Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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01/08/2026

Dalla Val di Susa al “terrorismo di piazza”: la nuova frontiera della criminalizzazione

Non si è ancora conclusa l’ondata repressiva seguita alla manifestazione No Tav di sabato scorso in Val di Susa. Mentre la Procura di Torino continua a scandagliare migliaia di immagini raccolte da telecamere e droni per individuare altri manifestanti, due giovani cittadini tedeschi di vent’anni restano nel carcere Lorusso e Cotugno in attesa della decisione del giudice sulla richiesta di custodia cautelare.

Fermati in flagranza differita dopo gli scontri avvenuti nei pressi del cantiere di Chiomonte, i due sono accusati di devastazione, lesioni personali in concorso e resistenza a pubblico ufficiale. Davanti al giudice hanno respinto ogni addebito, mentre i loro difensori, gli avvocati Gianluca Vitale e Lorenza Della Pepa, hanno chiesto l’immediata scarcerazione. La Procura, invece, insiste sulla necessità della custodia cautelare.

Intanto il bilancio dell’imponente dispositivo di sicurezza predisposto nei giorni del Festival Alta Felicità continua ad assumere dimensioni impressionanti. Prima ancora della manifestazione erano stati notificati sedici fogli di via obbligatori, nove Daspo urbani e numerosi provvedimenti di allontanamento nei confronti di attivisti stranieri. Tre cittadini francesi sono stati respinti alla frontiera, mentre due cittadini tedeschi sono stati espulsi con divieto di rientrare in Italia per tre anni perché trovati in possesso di passamontagna e fionde.

Il dato che colpisce maggiormente riguarda però l’attività di controllo generalizzato. Dall’inizio del festival le persone identificate sono state circa 3.300: quasi duemila tra giovedì e sabato nelle aree di Venaus, Torino e lungo i percorsi verso il Festival Alta Felicità; oltre mille durante il rientro dalla valle tra domenica e lunedì; altre 436 dopo gli scontri di sabato pomeriggio.

Una gigantesca operazione di schedatura preventiva che conferma come la Val di Susa continui a rappresentare il principale laboratorio delle politiche di controllo del dissenso. La Digos sta ora passando al setaccio le immagini raccolte da droni e telecamere per attribuire responsabilità individuali e individuare altri partecipanti agli assalti ai cantieri di Chiomonte e San Didero.

Secondo gli investigatori, tra i manifestanti sarebbe stata particolarmente significativa la presenza di attivisti provenienti dalla Francia, dalla Germania e dalla Spagna, ricondotti genericamente al cosiddetto “blocco nero”. Una definizione che torna puntualmente nelle cronache giudiziarie e giornalistiche, ma che continua a indicare più una categoria politico-mediatica che un’organizzazione concretamente individuabile.

L’idea di un nuovo reato associativo

Ma è sul piano politico che si registra la novità più significativa. Sull’onda degli scontri in Val di Susa, Fratelli d’Italia ha annunciato una proposta di legge destinata a modificare profondamente il diritto penale. Il deputato Francesco Filini ha anticipato l’intenzione di introdurre una nuova forma di associazione per delinquere che possa colpire anche un semplice “vincolo coordinato”, pur in assenza di una struttura stabile, di una gerarchia o di un’organizzazione permanente.

Si tratta di un cambio di paradigma di enorme portata. Il nostro ordinamento conosce già il reato di associazione per delinquere, disciplinato dall’articolo 416 del codice penale, e le fattispecie associative di terrorismo previste dall’articolo 270 bis. Entrambe richiedono però requisiti ben precisi: un’organizzazione stabile, un programma criminoso e un vincolo associativo duraturo.

La nuova proposta mira invece a superare proprio questi presupposti, consentendo di contestare un reato associativo anche a persone che non si conoscono tra loro ma che abbiano partecipato in maniera ritenuta “coordinata” alla stessa protesta.

In altre parole, non sarebbe più necessario dimostrare l’esistenza di un’organizzazione. Potrebbe bastare la partecipazione comune a una mobilitazione.

Il fantasma del “terrorismo di piazza”

È da anni che alcuni settori politici e sindacali evocano il concetto di “terrorismo di piazza”. Una formula suggestiva sul piano propagandistico, ma priva di qualsiasi fondamento giuridico.

Non è un caso che tutte le principali inchieste che negli ultimi decenni hanno tentato di costruire una presunta “eversione di piazza” siano sostanzialmente fallite davanti ai tribunali.

Dai processi contro il movimento No Tav alle vicende legate al G8 di Genova, fino ai procedimenti contro gli attivisti dei movimenti sociali, le procure hanno più volte cercato di sostenere l’esistenza di associazioni criminali fondate sulla semplice partecipazione comune alle manifestazioni. Ma nessuna sentenza definitiva ha mai validato questa impostazione.

La ragione è semplice: partecipare alla stessa protesta, anche se sfocia in episodi di violenza, non equivale automaticamente a costituire un’associazione criminale.

I giuristi: “Una proposta incompatibile con la Costituzione”

Le critiche alla proposta arrivano da avvocati, magistrati e costituzionalisti. Per Francesco Romeo della Rete di resistenza legale «non può esistere un’associazione che non sia strutturata con un vincolo stabile e un programma criminoso». Trasformare qualsiasi episodio verificatosi durante una manifestazione in un reato associativo significherebbe, secondo il legale, introdurre di fatto un “terrorismo di piazza” senza chiamarlo con il suo nome.

Sulla stessa linea Cesare Antetomaso dei Giuristi Democratici che ricorda come Corte costituzionale e Corte di Cassazione abbiano sempre distinto nettamente il concorso di persone nel reato dall’associazione per delinquere. Ridurre il vincolo associativo a un semplice coordinamento occasionale comporterebbe una duplicazione della punibilità e violerebbe il principio di proporzionalità.

Anche Simone Silvestri, segretario di Magistratura Democratica, evidenzia il rischio di un’anticipazione eccessiva della soglia di punibilità, fino a colpire la mera adesione ideale, in contrasto con la libertà di manifestazione del pensiero garantita dall’articolo 21 della Costituzione.

Federica Borlizzi, della rete No Kings Italia, individua infine il vero obiettivo politico della proposta: non punire più efficacemente i singoli reati, già oggi severamente sanzionati, ma trasformare la dimensione collettiva della protesta in un elemento autonomo di pericolosità sociale.

Dalla responsabilità individuale alla colpa collettiva

La vicenda della Val di Susa sembra così segnare un nuovo passaggio nella strategia di criminalizzazione del conflitto sociale.

Prima arrivano la militarizzazione del territorio, i controlli di massa, i fogli di via, i Daspo, le identificazioni preventive. Poi si amplia progressivamente il ricorso alla flagranza differita, alle misure cautelari e ai reati più gravi. Ora si tenta di intervenire direttamente sulla struttura del diritto penale, ridefinendo il concetto stesso di associazione criminale.

Il rischio, denunciato da numerosi giuristi, è quello di sostituire la responsabilità penale individuale con una responsabilità politica e collettiva, nella quale non conta più ciò che ciascuno ha fatto, ma il semplice fatto di essere presenti nello stesso luogo, condividere una protesta o appartenere alla stessa area di movimento.

Se questa impostazione dovesse tradursi in legge, il confine tra repressione dei reati e repressione del dissenso si assottiglierebbe ulteriormente. E la Val di Susa confermerebbe ancora una volta il proprio ruolo di laboratorio nel quale sperimentare strumenti destinati, in un secondo momento, a essere estesi ben oltre i confini della valle.

In gioco non c’è soltanto il futuro del movimento No Tav. C’è il principio fondamentale secondo cui il diritto penale punisce i fatti, non le idee; le responsabilità individuali, non l’appartenenza a una protesta collettiva. Quando questo principio viene messo in discussione, non è soltanto una manifestazione a finire sotto processo, ma l’equilibrio stesso dello Stato di diritto.

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14/07/2026

Francia - Rinviato a ottobre il processo contro l’europarlamentare Rima Hassan

È stato rinviato al 19 e 20 ottobre il processo contro la europarlamentare di France Insoumise Rima Hassan accusata di apologia di terrorismo.

Rima Hassan è stata fermata il 2 aprile 2026 e tenuta in custodia per alcune ore, con l’accusa di “apologia di terrorismo” per aver citato in suo post su X una frase del militante dell’Armata Rossa giapponese Kozo Okamoto, che fu fra gli autori dell’attentato all’aeroporto di Tel Aviv del 30 maggio 1972. L’accusa nasceva dalla denuncia esposto di un deputato della destra lepenista Matthias Renault.

La prima udienza del processo era stata fissata per martedì 7 luglio ma il tribunale ha accolto la richiesta di rinvio degli avvocati della difesa, motivata dalla tardiva comunicazione di numerose carte d’accusa portate dalle numerosissime associazioni filo sioniste e filo israeliane che si sono costituite parte civile, tanto da condurre alla costituzione di uno staff dell'accusa composto da ben 12 avvocati.

In occasione della prima udienza quasi 300 persone solidali con Rima Hassan si sono radunate davanti al tribunale di Parigi per sostenere la rappresentante di La France Insoumise. Sul palco allestito per l’evento spiccava uno striscione con scritto: “Difendere la Palestina non è un reato”

In aula e davanti al tribunale erano presenti molti militanti solidali, fra cui il leader di LFI Jean-Luc Mélenchon.

Le parti civili, rappresentanti dei gruppi sionisti e filo-sionisti, hanno contestato il rinvio del processo in cui viene messa sotto accusa qualsiasi forma di contestazione e denuncia dei crimini di Israele.

Questo processo avrebbe dovuto essere il primo a coinvolgere una figura politica accusata di apologia del terrorismo. L’udienza è stata infine rinviata al 19 e 20 ottobre per “garantire che il procedimento potesse svolgersi in un clima sereno”, secondo quanto dichiarato dal giudice presidente del Tribunale penale di Parigi. 

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12/07/2026

L’israelizzazione che reprime anche l’Italia

Il conflitto a Gaza non interroga soltanto il diritto internazionale. Interroga anche le democrazie occidentali, chiamate a scegliere tra tutela dei diritti e il primato della sicurezza.

Dalle analisi di Francesca Albanese alla vicenda della Freedom Flottilla, fino alle restrizioni del dissenso in Italia, un viaggio dentro quel paradigma che molti studiosi definiscono “israelizzazione”: l’estensione di pratiche securitarie che rischiano di comprimere progressivamente libertà, partecipazione e pluralismo.

Una studentessa ripiega la kefiah prima di entrare all’università. Un’associazione rinuncia a organizzare un incontro sulla Palestina. Un teatro cancella un evento dopo una campagna di polemiche. Un corteo viene autorizzato, ma sottoposto a prescrizioni sempre più stringenti. Presi singolarmente, questi episodi possono avere spiegazioni diverse. Considerati insieme, però, raccontano un clima che merita di essere discusso e interrogato.

“Il fatto che degli attivisti siano intercettati, in acque internazionale, a pochi chilometri dalla costa greca, è sovranità europea. Di fatto presi in ostaggio, senza che le istituzioni europee e nazionali si rivoltino, è gravissimo. C’è un israelizzazione in corso del nostro spazio sociale, civile ed è pericolosissimo”.

Sono alcune delle parole pronunciate, durante un’intervista a Taranto per il concerto del primo maggio, dalla relatrice speciale delle Nazioni Unite sui diritti umani nei Territori palestinesi occupati dal 1967, Francesca Albanese.

Nelle sue analisi, la Palestina non rappresenta soltanto il luogo di una guerra devastante e di una profonda crisi umanitaria: è anche il banco di prova della tenuta del diritto internazionale e uno specchio nel quale le democrazie occidentali sono chiamate a guardarsi.

Da questa prospettiva emerge un termine destinato a suscitare discussione: israelizzazione. Non è una categoria giuridica né una definizione universalmente condivisa. È una chiave di lettura utilizzata da alcuni studiosi, giuristi e osservatori per descrivere la diffusione di un paradigma nel quale la sicurezza tende a prevalere sui diritti, l’emergenza rischia di diventare permanente e il dissenso viene progressivamente trattato come un problema di ordine pubblico.

La riflessione di Albanese parte da un principio semplice: il diritto internazionale non può essere applicato in modo selettivo. Se le sue norme valgono soltanto quando non interferiscono con gli interessi geopolitici degli Stati, allora perdono la loro funzione di garanzia universale.

È una domanda che riguarda anche l’Italia.

Negli ultimi mesi il conflitto a Gaza ha attraversato il dibattito pubblico italiano. Manifestazioni di solidarietà con il popolo palestinese sono state, in alcuni casi, sottoposte a prescrizioni o limitazioni motivate dalle autorità con esigenze di sicurezza.

Nelle università, nei festival culturali e negli spazi pubblici si sono moltiplicate polemiche su convegni, interventi e iniziative dedicate alla Palestina. Parallelamente, associazioni, giuristi e organizzazioni per i diritti civili hanno espresso preoccupazione per il rischio che il confine tra tutela dell’ordine pubblico e compressione della libertà di espressione diventi sempre più sottile.

Uno degli episodi più significativi è stato quello della Freedom Flotilla.

Nel giugno 2025 la nave Madleen, partita con aiuti umanitari e dodici attivisti a bordo, è stata intercettata dalle autorità israeliane mentre era diretta verso Gaza. Israele ha sostenuto che l’operazione fosse legittimata dal blocco navale imposto alla Striscia. Francesca Albanese, altri esperti delle Nazioni Unite e numerose organizzazioni per i diritti umani hanno invece contestato questa interpretazione, sostenendo che il blocco e l’intercettazione sollevassero gravi questioni di diritto internazionale e chiedendo agli Stati di garantire la protezione della missione umanitaria.

La vicenda coinvolse cittadini europei e riaprì un interrogativo politico: quale deve essere il ruolo dell’Unione europea quando propri cittadini prendono parte a una missione civile di questo tipo?

Diversi osservatori hanno giudicato prudente o insufficiente la risposta delle istituzioni europee, mentre altri hanno sottolineato la necessità di gestire la vicenda attraverso i canali diplomatici. Al di là delle diverse valutazioni, il caso ha riportato al centro il tema della capacità dell'Europa di difendere il diritto internazionale e i propri cittadini in contesti di alta tensione.

Ma forse il cambiamento più profondo non è quello che si manifesta nelle piazze.

La repressione contemporanea può assumere forme meno visibili. Non agisce soltanto attraverso divieti o procedimenti giudiziari. Agisce anche producendo autocensura.

Quando un docente rinuncia a un seminario, quando un artista modifica un programma per evitare contestazioni, quando uno studente preferisce non esporsi per timore delle conseguenze, la limitazione della libertà si manifesta in modo silenzioso.

Non è più necessario vietare tutto: basta creare un clima in cui molte persone scelgono di limitarsi da sole.

È questo il rischio che Albanese richiama con insistenza.

Secondo la relatrice ONU, gli Stati hanno non solo il dovere di rispettare il diritto internazionale, ma anche quello di non contribuire a violazioni gravi commesse da altri soggetti. Per questo le sue critiche non riguardano esclusivamente Israele, ma anche la responsabilità degli Stati terzi, Italia compresa, rispetto agli obblighi derivanti dal diritto umanitario.

Le posizioni di Francesca Albanese hanno suscitato fortissime contestazioni, addirittura, alcuni governi e istituzioni le hanno considerate totalmente sbilanciate. Non solo le dichiarazioni, ma anche le sanzioni disposte a Francesca Albanese, da parte degli Stati Uniti, ci dimostrano quanto sia diventato difficile discutere del conflitto israelo-palestinese senza che il dibattito si trasformi in uno scontro identitario.

La questione, tuttavia, supera la figura di Francesca Albanese. Ma, riguarda il modello di democrazia che intendiamo difendere.

Ogni società democratica deve garantire la sicurezza dei propri cittadini. Ma la sicurezza non può diventare l’unico criterio attraverso cui leggere la realtà. Quando il diritto internazionale viene percepito come negoziabile, quando il dissenso viene guardato con crescente sospetto e quando la solidarietà verso una popolazione civile diventa motivo di delegittimazione, il rischio è quello di restringere progressivamente gli spazi della libertà democratica.

La Palestina, allora, non è soltanto un conflitto lontano. È una lente attraverso cui osservare trasformazioni che riguardano anche l’Europa: l’espansione delle logiche securitarie, la crescente pressione sul dissenso, la difficoltà di mantenere saldo il principio dell’università dei diritti.

Naturalmente questa lettura è oggetto di forte dibattito. C’è chi ritiene che il termine “israelizzazione” sia improprio e che le misure adottate dagli Stati europei rispondano a esigenze legittime di sicurezza e di contrasto all’antisemitismo. È un’obiezione che merita di essere ascoltata, perché il confronto democratico vive anche del dissenso.

Ma resta una domanda, e ci riguarda: che cosa accade a una democrazia quando la tutela dei diritti dipende sempre più dal contesto politico e sempre meno  all’università delle norme?

Che cosa accade quando la paura modifica il linguaggio pubblico, restringe gli spazi del confronto e induce all’autocensura?

Forse è proprio qui il significato più profondo della riflessione proposta da Albanese. La questione palestinese non riguarda soltanto il destino di un popolo. Interroga la credibilità delle democrazie che affermano di fondarsi sul diritto internazionale, sui diritti umani e sulla libertà di critica. È anche l’erosione, lenta ma concreta, della qualità della nostra stessa democrazia.

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08/07/2026

Inaccettabili le nuove linee guida del ministero dell’Università per gli studenti stranieri

Per giovedì è stata convocata una manifestazione di protesta sotto la sede del ministero dell’Università e della Ricerca per respingere le nuove linee guida per l’ingresso, il soggiorno e l’immatricolazione degli studenti internazionali, varate dal Ministero dell’Università e della Ricerca, che rappresentano un attacco frontale e ideologico contro gli studenti extra-UE.

Si tratta di un dispositivo di esclusione classista e razzista che mira a colpire duramente sia chi tenta di accedere ai nostri atenei, sia chi è già iscritto e sta portando avanti il proprio percorso di studi.

Questo provvedimento introduce barriere insormontabili e spudoratamente discriminatorie come l’imposizione dell’obbligo di un’abilitazione di livello B2 in lingua italiana.

Una misura che si configura come un vero e proprio ricatto, applicato con feroce specificità e accanimento proprio contro gli studenti palestinesi, ai quali si pretende di imporre standard burocratici surreali mentre si nega loro il diritto alla vita e allo studio.

Viene demandata alle rappresentanze diplomatico-consolari la valutazione del presunto “rischio migratorio”. Una scusa per criminalizzare a priori il desiderio di formazione, trasformando i visti di studio in una concessione arbitraria basata su logiche di polizia e non sul diritto universale alla conoscenza.

Gli effetti di questa politica reazionaria e complice sono già drammaticamente visibili. Decine di studenti e studentesse palestinesi sono oggi bloccati a Gaza con il pretesto di non possedere la certificazione di italiano.

L’entità sionista ha raso al suolo ogni singola università di Gaza, distrutto centinaia di scuole, assassinato rettori, docenti, ricercatori e migliaia di studenti.

Davanti alle macerie di un intero sistema educativo e al genocidio in corso, il governo italiano non solo si rende complice politico e militare del massacro, ma alza muri burocratici per impedire a chi sopravvive di ricostruire la propria vita e il proprio futuro.

Allo stesso tempo si assiste all’espulsione silenziosa di 80 studenti tunisini regolarmente iscritti nei nostri atenei, che si vedono revocare o negare il permesso di soggiorno nonostante abbiano già sostenuto esami e versato tasse, in una logica di pura persecuzione dei corpi e dei diritti dei migranti.

Per protestare contro queste misure razziste e discriminatorie del ministero dell’Università, per domani – giovedì 9 luglio alle ore 11:00 – Cambiare Rotta, Movimento Studenti Palestinesi e USB hanno convocato una manifestazione sotto alla sede del ministero in Largo Antonio Ruberti.

“Questo pacchetto di norme non è un incidente di percorso, ma si inserisce perfettamente nelle politiche di forte chiusura e militarizzazione delle frontiere che attraversano l’intera Unione Europea” scrivono in un comunicato che richiede un incontro immediato con il ministero e il ritiro immediato delle linee guida.

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01/07/2026

Un manuale di resistenza civile nell’epoca della criminalizzazione del dissenso

Ci sono libri e opuscoli che arrivano nel momento giusto. Le Guidelines for Defenders – Guida essenziale di autodifesa contro la repressione per attivistə, organizzazioni e movimenti, promosse dalla rete In Difesa Di e dall’Hub 4 Defenders, appartengono senza dubbio a questa categoria.

Viviamo in una fase storica in cui la repressione non si manifesta soltanto attraverso il codice penale o la violenza poliziesca, ma assume forme più pervasive: misure amministrative, sorveglianza digitale, campagne di delegittimazione mediatica, strumenti preventivi, fogli di via, DASPO, fermi preventivi, criminalizzazione delle pratiche di solidarietà e delle forme di disobbedienza civile.

La guida parte da questa constatazione e la esplicita fin dalle prime pagine: lo spazio civico si è progressivamente ristretto e il dissenso è sempre più rappresentato come una minaccia all’ordine pubblico anziché come una componente essenziale della democrazia.

Il primo merito del vademecum è proprio questo: restituire dignità politica alla protesta. Non siamo di fronte a un semplice prontuario tecnico o a un elenco di norme. Il testo parte da un assunto fondamentale: manifestare, organizzarsi, difendere i territori, il clima, i diritti sociali e le libertà fondamentali non costituisce una devianza, ma l’esercizio di diritti costituzionali.

Dalla repressione come eccezione alla repressione come normalità

La guida fotografa con precisione il mutamento degli ultimi anni: il passaggio da un modello che tollerava il conflitto sociale, pur cercando di contenerlo, a un sistema che tende invece a prevenire, neutralizzare e scoraggiare la partecipazione politica.

L’attivismo climatico viene indicato come uno dei laboratori di questa nuova stagione repressiva, con la costruzione mediatica delle figure degli “ecovandali” e degli “ecoterroristi”, ma il discorso è estendibile all’intero universo dei movimenti sociali.

In questo senso, il vademecum diventa anche un piccolo saggio politico sulla trasformazione dello Stato contemporaneo. Le norme richiamate – dai nuovi Decreti Sicurezza al fermo preventivo di dodici ore, dall’inasprimento delle sanzioni per i blocchi stradali all’estensione delle misure di prevenzione – delineano una tendenza ben precisa: il ricorso crescente a strumenti eccezionali e amministrativi per governare il conflitto.

Sapere è già difendersi

Il cuore della pubblicazione è però eminentemente pratico. La guida accompagna attivistə e movimenti attraverso tutte le fasi di una mobilitazione: prima, durante e dopo la manifestazione. Come proteggere il proprio telefono, cosa dire durante un controllo, quali sono i limiti dei poteri di polizia, come comportarsi in caso di accompagnamento in questura, quali diritti si mantengono in caso di fermo o arresto.

La parte dedicata alla sicurezza digitale è particolarmente utile. In un’epoca in cui lo smartphone è diventato un archivio delle nostre relazioni, delle nostre reti e delle nostre pratiche politiche, il suggerimento di utilizzare PIN lunghi, disattivare il riconoscimento biometrico, proteggere le comunicazioni e usare strumenti criptati come Signal non rappresenta un esercizio di paranoia, ma un elemento essenziale di autodifesa democratica.

Altrettanto preziosa è la sezione dedicata alle misure di prevenzione, che spiega in maniera chiara e accessibile cosa siano avvisi orali, fogli di via, DASPO urbani, DACUR e sorveglianza speciale. Strumenti spesso poco conosciuti ma sempre più utilizzati nei confronti di attivisti e movimenti, e che rappresentano uno dei terreni più avanzati della trasformazione del diritto in senso preventivo e amministrativo.

Una cassetta degli attrezzi per i movimenti

Il pregio maggiore delle Guidelines for Defenders è forse quello di rifiutare l’individualizzazione della repressione. La guida insiste continuamente sulla dimensione collettiva della tutela: avere un numero di emergenza, individuare figure di riferimento, documentare eventuali abusi, attivare reti di supporto legale e psicologico, non lasciare nessuno solo davanti a un procedimento giudiziario o amministrativo.

È un approccio che ricorda una lezione storica dei movimenti: la repressione si combatte anche costruendo infrastrutture di solidarietà. La conoscenza dei propri diritti, la preparazione preventiva, la condivisione delle informazioni e l’organizzazione collettiva diventano così forme di resistenza.

Un manuale per tempi difficili

Il limite del testo è, semmai, quello di essere inevitabilmente sintetico. Alcuni temi – dalle tecniche investigative digitali alle nuove fattispecie di reato introdotte negli ultimi anni – meriterebbero un approfondimento maggiore. Ma non è questo l’obiettivo della pubblicazione. La sua funzione è un’altra: fornire strumenti essenziali e immediatamente utilizzabili.

Ed è proprio per questo che la guida risulta particolarmente preziosa. In un paese in cui il dissenso viene sempre più trattato come un’emergenza di ordine pubblico, conoscere i propri diritti diventa un atto politico.

Le Guidelines for Defenders ci ricordano una verità semplice ma spesso dimenticata: la libertà di manifestare non si difende soltanto nelle aule dei tribunali o nelle dichiarazioni di principio. Si difende anche attraverso la conoscenza, l’organizzazione e la solidarietà.

Perché in tempi di repressione crescente, l’autodifesa legale e collettiva non è un lusso: è una necessità democratica.

Il testo completo qui.

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29/06/2026

L’avanzata globale della repressione antisindacale

L’aumento di cinque punti percentuali delle violazioni alla libertà d’espressione e di riunione, di sei punti dei casi di aggressione violenta e di tre punti degli attacchi alle libertà civili, in particolare fermi ed arresti, contro lavoratori, lavoratrici e sindacalisti è quanto denuncia la Confederazione Sindacale Internazionale (CSI – ITUC) nel suo Indice Globale dei Diritti 2026.

Pubblicato per la prima volta nel 2014, il rapporto annuale della CSI analizza la situazione dei diritti sindacali e del lavoro in 151 nazioni. Tre sono le tendenze emerse nell’analisi dello scorso anno: la persecuzione di dirigenti sindacali, l’uso di sistemi di vigilanza per controllare il personale e tracciare le attività sindacali e la mancata consultazione dei rappresentanti dei lavoratori nei processi di riforma delle legislazioni sul lavoro.

Europa ed Americhe hanno registrato la loro peggiore media di punteggio per nazione dalla prima pubblicazione dell’Indice Globale dei Diritti. Nel caso delle Americhe è passata da 3,68 a 3,72 rispetto allo scorso anno, dove la categoria 5+ indica che i diritti non sono garantiti a causa della “distruzione dello stato di diritto”, 5 che i diritti non sono garantiti, 4 che ci sono violazioni sistematiche dei diritti, 3 che tali violazioni sono abituali, 2 che le violazioni sono ripetute e 1 che sono sporadiche.

Asia Occidentale e Africa Settentrionale si confermano in cima alla lista nera assoluta delle regioni con la peggiore media di punteggio per nazione (4,68), seguiti da Asia Orientale (4,08) e Africa (3,91). In netto deterioramento e prossima alla categoria di “violazione abituale dei diritti” l’Europa, con un punteggio di 2,80.

I dieci Paesi in cui lavoratori, lavoratrici e sindacalisti soffrono maggiormente la violazione dei propri diritti sono Argentina, Bielorussia, Ecuador, Egitto, eSwatini (Swaziland), Myanmar, Nigeria, Panama, Tunisia e Turchia. Il turbocapitalismo di Javier Milei e José Raúl Mulino fanno entrare per la prima volta l’Argentina e Panama nella lista nera. Osservati speciali per l’aumento delle violazioni rispetto all’anno precedente Filippine, Guinea-Bissau, Israele, Liberia, Moldavia, USA e Zimbabwe.

Le principali violazioni colpiscono il diritto di sciopero, che non viene garantito nell’87% delle nazioni osservate, il diritto alla negoziazione collettiva (80%), alla libertà di associazione e organizzazione (75%), all’accesso alla giustizia (72%). Per quanto riguarda la libertà d’espressione e di assemblea, il rapporto evidenzia chiare violazioni nella metà delle nazioni, un dato che è raddoppiato nell’ultimo anno, mentre nel 32% di esse sono state segnalate aggressioni e atti di violenza contro lavoratori organizzati, includendo l’omicidio in almeno quattro Paesi, tra cui Colombia e Messico. Fermi e arresti di lavoratori, lavoratrici e sindacalisti vengono denunciati nelle metà (75) delle nazioni osservate. 

In generale, la condotta antisindacale e repressiva e le inadempienze e violazioni delle leggi che regolano il lavoro sono cresciute globalmente rispetto all’anno precedente, con particolare intensità nei Paesi in cui governano forze politiche ultraconservatrici e autoritarie, che promuovono modelli basati sulla radicalizzazione delle dottrine di libero mercato, con relativa riduzione dello Stato, deregolamentazione e precarizzazione del mercato del lavoro, aumento dell’esternalizzazione (outsourcing), smantellamento delle tutele e il progressivo calo di rappresentanza e potere contrattuale delle organizzazioni dei lavoratori. Tutti fenomeni che favoriscono la precarietà, l’informalità e lo sfruttamento della manodopera, specialmente quella migrante, ridotta in condizioni di semischiavitù. Segnalata anche la complicità con la criminalità organizzata e la politica corrotta.  

“C’è un’avanzata preoccupante delle destre sia in America Latina che nel mondo e ciò implica un inasprimento del modello neoliberista, con una maggiore privatizzazione dei servizi pubblici ed esternalizzazione del lavoro, licenziamenti di massa, precarizzazione e flessibilizzazione dei posti di lavoro, che conducono inevitabilmente a una limitazione crescente dell’agire sindacale”, spiega a Pagine Esteri, Fernando Espinales, presidente dello storico sindacato honduregno Stibys.

Nel mirino in questi giorni in Honduras c’è il servizio elettrico nazionale, che il governo ultraconservatore del pupillo di Trump, Nasry Asfura, sta cercando di privatizzare dividendo in tre parti l’azienda pubblica ENEE. Una manovra che segue l’approvazione di una legge che introduce e regola il “lavoro a tempo parziale”, una riedizione peggiorata della famigerata legge sull’impiego a ore, abrogata nel 2022 sotto l’impulso del governo di Xiomara Castro.

“Soprattutto nel settore pubblico hanno già licenziato migliaia di persone e decapitato i vertici dei principali sindacati, mentre la promozione di terziarizzazione, appalti e subappalti nel settore privato ha l’obiettivo di distruggere o indebolire il più possibile qualsiasi forma di rappresentanza dei lavoratori”, avverte Espinales.  

Nelle Americhe, oltre ai già citati casi di Argentina, Ecuador e Panama, troviamo anche Colombia, Guatemala e Honduras tra le nazioni in cui i diritti non sono garantiti, mentre Costa Rica, El Salvador, Perù e Stati Uniti d’America si posizionano solo un gradino più in basso, tra quelle in cui la violazione dei diritti è sistematica.

In Argentina, che nell’Indice Globale dei Diritti della CSI crolla dalla categoria 3 alla 5 in soli due anni, la riforma del lavoro promossa contro venti e maree da Javier Milei ha vulnerato pesantemente i diritti individuali e collettivi di lavoratori e lavoratrici, ma anche di pensionati e studenti. Estensione della giornata lavorativa e dei periodi di prova, facilitazione dei licenziamenti, limitazioni nel pagamento degli straordinari, dei diritti di fine rapporto e del diritto di sciopero, con la conseguente diminuzione del potere contrattuale dei sindacati. La protesta nelle piazze contro le riforme e la crisi economica e sociale è stata più volte repressa con decine di feriti e centinaia di arresti. “Dal su arrivo alla presidenza nel 2023, il presidente Milei, di estrema destra, si è messo alla testa di un programma radicalmente antisindacale, minando i diritti fondamentali dei lavoratori, le libertà civili e l’attività sindacale”, segnala il documento.

A Panama le proteste contro la legge 462, imposta dal presidente Mulino e che eleva l’età pensionabile, privatizza servizi essenziali e trasferisce fondi statali alle banche private, sono state sistematicamente represse ed è stato dichiarato lo stato d’emergenza in alcune regioni. Parallelamente sono iniziate una serie di rappresaglie contro il movimento sindacale e i lavoratori pubblici, specialmente del settore educativo, che protestavano anche contro il rilancio dell’attività estrattiva e il protocollo firmato tra Panama e Stati Uniti per favorire una maggiore presenza militare nordamericana nel Paese. Un’ondata di licenziamenti ha investito il personale docente. 

Più di 5 mila lavoratori delle piantagioni di banane della brasiliana Chiquita Brands (Cutrale-Safra), in maggioranza appartenenti all’etnia Ngäbe-Buglé, sono stati licenziati in tronco per avere partecipato a uno sciopero nella zona di Bocas del Toro. I principali dirigenti del sindacato bananero Sitraibana sono stati arrestati. Anche lo storico e combattivo sindacato della costruzione Suntracs ha subito una persecuzione feroce. I suoi dirigenti sono stati prima accusati di riciclaggio di denaro e poi colpiti da mandato di cattura, obbligandoli all’esilio. Al sindacato sono stati bloccati i conti correnti bancari e limitato l’accesso ai depositi delle quote sindacali e sono fioccate minacce di scioglimento forzato. Più di 700 tesserati sono stati arrestati o multati e più di 80 sono ancora in carcere. 

“Fin dall’inizio, Mulino ha detto chiaramente che avrebbe governato per favorire l’impresa privata ed è quello che sta facendo. I sindacati e le organizzazioni sociali sono invece ostacoli e nemici da combattere e annientare. Infatti ha represso le proteste e perseguitato organizzazioni e dirigenti con carcere e licenziamenti”, spiega a Pagine Esteri, Ismael Marín, dirigente sindacale del settore bevande (Sticp-Fuclat).

È così tanto il potere concesso agli imprenditori, assicura Marín, che si sentono in diritto di decidere se rispettare o meno i contratti collettivi e individuali, la legislazione sul lavoro, le convenzioni che Panama ha firmato a livello internazionale.

“L’unico modo per sopravvivere a questo miserabile governo, diretto dall’oligarchia con il consenso di Washington, e alla sua condotta antisindacale, è non abbassando la testa”.

Non diversa la situazione in Ecuador dove l’ultra liberista Daniel Noboa, membro di una delle famiglie più ricche e potenti del Paese, ha promosso una riforma del Codice del lavoro che flessibilizza le condizioni e i contratti, precarizza il mercato, prolunga l’orario di lavoro, impone nuovi requisiti per la registrazione dei dirigenti e l’iscrizione delle organizzazioni sindacali, modifica i requisiti per la firma e i rinnovi contrattuali e attiva meccanismi per una loro “revisione d’ufficio”.

Il rapporto della CSI segnala inoltre la promulgazione di una legge che consente la sorveglianza senza mandato, nonché l’intercettazione delle comunicazioni e la raccolta di dati privati, tipificando “le minacce” in modo sufficientemente ampio da criminalizzare le proteste sociali e l’attività sindacale. La nuova legge impone inoltre alle più di 13 mila organizzazioni sociali, tra cui i sindacati, di divulgare informazioni personali sui propri membri, pena lo scioglimento.

“Stiamo assistendo a un’erosione globale dei principi democratici, finanziata dai ricchi e portata avanti da leader politici autoritari e di estrema destra. Praticamente un colpo di stato dei multimilionari contro la democrazia. Le rivendicazioni dei lavoratori e delle lavoratrici, che dovrebbero costituire la base della democrazia, sono zittite e si constata una maggiore concentrazione di ricchezza e di potere in mano a un pugno di persone”, sintetizza il rapporto della CSI.  

Per l’organizzazione sindacale internazionale “le libertà e i diritti da cui le persone dipendono per mantenere standard di vita dignitose e condizioni di lavoro eque, sono sotto attacco da parte di una piccola minoranza focalizzata sull’accumulo di ricchezza e potere. Numerosi miliardari in tutto il mondo stanno colludendo con leader politici, spesso di destra o di estrema destra, per consolidare il potere e eliminare diritti”

Nel mirino ci sono i sindacati in quanto i lavoratori e le lavoratrici che rappresentano sono la base dei sistemi democratici e ciò che stanno difendendo sono i pilastri fondamentali della democrazia, della prosperità e della libertà. “Le tattiche variano, ma lo scopo di chi tira le fila è lo stesso: consolidare il potere e mettere a tacere la voce dei lavoratori. In questo senso – conclude la CSI – la solidarietà diventa l’unico modo che può guidare i lavoratori a superare questo colpo di stato contro la democrazia per garantire un futuro benefico a tutti e non solo per pochi potenti”.

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27/06/2026

Il tribunale di Piacenza assolve tutti i sindacalisti della logistica. Affossato il vergognoso teorema dell'associazione a delinquere: le lotte non si ingabbiano

Il Giudice dell'Udienza Preliminare del Tribunale di Piacenza affossa il teorema questurino della Procura della Repubblica che nel 2022 aveva mandato agli arresti domiciliari un nutrito gruppo di sindacalisti di USB e Sicobas accusati di organizzare scioperi nella logistica con l'unico scopo di farsi propaganda per accrescere il numero degli iscritti.

Secondo questa interpretazione le multinazionali del trasporto merci divenivano quindi le vittime indifese di una vera e propria associazione a delinquere che agiva scioperi inutili e ingiustificati solo per farsi pubblicità e tessere.

Già il Tribunale del riesame di Bologna aveva ridicolizzato l'opera dell'allora PM piacentino assolvendo i sindacalisti che però la Procura piacentina aveva pervicacemente inteso criminalizzare e rinviare nuovamente a giudizio.

Ora la vicenda si conclude con l'ennesima assoluzione.

Le motivazioni della sentenza verranno rese pubbliche tra una trentina di giorni, ma ciò che è chiaro da subito è che l'attività svolta dai sindacalisti dell'USB era ed è un'attività diretta a fini sindacali che sono non solo tutelati, ma garantiti dalla nostra Carta Costituzionale in applicazione degli articoli 39 e 40.

Questo proscioglimento è un colpo ferale a chi ha tentato di bloccare le lotte nella logistica, che con la loro ruvidità hanno contribuito ad affermare diritti e condizioni di lavoro dignitose, facendo emergere nel contempo il carattere criminogeno del sistema degli appalti, un sistema fortemente infiltrato da evasori fiscali, caporali del terzo millennio, malavita organizzata.

Il diritto di sciopero, così duramente messo in discussione dal governo amico delle multinazionali e dei padroni è inviolabile, la lotta per un futuro migliore non si arresta e non si ferma.

USB Logistica

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18/05/2026

Germania - L’intelligence propone una stretta sulla solidarietà con la Palestina

La Germania rappresenta un’avanguardia della repressione contro il movimento di solidarietà con la Palestina. Lo dimostra il recente dossier redatto dall’Ufficio federale per la protezione della Costituzione (BfV), i servizi segreti interni del paese. Il documento è intitolato “Estremismo laico pro-palestinese”, e opera una vera e propria equiparazione tra il sostegno alla lotta dei palestinesi e l’eversione politica.

Secondo l’intelligence tedesca, simboli come la mappa della Palestina storica o lo slogan “dal fiume al mare” sono prove di ostilità verso lo Stato di Israele. Ma il dossier si spinge oltre, inserendo nella lista dei simboli “estremistici” persino l’immagine di una fetta d’anguria (i cui colori richiamano la bandiera palestinese) e l’iconico Handala, il bambino rifugiato disegnato da Naji Al-Ali.

Questi simboli vengono usati da quella che, per il BfV, è una rete che unisce gruppi radicali di sinistra, di destra e persino islamisti, accomunati dalla negazione del “diritto a esistere di Israele”. Tutti insieme, vengono raggruppati in un calderone in cui tutte le differenze politiche vengono ignorate e le rivendicazioni radicate in ragioni storiche e nel diritto internazionale vengono cancellate: questo insieme viene definito solo in qualità di minaccia contro la sicurezza nazionale.

Questa linea dura non è passata inosservata a livello internazionale, e non è nuova. Già nell’ottobre 2025, un rapporto delle Nazioni Unite esortava Berlino a interrompere la criminalizzazione dell’attivismo pacifico e solidale con la Palestina. Gli esperti dell’Onu erano allarmati dalle reiterate violenze della polizia contro gli attivisti e per le restrizioni crescenti imposte alle proteste che chiedono, tra le altre cose, la fine delle esportazioni di armi verso Israele e il riconoscimento dello Stato di Palestina.

Alla base di questa intransigenza viene spesso ricordato il tabù politico tedesco legato al passato nazista. Il ricordo dell’Olocausto ha trasformato il sostegno a Israele in una Staatsräson (ragione di Stato). E concretamente, ciò si traduce nel fatto che Berlino rimane il secondo fornitore di armi a Israele dopo gli Stati Uniti e, nonostante brevi sospensioni nell’ottobre 2025, i trasferimenti sono ripresi a pieno regime già a novembre.

Poche settimane fa, il 21 aprile, la Germania (insieme all’Italia) ha bloccato la mozione di Spagna, Irlanda e Slovenia per sospendere l’accordo commerciale UE-Israele. Il ministro degli Esteri Johann Wadephul ha liquidato l’iniziativa come “inappropriata”, ribadendo la necessità del dialogo con Tel Aviv.

Eppure, senza nessuna pressione politica ed economica, e col sostegno materiale alla macchina da guerra sionista, le sue parole esprimono semplicemente la strumentalizzazione di una retorica che si presenta come diplomatica, ma che serve a far rimanere impunita l’azione di Israele. E lo stesso meccanismo, in realtà, riguarda anche l’appena citato tabù proveniente dalla memoria dell’Olocausto.

Il governo guidato da Friedrich Merz (CDU) ha detto esplicitamente che Israele sta facendo “il lavoro sporco” per il resto dell’Occidente. Il che significa che c’è un interesse concreto nel promuovere il genocidio e la ridefinizione degli equilibri e dei confini dell’Asia Occidentale. Non c’è nessuna attualizzazione della condanna al nazismo, ma c’è invece una significativa proiezione imperialistica.

Come è fisiologico che accada, a questa proiezione si accompagna una stretta repressiva e il peggioramento delle condizioni per una libera dialettica politica. Uno studio di Liber-net, presentato a Berlino dal ricercatore Andrew Lowenthal, rivela come la Germania sia diventata il fulcro europeo di un vasto apparato di censura e controllo dei contenuti online.

Nonostante i buoni punteggi formali nei ranking sulla libertà digitale, Berlino influenzerebbe attivamente le politiche europee per limitare la circolazione di contenuti ritenuti non allineati. Un’inchiesta ripresa anche dal giornalista dei Twitter Files Matt Taibbi, descrive una democrazia che, dietro la scusa di proteggere se stessa, sacrifica i suoi pilastri fondamentali: la libertà di espressione e il diritto al dissenso.

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10/04/2026

La Cassazione smonta il teorema giudiziario contro Mohammed Hannoun e i palestinesi in Italia

La Corte di Cassazione ha annullato le ordinanze del Tribunale del Riesame che avevano confermato gli arresti del gip del tribunale di Genova nei confronti del presidente dell’Associazione dei Palestinesi in Italia Mohammad Hannoun, Ra’ed Dawoud, Yaser Elasaly e Ryad Albunstanji, in carcere con l’accusa di avere finanziato Hamas.

La Cassazione ha inoltre decretato inammissibili i due ricorsi della procura di Genova contro la scarcerazione, decisa dal tribunale del Riesame in precedenza, nei confronti di Raed Al Salahat, 48 anni.

Per quanto riguarda l’annullamento delle ordinanze di arresto, il Tribunale del Riesame avrà adesso dieci giorni per riesaminare il caso.

In attesa di una nuova pronuncia del Riesame, per Mohammed Hannoun non cambia ancora la condizione personale, perché resta detenuto nel carcere di Terni, ma cambia il quadro processuale. La detenzione dovrà essere rivalutata da capo e il caso politico/giudiziario, almeno per ora, si riapre completamente.

I documenti inviati dagli apparati israeliani alle autorità italiane per richiedere l’arresto di Hannoun e degli altri palestinesi, sembrano essere stati definitivamente esclusi come fonte di prova indiziaria contro i rappresentanti dell’Associazione dei Palestinesi in Italia e dell’Associazione Benefica di Solidarietà con il Popolo Palestinese, smantellando così lo strumento principale della montatura giudiziaria messa in piedi dei pm genovesi. L’ordinanza di arresto era una sorta di trattato sull’islam politico che molto somigliava ad un teorema più che a una indagine.

È opportuno ricordare che Hannoun e gli altri palestinesi sono stati arrestati su pressione delle autorità israeliane, una richiesta alla quale una parte della magistratura si è piegata, incoraggiata dalle campagne criminalizzanti dei giornali della destra e degli ambienti sionisti in Italia.

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07/03/2026

In Italia la solidarietà con la Palestina sta diventando un reato

Via libera al ddl che adotta la definizione della IHRA contestata da giuristi ed esperti ONU. PD diviso e in gran parte astenuto, mentre M5S e AVS votano contro. Il rischio denunciato da molte organizzazioni: trasformare la critica a Israele in sospetto di antisemitismo

Il Senato ha compiuto un passo che rischia di segnare profondamente il dibattito pubblico in Italia sul conflitto israelo-palestinese. Con il voto sul disegno di legge sull’antisemitismo, Palazzo Madama ha aperto la strada all’adozione della definizione proposta dall’IHRA, l’Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto. Una definizione che da anni è al centro di forti critiche perché tende a confondere l’antisemitismo – cioè l’odio razziale contro gli ebrei – con la critica politica allo Stato di Israele e alle sue politiche.

Il punto è esattamente questo. Il rischio denunciato da giuristi, esperti delle Nazioni Unite e numerose organizzazioni per i diritti umani è che la nuova normativa possa trasformarsi in uno strumento per criminalizzare chi denuncia le violazioni del diritto internazionale commesse dal governo israeliano o chi manifesta solidarietà con il popolo palestinese.

Non si tratta di una polemica marginale. Israele è attualmente sotto indagine presso la Corte Internazionale di Giustizia per genocidio e per gravi violazioni del diritto internazionale nella Striscia di Gaza. In questo contesto, l’adozione di una definizione che rischia di assimilare la critica a Israele all’antisemitismo appare, per molti osservatori, come un tentativo di ridefinire i confini del discorso pubblico.

Secondo numerose reti ebraiche antirazziste – tra cui gruppi come Jewish Voice for Peace – la definizione IHRA non rafforza la lotta contro l’antisemitismo ma rischia di essere utilizzata come strumento politico per delegittimare il dissenso.

Il nodo centrale sta proprio nella costruzione di un campo semantico ambiguo. Alcuni esempi contenuti nella definizione IHRA suggeriscono che determinate critiche allo Stato di Israele o al sionismo possano essere considerate manifestazioni di antisemitismo. Una formulazione volutamente elastica che, secondo molti giuristi, può essere facilmente usata per colpire attivisti, docenti, studenti e lavoratori impegnati nelle mobilitazioni per la Palestina.

Non è un caso che negli ultimi mesi proprio le manifestazioni di solidarietà con Gaza siano state al centro di tensioni politiche e tentativi di delegittimazione. Scioperi, cortei e campagne di boicottaggio contro Israele hanno visto una partecipazione significativa di lavoratrici, lavoratori e studenti in tutta Europa. E proprio queste mobilitazioni sembrano essere il vero bersaglio politico del provvedimento.

Se la critica allo Stato di Israele viene assimilata all’antisemitismo, chi denuncia il genocidio in corso a Gaza o chi sostiene il boicottaggio accademico ed economico contro le istituzioni israeliane rischia di essere automaticamente collocato in una zona grigia di sospetto.

Il voto al Senato ha inoltre messo in luce una frattura politica significativa tra le opposizioni. Mentre Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi-Sinistra hanno votato contro il provvedimento, il Partito Democratico ha scelto la strada dell’astensione, ma senza una posizione compatta.

Se la maggioranza del gruppo si è astenuta, sei senatori dem hanno votato a favore della legge. Una divisione che riflette il conflitto interno tra chi considera la definizione IHRA un riferimento internazionale necessario e chi invece teme che possa trasformarsi in uno strumento di limitazione della libertà di espressione.

L’astensione, tuttavia, non è una posizione neutrale. Su una legge che riguarda direttamente il rapporto tra lotta al razzismo e libertà di parola, scegliere di non opporsi significa comunque contribuire alla sua approvazione. Ancora di più lo è votare a favore di una norma che molte organizzazioni ebraiche progressiste denunciano come uno strumento non di protezione ma di controllo del dissenso politico.

Il paradosso è evidente: nel tentativo dichiarato di combattere l’antisemitismo, si rischia di costruire un dispositivo che restringe lo spazio del dibattito democratico su Israele e Palestina.

Combattere l’antisemitismo è una necessità storica e morale. Ma proprio per questo non può essere confuso con la difesa politica di uno Stato o con la legittimazione delle sue politiche. Quando le due cose vengono sovrapposte, il rischio è duplice: banalizzare l’antisemitismo reale e delegittimare le critiche a un governo.

L’iter parlamentare del disegno di legge non è ancora concluso. Ci saranno altri passaggi istituzionali prima dell’approvazione definitiva. Ed è proprio in questa fase che si giocherà la partita decisiva.

La posta in gioco è chiara: stabilire se in Italia sarà ancora possibile criticare le politiche dello Stato di Israele, sostenere il boicottaggio internazionale o denunciare il genocidio in corso a Gaza senza essere accusati di antisemitismo.

Perché dietro questa legge non c’è soltanto una discussione giuridica. C’è una battaglia politica e culturale su cosa significhi oggi difendere i diritti umani e su chi abbia il diritto di parlare, protestare e prendere posizione di fronte a una delle tragedie più drammatiche del nostro tempo.

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05/03/2026

Al Senato il prima via libera al Ddl antisemitismo. M5S e AVS votano contro, il Pd no

Con 105 sì, 24 no e 21 astensioni è passato al senato il Ddl che non combatte l’antisemitismo ma lo strumentalizza.

L’obiettivo reale è criminalizzare chi si batte contro il genocidio a Gaza, chi manifesta solidarietà con il popolo palestinese, chi critica il progetto sionista e le politiche di uno Stato che la Corte Internazionale di Giustizia ha messo sotto indagine per genocidio e violazione del diritto internazionale.

La definizione di antisemitismo indicata dall’IHRA che questo Ddl intende adottare è stata severamente contestata da giuristi, da esperti dell’ONU e dalle stesse reti ebraiche antirazziste, perché mette sullo stesso piano l’odio verso gli ebrei e la critica politica a un governo.

In sede di votazione al Senato, l’opposizione di centro-sinistra, come al solito, ha scelto di andare in ordine sparso.

Mentre M5S e AVS hanno votato contro, il PD si è astenuto, anzi si è diviso. Infatti oltre all’astensione espressa dalla maggioranza del gruppo, ci sono stati 6 voti favorevoli.

L’astensione su una legge che colpisce la libertà di espressione non è neanche neutralità, è una scelta, ma lo è ancora di più decidere di avallare questa legge, dando sostegno concreto a una norma che contiene una definizione che le organizzazioni ebraiche antirazziste stesse denunciano come uno strumento non di protezione ma di controllo del dissenso politico.

L’iter parlamentare del Ddl non è ancora concluso. Non lasciamo che criminalizzino la solidarietà con il popolo palestinese e reprimano il dissenso mascherandolo come contrasto all’antisemitismo.

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24/02/2026

Rogoredo non è un caso isolato

Mettiamo in fila i fatti. Un ragazzo di ventotto anni, Abdherrahim Mansouri, ucciso a Rogoredo con un colpo alla testa. Una versione immediata: legittima difesa. Un’arma giocattolo. Una minaccia. Uno sparo inevitabile.

Poi le crepe. L’arma senza impronte. La distanza di venti metri. Il colpo laterale. I soccorsi chiamati in ritardo. L’agente che ha sparato indagato per omicidio e altri quattro poliziotti indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso. Testimonianze dal quartiere che parlano di taglieggiamenti, pressioni, di un agente che “voleva fargliela pagare”. Lo stesso assistente capo è coinvolto in altre inchieste, compresa una per falso ideologico legata a un arresto controverso tra piccolo spaccio e denaro. E non è irrilevante che, secondo ricostruzioni investigative, alcuni colleghi lo avrebbero descritto come un fanatico, abituato a muoversi sul filo dell’opacità nelle operazioni.

Non sono dettagli. È un quadro.

Nel frattempo, ore di talk show a costruire l’assoluzione preventiva. Sindacalisti di polizia a mimare lo sparo in studio. Il “pusher” contro lo “Stato”. La periferia trasformata in zona grigia dove tutto diventa lecito. La narrazione tossica che precede la perizia. Prima la propaganda, poi – forse – l’indagine.

Ma non si è fermata lì.

La stessa sera, col cadavere ancora caldo, Matteo Salvini aveva tuonato che lui stava col poliziotto, “senza se e senza ma”. Aveva parlato di scandalo per l’iscrizione nel registro degli indagati per omicidio volontario, mentre – secondo lui – i manifestanti che avevano picchiato un agente a Torino non sarebbero stati incriminati per tentato omicidio. Il solito copione: magistrati troppo severi con le divise, troppo indulgenti con chi protesta.

(Quello nella foto di copertina è il segretario del Siulp, sindacato di polizia, Paolo Macchi, durante una trasmissione televisiva)

La Lega ha addirittura lanciato una raccolta firme al grido di “io sto col poliziotto”. E Riccardo De Corato, di Fratelli d’Italia, già vicesindaco di Milano, ha parlato di «accanimento nei confronti degli uomini in divisa davvero ingiustificato e inaccettabile».

Non un invito alla prudenza. Non un richiamo al rispetto dell’indagine. Non una parola sulla necessità di chiarire i fatti. Solo una linea politica: l’assoluzione preventiva.

Oggi quel racconto non regge più. E proprio per questo diventa evidente la posta in gioco.

Con lo scudo penale già introdotto dalla legge Sicurezza 2026 – che elimina l’iscrizione automatica nel registro degli indagati in presenza di cause di giustificazione come la legittima difesa – Rogoredo veniva raccontata come la prova vivente della “necessità” di blindare preventivamente chi usa la forza. La morte di un giovane migrante diventava argomento politico. Un fatto di cronaca trasformato in leva normativa.

Il meccanismo è chiaro: ridurre il controllo giudiziario immediato sull’uso delle armi, rafforzare la presunzione di liceità per chi spara, spostare il baricentro dell’accertamento verso una discrezionalità che rischia di trasformarsi in filtro.

Se oggi emergono contraddizioni, è perché un’indagine è partita. Ma il segnale politico resta: la forza va protetta prima di essere verificata.

Nel frattempo, nelle stesse settimane, si moltiplicano le denunce contro chi manifesta per Gaza. A Genova, a Bologna, in altre città. Il nuovo reato di blocco stradale applicato contro chi si siede per terra. La resistenza non violenta trasformata in reato penale. Centinaia di attivisti trascinati dentro procedimenti giudiziari per aver espresso solidarietà internazionale.

Non sono episodi scollegati. Sono tasselli dello stesso progetto.

Da una parte si amplia l’ombrello di protezione attorno al potere armato. Dall’altra si restringe lo spazio del dissenso. È un doppio movimento coerente: più impunità per chi esercita la forza, più repressione per chi la contesta.

Rogoredo, in questo senso, è una cartina di tornasole. Se la versione iniziale fosse stata accettata senza fratture, oggi staremmo discutendo di altro. Le crepe emerse dimostrano che il controllo democratico non è un fastidio burocratico: è l’argine che separa l’errore dall’abuso, la legittima difesa dall’arbitrio.

E mentre si parla di sicurezza, altrove emergono chat in cui si rivendica di aver “brutalizzato un testimone”, si scrive «Datemi pure del fascista, non mi interessa», si evocano slogan come «Zecche appese a piazzale Loreto». Non folklore. Non eccessi verbali. Indicatori di un clima in cui il dissenso è nemico e la forza è identità.

C’è poi un’altra verità che fatichiamo ad ammettere. Morti come quella di Mansouri provocano disagio. La reazione più comune è distogliere lo sguardo. È troppo imbarazzante riconoscere che persone pagate per difenderci possano talvolta finire per massacrare i nostri figli, i nostri amici, i nostri vicini di casa. È più comodo rifugiarsi nella formula rassicurante delle “poche mele marce”.

Ma questa retorica non regge più. Primo: il sospetto è che quelle mele non siano poi così poche. Secondo: bisogna chiedersi in quale cultura, in quale aspettativa di impunità, in quale clima politico quelle mele marciscano. Le mele non marciscono nel vuoto. Marciscono in un cesto.

La degenerazione democratica non è un concetto astratto. Nasce nelle stanze del potere ma prende forma concreta nelle strade. Ricade a cascata sui rapporti tra persone. È impossibile pensare che le tensioni di un paese attraversato da disuguaglianze sociali, economiche e razziali non si riflettano anche nelle sue forze dell’ordine. I corpi di polizia assorbono il clima politico, lo metabolizzano, talvolta lo radicalizzano.

Quando un poliziotto picchia un ragazzo fermato per pochi grammi di fumo, quando alza il manganello su un manifestante inerme, quando considera “nemico” chi contesta o chi appartiene a una classe marginale, si crea uno strappo. Ogni volta. La società dei diritti è uno schermo che dovrebbe proteggerci. Ma quello schermo oggi appare lacerato. Dietro non c’è un eccesso isolato: c’è una cultura che normalizza l’idea che alcuni siano più controllabili, più colpibili, più sacrificabili.

Il ricorso continuo alla retorica della sicurezza ha messo in secondo piano ogni discorso serio sulla responsabilizzazione e sulla smilitarizzazione dei corpi di polizia. Si è preferito parlare di “guerra allo spaccio”, “guerra al degrado”, “guerra ai blocchi stradali”, fino a trasformare la gestione dell’ordine pubblico in una logica di conflitto permanente. E in questa logica si sedimenta la distinzione tra classi “pericolose” e classi “protette”.

Le disuguaglianze non vengono contrastate: vengono sorvegliate. I poveri non vengono sostenuti: vengono controllati. I migranti non vengono integrati: vengono schedati. Il dissenso non viene ascoltato: viene criminalizzato. Si colpevolizzano i deboli in nome di una presunta sicurezza richiesta dai cittadini, si smantellano strumenti di tutela sociale, si attaccano misure redistributive come fossero il vero nemico. E intanto si chiede più forza, più armi, più protezione e impunità per chi le impugna.

In questo scenario, Rogoredo non è un incidente. È un sintomo.

Quel clima non nasce per caso. Viene alimentato. Viene legittimato. Talvolta viene persino premiato.

Il punto allora non è solo cosa è accaduto a Mansouri. Il punto è la traiettoria politica che attraversa questi mesi. La sicurezza viene trasformata in ideologia. Il conflitto sociale in ordine pubblico. La solidarietà internazionale in minaccia. L’uso della forza in valore identitario.

E tutto questo mentre le cause reali dell’insicurezza – precarietà, esclusione, marginalità, disuguaglianza – restano intatte o peggiorano.

Più armi non significano più sicurezza. Più repressione non significa più ordine. Significa uno Stato che si irrigidisce, che si protegge, che riduce lo spazio del controllo democratico.

La scelta è davanti a noi: o si rompe questa deriva, o la si subisce. Perché quando la forza diventa linguaggio quotidiano del potere, la democrazia non arretra lentamente: viene svuotata, pezzo dopo pezzo, fino a restare solo una parola buona per i comunicati stampa. E a quel punto non si discute più di sicurezza, ma di obbedienza.

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22/02/2026

Il martire nero della République: i governi europei contro l’antifascismo

A quasi una settimana dalla morte di Quentin Deranque, non si è ancora arrestata la furia mediatica e politica che ha macabramente colorato di nero il dibattito francese negli ultimi giorni. Strette nel cordoglio, la sinistra liberale e la destra colgono l’occasione per costruire su questo caso un precedente anti-sinistra progressista, trasformando il “martire” dei neonazi francesi in martire nazionale, in piena continuità con il processo – di respiro europeo – di sdoganamento del fascismo e di criminalizzazione dell’antifascismo e dei movimenti sociali.

Dal 12 febbraio, mentre i media continuavano a diffondere la retorica del “clima di violenza prodotto dall’ultragauche” e da La France Insoumise, quindici sedi del partito sono state attaccate, si sono tenute marce notturne intimidatorie in molte città francesi, sono arrivate minacce di morte ai militanti del sindacato Solidaires ed è stata assaltata una delle loro sedi. Il 18 febbraio, infine, una mail anonima ha annunciato una minaccia di bomba contro la sede centrale di LFI:
«Ho appena piazzato degli esplosivi nei vostri locali, ho fatto bene il mio lavoro (di notte) in modo che non si possano trovare, vi ucciderò tutti. Ucciderò tutti i magrebini, i gauchisti e gli altri negri, tutto esploderà alle 13 e morirete tutti. La pagherete cento volte per aver assassinato Quentin». 
Si capisce bene allora che il clima di violenza sta effettivamente montando, ma è di segno totalmente opposto, e ripropone un copione storicamente ricorrente: l’avvicinamento dei partiti liberali alle squadracce fasciste in funzione anti-sociale e anti-progressista.

Il tornante delle elezioni presidenziali del 2027, catalizza questo processo in chiave anti-insoumise, e contro tutto quel settore sociale e popolare che riempie le piazze e anima gli scioperi, costituendo la reale opposizione alla Francia di Macron e Lecornou.

Come ha detto Saïd Bouamama nel film-intervista di Blast «Comment la France est devenue un état policier»: «la tentation du fascisme ne monte que lorsque, en face, une évolution sociale est possible», ovvero «La tentazione del fascismo cresce solo quando, di fronte, è possibile un’evoluzione sociale».

Dopo che già l’assistente di Raphaël Arnault, Jacques-Elie Favrot, presente sulla scena dello scontro, era stato momentaneamente dimesso dalla sua carica parlamentare, adesso il ministro degli interni Bruno Retailleau chiede direttamente le dimissioni di Raphaël Arnault, deputato della France Insoumise e tra i fondatori della Jeune Garde, organizzazione antifascista creata nel 2019 proprio a Lione – città che si distingue tristemente per la presenza di nutriti gruppi neofascisti – e sciolta a giugno 2025, insieme a Urgence Palestine.

Senza soffermarsi sui dettagli, è utile fare un passo indietro per tracciare la dinamica della vicenda, che delinea un modello ben noto: una contestazione delle “femministe” nazionaliste di Némesis, spalleggiate dai loro camerati, alla conferenza tenuta dalla deputata palestinese Rima Hassan, e lo scontro cercato dagli squadristi – armati e mascherati, come si vede in questa foto e in alcuni video – al margine dell’evento (Francia. Uno squadrista fascista muore “in azione” e diventa “vittima”).

Le comode versioni dei fatti, secondo cui Deranque sarebbe capitato lì quasi per caso, tradiscono la reale identità del ragazzo, ricordato dal collettivo neonazista Luminis Paris come militante modello, e la cui appartenenza ideologica lo rende “martire d’Europa” per la nostra più vicina Lega dei Patrioti.

Se è vero che le conseguenze di quanto accaduto sono, su un piano privato, insopportabili, non si può tuttavia considerare quanto rivendicato – e strumentalizzato – politicamente, in termini privati, senza guardare alla dimensione strutturale di questo tipo di violenza e al clima sociale e politico in cui si inserisce.

Non dovrebbe essere necessario ricordare che l’attività dei militanti neofascisti si basa ideologicamente su nazionalismo, xenofobia e razzismo e si struttura intorno alla scelta della violenza come strumento mirato di “pulizia” e intimidazione.

Secondo dati ufficiali dell’Università di Sciences Po, tra il 1968 e il 2021 si sono registrati in Francia 52 morti dovuti all’estrema destra e solo 5 imputati all’estrema sinistra. Questa sproporzione chiarisce da quale parte sta la volontà strutturale di annientare il nemico, e da che parte il tentativo di “contenere” la violenza nera, che agisce indiscriminatamente contro senzatetto, immigrati e persone variamente discriminate, con il benestare di polizia, giornali, giustizia e politica. 

Gli eventi di questi giorni testimoniano la continuità di questa connivenza strutturale: il 12 febbraio, nonostante l’Institut d’études politiques (IEP) – dove si sarebbe tenuta la conferenza con Rima Hassan – avesse avvisato le forze dell’ordine della conclamata minaccia di contestazione fascista all’evento, la polizia non si è neanche presentata, perché impegnata a sorvegliare un’azione antimilitarista all’Università Lione 3... 

Per questo motivo l’IEP avrebbe rafforzato la sicurezza autogestita in occasione dell’evento, non riuscendo comunque ad impedire il degenerare degli eventi, che hanno avuto luogo fuori dagli spazi accademici.

Solo qualche giorno prima, il 7 febbraio, la polizia interveniva zelantemente gasando il corteo antifascista mobilitatosi contro il covo di fascisti “la Taverne de Thor” negli Champs de la Meuse.

L’antifascismo autorganizzato nasce dunque come vera e propria esigenza in risposta all’“incuria” complice delle istituzioni rispetto alla gestione della minaccia fascista, con l’obiettivo di difendere minoranze razzializzate, soggettività queer, attivisti e militanti nei loro spazi di espressione politica e nei quartieri.

Come ricorda Mélenchon in occasione del suo “moment politique”, all’indomani degli eventi, la prima attività dei fascisti è storicamente sempre stata quella di impedire alle forze progressiste e comuniste di radunarsi e discutere.

Negli ultimi anni la Jeune Garde Antifasciste aveva costituito il servizio d’ordine del partito di Mélenchon, rappresentando il cordone sanitario necessario in un contesto marcato da provocazioni e aggressioni di carattere esplicitamente fascista, come le recenti minacce di morte e di stupro a Mathilde Panot e Rima Hassan.

Dopo la morte di Hacen Diarra in un commissariato nel 20esimo arrondissement a fine gennaio, passata sotto silenzio, e il giudizio della corte di Cassazione che scagiona i tre gendarmi accusati della morte di Adama Traoré nel 2016, diventato simbolo delle violenze poliziesche di carattere razzista, il minuto di silenzio per il neonazista Deranque il 17 febbraio all’Assemblea Nazionale è ancora più rumoroso, svelando l’identità profondamente razzista della classe politica francese.

Sarebbe eufemistico anche parlare di “doppio standard”, trattandosi di una violenza sistematica, in cui Stato, polizia e squadristi convergono nell’alimentare il terrorismo xenofobo e “bianco”, con 107 morti in custodia o nel corso di operazioni di polizia dal 2022, secondo dati ufficiali di un’indagine europea.

In questo contesto di violenza esacerbata, la criminalizzazione giudiziaria e politica dell’antifascismo e dei movimenti sociali rende sempre più vulnerabile l’assetto democratico dei paesi europei.

A Budapest, il 4 febbraio si è concluso il processo di primo grado contro tre militanti antifascisti – Maya, Anna e Gabriele – con condanne rispettivamente a 8, 2 e 7 anni di carcere. Il procedimento, lo stesso che aveva coinvolto anche Ilaria Salis, riguarda presunte aggressioni a militanti di estrema destra durante il raduno neonazista del “Giorno dell’onore”, che ogni 13 febbraio celebra i soldati del Terzo Reich che nel 1945 non si arresero all’Armata Rossa.

Nel frattempo, nel Regno Unito 24 attivisti sono detenuti da oltre un anno senza processo per azioni contro l’industria bellica, mentre il governo Starmer ha classificato Palestine Action come organizzazione terroristica, rendendo perseguibile anche il sostegno pubblico.

Nei Paesi Bassi deputati di destra ed estrema destra hanno presentato una mozione per vietare gli “antifa”; in Belgio il leader del Mouvement Réformateur ha definito il movimento “il più grande pericolo per la democrazia” annunciando iniziative per scioglierlo.

In Austria e Germania si moltiplicano repressione e inchieste contro realtà antifasciste e solidali con la Palestina, in un clima politico che tende ad assimilare antifascismo ed estrema destra sotto l’etichetta generica di “estremismi”.

In Italia il governo Meloni sta portando a compimento il processo di sdoganamento del neofascismo in Italia, riducendo d’altra parte sistematicamente le libertà per ogni tipo di opposizione sociale e progressista.

Dall’aggressione neofascista subita dallo chef Gabriele Rubini, noto come Chef Rubio, nel 2024 dopo le sue prese di posizione antifasciste, fino ai raduni del 7 febbraio per il “Giorno del Ricordo” spesso trasformati in passerelle identitarie, il clima si è fatto sempre più teso.

Il Comitato “Remigrazione e Riconquista” (CasaPound, Rete dei Patrioti, VFS e Brescia ai Bresciani) ha annunciato iniziative in oltre 60 città italiane per promuovere una proposta di legge di iniziativa popolare sulla “remigrazione”, sono già oltre 112mila le firme raccolte online.

Intanto, dopo lo sgombero dello storico centro sociale torinese Askatasuna e il corteo violentemente represso del 31 gennaio, il governo ha rilanciato la linea dura parlando di “attacco allo Stato” e annunciando un nuovo pacchetto sicurezza che amplia strumenti repressivi e sanzioni contro il dissenso politico.

In questo contesto si inserisce anche l’arrivo in Italia di Némésis-Italia, costola del collettivo identitario femminile francese, autore della contestazione a Rima Hassan del 12 febbraio, che utilizza la retorica della difesa delle donne per legarla a un discorso anti-migranti e securitario.

Tra campagne contro gli “antifa”, mobilitazioni sulla “sicurezza” e nuove proposte di legge securitarie, si consolida in Europa un quadro in cui l’estrema destra prova a legittimarsi sul piano istituzionale mentre l’antifascismo e i movimenti sociali vengono sempre più trattati come un problema di ordine pubblico.

È quanto mai necessario continuare a costruire alternative concrete, organizzate e radicate nei settori sociali come argine all’escalation nera, costruendo alleanze internazionali articolate lungo pilastri senza confini: contro fascismo, guerra e crisi sociale.

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L’intervista di Radio Onda d’Urto a Pierre, della redazione di Contre Attaque.

Pierre, è un piacere averti con noi perché, con il collettivo Contre Attaque, avete condotto una vera contro-inchiesta che ha messo in discussione la versione iniziale diffusa dalla procura e da alcuni media. Avete fatto emergere come in realtà gli aggressori siano i gruppi fascisti. Pierre, puoi spiegare a chi ci ascolta le dinamiche che siete riusciti a ricostruire e citare le fonti che vi hanno permesso di ribaltare la narrazione?

D’accordo. Prima di tutto, per gli amici e le amiche che ci ascoltano in Italia, bisogna precisare il contesto di quanto accaduto il 12 febbraio a Lione. Quel giorno c’è stata un’azione condotta dall’estrema destra che da anni organizza provocazioni e attacchi ai meeting di sinistra in tutta la Francia.

Si tratta di dispositivi piuttosto astuti, messi in atto da un gruppo chiamato Némésis, che si definisce femminista ma che in realtà strumentalizza il femminismo per denigrare i musulmani, l’Islam e gli stranieri. È un’operazione di propaganda ben congegnata: il gruppo filma tutte le sue azioni, si presenta davanti agli eventi di sinistra per disturbarli, provoca i militanti e poi diffonde i video delle eventuali reazioni per dire che la sinistra li ha aggrediti.

Questo accade da anni. Il gruppo Némésis ha già proceduto così per esempio durante le manifestazioni femministe come quella dell’8 marzo, presentandosi con cartelli razzisti e un servizio d’ordine di uomini armati per cercare di entrare nel corteo. Ovviamente ne è scaturito uno scontro, ma ciò che è emerso nei loro video e nei media è che Némésis era stata aggredita dai militanti di sinistra. C’è un costante lavoro di manipolazione delle persone.

Sappiamo che a Lione, Némésis ha voluto compiere un attacco simile durante un’iniziativa con Rima Hassan, l’eurodeputata franco-palestinese che riceve continue minacce di morte dall’estrema destra.

Mentre il gruppo Némésis si trovava davanti alla sede della conferenza con Hassan, un servizio d’ordine neonazista composto da militanti violenti di Lione aspettava più lontano, a centinaia di metri.

Abbiamo iniziato a ricevere informazioni la sera del 12 e soprattutto, il 13 febbraio. In quel momento Némésis aveva iniziato a diffondere ovunque la notizia che un loro militante era stato gravemente ferito dagli antifascisti e che si trovava tra la vita e la morte. In quel momento non c’erano né immagini né elementi certi, eppure questo racconto è stato immediatamente ripreso da tutti i media senza alcun distacco critico.

I media nazionali hanno parlato di questa storia senza contestualizzare l’ideologia del collettivo. Conoscendo il contesto della città di Lione, la storia ci è sembrata subito sospetta.

Il 14 febbraio abbiamo appreso che questo giovane militante fascista, Quentin, era deceduto in ospedale. Lo stesso giorno TF1, la rete televisiva più seguita in Francia e appartenente al miliardario dell’immobiliare Martin Bouygues, ha trasmesso alcuni secondi di un video girato da un residente che mostrava militanti d’estrema destra colpiti, a terra. Queste immagini sono state diffuse ovunque come versione ufficiale imposta alla popolazione.

Tuttavia, ora sappiamo che TF1 ha tagliato quel video (qui la parte tagliata, ndr). La redazione aveva ottenuto due filmati: uno in cui i fascisti attaccavano un gruppo di antifascisti e uno della fine della rissa, dove i fascisti avevano perso lo scontro e avevano abbandonato i loro sodali.

La prima testata d’informazione francese ha scelto di ingannare l’opinione pubblica mostrando solo pochi secondi della fine dell’alterco. Questo è un fatto gravissimo. Noi abbiamo iniziato la nostra contro-inchiesta criticando innanzitutto la mancanza di reazione delle istituzioni politiche, a partire da quelle della sinistra francese.

Molti politici hanno subito pubblicato tweet per rendere omaggio a Quentin e denunciare la violenza antifascista, incolpando la France Insoumise senza avere prove certe. Molte reazioni sono arrivate addirittura prima del video di TF1, riprendendo direttamente la narrativa dell’estrema destra. Questo è molto grave, ancora una volta, perché in quel momento non c’erano prove. La maggior parte delle reazioni, infatti, è avvenuta addirittura prima della trasmissione del video di TF1 e non ha fatto altro che riecheggiare la narrazione dell’estrema destra.

Ebbene, la prima cosa che abbiamo osservato è che la scorta di estrema destra, quella coinvolta nello scontro, come ho detto, non era nemmeno con Nemmésis; erano a diverse centinaia di metri di distanza. E lo scontro non è nemmeno avvenuto durante il comizio di Rima Hassan. È avvenuto prima dell’iniziativa con l’eurodeputata.

Così abbiamo voluto smantellare il legame creato ad hoc dai media che associava la morte del giovane e l’evento politico. Rima Hassan non era nemmeno arrivata nella sala quando c’è stato lo scontro.

Poi abbiamo anche voluto ricordare chi erano le persone coinvolte ed esaminare le loro reti.

Questo poiché la vittima, Quentin Deranque, è stata presentata come un “cattolico non violento” appassionato di matematica e tennis, ma nessun media ha osato dire che era un militante neonazista.

Grazie alla nostra rete di contatti a Lione, abbiamo ottenuto una fonte fondamentale della quale non possiamo rivelare il nome, dato il clima che si respira... La fonte ci ha inviato alcune immagini nelle quali si vede chiaramente che è stata la banda di Quentin a lanciare l’assalto con spranghe, gas urticanti, fumogeni e con il volto travisato. Erano tutti vestiti di nero.

Pubblicando queste immagini, il 15 febbraio, abbiamo smontato la narrativa dei media dominanti. La nostra inchiesta ha raggiunto un numero enorme di persone. Tuttavia, i media mainstream non si sono ancora scusati per le menzogne che hanno diffuso. E ciò che la stragrande maggioranza della popolazione ha registrato, è che Quentin è la vittima.

Successivamente sono emersi altri video che confermano come il gruppo d’estrema destra stesse aspettando all’angolo di una strada per tendere un’imboscata a un gruppo della Jeune Garde, anche se avrebbero potuto colpire chiunque passasse di lì.

I fascisti hanno attaccato con equipaggiamento da combattimento, mentre il gruppo antifascista ha risposto a mani nude. A Lione quindi si è verificata una vera e propria imboscata tesa dall’estrema destra contro militanti della sinistra. E questa è in realtà una tattica comune usata dall’estrema destra contro gli attivisti di sinistra.

Grazie per questa ricostruzione, Pierre. Volevamo chiederti se ci sono aggiornamenti in merito agli arresti degli antifascisti.

Prima di rispondere sulla repressione, che è soltanto all’inizio, bisogna sottolineare che l’Assemblea Nazionale francese ha organizzato un minuto di silenzio per Quentin, un onore solitamente riservato alle vittime di terrorismo. Siamo a un livello di follia collettiva in cui tutti i gruppi parlamentari hanno convalidato un omaggio repubblicano a un giovane che aveva partecipato a marce neonaziste a Parigi anche insieme a fascisti italiani. Sono davvero la creme de la creme dei fascisti più violenti e radicali.

Quentin aveva anche fondato un collettivo neonazista vicino a Lione, chiamato “Allobroges Bourgoin”, che si allenava al combattimento e rivendicava un’ideologia nostalgica del Terzo Reich. Si tratta di un piccolo gruppo addestrato al combattimento e che promuoveva la violenza.

Quindi, più si scava, più si scopre che si trattava di qualcuno direttamente coinvolto in attacchi e violenze, chiaramente aderente a un’ideologia nostalgica del Terzo Reich. E più prove si raccolgono, più la narrazione dominante è completamente slegata dalla realtà, con i minuti di silenzio, tributi ovunque, la sinistra completamente smarrita, incerta su come reagire, e così via.

Ora, per quanto riguarda le misure repressive, ieri sono state arrestate 11 persone, tra cui militanti della Jeune Garde. La Jeune Garde è un gruppo nato a Lione per l’autodifesa contro gli attacchi dell’estrema destra e, a differenza di Contre Attaque, partecipa al gioco istituzionale essendo vicino alla France Insoumise.

Non sono gruppi ultra-violenti, ma paragonabili ai gruppi di autodifesa dei partiti di sinistra degli anni ’20 e ’30 del secolo scorso. In Francia, sappiamo che i principali partiti di sinistra, il Partito Comunista, ma anche il Partito Socialista, avevano organizzato gruppi di autodifesa per proteggere i loro eventi dagli attacchi dell’estrema destra.

Quindi, quello che la Jeune Garde sta facendo in Francia non è affatto una novità. Viene presentato come qualcosa di estremamente violento. Ma non lo è, i gruppi di autodifesa affiliati a partiti di sinistra sono sempre esistiti. È il caso della Jeune Garde attualmente in grande fermento perché diversi suoi membri sono stati arrestati.

A quanto pare, alcuni sono legati al deputato di La France Insoumise, Raphaël d’Arnaud, lui stesso fondatore della Jeune Garde. E quindi, ovviamente, sono attualmente in custodia cautelare, sottoposti a interrogatori.

Ora la procura ha aperto un’indagine per omicidio volontario, il che implicherebbe l’intenzione di uccidere, cosa che non riflette affatto la realtà di una rissa finita male dopo un’imboscata tesa dai fascisti armati. Quindi sì, è finita male come sappiamo, con le immagini che abbiamo visto e con le quali non siamo necessariamente d’accordo, ma gli antifascisti stavano semplicemente rispondendo a un attacco.

È stata contestata anche l’associazione a delinquere, accusa gravissima perché la legge permette di perseguire chiunque abbia legami ideologici con gli accusati. Quindi è molto preoccupante come accusa perché, potenzialmente, non solo consente la repressione dell’intera generazione più giovane, ma potrebbe incriminare la stessa France Insoumise.

Immaginiamo che le persone al momento in stato di fermo, verranno presto tradotte in carcere e poi ci sarà un processo.

Quindi oltre ai fermati per i fatti dello scorso giovedì, parallelamente, c’è un’altra repressione, assolutamente terribile, che prende di mira direttamente l’intero movimento de La France Insoumise. Si tratta di una strategia della borghesia macronista alleata all’estrema destra per distruggere l’ultimo grande movimento di sinistra radicale in Francia, che raccoglie il 20% dei consensi.

Concludo andando a Nantes, dove ieri c’è stata una manifestazione di estrema destra per Quentin. Doveva esserci anche una piccola manifestazione antifascista, che però è stata vietata. La polizia ha accerchiato i manifestanti antifascisti e li ha picchiati, lanciando insulti.

Così abbiamo visto la polizia che ha agito come ausiliaria dell’estrema destra, reprimendo ogni espressione antifascista negli spazi pubblici e permettendo all’estrema destra di manifestare. Questo è ciò che sta accadendo in Francia in questo momento.

Nel vostro articolo scrivete che a Lione le violenze dell’estrema destra avvengono da anni in un clima di impunità. Puoi descriverci la situazione in città e nel resto del Paese?

Lione è la capitale francese dell’estrema destra radicale perché le autorità, il Comune e la Prefettura, hanno permesso l’apertura di palestre di boxe e bar dove questi gruppi possono organizzarsi. La città ha inoltre una storia legata alla collaborazione nazista, Lione è anche la città di Klaus Barbie, il famigerato nazista. È una città, la terza di Francia, in cui la collaborazione è stata molto forte, ma anche la resistenza.

Negli ultimi 15 anni abbiamo censito 102 aggressioni d’estrema destra estremamente violente, con vittime finite in coma o con danni permanenti. Ci sono stati attacchi con coltelli e martelli durante il Pride, contro librerie anarchiche o di sinistra, contro le sedi dei sindacati e dei partiti. Ci sono stati accoltellamenti di persone di origine nordafricana da parte di neonazisti.

Il 70% di queste aggressioni non è mai stato perseguito e i colpevoli rimangono impuniti. Anche per questo a Lione c’è un vero senso di paura e terrore specialmente tra le persone non bianche e per chi partecipa a eventi di attivisti.

L’antifascismo a Lione è nato come reazione necessaria per proteggersi da questa violenza costante. Non è nato spontaneamente; è nato perché le persone avevano bisogno di proteggersi dai continui attacchi dell’estrema destra, che aveva sedi e centri di addestramento a Lione e imponeva la sua volontà. Dal 2022 abbiamo contato almeno 12 omicidi commessi da militanti d’estrema destra in tutta la Francia. 12 omicidi in soli 4 anni. E i media non ne hanno parlato e anche per questo il nostro conteggio potrebbe essere incompleto.

Purtroppo vediamo che anche le zone della Francia occidentale, storicamente più restie all’estrema destra, si stanno contaminando. L’estrema destra agisce oggi anche in Bretagna o a Nantes.

A Saint-Brevin, per esempio, l’estrema destra ha manifestato per due anni contro un centro di accoglienza per i rifugiati, arrivando a incendiare la casa del sindaco di centro-destra. Non un sindaco di estrema sinistra, un membro di La France Insoumise o qualcosa del genere. I fascisti hanno appiccato il fuoco alla sua casa nel cuore della notte e lui è quasi bruciato vivo. Si potrebbe pensare che questo avrebbe causato un putiferio nazionale. Niente affatto.

I grandi media non ne hanno quasi parlato e i responsabili non sono mai stati trovati. E questo sindaco non è stato nemmeno sostenuto dallo Stato. Il Ministro dell’Interno non ne ha parlato.

Il governo non ha condannato l’accaduto. Quindi questo sindaco di centro-destra si è dimesso dal suo incarico per protesta, per dire: “Oggi non sono protetto, rischio la vita per aver accettato un centro di accoglienza, mi dimetto”. Questa è una questione molto seria, vedete, molto più seria della morte di Quentin o di qualche altro fascista a Lione. Eppure, non è mai stato nemmeno discusso.

Qual è il ruolo dei grandi media nazionali in tutto questo?

Il panorama mediatico francese è dominato da miliardari come Bolloré, apertamente d’estrema destra, che ha comprato numerosi canali televisivi, giornali, case editrici con l’obiettivo dichiarato, cito, di voler condurre una “guerra di civiltà per imporre le idee dell’estrema destra alla Francia”. E in effetti lo fa molto bene.

Ha ristrutturato intere redazioni, ha licenziato giornalisti e ha imposto i suoi sgherri. Ma Bolloré è solo la punta dell'iceberg. Lo dico perché la sinistra ha la tendenza a denunciarlo, ma il problema è molto più profondo.

Infatti anche le altre catene private sono controllate da miliardari vicini al potere. Martin Bouygues, per esempio, che è vicino a Nicolas Sarkozy oppure Patrick Drahì, che possiede il canale BFN. Drahì è un uomo d’affari franco israeliano che ha diffuso propaganda genocidaria in continuazione a partire dal 7 ottobre 2023.

E poi ci sono i media pubblici che stanno subendo epurazioni ideologiche per allinearsi al governo Macron, che è responsabile delle nomine dei vertici. E quindi i grossi canali pubblici come France Info, France Inter, France Culture tagliano tutte le trasmissioni un po’ più critiche, più intelligenti, quelle di satira, o minimamente contro il potere e licenziano i loro autori. Al loro posto arrivano in redazione giornalisti che prima lavoravano per Bolloré, per esempio quelli di C News.

Tutto questo significa che tutti i programmi che vengono diffusi praticamente in tutte le case di Francia, sono appiattiti sul linguaggio dell’estrema destra, o al massimo su quello macronista, discorso che tra l’altro oggi si confonde con quello della destra estrema.

Ed è così che la France Insoumise viene demonizzata ogni giorno. La France Insoumise non può più fare nessuna dichiarazione sulla Palestina, sulla polizia, sulla situazione sociale senza essere accusata di tutto e niente. E quindi in questo modo la borghesia è alleata nella distruzione dell’unico partito della sinistra francese.

La verità emerge grazie ai media indipendenti e grazie ai social network. Per esempio nel nostro caso, siamo stati i primi a diffondere le immagini sulla rissa di Lione e poi le Canard Enchaîné, testata satirica conosciuta, che ha una storia lunga ed è rispettata, ha pubblicato un altro video. Per fortuna la loro versione è stata ripresa da alcuni grossi media.

Ma nella maggior parte dei casi, alla TV hanno invertito i ruoli e quindi hanno mostrato i video con i fascisti armati etichettandoli come antifascisti e viceversa. Un lavoro di disinformazione profondo, di distruzione del reale e della verità, quello fatto dalle grosse catene dell’informazione, nonostante i video.

Che ruolo giocano i social media e gli influencer identitari nel creare il “martire Quentin” e in che modo incitano alla violenza, contribuendo a creare il clima che ci hai descritto?

In Francia, come nel resto dell’Occidente, ci sono galassie di influencer di estrema destra su YouTube, TikTok e Instagram che producono un’enorme quantità di contenuti di estrema destra, contenuti di lifestyle, ma anche video di addestramento alla lotta, commenti sull’attualità. Si appropriano anche di argomenti artistici e così via. Quindi, in realtà, stanno creando un’intera controcultura neofascista.

Ora, come hanno contribuito a creare un martirio attorno a Quentin? Voglio essere molto chiaro. Non sono stati loro; non ne avevano nemmeno bisogno, dato che erano già stati, come abbiamo detto, i media, i principali media francesi, a trasformare Quentin in un martire, ed era già stata l’Assemblea Nazionale a rendergli omaggio. Quindi questi influencer non avevano nemmeno bisogno di creare il martire. Questi influencer stanno andando molto oltre. Stanno affiggendo poster con il volto di Quentin in tutta la Francia. Stanno convocando manifestazioni.

Stanno promuovendo una campagna di incitamento alla violenza. Vogliono consolidare il loro vantaggio. Questi influencer, d’altra parte, possiamo dire che sono stati loro a causare la morte di Quentin perché per anni e anni hanno creato appelli alla violenza armata. Usano tra l’altro video di alta qualità, montati molto bene e che hanno una grande diffusione, su YouTube ad esempio.

Si tratta di persone che posano con i fucili mentre si esercitano a sparare.

Parliamo ad esempio di un influencer molto noto in Francia chiamato Papacito, che ha usato un manichino a grandezza naturale, un manichino con il logo di La France Insoumise e si è filmato mentre sparava con un’arma vera. Poi gli tagliava la gola con un coltello. Questo video, ad esempio, è stato visualizzato centinaia di migliaia di volte. C’è stata persino una denuncia presentata da La France Insoumise per apologia di omicidio. Ma lo YouTuber è stato assolto. Quindi, come vedete, questo è solo un esempio, ma queste cose succedono di continuo.

In altre parole, in Francia abbiamo milioni di persone, molti dei quali giovani uomini, che guardano contenuti maschilisti, che incitano alla repressione dei vulnerabili, delle persone LGBT, della sinistra... Hanno anche lanciato una campagna, qualche anno fa, che invitava a creare un gruppo in ogni città per andare a pestare gli antifascisti.

Quindi tutto questo esiste, e non è assolutamente perseguito dallo Stato. Posso dirvi che se ci fosse un contrattacco, o un media antifascista che posa con i fucili dicendo: “Stiamo chiedendo la formazione di squadre contro l’estrema destra”, ci sarebbero retate, arresti e condanne al carcere il giorno dopo.

E tutto questo va avanti da anni. Quindi, se in un certo senso possiamo attribuire la responsabilità a qualcuno dietro la morte di Quentin, beh, sono proprio questi influencer. Perché, per essere perfettamente chiari, Quentin stava semplicemente seguendo le loro istruzioni. Quentin ha preso sul serio i loro video, ha preso sul serio i suoi influencer e ha pensato: “Sì, metterò insieme una squadra, attaccherò gli Antifa”, e beh, è finita male per lui.

E ancora una volta, nessun media nazionale lo sta dicendo, e nessun media nazionale sta mostrando questi influencer in posa con armi da fuoco. La leader di Nemesis, Alice Cordier, è attualmente in ogni programma televisivo, piangendo a dirotto. Dice di essere una vittima, che il suo amico Quentin è stato una vittima degli Antifa.

La stessa Alice Cordier si trova in posa con un fucile d’assalto sui suoi social media. È molto facile da verificare, ma i media nazionali non lo stanno facendo.

In questo clima, che ai nostri microfoni Cedric, di radio Zinzine, ha definito come nauseabondo, c’è ancora spazio per gli antifascisti?

Bella domanda. Quello che pensiamo è che tutto vada ricostruito, non solo per quanto riguarda l’antifascismo, ma anche l’antimilitarismo. In effetti, l’offensiva dell’estrema destra, accompagnata dal macronismo, ha fatto sì che la sinistra in Francia, e in tutto l’Occidente, perdesse completamente compenso, nella misura in cui una serie di questioni, che fino a qualche anno fa erano date per scontate, non lo sono più.

La questione dell’antirazzismo e dell’accoglienza delle persone senza documenti, ad esempio, non è più scontata per la maggior parte della sinistra. Per quanto riguarda l’antimilitarismo, stiamo attualmente lottando in Francia, insieme ad altri gruppi, per affermarlo, perché l’antimilitarismo era un caposaldo per la sinistra, fin dalla sua nascita e a livello internazionale.

Oggi vediamo che gran parte della sinistra si sta schierando a favore della logica guerrafondaia del riarmo, del ritorno della leva obbligatoria e così via. E siamo arrivati al punto, con la situazione attuale, in cui persino l’antifascismo, che storicamente è stato il minimo comune denominatore della sinistra, stia diventando un disvalore.

E quindi è estremamente grave, ma questo non significa che tutto sia perduto, anzi. Perché ci sono ancora media indipendenti in Francia che stanno facendo il loro lavoro, e noi stiamo cercando di farlo. E c’è una reale richiesta in questo senso, perché Contre-attaque non ha mai avuto così tanta visibilità come negli ultimi giorni. Quindi ci sono ancora persone che sono aperte ad argomenti e fatti.

E poi ci sono lotte che continuano in tutta la Francia, ci sono collettivi che si organizzano. Ma voglio esporre la nostra analisi in modo chiaro. La principale minaccia esistenziale per i movimenti sociali, non è tanto l’estrema destra, anche se l’estrema destra è molto pericolosa, molto violenta e così via, quanto le autorità stesse.

Cioè, i veri attivisti di estrema destra che ci minacciano davvero e ci impediscono di agire, indossano l’uniforme. È la polizia francese che ha represso le mobilitazioni ambientaliste negli ultimi anni, che ha represso il movimento per la difesa delle pensioni nel 2023, che ha represso le rivolte di quartiere per Naël nel 2023 e che ha reso impossibile lo sviluppo del movimento Blocchiamo tutto, dato che la polizia è stata, come dire, così efficiente e violenta.

Permettetemi di fare un esempio per i nostri amici italiani. Quando abbiamo visto il magnifico movimento Blocchiamo tutto per la Palestina, abbiamo visto cortei che potevano occupare quattro corsie di strada. In Francia, abbiamo cercato di fare lo stesso. Era semplicemente impossibile perché c’era polizia ovunque: in 100.000 erano schierati contro il movimento blocchiamo tutto.

In tutta la Francia, semplicemente non potevamo nemmeno radunarci senza essere caricati, colpiti con gas lacrimogeni e picchiati. E così, quella stessa sera, il governo ha detto: “Vedete, non esiste il movimento, perché non ci sono stati blocchi”. Quindi, siamo arrivati a questa situazione in Francia e, in un certo senso, il caso Quentin è un altro passo in questo processo di fascistizzazione. Mi dispiace di essere pessimista dipingendo questo quadro, ma per citare Antonio Gramsci, lo chiameremo “il pessimismo della ragione e l’ottimismo per l’azione”.

Quindi stiamo cercando di capire la situazione, ma soprattutto stiamo cercando di organizzarci. E quindi, ancora una volta, in Francia, ma ovunque, ci sono gruppi che cercano di resistere. Ci sono collettivi che si organizzano, c’è creatività, e proprio di fronte a noi abbiamo un’impresa enorme, il che significa che dobbiamo ricostruire tutto, e dovremo anche cercare di stare uniti, anche con la sinistra di partito come La France Insoumise, perché possiamo vedere chiaramente che dietro l’offensiva contro La France Insoumise, l’intero movimento sociale è preso di mira.

Quindi dovremo rifiutarci di fare qualsiasi passo indietro di fronte a questi attacchi. Ed ecco, abbiamo un compito importante: dobbiamo ricostruire un’internazionale rivoluzionaria. Questo è forse il programma per i prossimi anni, perché davanti a noi ci aspetta la rivoluzione o la barbarie.

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