Sette volte avanti e indietro dalla grande base di Pratica di Mare (Roma) alle infrastrutture aeroportuali di Riyadh (Arabia Saudita), Dubai e Abu Dhabi (Emirati Arabi Uniti).
Da mercoledì 4 ad oggi 7 marzo, l’Aeronautica Militare italiana ha effettuato diverse missioni nell’area del Golfo dove si estende a macchia d’olio il conflitto bellico generato dall’attacco di USA e Israele contro l’Iran.
Secondo quanto rivelato dagli analisti di ItaMilRadar ci sono stati perlomeno 14 voli (sette di andata e sette di ritorno) tra l’Italia ed Arabia Saudita ed Emirati. Nello specifico sono stati impiegati due grandi aerei cisterna Boeing KC-767A (numeri di registrazione MM62227 ed MM62229) in forza al 14° Stormo dell’Aeronautica Militare di Pratica di Mare.
Gli scopi delle missioni non sono stati specificati dalla Difesa italiana ma è presumibile che con i velivoli si sia consentito il trasferimento e/o il rimpatrio di una parte dei militari italiani dislocati in alcune basi militari del Golfo, sotto attacco dei droni e dei missili iraniani.
“Il tracciato delle rotte dei voli degli ultimi due giorni mostra un consistente movimento a navetta operato da due aerei cisterna KC-767A”, scrive ItaMilRadar. “Fin dall’inizio della settimana, l’aereo aveva effettuato diversi viaggi di andata e ritorno da Pratica di Mare a diverse destinazioni del Golfo Persico, principalmente Riyadh, Dubai ed Abu Dhabi. La flotta degli aerei KC-767A dell’Aeronautica italiana è normalmente impiegata per missioni di rifornimento in volo e trasporto strategico. Tuttavia, oltre alle operazioni di rifornimento di carburante, questo aereo può trasportare anche passeggeri e carichi vari, rendendolo adatto per la movimentazione rapida del personale durante situazioni di emergenza”.
Data la frequenza dei voli, gli analisti ritengono che si sia trattato di uno sforzo operativo di natura logistica più che di un’attività di trasporto rutinaria.
“L’Italia mantiene diverse presenze militari nell’area e periodi altissima tensione regionale possono aver condotto ad una movimentazione precauzionale del personale”, conclude ItaMilRadar.
Intanto stamani è atterrato nello scalo di Trapani Birgi un aereo C130 dell’Aeronautica con a bordo alcuni piloti italiani provenienti dal Kuwait. Dalla fine di gennaio, i militari erano impegnati in attività di addestramento presso la base aerea di Ali al Salem, colpita dagli attacchi iraniani che avevano danneggiato due edifici e due hangar che ospitavano alcuni caccia Eurofighter Typhoon in dotazione al 37° Stormo, reparto delle forze aeree di stanza proprio nello scalo siciliano.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Aeronautica Militare Italiana. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Aeronautica Militare Italiana. Mostra tutti i post
28/01/2025
Leonardo SpA ti mette le ali! E i docenti ti fanno giocare alla guerra...
Chi da piccolo non ha sognato di fare il pilota da grande? Forse non tutti il/la pilota, ma sicuramente il “volo” è una di quelle dimensioni magiche che attrae adulti e, soprattutto, ragazzi/e.
Lo sa bene l’Aeronautica militare che nel 2023 ha profuso uno sforzo notevole, in occasione del proprio centenario dalla nascita, per promuovere la propria immagine tra i giovani puntando sia sull’aspetto avventuroso o professionale del volo sia su quelli tecnologici che oggi si declinano in digitale e intelligenza artificiale per la guida dei droni.
I velivoli e i simulatori di volo l’hanno fatta da padrone anche all’interno del Circo Massimo a Roma dove ce li hanno portati di peso perché le maestre e i maestri ci infilassero bambini e bambine per immortalarli, in quella situazione improbabile, con una foto-ricordo da inviare ai genitori in occasione della festa delle Forze Armate il 4 novembre scorso.
Lo sa bene anche l’azienda bellica Leonardo S.p.A., azienda partecipata dallo Stato che in quell’occasione allestì diversi stand per farci giocare alla guerra ragazzi e ragazze attratti dai joystick e dagli schermi per la realtà virtuale.
L’Aeronautica oltre ad essere presente come sponsor a tutti gli open day cheorganizzò durante il centenario per scuole e famiglie, oggi si vanta di «diffondere la cultura scientifica nelle scuole, per supportare la costruzione del futuro delle giovani generazioni» con le nuovissime iniziative educative sulla “Scienza del volo verticale”. Anche questa è un’altra occasione da non perdere perché scade a fine mese!
«Questo è – si legge sul sito aziendale – lo scopo del nuovo ciclo di webinar avviato da Leonardo nell’ambito di STEMLab, il programma (partito già nel 2021) incentrato sulle discipline STEM (Science, Technology, Engineering and Mathematics) e l’innovazione tecnologica, ideato per promuovere la cittadinanza scientifica e il trasferimento di conoscenze dal mondo del lavoro a quello della scuola».
Con Leonardo scopriamo, quindi, che esiste anche una “cittadinanza scientifica” ovvero, presupponiamo, una concezione della stessa che, travalicando ogni connotato democratico e di partecipazione attiva alla società come cittadini consapevoli dei propri diritti e doveri, promuove invece l’intersezione con la scienza, ma diremmo più che altro con la tecnologia, in questo caso militare: una cittadinanza che esprime piena fiducia nella scienza/tecnologia ma zero consapevolezza etica sugli usi della stessa o in maniera edulcorata sul cosiddetto “dual use”.
Il volo continua come metafora del distacco dalla realtà di guerra che viviamo ogni giorno indirettamente a causa di uno Stato sociale massacrato dai tagli lineari per mandare avanti, appunto, un’economia di guerra: “In volo con Leonardo” è il percorso PCTO appena concluso e al quale si aggancia quest’ultimo sul volo verticale, incentrato sulle ultimissime innovazioni (il convertiplano per gente facoltosa o velivoli da guerra ma ovviamente anche come immancabile velivolo-ambulanza) svolto essenzialmente on-line.
Il piano di volo proposto a studenti e studentesse non è però una strada per volare con la fantasia perché il projectwork, per esempio – avverte il sito web aziendale per evitare fraintendimenti con i ragazzi che fossero in preda a slanci creativi – «(…) non è consentito caricare elaborati difformi da quanto riportato nelle “Istruzioni per la realizzazione del Project Work”, non originali o non in linea con il PCTO. Leonardo si riserva la facoltà di contattare gli insegnanti per segnalare eventuali difformità».
Insomma un PCTO organizzato in puro stile militare e siccome lo spirito pedagogico che lo anima non è certo quello montessoriano o alla Dewey, «all’insegnante anche il compito di verificare e validare il project work di ciascuno. A seguito della validazione dell’insegnante, sarà compito del tutor aziendale validare, in maniera definitiva, gli elaborati caricati. Solo i lavori che verranno ritenuti validi anche dal tutor aziendale otterranno l’attestazione delle ore di PCTO svolte». Quindi molte valutazioni, selezioni e... vinca il migliore!
Il “Volo con Leonardo” ha coinvolto in due edizioni 4500 studenti e 420 scuole e quindi, per concludere, di fronte a questi numeri sorge spontaneo un dubbio la cui risposta non può risiedere solo nei numeri della Leonardo in termini di fatturato e di mezzi/agganci politici a disposizione ma anche nelle responsabilità degli insegnanti che dovrebbero contestare in modo più deciso, magari sul posto, laddove si verificano queste intromissioni, quest’offerta strabordante di un’industria bellica che andrebbe lasciata fuori dalle aule scolastiche.
La diffusione capillare della cultura bellica mascherata da dual-use e dalle cosiddette missioni di pace, attraverso i PCTO, le borse di studio, gli open day, le giornate di orientamento, le ricorrenze, ecc. sono funzionali a far passare nella società il concetto dell’urgenza della difesa nazionale e quindi, oltre alla spesa militare, della reintroduzione graduale della leva, attraverso la mini-naja come primo passo per coinvolgere i giovani e poi l’affiancamento alla Riserva Selezionata, già esistente e alla Riserva Ausiliaria una futura Riserva Specializzata, da mobilitare in modalità “modulare” a seconda delle emergenze geopolitiche che via via si dovessero presentare.
Fonte
Lo sa bene l’Aeronautica militare che nel 2023 ha profuso uno sforzo notevole, in occasione del proprio centenario dalla nascita, per promuovere la propria immagine tra i giovani puntando sia sull’aspetto avventuroso o professionale del volo sia su quelli tecnologici che oggi si declinano in digitale e intelligenza artificiale per la guida dei droni.
I velivoli e i simulatori di volo l’hanno fatta da padrone anche all’interno del Circo Massimo a Roma dove ce li hanno portati di peso perché le maestre e i maestri ci infilassero bambini e bambine per immortalarli, in quella situazione improbabile, con una foto-ricordo da inviare ai genitori in occasione della festa delle Forze Armate il 4 novembre scorso.
Lo sa bene anche l’azienda bellica Leonardo S.p.A., azienda partecipata dallo Stato che in quell’occasione allestì diversi stand per farci giocare alla guerra ragazzi e ragazze attratti dai joystick e dagli schermi per la realtà virtuale.
L’Aeronautica oltre ad essere presente come sponsor a tutti gli open day cheorganizzò durante il centenario per scuole e famiglie, oggi si vanta di «diffondere la cultura scientifica nelle scuole, per supportare la costruzione del futuro delle giovani generazioni» con le nuovissime iniziative educative sulla “Scienza del volo verticale”. Anche questa è un’altra occasione da non perdere perché scade a fine mese!
«Questo è – si legge sul sito aziendale – lo scopo del nuovo ciclo di webinar avviato da Leonardo nell’ambito di STEMLab, il programma (partito già nel 2021) incentrato sulle discipline STEM (Science, Technology, Engineering and Mathematics) e l’innovazione tecnologica, ideato per promuovere la cittadinanza scientifica e il trasferimento di conoscenze dal mondo del lavoro a quello della scuola».
Con Leonardo scopriamo, quindi, che esiste anche una “cittadinanza scientifica” ovvero, presupponiamo, una concezione della stessa che, travalicando ogni connotato democratico e di partecipazione attiva alla società come cittadini consapevoli dei propri diritti e doveri, promuove invece l’intersezione con la scienza, ma diremmo più che altro con la tecnologia, in questo caso militare: una cittadinanza che esprime piena fiducia nella scienza/tecnologia ma zero consapevolezza etica sugli usi della stessa o in maniera edulcorata sul cosiddetto “dual use”.
Il volo continua come metafora del distacco dalla realtà di guerra che viviamo ogni giorno indirettamente a causa di uno Stato sociale massacrato dai tagli lineari per mandare avanti, appunto, un’economia di guerra: “In volo con Leonardo” è il percorso PCTO appena concluso e al quale si aggancia quest’ultimo sul volo verticale, incentrato sulle ultimissime innovazioni (il convertiplano per gente facoltosa o velivoli da guerra ma ovviamente anche come immancabile velivolo-ambulanza) svolto essenzialmente on-line.
Il piano di volo proposto a studenti e studentesse non è però una strada per volare con la fantasia perché il projectwork, per esempio – avverte il sito web aziendale per evitare fraintendimenti con i ragazzi che fossero in preda a slanci creativi – «(…) non è consentito caricare elaborati difformi da quanto riportato nelle “Istruzioni per la realizzazione del Project Work”, non originali o non in linea con il PCTO. Leonardo si riserva la facoltà di contattare gli insegnanti per segnalare eventuali difformità».
Insomma un PCTO organizzato in puro stile militare e siccome lo spirito pedagogico che lo anima non è certo quello montessoriano o alla Dewey, «all’insegnante anche il compito di verificare e validare il project work di ciascuno. A seguito della validazione dell’insegnante, sarà compito del tutor aziendale validare, in maniera definitiva, gli elaborati caricati. Solo i lavori che verranno ritenuti validi anche dal tutor aziendale otterranno l’attestazione delle ore di PCTO svolte». Quindi molte valutazioni, selezioni e... vinca il migliore!
Il “Volo con Leonardo” ha coinvolto in due edizioni 4500 studenti e 420 scuole e quindi, per concludere, di fronte a questi numeri sorge spontaneo un dubbio la cui risposta non può risiedere solo nei numeri della Leonardo in termini di fatturato e di mezzi/agganci politici a disposizione ma anche nelle responsabilità degli insegnanti che dovrebbero contestare in modo più deciso, magari sul posto, laddove si verificano queste intromissioni, quest’offerta strabordante di un’industria bellica che andrebbe lasciata fuori dalle aule scolastiche.
La diffusione capillare della cultura bellica mascherata da dual-use e dalle cosiddette missioni di pace, attraverso i PCTO, le borse di studio, gli open day, le giornate di orientamento, le ricorrenze, ecc. sono funzionali a far passare nella società il concetto dell’urgenza della difesa nazionale e quindi, oltre alla spesa militare, della reintroduzione graduale della leva, attraverso la mini-naja come primo passo per coinvolgere i giovani e poi l’affiancamento alla Riserva Selezionata, già esistente e alla Riserva Ausiliaria una futura Riserva Specializzata, da mobilitare in modalità “modulare” a seconda delle emergenze geopolitiche che via via si dovessero presentare.
Fonte
25/07/2024
Eurofighter italiano precipita durante le esercitazioni Nato in Australia
Mercoledì mattina un Eurofigheter Typhoon in dotazione dell’Aeronautica militare italiana è precipitato al suolo nel corso di un volo addestrativo sui cieli del Northern Territory, a circa 18 chilometri a sud-ovest del fiume Daly, in Australia.
Ancora ignote le cause che hanno provocato l’incidente, salvo il pilota che si è prontamente eiettato dal velivolo, nessun danno ulteriore registrato dalla caduta del mezzo.
In Australia è in corso l’esercitazione internazionale Pitch Black 24, iniziata il 12 luglio a Darwin e in via di conclusione il prossimo 2 agosto. Per l’Italia, oltre all’Aeronautica alle manovre partecipa anche la Marina.
Proprio l’Aeronautica, presente per la prima volta alle esercitazioni, aveva dichiarato per bocca del Generale di brigata Nannelli che “non vede l’ora di poter collaborare e lavorare con così tanti partner internazionali in quest’area del mondo, lontano dalla nostra patria”.
La Difesa ha fornito 21 velivoli per queste esercitazioni, in un territorio considerato sempre più strategico nel contesto di guerra attuale in cui si muove la Nato, considerato che si trova in posizione vantaggiosa in caso di intervento rapido rispetto a potenziali “hot spot” come lo Stretto di Taiwan e il Mar Cinese Meridionale.
Organizzata dalla Royal Australian Air Force, alle esercitazioni partecipano 20 Paesi con oltre 140 aerei che si confrontano in una serie di scenari a carattere multidominio, carattere da cui deriva la presenza congiunta di diverse forze armate.
Non è il primo incidente che accade nell’area, considerato che nel luglio del 2023 quattro soldati australiani e nell’agosto dello stesso anno altri tre marines statunitensi erano deceduti in seguito a incidenti accaduti durante le esercitazioni.
Anziché continuare a servire supinamente gli interessi statunitensi e imperialistici che si annidano nella Nato, il governo italiano farebbe bene a ritirare gli oltre 10.000 soldati dispiegati nei vari angoli del mondo e a ridurre le spese per la guerra.
Un servilismo nei confronti del blocco euroatlantico, quello di Meloni, Crosetto & co., in perfetta linea di continuità con l’intera storia repubblicana del Paese, contro cui non può che porsi qualsiasi ipotesi di alternativa politica, economica e sociale che ambisce a migliorare le condizioni di chi vive, lavora e studia in Italia.
È su questo punto, insieme all’Unione europea e alla Palestina, che si giocheranno le vere prospettive politiche della prossima fase storica. Da una parte c’è la guerra, dall’altra la possibilità di un sistema alternativo alla barbarie causate dal capitalismo.
Fonte
Ancora ignote le cause che hanno provocato l’incidente, salvo il pilota che si è prontamente eiettato dal velivolo, nessun danno ulteriore registrato dalla caduta del mezzo.
In Australia è in corso l’esercitazione internazionale Pitch Black 24, iniziata il 12 luglio a Darwin e in via di conclusione il prossimo 2 agosto. Per l’Italia, oltre all’Aeronautica alle manovre partecipa anche la Marina.
Proprio l’Aeronautica, presente per la prima volta alle esercitazioni, aveva dichiarato per bocca del Generale di brigata Nannelli che “non vede l’ora di poter collaborare e lavorare con così tanti partner internazionali in quest’area del mondo, lontano dalla nostra patria”.
La Difesa ha fornito 21 velivoli per queste esercitazioni, in un territorio considerato sempre più strategico nel contesto di guerra attuale in cui si muove la Nato, considerato che si trova in posizione vantaggiosa in caso di intervento rapido rispetto a potenziali “hot spot” come lo Stretto di Taiwan e il Mar Cinese Meridionale.
Organizzata dalla Royal Australian Air Force, alle esercitazioni partecipano 20 Paesi con oltre 140 aerei che si confrontano in una serie di scenari a carattere multidominio, carattere da cui deriva la presenza congiunta di diverse forze armate.
Non è il primo incidente che accade nell’area, considerato che nel luglio del 2023 quattro soldati australiani e nell’agosto dello stesso anno altri tre marines statunitensi erano deceduti in seguito a incidenti accaduti durante le esercitazioni.
Anziché continuare a servire supinamente gli interessi statunitensi e imperialistici che si annidano nella Nato, il governo italiano farebbe bene a ritirare gli oltre 10.000 soldati dispiegati nei vari angoli del mondo e a ridurre le spese per la guerra.
Un servilismo nei confronti del blocco euroatlantico, quello di Meloni, Crosetto & co., in perfetta linea di continuità con l’intera storia repubblicana del Paese, contro cui non può che porsi qualsiasi ipotesi di alternativa politica, economica e sociale che ambisce a migliorare le condizioni di chi vive, lavora e studia in Italia.
È su questo punto, insieme all’Unione europea e alla Palestina, che si giocheranno le vere prospettive politiche della prossima fase storica. Da una parte c’è la guerra, dall’altra la possibilità di un sistema alternativo alla barbarie causate dal capitalismo.
Fonte
19/09/2023
Il militarismo provoca tragedie. Sit-in al Ministero della Difesa e al Comando di Torino
Davanti al ministero della Difesa si è svolta ieri una manifestazione convocata dagli studenti di Osa, Cambiare Rotta e da Potere al Popolo contro gli investimenti in armi e contro le guerre dopo l’incidente in cui un aereo delle Frecce Tricolori si è schiantato contro un’auto uccidendo una bambina di 5 anni.
L’aereo era in volo addestrativo in vista dell'air show del giorno successivo sui cieli di Vercelli, mentre lunedì avrebbe dovuto partecipare ad una kermesse organizzata dall’aereoclub di Torino per il centenario dell’aviazione militare.
Una simile tragedia si era già sfiorata lo scorso marzo, quando due aerei si erano scontrati sui cieli di Guidonia: uno dei velivoli si schiantò sulla strada di un centro abitato, provocando un incendio di automobili e mettendo a serio rischio la sicurezza della cittadinanza.
Nel nostro paese ricordiamo ancora la strage dell’istituto Salvemini di Casalecchio, in cui persero la vita 12 persone il 6 dicembre 1990, e quella della funivia del Cermis, in cui un aereo militare americano ha ucciso 20 persone facendo precipitare la cabina.
“A Crosetto diciamo che non è accettabile che muoiano le persone per la vostra becera propaganda bellicista. Continua la propaganda nelle nostra scuole sulla guerra. Per questo stiamo organizzando una manifestazione nazionale il 4 novembre contro la guerra che toglie solo soldi ai settori del welfare come il reddito di cittadinanza”.
Anche a Torino, davanti Comando per la Formazione e Scuola di Applicazione dell’Esercito, si è svolto un Sit-In chiamato da Potere al Popolo con lo slogan: “Forze armate: niente da festeggiare. Questo è disastro di Stato“. Verso le manifestazioni del 4 novembre a Roma e del 21 ottobre a Camp Derby.
Fonte
L’aereo era in volo addestrativo in vista dell'air show del giorno successivo sui cieli di Vercelli, mentre lunedì avrebbe dovuto partecipare ad una kermesse organizzata dall’aereoclub di Torino per il centenario dell’aviazione militare.
Una simile tragedia si era già sfiorata lo scorso marzo, quando due aerei si erano scontrati sui cieli di Guidonia: uno dei velivoli si schiantò sulla strada di un centro abitato, provocando un incendio di automobili e mettendo a serio rischio la sicurezza della cittadinanza.
Nel nostro paese ricordiamo ancora la strage dell’istituto Salvemini di Casalecchio, in cui persero la vita 12 persone il 6 dicembre 1990, e quella della funivia del Cermis, in cui un aereo militare americano ha ucciso 20 persone facendo precipitare la cabina.
“A Crosetto diciamo che non è accettabile che muoiano le persone per la vostra becera propaganda bellicista. Continua la propaganda nelle nostra scuole sulla guerra. Per questo stiamo organizzando una manifestazione nazionale il 4 novembre contro la guerra che toglie solo soldi ai settori del welfare come il reddito di cittadinanza”.
Anche a Torino, davanti Comando per la Formazione e Scuola di Applicazione dell’Esercito, si è svolto un Sit-In chiamato da Potere al Popolo con lo slogan: “Forze armate: niente da festeggiare. Questo è disastro di Stato“. Verso le manifestazioni del 4 novembre a Roma e del 21 ottobre a Camp Derby.
Fonte
17/09/2023
Polonia, gli F-35 italiani al confine con la Russia
Atterrati a Malbork in Polonia gli F35A della Task Force Air 32° Wing che garantirà il supporto alle operazioni di Air Policing attraverso missioni aeree di difesa e deterrenza sul fianco Est dei Paesi NATO. Cresce pericolosamente il coinvolgimento dell’Italia nel sanguinoso conflitto russo-ucraino: nessuna dichiarazione ufficiale del governo e men che meno uno straccio di dibattito parlamentare, appena un tweet dello Stato Maggiore dell’Aeronautica zeppo di hashtag e annunci bellicosi (#ForzeArmate – #Una ForzaperilPaese -#WeAreNato – #StrongerTogether).
Il 13 settembre sono atterrati nella base aerea di “Krolewo” a Malbork in Polonia nord-orientale (a meno di un centinaio di Km dal confine con l’enclave russa di Kaliningrad) due cacciabombardieri di quinta generazione F-35A dell’Aeronautica italiana; altri due F-35 sono attesi entro un paio di giorni. “I caccia italiani arrivano in Polonia a sostegno della deterrenza e della difesa della NATO”, riporta l’ufficio stampa dell’Allied Air Command, il Comando centrale delle forze aeree dell’Alleanza di stanza nella grande base di Ramstein, Germania. “Gli aerei pattuglieranno i cieli sul fianco orientale europeo nell’ambito delle missioni di Air Policing della NATO. Oltre ad unirsi ai caccia dell’Aeronautica polacca e di altri paesi partner, i velivoli italiani contribuiranno anche alle attività addestrative che l’Alleanza Atlantica conduce nell’ambito delle sue rafforzate attività di vigilanza”.
Le attività di Air Policing consistono nella “continua sorveglianza” dello spazio aereo, nonché nell’“identificazione di eventuali violazioni alla sua integrità”, dinanzi alle quali scattano “appropriate azioni di contrasto”, come ad esempio, il decollo rapido (scramble) dei caccia intercettori. Pericolosissimi faccia a faccia tra piloti delle forze avversarie che possono sfociare in veri e propri duelli aerei, specie se gli incontri ravvicinati avvengono negli spazi aerei di frontiera esplosivi come quelli tra la Polonia nord-orientale e l’enclave Russia nel Mar Baltico.
“Lo schieramento di moderni aerei da caccia di quinta generazione in Polonia – appena sei mesi dopo la fine di un dispiegamento simile da parte degli F-35 dell’Aeronautica italiana – dimostra la capacità della NATO di posizionare capacità di combattimento avanzate in modo flessibile”, ha affermato il generale Gianluca Ercolani, Capo di Stato Maggiore dell’Allied Air Command. “È un’altra prova del fatto che gli alleati operano integrati, secondo efficienti accordi di comando e controllo aereo per eseguire una significativa deterrenza e difesa lungo il fianco orientale”.
Ancora più enfatiche le dichiarazioni del tenente colonnello Ciro Maschione, a capo del distaccamento dei cacciabombardieri F-35A “Task Force Air – 32nd Wing” dell’Aeronautica Militare. “Con l’offerta dei nostri aerei da caccia alla NATO, sottolineiamo che l’Italia è pienamente impegnata a sostenere le missioni collettive e durature dell’Alleanza”, spiega Maschione. “L’Italia è stata il primo alleato a schierare i propri F-35 in una missione NATO – in Islanda – aprendo la strada all’integrazione dei moderni velivoli di quinta generazione nelle operazioni aeree dell’Alleanza insieme a Paesi Bassi, Norvegia, Regno Unito e Stati Uniti”.
L’Aeronautica Militare aveva già schierato nella base polacca di Malbork quattro cacciabombardieri EF-2000 “Eurofighter Typhoon” dalla fine di luglio alla fine di novembre 2022. In poco meno di quattro mesi di attività la task force “White Eagle” ha effettuato oltre 500 ore di volo, nonché 23 Alpha Scramble “per la presenza di velivoli russi che operavano senza autorizzazioni nella zona di competenza degli assetti aerei italiani”. L’altissimo rischio che le operazioni dei caccia italiani potevano concludersi con un confronto-scontro con i velivoli della Federazione Russa è stato ammesso dallo Stato Maggiore dell’Aeronautica. “Una settimana intensa quella che gli uomini della Task Force Air White Eagle hanno affrontato fino ad oggi, a causa dei numerosi interventi richiesti dal Combined Air Operation Center di Uedem (altro Centro di comando e controllo aereo della NATO in Germania, ndr)”, ha riferito l’Aeronautica in un comunicato del 22 settembre 2022. “Considerata la complessità del momento, le difficoltà di operare così vicini al confine (i piloti italiani si sono trovati a operare a soli 5 minuti di volo da Kaliningrand, a 20 minuti dalla Bielorussia e a 25 dal territorio ucraino) e, non ultimo, il rischio che qualunque errore possa essere considerato come una provocazione, è assolutamente pleonastico rappresentare come la prontezza operativa di tutta la Task Force, messa duramente alla prova dal continuo operare in tutte le ore della giornata, sia stata garantita dalla preparazione professionale del personale italiano e dell’apparato logistico che ogni giorno li supporta”.
Dall’agosto 2023 l’Italia è pure presente con la Task Force Air Baltic Horse III alle attività di Air Policing della NATO in Lituania. La missione è condotta anch’essa sotto la supervisione del NATO Allied Air Command di Ramstein. “Il contingente italiano assicura il servizio di Quick Reaction Alert, ovvero la sorveglianza e protezione dei cieli atlantici sul fianco nord-orientale”, spiega lo Stato Maggiore dell’Aeronautica. “La Task Force Air Baltic Horse III è rischierata presso l’aeroporto lituano di Siauliai per contribuire a garantire l’integrità dello spazio aereo della Lituania e delle repubbliche baltiche, rafforzando le attività di sorveglianza delle forze aree dei paesi NATO già presenti nella regione”.
La task force schierata a Siauliai è posta sotto la diretta dipendenza nazionale del COVI (Comando Operativo di Vertice Interforze) ed impiega quattro caccia EF-2000 “Eurofighter Typhoon” provenienti dal 4° Stormo dell’Aeronautica di stanza a Grosseto, dal 36° (Gioia del Colle), dal 37° (Trapani-Birgi) e dal 51° (Istrana, Treviso). “La Task Force italiana in Lituania rappresenta l’espressione più autentica della proiettabilità di una Forza Armata moderna, capace di produrre effetti operativi ovunque sia necessario, adattandosi repentinamente ed efficacemente alle mutevoli condizioni di impiego dettate dall’attuale scenario geopolitico”, ha enfatizzato il Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica, generale Luca Goretti, in occasione della sua recente visita alla base aerea lituana. Un altro teatro operativo ad alto rischio di deflagrazione: anche questo scalo dista infatti un centinaio di km dall’enclave russa di Kaliningrad e a 200 km dalla Bielorussia.
Fonte
Il 13 settembre sono atterrati nella base aerea di “Krolewo” a Malbork in Polonia nord-orientale (a meno di un centinaio di Km dal confine con l’enclave russa di Kaliningrad) due cacciabombardieri di quinta generazione F-35A dell’Aeronautica italiana; altri due F-35 sono attesi entro un paio di giorni. “I caccia italiani arrivano in Polonia a sostegno della deterrenza e della difesa della NATO”, riporta l’ufficio stampa dell’Allied Air Command, il Comando centrale delle forze aeree dell’Alleanza di stanza nella grande base di Ramstein, Germania. “Gli aerei pattuglieranno i cieli sul fianco orientale europeo nell’ambito delle missioni di Air Policing della NATO. Oltre ad unirsi ai caccia dell’Aeronautica polacca e di altri paesi partner, i velivoli italiani contribuiranno anche alle attività addestrative che l’Alleanza Atlantica conduce nell’ambito delle sue rafforzate attività di vigilanza”.
Le attività di Air Policing consistono nella “continua sorveglianza” dello spazio aereo, nonché nell’“identificazione di eventuali violazioni alla sua integrità”, dinanzi alle quali scattano “appropriate azioni di contrasto”, come ad esempio, il decollo rapido (scramble) dei caccia intercettori. Pericolosissimi faccia a faccia tra piloti delle forze avversarie che possono sfociare in veri e propri duelli aerei, specie se gli incontri ravvicinati avvengono negli spazi aerei di frontiera esplosivi come quelli tra la Polonia nord-orientale e l’enclave Russia nel Mar Baltico.
“Lo schieramento di moderni aerei da caccia di quinta generazione in Polonia – appena sei mesi dopo la fine di un dispiegamento simile da parte degli F-35 dell’Aeronautica italiana – dimostra la capacità della NATO di posizionare capacità di combattimento avanzate in modo flessibile”, ha affermato il generale Gianluca Ercolani, Capo di Stato Maggiore dell’Allied Air Command. “È un’altra prova del fatto che gli alleati operano integrati, secondo efficienti accordi di comando e controllo aereo per eseguire una significativa deterrenza e difesa lungo il fianco orientale”.
Ancora più enfatiche le dichiarazioni del tenente colonnello Ciro Maschione, a capo del distaccamento dei cacciabombardieri F-35A “Task Force Air – 32nd Wing” dell’Aeronautica Militare. “Con l’offerta dei nostri aerei da caccia alla NATO, sottolineiamo che l’Italia è pienamente impegnata a sostenere le missioni collettive e durature dell’Alleanza”, spiega Maschione. “L’Italia è stata il primo alleato a schierare i propri F-35 in una missione NATO – in Islanda – aprendo la strada all’integrazione dei moderni velivoli di quinta generazione nelle operazioni aeree dell’Alleanza insieme a Paesi Bassi, Norvegia, Regno Unito e Stati Uniti”.
L’Aeronautica Militare aveva già schierato nella base polacca di Malbork quattro cacciabombardieri EF-2000 “Eurofighter Typhoon” dalla fine di luglio alla fine di novembre 2022. In poco meno di quattro mesi di attività la task force “White Eagle” ha effettuato oltre 500 ore di volo, nonché 23 Alpha Scramble “per la presenza di velivoli russi che operavano senza autorizzazioni nella zona di competenza degli assetti aerei italiani”. L’altissimo rischio che le operazioni dei caccia italiani potevano concludersi con un confronto-scontro con i velivoli della Federazione Russa è stato ammesso dallo Stato Maggiore dell’Aeronautica. “Una settimana intensa quella che gli uomini della Task Force Air White Eagle hanno affrontato fino ad oggi, a causa dei numerosi interventi richiesti dal Combined Air Operation Center di Uedem (altro Centro di comando e controllo aereo della NATO in Germania, ndr)”, ha riferito l’Aeronautica in un comunicato del 22 settembre 2022. “Considerata la complessità del momento, le difficoltà di operare così vicini al confine (i piloti italiani si sono trovati a operare a soli 5 minuti di volo da Kaliningrand, a 20 minuti dalla Bielorussia e a 25 dal territorio ucraino) e, non ultimo, il rischio che qualunque errore possa essere considerato come una provocazione, è assolutamente pleonastico rappresentare come la prontezza operativa di tutta la Task Force, messa duramente alla prova dal continuo operare in tutte le ore della giornata, sia stata garantita dalla preparazione professionale del personale italiano e dell’apparato logistico che ogni giorno li supporta”.
Dall’agosto 2023 l’Italia è pure presente con la Task Force Air Baltic Horse III alle attività di Air Policing della NATO in Lituania. La missione è condotta anch’essa sotto la supervisione del NATO Allied Air Command di Ramstein. “Il contingente italiano assicura il servizio di Quick Reaction Alert, ovvero la sorveglianza e protezione dei cieli atlantici sul fianco nord-orientale”, spiega lo Stato Maggiore dell’Aeronautica. “La Task Force Air Baltic Horse III è rischierata presso l’aeroporto lituano di Siauliai per contribuire a garantire l’integrità dello spazio aereo della Lituania e delle repubbliche baltiche, rafforzando le attività di sorveglianza delle forze aree dei paesi NATO già presenti nella regione”.
La task force schierata a Siauliai è posta sotto la diretta dipendenza nazionale del COVI (Comando Operativo di Vertice Interforze) ed impiega quattro caccia EF-2000 “Eurofighter Typhoon” provenienti dal 4° Stormo dell’Aeronautica di stanza a Grosseto, dal 36° (Gioia del Colle), dal 37° (Trapani-Birgi) e dal 51° (Istrana, Treviso). “La Task Force italiana in Lituania rappresenta l’espressione più autentica della proiettabilità di una Forza Armata moderna, capace di produrre effetti operativi ovunque sia necessario, adattandosi repentinamente ed efficacemente alle mutevoli condizioni di impiego dettate dall’attuale scenario geopolitico”, ha enfatizzato il Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica, generale Luca Goretti, in occasione della sua recente visita alla base aerea lituana. Un altro teatro operativo ad alto rischio di deflagrazione: anche questo scalo dista infatti un centinaio di km dall’enclave russa di Kaliningrad e a 200 km dalla Bielorussia.
Fonte
Torino - La linea di sangue degli “incidenti aerei” militari
Un aereo delle pattuglia acrobatica dell’aeronautica militare è precipitato ieri pomeriggio, in fase di decollo, all’aeroporto di Caselle durante una esercitazione alla vigilia dello show aeronautico previsto a Vercelli per oggi.
La caduta dell’aereo ha provocato un’esplosione di fiamme che ha colpito un auto in transito sulla strada intorno all’aeroporto. Una bambina di 5 anni ha perso la vita mentre il fratellino di 12 anni, è ricoverato per alcune gravi ustioni, così come i loro genitori finiti in ospedale per i danni causati dalle fiamme.
Anche il pilota del velivolo schiantatasi al suolo è rimasto ferito dalle fiamme. La prima ipotesi avanzata sull’incidente sembra quella di un bird strike, ovvero un’avaria causata dall’impatto con uno stormo di uccelli. Nelle prossime ore si indagherà più a fondo sulle ragioni dell’accaduto.
Il 2023 aveva già visto i piloti delle Frecce Tricolori colpite da un lutto. Nell'aprile scorso, in un incidente aereo, è morto il capitano dell’Aeronautica militare Alessio Ghersi assegnato alla Pattuglia acrobatica nazionale dal 2018.
Ma dopo quanto avvenuto ieri a Caselle, a molti è tornata subito alla memoria la strage di Ramstein, il 28 agosto 1988, quando l’airshow nella base Nato tedesca si trasformò in una strage.
Tre aerei delle Frecce Tricolori si scontrarono in volo, i rottami finirono tra gli spettatori provocando 70 morti e 346 feriti.
Due anni dopo, il 6 dicembre 1990 ci fu la strage alla scuola di Casalecchio di Reno, alle porte di Bologna, quando un MB-326 in avaria si schiantò sull'aula della seconda A dell’Istituto Tecnico Salvemini provocando un incendio. Undici studenti e un’insegnante rimasero uccisi, fiamme e macerie fecero anche 88 feriti.
Ma l’elenco dei morti su aerei militari è lungo. Il 23 novembre 2009 durante un volo di addestramento, della 46/a Brigata aerea dell’Aeronautica di stanza Pisa, un C-130 precipitò poco dopo il decollo. Cinque le vittime: il comandante, due allievi pilota e due addetti al carico.
Il 19 agosto 2014 due Tornado impegnati in una missione di addestramento si scontrarono nel cielo sopra Ascoli Piceno. Nella collisione morirono i quattro piloti dei due equipaggi.
Il 24 settembre 2017 a Terracina, durante un airshow dell’Aeronautica, un Eurofighter si schiantò in mare durante un’esibizione di volo acrobatico, non ci fu niente da fare per il pilota.
In alcuni casi la morte dei piloti ha suscitato anche molti sospetti, soprattutto nel caso di piloti e ufficiali dell’Aeronautica coinvolti come testimoni sulla strage di Ustica.
È il caso di Sandro Marcucci e Silvio Lorenzini che, prossimi alla convocazione per testimoniare, il 2 febbraio 1992, sorvolando le apuane morirono entrambi precipitando con il loro Piper. Ma anche degli ufficiali piloti Ivo Nutarelli e Mario Naldini, vittime dell’incidente aereo a Ramstein del 1988 in Germania. Con loro morì anche il capitano Giorgio Alessio.
Secondo i legali di uno dei due piloti e il pool di periti che hanno lavorato al caso Ramstein, quello non fu un errore umano come ha certificato frettolosamente un indagine militare.
C’è un filo che tiene unite 2 tragedie (Ustica e Ramstein) e che passa da dall’Aeroporto militare di Grosseto e dal centro radar di Poggio Ballone. Il 27 Giugno 1980, la sera della strage, Nutarelli e Naldini si erano alzati in volo dall’Aeroporto di Grosseto per una ricognizione sull’anomalo traffico nei cieli italiani. Chiamati a testimoniare, non hanno mai potuto farlo.
Fonte
La caduta dell’aereo ha provocato un’esplosione di fiamme che ha colpito un auto in transito sulla strada intorno all’aeroporto. Una bambina di 5 anni ha perso la vita mentre il fratellino di 12 anni, è ricoverato per alcune gravi ustioni, così come i loro genitori finiti in ospedale per i danni causati dalle fiamme.
Anche il pilota del velivolo schiantatasi al suolo è rimasto ferito dalle fiamme. La prima ipotesi avanzata sull’incidente sembra quella di un bird strike, ovvero un’avaria causata dall’impatto con uno stormo di uccelli. Nelle prossime ore si indagherà più a fondo sulle ragioni dell’accaduto.
Il 2023 aveva già visto i piloti delle Frecce Tricolori colpite da un lutto. Nell'aprile scorso, in un incidente aereo, è morto il capitano dell’Aeronautica militare Alessio Ghersi assegnato alla Pattuglia acrobatica nazionale dal 2018.
Ma dopo quanto avvenuto ieri a Caselle, a molti è tornata subito alla memoria la strage di Ramstein, il 28 agosto 1988, quando l’airshow nella base Nato tedesca si trasformò in una strage.
Tre aerei delle Frecce Tricolori si scontrarono in volo, i rottami finirono tra gli spettatori provocando 70 morti e 346 feriti.
Due anni dopo, il 6 dicembre 1990 ci fu la strage alla scuola di Casalecchio di Reno, alle porte di Bologna, quando un MB-326 in avaria si schiantò sull'aula della seconda A dell’Istituto Tecnico Salvemini provocando un incendio. Undici studenti e un’insegnante rimasero uccisi, fiamme e macerie fecero anche 88 feriti.
Ma l’elenco dei morti su aerei militari è lungo. Il 23 novembre 2009 durante un volo di addestramento, della 46/a Brigata aerea dell’Aeronautica di stanza Pisa, un C-130 precipitò poco dopo il decollo. Cinque le vittime: il comandante, due allievi pilota e due addetti al carico.
Il 19 agosto 2014 due Tornado impegnati in una missione di addestramento si scontrarono nel cielo sopra Ascoli Piceno. Nella collisione morirono i quattro piloti dei due equipaggi.
Il 24 settembre 2017 a Terracina, durante un airshow dell’Aeronautica, un Eurofighter si schiantò in mare durante un’esibizione di volo acrobatico, non ci fu niente da fare per il pilota.
In alcuni casi la morte dei piloti ha suscitato anche molti sospetti, soprattutto nel caso di piloti e ufficiali dell’Aeronautica coinvolti come testimoni sulla strage di Ustica.
È il caso di Sandro Marcucci e Silvio Lorenzini che, prossimi alla convocazione per testimoniare, il 2 febbraio 1992, sorvolando le apuane morirono entrambi precipitando con il loro Piper. Ma anche degli ufficiali piloti Ivo Nutarelli e Mario Naldini, vittime dell’incidente aereo a Ramstein del 1988 in Germania. Con loro morì anche il capitano Giorgio Alessio.
Secondo i legali di uno dei due piloti e il pool di periti che hanno lavorato al caso Ramstein, quello non fu un errore umano come ha certificato frettolosamente un indagine militare.
C’è un filo che tiene unite 2 tragedie (Ustica e Ramstein) e che passa da dall’Aeroporto militare di Grosseto e dal centro radar di Poggio Ballone. Il 27 Giugno 1980, la sera della strage, Nutarelli e Naldini si erano alzati in volo dall’Aeroporto di Grosseto per una ricognizione sull’anomalo traffico nei cieli italiani. Chiamati a testimoniare, non hanno mai potuto farlo.
Fonte
12/10/2016
Ustica, il capitano Ciancarella e la firma falsa di Pertini
Mario Ciancarella al momento della strage di Ustica era Capitano Pilota dell’A.M. nonché leader del Movimento Democratico dei militari (che nasceva dalla contaminazione delle forze armate con la cultura sociale e democratica). Convocato e ricevuto, nel 1979, al Quirinale dal Presidente Pertini, insieme a Sandro Marcucci e Lino Totaro, Mario Ciancarella era divenuto referente delle rivelazioni da tutta Italia delle vere o false ignobiltà che si compivano nel mondo militare.
In questo contesto, anche il maresciallo Mario Alberto Dettori, radarista a Poggio Ballone la notte di Ustica, decise di fidarsi di lui e di confidargli: "Capitano siamo stati noi..." "Capitano dopo questa puttanata del mig libico"...
Mario Alberto Dettori verrà trovato impiccato nel 1987. Sbrigativamente chiuderanno la questione dicendo che si era trattato di un suicidio.
Per questo suo ruolo di esponente di punta il Capitano Ciancarella divenne talmente scomodo da indurre "qualcuno molto in alto" a falsificare, nell'ottobre 1983, la firma del Presidente Pertini nel Decreto Presidenziale di radiazione. Un vero e proprio colpo di Stato. La copia del decreto di radiazione gli verrà consegnata, su sua richiesta, solo 9 anni più tardi e dopo la morte di Pertini.
L'Associazione Antimafie Rita Atria, con orgoglio, da 22 anni (da quando è stata fondata), lotta accanto a Mario Ciancarella senza mai retrocedere di un solo passo. Nonostante tutto e tanti, troppi "consigli".
Oggi, il Tribunale Civile di Firenze ha confermato i dubbi del Capitano Ciancarella (e anche i nostri): la firma del Presidente Pertini che compare sul quel decreto è un volgare falso. Tanto è stato accertato sulla base di due perizie – una di parte ed una disposta dal Magistrato – che hanno potuto rilevare come il falso sia tanto evidente quanto eseguito con assoluta approssimazione.
L'Associazione Antimafie 'Rita Atria' – di cui Ciancarella è socio fondatore – e lo stesso Mario Ciancarella convocano per il giorno 22 Ottobre 2016 una conferenza stampa alle ore 10,30 a Lucca, in Viale Regina Margherita 113 presso la Libreria LuccaLibri Il Caffe' Letterario, per documentare quanto è accaduto, interrogarsi sui motivi che hanno potuto suggerire un simile scempio del diritto e prospettare le conseguenze politiche e giudiziarie del recente pronunciamento del Tribunale di Firenze.
Di certo possiamo anticipare che in molti dovranno rileggere la Storia del Capitano Mario Ciancarella perché quella radiazione non solo ha distrutto la vita di un uomo onesto e di una famiglia perbene, ma è stata funzionale alla politica e non solo.
Si comunica inoltre che l'avvocato dell'Associazione e della famiglia Lorenzini ha interrogato il Capitano Ciancarella depositando la trascrizione presso la Procura di Massa dove, su nostro esposto, nel 2012 è stata riaperta una indagine per fare luce sulla morte dell'ex Tenente Colonnello dell’AM Alessandro Marcucci avvenuta il 2 febbraio 1992 mentre era al comando di un Piper in missione di avvistamento incendi per la Regione Toscana. Nel 1992 l'inchiesta aveva concluso che si era trattato di un "Incidente". Noi non siamo d'accordo.
La famiglia Dettori, informata sui fatti, ha dichiarato che farà pervenire tutte le sue considerazioni e i commenti il giorno della conferenza stampa.
Associazione Antimafie “Rita Atria”
Il materiale della conferenza stampa verrà pubblicato, dopo la conferenza stampa, all’indirizzo: http://www.ritaatria.it/RadiazioneCiancarella.aspx
Fonte
08/05/2016
Pericolo radar per le popolazioni di dodici centri italiani
Le emissioni elettromagnetiche del radar Fadr (Fixed air defense radar) RAT 31-DL prodotto da Selex Sistemi Integrati (gruppo Leonardo-Finmeccanica), operativo in dodici installazioni dell’Aeronautica militare italiana, è pericoloso per la salute dell’uomo. A denunciarlo in un esposto presentato alla Procura della Repubblica di Macerata, cinque residenti di Potenza Picena, il comune che ospita la 114^ Squadriglia radar remota e uno dei RAT 31-DL dell’Aeronautica militare.
All’esposto è allegato un dossier di oltre 500 pagine comprensivo degli studi sugli effetti biologici dovuti alle esposizioni ai campi elettromagnetici del radar, dei pareri di autorevoli esperti tra cui anche quello del Comitato tecnico che ha operato nell’inchiesta sui radar del poligono sardo di Salto di Quirra, dei documenti “circa l’inadeguatezza dei metodi di calcolo delle emissioni finora adottati dalle istituzioni per la tutela della salute pubblica e le possibili omissioni degli organi di controllo competenti”. In Procura è stato depositato anche il testo della risoluzione adottata da una ventina di studiosi di fama internazionale a conclusione del convegno medico-scientifico dal titolo Radar, radiofrequenze e rischi per la salute, organizzato il 20 aprile 2015 a Potenza Picena dall’ICEMS (International Commission for Electromagnetic Safety) e da alcune associazioni della società civile locali.
“Abbiamo messo in luce diverse scoperte scientifiche riguardanti il radar situato a Potenza Picena”, scrissero allora i docenti universitari e gli esperti partecipanti al convegno (tra essi i professori Massimo Scalia, Henry Lai, Livio Giuliani, Fiorenzo Marinelli, ecc.). “C’è un’alterazione della vitalità cellulare in cellule in coltura esposte al segnale radar in condizioni controllate (in una cella Tem), con l’attivazione dell’apoptosi per esposizioni di breve termine e con l’attivazione del segnale di sopravvivenza per cellule esposte per 48 ore; le cellule messe in coltura nelle case di Potenza Picena sotto il raggio del radar presentano le stesse alterazioni di quelle in vitro; in queste cellule esposte è avvenuta una metilazione del DNA che può essere responsabile del danno genetico sul lungo termine anche per bassi livelli di esposizione; lo studio epidemiologico relative al periodo 1986-1991 mostra un aumento significativo del rischio di tumore (1.6) e di infarto/ictus (1.4)”. In considerazione delle gravi evidenze riscontrate, l’équipe scientifica dell’ICEMS concluse “di sentirsi moralmente impegnata a dichiarare che il radar di Potenza Picena non può essere considerato sicuro per la popolazione e che dovrebbe essere spento o rimosso”.
Di parere diverso, come sempre, le autorità civili e militari locali. Il 27 aprile scorso, infatti, il tavolo di lavoro coordinato dal Prefetto di Macerata e composto da “esperti” nominati dall’Aeronautica militare, dal Comune di Potenza Picena, dall’azienda sanitaria maceratese e da ARPAM (Azienda della Regione Marche per la protezione ambientale) ha presentato un rapporto in cui si sostiene che le emissioni elettromagnetiche del radar di Selex-Finmeccanica sono al di sotto dei limiti di legge previsti e che di conseguenza non sono stati registrati effetti sulla salute delle popolazioni che vivono intorno alla installazione della 114^ Squadriglia Ami. “Da diversi anni controlliamo le emissioni a Potenza Picena: i valori sono nella norma e non ci sono incidenze di mortalità in relazione alle onde emesse dal radar”, ha dichiarato il direttore scientifico dell’ARPAM di Macerata, Gianni Corvatta.
Il radar Fadr RAT 31-DL è entrato in funzione a Potenza Picena il 1° agosto del 2013 ed è collegato operativamente con il Gruppo riporto e controllo difesa aerea di Poggio Renatico (Ferrara) e il 22° Gruppo Radar dell’Aeronautica militare di Licola (Napoli). Gli altri undici impianti Fadr RAT 31-DL sono stati installati presso il Comando per le operazioni aeree di Poggio Renatico, la 112^ Squadriglia Radar Remota di Mortara (Pavia), il centro di telecomunicazioni dell’Aeronautica di Borgo Sabotino (Latina), la 115^ Squadriglia Radar Remota di Capo Mele (Savona), la 121^ Squadriglia di Poggio Ballone (Grosseto), la 131^ Squadriglia di Jacotenente (Foggia), la 132^ Squadriglia di Crotone, il 13° Gruppo Radar di Lame di Concordia (Venezia), la 134^ Squadriglia di Lampedusa, la 136^ Squadriglia di Otranto, la 137^ Squadriglia di Mezzogregorio (Siracusa) e il 35° GRAM di Marsala-Perino. L’Aeronautica ha nelle proprie disponibilità pure due radar RAT 31 configurati nella versione mobile (DADR - Deployable Air Defence Radar).
“Il sistema Fadr ha eccellenti capacità di scoprire e tracciare i segnali radio a bassa frequenza di aerei e missili, può supportare diverse funzioni come la difesa da missili anti-radiazione e da contromisure elettroniche”, spiegano i manager di Selex-Finmeccanica. “In Italia il Fadr consente di controllare anche la presenza di missili balistici e di comunicare con gli altri punti di controllo nazionali e della NATO”. Le informazioni sulle caratteristiche tecniche e di funzionamento del sistema radar sono quasi tutte coperte da segreto militare. La brochure di Selex ES rivela solo che il Fixed Air Defence Radar opera in banda D e ha una portata sino a 470 km di distanza e 30 km in altezza, una potenza media irradiante di 2,5 kW e una potenza dell’impulso irradiato di 84 kW. L’antenna opera in una frequenza compresa tra 1,2 e 1,4 GHz (L-band), all’interno dello spettro delle cosiddette “microonde”.
A Borgo Sabotino, dopo l’entrata in funzione del Fadr RAT 31-DL presso il locale centro radar dell’Aeronautica militare, i residenti hanno denunciato l’insorgenza di anomale interferenze che impediscono il buon funzionamento degli strumenti elettronici d’utilizzo quotidiano. Con un’interrogazione parlamentare presentata il 6 febbraio 2014, alcuni senatori del Movimento 5 Stelle (primo firmatario Giuseppe Vacciano, passato poi al Gruppo Misto) hanno chiesto ai ministri della Difesa e della Salute “se siano a conoscenza dei problemi registrati a Borgo Sabotino e del corretto svolgimento degli atti e fatti che abbiano portato all’istallazione di antenne e apparecchiature simili, sia del grado dell’affidabilità di tale procedimento e dell’impianto funzionante per la salute dei cittadini residenti”. La risposta della ministra Roberta Pinotti è del 24 novembre 2014. “Una volta completate le installazioni del nuovo radar, allo scopo di tutelare la salute e la sicurezza dei luoghi di lavoro e degli abitanti delle zone limitrofe, verrà effettuata una campagna di misurazione dei campi elettromagnetici a cura del Centro Interforze Studi e Applicazioni Militari (CISAM), come sempre avviene in caso di installazione di nuovi sistemi radianti (sistemi trasmissivi e radar)”, scrive Pinotti. “Precedenti misurazioni effettuate dal CISAM presso enti in cui è installato il medesimo radar RAT-31DL hanno evidenziato valori di campo elettromagnetici inferiori ai valori di azione previsti per i lavoratori dall’articolo 208 del decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81 e, per quanto riguardar la popolazione all’esterno del sedime, inferiore ai valori previsti dalle linee guida della International Commission on Non Ionizing Radiation Protection (ICNIRP)”. Controlli cioè solo dopo l’accensione dei radar e comunque affidati sempre e solo a un centro – il CISAM di San Piero a Grado, Pisa – già Centro per le Applicazioni Militari dell’Energia Nucleare CAMEN – appartenente al Comando logistico della Marina militare.
A partire del dicembre 2014, proprio a Borgo Sabatino la 4^ Brigata Telecomunicazioni e Sistemi per la difesa aerea e l’Assistenza al volo di Borgo Piave (Latina) e l’azienda Selex ES hanno avviato una serie di test per verificare le potenzialità del sistema radar Fadr RAT 31-DL nell’“identificazione e il tracciamento dei detriti spaziali”. Le attività sperimentali sono state effettuate su mandato della Presidenza del Consiglio dei Ministri, in vista della costituzione di un consorzio per la sorveglianza e monitoraggio dello spazio, nell’ambito dello Space Surveillance and Tracking Framework Programme, il programma finanziato dalla Commissione europea finalizzato alla raccolta e al coordinamento di tutte le informazioni radar e ottiche disponibili fra le nazioni partecipanti per “ridurre il rischio di collisioni fra sistemi orbitali efficienti e satelliti dismessi o i detriti spaziali che costituiscono un pericolo per i numerosi sistemi satellitari e spaziali indispensabili al funzionamento dei servizi strategici (navigazione aerea, telerilevamento, meteorologia, ecc.) e di comunicazione (TV, telefonia, ecc.)”.
Fonte
All’esposto è allegato un dossier di oltre 500 pagine comprensivo degli studi sugli effetti biologici dovuti alle esposizioni ai campi elettromagnetici del radar, dei pareri di autorevoli esperti tra cui anche quello del Comitato tecnico che ha operato nell’inchiesta sui radar del poligono sardo di Salto di Quirra, dei documenti “circa l’inadeguatezza dei metodi di calcolo delle emissioni finora adottati dalle istituzioni per la tutela della salute pubblica e le possibili omissioni degli organi di controllo competenti”. In Procura è stato depositato anche il testo della risoluzione adottata da una ventina di studiosi di fama internazionale a conclusione del convegno medico-scientifico dal titolo Radar, radiofrequenze e rischi per la salute, organizzato il 20 aprile 2015 a Potenza Picena dall’ICEMS (International Commission for Electromagnetic Safety) e da alcune associazioni della società civile locali.
“Abbiamo messo in luce diverse scoperte scientifiche riguardanti il radar situato a Potenza Picena”, scrissero allora i docenti universitari e gli esperti partecipanti al convegno (tra essi i professori Massimo Scalia, Henry Lai, Livio Giuliani, Fiorenzo Marinelli, ecc.). “C’è un’alterazione della vitalità cellulare in cellule in coltura esposte al segnale radar in condizioni controllate (in una cella Tem), con l’attivazione dell’apoptosi per esposizioni di breve termine e con l’attivazione del segnale di sopravvivenza per cellule esposte per 48 ore; le cellule messe in coltura nelle case di Potenza Picena sotto il raggio del radar presentano le stesse alterazioni di quelle in vitro; in queste cellule esposte è avvenuta una metilazione del DNA che può essere responsabile del danno genetico sul lungo termine anche per bassi livelli di esposizione; lo studio epidemiologico relative al periodo 1986-1991 mostra un aumento significativo del rischio di tumore (1.6) e di infarto/ictus (1.4)”. In considerazione delle gravi evidenze riscontrate, l’équipe scientifica dell’ICEMS concluse “di sentirsi moralmente impegnata a dichiarare che il radar di Potenza Picena non può essere considerato sicuro per la popolazione e che dovrebbe essere spento o rimosso”.
Di parere diverso, come sempre, le autorità civili e militari locali. Il 27 aprile scorso, infatti, il tavolo di lavoro coordinato dal Prefetto di Macerata e composto da “esperti” nominati dall’Aeronautica militare, dal Comune di Potenza Picena, dall’azienda sanitaria maceratese e da ARPAM (Azienda della Regione Marche per la protezione ambientale) ha presentato un rapporto in cui si sostiene che le emissioni elettromagnetiche del radar di Selex-Finmeccanica sono al di sotto dei limiti di legge previsti e che di conseguenza non sono stati registrati effetti sulla salute delle popolazioni che vivono intorno alla installazione della 114^ Squadriglia Ami. “Da diversi anni controlliamo le emissioni a Potenza Picena: i valori sono nella norma e non ci sono incidenze di mortalità in relazione alle onde emesse dal radar”, ha dichiarato il direttore scientifico dell’ARPAM di Macerata, Gianni Corvatta.
Il radar Fadr RAT 31-DL è entrato in funzione a Potenza Picena il 1° agosto del 2013 ed è collegato operativamente con il Gruppo riporto e controllo difesa aerea di Poggio Renatico (Ferrara) e il 22° Gruppo Radar dell’Aeronautica militare di Licola (Napoli). Gli altri undici impianti Fadr RAT 31-DL sono stati installati presso il Comando per le operazioni aeree di Poggio Renatico, la 112^ Squadriglia Radar Remota di Mortara (Pavia), il centro di telecomunicazioni dell’Aeronautica di Borgo Sabotino (Latina), la 115^ Squadriglia Radar Remota di Capo Mele (Savona), la 121^ Squadriglia di Poggio Ballone (Grosseto), la 131^ Squadriglia di Jacotenente (Foggia), la 132^ Squadriglia di Crotone, il 13° Gruppo Radar di Lame di Concordia (Venezia), la 134^ Squadriglia di Lampedusa, la 136^ Squadriglia di Otranto, la 137^ Squadriglia di Mezzogregorio (Siracusa) e il 35° GRAM di Marsala-Perino. L’Aeronautica ha nelle proprie disponibilità pure due radar RAT 31 configurati nella versione mobile (DADR - Deployable Air Defence Radar).
“Il sistema Fadr ha eccellenti capacità di scoprire e tracciare i segnali radio a bassa frequenza di aerei e missili, può supportare diverse funzioni come la difesa da missili anti-radiazione e da contromisure elettroniche”, spiegano i manager di Selex-Finmeccanica. “In Italia il Fadr consente di controllare anche la presenza di missili balistici e di comunicare con gli altri punti di controllo nazionali e della NATO”. Le informazioni sulle caratteristiche tecniche e di funzionamento del sistema radar sono quasi tutte coperte da segreto militare. La brochure di Selex ES rivela solo che il Fixed Air Defence Radar opera in banda D e ha una portata sino a 470 km di distanza e 30 km in altezza, una potenza media irradiante di 2,5 kW e una potenza dell’impulso irradiato di 84 kW. L’antenna opera in una frequenza compresa tra 1,2 e 1,4 GHz (L-band), all’interno dello spettro delle cosiddette “microonde”.
A Borgo Sabotino, dopo l’entrata in funzione del Fadr RAT 31-DL presso il locale centro radar dell’Aeronautica militare, i residenti hanno denunciato l’insorgenza di anomale interferenze che impediscono il buon funzionamento degli strumenti elettronici d’utilizzo quotidiano. Con un’interrogazione parlamentare presentata il 6 febbraio 2014, alcuni senatori del Movimento 5 Stelle (primo firmatario Giuseppe Vacciano, passato poi al Gruppo Misto) hanno chiesto ai ministri della Difesa e della Salute “se siano a conoscenza dei problemi registrati a Borgo Sabotino e del corretto svolgimento degli atti e fatti che abbiano portato all’istallazione di antenne e apparecchiature simili, sia del grado dell’affidabilità di tale procedimento e dell’impianto funzionante per la salute dei cittadini residenti”. La risposta della ministra Roberta Pinotti è del 24 novembre 2014. “Una volta completate le installazioni del nuovo radar, allo scopo di tutelare la salute e la sicurezza dei luoghi di lavoro e degli abitanti delle zone limitrofe, verrà effettuata una campagna di misurazione dei campi elettromagnetici a cura del Centro Interforze Studi e Applicazioni Militari (CISAM), come sempre avviene in caso di installazione di nuovi sistemi radianti (sistemi trasmissivi e radar)”, scrive Pinotti. “Precedenti misurazioni effettuate dal CISAM presso enti in cui è installato il medesimo radar RAT-31DL hanno evidenziato valori di campo elettromagnetici inferiori ai valori di azione previsti per i lavoratori dall’articolo 208 del decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81 e, per quanto riguardar la popolazione all’esterno del sedime, inferiore ai valori previsti dalle linee guida della International Commission on Non Ionizing Radiation Protection (ICNIRP)”. Controlli cioè solo dopo l’accensione dei radar e comunque affidati sempre e solo a un centro – il CISAM di San Piero a Grado, Pisa – già Centro per le Applicazioni Militari dell’Energia Nucleare CAMEN – appartenente al Comando logistico della Marina militare.
A partire del dicembre 2014, proprio a Borgo Sabatino la 4^ Brigata Telecomunicazioni e Sistemi per la difesa aerea e l’Assistenza al volo di Borgo Piave (Latina) e l’azienda Selex ES hanno avviato una serie di test per verificare le potenzialità del sistema radar Fadr RAT 31-DL nell’“identificazione e il tracciamento dei detriti spaziali”. Le attività sperimentali sono state effettuate su mandato della Presidenza del Consiglio dei Ministri, in vista della costituzione di un consorzio per la sorveglianza e monitoraggio dello spazio, nell’ambito dello Space Surveillance and Tracking Framework Programme, il programma finanziato dalla Commissione europea finalizzato alla raccolta e al coordinamento di tutte le informazioni radar e ottiche disponibili fra le nazioni partecipanti per “ridurre il rischio di collisioni fra sistemi orbitali efficienti e satelliti dismessi o i detriti spaziali che costituiscono un pericolo per i numerosi sistemi satellitari e spaziali indispensabili al funzionamento dei servizi strategici (navigazione aerea, telerilevamento, meteorologia, ecc.) e di comunicazione (TV, telefonia, ecc.)”.
Fonte
28/06/2015
35 anni fa Ustica, il paradigma italiano
STRAGE DI USTICA - Una storia di militari, alti ufficiali, uomini politici e agenti dei servizi segreti di tutto il mondo, di universi sconosciuti di cui non si conoscono regole e segreti, popolati di occhi minacciosi e invisibili che ti guardano e poi ti uccidono. La storia di 81 morti. La storia della strage di Ustica.
La sera di venerdì 27 giugno 1980 un aereo di linea DC-9 della compagnia aerea italiana Itavia, decollato dall’aeroporto di Bologna e diretto a quello di Palermo,si squarcia improvvisamente in volo e precipita nel punto più profondo del Mar Tirreno, a 3.700 metri, tra le isole di Ponza e Ustica. Nell’evento muoiono tutti gli 81 occupanti dell’aereo.
Un viaggio, quello del DC-9 Itavia, anomalo sin dal tratto Firenze-Lago di Bolsena: un transponder che invia segnali confusi all’aeroporto di Ciampino, un controllore di volo dello stesso aeroporto che “vede” una rotta diversa da quella che il DC-9 dovrebbe tenere e che sta realmente tenendo, un pilota che comunica a Roma di avere incontrato solo radiofari spenti fino all’Isola di Ponza compresa.
I depistaggi
Parallelamente al recupero di alcuni corpi e rottami dell’aereo, cominciato la mattina successiva alla caduta, iniziano i silenzi e i depistaggi. I radar delle basi della Difesa aerea italiana di Licola (Napoli) e Marsala vedono ma non “parlano”: l’air plot della prima sparisce e il radar della seconda viene spento subito dopo l’incidente “perché è in corso un’esercitazione militare”. Ma non tornano i tempi tecnici, tanto che i magistrati il 14 luglio chiedono i nastri. Gli vengono consegnati il 3 ottobre, “puliti”, come se nessun incidente ci fosse mai stato.
Le ipotesi
Quattro le ipotesi fatte sin da subito: 1) un missile aria-aria sparato da un aereo militare; 2) una collisione sempre con un aereo militare; 3) un cedimento strutturale; 4) una bomba a bordo. Qualcuno inizia a parlare. Dice che è stato un missile, francese o americano. Qualcun altro parla invece di collisione con un aereo militare. Intanto escono i tracciati radar dell’aeroporto di Ciampino. I magistrati li portano a Washington da esperti indipendenti in grado di decifrarli. La risposta è chiara: un aereo ha seguito in parallelo la linea del DC-9 per poi attraversarne la rotta in velocità una volta che stava precipitando. La classica procedura di attacco di un caccia militare. Un responso avversato però dall’Aeronautica militare italiana, che liquida il tracciato come il risultato di un radar difettoso. La stessa Aeronautica e il Ministero della Difesa aggiungono che quella sera non c’era stata nessuna esercitazione militare (smentendo di fatto la giustificazione data dalla base di Marsala nei giorni immediatamente successivi al disastro).
Il Mig libico caduto sulla Sila (1)
Il 18 luglio due contadini calabresi sostengono di aver avvertito un gran boato seguito da una lunga striscia di fuoco. Sui monti della Sila viene ritrovata dalla Forestale la carcassa di un Mig libico. Accanto, sdraiato bocconi, un pilota in divisa col corpo spappolato. La zona viene messa sotto sequestro. Ma cosa ci fa un Mig libico sulla Sila? Niente, dicono le autorità libiche: il pilota ha avuto un malore ed ha perso il controllo del velivolo. Andava in Jugoslavia per essere revisionato – sostengono altri – con la complicità della nostra aeronautica militare che al paese africano, nostro amico, offre spazi aerei e basi militari. Il medico legale che effettua l’autopsia, sotto pressione delle autorità presenti, scrive che il corpo del pilota, seppur in evidente avanzato stato di decomposizione, risale al 18 luglio. Salvo poi, in un secondo momento, cambiare il referto e dire che il corpo del pilota libico era “in avanzatissimo stato di decomposizione” compatibile con un decesso risalente ad almeno 15-20 giorni prima. Il 31 luglio la Procura di Crotone archivia l’inchiesta e il cadavere del pilota e i resti dell’aereo rispediti frettolosamente in Libia.
Cala il silenzio
L’Aeronautica e i Servizi segreti militari (Sismi) cercano di dare forza all’ipotesi del cedimento strutturale. La compagnia Itavia, già pesantemente indebitata, non avrebbe fatto la debita manutenzione al velivolo. Falso: il DC-9 era stato recentemente ed adeguatamente revisionato e inoltre i cedimenti strutturali non provocano lo schianto immediato del mezzo. Poi, con la complicità dell’allora ministro per le Relazioni con il Parlamento, Carlo Giovanardi, Aeronautica e Sismi promuovono la versione della bomba. Anni dopo l’ambasciata statunitense dichiara che il ministro avrebbe espresso la sua volontà di “mettere a tacere” le altre ipotesi.
Molte voci, molti sospetti ma poche certezze. Per saperne di più si dovrebbe ripescare i resti dell’aereo ma i costi delle operazioni di recupero sono stati valutati 10 miliardi di lire. L’inchiesta si stoppa e segue un lungo silenzio interrotto solo dagli sporadici articoli di alcuni giornalisti che non intendono mollare la presa. Andrea Purgatori, del Corriere della Sera, conia l’espressione “muro di gomma”, divenuto ormai patrimonio condiviso della nostra lingua. “Per 6 anni – dice Purgatori in un’intervista tv – noi pubblicavamo importanti novità e nessuna autorità ci rispondeva o dava seguito alle nostre scoperte. Un muro di gomma”.
Nel 1982 l’apposita Commissione dichiara certa l’esplosione in volo. Restano in piedi, quindi, due sole ipotesi: il missile o la bomba.
Il recupero del DC-9
Nel 1986 vengono trovati i fondi per avviare il recupero dei resti del DC-9. Dopo un anno e mezzo l’impresa incaricata delle operazioni dichiara di aver recuperato tutti i pezzi, compresa la scatola nera. Ma la ditta, la francese Ifremer, si scoprirà essere collegata ai servizi segreti francesi. E sulla conduzione dell’operazione di recupero, che ha portato in superficie la maggior parte della cellula dell'aeromobile, scaturiscono molti dubbi, a cominciare dai filmati consegnati in copia e sul fatto che l’ispezione al relitto documentata dalla ditta francese fosse davvero stata la prima visto che sul fondale si vedono segni di “aratura”. Una ditta francese come il missile che si diceva aver abbattuto il DC-9.
Nel 1990 una nuova operazione di recupero, stavolta condotta da un’impresa indipendente inglese, porta a galla altri reperti tra cui il serbatoio supplementare di un caccia.
Qualcuno parla
Nel 1988, alla trasmissione Telefono Giallo di Rai 3 condotta da Corrado Augias, un militare interviene telefonicamente in forma anonima rivelando che quel giorno si trovava alla base di Marsala. “I radar – dice – hanno visto e registrato tutto ma il maresciallo responsabile ci disse di farci gli affari nostri”. Gli fa seguito giorni dopo un altro maresciallo sempre di stanza ai radar della base di Marsala con compiti operativi, che smentisce i propri superiori e aggiunge di aver notato distintamente, nei 9 minuti precedenti al disastro, due tracce all’altezza di Ponza che scendevano assieme, una delle quali si è poi affievolita fino a scomparire.
Intanto emerge che ad aver visto il tragitto del DC-9 non sono solo i radar di Marsala, Licola e Ciampino: ce ne sono altri 5. Tutti i registri presentano anomalie tipo pagine strappate proprio al giorno 27 giugno. Oppure sono stati distrutti.
Due caccia italiani lanciano l’allarme
È a questo punto che qualcuno si ricorda di un episodio già emerso poco dopo la caduta del DC-9 ma minimizzato dalla stessa Aeronautica e quindi accantonato: due F-104 italiani di ritorno da una missione di addestramento si trovarono in prossimità del DC-9 Itavia mentre effettuavano l’avvicinamento alla base aerea di Grosseto. Alle ore 20:24, all’altezza di Firenze-Peretola, uno dei due caccia emise per ben tre volte un segnale di allarme generale alla Difesa Aerea mentre era in prossimità dell'aereo civile. Su quell’F-104 c’erano i colonnelli Mario Naldini e Ivo Nutarelli. La loro testimonianza sarebbe utile anche in relazione agli interrogatori di un loro allievo che era in volo quella sera sull’altro F-104. Una persona che durante l’istruttoria – riferiscono i magistrati – è apparsa sempre terrorizzata.
Ingorgo nel cielo
Si viene a sapere che almeno altri 4 caccia italiani in quei minuti decollano da Grosseto spegnendo subito i transponder di bordo. Un generale dei Carabinieri all’epoca braccio destro del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, Nicolò Bozzo, racconta ai magistrati: ”Ero in vacanza in Corsica a Solenzara e avevamo scelto un albergo vicino all’aeroporto militare. Affacciandomi dal balcone potevo vedere sulle piste i Mirage francesi e i Phantom della Nato. Sapevamo che ogni pomeriggio dopo le 17 terminavano le operazioni di decollo e atterraggio di quegli aerei. La sera del 27 giugno, però, non siamo riusciti a chiudere occhio fin dopo la mezzanotte tanto era il frastuono dovuto al via vai dei cacciabombardieri”.
Le registrazioni audio
Ma sul Mar Tirreno quella sera ci sono anche almeno due aerei militari statunitensi: il primo decollato dalla base di Sigonella, il secondo è un velivolo-radar che se ne sta sull’appennino tosco-marchigiano. Ed emergono alcune importantissime registrazioni audio. La prima è tra due militari delle basi di Martina Franca e Ciampino che discutono di quanti aerei militari Usa affollassero quella sera il cielo italiano. La seconda riporta un dialogo avvenuto alle 20:58 della sera dello schianto tra due operatori radar a Marsala, seduti di fronte allo schermo: “... Sta' a vedere che quello mette la freccia e sorpassa!”. “…Quello ha fatto un salto da canguro!”. La terza una conversazione di due operatori radar della base di Grosseto che lasciano inavvertitamente il contatto radio con Ciampino aperto: “... Qui, poi... il governo, quando sono americani...”. “Tu, poi... che cascasse...”. “È esploso in volo!”. Alle 22:05, a Ciampino, gli operatori, parlando del radar di Siracusa, dicono: “...Stavano razzolando degli aerei americani... Io stavo pure ipotizzando una collisione in volo”. E anche: “Sì, o... di un'esplosione in volo!”
Le perizie
Il giudice Priore, che conduce le indagini, ottiene i primi responsi dell’apposita commissione d’indagine che nel frattempo ha analizzato i resti del DC-9. Una commissione spaccata a metà: dei 5 periti che la compongono tre concludono che l’aereo è stato colpito da un missile, due che è esploso per una bomba. Priore dispone una nuova indagine e la affida ad un’altra commissione. E il responso è univoco: l’aereo Itavia sarebbe stato sfiorato da un aereo che ne avrebbe provocato la caduta. Ma l’Aeronautica Militare insiste per l’ipotesi della bomba.
Una lunga scia di morti “collaterali”
Una lunga serie di persone che potrebbero sapere, e quindi parlare, muoiono in circostanze sospette. A cominciare proprio da Naldini e Nutarelli. È il 28 agosto 1988 quando i due colonnelli, a bordo delle loro Frecce Tricolori, si schiantano tra loro in volo nella base Nato di Ramstein, in Germania Ovest, piombando sulla folla e causando 67 morti e 346 feriti. La morte avviene in dinamiche che sembra difficile possano essere state provocate, ma nella storia della Strage di Ustica tutto sembra diventare verosimile. Ad esempio, da una visione accurata del filmato l’ipotesi della collisione in volo non sembra così certa. Lo scoppio e la fiammata si verificano successivamente all’incrocio tra le due pattuglie e sarebbe quindi da escludere l’ipotesi della collisione. Un filmato amatoriale riprende anche la presenza sospetta, su una terrazza, di due persone non identificate che, rimanendo appartate, maneggiano un telecomando. Nutarelli e Naldini avrebbero dovuto comparire davanti al giudice Priore solo pochi giorno dopo.
Il Maresciallo Mario Alberto Dettori, invece, viene trovato impiccato ad un albero in campagna il 31 marzo 1987 in un modo che la stessa Polizia Scientifica definisce “innaturale”. Mesi prima, preoccupato, aveva rovistato tutta la casa alla ricerca di presunte microspie. La sera del disastro è in servizio presso il radar di Poggio Ballone e nei giorni successivi confida a moglie e cognata che era successo “un casino di dimensioni colossali”, che sarebbero andati “tutti in galera” e che “siamo stati a un passo dalla guerra”. Una morte pressoché identica a quella di un altro maresciallo, Franco Parisi. anch’esso controllore di sala operativa in un centro radar. Il 21 dicembre 1995 viene trovato impiccato nel giardino di casa sua, fuori Lecce, ad un’altezza inferiore alla sua. Nel 1980 Parisi è controllore di difesa aerea presso la base di Otranto. Il 27 giugno non è in servizio, ma lo è il 18 luglio, giorno del presunto ritrovamento del Mig libico. Interrogato nel 1995, il suo racconto è pieno di contraddizioni. La sua morte avviene pochi giorni prima di un nuovo interrogatorio.
Ma a destare più di un sospetto ci sono molti altri decessi, almeno una quindicina. Si tratta di strani incidenti stradali ed aerei, improbabili suicidi, perfino un attentato, quello del Generale Ispettore dell’Aeronautica Militare Licio Giorgieri, ucciso (dirà la verità processuale) dalle Brigate Rosse. Solo tre mesi prima aveva segnalato di essere stato il bersaglio di un fallito attentato nei suoi confronti. Aveva chiesto protezione allo Stato ma non gli era stata concessa. “Un attentato anomalo”, lo definirono gli esperti di terrorismo.
Loro e tutti gli altri morti sospetti avevano avuto a che fare, in qualche modo, con la caduta del DC-9, vuoi per un coinvolgimento diretto, vuoi per essere venuti a conoscenza di verità troppo scomode.
La verità
Grazie alla tenacia del giudice Priore, dell’associazione dei familiari delle vittime e di un manipolo di giornalisti coraggiosi è adesso possibile avere un quadro generale di cosa verosimilmente è successo la sera del 27 giugno 1980. Un primo aereo militare avrebbe seguito il DC-9 da vicino e di nascosto. Un secondo aereo avrebbe affiancato parallelamente l’aereo di linea fino ad effettuare un’improvvisa virata. Una tipica manovra di attacco. L’aereo che seguiva il DC-9 avrebbe accelerato saltando di fatto il velivolo dell’Itavia, compiendo quindi quello che dalla base di Marsala definirono “il salto del canguro”. E quindi sono tre le ipotesi sul disastro: 1) il missile sparato dall’aereo in offensiva, diretto a quello in difensiva dietro il DC-9, colpisce quest’ultimo. 2) Il missile sparato dall’aereo in offensiva colpisce sia quello in difensiva che il DC-9 a causa dell’assoluta prossimità dei due velivoli. 3) Uno dei due aerei in combattimento compie una virata vicino al DC-9 staccandogli un’ala.
Il Mig libico caduto sulla Sila (2)
La circostanza secondo cui il Mig libico rinvenuto nel territorio di Castelsilano non sia precipitato il 18 luglio 1980 ma la notte stessa della strage viene evocata dalla testimonianza resa da un avvocato catanzarese che dice di aver visto un aereo militare in caduta libera sorvolare la città di Catanzaro a bassa quota la sera della caduta del DC-9. Interrogato dal giudice, l’avvocato afferma che l’aereo da guerra in questione non corrispondeva al Mig libico, bensì ad un Dassault Mirage francese o un Kfir israeliano.
Il Sismi, all'epoca comandato dal generale Giuseppe Santovito, avrebbe avvertito gli aviatori libici di un progetto franco-statunitense di attaccare quella sera sul Mar Tirreno l’aereo nel quale Gheddafi andava in Unione Sovietica. In seguito alla soffiata del Sismi, l’aereo che trasportava Gheddafi, arrivato su Malta, torna indietro, mentre altri aerei libici proseguono la rotta per motivi sconosciuti.
L’ipotesi più plausibile è che qualcuno abbia attuato un depistaggio volto a postdatare l'evento, preceduto dal preliminare recupero dell’aereo effettivamente caduto e dalla sua sostituzione con un diverso tipo di velivolo. A suffragare l’ipotesi che il Mig sia caduto contemporaneamente al DC-9 Itavia ci sono le testimonianze di militari in servizio presso la caserma Settino di Cosenza; questi dichiarano che il giorno successivo alla caduta del DC-9 sono stati inviati nella zona di Castelsilano dove era caduto un aereo da guerra che avrebbero dovuto piantonare. Deposizioni identiche a quelle di alcuni del battaglione “Sila”, del 67º battaglione Bersaglieri “Persano” e del 244º battaglione fanteria “Cosenza” sostenenti di aver effettuato servizi di sorveglianza al MiG-23 non a luglio, bensì a fine giugno 1980. Testimonianze che si affiancano a quelle di due sottufficiali secondo cui la fusoliera del Mig era foracchiata come se fosse stata mitragliata. Forse il caccia libico era di scorta al colonnello, forse è stato usato da Gheddafi come “abbocco”. Forse è sfuggito in un primo momento al missile che ha colpito l’aereo di linea italiano ma non all’inseguimento conclusosi con la caduta sulla Sila.
Insomma, quale che sia la verità sull’incidente di Castelsilano – che l’aereo caduto sia stato sostituito o meno – una cosa sembra certa: il caccia libico è stato protagonista, diretto o indiretto, degli eventi che hanno portato alla caduta del DC-9. Come disse Spadolini: “Scoprite la verità sul Mig libico e avrete trovato la chiave della strage di Ustica”.
Il processo
Eppure (ma del resto siamo in Italia), circa le cause e gli autori della strage, non si è giunti mai a processo in quanto l’inchiesta del giudice istruttore si è chiusa nel 1999 lasciando “ignoti gli autori della strage". Nel diritto penale italiano il reato di strage non cade mai in prescrizione per cui, nell’eventualità che dovessero emergere nuovi elementi, l’istruttoria potrebbe in qualunque tempo riaprirsi ed eventualmente condurre a processo laddove si ipotizzassero estremi di responsabilità penale.
Si è giunti invece a dibattimento per ipotesi di reato relative al depistaggio ascritte ad alti ufficiali dell'Aeronautica Militare. Il relativo processo si è concluso nel 2007 quando la Cassazione ha assolto gli imputati, mentre un procedimento civile presso il foro di Palermo ha visto la condanna dei ministeri dell’Interno e della Difesa al pagamento di 100 milioni di euro a titolo di risarcimento ai familiari delle 81 vittime della strage.
Le dichiarazioni di Cossiga: apertura di una nuova inchiesta
A 28 anni dalla strage, la procura di Roma ha deciso di riaprire una nuova inchiesta a seguito delle dichiarazioni rilasciate nel febbraio 2007 da Francesco Cossiga, presidente del Consiglio all’epoca della strage, secondo cui ad abbattere il DC9 sarebbe stato un missile “a risonanza e non a impatto” lanciato da un velivolo della Marina militare francese decollato dalla portaerei Clemenceau. L’informativa sarebbe stata data a lui e all'allora ministro dell'Interno Giuliano Amato direttamente dai servizi segreti italiani. Una dichiarazione che conferma, e specifica, il 24 maggio 2010 quando aggiunge che, per non essere visto dall’aereo libico che avrebbe dovuto trasportare Gheddafi, un aereo francese viaggiava sotto uno italiano. “Partì un missile – dirà Cossiga – che voleva colpire l’aereo del presidente libico ma che per sbaglio colpì il DC-9”.
Dichiarazioni che sortiscono l’effetto di spingere la Procura della Repubblica, attraverso i procuratori Amelio e Monteleone, ad aprire una nuova inchiesta sulla strage di Ustica, ancora in pieno svolgimento. Benché coperta da segreto istruttorio, indiscrezioni riportano che l’indagine starebbe attualmente vertendo sulle rogatorie inviate a Stati Uniti, Francia e altri alleati della NATO, alle quali non è mai stata data, fino ad oggi, alcuna risposta.
Tito Sommartino
pubblicato su Senza Soste n.105, attualmente in distribuzione
Fonte
La sera di venerdì 27 giugno 1980 un aereo di linea DC-9 della compagnia aerea italiana Itavia, decollato dall’aeroporto di Bologna e diretto a quello di Palermo,si squarcia improvvisamente in volo e precipita nel punto più profondo del Mar Tirreno, a 3.700 metri, tra le isole di Ponza e Ustica. Nell’evento muoiono tutti gli 81 occupanti dell’aereo.
Un viaggio, quello del DC-9 Itavia, anomalo sin dal tratto Firenze-Lago di Bolsena: un transponder che invia segnali confusi all’aeroporto di Ciampino, un controllore di volo dello stesso aeroporto che “vede” una rotta diversa da quella che il DC-9 dovrebbe tenere e che sta realmente tenendo, un pilota che comunica a Roma di avere incontrato solo radiofari spenti fino all’Isola di Ponza compresa.
I depistaggi
Parallelamente al recupero di alcuni corpi e rottami dell’aereo, cominciato la mattina successiva alla caduta, iniziano i silenzi e i depistaggi. I radar delle basi della Difesa aerea italiana di Licola (Napoli) e Marsala vedono ma non “parlano”: l’air plot della prima sparisce e il radar della seconda viene spento subito dopo l’incidente “perché è in corso un’esercitazione militare”. Ma non tornano i tempi tecnici, tanto che i magistrati il 14 luglio chiedono i nastri. Gli vengono consegnati il 3 ottobre, “puliti”, come se nessun incidente ci fosse mai stato.
Le ipotesi
Quattro le ipotesi fatte sin da subito: 1) un missile aria-aria sparato da un aereo militare; 2) una collisione sempre con un aereo militare; 3) un cedimento strutturale; 4) una bomba a bordo. Qualcuno inizia a parlare. Dice che è stato un missile, francese o americano. Qualcun altro parla invece di collisione con un aereo militare. Intanto escono i tracciati radar dell’aeroporto di Ciampino. I magistrati li portano a Washington da esperti indipendenti in grado di decifrarli. La risposta è chiara: un aereo ha seguito in parallelo la linea del DC-9 per poi attraversarne la rotta in velocità una volta che stava precipitando. La classica procedura di attacco di un caccia militare. Un responso avversato però dall’Aeronautica militare italiana, che liquida il tracciato come il risultato di un radar difettoso. La stessa Aeronautica e il Ministero della Difesa aggiungono che quella sera non c’era stata nessuna esercitazione militare (smentendo di fatto la giustificazione data dalla base di Marsala nei giorni immediatamente successivi al disastro).
Il Mig libico caduto sulla Sila (1)
Il 18 luglio due contadini calabresi sostengono di aver avvertito un gran boato seguito da una lunga striscia di fuoco. Sui monti della Sila viene ritrovata dalla Forestale la carcassa di un Mig libico. Accanto, sdraiato bocconi, un pilota in divisa col corpo spappolato. La zona viene messa sotto sequestro. Ma cosa ci fa un Mig libico sulla Sila? Niente, dicono le autorità libiche: il pilota ha avuto un malore ed ha perso il controllo del velivolo. Andava in Jugoslavia per essere revisionato – sostengono altri – con la complicità della nostra aeronautica militare che al paese africano, nostro amico, offre spazi aerei e basi militari. Il medico legale che effettua l’autopsia, sotto pressione delle autorità presenti, scrive che il corpo del pilota, seppur in evidente avanzato stato di decomposizione, risale al 18 luglio. Salvo poi, in un secondo momento, cambiare il referto e dire che il corpo del pilota libico era “in avanzatissimo stato di decomposizione” compatibile con un decesso risalente ad almeno 15-20 giorni prima. Il 31 luglio la Procura di Crotone archivia l’inchiesta e il cadavere del pilota e i resti dell’aereo rispediti frettolosamente in Libia.
Cala il silenzio
L’Aeronautica e i Servizi segreti militari (Sismi) cercano di dare forza all’ipotesi del cedimento strutturale. La compagnia Itavia, già pesantemente indebitata, non avrebbe fatto la debita manutenzione al velivolo. Falso: il DC-9 era stato recentemente ed adeguatamente revisionato e inoltre i cedimenti strutturali non provocano lo schianto immediato del mezzo. Poi, con la complicità dell’allora ministro per le Relazioni con il Parlamento, Carlo Giovanardi, Aeronautica e Sismi promuovono la versione della bomba. Anni dopo l’ambasciata statunitense dichiara che il ministro avrebbe espresso la sua volontà di “mettere a tacere” le altre ipotesi.
Molte voci, molti sospetti ma poche certezze. Per saperne di più si dovrebbe ripescare i resti dell’aereo ma i costi delle operazioni di recupero sono stati valutati 10 miliardi di lire. L’inchiesta si stoppa e segue un lungo silenzio interrotto solo dagli sporadici articoli di alcuni giornalisti che non intendono mollare la presa. Andrea Purgatori, del Corriere della Sera, conia l’espressione “muro di gomma”, divenuto ormai patrimonio condiviso della nostra lingua. “Per 6 anni – dice Purgatori in un’intervista tv – noi pubblicavamo importanti novità e nessuna autorità ci rispondeva o dava seguito alle nostre scoperte. Un muro di gomma”.
Nel 1982 l’apposita Commissione dichiara certa l’esplosione in volo. Restano in piedi, quindi, due sole ipotesi: il missile o la bomba.
Il recupero del DC-9
Nel 1986 vengono trovati i fondi per avviare il recupero dei resti del DC-9. Dopo un anno e mezzo l’impresa incaricata delle operazioni dichiara di aver recuperato tutti i pezzi, compresa la scatola nera. Ma la ditta, la francese Ifremer, si scoprirà essere collegata ai servizi segreti francesi. E sulla conduzione dell’operazione di recupero, che ha portato in superficie la maggior parte della cellula dell'aeromobile, scaturiscono molti dubbi, a cominciare dai filmati consegnati in copia e sul fatto che l’ispezione al relitto documentata dalla ditta francese fosse davvero stata la prima visto che sul fondale si vedono segni di “aratura”. Una ditta francese come il missile che si diceva aver abbattuto il DC-9.
Nel 1990 una nuova operazione di recupero, stavolta condotta da un’impresa indipendente inglese, porta a galla altri reperti tra cui il serbatoio supplementare di un caccia.
Qualcuno parla
Nel 1988, alla trasmissione Telefono Giallo di Rai 3 condotta da Corrado Augias, un militare interviene telefonicamente in forma anonima rivelando che quel giorno si trovava alla base di Marsala. “I radar – dice – hanno visto e registrato tutto ma il maresciallo responsabile ci disse di farci gli affari nostri”. Gli fa seguito giorni dopo un altro maresciallo sempre di stanza ai radar della base di Marsala con compiti operativi, che smentisce i propri superiori e aggiunge di aver notato distintamente, nei 9 minuti precedenti al disastro, due tracce all’altezza di Ponza che scendevano assieme, una delle quali si è poi affievolita fino a scomparire.
Intanto emerge che ad aver visto il tragitto del DC-9 non sono solo i radar di Marsala, Licola e Ciampino: ce ne sono altri 5. Tutti i registri presentano anomalie tipo pagine strappate proprio al giorno 27 giugno. Oppure sono stati distrutti.
Due caccia italiani lanciano l’allarme
È a questo punto che qualcuno si ricorda di un episodio già emerso poco dopo la caduta del DC-9 ma minimizzato dalla stessa Aeronautica e quindi accantonato: due F-104 italiani di ritorno da una missione di addestramento si trovarono in prossimità del DC-9 Itavia mentre effettuavano l’avvicinamento alla base aerea di Grosseto. Alle ore 20:24, all’altezza di Firenze-Peretola, uno dei due caccia emise per ben tre volte un segnale di allarme generale alla Difesa Aerea mentre era in prossimità dell'aereo civile. Su quell’F-104 c’erano i colonnelli Mario Naldini e Ivo Nutarelli. La loro testimonianza sarebbe utile anche in relazione agli interrogatori di un loro allievo che era in volo quella sera sull’altro F-104. Una persona che durante l’istruttoria – riferiscono i magistrati – è apparsa sempre terrorizzata.
Ingorgo nel cielo
Si viene a sapere che almeno altri 4 caccia italiani in quei minuti decollano da Grosseto spegnendo subito i transponder di bordo. Un generale dei Carabinieri all’epoca braccio destro del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, Nicolò Bozzo, racconta ai magistrati: ”Ero in vacanza in Corsica a Solenzara e avevamo scelto un albergo vicino all’aeroporto militare. Affacciandomi dal balcone potevo vedere sulle piste i Mirage francesi e i Phantom della Nato. Sapevamo che ogni pomeriggio dopo le 17 terminavano le operazioni di decollo e atterraggio di quegli aerei. La sera del 27 giugno, però, non siamo riusciti a chiudere occhio fin dopo la mezzanotte tanto era il frastuono dovuto al via vai dei cacciabombardieri”.
Le registrazioni audio
Ma sul Mar Tirreno quella sera ci sono anche almeno due aerei militari statunitensi: il primo decollato dalla base di Sigonella, il secondo è un velivolo-radar che se ne sta sull’appennino tosco-marchigiano. Ed emergono alcune importantissime registrazioni audio. La prima è tra due militari delle basi di Martina Franca e Ciampino che discutono di quanti aerei militari Usa affollassero quella sera il cielo italiano. La seconda riporta un dialogo avvenuto alle 20:58 della sera dello schianto tra due operatori radar a Marsala, seduti di fronte allo schermo: “... Sta' a vedere che quello mette la freccia e sorpassa!”. “…Quello ha fatto un salto da canguro!”. La terza una conversazione di due operatori radar della base di Grosseto che lasciano inavvertitamente il contatto radio con Ciampino aperto: “... Qui, poi... il governo, quando sono americani...”. “Tu, poi... che cascasse...”. “È esploso in volo!”. Alle 22:05, a Ciampino, gli operatori, parlando del radar di Siracusa, dicono: “...Stavano razzolando degli aerei americani... Io stavo pure ipotizzando una collisione in volo”. E anche: “Sì, o... di un'esplosione in volo!”
Le perizie
Il giudice Priore, che conduce le indagini, ottiene i primi responsi dell’apposita commissione d’indagine che nel frattempo ha analizzato i resti del DC-9. Una commissione spaccata a metà: dei 5 periti che la compongono tre concludono che l’aereo è stato colpito da un missile, due che è esploso per una bomba. Priore dispone una nuova indagine e la affida ad un’altra commissione. E il responso è univoco: l’aereo Itavia sarebbe stato sfiorato da un aereo che ne avrebbe provocato la caduta. Ma l’Aeronautica Militare insiste per l’ipotesi della bomba.
Una lunga scia di morti “collaterali”
Una lunga serie di persone che potrebbero sapere, e quindi parlare, muoiono in circostanze sospette. A cominciare proprio da Naldini e Nutarelli. È il 28 agosto 1988 quando i due colonnelli, a bordo delle loro Frecce Tricolori, si schiantano tra loro in volo nella base Nato di Ramstein, in Germania Ovest, piombando sulla folla e causando 67 morti e 346 feriti. La morte avviene in dinamiche che sembra difficile possano essere state provocate, ma nella storia della Strage di Ustica tutto sembra diventare verosimile. Ad esempio, da una visione accurata del filmato l’ipotesi della collisione in volo non sembra così certa. Lo scoppio e la fiammata si verificano successivamente all’incrocio tra le due pattuglie e sarebbe quindi da escludere l’ipotesi della collisione. Un filmato amatoriale riprende anche la presenza sospetta, su una terrazza, di due persone non identificate che, rimanendo appartate, maneggiano un telecomando. Nutarelli e Naldini avrebbero dovuto comparire davanti al giudice Priore solo pochi giorno dopo.
Il Maresciallo Mario Alberto Dettori, invece, viene trovato impiccato ad un albero in campagna il 31 marzo 1987 in un modo che la stessa Polizia Scientifica definisce “innaturale”. Mesi prima, preoccupato, aveva rovistato tutta la casa alla ricerca di presunte microspie. La sera del disastro è in servizio presso il radar di Poggio Ballone e nei giorni successivi confida a moglie e cognata che era successo “un casino di dimensioni colossali”, che sarebbero andati “tutti in galera” e che “siamo stati a un passo dalla guerra”. Una morte pressoché identica a quella di un altro maresciallo, Franco Parisi. anch’esso controllore di sala operativa in un centro radar. Il 21 dicembre 1995 viene trovato impiccato nel giardino di casa sua, fuori Lecce, ad un’altezza inferiore alla sua. Nel 1980 Parisi è controllore di difesa aerea presso la base di Otranto. Il 27 giugno non è in servizio, ma lo è il 18 luglio, giorno del presunto ritrovamento del Mig libico. Interrogato nel 1995, il suo racconto è pieno di contraddizioni. La sua morte avviene pochi giorni prima di un nuovo interrogatorio.
Ma a destare più di un sospetto ci sono molti altri decessi, almeno una quindicina. Si tratta di strani incidenti stradali ed aerei, improbabili suicidi, perfino un attentato, quello del Generale Ispettore dell’Aeronautica Militare Licio Giorgieri, ucciso (dirà la verità processuale) dalle Brigate Rosse. Solo tre mesi prima aveva segnalato di essere stato il bersaglio di un fallito attentato nei suoi confronti. Aveva chiesto protezione allo Stato ma non gli era stata concessa. “Un attentato anomalo”, lo definirono gli esperti di terrorismo.
Loro e tutti gli altri morti sospetti avevano avuto a che fare, in qualche modo, con la caduta del DC-9, vuoi per un coinvolgimento diretto, vuoi per essere venuti a conoscenza di verità troppo scomode.
La verità
Grazie alla tenacia del giudice Priore, dell’associazione dei familiari delle vittime e di un manipolo di giornalisti coraggiosi è adesso possibile avere un quadro generale di cosa verosimilmente è successo la sera del 27 giugno 1980. Un primo aereo militare avrebbe seguito il DC-9 da vicino e di nascosto. Un secondo aereo avrebbe affiancato parallelamente l’aereo di linea fino ad effettuare un’improvvisa virata. Una tipica manovra di attacco. L’aereo che seguiva il DC-9 avrebbe accelerato saltando di fatto il velivolo dell’Itavia, compiendo quindi quello che dalla base di Marsala definirono “il salto del canguro”. E quindi sono tre le ipotesi sul disastro: 1) il missile sparato dall’aereo in offensiva, diretto a quello in difensiva dietro il DC-9, colpisce quest’ultimo. 2) Il missile sparato dall’aereo in offensiva colpisce sia quello in difensiva che il DC-9 a causa dell’assoluta prossimità dei due velivoli. 3) Uno dei due aerei in combattimento compie una virata vicino al DC-9 staccandogli un’ala.
Il Mig libico caduto sulla Sila (2)
La circostanza secondo cui il Mig libico rinvenuto nel territorio di Castelsilano non sia precipitato il 18 luglio 1980 ma la notte stessa della strage viene evocata dalla testimonianza resa da un avvocato catanzarese che dice di aver visto un aereo militare in caduta libera sorvolare la città di Catanzaro a bassa quota la sera della caduta del DC-9. Interrogato dal giudice, l’avvocato afferma che l’aereo da guerra in questione non corrispondeva al Mig libico, bensì ad un Dassault Mirage francese o un Kfir israeliano.
Il Sismi, all'epoca comandato dal generale Giuseppe Santovito, avrebbe avvertito gli aviatori libici di un progetto franco-statunitense di attaccare quella sera sul Mar Tirreno l’aereo nel quale Gheddafi andava in Unione Sovietica. In seguito alla soffiata del Sismi, l’aereo che trasportava Gheddafi, arrivato su Malta, torna indietro, mentre altri aerei libici proseguono la rotta per motivi sconosciuti.
L’ipotesi più plausibile è che qualcuno abbia attuato un depistaggio volto a postdatare l'evento, preceduto dal preliminare recupero dell’aereo effettivamente caduto e dalla sua sostituzione con un diverso tipo di velivolo. A suffragare l’ipotesi che il Mig sia caduto contemporaneamente al DC-9 Itavia ci sono le testimonianze di militari in servizio presso la caserma Settino di Cosenza; questi dichiarano che il giorno successivo alla caduta del DC-9 sono stati inviati nella zona di Castelsilano dove era caduto un aereo da guerra che avrebbero dovuto piantonare. Deposizioni identiche a quelle di alcuni del battaglione “Sila”, del 67º battaglione Bersaglieri “Persano” e del 244º battaglione fanteria “Cosenza” sostenenti di aver effettuato servizi di sorveglianza al MiG-23 non a luglio, bensì a fine giugno 1980. Testimonianze che si affiancano a quelle di due sottufficiali secondo cui la fusoliera del Mig era foracchiata come se fosse stata mitragliata. Forse il caccia libico era di scorta al colonnello, forse è stato usato da Gheddafi come “abbocco”. Forse è sfuggito in un primo momento al missile che ha colpito l’aereo di linea italiano ma non all’inseguimento conclusosi con la caduta sulla Sila.
Insomma, quale che sia la verità sull’incidente di Castelsilano – che l’aereo caduto sia stato sostituito o meno – una cosa sembra certa: il caccia libico è stato protagonista, diretto o indiretto, degli eventi che hanno portato alla caduta del DC-9. Come disse Spadolini: “Scoprite la verità sul Mig libico e avrete trovato la chiave della strage di Ustica”.
Il processo
Eppure (ma del resto siamo in Italia), circa le cause e gli autori della strage, non si è giunti mai a processo in quanto l’inchiesta del giudice istruttore si è chiusa nel 1999 lasciando “ignoti gli autori della strage". Nel diritto penale italiano il reato di strage non cade mai in prescrizione per cui, nell’eventualità che dovessero emergere nuovi elementi, l’istruttoria potrebbe in qualunque tempo riaprirsi ed eventualmente condurre a processo laddove si ipotizzassero estremi di responsabilità penale.
Si è giunti invece a dibattimento per ipotesi di reato relative al depistaggio ascritte ad alti ufficiali dell'Aeronautica Militare. Il relativo processo si è concluso nel 2007 quando la Cassazione ha assolto gli imputati, mentre un procedimento civile presso il foro di Palermo ha visto la condanna dei ministeri dell’Interno e della Difesa al pagamento di 100 milioni di euro a titolo di risarcimento ai familiari delle 81 vittime della strage.
Le dichiarazioni di Cossiga: apertura di una nuova inchiesta
A 28 anni dalla strage, la procura di Roma ha deciso di riaprire una nuova inchiesta a seguito delle dichiarazioni rilasciate nel febbraio 2007 da Francesco Cossiga, presidente del Consiglio all’epoca della strage, secondo cui ad abbattere il DC9 sarebbe stato un missile “a risonanza e non a impatto” lanciato da un velivolo della Marina militare francese decollato dalla portaerei Clemenceau. L’informativa sarebbe stata data a lui e all'allora ministro dell'Interno Giuliano Amato direttamente dai servizi segreti italiani. Una dichiarazione che conferma, e specifica, il 24 maggio 2010 quando aggiunge che, per non essere visto dall’aereo libico che avrebbe dovuto trasportare Gheddafi, un aereo francese viaggiava sotto uno italiano. “Partì un missile – dirà Cossiga – che voleva colpire l’aereo del presidente libico ma che per sbaglio colpì il DC-9”.
Dichiarazioni che sortiscono l’effetto di spingere la Procura della Repubblica, attraverso i procuratori Amelio e Monteleone, ad aprire una nuova inchiesta sulla strage di Ustica, ancora in pieno svolgimento. Benché coperta da segreto istruttorio, indiscrezioni riportano che l’indagine starebbe attualmente vertendo sulle rogatorie inviate a Stati Uniti, Francia e altri alleati della NATO, alle quali non è mai stata data, fino ad oggi, alcuna risposta.
Tito Sommartino
pubblicato su Senza Soste n.105, attualmente in distribuzione
Fonte
09/10/2014
Dall’Italia armi e addestramento per i golpisti thailandesi
Al potere con un golpe dal 22 maggio scorso, i militari della Thailandia violano “sistematicamente” i diritti umani, ma per l’Italia sono alleati strategici da coccolare con velivoli da guerra e corsi d’addestramento presso le maggiori basi nazionali. Presso gli stabilimenti Piaggio di Villanova d’Albenga, alla presenza dei generali Carlo Magrassi (national security advisor della Presidenza del Consiglio) ed Enzo Vecciarelli (a capo della Direzione nazionale armamenti della Difesa), il vice-capo di Stato maggiore della Royal Thai Air Force – RTAF, Sutthiphan Kritsanakhup e l’Ad di Piaggio Aero Industries hanno firmato un contratto per la fornitura di un velivolo da trasporto executive “P180 Avanti II” per la sorveglianza multifunzionale del territorio. Non sono stati resi noti il valore della commessa né la data prevista per la consegna.
L’accordo è stato formalizzato il 29 settembre scorso nel corso di un incontro tra i vertici dell’Aeronautica da guerra thailandese e il Capo di Stato Maggiore dell’Ami, generale Pasquale Preziosa. Al vertice era pure presente il direttore vendite governative della Piaggio Aereo, Francescomaria Tuccillo. La delegazione della RTAF aveva poi visitato il 14° Stormo e il Centro Addestramento Equipaggi Multicrew (CAEMC) di Pratica di Mare (Roma), dove – come riferito dall’Aeronautica militare italiana – “ha acquisito informazioni circa le caratteristiche e l’impiego del velivolo e le capacità di addestramento che la stessa forza armata può fornire”.
Il P-180 Avanti II è un aereo ad ala media dotato di due motori turboelica Pratt & Whitney PT6A-66, tre superfici portanti, per missioni speciali e possibilità di configurazione per foto da ricognizione; ha una velocità di crociera di 644 Km/h, un’autonomia di 1.450 miglia nautiche e può raggiungere la quota di 41.000 piedi. Prodotto anche in versione aeroambulanza, radio misure e pattugliamento, l’Avanti II può decollare da una pista di 3.300 piedi con un carico massimo di 12.100 libbre. Può trasportare sino a 6 passeggeri.
La vendita del velivolo alle forze armate thailandesi da parte del gruppo Piaggio (il 98,05% del pacchetto azionario è nelle mani della Mubadala Development Company, la società di investimenti strategici del Governo degli Emirati Arabi Uniti, mentre il restante 1,95% è posseduto dall’ex presidente Piero Ferrari), avviene proprio quando s’intensificano a livello internazionale le denunce sul modus operandi della giunta militare insediatasi dopo le dimissioni della presidente Yingluck Shinawatra, condannata per abuso di potere dalla Corte costituzionale thailandese. L’11 settembre scorso, Amnesty International ha presentato il rapporto “Thailandia, cento giorni sotto la legge marziale” in cui si descrive minuziosamente il clima pesantissimo che si respira nel paese asiatico. Dopo il golpe di maggio, i militari hanno eseguito centinaia di arresti e detenzioni arbitrarie e le libertà d’espressione e manifestazione pacifica sono state “profondamente” limitate. Numerosi i casi di tortura, i pestaggi e le finte esecuzioni di persone detenute accertati, mentre aumentano i processi irregolari contro oppositori politici, intellettuali, sindacalisti. “Centinaia di siti Internet sono stati chiusi o bloccati, i mezzi d’informazione sono stati rigorosamente monitorati dai comitati per la censura e sono stati minacciati gli arresti per chiunque intendesse postare opinioni critiche”, scrive Amnesty. “Ai gruppi per i diritti umani è stato vietato di organizzare eventi pacifici e attivisti e giornalisti hanno continuato, come prima del colpo di stato, a essere incriminati per diffamazione. Il diritto a un processo equo è stato accantonato: una sessantina di imputati attende di essere processata dalle corti marziali, senza diritto d’appello contro la sentenza, per aver violato ordini militari che a loro volta violavano i diritti umani”. A settembre anche l’Alto Commissariato per i diritti umani delle Nazioni Unite ha espresso “profonda preoccupazione” per le “crescenti restrizioni” imposte in Thailandia agli attivisti per i diritti umani e per le “intimidazioni da parte delle forze dell’ordine contro gli esponenti dell’opposizione”.
La collaborazione tra le forze armate italiane e quelle thailandesi è stata formalizzata con l’accordo siglato a Roma l’11 settembre 2013 tra l’allora ministro della difesa Mario Mauro e il viceministro degli esteri Surapong Tovichakchaikul (poi deposto dalla giunta militare). “L’obiettivo del protocollo d’intesa è quello di rafforzare la cooperazione tra le rispettive Forze Armate, nell’intento di consolidare le capacità difensive e migliorare la comprensione reciproca sulle questioni della sicurezza, della formazione dei militari, dell’assistenza umanitaria, della ricerca e sviluppo”, si legge nella nota emessa a conclusione del vertice intergovernativo Italia – Thailandia, presenti pure il Presidente Enrico Letta ed il Primo ministro Yingluck Shinawatra.
Lo scorso marzo, due mesi prima del golpe, il Capo di Stato Maggiore della Royal Thai Air Force, Prajin Jungtong, e una folta delegazione di ufficiali thailandesi, erano venuti in Italia per incontrare il comandante in capo dell’Aeronautica militare Pasquale Preziosa e visitare la scuola volo per piloti presso il 61° Stormo di Galatina (Lecce). Il 30 luglio, quando a Bangkok vigeva la legge marziale da quasi 70 giorni, una seconda delegazione di ufficiali thailandesi veniva ospitata nella base pugliese di Galatina. “La visita al 61° Stormo ha evidenziato il forte interesse del Paese estero ai programmi di formazione e istruzione a livello internazionale del Reparto”, riferiva il portavoce dell’Aeronautica italiana. “Sono state presentate le principali attività e le specificità del Reparto con particolare riferimento alle significative evoluzioni e innovazioni degli iter addestrativi e dei sistemi impiegati dall’Aeronautica Militare per assicurare l’eccellenza nella formazione al volo”. I militari della Royal Thai Air Force avevano il modo di ammirare le strutture predisposte a Galatina per lo svolgimento delle attività di formazione alla guida dei cacciabombardieri: i simulatori dell’Aermacchi MB339; la sala R.E.S. (Representation and Elaboration System) che consente, in maniera automatizzata e computerizzata, di ricostruire la complessa dinamica delle missioni di volo; il Ground Basic Training System, il nuovo sistema addestrativo predisposto per gestire il caccia addestratore di ultimissima generazione “T-346 ITS”, prodotto da Alenia Aermacchi (gruppo Finmeccanica). Il T-346, operativo presso il 61° Stormo da qualche settimana, trasformerà l’intero sistema addestrativo dell’Aeronautica militare italiana e dei maggiori alleati. “Le potenzialità e la tecnologia del T-346A renderanno possibile la migrazione presso la scuola di volo salentina di tutta una serie di attività che attualmente vengono svolte nell’ambito degli OCU Operational Conversion Unit (OCU) su macchine dal più alto costo operativo”, spiega il Ministero della difesa. “Grazie alle potenzialità tecnologiche che lo connotano, il nuovo velivolo permetterà ai neo piloti militari aerotattici di addestrarsi in scenari complessi, aria-aria, aria-suolo e di guerra elettronica”. Secondo quanto ammesso da Giovanni Timossi, vicepresidente di Alenia Aermacchi, le autorità thailandesi sarebbero interessate ad acquistare una decina dei nuovi caccia addestratori. Ovviamente, la formazione e l’addestramento dei piloti RTAF sarebbero curate a Galatina dal personale del 61 Stormo.
A febbraio, AgustaWestland, altra azienda Finmeccanica, ha consegnato all’esercito thailandese due elicotteri bimotore AW139, parte di un ordine siglato a fine 2012 per un numero imprecisato di velivoli. Con una velocità massima di crociera di 306 km/h e un’autonomia di oltre 920 km, gli AW139 possono ospitare fino a 15 passeggeri. Sono impiegati attualmente per missioni di trasporto uomini e mezzi, ricerca e soccorso, pattugliamento dei confini. Il contratto con l’esercito thailandese comprende anche la manutenzione dei mezzi e la formazione dei piloti con personale di AgustaWestland.
Fonte
L’accordo è stato formalizzato il 29 settembre scorso nel corso di un incontro tra i vertici dell’Aeronautica da guerra thailandese e il Capo di Stato Maggiore dell’Ami, generale Pasquale Preziosa. Al vertice era pure presente il direttore vendite governative della Piaggio Aereo, Francescomaria Tuccillo. La delegazione della RTAF aveva poi visitato il 14° Stormo e il Centro Addestramento Equipaggi Multicrew (CAEMC) di Pratica di Mare (Roma), dove – come riferito dall’Aeronautica militare italiana – “ha acquisito informazioni circa le caratteristiche e l’impiego del velivolo e le capacità di addestramento che la stessa forza armata può fornire”.
Il P-180 Avanti II è un aereo ad ala media dotato di due motori turboelica Pratt & Whitney PT6A-66, tre superfici portanti, per missioni speciali e possibilità di configurazione per foto da ricognizione; ha una velocità di crociera di 644 Km/h, un’autonomia di 1.450 miglia nautiche e può raggiungere la quota di 41.000 piedi. Prodotto anche in versione aeroambulanza, radio misure e pattugliamento, l’Avanti II può decollare da una pista di 3.300 piedi con un carico massimo di 12.100 libbre. Può trasportare sino a 6 passeggeri.
La vendita del velivolo alle forze armate thailandesi da parte del gruppo Piaggio (il 98,05% del pacchetto azionario è nelle mani della Mubadala Development Company, la società di investimenti strategici del Governo degli Emirati Arabi Uniti, mentre il restante 1,95% è posseduto dall’ex presidente Piero Ferrari), avviene proprio quando s’intensificano a livello internazionale le denunce sul modus operandi della giunta militare insediatasi dopo le dimissioni della presidente Yingluck Shinawatra, condannata per abuso di potere dalla Corte costituzionale thailandese. L’11 settembre scorso, Amnesty International ha presentato il rapporto “Thailandia, cento giorni sotto la legge marziale” in cui si descrive minuziosamente il clima pesantissimo che si respira nel paese asiatico. Dopo il golpe di maggio, i militari hanno eseguito centinaia di arresti e detenzioni arbitrarie e le libertà d’espressione e manifestazione pacifica sono state “profondamente” limitate. Numerosi i casi di tortura, i pestaggi e le finte esecuzioni di persone detenute accertati, mentre aumentano i processi irregolari contro oppositori politici, intellettuali, sindacalisti. “Centinaia di siti Internet sono stati chiusi o bloccati, i mezzi d’informazione sono stati rigorosamente monitorati dai comitati per la censura e sono stati minacciati gli arresti per chiunque intendesse postare opinioni critiche”, scrive Amnesty. “Ai gruppi per i diritti umani è stato vietato di organizzare eventi pacifici e attivisti e giornalisti hanno continuato, come prima del colpo di stato, a essere incriminati per diffamazione. Il diritto a un processo equo è stato accantonato: una sessantina di imputati attende di essere processata dalle corti marziali, senza diritto d’appello contro la sentenza, per aver violato ordini militari che a loro volta violavano i diritti umani”. A settembre anche l’Alto Commissariato per i diritti umani delle Nazioni Unite ha espresso “profonda preoccupazione” per le “crescenti restrizioni” imposte in Thailandia agli attivisti per i diritti umani e per le “intimidazioni da parte delle forze dell’ordine contro gli esponenti dell’opposizione”.
La collaborazione tra le forze armate italiane e quelle thailandesi è stata formalizzata con l’accordo siglato a Roma l’11 settembre 2013 tra l’allora ministro della difesa Mario Mauro e il viceministro degli esteri Surapong Tovichakchaikul (poi deposto dalla giunta militare). “L’obiettivo del protocollo d’intesa è quello di rafforzare la cooperazione tra le rispettive Forze Armate, nell’intento di consolidare le capacità difensive e migliorare la comprensione reciproca sulle questioni della sicurezza, della formazione dei militari, dell’assistenza umanitaria, della ricerca e sviluppo”, si legge nella nota emessa a conclusione del vertice intergovernativo Italia – Thailandia, presenti pure il Presidente Enrico Letta ed il Primo ministro Yingluck Shinawatra.
Lo scorso marzo, due mesi prima del golpe, il Capo di Stato Maggiore della Royal Thai Air Force, Prajin Jungtong, e una folta delegazione di ufficiali thailandesi, erano venuti in Italia per incontrare il comandante in capo dell’Aeronautica militare Pasquale Preziosa e visitare la scuola volo per piloti presso il 61° Stormo di Galatina (Lecce). Il 30 luglio, quando a Bangkok vigeva la legge marziale da quasi 70 giorni, una seconda delegazione di ufficiali thailandesi veniva ospitata nella base pugliese di Galatina. “La visita al 61° Stormo ha evidenziato il forte interesse del Paese estero ai programmi di formazione e istruzione a livello internazionale del Reparto”, riferiva il portavoce dell’Aeronautica italiana. “Sono state presentate le principali attività e le specificità del Reparto con particolare riferimento alle significative evoluzioni e innovazioni degli iter addestrativi e dei sistemi impiegati dall’Aeronautica Militare per assicurare l’eccellenza nella formazione al volo”. I militari della Royal Thai Air Force avevano il modo di ammirare le strutture predisposte a Galatina per lo svolgimento delle attività di formazione alla guida dei cacciabombardieri: i simulatori dell’Aermacchi MB339; la sala R.E.S. (Representation and Elaboration System) che consente, in maniera automatizzata e computerizzata, di ricostruire la complessa dinamica delle missioni di volo; il Ground Basic Training System, il nuovo sistema addestrativo predisposto per gestire il caccia addestratore di ultimissima generazione “T-346 ITS”, prodotto da Alenia Aermacchi (gruppo Finmeccanica). Il T-346, operativo presso il 61° Stormo da qualche settimana, trasformerà l’intero sistema addestrativo dell’Aeronautica militare italiana e dei maggiori alleati. “Le potenzialità e la tecnologia del T-346A renderanno possibile la migrazione presso la scuola di volo salentina di tutta una serie di attività che attualmente vengono svolte nell’ambito degli OCU Operational Conversion Unit (OCU) su macchine dal più alto costo operativo”, spiega il Ministero della difesa. “Grazie alle potenzialità tecnologiche che lo connotano, il nuovo velivolo permetterà ai neo piloti militari aerotattici di addestrarsi in scenari complessi, aria-aria, aria-suolo e di guerra elettronica”. Secondo quanto ammesso da Giovanni Timossi, vicepresidente di Alenia Aermacchi, le autorità thailandesi sarebbero interessate ad acquistare una decina dei nuovi caccia addestratori. Ovviamente, la formazione e l’addestramento dei piloti RTAF sarebbero curate a Galatina dal personale del 61 Stormo.
A febbraio, AgustaWestland, altra azienda Finmeccanica, ha consegnato all’esercito thailandese due elicotteri bimotore AW139, parte di un ordine siglato a fine 2012 per un numero imprecisato di velivoli. Con una velocità massima di crociera di 306 km/h e un’autonomia di oltre 920 km, gli AW139 possono ospitare fino a 15 passeggeri. Sono impiegati attualmente per missioni di trasporto uomini e mezzi, ricerca e soccorso, pattugliamento dei confini. Il contratto con l’esercito thailandese comprende anche la manutenzione dei mezzi e la formazione dei piloti con personale di AgustaWestland.
Fonte
22/08/2014
Libia. Misteriosi bombardamenti aerei. Alcuni interrogativi
Lunedi 18 agosto, dei velivoli non identificati hanno sorvolato i cieli di Tripoli alle 2 di notte (ora locale) mentre forti esplosioni sono state udite a circa 15 km a est della capitale libica. E' quanto affermano alcuni abitanti e quanto ha riferito la Tv locale 'Libia Awalan', ritenuta vicina al generale Haftar. Secondo alcune fonti i due misteriosi aerei da guerra che avrebbero bombardato Tripoli nella notte tra il 18 e il 19 agosto sarebbero jet delle forze aeree del generale anti-islamista Khalifa Hafthar (pubblicamente sostenuto dagli Stati Uniti). A rivendicarlo è stato il generale Saqr Jarouchi, uno dei consiglieri di Haftar, che combatte da mesi contro gli jihadisti di Ansar al Sharia a Bengasi, arrivando anche a colpire Tripoli.
Saqr Jarouchi ha esplicitamente affermato: "Erano nostri i jet che hanno effettuato i raid" e l'obiettivo era la brigata di Misurata, che da mesi si sta scontrando a Tripoli con la rivale Brigata Zintan. Ma la cosa sarebbe stata smentita dall’aviazione di Bengasi legata ad Haftar, dove si è affermato che “Erano aerei stranieri, non libici”. Ed anche il “governo libico” – che al momento si trova a Tobruk, vicino al confine con l'Egitto, e che non controlla più né l’esercito né la capitale – ha dichiarato di non avere informazioni su chi siano i responsabili dell’attacco. L’ambasciatore italiano è apparso in una televisione locale per affermate che l’aeronautica militare italiana non è responsabile dell’attacco. La NATO ha confermato che nessun aereo dell’alleanza ha operato in Libia negli ultimi giorni. Ma alcuni testimoni affermano che gli aerei, dopo aver bombardato, si sono diretti verso nord in direzione delle basi militari Usa di Rota (Spagna) e verso la Sicilia.
Una serie di dati pongono quantomeno alcuni interrogativi.
In primo luogo i misteriosi bombardamenti aerei sulla Libia sono avvenuti il giorno precedente l'incidente avvenuto il 19 agosto tra i due Tornado italiani sui cieli delle Marche. Se nessuna congettura appare al momento possibile, la coincidenza appare per ora innegabile (quasi una maledizione che ricorda la vicenda di Ustica), soprattutto se verrà confermato che gli orari di volo – partenza da Ghedi e momento dell'impatto – presentano delle contraddizioni e che i due aerei militari volavano a bassa quota, quella che viene usata per gli attacchi contro obiettivi a terra. Non solo. Alcuni dei piloti morti nell'incidente avevano partecipato ai bombardamenti contro la Libia nel 2011. Dunque un volo di addestramento al combattimento o una missione di ritorno non ufficiale?
In secondo luogo, che “un intervento” in Libia stia ormai al centro delle ambizioni del governo Renzi, per far guadagnare “autorevolezza” al suo esecutivo e al suo mandato di presidente del Semestre Europea, è confermato dalla decisione di portare anche il dossier Libia sul tavolo del vertice della Nato in programma per i primi di settembre in Galles. La notizia era trapelata a fine luglio, durante l'incontro bilaterale di Renzi con il generale-presidente egiziano Al Sisi nel quale il dossier libico è stato oggetto di un convergente interesse strategico tra Italia ed Egitto.
In terzo luogo, ormai è da ottobre del 2013 che la Marina Militare italiana ha militarizzato il Mediterraneo Sud attraverso l'operazione “Mare Nostrum”. Ufficialmente si tratta di un'operazione militare a scopo umanitario guidata dalla Marina italiana, lanciata in risposta alla tragica morte di oltre 360 migranti al largo delle coste dell'isola di Lampedusa. Ma più di qualche osservatore sul campo, testimonia che in realtà per i salvataggi dei migranti sui barconi si è rivelata molto più attrezzata ed efficace la Guardia Costiera che la Marina Militare. Non si può che concordare con Antonio Mazzeo quando afferma che siamo in presenza di una ulteriore militarizzazione del Mediterraneo, tramite l’operazione Mare Nostrum, “che prima ancora di essere un’operazione di soccorso – è bene ricordarlo – punta al controllo delle rotte e delle frontiere”.
Come è noto, quando ci si prepara a fare del “lavoro sporco” (e un intervento militare è questo) alzare cortine fumogene e attuare operazioni “coperte” è una attività quasi naturale.
I prossimi giorni ci diranno se l'instabilità in Libia resterà ancora un dossier marginale della agenda internazionale oppure diventerà un target dell'interventismo “militare-umanitario” con cui le potenze della Nato declinano le priorità strategiche di volta in volta. Ma se così fosse, l'Italia sarebbe coinvolta fino al collo. Complottismo? Vedremo.
Fonte
Saqr Jarouchi ha esplicitamente affermato: "Erano nostri i jet che hanno effettuato i raid" e l'obiettivo era la brigata di Misurata, che da mesi si sta scontrando a Tripoli con la rivale Brigata Zintan. Ma la cosa sarebbe stata smentita dall’aviazione di Bengasi legata ad Haftar, dove si è affermato che “Erano aerei stranieri, non libici”. Ed anche il “governo libico” – che al momento si trova a Tobruk, vicino al confine con l'Egitto, e che non controlla più né l’esercito né la capitale – ha dichiarato di non avere informazioni su chi siano i responsabili dell’attacco. L’ambasciatore italiano è apparso in una televisione locale per affermate che l’aeronautica militare italiana non è responsabile dell’attacco. La NATO ha confermato che nessun aereo dell’alleanza ha operato in Libia negli ultimi giorni. Ma alcuni testimoni affermano che gli aerei, dopo aver bombardato, si sono diretti verso nord in direzione delle basi militari Usa di Rota (Spagna) e verso la Sicilia.
Una serie di dati pongono quantomeno alcuni interrogativi.
In primo luogo i misteriosi bombardamenti aerei sulla Libia sono avvenuti il giorno precedente l'incidente avvenuto il 19 agosto tra i due Tornado italiani sui cieli delle Marche. Se nessuna congettura appare al momento possibile, la coincidenza appare per ora innegabile (quasi una maledizione che ricorda la vicenda di Ustica), soprattutto se verrà confermato che gli orari di volo – partenza da Ghedi e momento dell'impatto – presentano delle contraddizioni e che i due aerei militari volavano a bassa quota, quella che viene usata per gli attacchi contro obiettivi a terra. Non solo. Alcuni dei piloti morti nell'incidente avevano partecipato ai bombardamenti contro la Libia nel 2011. Dunque un volo di addestramento al combattimento o una missione di ritorno non ufficiale?
In secondo luogo, che “un intervento” in Libia stia ormai al centro delle ambizioni del governo Renzi, per far guadagnare “autorevolezza” al suo esecutivo e al suo mandato di presidente del Semestre Europea, è confermato dalla decisione di portare anche il dossier Libia sul tavolo del vertice della Nato in programma per i primi di settembre in Galles. La notizia era trapelata a fine luglio, durante l'incontro bilaterale di Renzi con il generale-presidente egiziano Al Sisi nel quale il dossier libico è stato oggetto di un convergente interesse strategico tra Italia ed Egitto.
In terzo luogo, ormai è da ottobre del 2013 che la Marina Militare italiana ha militarizzato il Mediterraneo Sud attraverso l'operazione “Mare Nostrum”. Ufficialmente si tratta di un'operazione militare a scopo umanitario guidata dalla Marina italiana, lanciata in risposta alla tragica morte di oltre 360 migranti al largo delle coste dell'isola di Lampedusa. Ma più di qualche osservatore sul campo, testimonia che in realtà per i salvataggi dei migranti sui barconi si è rivelata molto più attrezzata ed efficace la Guardia Costiera che la Marina Militare. Non si può che concordare con Antonio Mazzeo quando afferma che siamo in presenza di una ulteriore militarizzazione del Mediterraneo, tramite l’operazione Mare Nostrum, “che prima ancora di essere un’operazione di soccorso – è bene ricordarlo – punta al controllo delle rotte e delle frontiere”.
Come è noto, quando ci si prepara a fare del “lavoro sporco” (e un intervento militare è questo) alzare cortine fumogene e attuare operazioni “coperte” è una attività quasi naturale.
I prossimi giorni ci diranno se l'instabilità in Libia resterà ancora un dossier marginale della agenda internazionale oppure diventerà un target dell'interventismo “militare-umanitario” con cui le potenze della Nato declinano le priorità strategiche di volta in volta. Ma se così fosse, l'Italia sarebbe coinvolta fino al collo. Complottismo? Vedremo.
Fonte
21/08/2014
Il vero disastro dei Tornado
Di Manilo Dinucci, da il Manifesto del 21 agosto 2014
La collisione tra due caccia Tornado, che ha provocato la morte dei quattro membri di equipaggio e avrebbe potuto avere conseguenze ancora più gravi, ci pone di fronte a una realtà che la politica ufficiale si guarda bene dal chiamare col suo vero nome: guerra. Uniformandosi a tale «regola», l’Aeronautica Militare informa che i Tornado, velivoli da combattimento acquisiti a partire dal 1982, vengono oggi usati essenzialmente per le «operazioni di risposta alle crisi con finalità strumentali alla vocazione pacifica del nostro Paese».
Questi cacciabombardieri – ricorda l’Aeronautica – furono impiegati nel Golfo Persico nel 1990/91 (ossia nella prima guerra contro l’Iraq). Quindi dal 1993 nei Balcani, ossia nella serie di operazioni Nato culminate nella guerra contro la Jugoslavia, nella quale i Tornado effettuarono insieme ad altri aerei 1440 missioni di attacco. Successivamente sono stati usati in Afghanistan, dove dal novembre 2009 sono stati avvicendati dai caccia Amx. Infine, nel 2011, sono stati usati nella guerra contro la Libia, nella quale in oltre sette mesi i velivoli dell’Aeronautica militare hanno condotto oltre 1900 missioni di attacco, lanciando centinaia di bombe e missili.
Nel corso di tali operazioni – informa l’Aeronautica – «l’efficacia dei Tornado è stata accresciuta dall’acquisizione di sistemi d’arma d’avanguardia». Tra i più recenti, due nuovi armamenti Usa di precisione, l’Advanced Anti Radiation Guided Missile (Aargm) e la Small Diameter Bomb (Sdb), che permettono ai cacciabombardieri di sopprimere le difese aeree nemiche e colpire gli obiettivi terrestri. Non a caso i due Tornado precipitati volavano a bassissima quota, tecnica usata per questo tipo di attacco condotto in profondità in territorio nemico.
I due caccia – impegnati in una missione addestrativa propedeutica ad un’esercitazione Nato in programma nel prossimo autunno – erano decollati da Ghedi (Brescia), base del 6° Stormo. Lo comunica l’Aeronautica. Non dice però che Ghedi-Torre è, insieme ad Aviano, il sito in cui sono depositate 70-90 bombe nucleari statunitensi B-61. Ciò emerge dal rapporto U.S. non-strategic nuclear weapons in Europe, presentato all’Assemblea parlamentare della Nato. Le bombe nucleari sono tenute in speciali hangar insieme a cacciabombardieri statunitensi F-15 e F-16 e Tornado italiani, pronti per l’attacco nucleare.
Lo spiegamento delle armi nucleari statunitensi in Europa è regolato da accordi segreti, che i governi non hanno mai sottoposto ai rispettivi parlamenti. Quello che regola lo schieramento delle armi nucleari in Italia stabilisce il principio della «doppia chiave», ossia prevede che una parte di queste armi possa essere usata dall’Aeronautica italiana sotto comando Usa. A tal fine – rivela il rapporto – piloti italiani vengono addestrati all’uso delle bombe nucleari.
Quello che ufficialmente si sa è che le B-61 saranno trasformate da bombe a caduta libera in bombe «intelligenti», che potranno essere sganciate a grande distanza dall’obiettivo. Le nuove bombe nucleari B61-12 a guida di precisione, che avranno una potenza media di 50 kiloton (circa quattro volte la bomba di Hiroshima), «saranno integrate col caccia F-35 Joint Strike Fighter». I piloti italiani – che oggi vengono addestrati all’uso delle B-61 con i caccia Tornado, saranno quindi tra non molto preparati all’attacco nucleare con gli F-35 armati con le B61-12. In tal modo l’Italia continuerà a violare il Trattato di non-proliferazione, che vieta agli stati in possesso di armi nucleari di trasferirle ad altri (Art. 1) e a quelli non-nucleari di riceverle da chicchessia (Art. 2).
Il disastroso incidente dei due Tornado nei pressi di Ascoli Piceno dovrebbe dunque suonare come un campanello d’allarme, non solo riguardo alla sicurezza degli abitanti sulla cui testa gli aerei si esercitano alla guerra, ma sulla guerra che ci minaccia tutti.
Fonte
Considerazioni che possono apparire banali ma che restano sempre sacrosante, soprattutto in questi giorni, in cui assistiamo ad un avventurismo internazionale del Governo Renzi che, entro breve, potrebbe portare i Tornado dell'Aeronautica Militare nuovamente sui cieli libici.
La collisione tra due caccia Tornado, che ha provocato la morte dei quattro membri di equipaggio e avrebbe potuto avere conseguenze ancora più gravi, ci pone di fronte a una realtà che la politica ufficiale si guarda bene dal chiamare col suo vero nome: guerra. Uniformandosi a tale «regola», l’Aeronautica Militare informa che i Tornado, velivoli da combattimento acquisiti a partire dal 1982, vengono oggi usati essenzialmente per le «operazioni di risposta alle crisi con finalità strumentali alla vocazione pacifica del nostro Paese».
Questi cacciabombardieri – ricorda l’Aeronautica – furono impiegati nel Golfo Persico nel 1990/91 (ossia nella prima guerra contro l’Iraq). Quindi dal 1993 nei Balcani, ossia nella serie di operazioni Nato culminate nella guerra contro la Jugoslavia, nella quale i Tornado effettuarono insieme ad altri aerei 1440 missioni di attacco. Successivamente sono stati usati in Afghanistan, dove dal novembre 2009 sono stati avvicendati dai caccia Amx. Infine, nel 2011, sono stati usati nella guerra contro la Libia, nella quale in oltre sette mesi i velivoli dell’Aeronautica militare hanno condotto oltre 1900 missioni di attacco, lanciando centinaia di bombe e missili.
Nel corso di tali operazioni – informa l’Aeronautica – «l’efficacia dei Tornado è stata accresciuta dall’acquisizione di sistemi d’arma d’avanguardia». Tra i più recenti, due nuovi armamenti Usa di precisione, l’Advanced Anti Radiation Guided Missile (Aargm) e la Small Diameter Bomb (Sdb), che permettono ai cacciabombardieri di sopprimere le difese aeree nemiche e colpire gli obiettivi terrestri. Non a caso i due Tornado precipitati volavano a bassissima quota, tecnica usata per questo tipo di attacco condotto in profondità in territorio nemico.
I due caccia – impegnati in una missione addestrativa propedeutica ad un’esercitazione Nato in programma nel prossimo autunno – erano decollati da Ghedi (Brescia), base del 6° Stormo. Lo comunica l’Aeronautica. Non dice però che Ghedi-Torre è, insieme ad Aviano, il sito in cui sono depositate 70-90 bombe nucleari statunitensi B-61. Ciò emerge dal rapporto U.S. non-strategic nuclear weapons in Europe, presentato all’Assemblea parlamentare della Nato. Le bombe nucleari sono tenute in speciali hangar insieme a cacciabombardieri statunitensi F-15 e F-16 e Tornado italiani, pronti per l’attacco nucleare.
Lo spiegamento delle armi nucleari statunitensi in Europa è regolato da accordi segreti, che i governi non hanno mai sottoposto ai rispettivi parlamenti. Quello che regola lo schieramento delle armi nucleari in Italia stabilisce il principio della «doppia chiave», ossia prevede che una parte di queste armi possa essere usata dall’Aeronautica italiana sotto comando Usa. A tal fine – rivela il rapporto – piloti italiani vengono addestrati all’uso delle bombe nucleari.
Quello che ufficialmente si sa è che le B-61 saranno trasformate da bombe a caduta libera in bombe «intelligenti», che potranno essere sganciate a grande distanza dall’obiettivo. Le nuove bombe nucleari B61-12 a guida di precisione, che avranno una potenza media di 50 kiloton (circa quattro volte la bomba di Hiroshima), «saranno integrate col caccia F-35 Joint Strike Fighter». I piloti italiani – che oggi vengono addestrati all’uso delle B-61 con i caccia Tornado, saranno quindi tra non molto preparati all’attacco nucleare con gli F-35 armati con le B61-12. In tal modo l’Italia continuerà a violare il Trattato di non-proliferazione, che vieta agli stati in possesso di armi nucleari di trasferirle ad altri (Art. 1) e a quelli non-nucleari di riceverle da chicchessia (Art. 2).
Il disastroso incidente dei due Tornado nei pressi di Ascoli Piceno dovrebbe dunque suonare come un campanello d’allarme, non solo riguardo alla sicurezza degli abitanti sulla cui testa gli aerei si esercitano alla guerra, ma sulla guerra che ci minaccia tutti.
Fonte
Considerazioni che possono apparire banali ma che restano sempre sacrosante, soprattutto in questi giorni, in cui assistiamo ad un avventurismo internazionale del Governo Renzi che, entro breve, potrebbe portare i Tornado dell'Aeronautica Militare nuovamente sui cieli libici.
29/06/2013
Strage di Ustica. Ex maresciallo dell'Aeronautica "rivela" il segreto di Pulcinella
“Quando sarà, io me ne voglio andare con la coscienza a posto. Perché se
lassù incontrerò anche uno solo di quegli ottantuno poveretti che
stavano sull'aereo, non voglio che mi sputi in faccia”, a parlare è
Giulio Linguante, maresciallo dell'Aeronautica Militare, intervistato
dall'Huffington Post.
Il maresciallo Liguanti nel 1980 era in forza al reparto del Sios Aeronautica nell'aeroporto di Bari. Dopo 33 anni di silenzio l' anziano maresciallo dell'Aeronautica ha svelato al giornalista dell’Huffington Post Andrea Purgatori quello che in molti sospettavano: il Mig libico ritrovato sulla Sila il 18 luglio era caduto molto prima, la stessa sera del DC9 dell'Itavia, il 27 giugno 1980. Purgatori ha speso almeno trenta anni della sua attività di giornalista nel tentativo di far emergere la verità sulla strage di Ustica.
Il maresciallo Liguanti racconta:
“Arrivai sulla Sila la notte del 18 luglio, insieme a un altro sottufficiale di Bari. È caduto un aereo libico e a Roma vogliono sapere, ci dissero. Era tardi, andammo a dormire in una caserma dei carabinieri. La mattina dopo, mentre preparavo la macchina per raggiungere Castelsilano, arrivò un appuntato che aveva appena partecipato alla sepoltura del pilota del Mig23. Era stravolto, ci mancava poco che vomitasse. Puzza che non ci si può stare vicino, diceva. Strano, pensai. Io ne ho visti di morti. E anche se fa caldo, dopo appena un giorno nessun cadavere è ridotto a quel modo”.
Il Mig23 si era schiantato contro un costone di roccia a strapiombo su una pietraia. Per raggiungerlo, il maresciallo camminò per chilometri in mezzo a un bosco. “Da lontano pareva un camion ribaltato, con le ruote in aria. Era grosso e praticamente intatto. Tanto che quando dopo un mese lo portarono via, dovettero spezzare le ali. Altra cosa strana, perché un caccia che va dritto contro un muro di roccia normalmente finisce in pezzi. Poi vidi dei buchi sulla coda, fori di cannoncino. Capii subito che di quella faccenda dei fori era meglio non parlare”.
Intorno alla carcassa del Mig23, ricorda ancora Linguante, “c'erano rottami sparsi ovunque. Anche se appena arrivammo la cloche era già sparita, e chissà chi e quando se l'era portata via”. Sul posto, secondo Linguante, arrivò anche Duane “Dewey” Clarridge, capo della Cia a Roma. “L'ho portato io a vedere l'aereo. È rimasto un paio d'ore. Gli avevo organizzato anche un panino e una bottiglia d'acqua. Ha solo bevuto, il panino me lo sono mangiato io alla sua salute”. “Dopo un mese passato in quel posto, mi fu chiaro che quell'aereo non era caduto il giorno in cui avevano detto di averlo ritrovato”, aggiunge il maresciallo.
Andrea Purgatori, una vita al Corriere della Sera e autore della più inquietante controinchiesta sulla strage di Ustica rammenta a tutti che “Gheddafi a quel tempo era il nemico numero uno dell’Occidente. Di americani e francesi, soprattutto. Mentre noi ci flirtavamo, un po’ per minaccia e molto per interesse. Tanto da salvargli la vita parecchie volte. Forse pure quella notte in cui avrebbe dovuto fare la fine che toccò al DC9 Itavia. La stessa notte e nello stesso cielo in cui volò quel pilota libico ai comandi del Mig23 che forse era di scorta al colonnello, che sfuggì al missile che colpì l'aereo di linea italiano ma poi venne inseguito e precipitò sulla Sila”.
Un’ipotesi, quella sul Mig23, avvalorata dal racconto dell’anziano maresciallo: “Era caduto molto prima, - racconta Linguante - la stessa sera della strage di Ustica, era stato colpito e tutto quello che vedevo davanti ai miei occhi era solo una messinscena. Io sono fiero di avere servito l'Aeronautica, ma mi vergogno delle bugie che sono state dette da alcuni miei superiori. Ho una coscienza e me la devo tenere pulita fino alla fine. Per me e per i miei figli. Costi quel che costi”.
Gheddafi è stato ucciso. Numerosissimi testimoni chiave sulla strage di Ustica sono "morti". Il maresciallo Liguanti, in vecchiaia, ha atteso molto per rivelare quello che - come direbbe Pasolini - molti sapevano ma non avevano le prove per dimostrarlo. A trentatré anni dalla strage a chi si chiederà conto per quella strage?
Fonte
A me questi fieri servitori dello stato che dopo 30 anni se ne escono rivelando il segreto di Pulcinella di turno fanno solo schifo, ma se ne andassero tutti a fanculo.
Il caro maresciallo, se ha davvero tanto a cuore la propria coscienza, non poteva dirle vent'anni fa o anche prima ste cose???
Ste dichiarazioni fanno il paio con quelle di Imposimato che in merito ai nostri anni di piombo tirava fuori la direzione del Bilderberg.
Il maresciallo Liguanti nel 1980 era in forza al reparto del Sios Aeronautica nell'aeroporto di Bari. Dopo 33 anni di silenzio l' anziano maresciallo dell'Aeronautica ha svelato al giornalista dell’Huffington Post Andrea Purgatori quello che in molti sospettavano: il Mig libico ritrovato sulla Sila il 18 luglio era caduto molto prima, la stessa sera del DC9 dell'Itavia, il 27 giugno 1980. Purgatori ha speso almeno trenta anni della sua attività di giornalista nel tentativo di far emergere la verità sulla strage di Ustica.
Il maresciallo Liguanti racconta:
“Arrivai sulla Sila la notte del 18 luglio, insieme a un altro sottufficiale di Bari. È caduto un aereo libico e a Roma vogliono sapere, ci dissero. Era tardi, andammo a dormire in una caserma dei carabinieri. La mattina dopo, mentre preparavo la macchina per raggiungere Castelsilano, arrivò un appuntato che aveva appena partecipato alla sepoltura del pilota del Mig23. Era stravolto, ci mancava poco che vomitasse. Puzza che non ci si può stare vicino, diceva. Strano, pensai. Io ne ho visti di morti. E anche se fa caldo, dopo appena un giorno nessun cadavere è ridotto a quel modo”.
Il Mig23 si era schiantato contro un costone di roccia a strapiombo su una pietraia. Per raggiungerlo, il maresciallo camminò per chilometri in mezzo a un bosco. “Da lontano pareva un camion ribaltato, con le ruote in aria. Era grosso e praticamente intatto. Tanto che quando dopo un mese lo portarono via, dovettero spezzare le ali. Altra cosa strana, perché un caccia che va dritto contro un muro di roccia normalmente finisce in pezzi. Poi vidi dei buchi sulla coda, fori di cannoncino. Capii subito che di quella faccenda dei fori era meglio non parlare”.
Intorno alla carcassa del Mig23, ricorda ancora Linguante, “c'erano rottami sparsi ovunque. Anche se appena arrivammo la cloche era già sparita, e chissà chi e quando se l'era portata via”. Sul posto, secondo Linguante, arrivò anche Duane “Dewey” Clarridge, capo della Cia a Roma. “L'ho portato io a vedere l'aereo. È rimasto un paio d'ore. Gli avevo organizzato anche un panino e una bottiglia d'acqua. Ha solo bevuto, il panino me lo sono mangiato io alla sua salute”. “Dopo un mese passato in quel posto, mi fu chiaro che quell'aereo non era caduto il giorno in cui avevano detto di averlo ritrovato”, aggiunge il maresciallo.
Andrea Purgatori, una vita al Corriere della Sera e autore della più inquietante controinchiesta sulla strage di Ustica rammenta a tutti che “Gheddafi a quel tempo era il nemico numero uno dell’Occidente. Di americani e francesi, soprattutto. Mentre noi ci flirtavamo, un po’ per minaccia e molto per interesse. Tanto da salvargli la vita parecchie volte. Forse pure quella notte in cui avrebbe dovuto fare la fine che toccò al DC9 Itavia. La stessa notte e nello stesso cielo in cui volò quel pilota libico ai comandi del Mig23 che forse era di scorta al colonnello, che sfuggì al missile che colpì l'aereo di linea italiano ma poi venne inseguito e precipitò sulla Sila”.
Un’ipotesi, quella sul Mig23, avvalorata dal racconto dell’anziano maresciallo: “Era caduto molto prima, - racconta Linguante - la stessa sera della strage di Ustica, era stato colpito e tutto quello che vedevo davanti ai miei occhi era solo una messinscena. Io sono fiero di avere servito l'Aeronautica, ma mi vergogno delle bugie che sono state dette da alcuni miei superiori. Ho una coscienza e me la devo tenere pulita fino alla fine. Per me e per i miei figli. Costi quel che costi”.
Gheddafi è stato ucciso. Numerosissimi testimoni chiave sulla strage di Ustica sono "morti". Il maresciallo Liguanti, in vecchiaia, ha atteso molto per rivelare quello che - come direbbe Pasolini - molti sapevano ma non avevano le prove per dimostrarlo. A trentatré anni dalla strage a chi si chiederà conto per quella strage?
Fonte
A me questi fieri servitori dello stato che dopo 30 anni se ne escono rivelando il segreto di Pulcinella di turno fanno solo schifo, ma se ne andassero tutti a fanculo.
Il caro maresciallo, se ha davvero tanto a cuore la propria coscienza, non poteva dirle vent'anni fa o anche prima ste cose???
Ste dichiarazioni fanno il paio con quelle di Imposimato che in merito ai nostri anni di piombo tirava fuori la direzione del Bilderberg.
Iscriviti a:
Post (Atom)
