Fare informazione di merda è un «must» anche nelle disgrazie.
I TG ci hanno inondato, anche giustamente, con le immagini del grande disastro ferroviario spagnolo. Si tratta del primo incidente con vittime sulla rete ad alta velocità spagnola da quando è stata portata a termine la liberalizzazione-privatizzazione, tra il 2019 e il 2020. L’incidente ha coinvolto un treno AV di Iryo, secondo operatore per volume di treni, frequenze e viaggiatori in Spagna, e un Alvia dei servizi commerciali di Renfe.
Il primo, che copriva la linea Malaga-Madrid Puerta de Atocha, è deragliato a Ademuz (Cordoba) alle 19:39, provocando l’urto con l’Alvia (da Pta. de Atocha a Huelva), ha debuttato sui binari sul corridoio Madrid-Barcellona poco più di tre anni fa, a novembre 2022. Quattro giorni prima c’era stato un viaggio inaugurale tra Madrid e Valencia. Prima del lancio del marchio Iryo, l’azienda era, sulla carta, Intermodalidad de Levante S.A.
Lo scontro pressoché frontale, avvenuto per il deragliamento di uno dei due treni su un rettilineo, è stato eccezionalmente grave, a circa 200 km l’ora. Il treno della compagnia Iryo, con 317 persone a bordo, è deragliato nei deviatoi di ingresso alla via 1 della stazione di Adamuz, invadendo la linea parallela, dove transitava in senso contrario un altro treno dell’alta velocità della statale Alvia (Renfe).
La forza cinetica, anche per le masse di acciaio coinvolte, è stata tremenda: i corpi delle vittime dell’incidente ferroviario sono stati trovati “a centinaia di metri di distanza” sbalzati dai finestrini a causa dell’impatto “incredibilmente violento” dell’incidente, ha riferito il presidente della regione andalusa, Juanma Moreno.
Anche il macchinista “è stato trovato a decine di metri dalla cabina”, raccontano i soccorritori. “Sfortunatamente quando arriveranno i macchinari pesanti per sollevare i vagoni è probabile che troveremo altre vittime”, conferma Moreno.
“Ci sono almeno due o tre vagoni precipitati in un terrapieno di cinque metri ai quali è difficile accedere. I vigili del fuoco sono riusciti ad accedere al terzo vagone, ci sarebbe un numero indeterminato di vittime”, ha affermato l’assessore alla Sanità della regione Andalusia, Antonio Sanz. “La situazione è molto grave”.
Una scena apocalittica che consiglierebbe a chiunque di mantenere la massima serietà possibile, se non altro per rispetto delle tante vittime.
E invece i media italiani si sono immediatamente posizionati nella trincea del «siamo vicini al dolore della Spagna», «nessun italiano coinvolto fino a questo momento» (Tajani docet), ma con qualche velato accenno sul «da noi non potrebbe succedere» (vedi foto di fianco, dal Corriere della Sera).
Cercando tra i lanci di agenzia, però, qualche notizia avrebbe dovuto mettere in allarme. Per esempio, il sindacato spagnolo dei macchinisti (Semaf) aveva segnalato anomalie sui binari nel tratto di ferrovia teatro dell’incidente.
Semaf, riporta la Reuters, aveva scritto una lettera ad Adif, gestore delle infrastrutture ferroviarie statali, lo scorso agosto, mettendo in guardia su buche e squilibri nelle linee elettriche aeree che stavano causando frequenti guasti e danneggiavano gli stessi treni. Segnali, insomma, che la rete era in sofferenza per una gestione «risparmiosa», fatta di controlli ridotti e manutenzioni diradate nel tempo.
Cose che accadono da decenni ormai in Italia, dove il numero dei dipendenti della ferrovie sono passati da oltre 200.000 a poco più di 90.000.
Va bene, dirà qualcuno, ma un incidente di queste dimensioni non c’è mai stato (vero), anche se migliaia di ritardi per microguasti – compreso il famoso «chiodo di Salvini» – stanno lì a segnalare che anche la nostra rete ferroviaria soffre dello stesso male (ricerca del massimo profitto possibile, risparmiando sui costi e sul personale).
Ma è andando a spulciare «la proprietà» di Iryo che salta fuori il collegamento diretto con la sciagurata situazione italiana. Come racconta peraltro da El Pais, gemello della nostrana Repubblica, «Nel capitale di Iryo figurano Carlos Bertomeu, veterano del settore dei trasporti con la sua Air Nostrum (25%), così come la concessionaria di infrastrutture Globalvía (24%), ma l’azionista che guida la torta azionaria e tiene le redini della gestione è l’operatore pubblico italiano Trenitalia (51%), parte di Ferrovie dello Stato Italiane. Il suo uomo forte in questo paese è Fabrizio Favara, attuale amministratore delegato della compagnia che oggi pomeriggio ha subìto ad Ademuz (Cordoba) il suo primo sinistro di estrema gravità».
Il 51% è maggioranza assoluta. Insomma il treno che ha deragliato appartiene a Trenitalia. Poi si vedrà se il deragliamento è dovuto a problemi della linea oppure a difetti del convoglio, ma intanto – almeno come notizia – si potrebbe anche dire. O no?
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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20/01/2026
31/10/2025
L’assassinio di Shireen Abu Akleh coperto dal Dipartimento di Stato USA
Stando alle dichiarazioni rilasciate al New York Times da Steve Gabavics, un esperto membro della polizia militare USA, la giornalista statunitense-palestinese Shireen Abu Akleh è stata uccisa deliberatamente dalle forze armate israeliane, e il Dipartimento di Stato stelle-e-strisce avrebbe attivamente coperto l’omicidio.
Ricordiamo brevemente i fatti. Nel maggio 2022 Shireen è stata colpita alla testa da un cecchino israeliano, mentre riportava le notizie su scontri tra l’IDF e forze della resistenza palestinese per l’emittente Al Jazeera. Il suo omicidio è avvenuto a Jenin: in Cisgiordania, non a Gaza, e ben prima del 7 ottobre, a ricordarci come l’eliminazione sistematica dei giornalisti è una pratica di lunga data per Tel Aviv.
Ad ogni modo, inizialmente le autorità israeliane avevano incolpato i resistenti palestinesi, mentre la polizia sionista aveva persino preso d’assalto il funerale della donna. Salvo poi dover ammettere che erano state le forze israeliane a uccidere Shireen, presentando scuse in ritardo di un anno per un crimine che, era evidente a tutti, era stato commesso volontariamente.
Oggi Gabavics, ex militare in pensione dall’inizio del 2025, non solo lo conferma, ma rivela anche l’insabbiamento coperto dai vertici degli USA. Il soldato statunitense era stato incaricato di indagare sulla morte della giornalista mentre prestava servizio presso l’Office of the United States Security Coordinator, il quale facilita la cooperazione tra i servizi di sicurezza israeliani e palestinesi dell’ANP.
Gabavics e il suo team di investigatori raccolsero abbastanza indicazioni per affermare il fatto che il soldato israeliano che aveva sparato a Shireen sapeva che stava colpendo una giornalista. La precisione del proiettile indirizzato alla testa, il traffico radio israeliano che aveva indicato la presenza dei media in quella zona, la visuale chiara che i cecchini avevano della posizione di Abu Akleh, l’assenza di spari provenienti dalla sua direzione, non lasciavano dubbi (oltre a non dare motivo di aprire il fuoco contro di lei).
Tuttavia, l’allora capo di Gabavics, il tenente generale Michael R. Fenzel, lo escluse dalla revisione dell’indagine, minacciò di licenziarlo e pubblicò un rapporto finale per il Dipartimento di Stato sostenendo che l’omicidio era stato involontario. Gabavics e i suoi collaboratori rimasero sbalorditi dal testo finale.
Al New York Times, quattro funzionari statunitensi rimasti anonimi hanno dichiarato di credere che il testo sia stato modificato da Fenzel per “preservare il rapporto di lavoro del suo ufficio con l’esercito israeliano, che in precedenza aveva smesso di collaborare quando era rimasto scontento”.
Il 2 novembre è la Giornata Mondiale per mettere fine all’impunità per i crimini contro i giornalisti, stabilita dall’ONU nel 2013, e queste notizie non fanno che sollevare ulteriore sdegno per l’assassinio sistematico di giornalisti operato da Israele. Tali crimini dovranno prima o poi trovare giustizia.
Fonte
Ricordiamo brevemente i fatti. Nel maggio 2022 Shireen è stata colpita alla testa da un cecchino israeliano, mentre riportava le notizie su scontri tra l’IDF e forze della resistenza palestinese per l’emittente Al Jazeera. Il suo omicidio è avvenuto a Jenin: in Cisgiordania, non a Gaza, e ben prima del 7 ottobre, a ricordarci come l’eliminazione sistematica dei giornalisti è una pratica di lunga data per Tel Aviv.
Ad ogni modo, inizialmente le autorità israeliane avevano incolpato i resistenti palestinesi, mentre la polizia sionista aveva persino preso d’assalto il funerale della donna. Salvo poi dover ammettere che erano state le forze israeliane a uccidere Shireen, presentando scuse in ritardo di un anno per un crimine che, era evidente a tutti, era stato commesso volontariamente.
Oggi Gabavics, ex militare in pensione dall’inizio del 2025, non solo lo conferma, ma rivela anche l’insabbiamento coperto dai vertici degli USA. Il soldato statunitense era stato incaricato di indagare sulla morte della giornalista mentre prestava servizio presso l’Office of the United States Security Coordinator, il quale facilita la cooperazione tra i servizi di sicurezza israeliani e palestinesi dell’ANP.
Gabavics e il suo team di investigatori raccolsero abbastanza indicazioni per affermare il fatto che il soldato israeliano che aveva sparato a Shireen sapeva che stava colpendo una giornalista. La precisione del proiettile indirizzato alla testa, il traffico radio israeliano che aveva indicato la presenza dei media in quella zona, la visuale chiara che i cecchini avevano della posizione di Abu Akleh, l’assenza di spari provenienti dalla sua direzione, non lasciavano dubbi (oltre a non dare motivo di aprire il fuoco contro di lei).
Tuttavia, l’allora capo di Gabavics, il tenente generale Michael R. Fenzel, lo escluse dalla revisione dell’indagine, minacciò di licenziarlo e pubblicò un rapporto finale per il Dipartimento di Stato sostenendo che l’omicidio era stato involontario. Gabavics e i suoi collaboratori rimasero sbalorditi dal testo finale.
Al New York Times, quattro funzionari statunitensi rimasti anonimi hanno dichiarato di credere che il testo sia stato modificato da Fenzel per “preservare il rapporto di lavoro del suo ufficio con l’esercito israeliano, che in precedenza aveva smesso di collaborare quando era rimasto scontento”.
Il 2 novembre è la Giornata Mondiale per mettere fine all’impunità per i crimini contro i giornalisti, stabilita dall’ONU nel 2013, e queste notizie non fanno che sollevare ulteriore sdegno per l’assassinio sistematico di giornalisti operato da Israele. Tali crimini dovranno prima o poi trovare giustizia.
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30/07/2025
L’impossibile simmetria tra Gaza e l’autogrill di Lainate
La vicenda del turista ebreo francese insultato in un autogrill nel milanese è difficile da collocare tra un episodio casuale ma emblematico o una opportunità attesa da tempo. Di sicuro tutto il circo sionista ne stra traendo vantaggio cercando di uscire dall’angolo morale e politico in cui è stato cacciato a causa della sua complicità con Netanyahu e la politica genocidiaria di Israele.
Guardando la vicenda da questo punto di vista sembra decisamente una opportunità attesa da tempo dai circoli e dai media sionisti in Italia, e se non è una vicenda anche costruita allo scopo è stata sicuramente gestita come tale. Il clamore e l’enfasi ricevuta superano abbondantemente i fatti. Per dirne una, il Corriere della Sera gli dedica oggi una intera pagina.
Ma se anche fosse la casualità e l’emblematicità di un episodio isolato, questo ci restituirebbe praticamente i risultati di una situazione a Gaza che ha trascinato la soglia dell’orrore oltre ogni linea rossa. Il silenzio, la mancata presa di distanza e in moltissimi casi l'aperta complicità delle comunità ebraiche in Europa con la politica del governo Netanyahu non favoriscono certo le buone relazioni con il resto della società dove cresce l’indignazione per il genocidio dei palestinesi da parte di Israele.
Strillare in ogni momento all’antisemitismo, alimentandolo però quotidianamente con dichiarazioni di “vittimismo aggressivo”, non è certo la cura migliore per tenere a bada o sconfiggere il pregiudizio antisemita mai sopito nelle società “cattoliche” europee.
Ed anche andarsene orgogliosamente in giro ostentando la kippah non è proprio la migliore delle idee in momenti come questi. Per certi aspetti è una manifestazione di arroganza, come si evince dalle dichiarazioni del turista francese ad una agenzia stampa italiana.
Egli si definisce infatti “Un guerriero, che non si farà intimorire dall’aggressione subita, continuerà a indossare con orgoglio la kippah fino alla morte” e tornerà in Italia, per dimostrare a suo figlio che qui “non tutti sono antisemiti”. Un “combattente” che però lotterà “per avere giustizia” e per “difendere la comunità ebraica italiana dall’odio antisemita”, che si sta diffondendo nella Penisola “come in tutta Europa”. Così si descrive all’Adn Kronos Elie Sultan, il 52enne insultato da un gruppo di persone domenica in un’area di sosta di Lainate (Milano).
Il fatto poi che tutti gli “aggrediti” in vari contesti (ristoranti, alberghi etc.) abbiano sempre il telefonino acceso in mano per fare le riprese sembra più una regola d’ingaggio che un comportamento protettivo.
Infine, e non per importanza, l’avvio di procedimenti giudiziari per la vicenda, stride fortemente con l’insabbiamento sistematico dei procedimenti giudiziari nei casi in cui gli “aggrediti” sono stati invece “aggressori”. Ma su questo occorrerà aspettare i fatti prima di poter dare un giudizio di merito.
La conclusione momentanea di questa vicenda va affidata ai fatti. Un episodio marginale ingigantito e strumentalizzato fino a poterlo portare ad un livello di simmetria mediatica con quanto accade a Gaza, introduce un punto di distorsione fino a pochi giorni fa impossibile da gestire, con tutti i commentatori oggi costretti a pronunciarsi simmetricamente su quanto avvenuto al Grill di Lainate oltre che su quanto avviene a Gaza, quasi come se avessero lo stesso peso.
Non ci provate e che nessuno accetti questa impossibile e indecente simmetria.
Fonte
Guardando la vicenda da questo punto di vista sembra decisamente una opportunità attesa da tempo dai circoli e dai media sionisti in Italia, e se non è una vicenda anche costruita allo scopo è stata sicuramente gestita come tale. Il clamore e l’enfasi ricevuta superano abbondantemente i fatti. Per dirne una, il Corriere della Sera gli dedica oggi una intera pagina.
Ma se anche fosse la casualità e l’emblematicità di un episodio isolato, questo ci restituirebbe praticamente i risultati di una situazione a Gaza che ha trascinato la soglia dell’orrore oltre ogni linea rossa. Il silenzio, la mancata presa di distanza e in moltissimi casi l'aperta complicità delle comunità ebraiche in Europa con la politica del governo Netanyahu non favoriscono certo le buone relazioni con il resto della società dove cresce l’indignazione per il genocidio dei palestinesi da parte di Israele.
Strillare in ogni momento all’antisemitismo, alimentandolo però quotidianamente con dichiarazioni di “vittimismo aggressivo”, non è certo la cura migliore per tenere a bada o sconfiggere il pregiudizio antisemita mai sopito nelle società “cattoliche” europee.
Ed anche andarsene orgogliosamente in giro ostentando la kippah non è proprio la migliore delle idee in momenti come questi. Per certi aspetti è una manifestazione di arroganza, come si evince dalle dichiarazioni del turista francese ad una agenzia stampa italiana.
Egli si definisce infatti “Un guerriero, che non si farà intimorire dall’aggressione subita, continuerà a indossare con orgoglio la kippah fino alla morte” e tornerà in Italia, per dimostrare a suo figlio che qui “non tutti sono antisemiti”. Un “combattente” che però lotterà “per avere giustizia” e per “difendere la comunità ebraica italiana dall’odio antisemita”, che si sta diffondendo nella Penisola “come in tutta Europa”. Così si descrive all’Adn Kronos Elie Sultan, il 52enne insultato da un gruppo di persone domenica in un’area di sosta di Lainate (Milano).
Il fatto poi che tutti gli “aggrediti” in vari contesti (ristoranti, alberghi etc.) abbiano sempre il telefonino acceso in mano per fare le riprese sembra più una regola d’ingaggio che un comportamento protettivo.
Infine, e non per importanza, l’avvio di procedimenti giudiziari per la vicenda, stride fortemente con l’insabbiamento sistematico dei procedimenti giudiziari nei casi in cui gli “aggrediti” sono stati invece “aggressori”. Ma su questo occorrerà aspettare i fatti prima di poter dare un giudizio di merito.
La conclusione momentanea di questa vicenda va affidata ai fatti. Un episodio marginale ingigantito e strumentalizzato fino a poterlo portare ad un livello di simmetria mediatica con quanto accade a Gaza, introduce un punto di distorsione fino a pochi giorni fa impossibile da gestire, con tutti i commentatori oggi costretti a pronunciarsi simmetricamente su quanto avvenuto al Grill di Lainate oltre che su quanto avviene a Gaza, quasi come se avessero lo stesso peso.
Non ci provate e che nessuno accetti questa impossibile e indecente simmetria.
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09/05/2022
Il mito della libertà di stampa al servizio della propaganda di guerra
Nella classifica mondiale libertà di stampa World Press Freedom Index (una classifica annuale che valuta lo stato del giornalismo e il suo grado di libertà in 180 paesi del mondo) l’Italia è sprofondata dal 47° al 58° posto. Ma su giornali, TG e talk show si parla, in questi giorni di furore mediatico bellicista – esclusivamente e continuamente – della mancanza di libertà di stampa in Russia.
È chiaro che si tratta di un argomento che viene tirato fuori solo ora per ragioni strumentali alla definizione del nemico perché, in realtà, fino al 24 febbraio scorso, il tema (che vale per la Russia come per altre decine di paesi) occupava, sui nostri media, uno spazio analogo a quello dedicato all’estinzione del pesce spatola dai fiumi della Cina.
E, si continua, ovviamente, a tacere sulla mattanza di giornalisti ucraini dal 2014 in poi, esattamente come si continua a non ricordare l’uccisione del nostro Andrea Rocchelli il cui assassino è stato rimandato dall’Italia in Ucraina dove, da pluridecorato, gli è stato assegnato un incarico di vertice nella nomenclatura militare di quel paese.
Certo, esistono paesi dove i giornalisti onesti vanno in galera o vengono uccisi (Russia compresa). In Italia, invece, i giornalisti onesti o spariscono dalle redazioni dopo essere stati querelati per milioni di euro dai potenti di turno; che prima gli levano la casa, la macchina ed anche le mutande e poi li fanno pure cacciare dalle testate tramite un whatsapp di poche righe inviato al direttore di turno.
E mentre i Molinari, i Mentana, i Mieli, i Gramellini ed i Giannini (di Parenzo è inutile parlare) & co. ripetevano in continuazione, dai loro trespoli quotidiani, che, a differenza della Russia, noi “viviamo nelle libere democrazie occidentali“, veniva resa nota la decisione della Corte di Londra di concedere l’estradizione di #JulianAssange negli USA dove lo aspettano 175 anni di carcere.
E per cosa? Di quali orrendi crimini è accusato Assange per meritare di essere sepolto vivo in un carcere di massima sicurezza degli Stati Uniti?
Julian Assange ha fatto ciò che dovrebbe fare ogni giornalista degno di questo nome.
Julian Assange ha rivelato all’opinione pubblica mondiale la verità sui crimini di guerra commessi durante i conflitti scatenati dagli USA stessi e dai loro alleati. Una verità che, evidentemente, a noi è vietato di conoscere.
Quel messaggio che è arrivato da Londra, cristallino e potente, dice a noi, cittadini del democratico Occidente che chi ha divulgato o proverà ancora a divulgare le atrocità, commesse dagli USA e dai loro alleati in giro per il mondo, sarà perseguitato come un criminale e dovrà essere cancellato dalla faccia della terra.
Ma come ha dato la notizia su Assange la nostra “grande informazione libera”? Poche distratte righe, qualche timido articoletto. I “famosi opinionisti”, gli “eccelsi giornalisti”, i grandi “opinionisti” onniprensenti in tv, cosa hanno detto? Si sono per caso indignati? Si sono schierati con Julian Assange? No, solo silenzio, omertà, oblio.
Un’indifferenza complice che condanna al silenzio, alla marginalità o all’oblio, tutti coloro che vorrebbero fare informazione libera e senza autocensure e che rivela la reale funzione dei media occidentali: servire il potere economico, politico e finanziario (lo stesso che è proprietario della quasi totalità delle grandi testate) manipolando i fatti e costruendo narrazioni funzionali al mantenimento dello status quo e degli interessi costituiti.
La vicenda di Assange (ma è solo il caso più eclatante) è la cartina tornasole di tutta la falsa propaganda occidentale che ci viene venduta ogni giorno come “informazione libera”.
E la vicenda della guerra in Ucraina ha fatto cadere ogni residuo velo mostrando la vera natura del “nostro” giornalismo: sempre dalla parte dei potenti anche quando i potenti scelgono la guerra, perché la guerra diventa l’affare più vantaggioso in circolazione, soprattutto per i padroni delle testate su cui scrivono e/o da cui affabulano le masse tutti i santi giorni.
Fonte
È chiaro che si tratta di un argomento che viene tirato fuori solo ora per ragioni strumentali alla definizione del nemico perché, in realtà, fino al 24 febbraio scorso, il tema (che vale per la Russia come per altre decine di paesi) occupava, sui nostri media, uno spazio analogo a quello dedicato all’estinzione del pesce spatola dai fiumi della Cina.
E, si continua, ovviamente, a tacere sulla mattanza di giornalisti ucraini dal 2014 in poi, esattamente come si continua a non ricordare l’uccisione del nostro Andrea Rocchelli il cui assassino è stato rimandato dall’Italia in Ucraina dove, da pluridecorato, gli è stato assegnato un incarico di vertice nella nomenclatura militare di quel paese.
Certo, esistono paesi dove i giornalisti onesti vanno in galera o vengono uccisi (Russia compresa). In Italia, invece, i giornalisti onesti o spariscono dalle redazioni dopo essere stati querelati per milioni di euro dai potenti di turno; che prima gli levano la casa, la macchina ed anche le mutande e poi li fanno pure cacciare dalle testate tramite un whatsapp di poche righe inviato al direttore di turno.
E mentre i Molinari, i Mentana, i Mieli, i Gramellini ed i Giannini (di Parenzo è inutile parlare) & co. ripetevano in continuazione, dai loro trespoli quotidiani, che, a differenza della Russia, noi “viviamo nelle libere democrazie occidentali“, veniva resa nota la decisione della Corte di Londra di concedere l’estradizione di #JulianAssange negli USA dove lo aspettano 175 anni di carcere.
E per cosa? Di quali orrendi crimini è accusato Assange per meritare di essere sepolto vivo in un carcere di massima sicurezza degli Stati Uniti?
Julian Assange ha fatto ciò che dovrebbe fare ogni giornalista degno di questo nome.
Julian Assange ha rivelato all’opinione pubblica mondiale la verità sui crimini di guerra commessi durante i conflitti scatenati dagli USA stessi e dai loro alleati. Una verità che, evidentemente, a noi è vietato di conoscere.
Quel messaggio che è arrivato da Londra, cristallino e potente, dice a noi, cittadini del democratico Occidente che chi ha divulgato o proverà ancora a divulgare le atrocità, commesse dagli USA e dai loro alleati in giro per il mondo, sarà perseguitato come un criminale e dovrà essere cancellato dalla faccia della terra.
Ma come ha dato la notizia su Assange la nostra “grande informazione libera”? Poche distratte righe, qualche timido articoletto. I “famosi opinionisti”, gli “eccelsi giornalisti”, i grandi “opinionisti” onniprensenti in tv, cosa hanno detto? Si sono per caso indignati? Si sono schierati con Julian Assange? No, solo silenzio, omertà, oblio.
Un’indifferenza complice che condanna al silenzio, alla marginalità o all’oblio, tutti coloro che vorrebbero fare informazione libera e senza autocensure e che rivela la reale funzione dei media occidentali: servire il potere economico, politico e finanziario (lo stesso che è proprietario della quasi totalità delle grandi testate) manipolando i fatti e costruendo narrazioni funzionali al mantenimento dello status quo e degli interessi costituiti.
La vicenda di Assange (ma è solo il caso più eclatante) è la cartina tornasole di tutta la falsa propaganda occidentale che ci viene venduta ogni giorno come “informazione libera”.
E la vicenda della guerra in Ucraina ha fatto cadere ogni residuo velo mostrando la vera natura del “nostro” giornalismo: sempre dalla parte dei potenti anche quando i potenti scelgono la guerra, perché la guerra diventa l’affare più vantaggioso in circolazione, soprattutto per i padroni delle testate su cui scrivono e/o da cui affabulano le masse tutti i santi giorni.
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19/07/2019
Crisi di governo? Quale governo?
E finalmente arrivò la crisi... Il governo gialloverde è al capolinea, si tratta solo di attendere la manovra per parcheggiare, che potrebbe anche prendersi tutto il mese di agosto.
Come facciamo sempre, prescindiamo volentieri da dichiarazioni e sondaggi. Perché prendere sul serio le parole di un qualsiasi politicante della Terza Repubblica sarebbe da scemi (tutto il sistema mediatico mainstream fa solo questo), e anche i sondaggi mantengono in genere meno di quanto promettono.
Vediamo dunque i fatti.
I tre governi in uno non riescono più a marciare insieme. Uniti non sono mai stati, ma adesso le strade da percorrere sono decisamente diverse. Tanto che non sono più tre, ma due virgola qualcosa, con i Cinque Stelle ricondotti all’ovile e non più “antisistema”.
Il passaggio determinante, non per caso, è avvenuto nel rapporto con l’Unione Europea. La formazione del nuovo “governo” continentale sta avvenendo con frenetiche manovre diplomatiche tra stati nazionali e “famiglie politiche”, ma senza più il baricentro fisso formato dall’asse franco-tedesco e dalla grosse koalition popolari-socialdemocratici.
Il primo, nonostante il Trattato di Aquisgrana, si è parzialmente sfasciato con la bocciatura di Timmermans e la candidatura della tedesca Ursula Von der Leyen, voluta paradossalmente da Macron e non dalla Merkel. Il che ha consentito la scelta della francese Lagarde per la presidenza della Bce, dove invece la Germania avrebbe preferito il superfalco dell’austerità, Jens Weidmann.
Il Parlamento di Strasburgo ha approvato la nomina per il rotto della cuffia (9 voti) e solo grazie al concorso di 24 ultranazionalisti polacchi e 16 grillini italici. Nonostante il Parlamento europeo sia un guscio vuoto di potere (può solo approvare o rigettare le proposte della Commissione), il passaggio delle nomine ai vertici della UE è l’unico momento in cui conta qualcosa.
Per raggiungere questo misero risultato – la nomina di una presidente di Commissione “di riserva”, debole in patria e ancor più nella UE – sono andate in crisi tutte le “famiglie politiche” continentali. I Verdi non sono stati accettati nella “maggioranza” (le frasette “ambientaliste” della Von der Leyen non potevano certo sostituire un chiaro accordo programmatico su quei temi), i socialdemocratici si sono divisi (dopo la bocciatura di Timmermans), i popolari anche. E quindi sono serviti i voti degli ultranazionalisti polacchi e ungheresi (Orbàn è ufficialmente nel Partito Popolare Europeo), teoricamente alleati della Lega sulla questione dell’immigrazione, oltre a quelli dei Cinque Stelle.
I quali, con questa scelta, hanno completato la “democristianizzazione” voluta dal duo Di Maio-Casaleggio junior. I “tre governi” sono perciò diventati due e un pezzetto, peraltro in via di rapido rientro nell’alveo delle formazioni “europeiste” (stanno confluendo nel gruppo dei “liberali” capeggiato dal movimento di Macron, dopo aver goffamente cercato un’interlocuzione con dei sedicenti Gilet Gialli...).
Come giustamente lamenta il povero premier Giuseppe Conte, se vuoi avere un “commissario economico di peso”, dopo aver perso tutte le poltrone più importanti (Davide Sassoli, nuovo presidente del Parlamento al posto di Tajani, è comunque del Pd), dovevi per forza votare la Von der Leyen.
Non sappiamo se la Lega abbia davvero prima detto “ok” e poi abbia fatto il contrario (è credibile, diciamo, visto quel che fa da anni...), ma il risultato è comunque un disastro per il governo italiano. Sconfessato davanti ai partner continentali e fratturato all’interno.
Non siamo complottisti o dietrologi, ma la coincidenza temporale con l’esplosione del RussiaGate ha comunque di fatto smontato qualsiasi possibilità per Salvini di far coincidere conquista di un Commissario europeo (Giancarlo Giorgetti), crisi di governo e nuove elezioni con il vento in poppa.
I passaggi concreti stanno lì a dimostrarlo. Giorgetti è già salito al Quirinale, ieri sera, per comunicare a Mattarella il suo ritiro come candidato (prassi inconsueta, ma nello scasso istituzionale ormai dilagante nessuno sembra farci più caso, a partire dallo stesso Mattarella). I Cinque Stelle e il “governo europeista” (Conte, Tria, Moavero Milanesi, Trenta) sono ormai indistinguibili. E Salvini deve rinviare l’apertura ufficiale della crisi di governo, dopo aver annunciato anche la sua “salita al Quirinale”, perché non ha alcuna certezza di poter andare subito ad elezioni e capitalizzare il patrimonio assegnatogli dai sondaggi.
Quel che resta della prassi costituzionale di gestione delle crisi di governo, infatti, assegna al Presidente della Repubblica il compito di condurre consultazioni tra i partiti, verificare la possibilità di maggioranza alternative e tener d’occhio il calendario degli impegni europei (c’è da presentare una “legge di stabilità” entro il 31 dicembre, concordata punto per punto con la nuova Commissione).
Lasciate perdere le dichiarazioni baldanzose di tutti i gruppi parlamentari, secondo cui “dopo questo governo ci sono solo le elezioni”. Sappiamo tutti benissimo, dopo almeno tre decenni di esperienza, che l’ombra del “governo tecnico” si allunga sul paese proprio in situazioni del genere. E ricordiamo bene come – appena tredici mesi fa – Mattarella avesse già conferito l’incarico a Carlo “mani di forbice” Cottarelli, visto che Lega e M5S facevano fatica a concordare un programma comune.
Niente, dunque, impedisce di riproporre quello schema, ovviamente temporaneo (da qui alla primavera).
Rispetto a tredici mesi fa, però, c’è addirittura qualche ragione in più, che torna conveniente per tutte le formazioni politiche tranne la Lega.
La straordinaria crescita di consensi intorno alle cazzate fasciorazziste dei leghisti è esplosa soprattutto nell’ultimo anno. Il passaggio dal 17% del 4 marzo al 34% delle elezioni europee è dipeso moltissimo dall’uso fatto del ministero dell’interno, trasformato in macchina operativa e di propaganda al servizio esclusivo di Matteo Salvini. Con la consueta complicità ebete del sistema mediatico mainstream (soprattutto da quello che dice d’essere “d’opposizione democratica”). Mesi passati da un allarme all’altro (“attentato, mi vogliono ammazzare!“), da un “nemico” inventato all’altro, da uno sgombero criminale all’altro...
Una decina di mesi di “governo tecnico”, con un ministro dell’interno diverso, spunterebbero drasticamente le ali al “fenomeno”. Anche se il RussiaGate dovesse svilupparsi lungo sentieri meno pericolosi per il “capitano”.
Ma c’è da dubitarne, vedendo i “mi appello alla facoltà di non rispondere” dei primi indagati sull’incontro del Metropol. Per chi ha una qualche esperienza di inchieste giudiziarie reali (per come avvengono, non per quello che c’è scritto sul codice di procedura penale), una cosa è abbastanza chiara: quella “linea difensiva” regge finché un qualsiasi spillo non buca il palloncino dell’omertà. Poi, a seconda di come esplode, ognun per sé...
A ben pensarci è lo stesso problema presentato dalla “linea propagandistica” di Salvini su questo punto (“tutte balle”, “non rispondo a fantasie”, ecc). Non può rispondere a nulla perché, se accetta di affrontare anche solo una contestazione precisa, entra nel gorgo e non ne esce più...
Un semplice cane avvertirebbe l’odore dell’adrenalina provenire dall'“altro Matteo”. Ma l’adrenalina in eccesso viene prodotta in due casi: quando stai per attaccare o quando sei preso dalla paura. Un cane, insomma, rimane in dubbio. A noi, umani medi, sembra più paura che altro, adesso...
Fonte
Come facciamo sempre, prescindiamo volentieri da dichiarazioni e sondaggi. Perché prendere sul serio le parole di un qualsiasi politicante della Terza Repubblica sarebbe da scemi (tutto il sistema mediatico mainstream fa solo questo), e anche i sondaggi mantengono in genere meno di quanto promettono.
Vediamo dunque i fatti.
I tre governi in uno non riescono più a marciare insieme. Uniti non sono mai stati, ma adesso le strade da percorrere sono decisamente diverse. Tanto che non sono più tre, ma due virgola qualcosa, con i Cinque Stelle ricondotti all’ovile e non più “antisistema”.
Il passaggio determinante, non per caso, è avvenuto nel rapporto con l’Unione Europea. La formazione del nuovo “governo” continentale sta avvenendo con frenetiche manovre diplomatiche tra stati nazionali e “famiglie politiche”, ma senza più il baricentro fisso formato dall’asse franco-tedesco e dalla grosse koalition popolari-socialdemocratici.
Il primo, nonostante il Trattato di Aquisgrana, si è parzialmente sfasciato con la bocciatura di Timmermans e la candidatura della tedesca Ursula Von der Leyen, voluta paradossalmente da Macron e non dalla Merkel. Il che ha consentito la scelta della francese Lagarde per la presidenza della Bce, dove invece la Germania avrebbe preferito il superfalco dell’austerità, Jens Weidmann.
Il Parlamento di Strasburgo ha approvato la nomina per il rotto della cuffia (9 voti) e solo grazie al concorso di 24 ultranazionalisti polacchi e 16 grillini italici. Nonostante il Parlamento europeo sia un guscio vuoto di potere (può solo approvare o rigettare le proposte della Commissione), il passaggio delle nomine ai vertici della UE è l’unico momento in cui conta qualcosa.
Per raggiungere questo misero risultato – la nomina di una presidente di Commissione “di riserva”, debole in patria e ancor più nella UE – sono andate in crisi tutte le “famiglie politiche” continentali. I Verdi non sono stati accettati nella “maggioranza” (le frasette “ambientaliste” della Von der Leyen non potevano certo sostituire un chiaro accordo programmatico su quei temi), i socialdemocratici si sono divisi (dopo la bocciatura di Timmermans), i popolari anche. E quindi sono serviti i voti degli ultranazionalisti polacchi e ungheresi (Orbàn è ufficialmente nel Partito Popolare Europeo), teoricamente alleati della Lega sulla questione dell’immigrazione, oltre a quelli dei Cinque Stelle.
I quali, con questa scelta, hanno completato la “democristianizzazione” voluta dal duo Di Maio-Casaleggio junior. I “tre governi” sono perciò diventati due e un pezzetto, peraltro in via di rapido rientro nell’alveo delle formazioni “europeiste” (stanno confluendo nel gruppo dei “liberali” capeggiato dal movimento di Macron, dopo aver goffamente cercato un’interlocuzione con dei sedicenti Gilet Gialli...).
Come giustamente lamenta il povero premier Giuseppe Conte, se vuoi avere un “commissario economico di peso”, dopo aver perso tutte le poltrone più importanti (Davide Sassoli, nuovo presidente del Parlamento al posto di Tajani, è comunque del Pd), dovevi per forza votare la Von der Leyen.
Non sappiamo se la Lega abbia davvero prima detto “ok” e poi abbia fatto il contrario (è credibile, diciamo, visto quel che fa da anni...), ma il risultato è comunque un disastro per il governo italiano. Sconfessato davanti ai partner continentali e fratturato all’interno.
Non siamo complottisti o dietrologi, ma la coincidenza temporale con l’esplosione del RussiaGate ha comunque di fatto smontato qualsiasi possibilità per Salvini di far coincidere conquista di un Commissario europeo (Giancarlo Giorgetti), crisi di governo e nuove elezioni con il vento in poppa.
I passaggi concreti stanno lì a dimostrarlo. Giorgetti è già salito al Quirinale, ieri sera, per comunicare a Mattarella il suo ritiro come candidato (prassi inconsueta, ma nello scasso istituzionale ormai dilagante nessuno sembra farci più caso, a partire dallo stesso Mattarella). I Cinque Stelle e il “governo europeista” (Conte, Tria, Moavero Milanesi, Trenta) sono ormai indistinguibili. E Salvini deve rinviare l’apertura ufficiale della crisi di governo, dopo aver annunciato anche la sua “salita al Quirinale”, perché non ha alcuna certezza di poter andare subito ad elezioni e capitalizzare il patrimonio assegnatogli dai sondaggi.
Quel che resta della prassi costituzionale di gestione delle crisi di governo, infatti, assegna al Presidente della Repubblica il compito di condurre consultazioni tra i partiti, verificare la possibilità di maggioranza alternative e tener d’occhio il calendario degli impegni europei (c’è da presentare una “legge di stabilità” entro il 31 dicembre, concordata punto per punto con la nuova Commissione).
Lasciate perdere le dichiarazioni baldanzose di tutti i gruppi parlamentari, secondo cui “dopo questo governo ci sono solo le elezioni”. Sappiamo tutti benissimo, dopo almeno tre decenni di esperienza, che l’ombra del “governo tecnico” si allunga sul paese proprio in situazioni del genere. E ricordiamo bene come – appena tredici mesi fa – Mattarella avesse già conferito l’incarico a Carlo “mani di forbice” Cottarelli, visto che Lega e M5S facevano fatica a concordare un programma comune.
Niente, dunque, impedisce di riproporre quello schema, ovviamente temporaneo (da qui alla primavera).
Rispetto a tredici mesi fa, però, c’è addirittura qualche ragione in più, che torna conveniente per tutte le formazioni politiche tranne la Lega.
La straordinaria crescita di consensi intorno alle cazzate fasciorazziste dei leghisti è esplosa soprattutto nell’ultimo anno. Il passaggio dal 17% del 4 marzo al 34% delle elezioni europee è dipeso moltissimo dall’uso fatto del ministero dell’interno, trasformato in macchina operativa e di propaganda al servizio esclusivo di Matteo Salvini. Con la consueta complicità ebete del sistema mediatico mainstream (soprattutto da quello che dice d’essere “d’opposizione democratica”). Mesi passati da un allarme all’altro (“attentato, mi vogliono ammazzare!“), da un “nemico” inventato all’altro, da uno sgombero criminale all’altro...
Una decina di mesi di “governo tecnico”, con un ministro dell’interno diverso, spunterebbero drasticamente le ali al “fenomeno”. Anche se il RussiaGate dovesse svilupparsi lungo sentieri meno pericolosi per il “capitano”.
Ma c’è da dubitarne, vedendo i “mi appello alla facoltà di non rispondere” dei primi indagati sull’incontro del Metropol. Per chi ha una qualche esperienza di inchieste giudiziarie reali (per come avvengono, non per quello che c’è scritto sul codice di procedura penale), una cosa è abbastanza chiara: quella “linea difensiva” regge finché un qualsiasi spillo non buca il palloncino dell’omertà. Poi, a seconda di come esplode, ognun per sé...
A ben pensarci è lo stesso problema presentato dalla “linea propagandistica” di Salvini su questo punto (“tutte balle”, “non rispondo a fantasie”, ecc). Non può rispondere a nulla perché, se accetta di affrontare anche solo una contestazione precisa, entra nel gorgo e non ne esce più...
Un semplice cane avvertirebbe l’odore dell’adrenalina provenire dall'“altro Matteo”. Ma l’adrenalina in eccesso viene prodotta in due casi: quando stai per attaccare o quando sei preso dalla paura. Un cane, insomma, rimane in dubbio. A noi, umani medi, sembra più paura che altro, adesso...
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18/04/2019
Cucchi: altri otto carabinieri potrebbero finire sotto processo
Il processo bis sulla vicenda della morte di Stefano Cucchi continua a regalare novità e sorprese. Tutte brutte, ovviamente, perchè stiamo parlando di una storia di sofferenza, strazio e abusi. Uno degli aspetti peggiori è quello che riguarda il modo in cui le istituzioni, almeno una parte di esse, ne escono: depistaggi, bugie, strategie di dissimulazione, addirittura falsificazione di atti.
Che pezzi dello Stato abbiano la brutta abitudine, in Italia, di giustificare e coprire a prescindere ogni azione commessa da sé stessi, o da altri pezzi dello Stato, è cosa nota.
Quando ciò avviene, ed è evidente, è però sempre una brutta consapevolezza.
Quello che è avvenuto a Stefano Cucchi – prima, durante e dopo la sua morte – è emblematico in questo senso.
La novità degli ultimi giorni è questa: altri otto carabinieri potrebbero finire sotto processo. La Procura di Roma ha chiesto il rinvio a giudizio per gli otto militari coinvolti nell’inchiesta per il depistaggio che è stato messo in atto dopo la morte di Stefano.
Tra i nomi di chi potrebbe finire a processo sono presenti alcuni importanti: quello del generale Alessandro Casarsa, allora capo del Gruppo Roma, il colonnello Lorenzo Sabatino, ex capo del nucleo operativo di Roma, Francesco Cavallo, che era capo ufficio del comando del Gruppo Roma. Ed ancora Luciano Soligo, allora comandante della compagnia Roma Montesacro; Massimiliano Colombo Labriola, ai tempi comandante della stazione di Tor Sapienza; Francesco Di Sano, anche lui in servizio a Tor Sapienza; Tiziano Testarmata, comandante della quarta sezione del nucleo investigativo dei carabinieri e il carabiniere Luca De Cianni.
Falso ideologico, omessa denuncia, favoreggiamento e calunnia i reati a vario titolo contestati.
E’ vero che la verità e la giustizia in questa tragica storia stanno avendo spazio anche grazie al coraggio di alcuni carabinieri, che hanno voluto abbattere il muro di omertà alzato immediatamente intorno a questa vicenda. Ma è altrettanto vero che quel muro di omertà non dovrebbe nemmeno esistere.
“Una partita con carte truccate”: così il pm Musarò ha definito tutta la vicenda Cucchi, fino al processo bis. La storia di un abuso evidente dissimulato da una strategia, orchestrata a più livelli.
In una democrazia che si definisce tale tutto questo non è ammissibile. Come non è altrettanto ammissibile che parlamentari, o addirittura ministri, assumano posizioni oltranziste di sostegno totale ed incondizionato alle forze dell’ordine a prescindere dalle evidenze (e tra l’altro anche grossolanamente errate alla luce dei fatti). Non ci stupisce nemmeno questo, ma continuiamo a sottolinearlo. In Italia c’è un problema sistemico di carenza democratica in numerose componenti delle istituzioni. Questo dice la realtà, e di questo va tenuto sempre conto.
Fonte
Che pezzi dello Stato abbiano la brutta abitudine, in Italia, di giustificare e coprire a prescindere ogni azione commessa da sé stessi, o da altri pezzi dello Stato, è cosa nota.
Quando ciò avviene, ed è evidente, è però sempre una brutta consapevolezza.
Quello che è avvenuto a Stefano Cucchi – prima, durante e dopo la sua morte – è emblematico in questo senso.
La novità degli ultimi giorni è questa: altri otto carabinieri potrebbero finire sotto processo. La Procura di Roma ha chiesto il rinvio a giudizio per gli otto militari coinvolti nell’inchiesta per il depistaggio che è stato messo in atto dopo la morte di Stefano.
Tra i nomi di chi potrebbe finire a processo sono presenti alcuni importanti: quello del generale Alessandro Casarsa, allora capo del Gruppo Roma, il colonnello Lorenzo Sabatino, ex capo del nucleo operativo di Roma, Francesco Cavallo, che era capo ufficio del comando del Gruppo Roma. Ed ancora Luciano Soligo, allora comandante della compagnia Roma Montesacro; Massimiliano Colombo Labriola, ai tempi comandante della stazione di Tor Sapienza; Francesco Di Sano, anche lui in servizio a Tor Sapienza; Tiziano Testarmata, comandante della quarta sezione del nucleo investigativo dei carabinieri e il carabiniere Luca De Cianni.
Falso ideologico, omessa denuncia, favoreggiamento e calunnia i reati a vario titolo contestati.
E’ vero che la verità e la giustizia in questa tragica storia stanno avendo spazio anche grazie al coraggio di alcuni carabinieri, che hanno voluto abbattere il muro di omertà alzato immediatamente intorno a questa vicenda. Ma è altrettanto vero che quel muro di omertà non dovrebbe nemmeno esistere.
“Una partita con carte truccate”: così il pm Musarò ha definito tutta la vicenda Cucchi, fino al processo bis. La storia di un abuso evidente dissimulato da una strategia, orchestrata a più livelli.
In una democrazia che si definisce tale tutto questo non è ammissibile. Come non è altrettanto ammissibile che parlamentari, o addirittura ministri, assumano posizioni oltranziste di sostegno totale ed incondizionato alle forze dell’ordine a prescindere dalle evidenze (e tra l’altro anche grossolanamente errate alla luce dei fatti). Non ci stupisce nemmeno questo, ma continuiamo a sottolinearlo. In Italia c’è un problema sistemico di carenza democratica in numerose componenti delle istituzioni. Questo dice la realtà, e di questo va tenuto sempre conto.
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24/12/2018
Nuova inchiesta per la strage della Moby Prince
La Procura di Livorno ha aperto un nuovo fascicolo di indagine sulla strage del traghetto Moby Prince che la notte del 10 aprile 1991, appena partito, si scontrò con la petroliera Agip Abruzzo nella rada del porto di Livorno. Morirono 140 persone e vi fu un solo superstite.
La Procura di Livorno ha acquisito agli atti la relazione conclusiva della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla tragedia del Moby Prince, resa pubblica il 24 gennaio scorso in Senato dall’allora presidente Silvio Lai.
Secondo quanto emerso dall’inchiesta parlamentare, il disastro non è riconducibile alla presenza di nebbia e alla negligenza del comando del traghetto; la nebbia fu immotivatamente utilizzata per giustificare il caos dei soccorsi mentre 140 esseri umani venivano lasciati bruciare vivi fino all’alba.
Di seguito, l’articolo che avevamo pubblicato all’indomani della presentazione della relazione conclusiva della Commissione parlamentare d’inchiesta.
*****
Strage del Moby Prince. Per la commissione d’inchiesta sono stati 27 anni di bugie
Sergio Scorza
“Alle 22:25 del 10 aprile 1991, a poche miglia dal porto di Livorno, la visibilità era ottima e senza nebbia”.
E’ la svolta tanto attesa da chi per 27 anni non ha creduto nemmeno per un attimo alle raffazzonate versioni ufficiali ed alle improbabili ricostruzioni giudiziarie su come andarono davvero le cose quella sera in quel tratto di mare.
La relazione della commissione parlamentare d’inchiesta sul disastro del Moby Prince ha ricostruito quasi interamente sia il prima che il dopo della collisione ed ha individuato anche il motivo per cui una nave traghetto comandata da un capitano di riconosciute esperienza e professionalità come Ugo Chessa possa essere finita contro un’enorme petroliera poche miglia dopo aver mollato gli ormeggi: “La nave deviò dalla rotta per una ‘turbativa’”.
Questa è la conclusione votata all’unanimità dai membri della commissione d’inchiesta ed è scritta nero su bianco nella relazione finale sulla dinamica del disastro di quella nave traghetto completamente divorata dal fuoco nella rada del porto di Livorno, con il suo carico di 140 esseri umani lasciati bruciare vivi senza senza aver ricevuto alcun soccorso per almeno 9 ore, quella tragica sera di 27 anni fa.
Sono tante le zone d’ombra riscontrate dalla Commissione: la posizione della petroliera, che era posizionata in una zona caratterizzata da “divieto di ancoraggio”; le “indagini sommarie” della Capitaneria; i “tentativi di manomissione”; e la “lacunosa indagine medico-legale finalizzata solo al riconoscimento delle vittime e non all’accertamento delle cause della morte”. Ma sopratutto è stata clamorosamente smentita la presenza dell’elemento su cui poggiavano tutte le ricostruzioni della Procura della Repubblica di Livorno che aveva condotto ben due inchieste concluse entrambe con l’archiviazione: la nebbia.
“È finito il tempo delle bugie. Della relazione non mi stupisce niente, sono le cose che diciamo dal 1995. Ora l’ipotesi è riprovare la strada del penale”. Così si è espresso sull’esito dei lavori della commissione d’inchiesta Angelo Chessa, figlio di Ugo, comandante del traghetto morto carbonizzato come tutte le altre vittime del rogo del Moby Prince e sul quale erano state scaricate le responsabilità principali del disastro.
Il 31 marzo 2016 la Commissione parlamentare di inchiesta sulle cause del disastro del traghetto Moby Prince aveva ascoltato Enrico Fedrighini, giornalista ed autore del volume “Moby Prince: un caso ancora aperto” risultato di una sua personale indagine sulla documentazione relativa al lavoro svolto dalla Commissione[1].
Entrato in possesso di un documento di lavoro riportante il contenuto della relazione finale prima di una, particolare quanto radicale, revisione definitiva, il giornalista vi ritrovò accuse pesanti relative alla condotta del Comandante Albanese e del Comandante Superina. Queste parti, omesse nella versione finale ed ufficiale, furono lette da Enrico Fedrighini grazie al fatto che chi le aveva cancellate, aveva usato all’epoca una telescrivente ed aveva pertanto ribattuto sopra ogni carattere da censurare un tasto “trattino”, lasciando così leggibile quanto doveva essere eliminato[2].
A due passi dal tratto di mare in cui avvenne la strage c’è la base militare americana di Camp Derby. Prima della caduta del muro Camp Derby fu la la base operativa di Gladio e di uomini che facevano riferimento alla loggia massonica “P2” di Licio Gelli.
Di sicuro quella base era frequentata anche da fascisti appartenenti al movimento neofascista Ordine Nuovo al centro di numerose vicende stragiste. Ad esempio da Marcello Soffiati, ottimo amico di Delfo Zorzi e Carlo Maria Maggi [3].
Dopo il 1989 Camp Derby divenne un crocevia internazionale di armi e rifiuti tossici, com’è emerso agli atti dell’inchiesta della Procura della Repubblica di Asti denominata “Progetto Urano” e collegata all’altra inchiesta sull’assassinio della giornalista Rai Ilaria Alpi e del suo assistente Miran Rovatin[4].
Di certo, qualcosa a Camp Derby avrebbero dovuto sapere circa l’impazzimento dei radar e le continue strane interferenze avvenute proprio a ridosso del disastro che hanno causato quei coni d’ombra che impedirono all’aeronautica militare italiana di registrare i mezzi in movimento e che soffocarono tutte le comunicazioni di emergenza. E invece dal comando USA in Italia, in tutti questi anni, sulla vicenda di Moby Prince è stato alzato un invalicabile impenetrabile muro di silenzio.
Di seguito, un articolo apparso sul Fatto Quotidiano il 10 aprile 2011 a firma del giornalista recentemente e prematuramente scomparso Emiliano Liuzzi, che fu testimone diretto sul luogo dell’orrenda strage.
*****
“Non credo verrà mai fatta luce attraverso quella nebbia che la sera del 10 aprile 1991 avvolgeva il mare davanti a Livorno. Come per Ustica, la strage del 2 agosto e piazza Fontana, anche per i 140 morti del più grave disastro della marineria italiana, uomini donne e bambini che quella sera si imbarcarono sul traghetto Moby Prince diretti a Olbia, non ci sarà mai giustizia.
A scacciare le ombre ci ha provato qualche anno fa anche un magistrato che stimo molto, Antonio Giaconi, ma si è dovuto arrendere persino uno come lui che è un mastino. Posso raccontarvi quello che vidi io quella notte e nei giorni successivi. Per ricordare.
Vissi quei momenti da giornalista, con la macchina fotografica al collo, nonostante i miei 22 anni che, da allora, cambiarono aspetto. Ero alla finestra di casa, ad Antignano, periferia della città, guardavo l’orizzonte come spesso mi capita nelle pause di riflessione. In mare c’era appunto foschia, ma a un certo momento il fumo riusciva a distinguersi. E non era nebbia.
Mio padre allora era condirettore del Tirreno e, naturalmente, era al giornale. Provai a chiamarlo, ma l’interno mi dava occupato. Allora feci il 401141, che era il numero del centralino, e mi feci passare Elisabetta Arrighi, cronista di razza, certo che avrei avuto risposte. Mi disse che probabilmente era una bettolina andata a fuoco, che lei stava scappando in capitaneria perché in quelle informazioni che le avevano dato c’era qualcosa che non le tornava.
Scoprii più tardi quello che era successo. Altro che bettolina, aveva ragione Arrighi a porsi dubbi: un traghetto era finito contro la petroliera Agip Abruzzo, la prua aveva centrato la cisterna 7, carica di 2700 tonnellate di petrolio Iranian Light e gli aveva riversato addosso greggio e fiamme. Più tardi mio padre mi chiamò, mi disse di andare al porto con la macchina fotografica. Da lì in poi la consapevolezza di qualcosa di enorme, struggente. Ma niente ancora di quello che avrei visto in seguito.
Alla capitaneria, insieme a un collega, andammo negli uffici degli ormeggiatori, i primi ad accorgersi di quello che era successo davvero. Mi ricordo le loro lacrime, la tensione, finirono quasi per menarsi tra di loro in quel caos infernale. Al porto incontrai un altro collega, Furio Domenici. Mi disse che aveva parlato con un amico della Labromare (ditta privata che lavora insieme ai vigili del fuoco per spegnere le fiamme del Moby) e che il giorno successivo saremmo saliti su quella nave a vedere cosa fosse accaduto.
Fummo gli unici due giornalisti a salire sul Moby, io e Domenici. Travestiti (allora il mestiere si faceva così) da operai addetti alla bonifica di quel restava del traghetto. Io ero un ragazzino, Domenici ne aveva già viste di cotte e di crude, aveva seguito il terremoto in Irpinia, le stragi di Natale, i delitti del mostro di Firenze. Ma quando arrivammo al salone De Luxe della nave restammo di pietra. Entrambi.
Avevamo delle maschere a coprirci il volto, ma quell’odore di bruciato, di carne umana bruciata, me lo porto ancora dietro. La nave era ancora rovente, e le suole degli stivali che ci aveva dato Ghigo Cafferata della Labromare ci si scioglievano sotto i piedi. E poi quel salone. Fatto di brandelli che potevano ricondurre a essere umani, ma che non avremmo riconosciuto. Forse qualcosa di simile si trova nelle rarissime foto di forni crematori. Sì, credo di aver visto da vicino qualcosa di molto simile alla guerra. Anche se il ricordo che mi porto dentro è l’odore.
Delle 140 persone non restava niente, si erano sciolte in un tentativo di fuga, forse, ma che non abbiamo mai saputo. Si dice che i passeggeri vennero tutti radunati nel salone mentre la nave prendeva fuoco e in attesa dei soccorsi. Uno degli elementi verosimili di tutta questa tragedia. Tutti particolari che non sapemmo allora e non sappiamo con certezza neanche oggi. Perché nessuno fuggì da quel salone che era diventato una trappola? Come fece a salvarsi una sola persona?
Neanche questo si può accertare, solo un racconto di quel mozzo, Alessio Bertrand, sempre molto confuso. Fu colpa della foschia? Improbabile. Ma soprattutto una cosa: perché i soccorsi partirono in ritardo. Alle 22.25 il marconista del Moby lancia il May Day attraverso una ricetrasmittente portatile, non era in sala radio, ma i soccorsi cercavano l’Agip Abruzzo, il Moby se lo persero.
Lo trovarono un’ora e dieci minuti più tardi e quasi per caso. Il pm Giaconi qualche anno fa si è fatto mandare immagini satellitari, si è riletto le trascrizioni dei messaggi tra l’avvisatore marittimo, la nave Agip Abruzzo, le comunicazioni sul canale vhf 16 della Moby. Non ne è uscito nulla di decisivo. Il fascicolo è stato archiviato.
Sappiamo che in quello specchio di mare c’erano manovre di navi americane che caricavano armi da Camp Darby, come avviene anche oggi con una certa frequenza e grande mistero, visto che le autorità della base non sono tenute ad avvisare dei loro spostamenti. C’era un traffico inconsueto quella notte in porto, e soprattutto c’era una nave, la Theresa, che misteriosamente si allontanò subito dalla zona dell’incidente. Ma sono solo ipotesi, supposizioni.
C’era una partita in tv quella sera e il comandante del Moby, Ugo Chessa, senza possibilità di difendersi, visto che si trovava a prua e fu sicuramente tra i primi a morire, venne accusato anche per quello: i dietrologi sostengono che l’equipaggio inserì presto il pilota automatico per fare i propri comodi. Fantasiosa anche questa come ricostruzione.
E ancora: quella bettolina, che pure in quello specchio d’acqua c’era. Che fine fece? Niente, non lo sappiamo. Io ricordo che le fotografie non riuscii a farle. Ne ho scritto più volte, anni dopo, di quell’incidente, ma sempre con uno stato d’animo confuso dai ricordi.
La stessa confusione che mi accompagnò quando scesi dalla Moby, nei giorni a seguire, quando arrivarono i parenti delle vittime e venne allestita una sala dove ricomposero quello che restava dei corpi. Anelli, catenine, orecchini. Impronte dentali. Niente, in pratica. Quella nebbia si è portata via la Moby e quelle persone che partivano, chi per le vacanze di Pasqua, chi per tornarsene a casa.
Per una serie di coincidenze ho viaggiato con la Moby decine e decine di volte, sulla stessa rotta. Ho passato anni a tentare di ricostruire quello che accadde, tra carte vecchie e nuove, a parlare coi figli del comandante Chessa. A tentare una spiegazione di quello che avvenne. Non sono mai arrivato a nessuna conclusione. Anche perché quando si aprì il processo (se non sbaglio, parte dell’inchiesta fin nelle mani di un magistrato arrestato anni dopo per una corruzione) ero via da Livorno e non lo seguii.
Ogni anno il 10 aprile torno al porto, alla Darsena Toscana, butto in mare un fiore. Solo per ricordare, consapevole che quelle 140 persone non avranno giustizia. E se per piazza Fontana e le stragi di Natale qualche vaga spiegazione me la sono data, ho capito che alcuni apparati dello Stato non possono parlare, per la Moby no. Non sono riuscito ad arrivare a nessuna conclusione. Non sono arrivato a capire perché coloro che sanno – e ci sono – continuino a non raccontarla giusta.”
Note:
[1] http://www.senato.it/4588?seduta=34073, Moby Prince, Audizione del giornalista Enrico Fedrighini
[2] Enrico Fedrighini, “Moby Prince. Un caso ancora aperto”, 2005, ed. Paoline, p. 93-98
[3] op. cit. p. 254, 255
[4] Luciano Scalettari, Ilaria Alpi, un omicidio al crocevia dei traffici, 2002, Baldini & Castoldi, con Barbara Carazzolo e Alberto Chiara
Fonte
18/10/2018
La catena di comando, il caso Cucchi e altre domande
“Chi sa parli”: così ha affermato il Comandante generale dell’Arma dei carabinieri, generale Giovanni Nistri, intervenendo alla trasmissione Porta a Porta sulla morte di Stefano Cucchi.
Il generale si è detto “lieto che uno dei militari presenti quella sera (il brigadiere Tedesco, n.d.r) abbia detto la sua verità: questo vuol dire che questa verità adesso potrà entrare a pieno titolo nel processo insieme con tutte le altre evenienze che sono state accertate nel frattempo dall’autorità giudiziaria, e dunque questo sarà un passo in più verso una definizione della vicenda”.
Alla domanda di Bruno Vespa se l’istruttoria disciplinare nell’Arma andrà avanti ad ogni livello il generale Nistri ha risposto che: “Questo è poco ma sicuro. Intanto siamo lieti che l’autorità giudiziaria stia procedendo perché infine si avrà una perimetrazione completa delle responsabilità. Che si tratti di responsabilità commissive piuttosto che di responsabilità omissiva nei controlli eventualmente piuttosto che in altre ipotesi anche diciamo di disattenzione o di agevolazione”.
Come sta emergendo nel processo per la brutale uccisione di Stefano Cucchi, ad essere indagati ora non sono solo i carabinieri “fuori servizio” che lo pestarono, provocandone poi la morte, ma anche i carabinieri che ebbero a che fare con la trascrizione nei rapporti ufficiali sullo stato di salute di Cucchi. Tra loro Francesco Di Sano, in servizio alla stazione di Tor Sapienza – dove fu trattenuto Stefano successivamente al pestaggio nella caserma dell’Appio – e il luogotenente Massimiliano Colombo, comandante della stessa caserma.
Colombo sarà presto interrogato e l’atto istruttorio punta ad individuare eventuali comunicazioni sulla vicenda tra lui e i suoi superiori dell’epoca. In particolare, si tratta di sapere chi fosse l’interlocutore di una telefonata avvenuta alla presenza del carabiniere Tedesco, nella quale il maresciallo Mandolini (nella caserma dei carabinieri dell’Appio e non di quella di Tor Sapienza) chiede di modificare le annotazioni redatte dai militari in servizio presso la stazione di Tor Sapienza nella notte del 16 ottobre 2009, quando fu fermato Cucchi. Atti che in effetti furono riscritti togliendo dettagli rivelatori sulle condizioni di salute di Stefano.
Ad ammettere che fossero state apportate modifiche era stato in aula il carabiniere in servizio alla stazione di Tor Sapienza, Di Sano, precisando che si era trattato di “un ordine gerarchico”. Le indagini vogliono capire se e fino a quale livello è stata coinvolta la scala gerarchica dell’Arma dei Carabinieri nella attuazione di falsi documenti e omissioni. E chi partecipò ad una riunione sul caso Cucchi, convocata “da un Alto ufficiale dell’Arma”, dopo la morte di Stefano, così come raccontato dal carabiniere Tedesco.
Una cosa da chiarire, ad esempio, è quella sorta di calvario tra la caserma di via Appia e quella di Tor Sapienza messa bene in evidenza anche nel film “Sulla mia pelle”. Perché hanno dovuto trasferire Stefano Cucchi da una caserma all’altra prima di portarlo in carcere? Una specie di scaricabarile per non avere rogne o un modo per disperdere in più luoghi le tracce di quello che era avvenuto?
Alla fine la determinazione di una giovane donna e del suo avvocato ha incrinato il “muro”. Eppure c’è ancora moltissimo da picconare per far si che quel muro venga giù non solo per la morte di Stefano Cucchi. E’ decisivo, in tal senso, non dimenticare le parole di uno dei carabinieri inquisiti per i misfatti della caserma di Aulla: “Quello che succede all’interno della macchina... rimane all’interno della macchina, non deve scoprirlo nessuno, specialmente dai gradi che vanno dopo il brigadiere”.
Un’affermazione che sembrerebbe mettere la parte “alta” della catena di comando al riparo dalle conseguenze delle azioni dei loro sottoposti. Ma, vorremmo chiedere al generale Nistri, se la sente di affermare che è proprio così?
C’è poi un secondo filone di domande che sorge a seguito di quanto rivelato sul Corriere della Sera da Giovanni Bianconi, ieri mattina.
Giosuè Bruno Naso, 71 anni, noto penalista romano, “legale di Massimo Carminati nelle sue lunghe peripezie giudiziarie fino a «Mafia capitale»”, ha accusato un suo collega di essere un “traditore”. Si tratta dell’avvocato Francesco Petrelli, difensore del “carabiniere pentito” – Francesco Tedesco – che ha confessato di essere stato presente al pestaggio mortale di Stefano Cucchi, indicando i nomi degli autori e la scomparsa dagli archivi dell’Arma di una sua relazione in cui raccontava la verità.
In cosa consisterebbe il “tradimento” di un avvocato che cura – com’è normale – gli interessi del suo cliente? Lasciamo la parola a Bianconi:
Una mossa (la confessione di Tedesco, ndr) che ha una sola ragione «inconfessabile ma assolutamente chiara», ha scritto Naso a Petrelli, di cui è (anzi era, a giudicare dalla lettera) amico di vecchia data: «La promessa derubricazione dell’imputazione nei confronti del tuo cliente in favoreggiamento, reato già prescritto, anche a costo di aggravare la posizione di tutti gli altri imputati». Un patto occulto col pm, insomma, siglato sulla pelle degli altri carabinieri alla sbarra. Con una aggravante: «Non hai avvertito il bisogno, la necessità, la opportunità di informare i colleghi, tutti i colleghi e me in particolare!».
Qui c’è, involontariamente, una confessione dell’avvocato Naso: i processi contro carabinieri o poliziotti imputati di violenze o omicidi avvenuti in una caserma (commissariato, ecc) “normalmente” sono gestiti collettivamente dagli avvocati degli agenti. Che si coordinano, si avvertono delle mosse che faranno, fino a “combinare il processo”, presentando al magistrato una versione blindata e minimizzatrice delle responsabilità degli agenti.
Anche gli “accordi inconfessabili con il pubblico ministero”, in questo scenario, una pratica ovvia, scontata, abituale. “Si fa così, tra noi, no?”
L’avvocato Petrelli non è un avvocaticchio che non conosca le regole di quel mondo, visto che è il segretario uscente dell’Unione camere penali. E infatti ricorda subito dopo a Naso che «È inaccettabile sovrapporre indebitamente la figura del difensore a quella dell’assistito, e confondere i rapporti personali e professionali fra colleghi con le scelte processuali degli imputati».
Anche qui una confessione involontaria, dietro la semplice conferma di una ovvietà che dovrebbe essere nel dna di qualsiasi avvocato: c’è un mondo opaco in cui i “rapporti professionali tra avvocati” e “le scelte processuali degli imputati” (miranti all’assoluzione o alla pena minore) sono da tempo immemorabile assolutamente “sovrapposti”. Al punto da far dimenticare un principio cardine della deontologia professionale degli avvocati.
Naturalmente questo mondo è quello in cui forze dell’ordine, alcuni avvocati e fascisti giocano di sponda l’uno con l’altro. Non è un’illazione, visto che – per esempio – Carminati era riuscito (e l’ha ammesso) a scassinare nientepopodimeno che le cassette di sicurezza della banca interna al Tribunale di Roma, il ben noto “bunker di Piazzale Clodio”. Sorvegliato 24 su 24 dai carabinieri, “distratti” soltanto in quell’occasione. Così come si potrebbe ricordare che i terroristi fascisti dei Nar, ai tempi, circolavano con documenti di identità da ufficiali dei carabinieri...
Solo dentro un mondo cosiffatto si può tirar fuori l’epiteto di “traditore” per un avvocato che difende il suo cliente senza “concertare” con gli altri avvocati una linea comune. Un mondo chiuso, dove “chi è dentro è dei nostri, chi è fuori è nemico”. Come nelle bande o nelle cosche, nelle confraternite massoniche, o anche nei gruppi politici illegali (di destra o rivoluzionari).
Tutto normale, quando ci si misura con le culture storiche dell’antagonismo al sistema o con le subculture della malavita.
Solo che qui, ufficialmente, abbiamo a che fare con il funzionamento dello Stato. Non con combattenti politici o sottoproletariato criminale.
E abbiamo a che fare con un intreccio davvero osceno, per quanto “abituale” nell’Italia delle stragi di Stato e dell’impunità per il potere (e dunque anche per gli uomini che lo difendono). Avvocati, carabinieri violenti ed omicidi, a volte anche magistrati con cui si possono fare “accordi innominabili”. Tutto già visto, certo, un sistema antico. Ma ancora in gran forma.
Si capiscono, a valle di questa vicenda, il modo in cui maturano certe incredibili assoluzioni, sentenze di due anni per omicidio, torturatori che restano in servizio e vengono promossi anche quando sono sotto processo.
E’ uno spaccato dell’Italia. Quella che tutti vorremmo veder scomparire per sempre. E ogni giorno che passa è un giorno di troppo.
Fonte
Il generale si è detto “lieto che uno dei militari presenti quella sera (il brigadiere Tedesco, n.d.r) abbia detto la sua verità: questo vuol dire che questa verità adesso potrà entrare a pieno titolo nel processo insieme con tutte le altre evenienze che sono state accertate nel frattempo dall’autorità giudiziaria, e dunque questo sarà un passo in più verso una definizione della vicenda”.
Alla domanda di Bruno Vespa se l’istruttoria disciplinare nell’Arma andrà avanti ad ogni livello il generale Nistri ha risposto che: “Questo è poco ma sicuro. Intanto siamo lieti che l’autorità giudiziaria stia procedendo perché infine si avrà una perimetrazione completa delle responsabilità. Che si tratti di responsabilità commissive piuttosto che di responsabilità omissiva nei controlli eventualmente piuttosto che in altre ipotesi anche diciamo di disattenzione o di agevolazione”.
Come sta emergendo nel processo per la brutale uccisione di Stefano Cucchi, ad essere indagati ora non sono solo i carabinieri “fuori servizio” che lo pestarono, provocandone poi la morte, ma anche i carabinieri che ebbero a che fare con la trascrizione nei rapporti ufficiali sullo stato di salute di Cucchi. Tra loro Francesco Di Sano, in servizio alla stazione di Tor Sapienza – dove fu trattenuto Stefano successivamente al pestaggio nella caserma dell’Appio – e il luogotenente Massimiliano Colombo, comandante della stessa caserma.
Colombo sarà presto interrogato e l’atto istruttorio punta ad individuare eventuali comunicazioni sulla vicenda tra lui e i suoi superiori dell’epoca. In particolare, si tratta di sapere chi fosse l’interlocutore di una telefonata avvenuta alla presenza del carabiniere Tedesco, nella quale il maresciallo Mandolini (nella caserma dei carabinieri dell’Appio e non di quella di Tor Sapienza) chiede di modificare le annotazioni redatte dai militari in servizio presso la stazione di Tor Sapienza nella notte del 16 ottobre 2009, quando fu fermato Cucchi. Atti che in effetti furono riscritti togliendo dettagli rivelatori sulle condizioni di salute di Stefano.
Ad ammettere che fossero state apportate modifiche era stato in aula il carabiniere in servizio alla stazione di Tor Sapienza, Di Sano, precisando che si era trattato di “un ordine gerarchico”. Le indagini vogliono capire se e fino a quale livello è stata coinvolta la scala gerarchica dell’Arma dei Carabinieri nella attuazione di falsi documenti e omissioni. E chi partecipò ad una riunione sul caso Cucchi, convocata “da un Alto ufficiale dell’Arma”, dopo la morte di Stefano, così come raccontato dal carabiniere Tedesco.
Una cosa da chiarire, ad esempio, è quella sorta di calvario tra la caserma di via Appia e quella di Tor Sapienza messa bene in evidenza anche nel film “Sulla mia pelle”. Perché hanno dovuto trasferire Stefano Cucchi da una caserma all’altra prima di portarlo in carcere? Una specie di scaricabarile per non avere rogne o un modo per disperdere in più luoghi le tracce di quello che era avvenuto?
Alla fine la determinazione di una giovane donna e del suo avvocato ha incrinato il “muro”. Eppure c’è ancora moltissimo da picconare per far si che quel muro venga giù non solo per la morte di Stefano Cucchi. E’ decisivo, in tal senso, non dimenticare le parole di uno dei carabinieri inquisiti per i misfatti della caserma di Aulla: “Quello che succede all’interno della macchina... rimane all’interno della macchina, non deve scoprirlo nessuno, specialmente dai gradi che vanno dopo il brigadiere”.
Un’affermazione che sembrerebbe mettere la parte “alta” della catena di comando al riparo dalle conseguenze delle azioni dei loro sottoposti. Ma, vorremmo chiedere al generale Nistri, se la sente di affermare che è proprio così?
*****
C’è poi un secondo filone di domande che sorge a seguito di quanto rivelato sul Corriere della Sera da Giovanni Bianconi, ieri mattina.
Giosuè Bruno Naso, 71 anni, noto penalista romano, “legale di Massimo Carminati nelle sue lunghe peripezie giudiziarie fino a «Mafia capitale»”, ha accusato un suo collega di essere un “traditore”. Si tratta dell’avvocato Francesco Petrelli, difensore del “carabiniere pentito” – Francesco Tedesco – che ha confessato di essere stato presente al pestaggio mortale di Stefano Cucchi, indicando i nomi degli autori e la scomparsa dagli archivi dell’Arma di una sua relazione in cui raccontava la verità.
In cosa consisterebbe il “tradimento” di un avvocato che cura – com’è normale – gli interessi del suo cliente? Lasciamo la parola a Bianconi:
Una mossa (la confessione di Tedesco, ndr) che ha una sola ragione «inconfessabile ma assolutamente chiara», ha scritto Naso a Petrelli, di cui è (anzi era, a giudicare dalla lettera) amico di vecchia data: «La promessa derubricazione dell’imputazione nei confronti del tuo cliente in favoreggiamento, reato già prescritto, anche a costo di aggravare la posizione di tutti gli altri imputati». Un patto occulto col pm, insomma, siglato sulla pelle degli altri carabinieri alla sbarra. Con una aggravante: «Non hai avvertito il bisogno, la necessità, la opportunità di informare i colleghi, tutti i colleghi e me in particolare!».
Qui c’è, involontariamente, una confessione dell’avvocato Naso: i processi contro carabinieri o poliziotti imputati di violenze o omicidi avvenuti in una caserma (commissariato, ecc) “normalmente” sono gestiti collettivamente dagli avvocati degli agenti. Che si coordinano, si avvertono delle mosse che faranno, fino a “combinare il processo”, presentando al magistrato una versione blindata e minimizzatrice delle responsabilità degli agenti.
Anche gli “accordi inconfessabili con il pubblico ministero”, in questo scenario, una pratica ovvia, scontata, abituale. “Si fa così, tra noi, no?”
L’avvocato Petrelli non è un avvocaticchio che non conosca le regole di quel mondo, visto che è il segretario uscente dell’Unione camere penali. E infatti ricorda subito dopo a Naso che «È inaccettabile sovrapporre indebitamente la figura del difensore a quella dell’assistito, e confondere i rapporti personali e professionali fra colleghi con le scelte processuali degli imputati».
Anche qui una confessione involontaria, dietro la semplice conferma di una ovvietà che dovrebbe essere nel dna di qualsiasi avvocato: c’è un mondo opaco in cui i “rapporti professionali tra avvocati” e “le scelte processuali degli imputati” (miranti all’assoluzione o alla pena minore) sono da tempo immemorabile assolutamente “sovrapposti”. Al punto da far dimenticare un principio cardine della deontologia professionale degli avvocati.
Naturalmente questo mondo è quello in cui forze dell’ordine, alcuni avvocati e fascisti giocano di sponda l’uno con l’altro. Non è un’illazione, visto che – per esempio – Carminati era riuscito (e l’ha ammesso) a scassinare nientepopodimeno che le cassette di sicurezza della banca interna al Tribunale di Roma, il ben noto “bunker di Piazzale Clodio”. Sorvegliato 24 su 24 dai carabinieri, “distratti” soltanto in quell’occasione. Così come si potrebbe ricordare che i terroristi fascisti dei Nar, ai tempi, circolavano con documenti di identità da ufficiali dei carabinieri...
Solo dentro un mondo cosiffatto si può tirar fuori l’epiteto di “traditore” per un avvocato che difende il suo cliente senza “concertare” con gli altri avvocati una linea comune. Un mondo chiuso, dove “chi è dentro è dei nostri, chi è fuori è nemico”. Come nelle bande o nelle cosche, nelle confraternite massoniche, o anche nei gruppi politici illegali (di destra o rivoluzionari).
Tutto normale, quando ci si misura con le culture storiche dell’antagonismo al sistema o con le subculture della malavita.
Solo che qui, ufficialmente, abbiamo a che fare con il funzionamento dello Stato. Non con combattenti politici o sottoproletariato criminale.
E abbiamo a che fare con un intreccio davvero osceno, per quanto “abituale” nell’Italia delle stragi di Stato e dell’impunità per il potere (e dunque anche per gli uomini che lo difendono). Avvocati, carabinieri violenti ed omicidi, a volte anche magistrati con cui si possono fare “accordi innominabili”. Tutto già visto, certo, un sistema antico. Ma ancora in gran forma.
Si capiscono, a valle di questa vicenda, il modo in cui maturano certe incredibili assoluzioni, sentenze di due anni per omicidio, torturatori che restano in servizio e vengono promossi anche quando sono sotto processo.
E’ uno spaccato dell’Italia. Quella che tutti vorremmo veder scomparire per sempre. E ogni giorno che passa è un giorno di troppo.
Fonte
30/08/2018
Il crimine di Genova, l’omertà d’establishment e la svendita del patrimonio pubblico
di Paolo Flores d'Arcais
Con temeraria sconsideratezza, sulla tragedia di Genova provo ad usare la logica anziché il riflesso pavloviano d’establishment.
Perciò, delle due l’una: la caduta del ponte Morandi o è una fatalità o è un crimine per omissione. Francesco Cozzi, procuratore capo di Genova, ha escluso la fatalità. Renzo Piano, architetto di Genova noto in tutto il mondo, ha escluso la fatalità.
Perciò, delle due l’una: o Piano e Cozzi sono esempi di delittuosa cialtroneria professionale, o criminale per omissione è stata la condotta del gestore del ponte Morandi. Ma non c’è un solo giornale, canale televisivo, commento radiofonico, tra quelli che pure del riflesso pavloviano d’establishment hanno intonato il sabba e danzato il tedeum, ad aver mosso il benché minimo rilievo, o accenno, o diffidenza, sulla competenza professionale del procuratore e dell’architetto.
Deinde: avventurandosi nel mondo non impervio del sillogismo, avrebbero dovuto trarne le conseguenze: un crimine omissivo è stato compiuto, che ha tranciato decine di esistenze, i famosi tre gradi di giudizio dovranno decidere quali nomi e cognomi e quanto a lungo dovranno essere ospitati nel sovraffollato sistema carcerario, ma il crimine omissivo è evidente, e compito della politica e del giornalismo è quello di fare immediatamente la loro parte, autonomamente dalla magistratura.
E invece.
La pretesa di aspettare il verdetto della magistratura è quanto di più bizzarro e contraddittorio. La magistratura assolve o manda in galera, la politica prende decisioni legislative e amministrative, il giornalismo sviluppa le sue inchieste senza guardare in faccia a nessuno, portando alla luce fatti anche da fonti riservate e che non rivelerà.
Vedremo cosa farà la politica. Il governo ovviamente ha annunciato che la concessione ad “Autostrade per l’Italia” deve essere ritirata, ma il ministro Toninelli è partito malissimo nominando due commissari in smaccato conflitto d’interessi (bastava che il tempo di una esternazione mediatica lo dedicasse a una ricerca su google), e il conflitto paralizzante tra M5S e Lega sull’argomento è il peggio in agguato (ma più probabilmente in fieri).
Sul giornalismo si può invece già dire, e sono considerazioni che fanno male e costringono al fiele. Anziché quel poco di Aristotele che per chiunque ragioni dovrebbe essere una seconda natura, tutti i mass media hanno intimato di “non demonizzare il concessionario”, di “non cercare capri espiatori” e tutta la panoplia del “troncare sopire”. Operazione nauseante, perché è possibile che vi siano altri colpevoli per omissione (passati governi, tecnici di ministeri e altri apparati amministrativi …), e magari il giornalismo frugando negli archivi può aiutare contro la memoria troppo claudicante, ma la responsabilità di “Autostrade per l’Italia” ha evidenza tautologica, che nessuna responsabilità aggiuntiva può ingentilire.
L’omertà d’establishment (l’opposto esatto del giornalismo, che, per dirla con un liberista conservatore come Joseph Pulitzer, “è l’unico grande potere organizzato a sostenere la causa della virtù civica” per contrastare “la stupefacente crescita del potere delle grandi imprese e l’enorme aumento dei patrimoni individuali”) è arrivata all’impudicizia somma di riscrivere per alcuni giorni il primo comandamento e non pronunciare il nome di Benetton. Il soprassalto d’onestà intellettuale di un monumento al “sopire troncare” come Gad Lerner ha confessato la sudditanza morale, psicologica, politica e civile dei giornalisti mainstream di fronte al potere del denaro e al lusso del profitto. Nessuno del suo mondo, cui si rivolgeva, ha cosparso il proprio capo di un solo granello di cenere, nessuno ha battuto ciglio. Gettate laviche di silenzio.
Io non leggo tutti i quotidiani, ma la mia “mazzetta” (ormai elettronica) è alquanto pingue, e sulla strage di Genova ho trovato una sola testata che abbia fatto del giornalismo: Il Fatto quotidiano. [il dott. Belpietro mi segnala che anche il suo giornale, "La Verità", ha citato con evidenza e stigma i Benetton. Gliene do volentieri atto. In effetti il suo quotidiano non fa parte della mia mazzetta]. Chiunque abbia ancora un’oncia di buonafede dovrebbe riconoscerlo e prendere esempio. E lo dico con dolore, perché a questo giornale, che continua a essere imprescindibile per le notizie che riporta e altri dimenticano, non ho più potuto collaborare per via di un’invalicabile questione morale e anzi antropologica: la presenza di una firma “orgogliosamente nazista” (inoppugnabile definizione di Christian Rocca, suo annoso compagno di banco al Foglio di Giuliano Ferrara).
I morti di Genova dovrebbero poi costringere chiunque non sia ormai mitridatizzato nel cinismo d’establishment a riproporre in modo radicale il problema del ruolo pubblico nell’economia e a ripercorrere, col senso critico che è mancato, la storia delle privatizzazioni.
Perché mai un bene pubblico affidato a un’autorità pubblica dovrebbe essere gestito peggio che da un privato (che riesce a lucrarvi profitti più che obesi)? Basta che il potere non sia corrotto, e scelga i manager per efficienza e moralità. Arrendersi al pregiudizio che la gestione privata è ontologicamente migliore significa confessare una vocazione insopprimibile alla nolontà di una politica nemica della corruzione. Un governo che voglia davvero voltare pagina contro la malapolitica degli ultimi trent’anni dovrebbe avere la gestione pubblica, massimamente onesta ed efficiente, come propria stella polare e obiettivo irrinunciabile, da realizzare un tassello al giorno.
Le privatizzazioni sono state realizzate e giustificate da un “centrosinistra” che di sinistra non aveva più neppure il fantasma, ma era ormai avvitato nella sindrome confessata da Gad Lerner e ancora imboscata dai suoi pari. Ciampi, Draghi, Amato, Savona (sì, proprio quello che Di Maio e Salvini hanno fatto garrire come bandiera del nuovo!), Prodi, D’Alema, Bersani, Letta Enrico, per emolumenti, convinzioni e frequentazioni (o anelito alle frequentazioni) – viene prima l’uovo o la gallina? – erano ormai officianti della Mammona capitalistico-finanziaria viranti al pasdaran.
La svendita del patrimonio nazionale si scatena nel 1992 (casualmente l’anno di Mani Pulite). Allora, come sintetizzato in un documentato articolo di Lettera 43 di cinque anni fa, “lo Stato imprenditore aveva in carico il 16% della forza lavoro del Paese, controllava l’80% del sistema bancario, tutta la logistica (treni, aerei, autostrade), la telefonia, le reti delle utility (acqua, elettricità, gas), pezzi importanti della siderurgia e della chimica, il principale editore del Paese (la Rai). Eppoi, assicurazioni, meccanica, elettromeccanica, fibre, impiantistica, vetro, pubblicità, spettacolo, alimentare. Persino supermercati, alberghi e agenzie di viaggi”.
Un potere onesto avrebbe potuto con queste risorse rendere l’Italia in corsa per il premio Bengodi. Ma i politici, e i media berlusconiani e di governo, cominciarono a bombardare Mani Pulite e magistrati antimafia (ultimo ma certo not least, anzi, Giorgio Napolitano, il peggior presidente della storia Repubblicana), anziché a ripulire le stalle di Augia.
Molto spesso si è trattato di sfrontate regalie. E comunque mai, per le risorse principali, la privatizzazione è stata anche liberalizzazione, ma mero trasferimento di monopolio dallo Stato al privato, cui veniva concesso sia il servizio che l’infrastruttura che il controllo su sé medesimo per adempimenti e qualità.
Essendo partiti con Aristotele, possiamo concludere (provvisoriamente) con Kant. Cosa possiamo sperare? Dal governo ben poco. In realtà su ogni questione importante assistiamo a una guerriglia permanente di interviste, tweet, e altre esibizioni. Perché Fico e Salvini sono incompatibili quasi su tutto, e Di Maio è un patetico sor Tentenna. Quando si arriva al dunque, e sulla proprietà e gestione dei beni in concessione ci siamo arrivati (anche quelle delle telecomunicazioni e televisioni, se non si vuole restare subalterni perfino a Berlusconi) una scelta esclude l’altra, e anche l’impotenza è una scelta (di sudditanza all’establishment). Quanto all’opposizione (parola davvero pantagruelica per il Pd), anche solo evocare il verbo sperare significa precipitare già nella “contradictio in adiecto”. L’unica attività di cui si mostrano capaci le Boldrini e le Boschi è sfilare sul red carpet della sofferenza: rivoltante. I Renzi invece sbruffoneggiano in lacrimevoli tentativi di imitare Alberto Angela: increscioso.
Resterebbe il potere dell’opinione, il giornalismo come “paladino del benessere collettivo”, dove “il cuore e l’anima di un giornale albergano nel suo senso morale, nel suo coraggio, nella sua integrità, nella sua umanità, nella sua solidarietà verso gli oppressi, nella sua indipendenza, nella sua dedizione al bene comune”, e dove il giornalista “deve essere conosciuto come uno che preferirebbe rassegnare le dimissioni piuttosto che sacrificare i propri princìpi a qualche interesse economico. [Ogni giornalista] se non riesce a impedire che la stampa si degradi può comunque rifiutarsi di prendere personalmente parte al degrado”.
Pulitzer aveva perfettamente ragione. Il giornalismo, quando non è così, non è giornalismo. È evidente anche ai più ottimisti che oggi, per trovarlo, servirebbero schiere di Diogene con lanterna.
Fonte
Con temeraria sconsideratezza, sulla tragedia di Genova provo ad usare la logica anziché il riflesso pavloviano d’establishment.
Perciò, delle due l’una: la caduta del ponte Morandi o è una fatalità o è un crimine per omissione. Francesco Cozzi, procuratore capo di Genova, ha escluso la fatalità. Renzo Piano, architetto di Genova noto in tutto il mondo, ha escluso la fatalità.
Perciò, delle due l’una: o Piano e Cozzi sono esempi di delittuosa cialtroneria professionale, o criminale per omissione è stata la condotta del gestore del ponte Morandi. Ma non c’è un solo giornale, canale televisivo, commento radiofonico, tra quelli che pure del riflesso pavloviano d’establishment hanno intonato il sabba e danzato il tedeum, ad aver mosso il benché minimo rilievo, o accenno, o diffidenza, sulla competenza professionale del procuratore e dell’architetto.
Deinde: avventurandosi nel mondo non impervio del sillogismo, avrebbero dovuto trarne le conseguenze: un crimine omissivo è stato compiuto, che ha tranciato decine di esistenze, i famosi tre gradi di giudizio dovranno decidere quali nomi e cognomi e quanto a lungo dovranno essere ospitati nel sovraffollato sistema carcerario, ma il crimine omissivo è evidente, e compito della politica e del giornalismo è quello di fare immediatamente la loro parte, autonomamente dalla magistratura.
E invece.
La pretesa di aspettare il verdetto della magistratura è quanto di più bizzarro e contraddittorio. La magistratura assolve o manda in galera, la politica prende decisioni legislative e amministrative, il giornalismo sviluppa le sue inchieste senza guardare in faccia a nessuno, portando alla luce fatti anche da fonti riservate e che non rivelerà.
Vedremo cosa farà la politica. Il governo ovviamente ha annunciato che la concessione ad “Autostrade per l’Italia” deve essere ritirata, ma il ministro Toninelli è partito malissimo nominando due commissari in smaccato conflitto d’interessi (bastava che il tempo di una esternazione mediatica lo dedicasse a una ricerca su google), e il conflitto paralizzante tra M5S e Lega sull’argomento è il peggio in agguato (ma più probabilmente in fieri).
Sul giornalismo si può invece già dire, e sono considerazioni che fanno male e costringono al fiele. Anziché quel poco di Aristotele che per chiunque ragioni dovrebbe essere una seconda natura, tutti i mass media hanno intimato di “non demonizzare il concessionario”, di “non cercare capri espiatori” e tutta la panoplia del “troncare sopire”. Operazione nauseante, perché è possibile che vi siano altri colpevoli per omissione (passati governi, tecnici di ministeri e altri apparati amministrativi …), e magari il giornalismo frugando negli archivi può aiutare contro la memoria troppo claudicante, ma la responsabilità di “Autostrade per l’Italia” ha evidenza tautologica, che nessuna responsabilità aggiuntiva può ingentilire.
L’omertà d’establishment (l’opposto esatto del giornalismo, che, per dirla con un liberista conservatore come Joseph Pulitzer, “è l’unico grande potere organizzato a sostenere la causa della virtù civica” per contrastare “la stupefacente crescita del potere delle grandi imprese e l’enorme aumento dei patrimoni individuali”) è arrivata all’impudicizia somma di riscrivere per alcuni giorni il primo comandamento e non pronunciare il nome di Benetton. Il soprassalto d’onestà intellettuale di un monumento al “sopire troncare” come Gad Lerner ha confessato la sudditanza morale, psicologica, politica e civile dei giornalisti mainstream di fronte al potere del denaro e al lusso del profitto. Nessuno del suo mondo, cui si rivolgeva, ha cosparso il proprio capo di un solo granello di cenere, nessuno ha battuto ciglio. Gettate laviche di silenzio.
Io non leggo tutti i quotidiani, ma la mia “mazzetta” (ormai elettronica) è alquanto pingue, e sulla strage di Genova ho trovato una sola testata che abbia fatto del giornalismo: Il Fatto quotidiano. [il dott. Belpietro mi segnala che anche il suo giornale, "La Verità", ha citato con evidenza e stigma i Benetton. Gliene do volentieri atto. In effetti il suo quotidiano non fa parte della mia mazzetta]. Chiunque abbia ancora un’oncia di buonafede dovrebbe riconoscerlo e prendere esempio. E lo dico con dolore, perché a questo giornale, che continua a essere imprescindibile per le notizie che riporta e altri dimenticano, non ho più potuto collaborare per via di un’invalicabile questione morale e anzi antropologica: la presenza di una firma “orgogliosamente nazista” (inoppugnabile definizione di Christian Rocca, suo annoso compagno di banco al Foglio di Giuliano Ferrara).
I morti di Genova dovrebbero poi costringere chiunque non sia ormai mitridatizzato nel cinismo d’establishment a riproporre in modo radicale il problema del ruolo pubblico nell’economia e a ripercorrere, col senso critico che è mancato, la storia delle privatizzazioni.
Perché mai un bene pubblico affidato a un’autorità pubblica dovrebbe essere gestito peggio che da un privato (che riesce a lucrarvi profitti più che obesi)? Basta che il potere non sia corrotto, e scelga i manager per efficienza e moralità. Arrendersi al pregiudizio che la gestione privata è ontologicamente migliore significa confessare una vocazione insopprimibile alla nolontà di una politica nemica della corruzione. Un governo che voglia davvero voltare pagina contro la malapolitica degli ultimi trent’anni dovrebbe avere la gestione pubblica, massimamente onesta ed efficiente, come propria stella polare e obiettivo irrinunciabile, da realizzare un tassello al giorno.
Le privatizzazioni sono state realizzate e giustificate da un “centrosinistra” che di sinistra non aveva più neppure il fantasma, ma era ormai avvitato nella sindrome confessata da Gad Lerner e ancora imboscata dai suoi pari. Ciampi, Draghi, Amato, Savona (sì, proprio quello che Di Maio e Salvini hanno fatto garrire come bandiera del nuovo!), Prodi, D’Alema, Bersani, Letta Enrico, per emolumenti, convinzioni e frequentazioni (o anelito alle frequentazioni) – viene prima l’uovo o la gallina? – erano ormai officianti della Mammona capitalistico-finanziaria viranti al pasdaran.
La svendita del patrimonio nazionale si scatena nel 1992 (casualmente l’anno di Mani Pulite). Allora, come sintetizzato in un documentato articolo di Lettera 43 di cinque anni fa, “lo Stato imprenditore aveva in carico il 16% della forza lavoro del Paese, controllava l’80% del sistema bancario, tutta la logistica (treni, aerei, autostrade), la telefonia, le reti delle utility (acqua, elettricità, gas), pezzi importanti della siderurgia e della chimica, il principale editore del Paese (la Rai). Eppoi, assicurazioni, meccanica, elettromeccanica, fibre, impiantistica, vetro, pubblicità, spettacolo, alimentare. Persino supermercati, alberghi e agenzie di viaggi”.
Un potere onesto avrebbe potuto con queste risorse rendere l’Italia in corsa per il premio Bengodi. Ma i politici, e i media berlusconiani e di governo, cominciarono a bombardare Mani Pulite e magistrati antimafia (ultimo ma certo not least, anzi, Giorgio Napolitano, il peggior presidente della storia Repubblicana), anziché a ripulire le stalle di Augia.
Molto spesso si è trattato di sfrontate regalie. E comunque mai, per le risorse principali, la privatizzazione è stata anche liberalizzazione, ma mero trasferimento di monopolio dallo Stato al privato, cui veniva concesso sia il servizio che l’infrastruttura che il controllo su sé medesimo per adempimenti e qualità.
Essendo partiti con Aristotele, possiamo concludere (provvisoriamente) con Kant. Cosa possiamo sperare? Dal governo ben poco. In realtà su ogni questione importante assistiamo a una guerriglia permanente di interviste, tweet, e altre esibizioni. Perché Fico e Salvini sono incompatibili quasi su tutto, e Di Maio è un patetico sor Tentenna. Quando si arriva al dunque, e sulla proprietà e gestione dei beni in concessione ci siamo arrivati (anche quelle delle telecomunicazioni e televisioni, se non si vuole restare subalterni perfino a Berlusconi) una scelta esclude l’altra, e anche l’impotenza è una scelta (di sudditanza all’establishment). Quanto all’opposizione (parola davvero pantagruelica per il Pd), anche solo evocare il verbo sperare significa precipitare già nella “contradictio in adiecto”. L’unica attività di cui si mostrano capaci le Boldrini e le Boschi è sfilare sul red carpet della sofferenza: rivoltante. I Renzi invece sbruffoneggiano in lacrimevoli tentativi di imitare Alberto Angela: increscioso.
Resterebbe il potere dell’opinione, il giornalismo come “paladino del benessere collettivo”, dove “il cuore e l’anima di un giornale albergano nel suo senso morale, nel suo coraggio, nella sua integrità, nella sua umanità, nella sua solidarietà verso gli oppressi, nella sua indipendenza, nella sua dedizione al bene comune”, e dove il giornalista “deve essere conosciuto come uno che preferirebbe rassegnare le dimissioni piuttosto che sacrificare i propri princìpi a qualche interesse economico. [Ogni giornalista] se non riesce a impedire che la stampa si degradi può comunque rifiutarsi di prendere personalmente parte al degrado”.
Pulitzer aveva perfettamente ragione. Il giornalismo, quando non è così, non è giornalismo. È evidente anche ai più ottimisti che oggi, per trovarlo, servirebbero schiere di Diogene con lanterna.
Fonte
19/03/2018
Siria - Afrin cade ma Rojava non si arrende
La prima cosa che ieri mattina alle 8.30 le truppe turche e i
miliziani dell’Esercito Libero Siriano hanno fatto una volta entrati nel
centro della città di Afrin è stata la distruzione di un
simbolo: la statua di Kawa, leggendario fabbro che il 21 marzo del 612
avanti Cristo liberò i medi, popolo considerato l’antenato di quello
curdo, dai tiranni assiri e re Dehak. Kawa lo uccise e il 21
marzo è rimasto nell’immaginario curdo il giorno della rinascita e della
liberazione, il Newroz.
Afrin è caduta in mano agli invasori a tre giorni dal Newroz, dopo 289 morti civili (secondo l’Amministrazione autonoma di Afrin molti di più: oltre 500 civili, 1.030 i feriti, 820 le vittime tra i combattenti). E potrebbero non restare gli unici: in città si continua a combattere e le unità di difesa popolari Ypg/Ypj hanno annunciato una strenua resistenza. Ieri mattina, marciando nel centro di Afrin, turchi e islamisti hanno dato fuoco alle bandiere delle Ypg trovate, sono entrati nella sede dell’Amministrazione autonoma e hanno esposto i loro vessilli, quelli dello Stato turco e quelli dell’Esercito Libero Siriano.
Da Ankara il presidente Erdogan festeggiava: “La maggior parte dei terroristi è già scappata con la coda tra le gambe. Le nostre forze speciali e i membri dell’Esercito Libero Siriano stanno ripulendo i resti e le trappole che si sono lasciati dietro – ha detto – Nel centro di Afrin, i simboli della fiducia e della stabilità stanno sventolando invece dei cenci dei terroristi”.
L’Amministrazione autonoma risponde: ora si passa dal confronto diretto, quello messo in atto nei quasi 60 giorni di operazione “Ramo d’Ulivo”, alle tattiche di guerriglia: ieri notte un ordigno è esploso in un edificio di Afrin, uccidendo 11 persone, di cui quattro membri dell’Esercito Libero. Non se ne conosce la responsabilità.
Da ieri quei miliziani sono impegnati nel saccheggio della città: foto pubblicate online li mostrano entrare nei negozi e nelle case di Afrin e portare via cibo, televisori, oggetti elettronici, caricarli su auto e camioncini e portarli via.
Parole dure che non sono dirette solo ai vertici del governo di Ankara. Sono dirette prima di tutto alla popolazione civile, al milione di persone del distretto di Afrin e ai 2,5 milioni di residenti nella regione settentrionale di Rojava (oltre quattro calcolando i rifugiati accolti in questi anni) che hanno visto cadere uno dei cantoni, uno delle colonne portanti del progetto del confederalismo democratico.
Giovani, famiglie, anziani ridotti alla fame in queste settimane di assedio, perpetrato tagliando l’acqua e costringendo oltre 150mila persone alla fuga dalla città di Afrin, attraverso il deserto di Shebha verso Aleppo. Sabato l’Amministrazione autonoma aveva fatto appello alle agenzie internazionali perché soccorressero gli sfollati, in fuga senza cibo né acqua e bombardati dai raid aerei turchi. Sabato mattina almeno 13 persone erano morte così, quando un pick up su cui stavano scappando dall’invasione turca è stato centrato dai missili.
A loro si è rivolto Issa, ringraziando tutti per “la resistenza e la resilienza senza precedenti”, prima di annunciare ai media che tutti i civili sono in via di evacuazione da Afrin “per evitare una catastrofe umanitaria”. Il cibo manca da giorni, i forni hanno tamponato la crisi distribuendo pane gratis ma senza rifornimenti era impossibile nutrire tutta la popolazione rimasta. L’acqua potabile non arrivava più: la Turchia l’ha tagliata, chiudendo le reti idriche e interrompendo l’attività dei sistemi di pompaggio.
Ora si guarda avanti. Di fronte ci sono le minacce del presidente Erdogan che da settimane parla di un’avanzata ulteriore, verso Manbij e poi Kobane, due simboli della lotta delle Ypg e delle Ypj allo Stato Islamico ma anche della multiculturalità e la multietnicità del fronte di Rojava. Il portavoce del governo turco, Bekir Bozdag, ieri ha assicurato che la campagna militare proseguirà per “distruggere il corridoio del terrorismo e impedire la creazione di uno Stato terrorista”.
Peccato che i suoi primi alleati in “Ramo d’Ulivo”, l’Esercito Libero Siriano, abbia già fatto sapere che ogni operazione contro l’Isis è stata sospesa proprio per permettere di concentrarsi sulla guerra al confederalismo democratico curdo. Di certo c’è la storia di questi anni e l’assenza pressoché totale di conflitto tra l’Isis e le opposizioni siriane, islamiste e moderate.
A combattere l’Isis sono stati i combattenti e i civili di Rojava, acclamati dall’Occidente e dai media internazionali oggi silenti sul massacro di Afrin. Anche a loro si rivolge l’Amministrazione autonoma del cantone: “Le forze internazionali, la coalizione contro l’Isis, la Ue, il Consiglio di Sicurezza dell’Onu hanno taciuto sugli attacchi. Ad Afrin sono in corso un genocidio e un’espulsione forzata. Questo mostra che le forze internazionali non si sono assunte le proprie responsabilità nei confronti del nostro popolo”. Che alla fine, come accaduto da secoli, ha come amiche solo le montagne.
Fonte
Afrin è caduta in mano agli invasori a tre giorni dal Newroz, dopo 289 morti civili (secondo l’Amministrazione autonoma di Afrin molti di più: oltre 500 civili, 1.030 i feriti, 820 le vittime tra i combattenti). E potrebbero non restare gli unici: in città si continua a combattere e le unità di difesa popolari Ypg/Ypj hanno annunciato una strenua resistenza. Ieri mattina, marciando nel centro di Afrin, turchi e islamisti hanno dato fuoco alle bandiere delle Ypg trovate, sono entrati nella sede dell’Amministrazione autonoma e hanno esposto i loro vessilli, quelli dello Stato turco e quelli dell’Esercito Libero Siriano.
Da Ankara il presidente Erdogan festeggiava: “La maggior parte dei terroristi è già scappata con la coda tra le gambe. Le nostre forze speciali e i membri dell’Esercito Libero Siriano stanno ripulendo i resti e le trappole che si sono lasciati dietro – ha detto – Nel centro di Afrin, i simboli della fiducia e della stabilità stanno sventolando invece dei cenci dei terroristi”.
L’Amministrazione autonoma risponde: ora si passa dal confronto diretto, quello messo in atto nei quasi 60 giorni di operazione “Ramo d’Ulivo”, alle tattiche di guerriglia: ieri notte un ordigno è esploso in un edificio di Afrin, uccidendo 11 persone, di cui quattro membri dell’Esercito Libero. Non se ne conosce la responsabilità.
Da ieri quei miliziani sono impegnati nel saccheggio della città: foto pubblicate online li mostrano entrare nei negozi e nelle case di Afrin e portare via cibo, televisori, oggetti elettronici, caricarli su auto e camioncini e portarli via.
La leadership curda prova a dare la carica: “Le nostre forze – ha detto il copresidente Othman Sheikh Issa – sono presenti in tutto il distretto di Afrin. Queste forze colpiranno le posizioni del nemico turco e dei suoi mercenari in ogni occasione. Le nostre forze diventeranno il loro incubo costante”.SOHR: After they thieved its villages…the forces of the “Olive Branch” Operation start to loot #Afrin city after their full control on it @syriahr https://t.co/aYZJCykRWr pic.twitter.com/fIFVv8jG01— Mutlu Civiroglu (@mutludc) 18 marzo 2018
Parole dure che non sono dirette solo ai vertici del governo di Ankara. Sono dirette prima di tutto alla popolazione civile, al milione di persone del distretto di Afrin e ai 2,5 milioni di residenti nella regione settentrionale di Rojava (oltre quattro calcolando i rifugiati accolti in questi anni) che hanno visto cadere uno dei cantoni, uno delle colonne portanti del progetto del confederalismo democratico.
Giovani, famiglie, anziani ridotti alla fame in queste settimane di assedio, perpetrato tagliando l’acqua e costringendo oltre 150mila persone alla fuga dalla città di Afrin, attraverso il deserto di Shebha verso Aleppo. Sabato l’Amministrazione autonoma aveva fatto appello alle agenzie internazionali perché soccorressero gli sfollati, in fuga senza cibo né acqua e bombardati dai raid aerei turchi. Sabato mattina almeno 13 persone erano morte così, quando un pick up su cui stavano scappando dall’invasione turca è stato centrato dai missili.
A loro si è rivolto Issa, ringraziando tutti per “la resistenza e la resilienza senza precedenti”, prima di annunciare ai media che tutti i civili sono in via di evacuazione da Afrin “per evitare una catastrofe umanitaria”. Il cibo manca da giorni, i forni hanno tamponato la crisi distribuendo pane gratis ma senza rifornimenti era impossibile nutrire tutta la popolazione rimasta. L’acqua potabile non arrivava più: la Turchia l’ha tagliata, chiudendo le reti idriche e interrompendo l’attività dei sistemi di pompaggio.
Ora si guarda avanti. Di fronte ci sono le minacce del presidente Erdogan che da settimane parla di un’avanzata ulteriore, verso Manbij e poi Kobane, due simboli della lotta delle Ypg e delle Ypj allo Stato Islamico ma anche della multiculturalità e la multietnicità del fronte di Rojava. Il portavoce del governo turco, Bekir Bozdag, ieri ha assicurato che la campagna militare proseguirà per “distruggere il corridoio del terrorismo e impedire la creazione di uno Stato terrorista”.
Peccato che i suoi primi alleati in “Ramo d’Ulivo”, l’Esercito Libero Siriano, abbia già fatto sapere che ogni operazione contro l’Isis è stata sospesa proprio per permettere di concentrarsi sulla guerra al confederalismo democratico curdo. Di certo c’è la storia di questi anni e l’assenza pressoché totale di conflitto tra l’Isis e le opposizioni siriane, islamiste e moderate.
A combattere l’Isis sono stati i combattenti e i civili di Rojava, acclamati dall’Occidente e dai media internazionali oggi silenti sul massacro di Afrin. Anche a loro si rivolge l’Amministrazione autonoma del cantone: “Le forze internazionali, la coalizione contro l’Isis, la Ue, il Consiglio di Sicurezza dell’Onu hanno taciuto sugli attacchi. Ad Afrin sono in corso un genocidio e un’espulsione forzata. Questo mostra che le forze internazionali non si sono assunte le proprie responsabilità nei confronti del nostro popolo”. Che alla fine, come accaduto da secoli, ha come amiche solo le montagne.
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12/03/2018
Siria - Truppe turche a 2km da Afrin
Le truppe turche e i miliziani dell’Esercito Libero siriano al soldo
di Ankara sono alle porte di Afrin. Due chilometri dalla principale
città del cantone curdo nel nord della Siria. La paura è enorme, la
paura di un massacro.
Nel silenzio internazionale per un’offensiva fuori dalla legalità, l’amministrazione autonoma di Afrin ha fatto appello al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite perché intervenga a fermare Ankara: “Negli ultimi giorni lo Stato fascista turco sta cercando di portare avanti attacchi contro la popolazione civile ad Afrin – si legge nel comunicato, letto ieri da Sex Isa, co-presidente del Consiglio esecutivo – Centinaia di civili, compresi donne e bambini, sono stati massacrati a seguito di questi attacchi. Oltre agli attacchi armati, l’esercito turco invasore sta cercando di prendere di mira gli approvvigionamenti di acqua potabile, scuole e abitazioni”.
Si mobilita anche la popolazione: i civili si stanno organizzando per fare da scudi umani intorno alla città per impedire l’invasione dei carri armati turchi. Ieri altri villaggi della periferia nord e sud di Afrin sono stati occupati dalle truppe turche e dall’Esercito Libero. Le ultime ore sono state pesantissime: i raid aerei si sono intensificati, internet è stato sospeso e l’acqua corrente interrotta. Dietro, la minaccia del presidente Erdogan che sabato dava Afrin per caduta in pochi giorni e l’intenzione di procedere oltre, verso est, verso Kobane e Manbij. Parla di “liberazione”, Erdogan, e del piano di spostare ad Afrin centinaia di migliaia di rifugiati siriani che oggi si trovano in territorio turco. E accusa anche la Nato di non appoggiare direttamente “Ramo d’Ulivo”.
Eppure un sostegno c’è, quello del silenzio più totale: gli Stati Uniti, alleati dei curdi nel nord, non parlano né intervengono, la Russia – dopo l’iniziale via libera al governo di Damasco ad inviare combattenti al confine – tace e lo stesso governo siriano non sta utilizzando gli uomini filo-Assad mandati nelle scorse settimane ad Afrin a difesa delle frontiere. Un’omertà che permette ad Ankara di allargare ulteriormente le operazioni: ieri sono ripresi i bombardamenti aerei contro il nord dell’Iraq e almeno 18 postazioni del Pkk, nelle montagne di Qandil dove i combattenti curdi si ritirarono durante il processo di pace voluto da Ocalan. All’iniziale protesta irachena, Ankara ha risposto con una serie di accordi bilaterali siglati a gennaio con cui zittire il governo di Baghdad.
La situazione nel cantone è terribile: al mezzo milione di sfollati che vivono ad Afrin, accolti in questi anni dai 500mila abitanti originari, se ne aggiungono altri. Fonti interne raccontano di famiglie che aprono le porte a chi ha perso la casa, ma ora la crisi si allarga a causa della mancanza di acqua e la scarsità di cibo e medicinali.
Da Afrin dove si trova per raccontare l’operazione turca “Ramo d’Ulivo”, lanciata dalla Turchia il 20 gennaio, Jacopo Bindi ieri scriveva: “Nelle ultime ore la situazione ad Afrin si è fatta più critica: l’esercito turco invasore e le bande jihadiste sue alleate si sono avvicinate alla città da diversi lati, in particolare dalla direzione di Shera. Sono a 2,5 km di distanza e minacciano direttamente la città. La situazione dentro Afrin è quella che c’era già in questi giorni, quindi alta densità di popolazione, tanti rifugiati dai villaggi che qui hanno trovato rifugio dalla guerra e dai bombardamenti, mancanza di acqua perché quando i jihadisti e l’esercito turco hanno preso la diga di Meidanki hanno tagliato la fornitura e bombardato le stazioni di pompaggio in altri villaggi”.
“Mancano anche alcuni generi di prima necessità. Adesso il rischio concreto è che nelle prossime ore ci sia una situazione sempre più critica e che attacchino la città; già in questo momento ci sono bombardamenti di artiglieria e di aerei nelle zone periferiche della città. Il Tev Dem ha chiamato a una mobilitazione generale, a una sollevazione in tutti i posti e le piazze del mondo per difendere Afrin”.
E sta succedendo. Tra sabato, ieri e oggi si stanno tenendo manifestazioni e presidi in tutta Europa: in Germania a Berlino, Amburgo, Dusseldorf, Brema, Stuttgart, Hannover, Colonia; in Olanda ad Amsterdam; in Francia a Parigi, Lione, Marsiglia e Tolosa; in Danimarca a Copenaghen; in Svezia a Stoccolma e Goteborg; in Norvegia a Oslo; in Russia a Mosca; nel Regno Unito a Nottingham, Manchester, Liverpool e Cambridge; in Svizzera a Zurigo; in Belgio a Bruxelles.
C’è anche l’Italia: sabato è stata a volta di Torino, oggi nel pomeriggio toccherà a Roma, Padova e Bologna.
Fonte
Nel silenzio internazionale per un’offensiva fuori dalla legalità, l’amministrazione autonoma di Afrin ha fatto appello al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite perché intervenga a fermare Ankara: “Negli ultimi giorni lo Stato fascista turco sta cercando di portare avanti attacchi contro la popolazione civile ad Afrin – si legge nel comunicato, letto ieri da Sex Isa, co-presidente del Consiglio esecutivo – Centinaia di civili, compresi donne e bambini, sono stati massacrati a seguito di questi attacchi. Oltre agli attacchi armati, l’esercito turco invasore sta cercando di prendere di mira gli approvvigionamenti di acqua potabile, scuole e abitazioni”.
Si mobilita anche la popolazione: i civili si stanno organizzando per fare da scudi umani intorno alla città per impedire l’invasione dei carri armati turchi. Ieri altri villaggi della periferia nord e sud di Afrin sono stati occupati dalle truppe turche e dall’Esercito Libero. Le ultime ore sono state pesantissime: i raid aerei si sono intensificati, internet è stato sospeso e l’acqua corrente interrotta. Dietro, la minaccia del presidente Erdogan che sabato dava Afrin per caduta in pochi giorni e l’intenzione di procedere oltre, verso est, verso Kobane e Manbij. Parla di “liberazione”, Erdogan, e del piano di spostare ad Afrin centinaia di migliaia di rifugiati siriani che oggi si trovano in territorio turco. E accusa anche la Nato di non appoggiare direttamente “Ramo d’Ulivo”.
Eppure un sostegno c’è, quello del silenzio più totale: gli Stati Uniti, alleati dei curdi nel nord, non parlano né intervengono, la Russia – dopo l’iniziale via libera al governo di Damasco ad inviare combattenti al confine – tace e lo stesso governo siriano non sta utilizzando gli uomini filo-Assad mandati nelle scorse settimane ad Afrin a difesa delle frontiere. Un’omertà che permette ad Ankara di allargare ulteriormente le operazioni: ieri sono ripresi i bombardamenti aerei contro il nord dell’Iraq e almeno 18 postazioni del Pkk, nelle montagne di Qandil dove i combattenti curdi si ritirarono durante il processo di pace voluto da Ocalan. All’iniziale protesta irachena, Ankara ha risposto con una serie di accordi bilaterali siglati a gennaio con cui zittire il governo di Baghdad.
La situazione nel cantone è terribile: al mezzo milione di sfollati che vivono ad Afrin, accolti in questi anni dai 500mila abitanti originari, se ne aggiungono altri. Fonti interne raccontano di famiglie che aprono le porte a chi ha perso la casa, ma ora la crisi si allarga a causa della mancanza di acqua e la scarsità di cibo e medicinali.
Da Afrin dove si trova per raccontare l’operazione turca “Ramo d’Ulivo”, lanciata dalla Turchia il 20 gennaio, Jacopo Bindi ieri scriveva: “Nelle ultime ore la situazione ad Afrin si è fatta più critica: l’esercito turco invasore e le bande jihadiste sue alleate si sono avvicinate alla città da diversi lati, in particolare dalla direzione di Shera. Sono a 2,5 km di distanza e minacciano direttamente la città. La situazione dentro Afrin è quella che c’era già in questi giorni, quindi alta densità di popolazione, tanti rifugiati dai villaggi che qui hanno trovato rifugio dalla guerra e dai bombardamenti, mancanza di acqua perché quando i jihadisti e l’esercito turco hanno preso la diga di Meidanki hanno tagliato la fornitura e bombardato le stazioni di pompaggio in altri villaggi”.
“Mancano anche alcuni generi di prima necessità. Adesso il rischio concreto è che nelle prossime ore ci sia una situazione sempre più critica e che attacchino la città; già in questo momento ci sono bombardamenti di artiglieria e di aerei nelle zone periferiche della città. Il Tev Dem ha chiamato a una mobilitazione generale, a una sollevazione in tutti i posti e le piazze del mondo per difendere Afrin”.
E sta succedendo. Tra sabato, ieri e oggi si stanno tenendo manifestazioni e presidi in tutta Europa: in Germania a Berlino, Amburgo, Dusseldorf, Brema, Stuttgart, Hannover, Colonia; in Olanda ad Amsterdam; in Francia a Parigi, Lione, Marsiglia e Tolosa; in Danimarca a Copenaghen; in Svezia a Stoccolma e Goteborg; in Norvegia a Oslo; in Russia a Mosca; nel Regno Unito a Nottingham, Manchester, Liverpool e Cambridge; in Svizzera a Zurigo; in Belgio a Bruxelles.
C’è anche l’Italia: sabato è stata a volta di Torino, oggi nel pomeriggio toccherà a Roma, Padova e Bologna.
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20/08/2017
Pubblicare i documenti sui legami tra terroristi e Arabia Saudita? Theresa May dice no
Questo articolo appare in contemporanea su Contropiano e L’Antidiplomatico
I sopravvissuti hanno definito la risposta del Regno Unito “vergognosa”.
Come ha riportato il quotidiano britannico ‘The Independent’, la premier della Gran Bretagna, Theresa May ha respinto un appello dai sopravvissuti agli attacchi dell’11 settembre per rendere pubblica una relazione sul ruolo dell’Arabia Saudita nel finanziamento dell’estremismo islamista nel Regno Unito.
All’inizio di quest’estate, il governo britannico ha annunciato di aver deciso di non pubblicare le informazioni, citando i motivi di sicurezza nazionale e la “quantità enorme di informazioni personali” contenute.
Tra coloro che chiedono a May di rendere pubblica la relazione, commissionata dal suo predecessore David Cameron, un gruppo di sopravvissuti statunitensi degli attacchi dell’11 settembre e dei parenti di alcuni delle quasi 3.000 persone rimaste uccise.
“Il Regno Unito ha ora l’occasione storica unica per fermare l’uccisione, per fermare i terroristi ispirati dal Wahhabismo, pubblicando la relazione del governo britannico sul finanziamento del terrorismo nel Regno Unito, che secondo i rapporti mediatici colloca l’Arabia Saudita in un ruolo centrale di colpevolezza”, si legge in una lettera firmata da 15 persone.
Ma il governo britannico ha respinto la loro richiesta in una lettera che il gruppo ha definito “vergognosa”.
“Gli Stati Uniti e il Regno Unito continuano a proteggere l’Arabia Saudita, permettendogli di operare liberamente, impunemente, anche fornendogli armi letali per commettere genocidi e violazioni dei diritti umani “, ha affermato Sharon Premoli, che era all’ottavo piano della Torre Nord del World Trade Center quando colpì il primo aereo di Al-Qaeda.
Brett Eagleson, il cui figlio John è morto al 17o piano della Torre Sud, ha affermato che il governo britannico ha trattenuto informazioni potenzialmente fondamentali.
“Quando il governo britannico ha avuto l’opportunità di far luce sul finanziamento del terrorismo e ha avuto l’opportunità di fare progressi reali sulla lotta globale contro il terrorismo, ha scelto di non perdere i contatti con l’Arabia Saudita contro la sicurezza dei propri cittadini”, ha detto. “È una giornata vergognosa per la democrazia”.
Ellen Sarancini, vedova di un pilota del volo 175 della United Airlines che fu dirottato dopo aver decollato da Boston e schiantatosi nella torre Sud, ha dichiarato che la risposta del Regno Unito è stata l’ultima in una serie di rifiuti.
“Per 15 anni siamo stati bloccati dal nostro governo che, insieme al Regno Unito, continua a proteggere l’Arabia Saudita a scapito dei suoi cittadini”, ha affermato. “La relazione britannica ha il potenziale per porre fine al terrorismo perseguendo quelli che sono al centro del suo finanziamento, ma si rifiuta di farlo”, ha aggiunto.
Sebbene 15 dei 19 dirottatori che hanno attaccato New York e Washington fossero cittadini dell’Arabia Saudita, le autorità di Riyad hanno da tempo negato di aver avuto alcun ruolo ufficiale nell’attacco. Hanno anche respinto azioni legali per i risarcimenti.
All’inizio di quest’anno, una denuncia è stata presentata a New York per conto delle famiglie di 850 individui uccisi e 1.500 feriti, in cui si sostiene che il regno saudita ha appoggiato Al-Qaeda in quattro modi critici: sostenendo le organizzazioni governative legate al governo che hanno gestito i campi di addestramento, finanziando direttamente il gruppo terroristico di Osama Bin Laden, sostenendo i dirottatori fornendo loro passaporti e, infine, offrendo sostegno sul terreno ai dirottatori nei 18 mesi che portarono agli attacchi.
Un certo numero di storici hanno sottolineato che la Gran Bretagna e gli Stati Uniti hanno una lunga storia di promozione e utilizzo degli estremisti islamici per le loro diverse esigenze. Mark Curtis, storico e autore di ‘Secret Affairs’ ha affermato: “L’elite britannica è perfettamente consapevole del ruolo insidioso che l’Arabia Saudita svolge per favorire il terrorismo”.
La Gran Bretagna ha scelto quindi di non danneggiare i legami strategici con l’Arabia Saudita evitando la pubblicazione di informazioni che potevano rivelarsi scomode e imbarazzanti.
Fonte
I sopravvissuti hanno definito la risposta del Regno Unito “vergognosa”.
Come ha riportato il quotidiano britannico ‘The Independent’, la premier della Gran Bretagna, Theresa May ha respinto un appello dai sopravvissuti agli attacchi dell’11 settembre per rendere pubblica una relazione sul ruolo dell’Arabia Saudita nel finanziamento dell’estremismo islamista nel Regno Unito.
All’inizio di quest’estate, il governo britannico ha annunciato di aver deciso di non pubblicare le informazioni, citando i motivi di sicurezza nazionale e la “quantità enorme di informazioni personali” contenute.
Tra coloro che chiedono a May di rendere pubblica la relazione, commissionata dal suo predecessore David Cameron, un gruppo di sopravvissuti statunitensi degli attacchi dell’11 settembre e dei parenti di alcuni delle quasi 3.000 persone rimaste uccise.
“Il Regno Unito ha ora l’occasione storica unica per fermare l’uccisione, per fermare i terroristi ispirati dal Wahhabismo, pubblicando la relazione del governo britannico sul finanziamento del terrorismo nel Regno Unito, che secondo i rapporti mediatici colloca l’Arabia Saudita in un ruolo centrale di colpevolezza”, si legge in una lettera firmata da 15 persone.
Ma il governo britannico ha respinto la loro richiesta in una lettera che il gruppo ha definito “vergognosa”.
“Gli Stati Uniti e il Regno Unito continuano a proteggere l’Arabia Saudita, permettendogli di operare liberamente, impunemente, anche fornendogli armi letali per commettere genocidi e violazioni dei diritti umani “, ha affermato Sharon Premoli, che era all’ottavo piano della Torre Nord del World Trade Center quando colpì il primo aereo di Al-Qaeda.
Brett Eagleson, il cui figlio John è morto al 17o piano della Torre Sud, ha affermato che il governo britannico ha trattenuto informazioni potenzialmente fondamentali.
“Quando il governo britannico ha avuto l’opportunità di far luce sul finanziamento del terrorismo e ha avuto l’opportunità di fare progressi reali sulla lotta globale contro il terrorismo, ha scelto di non perdere i contatti con l’Arabia Saudita contro la sicurezza dei propri cittadini”, ha detto. “È una giornata vergognosa per la democrazia”.
Ellen Sarancini, vedova di un pilota del volo 175 della United Airlines che fu dirottato dopo aver decollato da Boston e schiantatosi nella torre Sud, ha dichiarato che la risposta del Regno Unito è stata l’ultima in una serie di rifiuti.
“Per 15 anni siamo stati bloccati dal nostro governo che, insieme al Regno Unito, continua a proteggere l’Arabia Saudita a scapito dei suoi cittadini”, ha affermato. “La relazione britannica ha il potenziale per porre fine al terrorismo perseguendo quelli che sono al centro del suo finanziamento, ma si rifiuta di farlo”, ha aggiunto.
Sebbene 15 dei 19 dirottatori che hanno attaccato New York e Washington fossero cittadini dell’Arabia Saudita, le autorità di Riyad hanno da tempo negato di aver avuto alcun ruolo ufficiale nell’attacco. Hanno anche respinto azioni legali per i risarcimenti.
All’inizio di quest’anno, una denuncia è stata presentata a New York per conto delle famiglie di 850 individui uccisi e 1.500 feriti, in cui si sostiene che il regno saudita ha appoggiato Al-Qaeda in quattro modi critici: sostenendo le organizzazioni governative legate al governo che hanno gestito i campi di addestramento, finanziando direttamente il gruppo terroristico di Osama Bin Laden, sostenendo i dirottatori fornendo loro passaporti e, infine, offrendo sostegno sul terreno ai dirottatori nei 18 mesi che portarono agli attacchi.
Un certo numero di storici hanno sottolineato che la Gran Bretagna e gli Stati Uniti hanno una lunga storia di promozione e utilizzo degli estremisti islamici per le loro diverse esigenze. Mark Curtis, storico e autore di ‘Secret Affairs’ ha affermato: “L’elite britannica è perfettamente consapevole del ruolo insidioso che l’Arabia Saudita svolge per favorire il terrorismo”.
La Gran Bretagna ha scelto quindi di non danneggiare i legami strategici con l’Arabia Saudita evitando la pubblicazione di informazioni che potevano rivelarsi scomode e imbarazzanti.
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28/07/2017
“Ma quale resistenza. Sono teppisti”. Il Chicago Tribune rompe l’omertà
Questo articolo compare in contemporanea su Contropiano e L’Antidiplomatico.
C’è da rimanerci basiti. Quasi secchi a leggere il titolo del giornalista di Bloomberg Noris Soto riportato dal quotidiano nord-americano Chigaco Tribune. “Meritano tutti di morire: militanti oppositori di Caracas giurano di prendere le armi”. Il riferimento è ai terroristi, in Italia da mesi descritti come “manifestanti pacifici” che stanno spargendo morte, violenza e distruzione nei quartieri ricchissimi di Caracas, capitale del Venezuela.
C’è da rimanerci quasi secchi perché dopo tre mesi è la prima volta che finalmente qualcuno in questa parte del mondo inizia ad aprire gli occhi e descrivere per quello che veramente è la destra venezuelana.
Le grandi corporazioni dell’informazione italiana hanno costruito l’immagini di “manifestanti pacifici”, con la stessa operazione alla Goebbels con cui hanno cercato di trasformare in “ribelli moderati” i terroristi in Siria, per giustificare l’intervento armato di turno e destituire un governo che, come quello di Damasco, non si piega alle logiche imperiali dell’occidente.
Nell’articolo di Soto, che consigliamo di leggere per la sua interezza, si riporta la testimonianza di un oppositore che ammette candidamente come la situazione sia “sfuggita di mano” e settori sempre più ampi della popolazione chiedono disperatamente la pace.
“Era in una cantina tranquilla e umida a nord ovest di Caracas, dove decine di giovani siedono sul pavimento e assemblano le loro armi.”, scrive Soto. “Tutti meritano di morire,” gli dichiara uno dei terroristi che prepara le molotov, riferendosi alle forze di sicurezza venezuelane.
Poi le minacce diventano realtà. Sono oltre cento i lutti delle famiglie venezuelane dall’inizio di questa nuova ondata di proteste violente con l’obiettivo golpista contro il legittimo governo di Caracas.
“Gli attivisti mascherati lanciano le loro bombe carte, rocce, vasi pieni di feci, qualunque cosa possano trovare. Distruggono edifici, uffici, negozi e bloccano le strade”, prosegue Soto, il giornalista che ha il coraggio di rompere l’omertà in occidente su quello che sta accadendo in Venezuela. Complimenti al suo coraggio.
“Non sappiamo esattamente come controllarli e abbiamo paura di quello che possa accadere dalle loro mani. Temo che possano rovinare la nostra lotta”, ha dichiarato a Soto il deputato dell’opposizione Angel Alvarado, un vecchio nemico di Maduro e del suo predecessore Hugo Chavez. “Sono molto radicali. Sono un pericolo”.
Soto li descrive come “agitatori vestiti con caschi da moto, occhialini di nuoto e maschere anti gas, alcuni portano degli scudi fatti di antichi simboli”.
“Siamo disposti a impugnare le armi per affrontarli da uguali”, prosegue uno di loro al giornalista.
Il Chicago Tribune, in modo incredibile pensando alle menzogne di Repubblica, Corriere e fake media italiani vari di questi mesi, ricorda anche gli innumerevoli richiami al dialogo e alla pace del Presidente Nicolas Maduro, che, proprio di fronte a questa escalation di morti e violenze ha proposto l’Assemblea Costituente il prossimo 30 luglio. “Quello che stiamo decidendo qui è la pace o la guerra, la violenza o l’Assemblea Costituente”.
E poi conclude con questa testimonianza: “Indossano le maschere, esattamente come i delinquenti saccheggiano negozi. I criminali in questo modo possono sfruttare il caos nelle strada”, ha detto a Soto Fernando Fernández, titolare di un negozio di liquori a Caracas. Una dozzina di loro ha rotto la finestra della sua attività lo scorso venerdì e ha preso tutto il liquore. “Questa è la prima volta che succede qualcosa del genere”, ha detto. “Non sono la resistenza, sono teppisti”. Chapeau. Se solo in Italia esistessero giornalisti con il coraggio di Soto...
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C’è da rimanerci basiti. Quasi secchi a leggere il titolo del giornalista di Bloomberg Noris Soto riportato dal quotidiano nord-americano Chigaco Tribune. “Meritano tutti di morire: militanti oppositori di Caracas giurano di prendere le armi”. Il riferimento è ai terroristi, in Italia da mesi descritti come “manifestanti pacifici” che stanno spargendo morte, violenza e distruzione nei quartieri ricchissimi di Caracas, capitale del Venezuela.
C’è da rimanerci quasi secchi perché dopo tre mesi è la prima volta che finalmente qualcuno in questa parte del mondo inizia ad aprire gli occhi e descrivere per quello che veramente è la destra venezuelana.
Le grandi corporazioni dell’informazione italiana hanno costruito l’immagini di “manifestanti pacifici”, con la stessa operazione alla Goebbels con cui hanno cercato di trasformare in “ribelli moderati” i terroristi in Siria, per giustificare l’intervento armato di turno e destituire un governo che, come quello di Damasco, non si piega alle logiche imperiali dell’occidente.
Nell’articolo di Soto, che consigliamo di leggere per la sua interezza, si riporta la testimonianza di un oppositore che ammette candidamente come la situazione sia “sfuggita di mano” e settori sempre più ampi della popolazione chiedono disperatamente la pace.
“Era in una cantina tranquilla e umida a nord ovest di Caracas, dove decine di giovani siedono sul pavimento e assemblano le loro armi.”, scrive Soto. “Tutti meritano di morire,” gli dichiara uno dei terroristi che prepara le molotov, riferendosi alle forze di sicurezza venezuelane.
Poi le minacce diventano realtà. Sono oltre cento i lutti delle famiglie venezuelane dall’inizio di questa nuova ondata di proteste violente con l’obiettivo golpista contro il legittimo governo di Caracas.
“Gli attivisti mascherati lanciano le loro bombe carte, rocce, vasi pieni di feci, qualunque cosa possano trovare. Distruggono edifici, uffici, negozi e bloccano le strade”, prosegue Soto, il giornalista che ha il coraggio di rompere l’omertà in occidente su quello che sta accadendo in Venezuela. Complimenti al suo coraggio.
“Non sappiamo esattamente come controllarli e abbiamo paura di quello che possa accadere dalle loro mani. Temo che possano rovinare la nostra lotta”, ha dichiarato a Soto il deputato dell’opposizione Angel Alvarado, un vecchio nemico di Maduro e del suo predecessore Hugo Chavez. “Sono molto radicali. Sono un pericolo”.
Soto li descrive come “agitatori vestiti con caschi da moto, occhialini di nuoto e maschere anti gas, alcuni portano degli scudi fatti di antichi simboli”.
“Siamo disposti a impugnare le armi per affrontarli da uguali”, prosegue uno di loro al giornalista.
Il Chicago Tribune, in modo incredibile pensando alle menzogne di Repubblica, Corriere e fake media italiani vari di questi mesi, ricorda anche gli innumerevoli richiami al dialogo e alla pace del Presidente Nicolas Maduro, che, proprio di fronte a questa escalation di morti e violenze ha proposto l’Assemblea Costituente il prossimo 30 luglio. “Quello che stiamo decidendo qui è la pace o la guerra, la violenza o l’Assemblea Costituente”.
E poi conclude con questa testimonianza: “Indossano le maschere, esattamente come i delinquenti saccheggiano negozi. I criminali in questo modo possono sfruttare il caos nelle strada”, ha detto a Soto Fernando Fernández, titolare di un negozio di liquori a Caracas. Una dozzina di loro ha rotto la finestra della sua attività lo scorso venerdì e ha preso tutto il liquore. “Questa è la prima volta che succede qualcosa del genere”, ha detto. “Non sono la resistenza, sono teppisti”. Chapeau. Se solo in Italia esistessero giornalisti con il coraggio di Soto...
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