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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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29/04/2026

Scenario “ungherese” per Israele

Ripubblichiamo l’interessante articolo di Eliana Riva comparso su il manifesto di ieri. In Israele sembra delinearsi uno scenario simile a quello che in Ungheria ha visto una formazione di destra battere un’altra formazione destra per dare vita ad un nuovo governo di destra.

Nel caso israeliano la declinazione di destra coincide con quella di sionismo. Dunque potrebbe saltare la leadership di Netanyahu, ma solo per essere sostituita da un’altra leadership sionista, meno nota come sostenitrice del genocidio. Per i palestinesi non cambierebbe nulla, e anche per il resto del mondo.

Paradossalmente, a mettere in discussione questo scenario sono soltanto gli ebrei Haredim che hanno manifestato in migliaia a Gerusalemme per protestare contro l’arruolamento nelle forze armate e contestare “l’esercito sionista”, riaffermando una visione di Israele religiosa ma non sionista. Si sono viste bandiere israeliane bruciate e qualche bandiera palestinese sventolata.

Un segnale delle contraddizioni interne, ma con caratteristiche del tutto diverse da quelle auspicate dai liberali e democratici europei costretti dai fatti a stigmatizzare Netanyahu, ma solo per assicurare la continuità del progetto sionista (“tutto cambi, perché nulla cambi”).

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Lista anti-Netanyahu, stesso programma: «Noi, la vera destra»

di Eliana Riva - il manifesto

Sarà un governo sionista, su questo non c’è dubbio, quello che potrebbe nascere dall’unione tra l’ex premier israeliano di destra, Naftali Bennett, e quello di centro-destra, Yair Lapid. Sono riusciti a superare le divergenze e hanno annunciato il nuovo movimento partorito dalla fusione dei rispettivi schieramenti e denominato Beyahad, «Insieme».

Un colpo di scena nella campagna elettorale non ancora ufficialmente lanciata ma alla quale il primo ministro Benyamin Netanyahu sta già lavorando ormai da mesi. La notizia non lo avrà reso certo felice, perché potrebbe raffigurare un serio pericolo per la sua rielezione e per tutta la sua carriera.

I due leader dell’opposizione hanno dichiarato che una volta al governo istituiranno immediatamente una commissione d’inchiesta statale sulle responsabilità politiche dell’attacco di Hamas a Israele il 7 ottobre 2023. Quella commissione a cui Netanyahu si è opposto con tutte le sue forze e che potrebbe per sempre legare la sua figura a quella di un terribile fallimento piuttosto che alla bramata gloria.

Bennet e Lapid hanno già sconfitto Netanyahu, nelle elezioni del 2021, per poi guidare un esecutivo di breve durata – con il sostegno esterno del partito arabo Raam – alternandosi nella carica di primo ministro secondo un patto di rotazione.

Questa volta il partito sarà guidato da Bennett e potrebbe vedere la partecipazione di quello che rappresentava fino a poco fa uno degli sfidanti più insidiosi dell’attuale premier. Gadi Eisenkot, leader del nuovo partito di opposizione Yashar ed ex capo dell’esercito israeliano, è stato invitato da Lapid e Bennett a partecipare all’impresa e non è detto che rifiuti.

L’obiettivo dichiarato da Bennett è istituire un percorso «di destra liberal-sionista». In un post su X l’ex premier ha affermato: «La coalizione Netanyahu-Dery-Smotrich non è di destra. Io sono di destra». Bennett ha guidato per 15 anni un Consiglio di coordinamento delle colonie illegali nella Cisgiordania occupata e di recente ha ricordato i suoi propositi: «non cedere la terra e impedire l’istituzione di uno stato palestinese», precisando anche che un accordo con il Libano potrebbe essere firmato solo dopo aver «neutralizzato» Hezbollah.

Nessuna sorpresa, invece, sul fronte delle elezioni amministrative in Cisgiordania, che hanno decretato di nuovo la vittoria di Fatah e dei seguaci di Abu Mazen, presidente dell’Autorità nazionale palestinese (Anp). Secondo i dati della Commissione elettorale centrale, il 56% degli aventi diritto ha espresso la propria preferenza nella prima votazione dal 2022 (le elezioni legislative non si tengono dal 2006).

In diverse città, anche importanti come Ramallah e Nablus, il seggio è stato attribuito d’ufficio per la presenza di un unico candidato. Gruppi palestinesi come Fronte popolare e Jihad islamico non hanno preso parte alla votazione, boicottandola a causa di un nuovo emendamento alla legge elettorale locale, voluto proprio dall’Anp.

Oltre al riconoscimento dello Stato d’Israele, al supporto della soluzione a due stati, la revisione obbliga tutti i partecipanti alla competizione elettorale a rispettare gli accordi sottoscritti dall’Organizzazione per la liberazione della Palestina. Tali accordi includono gli impegni di cooperazione con Israele – anche nell’arresto e la consegna dei palestinesi – nodo centrale del dissenso verso l’Anp.

L’Autorità di Abu Mazen, infatti, nell’ansia di mostrarsi partner «affidabile» agli occhi dell’Occidente, continua a ottemperare alle richieste di Tel Aviv, anche se quest’ultima non abbia mai smesso, negli anni, di allargare l’occupazione, togliere terra e libertà ai palestinesi, agendo in violazione dei medesimi accordi.

Nonostante il boicottaggio in Cisgiordania, Hamas ha partecipato – sotto copertura – alla prima elezione in venti anni a Gaza. Il turno amministrativo si è tenuto solo a Deir al-Balah, tra enormi difficoltà di gestione: le votazioni sono state chiuse in anticipo a causa della mancanza di elettricità e Israele non ha permesso l’ingresso di urne, schede elettorali, inchiostro.

L’affluenza è stata bassa, il 23% su più di 70mila iscritti alle urne ma non c’è stato modo di aggiornare le liste degli aventi diritto, espungere i morti, cancellare chi è sfollato altrove. In ogni caso, la lista indipendente denominata «Deir al-Balah ci unisce», all’interno della quale erano presenti elementi riconducibili ad Hamas, è riuscita a raccogliere solo due dei 15 seggi a disposizione. La lista «Rinascita di Deir al-Balah» sostenuta da Fatah e dall’Anp si è aggiudicata sei seggi e altri sette sono stati assegnati a due liste indipendenti.

Abu Mazen e il suo vice, Hussein Sheikh, speravano in un esito che riconoscesse, in qualche modo, la presenza di Fatah e dell’Anp a Gaza, per potersi mostrare come legittimi rappresentanti dell’intera Palestina occupata, e guidare l’amministrazione della Striscia attraverso le istituzioni promesse dal piano del presidente Usa Trump.

Pur non impegnandosi nella campagna elettorale, Hamas sperava, invece, di ottenere la conferma del mantenimento di un consenso e comunque intendeva dimostrarsi aperta a libere votazioni.

Anche durante il turno elettorale Israele ha continuato i suoi attacchi mortali quotidiani, uccidendo sette palestinesi in meno di 24 ore, compreso un ragazzo di 15 anni. Mentre scriviamo, a nord di Gerusalemme è in corso da oltre quindici ore una violenta operazione militare tra il campo profughi di Qalandiya e le località di Al-Ram e Kafr Aqab, che al momento ha portato all’arresto, senza accuse, di oltre 35 palestinesi.

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26/04/2026

Gaza tra urne e macerie, la sfida di Deir al-Balah

Poco più di un milione di palestinesi è chiamato oggi (ieri - ndR) alle urne per rinnovare 183 consigli locali nei Territori occupati, in una consultazione che coinvolge complessivamente 420 enti tra città, villaggi e municipalità. Secondo la Commissione elettorale centrale, gli aventi diritto sono 1.029.550. La partecipazione però sarà frammentata e segnata da esclusioni e boicottaggi politici. E soprattutto da una pressione militare israeliana che pesa come un macigno sulla vita di milioni palestinesi.

Tutti gli occhi sono puntati su Deir al-Balah, dove votano 70.449 elettori: è l’unica circoscrizione della Striscia di Gaza inclusa nel voto, la prima chiamata alle urne municipali dal 2005. La decisione di limitare qui la consultazione riflette una realtà drammatica. Come ha spiegato Jamil Al-Khalidi, responsabile della Commissione elettorale a Gaza, Deir al-Balah è stata scelta perché relativamente meno devastata dai bombardamenti israeliani. Relativamente, appunto. I raid non si sono fermati neppure con la tregua: anche nelle ultime ore si registrano attacchi, come quello che ha ucciso tre palestinesi a Sheikh Radwan, nel nord di Gaza City.

Durante l’offensiva israeliana seguita al 7 ottobre 2023, Deir al-Balah si è trasformata in un rifugio per decine di migliaia di sfollati. La pressione è enorme su servizi già fragili, temi al centro della competizione elettorale. L’acqua potabile arriva nelle case, quando va bene, una volta ogni quattro o cinque giorni. Le infrastrutture sono danneggiate, la raccolta dei rifiuti quasi impossibile, le fognature sono fuori uso. Non sorprende allora che la campagna elettorale, breve e concentrata soprattutto sui social media, abbia assunto toni tecnici più che ideologici. Le liste in corsa – “Pace e Costruzione”, “Deir al-Balah ci unisce”, “Futuro di Deir al-Balah”, “Rinascita di Deir al-Balah” – evocano programmi amministrativi, promettono interventi concreti: acqua, strade, macerie da rimuovere.

Eppure, dietro questa apparente neutralità, la politica resta centrale. Hamas, che ufficialmente boicotta le elezioni per via della legge elettorale dell’Autorità nazionale palestinese che implica il riconoscimento di Israele, ha scelto una strada indiretta: sostenere una lista “indipendente”, “Deir al-Balah ci unisce”, guidata da Adnan Al Fleit. Tecnico con esperienza nel settore bancario, Al Fleit incarna un profilo pragmatico, ma la sua candidatura rappresenta anche un test politico per il movimento islamista.

La leadership di Hamas osserva questo voto con attenzione. Da un lato, vuole misurare il proprio consenso dopo la devastazione della guerra e le sofferenze inflitte alla popolazione. Dall’altro, si prepara a un possibile riassetto del potere nella Striscia, rendendosi disponibile a cedere formalmente il governo a un comitato tecnico palestinese, mantenendo però un’influenza politica attraverso formazioni affiliate. Se la lista sostenuta da Hamas dovesse ottenere un risultato ampio, il movimento potrebbe rivendicare una resilienza politica oltre che militare significativa.

Sul piano regionale e internazionale, il voto si intreccia con negoziati ancora incerti. Al Cairo proseguono i colloqui tra esponenti di Hamas, rappresentanti del cosiddetto Board of Peace promosso dall’amministrazione del presidente Donald Trump e mediatori internazionali. Ma le posizioni restano distanti: Washington condivide la linea israeliana, subordinando la ricostruzione di Gaza al disarmo di Hamas.

Anche Fatah guarda a Deir al-Balah. Il partito pilastro dell’Autorità nazionale palestinese spera che il peso dell’offensiva israeliana sulla popolazione civile si traduca in una perdita di consenso per Hamas. Un risultato modesto del partito rivale rafforzerebbe le ambizioni dell’Anp di tornare a governare Gaza, aggirando le resistenze israeliane e presentandosi come interlocutore agli occhi degli Stati Uniti.

Se a Gaza il voto ha un valore politico e simbolico, in Cisgiordania il quadro è molto diverso. Qui le elezioni si svolgono in 90 consigli comunali con 321 liste e 3.773 candidati, in gran parte indipendenti. Tuttavia, l’assenza di Hamas, del Fronte popolare, della Jihad islamica e in parte dell’Iniziativa nazionale svuota la competizione. In molte città, come Nablus e Ramallah, le liste legate a Fatah assumono il controllo dei consigli per acclamazione, senza avversari.

Il dato complessivo restituisce l’immagine di un sistema politico diviso, dove il voto locale diventa al tempo stesso esercizio amministrativo e terreno di scontro strategico. Tra urne e macerie, i palestinesi cercano risposte immediate ai bisogni quotidiani, ma sanno che dietro la gestione dell’acqua o delle strade si giocano equilibri ben più ampi: il futuro di Gaza, la leadership nazionale, il rapporto con l’occupante israeliano e con una comunità internazionale che è tornata a ignorare la causa palestinese.

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18/03/2026

In Cisgiordania ormai è pulizia etnica. 36mila palestinesi sfollati. Aggressioni di coloni e militari israeliani

La famiglia palestinese Bani Awda si stava avvicinando alla cittadina di Tammun proprio mentre una unità speciale di polizia sotto copertura stava entrando in città per effettuare un’irruzione e arresto.

I militari hanno aperto il fuoco. Nel giro di pochi istanti, Bani Awda, 37 anni, sua moglie Wa’ad, 35 anni, e due figli Mohammed, 5 anni, e Othman, 7 anni, sono morti per colpi di arma da fuoco alla testa. Gli altri due bambini in macchina, Mustafa, 8 anni, e Khaled, 11 anni, sono rimasti feriti.

Il palestinese Amir Moatasem Odeh, 28 anni, del villaggio di Qusra è morto per ferite da arma da fuoco, mentre altri due residenti locali sono rimasti feriti in un attacco dei coloni israeliani.

A sud di Hebron una bambina palestinese di 5 anni è stata investita da un’auto guidata da un colono israeliano che usciva dall’insediamento di Carmel in Cisgiordania venerdì pomeriggio. È stata ricoverata in ospedale con una lacerazione al volto.

La bambina, Siwar Salem Hthaleen, è stata investita da un’auto nel villaggio di um al-Khair nelle colline del sud di Hebron, un focolaio di attività di coloni estremisti. Il conducente inizialmente ha lasciato il luogo dell’incidente senza aspettare l’arrivo della polizia, ma è poi tornato, hanno riferito gli attivisti per i diritti civili che hanno assistito all’incidente, aggiungendo che il colono non è stato arrestato.

Secondo un rapporto dell’Onu reso pubblico martedì, il numero di palestinesi costretti da Israele a lasciare le proprie case nella Cisgiordania occupata è aumentato del 25 percento tra il 1° novembre 2024 e il 31 ottobre 2025.

Nel periodo preso in esame, più di 36.000 palestinesi sono stati sfollati. Il rapporto ha registrato 1.732 episodi di violenza da parte dei coloni che hanno causato vittime o distruzione di proprietà, in aumento rispetto ai 1.400 del periodo precedente – un aumento di quasi il 25 percento.

Gli attacchi includevano molestie costanti, intimidazioni e la distruzione di case, terreni agricoli e mezzi di sussistenza palestinesi.

“La violenza dei coloni è continuata in modo coordinato, strategico e in gran parte incontestato, con le autorità israeliane che hanno svolto un ruolo centrale nel dirigere, partecipare o abilitare questo comportamento”, si legge nel rapporto, rendendo difficile distinguere tra violenza statale e violenza dei coloni.

L’impunità di lunga data e pervasiva sta “facilitando e incoraggiando la violenza e le molestie contro i palestinesi”, è scritto nel rapporto.

Gran parte dello sfollamento è avvenuto nelle parti settentrionali del territorio. Circa 32.000 palestinesi furono costretti a lasciare i campi profughi di Jenin, Tulkarem, Nur Shams e Far’a durante i vasti assalti militari israeliani.

“Lo sfollamento di oltre 36.000 palestinesi nella Cisgiordania occupata ha rappresentato l’espulsione di massa dei palestinesi su una scala mai vista prima, equivalendo a un trasferimento illegale vietato dal diritto internazionale umanitario”, ha detto il rapporto.

La violenza ha raggiunto il picco intorno al raccolto delle olive di ottobre, una stagione economica cruciale per gli agricoltori palestinesi.

Il rapporto ha documentato 42 attacchi di coloni che hanno ferito 131 palestinesi, tra cui 14 donne e un ragazzo, segnando il bilancio mensile più alto da quando sono iniziate le registrazioni nel 2006.

Gli assalti quotidiani da parte di coloni armati, soldati israeliani e “soldati coloni”, molti armati e addestrati dallo Stato, hanno trasformato il raccolto del 2025 nel peggior degli ultimi decenni.

In diverse comunità, la violenza ha spinto le famiglie a fuggire. Alcuni attacchi hanno diviso famiglie, con donne e bambini costretti a lasciare le proprie case mentre gli uomini sono rimasti per cercare di proteggere terre e proprietà.

“Lo sfollamento nella Cisgiordania occupata, che coincide con il vasto sfollamento dei palestinesi a Gaza, da parte dell’esercito israeliano, sembra indicare una politica concertata di trasferimento forzato di massa in tutto il territorio occupato, volta a uno spostamento permanente, sollevando preoccupazioni per una pulizia etnica”, afferma il rapporto

Il rapporto avverte inoltre che le comunità beduine a nord-est di Gerusalemme Est occupata affrontano un rischio maggiore di espulsione mentre le autorità di occupazione israeliane avanzano con nuovi piani di insediamento. Ha sottolineato che il trasferimento illegale di popolazioni protette è un crimine di guerra ai sensi della Quarta Convenzione di Ginevra e può anche costituire un crimine contro l’umanità.

Anche l’espansione degli insediamenti si è accelerata notevolmente. Le autorità israeliane hanno anticipato o approvato 36.973 unità abitative negli insediamenti di Gerusalemme Est e circa altre 27.200 nel resto della Cisgiordania.

Il periodo di riferimento ha visto anche la creazione di 84 nuovi avamposti per insediamenti, insieme all’espansione nell’Area B, che rientra sotto la giurisdizione dell’Autorità Palestinese secondo gli accordi di Oslo.

Dall’inizio del genocidio a Gaza nell’ottobre 2023, soldati e coloni israeliani hanno ucciso almeno 1.071 palestinesi in tutta la Cisgiordania, secondo le ultime cifre ONU.

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10/02/2026

Israele annette la Cisgiordania

Il governo israeliano accelera la trasformazione giuridica e amministrativa della Cisgiordania occupata con una serie di decisioni approvate dal gabinetto di sicurezza che intervengono direttamente sulla proprietà della terra, sui registri fondiari e sull’applicazione delle leggi nei territori palestinesi. Tra le misure più rilevanti c’è la cancellazione di una legge di epoca giordana che vietava la vendita di terreni a ebrei nella Cisgiordania occupata. La decisione apre alla possibilità di acquisti diretti di proprietà e si accompagna alla riattivazione di un comitato statale per le acquisizioni fondiarie e alla desecretazione dei registri della proprietà, finora non pubblici. Qualsiasi cittadino israeliano potrà accedere ai registri e recuperare nomi e dati dei proprietari palestinesi delle case che si vorrebbero possedere. Per convincerli a “vendere” qualsiasi metodo sarà ammesso: pressioni, minacce, coercizione.

Il pacchetto è stato promosso da ministri dell’attuale governo con l’obiettivo dichiarato di rimuovere ostacoli burocratici e favorire lo sviluppo delle colonie. Le modifiche prevedono anche il trasferimento di competenze edilizie e di pianificazione dalle autorità palestinesi all’amministrazione civile israeliana in aree sensibili come Hebron, compresi i siti religiosi attorno alla moschea di Ibrahim, modificando gli equilibri amministrativi stabiliti dagli Accordi di Oslo, che verrebbero nei fatti cancellati dalle nuove leggi di Tel Aviv, illegali per il diritto internazionale.

Infatti le norme non riguardano solo le aree palestinesi controllate dall’esercito occupante: il governo intende ampliare l’applicazione delle leggi e delle attività anche in aree della Cisgiordania formalmente amministrate dall’Autorità nazionale palestinese. Le nuove disposizioni permettono interventi più ampi delle autorità israeliane su questioni legate a costruzioni considerate illegali, gestione del territorio, ambiente e patrimonio archeologico, rafforzando la presenza amministrativa israeliana oltre le zone tradizionalmente sotto pieno controllo militare.

Le decisioni rappresentano per la vita dei palestinesi un cambiamento strutturale che amplia il raggio d’azione del governo israeliano nei territori occupati e modifica gli equilibri giuridici stabiliti dagli accordi precedenti, introducendo nuovi strumenti legali e burocratici destinati a incidere sulla gestione della terra e sulle competenze delle istituzioni palestinesi. L’obiettivo di Tel Aviv è anche quello di sfruttare la Cisgiordania per sviluppare un mercato immobiliare simile a quello progettato dal presidente Trump per Gaza. Da un lato si lavora per la pulizia etnica dei palestinesi, demolendo le loro case, lasciando via libera alle azioni violente dei coloni, sfollando la popolazione dei campi profughi e impedendone il ritorno, utilizzando i checkpoint per rendere impossibile la vita e gli spostamenti. Dall’altro si offrono leggi e incentivi ai coloni israeliani affinché sostituiscano etnicamente la popolazione, allargando l’occupazione e il controllo.

È l’annessione di fatto della Cisgiordania, il tentativo di distruggere una volta per tutte il diritto alla nascita di uno Stato Palestinese, come ha anche oggi dichiarato il promotore delle riforme, il ministro Bezalel Smotrich.

L’autorità nazionale palestinese ha denunciato l’iniziativa israeliana, chiedendo agli Stati Uniti di intervenire per fermare il processo di annessione, come avevano promesso di fare. Ma l’approvazione del Consiglio di sicurezza giunge solo tre giorni prima della visita del premier Netanyahu a Washington, segno che Tel Aviv non teme eventuali reazioni dell’alleato. E anche che, nonostante i proclami, la “smilitarizzazione” di Gaza e il “disarmo” di Hamas non sono in cima alla lista delle priorità. Anzi, è probabile che si tratti di passaggi da evitare, anche attraverso azioni come quella del Consiglio di sicurezza, che allontanano la possibilità di una consegna pacifica delle armi da parte dell’organizzazione palestinese.

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23/01/2026

Nuove stragi a Gaza, mentre Netanyahu aderisce al Board of peace

Israele sta compiendo in queste ore una serie di ulteriori e gravissime violazione del cessate il fuoco. Il giornalista palestinese Abdul Raouf Shaath è stato ucciso insieme ai colleghi Mohammed Qeshta e Anas Ghanem da un attacco aereo israeliano che ha colpito il veicolo su cui viaggiavano nel centro di Gaza.

L’auto, chiaramente contrassegnata con l’emblema del Comitato Egiziano, è stata bombardata, in totale violazione del cessate il fuoco e del diritto internazionale.

I tre giornalisti erano in servizio con il Comitato al momento dell’attacco: l’organismo opera sotto la diretta supervisione del governo egiziano ed è responsabile del coordinamento e dell’organizzazione delle consegne di aiuti umanitari nella Striscia di Gaza.

Abdul Raouf Shaath si era sposato tredici giorni fa.

Gli elicotteri dell’esercito israeliano hanno sparato nel centro della Striscia, sulle aree dove si concentrano famiglie di sfollati. A est di Deir el-Balah, l’artiglieria pesante ha colpito abitazioni e terreni, uccidendo tre palestinesi della stessa famiglia: un padre, il figlio e un altro parente, secondo fonti dell’ospedale al-Aqsa. Nella stessa zona, l’agenzia Wafa riferisce che un bambino di dieci anni è stato ucciso da colpi israeliani mentre si trovava al di fuori delle aree di dispiegamento militare. A Khan Younis si contano altre due vittime: un ragazzo di 13 anni e una donna di 32 anni. I bombardamenti hanno raggiunto anche il campo profughi di Bureij, nel centro, e il nord della Striscia, dove a Beit Lahiya i soldati hanno demolito edifici residenziali.

Dal cessate il fuoco dell’ottobre 2025, il ministero della Sanità di Gaza conta almeno 485 palestinesi uccisi, tra cui 169 bambini e 64 donne. Alla violenza militare si somma l’emergenza umanitaria. A Gaza è morta di freddo una bambina di sette mesi, l’ennesima vittima delle condizioni di vita imposte alla popolazione civile: case distrutte, tende improvvisate, assenza di elettricità e riscaldamento nel pieno dell’inverno. Una morte che arriva mentre le autorità sanitarie locali e le agenzie umanitarie tentano di portare avanti campagne di vaccinazione di emergenza, in particolare contro poliomielite e morbillo, ostacolate dalla scarsità di carburante, dalle restrizioni alla circolazione e dai bombardamenti. Le équipe mediche operano in condizioni estremamente precarie, con difficoltà a raggiungere i bambini nelle aree più colpite e con strutture sanitarie danneggiate o fuori servizio.

Le stragi di oggi avvengono proprio mentre Benyamin Netanyahu annuncia di aver accettato l’invito di Donald Trump a partecipare al suo “Board of peace”. E nelle stesse ore in cui Israele porta avanti una violentissima operazione militare a Hebron. Da lunedì le strade e le arterie principali sono state chiuse, i quartieri separati con terrapieni, i cecchini posizionati sui tetti, le case demolite, mentre raid colpiscono scuole, negozi e abitazioni. Le Nazioni Unite parlano di una situazione di assedio, con la popolazione civile intrappolata e privata dei servizi essenziali, mentre la pressione militare si intensifica giorno dopo giorno.

A Gerusalemme Est, l’attacco si concentra sull’UNRWA. Israele ha distrutto ieri un edificio dell’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi, cancellandone di fatto la presenza operativa in città. La decisione colpisce direttamente scuole, uffici e strutture di assistenza, lasciando migliaia di persone senza servizi educativi e umanitari. È un passaggio che va oltre il singolo edificio: segna un’ulteriore erosione del ruolo delle Nazioni Unite e rafforza una strategia di svuotamento sistematico della presenza palestinese a Gerusalemme Est.

È su questo sfondo che prende forma il “Board of peace”. Un organismo presentato come strumento di gestione del dopoguerra a Gaza, ma composto in larga parte da affaristi, costruttori, uomini d’affari e amici personali di Trump. Il presidente statunitense, secondo lo statuto, ne diventa il presidente a vita, con poteri pressoché illimitati: diritto di veto, ultima parola su ogni decisione, controllo delle risorse economiche e della ricostruzione. Un assetto che concentra il potere in un’unica figura e riduce ulteriormente il ruolo delle Nazioni Unite, più volte attaccate dallo stesso Trump.

Mentre Israele, Turchia, Egitto, Kosovo, Armenia, Emirati Arabi Uniti, Bahrain, Kazakistan e altri hanno annunciato di aver accettato l’invito del tycoon, alcuni stati europei stanno prendendo un’altra strada. Francia, Norvegia e Svezia hanno annunciato che non parteciperanno all’iniziativa così come è stata presentata. Parigi ha chiarito di sostenere il piano di pace statunitense, ma di rifiutare la creazione di un organismo che sostituirebbe l’ONU.

La risposta di Trump non si è fatta attendere: minacce di dazi e nuove tensioni commerciali, in un clima già segnato da frizioni profonde tra Washington e i partner europei. A raffreddare gli animi dei governi occidentali, la notizia di una tassa di ingresso di 1 miliardo di euro, che tutti gli stati dovranno pagare direttamente a Trump per mantenere il diritto alla propria poltrona. E anche l’inclusione del presidente russo Vladimir Putin, giudicato dai Paesi UE una sorta di “nemico pubblico numero 1”.

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09/01/2026

Aggressione israeliana nel 2026: il futuro di Gaza e Cisgiordania

di Ilan Pappé

I media e la politica occidentali sono convinti che la cosiddetta guerra nella Striscia di Gaza sia finita. Di conseguenza, la nuova narrazione è che i combattimenti siano terminati grazie alle pressioni dei governi occidentali, che hanno accolto le richieste delle loro società di porre fine alla violenza nella Striscia di Gaza.

Si tratta di un’idea sbagliata a più livelli, che deve essere affrontata perché continuerà a dominare l’approccio occidentale alla questione palestinese in generale e al futuro della Striscia di Gaza in particolare.

Il mito della “guerra finita”

Gli ultimi due anni non sono stati una guerra, ma un Genocidio e l’intenzione principale, ovvero quella di ridurre le dimensioni della Striscia di Gaza sia territorialmente che demograficamente, permea le attuali azioni militari incrementali e discrete che hanno già causato la morte di centinaia di palestinesi dalla dichiarazione del cessate il fuoco.

Israele ha annesso parte della Striscia, presumibilmente per restituirla nel caso in cui Hamas fosse disarmato, ma allo stesso tempo il Ministro della Difesa Israel Katz ha dichiarato l’intenzione di Israele di costruire insediamenti ebraici e basi militari nella parte settentrionale della Striscia.

Inoltre, l’opera di ricostruzione e gli aiuti umanitari fondamentali vengono sospesi, presumibilmente perché c’è ancora il corpo di un ostaggio israeliano che non è stato restituito, ma bisogna comprendere, come ha affermato Giora Eiland, ex capo del Consiglio di Sicurezza Nazionale israeliano, che consentire la ricostruzione di Gaza non è nell’interesse di Israele.

Si tratta di una transizione da un Genocidio Totale a uno incrementale, un metodo che Israele ha già utilizzato negli anni dal 2009 al 2023. C’è la possibilità che il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump richieda una politica israeliana diversa, ma il suo approccio estroso è difficile da sviluppare.

L’unico aspetto positivo del suo approccio è la consapevolezza che il coinvolgimento turco nella ricostruzione della Striscia e come parte di una forza internazionale sia l’unica garanzia che, almeno a breve termine, non tutti i piani israeliani saranno attuati. Il ruolo della Turchia è il principale pomo della discordia tra Trump e il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu, e resta da vedere come verrà risolto.

I piani a lungo termine di Israele

Ma i Piani israeliani a lungo termine dovrebbero preoccuparci. Vanno oltre l’annessione di parte della Striscia, probabilmente la costruzione di insediamenti e basi militari, e si estendono in Cisgiordania e forse anche oltre, in alcuni Stati arabi confinanti.

L’élite politica israeliana, e non importa se ci sarà un governo diverso nel 2026, desidera annettere l’Area C della Cisgiordania. Nell’ambito di questa visione, l’esercito ha già condotto operazioni di Pulizia Etnica in diversi campi profughi, come Jenin e Shams al-Din, azioni che sono sfuggite all’attenzione dell’opinione pubblica internazionale e hanno messo ancora una volta a nudo l’indifferenza dei governi occidentali nei confronti del destino di decine di migliaia di palestinesi quest’inverno.

Allo stesso tempo, l’altra operazione di Pulizia Etnica, iniziata anni fa, continua a Gerusalemme Est, nella Valle del Giordano e sui Monti Hebron meridionali. A ciò si aggiunge l’opera dei Giovani delle Colline, vigilantes al servizio del governo che vessano quotidianamente i palestinesi attraverso Pogrom. Si tratta di un Piano a lungo termine, non di una politica casuale.

Allo stesso modo, è stato adottato un duplice approccio discutibile nei confronti degli oltre un milione di palestinesi cittadini di Israele. Da un lato, una politica pesante che delegittima la loro attività politica in solidarietà con la popolazione di Gaza, e dall’altro, incoraggiando bande criminali a terrorizzare la vita nei loro villaggi e città, nella speranza che ciò provochi l’emigrazione. Ancora una volta, si tratta di una strategia, non di una politica isolata.

Infine, c’è il desiderio di estendere Israele al Libano meridionale e alla Siria meridionale, nell’ambito di una visione messianica di ricostruzione del grande Israele biblico. Questo dovrebbe essere preso sul serio, insieme al desiderio di tornare al confronto con l’Iran. Parte di queste provocazioni è dovuta alla speranza di Netanyahu di indire elezioni in tempo di guerra (o addirittura di annullarle e di annullare il suo processo a causa della guerra), ma per i suoi alleati ideologici, questi scontri consolideranno Israele come una temibile potenza regionale.

Tutto questo avrà successo? Difficile dirlo. Non tutti in Israele condividono questo orientamento ideologico, ma esso domina la società e la politica israeliane. Molto dipenderà dalla risposta regionale e internazionale a questi sviluppi. Una risposta ferma può scongiurare questo tipo di aggressione e provocazione, di cui i palestinesi saranno le principali vittime.

Sanzioni, condanne e una diplomazia attiva sono stati raramente tentati contro Israele. È giunto il momento di tentare un simile approccio, non solo per il bene dei palestinesi, ma anche per salvare gli israeliani da se stessi.

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07/01/2026

Israele estende la “linea gialla” a Gaza e continua la pulizia etnica, anche in Cisgiordania

Negli ultimi due giorni, l’offensiva militare israeliana a Gaza ha subito un’ulteriore accelerazione. Secondo i resoconti dei corrispondenti di Al Jazeera, le truppe di Tel Aviv stanno estendendo la cosiddetta “linea gialla”, che divide la Striscia tra una parte libera dall’occupazione dell’IDF e quella occupata.

Le truppe israeliane stanno espandendo la propria presa nella zona orientale dell’enclave, costringendo i palestinesi in aree sempre più ridotte e sovraffollate. I sionisti stanno penetrando in profondità nei quartieri di Tuffah, Shujayea e Zeitoun, nell’area est di Gaza City. Le operazioni si stanno avvicinando strategicamente a Salah al-Din Street, la principale arteria stradale che collega il nord e il sud della Striscia, costringendo migliaia di famiglie già sfollate a fuggire nuovamente sotto la minaccia delle armi.

Attualmente, Israele occupa fisicamente circa il 53% del territorio di Gaza. La parte sotto controllo militare è stata nei fatti svuotata della popolazione palestinese e i soldati sparano a chiunque tenti di attraversare il confine per tornare alle proprie case, inclusi donne e bambini. Allo stesso tempo, la densità abitativa nei quartieri non ancora occupati ha raggiunto livelli critici.

“La popolazione in molte zone non è solo raddoppiata, ma triplicata”, riferisce l’inviato di Al Jazeera Hani Mahmoud. Le persone vivono ammassate in condizioni disperate, mentre il ronzio costante dei droni e le esplosioni continuano a segnare le notti della popolazione civile.

Le violazioni del cessate il fuoco da parte israeliana sono quotidiane. Nei tre mesi di finta tregua sono stati uccisi circa 420 palestinesi, e oltre mille sono stati feriti. Secondo osservatori e organizzazioni umanitarie (a molte sono stati ritirati i permessi da Tel Aviv) l’obiettivo è quello di spingere i palestinesi all’emigrazione forzata per permettere il reinsediamento dei coloni israeliani.

In questa prospettiva vengono interpretate le voci sulla riapertura del valico di Rafah, ovviamente nella sola direzione dell’Egitto. Se da un lato la notizia alimenta la speranza di poter evacuare feriti e malati, dall’altro è evidente come una mossa del genere sarebbe lo strumento attraverso cui, sotto pressione delle bombe e dell’allargamento illegittimo della zona sotto occupazione, Israele spera a ultimare la pulizia etnica della Striscia.

Le recenti informazioni diffuse dall’UNRWA (accusata dai sionisti, non a caso, di essere anch’essa infestata da “terroristi di Hamas”) hanno rivelato che in Cisgiordania, a causa delle operazioni militari in corso nel nord della West Bank, sono 12 mila i bambini costretti allo sfollamento forzato. La pulizia etnica continua contro tutto il popolo palestinese.

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03/01/2026

53 ONG avvertono: le misure di registrazione di Israele ostacolano l’azione umanitaria

Le organizzazioni umanitarie internazionali operanti nel Territorio Palestinese Occupato avvertono che le recenti misure di registrazione introdotte da Israele rischiano di fermare le operazioni delle ONG internazionali proprio mentre i civili affrontano bisogni umanitari acuti e diffusi, nonostante il cessate il fuoco a Gaza.

Il 30 dicembre, 37 ONG internazionali hanno ricevuto una notifica ufficiale secondo cui le loro registrazioni sarebbero scadute il 31 dicembre 2025. A partire da questa data inizia un periodo di 60 giorni, al termine del quale le ONG sarebbero obbligate a cessare le operazioni a Gaza e in Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est.

Le ONG internazionali sono parte integrante della risposta umanitaria, operando in partenariato con le Nazioni Unite e con le organizzazioni della società civile palestinese per fornire assistenza salvavita su larga scala. Le Nazioni Unite, l’Humanitarian Country Team e i governi donatori hanno ripetutamente affermato che le ONG internazionali sono indispensabili per le operazioni umanitarie e di sviluppo e hanno esortato Israele a cambiare rotta.

Nonostante il cessate il fuoco, i bisogni umanitari restano estremi. A Gaza, una famiglia su quattro sopravvive con un solo pasto al giorno. Le tempeste e il forte maltempo invernale hanno causato lo sfollamento di decine di migliaia di persone, lasciandone 1,3 milioni in urgente bisogno di riparo. Le ONG internazionali forniscono più della metà di tutta l’assistenza alimentare a Gaza, gestiscono o supportano il 60% degli ospedali da campo, realizzano quasi i tre quarti delle attività relative ai mezzi di ricovero e beni non alimentari e forniscono l’intero trattamento per i bambini affetti da malnutrizione acuta grave. La loro rimozione comporterebbe la chiusura delle strutture sanitarie, l’interruzione delle distribuzioni alimentari, il crollo delle catene di fornitura per le strutture di rifugio e la cessazione dell’assistenza salvavita.

In Cisgiordania, continue incursioni militari e violenze dei coloni continuano a provocare sfollamenti. Ulteriori restrizioni alle ONG internazionali ridurrebbero drasticamente la portata e la continuità dell’assistenza in un momento critico.

I recenti tentativi di valutare l’impatto della cancellazione della registrazione delle ONG attraverso metriche selettive non riflettono la realtà pratica della fornitura di aiuti umanitari. L’accesso umanitario deve essere misurato in base alla capacità di garantire che i civili ricevano l’assistenza giusta, nel posto giusto, al momento giusto.

Le ONG internazionali operano secondo rigorosi quadri di conformità imposti dai donatori, tra cui audit, controlli sul finanziamento del terrorismo e requisiti di due diligence che rispettano gli standard internazionali. Oltre 500 operatori umanitari sono stati uccisi dal 7 ottobre 2023. Le ONG non possono trasferire dati personali sensibili a una parte in causa del conflitto, poiché ciò violerebbe i principi umanitari, l’obbligo di protezione e le normative sulla protezione dei dati. La narrazione false sull’operato e il ruolo delle ONG a Gaza delegittima le organizzazioni umanitarie, mette in pericolo il personale e compromette la fornitura degli aiuti.

Questa non è una questione tecnica o amministrativa, bensì una scelta politica deliberata con conseguenze prevedibili. Se le registrazioni saranno lasciate scadere, il governo israeliano ostacolerà l’assistenza umanitaria su vasta scala. L’accesso umanitario non è opzionale, né condizionale o politico: è un obbligo legale sancito dal diritto internazionale umanitario. Questa decisione creerebbe, inoltre, un pericoloso precedente, estendendo l’autorità israeliana sulle operazioni umanitarie nei Territori Palestinesi Occupati, in contrasto con il quadro giuridico internazionale riconosciuto che regola il territorio e il ruolo dell’Autorità Palestinese.

Chiediamo al Governo di Israele di interrompere immediatamente le procedure di cancellazione della registrazione e di revocare le misure che ostacolano l’assistenza umanitaria. Esortiamo i governi donatori a utilizzare tutta la loro influenza per garantire la sospensione e l’annullamento di queste azioni. Le operazioni umanitarie indipendenti e basate sui principi devono essere protette affinché i civili possano ricevere l’assistenza urgente di cui hanno bisogno.

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23/12/2025

Per i palestinesi non c’è alcun cessate il fuoco. Gli israeliani sparano ovunque

Nessun cessate il fuoco è in corso a Gaza. Si spara, si bombarda e si avanza con i carri armati. I droni israeliani hanno ucciso stamattina due palestinesi a nord di Gaza città. A Jabalia, i carri armati hanno sparato contro gli sfollati.

Bombardamenti con l’artiglieria su Khan Younis, Rafah, Hayy Zeitoun e est di Gaza città. Conto il quartiere Hay Tuffah sono stati usati gli elicotteri, che hanno sparato contro la folla.

Le operazioni di demolizione delle costruzioni vanno ad una velocità impressionante, con l’uso di bombardamenti aerei, robot esplosivi e bulldozer. Obiettivo: costringere i palestinesi ad andarsene.

Il rapporto del ministero della sanità riferisce di 12 persone uccise ieri. È il terzo giorno consecutivo dove il numero delle vittime è a doppia cifra.

Il relatore Onu per il diritto all’abitazione ha dichiarato: “Non c’è un cessate il fuoco a Gaza e Israele insiste nel vietare l’ingresso degli aiuti. Per far fronte al freddo ed alle piogge bisogna permettere l’ingresso dei caravan e le case prefabbricate, che sono lì ai valichi, ma bloccati. Tutte le nostre richieste avanzate ufficialmente al governo israeliani sono state respinte”.

Cisgiordania

13 famiglie palestinesi sono condannate alla vita senza dimora. Le forze israeliane dall’alba di oggi hanno preso possesso di un quartiere di Selwan, nei pressi della Moschea di Al-Aqsa. L’operazione mira alla demolizione di una palazzina abitata da decenni.

Domenica sera, due giovani palestinesi sono rimasti feriti da colpi d’arma da fuoco sparati dall’esercito di occupazione israeliano a nord di Gerusalemme occupata, e altri tre sono rimasti feriti in un attacco da parte di coloni israeliani nella Cisgiordania settentrionale, mentre 917 coloni hanno preso d’assalto la moschea di Al-Aqsa.

La Mezzaluna Rossa palestinese ha riferito che due giovani sono stati colpiti dall’esercito di occupazione mentre cercavano di attraversare il muro dell’apartheid nella città di Al-Ram, a nord di Gerusalemme occupata, nell’ambito di una serie di ripetuti attacchi quotidiani da parte di Israele.

Secondo i dati della Federazione generale dei lavoratori palestinesi, in due anni, 44 lavoratori sono stati uccisi dal fuoco dell’esercito israeliano e più di 32.000 altri sono stati arrestati, all’interno dei loro luoghi di lavoro o mentre cercavano lavoro.

I coloni ebrei israeliani hanno compiuto irruzioni in diversi villaggi palestinesi, scortati dall’esercito ed in uno dei casi accompagnati da una ministra. Domenica sera, infatti, decine di coloni, accompagnati dalla ministra per gli insediamenti Orit Strock, hanno preso d’assalto la zona di Tarousa, situata tra le città di Dura e Deir Samet, a ovest di el Khalil (Hebron), dove hanno eretto una menorah e hanno eseguito riti talmudici nella zona.

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06/12/2025

Israele pone condizioni irrealizzabili per il ritorno dei palestinesi nel campo di Jenin

La tv i24 riferisce che le autorità israeliane hanno presentato una serie di condizioni irrealizzabili per consentire il ritorno dei residenti nel campo profughi palestinese di Jenin e negli altri campi e centri abitati nel nord della Cisgiordania che da quasi un anno sono presi di mira dall’offensiva “Muro di ferro” dell’esercito israeliano. La prima riguarda il divieto imposto all’Autorità Nazionale Palestinese di permettere l’ingresso nei campi alle organizzazioni umanitarie internazionali, una richiesta che per Ramallah è impossibile da realizzare, poiché equivarrebbe all’abbandono anche politico della questione dei rifugiati. Israele ha dichiarato che senza un accordo preliminare su questo punto non si potrà discutere di nulla.

Le altre condizioni appaiono una prosecuzione in chiave amministrativa di quanto l’esercito sta facendo da mesi sul terreno. Il ritorno degli sfollati sarebbe consentito solo dopo il completamento dei lavori di ristrutturazione dei campi, un eufemismo che nella pratica significa demolire case, allargare assi stradali, asfaltare le vie tracciate sulle macerie degli edifici e predisporre un sistema di barriere e posti di polizia destinati a controllare rigidamente l’accesso. Tutto ciò avverrebbe in pieno coordinamento con i comandi militari, che intendono dotare i campi anche di infrastrutture sotterranee per le reti idriche ed elettriche, un’operazione presentata come infrastrutturale, ma che i palestinesi vedono come un modo per consolidare il controllo da parte dell’occupazione militare.

La ricostruzione secondo i parametri israeliani ha già assunto i contorni di una trasformazione profonda dei campi. A Jenin, dove l’esercito è tornato più volte nel corso dei mesi, sono cominciate nuove demolizioni. Dall’inizio dell’offensiva, più di 700 case e strutture sono state distrutte in modo parziale o totale. Non va meglio nei campi di Tulkarem e Nur Shams, anch’essi travolti dall’operazione che ha prodotto oltre cinquantamila sfollati.

La fase attuale è il risultato di oltre 300 giorni di incursioni, rastrellamenti, demolizioni mirate e campagne di arresti che hanno colpito in modo continuo Jenin, Tulkarem e Nur Shams. Il governatore di Tulkarem, Abdullah Kamil, aveva riferito alla fine di ottobre che le autorità israeliane avevano preannunciato l’estensione delle operazioni militari almeno fino alla fine di gennaio 2026.

In questo quadro si inserisce l’ultimo episodio di violenza registrato ieri nel villaggio di Awarta, a sud di Nablus, dove Bahaa Rashid, 38 anni, è stato ucciso da colpi d’arma da fuoco durante un’incursione delle forze israeliane nei pressi della vecchia moschea di Odla. Secondo fonti locali, i soldati hanno sparato proiettili veri, gas lacrimogeni e granate assordanti contro i fedeli che uscivano dalla preghiera, innescando scontri che hanno portato al ferimento mortale di Rashid. Dall’inizio dell’offensiva contro Gaza, l’intensificazione delle attività dell’esercito in Cisgiordania ha causato l’uccisione di almeno 1085 palestinesi e il ferimento di undicimila persone. Parallelamente, si contano circa 21 mila arresti nei territori occupati, inclusa Gerusalemme, con oltre 10.800 ancora nelle carceri israeliane.

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30/11/2025

ONU: territori palestinesi in rovina, decenni buttati e ricostruzione in salita

Non è una recessione, e non è nemmeno una semplice crisi. Quello che si sta consumando nei Territori Palestinesi Occupati è un collasso sistemico che le Nazioni Unite, nel loro ultimo rapporto rilasciato in questo novembre 2025, non esitano a definire come un passaggio “dal sottosviluppo alla rovina totale”.

Si tratta di un’analisi condotta dalla Conferenza delle Nazioni Unite sul Commercio e lo Sviluppo (UNCTAD), che fotografa una realtà devastante: l’escalation delle ostilità seguita all’ottobre 2023 ha agito come un acceleratore per una distruzione generalizzata, che si è innestata su di un tessuto già fragile. In soli quindici mesi, Israele ha cancellato oltre vent’anni di sforzi per lo sviluppo economico e sociale.

Ovviamente, la Striscia di Gaza è l’area più colpita. I numeri dell’ONU descrivono un territorio che, nei fatti, non ha più un’economia. Tra il 2023 e il 2024, il PIL gazawi si è contratto dell’87%, riducendosi alla cifra irrisoria di 362 milioni di dollari. Parallelamente, il PIL pro capite è crollato a 161 dollari, uno dei livelli più bassi al mondo, ma anche nei confronti della Cisgiordania. Il reddito di un abitante della Striscia è ormai il 4,6% di quello di un palestinese della West Bank, mentre nel 1994 le due economie si trovavano su piani comparabili.

La distruzione fisica è quasi assoluta. Le immagini satellitari analizzate dall’ONU mostrano un calo del 73% delle luci notturne, simbolo di attività che sono state spente con la forza e che lasciano solo un’atmosfera spettrale. Il 92% delle abitazioni è stato danneggiato o distrutto, lasciando un milione e mezzo di persone senza un tetto sopra la propria testa. Il sistema scolastico è collassato, con gli studenti privi di istruzione formale da quasi due anni, mentre il 50% degli ospedali non funziona più.

Ciò non significa che la Cisgiordania se la passi meglio, a dimostrazione di come il problema, per Israele, non è mai stata Hamas, ma i palestinesi stessi, e qualsiasi ipotesi di loro autodeterminazione. L’onda d’urto è arrivata anche in questa regione: il PIL si è contratto del 17% nel solo 2024.

Qui il terrorismo sionista, che continua a uccidere indiscriminatamente e a perpetrare una violenza sistemica, utilizza anche altri mezzi, come ad esempio delle soffocanti restrizioni alla mobilità. Posti di blocco e barriere hanno frammentato il territorio della Cisgiordania, rendendo un miraggio qualsiasi continuità territoriale necessaria alla formazione di uno stato palestinese.

Ci sono poi le azioni dei coloni: tra l’ottobre 2023 e il luglio 2025 si sono registrati quasi 3.000 attacchi contro palestinesi, e la distruzione di oltre 2.800 loro strutture. Solo a Jenin, ad esempio, 8 mila imprese palestinesi hanno dovuto chiudere i battenti. E una reazione da parte delle autorità palestinesi è resa impossibile anche dal ricatto continuo sui proprio fondi.

L’UNCTAD parla della “peggiore crisi fiscale della storia” dell’Autorità Nazionale Palestinese. Il governo è strangolato finanziariamente. Israele, che controlla i confini, riscuote le imposte sulle importazioni per conto dei palestinesi, ma trattiene unilateralmente quote sempre maggiori di questo denaro.

Dal 2019 ad oggi, le somme trattenute o dedotte da Israele hanno superato 1,76 miliardi di dollari, una cifra enorme che vale quasi il 13% dell’intero PIL palestinese del 2024. Senza queste risorse, il governo palestinese non riesce a pagare gli stipendi pubblici, e il sistema sanitario sopravvive solo accumulando debiti con i fornitori privati.

Le prospettive delineate dall’organismo ONU sono preoccupanti. La sola ricostruzione materiale di Gaza richiederebbe, secondo stime preliminari, oltre 53 miliardi di dollari. Ma i tempi sono la vera incognita: anche nello scenario migliore, ipotizzando la fine immediata delle ostilità e una crescita a doppia cifra sostenuta dagli aiuti, serviranno decenni per riportare Gaza al livello di benessere pre-ottobre 2023.

Senza considerare che qualsiasi ipotesi di autodeterminazione per il popolo palestinese non può di certo essere costruita sul benestare filantropico degli aiuti umanitari. E proprio questo è un altro obiettivo perseguito coscientemente da Tel Aviv.

Dalle Nazioni Unite si alza un ulteriore monito: accanto a un cessate il fuoco davvero reale e stabile serve un piano di salvataggio che includa un reddito di base d’emergenza per la popolazione affamata. Chi dovrebbe pagare questa spesa? Sappiamo bene che dovrebbe essere Israele, ma sappiamo bene anche che i vertici sionisti preferiscono far morire di fame i palestinesi. Parola loro.

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29/11/2025

Il genocidio dei palestinesi si estende alla Cisgiordania. Omicidi a freddo e arresti di massa

Nella Giornata Internazionale di Solidarietà con la Palestina, le notizie che arrivano da Gaza e Cisgiordania confermano che il genocidio israeliano contro il popolo palestinese sta proseguendo, nonostante molti abbiano spento telecamere e attenzione politica su quanto accade.

I video circolati da giovedì sui social media mostrano due palestinesi che si arrendono alle forze di occupazione israeliane, alzano le mani e poi sollevavano la camicia per dimostrare di essere disarmati. I soldati colpiscono i palestinesi a calci poi aprono il fuoco a bruciapelo uccidendoli sul posto. Successivamente un bulldozer presente fa crollare una saracinesca sui due cadaveri.

Fonti locali hanno riferito all’agenzia Anadolu che l’omicidio è avvenuto nel quartiere Jabal Abu Dhahir di Jenin durante una incursione militare israeliana nella zona.

Il Ministero della Salute palestinese ha identificato i due uomini come Muntasir Qassem Abdullah, 26 anni, e Youssef Assa’sa, 37 anni, affermando che i loro corpi sono stati trattenuti dalle forze israeliane.

Il governatore di Jenin, Kamal Abu al-Rub, ha detto alla Anadolu che l’esercito israeliano “non ha permesso a nessuno di avvicinarsi alla scena e ha impedito alle ambulanze di evacuare i due giovani. I due giovani alzavano le mani verso l’esercito, ma i soldati hanno aperto il fuoco contro di loro”.

L’esercito israeliano ha dichiarato in un comunicato di aver condotto un’indagine sul campo sulle circostanze dell’incidente, ma il ministro della Sicurezza israeliano Itamar Ben-Gvir ha chiesto la fine della convocazione dei soldati per indagare sulla sparatoria contro i palestinesi.

L’ufficio per i diritti umani dell’ONU venerdì ha dichiarato di essere “sconvolto dall’uccisione sfacciata” dei due palestinesi in “un’apparente esecuzione sommaria”

“Gli omicidi di palestinesi da parte delle forze di sicurezza israeliane e dei coloni nella Cisgiordania occupata sono aumentati, senza responsabilità, anche nei rari casi in cui vengono annunciate indagini”, ha detto Jeremy Laurence parlando con i giornalisti a Ginevra.

In Cisgiordania continua l’escalation delle forze di occupazione israeliane che venerdì hanno assaltato il campo profughi di al-Far’a nel governatorato di Tubas, nella Cisgiordania occupata settentrionale, ferendo tre palestinesi e detenendone decine nell’ambito di un’operazione militare che è ormai giunta al terzo giorno. Questo segue l’esecuzione di due giovani palestinesi a Jenin giovedì, ripresa dalle telecamere.

L’agenzia di stampa Anadolu ha citato testimoni che hanno affermato che un ampio contingente di truppe israeliane è entrato nel campo dopo essere rimasto intorno ad esso negli ultimi due giorni, ha riportato Al-Jazeera.

Una quindicina di palestinesi abitanti del campo profughi sono stati arrestati dopo che le forze di occupazione hanno fatto irruzione nelle loro case, ha detto il direttore della Società dei Prigionieri Palestinesi a Tubas, Kamal Bani Odeh.

Odeh avrebbe anche dichiarato che l’esercito israeliano ha arrestato 162 palestinesi negli ultimi due giorni e li ha portati nei centri di interrogatorio sul campo, che sono case trasformate in caserme militari.

Ha aggiunto che la maggior parte dei detenuti è stata rilasciata a gruppi mentre alcuni sono stati ricoverati a causa di maltrattamenti e per essere stati tenuti all’aperto per due giorni, il che ha causato problemi di salute a causa dell’esposizione al freddo.

Nidal Odeh, direttore delle ambulanze e dei servizi di emergenza a Tubas, ha dichiarato che le squadre di emergenza hanno curato più di 70 palestinesi feriti da soldati israeliani dall’inizio dell’aggressione nel governatorato di Tubas.

La Mezzaluna Rossa ha riferito che 10 palestinesi sono rimasti feriti questa mattina in un attacco di coloni nell’area di Khalail al-Lawz, a sud di Betlemme in Cisgiordania. Le forze di occupazione israeliane hanno arrestato 5 cittadini, tra cui due bambini e una donna del governatorato di Qalqilya, secondo l’agenzia di stampa palestinese Wafa, aggiungendo che le forze di occupazione hanno assaltato la città di Qalqilya dall’ingresso orientale,

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Gaza. Il cessate il fuoco è una farsa

A Gaza nel 50° giorno del cessate il fuoco, due bambini palestinesi sono stati uccisi dal fuoco israeliano nella città di Bani Suheila, all’interno della Linea Gialla, a est di Khan Younis, mentre gli aerei dell'occupazione israeliani hanno colpito i quartieri di Al-Tuffah e Shujaiya, e l’artiglieria colpiva a est di Jabalya.

I bombardamenti hanno colpito le aree orientali della città di Gaza e la città di Beit Lahiya, le aree orientali del campo di Al-Bureij, la città di Rafah e le città di Al-Qarara e Bani Suhaila, a est della città di Khan Younis.

Gli aerei da guerra israeliani hanno lanciato una serie di incursioni nei quartieri di Shujaiya e Al-Tuffah, a est di Gaza City, mentre le forze di occupazione hanno sparato sulle aree orientali del quartiere Al-Zaytoun, a sud-est della città. Anche navi militari israeliani hanno sparato dal mare verso Gaza City.

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28/11/2025

Cisgiordania. Israele sta prendendo tutto…

All’alba. Ruspe, elicotteri, blindati. La nuova operazione terroristica dell’Idf – battezzata “Cinque pietre” – piomba su Tubas e sui villaggi attorno nella Cisgiordania settentrionale.

Sessanta arresti, decine di case devastate, una trentina di civili costretti ad abbandonare le loro abitazioni. A essere trascinato via, tra gli altri, anche Samir Basharat, il sindaco di Tammun. Scuole chiuse. Strade bloccate. I droni volano bassi, mentre soldati mascherati irrompono nelle case, buttano giù porte, umiliano padri, terrorizzano bambini.

È occupazione pura, dichiarata. È l’estensione fisica e simbolica di uno Stato terrorista che non ha bisogno di maschere diplomatiche. L’hanno detto chiaro: “Ora siamo ovunque”. Nessuna finzione. Nessuna vergogna. Solo il dominio nudo, armato e impunito.

Nel campo profughi di Faraa, già colpito a febbraio, come a Jenin, come a Nablus, lo schema è lo stesso: si entra, si distrugge, si arresta, si lascia un deserto di macerie e paura. E si chiama tutto questo “lotta al terrorismo”. Un lessico inventato per coprire quello che, in termini reali, è apartheid armato, controllo etnico, pulizia sistematica a bassa intensità.

Ma non si tratta solo di militari sul terreno. L’assedio oggi ha un volto anche istituzionale, legislativo, parlamentare. Nella Knesset, è in corso l’altra operazione, quella che lavora carta e legge per dare corpo legale all’occupazione. Il 22 ottobre, la Knesset ha approvato in prima lettura il disegno di legge per annettere formalmente la Cisgiordania.

Un atto scritto nero su bianco: la volontà di imporre la sovranità israeliana su un territorio palestinese occupato da oltre mezzo secolo, già soffocato da check-point, coloni armati, demolizioni e raid notturni.

E non è nemmeno la prima volta. Lo scorso luglio, lo stesso parlamento aveva votato una mozione simbolica con 71 voti a favore: dichiarava che “la Giudea e la Samaria” sono “parte inseparabile della terra d’Israele”. Era una prova muscolare, un messaggio interno ed esterno: la conquista non si ferma, anzi si regolarizza.

Ma questo è solo l’inizio. Perché l’idea è chiara: sostituire l’Autorità Palestinese – ormai delegittimata e complice – con un’amministrazione militare totale, con uno stato di guerra permanente. Uno scatto verso l’annessione definitiva.

E mentre i bulldozer abbattono case e risoluzioni, l’Occidente sta zitto. Complice. Pavido. Distratto.

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23/11/2025

Gaza - Ancora palestinesi uccisi e feriti. In Cisgiordania raid dei militari israeliani, ma i palestinesi resistono

Almeno 22 palestinesi sono stati uccisi in una serie di attacchi con droni e missili israeliani condotti nel nord e nel centro della Striscia, che hanno provocato anche decine di feriti. Il cessate il fuoco da parte israeliana è ormai una linea sottile che viene violata a totale discrezione di Tel Aviv.

Il corrispondente di Al-Jazeera ha riferito che l’esercito di occupazione israeliano ha lanciato almeno 10 raid aerei all’interno della Linea Gialla a est della città di Khan Younis, nella Striscia di Gaza meridionale.

L’esercito israeliano ha diffuso la versione secondo cui ha lanciato un raid aereo nel sud della Striscia di Gaza per eliminare “cinque terroristi usciti da un tunnel di Rafah nel lato orientale della Linea Gialla” sotto il controllo delle forze israeliane.

Decine di famiglie palestinesi sono state sfollate dai quartieri di Al Tuffah e Shujaya nella zona est di Gaza City, a causa dell’incursione e dell’espansione dell’esercito israeliano nelle aree da cui si era ritirato in conformità con l’accordo.

Fonti locali confermano che l’esercito di occupazione ha effettuato la distruzione di edifici residenziali nei pressi della rotatoria di Zayed, a est di Beit Lahiya, nella Striscia di Gaza settentrionale.

Una delegazione di alti funzionari di Hamas si è recata al Cairo per discutere dell’escalation in corso nella Striscia di Gaza e del fragile cessate il fuoco. Hamas avrebbe minacciato di porre fine al cessate il fuoco nella Striscia di Gaza, a causa delle nuove ondate di attacchi lanciati dalle forze israeliane.

Stando a fonti citate da Al Arabiya, il movimento palestinese avrebbe informato l’inviato statunitense Steve Witkoff della sua posizione dicendosi “pronto a tornare a combattere”. Successivamente, il portavoce di Hamas Izzat al Rishq ha tuttavia smentito le indiscrezioni, spiegando che il movimento islamista ha chiesto ai mediatori di fare pressione su Israele affinché rispetti l’accordo finalizzato a Sharm el Sheikh lo scorso 13 ottobre.

Hamas aveva accusato Israele già nei giorni scorsi di aver “spostato” la linea gialla e di aver provocato una nuova ondata di sfollamenti, in una “flagrante” violazione del cessate il fuoco.

Secondo le autorità locali di Gaza, le Forze armate israeliane avrebbero riposizionato le proprie unità più all’interno dell’enclave, violando così l’accordo di cessate il fuoco mediato dagli Stati Uniti.

Fonti palestinesi avevano denunciato che le forze e i carri armati israeliani erano avanzate di circa 300 metri oltre la linea gialla nella parte orientale di Gaza City. “Il destino di molte di queste famiglie rimane sconosciuto a causa dei bombardamenti che hanno colpito la zona”, avevano affermato i palestinesi aggiungendo che l’estensione della linea gialla dimostra un “palese disprezzo” dell’accordo di cessate il fuoco.

In base alla tregua entrata in vigore oltre un mese fa a Gaza, gli israeliani hanno mantenuto circa il 53 per cento dell’enclave sotto il proprio controllo, vale a dire “l’area gialla”, delineata dalla linea del medesimo colore.

Al Jazeera riferisce che a Gaza City alcuni militari israeliani sono stati visti posizionare blocchi gialli e cartelli per identificare la nuova linea di schieramento, più all’interno del quartiere orientale di Shujayea. Secondo l’emittente, “l’intero confine non è stato segnato, quindi molti palestinesi non sanno esattamente dove si trovi. Con quest’ultima avanzata a Shujayea, a Gaza City, sempre più palestinesi non riescono a raggiungere le loro case. La gente dice che questa è una gabbia, perché vengono spinti e stipati nella parte occidentale di Gaza”.

Questa ulteriore violazione del cessate il fuoco arriva in un momento di intensificazione degli attacchi israeliani in tutta la Striscia di Gaza. Nel giro di 24 ore, tra la giornata di mercoledì e ieri, almeno 32 palestinesi erano stati uccisi negli attacchi israeliani e altri 88 feriti.

Ieri le forze armate israeliane hanno annunciato che l’Aeronautica militare “ha eliminato cinque terroristi emersi da un’infrastruttura terroristica sotterranea nella parte orientale di Rafah, nel sud della Striscia, a est della linea gialla”. Secondo Israele, “l’Aeronautica ha eliminato i terroristi quando questi si sono avvicinati alle truppe delle Idf schierate nel sud di Gaza, rappresentando un’immediata minaccia per loro”. Ma di tutto questo, come al solito, non ha fornito alcuna prova.

Raid dei militari israeliani in tutta la Cisgiordania, ma i palestinesi resistono

Non ci sono solo le aggressioni dei coloni ma anche quelle “ufficiali” decise dalle autorità di Tel Aviv.

In Cisgiordania continuano infatti i raid dei militari israeliani nelle città palestinesi. In alcune di queste hanno però incontrato resistenza. Fonti locali hanno riferito che i giovani hanno lanciato bottiglie Molotov contro le forze di occupazione durante il loro raid nella città di Sebastia, a nord-ovest di Nablus. Anche nella città di Tuqu’ – a sud-est di Betlemme – sono scoppiati scontri tra giovani palestinesi e le forze di occupazione israeliane dopo che queste hanno assaltato la città.

Sei palestinesi sono rimasti feriti a seguito di un attacco di coloni nella città di Beit ur Al-Tahta, nella Cisgiordania centrale.

Le forze israeliane hanno assaltato il campo profughi di Dheisheh nella città di Betlemme, nella Cisgiordania meridionale, e il vecchio campo di Askar, a est di Nablus.

I militari israeliani hanno fatto irruzione nella città di Al-Khader, a sud di Betlemme, posizionandosi nei pressi della “Porta” e dell’ingresso delle Pozze di Solimano, chiudendo la strada principale tra Gerusalemme ed Hebron ai cittadini palestinesi.

Le autorità di occupazione hanno sequestrato 1042 dunum di terra a Tubas, nella Valle del Giordano, per costruire una strada di insediamento, mentre i coloni hanno demolito terreni agricoli palestinesi nella città di Turmusaya a nord di Ramallah.

L’esercito di occupazione israeliano ha fatto irruzioni e perquisizioni nel quartiere Wadi Hilweh, all’interno della città di Silwan, nella Gerusalemme occupata. Incursioni dei militari si segnalano anche nella città di Ni’lin, a ovest di Ramallah, a Qabatiya, a sud di Jenin, e nella città di Huwara, a sud di Nablus.

Fonte

21/11/2025

Gaza - Decine di palestinesi uccisi, Israele viola sistematicamente la tregua

Sono passati 41 giorni dall’inizio del cessate il fuoco a Gaza ma l’esercito israeliano continua a violarlo sistematicamente uccidendo decine di palestinesi senza subirne le dovute conseguenze.

Tra ieri e oggi sono state nuove giornate sanguinose. Fonti negli ospedali della Striscia di Gaza hanno comunicato che 34 palestinesi, tra cui 18 bambini e una donna, sono stati uccisi dal fuoco israeliano nelle città di Gaza e Khan Yunis da ieri sera.

L’esercito israeliano ha giustificato i raid come “attacchi a obiettivi del Movimento di Resistenza Islamico Hamas” in tutta la Striscia di Gaza in risposta a quella che ha definito la presa di mira delle sue forze nell’area di Khan Yunis, mentre Hamas ha respinto queste accuse come un tentativo dell’occupazione di giustificare i propri crimini.

Ashraf Abu Sultan, un uomo palestinese di Gaza City ha detto all’AFP: “Non so cosa vogliano Israele e il mondo da noi. Sono tornato a Gaza domenica con la mia famiglia dopo un anno di sfollamento nel sud, abbiamo appena riparato una stanza nella nostra casa distrutta per cercare di sistemarci solo due giorni fa, i bombardamenti e la morte sono ricominciati, non ci lasciano spazio per respirare”

Hamas ha denunciato che gli attacchi israeliani rappresentano un’escalation pericolosa attraverso la quale Netanyahu, descritto come criminale di guerra, cerca di riprendere il genocidio contro il popolo palestinese, sottolineando che dalla firma dell’accordo di cessate il fuoco il 10 ottobre, l’escalation israeliana ha lasciato più di 300 martiri, con la continuazione della politica di demolizione e esplosioni di case e la chiusura del valico di Rafah.

Il movimento palestinese ha inoltre invitato l’amministrazione statunitense e i mediatori Egitto, Qatar e Turchia, in qualità di garanti dell’accordo di cessate il fuoco, a mantenere le loro promesse e a obbligare Israele a porre fine immediatamente alle violazioni che minacciano il processo di cessate il fuoco.

Dal cessate il fuoco dell’11 ottobre fino a ieri le forze armate israeliane hanno già ucciso 245 palestinesi. A questi occorre adesso aggiungerne altri 34. Volendo allargare lo sguardo dovremmo aggiungerci anche i 13 palestinesi uccisi l’altro ieri nel campo profughi di Ain el Hilweh in Libano, dove pure sarebbe in vigore un cessate il fuoco.

E poi c’è la Cisgiordania occupata, dove ieri 4 palestinesi, incluso un bambino, stati feriti dal fuoco delle forze di occupazione israeliane durante un raid a Nablus, e le incursioni nelle città di Jenin, Tubas, Tulkarem, Betlemme, le città di Deir Sharaf, a ovest di Nablus, Mazra’a Ovest, a nord di Ramallah e il villaggio di Al-Jib a nord di Gerusalemme.

Il genocidio diffuso contro il popolo palestinese da parte di Israele sta continuando, il fatto che politica e mass media abbiano strumentalmente spento i riflettori sulla Palestina non deve trarre in inganno né far abbassare la mobilitazione solidale con la lotta dei palestinesi. La macchina genocidiaria israeliana e i suoi complici devono continuare ad essere contrastati metro su metro, in ogni ambito politico, sociale, culturale.

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17/11/2025

A Gaza tregua all’Israeliana: violata 282 volte e 242 palestinesi uccisi

Cronaca stretta

«Non si arrestano le violenze in Cisgiordania, dove gli squadristi israeliani attaccano impunemente i civili che cercano di raccogliere le olive. Ieri, per la prima volta, gli Stati Uniti hanno rotto il silenzio sulle violenze dei coloni: il Capo del Dipartimento di Stato Marco Rubio ha dichiarato che potrebbero mettere in discussione il cessate il fuoco.
Una querula, quanto tragicamente tardiva, protesta pigolata, che in Israele è stata accolta con l’ovvia indifferenza del caso, come altrettanta indifferenza gli States dimostrano per le violazioni della tregua a Gaza, sulle quali non hanno finora detto nulla», denuncia Piccolenote.

Faccia di Trump e rapporti con Stati arabi

A Tel Aviv tutto è permesso purché il cosiddetto cessate il fuoco non sia messo in discussione seriamente, ne va dell’immagine di Trump e dei rapporti tra Stati Uniti e Paesi arabi. E, a quanto pare, i diuturni bombardamenti su Gaza e le incursioni in Cisgiordania non hanno raggiunto questo livello critico.

Ciò solo e soltanto perché Hamas, nonostante tutto, continua a ottemperare agli accordi senza reagire, che è quello che vorrebbe Tel Aviv per riprendere le ostilità in grande stile, come chiedono i messianici al governo e come vorrebbe Netanyahu, che morde il freno.

Insomma, il calcolo statunitense è tutto fondato sulla capacità di sopportazione di Hamas e, soprattutto, del popolo palestinese, mentre le pressioni su Israele, che pure sono esercitate, si limitano a un indulgente consiglio a non esagerare (cioè a non tornare ai ritmi precedenti la cosiddetta tregua, che hanno visto in media cento morti al giorno).

Tutto ciò mentre ai gazawi continuano a essere negati beni essenziali per la sopravvivenza, con la fame che ancora attanaglia la Striscia, ma anche l’indispensabile acqua, ormai avvelenata da scorie e liquami.

Ingegneria della fame a Gaza

Proprio sulla fame che ha imperversato e imperversa a Gaza, un documentato studio pubblicato su Springer Nature, una casa editrice accademica anglo-tedesca, dal titolo ‘l’ingegneria della fame a Gaza’. E lo studio «dimostra che la fame a Gaza non è una conseguenza indesiderata della guerra, ma un risultato deliberatamente progettato, reso possibile da tecnologie avanzate e una pianificazione sistematica».

Come? Lo studio rileva che «sistemi di puntamento assistiti dall’intelligenza artificiale, attacchi di droni di precisione e sorveglianza sono stati impiegati per smantellare le infrastrutture alimentari a ogni livello, dai terreni agricoli alla pesca fino a panifici, mulini e magazzini, paralizzando l’intera filiera alimentare di Gaza».

«Gli aiuti umanitari sono ostacolati dalla sorveglianza biometrica, dal targeting dei convogli e dai ripetuti attacchi contro organizzazioni affidabili come l’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei rifugiati palestinesi nel Vicino Oriente (UNRWA), mentre controverse fondazioni allineate allo Stato [israeliano] vengono scientemente rafforzate».

Sopravvivenza vietata e promesse false

«La distruzione di acqua, energia e altre risorse vitali ha innescato il collasso del nesso cibo-acqua-energia di Gaza, paralizzando tutti i meccanismi di sopravvivenza. Ancora più critico, il deliberato attacco e l’esecuzione di civili mentre facevano la fila per il pane o si appressavano alla distribuzione degli aiuti rivela una strategia calcolata per trasformare la fame in un’arma, trasformando la ricerca degli alimenti in un rischio letale».

Fin qui il catalogo degli orrori, anche se parziale, che tanto ci sarebbe da aggiungere. Resta da riferire sugli sviluppi del cosiddetto cessate il fuoco a Gaza, che tale non è, che gli Usa vorrebbero stabilizzare.

A tale scopo hanno presentato un prospetto al Consiglio di Sicurezza Onu nel quale si dettagliano gli sviluppi proposti: lo stanziamento di una forza di stabilizzazione internazionale arabo-islamica, l’instaurazione di una governance tecnocratica palestinese supervisionata da un bizzarro Board of peace (composto da più o meno eminenti figure internazionali, ma a trazione Usa), oltre a prevedere il ritiro delle forze israeliane dall’area di Gaza attualmente occupata, il disarmo di Hamas e un nebuloso orizzonte per un possibile, quanto aleatorio, Stato palestinese.

Paesi arabi per l’accordo, Russia e Cina smaliziati

La bozza ha il favore di alcuni Paesi arabi, ma ha trovato ostacoli in Russia [che ora presentato un proprio piano, completamente diverso, da discutere in sede di Consiglio di Sicurezza dell’Onu, ndr] e Cina che hanno obiettato su diversi punti, tra i quali anzitutto la tempistica non ben specificata del ritiro israeliano, la necessità di coinvolgere da subito l’Autorità nazionale palestinese nell’amministrazione della Striscia che prefiguri la nascita dello Stato palestinese.

Infine, si chiede di abolire il cosiddetto ‘Board of peace’, organismo peraltro davvero bizzarro il cui ruolo precipuo sembra essere solo quello di garantire affari alle imprese occidentali, arabe e israeliane che intendono investire su Gaza. Cina e Russia possono opporre il veto alla risoluzione Usa, ma a quel punto gli States potrebbero rivolgersi alla solita ‘coalizione di volenterosi’, sempre pronta all’occorrenza, per metterlo in pratica al fuori dei vincoli e del controllo dell’Onu, come riferisce Times of Israel che dettaglia la querelle. Possibile, ma difficile date le resistenze israeliane, un compromesso.

Amiconi

Da InsideOver. La richiesta della grazia per Netanyahu da parte di Trump tiene banco più delle sofferenze dei palestinesi. La richiesta di grazia di Trump è del tutto fuori registro e quanti si oppongono a Netanyahu in Israele sono irritati dell’ingerenza. E scandalo ha suscitato in tanto mondo occidentale perché allevierebbe la pressione sul criminale di guerra che governa Israele, come tale è perseguito dal Tribunale penale internazionale, e altro. Tutto vero, ma... Quel “ma” lo spiega Carolina Landsmann su Haaretz.

Trump sta cercando un accordo storico che porti il ​​suo nome, una versione aggiornata dell’Accordo del Secolo. Non sta cantando Imagine. È piuttosto un megalomane geopolitico che vuole essere più popolare di Gesù e dei Beatles. Per questo ha bisogno di un partner che possa soddisfare ‘il popolo’. Trump è consapevole che la presa di Netanyahu sulla destra è forte in caso di guerra, ma insufficiente in caso di pace. Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich sono alleati in tempo di guerra, ma non in tempo di pace.

Ecco perché Trump ha fatto così tanti complimenti a Yair Lapid nel suo discorso alla Knesset. In tempo di guerra, non c’è bisogno di Lapid. In tempo di pace, cosa te ne importa, Bibi, di essere un po’ gentile con lui? ‘Guarda come arrossisce il ragazzo. Netanyahu ha persino riso’. Trump sta lanciando un messaggio a entrambi: sarete insieme nella mia squadra per la pace. Capisce che Lapid e il resto della leadership ‘chiunque tranne Bibi’ [l’opposizione ndr.] non possono convincere i propri elettori a un’alleanza con Netanyahu.

E arriviamo alla grazia. Trump non sta cercando di aiutare un amico in difficoltà. Sta tentando di progettare una riconciliazione funzionale tra i Bibi-isti e i ‘non-Bibi-isti’ – non basata su emozioni o ideologie – per formare un governo senza l’estrema destra che potrebbe promuovere la pace con i palestinesi. “Così come ha capito che gli ostaggi non erano più una risorsa per Hamas, ma piuttosto una scusa per Israele per continuare la guerra, ha capito che il processo a Netanyahu non è più solo una risorsa politica dell’opposizione israeliana, ma un peso per l’intero sistema”.

Trump sta offrendo il suo appoggio presidenziale e il suo patrocinio internazionale, mediando con l’opposizione e fornendo uno spunto narrativo per un ‘cambio di direzione’, per aiutare Netanyahu a rompere la sua dipendenza dagli estremisti di destra. La grazia non è un favore personale a Netanyahu, ma il prezzo da pagare per un cambio di rotta diplomatica”.

Fin qui la Landsmann. In un mondo ideale sarebbe auspicabile altro: che i responsabili del genocidio vadano in galera, che nasca la Palestina etc. Nel mondo reale, le opzioni per uscire da questa follia sanguinaria, almeno nel breve, sono poche. Secondo la cronista, l’opzione Trump va in questa direzione, nonostante le tante criticità. Resta che l’orizzonte della cronista rimane nel circolo ristretto Israele-Usa. Il mondo, per fortuna, è più grande e opzioni alternative sono sul tavolo, anche se con meno possibilità di successo.

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13/11/2025

Il genocidio dei palestinesi si è fermato solo sui mass media

Sbaglia grossolanamente chi pensa che il genocidio contro il popolo palestinese si sia interrotto con il Piano Trump su Gaza. Nonostante lo sforzo dei mass media occidentali di veicolare questo scenario, la realtà sul campo – a Gaza come in Cisgiordania – racconta cose ben diverse.

Il corrispondente di Al-Jazeera da Gaza riferisce che questa mattina [ieri -ndR] gli aerei da guerra israeliani hanno lanciato 3 raid a nord-est della città di Beit Lahia all’interno delle aree della linea gialla nella Striscia di Gaza.

Secondo quanto riporta Maha Husseini su Middle East Eye, le forze armate israeliane hanno ucciso almeno 242 palestinesi dall’entrata in vigore della tregua l’11 ottobre, inclusi decine di bambini.

Gli attacchi israeliani hanno colpito il centro e l’est della Striscia di Gaza, mentre il blocco dei rifornimenti alimentari e sanitari rimane pressoché totale: a Gaza entrano solo 150 camion di aiuti al giorno, ossia un quarto di quelli previsti, e mancano cibo, medicinali e carburante.

La popolazione è sottoposta anche ad una martellante e ossessiva guerra psicologica. I droni israeliani continuano a sorvolare i quartieri trasmettendo messaggi intimidatori e suoni distorti, ordinando ai civili di “consegnare i corpi” dei prigionieri israeliani. «Sembrano volerci ricordare che possono colpirci in ogni momento», spiega Anas Moeen a Middle East Eye, un palestinese di Gaza City.

I carri armati israeliani restano all’interno del territorio palestinese, e le sparatorie si susseguono con intensità crescente: «A volte – racconta Moeen – un soldato tiene il dito sul grilletto per quindici minuti di fila».

Per i palestinesi, dunque, la tregua esiste solo sulla carta. Il rumore delle esplosioni, la fame e la paura continuano a scandire la quotidianità di una popolazione stremata da due anni di guerra e da un assedio che non si è mai interrotto.

Manar Jendiya, originaria di Gaza City, ha perso il marito durante una delle “stragi della farina” e la sorella due settimane fa, in un bombardamento successivo alla tregua. Ora vive con i figli in una scuola di fortuna: “Il genocidio si è fermato solo nei media – per noi continua ogni giorno”.

In Cisgiordania anche martedì sera, si è assistito ad una serie di attacchi e incursioni effettuati da coloni e soldati israeliani, che hanno colpito in diverse aree provocando feriti, arresti e ingenti danni materiali, mentre i coloni continuano a prendere d’assalto la moschea di Al-Aqsa. Un video mostra l’assalto e l’incendio di un camion per il trasporto di latte palestinese da parte di un gruppo di coloni.

Le forze di occupazione israeliane, accompagnate da un bulldozer, hanno preso d’assalto la città di Silwan (a sud di Gerusalemme) per effettuare delle demolizioni di case palestinesi.

L’esercito israeliano ha aperto il fuoco all’interno del campo di Tulkarem, le forze di occupazione hanno continuato a prendere d’assalto le città di Al-Sila Al-Harithiya e di Al Yamun, a ovest di Jenin. I militari israeliani hanno trasformato due case nella città di Ya’bad, a sud-ovest di Jenin, in due caserme militari, dopo aver costretto i loro residenti a evacuarle con la forza, portando a 7 il numero di case sequestrate dalle forze di occupazione e trasformate in caserme militari.

I palestinesi hanno opposto resistenza nel villaggio di Tayasir a nord di Tubas, lanciando bottiglie molotov contro i veicoli militari israeliani.

Il Times of Israel riferisce che, secondo le stesse autorità della difesa israeliana, si sono verificati 704 episodi di aggressioni dei coloni (definite “crimine nazionalistico”) dall’inizio dell’anno, rispetto ai 675 di tutto il 2024, i cui colpevoli sono raramente arrestati o perseguiti.

Il Times of Israel, riporta che decine di coloni israeliani hanno lanciato un attacco incendiario su larga scala contro i palestinesi in Cisgiordania martedì, prendendo di mira fabbriche e terreni agricoli tra le principali città di Nablus e Tulkarem.

Secondo l’esercito, i soldati hanno arrestato diversi coloni israeliani che hanno partecipato all’attacco dopo che le truppe sono state chiamate sulla scena. I sospetti sono stati poi trasferiti alla polizia israeliana, che ha annunciato di aver preso in custodia quattro cittadini israeliani per interrogarli.

Dopo gli arresti, l’IDF ha detto che le sue truppe sono state attaccate da un gruppo di coloni in una vicina zona industriale dove i sospetti erano fuggiti, e che un veicolo militare è stato vandalizzato.

Sul piano Trump per Gaza fonti diplomatiche informate hanno rivelato ad Al Quds news che gli Stati Uniti hanno iniziato a distribuire una bozza di risoluzione “rivista” agli Stati membri del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite relativa a un piano per porre fine alla guerra a Gaza.

La nuova bozza delinea le caratteristiche dettagliate per la fase del “giorno successivo” dopo la guerra.

Secondo le indiscrezioni, la versione rivista esorta “tutte le parti” coinvolte a iniziare ad attuare questo piano “immediatamente e completamente”.

La bozza americana propone di istituire un “Consiglio di pace”, che il testo descrive come un “organo di governo transitorio” incaricato di supervisionare la gestione degli affari a Gaza.

Per garantire le condizioni di sicurezza sul terreno, la bozza di risoluzione consente la formazione di una “forza internazionale di stabilizzazione”, che sarà posta sotto un “comando unificato”.

Le fonti hanno indicato che queste forze opereranno in diretto coordinamento sia con l’Egitto che con Israele per raggiungere due obiettivi principali: le operazioni di disarmo e fornire un’efficace protezione ai civili.

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03/11/2025

Più colonie in Cisgiordania per seppellire qualsiasi stato palestinese

Mentre vengono trasmesse le notizie e le immagini dei coloni israeliani che si scagliano contro i palestinesi che raccolgono le olive in Cisgiordania, Tel Aviv procede l’opera di insediamento nella regione, con un obiettivo molto chiaro: cancellare la continuità territoriale della West Bank, e cancellare qualsiasi ipotesi di stato palestinese. E questo, da ben prima del 7 ottobre 2023.

È stato confermato da pochi giorni che si prevede la costruzione di quasi 2 mila nuovi alloggi nelle colonie israeliane della Cisgiordania: saranno 50 mila quelli costruiti o approvati dalla formazione dell’ultimo governo Netanyahu, alla fine del 2022. Ripeto: ben prima del 7 ottobre 2023. Negli ultimi 3 anni circa, sono stati intorno ai 2.600 gli ettari confiscati agli abitanti locali.

Il governatorato palestinese di Gerusalemme ha fatto sapere che le autorità dell’occupazione sionista hanno dato via libera ad un’ulteriore confisca di 585 ettari del villaggio di Anata, a nord-est della città. La scusa, tra le altre che spesso vengono usate, è quella di “necessità militari”. Circa la metà del territorio di Anata era già stato confiscato in passato.

Quest’ultima decisione si pone in continuità con altre imprese ‘edilizie’ intorno a Gerusalemme. In particolare, la costruzione di 3.400 nuove unità abitative tra la città e l’insediamento illegale di Ma’ale Adumim. Questo blocco di abitazioni costituirebbe una sorta di via di muro che interromperebbe di fatto la circolazione dei palestinesi tra il nord e il sud della Cisgiordania.

L’annessione a Israele di Ma’ale Adumim è stato uno dei due progetti di legge che sono stati approvati dalla Knesset durante la visita del vicepresidente statunitense Vance. Se quello riguardante tutta la Cisgiordania non è passato per un soffio, ed è stato criticato da Washington, l’estensione della sovranità di Tel Aviv alla sola Ma’ale Adumim ha ricevuto una più larga approvazione.

È lo stillicidio dell’annessione della regione, che è meno eclatante di una votazione parlamentare ma che avviene continuamente da anni e anni, e che anzi negli ultimi cinque ha visto il numero degli insediamenti crescere del 180%. Ora, soprattutto per iniziativa del ministro delle Finanze Smotrich, si sta tentando un ulteriore salto di qualità.

Il giornale israeliano Yedioth Ahronoth ha parlato di un piano di colonizzazione “massiccio e senza precedenti” per rafforzare la propria presenza in Cisgiordania e magari ottenerne anche l’approvazione verso le prossime elezioni, il prossimo anno. Ma c’è qualcosa di più: da qualche mese è stato dato il via a un enorme piano infrastrutturale che dovrebbe collegare 80 insediamenti della West Bank alle reti idriche, elettriche e stradali israeliane.

È lo stesso giornale israeliano a sottolineare che, se si associa a tutto ciò anche la creazione di una Direzione ministeriale incaricata della ‘legalizzazione’ degli insediamenti israeliani, emerge chiaramente il salto di qualità della colonizzazione. E l’obiettivo è chiarissimo: la continuazione di questo operato serve a seppellire definitivamente qualsiasi ipotesi di nascita di uno stato palestinese in Cisgiordania.

Senza continuità territoriale, senza poter amministrare i propri territori, con una sovranità spezzata, non può nascere alcuno stato in senso moderno. Nel frattempo, negli ultimi due anni la povertà è aumentata dal 12% al 29%, e il tasso di disoccupazione è arrivato al 35%. A pagare pesantemente la colonizzazione sono innanzitutto le donne: sono almeno 6.500 quelle costrette a lavorare negli insediamenti illegali, spesso senza un contratto e per meno di 20 dollari al giorno, prive di condizioni minime di sicurezza.

Quando sentiamo i finti ‘progressisti’ nostrani, tipo quelli che usano paragoni mistificanti per continuare a vomitare la propria propaganda sionista – ad esempio, Fiano di Sinistra per Israele – parlare di pace e due stati, andrebbero contestati anche solo per il fatto che nascondono che queste due possibilità sono rese impossibili da Tel Aviv stessa.

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31/10/2025

L’assassinio di Shireen Abu Akleh coperto dal Dipartimento di Stato USA

Stando alle dichiarazioni rilasciate al New York Times da Steve Gabavics, un esperto membro della polizia militare USA, la giornalista statunitense-palestinese Shireen Abu Akleh è stata uccisa deliberatamente dalle forze armate israeliane, e il Dipartimento di Stato stelle-e-strisce avrebbe attivamente coperto l’omicidio.

Ricordiamo brevemente i fatti. Nel maggio 2022 Shireen è stata colpita alla testa da un cecchino israeliano, mentre riportava le notizie su scontri tra l’IDF e forze della resistenza palestinese per l’emittente Al Jazeera. Il suo omicidio è avvenuto a Jenin: in Cisgiordania, non a Gaza, e ben prima del 7 ottobre, a ricordarci come l’eliminazione sistematica dei giornalisti è una pratica di lunga data per Tel Aviv.

Ad ogni modo, inizialmente le autorità israeliane avevano incolpato i resistenti palestinesi, mentre la polizia sionista aveva persino preso d’assalto il funerale della donna. Salvo poi dover ammettere che erano state le forze israeliane a uccidere Shireen, presentando scuse in ritardo di un anno per un crimine che, era evidente a tutti, era stato commesso volontariamente.

Oggi Gabavics, ex militare in pensione dall’inizio del 2025, non solo lo conferma, ma rivela anche l’insabbiamento coperto dai vertici degli USA. Il soldato statunitense era stato incaricato di indagare sulla morte della giornalista mentre prestava servizio presso l’Office of the United States Security Coordinator, il quale facilita la cooperazione tra i servizi di sicurezza israeliani e palestinesi dell’ANP.

Gabavics e il suo team di investigatori raccolsero abbastanza indicazioni per affermare il fatto che il soldato israeliano che aveva sparato a Shireen sapeva che stava colpendo una giornalista. La precisione del proiettile indirizzato alla testa, il traffico radio israeliano che aveva indicato la presenza dei media in quella zona, la visuale chiara che i cecchini avevano della posizione di Abu Akleh, l’assenza di spari provenienti dalla sua direzione, non lasciavano dubbi (oltre a non dare motivo di aprire il fuoco contro di lei).

Tuttavia, l’allora capo di Gabavics, il tenente generale Michael R. Fenzel, lo escluse dalla revisione dell’indagine, minacciò di licenziarlo e pubblicò un rapporto finale per il Dipartimento di Stato sostenendo che l’omicidio era stato involontario. Gabavics e i suoi collaboratori rimasero sbalorditi dal testo finale.

Al New York Times, quattro funzionari statunitensi rimasti anonimi hanno dichiarato di credere che il testo sia stato modificato da Fenzel per “preservare il rapporto di lavoro del suo ufficio con l’esercito israeliano, che in precedenza aveva smesso di collaborare quando era rimasto scontento”.

Il 2 novembre è la Giornata Mondiale per mettere fine all’impunità per i crimini contro i giornalisti, stabilita dall’ONU nel 2013, e queste notizie non fanno che sollevare ulteriore sdegno per l’assassinio sistematico di giornalisti operato da Israele. Tali crimini dovranno prima o poi trovare giustizia.

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24/10/2025

Da una parte l’annessione della Cisgiordania, dall’altra la divisione di Gaza

La ‘tregua’ di Trump (quattro giorni fa erano 97 i palestinesi uccisi dall’IDF dal suo inizio: una concezione tutta sionista di “tregua”) non solo ha mostrato tutto il carattere coloniale delle soluzioni pensate per la questione palestinese, in cui gli unici interessi considerati sono quelli di Tel Aviv. Ormai comincia a mostrare anche il fatto di essere un preludio all’espansione israeliana.

Infatti, anche se non sembrano andare d’accordo, i processi che stanno portando Israele a estendere la propria sovranità o il controllo di fatto su ulteriori aree che spetterebbero allo stato palestinese vanno a braccetto sia in Cisgiordania sia nella Striscia di Gaza. E ciò avviene col patrocinio dell’imperialismo occidentale, nonostante il diniego trumpiano all’annessione della West Bank.

Una giornata simbolo di quel che raccontiamo è stata sicuramente mercoledì 22 ottobre. Mentre il vicepresidente statunitense, J. D. Vance, era in visita a Gerusalemme insieme all’inviato speciale Steve Witkoff e al genero del tycoon, Jared Kushner, il parlamento israeliano ha fatto passare in prima lettura due progetti di legge riguardanti l’espansione della sovranità sugli insediamenti in Cisgiordania.

Il primo disegno di legge prevede di estenderla a tutte quante le colonie nella West Bank occupata, ed è stato approvato per un solo voto, 25 favorevoli e 24 contrari. A rompere le righe con l’indicazione del partito di Netanyahu, il Likud, è stato Yuli Edelstein. “La sovranità israeliana in ogni parte della nostra patria – ha dichiarato il parlamentare – è all’ordine del giorno”.

Per l’attuale primo ministro un voto del genere è stato foriero di imbarazzo, soprattutto mentre i vertici stelle-e-strisce erano a Gerusalemme. Da Washington, infatti, ribadiscono la propria contrarietà all’annessione della Cisgiordania. Il Segretario di Stato Marco Rubio ha ripetuto che le misure discusse dalla Knesset e la violenza dei coloni mettono a repentaglio la tregua, oltre ad essere quasi “un’offesa personale” (come se la sua presenza fosse inutile o solo ingombrante).

Va certamente sottolineato come sia lo stesso Rubio (che ieri si è recato in Israele) a evidenziare l’evidente connessione tra il futuro della Cisgiordania e quello di Gaza, anche se media e politici occidentali si sono prodigati per porre in risalto il “pericolo Hamas” e per nascondere l’apartheid giornaliera nella West Bank.

Bisogna poi inoltre ricordare che la contrarietà da parte degli USA alle mire di Tel Aviv su questa area deriva unicamente dal fatto che ciò rappresenta una linea rossa per i governi limitrofi, mentre l’amministrazione Trump sta cercando in tutti i modi di riaffermarsi come ago della bilancia della regione, e di estendere la normalizzazione degli Accordi di Abramo ad altri paesi arabi.

È quello che in pratica ha detto Trump, in un’intervista telefonica concessa lo scorso 15 ottobre al Time, e di cui la rivista ha pubblicato ieri la trascrizione. The Donald si è addirittura spinto a dire che, se Israele proseguirà sulla strada dell’annessione, perderà il supporto degli USA. Tel Aviv ne è l’agente nella regione, ma è utile finché permette la continuazione della diplomazia di normalizzazione, a partire dall’Arabia Saudita, non se “si mette in proprio” con iniziative che ne pregiudicano l’egemonia.

Il presidente statunitense vorrebbe arrivare a integrare di nuovo, e in breve tempo, Riyad negli Accordi di Abramo, dopo lo smottamento causato dal bombardamento israeliano del Qatar e poi dall’alleanza atomica tra Riyad e Islamabad. Ma se ciò dovesse significare il riconoscimento di uno stato di Palestina, ha detto Smotrich che i sauditi possono continuare “a cavalcare cammelli nel deserto”... salvo poi scusarsi per l’uscita apertamente razzista.

La riottosità interna della maggioranza è evidente, e Netanyahu continua a barcamenarsi tra le varie pressioni. Appena arrivato Vance, il primo ministro ci ha tenuto a ribadire che Israele non è un protettorato statunitense, e i rappresentanti dei settori più esplicitamente genocidari del paese (compresa la sedicente “opposizione” ex laburista) ne hanno approfittato per metterlo in chiaro con un voto. Netanyahu ha riaffermato che non c’è modo che permetta alla legge per l’annessione della Cisgiordania di arrivare alla necessaria terza lettura.

Allo stesso tempo, però, il secondo disegno di legge approvato ha un raggio più limitato: riguarda l’annessione dell’insediamento di Maale Adumim, a est di Gerusalemme. Questo, al contrario del primo, è stato approvato con 32 voti favorevoli e solo 9 contrari. C’è una più chiara tendenza maggioritaria a proseguire nel “rosicchiamento” della Cisgiordania, pezzetto dopo pezzetto.

In una dichiarazione, l’ufficio di Netanyahu ha indicato le proposte di legge come una “provocazione politica” dell’opposizione, dando rassicurazione che “senza il sostegno del Likud, è improbabile che queste proposte di legge vengano approvate”. Andando a osservare più nel dettaglio i provvedimenti proposti, la questione si fa più intricata.

Per quanto sia vero che le due proposte provengono dalle file dell’opposizione, le fazioni vicine al ministro della Sicurezza nazionale Ben-Gvir e al ministro delle Finanze Smotrich hanno dato l’assenso. E Netanyahu non si può permettere di entrare in crisi col governo proprio ora che sta evitando il processo a suo carico. Una vicenda che ci ricorda come quasi tutto l’arco parlamentare sostiene in realtà l’occupazione.

L’obiettivo potrebbe essere proprio quello di cedere su una mossa eclatante e definitiva su tutta la regione per continuare allo stesso modo degli ultimi anni, con meno riflettori puntati addosso. Ciò dipenderà, ovviamente, dalla disponibilità delle frange più estreme del governo di Tel Aviv, e in particolare da Smotrich e Ben Gvir, in quanto diretti rappresentanti del mondo dei coloni.

Infatti, c’è poi anche il complesso affaire Barghuthi. Sempre al Time, Trump ha detto che sta valutando di chiederne la scarcerazione a Israele. La figura del leader palestinese è considerata l’unica in grado di unire il suo popolo, tra Gaza e West Bank: quello che servirebbe a Trump per guidare un effettivo processo di transizione della governance di queste aree, mettendo alle strette Hamas, come sta cercando di fare anche con altre sue mosse.

Ma questo ovviamente non sta bene ad Israele – l’intero arco parlamentare, meno i due comunisti – che semplicemente nega, e non da oggi, che possa esistere uno Stato palestinese e perfino l’esistenza stessa di quel popolo.

Nel frattempo, infatti, le indicazioni rilasciate da Vance e Kushner nella propria conferenza stampa a Gerusalemme sembrano delineare una prospettiva di espansione dell’occupazione sionista anche per Gaza. Il Wall Street Journal, infatti, ha parlato del fatto che Washington e Tel Aviv stanno valutando se far partire la ricostruzione della Striscia solo nella zona di controllo israeliana, fino al disarmo di Hamas.

Vance avrebbe infatti affermato che ci sono due aree a Gaza, separate dalla “linea gialla” che divide Gaza ancora sotto occupazione e quella no. La prima sarebbe relativamente sicura, la seconda incredibilmente pericolosa. L’obiettivo dovrebbe essere quello di espandere quest’ultima geograficamente.

Fino ad allora, ha detto Kushner, i fondi per la ricostruzione affluiranno solo nella zona sicura (ovvero quella sotto controllo israeliano), e solo il disarmo di Hamas potrebbe, in sostanza, sbloccare la situazione. Le parole dei vertici statunitensi sono un evidente ricatto imposto ai palestinesi e il tentativo di trovare una soluzione alla “questione Hamas” rimandando le legittime richieste intorno al futuro governo della Striscia.

I mediatori arabi della tregua si sono opposti a questa soluzione. A loro opinione – a ragione – ciò è il preludio a un’occupazione a lungo termine di oltre il 50% della Striscia, e del resto l’IDF sta già piazzando barriere di cemento lungo la “linea gialla”. A queste condizioni, si sono detti contrari a partecipare al dispiegamento di forze internazionali.

Israele vuole evidentemente frammentare la continuità di Gaza, come ha già fatto con le colonie in Cisgiordania, e vuole anche costruire una sorta di zona cuscinetto dentro la Striscia per evitare che si possa ripetere un caso di ‘esondazione’ delle forze della resistenza dentro i territori israeliani. E ciò significa ancora una volta, se ce ne fosse ancora bisogno, come sia il sionismo a voler mettere la pietra tombale su ogni ipotesi di Stato palestinese, azzerando così ogni ipotesi di “due Stati”.

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