriae dell’Occidente euro-atlantico. Il comunismo, non più il nazi-fascismo, è la sponda maledetta, lo specchio infranto, rispetto alla quale si definisce l’identità europea.

Le operazioni di ‘umanizzazione’ del nazi-fascismo sono ormai un florilegio giornalistico quotidiano, che a breve interesserà la stessa filmografia para-hollywodiana. Il nazista dell’Azov, celebrato da Gramellini sotto il ‘cielo di stelle’ della legge morale di Kant, è ormai solo un esempio fra i tanti. Un classico. Anche fra i nazisti albergarono, e albergano, “uomini buoni”. Cosa inibita per definizione ai russi e ai comunisti.

La rilettura dell’antagonismo di civiltà come scontro fra democrazia e autocrazia ricalca a pennello la vulgata classica che opponeva la civiltà greco-romana (sottacendo la loro comune natura schiavistica e oligarchica) al mondo ‘Barbaro’, rozzo, informe, primitivo. Poi evoluta come contrapposizione fra Occidente, spazio dell’individuo e della “libertà”, e Oriente, spazio del dispotismo e dell’arbitrio.

La lettura è la stessa proposta da Ernst Junger nel suo celeberrimo “Il nodo di Gordio”. L’errore del nazismo non fu l’aggressione alla Russia, ma la mancata chiusura del fronte occidentale, parte del mondo del quale era comunque partecipe il soldato tedesco. Se i nazisti avessero trattato i popoli slavi sottomessi come liberi alleati anziché servi, le cose sarebbero andate diversamente. La tragedia del nazismo fu in sintesi di incorporare dentro di sè, nel suo mix, troppo ‘oriente’ a scapito di un ‘occidente’ del quale pure faceva parte.

Una tesi che fa il paio, qui da noi, con una lettura quasi omologa del fascismo quale proposta dai ‘revisionisti’. Se Mussolini non si fosse alleato con Hitler adeguandosi alle leggi razziali, la dittatura del ventennio sarebbe stata se non accettabile quantomeno giustificabile di fronte alla minaccia eversiva di ‘fare come in Russia’. Il fascismo come legittima contro-rivoluzione preventiva.

La fedeltà atlantica, cioè l’Occidente capitalistico a guida americana e ad egemonia dell’anglo-sfera come fortezza della libertà, satura ormai completamente l’intero spazio delle differenze politiche, di fatto annullandole in un unico pensiero. Con grave nocumento per gli ingredienti critici di democrazie, peraltro già economicamente svuotate.

L’Europa non è ormai null’altro che una protesi amministrativo-economicista del mondo atlantico. I capi di stato europei si ritrovano sotto l’egida della Nato ed è li che si fanno ritrarre nelle pose che contano. Da veri ‘sovranisti’.

La dittatura dei media mainstream è ormai un dato acquisito, dove i Ciriaco, i Gramellini e altri aedi a pagamento attendono a un immaginario unico dove domina la reinvenzione più sfacciata quanto ardimentosa di ogni ‘tradizione’ e la critica è additata come una indecenza, una maleducazione da sopportare dando prova di misurata tolleranza.

Non so quanti se ne siano resi conto, ma le recenti elezioni politiche in Italia hanno segnalato un passaggio di valenza epocale. Il PD, cioè la ‘sinistra ufficiale’ e certificata, sotto la guida di Letta e dell’intero gruppo dirigente, senza alcuna smagliatura, ha deliberatamente deciso di non usare l’anti-fascismo come arma polemica nel contrasto alla destra radicale. Essendo che il vero criterio adottato nella partizione del campo politico è stato la fedeltà atlantica.

Al di là del vallo i nemici, gli orientali, al di qua dei semplici competitori ‘occidentali’, con qualche idea differente ma uniti nella difesa del proprio campo geo-politico, secondo il più autentico spirito ‘democrat-veltroniano’. Così in un battibaleno, senza neppure una ratifica congressuale di un evento di portata ben maggiore di Bad Godesberg, è stata annullata la frattura fascismo/antifascismo.

Lo stesso Letta, per non parlare di Draghi e di altri autorevoli campioni del liberalismo e persino del liberal-socialismo, ha a più riprese accreditato la leader del partito post-repubblichino. Se non si arriverà a celebrare la repubblica di Salò è solo perché la Repubblica dovrebbe negare se stessa, ma non è detto che il veto resti per sempre.

Nel frattempo essendo già più che sufficiente, l’aver inquadrato la ‘Resistenza ucraina’ come forma aggiornata del quadro grandioso della Resistenza europea. Anche in tal caso con un clamoroso escamotage storico.

Il nazi-fascismo, ammansito e risublimato all’insegna dell’aggressività atlantica è fra noi. Riverginato democraticamente e a pieno titolo. Dalle fogne alle stelle (e strisce). Siamo rimasti noi, ‘putiniani’, ‘russofili’, ‘papisti’, pacifisti, comunisti e altri clandestini, pentastellati e altri pellegrini sulla via della seta, l’ultima sentinella della democrazia. I resistenti al falso, alla propaganda, all’ipocrisia. L’altro occidente.

Perché se il mondo è un globo c’è sempre un Occidente più a ovest dell’impero che ne detiene il titolo... 

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10/07/2025

Lituania - Si celebrano i nazisti ma si perseguitano i politici non guerrafondai

Il Centro Documentazione e Associazione della comunità ebraica situata in Lituania, Defending History, ha pubblicamente denunciato i processi in corso di riabilitazione e legalizzazione del passato neonazista locale, con commemorazioni, riscrizione della storia circa i crimini e massacri perpetrati nella seconda guerra mondiale nella regione, inaugurazioni di targhe e monumenti a criminali nazisti, antisovietismo e russofobia assurti a leggi e normalità.

Nel frattempo Eduardas Vaitkus, candidato indipendente alle ultime elezioni presidenziali, è stato costretto a scappare dal paese per sfuggire a minacce di morte e persecuzioni continue.

Defending History, in una conferenza stampa a Vilnius nelle scorse settimane, ha denunciato che è in discussione al Seimas, il Parlamento lituano, su richiesta di un gruppo di parlamentari, accademici e attivisti di estrema destra, la creazione di un “collegium” istituzionale per cercare di trasformare gli assassini del Fronte Attivista Lituano , LAF, in “patrioti nazionali”. DH si chiede se sarà vero che “le istituzioni della Lituania diventino realmente la casa per l’ennesimo tentativo di glorificare i primi assassini dell’era dell’Olocausto dell’ebraismo lituano, autori del genocidio che lasciò il 96% degli ebrei lituani annientati? ... Fiduciosi della loro capacità di vendere la storia revisionista, con una lettura di estrema destra agli ingenui occidentali, hanno persino annunciato un’edizione inglese di loro saggi storici a beneficio delle ambasciate occidentali. Questa era l’ultima cosa di cui una Vilnius pacifica, moderna, democratica avrebbe bisogno...”.

L’ex ministro degli Esteri lituano, Audronius Aubalis, cofondatore del “collegium”, aveva annunciato la data di giugno, per il lancio della campagna indirizzata alla glorificazione degli assassini del LAF. I piani propagandisti includono pubblicazioni in lingua inglese destinate a persuadere le principali ambasciate occidentali a Vilnius e istituzioni varie straniere, comprese numerose ONG assortite.

Il Fronte Attivista Lituano o LAF fu un’organizzazione armata anti comunista e neonazista, istituita nel 1940 dopo l’arrivo dell’Unione Sovietica in Lituania.

L’obiettivo dell’organizzazione era staccare la Lituania dall’URSS e stabilire la sua indipendenza sotto l’ala del Terzo Reich, per questo sostenne l’invasione tedesca del paese nel 1941, operando per rendere più agevole l’occupazione della Lituania per i nazisti e scontrandosi con le truppe dell’Armata Rossa e i patrioti lituani antifascisti, in una insurrezione del 22 giugno 1941 assecondata dai tedeschi, che occuparono il paese il 23 giugno.

Fondato su posizioni duramente antisemite, secondo quasi tutti i sopravvissuti dell’Olocausto lituano intervistati negli ultimi decenni, il 23 giugno 1941, per il numero delle vittime, è considerato l’inizio dell’Olocausto lituano.

Fu compiuto l’omicidio di massa da parte di uomini che indossavano i bracciali bianchi del LAF, uccidendo migliaia di ebrei, antifascisti e comunisti lituani, comprese donne e anziani, prima che i tedeschi arrivassero e istituissero la loro autorità. Non c’erano solo i criminali violenti, c’erano gli intellettuali della LAF a Berlino che preparavano i testi e i volantini, dove chiedevano la pulizia etnica dell’ebraismo lituano e del comunismo sovietico.

Nonostante denunce e proteste, soprattutto della comunità ebraica lituana, la targa al collaborazionista nazista Jonas Noreika a Vilnius, non sarà tolta, ha decretato l’autorità giuridica lituana.

In un processo scaturito dalla denuncia di Grant Gochin, un attivista statunitense anti nazista, che aveva chiesto la rimozione della targa onorifica dedicata a Noreika. Persino la nipote del criminale nazista, Silvia Foti, giornalista e storica, da Chicago dove vive, ha pubblicato un breve saggio di documentazioni, frutto di anni di ricerche indipendenti, che conferma invece le accuse rivolte al collaborazionista lituano.

Anche il Simon Wiesenthal Center ha denunciato il fatto che Noreika sia divenuto un eroe in patria perché considerato un martire della resistenza anti comunista lituana. Egli fu fucilato dai sovietici quando la Lituania venne liberata dall’URSS, con l’accusa documentata di assassinii di massa, dopo la sua nomina, avvenuta nel 1941, come capo del villaggio di Šiaulia, sotto l’occupazione nazista.

La comunità ebraica lituana aveva chiesto ripetutamente la rimozione della targa che commemora Noreika, affissa al muro della biblioteca dell’Accademia delle Scienze a Vilnius, dichiarando che : «Noreika è stato un diretto e fanatico partecipe nella responsabilità della Shoah in Lituania».

Il governo democratico ed europeista, portatore dei valori occidentali, si è però sempre rifiutato di levare la targa.

Qui sotto l’immagine del sito, non ancora chiuso, che ricorda lo sterminio degli oltre 70.000 ebrei e antifascisti lituani, fucilati e sepolti nella foresta di Ponary, durante la Seconda Guerra Mondiale.

Questi massacri, iniziati nel luglio 1941, hanno dato il via al famoso “Olocausto delle pallottole”, una serie di fucilazioni di massa perpetrate dalla Germania nazista e dai suoi collaborazionisti locali nei territori sottratti alle forze sovietiche.

Solo pochi prigionieri riuscirono a fuggire da Ponary ma, una volta tornati alla vita civile, i sopravvissuti sono stati ignorati e i loro racconti dimenticati dai libri di storia attuali. Ponary, è tuttora considerato il più grande luogo di sterminio in Lituania, quasi tutti i massacri sono stati compiuti dal “Plotone speciale di Vilnius”, un’unità volontaria composta da circa 100 nazisti lituani, militanti del LAF.

Le loro vittime includono oltre 80.000 cittadini, sia lituani che sovietici, ed anche molti intellettuali polacchi.

Mentre accade quotidianamente tutto ciò nella Lituania contemporanea e democratica, accade anche che un ex candidato indipendente alle ultime elezioni presidenziali, sia costretto, così come decine di migliaia di membri della comunità russo lituana, a scappare dal paese.

Eduardas Vaitkus, schieratosi per la pace e contro le politiche guerrafondaie del governo lituano, si era posto come riferimento di tutta quella parte della popolazione che “…non sono impazziti e vogliono la guerra. Qui ci sono persone che vogliono una Lituania indipendente e libera, dove i lituani siano padroni della loro terra e della loro Patria, non così è ora…”. Queste dichiarazioni l’hanno fatto diventare nel paese un nemico e un bersaglio.

Pur non appartenendo alla comunità russa lituana, ha dovuto scappare dal paese dopo alcune aggressioni e tentativi di ucciderlo, Ha ottenuto asilo politico in Bielorussia, dichiarando in una conferenza stampa che ora si sente “…totalmente al sicuro in Bielorussia. Mi sento al 100% al sicuro qui. Non come in Lituania. Ancora oggi quando faccio una passeggiata nella foresta e qualcuno si avvicina da dietro, sono diffidente e timoroso, questa è la conseguenza di tutte le minacce e aggressioni che ho ricevuto molte volte in Lituania…”, ha detto Vaitkus.

L’ex candidato presidenziale ha anche denunciato l’attuale dirigenza politica lituana: “…le correnti autorità lituane agiscano a scapito del proprio popolo…sono principalmente interessati al business e al denaro, mentre la componente morale non li tocca minimamente. Stanno solamente agendo nell’interesse dell’Unione europea o dei globalismi unipolari. In tali condizioni non si può parlare di alcun interesse per i semplici cittadini lituani…La componente morale si sta dissolvendo sullo sfondo. Possono convivere con tutto questo, ma non capisco come si possa vivere in questo modo”, ha sottolineato l’ex candidato presidenziale.

Il politico ha detto che spera che la situazione possa cambiare in meglio, ma per questo, occorre creare una nuova forza politica, la quale attraverso le elezioni, rovesci l’attuale leadership, ma non è facile né vicina, come prospettiva. “…La Lituania non deve essere in vendita. La Lituania deve essere indipendente e libera. Dovremmo essere neutrali. Non abbiamo bisogno di essere in guerra con nessuno. Dobbiamo cooperare con i nostri vicini, ripristinare la giustizia e l’uguaglianza. Se questi pensieri sono riconosciuti dal popolo, io mi metterò a disposizione. Per le future elezioni presidenziali…”, ha detto Vaitkus.

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04/07/2025

Dall’Artico all’ombrello nucleare: il protagonismo di Berlino nella ‘difesa’ europea

Non può che suscitare cattivi presagi l’attivismo della Germania in ambito militare. Berlino, da una parte usando i margini di bilancio dati da un’architettura europea sbilanciatissima, dall’altra muovendosi velocemente sul piano degli accordi militari e diplomatici, si sta ponendo come perno della futura difesa europea, rimodellata sulle esigenze della proiezione imperialistica UE.

Diamo uno sguardo ‘periscopico’ ai vari ambiti in cui il paese si sta impegnando. E cominciamo proprio dai sottomarini e dal fronte Sud della UE. Nel quale, come è ben risaputo, è l’Italia a essere il fulcro di un sistema di difesa che considera ‘cortile di casa’ tutto il Nord Africa e il Mediterraneo allargato.

Alla fine, la Thyssenkrupp ha scelto di quotare in borsa la TKMS, con la ratifica della decisione che dovrebbe arrivare entro i primi dieci giorni di agosto. La società è una controllata che si occupa di sommergibili e tecnologie subacquee. L’idea di vendere l’attività all’italiana Fincantieri sembra sfumata, per ora, così come il consolidamento di una grande attore industriale europeo nel settore.

La realtà è sempre più sfumata. Berlino, nelle nuove gerarchie dell’economia di guerra, l’unica risposta pensata da Bruxelles per far fronte alla crisi industriale, non vuole lasciare nulla agli altri. I tedeschi puntano a rafforzare un polo nazionale, magari con una possibile aggregazione tra TKMS e Meyer Werft, specializzata in navi da crociera e potenzialmente interessata a entrare nel comparto militare.

Fincantieri non mancherà di opportunità, anche in relazione all'integrazione con le aziende tedesche. Ma qui si tratta di assicurare a Berlino il controllo sulle scelte – e i luoghi – di investimento per la futura crescita di impianti e posti di lavoro. Si tratta di dare lavoro ai tedeschi, a cui bisogna dare un’alternativa alla crisi industriale, dopo un trentennio di promesse sfumate nel giro di pochi anni.

A est, invece, il progetto centrale è quello finanziato attraverso i finanziamenti della BEI: 540 milioni di euro per una grande caserma per rendere stabile la presenza di 5 mila soldati in Lituania, a Rudninkai. Lo schieramento di truppe è iniziato ufficialmente a fine maggio, e dovrebbe concludersi entro il 2027.

Il nemico dichiarato è la Russia. La richiesta di questa aumentata presenza militare proviene direttamente da Vilnius, e qui sta anche la particolarità della vicenda: la Germania è già presente con i suoi militari in Lituania, dal 2017, perché guida il battlegroup NATO della zona. Ma questo nuovo contingente fisso è frutto di un accordo bilaterale, e dunque al di fuori dell’architettura atlantica.

Sempre sbandierando il pericolo russo, il ministro della Difesa Boris Pistorius ha appena confermato che Berlino invierà presto delle navi a pattugliare le acque dell’Artico. “La Germania – ha detto Pistorius – ha assunto il ruolo guida per il Mar Baltico. Sono grato alla Danimarca per il suo supporto con i dati, e sono grato anche per il fatto che stiate spingendo affinché la protezione delle infrastrutture sottomarine critiche nel Mar Baltico diventi un tema di più stretta cooperazione tra UE e NATO”.

La Groenlandia avrà un ruolo centrale in questa operazione, mentre la Danimarca si è trovata costretta a dare l’ok all’ampliamento dell’intesa militare che aveva già raggiunto con Biden e Washington ha deciso di trasferirne la responsabilità dal comando del Pentagono che si occupa dell’Europa a quello che si occupa dell’America settentrionale.

“Allineare la Groenlandia al NORTHCOM significherà che verrà trattata non come un avamposto, ma come un pilastro della sicurezza degli Stati Uniti nell’estremo Nord”, ha scritto Iris Ferguson, un’ex funzionaria del Pentagono specializzata sull’Artico. Ma anche che questo potrebbe alienare ulteriormente le simpatie degli alleati europei. Quella del governo tedesco sembra dunque una decisione che è indirizzata tanto verso il Cremlino quanto verso la Casa Bianca.

Infine, il quotidiano statunitense Politico riporta che Regno Unito e Germania si preparano a firmare un ampio trattato di difesa reciproca, che dovrebbe prevedere anche una clausola di mutua assistenza in caso di minaccia strategica a uno dei due paesi. Il testo definitivo è in arrivo il prossimo 17 luglio.

In questo modo, Berlino potrebbe contare sulla promessa di una ‘mutua assistenza’ da parte di entrambe le potenze in possesso di ordigni nucleari nel Vecchio Continente (esclusa la Russia, ovviamente), ovvero Francia e Regno Unito. Lo scopo è rafforzare una deterrenza che sia autonoma da quella stelle-e-strisce. Su quanto tale deterrenza possa essere efficace ci sono dubbi, ma tant’è.

Scrive Politico: “sebbene il trattato probabilmente riaffermerà l’impegno di entrambe le nazioni nei confronti della NATO come pietra angolare della loro difesa collettiva, l’inclusione della clausola sottolinea la spinta degli alleati europei a collaborare più strettamente in materia di sicurezza, mentre gli Stati Uniti si ritirano dall’alleanza di difesa transatlantica”.

Su entrambe le sponde dell’Atlantico la NATO è ancora utile. A Trump serve forse più per costringere gli ‘alleati-vassalli’ ad acquistare le sue armi, ma Bruxelles non può di certo ancora farne a meno in un mondo sempre più turbolento. Però Berlino, in quanto paese guida della UE, si sta mettendo d’impegno a costruire un polo autonomo. Dedito, anch’esso, alla guerra.

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26/08/2024

La prima base militare tedesca oltre i confini dal 1945

Lunedì 19 agosto, in Lituania, è partita la costruzione di quella che diventerà la più grande base militare del paese. Situata a Rūdninkai, vicino al confine con la Bielorussia, dovrebbe entrare in funzione a partire dal 2025 – anche se ancora molti degli appalti non sono stati assegnati – e coprirà varie centinaia di ettari di territorio.

Ne avevamo già reso conto precedentemente, ma uno degli aspetti più interessanti di questa ennesima impresa bellicista della filiera euroatlantica è che è stata finanziata per metà dalla Germania (un po’ più di un miliardo di euro, più manutenzione ed equipaggiamenti). Si tratterà della prima base tedesca permanente all’estero dalla fine della Seconda guerra mondiale.

Nel dicembre del 2023 i ministri della Difesa di Vilnius e di Berlino, Arvydas Anusauskas e Boris Pistorius, avevano firmato un accordo per schierare una brigata tedesca in Lituania entro il 2027. Con la base, questa intesa viene portata a buon fine.

Tra il 2025 e il 2026 vi saranno insediati 4 mila dei circa 4.800 soldati che la Germania ha nel paese baltico, con il distaccamento che diverrà pienamente operativo nel 2027. Le unità fanno parte del 122° battaglione di fanteria corazzata, del 203° battaglione carri e del Battle group multinazionale NATO, a cui si aggiungeranno dei Leopard 2A8 di recente acquisto.

Il capo di Stato maggiore lituano, il generale Raimundas Vaiksnoras, ha stimato che la spesa lituana per la base sarà pari a quella tedesca nei prossimi tre anni. Si tratta, perciò, di uno dei più sostanziosi progetti per infrastrutture militari mai affrontati dal paese (che ha un’economia pari a un decimo di quella della Germania).

Vaiksnoras ha detto chiaramente che lo scopo della base è da fungere da ulteriore deterrente contro i russi. Ma siamo ormai ben oltre la deterrenza, e la questione sta diventando quella dello sviluppo di un apparato bellico in grado di affrontare operazioni militari vere e proprie.

Pistorius ha infatti paragonato questa decisione all’invio di forze alleate nella Germania Ovest durante la Guerra Fredda, in contrasto alle truppe del Patto di Varsavia. Non c’è bisogno di una più esplicita dimostrazione di come l’Occidente sia ormai rientrato in una logica di piena Guerra Fredda.

La Germania, oggi come allora, vuole giocare un ruolo centrale in questo confronto, e vuole cogliere la palla al balzo per rilanciare il suo riarmo. All’orizzonte vi sono anche i guadagni che si possono ottenere dal virare verso un più marcato keynesismo militare: circa un migliaio di appaltatori tedeschi, attivi sia in ambito bellico sia civile, saranno dislocati in altri siti in Lituania.

Non sono pochi i problemi dell’industria tedesca, e faticosa è la trattativa su nuove spese. Ma ad ogni modo, Berlino continua a finanziare Kiev, e con questa base militare si fa un altro passo verso un nuovo scenario globale, che sarà sempre più segnato dalle armi e dall’economia a esse collegata.

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26/05/2024

I guerrafondai dilagano in Europa. Vanno fermati

Le parole del segretario della Nato, Jens Stoltenberg, sono sostanzialmente il via libera all’utilizzo delle armi occidentali consegnate all’Ucraina per colpire il territorio russo in profondità. “Negare all’Ucraina la possibilità di usare queste armi contro obiettivi militari legittimi sul territorio russo rende molto difficile per loro difendersi” ha dichiarato in un’intervista all’Economist.

Ma è anche una dichiarazione che esplicita come la Nato – o parte di essa, in particolare alcuni paesi europei – sia decisa nel muovere contro la Russia, anche a rischio della guerra. Del resto, prima di Stoltenberg era stato un altro “grande boiardo” europeo, Mario Draghi, ad affermare pochi mesi fa che non si può permettere alla Russia di vincere in Ucraina. Il whatever it thakes, questa volta era implicito.

Il rischio concreto è che gli appelli di Stoltenberg preparino il terreno a un intervento più ampio e diretto di Paesi membri della Nato, anche senza il cappello all’Alleanza atlantica.

In realtà gli ucraini già colpiscono in territorio russo dallo scorso autunno, quando era ormai evidente il fallimento della controffensiva, ed hanno colpito con i missili Himars forniti dagli USA obiettivi in Crimea e nei territori russi di Belgorod e Kursk oppure con l’assistenza tecnica di consiglieri militari britannici e francesi sul campo.

Stoltenberg ha valutato le reazioni al suo appello all’escalation e in una intervista successiva a quella all’Economist, ha provato a gettare acqua sul fuoco.

”Non ci sono piani per inviare truppe Nato in Ucraina” perché l’Alleanza Atlantica ”non entrerà a far parte del conflitto” ha dichiarato il Segretario generale della Nato nel corso di un’intervista con il giornale tedesco Welt am Sonntag. ”Mentre aumentiamo il nostro sostegno all’autodifesa dell’Ucraina, non ci sono piani per inviare truppe Nato in Ucraina o per estendere l’ombrello di difesa aerea della Nato all’Ucraina. La Nato non entrerà a far parte del conflitto”, ha affermato Stoltenberg. Di questo si parlerà al vertice della Nato previsto dal 9 all’11 luglio a Washington.

Ma il vaso di Pandora ormai è stato aperto. Colpisce il fatto che in questo tripudio bellicista europeo, appaiano come i più “saggi” il premier ungherese, Viktor Orbán, che si sta già chiamando fuori paventando la spinta alla guerra di una parte dell’Europa, o il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, che è stato il primo a mettere la mani avanti sottolineando che le decisioni Nato devono essere collegiali.

Tra i più fomentati guerrafondai in prima fila ci sono i baltici e i polacchi. Ingrida Simonyte, primo ministro della Lituania ha confermato che è pronta ad inviare truppe in Ucraina per esercitazioni e addestramento

Il ministro degli Esteri polacco, Radosaw Sikorski, non vuole rivelare i piani, ma non esclude gli «scarponi sul terreno». Stesso discorso per i finlandesi, che assieme ai baltici studiano di intervenire in Ucraina non come Nato, ma con una «coalizione di volenterosi», bypassando dunque eventuali riluttanze di altri paesi membri dell’Alleanza Atlantica.

I britannici si sentono già in una «situazione di pre guerra», come ha confermato il capo di stato maggiore, Patrick Sanders. E poi c’è stato Macron, il quale ha riaffermato come la Francia sia l’unico paese UE che garantisce una deterrenza nucleare europea e che oggi questa è a disposizione dello scontro con la Russia.

Questi vanno fermati, prima che trascinino l’Europa – e l’Italia – dentro una guerra devastante. Whatever it thakes! La manifestazione nazionale del 1 Giugno a Roma servirà a riaffermare anche questo.

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17/09/2023

Polonia, gli F-35 italiani al confine con la Russia

Atterrati a Malbork in Polonia gli F35A della Task Force Air 32° Wing che garantirà il supporto alle operazioni di Air Policing attraverso missioni aeree di difesa e deterrenza sul fianco Est dei Paesi NATO. Cresce pericolosamente il coinvolgimento dell’Italia nel sanguinoso conflitto russo-ucraino: nessuna dichiarazione ufficiale del governo e men che meno uno straccio di dibattito parlamentare, appena un tweet dello Stato Maggiore dell’Aeronautica zeppo di hashtag e annunci bellicosi (#ForzeArmate – #Una ForzaperilPaese -#WeAreNato – #StrongerTogether).

Il 13 settembre sono atterrati nella base aerea di “Krolewo” a Malbork in Polonia nord-orientale (a meno di un centinaio di Km dal confine con l’enclave russa di Kaliningrad) due cacciabombardieri di quinta generazione F-35A dell’Aeronautica italiana; altri due F-35 sono attesi entro un paio di giorni. “I caccia italiani arrivano in Polonia a sostegno della deterrenza e della difesa della NATO”, riporta l’ufficio stampa dell’Allied Air Command, il Comando centrale delle forze aeree dell’Alleanza di stanza nella grande base di Ramstein, Germania. “Gli aerei pattuglieranno i cieli sul fianco orientale europeo nell’ambito delle missioni di Air Policing della NATO. Oltre ad unirsi ai caccia dell’Aeronautica polacca e di altri paesi partner, i velivoli italiani contribuiranno anche alle attività addestrative che l’Alleanza Atlantica conduce nell’ambito delle sue rafforzate attività di vigilanza”.

Le attività di Air Policing consistono nella “continua sorveglianza” dello spazio aereo, nonché nell’“identificazione di eventuali violazioni alla sua integrità”, dinanzi alle quali scattano “appropriate azioni di contrasto”, come ad esempio, il decollo rapido (scramble) dei caccia intercettori. Pericolosissimi faccia a faccia tra piloti delle forze avversarie che possono sfociare in veri e propri duelli aerei, specie se gli incontri ravvicinati avvengono negli spazi aerei di frontiera esplosivi come quelli tra la Polonia nord-orientale e l’enclave Russia nel Mar Baltico.

“Lo schieramento di moderni aerei da caccia di quinta generazione in Polonia – appena sei mesi dopo la fine di un dispiegamento simile da parte degli F-35 dell’Aeronautica italiana – dimostra la capacità della NATO di posizionare capacità di combattimento avanzate in modo flessibile”, ha affermato il generale Gianluca Ercolani, Capo di Stato Maggiore dell’Allied Air Command. “È un’altra prova del fatto che gli alleati operano integrati, secondo efficienti accordi di comando e controllo aereo per eseguire una significativa deterrenza e difesa lungo il fianco orientale”.

Ancora più enfatiche le dichiarazioni del tenente colonnello Ciro Maschione, a capo del distaccamento dei cacciabombardieri F-35A “Task Force Air – 32nd Wing” dell’Aeronautica Militare. “Con l’offerta dei nostri aerei da caccia alla NATO, sottolineiamo che l’Italia è pienamente impegnata a sostenere le missioni collettive e durature dell’Alleanza”, spiega Maschione. “L’Italia è stata il primo alleato a schierare i propri F-35 in una missione NATO – in Islanda – aprendo la strada all’integrazione dei moderni velivoli di quinta generazione nelle operazioni aeree dell’Alleanza insieme a Paesi Bassi, Norvegia, Regno Unito e Stati Uniti”.

L’Aeronautica Militare aveva già schierato nella base polacca di Malbork quattro cacciabombardieri EF-2000 “Eurofighter Typhoon” dalla fine di luglio alla fine di novembre 2022. In poco meno di quattro mesi di attività la task force “White Eagle” ha effettuato oltre 500 ore di volo, nonché 23 Alpha Scramble “per la presenza di velivoli russi che operavano senza autorizzazioni nella zona di competenza degli assetti aerei italiani”. L’altissimo rischio che le operazioni dei caccia italiani potevano concludersi con un confronto-scontro con i velivoli della Federazione Russa è stato ammesso dallo Stato Maggiore dell’Aeronautica. “Una settimana intensa quella che gli uomini della Task Force Air White Eagle hanno affrontato fino ad oggi, a causa dei numerosi interventi richiesti dal Combined Air Operation Center di Uedem (altro Centro di comando e controllo aereo della NATO in Germania, ndr)”, ha riferito l’Aeronautica in un comunicato del 22 settembre 2022. “Considerata la complessità del momento, le difficoltà di operare così vicini al confine (i piloti italiani si sono trovati a operare a soli 5 minuti di volo da Kaliningrand, a 20 minuti dalla Bielorussia e a 25 dal territorio ucraino) e, non ultimo, il rischio che qualunque errore possa essere considerato come una provocazione, è assolutamente pleonastico rappresentare come la prontezza operativa di tutta la Task Force, messa duramente alla prova dal continuo operare in tutte le ore della giornata, sia stata garantita dalla preparazione professionale del personale italiano e dell’apparato logistico che ogni giorno li supporta”.

Dall’agosto 2023 l’Italia è pure presente con la Task Force Air Baltic Horse III alle attività di Air Policing della NATO in Lituania. La missione è condotta anch’essa sotto la supervisione del NATO Allied Air Command di Ramstein. “Il contingente italiano assicura il servizio di Quick Reaction Alert, ovvero la sorveglianza e protezione dei cieli atlantici sul fianco nord-orientale”, spiega lo Stato Maggiore dell’Aeronautica. “La Task Force Air Baltic Horse III è rischierata presso l’aeroporto lituano di Siauliai per contribuire a garantire l’integrità dello spazio aereo della Lituania e delle repubbliche baltiche, rafforzando le attività di sorveglianza delle forze aree dei paesi NATO già presenti nella regione”.

La task force schierata a Siauliai è posta sotto la diretta dipendenza nazionale del COVI (Comando Operativo di Vertice Interforze) ed impiega quattro caccia EF-2000 “Eurofighter Typhoon” provenienti dal 4° Stormo dell’Aeronautica di stanza a Grosseto, dal 36° (Gioia del Colle), dal 37° (Trapani-Birgi) e dal 51° (Istrana, Treviso). “La Task Force italiana in Lituania rappresenta l’espressione più autentica della proiettabilità di una Forza Armata moderna, capace di produrre effetti operativi ovunque sia necessario, adattandosi repentinamente ed efficacemente alle mutevoli condizioni di impiego dettate dall’attuale scenario geopolitico”, ha enfatizzato il Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica, generale Luca Goretti, in occasione della sua recente visita alla base aerea lituana. Un altro teatro operativo ad alto rischio di deflagrazione: anche questo scalo dista infatti un centinaio di km dall’enclave russa di Kaliningrad e a 200 km dalla Bielorussia.

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31/03/2023

In Usa si sogna “l’Unione polacco-ucraina” del Trecento...

Dietro il compatto muro mediatico che riduce la guerra in Ucraina a un banale scontro tra “un aggredito” e “un aggressore” si muovono come sempre interessi molto più complessi e stratificati, che non è mai utile – per i protagonisti reali – esporre chiaramente.

I think tank occidentali, però, sono finanziati e gestiti proprio per razionalizzare scientificamente questi interessi, trovando similitudini storiche o ipotizzando scenari fuori dalle semplificazioni della propaganda spicciola per dare un senso o prefigurare i possibili punti di approdo di questa turbolenta fase storica.

E non sono assolutamente “esercizi mentali”, ma idee per costruire progetti dell’Amministrazione Usa, vista l’interscambio sempre notevoli tra questi “centri pensanti” e i posti di governo.

La rivista Foreign Policy è certamente un crocevia di primaria importanza per la “produzione teorica” migliore – o considerata “stimolante” – che esce da questi pensatoi.

E qui è apparso in questi giorni l’articolo che vi proponiamo, scritto da uno degli specialisti dell’American Enterprise Institute che si autodefinisce “un think tank di politica pubblica dedicato alla difesa della dignità umana, all’espansione del potenziale umano e alla costruzione di un mondo più libero e sicuro.
Il lavoro dei nostri studiosi e del nostro staff porta avanti idee radicate nella nostra fede nella democrazia, nella libera impresa, nella forza americana e nella leadership globale, nella solidarietà con coloro che sono alla periferia della nostra società e in una cultura pluralistica e imprenditoriale”
.

Insomma, una punta di lancia intellettuale dell’imperialismo Usa.

L’articolo, a nostro avviso, va letto in abbinamento ad un’altra notizia degli scorsi mesi, ripresa dal nostro giornale, perché insieme costituiscono due scenari non troppo alternativi sulla fine della guerra. La differenza tra i due sta nell’esito della guerra in corso – “vittoria totale” Usa per quello vecchio, “mezza vittoria” per quello qui riportato.

Perché va sempre ricordato che la guerra, nella sua brutalità, è costituente il nuovo equilibrio che si stabilisce dopo la sua conclusione.

I lettori più attento potranno vedere in controluce una serie di follie caratteristiche dell’imperialismo euro-atlantico (in generale: l’illusione di poter disporre del mondo intero come una propria colonia, semmai da ridurre a miti consigli).

Non manca, naturalmente, il disprezzo strategico totale verso l’alleato più suicida (l’Unione Europea e tutti i suoi stati membri), considerata alla stregua di minus habens costitutivamente incapaci di assumere un profilo globale (Francia e Germania in primo luogo).

Fino all’idiozia epistemologica che porta da un lato a scrivere

“La leadership politica consiste nel rispondere in modo creativo alle sfide del proprio tempo, non nel cercare di applicare una vecchia cassetta degli attrezzi (in questo caso, un approccio agli allargamenti dell’UE e della NATO in stile anni ’90) a una nuova situazione.”

... e dall’altra immaginare uno scenario che ha il suo “fondamento spirituale”... in un matrimonio regale del 1386! Ossia nella “preistoria”, rispetto alla modernità...

Buona lettura.

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È tempo di riportare in vita l’Unione polacco-lituana

Dalibor Rohac *, senior fellow dell’American Enterprise Institute

Nel 1386, l’ultimo sovrano pagano della Lituania, Jogaila, sposò la regina bambina della Polonia, Jadwiga, allora appena adolescente. Il matrimonio creò un’unione politica tra la Polonia e il Granducato di Lituania, che comprendeva gran parte delle attuali Bielorussia e Ucraina.

In questo modo si risolse un duplice problema. Da un lato, ha contribuito a portare i vasti territori dell’Europa orientale, comprese le terre dell’ex Rus’ di Kyiv, all’interno della cristianità occidentale. In secondo luogo, l’unione affrontò l’immediata preoccupazione per la sicurezza di polacchi e lituani: la minaccia dei Cavalieri Teutonici.

L’Unione polacco-lituano sarebbe diventata uno dei Paesi più grandi d’Europa e un affascinante laboratorio di governance politica, studiato in dettaglio dai padri fondatori degli Stati Uniti, in particolare nei Federalist Papers.

Dopo la fine della dinastia jagellonica, l’Unione si trasformò in una monarchia elettorale, simile alle città-stato italiane ma operante su una scala molto più ampia. La legislatura dell’Unione e le diete locali seguivano il principio dell’unanimità, non diversamente da quanto fa oggi il Consiglio europeo su molte questioni. L’atmosfera di tolleranza religiosa e di libertà di cui godeva la nobiltà dell’Unione costituiva un netto contrasto con le monarchie assolutiste dell’Europa occidentale, per non parlare della tragica storia che seguì la fine dell’Unione nel 1795.

E se una soluzione politica simile fosse disponibile per i problemi che l’Ucraina e la Polonia devono affrontare oggi?

L’argomentazione a favore di un’esplicita unione politica tra i due Paesi non si basa sulla nostalgia, ma su interessi comuni. A dire il vero, grazie a quattro secoli di storia comune all’interno del Unione polacco-lituano, gran parte dell’Ucraina odierna (e della Bielorussia) condivide molto più del suo passato con la Polonia che con la Russia, nonostante le affermazioni dei propagandisti russi che affermano il contrario e nonostante il fatto che la relazione sia stata spesso molto complicata, come dimostrano gli eventi del Diluvio del XVII secolo, in particolare la rivolta di Khmelnytsky e le sue interpretazioni contrastanti da parte di polacchi e ucraini.

Tuttavia, il presente e il futuro prossimo sono ancora in corso. Entrambi i Paesi stanno affrontando la minaccia della Russia. Oggi la Polonia è un membro regolare dell’UE e della NATO, mentre l’Ucraina è desiderosa di aderire a entrambe le organizzazioni, non diversamente dal Granducato di un tempo, desideroso di entrare a far parte dell’Europa tradizionale e cristianizzata.

Anche se la guerra dell’Ucraina contro la Russia dovesse concludersi con una decisiva vittoria ucraina, che caccerebbe dal Paese le degradate forze russe, Kiev dovrebbe affrontare una lotta potenzialmente lunga decenni per entrare nell’UE, per non parlare dell’ottenimento di credibili garanzie di sicurezza da parte degli Stati Uniti.

I Paesi dei Balcani occidentali, mal governati e instabili, soggetti all’interferenza russa e cinese, sono un monito per capire dove potrebbe portare un prolungato “status di candidato” e l’indecisione europea. Una nazione ucraina militarizzata, amareggiata nei confronti dell’UE per la sua inazione, e forse offesa da una conclusione insoddisfacente della guerra con la Russia, potrebbe facilmente diventare un peso per l’Occidente.

Immaginiamo invece che, alla fine della guerra, la Polonia e l’Ucraina formino uno Stato federale o confederale comune, fondendo le loro politiche estere e di difesa e portando l’Ucraina nell’UE e nella NATO quasi istantaneamente.

L’Unione polacco-ucraina diventerebbe il secondo Paese più grande dell’UE e probabilmente la sua maggiore potenza militare, fornendo un contrappeso più che adeguato al tandem franco-tedesco, cosa che manca all’UE dopo la Brexit.

Per gli Stati Uniti e l’Europa occidentale, l’unione sarebbe un modo permanente per proteggere il fianco orientale dell’Europa dall’aggressione russa. Invece di un paese sconclusionato e un po’ caotico di 43 milioni di abitanti che indugia nella terra di nessuno, l’Europa occidentale sarebbe protetta dalla Russia da un paese formidabile con una comprensione molto chiara della minaccia russa.

“Senza un’Ucraina indipendente, non ci può essere una Polonia indipendente“, sosteneva notoriamente il leader polacco del periodo tra le due guerre, Jozef Pilsudski, sostenendo la necessità di una federazione dell’Europa orientale a guida polacca che comprendesse Lituania, Bielorussia e Ucraina, in pratica una ricreazione del Unione medievale.

Non è un discorso di fantasia. All’inizio della guerra, la Polonia ha approvato una legge che consentiva ai rifugiati ucraini di ottenere un numero di identificazione polacco, dando loro così accesso a una serie di benefici sociali e sanitari normalmente riservati ai cittadini polacchi.

Il governo ucraino ha promesso di ricambiare, estendendo ai polacchi in Ucraina uno status giuridico speciale non disponibile per gli altri stranieri. Con oltre 3 milioni di ucraini che vivono in Polonia – compresa una consistente popolazione prebellica – i legami culturali, sociali e personali tra le due nazioni si rafforzano ogni giorno di più.

C’è anche un ovvio precedente di unione politica che ha significativamente alterato l’equilibrio di potere nell’UE e ha superato molti degli ostacoli che una potenziale unione polacco-ucraina dovrebbe affrontare: la riunificazione tedesca.

Dopo le prime elezioni libere in Germania Est nel marzo 1990, il nuovo governo cristiano-democratico negoziò rapidamente un trattato che stabiliva un’unione monetaria, economica e sociale tra la Germania Est e la Germania Ovest, a partire dal 1° luglio dello stesso anno. Non solo il marco tedesco divenne moneta a corso legale nella Germania dell’Est, ma la Germania dell’Est adottò anche la legislazione della Germania dell’Ovest che regolava l’attività economica – dall’antitrust, al lavoro, alla regolamentazione ambientale, alla protezione dei consumatori – e procedette allo smantellamento di ogni residuo del dominio comunista.

Questo fu solo il primo passo verso l’unificazione politica. Seguì l’adesione della Germania Est alla Costituzione tedesca, la Legge fondamentale, proprio come fece il Saarland quando si unì alla Germania Ovest nel 1956.

Un complesso trattato di unificazione regolava nei minimi dettagli quali parti della legge della ex Germania Est sarebbero rimaste in vigore e quali sarebbero state sostituite dalla legge della Germania Ovest, con quali modalità e tempi.

Contemporaneamente, nell’estate del 1990, un accordo tra il cancelliere Helmut Kohl e il leader sovietico Mikhail Gorbaciov spianò la strada verso l’adesione alla NATO e alla Comunità economica europea (CEE) per la Germania unificata. Nell’ambito della CEE, l’unificazione tedesca ha provocato una revisione del trattato, che ha portato infine all’abbandono da parte della Germania del suo amato marco tedesco a favore dell’euro.

Non si può sminuire la complessità dell’unificazione, in particolare dei suoi aspetti legali e normativi, ulteriormente complicati dagli impegni europei della Germania. Tuttavia, l’esempio tedesco dimostra che un simile esercizio è possibile quando esiste una sufficiente volontà politica. A meno di 11 mesi dalla caduta del Muro di Berlino, il 3 ottobre 1990 i tedeschi dell’Est sono diventati cittadini della Repubblica federale a tutti gli effetti.

Ci sono alcune ovvie differenze tra la situazione polacco-ucraina di oggi e quella tedesca dei primi anni Novanta. Per prima cosa, nonostante la cultura, la storia e i legami linguistici comuni – e la presenza di un’ampia popolazione ucraina in Polonia – l’idea di “assorbire” l’Ucraina nella Polonia è un’idea ovviamente non praticabile.

A differenza del 1990, quando i tedeschi dell’Est dovettero accettare la Legge fondamentale della Germania occidentale e, di fatto, l’intero sistema giuridico e politico dei loro cugini democratici più sviluppati, un’unione polacco-ucraina richiederebbe la stesura di un nuovo documento costituzionale e la costruzione di istituzioni federali o confederali condivise, oltre a quello che sarebbe un complesso trattato di unificazione.

La sussidiarietà dovrebbe essere il principio guida di tali sforzi, soprattutto perché lo scopo dell’unione non sarebbe quello di cancellare l’identità o la statualità ucraina, al contrario. Le aree in cui il diritto polacco dovrebbe essere introdotto nel sistema giuridico ucraino, non appena possibile, sono quelle necessarie per l’effettivo funzionamento dell’Ucraina all’interno dell’UE e del suo mercato unico.

Ci sono altre aree, tuttavia, in cui tale armonizzazione non è necessaria – o perché si trovano completamente al di fuori delle competenze dell’UE o perché gli ucraini potrebbero trovare il modo di conformarsi al diritto dell’UE alle loro condizioni entro tempi predefiniti.

Probabilmente, la sfida più grande della riunificazione tedesca ha riguardato il divario economico tra le due parti costituenti. Dal 1990, si stima che più di 2.000 miliardi di dollari siano stati trasferiti dall’Ovest all’Est, ovvero circa la metà del PIL annuale della Germania, in gran parte sotto forma di trasferimenti attraverso il sistema di welfare.

In termini reali, i redditi della Germania Est erano circa un terzo di quelli dell’Ovest, una differenza simile a quella tra Ucraina e Polonia prima della guerra. La differenza principale, ovviamente, è la dimensione relativa dei due Paesi: mentre la popolazione della Germania Est era solo un quarto di quella della Germania Ovest, quella dell’Ucraina è più grande di quella della Polonia.

Non è ragionevole aspettarsi che il sistema di welfare polacco diventi un importante veicolo di ridistribuzione verso l’Est; in realtà, i contribuenti polacchi non dovrebbero affatto pagare il conto della ricostruzione dell’Ucraina e della sua crescita di recupero. Oltre ai beni russi – in particolare i 300 miliardi di dollari detenuti dalla sua banca centrale e attualmente congelati nelle capitali finanziarie occidentali – l’UE e i suoi ricchi Stati membri dell’Europa occidentale dovranno farsi avanti.

Ma questa non è una novità, indipendentemente dalla natura dell’accordo politico del dopoguerra. La novità dell’idea di un’Unione polacco-ucraina è che la sua nascita creerebbe un ambiente politico e legale in cui il denaro speso non sarebbe diretto a un Paese che indugia nella sala d’attesa dell’UE, ma a uno Stato membro, con tutto il rigore e il controllo che ne derivano.

Ci sono molte potenziali obiezioni. La principale è il realismo dell’idea. Perché i polacchi dovrebbero intraprendere un’impresa radicale di tali proporzioni? E perché le nazioni dell’Europa occidentale dovrebbero accettare (e in gran parte pagare) l’ascesa di una nuova potenza europea che sposterebbe irrevocabilmente il centro di gravità dell’UE verso est?

La risposta alla prima domanda è semplice: l‘aggressione della Russia e il suo fallimento aprono nuove opportunità per la costruzione di uno Stato.

La leadership politica consiste nel rispondere in modo creativo alle sfide del proprio tempo, non nel cercare di applicare una vecchia cassetta degli attrezzi (in questo caso, un approccio agli allargamenti dell’UE e della NATO in stile anni ’90) a una nuova situazione.

Un’Unione polacco-ucraina potrebbe essere il modo più semplice per trasformare l’Ucraina del dopoguerra in un Paese stabile, prospero e forte, in grado di tenere a bada la Russia, cosa che è nell’interesse di Varsavia.

Per quanto riguarda la seconda domanda, si noti che Bruxelles, Berlino e Parigi si sono già impegnati ad allargare l’UE concedendo all’Ucraina lo status di candidato, con tutto ciò che questo comporterebbe.

Un’unione politica esplicita tra la Polonia e l’Ucraina renderebbe impossibile prendere tempo e sottrarsi a tale impegno, come si può prevedere che faranno. Opporsi a tale unione, inoltre, significherebbe opporsi a uno degli attributi fondamentali dell’autodeterminazione nazionale dell’Ucraina, che i leader europei hanno giurato più volte di proteggere.

È qui che entra in gioco la leadership degli Stati Uniti. Considerati gli investimenti già effettuati per il successo dell’Ucraina sul campo di battaglia, che superano di gran lunga i contributi dell’Europa occidentale, gli americani hanno un forte interesse a trasformare l’Ucraina in una storia di successo, soprattutto quando la guerra stessa si allontana dallo specchietto retrovisore.

Data la cronica incostanza della vecchia Europa, illustrata dalle disavventure dell’UE nei Balcani, il futuro dell’Ucraina è troppo importante per essere lasciato nelle mani di Bruxelles, Parigi e Berlino. Se Varsavia e Kiev fossero disposte a farsi avanti e a risolvere il problema dell’Europa orientale una volta per tutte, l’amministrazione statunitense dovrebbe sostenere la Polonia e l’Ucraina.

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