Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
01/09/2026
A scuola nessuno spazio per le ideologie militari
La presa di posizione – avviata dalle sigle Osa, Usb e altre – propone, anche attraverso una petizione, l’interruzione e il divieto di qualsiasi tipo di collaborazione tra scuola, università, ricerca e filiera militare pubblica e privata.
“Il cammino inesorabile che sembra aver intrapreso l’intero Occidente verso una guerra totale non risparmia l’istruzione: in diversi documenti ufficiali dell’UE, nel piano programmatico quinquennale del Governo Meloni, e in diverse dichiarazioni del ministro Crosetto, si evidenza la possibilità, finanche la irrinunciabile necessità di una incorporazione totale dell’istruzione di ogni ordine e grado, dalle elementari all’università, nell’economia e nell’ideologia bellica”.
Le organizzazioni hanno denominato la campagna anti-militare in ambito scolastico ‘La Conoscenza Non Marcia’: “abbiamo denunciato – sostengono gli organizzatori – la crescente presenza militare nelle scuole come normalizzazione dell’apparato bellico e repressivo, dalle visite scolastiche in caserme e basi militari a corsi di formazione tenuti da forze dell’ordine ed esercito, così come il pericoloso definanziamento delle università che sta comportando una sempre più diretta canalizzazione dei fondi per la ricerca attraverso quell’industria della morte che abbiamo già visto all’opera nella complicità con il genocidio del popolo palestinese.
Progetti come il Rome Technopole, o quello della cittadella dell’aerospazio a Torino, indicano una direzione pericolosa da arrestare immediatamente”.
Il progetto verrà presentato con conferenza stampa oggi 1° settembre alle ore 15.30 presso Montecitorio, Piazza Capranica.
La campagna “’La conoscenza non Marcia’ vuole fermare tutto ciò: docenti, ricercatori e ricercatrici, studenti e studentesse, lavoratrici e lavoratori non sono disposti a studiare e lavorare per fomentare guerre, riarmo e militarizzazione. Per questo abbiamo costruito una raccolta firme a sostegno di una petizione popolare per introdurre misure normative che vietino qualsiasi tipo di collaborazione tra scuola/università e filiera militare-industriale”, concludono i promotori.
Sullo stesso tema vedi anche: Una petizione contro la militarizzazione della formazione
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08/07/2026
Inaccettabili le nuove linee guida del ministero dell’Università per gli studenti stranieri
Per giovedì è stata convocata una manifestazione di protesta sotto la sede del ministero dell’Università e della Ricerca per respingere le nuove linee guida per l’ingresso, il soggiorno e l’immatricolazione degli studenti internazionali, varate dal Ministero dell’Università e della Ricerca, che rappresentano un attacco frontale e ideologico contro gli studenti extra-UE.
Si tratta di un dispositivo di esclusione classista e razzista che mira a colpire duramente sia chi tenta di accedere ai nostri atenei, sia chi è già iscritto e sta portando avanti il proprio percorso di studi.
Questo provvedimento introduce barriere insormontabili e spudoratamente discriminatorie come l’imposizione dell’obbligo di un’abilitazione di livello B2 in lingua italiana.
Una misura che si configura come un vero e proprio ricatto, applicato con feroce specificità e accanimento proprio contro gli studenti palestinesi, ai quali si pretende di imporre standard burocratici surreali mentre si nega loro il diritto alla vita e allo studio.
Viene demandata alle rappresentanze diplomatico-consolari la valutazione del presunto “rischio migratorio”. Una scusa per criminalizzare a priori il desiderio di formazione, trasformando i visti di studio in una concessione arbitraria basata su logiche di polizia e non sul diritto universale alla conoscenza.
Gli effetti di questa politica reazionaria e complice sono già drammaticamente visibili. Decine di studenti e studentesse palestinesi sono oggi bloccati a Gaza con il pretesto di non possedere la certificazione di italiano.
L’entità sionista ha raso al suolo ogni singola università di Gaza, distrutto centinaia di scuole, assassinato rettori, docenti, ricercatori e migliaia di studenti.
Davanti alle macerie di un intero sistema educativo e al genocidio in corso, il governo italiano non solo si rende complice politico e militare del massacro, ma alza muri burocratici per impedire a chi sopravvive di ricostruire la propria vita e il proprio futuro.
Allo stesso tempo si assiste all’espulsione silenziosa di 80 studenti tunisini regolarmente iscritti nei nostri atenei, che si vedono revocare o negare il permesso di soggiorno nonostante abbiano già sostenuto esami e versato tasse, in una logica di pura persecuzione dei corpi e dei diritti dei migranti.
Per protestare contro queste misure razziste e discriminatorie del ministero dell’Università, per domani – giovedì 9 luglio alle ore 11:00 – Cambiare Rotta, Movimento Studenti Palestinesi e USB hanno convocato una manifestazione sotto alla sede del ministero in Largo Antonio Ruberti.
“Questo pacchetto di norme non è un incidente di percorso, ma si inserisce perfettamente nelle politiche di forte chiusura e militarizzazione delle frontiere che attraversano l’intera Unione Europea” scrivono in un comunicato che richiede un incontro immediato con il ministero e il ritiro immediato delle linee guida.
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29/06/2026
Sostituzioni prossime
di Roberto Fineschi
(Distopie apocalittiche in un soffocante inizio d’estate)
Chi ha dei figli adolescenti e post-adolescenti già nota la differenza. Se i secondi per preparare un’interrogazione o un esame prima leggevano dei libri (anche banalmente il manuale), i primi ormai i libri quasi neppure li aprono, ascoltano le lezioni online su youtube o chiedono all’intelligenza artificiale di fare dei riassunti e di leggerli.
Addirittura, affinché sia “meno noioso”, si può trasformare la lezione o il powerpoint o qualunque cosa sia, in un podcast dialogato che poi viene letto direttamente dalla macchina.
Se questo fa già preoccupare gente attempata come me, l’abisso è assai più profondo. Siccome la laurea (almeno in certe materie) è diventata un mero mercimonio acquistabile a prezzi ragionevoli online perché i contenuti appresi sono sostanzialmente indifferenti, nelle università fisiche che mantengono la parvenza della didattica, le conseguenze pratiche, soprattutto in triennale, sono:
1) che gli studenti vanno raramente a lezione (o non ci vanno affatto);
2) che si presentano all’esame non avendo studiato niente, o un minimo chissà come, mirando al 18. Se bocciati, dopo due volte in alcuni atenei possono chiedere che venga cambiata la commissione…
L’apparente furberia di queste procedure è appunto solo apparente, perché gli interessati sono già assai meno intelligenti dell’IA e qui sostituibili da essa senza difficoltà.
Veniamo al lato docenti: sempre più colleghi chiedono suggerimento all’IA su come preparare le lezioni, come innovare la didattica, ecc. Chiedono conferma di correzioni, argomentazioni, ecc. L’IA è veramente molto brava nel rispondere, al punto che, non appena riesca ad assumente delle fattezze presentabili in pubblico, li potrà tranquillamente sostituire. Anzi, siccome a lei si chiede costantemente e poi si esegue, nella parte progettuale la sostituzione sta già avvenendo.
Nemmeno questo tuttavia è l’aspetto più inquietante: invece che la sostituzione del discente e del docente, è il processo stesso che è diventato superfluo, non c’è più fattualmente bisogno del discente e del docente, quei processi sono di fatto già meccanizzati ed eseguibili da macchine e anche i compiti che il risultato di quell’apprendimento dovrebbe svolgere li può svolgere la macchina.
Il mondo delle macchine intelligenti è quello in cui non c’è più bisogno di schiavi (se i telai filassero da soli, se le cetre suonassero da sole, ecc.): tutto ciò è ormai realtà.
Ma la realtà è andata in verità ben oltre: non solo la poiesis, anche la praxis ormai è largamente coadiuvata dall’IA, se non sostituita (nella programmazione di guerre, politiche economiche, scelte di investimento, nella scrittura di libri, articoli, ecc.).
Marx diceva che il regno della libertà non è la semplice gestione razionale dei processi di riproduzione necessaria, ma la posizione e realizzazione di scopi liberi da quel vincolo.
L’umanità, grazie allo sviluppo del modo di produzione capitalistico, è giunta a quella soglia. In verità, è andata oltre, perché Marx lasciava alle macchine la poiesis, immaginando che agli individui liberati restasse la praxis. Invece l’IA si allarga alla praxis.
Pur utilizzando la grande macchina iperintelligente automatizzata non a fini di valorizzazione ma di riproduzione razionale (ovvero superato il capitalismo), sarà l’umanità in grado di gestire questa gigantesca libertà? O scomparirà lasciando il mondo alle cose oramai più intelligenti degli umani? O le contraddizione del capitalismo ci solleveranno dall’immaginare una risposta perché porteranno alla fine della vita sul Pianeta (almeno nelle sue forme intelligenti più avanzate)?
Leopardi diceva che non c’è alcun bisogno di dimostrare che la materia pensa, perché questa è una verità di fatto... Che i processi chimico-fisici che portano alla possibilità del pensiero e della coscienza si possano riprodurre su hardware diversi da quelli del corpo umano è davvero impossibile? E allora, che sia per autodistruzione o superamento, l’umanità è pronta a scomparire?
Il caldo soffocante fa fare brutti pensieri... quindi speriamo in una prossima, rapida diminuzione delle temperature.
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14/05/2026
D’Istruzione pubblica/2. ADHD. “Vi faremo pagare ogni psicofarmaco che abbiamo dovuto inghiottire”
Secondo il Rapporto Nazionale Osmed 2024, il consumo di terapie a base di metilfenidato, risperidone e aripiprazolo ha subito l’aumento più alto in termini di utilizzo tra i medicinali rispetto all’anno precedente. Rispettivamente, l’uso è aumentato del 28,8%, del 14,3% e del 10,4%, un dato che riconferma la tendenza già presente nel Rapporto Nazionale Osmed dell’anno precedente.
Il metilfenidato, più noto col nome di Ritalin, o Medikinet, tolto nel 2003 dalla tabella di “tipo 1” delle sostanze stupefacenti e psicotrope (di cui fanno parte sostanze quali l’oppio, la cocaina e l’eroina) per tornare a commercializzarlo per l’ADHD, si posiziona al quinto posto degli psicofarmaci per il sistema nervoso centrale più utilizzati.
Il risperidone, impiegato nella terapia per il disturbo della condotta dei bambini dai cinque anni in su e per i soggetti adolescenti con non sufficiente prestazione intellettiva, si colloca invece all’ottavo posto della classifica.
Rispetto al 2023, l’atomoxetina e il metilfenidato, farmaci prescritti per il Disturbo da deficit di attenzione/iperattività (ADHD), hanno subito un aumento nelle prescrizioni del 24,9%, dato che potrebbe incrociarsi con l’aumento generalizzato dei tassi di prescrizione in tutto il mondo nel periodo successivo alla pandemia di Covid-19, evidenziato da numerosi studi epidemiologici.
Alcuni spiegano questi incrementi ipotizzando che queste condizioni, nei periodi precedenti, fossero celate e taciute. Ciò alimenta una percezione “positiva” dell’aumento nell’incidenza statistica di diagnosi e di prescrizioni farmacologiche.
Se non accompagnata da un buon livello di problematizzazione della questione, quest’interpretazione risulta parziale e destoricizzata. Come per ogni elemento di produzione umana, anche le categorie scientifiche sono il riflesso delle categorie storiche di una certa epoca e di certe sensibilità, nonché il risultato delle contingenze politico-economiche e culturali delle società stesse.
Il presupposto essenzialistico che vorrebbe l’umano come espressione diretta della propria biologia si traduce nell’idea secondo cui il singolo individuo può essere analizzato in sé, in maniera “isolata”, senza riferimenti al contesto di appartenenza e alla contingenza storica che lo ha prodotto, nel cui seno vengono prodotte categorie mentali, fisiche e modalità di gestione delle stesse, intese come politiche del corpo e della mente.
Qual è il percorso storico che ha portato alla costruzione delle categorie di disattenzione, iperattività e impulsività caratteristiche dell’ADHD?
Nel 1902, Sir George Frederick Still, pediatra presso il King’s College Hospital di Londra, individua l’esistenza di una particolare categoria di soggetti che, pur mostrando intelletto “normale”, è solita esibire comportamenti “antisociali”.
Secondo Still, i sintomi mostrati da questi soggetti avrebbero incluso l’incapacità di rimanere fermi, la tendenza al furto, l’assenza di pudore, l’immodestia e un approccio errato alla sessualità. Il quadro nosologico tracciato dal dottore londinese ha rappresentato, storicamente, l’origine concettuale della condizione che più tardi sarebbe stata battezzata come ADHD.
È da notare come l’interpretazione di Still faccia ricorso a una complessa categoria culturale, quella di “civilizzazione”, intesa come insieme di norme e pratiche attese dagli individui considerati “sani” e, al contrario, disattese dai “degenerati”.
Non è un caso che Still costruisca una correlazione diretta tra l’aspetto fisico e le facoltà mentali, inserendosi nel tracciato segnato dalla frenologia e dalla fisiognomica, pseudoscienze ancillari di una visione essenzialista dell’essere umano. Pochi anni dopo, a cavallo degli anni Venti, il contributo di Still viene recuperato dallo psicologo britannico Alfred F. Tredgold, alto membro dell’English Royal Commission on Mental Deficiency.
Riflettendo sull’introduzione dell’Education Act del 1876, Tredgold conferma la presenza di soggetti con le caratteristiche descritte da Still, inquadrati poi dal successivo English Mental Deficiency Act del 1913 come feeble-minded, deboli di mente. Analizzando diversi soggetti diagnosticati con Postencephalitic behavior disorder, una condizione che seguiva l’encefalite, Tredgold individua la presenza dei medesimi sintomi che poi diverranno centrali nel quadro eziologico dell’ADHD: comportamento antisociale, irritabilità, impulsività, passaggi umorali improvvisi e iperattività.
La correlazione individuata da Tredgold tra sintomatologia clinica e comportamento sociale fonda la sussunzione nell’ambito medico e biologico di elementi socioculturali quali la capacità di relazione, le emozioni e l’autocontrollo. È un passaggio chiave della storia diagnostica dell’ADHD, in quanto pone i fondamenti per la medicalizzazione del comportamento umano, non più inteso come fenomeno storico complesso, bensì come prodotto di un fondo biologico essenziale.
Negli anni Trenta il dottor Charles Bradley, direttore della Bradley Home – un istituto per la “tutela” di bambini e bambine con problematiche psico-emotive – sperimenta l’uso della benzedrina, uno psicostimolante sviluppato nel 1934 dalla casa farmaceutica Smith, Kline & French e commercializzato dall’anno successivo.
Pur utilizzando il campione gratuito offerto da SKF per trattare i mal di testa conseguenti allo pneumoencefalogramma, Bradley scopre che le metamfetamine presentano proprietà in grado di agire su sintomi quali la disattenzione e la bassa performatività scolastica: come, poco dopo, nel caso degli antidepressivi, è il farmaco che fa la malattia, anziché il contrario. Mentre con Tredgold si ufficializza il passaggio della condizione di iperattività, impulsività e disattenzione dall’ambito sociale a quello medico, con Bradley si inaugura invece il discorso relativo all’impiego di psicostimolanti.
Nel 1957 gli studi di Bradley vengono recuperati da Maurice Laufer, Eric Denhoff e Gerard Solomons, i quali ribadiscono l’utilità della funzione calmante della benzedrina al fine di disciplinare chimicamente soggetti con certi gradi di “deficienza” infantile.
L’iperattività diventa un’ansia collettiva anche per motivi politici: nel 1957 il satellite sovietico Sputnik dà il via alla corsa allo spazio mettendo in crisi la società USA, che comincia a domandarsi se il sistema di istruzione fosse a un livello tale da consentire agli statunitensi una posizione dominante nell’ambito del sapere globale. Dagli studi di Bradley sorge così la categoria di hyperkinetic impulse disorder, che restringe i sintomi della patologia intorno all’iperattività, all’impulsività e alla disattenzione.
Man mano che aumenta la preoccupazione per la brain race tra Stati Uniti e Unione Sovietica, lo sguardo posato sull’infanzia e sull’adolescenza da parte dell’expertise psicoeducativa e medica si declina sempre più in termini di performatività e autocontrollo (quest’ultimo inteso come caratteristica fondamentale per la realizzazione di un individuo sano).
Proliferano così nuove nomenclature, espressione di una medesima posizione essenzialista secondo cui queste condizioni sono causate da un danno biologico: minimal brain damage, minimal brain dysfunction, hyperkinesis, hyperactive syndrome ecc.
In una conferenza del 1963, tuttavia, l’Oxford International Study Group of Child Neurology boccia la suddetta posizione sicché, cinque anni dopo, la seconda edizione del Diagnostic and Statistical Manual of Disorders declina la condizione con il nome di Hyperkinetic reaction of childhood.
In questa denominazione, il termine reaction esprime un’evidente matrice psicologica che permette un momentaneo abbandono delle spiegazioni di stampo esclusivamente neurologico. La Hyperkinetic reaction of childhood è descritta come conseguenza delle diverse interazioni con cui il soggetto si interfaccia e, quindi, come condizione direttamente connessa all’ambiente e all’esperienza individuale.
Mentre il dibattito tra le due posizioni divide la psichiatria, nel 1964 vengono pubblicati i risultati dei primi trial clinici condotti sull’utilizzo del Ritalin, sostenuti dalle caute ricerche di Eisenberg e Conners. La prospettiva di una terapia farmacologica apparentemente efficace e replicabile, con costi contenuti e dotata di una possibilità d’impiego più sostenibile, va a sostegno della posizione biologista.
D’altra parte, la natura biologica della malattia deresponsabilizza tanto l’ambiente pubblico quanto quello privato, enfatizzando i – presunti – limiti intrinseci dell’individuo: il soggetto viene deprivato della propria storia, e delle sue parti dolenti o traumatiche, fino a diventare il prodotto “meccanico” di processi chimici, biologici e neurologici. Da questo momento in poi, la storia dell’ADHD si posiziona saldamente nel paradigma biologista dell’expertise che se ne occupa.
Nel corso degli anni Settanta si consuma, così, un passaggio epistemologico fondamentale: bocciata negli anni Sessanta la nozione di “danno cerebrale”, adesso si comincia a leggere il cervello iperattivo, impulsivo e disattento attraverso la lente della “anormalità”.
Per quanto ciò possa sembrare una sorta di “ritorno alle origini”, si tratta di fatto di un nuovo paradigma. Mentre, infatti, autori come Still e Tredgold – che poggiavano le loro tesi su pseudoscienze quali la fisiognomica e la frenologia – appaiono ormai antiquati, la nuova expertise essenzialista, che pure adotta presupposti non dissimili, figura come assai più matura, seria e attendibile.
La differenza fra i due modelli è data dall’utilizzo di un linguaggio più neutro, privo di pregiudizi espliciti, nonché dalla proliferazione di nuove tecnologie che sembrano in grado di fondare un’oggettività biologica. Se nel primo Novecento ci si riferiva a categorie quali la felicità, la tristezza o l’impulsività, dalla seconda metà del secolo in poi si ragiona entro nuovi confini: termini quali sinapsi, dopamina, adrenalina e così via assumono sempre di più una funzione autoesplicativa e, in qualche senso, auto-avverante.
Il continuo ricorso al linguaggio scientifico ricolloca le caratteristiche e le decisioni individuali ponendole come espressione diretta del piano biologico, neurologico e genetico del soggetto.
All’interno del DSM III, pubblicato nel 1980, l’Hyperkinetic reaction of childhood muta in Attention deficit disorder, ADD. Ciò segna un altro passaggio fondamentale: lo slittamento verso l’analisi di un cervello considerato neurologicamente anormale porta a una maggiore attenzione per il più storicamente ignorato tra i tre sintomi della futura ADHD: la disattenzione. È solo con la revisione del DSM III pubblicata nel 1987 che nasce l’ADHD: Attention deficit and hyperactivity disorder.
Nonostante l’attuale DSM V sottolinei l’assenza di elementi biologici che confermino la natura neurologica dell’ADHD, quest’ultima resta la pista maggiormente battuta dagli studi sull’ADHD, che si concentrano soprattutto sugli studi sui gemelli, su genome-wide association studies e sul neuro-imaging. In tal modo, il soggetto viene “chiuso in sé stesso”, estrapolato dal contesto storico e dagli spazi esperienziali: una mossa perfettamente coerente con l’idea filosofica propugnata dal neoliberismo.
La stessa categoria di ADHD, che nel discorso egemone viene correntemente descritta come condizione genetica e biologica, assume una forma sfumata e inafferrabile, in quanto l’evoluzione epistemologica della nozione segnala l’azione di un presupposto normativo. Pratiche quali il collezionismo, la fissazione su un argomento, l’utilizzo non standard del proprio corpo e il rapporto con il tempo e lo spazio vengono sussunte dall’etichetta diagnostica.
In questo senso, la genealogia dell’ADHD illumina il lungo percorso entro cui un soggetto con caratteristiche valutate devianti o disfunzionali (un soggetto disattento, impulsivo e passionale), indipendentemente dalla sua storia e dalle sue istanze, è ricondotto a una categoria medico-psichiatrica ed etichettato come “fuori della norma”, e cioè anormale, patologico e, infine, disabile.
In termini storici, antropologici ed epigenetici, tuttavia, l’attuale esplosione del discorso psichiatrico è inseparabile dalle condizioni sociali (economiche, politiche, geopolitiche e, in senso ampio, antropologiche) entro cui esso è chiamato ad agire. Se anche la natura biologica dell’ADHD fosse confermata, le vere domande da porsi resterebbero senza risposta.
Che cosa, in una certa cultura, vale come disabilità e cosa no? In base a quali presupposti normativi la disabilità viene individuata, quantificata e trattata? Perché, nell’occidente egemone, chi non ne vuole sapere della disciplina scolastica riceve una diagnosi? E poiché non è possibile ipotizzare che la diffusione epidemica dell’ADHD sia legata alla diffusione di “geni malati” (che richiederebbe migliaia di anni per manifestarsi), quali sono le condizioni (familiari, scolastiche, ambientali, ecologiche) che scatenano nei bambini la risposta detta ADHD? Telegraficamente: lungo quali piste l’ADHD è socialmente prodotto?
Un’ADHD senza storia assume, infatti, la forma di una categoria spuria, che rischia di essere sovrautilizzata a tutto vantaggio delle case farmaceutiche, e con il risultato di grandi masse di persone medicalizzate fin dall’infanzia. Alcuni temono che queste generazioni, precocemente stordite dalla psico-chimica, potrebbero non essere disponibili a forme di critica radicale, ma non è detto.
Durante l’occupazione dell’ateneo genovese nella primavera del 2021, uno dei comunicati diceva: «Vi faremo pagare ogni psicofarmaco che abbiamo dovuto inghiottire». Le vie della ribellione sono infinite.
Qui la prima parte del saggio: D’Istruzione pubblica/1. “Abilismo”, medicalizzazione e categorie diagnostiche infantili.
Fonte
11/05/2026
D’Istruzione pubblica/1. “Abilismo”, medicalizzazione e categorie diagnostiche infantili
Il tema della disabilità è stato un tema importante di tutta la discussione. Molte persone avevano trovato tremendo il passaggio del doc in cui una docente racconta come si è resa conto da grande di essere stata una dsa a scuola, ma che l’avercela fatta da sola senza certificazione l’ha resa più sicura di sé.
Sulla questione certificazioni c’è stata una opposizione polare: chi dice sono fondamentali, per fortuna che riusciamo a seguire anche in modo faticoso persone per cui non avremmo una didattica adeguata attraverso una certificazione, per altri sono la scusa che molti insegnanti usano per non fare un cazzo o farlo male. Melchiorre ha detto a un certo punto: Perché non ve la prendete con gli insegnanti di sostegno che gli interessa solo di prendere punti perché non possono insegnare sulla loro classe di concorso? Metà della sala ha applaudito.
Di segno opposto è stato l’intervento di Simona D’Alessio, preside, ricercatrice di disability studies, che ha riportato l’attenzione al fatto che una scuola democratica, dove si applica quella pedagogia, senza piegarla a una torsione neoliberista, è possibile. Ha rivendicato l’inclusione, le competenze, la progettazione.
Forse la frase della docente, riferita peraltro a sé stessa, è troppo poco per accusare l’intero documentario di Greco e Melchiorre di “abilismo”. I difetti del film, semmai, ci sembrano stare altrove, e in ogni caso non sono rilevanti per questo dibattito.
Di per sé, i DSA aprono una questione specifica: quello relativa al nesso fra il neuro-funzionamento specifico di una persona, che si suppone essere un fatto oggettivo e dimostrabile, e la distribuzione e performatività dei carichi cognitivi (calcolo, scrittura, lettura ecc.). La gran parte della discussione in corso dà per scontato questo nesso, il quale, tuttavia, è tutt’altro che dimostrato.
C’è un dibattito non concluso e le voci critiche non sono poche (compresa quella di Daniele Novara, pedagogista piuttosto noto, che già ne scriveva anni fa qui). Francamente, che la frase “gli uomini e le donne sono tutte uguali” sia sbagliata è una idea così pericolosa che, prima di accoglierla, vorremmo qualche certezza in più.
Ma il problema è un altro: la questione dei DSA rientra in quel meccanismo di psicologizzazione-psichiatrizzazione che Robert Castel aveva individuato come uno degli aspetti delle nuove forme di governo delle popolazioni. Essa attiene alla questione del soggetto, in particolare alla “costruzione della soggettività” basata sulla debolezza e sulla sofferenza come unica possibilità di accedere ad una accettata rivendicazione di “diritti” (più “concessioni”), e che finisce per costruire un soggetto incapace di ribellarsi perchè abituato a viversi più come “portatore di traumi” e “bisognoso di aiuto” che partigiano disposto a prendersi ciò che gli spetta.
La questione dei DSA rimanda all’intero mondo della patologizzazione dell’infanzia e all’ossessione performativa di un modo di produzione che ha nell’istruzione un territorio da colonizzare per la formazione della forza lavoro e la riproduzione ideologica del “senso comune”.
Una questione che noi affrontiamo tuttavia attraverso la più ampia questione “psichiatrica” e che portiamo a ragionamento a partire dall’infinito dibattito sulla “oggettività” scientifica (e, in particolare, della psichiatria) e dell’ADHD che è un po’, insieme allo spettro autistico, il grande riferimento della gestione della “devianza infantile”.
Lo faremo in due puntate: la prima dedicata alla psichiatria, la seconda all’ADHD.
La psichiatria nella storia
In questo intervento proveremo a riflettere sul tema delle diagnosi psichiatriche infantili a partire da un punto di vista decentrato rispetto al discorso egemone. Le categorie diagnostiche della psichiatria infantile, infatti, non sono né assolute, né oggettive, ma, come tutte le categorie scientifiche, provengono da una specifica costruzione storico-sociale che dev’essere conosciuta se si vuole evitare la vecchia trappola della naturalizzazione dei fenomeni e della malattia. Tenendo conto, tuttavia, che in questo momento storico le categorie diagnostiche della psichiatria costruiscono la normalità dei soggetti attraverso la definizione di ciò che è patologico, la ricostruzione della loro storia epistemologica e operativa è politicamente imprescindibile.
Tutto ciò si lega, peraltro, alla questione dell’“autonomia di classe”, impostata dallo stesso Gramsci, che costringe a chiedersi come debbano comportarsi i lavoratori e le lavoratrici di questo paese (e di tutti gli altri) di fronte a quella particolare oggettività fantasmatica attribuita dall’ideologia egemone alle categorie scientiste che naturalizzano l’ordine sociale.
Nel far ciò, ci iscriviamo in una tradizione che rivendica il “metodo scientifico” (e, più in generale, la postura critica), ma rifiuta l’idea di un’oggettività esterna alla storia e data una volta per tutte, l’oggettività universale e assoluta presupposta, appunto, dallo scientismo.
La diagnosi psichiatrica, e in special modo quella sui minori (che coinvolge anche valutazioni relative all’apprendimento e al comportamento), si trova oggi nell’intersezione di tre grandi spinte: quella diretta alla desocializzazione della malattia; quella relativa alla produzione del soggetto performativo neoliberale; quella generata dai profitti che vengono della farmacologizzazione del disagio.
In questa serie di tre interventi tratteremo delle prime due spinte, provando a riflettere sull’oggettività delle categorie nosologiche, sulla loro costruzione storica e sui presupposti della soggettività neoliberale. Non tratteremo invece – in quanto già assai nota – la questione dei profitti generati della farmacologizzazione delle malattie e dal disease mongering, che tuttavia resta ben salda sullo sfondo di quel che diremo.
Partiamo con una cautela fondamentale: la psichiatria non è una, ma molte. Se quella egemone è dominata dall’American Psychiatric Association, che periodicamente aggiorna il DSM (il Manuale Diagnostico Statistico imposto a livello mondiale, negli ultimi vent’anni, come unico standard per le diagnosi), ci sono anche modi della cura mentale che, pur restando sotto l’etichetta generale della psichiatria, sono tuttavia assai diversi per presupposti, metodi, implicazioni.
Si pensi, ad esempio, alla lunga tradizione della psichiatria fenomenologica, o alle trasformazioni della pratica nei contesti dell’etnopsichiatria. Ciò detto, la “psichiatria normale” (e cioè, egemone) è indubbiamente quella del DSM e a questa, da qui in avanti, faremo riferimento.
Questa forma egemone di psichiatria rivendica la stessa oggettività delle altre branche mediche – nate, in buona sostanza, dal tavolo anatomico – ma patisce fin dall’inizio di un curioso handicap: non ha a disposizione un organo su cui verificare, con l’autopsia, la causa organica della malattia.
In un certo senso, l’organo della psichiatria è chiaramente l’encefalo, ma dove esso presenti effettivamente delle lesioni o alterazioni organiche, lì si apre il campo della neurologia. Nonostante i molti tentativi per potersi equiparare alle altre specialità della medicina, la psichiatria resta una disciplina senza organo, la cui ambizione epistemologica di essere tanto “oggettiva” e verificabile quanto la cardiologia o l’endocrinologia è continuamente frustrata.
Nondimeno, la sofferenza e la malattia mentale esistono eccome. Non potendo appoggiarle a un’alterazione organica oggettiva, bisognerà comprenderle per come si manifestano, attraverso i loro sintomi – e cioè, attraverso i comportamenti. E qui iniziano nuovi guai.
Come un secolo e mezzo di etnografia ha mostrato a sufficienza, quando si parla di emozioni e della loro regolazione, di comportamenti e della loro adeguatezza, di apprendimento e delle sue modalità, non vi è alcuna universalità, né alcuna stabilità nel corso del tempo. Non esiste nulla che somigli a un “soggetto universale”, un umano avulso dalla storia sul quale misurare una presunta normalità biologica o comportamentale.
Altrettanto problematica è la questione del legame tra le categorie psichiatriche e i valori dominanti come riflesso degli interessi delle classi egemoni. Alcuni casi emblematici sono noti: basti pensare all’omosessualità, che fino a pochi decenni era considerata un disturbo psichiatrico.
Altri, meno noti, danno però un’idea assai chiara del legame fra psichiatria e controllo sociale: nell’Ottocento Samuel Morton misura i crani di diverse popolazioni per dimostrare le gerarchie psichiche, cognitive ed emozionali fra le razze (ipotesi ripresa in Italia da Alfredo Niceforo a danno delle popolazioni meridionali): una ossessione, questa della misurazione dell’intelligenza umana, che si ritrova nei test del QI.
Scorrendo i testi di Roberto Beneduce si trovano soprattutto le questioni legate alla psichiatra nelle colonie e nei dispositivi razzisti: nel 1851 Samuel Cartwright conia il termine drapetomania per inquadrare diagnosticamente (cioè psichiatrizzare) il comportamento degli schiavi che cercavano ostinatamente di fuggire; negli anni Cinquanta del Novecento John Colin Dixon Carothers scrive un testo (per l’OMS!) sulla “mente africana” per comprendere le cause – ovviamente patologiche – della lotta anticoloniale, e in parte marxista, dei Mau Mau del Kenya (per lo più popolazione Kikuyu).
Questi casi estremi aiutano a capire fino a che punto la presunta oggettività scientifica della diagnosi s’intrecci, nella storia della psichiatria, con le necessità di controllo delle popolazioni e di giustificazione dell’oppressione.
La drastica de-socializzazione della malattia e del disagio fanno parte della strategia epistemologica del controllo. Da un punto di vista generale, la diagnosi psichiatrica condivide con tutta la medicina occidentale moderna il presupposto secondo cui la malattia è qualcosa di ontologicamente interno al soggetto e può quindi essere ridotta a un malfunzionamento biologico. Ciò equivale a confermare il presupposto neoliberista dell’individuo-monade e a silenziare tutto ciò che la malattia ha da dire sull’ordine sociale, economico e coloniale del mondo.
Facciamo un esempio: è assai probabile, in questi anni, che nel diagnosticarmi una gastrite il medico la legga come esclusivo fatto organico, legato alla cattiva alimentazione personale o magari a un difetto biologico o genetico; se e quanto il mio salario mi consenta un cibo di qualità, non è un problema che rientri nel suo ambito di competenze. Non è sempre stato così: fra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Ottanta un potente movimento interno alla medicina teorizzava che non c’è cura del singolo malato senza “cura” delle condizioni che l’hanno reso tale. Ovvero, non c’è cura del singolo senza impegno politico per la collettività tutta.
Uno dei presupposti della critica antipsichiatrica – spesso ricordata da Piero Coppo – sta nel fatto che la “diagnosi” sarebbe una spada che spezza il cuore della gnosi: cioè consente di chiudere l’interezza delle contraddizioni sociali, dei rapporti materiali di dominio, delle egemonie e delle costruzioni del soggetto all’interno della struttura psichica del soggetto, se non proprio in qualche causa di tipo “organico”.
Nel caso della diagnosi psichiatrica infantile, dal disagio dei più piccoli spariscono tutte le responsabilità sociali. I comportamenti irregolari e i mancati apprendimenti sono letti come “guai organici”, disfunzioni interne al singolo, e non come risposte alle condizioni di vita, di disciplina e di controllo imposti ai bambini (come, peraltro, agli adulti) dalle condizioni di vita imposte dell’economia neoliberale.
Arriviamo, così, al punto cruciale di questa prima parte della discussione: l’attuale diffusione di diagnosi psichiatriche fra i minori non può essere letta estrapolandola dal contesto che produce malessere e non può essere staccata dalla storia, dalla società, dall’economia. E per essere chiari fino all’antipatia: l’ipotesi secondo cui l’incremento drammatico nelle diagnosi di autismo, di ADHD, di DSA ecc. sarebbe legata a questioni genetiche può venire solo da qualcuno che non ha idea dei tempi della genetica, oppure che è in malafede.
Bambini sempre meno socializzati; esposti a interazioni con dispositivi elettronici fin dall’età di pochi mesi; continuamente soggetti al controllo degli adulti; privi di un gruppo di pari e, spesso, anche di fratelli e sorelle; inquadrati in un sistema scolastico sempre più in affanno e che si vorrebbe sempre più performativo e selettivo; che per anni subiscono “contenuti per l’infanzia” di ineffabile idiozia; cresciuti da genitori (e spesso da un singolo genitore) perseguitati da condizioni sociali e lavorative in continuo peggioramento, traumatizzati dalla possibilità che dall’oggi al domani possa scomparire il mondo sociale che è il terreno stesso della crescita (v. i due anni di lockdown), rispondono a queste condizioni di obiettiva deprivazione sviluppando globalmente, e per così dire “generazionalmente”, una serie di “sintomi” che non sono altro che la traduzione, a livello individuale, di una più ampia deprivazione sociale e collettiva
Fine prima parte.
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08/05/2026
Sciopero della scuola. Cinquanta manifestazioni in tutto il paese. Una mobilitazione riuscita contro il governo
Piazze piene in oltre 50 città d’Italia. Si sta rivelando un successo lo sciopero della formazione promosso da Cambiare Rotta, OSA, l’USB e le altre organizzazioni studentesche e sindacali contro il governo Meloni.
Questa nuova giornata di lotta guidata da studenti e lavoratori vince la sfida e porta scuole e università in piazza sui temi caldi della formazione – dal No alla nuova riforma dei tecnici e professionali, all’opposizione alle riforme di Bernini e alle tragedie della “distruzione pubblica” nel nostro paese. Con un rifiuto generale di ogni leva militare e la richiesta di soldi alla formazione e non alla guerra.
A Roma sono in corso gli appuntamenti sotto i ministeri – Mim e Mur – che puntano a ricongiungersi per muoversi in corteo, così le principali città d’Italia sono bloccate. Nelle piazze campeggiano enormi timer che rappresentano la “sveglia” del tempo finito che stiamo suonando al Governo, in altre ortaggi vengono lanciati contro le foto di una classe politica alla frutta, in alcune sputano fucili-giocattolo con fiori in canna al posto di proiettili: la nostra risposta alla leva e a alla guerra in cui ci vogliono trascinare.
Proprio domani è prevista una giornata giovanile europea di lotta alla leva militare promossa dalla campagna “We do not enlist”, in cui lo sciopero di oggi si inserisce.
Ma non è tutto. La presenza del segretario di stato USA Marco Rubio in Italia ha innescato la rabbia di studenti e studentesse che ne chiedono l’espulsione in quanto “persona non gradita”. Questo criminale internazionale è complice del genocidio a Gaza e responsabile della guerra in Medio Oriente, nonché protagonista della campagna contro Cuba che rischia di essere attaccata dagli Stati Uniti. Nelle piazze sventolano centinaia di bandiere cubane, a sostegno e difesa della Rivoluzione, della sovranità e della pace a Cuba, l’isola più solidale al mondo – e si alza un grido di protesta contro Rubio.
Non manca la solidarietà per la Flotilla. “Vogliamo la liberazione immediata dei nostri compagni sequestrati da Israele e la Palestina libera” chiedono ovunque gli studenti in lotta. Governo Meloni il tempo è finito!
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06/05/2026
Da istituti tecnici a centri di addestramento per gli schiavi del terzo millennio
Con una legge delega, a sorpresa, senza un minimo di consultazione delle sigle sindacali di categoria e di docenti e dirigenti scolastici, il governaccio di centro-destra, che in disastri non ha nulla da invidiare ai suoi predecessori di centro sinistra, manda a segno un colpo che verrà avvertito soprattutto dalle famiglie con disagio economico: la riforma degli istituti tecnici.
La riforma prevede fin dal 2026/27, ad iscrizioni già avvenute, la riduzione di un anno del corso di studi degli istituti tecnici, con un taglio significativo delle ore di italiano e geografia economica e l’aumento delle ore di alternanza scuola lavoro.
Ma il bello arriva dopo: per acquisire un titolo di studio direttamente spendibile nel mondo del lavoro, gli studenti dovranno integrare il percorso con altri due anni A PAGAMENTO, in funzione del reddito e della capienza dei fondi pubblici, presso gli ITS.
Gli ITS, per chi non lo sapesse, sono delle fondazioni a cui con soldi pubblici lo stato ha delegato sotto il governo Draghi nella passata legislatura, il compito di addestrare i ragazzi usciti dagli istituti di istruzione secondaria di secondo grado al lavoro in aziende del territorio. Questi istituti infatti hanno un consiglio di amministrazione in cui la parte del leone la fanno le aziende che danno l’indirizzo alla formazione o meglio all’addestramento da impartire.
Un regalone a Confindustria che si avvantaggia del fatto che i costi della formazione al lavoro in azienda vengono scaricati sui contribuenti e sulle famiglie dei ragazzi. Quindi Confindustria decide nel proprio esclusivo interesse come addestrare le proprie nuove reclute, senza pagare per la formazione.
Socializzare le perdite e privatizzare gli utili.
Come docenti hanno titolo ad insegnarvi quelli che insegnano pure negli istituti tecnici e professionali nonché persone non formate come docenti provenienti dalle stesse aziende.
Quindi appare scontato un dato: i ragazzi che usciranno dalla nuova riforma 4+2 non saranno più preparati di quelli che oggi escono dagli istituti tecnici, perché le ore che perdono per l’alternanza in più e l’anno che perdono di scuola gratuita vanno abbondantemente a compensare quello che acquisiscono nei due anni gestiti direttamente dalle imprese.
In più perderanno ore in quelle discipline formative (italiano e geografia economica) che danno un’impostazione minimamente critica e di respiro generale alla formazione tecnica che appunto si trasforma in addestramento al lavoro in azienda.
Ma c’è di più! In un periodo come quello in cui stiamo vivendo in cui le tecniche di produzione cambiano alla velocità della luce, i ragazzi usciti dagli ITS in capo a due o tre anni non avranno più la formazione idonea a quel lavoro specifico, quindi facilmente verranno rimpiazzati dalle nuove reclute con formazione aggiornata e costretti a pagare nuovamente per acquisire nuova formazione. Oltretutto quella formazione può avere un suo senso solo se legata alle aziende del territorio, difficilmente potrà essere fatta valere in altri luoghi.
Quindi chi la conseguirà sarà un precario a vita, costretto ad una formazione continua e sotto il giogo di padroni locali, a pagamento, salvo che l’azienda non chiuda o modifichi completamente la produzione. In quel caso colui che avrà scelto di essere addestrato da schiavo, non avrà più modo di riciclarsi.
Diciamo che questa riforma è semplicemente SCANDALOSA!
E chiunque avesse da spezzare una lancia a favore di questo governo rispetto al precedente deve prendere atto che questo governo altro non è se non la CONTINUAZIONE di quello precedente.
Infatti la stessa Forza Italia che ha perorato la costituzione degli ITS, ora attraverso Valditara, l’estensore della riforma universitaria del 2010, quella della Gelmini, per intenderci, oggi ci propina questo bel pacchetto tutto incluso in cui paghi per diventare schiavo a vita dei signorotti locali.
Ovviamente le materie umanistiche saranno le più sacrificate: per fare lo schiavo non hai bisogno di usare il cervello, bastano le mani.
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28/04/2026
Un’istruzione da turista
Secondo Valditara questo romanzo sarebbe infatti “troppo difficile” e “lontano dal presente”. Ha detto anche altro, ma per ragioni di spazio limitiamoci a queste due affermazioni. Vorrei tentare di esaminarle per il loro significato generale. Dietro queste parole del ministro si può infatti ricavare un’intera visione del mondo di cui è importante esplicitare i contenuti.
Relativamente alla prima affermazione (“troppo difficile”), sarebbe curioso sapere se mai il ministro si permetterebbe di fare affermazioni simili sulle materie scientifiche. Credo di no. Nel senso comune attuale la difficoltà non s’addice alla letteratura, che al contrario deve essere immediata, trasparente... Per averne una conferma è sufficiente vedere quello che si pubblica oggi e le richieste degli editori (per fortuna non tutti) agli autori.
L’ideale consumistico ha da tempo trasformato la letteratura e le arti. Non devono essere un luogo di riflessione, di spazio tra grandi conflitti tra io e storia, finito e infinito, tra forme espressive e contenuto sociale, politico, culturale legato a una collettività, a una dimensione sovra individuale e alla storia. Le arti devono essere semmai il luogo del puro piacere edonistico. Secondo questa concezione, la fruizione artistica è in altre parole consumo, per cui via I promessi sposi, via tutto ciò che non legittima un rapporto puramente esteriore e superficiale tra il singolo e le arti.
La scuola deve in altre parole insegnare agli studenti ad avere un rapporto “turistico” con le manifestazioni artistiche. Del resto è questo il modo in cui i ministri della cultura (anche di sinistra) considerato il nostro patrimonio nazionale.
La seconda affermazione (“lontano dal presente”) si inserisce nella medesima traiettoria di rifiuto della storia. Il rapporto con le arti deve essere il più possibile confermativo dell’esistente e dunque del tempo presente. Volgere lo sguardo al passato significa invece esercitarsi a uscire dall’attualità, a porsi fuori dal perimetro entro il quale il singolo sa facilmente e confortevolmente riconoscersi. Vuol dire in altre parole esercitarsi nel confronto con realtà diverse.
Valditara senza accorgersene ha proprio per questo negato ciò che la scuola dovrebbe insegnare: l’inattualità. Non c’è infatti niente di più formativo dell’inattuale, niente che sfidi in modo più diretto le false certezze del presente quanto il tempo storico passato, la scoperta di sensibilità, codici culturali, costumi di mondi diversi dal presente.
Anche con questa affermazione Valditara non ha fatto altro che replicare il medesimo principio per cui lo studio della letteratura deve essere confermativo dell’esistente, superficiale e improntato al soddisfacimento di un bisogno estetico facile, immediato e individuale. Niente riflessione, nessuna inquietudine, dunque, e censura di qualsiasi indizio che possa indurre a riconoscere una processualità, un mondo in movimento che richiama alle grandi contraddizioni della storia.
Vediamo il lato positivo. Questa concezione che combina pensiero reazionario ed edonismo neoliberale ci dice qualcosa sul potenziale della letteratura e delle arti. Il tentativo di addomesticare queste forme espressive, in fondo, ne ribadisce il dato politico, ovvero la capacità di introdurre una discontinuità nel presente, una contraddizione e, dunque, i primi rudimenti del conflitto sociale e della lotta culturale. E allora, care ragazze e cari ragazzi, seguite Valditara per fare esattamente il contrario di quello che dice.
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27/04/2026
La Filosofia “prêt-à-penser” del ministero
“La storia della filosofia è la filosofia stessa. Non si può comprendere il pensiero senza il processo che lo ha generato.” (Hegel)Secondo le Nuove Indicazioni Nazionali che entreranno in vigore dall’anno scolastico 2026/2027, l’insegnamento della Filosofia “richiede ai docenti di uscire dalla comodità del commento storiografico per entrare nella dimensione del laboratorio del pensiero – dove l’errore, l’incertezza e il conflitto tra posizioni diverse diventano risorse e non ostacoli”.
In sostanza, i docenti di Storia e Filosofia si vedono costretti a fare una torsione, passando dal commento storiografico (lo studio delle fonti, del come, del perché, delle matrici filosofiche e quindi, più in generale, della processualità) al “laboratorio del pensiero”, la nuova frontiera del didattichese, lo spazio di confronto per competenze nel quale l’insegnante si trasforma in una sorta di mero facilitatore.
Quindi, se un docente spiega Platone, contestualizzando la sua ricerca di giustizia a partire dalla morte di Socrate e facendo leggere ai ragazzi l’Apologia di Socrate, il Critone o il Fedone, questo rigore storiografico dovremmo definirlo “comodità”?
Il rigore storiografico non è comodità, non è comfort zone, è cura e fatica, sudore che paga perché permette ai ragazzi di allestire la cassetta degli attrezzi utili a comprendere la complessità e le correnti che muovono il mondo.
“Bisogna convincere molta gente che anche lo studio è un mestiere, e molto faticoso, con un suo speciale tirocinio, oltre che intellettuale, anche muscolare-nervoso: è un processo di adattamento, è un abito acquisito con lo sforzo, la noia e anche la sofferenza. (Antonio Gramsci, Quaderni del carcere).Il “laboratorio”, scimmiottamento del modello educativo anglosassone, spesso associato al Debate (si chiama proprio così, utilizzando ovviamente la lingua del capitale, e non dibattito o disputa, termini che almeno ci ricorderebbero la ben più complessa “disputatio” medievale), esercita una grande attrazione sugli studenti, e lo dico per esperienza.
Per curiosità ho infatti sperimentato questa forma di approccio laboratoriale, seguendone pedissequamente le regole e sono arrivata alla conclusione che si tratta solo di uno strumento utile a disattivare il conflitto reale e a trasformarlo in una forma di agonismo che insegue le cosiddette soft skills (in questo caso, le competenze comunicative) con passaggi molto precisi e standardizzati.
È dunque un potentissimo dispositivo utile a disarmare le menti e a smobilitare il senso critico. Si divide la classe in due squadre con posizioni antinomiche rispetto a un tema definito dal docente; ciascuna squadra sostiene con ineccepibile tecnicalità una delle due tesi. Si educa dunque lo studente a credere che ogni idea sia un bullone intercambiabile di un processo produttivo, non conta la visione personale del Mondo. La tecnicalità depotenzia il conflitto reale e, irrimediabilmente, getta i ragazzi tra le avvolgenti braccia del “presentismo”.
Abbasso la “comodità”! Appare chiaro che la Filosofia, con questo manifesto programmatico, diventa un mosaico di moduli di competenza che vanno dall’Intelligenza Artificiale all’Educazione affettiva, passando per la Cittadinanza Digitale. E al povero Aristotele, forzatamente reclutato al servizio di un tristissimo pixel o di un prepotente algoritmo, non resta che subire la più malvagia delle reductio ad unum.
In sostanza, si prendono i filosofi del passato, giudicati “troppo raggrinziti” per le richieste del mercato, e si sottopongono a una piallata a colpi di nuove miracolose competenze botuliniche. Roba da far risvegliare di soprassalto Nietzsche, che finalmente riposava in pace nella tomba del tranquillo cimitero di Lutzen, lontano dalla folla dei mercati, per annunciare nuovamente, con sguardo da abisso nichilista, “Dio è morto!”.
Se il filosofo del “Così parlò Zaratustra” aveva profetizzato l’avvento dell’Übermensch, l’Oltreuomo che infrange le vecchie certezze, compiendo una trasvalutazione di tutti i valori per imprimerne di nuovi, ecco che la riforma ministeriale apre il nostro orizzonte a una nuova ulteriorità: l’Oltrecompetente, funzionale, flessibile e, soprattutto smart.
Dire che la Filosofia può fare a meno del commento storiografico significa mutilarla a colpi di machete. Leggere, analizzare e interpretare un autore o un testo, inserendolo rigorosamente nel suo contesto storico e culturale: è questa la nervatura della Filosofia.
Come potremmo spiegare l’alienazione economica di Marx senza partire dai quartieri di Manchester, dal fumo degli stabilimenti industriali, dai “mucchi di detriti, rifiuti e immondizie dovunque; pozzanghere permanenti al posto dei rigagnoli, e un puzzo che da solo basterebbe a rendere intollerabile a ogni uomo appena civile la vita in questo quartiere” (Engels, La situazione della classe operaia in Inghilterra)?
Il plusvalore diventerebbe una voce indistinta, asettica, afferente alla semplice educazione finanziaria. E invece Marx ci insegna che il capitale è “lavoro morto, che come un vampiro vive solo succhiando lavoro vivo”. Se non storicizziamo, non vediamo il vampiro, la carne e il sangue, il sangue dell’oppressione.
Questa riforma consegnerà definitivamente i giovani alla tirannia del “qui e ora”, a quel presente eterno dove tutto appare come un guazzabuglio di eventi atomizzati e privi di radici, del tutto simili a un tic o un tac scanditi sul quadrante dell’orologio: tutto uguale, reversibile, intercambiabile e dunque neutro.
Questa frammentazione cognitiva, in conclusione, inibisce la comprensione del Mondo secondo i principi di consequenzialità e di causazione.
Seguendo le indicazioni ministeriali, aumenteranno (forse!) le competenze, ma sempre più i ragazzi si troveranno di fronte a una realtà divisa in parti discrete e in fatti parcellizzati, incapaci di coglierne i nessi causali e destinati pertanto, inevitabilmente, all’inazione: spettatori passivi di fronte a onde che vanno e vengono, non saranno più in grado di scandagliare le teoretiche profondità del mare.
E ancora una volta il filosofo profeta avrebbe detto:
“Vedi il gregge che ti pascola innanzi? Esso non sa cosa sia ieri, cosa sia oggi: salta di qua e di là, mangia, riposa, digerisce, torna a saltare, e così dalla mattina alla sera e di giorno in giorno, legato brevemente con il suo piacere e dolore, ossia al piolo dell’istante.” (Nietzsche, Considerazioni inattuali).Fonte
23/03/2026
L’assemblea internazionale dei giovani a Milano lancia la mobilitazione contro guerra e leva militare
Cambiare Rotta e OSA hanno ospitato nel capoluogo lombardo un incontro di realtà studentesche e giovanili europee provenienti da diversi paesi (Francia, Germania, Paesi Baschi, Svizzera, etc.) promosso, oltre che dalle due organizzazioni italiane, da Aktion gegen Krieg und Militarisierung (Germania), Young Struggle (Germania, Francia), Jeunesse Communiste (Francia), Gatze Koordinadora Sozialista (Paesi Baschi) che si sono raggruppati nella neonata sigla “We do not enlist – War on War”.
Le realtà aderenti in verità sono state ben più numerose e alla fine la partecipazione ha reso gremita e stretta l’aula dell’università Bicocca da duecento posti che ospitava l’incontro, un po’ scomodo per alcuni ma decisamente incoraggiante sul piano politico per tutti.
È bene ricordare che i paesi delle realtà giovanili promotrici sono accomunati dai medesimi processi di militarizzazione di società e sistemi formativi, oltre che dalla reintroduzione della leva militare che è di recente tornata in Germania e Croazia ma annunciata anche in Francia e in Italia dal ministro Crosetto.
La percezione comune che si respirava fra i partecipanti a Milano è che l’incontro sia stata una boccata d’aria fresca, necessaria e attesa per inquadrare la questione e immaginare un piano d’opposizione unitario a un progetto che investe tutti.
D’altronde, se le classi dirigenti europee lavorano insieme e sono strette da interessi economici comuni, lo stesso si può e bisogna fare “dal basso” fra organizzazioni rivoluzionarie, per scardinare l’imperialismo dell’UE che ormai ha perso ogni parvenza di “progressismo e umanità” di cui un tempo amava fregiarsi. Questa visione accettata anche a sinistra non regge più.
Ad inaugurare simbolicamente i lavori è stato un ricordo della strage di Piazza Fontana fatto venerdì prima con una relazione in università e poi con un presidio in piazza.
La strage, anche se chiaramente più legata alla vicenda italiana, è stato un momento della guerra che a diversi livelli di intensità in base ai diversi paesi, è stata condotta dall’imperialismo occidentale della NATO al movimento di classe in tutta Europa, con la manovalanza del neofascismo internazionale che dopo la seconda guerra mondiale si era riciclato nel ruolo di lacchè dell’imperialismo.
La giornata di sabato è stata aperta dalle relazioni delle organizzazioni promotrici. Dopo la pausa pranzo i lavori sono ripresi con la seconda fase di discussione che ha visto la partecipazione anche di realtà italiane. Grande entusiasmo per l’Unione Sindacale di Base la cui attività contro il traffico di armi ha ormai riconoscimento e stima internazionale.
Importante il contributo sulla nuova leva alla luce delle dottrine militari sulla “difesa totale” da parte della compagna Serena Tusini dell’Osservatorio contro la Militarizzazione delle Scuole e delle Università (di cui abbiamo pubblicato il contributo sulla leva sul nostro giornale), ma il momento più toccante è stato senza dubbio quello dell’intervento del Consolato Cubano.
Come è stato giustamente detto, l’affetto che l’isola riceve oggi è il ritorno del lavoro del Che e di Fidel, del suo “Medici e non bombe” che più che uno slogan è diventata una realtà che il nostro paese ha conosciuto bene. La stessa assemblea si è aperta in solidarietà a Cuba che in contemporanea, si preparava ad accogliere il Nuestra America Convoy, con delegazioni già presenti sull’isola per portare aiuti sanitari, fra cui una compagna di Cambiare Rotta, che si è connessa salutando la platea.
Ma, all’analisi e al confronto, si è aggiunto il rilancio di lotta. L’8 maggio – Giornata dell’Europa per l’UE e la borghesia transnazionale, Giornata della Vittoria sovietica sul nazismo per noi – è stata scelta come data di mobilitazione giovanile internazionale contro la leva militare e il riarmo, gli organizzatori si sono dati prossimi momenti di confronto per definire le forme ma lo sciopero di oltre 50mila studenti tedeschi contro la leva lo scorso 5 marzo indica che c’è un terreno fertile di indisponibilità alla guerra da coltivare.
Lo spettro della guerra torna inquietante in Europa così come l’ascesa dell’estrema destra senza che ci sia un’opposizione convincente.
In questo senso, l’Assemblea Internazionale ha fatto intravedere una luce in fondo al tunnel, che fa ben sperare e a cui sarà opportuno dare continuità, come gli organizzatori si sono ripromessi di fare. Nel momento più buio una generazione di giovani europei contro la guerra può sorgere, se le realtà che ne sono l’avanguardia sanno sostanziare questo percorso che a Milano finalmente è nato.
Qui di seguito riportiamo la risoluzione approvata dall’assemblea internazionale di Milano.
Guerra alla guerra: noi non ci arruoliamo!
8 maggio mobilitazione internazionale contro la leva e la guerra
In meno di tre mesi del nuovo anno, gli USA con la complicità dell’Unione Europea hanno attaccato il Venezuela, intrapreso una nuova guerra contro Libano e Iran, hanno proseguito nel genocidio dei palestinesi e hanno stretto la morsa su Cuba, cingendola d’assedio. Un aumento dell’aggressività militare che può portarci sull’orlo di una nuova guerra mondiale.
Al contempo i nostri governanti usano lo spauracchio della minaccia esterna per provare a giustificare enormi investimenti nel riarmo, restringimento delle libertà democratiche, sdoganamento dei fascisti e dei peggiori istinti reazionari e persino reintroduzione della leva militare. La Germania infatti l’ha reintrodotta in maniera parziale lo scorso 5 dicembre, Italia e Francia hanno annunciato di voler fare lo stesso e la Croazia ha reintrodotto il 6 marzo il servizio militare obbligatorio per tutti i giovani.
Le classi dirigenti cercano di venderci il riarmo come necessità di difesa, con discorsi intrisi di suprematismo occidentale, mentre i tagli allo stato sociale si fanno sempre più pesanti e gli strumenti repressivi vengono rafforzati per schiacciare il dissenso. Ma sono i paesi della NATO a portare la guerra in tutto il mondo per i propri interessi imperialisti e per risollevare le proprie economie investendo nel settore militare.
Noi siamo la generazione che ha visto lo schermo della propaganda infrangersi nel tentativo di giustificare le decine di migliaia di morti a Gaza. Non ci faremo trascinare in un nuovo conflitto mondiale.
Lanciamo per venerdì 8 maggio una giornata di mobilitazione internazionale in occasione dell’anniversario della fine della seconda guerra mondiale e della sconfitta del nazifascismo in Europa. Scenderemo in piazza ancora una volta contro la leva, contro l’imperialismo USA e l’Unione Europea della guerra e del riarmo, per un futuro di pace, solidarietà e giustizia.
Per fermare le classi dominanti che hanno deciso di portarci in guerra, è urgente e necessario organizzarci a livello internazionale e mobilitarci come giovani europei su parole d’ordine chiare:
1)Fermiamo il processo di reintroduzione della leva in tutta Europa. Noi non ci arruoliamo, non vogliamo essere mandati in guerra per gli interessi della borghesia occidentale: blocchiamo le leggi di reintroduzione della leva, parziale o meno, e resistiamo ai reclutamenti.
2) Lottiamo contro ogni piano di riarmo prodotto dai governi nazionali, dalla NATO e dall’UE e la costituzione di un esercito europeo, che avrebbe il solo scopo di aggredire altri popoli. Servono più fondi alla sanità, all’istruzione, alla ricerca, alla casa, ai salari e alle spese sociali, non più armi.
3) Non crediamo alla favola della minaccia esterna per la quale sarebbe necessario il riarmo per difenderci. Sono i paesi dell’Unione Europea e gli Stati Uniti a scatenare guerre in tutto il mondo e a voler accelerare ulteriormente la corsa verso una guerra generalizzata a livello globale.
4) I nostri paesi non devono in alcun modo partecipare ad azioni di guerra. Lotteremo affinché interrompano la propria partecipazione anche indiretta nei conflitti in corso e ritirino i propri soldati impegnati all’estero al di fuori di missioni ONU. Rifiutiamo inoltre l’uso dei nostri spazi aerei e di basi situate nei nostri paesi per le guerre degli Stati Uniti e della NATO.
5) Ci battiamo per l’uscita di tutti i nostri paesi dalla NATO, alleanza militare storicamente offensiva e strumento per le nostre classi dirigenti per imporci guerre superando l’opposizione interna con il pretesto del vincolo all’alleanza internazionale.
6) Ancor più urgente è la fine di ogni complicità con lo Stato terrorista di Israele e la partecipazione attiva nel genocidio dei palestinesi da parte dei nostri governi nazionali e dell’Unione Europea, che si concretizzano in accordi di collaborazione economica, militare e di ricerca, nel traffico di armi e nell’impegno propagandistico per coprire le nefandezze israeliane.
7) Siamo nemici di ogni progetto imperialista europeo e occidentale e siamo schierati senza ambiguità al fianco di Cuba e di tutti i popoli del Sud globale che oggi affrontano direttamente la barbara aggressione dell’imperialismo, che essa sia sanzioni economiche, blocco navale, tentativi di colpo di Stato, aggressioni militari, guerra generalizzata o genocidio. Siamo più vicini ai popoli sotto le bombe che ai governanti di Bruxelles, rilanciamo l’internazionalismo!
Fonte
23/02/2026
Sale piene per “D’Istruzione pubblica”, come il liberismo ha distrutto la scuola pubblica
In questo terzo film si parla dell’apparato scolastico pubblico, di come il paradigma di una scuola organizzata, tra gli anni ’60 e’ 70, per rendere l’apprendimento accessibile a chiunque, in senso prettamente anti classista, sia stato rovesciato, lentamente, una riforma alla volta nel corso degli ultimi tre decenni.
Il senso del film non è didascalico nè d’indignazione fine a se stessa, perché le persone coinvolte sono soggetti consapevoli dell’attacco che tutti i governi, nell’arco di tre decadi, hanno perpetrato non solo alla loro professione, ma contro il sistema scolastico nel suo insieme, affinché le studentesse e gli studenti non crescano come soggetti analitici e critici del mondo che li circonda, ma come semplici utensili dell’apparato industriale, dei servizi e/o carne da cannone.
Di fatti in questo senso vale fare un’ultima riflessione sul ruolo centrale e pericoloso che l’apparato dell’Esercito Italiano sta acquisendo all’interno degli ambienti scolastici, in relazione proprio degli sviluppi geopolitici in cui la nostra sciatta classe dirigente ci sta trascinando.
Pertanto andate a vedere “D’Istruzione Pubblica” e organizziamoci sui posti di lavoro, uniti con gli studenti, per frenare questa deriva e iniziare a modificare il nostro attuale stato sociale.
Fonte
30/01/2026
Per il Governo Meloni, la scuola è un problema di ordine pubblico
Questa direttiva segna un passaggio politico chiarissimo: la scuola non è più considerata un luogo di formazione, emancipazione e crescita critica, ma viene trattata come uno spazio da sorvegliare, un ambiente potenzialmente pericoloso da sottoporre a controllo poliziesco.
È una visione che rovescia i principi costituzionali e snatura radicalmente la funzione della scuola pubblica statale.
L’ipotesi di inserire gli istituti scolastici nei piani di controllo del territorio, l’attivazione di controlli mirati e persino l’uso di metal detector agli ingressi rappresentano una militarizzazione inaccettabile degli spazi educativi.
Non siamo di fronte a misure di prevenzione, meno che mai a investimenti per risolvere gli annosi problemi strutturali della scuola, ma a una strategia di gestione repressiva del disagio sociale, scaricata ancora una volta su studenti, studentesse, personale scolastico e dirigenti.
È particolarmente grave infatti il ruolo attribuito ai dirigenti scolastici, trasformati di fatto in snodi di segnalazione e richiesta di intervento delle forze dell’ordine, esponendoli a pressioni, responsabilità improprie e a un conflitto insanabile con lavoratrici, lavoratori e famiglie. Un’operazione che tenta di normalizzare l’idea che la sicurezza venga prima dei diritti, e l’ordine prima dell’educazione.
Il Governo continua deliberatamente a non intervenire sulle cause reali del disagio: classi sovraffollate, organici insufficienti, precarietà strutturale, assenza di presidi socio-educativi, povertà materiale e culturale, smantellamento dei servizi territoriali.
Di tutto questo, nella direttiva, non c’è traccia. Al loro posto, arrivano pattuglie, controlli e dispositivi di sorveglianza.
USB Scuola respinge questa impostazione securitaria e stigmatizzante che colpisce in particolare le scuole dei territori più fragili, contribuendo a rafforzare meccanismi di esclusione, criminalizzazione e selezione sociale. La scuola non può diventare il laboratorio di una nuova dottrina dell’ordine pubblico applicata ai giovani.
Non accettiamo una scuola ridotta a spazio di contenimento. La sicurezza vera si costruisce con diritti, investimenti, inclusione, libertà di insegnamento e partecipazione democratica, non con l’intervento repressivo dello Stato.
USB Scuola invita tutte e tutti a vigilare, a non normalizzare questa deriva e a respingere ogni tentativo di trasformare la scuola pubblica statale in un avamposto securitario.
Difendere la scuola oggi significa difendere la democrazia, contro un Governo che risponde al disagio sociale non con giustizia e diritti, ma con controllo e repressione.
E poi ci sono i rampolli della destra che schedano i docenti di sinistra.
Sei un docente di sinistra? Hai manifestato per la Palestina e votato nella tua scuola una mozione contro il genocidio dello Stato d’Israele? Hai affrontato i temi del sionismo e dell’antisionismo nelle tue classi? Ci pensa Azione Studentesca, l’associazione legata a Gioventù Nazionale, costola di Fratelli d’Italia, pronta a schedarti con un questionario online e chissà a segnalarti al MIM come nella migliore tradizione del ventennio fascista.
Palermo, Alba, Cuneo sono solo alcune delle città in cui l’azione di schedatura è partita, nel silenzio del Ministro Valditara e degli uffici periferici del MIM, pronti a sanzionare docenti per le loro lezioni di storia sulla Palestina ma capaci di tacere sulle azioni squadriste dei giovani del governo Meloni. USB Scuola non solo denuncia, ma contrasta con forza il tentativo di schedatura di Azione Giovani, che va a caccia di insegnanti di sinistra, attraverso la delazione di studenti e, perché no, di colleghi e famiglie, anche se indirettamente.
Sono gli stessi soggetti che volantinano sempre scortati dalla polizia i loro testi razzisti contro i “maranza” o il loro vuoto identitarismo nazionale, quando il loro referente politico, la Meloni, insieme al suo Governo, è il presidente del Consiglio più asservito e commissariato dalle potenze straniere, Usa in primis, ma anche Unione Europea.
La battaglia politica e culturale si fa sempre più aspra, e le scuole sono uno dei terreni principali. Noi siamo pronti e attrezzati ad affrontare la battaglia. Lo abbiamo già fatto in occasione dei recenti scioperi coi quali abbiamo bloccato l’intero Paese. Siamo pronti a continuare a lottare. Per la libertà, la conoscenza, contro ogni forma di repressione e censura!
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25/01/2026
I metal-detector a scuola sono la provocazione di un governo che conosce solo la repressione
Ma ciò che deve preoccupare di più è la trasformazione di scuole in caserme per contrastare dei problemi che, però, nella maggior parte dei casi pre-esistono alla scuola, che perde ancora di più la sua funzione educativa, cioè quella che servirebbe per intervenire su questi stessi problemi! I fenomeni a cui assistiamo hanno a che fare con la crisi di prospettive del capitalismo per le giovani generazioni, la crisi di civiltà dell’Occidente, con la selezione di classe spietata, su cui si innesta anche la guerra cognitiva dei social in mano ai padroni occidentali corresponsabili del genocidio a Gaza: la violenza, la legge del più forte sono le uniche vie in una società che distribuisce sempre meno possibilità di emancipazione.
Fatti come quelli di La Spezia, di Frosinone o di altre e quotidiane situazioni di barbarie gridano vendetta contro questo sistema e una necessità di alternativa generale che va costruita distruggendo l’ipocrisia di Valditara e Meloni. Sono gli stessi responsabili della repressione dei militanti che lottano per una nuova società, come i 5 studenti a Torino messi ai domiciliari e a cui viene negata la scuola, per aver manifestato. Istruiamoci, agitiamoci, organizziamoci per l’Alternativa.
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31/12/2025
Sei studenti torinesi ai domiciliari. La vendetta contro le mobilitazioni di questi mesi
La vendetta del governo Meloni si continua a scagliare contro chi ha animato le piazze per rompere ogni complicità con il genocidio e con lo stato di Israele, un’escalation di azioni repressive preparate e giustificate dalla potente macchina mediatica dei giornali di destra che da mesi ha lavorato per creare un nemico pubblico.
Ricordiamo solo pochi giorni fa gli arresti ai danni degli attivisti palestinesi incriminati con prove direttamente fornite solo dai servizi di sicurezza israeliani, lo sgombero del centro sociale Askatasuna e la minaccia di sgomberi in tutta Italia, le denunce arrivate a tante e tanti attivisti, le sanzioni al sindacato USB per lo sciopero generale del 3 ottobre.
Dopo un autunno in cui centinaia di migliaia di persone in ogni città d’Italia hanno lottato unite contro il genocidio, la guerra e le complicità dell’Occidente, mentre studenti e lavoratori hanno dimostrato che esiste un’opposizione al governo Meloni e ai piani di guerra occidentali, ora si tenta di chiudere una stagione di mobilitazione con la repressione. In particolare, si rafforza l’attacco ai giovani che in massa hanno riempito le strade al fianco dei lavoratori scioperando, occupando le scuole e organizzandosi contro questo governo di fascisti dentro.
“Non possiamo accettare che 6 studenti non potranno tornare a scuola. Vogliamo il ritiro immediato delle misure cautelari e che sia garantito il diritto allo studio di tutti e tutte!” scrive l’organizzazione studentesca OSA in un comunicato diffuso in queste ore.
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04/12/2025
Questionari di guerra dall’AGIA, ma il 68% dei giovani non si arruolerebbe
La consultazione è partita il 18 novembre, e rimarrà aperta fino al 19 dicembre. Ma l’Autorità ha già rilasciato un primo comunicato stampa con alcuni risultati preliminari. Probabilmente, non quelli che voleva sentire il governo: ricordiamo che alla guida dell’AGIA c’è Marina Terragni, nominata dai presidenti di Camera e Senato, Lorenzo Fontana e Ignazio La Russa.
Infatti, nel comunicato stampa dell’organismo si legge che “più o meno il 68% di un campione provvisorio di 4.000 risposte non si arruolerebbe se l’Italia entrasse in guerra”, con una significativa differenza tra maschi (60,2%) e femmine (73,6%). Ad ogni modo, in entrambi i casi molto più della metà dei giovani non ha nessuna intenzione di “immolarsi per la patria”.
Oltre all’inaspettata preminenza della televisione per la ricerca di informazioni attendibili – non i social, dunque –, nel comunicato si legge anche che “la guerra è una delle principali preoccupazioni per i ragazzi: una preoccupazione superiore a quella per il climate change”. Già questo basterebbe per far sorgere alcuni interrogativi alla nostra classe politica.
Le televisioni sono forse gli spazi meno contendibili dell’informazione pubblica, e sono attraversate continuamente dall’allarmismo di una guerra imminente. La preoccupazione per un conflitto viene dunque dal martellamento continuo intorno a una tendenza alla guerra inevitabile, ma contro cui, è evidente, gli adolescenti italiani hanno forti anticorpi, probabilmente rafforzati dal palese doppio standard occidentale (genocidio in Palestina docet).
È interessante notare che tra le prime domande del questionario (si possono vedere coi propri occhi, chiunque può accedervi) viene chiesto se i giochi che simulano conflitti possano avere conseguenze sul comportamento delle persone. Non il richiamo continuo alla giustizia dei “guerrieri d’Europa”, a mo’ di Scurati... ma i videogiochi.
Ma il resto delle domande ha un’altra finalità abbastanza evidente: quella di procedere a una sorta di controllo di massa – per quanto anonimo – dai risvolti tutti politici. Tra le domande viene chiesto se si parla di guerra e di pace a scuola, ma anche come i giovani pensano di potersi davvero impegnare per la pace: dentro associazioni, sensibilizzando, con attività politiche?
Viene anche chiesto cosa si pensa della massima latina “si vis pacem para bellum”. Seppur tradotta, la stessa frase è stata usata dall’Alto rappresentante agli Esteri della UE Kaja Kallas, in un messaggio inviato alla Maratona per la Pace organizzata dalla CISL all’Auditorium Massimo di Roma, a metà di novembre.
È chiaro che si vuole tastare il terreno intorno a una propaganda bellicista sempre più spudorata, e al contempo verificare fino a che punto le grandi mobilitazioni degli ultimi mesi contro il genocidio in Palestina e il riarmo europeo abbiano fatto breccia tra ragazze e ragazzi. C’è una domanda che chiede proprio questo: “le mobilitazioni pacifiste, secondo te, sono: utili/inutili/mi lasciano indifferente”.
C’è poi la domanda di cui il risultato parziale delle risposte è accennato all’inizio dell’articolo: “se il mio Paese entrasse in guerra mi sentirei responsabile e se servisse mi arruolerei”. Come detto, per lo più i giovani rifiutano questa narrazione. Ma non si può non evidenziare come la domanda sia pensata per indurre lo spirito guerrafondaio in chi legge.
L’entrata in guerra dell’Italia viene associata alla parola responsabilità. Sarebbe da chiedersi se nel 1940 l’arruolamento nella carneficina fascista vada inteso come un’assunzione di responsabilità. Una domanda così generica non lascia spazio a una responsabilità che, in tanti casi, può essere quella di disertare, perché la diserzione si accompagna alla giustizia.
Infine, le ultime domande sono dedicate ai “conflitti nel mio quotidiano”. Qui si cerca di porre sullo stesso piano le guerre e gli scontri che possono accadere nella quotidianità. Anche qui, c’è un duplice meccanismo in atto.
Da una parte, le ragioni delle tensioni nell’arena della politica internazionale vengono derubricate a quelle delle discussioni tra amici o familiari: una formula su cui è facilmente sovrapponibile l’idea che qualcuno abbia “ragione” e qualcuno “torto”, e non ci sia invece una profonda complessità e stratificazione, di questioni ma anche storica, che vada sciolta e compresa per assumere una posizione equilibrata e diplomatica.
Dall’altra, cerca invece di disinnescare il conflitto sociale e politico interno. “Secondo te c’è differenza tra conflitto e guerra?” e “Secondo te, imparare a gestire i conflitti quotidiani può aiutare a costruire una cultura di pace?” sono due delle domande che sembrano indagare se tra i più giovani ci sia spazio per associare al discorso sulla “pace”, per come la intendono i guerrafondai, col ritorno alla passività sociale.
Sono interpretazioni le nostre, e non possiamo essere sicuri su cosa gli estensori del questionario volevano davvero informarsi. Avere dei dati di massima su cosa pensano gli adolescenti sottoposti costantemente alla propaganda bellicista è di per sé utilissimo. Ma in ogni caso, il modo con cui è stata confezionata questa consultazione è preoccupante, e bisogna dare atto ai giovani che hanno mostrato di avere una salda cultura pacifista dalla loro.
Un ultimo appunto. Perché l’AGIA ha deciso di diffondere in anticipo alcuni risultati? Probabilmente, c’è di mezzo un articolo de Il Fatto Quotidiano, che ha etichettato le domande del questionario come patriottiche. L’Autorità ha voluto probabilmente difendersi, mostrando che non è di certo riuscita a indirizzare le opinioni degli adolescenti.
Ma il pericolo, ora, è che questi risultati vengano usati per affermare ancora più strenuamente la necessità di militarizzazione, delle menti e dei luoghi della formazione. Contro tutto ciò bisogna lottare strenuamente. Riportiamo qui sotto anche un commento dell’OSA.
QUESTIONARI AGIA SULL’ARRUOLAMENTO: CI VOLETE CARNE DA CANNONE, CI AVRETE OPPOSIZIONE, NO ALLA LEVA!
Il questionario Agia è uno schifo, non saremo braccia per la guerra voluta da governo Meloni e Occidente
L’AGIA (Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza) chiede a 4.000 studenti e studentesse se si arruolerebbero per andare in guerra. Con un questionario apparentemente neutro, distribuito a ragazzi fra i 14 e i 18 anni, l’istituto compie un inquietante campionamento di massa, per testare la risposta dei giovani alla chiamata alle armi del Governo Meloni.
Le 32 domande sottoposte assomigliano insieme a un esperimento sociale e a una forma di controllo sfacciata, viene chiesto agli studenti di tutto: se credono nelle mobilitazioni per la pace, con quali media si informano e – domanda delle domande – se si arruolerebbero per la guerra. Il 68% non lo farebbe come rivela la stessa Agia.
Le giovani generazioni sono contro la guerra e questo dà fastidio. Stanno venendo preparate a un futuro di guerra, fatto di riarmo, leve militare, conflitti nel mondo per gli interessi delle classi dirigenti europee e occidentali. La recente proposta di reintroduzione della leva è la conferma definitiva che il governo Meloni ci vuole “carne da cannone” per dei conflitti che è l’Occidente che fomenta nel mondo e per cui dovremo essere noi ad andare al fronte.
Per fare ciò sta venendo condotta una guerra cognitiva alle giovani generazioni per prepararle all’idea della guerra, che si compie anche attraverso la trasformazione bellicistica della didattica in scuole e università, come confermano i nuovi programmi scolastici reazionari di Valditara, o il caso del corso per ufficiali all’Università di Bologna, con cui addirittura l’Università diventa uno strumento in mano all’Esercito.
Fuori la guerra da scuole e atenei, no alla leva. Dopo le mobilitazioni di 28 e 29 novembre non ci fermiamo. Noi non ci arruoliamo!
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26/10/2025
Genova. Squadracce fasciste contro il liceo Da Vinci occupato
Non è un evento sporadico, non è un fatto isolato, è il chiaro prodotto dello sdoganamento culturale che questo governo fascista, Valditara in primis, sta attuando. Nelle ultime settimane non finivano le occasioni colte dai nostri ministri per attaccare e criminalizzare le occupazioni studentesche e universitarie, e ora si sta varando il DDL 1627, una misura concreta di repressione, nel tentativo di instaurare un clima di paura a prendere parola nelle aule. In questo senso non vediamo grandi differenze tra queste politiche e quanto successo al Da Vinci.
Con forme diverse lo scopo è chiaro: deve vigere terrore, repressione, violenza su chi lotta. Ma se credono che sarà la loro violenza, di stato o di squadracce, a fermarci, sappiano che si sbagliano. Finché la scuola non smetterà di essere una gabbia, finché non tornerà ad essere luogo di crescita, emancipazione e dibattito, finché non finiranno le politiche di guerra del nostro paese, di abbandono dello stato sociale e di repressione noi continueremo a non rimanere in silenzio, ad occupare e scendere in piazza.
Che lo sappia Valditara che davanti al suo fascismo saremo partigiani nelle scuole. Per questo sarà fondamentale che la giornata dello studente, il 14 novembre, sia una giornata di lotta, scenderemo in piazza per una scuola che resti sempre antifascista, in cui non siano più replicate le ideologie repressive e guerrafondaie del nostro governo, per mandare un messaggio chiaro a questo governo e a tutta la feccia fascista d’Italia: noi non ci stiamo.
Ci vediamo in piazza.
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16/10/2025
Genova - Al Comune centro-sinistra e destra votano insieme contro gli studenti e per la Leonardo
Il centrosinistra ancora una volta ha scelto di piegarsi al “pragmatismo politico” rinunciando a ogni forma di opposizione reale.
La prima mozione, che esprime “solidarietà al Magnifico Rettore dell’Università di Genova”, si inserisce in un clima repressivo contro le mobilitazioni studentesche che, con coraggio, hanno denunciato il ruolo dell’Università nel sostenere progetti bellici e collaborazioni con aziende come Leonardo.
Invece di aprire un dibattito sul merito delle denunce, il Consiglio ha scelto di criminalizzare il dissenso. La seconda mozione chiede il reintegro della Fondazione Leonardo come sponsor del Festival della Scienza dopo che era stata estromessa a seguito delle proteste per il suo coinvolgimento nella produzione bellica.
Il centrodestra, con il sostegno del centrosinistra, ha chiesto alla sindaca e alla giunta di intervenire per “ripristinare la partecipazione della fondazione”, ignorando completamente le ragioni etiche e politiche che avevano portato all’esclusione.
Il centrosinistra genovese ha votato entrambe le mozioni, dimostrando di non avere alcuna volontà di difendere i diritti degli studenti, dei lavoratori universitari, né tantomeno la libertà della ricerca scientifica.
Ha preferito schierarsi con chi difende il potere accademico e gli interessi industriali, invece di ascoltare le voci critiche che chiedono un’università libera dalle logiche di guerra. Forse pesa il ruolo della Pinotti, ex Ministra della Difesa, quale madrina politica della Salis.
Si accusano gli studenti di aver bloccato le attività dell’università ed inoltre di aver arrecato “atti di offesa e di usurpazione del patrimonio artistico e storico dell’ateneo come devastazione di ambienti e imbavagliamento di statue antiche”. È solo propaganda, i fatti dimostrano il contrario, non ci sono stati danni effettivi e ci si chiede, l’aver messo una kefiah al collo di una statua è davvero imbavagliamento di statue antiche? Tale da essere denunciato? E la foto del cosiddetto Magnifico Rettore all’interno di un mirino è davvero minaccia fisica o ironia?
Potere al Popolo Genova ribadisce il proprio sostegno alle mobilitazioni studentesche e alle realtà che si battono per un sapere libero, critico e non asservito agli interessi bellici.
Il Festival della Scienza, proprio in quest’ottica, deve restare uno spazio di divulgazione indipendente, non uno strumento di propaganda per aziende che traggono profitto dalla guerra.
Invitiamo tutte e tutti a mobilitarsi contro questa deriva autoritaria e a costruire insieme una Genova che metta al centro la giustizia sociale e la pace.
Ribadiamo il nostro no a qualsiasi rapporto con Israele, militare, economico, sportivo e culturale!
La nostra visione del mondo non è “pragmatica” né asservita ai poteri forti, come invece è quella del Consiglio Comunale presieduto dalla Sindaca Silvia Salis e dalla maggioranza di PD, renziani, 5stelle e Avs che hanno votato con Fratelli d’Italia e la destra!
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21/08/2025
Un osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
osservatorionomil@gmail.com
stampa.osservatorionoms@gmail.com
Proposta documento per Collegi Docenti
Istruzione, formazione, inclusione, autonomia, crescita personale e, soprattutto, far sì che ragazze e ragazzi possano presentarsi al mondo adulto come cittadine e cittadini: questi sono i compiti fondamentali della scuola italiana.
In tutti gli ordini e gradi di scuola noi docenti, al di là della specifica disciplina insegnata, dobbiamo contribuire al raggiungimento di questi obiettivi. E dobbiamo farlo subito con consapevolezza, se vogliamo impedire che le tragedie del secolo scorso, il colonialismo, la Prima e la Seconda guerra mondiale, il genocidio di gruppi di persone largamente riconducibili a categorie razziali, culturali, etniche e religiose, possano ripresentarsi oggi.
Per questo vogliamo ricordare, in particolare, il “Mai più” risuonato nel Preambolo della Carta dell’UNESCO, che ha trovato fondamento nella Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio dell’ONU entrata in vigore nel 1951, il quale all’articolo II riporta:
«Nella presente Convenzione, per genocidio si intende ciascuno degli atti seguenti, commessi con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, come tale:
a) uccisione di membri del gruppo;
b) lesioni gravi all’integrità fisica o mentale di membri del gruppo;
c) il fatto di sottoporre deliberatamente il gruppo a condizioni di vita intese a provocare la sua distruzione fisica, totale o parziale;
d) misure miranti a impedire nascite all’interno del gruppo;
e) trasferimento forzato di fanciulli da un gruppo ad un altro».
A partire da queste evidenze giuridiche, come docenti, come educatori ed educatrici che vogliono costruire un’umanità di pace, non possiamo non condannare i fantomatici progetti di fare di Gaza la riviera balneare del continente asiatico con la conseguente deportazione del popolo palestinese altrove.
Non possiamo non condannare quello che per la Corte Penale Internazionale e per accreditate ONG, tra cui Amnesty International, viene rubricato come genocidio nei confronti di tutta la popolazione palestinese, affamata e privata di ospedali, cure mediche essenziali, scuole e università.
Non possiamo non guardare con preoccupazione alla folle corsa al riarmo, che punta all’investimento del 5% del PIL nazionale in spese legate alla difesa e alla sicurezza, mentre le nostre scuole avrebbero bisogno di interventi strutturali per rendere più decoroso il nostro lavoro e più sicura la permanenza degli studenti e delle studentesse nelle aule.
Il rischio che si intravede è che, oggi come un secolo fa, la mediocre normalità diventi abulia morale anche nell’ambito dell’educazione, giacché è proprio nell’abulia dei molti che trova spazio l’affaccendarsi violento e spregiudicato di pochi avidi di potere, mentre la consapevole scelta partigiana di pace viene messa costantemente sotto scacco.
Come docenti, come educatrici ed educatori, noi ci opponiamo a questa deriva con questo documento che sottoscriviamo.
Lavoriamo per costruire convivenze pacifiche, abilità nella cooperazione, pace come modello di vita autentica, fatta di responsabilità condivise. Insegniamo che ogni persona ha diritto a vivere con dignità, a immaginare un futuro migliore, a coltivare sogni e quindi non accettiamo che questi valori vengano calpestati.
Esistono alternative alla violenza: gli strumenti del diritto internazionale, le vie diplomatiche, le forme di pressione nonviolenta, come il disinvestimento o il boicottaggio, e di questo vogliamo farci portavoce con il nostro lavoro.
Noi siamo lavoratori e lavoratrici per la diffusione della cultura, della libertà, della dignità umana, della ricerca della giustizia.
Noi siamo docenti Pacefondai.
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