Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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17/02/2026

Board of Peace. La creatura di Trump per demolire l’Onu e liquidare i palestinesi

La prima riunione del Board of Peace, l’ircocervo affaristico/politico creato da Trump, si terrà a Washington il prossimo giovedì 19 febbraio. Da qualsiasi punto di vista lo si guardi è fin troppo evidente che si tratta di un passaggio di quella “demolizione” dell’ordine internazionale perseguita dall’amministrazione statunitense.

Sul piatto verranno messi i primi 5 miliardi raccolti tra gli Stati-soci per essere investiti nel business immobiliare della riviera di Gaza. Ma prima dovranno gettare a mare milioni di tonnellate di macerie (e i resti umani in esse rimasti intrappolati) e mandare via tutta o gran parte della popolazione palestinese della Striscia. Tra le ipotesi c’è quella di ammucchiarla e confinarla in un’area recintata e controllata, condannandola ad una vita da profughi in un carcere a cielo aperto. Robert Inlakesh scrive su The Cradle che in questo progetto Israele potrebbe contare sulla complicità degli Emirati Arabi Uniti.

Al fondo finanziario mancano però ancora parecchi dei soldi annunciati. Se ogni stato aderente al Board of Peace deve versare almeno un miliardo di dollari per essere ammesso con un seggio permanente al club, fanno difetto ancora diversi pagatori. In compenso vari paesi si sono impegnati a fornire migliaia di soldati per la Forza internazionale di stabilizzazione e la polizia locale, “per mantenere sicurezza e pace per la popolazione di Gaza”. Ma al momento Israele non vorrebbe tra le scatole a Gaza né truppe turche, né indonesiane.

A questa struttura, che Trump annuncia avere “un potenziale illimitato” e di voler e poter essere utilizzata non solo a Gaza ma anche altrove, hanno finora aderito Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Turchia, Qatar, Barhein, Giordania, Marocco, Pakistan, Indonesia, Armenia, Azerbaijan, Uzbekistan, Kosovo, Argentina, Vietnam. Israele si è unito all’iniziativa “Board of Peace”, secondo quanto dichiarato mercoledì da Netanyahu, solo durante la sua visita a Washington, dove ha incontrato Trump e il Segretario di Stato Marco Rubio.

Per l’Europa al momento ci sono solo Ungheria e Albania, forse la Bielorussia, mentre l’Italia di Giorgia Meloni sta infilando come di consueto i piedi in due scarpe, tenendosene fuori formalmente ma cercando di rientrarvi come osservatore.

Insomma il governo Meloni vuole tenersi stretto Trump ma deve fare i conti con i vincoli dell’art.11 della Costituzione in materia di adesione a organizzazioni internazionali, vincoli ai quali fanno riferimento i partiti dell’opposizione per sbarrare il passo al governo nell’adesione all’organismo.

La ripetitiva e inefficace richiesta delle opposizioni di “venire a riferire in Parlamento” è stata però subito accolta e neutralizzata, se ne discuterà infatti oggi alla Camera con delle comunicazioni del ministro degli esteri Tajani e, pare, con un voto finale sulle risoluzioni che verranno presentate.

Ma la Meloni ha anche un problema di soldi. Se vuole stare dentro al Board deve “cacciare” almeno un miliardo di dollari. A meno che non intenda distoglierlo dai 5,5 miliardi di euro stanziati per il fatidico Piano Mattei (di cui spesi in tre anni e mezzo solo 1,3 miliardi, ndr) dovrebbe tirare per la giacca di brutto il ministro dell’Economia e non sarebbe una passeggiata, per di più senza grandi convinzioni e consensi intorno ad una scelta che mette in sollecitazione sia i rapporti con il resto della UE e con la stessa Onu.

Il varo del Board of Peace, come noto è stato ufficialmente annunciato lo scorso gennaio da Jared Koushner al World Economic Forum di Davos e viene descritto come un nuovo organismo internazionale che, almeno nelle intenzioni della Casa Bianca, dovrebbe occuparsi della gestione e della risoluzione dei conflitti globali, insomma una sorta di Onu alternativa e in formato Trump.

Nella bozza dello Statuto del Board of Peace paradossalmente non c’è nessun riferimento esplicito a Gaza ma si evoca un mandato molto più ampio per la “promozione di stabilità, pace e governance” nelle aree colpite o minacciate da conflitti. Alcune dichiarazioni dello stesso Trump lasciano intendere che il Board of Peace “potrebbe” arrivare a sostituire le Nazioni Unite e avrebbe nel presidente USA un “presidente a tempo indeterminato”.

Intervenendo alla recente Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, il Segretario di Stato statunitense Marco Rubio ha dichiarato che l’ONU “non poteva risolvere la guerra a Gaza” e “praticamente non ha avuto alcun ruolo nella risoluzione dei conflitti globali”.

Il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu intervenendo ad una sessione speciale della Knesset, riferendosi alla Fase 2 per Gaza, ha già chiarito che “la prossima fase non è la ricostruzione ma il disarmo di Hamas”. Tel Aviv ha aderito al Board of Peace solo dopo la recentissima visita di Netanyahu negli USA e dopo molti tentennamenti. Gli interessi di Israele al momento non sembrano coincidere esattamente con quelli della Casa Bianca.

L’ANP è stata esclusa dal Board, ma il piano statunitense prevede un’amministrazione di Gaza affidata a un comitato tecnocratico palestinese separato, chiamato “Comitato Nazionale per l’Amministrazione di Gaza” (NCAG). Questo comitato di 15 membri è guidato da Ali Shaath, un ex funzionario dell’ANP originario di Gaza, e opererà sotto la supervisione del Board of Peace.

I palestinesi appaiono molto divisi tra i pochi favorevoli e i molti contrari nel dare adesione e credibilità al Board of Peace. Mustafa Barghouti, segretario generale dell’Iniziativa Nazionale Palestinese, ha avvertito i leader che stavano vivendo in una “bolla di illusione”. “Mentre parliamo, il governo israeliano ha dichiarato che tutta la Cisgiordania è disponibile per gli insediamenti”, ha detto Barghouti. “Hanno praticamente dato il colpo di grazia all’accordo di Oslo davanti a tutto il mondo”.

Che l’Italia della Meloni voglia sentirsi parte di tale progetto è l’ennesimo orrore che questo governo vorrebbe farci ingoiare sul piano della collocazione internazionale del nostro paese. Del resto la normalità con cui si è reso complice con il genocidio dei palestinesi e l’accanimento contro la relatrice dell’Onu Francesca Albanese hanno già detto molto. Ma qui siamo ben dentro una insanabile passione per il lavoro sporco.

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16/02/2026

Palestina libera. Il grido dell’umanità che Israele e Meloni vorrebbero zittire con la forza

L’ultimo caso è quello di Ali Mohammed Hassan che lavorava in uno degli store ufficiali delle Olimpiadi Invernali di Milano Cortina 2026.

Quando un gruppo di tifosi israeliani entrato nel negozio ostentando la loro bandiera si è avvicinato al bancone, lui ha detto: “Palestina libera”. Una tifosa israeliana che filmava lo ha sfidato: “Dillo di nuovo”. E lui l’ha detto di nuovo: “Palestina libera.” E ancora: “Palestina libera”.

Un altro israeliano vicino ha decretato: “Dovrebbe essere licenziato”. E così è stato. Ali Mohammed Hassan è stato licenziato.

Il video è finito su uno dei circuiti mediatici sionisti denominata StopAntisemitism, un’organizzazione che si definisce “watchdog contro l’antisemitismo” e che negli ultimi anni ha funzionato come braccio mediatico della campagna di delegittimazione contro chiunque nomini la Palestina in pubblico.

Quasi automaticamente sono arrivati migliaia di like, centinaia di commenti e la richiesta alla direzione di Milano Cortina 2026 di cacciarlo. E in giornata Milano Cortina 2026 ha subito obbedito. Ali è stato licenziato.

La dichiarazione ufficiale è che: “Non è appropriato che il personale dei Giochi esprima opinioni politiche personali durante lo svolgimento delle proprie mansioni”.

Un dipendente dice due parole segnanti “Palestina libera” e viene licenziato in giornata. Un paese che massacra decine di migliaia di civili sfila e concorre invece alle Olimpiadi (opportunità consentita però solo a Israele ma non alla Russia ad esempio).

La stessa sorte era toccata a maggio scorso ad una dipendente della Scala di Milano che, quando la premier Meloni era entrata nel teatro per un evento internazionale, aveva gridato anch’essa dalla sua postazione “Palestina libera!”

Anche lei venne prontamente licenziata, ma poi la direzione della Scala è stata costretta a pagare il risarcimento perché il licenziamento è stato ritenuto non legittimo dal tribunale.

Ci auguriamo che anche nel caso di Ali la giustizia faccia il suo dovere. Siamo sicuri che le realtà sindacali e solidali milanesi faranno tutto quello che sarà necessario sul piano economico, legale e politico per tutelarlo.

Palestina libera sono due parole potentissime che però i governi italiano e israeliano vorrebbero cancellare dal vocabolario politico.

Il secondo pretendendo ovunque – anche in Italia – il silenzio e l’impunità sul genocidio dei palestinesi a Gaza.

Il primo perseguitando i palestinesi in Italia su ordine di Israele e varando leggi come il Ddl Romeo-Scalfarotto in discussione al Senato e che vorrebbe, appunto, imbrigliare e sanzionare il vocabolario quando si parla di Israele e Palestina. A marzo il provvedimento verrà discusso in aula per essere approvato.

Sul campo il genocidio israeliano a Gaza prosegue impunemente con il bilancio dei palestinesi uccisi che aumenta ogni giorno nonostante il cessate il fuoco. E prosegue anche in Cisgiordania, con una operazione di pulizia etnica davanti agli occhi del mondo che sta portando all’annessione di fatto dei Territori Palestinesi da parte di Israele, e non solo di quelli “contesi” ma anche di quelli assegnati internazionalmente alle autorità palestinesi.

Palestina Libera è dunque il grido di una intera umanità, quella che è scesa a milioni nelle strade per fare quello che i governi non hanno voluto né vogliono fare contro uno stato genocida.

Se i turisti israeliani pensano di poter tornare a sventolare tranquillamente in giro per il mondo una bandiera che questo mondo ha ormai individuato come simbolo di oppressione e morte, si sbagliano di grosso.

I governi possono essere complici ma la gente non dimentica tanto facilmente. Di questo discuteremo pubblicamente giovedì prossimo all’università La Sapienza di Roma.

Palestina Libera!!!

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10/02/2026

Israele annette la Cisgiordania

Il governo israeliano accelera la trasformazione giuridica e amministrativa della Cisgiordania occupata con una serie di decisioni approvate dal gabinetto di sicurezza che intervengono direttamente sulla proprietà della terra, sui registri fondiari e sull’applicazione delle leggi nei territori palestinesi. Tra le misure più rilevanti c’è la cancellazione di una legge di epoca giordana che vietava la vendita di terreni a ebrei nella Cisgiordania occupata. La decisione apre alla possibilità di acquisti diretti di proprietà e si accompagna alla riattivazione di un comitato statale per le acquisizioni fondiarie e alla desecretazione dei registri della proprietà, finora non pubblici. Qualsiasi cittadino israeliano potrà accedere ai registri e recuperare nomi e dati dei proprietari palestinesi delle case che si vorrebbero possedere. Per convincerli a “vendere” qualsiasi metodo sarà ammesso: pressioni, minacce, coercizione.

Il pacchetto è stato promosso da ministri dell’attuale governo con l’obiettivo dichiarato di rimuovere ostacoli burocratici e favorire lo sviluppo delle colonie. Le modifiche prevedono anche il trasferimento di competenze edilizie e di pianificazione dalle autorità palestinesi all’amministrazione civile israeliana in aree sensibili come Hebron, compresi i siti religiosi attorno alla moschea di Ibrahim, modificando gli equilibri amministrativi stabiliti dagli Accordi di Oslo, che verrebbero nei fatti cancellati dalle nuove leggi di Tel Aviv, illegali per il diritto internazionale.

Infatti le norme non riguardano solo le aree palestinesi controllate dall’esercito occupante: il governo intende ampliare l’applicazione delle leggi e delle attività anche in aree della Cisgiordania formalmente amministrate dall’Autorità nazionale palestinese. Le nuove disposizioni permettono interventi più ampi delle autorità israeliane su questioni legate a costruzioni considerate illegali, gestione del territorio, ambiente e patrimonio archeologico, rafforzando la presenza amministrativa israeliana oltre le zone tradizionalmente sotto pieno controllo militare.

Le decisioni rappresentano per la vita dei palestinesi un cambiamento strutturale che amplia il raggio d’azione del governo israeliano nei territori occupati e modifica gli equilibri giuridici stabiliti dagli accordi precedenti, introducendo nuovi strumenti legali e burocratici destinati a incidere sulla gestione della terra e sulle competenze delle istituzioni palestinesi. L’obiettivo di Tel Aviv è anche quello di sfruttare la Cisgiordania per sviluppare un mercato immobiliare simile a quello progettato dal presidente Trump per Gaza. Da un lato si lavora per la pulizia etnica dei palestinesi, demolendo le loro case, lasciando via libera alle azioni violente dei coloni, sfollando la popolazione dei campi profughi e impedendone il ritorno, utilizzando i checkpoint per rendere impossibile la vita e gli spostamenti. Dall’altro si offrono leggi e incentivi ai coloni israeliani affinché sostituiscano etnicamente la popolazione, allargando l’occupazione e il controllo.

È l’annessione di fatto della Cisgiordania, il tentativo di distruggere una volta per tutte il diritto alla nascita di uno Stato Palestinese, come ha anche oggi dichiarato il promotore delle riforme, il ministro Bezalel Smotrich.

L’autorità nazionale palestinese ha denunciato l’iniziativa israeliana, chiedendo agli Stati Uniti di intervenire per fermare il processo di annessione, come avevano promesso di fare. Ma l’approvazione del Consiglio di sicurezza giunge solo tre giorni prima della visita del premier Netanyahu a Washington, segno che Tel Aviv non teme eventuali reazioni dell’alleato. E anche che, nonostante i proclami, la “smilitarizzazione” di Gaza e il “disarmo” di Hamas non sono in cima alla lista delle priorità. Anzi, è probabile che si tratti di passaggi da evitare, anche attraverso azioni come quella del Consiglio di sicurezza, che allontanano la possibilità di una consegna pacifica delle armi da parte dell’organizzazione palestinese.

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05/02/2026

Rafah: porta d’accesso o porta d’uscita per lo sfollamento di Gaza?

L’apertura del valico di Rafah domenica non è stata un evento umanitario passeggero nel contesto della guerra, ma piuttosto un momento cruciale in una battaglia ben più ampia rispetto ai semplici aiuti umanitari e al passaggio temporaneo.

Non è un segreto che Israele inizialmente volesse che il valico fosse aperto solo per le uscite, ma è stato costretto ad accettare l’apertura in entrambe le direzioni.

Pertanto, la disputa in corso sul numero di palestinesi in entrata e in uscita non è un mero dettaglio amministrativo, ma la cruda espressione di una lotta strategica su destino, geografia e identità.

Israele sta spingendo per aumentare il numero di coloro che lasciano il valico; ne consentirà la partenza a mezzo milione. Nel frattempo, l’Egitto insiste su un numero uguale di persone in entrata e in uscita, non solo per mantenere un superficiale equilibrio umanitario, ma anche per paura che il suo territorio si trasformi da corridoio temporaneo in un insediamento permanente per i nuovi sfollati.

L’esperienza storica nella regione ha insegnato al Cairo che ciò che inizia sotto le mentite spoglie di aiuti umanitari può diventare una realtà politica permanente, e che il “passaggio temporaneo” può trasformarsi in un insediamento permanente senza ritorno.

Questa preoccupazione egiziana non è infondata. Un ampio dibattito politico israeliano, sostenuto da ministri attuali ed ex ministri e fortemente sostenuto dall’opinione pubblica, non ha mai nascosto il fatto che l’apertura di Rafah potrebbe essere la porta d’accesso a esodi di massa. In effetti, l’idea di espellere centinaia di migliaia di palestinesi è stata ripetutamente sollevata, sotto vari nomi: evacuazione umanitaria, reinsediamento, zone sicure o migrazione volontaria. Ma la sua essenza rimane la stessa: ridurre la presenza palestinese a Gaza.

Al centro di questo scenario c’è la posizione di Benjamin Netanyahu, che rifiuta qualsiasi ricostruzione di Gaza prima del disarmo di Hamas. Apparentemente, questa condizione sembra essere legata alla sicurezza. Ma in realtà, mantenere Gaza devastata, le sue infrastrutture distrutte, la sua economia esaurita e la sua speranza soffocata è una scommessa.

Una Striscia senza prospettive di vita si trasforma automaticamente in un ambiente che respinge sia la vita che i suoi abitanti, dove la partenza diventa una scelta forzata, non volontaria, e in ogni caso rimane un crimine di guerra, pienamente conforme al diritto internazionale, perché è il risultato di un atto di guerra.

Persino progetti commercializzati con nomi scintillanti, come la “Città Verde” di Rafah, portano con sé un pericoloso paradosso: la ristrutturazione cosmetica di un piano brutale. Dal punto di vista della pianificazione israeliana, l’idea non è tanto la ricostruzione di Gaza quanto la sua ingegneria demografica: svuotare vaste aree della Striscia e confinare la popolazione in una stretta striscia vicino al valico, dove la geografia si interseca con il concetto di sfollamento.

Assomiglia a un campo di concentramento civilizzato, con una facciata urbana e un linguaggio urbanistico moderno, ma con un’unica funzione politica: gestire un surplus di popolazione indesiderata.

In questo contesto, ciò che sta accadendo non può essere separato dal piano proposto dal presidente degli Stati Uniti Trump, che ha promosso la ridefinizione della mappa di Gaza e della sua popolazione con pretesti di sicurezza e umanitari, sfollando 1,8 milioni di persone.

Questo piano non è stato uno sviluppo improvviso, ma piuttosto parte di una visione israeliana più ampia e profonda che vede l’esito della guerra come un’opportunità per provocare un ampio cambiamento demografico, potenzialmente in grado di colpire centinaia di migliaia, o addirittura più di un milione, di palestinesi.

La vera minaccia esistenziale per Israele, secondo questa logica, non è l’Iran, i suoi missili o il suo programma nucleare, ma piuttosto i numeri silenziosi che si accumulano tra il fiume e il mare: circa sette milioni e mezzo di ebrei rispetto a un numero simile di palestinesi. Questo è il tema generale su cui si basano tutte le politiche, tutte le guerre e tutti i progetti di “sicurezza” e “accordi definitivi”. Tutto il resto è mero dettaglio in una battaglia per l’equilibrio tra popolazione, identità e futuro.

Rafah, quindi, non è semplicemente un valico di frontiera. È un punto di contatto tra geografia e demografia, tra guerra e memoria, tra ciò che viene detto pubblicamente e ciò che viene pianificato a porte chiuse.

Chiunque legga la scena al di fuori di questo contesto più ampio vedrà solo il movimento attraverso un valico. Ma chiunque lo legga alla luce della lunga lotta per la terra e per le persone si renderà conto che ciò che si apre oggi potrebbe non essere solo un passaggio, ma un varco verso una nuova equazione storica, destinata a cambiare per sempre il volto della realtà palestinese. Questo, almeno, è ciò che Israele progetta e spera.

“Ciò che sta accadendo oggi al valico di Rafah è uno scontro tra la ‘sovranità geografica’, che garantisce il diritto al ritorno e al movimento, e un’estrema ‘ingegneria preventiva’ che cerca di soffocare questo diritto attraverso la tecnologia.

Il passaggio di 5 persone in 12 ore è un campanello d’allarme tecnico che richiede una revisione del protocollo operativo internazionale per garantire la dignità del viaggiatore palestinese e impedire lo sfollamento forzato sotto le mentite spoglie di ‘ispezione tecnica’”. 

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04/02/2026

Libano - Israele avvelena le terre del sud per renderle invivibili

Israele sta provando a trasformare il sud del Libano in una zona a tossicità controllata, aggiungendo alle bombe – sganciate in spregio al cessate il fuoco – la guerra chimica per il ridisegno geografico e demografico del territorio. Secondo i rapporti dei caschi blu dell’Unifil, l’aviazione israeliana sta sganciando sostanze non identificate lungo la frontiera, all’interno del territorio libanese, costringendo la missione Onu a una ritirata senza precedenti da un terzo della sua area operativa e alla sospensione di ogni pattugliamento in settori ormai inaccessibili per gli stessi garanti della tregua. È l’accusa mossa dal presidente libanese Joseph Aoun, che ha definito l’irrorazione di glifosato da parte di Israele “un crimine ambientale e sanitario contro i libanesi e la loro terra”.

Non si tratta di una sperimentazione isolata, ma di una fase degli obiettivi militari israeliani, che vede la missione delle Nazioni Unite e l’esercito libanese ridotti a raccogliere campioni di suolo nel tentativo di identificare l’ecocidio. La gravità della situazione era stata subito confermata dalla ministra dell’Ambiente libanese, Tamara Zein, che ha denunciato come gli aerei israeliani abbiano irrorato sostanze simili a pesticidi o agenti chimici non identificati sopra il villaggio di Aita al-Shaab e altre zone limitrofe, ordinando analisi immediate per accertare le tossicità. L’Unifil ha precisato che l’esercito israeliano aveva preavvisato la missione di un’attività aerea per il rilascio di sostanze definite “non tossiche”, intimando però ai soldati Onu di restare al riparo nei bunker, un ordine che ha paralizzato le operazioni internazionali per oltre nove ore. Nonostante la richiesta di spiegazioni, Tel Aviv non ha condiviso alcuna notizia sull’origine delle sostanze chimiche, né sullo scopo del loro utilizzo.

Nel tardo pomeriggio di mercoledì è arrivato l’annuncio congiunto dei Ministeri dell’Agricoltura e dell’Ambiente, i quali hanno confermato che le sostanze nebulizzate dai velivoli israeliani su diversi centri di confine nella giornata di domenica consistono in concentrazioni abnormi di glifosato. La nota ufficiale precisa che l’analisi dei campioni ha rivelato livelli dell’erbicida superiori tra le venti e le trenta volte rispetto agli standard di tolleranza comunemente accettati, descrivendo quindi una deliberata contaminazione chimica. Aoun ha dichiarato che l’azione non è una semplice violazione della sovranità territoriale, ma un preciso crimine sanitario e sociale ai danni della popolazione libanese. Le operazioni di irrorazione hanno interessato centri nevralgici come Aita al-Shaab, Ramieh e Marwanieh, nel distretto di Bint Jbeil, scatenando l’immediata reazione dei residenti che hanno documentato l’accaduto sollecitando l’intervento delle autorità.

L’obiettivo denunciato dai gruppi ambientalisti come Green Southerners è la neutralizzazione definitiva dei terreni agricoli e la creazione di un ambiente ostile alla vita umana per un tempo indefinito. È la strategia della “terra bruciata”, che trova riscontri anche nel sud della Siria: l’esercito israeliano sta utilizzando le stesse sostanze sui territori siriani che ha dichiarato di voler “svuotare”, e per i quali ha emesso ordini di evacuazione (totalmente illegali).

Trasformare il sud del Libano in una “terra morta” è, insieme, un’arma di pressione utilizzata per ottenere lo sgombero delle Nazioni Unite – evitando un attacco frontale – e rendere fisicamente impossibile il rientro delle decine di migliaia di sfollati libanesi, i quali, al termine delle ostilità, troverebbero ad attenderli solo una terra sterile.

Le autorità hanno avvertito di “potenziali rischi per la salute e l’ambiente che potrebbero colpire l’acqua, il suolo e la catena alimentare”, annunciando azioni legali e diplomatiche per “difendere il diritto dei libanesi alla loro terra e per sfidare l’ecocidio commesso dal nemico israeliano”.

Il Ministero dell’ambiente ha annunciato che effettuerà una raccolta dati precisa sulle sostanze utilizzate da Israele, confrontandole con quelle presenti nella lista delle sostanze non permesse dal diritto internazionale. Tutti risultati, compresi quelli sui danni ambientali, verranno raccolti in una documentazione approfondita che verrà in seguito presentata a corredo di una denuncia ufficiale al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.

L’avvelenamento delle falde e la distruzione delle colture mirano a recidere il legame tra la popolazione e il territorio, trasformando tutta l’area di confine del Paese in una fascia morta, dove la vita civile non potrà più mettere radici. Questa tattica, definita dall’Onu come una violazione della risoluzione 1701 e dell’accordo di cessate il fuoco del novembre 2024, non serve alla guerra di Tel Aviv contro a Hezbollah ma a creare una “zona cuscinetto” dove prima esisteva una comunità agricola, imponendo un fatto compiuto, nel silenzio di una diplomazia internazionale incapace di proteggere i propri mandati.

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31/01/2026

Gaza - Netanyahu riapre Rafah, ma l’obiettivo è la ripresa dell’offensiva militare

di Michele Giorgio

Nell’imminenza della riapertura, domenica, del valico di Rafah, essenziale per il miglioramento delle condizioni di vita per oltre due milioni di gazawi e l’attuazione delle fasi successive dell’accordo di cessate il fuoco tra Israele e Hamas, le valutazioni dei principali analisti israeliani mostrano un’opinione comune: Benyamin Netanyahu non considera il piano di Trump una soluzione definitiva. Piuttosto il primo ministro di destra scommette sul suo fallimento nella seconda fase e cercherà di creare un pretesto per riprendere l’offensiva contro Gaza. Netanyahu, credono alcuni, spera che Hamas si astenga dal consegnare volontariamente le sue armi in modo che Trump gli dia il “via libera” per una nuova azione militare.

I tentativi di Netanyahu di riprendere gli attacchi sono in linea con le ambizioni della destra più radicale di ottenere una “vittoria totale” volta a imporre un governo militare israeliano su Gaza, ricostruire gli insediamenti coloniali e sfollare la popolazione palestinese. Netanyahu inoltre vuole rafforzare la sua incerta posizione di leader in vista delle elezioni che si terranno quest’anno.

Il commentatore militare di Haaretz, Amos Harel, afferma che l’attuale linea israeliana si basa su una previsione: il fallimento dell’iniziativa degli Stati Uniti. Secondo Harel emergeranno con Washington disaccordi fondamentali sul disarmo di Hamas previsto dalla seconda fase del piano Trump. Israele accetterà la consegna di armi pesanti, come i razzi, da parte di Hamas, ma la disputa persisterà riguardo alle armi leggere e ai fucili d’assalto che Israele considera una minaccia diretta, anche se sono destinati alla polizia palestinese. L’analista afferma che l’esercito, su disposizione di Netanyahu, ha già predisposto piani per occupare tutta Gaza ma il premier resta in attesa del fallimento del piano americano per evitare l’ira di Washington.

Nahum Barnea, del quotidiano Yedioth Ahronoth, esamina quelle che definisce le “complicazioni sul campo”, riferendosi alla recente operazione militare a Hebron, “che ha mostrato le difficoltà che l’esercito potrebbe incontrare nella Striscia di Gaza per disarmarla completamente”. Anche Barnea afferma che Netanyahu spera che Hamas si astenga dal consegnare volontariamente le armi, poiché ciò garantirebbe “legittimità” all’idea di un governo militare israeliano. Tuttavia, aggiunge, questa soluzione è irrealistica considerando il successo di Hamas nel resistere a due anni di bombardamenti e attacchi di Israele.

In un altro articolo pubblicato su Yediot Aharonot, Tzachi Hanegbi, ex capo del Consiglio di sicurezza nazionale e stretto collaboratore di Netanyahu, afferma che “è nell’interesse di Israele concedere a Washington un periodo di prova politica, pur essendo pronto a tornare a combattere se Hamas si rifiuterà di consegnare le armi”. Hanegbi aggiunge che lo scenario di rifiuto di disarmare e di ripresa della guerra è “il più probabile”.

Più parti sostengono come sia già in corso una narrazione mediatica e politica volta a ottenere legittimità nazionale e internazionale per riprendere l’offensiva. Campagna che si concentra su questi punti: accusare Hamas di continuare a rafforzare il suo apparato militare e di trarre profitto dagli aiuti umanitari che entrano a Gaza ed affermare che il comitato tecnico palestinese non sarà altro che una copertura per il continuo dominio del movimento sulla Striscia. Questa campagna cerca anche di dipingere i ruoli regionali, in particolare quelli del Qatar e della Turchia, come dannosi per gli interessi israeliani, per spianare la strada all’idea che distruggere le capacità militari e amministrative palestinesi a Gaza sia l’unica opzione rimasta dopo il fallimento dei percorsi politici.

Due giorni fa, la tv online Canale 14, megafono della destra israeliana, citando fonti militari ha riferito che il capo di stato maggiore, Eyal Zamir, ha approvato un piano per un attacco su larga scala in aree della Striscia di Gaza dove in precedenza sono state effettuate poche operazioni, come parte degli sforzi per “sconfiggere Hamas” e imporre il controllo diretto di Israele sulla Striscia. Secondo il canale televisivo, l’apparato militare e di sicurezza sta prendendo in considerazione tre scenari: un percorso politico volto a smantellare Hamas entro un certo lasso di tempo, un’operazione militare limitata per esercitare una pressione immediata sul campo, oppure una risoluzione militare completa che includa l’occupazione di Gaza e l’imposizione di un’amministrazione israeliana in preparazione di una internazionale.

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28/01/2026

Senatrice Segre, quando smetterete di usare l’Olocausto contro il popolo palestinese?

La senatrice Liliana Segre, in occasione delle celebrazione ufficiale della “Giornata della Memoria”, ha detto: “Non si può usare Gaza contro l’Olocausto”.

La verità è che, da troppo tempo, ormai, in Occidente, si sta facendo l’esatto contrario. Francamente, io non alcuna remora a dire che, proprio mentre si sta consumando una delle peggiori pulizie etniche degli ultimi 100 anni – il Genocidio del popolo Palestinese – anziché affermare che “mai più”, voleva dire mai più per qualunque popolo e a qualsiasi latitudine, anche questa volta, la senatrice Segre ha preferito usare, proprio nel “Giorno della Memoria”, il peggiore artifizio retorico esibito sistematicamente dai peggiori sionisti di tutto il globo ai quali, scandalosamente, si accoda, da troppo tempo, ormai, una delle peggiori comunità ebraiche del mondo: quella italiana.

Dopo le immagini dei campi di concentramento, la criminale follia del nazifascismo, avevamo detto “mai più”. E invece sono arrivate le immagini terribili del genocidio palestinese che, dietro lo scudo mediatico di una falsa “tregua”, ha soltanto cambiato tempi e modi, ma non è mai cessato.

Sì, perché Israele continua, imperterrito, ad infliggere immani sofferenze e deprivazioni ad un popolo intero. Lo costringe alla fame, al freddo, alle bombe, a bere acqua contaminata, ad ammalarsi senza poter essere curato. È quel che succede a Gaza.

Ma, da qualche tempo, la violenza di Israele si è scatenata anche contro il popolo palestinese della Cisgiordania. Non che prima non ve ne fosse. Solo che ora la violenza dei coloni, supportati sistematicamente dai militari israeliani dell’IDF, ha raggiunto livelli di tale crudeltà e ferocia, che appare, oltre modo, evidente, l’obiettivo di Israele di costringere la popolazione palestinese che vi abita ad un esodo “biblico”.

Un obiettivo nemmeno tanto malcelato, visto che diversi esponenti del governo israeliano parlano ormai apertamente di “deportazione” del popolo palestinese perché, dicono, così è scritto in quella Torah in cui la Cisgiordania è indicata con i nomi biblici di Giudea e Samaria (in ebraico: Yehuda ve-Shomron – יהודה ושומרון).

Dov’è finita l’umanità che, dopo la tragedia della Shoa avevamo costruito con l’orrore negli occhi, con le sofferenze degli internati nei campi di concentramento? Con quelle immagini terrificanti ed i racconti dei sopravvissuti?

Primo Levi riguardo alla memoria del Lager ci aveva avvertiti: “Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario... perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre”. È ciò che sta succedendo. E cosa è Gaza oggi, se non un lager? E a cosa servono i lager?

È ancora Primo Levi, che al lager è scampato (anche se il lager lo ha continuato a tormentare tutta la vita) dice: “Lo scopo del lager è l’annientamento dell’uomo, che prima di morire deve essere degradato in modo che si possa dire, quando morrà, che non era un uomo”.

È quel che è successo e che continua a succedere a Gaza. A Gaza l’umanità, la nostra umanità, è morta, con quei bambini che muoiono di freddo, ogni giorno. A Gaza l’umanità è morta nella sistemica azione di togliere il cibo ed utilizzarlo come arma di guerra.

A Gaza l’umanità è finita, e dove non arrivano i proiettili arrivano le morti per fame e malattia. Quei bambini, a decine oramai, stanno morendo mentre noi ci dividiamo sul “riconoscimento dello Stato di Palestina”. Tra poco non ci sarà più nulla da riconoscere, e Netanyahu lo ripete tutti i giorni. Sarà un riconoscimento postumo. Un riconoscimento per salvare la nostra coscienza da un’umanità perduta.

Dopo il 7 ottobre 2023, i trucidi governanti israeliani hanno detto che “Gaza va rasa al suolo come Dresda”. Sembrava una macabra provocazione. E invece, abbiamo scoperto che era l’illustrazione di un lucido piano di sterminio di massa. E lo sterminio continua. Dopo le oceaniche proteste dei mesi scorsi, hanno deciso di cambiare linea: il genocidio continua ma a bassa intensità così che il sistema mediatico possa più agevolmente ignorare la lenta agonia di un popolo.

La tragedia è opacizzata e con un bel po’ di whitewashing, il piano di sterminio e deportazione andrà a gonfie vele tanto che, accanto al lager Gaza, in cui l’umanità e la dignità dei palestinesi continuano ad essere violate e calpestate, ora si è persino insediato un comitato d’affari, guidato da Donald Trump, che sta mettendo a punto un grande piano immobiliare speculativo che sorgerà sulle ossa e le ceneri di civili palestinesi sui quali Israele ha sganciato otto volte la potenza esplosiva delle bombe nucleari sganciate su Hiroshima e Nagasaki nel 1945 dagli USA.

Primo Levi disse “meditate, che questo è stato”, allora io dico: meditate, che questo è ancora.

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12/01/2026

Tel Aviv prepara una nuova offensiva a Gaza per marzo

Secondo quanto rivelato dal Times of Israel, ripreso poi da varie testate internazionali, attraverso fonti diplomatiche arabe e funzionari governativi, l’esercito di Tel Aviv avrebbe già elaborato piani dettagliati per una massiccia operazione militare da lanciare a marzo sulla Striscia di Gaza.

L’intento strategico è quello di spingere la cosiddetta “linea gialla” – la linea di demarcazione concordata tra la Striscia sotto occupazione e quella libera dall’IDF – ulteriormente verso la costa. Attualmente Israele controlla circa il 53% del territorio della Striscia, ma proprio qualche giorno fa avevamo scritto di come stesse già allargando le zone sotto il proprio controllo, nell’impunità e nel silenzio dei governi occidentali.

L’operazione mirerebbe a consolidare ed espandere queste aree, giustificando l’azione con la “necessità” di neutralizzare le minacce alla sicurezza. Il piano sarebbe il contraltare di ciò che il primo ministro israeliano Benyamin Netanyahu avrebbe concordato all’incontro di fine dicembre con Donald Trump, cioè l’avanzamento verso la seconda fase del piano statunitense per la Striscia.

Il nodo è che questa fase prevede il disarmo di Hamas, che l’organizzazione della resistenza palestinese ha legato alla creazione di uno stato palestinese. Ipotesi rifiutata categoricamente da Israele, perché per i sionisti il tema è proprio evitare di riconoscere il popolo palestinese e i suoi diritti all’autodeterminazione, cancellandolo culturalmente e fisicamente.

I vertici israeliani avrebbero dunque preparato i piani per raggiungere questa “soluzione finale” di nazista memoria, giustificandola con l’indisponibilità da parte di Hamas di proseguire sulla strada della “tregua” tracciata da Trump. Ovviamente un tale piano, con tutte le ripercussioni che potrebbe avere a livello internazionale e anche su quello interno di molti paesi, dopo le oceaniche manifestazioni degli ultimi due anni, dovrà avere il via libera statunitense. Che di solito non manca... 

Gli analisti citati dal Wall Street Journal sottolineano che, dal punto di vista militare, i pianificatori israeliani ritengono che le condizioni attuali, caratterizzate dal massiccio sfollamento della popolazione e dall’assenza di ostaggi israeliani nell’area (rimane un solo corpo da consegnare), permetterebbero un assalto molto più rapido rispetto al passato.

Sul fronte opposto, sempre secondo il Wall Street Journal, Hamas starebbe ricostruendo parte della rete di tunnel danneggiata e, grazie a un nuovo afflusso di fondi, sarebbe tornato a pagare regolarmente gli stipendi ai propri combattenti, preparandosi alla ripresa degli scontri. Ovviamente, i palestinesi sanno da sempre che non si può avere alcuna fiducia nel rispetto degli impegni presi da parte dei sionisti.

Dalla sua entrata in vigore, Israele ha del resto violato il cessate il fuoco oltre 1.200 volte. Sono circa 440 i palestinesi uccisi dal 10 ottobre ad oggi.

Intanto, UNRWA e OCHA (l’ufficio delle Nazioni Unite che coordina gli aiuti umanitari sul piano globale) denunciano una situazione disperata: rifugi inadeguati, allagamenti dovuti alle piogge invernali e una cronica mancanza di aiuti umanitari a causa delle restrizioni imposte ai valichi. A dimostrazione della malafede impunita di Israele.

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09/01/2026

Aggressione israeliana nel 2026: il futuro di Gaza e Cisgiordania

di Ilan Pappé

I media e la politica occidentali sono convinti che la cosiddetta guerra nella Striscia di Gaza sia finita. Di conseguenza, la nuova narrazione è che i combattimenti siano terminati grazie alle pressioni dei governi occidentali, che hanno accolto le richieste delle loro società di porre fine alla violenza nella Striscia di Gaza.

Si tratta di un’idea sbagliata a più livelli, che deve essere affrontata perché continuerà a dominare l’approccio occidentale alla questione palestinese in generale e al futuro della Striscia di Gaza in particolare.

Il mito della “guerra finita”

Gli ultimi due anni non sono stati una guerra, ma un Genocidio e l’intenzione principale, ovvero quella di ridurre le dimensioni della Striscia di Gaza sia territorialmente che demograficamente, permea le attuali azioni militari incrementali e discrete che hanno già causato la morte di centinaia di palestinesi dalla dichiarazione del cessate il fuoco.

Israele ha annesso parte della Striscia, presumibilmente per restituirla nel caso in cui Hamas fosse disarmato, ma allo stesso tempo il Ministro della Difesa Israel Katz ha dichiarato l’intenzione di Israele di costruire insediamenti ebraici e basi militari nella parte settentrionale della Striscia.

Inoltre, l’opera di ricostruzione e gli aiuti umanitari fondamentali vengono sospesi, presumibilmente perché c’è ancora il corpo di un ostaggio israeliano che non è stato restituito, ma bisogna comprendere, come ha affermato Giora Eiland, ex capo del Consiglio di Sicurezza Nazionale israeliano, che consentire la ricostruzione di Gaza non è nell’interesse di Israele.

Si tratta di una transizione da un Genocidio Totale a uno incrementale, un metodo che Israele ha già utilizzato negli anni dal 2009 al 2023. C’è la possibilità che il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump richieda una politica israeliana diversa, ma il suo approccio estroso è difficile da sviluppare.

L’unico aspetto positivo del suo approccio è la consapevolezza che il coinvolgimento turco nella ricostruzione della Striscia e come parte di una forza internazionale sia l’unica garanzia che, almeno a breve termine, non tutti i piani israeliani saranno attuati. Il ruolo della Turchia è il principale pomo della discordia tra Trump e il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu, e resta da vedere come verrà risolto.

I piani a lungo termine di Israele

Ma i Piani israeliani a lungo termine dovrebbero preoccuparci. Vanno oltre l’annessione di parte della Striscia, probabilmente la costruzione di insediamenti e basi militari, e si estendono in Cisgiordania e forse anche oltre, in alcuni Stati arabi confinanti.

L’élite politica israeliana, e non importa se ci sarà un governo diverso nel 2026, desidera annettere l’Area C della Cisgiordania. Nell’ambito di questa visione, l’esercito ha già condotto operazioni di Pulizia Etnica in diversi campi profughi, come Jenin e Shams al-Din, azioni che sono sfuggite all’attenzione dell’opinione pubblica internazionale e hanno messo ancora una volta a nudo l’indifferenza dei governi occidentali nei confronti del destino di decine di migliaia di palestinesi quest’inverno.

Allo stesso tempo, l’altra operazione di Pulizia Etnica, iniziata anni fa, continua a Gerusalemme Est, nella Valle del Giordano e sui Monti Hebron meridionali. A ciò si aggiunge l’opera dei Giovani delle Colline, vigilantes al servizio del governo che vessano quotidianamente i palestinesi attraverso Pogrom. Si tratta di un Piano a lungo termine, non di una politica casuale.

Allo stesso modo, è stato adottato un duplice approccio discutibile nei confronti degli oltre un milione di palestinesi cittadini di Israele. Da un lato, una politica pesante che delegittima la loro attività politica in solidarietà con la popolazione di Gaza, e dall’altro, incoraggiando bande criminali a terrorizzare la vita nei loro villaggi e città, nella speranza che ciò provochi l’emigrazione. Ancora una volta, si tratta di una strategia, non di una politica isolata.

Infine, c’è il desiderio di estendere Israele al Libano meridionale e alla Siria meridionale, nell’ambito di una visione messianica di ricostruzione del grande Israele biblico. Questo dovrebbe essere preso sul serio, insieme al desiderio di tornare al confronto con l’Iran. Parte di queste provocazioni è dovuta alla speranza di Netanyahu di indire elezioni in tempo di guerra (o addirittura di annullarle e di annullare il suo processo a causa della guerra), ma per i suoi alleati ideologici, questi scontri consolideranno Israele come una temibile potenza regionale.

Tutto questo avrà successo? Difficile dirlo. Non tutti in Israele condividono questo orientamento ideologico, ma esso domina la società e la politica israeliane. Molto dipenderà dalla risposta regionale e internazionale a questi sviluppi. Una risposta ferma può scongiurare questo tipo di aggressione e provocazione, di cui i palestinesi saranno le principali vittime.

Sanzioni, condanne e una diplomazia attiva sono stati raramente tentati contro Israele. È giunto il momento di tentare un simile approccio, non solo per il bene dei palestinesi, ma anche per salvare gli israeliani da se stessi.

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07/01/2026

Israele estende la “linea gialla” a Gaza e continua la pulizia etnica, anche in Cisgiordania

Negli ultimi due giorni, l’offensiva militare israeliana a Gaza ha subito un’ulteriore accelerazione. Secondo i resoconti dei corrispondenti di Al Jazeera, le truppe di Tel Aviv stanno estendendo la cosiddetta “linea gialla”, che divide la Striscia tra una parte libera dall’occupazione dell’IDF e quella occupata.

Le truppe israeliane stanno espandendo la propria presa nella zona orientale dell’enclave, costringendo i palestinesi in aree sempre più ridotte e sovraffollate. I sionisti stanno penetrando in profondità nei quartieri di Tuffah, Shujayea e Zeitoun, nell’area est di Gaza City. Le operazioni si stanno avvicinando strategicamente a Salah al-Din Street, la principale arteria stradale che collega il nord e il sud della Striscia, costringendo migliaia di famiglie già sfollate a fuggire nuovamente sotto la minaccia delle armi.

Attualmente, Israele occupa fisicamente circa il 53% del territorio di Gaza. La parte sotto controllo militare è stata nei fatti svuotata della popolazione palestinese e i soldati sparano a chiunque tenti di attraversare il confine per tornare alle proprie case, inclusi donne e bambini. Allo stesso tempo, la densità abitativa nei quartieri non ancora occupati ha raggiunto livelli critici.

“La popolazione in molte zone non è solo raddoppiata, ma triplicata”, riferisce l’inviato di Al Jazeera Hani Mahmoud. Le persone vivono ammassate in condizioni disperate, mentre il ronzio costante dei droni e le esplosioni continuano a segnare le notti della popolazione civile.

Le violazioni del cessate il fuoco da parte israeliana sono quotidiane. Nei tre mesi di finta tregua sono stati uccisi circa 420 palestinesi, e oltre mille sono stati feriti. Secondo osservatori e organizzazioni umanitarie (a molte sono stati ritirati i permessi da Tel Aviv) l’obiettivo è quello di spingere i palestinesi all’emigrazione forzata per permettere il reinsediamento dei coloni israeliani.

In questa prospettiva vengono interpretate le voci sulla riapertura del valico di Rafah, ovviamente nella sola direzione dell’Egitto. Se da un lato la notizia alimenta la speranza di poter evacuare feriti e malati, dall’altro è evidente come una mossa del genere sarebbe lo strumento attraverso cui, sotto pressione delle bombe e dell’allargamento illegittimo della zona sotto occupazione, Israele spera a ultimare la pulizia etnica della Striscia.

Le recenti informazioni diffuse dall’UNRWA (accusata dai sionisti, non a caso, di essere anch’essa infestata da “terroristi di Hamas”) hanno rivelato che in Cisgiordania, a causa delle operazioni militari in corso nel nord della West Bank, sono 12 mila i bambini costretti allo sfollamento forzato. La pulizia etnica continua contro tutto il popolo palestinese.

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30/12/2025

Non esiste la “violenza dei coloni”. È la violenza israeliana

25 giugno. Il villaggio di Kafr Malek si trova sui ripidi pendii del Tall Asur, la cui cima è la quarta più alta tra le montagne della Palestina. Il 23 giugno, Amar Hamayel, un abitante del villaggio, è stato colpito alla schiena. Testimoni affermano che i soldati gli hanno sparato mentre si nascondevano dietro i pini.

Il proiettile è entrato nella schiena di Amar ed è uscito dal collo. Non era rivolto verso i soldati quando è stato ucciso. Per due ore l’esercito ha impedito l’arrivo di un’ambulanza, usando anche la violenza per impedire a parenti e vicini di soccorrere Amar. Un fuoristrada bianco, come quelli usati dal capo della sicurezza di un insediamento, è stato visto accanto al corpo. Aveva 13 anni. Due giorni dopo, più di 100 israeliani fecero irruzione nel villaggio. Scesero in massa dalla collina, alcuni con le maschere. Distrussero case, incendiarono tutto ciò che trovarono e lasciarono graffiti maligni sui muri.

Ma non erano soli. Dietro questa milizia c’erano le forze armate ufficiali dello Stato, che marciarono nel villaggio. Furono loro a uccidere tre abitanti, un adolescente e un altro all’ingresso della sua casa, mentre cercavano di difendere se stessi e il loro villaggio dall’assalto.

Poco dopo, la voce rotta di Jafar Hamayel tuonò al telefono: “Ci stanno uccidendo e hanno iniziato una guerra che ha una sola fazione. Solo loro e i loro cani da guerra al guinzaglio hanno le armi”.

10 ottobre. Il primo giorno della raccolta delle olive, circa 150 raccoglitori si radunarono sulla collina di Jabal Qamas, vicino alla città palestinese di Beita. Diverse tende e strutture temporanee erano state allestite sul sito, i cui abitanti e l’esercito chiamano Mevaser Shalom: Araldo della Pace. I raccoglitori trovarono i campi pieni di soldati e miliziani, spalla a spalla. Alla fine della giornata, 20 mietitori erano rimasti feriti, di cui 12 portati in ospedale. Tre erano giornalisti e un altro era un giovane che la milizia aveva colpito a una gamba. I rivoltosi hanno incendiato otto auto, ribaltato un’ambulanza e cercato di bruciarla.

Il giorno dopo, mentre una famiglia stava raccogliendo i frutti del suo terreno, i soldati su una collina di fronte hanno sparato gas lacrimogeni contro di loro. Un ragazzo di 13 anni, Aysam Mualla, è soffocato a causa del gas e ha perso conoscenza. I suoi assassini hanno ritardato l’arrivo di un’ambulanza per sei lunghi minuti di privazione di ossigeno. Aysam non si è mai risvegliato dal coma ed è morto un mese dopo in ospedale. Il giorno del suo funerale, l’esercito ha insistito per bloccare l’ingresso al suo villaggio. Soldati a bordo di veicoli militari furono inviati sul posto per lanciare granate stordenti contro i partecipanti al funerale.

La Cisgiordania non è extraterritoriale. L’intera terra, dal fiume al mare, è terra di un’unica legge. 

7 dicembre. Quella domenica notte l’esercito invase le strade e gli stretti vicoli del villaggio di al-Mughayyer. Lo scopo non era chiaro, poiché l’esercito bloccò tutti gli ingressi al villaggio e impose un coprifuoco non ufficiale, ma niente di più. Nel cuore della notte, i soldati spararono gas lacrimogeni e lanciarono granate stordenti tra le case dall’interno dei loro veicoli. Non ci fu alcun tentativo di rapire alcun giovane dal villaggio. Quella notte, rimasero tutti liberi.

Quello che accadde quella notte, proprio in quelle ore, fu un assalto da parte di un gruppo di israeliani nella casa di Abu Hamam, alla periferia del villaggio. Otto degli aggressori arrivarono mascherati e armati di bastoni dalla direzione dell’avamposto dei coloni di Havat Shlisha. Chiunque non fosse accecato dalla cortina fumogena e dalle menzogne ​​della propaganda israeliana avrebbe saputo in anticipo quali sarebbero stati i risultati dell’attacco e non sarebbe rimasto sorpreso dal coordinamento tra l’esercito e le forze non ufficiali che attuano la politica di violenza israeliana.

Gli aggressori hanno lasciato il villaggio prima dell’esercito, lasciando un ragazzo di 13 anni ferito alla testa e una donna di 59 anni con ferite alla testa, al torace e alle braccia; anche due giorni dopo, in ospedale, aveva difficoltà a stare in piedi. Anche quattro attivisti provenienti da Gran Bretagna, Francia e Stati Uniti sono stati ricoverati in ospedale.

Durante e subito dopo l’attacco, gli abitanti del villaggio e le squadre mediche si sono precipitati in aiuto della famiglia Abu Hamam, ma l’esercito non li ha lasciati passare. I soldati hanno puntato le armi contro l’autista dell’ambulanza e i paramedici che cercavano di raggiungere i feriti, minacciandoli di arrestarli se si fossero avvicinati. Solo alcune ore dopo i feriti hanno potuto essere evacuati.

Poche ore dopo, la minaccia di arresto è diventata realtà. Mentre l’ambulanza tornava dall’ospedale, i soldati bloccarono la strada e arrestarono due paramedici. Legarono loro le mani, coprirono loro gli occhi e li trattennero senza alcun motivo, solo perché erano lì. Poi, diverse ore dopo, li lasciarono andare. Questi soldati non erano coloni o membri delle unità di difesa regionale, ma semplicemente riservisti dell’esercito, le stesse persone che siedono nei caffè, negli uffici delle aziende e nei piani alti dirigenziali ovunque.

Gli attacchi alla famiglia continuarono nei giorni successivi. Come al solito, l’esercito trovò la soluzione nel vittimizzare ulteriormente le vittime. Prima emise un’ordinanza di 24 ore che dichiarava il sito zona militare chiusa. Questa ordinanza fu usata per arrestare due attivisti e tenerne lontani altri.

Poi soldati e agenti della Polizia di Frontiera si sono presentati con un ordine di chiusura di un mese. Hanno arrestato due attivisti americani, che hanno trascorso una settimana in prigione e ora sono stati espulsi, sebbene non si trovassero mai nella zona chiusa. I soldati continuavano a recarsi a casa della famiglia per dare la caccia a chiunque non risiedesse lì, purché non fosse di Havat Shlisha.

13 dicembre. Tre giovani uomini con grandi kippah di lana e lunghi riccioli ai lati del viso hanno circondato Hanan Khimel, al nono mese di gravidanza. Era in auto con i suoi due figli, di 4 e 5 anni. Gli aggressori hanno minacciato i tre, li hanno picchiati e li hanno spruzzati con gas urticante, lanciando loro insulti razzisti.

La polizia, che inizialmente aveva insistito nel definire l’episodio una lite tra automobilisti, ha arrestato e interrogato 17 residenti della città natale di Khimel che avevano protestato contro l’attacco. Nessuno di loro era sospettato di violenza, ma di aver detto la verità: l’attacco, che non ha avuto luogo in Cisgiordania ma a Jaffa, era rivolto all’intera comunità palestinese della città.

Niente di tutto questo è accaduto dal nulla, ma in un clima creato da un gruppo di ebrei religiosi che si sono stabiliti a Jaffa e sono finanziati dal comune di Tel Aviv. Questo gruppo terrorizza i residenti palestinesi di Jaffa da anni ed è fonte di tensione e instabilità in città.

Il gruppo è guidato dal Rabbino Eliyahu Mali, che il Procuratore di Stato ha deciso di non incriminare per sospetto di istigazione dopo aver affermato che “i terroristi di oggi sono i figli della precedente operazione militare che li ha lasciati in vita. Sono le donne in realtà quelle che producono i terroristi”.

La violenza dei coloni non esiste. La violenza contro i palestinesi in tutte le sue forme, quella perpetrata dalle forze armate e dai burocrati israeliani e quella che i progressisti amano immaginare come avvenuta al di fuori della legge, non è un fenomeno irregolare, ma l’essenza dell’israelianità. Come in Cisgiordania, così a Gaza, a Jaffa, in Galilea e ovunque altrove.

La Cisgiordania non è la terra dei coloni, e gli aggressori non sono una manciata di estremisti. Gli attacchi sono l’attuazione di una politica di Pulizia Etnica consolidata che non inizia e non finisce con i “coloni estremisti” o con il “governo di estrema destra”. La Cisgiordania non è extraterritoriale. L’intera terra, dal mare al fiume, è una terra con un’unica legge. Questo è Israele.

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29/12/2025

Rebranding del genocidio

di Chris Hedges

In primo luogo, “Israele aveva il diritto di difendersi”. Poi è diventata “una guerra”, anche se, secondo i dati dell’intelligence militare israeliana, l’83% delle vittime erano civili. I 2,3 milioni di palestinesi di Gaza, che vivono sotto un blocco aereo, terrestre e marittimo israeliano, non hanno esercito, aviazione, unità meccanizzate, carri armati, marina, missili, artiglieria pesante, flotte di droni killer, sistemi di tracciamento sofisticati per mappare tutti i movimenti, né un alleato come gli Stati Uniti, che ha fornito a Israele almeno 21,7 miliardi di dollari in aiuti militari dal 7 ottobre 2023.

Ora è un “cessate il fuoco”. Solo che, come al solito, Israele ha rispettato solo la prima delle 20 clausole. Ha liberato circa 2.000 prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri israeliane – 1.700 dei quali detenuti dopo il 7 ottobre – e circa 300 corpi di palestinesi, in cambio della restituzione dei 20 prigionieri israeliani rimasti.

Israele ha violato ogni altra condizione. Ha gettato l’accordo – mediato dall’amministrazione Trump senza la partecipazione palestinese – nel fuoco insieme a tutti gli altri accordi e patti di pace riguardanti i palestinesi. La violazione estesa e palese da parte di Israele degli accordi internazionali e del diritto internazionale – Israele e i suoi alleati si rifiutano di rispettare tre serie di ordinanze giuridicamente vincolanti della Corte Internazionale di Giustizia (CIG) e due pareri consultivi della CIG, nonché la Convenzione sul Genocidio e il diritto internazionale umanitario – presagisce un mondo in cui la legge è ciò che i paesi militarmente più avanzati affermano che sia.

Il finto piano di pace – il “Piano globale del presidente Donald J. Trump per porre fine al conflitto di Gaza” – in un clamoroso tradimento del popolo palestinese, è stato approvato dalla maggior parte del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite a novembre, con l’astensione di Cina e Russia. Gli stati membri si sono lavati le mani di Gaza e hanno voltato le spalle al genocidio.

L’adozione della risoluzione 2803 (2025), come scrive lo studioso del Medio Oriente Norman Finkelstein, “è stata allo stesso tempo una rivelazione di insolvenza morale e una dichiarazione di guerra contro Gaza. Dichiarando nullo il diritto internazionale, il Consiglio di Sicurezza si è autoproclamato nullo. Nei confronti di Gaza, il Consiglio si è trasformato in una cospirazione criminale”.

La fase successiva dovrebbe vedere Hamas consegnare le armi e Israele ritirarsi da Gaza. Ma questi due passaggi non si realizzeranno mai. Hamas – insieme ad altre fazioni palestinesi – respinge la risoluzione del Consiglio di Sicurezza. Affermano che disarmeranno solo quando l’occupazione finirà e verrà creato uno Stato palestinese. Il Primo Ministro Benjamin Netanyahu ha promesso che se Hamas non disarmerà, lo farà “nel modo più duro”.

Il “Board of Peace”, guidato da Trump, apparentemente governerà Gaza insieme a mercenari armati della Forza Internazionale di Stabilizzazione, alleata di Israele, sebbene nessun paese sembri ansioso di impegnare le proprie truppe.

Trump promette una Riviera di Gaza che funzionerà come una “zona economica speciale” – un territorio che opererà al di fuori delle leggi statali e sarà governato interamente da investitori privati, come la città-stato in Honduras sostenuta da Peter Thiel. Questo obiettivo sarà raggiunto attraverso il trasferimento “volontario” dei palestinesi – con l’offerta di token digitali in cambio a coloro che saranno abbastanza fortunati da possedere terreni.

Trump dichiara che gli Stati Uniti “prenderanno il controllo della Striscia di Gaza” e “la possederanno”. È un ritorno al governo dei viceré – anche se a quanto pare non dell’odioso Tony Blair. I palestinesi, in uno dei punti più ridicoli del piano, saranno “deradicalizzati” dai loro nuovi padroni coloniali.

Ma queste fantasie non si realizzeranno mai. Israele sa cosa vuole fare a Gaza e sa che nessuna nazione intercederà. I palestinesi lotteranno per sopravvivere in condizioni primitive e disumanizzanti. Saranno traditi, come è già accaduto tante volte in passato.

Secondo l’Ufficio Stampa del Governo di Gaza e il Ministero della Salute palestinese, Israele ha commesso 738 violazioni dell’accordo di cessate il fuoco tra il 10 ottobre e il 12 dicembre, inclusi 358 bombardamenti terrestri e aerei, l’uccisione di almeno 383 palestinesi e il ferimento di altri 1.002.

Si tratta di una media di sei palestinesi uccisi al giorno a Gaza, in calo rispetto alla media di 250 al giorno prima del “cessate il fuoco”. Israele ha dichiarato di aver ucciso sabato un alto comandante di Hamas, Raed Saad, in un attacco missilistico contro un’auto sulla strada costiera di Gaza. A quanto pare, anche altre tre persone sono rimaste uccise nell’attacco.

Il genocidio non è finito. Certo, il ritmo è rallentato. Ma l’intento rimane immutato. Si tratta di uccisioni al rallentatore. Il numero giornaliero di morti e feriti – con un numero crescente di persone che si ammalano e muoiono per il freddo e la pioggia – non si aggira sulle centinaia, ma sulle decine.

A dicembre, a Gaza sono stati autorizzati all'ingresso in media 140 camion di aiuti umanitari al giorno, invece dei 600 promessi, per mantenere i palestinesi sull’orlo della carestia e garantire una malnutrizione diffusa. A ottobre, secondo l’UNICEF, a circa 9.300 bambini di Gaza sotto i cinque anni è stata diagnosticata una malnutrizione acuta grave. Israele ha aperto il valico di frontiera con l’Egitto a Rafah, ma solo per i palestinesi che lasciano Gaza. Non è aperto a coloro che desiderano tornare a Gaza, come previsto dall’accordo.

Israele ha conquistato circa il 58% di Gaza e sta spostando costantemente la sua linea di demarcazione, nota come “linea gialla”, per espandere la sua occupazione. I palestinesi che attraversano questa linea arbitraria, che si sposta costantemente ed è scarsamente segnalata, vengono uccisi a colpi d’arma da fuoco o fatti saltare in aria , anche se sono bambini.

I palestinesi vengono stipati in un campo di concentramento sempre più piccolo, fetido e sovraffollato, finché non potranno essere deportati. Il 92% degli edifici residenziali di Gaza è stato danneggiato o distrutto e circa l’81% di tutte le strutture è danneggiato, secondo le stime delle Nazioni Unite.

La Striscia, lunga solo 40 chilometri e larga 11,5, è stata ridotta a 61 milioni di tonnellate di macerie, inclusi nove milioni di tonnellate di rifiuti pericolosi tra cui amianto, rifiuti industriali e metalli pesanti, oltre a ordigni inesplosi e circa 10.000 cadaveri in decomposizione.

Non c’è quasi acqua pulita, elettricità o trattamento delle acque reflue. Israele blocca le spedizioni di materiali da costruzione, tra cui cemento e acciaio, materiali per ripari, infrastrutture idriche e carburante, quindi nulla può essere ricostruito.

L’82% degli ebrei israeliani sostiene la pulizia etnica dell’intera popolazione di Gaza e il 47% sostiene l’uccisione di tutti i civili nelle città conquistate dall’esercito israeliano. Il 59% sostiene che lo stesso vada fatto ai cittadini palestinesi di Israele. Il 79% degli ebrei israeliani afferma di non essere “così turbato” o “per niente turbato” dalle notizie di carestia e sofferenza tra la popolazione di Gaza, secondo un sondaggio condotto a luglio.

Le parole “Cancellare Gaza” sono apparse più di 18.000 volte nei post di Facebook in lingua ebraica solo nel 2024, secondo un nuovo rapporto sull’incitamento all’odio e l’incitamento contro i palestinesi.

La più recente forma di celebrazione del genocidio in Israele, dove i social media e i canali di informazione ridono abitualmente delle sofferenze dei palestinesi, è l’apposizione di cappi d’oro sui risvolti dei membri del partito politico di estrema destra Otzma Yehudit, la versione israeliana del Ku Klux Klan, tra cui uno indossato dal ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir.

Stanno spingendo un disegno di legge alla Knesset che mira a rendere obbligatoria la pena di morte per i palestinesi che “causano intenzionalmente o indifferentemente la morte di un cittadino israeliano”, se si dice che siano motivati da “razzismo o ostilità verso un pubblico” e con lo scopo di danneggiare lo Stato israeliano o “la rinascita del popolo ebraico nella sua terra”, spiega l’organizzazione israeliana per i diritti umani Adalah.

Più di 100 palestinesi sono stati uccisi nelle carceri israeliane dal 7 ottobre. Se il nuovo disegno di legge diventerà legge – ha superato la prima lettura – si unirà all’ondata di oltre 30 leggi anti-palestinesi promulgate dal 7 ottobre 2023.

Il messaggio che il genocidio invia al resto del mondo, più di un miliardo del quale vive con meno di un dollaro al giorno, è inequivocabile: abbiamo tutto e se provate a portarcelo via, vi uccideremo.

Questo è il nuovo ordine mondiale. Sarà come Gaza. Campi di concentramento. Fame. Distruzione di infrastrutture e società civile. Uccisioni di massa. Sorveglianza su larga scala. Esecuzioni. Torture, tra cui percosse, elettrocuzioni, waterboarding, stupri, umiliazioni pubbliche, privazione del cibo e negazione delle cure mediche, abitualmente usate sui palestinesi nelle carceri israeliane.

Epidemie. Malattie. Fosse comuni dove i cadaveri vengono ammassati con i bulldozer in fosse anonime e dove i corpi, come a Gaza, vengono dissotterrati e fatti a pezzi da branchi di cani selvatici famelici.

Non siamo destinati alla Shangri-La venduta a un pubblico credulone da accademici fatui come Stephen Pinker. Siamo destinati all’estinzione. Non solo all’estinzione individuale – che la nostra società consumistica tenta furiosamente di nascondere spacciando la fantasia dell’eterna giovinezza – ma all’estinzione totale con l’aumento delle temperature che renderà il Globo inabitabile. Se pensate che la specie umana risponderà razionalmente all’ecocidio, siete tristemente fuori contatto con la natura umana. Dovete studiare Gaza. E la storia.

Se vivete nel Nord del mondo, potrete osservare l’orrore, ma lentamente questo orrore, con il peggioramento del clima, tornerà a casa, trasformando la maggior parte di noi in palestinesi. Data la nostra complicità nel genocidio, è ciò che ci meritiamo.

Gli imperi, quando si sentono minacciati, ricorrono sempre allo strumento del genocidio. Chiedetelo alle vittime dei conquistadores spagnoli. Chiedetelo ai nativi americani. Chiedetelo agli Herero e ai Nama. Chiedetelo agli armeni. Chiedetelo ai sopravvissuti di Hiroshima o Nagasaki. Chiedetelo agli indiani sopravvissuti alla carestia del Bengala o ai Kikuyu che si ribellarono ai colonizzatori britannici in Kenya. Toccherà anche ai rifugiati climatici.

Questa non è la fine dell’incubo. È l’inizio.

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06/12/2025

Israele pone condizioni irrealizzabili per il ritorno dei palestinesi nel campo di Jenin

La tv i24 riferisce che le autorità israeliane hanno presentato una serie di condizioni irrealizzabili per consentire il ritorno dei residenti nel campo profughi palestinese di Jenin e negli altri campi e centri abitati nel nord della Cisgiordania che da quasi un anno sono presi di mira dall’offensiva “Muro di ferro” dell’esercito israeliano. La prima riguarda il divieto imposto all’Autorità Nazionale Palestinese di permettere l’ingresso nei campi alle organizzazioni umanitarie internazionali, una richiesta che per Ramallah è impossibile da realizzare, poiché equivarrebbe all’abbandono anche politico della questione dei rifugiati. Israele ha dichiarato che senza un accordo preliminare su questo punto non si potrà discutere di nulla.

Le altre condizioni appaiono una prosecuzione in chiave amministrativa di quanto l’esercito sta facendo da mesi sul terreno. Il ritorno degli sfollati sarebbe consentito solo dopo il completamento dei lavori di ristrutturazione dei campi, un eufemismo che nella pratica significa demolire case, allargare assi stradali, asfaltare le vie tracciate sulle macerie degli edifici e predisporre un sistema di barriere e posti di polizia destinati a controllare rigidamente l’accesso. Tutto ciò avverrebbe in pieno coordinamento con i comandi militari, che intendono dotare i campi anche di infrastrutture sotterranee per le reti idriche ed elettriche, un’operazione presentata come infrastrutturale, ma che i palestinesi vedono come un modo per consolidare il controllo da parte dell’occupazione militare.

La ricostruzione secondo i parametri israeliani ha già assunto i contorni di una trasformazione profonda dei campi. A Jenin, dove l’esercito è tornato più volte nel corso dei mesi, sono cominciate nuove demolizioni. Dall’inizio dell’offensiva, più di 700 case e strutture sono state distrutte in modo parziale o totale. Non va meglio nei campi di Tulkarem e Nur Shams, anch’essi travolti dall’operazione che ha prodotto oltre cinquantamila sfollati.

La fase attuale è il risultato di oltre 300 giorni di incursioni, rastrellamenti, demolizioni mirate e campagne di arresti che hanno colpito in modo continuo Jenin, Tulkarem e Nur Shams. Il governatore di Tulkarem, Abdullah Kamil, aveva riferito alla fine di ottobre che le autorità israeliane avevano preannunciato l’estensione delle operazioni militari almeno fino alla fine di gennaio 2026.

In questo quadro si inserisce l’ultimo episodio di violenza registrato ieri nel villaggio di Awarta, a sud di Nablus, dove Bahaa Rashid, 38 anni, è stato ucciso da colpi d’arma da fuoco durante un’incursione delle forze israeliane nei pressi della vecchia moschea di Odla. Secondo fonti locali, i soldati hanno sparato proiettili veri, gas lacrimogeni e granate assordanti contro i fedeli che uscivano dalla preghiera, innescando scontri che hanno portato al ferimento mortale di Rashid. Dall’inizio dell’offensiva contro Gaza, l’intensificazione delle attività dell’esercito in Cisgiordania ha causato l’uccisione di almeno 1085 palestinesi e il ferimento di undicimila persone. Parallelamente, si contano circa 21 mila arresti nei territori occupati, inclusa Gerusalemme, con oltre 10.800 ancora nelle carceri israeliane.

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30/11/2025

ONU: territori palestinesi in rovina, decenni buttati e ricostruzione in salita

Non è una recessione, e non è nemmeno una semplice crisi. Quello che si sta consumando nei Territori Palestinesi Occupati è un collasso sistemico che le Nazioni Unite, nel loro ultimo rapporto rilasciato in questo novembre 2025, non esitano a definire come un passaggio “dal sottosviluppo alla rovina totale”.

Si tratta di un’analisi condotta dalla Conferenza delle Nazioni Unite sul Commercio e lo Sviluppo (UNCTAD), che fotografa una realtà devastante: l’escalation delle ostilità seguita all’ottobre 2023 ha agito come un acceleratore per una distruzione generalizzata, che si è innestata su di un tessuto già fragile. In soli quindici mesi, Israele ha cancellato oltre vent’anni di sforzi per lo sviluppo economico e sociale.

Ovviamente, la Striscia di Gaza è l’area più colpita. I numeri dell’ONU descrivono un territorio che, nei fatti, non ha più un’economia. Tra il 2023 e il 2024, il PIL gazawi si è contratto dell’87%, riducendosi alla cifra irrisoria di 362 milioni di dollari. Parallelamente, il PIL pro capite è crollato a 161 dollari, uno dei livelli più bassi al mondo, ma anche nei confronti della Cisgiordania. Il reddito di un abitante della Striscia è ormai il 4,6% di quello di un palestinese della West Bank, mentre nel 1994 le due economie si trovavano su piani comparabili.

La distruzione fisica è quasi assoluta. Le immagini satellitari analizzate dall’ONU mostrano un calo del 73% delle luci notturne, simbolo di attività che sono state spente con la forza e che lasciano solo un’atmosfera spettrale. Il 92% delle abitazioni è stato danneggiato o distrutto, lasciando un milione e mezzo di persone senza un tetto sopra la propria testa. Il sistema scolastico è collassato, con gli studenti privi di istruzione formale da quasi due anni, mentre il 50% degli ospedali non funziona più.

Ciò non significa che la Cisgiordania se la passi meglio, a dimostrazione di come il problema, per Israele, non è mai stata Hamas, ma i palestinesi stessi, e qualsiasi ipotesi di loro autodeterminazione. L’onda d’urto è arrivata anche in questa regione: il PIL si è contratto del 17% nel solo 2024.

Qui il terrorismo sionista, che continua a uccidere indiscriminatamente e a perpetrare una violenza sistemica, utilizza anche altri mezzi, come ad esempio delle soffocanti restrizioni alla mobilità. Posti di blocco e barriere hanno frammentato il territorio della Cisgiordania, rendendo un miraggio qualsiasi continuità territoriale necessaria alla formazione di uno stato palestinese.

Ci sono poi le azioni dei coloni: tra l’ottobre 2023 e il luglio 2025 si sono registrati quasi 3.000 attacchi contro palestinesi, e la distruzione di oltre 2.800 loro strutture. Solo a Jenin, ad esempio, 8 mila imprese palestinesi hanno dovuto chiudere i battenti. E una reazione da parte delle autorità palestinesi è resa impossibile anche dal ricatto continuo sui proprio fondi.

L’UNCTAD parla della “peggiore crisi fiscale della storia” dell’Autorità Nazionale Palestinese. Il governo è strangolato finanziariamente. Israele, che controlla i confini, riscuote le imposte sulle importazioni per conto dei palestinesi, ma trattiene unilateralmente quote sempre maggiori di questo denaro.

Dal 2019 ad oggi, le somme trattenute o dedotte da Israele hanno superato 1,76 miliardi di dollari, una cifra enorme che vale quasi il 13% dell’intero PIL palestinese del 2024. Senza queste risorse, il governo palestinese non riesce a pagare gli stipendi pubblici, e il sistema sanitario sopravvive solo accumulando debiti con i fornitori privati.

Le prospettive delineate dall’organismo ONU sono preoccupanti. La sola ricostruzione materiale di Gaza richiederebbe, secondo stime preliminari, oltre 53 miliardi di dollari. Ma i tempi sono la vera incognita: anche nello scenario migliore, ipotizzando la fine immediata delle ostilità e una crescita a doppia cifra sostenuta dagli aiuti, serviranno decenni per riportare Gaza al livello di benessere pre-ottobre 2023.

Senza considerare che qualsiasi ipotesi di autodeterminazione per il popolo palestinese non può di certo essere costruita sul benestare filantropico degli aiuti umanitari. E proprio questo è un altro obiettivo perseguito coscientemente da Tel Aviv.

Dalle Nazioni Unite si alza un ulteriore monito: accanto a un cessate il fuoco davvero reale e stabile serve un piano di salvataggio che includa un reddito di base d’emergenza per la popolazione affamata. Chi dovrebbe pagare questa spesa? Sappiamo bene che dovrebbe essere Israele, ma sappiamo bene anche che i vertici sionisti preferiscono far morire di fame i palestinesi. Parola loro.

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28/11/2025

Cisgiordania. Israele sta prendendo tutto…

All’alba. Ruspe, elicotteri, blindati. La nuova operazione terroristica dell’Idf – battezzata “Cinque pietre” – piomba su Tubas e sui villaggi attorno nella Cisgiordania settentrionale.

Sessanta arresti, decine di case devastate, una trentina di civili costretti ad abbandonare le loro abitazioni. A essere trascinato via, tra gli altri, anche Samir Basharat, il sindaco di Tammun. Scuole chiuse. Strade bloccate. I droni volano bassi, mentre soldati mascherati irrompono nelle case, buttano giù porte, umiliano padri, terrorizzano bambini.

È occupazione pura, dichiarata. È l’estensione fisica e simbolica di uno Stato terrorista che non ha bisogno di maschere diplomatiche. L’hanno detto chiaro: “Ora siamo ovunque”. Nessuna finzione. Nessuna vergogna. Solo il dominio nudo, armato e impunito.

Nel campo profughi di Faraa, già colpito a febbraio, come a Jenin, come a Nablus, lo schema è lo stesso: si entra, si distrugge, si arresta, si lascia un deserto di macerie e paura. E si chiama tutto questo “lotta al terrorismo”. Un lessico inventato per coprire quello che, in termini reali, è apartheid armato, controllo etnico, pulizia sistematica a bassa intensità.

Ma non si tratta solo di militari sul terreno. L’assedio oggi ha un volto anche istituzionale, legislativo, parlamentare. Nella Knesset, è in corso l’altra operazione, quella che lavora carta e legge per dare corpo legale all’occupazione. Il 22 ottobre, la Knesset ha approvato in prima lettura il disegno di legge per annettere formalmente la Cisgiordania.

Un atto scritto nero su bianco: la volontà di imporre la sovranità israeliana su un territorio palestinese occupato da oltre mezzo secolo, già soffocato da check-point, coloni armati, demolizioni e raid notturni.

E non è nemmeno la prima volta. Lo scorso luglio, lo stesso parlamento aveva votato una mozione simbolica con 71 voti a favore: dichiarava che “la Giudea e la Samaria” sono “parte inseparabile della terra d’Israele”. Era una prova muscolare, un messaggio interno ed esterno: la conquista non si ferma, anzi si regolarizza.

Ma questo è solo l’inizio. Perché l’idea è chiara: sostituire l’Autorità Palestinese – ormai delegittimata e complice – con un’amministrazione militare totale, con uno stato di guerra permanente. Uno scatto verso l’annessione definitiva.

E mentre i bulldozer abbattono case e risoluzioni, l’Occidente sta zitto. Complice. Pavido. Distratto.

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18/11/2025

La rotta nascosta di Israele per l’«emigrazione volontaria» da Gaza

di Michele Giorgio

Sulla pagina Facebook dell’organizzazione Al Majid, con sedi a Gerusalemme e in Germania, è apparso questo avviso: «Attenzione abbiamo ricevuto segnalazioni di persone che si spacciano per rappresentanti dell’organizzazione. Si tratta di truffatori che non hanno alcun legame con noi». Parole che non hanno convinto nessuno. Resta forte il sospetto che questa opaca «organizzazione umanitaria» stia partecipando a un intricato sistema di intermediari che operano nell’ombra, di voli charter dall’aeroporto israeliano di Ramon nel Negev e di documenti non timbrati in uscita, per favorire la cosiddetta «emigrazione volontaria» dei palestinesi di Gaza, il progetto annunciato a inizio anno da Donald Trump, subito approvato dal premier israeliano Netanyahu e sostenuto da non pochi dei suoi ministri favorevoli a svuotare la Striscia della sua popolazione.

«Desideri viaggiare e iniziare una nuova vita? Siamo qui per aiutarti» c’è scritto all’inizio del modulo di registrazione preparato dalla Al Majid e rivolto solo agli abitanti di Gaza, a chi vuole «fare un passo verso un futuro più sicuro per sé e per i tuoi figli», con l’organizzazione che deciderà la destinazione «più adatta dopo aver considerato sia gli aspetti umanitari che quelli logistici». Tutto ciò combacia con quanto hanno vissuto i 153 palestinesi arrivati a metà settimana in Sudafrica dopo un viaggio che nessuno di loro aveva compreso prima dell’imbarco. Il percorso seguito da questo gruppo, transitato attraverso il valico di Kerem Shalom e poi trasferito all’aeroporto di Ramon, illumina un meccanismo che è parte di un disegno più vasto. I gazawi partiti per Nairobi, all’arrivo sono stati trasferiti immediatamente su un aereo della Global Airways diretto a Johannesburg. È significativo che nessuno di loro avesse un timbro di uscita, biglietti di ritorno o documenti che certificassero il viaggio. Una condizione che ha portato inizialmente il Sudafrica, che pure è vicino ai palestinesi e a Gaza e che alla fine del 2023 ha richiesto alla Corte Internazionale di Giustizia un procedimento contro Israele per il crimine di genocidio, a negar loro l’ingresso per ore e a lasciarli sull’aereo. L’intervento di Gift of the Givers, un’organizzazione umanitaria, e quello successivo del presidente sudafricano Cyril Ramaphosa hanno permesso di evitare che la situazione degenerasse, fornendo alloggio e mediazione fino al rilascio dei visti temporanei. Imtiaz Sooliman, direttore di Gift of the Givers, ha riferito che i passeggeri hanno scoperto la destinazione solo durante il transito in Kenya. «Non si sa chi abbia noleggiato l’aereo, un primo volo con 176 palestinesi di Gaza era arrivato a Johannesburg a fine ottobre, seguendo esattamente la stessa procedura», ha raccontato.

L’Ambasciata palestinese in Sudafrica ha denunciato l’operato della Al Majid che ha descritto come «un’entità ingannevole che sfrutta la disperazione delle famiglie di Gaza». Un giudizio largamente condiviso tra i palestinesi. «Da qualche tempo organizzazioni come la Al Majid propongono agli abitanti della Striscia che hanno risparmi da parte il trasferimento lontano dalle macerie e dalle privazioni di Gaza. Il costo varia tra 2mila e 5mila dollari. Siamo convinti che dietro ci siano agenti dell’intelligence israeliana», spiega al manifesto Maher Kahlout, un giornalista di Gaza.

Il governo sudafricano ora sta indagando poiché vede in queste operazioni non incidenti isolati, bensì un piano per lo sradicamento su larga scala della popolazione di Gaza. Israele invece sostiene di «coordinarsi» con paesi ospitanti e che l’uscita dei cittadini di Gaza viene approvata solo se lo Stato di destinazione dà il proprio consenso. È una versione che mal si concilia con l’assenza dei timbri di uscita, con l’uso di charter di oscure compagnie aeree e con l’intervento della Al Majid, non registrata negli elenchi delle ong. Funzionari israeliani hanno fatto sapere che, dopo il favore espresso da Trump al «trasferimento» dei 2 milioni e 300mila abitanti di Gaza, il governo Netanyahu ha allentato le restrizioni all’uscita dei gazawi (a eccezione di quelli ritenuti vicini ad Hamas) e non solo di quelli ammalati o feriti che a piccoli gruppi ogni tanto già lascia passare per Kerem Shalom. Il risultato è stata l’approvazione del 95 percento delle richieste, un salto enorme rispetto alle politiche passate.

Due sono le vie principali delle partenze: l’aeroporto di Ramon o il valico di Allenby tra Cisgiordania e Giordania. Finora circa 7mila abitanti di Gaza sarebbero partiti passando per Kerem Shalom. Altre decine di migliaia sono uscite nei primi mesi dell’offensiva militare israeliana, attraversando il valico di frontiera di Rafah con l’Egitto, fino a quando è rimasto aperto.

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06/11/2025

“A Gaza non c’è più terreno coltivabile”

La Food and Agricolture Organization (FAO), l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di questioni alimentari, ha tratteggiato, nel suo rapporto annuale, una situazione di criticità senza precedenti per Gaza: meno del 5% dei terreni rimane coltivabile, con il sistema locale di produzione sostanzialmente collassato.

La responsabilità ricade nelle operazioni israeliane: oltre l’80% dei terreni coltivati è stato distrutto sotto i bombardamenti continui delle IDF, e lo stesso destino è toccato a circa il 70% delle serre agricole. La maggior parte dei pozzi è stata danneggiata, rendendo l’accesso all’acqua un’impresa quasi impossibile. Alcune delle zone un tempo più floride rimangono ancora sotto occupazione.

L’agenzia ONU ha affermato che, se si parla di ortaggi e cereali, la produzione è scesa a meno della metà rispetto a quella di due anni fa. Anche la pesca ha subito danni e continue restrizioni che ne hanno impedito la funzionalità. Il risultato è che il 90% della popolazione di Gaza non ha accesso a cibo sufficiente per le proprie necessità.

La FAO ha dunque classificato la situazione nella Striscia di Gaza come una delle quattro peggiori crisi alimentari al mondo per il 2024-2025, insieme a Sudan, Yemen e Afghanistan. La richiesta dell’organismo è che si metta in moto urgentemente una risposta che, oltre alla sicurezza alimentare, garantisca anche supporto psicosociale.

Ovviamente, Israele impedirà tutto ciò, perché quello che osserviamo era un obiettivo esplicito dei sionisti. La pulizia etnica israeliana nei confronti dei palestinesi è stata sempre portata vanti con strumenti e meccanismi elaborati, in uno stillicidio che Tel Aviv e i suoi alleati hanno cercato di nascondere in ogni modo. Conosciamo bene le denunce, ad esempio, proprio sulla gestione delle acque finalizzata a mantenere un regime di apartheid.

Il rapporto ha portato all’attenzione il fatto che Gaza, oggi, è diventata completamente dipendente dagli aiuti umanitari per soddisfare il proprio fabbisogno alimentare, con le restrizioni all’ingresso di forniture agricole e carburante che potrebbero portare alla carestia diffusa nei prossimi mesi.

Israele è già stato accusato da più parti di usare la fame come arma di guerra, e continua a farlo durante la farsa della tregua di Trump. Ma la distruzione sistematica delle capacità alimentari della Striscia, rendendo Gaza completamente dipendente dagli aiuti umanitari, non è solo l’effetto della pulizia etnica, ma un suo moltiplicatore: i palestinesi devono decidere di andarsene piuttosto che stare in un’area dove non c’è più cibo.

Lo scopo è anche un altro: rendere un popolo intero dipendente dagli aiuti significa renderlo dipendente dall’estero, significa trasformare la Striscia in una zona in cui non c’è possibilità di portare avanti una politica autonoma di sostentamento dei suoi abitanti. Significa infliggere una ferita insanabile alla sovranità di Gaza e, dunque, a qualsiasi ipotesi di costruzione di uno stato palestinese.

È il politicidio della causa palestinese, quello che persino la situazione dei campi gazawi ci racconta. Non si risolve di certo con l’amministrazione coloniale trumpiana, ma solo con l’abbattimento dell’occupazione e dell’apartheid.

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27/10/2025

“No Other Land” proibito dalla Rai perché rischia “strumentalizzazioni”

Comincia a diventare un sintomo della grande difficoltà del governo la vicenda della messa in onda del film No Other Land. Il famoso documentario, vincitore del premio Oscar, è infatti stato rimandato per la seconda volta ed è stato riprogrammato per il 15 novembre. Ma non è ancora dato sapere orario e, dunque, la copertura che gli verrà fornita.

Ripercorriamo velocemente la vicenda. Il film doveva andare in onda il 7 ottobre, ma è stato poi spostato, secondo quello che riporta il Fatto Quotidiano, per le pressioni operate da un politico non ancora identificato. Non mancano i sionisti tra gli scranni parlamentari, da ambo le parti, e non è dunque difficile immaginare che qualcuno si sia messo di traverso: il 7 ottobre non bisognava rompere la narrazione del ‘diritto alla difesa’ di Israele.

Ma la cancellazione del 21 ottobre è un’evidente opera di censura, e le parole di Adriano De Maio mancano di qualsiasi senso della realtà. Il direttore della sezione Cinema e serie tv della Rai ha giustificato l’ennesimo rinvio della messa in onda di No Other Land perché “non era in sintonia con il clima di speranza per la pace che poi è stata firmata. I contenuti del film avrebbero rischiato strumentalizzazioni”.

Ci perdoneranno i nostri lettori per un paragone crudo come quello che segue, ma è un po’ come dire che alla fine della Seconda guerra mondiale non sarebbe stato il caso di far vedere Schindler’s List... perché sarebbe potuto essere oggetto di strumentalizzazioni. Andando più a fondo nella questione, è chiaro cosa De Maio voleva intendere.

No Other Land non è una storia di finzione. È un documentario che racconta l’opera di sequestro e distruzione del villaggio palestinese di Masafer Yatta, nella zona C della Cisgiordania (sotto il controllo civile e militare di Israele). Nonostante l’insediamento sia presente sulle carte geografiche sin dal XIX secolo, per i giudici israeliani non esiste, e dal 2019 è cominciata l’odissea dei suoi abitanti contro i bulldozer.

Il film si conclude ricordando che le riprese si sono concluse prima del 7 ottobre 2023, e che da allora la situazione è persino peggiorata. Il timore di ‘strumentalizzazioni’ è tutto qui. La pellicola non parla di Gaza, non c’è una Hamas da condannare: c’è solo la pratica giornaliera dell’apartheid contro i palestinesi, che antecede di gran lunga gli ultimi due anni di genocidio, e che anzi si è inasprita.

Il problema di No Other Land è che mette in discussione tutta la narrazione sionista: sul fatto che la guerra sia cominciata il 7 ottobre, sul fatto che il pericolo sia Hamas. Ma alla fin fine, anche l’opposizione non ha alzato un polverone sulla questione, perché la propaganda che viene messa in crisi è anche quella per cui la questione palestinese si conclude con la ‘pace’ di Trump.

Israele è uno stato occupante, che porta avanti l’apartheid sistematica, e lo fa nei confronti di tutti i palestinesi, non solo di quelli di Gaza. È nella natura suprematista e razzista su cui si fonda il sionismo che procede la cancellazione dei palestinesi, la cui storia è ridotta a una questione umanitaria, e non a una lotta politica senza compromessi contro un sistema di origine coloniale.

L’opposizione si è astenuta sul piano Trump, avallandone il rinvio del nodo imprescindibile dell’autodeterminazione del popolo palestinese e della fine dei crimini sionisti. No Other Land mostrerebbe a un popolo già altamente sensibilizzato sul tema che per esprimere una concreta opposizione alla complicità col genocidio bisognerebbe mettere in discussione l’operato decennale di Israele.

Proprio per questo risulta importante anche l’ora della programmazione: politici e Rai stanno facendo tutto il possibile perché un pubblico generalista non guardi questo film, ed è perciò possibile che, alla fine, optino per una messa in onda che non favorisca gli ascolti, il 15 prossimo. Ad ogni modo, l’opera di censura è chiara.

Un ultimo appunto va fatto su altre giustificazioni dette da De Maio. Secondo lui, è stato giusto rimandare il film mentre “si alza il livello delle manifestazioni di piazza, anche violente”. Il 21 ottobre era a oltre due settimane dalla manifestazione nazionale del 4 ottobre, dopo settimane di mobilitazioni che hanno registrato radissimi incidenti (causati dalla mala gestione di piazza delle forze dell’ordine, come nel caso di Milano il 22 settembre).

Porre l’allarmismo su presunte ‘violenze di piazza’ significa preparare il terreno a una stretta repressiva. Le prove ci sono già state il 24 ottobre a Roma, quando i manifestanti che volevano sfilare in corteo sono stati accerchiati, caricati, colpiti con idranti, senza alcuna motivazione di ordine pubblico. Questa è l’unica violenza di piazza a cui abbiamo assistito.

La frattura politica che il movimento di solidarietà con la Palestina ha creato, rispetto al quadro politico e alla marcescente egemonia occidentale, preoccupa i difensori ‘dell’ordine costituito’, e allora, con la ‘pace di Trump’, tutti devono rientrare nei ranghi. Anche i film.

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