Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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11/09/2026

Rinviato al 2 ottobre il voto su Ddl liberticida che equipara antisionismo e antisemitismo

La seduta del 9 settembre della commissione Affari costituzionali sul DDL che imbavaglia ogni critica a Israele si è chiusa senza votazioni, dopo l’avvio della discussione generale.

Per oggi è attesa la riunione di un nuovo Ufficio di presidenza della commissione, chiamato a definire il calendario. L’ipotesi è che le votazioni sugli emendamenti comincino da martedì prossimo. Il rinvio, assicurano dalla maggioranza, non dovrebbe comunque mettere in discussione il percorso parlamentare del provvedimento: il ddl è, infatti, già calendarizzato in Aula per il 2 ottobre.

“Il 2 ottobre, per la seconda lettura del ddl saremo ancora qui”, è stato annunciato dalla piazza al termine della manifestazione contro il ddl convocata per ieri pomeriggio. “Non ci faremo mettere il bavaglio né censurare”.

Se la maggioranza di destra appare convergente nel mettere il bavaglio e sanzionare che critica Israele, nell’opposizione il problema resta sempre il PD dove le posizioni sul DDL sono almeno tre: una parte del partito è apertamente favorevole al ddl, una seconda punta sull’astensione, mentre il settore che ieri era in piazza sostiene il no. La spaccatura era già emersa durante il passaggio al Senato, quando il Pd aveva scelto l’astensione, ma sei senatori dell’area più filo-sionista avevano votato a favore del provvedimento.

“Criticare Israele non è antisemitismo” hanno ribadito le centinaia di persone che hanno partecipato alla manifestazione organizzata a Roma, in piazza Montecitorio, contro il disegno di legge sull’antisemitismo. Alla mobilitazione hanno aderito circa 300 sigle tra associazioni, sindacati, organizzazioni per i diritti umani, realtà studentesche, movimenti di solidarietà con la Palestina e partiti della sinistra. La presenza di due bandiere di Hamas ed Hezbollah ha scatenato oggi il solito piagnisteo della stampa filo-sionista ma anche qualche discussione tra i manifestanti.

La protesta in piazza è iniziata con cinque minuti di rumore con fischietti, chiavi e sirene, prima di lasciare spazio ai molti interventi delle varie realtà che si sono succeduti al microfono.

Manifestazioni si sono svolte in contemporanea a quella di Roma anche in altre decine di città italiane.

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09/09/2026

La bandiera dell’antisemitismo e la sponda con Israele: perché il DDL non ci cambierà

di Fulvio Scaglione 

Oggi è il giorno della politica che se ne frega. Che se ne frega della gente e della realtà. Oggi, cioè, è il giorno in cui cominciano alla Camera i lavori sul “decreto di legge antisemitismo”, tecnicamente Disegno di legge n. 1004 (“Disposizioni per il contrasto all’antisemitismo e per l’adozione della definizione operativa di antisemitismo”), che partono alla Commissione Affari Costituzionali con il chiaro intento di ottenere una rapida approvazione come già fu al Senato, nel marzo scorso, con 105 voti a favore, 24 contrari e 21 astenuti. L’apertura della discussione (be’, discussione si fa per dire) coinciderà con la grande mobilitazione di 250 organizzazioni politiche e sociali che, a Roma e in altre 45 città, si faranno sentire per dire no a questo decreto. In piazza, tra gli altri, anche Laboratorio ebraico Antirazzista, Mai indifferenti e Tikkun, organizzazioni ebraiche che hanno preso posizione contro il genocidio dei palestinesi. E la Federazione Nazionale della Stampa Italiana. E molti dei 3 mila professori universitari e ricercatori che hanno risposto all’appello dei costituzionalisti Alessandra Algostino e Gaetano Azzariti e dicono anche loro no a una legge che prende l’antisemitismo e “lo banalizza e lo equipara all’espressione di opinioni critiche verso le politiche di occupazione dello Stato israeliano”.

Il DDL 1004, infatti, sventola la bandiera nobile e ineludibile dell’antisemitismo ma nella sostanza persegue due scopi ben diversi: da un lato, comprimere gli spazi di libera e critica espressione; dall’altro, promuovere una propaganda politica a senso unico a favore dello Stato di Israele. Su questo scopo sono confluite due diverse esigenze. La prima è quella dell’attuale maggioranza di Governo che, non diversamente da quanto accade in altri Paesi europei (si pensi alla Gran Bretagna o alla Germania, dove il ministro Boris Pistorius ha chiesto la messa fuorilegge dell’AfD), si prepara a una difficile sfida politica nel 2027 e cerca in ogni modo di conservare porzioni di elettorato moderato e di proteggerle da eventuali tentazioni (vedi Vannacci). Il tutto in un’Europa sbandata che, quando si tratta di Israele, ormai rinuncia persino a proteggere i propri cittadini (vedi Global Sumud Flotilla) anche di fronte a un bandito come il ministro Itamar Ben Gvir, mentre stringe accordi sempre più imbarazzanti con l’apparato sicuritario dello Stato ebraico.

La seconda è quella di molte delle più influenti associazioni ebraiche italiane che incessantemente lavorano per promuovere l’idea che ebraismo e Stato di Israele siano di fatto sinonimi e che, quindi, criticare lo Stato israeliano e le sue politiche (come peraltro si fa regolarmente con qualunque Stato), sia di fatto un’espressione di antisemitismo. Queste associazioni sono le uniche a essere state invitate al tavolo di lavoro organizzato dal Governo (più precisamente: Gruppo tecnico di lavoro per l’aggiornamento e l’attuazione della Strategia nazionale di lotta contro l’antisemitismo) a cui peraltro partecipava, in qualità di esperto, anche Paolo Mieli, strenuo negatore (anche contro il parere dell’Onu) di qualunque forma di genocidio a Gaza. Mai chiamati al tavolo, ovviamente, intellettuali ebrei “dissidenti” come Ariel Toaff, Anna Foa o Moni Ovadia.

La definizione dell’IHRA

Considerate queste due spinte, dunque, non è un caso che alla fine i promotori del decreto abbiano deciso di assumere la definizione di antisemitismo più consona a tali esigenze, ovvero quella dell’IHRA (International Holocaust Remembrance Alliance). L’IHRA, che ha la sede centrale a Berlino, è un’organizzazione relativamente recente, essendo stata fondata nel 1998. E ancor più recente, cioè del 2016, è la sua definizione di antisemitismo. Già a questo punto incontriamo una stranezza: si tratta, come precisarono gli estensori, di una “definizione operativa e non giuridicamente vincolante” e che tale è stata adottata da Paesi come Austria, Bulgaria, Canada, Francia, Germania, Israele, Lituania, Macedonia del Nord, Regno Unito, Stati Uniti e nel 2020 anche dall’Italia. Che però è l’unico Paese, insieme con la Romania che l’ha già fatto, a voler tramutare tale definizione “non operativa” in una norma di legge, cioè in qualcosa di operativo per 60 milioni di persone.

La definizione di antisemitismo dell’IHRA non ha nulla che non va. Eccola: “L’antisemitismo è una certa percezione degli ebrei che può essere espressa come odio per gli ebrei. Manifestazioni di antisemitismo verbali e fisiche sono dirette verso gli ebrei o i non ebrei e/o alle loro proprietà, verso istituzioni comunitarie ebraiche ed edifici utilizzati per il culto”.

Il problema è che poi l’organizzazione la traduce in una serie di esempi. Eccoli:

“Per orientare l’operato dell’IHRA le seguenti spiegazioni possono servire come esempi:

Le manifestazioni possono avere come obiettivo lo Stato di Israele perché concepito come una collettività ebraica. Tuttavia, le critiche verso Israele simili a quelle rivolte a qualsiasi altro Paese non possono essere considerate antisemite. L’antisemitismo spesso accusa gli ebrei di cospirare per danneggiare l’umanità, e se ne fa ricorso di frequente per dare la colpa agli ebrei quando “le cose non funzionano”. L’antisemitismo si esprime nel linguaggio scritto e parlato, con immagini e con azioni, usa sinistri stereotipi e fattezze caratteriali negative per descrivere gli ebrei.

Considerando il contesto generale, esempi contemporanei di antisemitismo nella vita pubblica, nei mezzi di comunicazione, nelle scuole, al posto di lavoro e nella sfera religiosa includono (ma non si limitano a):

Considerare gli ebrei collettivamente responsabili per le azioni dello Stato di Israele.

Incitare, sostenere o giustificare l’uccisione di ebrei o danni contro gli ebrei in nome di un’ideologia radicale o di una visione religiosa estremista.

Fare insinuazioni mendaci, disumanizzanti, demonizzanti o stereotipate degli ebrei come individui o del loro potere come collettività – per esempio, specialmente ma non esclusivamente, il mito del complotto ebraico mondiale o degli ebrei che controllano i mezzi di comunicazione, l’economia, il governo o altre istituzioni all’interno di una società.

Accusare gli ebrei come popolo responsabile di reali o immaginari crimini commessi da un singolo ebreo o un gruppo di ebrei, o persino da azioni compiute da non ebrei.

Negare il fatto, la portata, i meccanismi (per esempio le camere a gas) o l’intenzione del genocidio del popolo ebraico per mano della Germania Nazionalsocialista e dei suoi seguaci e complici durante la Seconda Guerra Mondiale (l’Olocausto).

Accusare gli ebrei come popolo o Israele come stato di essersi inventati l’Olocausto o di esagerarne i contenuti.

Accusare i cittadini ebrei di essere più fedeli a Israele o a presunte priorità degli ebrei nel mondo che agli interessi della loro nazione.

Negare agli ebrei il diritto dell’autodeterminazione, per esempio sostenendo che l’esistenza dello Stato di Israele è una espressione di razzismo.

Applicare due pesi e due misure nei confronti di Israele richiedendo un comportamento non atteso da o non richiesto a nessun altro Stato democratico.

Usare simboli e immagini associati all’antisemitismo classico (per esempio l’accusa del deicidio o della calunnia del sangue) per caratterizzare Israele o gli israeliani.

Fare paragoni tra la politica israeliana contemporanea e quella dei Nazisti”.

Il ruolo del professor Bauer

Uno dei maggiori ispiratori delle riflessioni dell’IHRA fu il professor Yehuda Bauer, scomparso nel 2024, grande studioso dell’Olocausto (in, per esempio, Rethinking the Holocaust), ebreo cecoslovacco fuggito ancora bambino da Praga alla Palestina. E si sente nei famosi esempi tutta l’urgenza di proteggere lo Stato di Israele, per cui Bauer aveva combattuto ancora ragazzino nel 1948 e in cui aveva per tutta la vita lavorato. Ma l’Israele di oggi non è quello in cui lui era cresciuto. Perché non dovrebbe essere possibile paragonare le stragi di Gaza a quelle efferate di altri regimi? Che senso ha il timore che a Israele vengano chieste cose che non si chiedono ad altri Stati democratici quando dal 2018, cioè dalla legge “Israele come Stato-nazione del popolo ebraico”, che di fatto caccia di casa il 21% di popolazione non ebraica di Israele, è la natura della democrazia israeliana a essere stata pervertita? E perché non si dovrebbe avere la possibilità di dire che, oggi almeno, le istituzioni di Israele sono pesantemente venate di razzismo, quando i ministri Itamar Ben Gvir e Bezalel Smotrich quasi ogni giorno ce lo confermano?

Quando il professor Bauer ispirava i lavori dell’IHRA, Israele già non era più quello dei suoi tempi. Figuriamoci oggi. Figuriamoci poi in queste ore, quando gli stessi media israeliani avanzano con molte ragioni l’ipotesi che le stragi dei terroristi di Hamas del 7 ottobre siano state “favorite” dalla trascuratezza o dalla compiacenza degli stessi apparati dello Stato ebraico.

Israele è cambiato ma lo scopo di questo DDL 1004 no. Mettere Israele al riparo da qualunque sanzioni, addirittura da qualunque critica, in primo luogo quelle aspre che giustamente non si negano nessuno Stato e a nessuna politica. Di più: sulla base di questo DDL dovrebbero svolgersi “azioni formative rivolte a docenti e attività didattiche rivolte agli studenti”, “attività di ricerca, seminari e incontri in collaborazione con istituzioni universitarie nazionali e internazionali” e “iniziative di formazione e aggiornamento rivolte alle Forze armate, alle Forze dell’ordine e al personale della carriera prefettizia e della magistratura”. Avete presente, con Israele che investe centinaia di milioni in propaganda, cercando persino di influenzare le risposte dell’Intelligenza artificiale?

La Dichiarazione di Gerusalemme

L’antisemitismo c’entra poco, forse nulla. E l’ha capito la Federazione Nazionale della Stampa Italia che, rifiutando di accettare il testo dell’IHRA, ha invece deciso di assumere come guida la Dichiarazione di Gerusalemme sull’antisemitismo, il testo firmato nel 2021 da decine di studiosi di chiara fama dell’ebraismo, ebrei e non. Gli autori, non a caso, nel prologo scrivono che la Dichiarazione è “una risposta alla Definizione IHRA”, da loro giudicata “poco chiara in alcuni punti chiave e largamente aperta a differenti interpretazioni”, notando altresì che essa “include 11 “esempi” di antisemitismo, 7 dei quali incentrati sullo Stato di Israele”, cosa che “pone una sproporzionata enfasi su un ambito specifico”.

E infatti la Dichiarazione è anche più dura della Definizione IHRA sul tema specifico dell’antisemitismo. Ma non ha paura di aggiungere che NON è antisemita “la critica, basata sull’evidenza, di Israele come Stato. Ciò include le sue istituzioni e i suoi principi fondanti. Include anche la sua politica e le sue pratiche, interne ed estere, come l’operato di Israele in Cisgiordania e Gaza, il ruolo che Israele gioca nella regione, o qualsiasi altro modo in cui, come Stato, influenza eventi nel mondo”. Che “Boicottaggio, disinvestimento e sanzioni sono forme comuni e nonviolente di protesta politica contro gli Stati. Nel caso di Israele non sono, in sé e per sé, antisemite”. Che “Il discorso politico non deve essere misurato, proporzionale, temperato o ragionevole per essere protetto dall’articolo 19 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani o dall’articolo 10 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo e da altri strumenti legali. La critica che alcuni possono vedere come eccessiva o controversa, o come espressione di un “doppio standard”, non è, in sé e per sé, antisemita”.

Una cosa buona sul DDL, però, possiamo dirla. Sono state eliminate le norme più liberticide, quelle contro le manifestazioni o sull’azione penale. Il Decreto passerà, questo, è sicuro. Come dicevamo, se ne fregano. Ma anche se loro se ne fregano di noi e della ragione, noi non dobbiamo cedere al nemico più insidioso: l’autocensura. È lì che ci vogliono. Ed è lì che rifiuteremo di andare.

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11/08/2026

Vacanze amare in Sardegna per i sionisti, tra bandiere palestinesi e messaggi di pace

A quanto pare, i sionisti in vacanza non se la passano proprio bene. Secondo quanto riportato qualche giorno fa dal quotidiano israeliano C14, una famiglia convintamente sionista ha vissuto un soggiorno tutt’altro che sereno in Sardegna.

La famiglia, numerosa e dispersa tra Israele, Francia e Stati Uniti, aveva scelto una delle località più ambite del Mediterraneo per trascorrere qualche settimana di villeggiatura, ignara di ciò che avrebbe incontrato.

L’articolo lascia presto spazio all’indignazione: lungo tutto il loro percorso, i turisti israeliani si sarebbero imbattuti in numerosi inviti a “sloggiare”, accompagnati da messaggi di forte condanna verso chi sostiene e perpetua il genocidio a Gaza, con particolare riferimento ai membri delle forze di occupazione israeliane.

La sorpresa, però, è che la signora intervistata – membro della famiglia – non ha mai menzionato un luogo specifico in cui si sia sentita a disagio. Ha piuttosto descritto l’intera vacanza come costellata da simboli di solidarietà con la Palestina: bandiere e scritte apparivano ovunque, come se fossero disseminate lungo ogni tappa del viaggio.

Dai muri di Cagliari e Sassari, alle finestre delle basse case del Campidano, fino ai balconcini delle case a torre dei paesi del centro e del nord Sardegna, la presenza della bandiera palestinese e dei messaggi di sostegno al popolo palestinese era costante e pervasiva.

Non solo: in tutta l’isola si sono moltiplicate manifestazioni spontanee e iniziative più strutturate contro il genocidio, come presidi, cortei e sit-in, che hanno raggiunto persino piccoli borghi montani come Orgosolo – dove sulla scalinata della piazza principale è stata dipinta una grande bandiera palestinese – e località turistiche come Bosa.

Proprio a Bosa, durante i festeggiamenti civili in onore di “Santa Maria del Mare” – una ricorrenza che di giorno vede la processione delle barche che accompagnano il simulacro della Madonna lungo il fiume, dalla cattedrale alla chiesa della Marina, e che di notte si conclude con uno spettacolo pirotecnico sulla spiaggia – è accaduto un episodio particolarmente significativo.

Sull’antica torre aragonese che domina la baia, un potente laser ha proiettato le scritte “Maria era palestinese” e “No a sa gherra” (No alla guerra), mentre in cielo scoppiavano i fuochi d’artificio. L’intera spiaggia, gremita di bosani e turisti, non poteva fare a meno di notare quei messaggi.

La signora israeliana, che tra l’altro dichiara di essere madre di un soldato, racconta che “la famiglia è tornata a casa con una sensazione di dolore, segnata dai messaggi anti-israeliani che li hanno accompagnati durante tutta la visita in Sardegna”.

A corredo delle sue parole, alcune foto: una di queste è stata scattata chiaramente a Bosa, che ritrae la vetrina di un locale con un cartello che indica come non gradita la presenza dei turisti sionisti.

Chissà che anche loro non abbiano assistito allo spettacolo di Santa Maria del Mare – lei, sì, figlia della terra di Palestina.

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04/05/2026

Starmer minaccia le proteste pro-Palestina, i solidali rilanciano le prossime piazze

Sale la polarizzazione politica nel Regno Unito intorno alla solidarietà con il popolo palestinese, con il tentativo del primo ministro Keir Starmer di strumentalizzare un caso di cronaca per imporre un ulteriore stretta sul diritto a manifestare e alla critica delle politiche terroriste e genocidiarie di Israele.

La polemica è divampata a seguito dell’accoltellamento avvenuto mercoledì scorso a Golders Green, quartiere a forte presenza ebraica nel nord-ovest di Londra. L’aggressore, Essa Suleiman, cittadino britannico di 45 anni nato in Somalia, è stato arrestato per il tentato omicidio di due uomini ebrei e di un uomo musulmano, poche prima in quello stesso giorno.

Nonostante la Metropolitan Police abbia confermato che Suleiman – dimesso da un ospedale psichiatrico pochi giorni prima dell’attacco – sia stato incriminato per tentato omicidio e non per reati legati al terrorismo, diversi esponenti politici hanno utilizzato l’episodio per condannare le marce pro-Palestina.

In un’intervista rilasciata sabato al programma Today della BBC, Starmer ha suggerito la necessità di un controllo più severo sugli slogan utilizzati, citando specificamente “globalizzare l’intifada” come espressione che richiederebbe “azioni più dure”. Starmer non ha escluso l’ipotesi di un divieto totale, sulla base di un concetto già proposto in precedenza e molto dibattuto: quello dell’effetto cumulativo.

“In relazione alla natura ricorrente delle marce – ha detto – molte persone della comunità ebraica mi hanno detto che è proprio la ripetizione, l’effetto cumulativo” a far crescere, secondo queste “voci” arrivate al primo ministro, il sentire antisemita. “Ora lo riconosco, ed è per questo che intendiamo affrontare questi effetti cumulativi”. In pratica, l’opposizione al genocidio la puoi esprimere una, due volte al massimo, poi basta perché si rischia di creare un “clima di odio”.

Riguardo alla vicenda delittuosa, è molto grave che il governo abbia deciso di strumentalizzare la complessa situazione della salute mentale dell’uomo, cancellando inoltre il fatto che a finirne vittima non siano stati solo esponenti della comunità ebraica, ma prima ancora un uomo musulmano.

Dopo la vittoria in tribunale di Palestine Action, Downing Street ha fatto ricorso e ha continuato ad arrestare in massa i solidali con l’organizzazione, mostrando grande difficoltà di fronte allo schiaffo ricevuto. Ora, i laburisti hanno deciso di trasformare una tragedia che ha origine nelle difficoltà psicologiche di una persona in un’arma politica da brandire contro chi scende in piazza.

Contro quest’atto non solo politicamente, ma anche moralmente deprecabile, si è alzata una voce importante anche nella stessa comunità ebraica britannica. Il rabbino Herschel Gluck, figura di spicco nel nord di Londra, ha rigettato qualsiasi legame tra le marce e l’attacco di mercoledì.

“Non sono certo le manifestazioni la causa dei tragici accoltellamenti di mercoledì a Golders Green”, ha detto il rabbino. “Sono molti gli ebrei che partecipano alle marce. In proporzione, sono più numerosi di qualsiasi altra comunità. E l’idea di vietare la libertà di parola è qualcosa di assolutamente antiebraico”.

Una coalizione di attivisti e organizzazioni per i diritti civili ha duramente criticato il tentativo di politici e media di infangare le proteste, respingendo fermamente l’ipotesi di un bando o di una moratoria sui cortei. Vari gruppi, tra cui i principali sono Palestine Solidarity Campaign (PSC), Stop the War Coalition e Friends of Al-Aqsa, hanno diffuso una nota congiunta mettendo in chiaro che non si faranno intimorire dalla repressione governativa.

Le organizzazioni hanno confermato che la marcia per il Nakba Day, prevista per il 16 maggio, si svolgerà regolarmente. Le dichiarazioni di molti politici “equiparano pericolosamente il popolo ebraico allo Stato di Israele e la protesta politica pacifica ad atti di violenza non correlati”, hanno detto da PSC. “Noi respingiamo categoricamente entrambe le posizioni”.

Nick Dearden, direttore di Global Justice Now, altra organizzazione non governativa con sede nel Regno Unito, ha definito le parole di Starmer ciniche e pericolose, accusando il primo ministro di alimentare le divisioni nel tentativo di evitare una sconfitta per il suo partito alle imminenti elezioni locali del 7 maggio, sperando così di recuperare i voti di qualche indeciso pendente a destra.

Il 16 maggio, inoltre, sarà una giornata molto complessa nel Regno Unito, perché con un evidente intento provocatorio l’estrema destra guidata da Tommy Robinson ha indetto una manifestazione sotto lo slogan “Unite the Kingdom”, con un sapore razzista e suprematista. In questo caso, sembrerebbe, il governo non ravvisa nessun “clima di odio”.

Va ricordato che Robinson è stato invitato in Israele dal ministro per gli Affari della Diaspora a ridosso del cessate il fuoco dello scorso ottobre. Appare evidente come la sua estrema destra svolga un ruolo coordinato in una più ampia politica sionista internazionale, che mira a mantenere forte il sostegno a Israele e a limitare il diritto di parola e di manifestare di coloro che non vogliono complicità con la pulizia etnica in corso in Palestina e, ormai, anche in Libano.

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28/04/2026

Il 25 aprile a Milano è andato in scena il fallimento e la pericolosità del DDL sull’antisemitismo

Il 25 aprile è diventato una sorta di festa del provocatore, un palcoscenico per chi vuole (più o meno scientemente) accreditare la narrazione sulla festa divisiva, vuole distorcere la storia per legittimare le guerre di oggi, in generale cerca attenzione, vuole frenare qualunque cosa di sinistra respiri, fiancheggiare le destre, comprese quelle di diretta derivazione missina (che proprio non ci stanno nemmeno dopo 80 anni a chiedere scusa e ad accettare le radici della Costituzione).

A questo quadro si aggiunga il ruolo del cosiddetto “terzo polo” (ottavo, nono, decimo nelle urne ma primo sui giornali) e dei c.d. riformisti, che riescono sempre a prodigarsi in distinguo e in indignazione di sorta perfetta per mettere in difficoltà l’opposizione (perchè loro sono l’opposizione che fa opposizione all’opposizione) e per favorire la narrazione delle destre.

Per esempio, sui giornali italiani (persino sulla home page di Repubblica) è arrivato il caso di un anziano professore bolognese in pensione, militante di Italia Viva, che si è presentato al corteo antagonista e anti-atlantista del 25 aprile, per esserne poi allontanato.

A prescindere dal dispiacere che l’anziano avrà provato pur non essendo stato dissuaso in malo modo, a leggere distrattamente le notizie sembrava quasi che dal corteo ufficiale del 25 aprile, nel caso specifico dalla manifestazione di piazza Maggiore, fosse stato allontanato qualcuno perchè aveva la bandiera dell’Ucraina.

Nella stampa italiana mi pare che solo Bologna Today abbia inquadrato la questione nella chiave giusta, “sforzandosi” di leggere il comunicato degli organizzatori (corteo contro il riarmo e l’atlantismo) così da far capire chiaramente che quella del professore è stata una provocazione politica, voluta o meno, ma pur sempre tale: un vegetariano ad una festa di carnivori o viceversa.

Ma veniamo a Milano dove, sabato 25 aprile 2026, ha sfilato la cosiddetta “Brigata Ebraica”. Come già accaduto a Roma in passato (si veda in particolare il 2022), chi era dietro a quello striscione si è reso protagonista di una provocazione

Il 25 aprile a Milano è andata così: la Brigata Ebraica si è messa in testa al corteo dove non avrebbe dovuto essere. Perché non avrebbe dovuto esserci? Perché l’ordine concordato e messo nero su bianco dagli organizzatori la prevedeva in dodicesima posizione (Andrea Sparaciari del Fatto ha pubblicato la sequenza degli spezzoni come prevista).

Si è creato così “un tappo” che ha complicato non di poco il corteo, mettendo in stallo migliaia di persone, con la tensione che saliva.

Altro problema, la c.d. “Brigata Ebraica” aveva le bandiera di Israele (oltre a quelle del sanguinoso regime monarchico iraniano) cioè quelle di uno Stato che non solo ha commesso un genocidio ma occupa terre non sue dove implementa un regime d’apartheid e conduce una pulizia etnica. Insomma nulla a che vedere con l’antifascismo e con la festa della liberazione.

Torniamo quindi all’esempio di cui sopra: vegetariani ad una festa di carnivori o viceversa.

Sorvoliamo sul fatto che in prima fila dietro lo striscione ci fosse quello che è stato soprannominato “Mr. Definisci Bambini”, il presidente di “Amici di Israele”, Eyal Mizrahi, diventato noto per le sue gravissime dichiarazioni in uno scontro tv con Enzo Iachetti.

Come si è sciolto l’ingorgo? Con il ritiro dello spezzone della “Brigata Ebraica”. La cosa mi ha fatto pensare allo stretto di Hormuz e a Trump il cui grande successo vuole essere la riapertura dello stretto che la guerra da lui avviata ha fatto chiudere.

Cosa è accaduto dopo? Che ovviamente i vertici della comunità ebraica milanese (notoriamente schierati con La Russa e Fratelli d’Italia, in uno dei paradossi storici dei nostri tempi) ha gridato “ebrei cacciati dal corteo” e ha immancabilmente denunciato l’“antisemitismo” (un capovolgimento della realtà ben riassunto in questa raccolta di testimonianze). A supportarli i soliti sestopolisti e riformisti, nel loro eterno ruolo da sabotatori della sinistra (e dell’opposizione in genere).

L’accusa di ”Antisemitismo” risuonava mentre quasi nessuno si preoccupava di due feriti alla manifestazione romana a riprova dell’egemonia della narrazione bellicista. L’accusa di antisemitismo ha spinto l’ANPI ad annunciare una querela.

E qui arriviamo al punto. Il DDL Romeo è passato al Senato ma non alla Camera. Non è ancora legge. Cosa sarebbe successo se fosse già stato convertito?

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26/04/2026

Il 25 Aprile è “divisivo”, inevitabilmente

Il 25 aprile si celebra la Liberazione, ma da cosa? Dal nazifascismo, storicamente e praticamente.

Grazie a chi? Grazie a chi ha combattuto contro quei mostri, permettendo a questo paese, a tutta Europa e a gran parte dell’Asia di cercare ognuno la propria strada senza più quel sistema di sfruttamento razzista e suprematista sul groppone e che aveva trascinato il mondo in guerra.

Poi abbiamo il 25 Aprile in Italia, il 9 maggio (la conquista del Reichstag, a Berlino da parte dell’Armata Rossa sovietica) per tutta Europa, il 6 e 9 Agosto – dopo due bombe atomiche statunitensi, però – per l’Asia orientale.

Date diverse, con feste diverse, per partecipazioni popolari differenti quanto a dimensioni, radicalità, peso politico e militare.

Per chi, dunque, il 25 Aprile è “divisivo”? Solo per chi allora è stato giustamente sconfitto. Che pure è sopravvissuto e addirittura governa, costretto magari a far finta di non essere davvero una filiazione diretta di quell’orrore.

Il 25 Aprile, in Italia, è insomma una festa per noi antifascisti – senza neanche stare a distinguere tra comunisti, socialisti, popolari, ecc. – e una tragedia per “loro”.

Poi, sicuramente, questa data è diventata nel tempo una ricorrenza quasi senza contenuto, una scadenza sul calendario da celebrare burocraticamente, addirittura abbozzando vergognosi tentativi di equiparazione tra opposti combattenti (cominciò Luciano Violante, da presidente della Camera, eletto col Pci e ci ha riprovato in questi giorni La Russa come presidente del Senato).

Le istituzioni hanno fatto di tutto, in modo bipartisan, per renderla innocua. La realtà storica, con la sua sincera brutalità, l’ha rimessa al centro dello scontro politico e ideale. Diciamo, da qualche anno... 

In tutta Italia, ieri, chi voleva festeggiare in modo politicamente sano questa data – anche senza voler star lì a distinguere tra comunisti, socialisti, popolari etc. – ha dovuto affrontare diverse provocazioni. Diverse ma convergenti, sia politicamente che internazionalmente.

Non è un mistero, infatti, che Israele, Ucraina, l’ormai inesistente “Persia dello Scià”, gli Stati Uniti di Trump, etc, fascisti nascosti o dichiarati di tutta Europa, al governo o lì lì per arrivarci, siano oggi “l’Internazionale nera” che ha assunto i caratteri genetici del nazifascismo come propria identità: il suprematismo (per alcuni di “razza”, per altri “di “cultura”, o “fede economica”, o un mix di queste con la “religione”), la propensione al genocidio, l’uso della forza come unico strumento di governo (nazionale e internazionale).

Cercare di portare i vessilli dei governi genocidi nelle manifestazioni per la Liberazione antifascista è insomma una provocazione cosciente, deliberata, premeditata. E come tale va trattata. Per fortuna così è stato.

Gli episodi chiave sono avvenuti a Roma e Milano. Nella Capitale la componente ultrasionista della comunità ebraica – la più grande e violentemente sionista d’Italia (con addirittura membri nelle forze armate israeliane partecipanti al genocidio di Gaza, ed anche qualche caduto) – aveva finalmente rinunciato a provocare disordini ed aggressioni, ma è stata sostituita da una pattuglietta minima di “radicali” (una decina al massimo) venuta alla manifestazione soltanto per sventolare bandiere ucraine.

La cosa interessante da ricordare – e uno come Gad Lerner potrebbe sicuramente raccontarlo con molti dettagli, venendo la sua famiglia da quelle parti – è che l’attuale governo di Kiev, insediato con un golpe statunitense nel 2014 (il “majdan”), è da allora composto da nazisti dichiarati che, non per caso, hanno riesumato il mito di Stepan Bandera: collaboratore dei nazisti, membro delle SS, sterminatore di ebrei e comunisti, che chiuse la sua vita una decina di anni dopo la fine della guerra in Germania, giustiziato dal Kgb.

Che l’attuale presidente ucraino sia un ebreo è interessante solo per registrare che quella lontana inimicizia totale dei nazisti verso i fedeli di questa religione è stata infine superata “grazie” al sionismo. Oggi Israele è uno dei primi alleati del regime di Kiev, con grandi scambi di tecnologia ed esperienze militari. Il genocidio li divideva, il genocidio (dei palestinesi, però) li unisce.

A Milano, invece, se ne sono dovuti andare dal corteo i sedicenti rappresentanti della “Brigata ebraica” presentatisi nello stesso spezzone con i monarchici iraniani e i fascisti ucraini, con grande scorno e lamentazioni dei sionisti tutti d’un pezzo, tipo quell’Emanuele Fiano – membro del Pd e dell’ala “Sinistra per Israele”, dato in uscita anche da quel partito perché “troppo tenero” con i palestinesi (!) – che alle telecamere racconta di aver sentito da una singola persona ignota la frase sicuramente ignobile “Siete saponette mancate”. Roba che manco un seguace di Goebbels direbbe oggi in una piazza antifascista (per autotutela, se non altro)... 

È stato l’unico a sentire una cosa del genere. Conoscendolo, si sarebbe potuto scommettere sul fatto che se l’è inventata. Ma non abbiamo trovato un allibratore disposto ad accettare la puntata. Troppo scontata... 

Anche su questo vanno ricordate un po’ di cose. La “Brigata ebraica” davvero esistita era un piccolo reparto dell’esercito inglese, che operò in Italia sotto il Comando Alleato, negli ultimi rastrellamenti di fascisti e tedeschi, ormai in fuga, assommando in tutto una trentina di caduti nel più grande massacro che la Storia ricordi. Onore a loro, sicuramente. Nessuna “resistenza”, però, nessuna partecipazione all’insurrezione partigiana, ma una parte marginale in un esercito regolare. Al pari dei gurka nepalesi o dei marocchini, insomma. Di cui nessuno si ricorda più, nonostante perdite certamente superiori.

C’è da segnalare anche che fino al 2006 neanche le Comunità ebraiche si ricordavano di quella “Brigata”, tanto da partecipare al 25 Aprile in forma privata, chi voleva, chi condivideva l’antifascismo, mica in forma organizzata sotto le bandiere in un altro Stato etnico-religioso basato sull’apartheid... 

Poi, improvvisamente, la pretesa di rappresentare una parte “decisiva” nella Resistenza partigiana, portando così le bandiere di Israele in un contesto in cui – a Gaza e in Cisgiordania – i massacri si susseguivano a intervalli regolari come le stagioni.

Di lì era iniziata l’annuale contrapposizione tra “sedicenti resistenti” fasciosionisti e sinistra autentica. Di lì lo scivolamento complice dei “democratici” e di alcuni dirigenti dell’Anpi verso una condiscendenza silente nei confronti delle politiche israeliane. Fino al genocidio di Gaza, che ha squarciato il velo... 

Dopo ieri, non sarà più possibile condividere la stessa piazza, neanche per “quieto vivere”, con gente che ritiene giusto e normale un genocidio o la supremazia razziale. Neanche per chi, da “democratico”, ha sempre desiderato una celebrazione “non divisiva”.

Non siamo noi a dirlo. Lo ha fatto capire esplicitamente quel criminale che a Roma ha sparato – ad aria compressa, per fortuna – contro una coppia di antifascisti democratici con al collo il fazzoletto dell’Anpi, cercando di colpirli in faccia per fare danni seri.

Perché si può far finta quanto si vuole che un “vaffanculo” in piazza sia “violenza inaccettabile”. Ma per un vaffa non è mai morto nessuno, neanche nell’amor proprio.

I fascisti come lo sparatore di Roma, invece, non fanno di queste bizantine distinzioni tra “democratici” e comunisti, rivoluzionari, antagonisti.

I fascisti sparano nel mucchio. Proprio come l’Idf o il battaglione Azov…

P.S. La distinzione tra “ebreo” e “sionista” è semplice (un po’ come quella tra “cattolico” e “inquisitore”, tra “italiano” e “fascista”, o tra “tedesco” e “nazista”, ecc.) e ognuno la capisce al volo. A Milano, per esempio, nel corteo c’erano diversi ebrei, con il loro striscione antifascista, e nessuno si è sognato di allontanarli. Anzi...

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Un 25 aprile senza sconti per nessuno

Migliaia e migliaia di persone sono scese in piazza oggi (ieri -ndR) in tutte le città italiane per celebrare la giornata della Liberazione dal nazifascismo.

Spinte anche dal risultato del referendum di marzo che ha rappresentato uno durissimo stop ad un governo in cui i fascisti sono nella cabina di regia – e non perdono occasione per dimostrarlo – le manifestazioni hanno visto una enorme partecipazione popolare.

A creare tensione nei giorni precedenti c’erano state le esternazioni del presidente del Senato La Russa, secondo cui il 25 aprile occorre celebrare anche i miliziani fascisti della Repubblica di Salò in nome di una pacificazione difficilmente riscontrabile negli altri 364 giorni dell’anno. Queste tensioni si sono materializzate oggi con i colpi di pistola sparati a Roma contro i manifestanti nei pressi del Parco Schuster.

Ma alla vigilia c’erano stati anche gli annunci di quella che ormai si configura come l’Internazionale nera – ovvero l’alleanza tra sionisti e filo-israeliani, monarchici iraniani e fascisti ucraini – di voler dare vita a spezzoni comuni dentro le manifestazioni che celebrano la Resistenza antifascista.

Tutti gli occhi erano puntati, come di consueto, sulle manifestazioni di Milano e di Roma. E infatti in queste due città sono avvenuti episodi di sacrosanta contrapposizione tra gli antifascisti/antisionisti verso chi vorrebbe inquinare le manifestazioni del 25 aprile con istanze che ne rappresentano la negazione.

A Milano lo spezzone dei sionisti rinverditi con la Brigata Ebraica, monarchici iraniani e fascisti ucraini ha sfilato nel corteo fino a quando è stato bloccato dai manifestanti che ne hanno chiesto l’estromissione e alla fine sono riusciti a metterli fuori dalla manifestazione. Ne è conseguito il solito profluvio di polemiche e vittimismo al quale questi soggetti ci hanno abituato da anni ma che sembra non funzionare più.

Anche a Roma un gruppo con bandiere ucraine – tra cui Matteo Hallisey in prima fila nell’aggressione contro il prof. D’Orsi all’università di Napoli – sono stati allontanati in modo piuttosto perentorio dalla manifestazione a Porta San Paolo. Anche qui c’è stato lo scontato e immediato codazzo di interviste a manetta all’insegna del vittimismo aggressivo al quale sono ormai addestrati questi gruppi di provocatori. Nella Capitale quest’anno si sono evitate le tensioni e gli scontri degli anni scorsi a causa della arrogante presenza dei gruppi sionisti nelle manifestazioni del 25 aprile. Quest’anno infatti non si sono presentati in piazza.

A Milano intorno alla manifestazione centrale conclusasi a Piazza Duomo sono proliferate altre manifestazioni, collaterali o alternative, che si sono concluse in piazze diverse da quella dove era stato allestito il palco centrale o, in alcuni casi, si sono svolte in altre zone della città proprio per l’insofferenza ormai diffusa verso celebrazioni della Giornata della Liberazione che cercano di tenere dentro tutto e tutti senza tenere conto degli sviluppi della realtà.

Anche a Roma oltre alla manifestazione centrale si è svolta il consueto corteo del 25 aprile a Roma Est, da Centocelle a Quarticciolo, alla quale hanno partecipato migliaia di persone.

Se negli anni scorsi si era fatto fatica a far riconoscere la centralità della lotta di liberazione dei palestinesi, anche quest’anno era evidente il tentativo di “santificare” l’Europa e l’Unione Europea come baluardi democratici mentre rappresentano ormai tutto il peggio del ciarpame guerrafondaio, riarmista e reazionario del continente.

A Roma, prima della partenza del corteo centrale, un altro corteo partito dalla sede della Fao ha sfilato su Viale Aventino in direzione di Porta San Paolo per ricongiungersi con l’appuntamento centrale, ma prima ha fatto una significativa tappa davanti all’ambasciata di Cuba dove è stata consegnata una corona per i 32 combattenti cubani uccisi dalle forze speciali USA mentre difendevano il presidente venezuelano Maduro successivamente sequestrato e imprigionato negli Stati Uniti.

L’ambasciatore di Cuba ha salutato i manifestanti in un momento decisamente emozionante. Il corteo ha poi ripreso la sua marcia verso Porta San Paolo.

C’è chi vorrebbe fare del 25 aprile un momento di annebbiamento e revisionismo storico riabilitando anche i miliziani fascisti di Salò.

C’è poi chi vorrebbe farne una giornata di celebrazioni ufficiali completamente depotenziate da ogni significativo richiamo alla Resistenza o al ruolo in essa svolta dai comunisti.

C’è infine chi vive questa giornata come momento di lotta sulle resistenze di oggi – ad esempio contro la crescente aggressività imperialista – e di rivendicazione di memoria storica resistente e antifascista su quanto avvenuto ieri in questo paese. E costoro è da tempo che hanno deciso che il 25 aprile non si fanno più sconti a nessuno.

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19/04/2026

Francia - Vittoria popolare contro la Legge Yadan su antisemitismo e antisionismo

Giovedì, all’Assemblea Nazionale, i macronisti fautori della proposta di legge Yadan hanno deciso di ritirare il testo. Una mossa che è al contempo una vittoria per le mobilitazioni contro il disegno, ma anche una rincorsa per il governo macronista.

La legge, sostenuta dal novembre 2024 da Caroline Yadan – ex membro del partito Rinascimento e attuale membro di ‘Insieme per la Repubblica’ – avrebbe introdotto nuovi tipi di reati equiparabili a quello di apologia e glorificazione del terrorismo, portando l’operazione di equiparazione tra antisemitismo e antisionismo ad un nuovo livello giudiziario, sul modello tedesco.

Il testo proponeva infatti di ampliare i concetti di “incitamento ad atti terroristici”, includendo anche forme di provocazione “implicita”, perseguibili fino a cinque anni di reclusione e 75.000 euro di ammenda.

Una formulazione che, secondo i critici, avrebbe potuto trasformare slogan come “dal fiume al mare” in potenziali capi d’accusa. Inoltre, chiunque avesse espresso “negazione, minimizzazione o banalizzazione” di tali atti – o messo in discussione la legittimità dello Stato di Israele – avrebbe potuto esporsi al rischio di procedimenti giudiziari.

Di fronte all’evidente natura liberticida del disegno, la mobilitazione è stata consistente, sviluppandosi su diversi piani: un’iniziativa di petizione cittadina contro la legge, che è arrivata a raccogliere 700.000 firme, e la mobilitazione degli studenti che hanno occupato le università, dalla Sorbona a Science Po, a una settimana dalla discussione del disegno di legge, sono state incorniciate dal sostegno istituzionale della France Insoumise, che il 16 aprile in Assemblea Nazionale ha fatto ostruzione alla discussione sul testo.

La risposta alla mobilitazione è stata esemplare: repressione poliziesca sugli studenti in lotta, organizzati nei comitati per la Palestina e in diverse organizzazioni studentesche, e dall’altra parte l’interruzione della petizione da parte della Commissione di Diritto il 15 aprile, nonostante le 700.000 firme, che aprivano la possibilità di esaminare la petizione in sessione pubblica all’Assemblea Nazionale.

Esattamente come accaduto per i 2 milioni di firmatari della petizione lanciata questa estate contro la legge Duplomb sui pesticidi, il governo macronista ha mostrato tutto il suo disprezzo per la partecipazione democratica dei cittadini alla vita politica del paese.

Nella patria del “citoyen” della Rivoluzione francese, i meccanismi centralizzatori della V Repubblica e le politiche UE hanno corroso anche i principi più basilari delle democrazie liberali, desuete vestigia da invocare all’occorrenza in funzione anti “barbarie” extra-occidentali.

Nonostante gli sgambetti antidemocratici, giovedì il testo è stato ritirato all’Assemblea Nazionale. Risentendo dell’ostruzionismo fatto fin dall’inizio da La France Insoumise e dalle proteste nelle università, i macronisti hanno optato per una modifica della proposta, ancora da definire, nella speranza che quando la legge verrà ripresentata per la discussione a giugno, possa ottenere un appoggio omogeneo da più fronti politici.

Infatti, la legge non disponeva di una maggioranza chiara. Una parte consistente dei gruppi parlamentari si era espressa contro o aveva chiesto il ritiro della proposta, mentre anche tra i sostenitori emergevano riserve su alcuni aspetti, come la definizione di “apologia del terrorismo”.

Il Partito socialista (PS, 69 deputati) avrebbe respinto il progetto “quasi all’unanimità”, secondo quanto affermato dal leader Olivier Faure. Il partito mette in guardia soprattutto contro il “flou juridique” del testo, ritenuto incapace di centrare l’obiettivo e accusato di creare una “essentialisation entre les juifs de France et l’État d’Israël”, come spiegato all’AFP dal portavoce Romain Eskenazi.

Il MoDem, alleato del governo, ha invitato a rinviare l’esame del provvedimento. “La situazione geopolitica non è distesa e su questi temi serve calma”, ha dichiarato la portavoce Perrine Goulet, e il 14 aprile il gruppo (37 deputati) ha ufficializzato la decisione di non sostenere il testo. Analoga richiesta di ritiro è arrivata anche dal gruppo centrista Liot.

Tra i favorevoli non mancano comunque perplessità. Philippe Juvin (LR, 48 deputati) ha riconosciuto l’utilità dell’iniziativa, ma ha segnalato criticità, in particolare riguardo alla nozione di “implicito” nel reato di apologia del terrorismo.

Resta centrale la posizione del Rassemblement national (RN), che avrebbe potuto risultare decisiva. Il partito (122 deputati) si è detto “molto probabilmente” favorevole, sottolineando l’“urgenza” di intervenire contro l’antisemitismo, pur ammettendo che il testo “non è buono”. Tuttavia, all’interno del RN non c’è piena convergenza: secondo il deputato Julien Odoul, la legge “non permetterà di far arretrare l’odio contro gli ebrei in Francia”. Un segnale delle divisioni interne, prima che il governo decidesse di rinviare il dibattito a fine giugno.

Sul piano numerico, anche ipotizzando il sostegno dei deputati macronisti (91), de la Droite républicaine (71) e degli alleati di Horizons (35), i voti favorevoli si sarebbero fermati a 197, insufficienti per l’approvazione. Solo con l’appoggio del RN – e dei Ciottistes (UDR, 17 deputati) – si sarebbe raggiunta una maggioranza di 336 voti.

I contrari, tra cui LFI, Gauche démocrate et républicaine, Ecologistes, PS, MoDem e Liot, non avrebbero avuto i numeri per bloccare il testo.

La France insoumise (LFI, 71 deputati), ha appoggiato l’iniziativa popolare contro la legge, diffusa nell’ultimo mese insieme all’iniziativa cittadina europea per la sospensione dell’accordo di associazione tra Israele e UE, che ha recentemente raggiunto 1.000.000 di firme.

Come avvenuto per altre recenti proposte di leggi, come quella per la nazionalizzazione di Acelor Mittal, LFI ha ricostruito una dinamica di dialogo tra il dibattito parlamentare e le mobilitazioni di piazza. Accompagnati da un presidio di fronte all’Assemblea, i deputati insoumis hanno raccolto quanto seminato dagli studenti che hanno occupato le università, ottenendo di fatto il ritiro del testo, per quanto temporaneamente, e nella stessa sessione parlamentare, ottenendo la soppressione della legge per ridurre la durata dell’indennità di disoccupazione in caso di risoluzione consensuale del rapporto di lavoro. Dopo la vittoria popolare, l’augurio di chi si è mobilitato contro la ‘loi Yadan’ è che l’attenzione rimanga alta da qua a giugno.

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07/03/2026

In Italia la solidarietà con la Palestina sta diventando un reato

Via libera al ddl che adotta la definizione della IHRA contestata da giuristi ed esperti ONU. PD diviso e in gran parte astenuto, mentre M5S e AVS votano contro. Il rischio denunciato da molte organizzazioni: trasformare la critica a Israele in sospetto di antisemitismo

Il Senato ha compiuto un passo che rischia di segnare profondamente il dibattito pubblico in Italia sul conflitto israelo-palestinese. Con il voto sul disegno di legge sull’antisemitismo, Palazzo Madama ha aperto la strada all’adozione della definizione proposta dall’IHRA, l’Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto. Una definizione che da anni è al centro di forti critiche perché tende a confondere l’antisemitismo – cioè l’odio razziale contro gli ebrei – con la critica politica allo Stato di Israele e alle sue politiche.

Il punto è esattamente questo. Il rischio denunciato da giuristi, esperti delle Nazioni Unite e numerose organizzazioni per i diritti umani è che la nuova normativa possa trasformarsi in uno strumento per criminalizzare chi denuncia le violazioni del diritto internazionale commesse dal governo israeliano o chi manifesta solidarietà con il popolo palestinese.

Non si tratta di una polemica marginale. Israele è attualmente sotto indagine presso la Corte Internazionale di Giustizia per genocidio e per gravi violazioni del diritto internazionale nella Striscia di Gaza. In questo contesto, l’adozione di una definizione che rischia di assimilare la critica a Israele all’antisemitismo appare, per molti osservatori, come un tentativo di ridefinire i confini del discorso pubblico.

Secondo numerose reti ebraiche antirazziste – tra cui gruppi come Jewish Voice for Peace – la definizione IHRA non rafforza la lotta contro l’antisemitismo ma rischia di essere utilizzata come strumento politico per delegittimare il dissenso.

Il nodo centrale sta proprio nella costruzione di un campo semantico ambiguo. Alcuni esempi contenuti nella definizione IHRA suggeriscono che determinate critiche allo Stato di Israele o al sionismo possano essere considerate manifestazioni di antisemitismo. Una formulazione volutamente elastica che, secondo molti giuristi, può essere facilmente usata per colpire attivisti, docenti, studenti e lavoratori impegnati nelle mobilitazioni per la Palestina.

Non è un caso che negli ultimi mesi proprio le manifestazioni di solidarietà con Gaza siano state al centro di tensioni politiche e tentativi di delegittimazione. Scioperi, cortei e campagne di boicottaggio contro Israele hanno visto una partecipazione significativa di lavoratrici, lavoratori e studenti in tutta Europa. E proprio queste mobilitazioni sembrano essere il vero bersaglio politico del provvedimento.

Se la critica allo Stato di Israele viene assimilata all’antisemitismo, chi denuncia il genocidio in corso a Gaza o chi sostiene il boicottaggio accademico ed economico contro le istituzioni israeliane rischia di essere automaticamente collocato in una zona grigia di sospetto.

Il voto al Senato ha inoltre messo in luce una frattura politica significativa tra le opposizioni. Mentre Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi-Sinistra hanno votato contro il provvedimento, il Partito Democratico ha scelto la strada dell’astensione, ma senza una posizione compatta.

Se la maggioranza del gruppo si è astenuta, sei senatori dem hanno votato a favore della legge. Una divisione che riflette il conflitto interno tra chi considera la definizione IHRA un riferimento internazionale necessario e chi invece teme che possa trasformarsi in uno strumento di limitazione della libertà di espressione.

L’astensione, tuttavia, non è una posizione neutrale. Su una legge che riguarda direttamente il rapporto tra lotta al razzismo e libertà di parola, scegliere di non opporsi significa comunque contribuire alla sua approvazione. Ancora di più lo è votare a favore di una norma che molte organizzazioni ebraiche progressiste denunciano come uno strumento non di protezione ma di controllo del dissenso politico.

Il paradosso è evidente: nel tentativo dichiarato di combattere l’antisemitismo, si rischia di costruire un dispositivo che restringe lo spazio del dibattito democratico su Israele e Palestina.

Combattere l’antisemitismo è una necessità storica e morale. Ma proprio per questo non può essere confuso con la difesa politica di uno Stato o con la legittimazione delle sue politiche. Quando le due cose vengono sovrapposte, il rischio è duplice: banalizzare l’antisemitismo reale e delegittimare le critiche a un governo.

L’iter parlamentare del disegno di legge non è ancora concluso. Ci saranno altri passaggi istituzionali prima dell’approvazione definitiva. Ed è proprio in questa fase che si giocherà la partita decisiva.

La posta in gioco è chiara: stabilire se in Italia sarà ancora possibile criticare le politiche dello Stato di Israele, sostenere il boicottaggio internazionale o denunciare il genocidio in corso a Gaza senza essere accusati di antisemitismo.

Perché dietro questa legge non c’è soltanto una discussione giuridica. C’è una battaglia politica e culturale su cosa significhi oggi difendere i diritti umani e su chi abbia il diritto di parlare, protestare e prendere posizione di fronte a una delle tragedie più drammatiche del nostro tempo.

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29/01/2026

Legge bavaglio contro l’antisionismo. La destra accelera l’iter al Senato

La destra accelera sull’iter per l’adozione della Legge che equipara antisemitismo e antisionismo e può portare al divieto delle manifestazioni contro Israele.

Ieri in Commissione Giustizia al Senato, il testo del Disegno di legge Romeo sull’antisemitismo-antisionismo nato dalla proposta presentata dal capogruppo leghista Massimiliano Romeo, è stato adottato come testo base. Sarà questa la base sulla quale lavoreranno i senatori nelle prossime settimane.

Secondo la tabella di marcia, la discussione generale dovrebbe chiudersi il 5 febbraio, mentre il termine per la presentazione degli emendamenti in Commissione è fissato al 10. La maggioranza vorrebbe portare la discussione in aula al Senato entro marzo.

La scelta del ddl Romeo, il primo dei sette ddl depositati a Palazzo Madama sul tema, ha tuttavia evidenziato distanze tra maggioranza e opposizioni che si sono divise nel momento della votazione finale. A favore dell’adozione del testo base hanno votato Fratelli d’Italia, Forza Italia e Lega, insieme a Italia Viva. Contrari Partito democratico, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra.

Il testo – che si compone di tre articoli – è stato il primo di sette disegni di legge sullo stesso tema ed è per molti punti identico a quello depositato dall’esponente di Italia Viva, Ivan Scalfarotto.

Il fulcro del disegno di legge è l’adozione della contestata definizione operativa di antisemitismo dell’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA) del 2016 presente anche in atti europei e internazionali ma contestata da centinaia di giuristi e personalità per il suo carattere liberticida sulla libertà di espressione.

Il più pericoloso articolo del ddl Romeo è l’art.3 che interviene sull’ordine pubblico, prevedendo che l’autorizzazione a manifestazioni e riunioni pubbliche possa essere negata in presenza di un grave rischio legato all’uso di simboli, slogan o messaggi antisemiti, secondo la definizione adottata dalla legge. In pratica nessuna manifestazione contro Israele.

Contro l’adozione di questa legge, oggi pomeriggio (ieri -ndR) è prevista una manifestazione alle 17.00 in Piazza Capranica (Montecitorio).

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20/01/2026

Il liberticida Ddl Delrio verso la “discussione”. Ma antisionismo non è antisemitismo

L’avvio dell’esame in Commissione Affari costituzionali del Senato del Disegno di legge cosiddetto “contro l’antisemitismo”, segna un momento politicamente inquietante in un contesto mediatico e istituzionale di crescente demonizzazione e criminalizzazione dei movimenti di solidarietà con il popolo palestinese.

Il provvedimento, che vede come prima firma il senatore del Pd Graziano Delrio, è entrato nel vivo dell’iter parlamentare con l’obiettivo, indicato da una parte dei gruppi, di arrivare a un primo via libera entro il 27 gennaio ossia il Giorno della Memoria.

Il ddl è stato illustrato in Commissione dalla relatrice Daisy Pirovano (Lega) e viene esaminato congiuntamente ad altri tre disegni di legge del tutto analoghi presentati nelle settimane precedenti da Massimiliano Romeo (Lega), Ivan Scalfarotto (Italia Viva) e Maurizio Gasparri (Forza Italia). Un quadro che evidenzia una convergenza trasversale tra destra e Pd sul tema del contrasto all’antisemitismo come pretesto per silenziare – e sanzionare – l’antisionismo che, come è noto, è cosa ben diversa.

Forza Italia e Italia Viva spingono per adottare uno dei disegni di legge come testo base e avviare rapidamente la fase emendativa. Il Pd propone la creazione di un comitato ristretto incaricato di redigere un testo unificato che sintetizzi le diverse proposte, sul quale poi far confluire gli emendamenti.

La data del 27 gennaio diventa così non solo un riferimento simbolico, ma anche un banco di prova politico per misurare le convergenze destra-Pd in Parlamento sulla criminalizzazione della solidarietà con il popolo palestinese mistificando sull’antisemitismo.

Le piattaforme social e le università sono il bersaglio principale di questa torsione autoritaria e liberticida.

Nella presentazione del Disegno di legge è esplicitato che: “I contesti nell’ambito dei quali sono sempre più evidenti i fenomeni di antisemitismo sono le piattaforme on line e gli ambienti scolastici e universitari, nei quali la diffusione del linguaggio di odio e dell’intolleranza risulta in netta prevalenza rispetto al confronto tra punti di vista differenti”.

Il problema – e l’allarme democratico – emerge però dal fatto che l’articolo 1 del Ddl fa riferimento “alla definizione operativa di antisemitismo approvata dall’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA), in coerenza con la Risoluzione sulla lotta contro l’antisemitismo 2017/2692 (RSP) del Parlamento europeo del 1° giugno 2017 e alla delibera del Consiglio dei Ministri del 17 gennaio 2020.

In questi documenti, le posizioni politiche antisioniste – cioè contro l’ideologia sionista come progetto coloniale e suprematista – vengono equiparate all’antisemitismo cioè all’odio razziale verso tutti gli ebrei. Sono una forzatura a sostegno della visione ideologica del progetto coloniale israeliano e un evidente tentativo di azzittire ogni tentativo di contrastarla. Una sorta di legge ad paesem come denunciato recentemente da Alessandro Robecchi.

Dunque, nulla di più falso e nulla di più pericoloso per la vita democratica e il dibattito pubblico.

Ma è evidente che il Ddl Delrio ha l’obiettivo, in piena convergenza di vedute con la destra al governo, di normalizzare e zittire il dibattito politico su Palestina, Israele, sionismo etc dentro le università e le scuole che hanno visto migliaia di studenti e studentesse protagonisti delle mobilitazioni al fianco dei palestinesi.

Una particolare attenzione è volta a impedire la rottura delle relazioni tra università italiane e apparati israeliani (atenei, aziende, centri di ricerca etc.).

L’articolo 3 del Disegno di legge integra infatti l’articolo 1 della Legge 30 dicembre 2010, n. 240 con un ulteriore comma, “volto a rafforzare la tutela e la promozione dell’esercizio della libertà della ricerca e di insegnamento in ambito universitario e nello svolgimento delle attività di collaborazione con studiosi e dipartimenti di altre università italiane e straniere”.

Prepariamo e coordiniamo la mobilitazione contro questo ennesimo disegno di legge liberticida.

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17/12/2025

Stanno cercando di eliminare il movimento di solidarietà con la Palestina?

Edward Lorenz sosteneva che il battito delle ali di una farfalla in Brasile poteva scatenare un tornado nel Texas. Quello a cui stiamo assistendo in questi giorni è il tentativo, con molte meno suggestioni scientifiche e decisamente forzato, di strumentalizzare una strage di civili di religione ebraica avvenuta all’altro capo del mondo – in Australia per la precisione – per usarlo politicamente nel nostro Paese.

L’obiettivo, apertamente o subdolamente dichiarato, è quello di mettere a tacere l’empatia e l’ampio movimento di solidarietà che si è manifestato a sostegno del popolo palestinese e il ripudio del genocidio commesso dagli apparati politici, militari e ideologici dello Stato di Israele a Gaza e in Cisgiordania.

Il tentativo sta andando avanti negli ultimi mesi, soprattutto dopo che grandi manifestazioni popolari nelle strade e alcuni scioperi generali nei luoghi di lavoro e di studio, hanno dato corpo all’indignazione generale cresciuta nella società.

Questo movimento ha suscitato grandi preoccupazioni in Israele, negli apparati sionisti attivi nel nostro ed altri paesi europei, ed anche nel governo di destra italiano che in ripetute occasioni ha dimostrato la propria complicità con Israele.

Possiamo individuare almeno cinque passaggi di questo tentativo di zittire il movimento di solidarietà con la causa palestinese:

1) Gli effetti del Piano Trump per Gaza;

2) Il rilancio del ricatto tramite l’equiparazione tra antisemitismo e antisionismo con diversi disegni di legge sulla materia;

3) La delegittimazione di figure pubbliche che hanno denunciato con efficacia i crimini di guerra israeliani, a partire dalla relatrice dell’Onu Francesca Albanese o Greta Thunberg;

4) Il “fuoco amico” venuto dalla decisione del presidente dell’Anp di andare alla festa di Atreju;

5) L’onda lunga della strage avvenuta sulla spiaggia di Sidney.

Andiamo per ordine.

1) Depotenziare. Avevamo colto insieme a Moni Ovadia il rischio che il Piano Trump e la cessazione delle ostilità a Gaza sarebbero stati utilizzati dalle autorità israeliane, dagli apparati ideologici sionisti e dal governo italiano per disinnescare l’ondata di indignazione e mobilitazione contro il genocidio dei palestinesi.
Il fatto che centinaia di palestinesi siano stati uccisi e feriti durante lo stesso cessate il fuoco, o che le condizioni di sopravvivenza di centinaia di migliaia di persone a Gaza siano ancora oggi minacciate dalla mancanza di aiuti e dall’inverno, non ha inciso nella drastica modifica della narrazione mediatica sugli orrori sistemici e sistematici avvenuti in questi due anni.
La questione palestinese è tornata ad essere, nella migliore delle ipotesi, un problema umanitario, degno dunque di assai minore attenzione sul piano politico.
Non solo. Nelle indicazioni operative delle offensive dei bot e troll fasciosionisti sui social media diventa frequente il refrain sul fatto che la “Palestina ci ha stancato”, “basta parlare di Gaza” etc. etc. tutte indicazioni che devono dare l’idea della stanchezza, della smobilitazione, del disinteresse verso la questione palestinese.
In compenso il governo ha cominciato a sentire meno la pressione della propria opinione pubblica e lo stesso “campo largo” dell’opposizione – già marginalizzato nelle e dalle grandi mobilitazioni sulla Palestina – ha tirato un sospiro di sollievo non dovendo avere in cima alla propria agenda politica quella che considera “la seccatura palestinese”. Le forze filo-israeliane dentro il centro-sinistra hanno così ripreso subito fiato e rialzato la testa.

2) Punire. C’è stato però un problema: nonostante l’effetto depotenziatore dell’operazione sul Piano Trump per Gaza, la gente scesa in piazza per la Palestina non se ne era tornata a casa ed ha continuato a mobilitarsi non credendo al trucco che aveva davanti.
A quel punto, per intimidire occorre evocare anche la punizione e le sanzioni. Se la destra si è dimostrata allineata e coperta con la politica e i crimini di guerra israeliani, anche pezzi del centro-sinistra hanno sfruttato la contingenza per rientrare in campo. La destra ha presentato il Ddl Gasparri, la “sinistra” il Ddl Delrio, perfettamente complementari tra loro. Entrambi assumono il presupposto che le critiche o l’opposizione ad una ideologia politica suprematista e dominante in Israele – il sionismo – equivalgono a sostenere la discriminazione, il pregiudizio e finanche l’ostilità verso gli ebrei in quanto tali. Dunque le espressioni di antisionismo devono essere sanzionate.
Insomma è come affermare che essere antifascisti significa essere anti-italiani. È vero che questo, in fondo, è quello che pensano la Meloni e i suoi sostenitori, ma che questa torsione venga fatta propria da senatori del Pd o dal Presidente Mattarella è una contraddizione bella grossa.
Sia il Ddl Gasparri che quello Delrio – e i loro supporter – si fanno forti del fatto che in altri paesi europei questa criminalizzazione del movimento di solidarietà con la Palestina è già in atto da tempo.
Contestualmente a questa campagna di rilancio del ricatto sull’antisemitismo, ha ripreso vigore l’islamofobia, nella versione in basso – alimentata sia dai sionisti che dai fascisti – nella versione in alto con interventi dei parlamentari della destra e decisioni unilaterali come quella del ministro degli Interni Piantedosi contro l’imam di Torino, fortunatamente smontata dai magistrati.

3) Delegittimare. In queste settimane è diventato perfino sguaiato il killeraggio mediatico, politico ed ora anche istituzionale, contro una figura pubblica come Francesca Albanese la quale, fino a prova contraria, è ancora la Relatrice Speciale dell’Onu per i Territori Palestinesi occupati. Il suo mandato, tra l’altro, è stato rinnovato pochi mesi fa dalla stessa Onu. Allo stesso modo viene killerata una coraggiosa giovane donna come l’attivista Greta Thunberg.
L’efficacia e la profondità delle denunce di Francesca Albanese non solo contro il genocidio ma anche verso le complicità economiche e governative con esso, le hanno attirato una ostilità mai riservata ad una figura pubblica internazionale. Certo anche gli altri relatori speciali dell’Onu sulla Palestina, da Richard Falk in poi, sono stati osteggiati e insultati in ogni modo dagli israeliani.
Anche la popolarità, soprattutto tra i giovani, di Greta Thunberg vorrebbe essere demolita. Appena ha indossato la kefiah tutta l’empatia registrata quando denunciava l’infarto ecologico del Pianeta ha cominciato a traballare. Figuriamoci quando è salpata due volte con le flottiglie dirette a rompere il blocco navale a Gaza.
Contro queste due donne, e forse anche per questo, abbiamo sentito toni, parole e azioni insultanti e delegittimanti mai viste prima, in Israele come in Italia.
La commentatrice sionista Fiamma Nirestein, lamenta su Il Giornale che: “le scuole prenotano l’Albanese per insegnare ai ragazzi la balla di un mai esistito Stato palestinese “colonizzato” dagli ebrei! Il passaggio dalla sinistra nella brace proPal, capita un po’ perché i giovani sono vulnerabili, ignoranti”.
Il tentativo piuttosto evidente non è solo quello di complicargli il lavoro e la vita – a quello ci hanno già pensato le inaccettabili sanzioni degli USA – ma è quello di delegittimare in tutti i modi possibili la credibilità e la funzione di una relatrice speciale dell’Onu. Questa operazione non coinvolge solo la destra e i sionisti ma che anche ambiti non irrilevanti del centro-sinistra. Stanno agendo per tenere Francesca Albanese lontana dalle scuole, dalle università e dalle istituzioni locali, cioè quegli organismi che si sono attivati maggiormente per la Palestina di fronte all’inerzia o all’aperta complicità del governo con Israele.

4) Il “fuoco amico”. Più recentemente il tentativo di delegittimare e zittire il movimento popolare di solidarietà con la Palestina da parte del governo, ha potuto avvantaggiarsi anche del “fuoco amico” fornito dalla decisione del presidente dell’ANP, Abu Mazen, di partecipare all’evento politico di Fratelli d’Italia – la festa di Atreju – andando ben oltre il protocollo diplomatico di una visita di Stato. La Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che ha gestito l’operazione, ne ha tratto immediatamente vantaggio dichiarando che: “Con il presidente dell’Autorità nazionale palestinese oggi sul palco di Atreju si fa giustizia di tante falsità che abbiamo sentito sull’operato del governo a Gaza”.
Se addirittura Abu Mazen ha legittimato l’operato di un governo filo-israeliano come quello della Meloni che cosa si può contestare all’esecutivo?
I danni della decisione di Abu Mazen sono diventati subito evidenti e lo saranno ancora. Altrettanto evidente è che la rottura e la distanza tra i movimenti di solidarietà con la Palestina in Italia e l’ANP di Abu Mazen è diventata definitiva.

5) Usare Sidney come una clava. Infine, e non certo per importanza, è arrivata la gestione politica qui in Italia della strage di Sidney, cioè di una realtà all’altro capo del mondo.
I commentatori sionisti e filo-israeliani si sono rapidamente scatenati cercando di massimizzarne il vantaggio politico. Gli attentatori che hanno realizzato la strage di cittadini ebrei erano pakistani e non palestinesi, erano dell’Isis e non di organizzazioni palestinesi, ma la narrazione confonde e sovrappone sistematicamente le due cose, cercando soprattutto di additare le manifestazioni e i sostenitori della solidarietà con la Palestina come i mandanti morali.
Ne possiamo vedere alcuni esempi.
Alla domanda sulla strage di Sidney del quotidiano di destra Il Tempo – Chi è che si dovrebbe fare un esame di coscienza oggi? – il capo della comunità ebraica romana Victor Fadlun risponde paro paro: “Tutti coloro che sono in testa al movimento ProPal. Questo è antisemitismo. Quindi chi lo propugna in questo modo ha la coscienza potenzialmente sporca, è moralmente complice della carneficina di questi miei fratelli, di questi ebrei”.
Emblematico quanto scrive Claudio Velardi, direttore de Il Riformista, un altro giornale sionista da mazzetta mattutina: “A Sydney tutti i ragionamenti astratti, gli arzigogoli giustificazionisti, i perversi distinguo tra antisionismo e antisemitismo – quella foglia di fico dietro cui si nasconde la viltà morale dell’intellighenzia occidentale – sono morti. E sono morti per sempre i convegni, i talk show e gli editoriali in cui si spiega, con il ditino alzato, che “criticare Israele è un diritto democratico e nulla ha a che fare con l’odio per gli ebrei”. In teoria, in un mondo ideale, sarebbe così. Nella realtà del 2025, questa è una menzogna che ha le gambe corte e le mani sporche di sangue (...) Siamo in guerra. E in guerra la zona grigia non esiste. Ogni equidistanza è complicità”.

Non arretrare di un millimetro

Dovremo dunque fare i conti nella prossima fase con un combinato disposto di ritorno al silenzio/manipolazione mediatica sul genocidio dei palestinesi – un ritorno a quel “politicidio” che lo ha preceduto e preparato nei decenni precedenti – e ad una offensiva politica e mediatica contro il movimento di solidarietà con la causa della Palestina, incluse alcune misure repressive dell’agibilità di piazza e liberticide contro la libertà di espressione.

Occorre anche in questa occasione scegliere di non arretrare di un millimetro, di tenere in piedi tutte le iniziative in corso di denuncia, informazione e boicottaggio e ridefinire una tabella di marcia delle mobilitazioni che tenga però conto di una fase diversa da quella precedente. Se è vero che “volevamo liberare la Palestina ma la è la Palestina che ha liberato noi”, va mantenuta stretta la connessione con coloro che si sono mobilitati generosamente in questi mesi ma anche la connessione tra quanto avviene sul terreno e nel campo palestinese e le iniziative che possiamo e dobbiamo sviluppare nel nostro paese.

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06/12/2025

La lobby israeliana si sta sciogliendo sotto i nostri occhi

di Philip Weiss

Il mese scorso, un membro di spicco dell’organizzazione ebraica J Street, che aveva lavorato per Obama e Harris, ha spiegato che la tradizione del Congresso di sostenere Israele “a prescindere da tutto” è stata imposta da un “gruppo ben finanziato di ebrei”.

“Un piccolo gruppo di ebrei americani, organizzato e ben finanziato, ha trattato la questione come una questione cruciale nelle elezioni, e la maggior parte dei candidati ha deciso che non valeva la pena di opporsi a loro”, ha scritto Ilan Goldenberg.

Non molto tempo fa, simili attacchi alla Lobby israeliana (compreso il mio) sono stati liquidati come “teorie cospirazioniste antisemite”. Ora, un’importante organizzazione ebraica si unisce.

Questo perché la comunità ebraica americana è oggi in aperta crisi per il suo storico sostegno a Israele. Ebrei di spicco stanno finalmente attaccando la Lobby, una struttura politica creata 60 anni fa da importanti gruppi ebraici per garantire che non ci fosse alcuna incomprensione tra il governo israeliano e quello statunitense.

La crisi è stata catalizzata dalla vittoria del Sindaco eletto di New York Zohran Mamdani, che ha infranto una regola della politica americana. Non si può essere antisionisti ed essere presi sul serio nella politica americana

La Lobby israeliana ha speso decine di milioni per sconfiggere Mamdani, guidata da Bill Ackman e Mike Bloomberg, eppure Mamdani ha comunque battuto Andrew Cuomo due volte. Dopo le elezioni generali del mese scorso, l’istituto ebraico ha parlato con timorosa forza. L’elezione di Mamdani è “cupa” e “inquietante”, ha dichiarato la Conferenza dei Presidenti.

“L’elezione di Zohran Mamdani a Gracie Mansion ci ricorda che l’antisemitismo rimane un pericolo chiaro e presente”.

La Lega Anti-Diffamazione ha annunciato un “monitoraggio di Mamdani” sull’idea che Mamdani promuoverà la violenza antisemita, un’affermazione basata sulle critiche di Mamdani a Israele. “Mamdani ha promosso narrazioni antisemite, e ha dimostrato un’intensa animosità verso lo Stato Ebraico, contraria alle opinioni della stragrande maggioranza degli ebrei newyorkesi”.

Se la Lobby pensava di poter abbattere Mamdani, ha fallito. Due settimane dopo le elezioni, Mamdani si è recato alla Casa Bianca e ha parlato di “Genocidio” israeliano, e Trump non ha fatto nulla per contraddirlo. Era ora di sentire quella parola alla Casa Bianca.

Il coraggio di Mamdani ha innescato il nuovo discorso critico nei confronti di Israele, ma è stato reso possibile da un movimento sociale più ampio. I giovani americani si stanno rivoltando contro Israele per le sue politiche anti-palestinesi di Genocidio e Apartheid.

Rahm Emanuel ha portato la triste notizia alla più grande organizzazione ebraica, le Federazioni Ebraiche, il mese scorso. Ricordando che Obama aveva visitato Israele prima di annunciare la sua campagna presidenziale nel 2007, Emanuel, che si candida alla presidenza, ha affermato che nel 2028 nessun candidato democratico oserà seguire il copione tradizionale.

“Nessuno lascerà l’America per andare a Gerusalemme. Questa è la politica”.

E non solo i democratici. Emanuel ha affermato che tutti i giovani, di sinistra e di destra, si stanno rivoltando contro Israele.

“Guardate dove si colloca Israele in America con le persone sotto i 30 anni”, ha detto: “Dimenticate il partito. Oggi è un rischio politico assumere una posizione pro-Israele. Israele è estremamente impopolare, voglio ribadire questo concetto a tutti noi che sosteniamo uno Stato Ebraico, oggi, per una generazione sotto i 30 anni, gli ultimi due anni di Israele saranno una definizione fondamentale tanto quanto lo fu la Guerra dei Sei Giorni per una generazione precedente. Ma dobbiamo essere onesti riguardo al compito che abbiamo qui”.

La Lobby israeliana si sta sciogliendo sotto i nostri occhi. Nella stessa conferenza, Eric Fingerhut, ex membro del Congresso e capo delle Federazioni, ha affermato che la cattiva immagine di Israele era il risultato di una cospirazione internazionale:  “Abbiamo assistito a un attacco pianificato e coordinato alla reputazione di Israele in Nord America e alla comunità ebraica che lo sostiene. Alimentato da miliardi di dollari in denaro sporco da Iran, Qatar, Cina, Russia e altri ancora. Diffuso dagli strumenti di comunicazione più avanzati mai inventati”.

La conferenza era dedicata a ripristinare il posto di rilievo di Israele nel dibattito americano, “un’importante riabilitazione a lungo termine della narrazione di ciò che Israele significa”.

Ma è fallita, clamorosamente. La copertura mediatica dell’evento si è concentrata su un altro crollo: l’autrice Sarah Hurwitz, ex autrice di discorsi di Obama, che si è lamentata del fatto che parlare di Israele ai giovani oggi significhi cercare di superare un “muro di bambini morti”.

I bambini morti stanno arrivando persino agli ebrei americani, ha detto Hurwitz: “Avete TikTok che martella il cervello ai nostri giovani tutto il giorno con video della carneficina a Gaza. Ecco perché molti di noi non riescono ad avere una conversazione sana con i giovani ebrei, perché qualsiasi cosa cerchiamo di dire loro, la sentono attraverso questo muro di carneficina. Voglio fornire dati, informazioni, fatti. La sentono attraverso questo muro di carneficina”.

Hurwitz ha affermato che l’educazione all’Olocausto ha fallito con i giovani ebrei. Ha portato i giovani a vedere gli israeliani pesantemente armati come Nazisti e i loro scarni bersagli palestinesi come oggetti di compassione.

Hurwitz è stata attaccata sui social media per questi commenti. Ma è un’eroina per la comunità ebraica ufficiale nella sua insistenza sul fatto che coloro che negano il diritto degli ebrei a uno Stato Ebraico siano antisemiti.

La sovranità ebraica in Medio Oriente è insita nella religione ebraica, afferma Hurwitz, e la forza militare di Israele è la risposta necessaria a una storia di odio ebraico lunga 2000 anni. Negando queste verità, gli antisionisti dimostrano di odiare gli ebrei.

Queste idee sono sbagliate e pericolose. Il motivo per cui i giovani americani odiano Israele è che ha ucciso civili palestinesi indiscriminatamente e distrutto i loro mezzi di sussistenza per due anni a Gaza, con il sostegno del governo americano e della Lobby israeliana.

La celebrità dei media per bambini, la signora Rachel, ha espresso la dimensione morale di Gaza a novembre, quando ha accolto a New York una bambina traumatizzata di nome Qamar:  “Mi dispiace tanto per Qamar che il mondo sia rimasto a guardare mentre il suo campo veniva bombardato, le sono state negate le cure mediche per 20 giorni, le hanno dovuto amputare una gamba e ha vissuto in una tenda diroccata, allagata e fredda”.

Non c’è da stupirsi che la signora Rachel sia emersa come immagine principale nell’ambito della solidarietà palestinese negli Stati Uniti, grazie alla sua chiarezza, semplicità e senso di responsabilità.

I media convenzionali oggi stanno facendo tutto il possibile per negare questo movimento. Negano che gli atteggiamenti sulla Palestina abbiano avuto a che fare con la sconfitta di Kamala Harris nel 2024. Negano di essere stati un fattore importante nella vittoria di Mamdani a New York.

Anche se candidati ribelli che si candidano contro Israele stanno spuntando come funghi nelle primarie democratiche in tutto il Paese.

Questo sconvolgimento politico è ora una crisi ebraica, come è giusto che sia. La comunità ebraica si sta disgregando a causa del suo sostegno ufficiale al Genocidio.

Gli ebrei che denunciavano le azioni di Israele erano fondamentali per la coalizione di Mamdani. Alcuni erano Sionisti progressisti. Ma il Sionismo progressista è esso stesso in fermento, abbandonando vecchi dogmi, come quello secondo cui il BDS è antisemita, per allinearsi ai giovani ebrei.

Mentre Sarah Hurwitz, Eric Fingerhut e Jonathan Greenblatt stanno guidando l’istitutivo ebraico verso una posizione marginale, l’argomentazione finale di Hurwitz è “eccezionalista”. “Gli ebrei hanno un ruolo speciale da svolgere nel mondo, ed è per questo che la gente ci odia”.

Si inserisce in una lunga tradizione: la Lobby ha imposto una menzogna dopo l’altra al nostro discorso politico. “I rifugiati non hanno il diritto di tornare alle loro case”. “Trasferire 700.000 coloni in territori occupati va bene”. “Non c’è Apartheid”. “Non c’è Genocidio”.

Le guerre di Israele contro i suoi vicini sono “nell’interesse degli Stati Uniti”.

Queste menzogne ora stanno fallendo. Qualunque fossero gli ideali abbracciati dal Sionismo alle sue origini come movimento di liberazione europeo, di fronte alla Resistenza palestinese si sono trasformati in intolleranza. La comunità ebraica ufficiale ha promosso quell’intolleranza.

Le bugie della Lobby israeliana erano un tempo un argomento tabù in America. Oggi la sua crisi riporta questo dibattito sulla pubblica piazza.

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27/11/2025

La definizione di antisemitismo dell’IHRA, il Ddl Gasparri e non solo

Il presente articolo – che nasce a seguito di un’iniziativa sul DDL Gasparri organizzata in data 11 novembre 2025 da USB Pisa e Cambiare Rotta Pisa – si pone l’obiettivo di analizzare certe preoccupanti tendenze repressive nei confronti di chi si esprime e si mobilita in solidarietà con il popolo palestinese, a livello internazionale, europeo e anche italiano.

Per prima cosa, si prenderà in esame la definizione operativa di antisemitismo dell’IHRA, sempre più diffusa in tutto il mondo, e si evidenzieranno i rischi che possono derivare – e che sono concretamente derivati – dalla sua adozione e implementazione. Si passerà poi all’analisi del DDL Gasparri, che intende recepire e applicare tale definizione, e si cercherà di capire che tipo di situazione potrebbe presentarsi in Italia a seguito dell’approvazione di un provvedimento simile. Si cercherà, inoltre, di comprendere quale sia il ruolo dell’Unione europea rispetto alle tendenze repressive di cui sopra. Infine, sarà possibile concludere ipotizzando i futuri scenari.

1. La problematica definizione operativa di antisemitismo dell’IHRA.

Come anticipato, si parta dall’IHRA, ovverosia l’International Holocaust Remembrance Alliance, organizzazione internazionale intergovernativa fondata nel 1998 e avente 35 Stati membri, tra cui Germania, Israele, Italia, Regno Unito e Stati Uniti. In occasione della Plenaria tenutasi il 26 maggio 2016 a Bucarest, infatti, l’IHRA ha adottato una definizione operativa di antisemitismo quantomai problematica.

Essa presenta, da un lato, una parte descrittiva dal tenore assolutamente incontestabile, che recita come segue: “L’antisemitismo è una certa percezione degli ebrei che può essere espressa come odio per gli ebrei. Manifestazioni di antisemitismo verbali e fisiche sono dirette verso gli ebrei o i non ebrei e/o alle loro proprietà, verso istituzioni comunitarie ebraiche ed edifici utilizzati per il culto”.

D’altro canto, sono invece presenti criticità negli “esempi contemporanei di antisemitismo nella vita pubblica”, che accompagnano la definizione al fine di orientarne l’interpretazione. Su undici esempi, ben sette riguardano lo Stato di Israele, e tra le condotte che vengono considerate antisemite figurano le seguenti: “Negare agli ebrei il diritto dell’autodeterminazione, per esempio sostenendo che l’esistenza dello Stato di Israele è una espressione di razzismo” (esempio n. 7); “Applicare due pesi e due misure nei confronti di Israele richiedendo un comportamento non atteso da o non richiesto a nessun altro stato democratico” (esempio n. 8). Si tornerà sul punto a breve.

La definizione operativa di antisemitismo dell’IHRA è stata fortemente promossa dalle istituzioni dell’Unione europea: prima il Parlamento europeo, nella Risoluzione del 1° giugno 2017, e successivamente il Consiglio dell’Unione europea, nelle Conclusioni del 6 dicembre 2018, hanno invitato gli Stati membri dell’UE ad adottare e applicare la suddetta definizione (che, lo si precisa, non è infatti giuridicamente vincolante fino a quando i singoli Stati non decidono di abbracciarla).

Stando agli stessi dati dell’IHRA, al 1° febbraio 2025 ben 1.266 enti in tutto il mondo avevano adottato la definizione di cui sopra. Tra questi figuravano 45 paesi, inclusi Stati Uniti, Canada, Germania, Regno Unito e Francia.

2. Il rischio che siano considerate antisemite le denunce dei crimini israeliani, tra cui quello contro l’umanità di apartheid.

Come anticipato, tuttavia, la definizione operativa di antisemitismo dell’IHRA presenta aspetti altamente problematici. Alcuni dei principali rilievi sono stati efficacemente riassunti in una lettera indirizzata alle Nazioni Unite da parte di 104 organizzazioni non governative per la difesa dei diritti umani, tra cui le assai note e accreditate Amnesty International e Human Rights Watch, ma anche il Palestinian Centre for Human Rights, Law for Palestine, nonché B’Tselem (israeliana) e Jewish Voice for Peace. Tale documento, utile evidenziarlo, è antecedente rispetto al 7 ottobre 2023, in quanto datato 20 aprile dello stesso anno.

La lettera analizza puntualmente alcuni degli “esempi contemporanei di antisemitismo nella vita pubblica” più problematici. In primis, quello consistente nel “Negare agli ebrei il diritto dell’autodeterminazione, per esempio sostenendo che l’esistenza dello Stato di Israele è una espressione di razzismo” apre la strada a etichettare come antisemite le critiche secondo cui certe politiche e le pratiche del governo israeliano violano la Convenzione internazionale sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale del 1965 (ICERD), nonché l’affermazione in base alla quale le autorità israeliane commettono il crimine contro l’umanità di apartheid nei confronti dei palestinesi.

Il suddetto crimine, è sempre bene ricordarlo, è sancito da importanti fonti di diritto internazionale – tra cui la stessa ICERD (art. 3), la Convenzione Internazionale sull’Eliminazione e la Repressione del Crimine di Apartheid del 1973 (art. II), nonché lo Statuto della Corte Penale Internazionale del 1998 (art. 7) – e consiste nella commissione di atti inumani nel contesto di un regime istituzionalizzato di oppressione sistematica e di dominazione da parte di un gruppo razziale su un altro gruppo razziale.

Che Israele sia responsabile di apartheid ai danni del popolo palestinese è stato autorevolmente sostenuto da importanti ONG israeliane, palestinesi, ma anche internazionali, tra cui la già citata Amnesty International, che il 1° febbraio 2022 ha adottato il noto report “Israel’s apartheid against Palestinians: Cruel system of domination and crime against humanity”.

Inoltre, ancor più di recente e segnatamente in data 19 luglio 2024, perfino la Corte internazionale di giustizia, nel parere consultivo sulle conseguenze legali derivanti dalle politiche e dalle pratiche di Israele nei Territori Palestinesi Occupati, ha rilevato come le politiche e pratiche di Israele attuino una “separazione” tra la popolazione palestinese e quella israeliana. Nonostante ciò, tuttavia, criticare Israele per il fatto di commettere apartheid rischia di essere classificato come antisemita ai sensi della definizione dell’IHRA, in ragione del summenzionato esempio.

3. Il rischio che sia considerato antisemita auspicare il passaggio a uno Stato multietnico (segue).

Il medesimo esempio – continua la lettera – potrebbe anche essere usato per etichettare come antisemita la documentazione che mostra che la fondazione di Israele ha comportato l’espropriazione di molti palestinesi, oppure le argomentazioni – avanzate peraltro anche da alcuni membri della Knesset – che auspicano la trasformazione di Israele da Stato ebraico a Stato multietnico, che appartenga in egual misura a tutti i suoi cittadini, cioè uno Stato basato sull’identità civica anziché etnica.

In base alla definizione dell’IHRA, simili ragionamenti potrebbero essere qualificati come antisemiti, perché metterebbero in dubbio il “diritto all’esistenza” dello Stato di Israele. Tuttavia, aprendo una parentesi sul punto, non è irrilevante ricordare che “secondo l’opinione prevalente […] il diritto internazionale generale non disciplina il procedimento di formazione dello Stato, né quello della sua estinzione, ma si limita a constatarne l’esistenza o la sua cessazione e a regolarne semmai gli effetti” (in tal senso v., inter alios, E. Cannizzaro, p. 282).

In altri termini, uno Stato – nel momento in cui ne viene constatata l’esistenza – diventa titolare di diritti, ma nessuno Stato ha ex ante un “diritto all’esistenza”. E in effetti sono molti i casi – anche recenti – di paesi che hanno cessato di esistere, lasciando il posto a nuove situazioni: si pensi alla Cecoslovacchia, alla Jugoslavia, alla Repubblica democratica tedesca, all’Unione sovietica e a molti altri, in riferimento ai quali non si sente spesso parlare di “diritto all’esistenza”. Alla luce di ciò, perché ipotizzare come soluzione un avvicendamento – nel pieno rispetto del diritto internazionale, specie del diritto all’autodeterminazione di tutti i popoli – tra un’organizzazione statuale e un’altra, avente caratteristiche diverse, dovrebbe essere ritenuto irragionevole, o addirittura antisemita?

4. Il rischio che sia considerato antisemita sostenere che Israele non sia una democrazia (segue).

Tornando alla lettera, un altro esempio che viene esaminato è quello che considera antisemita il fatto di “Applicare due pesi e due misure nei confronti di Israele richiedendo un comportamento non atteso da o non richiesto a nessun altro stato democratico”. Esso, secondo le ONG firmatarie, aprirebbe la strada a etichettare come antisemita chiunque si concentri sugli abusi israeliani fintanto che si ritiene che altrove vi siano abusi peggiori: secondo questa logica, una persona impegnata a difendere i diritti dei tibetani potrebbe essere accusata di razzismo anti-cinese, o un gruppo che promuove la democrazia e i diritti delle minoranze in Arabia Saudita potrebbe essere accusato di islamofobia.

Come evidenziato dalle ONG, l’esempio di cui sopra suggerisce inoltre che sia antisemita valutare Israele come qualcosa di diverso da una democrazia, anche quando si considerano le sue azioni nei Territori Palestinesi Occupati, dove da oltre mezzo secolo governa milioni di palestinesi privi di diritti civili fondamentali e senza alcuna voce sulle decisioni che influenzano le loro vite.

5. Rischi che si sono puntualmente concretizzati (segue).

La stessa lettera sottolinea, infine, come i rischi insiti nella definizione dell’IHRA non siano meramente astratti, ma si siano effettivamente concretizzati in più di un’occasione. I bersagli delle accuse di antisemitismo basate su tale definizione hanno incluso studenti e professori universitari, organizzazioni della società civile e pure politici che documentano o criticano le politiche israeliane e che parlano a favore dei diritti umani dei palestinesi. Ad esempio, dopo che il governo del Regno Unito ha adottato la definizione IHRA a livello nazionale, almeno due università britanniche nel 2017 hanno vietato alcune attività previste per la “Israeli Apartheid Week”, e.g. dibattiti sui boicottaggi di Israele.

Simili episodi venivano dunque denunciati già da prima del 7 ottobre 2023. Dopo tale data, come è sotto gli occhi di tutti, essi si sono poi ulteriormente moltiplicati in tutto il mondo.

6. E l’Italia? Il DDL Gasparri e l’intenzione di abbracciare la definizione dell’IHRA, applicandola effettivamente.

In Italia, la definizione di antisemitismo dell’IHRA è già stata accolta, a livello di Consiglio dei Ministri, in data 17 gennaio 2020 (dunque, durante il governo Conte II).

Tuttavia, con il c.d. “DDL Gasparri” – ovverosia il disegno di legge n. 1627 presentato in data 6 agosto 2025 dal senatore Maurizio Gasparri e contenente “Disposizioni per il contrasto all’antisemitismo e per l’adozione della definizione operativa di antisemitismo” – si intende effettuare un vero e proprio “salto di qualità” sul tema.

Il DDL è – nel momento in cui si scrive – ancora in esame e le sue sorti potrebbero essere varie: potrebbe essere approvato con o senza emendamenti, oppure non approvato. O ancora, potrebbe essere approvato un diverso DDL sulla medesima tematica. L’analisi del DDL Gasparri è tuttavia assai utile per comprendere la direzione verso cui sta procedendo l’attuale maggioranza.

Il testo si compone di 4 articoli, ciascuno dei quali rappresenta uno dei “cardini” del provvedimento.

L’art. 1 opera una “adozione integrale della definizione operativa di antisemitismo” dell’IHRA, che verrebbe dunque abbracciata a livello legislativo, in modo assai più pregnante di significato rispetto a quanto fatto in passato.

L’art. 2 riguarda le “iniziative di formazione”. Esso prevede che vari Ministeri (difesa, giustizia, interno, istruzione e merito, università e ricerca) promuovano iniziative di formazione destinate “ai militari, ai magistrati, al personale della carriera prefettizia, alle Forze di polizia, ai docenti delle scuole di ogni ordine e grado e ai docenti e ricercatori universitari”. Singolare il comma 2 di tale articolo, secondo cui il Ministro dell’istruzione e del merito istituisce corsi di formazione, al fine di “contrastare le manifestazioni di antisemitismo, incluso l’antisionismo”: quest’ultimo sarebbe dunque, stando al dato testuale, automaticamente qualificato come una forma di antisemitismo. Ciò finirebbe addirittura per andare oltre la definizione dell’IHRA.

L’art. 3 si occupa degli obblighi di “prevenzione e segnalazione di atti razzisti o antisemiti in ambito scolastico e universitario e relative sanzioni”, la cui violazione da parte del personale scolastico, nonché dei docenti e ricercatori universitari, comporterebbe l’applicazione di sanzioni.

Infine, l’art. 4 modifica l’art. 604-bis del codice penale – concernente la “Propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale etnica e religiosa” – prevedendo la pena della reclusione da 2 a 6 anni quando la propaganda o l’istigazione si fonda, inter alia, “sulla negazione […] del diritto all’esistenza dello Stato di Israele”. Argomenti solidi e autorevolmente sostenuti, come quelli riportati sopra, rischierebbero dunque di essere perseguiti penalmente?

7. I possibili scenari futuri: un’Italia sempre più vicina al modello tedesco di criminalizzazione e repressione dell’attivismo di solidarietà con la Palestina?

Qualora il DDL Gasparri – o, comunque, un provvedimento simile – diventasse legge, sarebbe assai elevato il rischio di vedere anche in Italia quello che già da tempo è possibile osservare in Germania. Si ricorda che la Germania è il paese europeo che con Israele ha – anche dopo il 7 ottobre 2023 – i rapporti più stretti, tanto da essere chiamata in causa dal Nicaragua di fronte alla Corte internazionale di giustizia per complicità nel genocidio. Orbene, in Germania la definizione di antisemitismo dell’IHRA non solo è stata formalmente abbracciata, ma viene anche effettivamente implementata grazie a operatori – in primis, membri delle forze dell’ordine – particolarmente formati in tal senso.

Sul punto, si rileva che in data 16 ottobre 2025, vari relatori speciali ed esperti indipendenti delle Nazioni Unite (nominati dal Consiglio per i diritti umani ONU) hanno formalmente esortato la Germania a fermare la criminalizzazione e la violenza poliziesca contro l’attivismo di solidarietà con la Palestina.

Tali esperti hanno osservato che, dall’ottobre 2023, la Germania ha intensificato e ampliato le restrizioni nei confronti dell’attivismo e delle proteste di solidarietà con la Palestina, sebbene queste siano state complessivamente pacifiche e finalizzate a esprimere richieste legittime, come la sospensione delle esportazioni di armi verso Israele, la fine del genocidio e dell’occupazione illegale israeliana, la garanzia di accesso agli aiuti umanitari a Gaza, il riconoscimento dello Stato di Palestina e la responsabilità per coloro che hanno commesso crimini atroci.

I manifestanti pro-Palestina sarebbero stati sottoposti a violenze da parte della polizia, con alcuni feriti che hanno necessitato di cure mediche. Decine di persone sarebbero state arrestate, alcune semplicemente per aver scandito lo slogan “From the river to the sea, Palestine will be free” (“Dal fiume fino al mare, la Palestina sarà libera”). Tale slogan, è bene ricordarlo, mentre è stato ritenuto da alcuni tribunali un “incitamento alla violenza”, con conseguente conferma di sanzioni e divieti, è stato invece riconosciuto da altre corti come protetto dalla libertà di espressione.

Siamo dunque destinati a vedere un simile modello di violenza poliziesca anche in Italia?

8. Il ruolo (ambiguo) dell’Unione europea sul punto.

In chiusura, è doveroso dedicare alcune parole all’Unione europea, che negli ultimi anni ha applicato un palese “doppio standard”. L’UE – allo stato – non è infatti ancora riuscita a sanzionare Israele: solo in data 17 settembre 2025, la Commissione ha proposto un (timido) pacchetto di misure, tra cui soprattutto una proposta di sospensione parziale dell’accordo di associazione UE-Israele (entrato in vigore nel 2000 e oggetto di forti critiche già da ben prima del 7 ottobre 2023); tuttavia, dopo l’entrata in vigore del “cessate il fuoco”, il 10 ottobre 2025, la Commissione ha dichiarato di aver messo in stand-by le sanzioni, nonostante le violazioni di Israele stiano continuando. Il double standard, per l’appunto, emerge in tutta la sua evidenza se si pensa al fatto che nei confronti della Russia sono stati invece adottati – nel momento in cui si scrive – ben 19 pacchetti di sanzioni: essi comprendono sanzioni economiche, misure diplomatiche, ma anche sanzioni individuali, tra cui divieti di viaggio e congelamento dei beni.

Orbene, proprio alle sanzioni dell’UE nei confronti della Russia ci si vuole riagganciare per trattare, a titolo esemplificativo, un caso piuttosto emblematico e di particolare rilievo per il tema oggetto del presente contributo (la repressione della solidarietà con la Palestina).

Nell’ambito del 17esimo pacchetto adottato a maggio 2025, e segnatamente con la Decisione (PESC) 2025/966 adottata dal Consiglio all’unanimità, sono state infatti imposte sanzioni assai particolari nei confronti di tale Hüseyin Doğru (di nazionalità turca, ma ubicato in Germania) e di AFA Medya (alias RED), società del settore dei media di cui Doğru è fondatore e rappresentante.

Stando alla Decisione, tali soggetti avrebbero “stretti collegamenti finanziari e organizzativi con entità e attori della propaganda di Stato russa” e “profondi legami strutturali con organizzazioni statali russe nel settore dei media”. Ancor più nello specifico, però, le sanzioni vengono giustificate affermando che Doğru e RED avrebbero diffuso “le narrazioni di gruppi terroristici islamici radicali quali Hamas”, soprattutto “[nel] corso di una violenta occupazione di un’università tedesca da parte di facinorosi anti-israeliani”.

Il sospetto avanzato da taluno – ad esempio, dalla politica ed ex Europarlamentare irlandese Clare Daly – è però che certi collegamenti con i media russi siano stati utilizzati strumentalmente per sanzionare un giornalista che, in realtà, si concentrava prevalentemente sulla questione palestinese, denunciando le complicità della Germania nel genocidio e la repressione violenta delle proteste da parte delle autorità tedesche.

Per tale ragione, Doğru e RED sarebbero stati presi di mira su richiesta della Germania dall’Unione europea, attraverso sanzioni che – è bene precisarlo – sono adottate in assenza di processi o udienze, ma comportano comunque conseguenze assai pregiudizievoli sulle vite degli individui interessati (e.g. il congelamento dei beni). Qualcuno ha definito un simile caso come “senza precedenti”.

Per esprimere valutazioni più certe occorrerà ovviamente attendere gli sviluppi della vicenda, nonché constatare se e in quali altre occasioni un simile modus operandi sarà ripetuto. In ogni caso, tuttavia, l’utilizzo da parte dell’Unione europea di sanzioni destinate alla Russia anche per colpire chi si occupa in un certo modo di Palestina – affrontando le tematiche delle complicità e della repressione – è qualcosa che non può non suscitare quantomeno delle perplessità.

9. Conclusioni: tempi duri attendono – in Italia e non solo – chi si esprime e si mobilita per la Palestina... 

Da quanto sopra esposto, emerge un quadro più che mai inquietante.

In primis, abbiamo visto come stia sempre più prendendo piede, a livello internazionale, una definizione di antisemitismo – quella dell’IHRA – che nella pratica può finire per ricomprendere anche denunce di crimini e violazioni del diritto internazionale da parte di Israele, nonché posizioni che pur sono sostenute da pronunce di corti internazionali, report di accreditate ONG, autorevole dottrina internazionalistica.

In seconda battuta, si è parlato di un’Italia che – con strumenti come il DDL Gasparri – intende non solo abbracciare tale nozione, ma anche implementarla concretamente, sensibilizzando in tal senso forze dell’ordine e altri operatori. Un’Italia che corre dunque il concreto rischio di avvicinarsi sempre più alla Germania, il cui modello di criminalizzazione e repressione dell’attivismo di solidarietà con la Palestina è già stato stigmatizzato pure da esperti delle Nazioni Unite.

Infine, alcune considerazioni sono state dedicate a un’Unione europea che, da un lato, non è riuscita ad adottare sanzioni nei confronti di Israele (a fronte di 19 pacchetti contro la Russia) e dall’altro lato, sembra invece almeno a tratti sostenere una simile deriva repressiva (il caso di Hüseyin Doğru e RED, quantomeno, induce a sospetti in tal senso).

Il cielo che incombe su chi si esprime e si mobilita – sia in Italia che altrove – per la causa palestinese, insomma, è in questo momento più che mai plumbeo. Uno scenario di fronte al quale si rende assolutamente necessario continuare a informarsi, informare e attivarsi concretamente.

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