Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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21/07/2026
07/07/2022
Quello che so per certo su Ilaria Alpi
La notizia dell’assassinio di Hashi Omar Hassan è appena stata data e già si capisce che i nostri mass-media ci raccontano le solite frescacce “italiote”.
Hashi, condannato con false testimonianze per l’omicidio di Ilaria Alpi e liberato dopo due decenni di carcerazione ingiusta è stato assassinato in stile mafioso-italico, con una bomba sotto il sedile della sua auto.
Il suo ex avvocato afferma una vera frescaccia, ovvero che sono stati i jihadisti che lo volevano ricattare per i soldi avuti in risarcimento, ma questo è palesemente falso e serve solo a sviare la ricerca dei mandanti, che stanno in Italia, come forse anche gli esecutori, perché in un paese come la Somalia non ci si arrovella a mettere bombe dentro le auto, si va per lo spiccio con una raffica di Kalashnikov e via.
Assassinare Hashi Hassan in questo modo truculento significa semplicemente che chi lo voleva morto non voleva sbagliare il “bersaglio” e allo stesso tempo evitare che in qualche modo si identifichino i mandanti (magari con la cattura di eventuali killer locali che in seguito potrebbero confessare chi erano i mandanti).
Lo stile dell’omicidio è perciò chiaramente “italiano” e questo ci dice che in Italia c’è ancora qualcuno molto preoccupato che vengano fuori i retroscena dell’omicidio di Ilaria Alpi: aveva saputo qualcosa Hassan adesso che viveva in Somalia?
L’omicidio della giornalista e del cameramen che con lei fu ucciso, questo è accertato, fu a seguito di una indagine su un traffico di rifiuti tossici dall’Italia e forse anche di armi, se i ricordi non mi tradiscono.
Le indagini, con molta poca cura, come i processi, furono manipolati e nessuno in Italia, a partire da politica e magistratura si è mai preoccupato di capire cosa esattamente ci fosse dietro e come tutta la faccenda, allora come oggi, puzzasse di servizi segreti italici.
In Italia c’è chi ancora trama e trema per l’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, e ora anche di Hashi Omar Hassan.
Fonte
Hashi, condannato con false testimonianze per l’omicidio di Ilaria Alpi e liberato dopo due decenni di carcerazione ingiusta è stato assassinato in stile mafioso-italico, con una bomba sotto il sedile della sua auto.
Il suo ex avvocato afferma una vera frescaccia, ovvero che sono stati i jihadisti che lo volevano ricattare per i soldi avuti in risarcimento, ma questo è palesemente falso e serve solo a sviare la ricerca dei mandanti, che stanno in Italia, come forse anche gli esecutori, perché in un paese come la Somalia non ci si arrovella a mettere bombe dentro le auto, si va per lo spiccio con una raffica di Kalashnikov e via.
Assassinare Hashi Hassan in questo modo truculento significa semplicemente che chi lo voleva morto non voleva sbagliare il “bersaglio” e allo stesso tempo evitare che in qualche modo si identifichino i mandanti (magari con la cattura di eventuali killer locali che in seguito potrebbero confessare chi erano i mandanti).
Lo stile dell’omicidio è perciò chiaramente “italiano” e questo ci dice che in Italia c’è ancora qualcuno molto preoccupato che vengano fuori i retroscena dell’omicidio di Ilaria Alpi: aveva saputo qualcosa Hassan adesso che viveva in Somalia?
L’omicidio della giornalista e del cameramen che con lei fu ucciso, questo è accertato, fu a seguito di una indagine su un traffico di rifiuti tossici dall’Italia e forse anche di armi, se i ricordi non mi tradiscono.
Le indagini, con molta poca cura, come i processi, furono manipolati e nessuno in Italia, a partire da politica e magistratura si è mai preoccupato di capire cosa esattamente ci fosse dietro e come tutta la faccenda, allora come oggi, puzzasse di servizi segreti italici.
In Italia c’è chi ancora trama e trema per l’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, e ora anche di Hashi Omar Hassan.
Fonte
21/03/2021
Le biografie dei “migliori”. Lamberto Giannini
Nel 1998 il neo capo della Polizia – direttore generale della pubblica sicurezza ebbe un ruolo centrale nell’arresto e nell’incriminazione di Hashi Omar Hassan, il cittadino somalo accusato ingiustamente dell’omicidio della giornalista di Rai3 Ilaria Alpi e del fotografo e operatore di ripresa Miran Hrovatin trucidati nel maggio del 1994 a Mogadiscio.
Hassan fu tenuto in carcere per 17 anni sulla base di testimonianze anomale per poi essere assolto dalla seconda sezione della Corte d’Assise di Roma.
Il caso venne riaperto in seguito ad una puntata della trasmissione televisiva Chi l’ha visto? in cui venne trasmessa una dichiarazione del testimone chiave delle accuse mosse a Hassan, indicato come uno dei componenti del commando che assassinò gli inviati del Tg3. Ahmed Ali Rage, detto “Gelle”, aveva testimoniato contro Hassan e solo sulla base di quella testimonianza Hassan venne condannato a 26 anni di carcere dalla corte di assise di appello di Roma.
“Gelle”, rintracciato da Chi l’ha visto, ammise di aver dichiarato il falso, ossia che non si trovava sul luogo del duplice omicidio e di aver accusato Hassan in quanto «gli italiani avevano fretta di chiudere il caso» e che, a lui, era stato promesso un aiuto a lasciare il Paese.
I giudici del tribunale di Perugia che, nel 2016, hanno deciso di indennizzare Hassan, per la lunga ed ingiusta detenzione, nelle motivazioni della sentenza scrissero che si trattava di “un depistaggio di ampia portata“.
Hassan, pochi giorni prima della sentenza di assoluzione raccontò a Fanpage.it come fosse stato incastrato dall’ex ambasciatore italiano in Somalia, Giuseppe Cassini, dall’intermediario somalo Ahmed Washington e da Ali Ahmed Rage, detto “Gelle”, il quale venne pagato, come lui stesso ammise molti anni dopo, per accusare Hassan di essere un membro del commando che uccise Ilaria Alpi e Miran Hrovatin.
Nel 1998, Hassan, dopo essere stato chiamato a testimoniare presso la commissione parlamentare sui crimini dei soldati italiani in Somalia, fu fermato dalla Digos di Roma che all’epoca era diretta proprio da Lamberto Giannini. Su quella circostanza riferì Hassan: “La Digos mi portò in un ufficio insieme a quello che era stato l’autista di Ilaria Alpi in Somalia, subito dopo mi dissero che ero accusato dell’omicidio dei giornalisti a condurre l’interrogatorio fu il Dottor Giannini“.
E fu ancora Lamberto Giannini a raccogliere anche la testimonianza di Sid Abdi, l’autista di Alpi e Hrovatin. Come si legge anche nella sentenza del Tribunale di Perugia, Abdi in un primo momento disse di non riconoscere in Hashi Omar Hassan uno degli uomini del commando che uccise i giornalisti ma poi Abdi cambiò clamorosamente versione accusando Hassan di essere autore dell’omicidio.
Fu proprio Giannini a raccogliere l’anomala accusa nei confronti di Hassan.
Come ebbe a raccontare lo stesso Hassan a Fanpage.it nel 2016 “L’autista restò in Italia fino a quando il mio processo non divenne definitivo, poi è tornato in Somalia e misteriosamente dopo 8 giorni è morto”. Prima però riuscì a parlare con dei giornalisti locali: “Disse che avevano pagato anche lui per accusarmi, per questo lo avevano portato in Italia“.
L’altro grande accusatore, “Gelle”, subito dopo la deposizione alla Digos di Roma diretta da Giannini, fuggì all’estero, in Inghilterra, dove poi fu trovato nel 2016 dai giornalisti di Chi l’ha visto? ed ammise di essere stato pagato per accusare Hassan.
Ad opporsi fermamente contro l’archiviazione delle indagini sul duplice omicidio sono sempre stati i genitori di Ilaria Alpi: Giorgio Alpi, morto l’11 luglio del 2010, e la madre, Luciana Alpi, scomparsa nel 2018. Anche dopo la morte di Giorgio, Luciana ha continuato la sua battaglia contro il muro di gomma che circondava la vicenda dell’assassinio dei due reporter.
Nonostante la stanchezza e i malanni che l’hanno afflitta nell’ultimo decennio di vita, Luciana non si era mai rassegnata alla morte di sua figlia Ilaria e non aveva mai sposato la versione ufficiale: troppe contraddizioni, troppe buchi nelle testimonianze offerte, troppe omissioni da parte degli stessi inquirenti.
Lo aveva capito sin da quando negarono a lei e Giorgio l’autopsia sul corpo di Ilaria mentre il referto dell’esame autoptico era già sparito dall’incartamento ufficiale per riapparire, poi, tra le carte di un trafficante internazionale di armi. E poi le tantissime bugie che si susseguivano, i depistaggi, le tesi precostituite, le conclusioni contraddittorie e stravaganti delle due Commissioni parlamentari d’indagine.
Luciana e Giorgio Alpi avevano compreso che il duplice omicidio di Ilaria e Miran era connesso ad un’inchiesta che i due reporter stavano conducendo sull’ambiguo mondo della cooperazione internazionale che aveva fatto da copertura ad un gigantesco scambio di rifiuti tossici e forniture di armi tra il governo italiano dell’epoca e la Somalia.
Mogadiscio nel 1994 era in piena guerra civile. La parte Nord era sotto il controllo di Ali Madhi e la parte sud del clan avversario di Aidid. Nel 1991 c’era stata la guerra civile dopo una dittatura durata anni da parte di Siad Barre. Per questo motivo l’Onu nel 1992 decide la missione di pace “Restore Hope”. Il 20 marzo 1994 i soldati italiani si preparano a lasciare la città.
L’ ultimo viaggio in Somalia di Ilaria e Miran è stato ricostruito dalla Commissione d’inchiesta presieduta da Carlo Taormina attraverso le immagini – ritrovate – girate da Ilaria e Miran stessi. Una ricostruzione piena di “buchi”: non si vede mai chi accompagna Ilaria e Miran, quale macchina usano, né chi incontrano a Gardo e nulla si deduce sulla motivazione di quel viaggio. Nei dieci giorni trascorsi in Somalia Ilaria e Miran passano per Mogadiscio, Balad, Merca, Johar, Bosaso, Gardo, Bosaso e, infine, di nuovo a Mogadiscio.
Il 14 marzo 1994 Ilaria e Miran si recano a Bosaso presso il compound di Africa ’70 dove i giornalisti vanno appena arrivati e dove trovano solo personale somalo. Tutti gli italiani si trovano infatti a Gibuti (rientreranno il 16 marzo), dove hanno dovuto riparare in seguito ad accuse e minacce da parte di una fazione dell’SSDF, il partito del nordest della Somalia. Ilaria e Miran si recano in ospedale per registrare le immagini dei malati di colera che sono ricoverati: donne, giovani, bambini. Poi, quasi al tramonto, raggiungono il porto.
Il giorno dopo, quasi all’alba, ancora al porto, Miran riprende le attività di carico e scarico con una lunga carrellata su navi e banchina. Poi Ilaria intervista il dottor Kamal, un medico proprietario del compound e delle auto utilizzate da Africa ’70, il quale fornisce le cifre dell’epidemia di colera: 26 morti, 635 persone ricoverate e almeno il triplo rimaste nella propria casa. Nel corso delle riprese, si sente una voce fuori campo chiedere ai giornalisti, in italiano, se sono della Rai.
Nel pomeriggio Ilaria intervista il sultano di Bosaso, Abdullahi Moussa Bogor. L’intervista dura tre ore. La telecamera viene spenta e riaccesa due volte: tra una pausa e l’altra, si sente Ilaria chiedere al sultano di Mugne, della nave sequestrata, degli scandali della cooperazione italo-somala, delle armi, dei rifiuti tossici seppelliti lungo la strada Garoe-Bosaso.
Alle ore 15 del 20 marzo 1994, un dispaccio dell’Ansa riportava la tragica notizia della uccisione dei due giornalisti italiani a Mogadiscio in cui si precisava anche la fonte: “Giancarlo Marocchino, un autotrasportatore italiano che vive a Mogadiscio da dieci anni».
Giancarlo Marocchino, potentissimo imprenditore di Mogadiscio, è l’uomo che per primo arrivò sul luogo dell’esecuzione di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Mai indagato dalla procura di Roma per l’omicidio, si prodigò per portare in Italia l’automobile coinvolta nell’agguato su incarico della commissione Taormina. O meglio, quella che si riteneva essere l’automobile della giornalista uccisa. Ma il sangue rimasto sui sedili non era compatibile con il Dna di Ilaria e Miran, come accerterà una perizia della Procura di Roma nel 2008. Dunque, Marocchino aveva tentato di depistare le indagini.
Decine di annotazioni, rapporti, messaggi rinvenute e declassificate dal SISMI indicano Marocchino come uno dei principali trafficanti di armi verso i signori della guerra somali. Nel 1993 i suoi traffici hanno come destinatario principale Aidid, inviso dagli Usa, tanto che verrà espulso dalla Somalia. Tuttavia, il governo italiano riuscirà a farlo rientrare pochi mesi dopo. Ma di cosa si occupava Marocchino? Oltre che di logistica, per il Sismi “Avrebbe ripreso a trafficare in armi e rifiuti tossici e radioattivi”, dopo aver costruito un nuovo porto ad El Maan, cento chilometri da Mogadiscio.
Dal quel 20 marzo di 27 anni fa si sono susseguiti depistaggi, false dichiarazioni, ritrattazioni. Ci sono stati tre processi e una commissione parlamentare d’inchiesta. Due le tesi: quella della Commissione d’inchiesta, secondo la quale Ilaria e Miran sono stati uccisi per un tentativo di rapina finito male; l’altra è invece del Gip della Procura di Roma del 2007, che ha respinto la richiesta di archiviazione avanzata dal pm Ionta perché, secondo il gip, è stato un omicidio su commissione per impedire che Ilaria e Miran portassero a conoscenza dell’opinione pubblica le loro inchieste in Somalia. In mezzo, decine di depistaggi, false piste, false dichiarazioni, ritrattazioni e omissioni
Ad ottobre del 2014, inoltre, sono emersi i depistaggi ad opera dei servizi segreti. Sono emerse diverse informative che venivano trasmesse da Mogadiscio a Roma, che facevano riferimento al duplice omicidio e che poi venivano cancellate. Si tratta di informative scritte a mano da un uomo del Sismi, Alfredo Tedesco, presente a Mogadiscio, cancellate e non riportate nei rapporti del Sismi.
Tra gli appunti di Ilaria pervenuti in Italia, si legge in un block-note: SHIFCO/MUGNE/1400 MILIARDI FAI/ DOVE È FINITA QUESTA INGENTE MOLE DI DENARO?
17 aprile 2018 durante l’udienza preliminare sono emersi nuovi documenti trasmessi dalla procura di Firenze a quella di Roma. Si tratterebbe di intercettazioni che risalirebbero al 2012 tra cittadini somali che parlano dell’omicidio della giornalista e del suo operatore. Tuttavia, a Giugno, la procura di Roma ha chiesto di nuovo l’archiviazione del caso perché giudica irrilevanti le intercettazioni trasmesse dalla procura di Firenze a quella di Roma ed emerse nel corso dell’udienza preliminare il 17 aprile scorso.
Ma il gip Andrea Fanelli, a giugno, ha dato alla Procura di Roma l’incarico di proseguire l’indagine per altri sei mesi. A quel punto la FNSI e l’ordine dei giornalisti e i giornalisti Rai si sono costituiti parti offese.
Ad ottobre del 2019 i legali della famiglia Alpi hanno presentato l’atto di opposizione all’archiviazione dell’indagine citando, tra gli altri, la sentenza di primo grado legata all’uccisione di Mauro Rostagno, l’audizione del generale Mario Mori in Commissione parlamentare, la sentenza di Palermo sulla cosiddetta trattativa Stato-Mafia e ad alcuni appunti della stessa giornalista e di atti desecretati nel 2014.
Anche la Federazione della Stampa, l’Ordine dei giornalisti e l’Usigrai hanno depositato l’opposizione, chiedendo di rivelare la fonte confidenziale che nel 1997 aveva parlato del movente.
Ad oggi sono passati 27 anni da quel tragico giorno in cui furono brutalmente assassinati a Mogadiscio due reporter italiani, liberi ed indipendenti, che erano ad un passo dal rendere pubblica una verità scomoda su uno del più loschi traffici di Stato che l’Italia ricordi. Sono stati 27 anni di depistaggi, di trame oscure e di torbide manovre atte/i ad impedire che si addivenisse a verità e giustizia per Ilaria e Miran.
Per chi ancora, nonostante tutto, nutre la speranza che ciò, prima o poi avvenga, di certo, la nomina di Lamberto Giannini a capo della polizia non è certamente un buon segnale.
Hassan fu tenuto in carcere per 17 anni sulla base di testimonianze anomale per poi essere assolto dalla seconda sezione della Corte d’Assise di Roma.
Il caso venne riaperto in seguito ad una puntata della trasmissione televisiva Chi l’ha visto? in cui venne trasmessa una dichiarazione del testimone chiave delle accuse mosse a Hassan, indicato come uno dei componenti del commando che assassinò gli inviati del Tg3. Ahmed Ali Rage, detto “Gelle”, aveva testimoniato contro Hassan e solo sulla base di quella testimonianza Hassan venne condannato a 26 anni di carcere dalla corte di assise di appello di Roma.
“Gelle”, rintracciato da Chi l’ha visto, ammise di aver dichiarato il falso, ossia che non si trovava sul luogo del duplice omicidio e di aver accusato Hassan in quanto «gli italiani avevano fretta di chiudere il caso» e che, a lui, era stato promesso un aiuto a lasciare il Paese.
I giudici del tribunale di Perugia che, nel 2016, hanno deciso di indennizzare Hassan, per la lunga ed ingiusta detenzione, nelle motivazioni della sentenza scrissero che si trattava di “un depistaggio di ampia portata“.
Hassan, pochi giorni prima della sentenza di assoluzione raccontò a Fanpage.it come fosse stato incastrato dall’ex ambasciatore italiano in Somalia, Giuseppe Cassini, dall’intermediario somalo Ahmed Washington e da Ali Ahmed Rage, detto “Gelle”, il quale venne pagato, come lui stesso ammise molti anni dopo, per accusare Hassan di essere un membro del commando che uccise Ilaria Alpi e Miran Hrovatin.
Nel 1998, Hassan, dopo essere stato chiamato a testimoniare presso la commissione parlamentare sui crimini dei soldati italiani in Somalia, fu fermato dalla Digos di Roma che all’epoca era diretta proprio da Lamberto Giannini. Su quella circostanza riferì Hassan: “La Digos mi portò in un ufficio insieme a quello che era stato l’autista di Ilaria Alpi in Somalia, subito dopo mi dissero che ero accusato dell’omicidio dei giornalisti a condurre l’interrogatorio fu il Dottor Giannini“.
E fu ancora Lamberto Giannini a raccogliere anche la testimonianza di Sid Abdi, l’autista di Alpi e Hrovatin. Come si legge anche nella sentenza del Tribunale di Perugia, Abdi in un primo momento disse di non riconoscere in Hashi Omar Hassan uno degli uomini del commando che uccise i giornalisti ma poi Abdi cambiò clamorosamente versione accusando Hassan di essere autore dell’omicidio.
Fu proprio Giannini a raccogliere l’anomala accusa nei confronti di Hassan.
Come ebbe a raccontare lo stesso Hassan a Fanpage.it nel 2016 “L’autista restò in Italia fino a quando il mio processo non divenne definitivo, poi è tornato in Somalia e misteriosamente dopo 8 giorni è morto”. Prima però riuscì a parlare con dei giornalisti locali: “Disse che avevano pagato anche lui per accusarmi, per questo lo avevano portato in Italia“.
L’altro grande accusatore, “Gelle”, subito dopo la deposizione alla Digos di Roma diretta da Giannini, fuggì all’estero, in Inghilterra, dove poi fu trovato nel 2016 dai giornalisti di Chi l’ha visto? ed ammise di essere stato pagato per accusare Hassan.
Ad opporsi fermamente contro l’archiviazione delle indagini sul duplice omicidio sono sempre stati i genitori di Ilaria Alpi: Giorgio Alpi, morto l’11 luglio del 2010, e la madre, Luciana Alpi, scomparsa nel 2018. Anche dopo la morte di Giorgio, Luciana ha continuato la sua battaglia contro il muro di gomma che circondava la vicenda dell’assassinio dei due reporter.
Nonostante la stanchezza e i malanni che l’hanno afflitta nell’ultimo decennio di vita, Luciana non si era mai rassegnata alla morte di sua figlia Ilaria e non aveva mai sposato la versione ufficiale: troppe contraddizioni, troppe buchi nelle testimonianze offerte, troppe omissioni da parte degli stessi inquirenti.
Lo aveva capito sin da quando negarono a lei e Giorgio l’autopsia sul corpo di Ilaria mentre il referto dell’esame autoptico era già sparito dall’incartamento ufficiale per riapparire, poi, tra le carte di un trafficante internazionale di armi. E poi le tantissime bugie che si susseguivano, i depistaggi, le tesi precostituite, le conclusioni contraddittorie e stravaganti delle due Commissioni parlamentari d’indagine.
Luciana e Giorgio Alpi avevano compreso che il duplice omicidio di Ilaria e Miran era connesso ad un’inchiesta che i due reporter stavano conducendo sull’ambiguo mondo della cooperazione internazionale che aveva fatto da copertura ad un gigantesco scambio di rifiuti tossici e forniture di armi tra il governo italiano dell’epoca e la Somalia.
Mogadiscio nel 1994 era in piena guerra civile. La parte Nord era sotto il controllo di Ali Madhi e la parte sud del clan avversario di Aidid. Nel 1991 c’era stata la guerra civile dopo una dittatura durata anni da parte di Siad Barre. Per questo motivo l’Onu nel 1992 decide la missione di pace “Restore Hope”. Il 20 marzo 1994 i soldati italiani si preparano a lasciare la città.
L’ ultimo viaggio in Somalia di Ilaria e Miran è stato ricostruito dalla Commissione d’inchiesta presieduta da Carlo Taormina attraverso le immagini – ritrovate – girate da Ilaria e Miran stessi. Una ricostruzione piena di “buchi”: non si vede mai chi accompagna Ilaria e Miran, quale macchina usano, né chi incontrano a Gardo e nulla si deduce sulla motivazione di quel viaggio. Nei dieci giorni trascorsi in Somalia Ilaria e Miran passano per Mogadiscio, Balad, Merca, Johar, Bosaso, Gardo, Bosaso e, infine, di nuovo a Mogadiscio.
Il 14 marzo 1994 Ilaria e Miran si recano a Bosaso presso il compound di Africa ’70 dove i giornalisti vanno appena arrivati e dove trovano solo personale somalo. Tutti gli italiani si trovano infatti a Gibuti (rientreranno il 16 marzo), dove hanno dovuto riparare in seguito ad accuse e minacce da parte di una fazione dell’SSDF, il partito del nordest della Somalia. Ilaria e Miran si recano in ospedale per registrare le immagini dei malati di colera che sono ricoverati: donne, giovani, bambini. Poi, quasi al tramonto, raggiungono il porto.
Il giorno dopo, quasi all’alba, ancora al porto, Miran riprende le attività di carico e scarico con una lunga carrellata su navi e banchina. Poi Ilaria intervista il dottor Kamal, un medico proprietario del compound e delle auto utilizzate da Africa ’70, il quale fornisce le cifre dell’epidemia di colera: 26 morti, 635 persone ricoverate e almeno il triplo rimaste nella propria casa. Nel corso delle riprese, si sente una voce fuori campo chiedere ai giornalisti, in italiano, se sono della Rai.
Nel pomeriggio Ilaria intervista il sultano di Bosaso, Abdullahi Moussa Bogor. L’intervista dura tre ore. La telecamera viene spenta e riaccesa due volte: tra una pausa e l’altra, si sente Ilaria chiedere al sultano di Mugne, della nave sequestrata, degli scandali della cooperazione italo-somala, delle armi, dei rifiuti tossici seppelliti lungo la strada Garoe-Bosaso.
Alle ore 15 del 20 marzo 1994, un dispaccio dell’Ansa riportava la tragica notizia della uccisione dei due giornalisti italiani a Mogadiscio in cui si precisava anche la fonte: “Giancarlo Marocchino, un autotrasportatore italiano che vive a Mogadiscio da dieci anni».
Giancarlo Marocchino, potentissimo imprenditore di Mogadiscio, è l’uomo che per primo arrivò sul luogo dell’esecuzione di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Mai indagato dalla procura di Roma per l’omicidio, si prodigò per portare in Italia l’automobile coinvolta nell’agguato su incarico della commissione Taormina. O meglio, quella che si riteneva essere l’automobile della giornalista uccisa. Ma il sangue rimasto sui sedili non era compatibile con il Dna di Ilaria e Miran, come accerterà una perizia della Procura di Roma nel 2008. Dunque, Marocchino aveva tentato di depistare le indagini.
Decine di annotazioni, rapporti, messaggi rinvenute e declassificate dal SISMI indicano Marocchino come uno dei principali trafficanti di armi verso i signori della guerra somali. Nel 1993 i suoi traffici hanno come destinatario principale Aidid, inviso dagli Usa, tanto che verrà espulso dalla Somalia. Tuttavia, il governo italiano riuscirà a farlo rientrare pochi mesi dopo. Ma di cosa si occupava Marocchino? Oltre che di logistica, per il Sismi “Avrebbe ripreso a trafficare in armi e rifiuti tossici e radioattivi”, dopo aver costruito un nuovo porto ad El Maan, cento chilometri da Mogadiscio.
Dal quel 20 marzo di 27 anni fa si sono susseguiti depistaggi, false dichiarazioni, ritrattazioni. Ci sono stati tre processi e una commissione parlamentare d’inchiesta. Due le tesi: quella della Commissione d’inchiesta, secondo la quale Ilaria e Miran sono stati uccisi per un tentativo di rapina finito male; l’altra è invece del Gip della Procura di Roma del 2007, che ha respinto la richiesta di archiviazione avanzata dal pm Ionta perché, secondo il gip, è stato un omicidio su commissione per impedire che Ilaria e Miran portassero a conoscenza dell’opinione pubblica le loro inchieste in Somalia. In mezzo, decine di depistaggi, false piste, false dichiarazioni, ritrattazioni e omissioni
Ad ottobre del 2014, inoltre, sono emersi i depistaggi ad opera dei servizi segreti. Sono emerse diverse informative che venivano trasmesse da Mogadiscio a Roma, che facevano riferimento al duplice omicidio e che poi venivano cancellate. Si tratta di informative scritte a mano da un uomo del Sismi, Alfredo Tedesco, presente a Mogadiscio, cancellate e non riportate nei rapporti del Sismi.
Tra gli appunti di Ilaria pervenuti in Italia, si legge in un block-note: SHIFCO/MUGNE/1400 MILIARDI FAI/ DOVE È FINITA QUESTA INGENTE MOLE DI DENARO?
17 aprile 2018 durante l’udienza preliminare sono emersi nuovi documenti trasmessi dalla procura di Firenze a quella di Roma. Si tratterebbe di intercettazioni che risalirebbero al 2012 tra cittadini somali che parlano dell’omicidio della giornalista e del suo operatore. Tuttavia, a Giugno, la procura di Roma ha chiesto di nuovo l’archiviazione del caso perché giudica irrilevanti le intercettazioni trasmesse dalla procura di Firenze a quella di Roma ed emerse nel corso dell’udienza preliminare il 17 aprile scorso.
Ma il gip Andrea Fanelli, a giugno, ha dato alla Procura di Roma l’incarico di proseguire l’indagine per altri sei mesi. A quel punto la FNSI e l’ordine dei giornalisti e i giornalisti Rai si sono costituiti parti offese.
Ad ottobre del 2019 i legali della famiglia Alpi hanno presentato l’atto di opposizione all’archiviazione dell’indagine citando, tra gli altri, la sentenza di primo grado legata all’uccisione di Mauro Rostagno, l’audizione del generale Mario Mori in Commissione parlamentare, la sentenza di Palermo sulla cosiddetta trattativa Stato-Mafia e ad alcuni appunti della stessa giornalista e di atti desecretati nel 2014.
Anche la Federazione della Stampa, l’Ordine dei giornalisti e l’Usigrai hanno depositato l’opposizione, chiedendo di rivelare la fonte confidenziale che nel 1997 aveva parlato del movente.
Ad oggi sono passati 27 anni da quel tragico giorno in cui furono brutalmente assassinati a Mogadiscio due reporter italiani, liberi ed indipendenti, che erano ad un passo dal rendere pubblica una verità scomoda su uno del più loschi traffici di Stato che l’Italia ricordi. Sono stati 27 anni di depistaggi, di trame oscure e di torbide manovre atte/i ad impedire che si addivenisse a verità e giustizia per Ilaria e Miran.
Per chi ancora, nonostante tutto, nutre la speranza che ciò, prima o poi avvenga, di certo, la nomina di Lamberto Giannini a capo della polizia non è certamente un buon segnale.
24/12/2018
Nuova inchiesta per la strage della Moby Prince
La Procura di Livorno ha aperto un nuovo fascicolo di indagine sulla strage del traghetto Moby Prince che la notte del 10 aprile 1991, appena partito, si scontrò con la petroliera Agip Abruzzo nella rada del porto di Livorno. Morirono 140 persone e vi fu un solo superstite.
La Procura di Livorno ha acquisito agli atti la relazione conclusiva della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla tragedia del Moby Prince, resa pubblica il 24 gennaio scorso in Senato dall’allora presidente Silvio Lai.
Secondo quanto emerso dall’inchiesta parlamentare, il disastro non è riconducibile alla presenza di nebbia e alla negligenza del comando del traghetto; la nebbia fu immotivatamente utilizzata per giustificare il caos dei soccorsi mentre 140 esseri umani venivano lasciati bruciare vivi fino all’alba.
Di seguito, l’articolo che avevamo pubblicato all’indomani della presentazione della relazione conclusiva della Commissione parlamentare d’inchiesta.
*****
Strage del Moby Prince. Per la commissione d’inchiesta sono stati 27 anni di bugie
Sergio Scorza
“Alle 22:25 del 10 aprile 1991, a poche miglia dal porto di Livorno, la visibilità era ottima e senza nebbia”.
E’ la svolta tanto attesa da chi per 27 anni non ha creduto nemmeno per un attimo alle raffazzonate versioni ufficiali ed alle improbabili ricostruzioni giudiziarie su come andarono davvero le cose quella sera in quel tratto di mare.
La relazione della commissione parlamentare d’inchiesta sul disastro del Moby Prince ha ricostruito quasi interamente sia il prima che il dopo della collisione ed ha individuato anche il motivo per cui una nave traghetto comandata da un capitano di riconosciute esperienza e professionalità come Ugo Chessa possa essere finita contro un’enorme petroliera poche miglia dopo aver mollato gli ormeggi: “La nave deviò dalla rotta per una ‘turbativa’”.
Questa è la conclusione votata all’unanimità dai membri della commissione d’inchiesta ed è scritta nero su bianco nella relazione finale sulla dinamica del disastro di quella nave traghetto completamente divorata dal fuoco nella rada del porto di Livorno, con il suo carico di 140 esseri umani lasciati bruciare vivi senza senza aver ricevuto alcun soccorso per almeno 9 ore, quella tragica sera di 27 anni fa.
Sono tante le zone d’ombra riscontrate dalla Commissione: la posizione della petroliera, che era posizionata in una zona caratterizzata da “divieto di ancoraggio”; le “indagini sommarie” della Capitaneria; i “tentativi di manomissione”; e la “lacunosa indagine medico-legale finalizzata solo al riconoscimento delle vittime e non all’accertamento delle cause della morte”. Ma sopratutto è stata clamorosamente smentita la presenza dell’elemento su cui poggiavano tutte le ricostruzioni della Procura della Repubblica di Livorno che aveva condotto ben due inchieste concluse entrambe con l’archiviazione: la nebbia.
“È finito il tempo delle bugie. Della relazione non mi stupisce niente, sono le cose che diciamo dal 1995. Ora l’ipotesi è riprovare la strada del penale”. Così si è espresso sull’esito dei lavori della commissione d’inchiesta Angelo Chessa, figlio di Ugo, comandante del traghetto morto carbonizzato come tutte le altre vittime del rogo del Moby Prince e sul quale erano state scaricate le responsabilità principali del disastro.
Il 31 marzo 2016 la Commissione parlamentare di inchiesta sulle cause del disastro del traghetto Moby Prince aveva ascoltato Enrico Fedrighini, giornalista ed autore del volume “Moby Prince: un caso ancora aperto” risultato di una sua personale indagine sulla documentazione relativa al lavoro svolto dalla Commissione[1].
Entrato in possesso di un documento di lavoro riportante il contenuto della relazione finale prima di una, particolare quanto radicale, revisione definitiva, il giornalista vi ritrovò accuse pesanti relative alla condotta del Comandante Albanese e del Comandante Superina. Queste parti, omesse nella versione finale ed ufficiale, furono lette da Enrico Fedrighini grazie al fatto che chi le aveva cancellate, aveva usato all’epoca una telescrivente ed aveva pertanto ribattuto sopra ogni carattere da censurare un tasto “trattino”, lasciando così leggibile quanto doveva essere eliminato[2].
A due passi dal tratto di mare in cui avvenne la strage c’è la base militare americana di Camp Derby. Prima della caduta del muro Camp Derby fu la la base operativa di Gladio e di uomini che facevano riferimento alla loggia massonica “P2” di Licio Gelli.
Di sicuro quella base era frequentata anche da fascisti appartenenti al movimento neofascista Ordine Nuovo al centro di numerose vicende stragiste. Ad esempio da Marcello Soffiati, ottimo amico di Delfo Zorzi e Carlo Maria Maggi [3].
Dopo il 1989 Camp Derby divenne un crocevia internazionale di armi e rifiuti tossici, com’è emerso agli atti dell’inchiesta della Procura della Repubblica di Asti denominata “Progetto Urano” e collegata all’altra inchiesta sull’assassinio della giornalista Rai Ilaria Alpi e del suo assistente Miran Rovatin[4].
Di certo, qualcosa a Camp Derby avrebbero dovuto sapere circa l’impazzimento dei radar e le continue strane interferenze avvenute proprio a ridosso del disastro che hanno causato quei coni d’ombra che impedirono all’aeronautica militare italiana di registrare i mezzi in movimento e che soffocarono tutte le comunicazioni di emergenza. E invece dal comando USA in Italia, in tutti questi anni, sulla vicenda di Moby Prince è stato alzato un invalicabile impenetrabile muro di silenzio.
Di seguito, un articolo apparso sul Fatto Quotidiano il 10 aprile 2011 a firma del giornalista recentemente e prematuramente scomparso Emiliano Liuzzi, che fu testimone diretto sul luogo dell’orrenda strage.
*****
“Non credo verrà mai fatta luce attraverso quella nebbia che la sera del 10 aprile 1991 avvolgeva il mare davanti a Livorno. Come per Ustica, la strage del 2 agosto e piazza Fontana, anche per i 140 morti del più grave disastro della marineria italiana, uomini donne e bambini che quella sera si imbarcarono sul traghetto Moby Prince diretti a Olbia, non ci sarà mai giustizia.
A scacciare le ombre ci ha provato qualche anno fa anche un magistrato che stimo molto, Antonio Giaconi, ma si è dovuto arrendere persino uno come lui che è un mastino. Posso raccontarvi quello che vidi io quella notte e nei giorni successivi. Per ricordare.
Vissi quei momenti da giornalista, con la macchina fotografica al collo, nonostante i miei 22 anni che, da allora, cambiarono aspetto. Ero alla finestra di casa, ad Antignano, periferia della città, guardavo l’orizzonte come spesso mi capita nelle pause di riflessione. In mare c’era appunto foschia, ma a un certo momento il fumo riusciva a distinguersi. E non era nebbia.
Mio padre allora era condirettore del Tirreno e, naturalmente, era al giornale. Provai a chiamarlo, ma l’interno mi dava occupato. Allora feci il 401141, che era il numero del centralino, e mi feci passare Elisabetta Arrighi, cronista di razza, certo che avrei avuto risposte. Mi disse che probabilmente era una bettolina andata a fuoco, che lei stava scappando in capitaneria perché in quelle informazioni che le avevano dato c’era qualcosa che non le tornava.
Scoprii più tardi quello che era successo. Altro che bettolina, aveva ragione Arrighi a porsi dubbi: un traghetto era finito contro la petroliera Agip Abruzzo, la prua aveva centrato la cisterna 7, carica di 2700 tonnellate di petrolio Iranian Light e gli aveva riversato addosso greggio e fiamme. Più tardi mio padre mi chiamò, mi disse di andare al porto con la macchina fotografica. Da lì in poi la consapevolezza di qualcosa di enorme, struggente. Ma niente ancora di quello che avrei visto in seguito.
Alla capitaneria, insieme a un collega, andammo negli uffici degli ormeggiatori, i primi ad accorgersi di quello che era successo davvero. Mi ricordo le loro lacrime, la tensione, finirono quasi per menarsi tra di loro in quel caos infernale. Al porto incontrai un altro collega, Furio Domenici. Mi disse che aveva parlato con un amico della Labromare (ditta privata che lavora insieme ai vigili del fuoco per spegnere le fiamme del Moby) e che il giorno successivo saremmo saliti su quella nave a vedere cosa fosse accaduto.
Fummo gli unici due giornalisti a salire sul Moby, io e Domenici. Travestiti (allora il mestiere si faceva così) da operai addetti alla bonifica di quel restava del traghetto. Io ero un ragazzino, Domenici ne aveva già viste di cotte e di crude, aveva seguito il terremoto in Irpinia, le stragi di Natale, i delitti del mostro di Firenze. Ma quando arrivammo al salone De Luxe della nave restammo di pietra. Entrambi.
Avevamo delle maschere a coprirci il volto, ma quell’odore di bruciato, di carne umana bruciata, me lo porto ancora dietro. La nave era ancora rovente, e le suole degli stivali che ci aveva dato Ghigo Cafferata della Labromare ci si scioglievano sotto i piedi. E poi quel salone. Fatto di brandelli che potevano ricondurre a essere umani, ma che non avremmo riconosciuto. Forse qualcosa di simile si trova nelle rarissime foto di forni crematori. Sì, credo di aver visto da vicino qualcosa di molto simile alla guerra. Anche se il ricordo che mi porto dentro è l’odore.
Delle 140 persone non restava niente, si erano sciolte in un tentativo di fuga, forse, ma che non abbiamo mai saputo. Si dice che i passeggeri vennero tutti radunati nel salone mentre la nave prendeva fuoco e in attesa dei soccorsi. Uno degli elementi verosimili di tutta questa tragedia. Tutti particolari che non sapemmo allora e non sappiamo con certezza neanche oggi. Perché nessuno fuggì da quel salone che era diventato una trappola? Come fece a salvarsi una sola persona?
Neanche questo si può accertare, solo un racconto di quel mozzo, Alessio Bertrand, sempre molto confuso. Fu colpa della foschia? Improbabile. Ma soprattutto una cosa: perché i soccorsi partirono in ritardo. Alle 22.25 il marconista del Moby lancia il May Day attraverso una ricetrasmittente portatile, non era in sala radio, ma i soccorsi cercavano l’Agip Abruzzo, il Moby se lo persero.
Lo trovarono un’ora e dieci minuti più tardi e quasi per caso. Il pm Giaconi qualche anno fa si è fatto mandare immagini satellitari, si è riletto le trascrizioni dei messaggi tra l’avvisatore marittimo, la nave Agip Abruzzo, le comunicazioni sul canale vhf 16 della Moby. Non ne è uscito nulla di decisivo. Il fascicolo è stato archiviato.
Sappiamo che in quello specchio di mare c’erano manovre di navi americane che caricavano armi da Camp Darby, come avviene anche oggi con una certa frequenza e grande mistero, visto che le autorità della base non sono tenute ad avvisare dei loro spostamenti. C’era un traffico inconsueto quella notte in porto, e soprattutto c’era una nave, la Theresa, che misteriosamente si allontanò subito dalla zona dell’incidente. Ma sono solo ipotesi, supposizioni.
C’era una partita in tv quella sera e il comandante del Moby, Ugo Chessa, senza possibilità di difendersi, visto che si trovava a prua e fu sicuramente tra i primi a morire, venne accusato anche per quello: i dietrologi sostengono che l’equipaggio inserì presto il pilota automatico per fare i propri comodi. Fantasiosa anche questa come ricostruzione.
E ancora: quella bettolina, che pure in quello specchio d’acqua c’era. Che fine fece? Niente, non lo sappiamo. Io ricordo che le fotografie non riuscii a farle. Ne ho scritto più volte, anni dopo, di quell’incidente, ma sempre con uno stato d’animo confuso dai ricordi.
La stessa confusione che mi accompagnò quando scesi dalla Moby, nei giorni a seguire, quando arrivarono i parenti delle vittime e venne allestita una sala dove ricomposero quello che restava dei corpi. Anelli, catenine, orecchini. Impronte dentali. Niente, in pratica. Quella nebbia si è portata via la Moby e quelle persone che partivano, chi per le vacanze di Pasqua, chi per tornarsene a casa.
Per una serie di coincidenze ho viaggiato con la Moby decine e decine di volte, sulla stessa rotta. Ho passato anni a tentare di ricostruire quello che accadde, tra carte vecchie e nuove, a parlare coi figli del comandante Chessa. A tentare una spiegazione di quello che avvenne. Non sono mai arrivato a nessuna conclusione. Anche perché quando si aprì il processo (se non sbaglio, parte dell’inchiesta fin nelle mani di un magistrato arrestato anni dopo per una corruzione) ero via da Livorno e non lo seguii.
Ogni anno il 10 aprile torno al porto, alla Darsena Toscana, butto in mare un fiore. Solo per ricordare, consapevole che quelle 140 persone non avranno giustizia. E se per piazza Fontana e le stragi di Natale qualche vaga spiegazione me la sono data, ho capito che alcuni apparati dello Stato non possono parlare, per la Moby no. Non sono riuscito ad arrivare a nessuna conclusione. Non sono arrivato a capire perché coloro che sanno – e ci sono – continuino a non raccontarla giusta.”
Note:
[1] http://www.senato.it/4588?seduta=34073, Moby Prince, Audizione del giornalista Enrico Fedrighini
[2] Enrico Fedrighini, “Moby Prince. Un caso ancora aperto”, 2005, ed. Paoline, p. 93-98
[3] op. cit. p. 254, 255
[4] Luciano Scalettari, Ilaria Alpi, un omicidio al crocevia dei traffici, 2002, Baldini & Castoldi, con Barbara Carazzolo e Alberto Chiara
Fonte
20/10/2016
Alpi e Hrovatin, uccisi dallo Stato
Con l'assoluzione di Hashi Omar Hassan si chiudono i primi 22 anni dall'omicidio di Ilaria Alpi e Milan Hrovatin, l'inviata e il cameraman della Rai uccisi in Somalia mentre seguivano una pista giornalistica che portava evidentemente ad interessi rimasti ignoti ma fortemente difesi e rappresentati da tutti i governi italiani. Da allora ad oggi. Che si tratti di commercio di armi o di rifiuti pericolosi, sempre di business stiamo parlando...
La sentenza del Corte d'Apppello di Perugia non giunge affatto inattesa – il processo è stato riaperto perché uno degli accusatori di Hassan ha ritrattato tutto, spiegando anche perché aveva mentito – ed è stata voluta anche dalla famiglia Alpi, convinta da sempre che fosse stato loro fornito un capro espiatorio, non un colpevole.
A questo punto, dopo 22 anni e una guerra civile somala che dura da ancor prima di quella data, è illusorio pensare di poter trovare – vivi – gli autori materiali del duplice omicidio. Sarebbe necessario invece indagare davvero sulla copertura data da governi e inquirenti italiani a chi ha fatto di tutto per depistare eventuali indagini o accertamenti, di modo che non fosse mai rintracciabile una responsabilità qualsiasi.
Ci sembra infatti evidente che l'unico processo ancora possibile è allo Stato italiano – in specifico ai comandi militari che controllavano allora la Somalia e ai relativi servizi di intelligence – che ha fatto uccidere due cittadini di questo paese (per di più giornalisti del servizio pubblico!) e poi ha nascosto le prove.
Diciamo questo perché il primo processo è stato un depistaggio organizzato, stando alle parole usate dal magistrato rappresentante l'accusa nell'appello di Perugia, Dario Razzi: analizzando le prove emerse nei confronti di Omar Hassan "ne deriva un quadro bianco senza immagini, senza niente". "E quindi la mia conclusione non può che essere una richiesta di assoluzione per non aver commesso il fatto".
Non è raro che un imputato sia condannato senza prove, ovviamente. È rarissimo che ciò avvenga in un processo che ha vissuto sotto i riflettori della stampa in ogni sua fase, dall'inizio alla fine. Segno che la forza di chi ha tenuto tutto nascosto deve essere immensa, almeno rispetto alla capacità di indagine del giornalista medio italico (bassina, diciamo così). Una prassi che abbiamo visto all'opera molte altre volte. Almeno quante sono state le stragi di Stato in Italia.
Ripercorrendo le tappe di questa infame vicenda, si può ricordare che persino le perizie di routine – come l'autopsia – vennero svolte solo dopo lunga e decisa insistenza da parte della famiglia Alpi. La domanda è quasi banale: chi erano quei funzionari che facevano il muro di gomma davanti alla richiesta di un atto dovuto per qualsiasi morte violenta? A quali “uffici” facevano capo? E soprattutto: qualcuno ha provveduto ad interrogarli?
Da queste prime risposte – pretese ovviamente da chi dispone del potere giudiziario di farsi prendere sul serio – potrebbero dipanarsi i cento fili di una ricostruzione realistica di quanto avvenuto nei dintorni di Mogadiscio.
Servirebbe una magistratura davvero “terza”, capace di mettere il naso anche là dove il segreto è un abito mentale e una garanzia di impunità perenne.
C'è ancora un magistrato del genere, in questo paese?
Fonte
La sentenza del Corte d'Apppello di Perugia non giunge affatto inattesa – il processo è stato riaperto perché uno degli accusatori di Hassan ha ritrattato tutto, spiegando anche perché aveva mentito – ed è stata voluta anche dalla famiglia Alpi, convinta da sempre che fosse stato loro fornito un capro espiatorio, non un colpevole.
A questo punto, dopo 22 anni e una guerra civile somala che dura da ancor prima di quella data, è illusorio pensare di poter trovare – vivi – gli autori materiali del duplice omicidio. Sarebbe necessario invece indagare davvero sulla copertura data da governi e inquirenti italiani a chi ha fatto di tutto per depistare eventuali indagini o accertamenti, di modo che non fosse mai rintracciabile una responsabilità qualsiasi.
Ci sembra infatti evidente che l'unico processo ancora possibile è allo Stato italiano – in specifico ai comandi militari che controllavano allora la Somalia e ai relativi servizi di intelligence – che ha fatto uccidere due cittadini di questo paese (per di più giornalisti del servizio pubblico!) e poi ha nascosto le prove.
Diciamo questo perché il primo processo è stato un depistaggio organizzato, stando alle parole usate dal magistrato rappresentante l'accusa nell'appello di Perugia, Dario Razzi: analizzando le prove emerse nei confronti di Omar Hassan "ne deriva un quadro bianco senza immagini, senza niente". "E quindi la mia conclusione non può che essere una richiesta di assoluzione per non aver commesso il fatto".
Non è raro che un imputato sia condannato senza prove, ovviamente. È rarissimo che ciò avvenga in un processo che ha vissuto sotto i riflettori della stampa in ogni sua fase, dall'inizio alla fine. Segno che la forza di chi ha tenuto tutto nascosto deve essere immensa, almeno rispetto alla capacità di indagine del giornalista medio italico (bassina, diciamo così). Una prassi che abbiamo visto all'opera molte altre volte. Almeno quante sono state le stragi di Stato in Italia.
Ripercorrendo le tappe di questa infame vicenda, si può ricordare che persino le perizie di routine – come l'autopsia – vennero svolte solo dopo lunga e decisa insistenza da parte della famiglia Alpi. La domanda è quasi banale: chi erano quei funzionari che facevano il muro di gomma davanti alla richiesta di un atto dovuto per qualsiasi morte violenta? A quali “uffici” facevano capo? E soprattutto: qualcuno ha provveduto ad interrogarli?
Da queste prime risposte – pretese ovviamente da chi dispone del potere giudiziario di farsi prendere sul serio – potrebbero dipanarsi i cento fili di una ricostruzione realistica di quanto avvenuto nei dintorni di Mogadiscio.
Servirebbe una magistratura davvero “terza”, capace di mettere il naso anche là dove il segreto è un abito mentale e una garanzia di impunità perenne.
C'è ancora un magistrato del genere, in questo paese?
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13/04/2016
Moby Prince, la pista Usa
«Mayday Mayday, Moby Prince, siamo in collisione, prendiamo fuoco! Ci serve aiuto!»: questo il drammatico messaggio trasmesso venticinque anni fa, alle 22:25:27 del 10 aprile 1991, dal traghetto Moby Prince, entrato in collisione, nella rada del porto di Livorno, con la petroliera Agip Abruzzo. Richiesta di aiuto inascoltata: muoiono in 140, dopo aver atteso per ore invano i soccorsi. Richiesta di giustizia inascoltata: da venticinque anni, i familiari chiedono invano la verità. Dopo tre inchieste e due processi. Eppure essa emerge prepotentemente dai fatti. Quella sera nella rada di Livorno c’è un intenso traffico di navi militari e militarizzate degli Stati Uniti, che riportano alla base Usa di Camp Darby (limitrofa al porto) parte delle armi usate nella prima guerra del Golfo. Ci sono anche altre misteriose navi. La Gallant II (nome in codice Theresa), nave militarizzata Usa che, subito dopo l’incidente, lascia precipitosamente la rada di Livorno.
La 21 Oktoobar II della società Shifco, la cui flotta, donata dalla Cooperazione italiana alla Somalia ufficialmente per la pesca, viene usata per trasportare armi Usa e rifiuti tossici anche radioattivi in Somalia e per rifornire di armi la Croazia in guerra contro la Jugoslavia. Per aver trovato le prove di tale traffico, la giornalista Ilaria Alpi e il suo operatore Miran Hrovatin vengono assassinati nel 1994 a Mogadiscio in un agguato organizzato dalla Cia con l’aiuto di Gladio e servizi segreti italiani. Con tutta probabilità, la sera del 10 aprile, è in corso nella rada di Livorno il trasbordo di armi Usa che, invece di rientrare a Camp Darby, vengono segretamente inviate in Somalia, Croazia e altre zone, non esclusi depositi di Gladio in Italia (vedi blog di Luigi Grimaldi sul Moby Prince).
Quando avviene la collisione, chi dirige l’operazione – sicuramente il comando Usa di Camp Darby – cerca subito di cancellare qualsiasi prova. Ciò spiega una serie di «punti oscuri»: il segnale del Moby Prince, ad appena 2 miglia dal porto, che giunge fortemente disturbato; il silenzio di Livorno Radio, il gestore pubblico delle telecomunicazioni, che non chiama il Moby Prince; il comandante del porto Sergio Albanese, «impegnato in altre comunicazioni radio», che non guida i soccorsi e viene subito dopo promosso ammiraglio per i suoi meriti; la mancanza (o meglio sparizione) di tracciati radar e immagini satellitari, in particolare sulla posizione dell’Agip Abruzzo, appena arrivata a Livorno dall’Egitto stranamente in tempo record (4,5 giorni invece di 14); le manomissioni sul traghetto sotto sequestro, dove spariscono strumenti essenziali alle indagini. Così da far apparire quello del Moby Prince un banale incidente, anche per responsabilità del comandante. I familiari delle vittime sono riusciti ora a ottenere l’istituzione di una commissione parlamentare d’inchiesta, non solo per dare giustizia ai loro cari, ma per «chiudere un capitolo indegno della storia italiana». Capitolo che resterà aperto se la commissione limiterà come al solito l’inchiesta all’esterno di Camp Darby, la base Usa al centro della strage del Moby Prince. La stessa inquisita dai giudici Casson e Mastelloni nell’inchiesta sull’organizzazione golpista «Gladio».
Una delle basi Usa/Nato che – scrive Ferdinando Imposimato, presidente onorario della Suprema Corte di Cassazione – fornirono gli esplosivi per le stragi, da Piazza Fontana a Capaci e Via d’Amelio. Basi in cui «si riunivano terroristi neri, ufficiali della Nato, mafiosi, uomini politici italiani e massoni, alla vigilia di attentati». Il May Day del Moby Prince è il May Day della nostra democrazia.
Fonte
La 21 Oktoobar II della società Shifco, la cui flotta, donata dalla Cooperazione italiana alla Somalia ufficialmente per la pesca, viene usata per trasportare armi Usa e rifiuti tossici anche radioattivi in Somalia e per rifornire di armi la Croazia in guerra contro la Jugoslavia. Per aver trovato le prove di tale traffico, la giornalista Ilaria Alpi e il suo operatore Miran Hrovatin vengono assassinati nel 1994 a Mogadiscio in un agguato organizzato dalla Cia con l’aiuto di Gladio e servizi segreti italiani. Con tutta probabilità, la sera del 10 aprile, è in corso nella rada di Livorno il trasbordo di armi Usa che, invece di rientrare a Camp Darby, vengono segretamente inviate in Somalia, Croazia e altre zone, non esclusi depositi di Gladio in Italia (vedi blog di Luigi Grimaldi sul Moby Prince).
Quando avviene la collisione, chi dirige l’operazione – sicuramente il comando Usa di Camp Darby – cerca subito di cancellare qualsiasi prova. Ciò spiega una serie di «punti oscuri»: il segnale del Moby Prince, ad appena 2 miglia dal porto, che giunge fortemente disturbato; il silenzio di Livorno Radio, il gestore pubblico delle telecomunicazioni, che non chiama il Moby Prince; il comandante del porto Sergio Albanese, «impegnato in altre comunicazioni radio», che non guida i soccorsi e viene subito dopo promosso ammiraglio per i suoi meriti; la mancanza (o meglio sparizione) di tracciati radar e immagini satellitari, in particolare sulla posizione dell’Agip Abruzzo, appena arrivata a Livorno dall’Egitto stranamente in tempo record (4,5 giorni invece di 14); le manomissioni sul traghetto sotto sequestro, dove spariscono strumenti essenziali alle indagini. Così da far apparire quello del Moby Prince un banale incidente, anche per responsabilità del comandante. I familiari delle vittime sono riusciti ora a ottenere l’istituzione di una commissione parlamentare d’inchiesta, non solo per dare giustizia ai loro cari, ma per «chiudere un capitolo indegno della storia italiana». Capitolo che resterà aperto se la commissione limiterà come al solito l’inchiesta all’esterno di Camp Darby, la base Usa al centro della strage del Moby Prince. La stessa inquisita dai giudici Casson e Mastelloni nell’inchiesta sull’organizzazione golpista «Gladio».
Una delle basi Usa/Nato che – scrive Ferdinando Imposimato, presidente onorario della Suprema Corte di Cassazione – fornirono gli esplosivi per le stragi, da Piazza Fontana a Capaci e Via d’Amelio. Basi in cui «si riunivano terroristi neri, ufficiali della Nato, mafiosi, uomini politici italiani e massoni, alla vigilia di attentati». Il May Day del Moby Prince è il May Day della nostra democrazia.
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25/05/2014
Caso Alpi-Hrovatin Due servizi segreti e le versioni a scelta
Gli atti declassificati sul ‘Caso Alpi’ visti dall’ANSA. Due servizi segreti due versioni in forte contraddizione. La versione Sisde - servizi segreti interni - amata dai sostenitori della trama internazionale, e la versione Sismi - i servizi esteri che in Somalia operavano - ridefinisce la trama.
Senza la virtù del dubbio
Per questione personale di chi manda avanti questo blog, sulla questione Alpi la regola è della assoluta neutralità. Omettendo per una volta la proclamata ‘Virtù del dubbio’. Senza turbare verità consacrate. Testo ANSA: “Traffico d’armi. L’indiziato numero uno della ragione della morte di Ilaria Alpi e del suo operatore Miran Hrovatin uccisi a Mogadiscio il 20 marzo del 1994 fa capolino fin da subito, meno di due mesi dopo l’esecuzione dei due giornalisti. A mettere l’ipotesi nero su bianco è il Sisde, il servizio segreto interno. In un’informativa riservata del maggio 1994 suggerisce anche i nomi di quattro possibili mandanti. Tutti somali. Non solo. Le fonti del Sisde puntano il dito contro la cooperativa italo-somala Somalfish, sui cui pescherecci sarebbero transitate le armi”.
| Ilaria Alpi a Mogadiscio |
Versione numero 1
L’ANSA offre i dettagli. “In quell’informativa - trasmessa pochi mesi dopo, tra gli altri, al ministero dell’Interno e alla Procura di Roma - si delinea subito il possibile filo d’Arianna che attraversa la vicenda Alpi-Hrovatin e la fitta coltre di misteri che da 20 anni la circonda. In particolare, il Sisde indica, sulla base di non meglio precisate ‘fonti fiduciarie’, quattro somali come ‘probabili mandanti dell’omicidio: il colonnello Sheikh Osman (trafficante d’armi del clan Murasade), Said Omar Mugne (amministratore della Somalfish), Mohamed Ali Abukar e Mohmaed Samatar. Fatale, per i due reporter, sarebbe stato il viaggio al porto di Bossaso, dove sarebbero saliti a bordo della motonave ’21 ottobre’, vascello della Somalfish, e avrebbero documentato una partita d’armi marchiata CCCP.
Il Sismi stoppa il Sisde
“Ma non è tutto. Tra gli incartamenti desecretati c’è anche la nota del Sisde, sempre del 1994 la cui esistenza è già emersa nel corso dei processi, in cui si indicavano come ‘mandanti o mediatori tra mandanti ed esecutori del duplice omicidio’, il faccendiere Giancarlo Marocchino ed Ennio Sommavilla, un altro connazionale ben introdotto in Somalia. L’informativa, però, all’epoca viene girata al Sismi (e solo al Sismi), il servizio segreto esterno. Come si evince da un memorandum compilato dal Sisde nel 2002 per il Copaco, il Sismi di fatto stoppa i ‘cugini’ smentendo la veridicità delle affermazioni. Stop fino al novembre del 1997 quando, attraverso il Cesis, la nota viene finalmente inoltrata alla procura di Torre Annunziata, nel processo penale “Cheque to Cheque”.
Sismi depistato o Sisde dietrologo?
La cronaca ANSA è talmente dettagliata che quasi crea confusione. “Poco prima, a fine ’96, spunta un’altra informativa, stavolta del Sismi, nella quale si sottolinea che, secondo ambienti dell’Olp il mandante dell’omicidio di Ilaria Alpi e dell’operatore Miran Hrovatin sarebbe stato il generale Aidid, signore della guerra somalo, destinatario del traffico d’armi, poi ‘stornato’ in Yemen per i reduci afghani. Marocchino sarebbe stato implicato nel traffico, usando per lo scopo alcune navi della cooperazione Italia-Somalia”. Non risulta detto da alcuni documento che nella sostanza si confrontano due ipotesi sulla tragedia Alpi-Hrovatin, quella ormai più diffusa dei segreti svelati dai due giornalisti, e l’altra, quella della casualità d’essersi trovati nel posto e nel momento sbagliato.
Le complessità Sisde
“Nel memorandum del 2002 compilato dal Sisde si mettono diversi puntini sulle ‘i’: è una sorta di ‘bigino’ del caso Alpi-Hrovatin”, scrive il collega dell’ANSA. “Innanzitutto ci si sofferma sul ruolo di Mugne, l’amministratore della Somalfish. Già uomo forte di Barre in Italia, dove studia e quindi prende casa, a Bologna, è di fatto il dominus che gestisce il traffico d’armi per la Somalia attraverso i pescherecci della società”. Ancora: “I servizi lo segnalano come parte attiva in una spedizione di artiglieria leggera e kalashnikov verso il suo paese. Abbandonata la Somalia, Mugne si è trasferito in Yemen, dove avrebbe continuato ad esercitare l’attività di trafficante, qui legato a doppio filo con Osama bin Laden. Ascoltato da diversi magistrati in Italia, ha sempre negato ogni coinvolgimento”.
Marocchino tutti gli usi
“Nel rapporto torna poi la figura di Marocchino, legato per via della moglie somala al presidente ad interim Ali Mahdi e primo ad essere intervenuto sul luogo dell’omicidio. Quel che se ne ricava è la figura di un avventuriero con le mani in pasta ovunque, in buoni rapporti con le diverse fazioni in guerra in Somalia e punto di riferimento per i contingenti militari dell’operazione Restore Hope dell’Onu. Tanto che nel 1993, recita il memorandum sulla base di informazioni del Sismi, “in un contesto di collaborazione internazionale, all’interno del compound di Marocchino a Mogadiscio, sarebbe stato individuato un container carico di armi e munizioni. Se il servizio di intelligence esterno smentisce un suo ruolo diretto nell’affaire Alpi-Hrovatin, non ne esclude uno “indiretto”.
| Miran Hrovatin |
I morti che aiutano i vivi
Torniamo ai testi sacri della cronaca giudiziaria. Finale con una ipotesi a metà strada tra Sisde e Sismi: “Ovvero ‘la complicità da parte del capo della sicurezza di Marocchino agli esecutori del duplice omicidio, all’insaputa dello stesso Marocchino”. Informativa che viene trasmessa agli organi inquirenti il 29 dicembre del 1994. Marocchino ha sempre negato ogni addebito e i processi che si sono svolti non lo hanno toccato ed anzi è stato parte offesa per calunnia”. Pare di capire che il sempre chiamato in causa Marocchino, per la magistratura italiana sia innocente. E le deduzioni di intelligence basate su ‘fonti fiduciarie’ ma anonime non danno certezze. Ipotesi, sospetti, la speranza di trovare delle motivazioni ‘alte’ a quanto di terribile è accaduto. Senza verità assolute a darci ragione.
Fonte
Proprio utili questi atti declassificati...
13/01/2014
Golfo tossico, una storia italiana.
di Liliana Adamo
“Ci sono temi sui quali la giustizia è nelle mani di pochi coraggiosi, uno di questi ha pagato con la vita…”. Così Sondra Coggio, giornalista per il Secolo XIX (redazione di La Spezia), ripercorrendo le linee guida del suo libro - inchiesta, “Il Golfo dei Veleni” (Cut - up Edizioni), appena pubblicato. L’incipit introduce una data, il 13 dicembre 1995, giorno in cui il capitano di corvetta Natale De Grazia, che indagava sulle navi dei veleni e sui traffici illeciti dei rifiuti nel porto di La Spezia, si ritrovò a morire per strada, a torso nudo sotto la pioggia, dopo aver consumato un pasto in un autogrill della Salerno - Reggio Calabria. Per diciotto anni, si è parlato di “morte naturale” fino alla desecretazione degli atti che ne attesta, invece, l’omicidio; il libro si chiude, quindi, con l’auspicio di un proseguimento d’indagini per la magistratura spezzina.
Nondimeno, è da tutte le istituzioni cittadine che si attende una risposta, un input d’orgoglio civile, perché sono tanti i testi (fra tutti, “Trafficanti” di Andrea Palladino), o le inchieste giornalistiche (L’Espresso) sui tavoli delle procure di mezza Italia, storie agghiaccianti incentrate sugli occultamenti o inabissamenti di materiali radioattivi e sempre, la città di La Spezia, appare coimputata, crocevia indiscusso per queste attività illegali. Se in trent’anni, le procure disseminate nel belpaese non sono riuscite a spingersi oltre l’archiviazione per “mancanza di prove oggettive”, al medesimo risultato potrebbe attenersi anche la magistratura spezzina, a meno di un ultimo, sferzante exploit probatorio che, dopo tante reticenze e ingiustizie, possa finalmente riannodare i fili attraverso una discernibile realtà processuale dei fatti.
E di fatti nuovi ce ne sono, come spiega la stessa Coggio: per esempio, la testimonianza (1997) del pentito Schiavone, anche questa desecretata, le prove inconfutabili che il capitano De Grazia fu avvelenato mentre si apprestava a raggiungere La Spezia “dove non arriverà mai e dove avrebbe acquisito l’ultimo tassello (quello definitivo) del suo puzzle…”. Perché, è certo, che le navi “a perdere”, la Rigel, la Latvia, la Rosso (ex Jolly Rosso), fatte debitamente “naufragare” o incagliate lungo le rotte del Mediterraneo, parcheggiarono e mollarono gli ormeggi nel e dal porto di La Spezia. E sempre a La Spezia c’è chi teneva i fili tra la supervisione portuale e la criminalità organizzata, chi assicurava un lasciapassare ai mercantili, spesso in pessimo stato, raggirando passaggi importanti, verifiche e controllo dei carichi.
Già, La Spezia: moli appartati, installazioni militari, fabbriche d’armi, crocevia di servizi segreti deviati e uomini d’affari. Una città portuale senza spiaggia, ultima chance per alzare il velo di silenzio e omertà cui, in parte, è complice quella politica che paventa le verità con omissis, riserbo, decretazioni: il lato più oscuro del nostro paese.
Dopo
quattro anni di nuove indagini, a seguito di un riscontro
fortissimamente voluto da Legambiente (tramite un esposto presentato nel
2009), la magistratura spezzina si ripresenta con un’archiviazione e
“nessuna notizia di reato”. Gli ambientalisti si oppongono, chiedendo al
Gip d’andare avanti ora che ci sono simmetrie e prove concrete:
“Elementi tali da far ritenere che a La Spezia, come in Italia, il
capitolo navi dei veleni connesso al tema dei rifiuti tossici, sia
ancora attuale; tanto in base alle dichiarazioni di collaboratori di
giustizia, quanto alla nuova perizia sulle cause del decesso del
capitano De Grazia, che stabilisce la morte non naturale
dell'investigatore…”.
Il riesame, rinviato al prossimo 22 gennaio, in virtù, appunto, di una nuova documentazione presentata dalla dr.ssa Valentina Antonini, legale di Legambiente, si evince “in un quadro indiziario emerso dall’audizione di fonti testimoniali nell’ambito delle commissioni parlamentari d’inchiesta…”.
A nulla sono valse le dichiarazioni di Francesco Fonti (nel 2009), cui è scaturito l’esposto. Il pentito di 'ndrangheta (deceduto nel 2012), parlò di una nave carica di rifiuti tossici, intenzionalmente “affondata” nel golfo di La Spezia, a quattrocento miglia dalla costa, con il placet della criminalità organizzata i cui target di scarico/rifiuti erano, secondo Fonti, anche paesi africani come Kenya, Somalia, Zaire, oltre ai fondali dei nostri mari: una deposizione reboante quanto inattendibile, secondo la magistratura.
Tutto questo mentre la procura di Nocera Inferiore, riapriva le indagini sulla strana dipartita del trentanovenne capitano Natale De Grazia, ravvisando elementi utili nel formulare l’ipotesi d’omicidio per avvelenamento, poiché, come scrisse Antonino Greco, capo del nucleo operativo provinciale dei Carabinieri a Reggio Calabria: “Si attivarono forze occulte di non facile identificazione” a seguire i movimenti dell’investigatore in procinto di chiudere le sue indagini. A De Grazia, infatti, mancavano i dati inerenti 180 imbarcazioni affondate, e fu eliminato durante il viaggio in macchina verso La Spezia, nel cui porto era stata ormeggiata, nel frattempo, l’ennesima carretta del mare, la Latvia.
Si presume che la morte del capitano e la presenza della Latvia siano due elementi irrimediabilmente connessi; tant’è che due giorni dopo la nave prese il largo con il suo carico misterioso. C’è voluto un intervallo lunghissimo per smentire la “verità ufficiale” di un “attacco di cuore improvviso”, accertare, invece, che De Grazia morì per “cause tossiche”, avvalorando la tesi dell’intrigo internazionale, a riprova di quanto sostiene anche la relazione conclusiva della Commissione parlamentare sul ciclo dei rifiuti.
Uno
scenario accuratamente ricostruito nei “Trafficanti” di Andrea
Palladino, un testo che, se non fosse tragicamente autentico, si
potrebbe definire come la trama di una narrazione noir: nella notte del
10 settembre 1983, sul confine di Ventimiglia, un trasporto speciale
pervenuto da Seveso, con quarantuno bidoni di diossina, passa di mano in
mano, da un senatore italiano a un trafficante marsigliese, ex
paracadutista. S’intraprende così una caccia in tutta Europa: dov’è
finito il carico mortale, zeppo di scorie dell’Icmesa? E’ da quel giallo
internazionale che ha origine il traffico dei rifiuti.
Dalle navi dei veleni e dal porto di La Spezia si arrivò a eliminare un investigatore integerrimo e scomodo come Natale De Grazia, all’esecuzione della giornalista del TG1, Ilaria Alpi e del suo operatore, Miran Hrovatin, in Somalia (dietro il duplice omicidio, transazioni d’armi e rifiuti tossici), fino al veneficio sistematico della Terra dei Fuochi nel Casertano, dove, come afferma Schiavone, “moriranno di cancro, nel giro di vent’anni…”.
Il sottobosco dei “trafficanti” è nel cosiddetto “mondo degli affari”, con persone prive di scrupoli che eludono le leggi vigenti sullo smaltimento, economizzando con la “sparizione”, l’inabissamento o l’interramento. Al loro servizio si offrono “professionisti” e “consulenti” come l’ingegner Giorgio Comerio, esperto di mine marine, che aveva progettato un vettore capace d’affondare nelle acque del Mediterraneo le scorie radioattive. O insospettabili manager al servizio di una società finanziaria svizzera che recapitavano alle aziende chimiche europee vere e proprie “circolari”, annunciando la possibilità di far sparire i rifiuti tossici nei paesi africani.
Tutti s’incontravano, si scambiavano “favori”, intrecciando legami con la malavita, dividendosi i mercati e le contabilità “in nero” delle tangenti. Un sistema molto ben congegnato, una geografia complessa che l’autore traccia anche attraverso fonti e rivelazioni inedite di “collaboratori” che tutt’oggi vivono sotto copertura.
Quando Palladino scrive che “la discarica Pitelli e La Spezia sono il simbolo vivo dell’Italia dei veleni”, ricordiamoci che per vent’anni, dai settanta ai novanta, nell’immondezzaio spezzino, un sito, tra l’altro, definito d’alto valore paesaggistico, sono finiti rifiuti nocivi al massimo grado (scorie nucleari, diossina di Seveso, scarti tossici sbarcati dalle prime navi dei veleni), mentre il processo per “disastro ambientale” terminato nel 2011, ha visto assolti tutti gli imputati per “inconsistenza dei fatti”.
A
La Spezia, in quel “golfo dei poeti” tra Liguria e Toscana che
Napoleone definì “il più bello del mondo”, dove soggiornò D.H. Lawrence
decantandone le meraviglie e Richard Wagner ne fu tal punto ispirato che
vi compose il preludio all’Oro del Reno, il crocevia internazionale dei
veleni si inaugurò nel 1997. Il primo mercantile fu Lorna I, svanito
nel nulla nel Mar Nero assieme al suo equipaggio, come pure
dall’inchiesta sul traffico d’armi intrapresa alla procura di Trento dal
giudice Carlo Palermo.
Seguì la motonave Nikos I, partita alla volta di Lomè in Togo, mai arrivata a destinazione, sparita in circostanze nebulose. Toccò poi alla Panayota, partita da La Spezia il 2 febbraio 1986, affondata l’11 marzo nei pressi dell’isola di Pianosa, dove testimonianze dell’epoca (raccolte da Legambiente), riferirono di un non meglio identificato “fango nauseabondo con vaste zone schiumose in evidente stato di putrefazione…”.
Al largo di Capo Spartivento scomparvero la Rigel e il suo carico ritenuto “sospetto” dalla procura di Reggio Calabria. Nel 1989, la Jolly Rosso, fu inviata in Libano dal governo italiano per il recupero di 2mila tonnellate in rifiuti tossici scaricati in precedenza da una società lombarda. Il mercantile, rinominato Rosso, prese il largo dal porto di La Spezia il 4 dicembre 1990 per incagliarsi a ridosso di Amantea, piccolo comune sulla costa calabra. Ufficialmente, il carico trasportava innocui generi di consumo, ma erano note agli inquirenti le attività illecite intorno al suo andirivieni; anche l’ultima delle tre inchieste (2009), sul caso Amantea, si è chiusa con un nulla di fatto.
Fonte
Bell'articolo, però cari giornalisti (anche "contro") finitela di chiamarli "servizi segreti deviati" e smettete di descrivere queste congreghe di disgraziati come anomalie del sistema perché non lo sono, si tratta invece delle avanguardie più spinte dell'accumulazione capitalistica, quelle per cui il profitto è l'unico comandamento, a scapito di ogni altra considerazione, ambiente e salute inclusi.
“Ci sono temi sui quali la giustizia è nelle mani di pochi coraggiosi, uno di questi ha pagato con la vita…”. Così Sondra Coggio, giornalista per il Secolo XIX (redazione di La Spezia), ripercorrendo le linee guida del suo libro - inchiesta, “Il Golfo dei Veleni” (Cut - up Edizioni), appena pubblicato. L’incipit introduce una data, il 13 dicembre 1995, giorno in cui il capitano di corvetta Natale De Grazia, che indagava sulle navi dei veleni e sui traffici illeciti dei rifiuti nel porto di La Spezia, si ritrovò a morire per strada, a torso nudo sotto la pioggia, dopo aver consumato un pasto in un autogrill della Salerno - Reggio Calabria. Per diciotto anni, si è parlato di “morte naturale” fino alla desecretazione degli atti che ne attesta, invece, l’omicidio; il libro si chiude, quindi, con l’auspicio di un proseguimento d’indagini per la magistratura spezzina.
Nondimeno, è da tutte le istituzioni cittadine che si attende una risposta, un input d’orgoglio civile, perché sono tanti i testi (fra tutti, “Trafficanti” di Andrea Palladino), o le inchieste giornalistiche (L’Espresso) sui tavoli delle procure di mezza Italia, storie agghiaccianti incentrate sugli occultamenti o inabissamenti di materiali radioattivi e sempre, la città di La Spezia, appare coimputata, crocevia indiscusso per queste attività illegali. Se in trent’anni, le procure disseminate nel belpaese non sono riuscite a spingersi oltre l’archiviazione per “mancanza di prove oggettive”, al medesimo risultato potrebbe attenersi anche la magistratura spezzina, a meno di un ultimo, sferzante exploit probatorio che, dopo tante reticenze e ingiustizie, possa finalmente riannodare i fili attraverso una discernibile realtà processuale dei fatti.
E di fatti nuovi ce ne sono, come spiega la stessa Coggio: per esempio, la testimonianza (1997) del pentito Schiavone, anche questa desecretata, le prove inconfutabili che il capitano De Grazia fu avvelenato mentre si apprestava a raggiungere La Spezia “dove non arriverà mai e dove avrebbe acquisito l’ultimo tassello (quello definitivo) del suo puzzle…”. Perché, è certo, che le navi “a perdere”, la Rigel, la Latvia, la Rosso (ex Jolly Rosso), fatte debitamente “naufragare” o incagliate lungo le rotte del Mediterraneo, parcheggiarono e mollarono gli ormeggi nel e dal porto di La Spezia. E sempre a La Spezia c’è chi teneva i fili tra la supervisione portuale e la criminalità organizzata, chi assicurava un lasciapassare ai mercantili, spesso in pessimo stato, raggirando passaggi importanti, verifiche e controllo dei carichi.
Già, La Spezia: moli appartati, installazioni militari, fabbriche d’armi, crocevia di servizi segreti deviati e uomini d’affari. Una città portuale senza spiaggia, ultima chance per alzare il velo di silenzio e omertà cui, in parte, è complice quella politica che paventa le verità con omissis, riserbo, decretazioni: il lato più oscuro del nostro paese.
Il riesame, rinviato al prossimo 22 gennaio, in virtù, appunto, di una nuova documentazione presentata dalla dr.ssa Valentina Antonini, legale di Legambiente, si evince “in un quadro indiziario emerso dall’audizione di fonti testimoniali nell’ambito delle commissioni parlamentari d’inchiesta…”.
A nulla sono valse le dichiarazioni di Francesco Fonti (nel 2009), cui è scaturito l’esposto. Il pentito di 'ndrangheta (deceduto nel 2012), parlò di una nave carica di rifiuti tossici, intenzionalmente “affondata” nel golfo di La Spezia, a quattrocento miglia dalla costa, con il placet della criminalità organizzata i cui target di scarico/rifiuti erano, secondo Fonti, anche paesi africani come Kenya, Somalia, Zaire, oltre ai fondali dei nostri mari: una deposizione reboante quanto inattendibile, secondo la magistratura.
Tutto questo mentre la procura di Nocera Inferiore, riapriva le indagini sulla strana dipartita del trentanovenne capitano Natale De Grazia, ravvisando elementi utili nel formulare l’ipotesi d’omicidio per avvelenamento, poiché, come scrisse Antonino Greco, capo del nucleo operativo provinciale dei Carabinieri a Reggio Calabria: “Si attivarono forze occulte di non facile identificazione” a seguire i movimenti dell’investigatore in procinto di chiudere le sue indagini. A De Grazia, infatti, mancavano i dati inerenti 180 imbarcazioni affondate, e fu eliminato durante il viaggio in macchina verso La Spezia, nel cui porto era stata ormeggiata, nel frattempo, l’ennesima carretta del mare, la Latvia.
Si presume che la morte del capitano e la presenza della Latvia siano due elementi irrimediabilmente connessi; tant’è che due giorni dopo la nave prese il largo con il suo carico misterioso. C’è voluto un intervallo lunghissimo per smentire la “verità ufficiale” di un “attacco di cuore improvviso”, accertare, invece, che De Grazia morì per “cause tossiche”, avvalorando la tesi dell’intrigo internazionale, a riprova di quanto sostiene anche la relazione conclusiva della Commissione parlamentare sul ciclo dei rifiuti.
Dalle navi dei veleni e dal porto di La Spezia si arrivò a eliminare un investigatore integerrimo e scomodo come Natale De Grazia, all’esecuzione della giornalista del TG1, Ilaria Alpi e del suo operatore, Miran Hrovatin, in Somalia (dietro il duplice omicidio, transazioni d’armi e rifiuti tossici), fino al veneficio sistematico della Terra dei Fuochi nel Casertano, dove, come afferma Schiavone, “moriranno di cancro, nel giro di vent’anni…”.
Il sottobosco dei “trafficanti” è nel cosiddetto “mondo degli affari”, con persone prive di scrupoli che eludono le leggi vigenti sullo smaltimento, economizzando con la “sparizione”, l’inabissamento o l’interramento. Al loro servizio si offrono “professionisti” e “consulenti” come l’ingegner Giorgio Comerio, esperto di mine marine, che aveva progettato un vettore capace d’affondare nelle acque del Mediterraneo le scorie radioattive. O insospettabili manager al servizio di una società finanziaria svizzera che recapitavano alle aziende chimiche europee vere e proprie “circolari”, annunciando la possibilità di far sparire i rifiuti tossici nei paesi africani.
Tutti s’incontravano, si scambiavano “favori”, intrecciando legami con la malavita, dividendosi i mercati e le contabilità “in nero” delle tangenti. Un sistema molto ben congegnato, una geografia complessa che l’autore traccia anche attraverso fonti e rivelazioni inedite di “collaboratori” che tutt’oggi vivono sotto copertura.
Quando Palladino scrive che “la discarica Pitelli e La Spezia sono il simbolo vivo dell’Italia dei veleni”, ricordiamoci che per vent’anni, dai settanta ai novanta, nell’immondezzaio spezzino, un sito, tra l’altro, definito d’alto valore paesaggistico, sono finiti rifiuti nocivi al massimo grado (scorie nucleari, diossina di Seveso, scarti tossici sbarcati dalle prime navi dei veleni), mentre il processo per “disastro ambientale” terminato nel 2011, ha visto assolti tutti gli imputati per “inconsistenza dei fatti”.
Seguì la motonave Nikos I, partita alla volta di Lomè in Togo, mai arrivata a destinazione, sparita in circostanze nebulose. Toccò poi alla Panayota, partita da La Spezia il 2 febbraio 1986, affondata l’11 marzo nei pressi dell’isola di Pianosa, dove testimonianze dell’epoca (raccolte da Legambiente), riferirono di un non meglio identificato “fango nauseabondo con vaste zone schiumose in evidente stato di putrefazione…”.
Al largo di Capo Spartivento scomparvero la Rigel e il suo carico ritenuto “sospetto” dalla procura di Reggio Calabria. Nel 1989, la Jolly Rosso, fu inviata in Libano dal governo italiano per il recupero di 2mila tonnellate in rifiuti tossici scaricati in precedenza da una società lombarda. Il mercantile, rinominato Rosso, prese il largo dal porto di La Spezia il 4 dicembre 1990 per incagliarsi a ridosso di Amantea, piccolo comune sulla costa calabra. Ufficialmente, il carico trasportava innocui generi di consumo, ma erano note agli inquirenti le attività illecite intorno al suo andirivieni; anche l’ultima delle tre inchieste (2009), sul caso Amantea, si è chiusa con un nulla di fatto.
Fonte
Bell'articolo, però cari giornalisti (anche "contro") finitela di chiamarli "servizi segreti deviati" e smettete di descrivere queste congreghe di disgraziati come anomalie del sistema perché non lo sono, si tratta invece delle avanguardie più spinte dell'accumulazione capitalistica, quelle per cui il profitto è l'unico comandamento, a scapito di ogni altra considerazione, ambiente e salute inclusi.
26/03/2012
L’ultimo viaggio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin in Somalia e quell’ombra di Gladio
Un anno d’inchiesta “vecchio stile”, cercando conferme, incrociando fonti, analizzando migliaia di documenti. Un archivio di Gladio che si apre, con nuove esplosive piste su alcuni misteri d’Italia, ad iniziare dall’omicidio Alpi-Hrovatin. Il Fatto quotidiano
ricostruisce oggi in esclusiva la presenza a Bosaso, in Somalia, di
alcuni reparti “informali” della nostra intelligence il 14 marzo del
1994, quando Ilaria Alpi e Miran Hrovatin stavano preparando l’ultima
loro inchiesta. Un messaggio inedito partito dal comando carabinieri
presso il Sios della Marina militare di La Spezia definiva i due giornalisti “presenze anomale”, ordinando un “possibile intervento”.
Ilaria Alpi, l’ombra di Gladio
Sono le tre del pomeriggio a Bosaso, porto strategico del nord della Somalia. E’ un martedì di un mese di marzo che rimarrà scolpito nella storia italiana. E’ il 1994, anno indimenticabile. Il nostro esercito a Mogadiscio stava preparando la smobilitazione, lasciando al proprio destino il Paese che aveva dominato per anni. Prima come colonia, poi come protettorato, quindi come zona di influenza silenziosa, infine con l’Operazione Ibis, inserita nel più ampio intervento Onu “Restore Hope“, riportare la speranza. Mancavano pochi giorni alla fine di una guerra mascherata dall’etichetta dell’intervento umanitario, che per due anni ha accompagnato il periodo più oscuro del nostro Paese, stretto tra le stragi e le trattative sotterranee con il potere mafioso, con l’apparato politico ed economico messo sotto scacco dalle inchieste e dagli arresti. Solo quattro mesi prima di quel marzo del 1994 il presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro aveva parlato di “un gioco al massacro”. Stragi, massacri, esecuzioni. Parole che hanno segnato gli anni oscuri della Repubblica, in un momento dove riappare l’ombra delle strutture riservate dei servizi, derivate – secondo alcuni documenti inediti – direttamente da Gladio.
Alle tre del pomeriggio del 15 marzo Ilaria e Miran erano seduti in un albergo non distante dal porto, registrando una delle ultime interviste della loro vita, al Sultano di Bosaso. “Perché questo è un caso particolare”, aveva annotato la giovane reporter del Tg3 su uno dei pochi block notes arrivati in Italia dopo la sua morte a Mogadiscio. Nei pochi minuti rimasti di quella intervista Ilaria parla di navi, chiede di un battello rapito, incalza il sultano cercando di capire i legami tra i traffici somali e l’Italia. Che stava accadendo in quel luogo, sperduto ma strategico? E’ la domanda chiave che potrebbe spiegare l’agguato mortale del 20 marzo 1994, quando i due giornalisti furono uccisi nelle strade di Mogadiscio.
Diciotto anni dopo, forse il muro impenetrabile che ha impedito di capire cosa rappresentava la Somalia per l’Italia nel 1994 inizia a mostrare qualche piccola breccia. Un documento inedito racconta una storia parallela, una trama che potrebbe incrociarsi con quel viaggio a Bosaso di Ilaria e Miran. E’ un messaggio dattiloscritto su un modulo militare, partito il 14 marzo del 1994 dal comando carabinieri del Sios di La Spezia, il servizio segreto della Marina militare sciolto nel 1997 e confluito prima nel Sismi e poi nell’Aise. Una comunicazione diretta a un maggiore in servizio a Balad, sei giorni prima dell’ammaina bandiera e dell’evacuazione delle nostre truppe: “Causa presenze anomale in zona Bos/Lasko (Bosaso Las Korey, nda) ordinasi Jupiter rientro immediato base I Mog”. Presenze anomale, a Bosaso. Quel 14 marzo Ilaria Alpi e Miran Hrovatin erano appena arrivati nella città al Nord della Somalia, zona dove i due giornalisti non potevano passare inosservati. E’ di loro che si sta parlando? Con ogni probabilità sì, è difficile formulare altre ipotesi. “Ordinasi spostamento tattico Condor zona operativa Bravo possibile intervento”, prosegue il messaggio. Che stava accadendo in quella città il giorno dell’arrivo di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin? Chi è Jupiter? E chi è Condor? E poi, perché l’intelligence italiana ha sempre assicurato di non avere nulla a che fare con la città di Bosaso?
Il generale Carmine Fiore è stato l’ultimo alto ufficiale a guidare l’operazione Ibis in Somalia. Era lui al comando in quei giorni, quando i nostri reparti si preparavano a ritornare in Italia. Osserva a lungo il documento partito dal Sios. Legge e rilegge quegli ordini, intuendo chi potesse essere quel maggiore che riceve il messaggio, il cui nome è parzialmente coperto da un omissis. “Non ho mai visto questo ordine, nessuno me ne ha mai parlato”, spiega. E aggiunge: “Se questo documento è vero vuol dire che esisteva una struttura occulta, non nota al comando del contingente”. Un gruppo particolare, in grado di svolgere operazioni coperte.
I tanti militari e agenti del Sismi interpellati per capire meglio il senso del messaggio partito da La Spezia non hanno contestato l’autenticità. Qualcuno – chiedendo l’anonimato – si è chiuso dietro l’obbligo del segreto al solo sentir parlare di Somalia. Per tutti appariva chiaro un dato di contesto: quel linguaggio, quel tipo di comunicazione e le strutture coinvolte hanno un marchio di fabbrica ben noto, Gladio, o meglio SB, cioè Stay Behind, come ufficialmente veniva chiamata. Un’organizzazione che nel 1994 in teoria non esisteva più, ma che per un ex agente della Struttura SB (che chiede l’anonimato per ragioni di incolumità personale) ha continuato a operare, cambiando semplicemente nome.
Una storia che non sorprende Felice Casson, oggi senatore del Pd, che da magistrato ha condotto due importanti indagini sul traffico internazionale di armi e su Gladio: “Ricordo che a cavallo di quelle due inchieste mi venne a trovare Ilaria Alpi, voleva più informazioni – racconta – le avevo promesso che ci saremmo rivisti. Avevo conservato il suo biglietto”. Per l’ex magistrato il messaggio sulle “presenze anomale” è sicuramente un documento importante: “Non posso affermare o escludere l’autenticità, servirebbe una perizia, ma posso dire che è compatibile con la struttura Gladio”.
La Somalia di Jupiter
C’è un riscontro immediato e importante del messaggio partito dal comando carabinieri del Sios di La Spezia. Jupiter è l’alias di un italiano, un civile, Giuseppe Cammisa. Era il braccio destro di Francesco Cardella, il guru della comunità Saman, morto lo scorso 7 agosto a Managua, dove si era rifugiato da diversi anni per sfuggire alla giustizia italiana. Cammisa era sicuramente in quella zona, come dimostrano alcuni documenti ritrovati nell’archivio milanese di Saman. C’è una fotocopia del suo passaporto, con il visto per Gibuti; c’è la prenotazione del viaggio aereo, con partenza da Milano il 5 marzo 1994; e c’è un documento molto importante, la lettera di accreditamento per il viaggio fino a Bosaso con un aereo Unosom, il comando Onu della missione Ibis/Restore Hope. Un volo fondamentale per la ricostruzione degli ultimi giorni del viaggio dei due reporter della Rai: quell’aereo, partito da Gibuti il 16 marzo, è lo stesso che avrebbe dovuto riportare a Mogadiscio Ilaria e Miran. I due giornalisti persero quell’opportunità, forse perché secondo fonti della nostra stessa intelligence presente in Somalia, minacciati e trattenuti per il tempo sufficiente a far perdere loro il volo. Un altro dato sicuro è il soprannome di Cammisa, il nomignolo che ancora oggi usa: Jupiter, Giove.
Anche il servizio interno, il Sisde, si era occupato della strana missione di Jupiter nella zona di Bosaso. Un appunto datato 12 marzo 1994, diretto alla “segreteria speciale” del ministero dell’Interno, descrive nei dettagli quanto stava avvenendo nei giorni che precedono l’arrivo di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin: “Come da espressa richiesta, si conferma nelle aree adiacenti il villaggio somalo di Las Quorey, un vasto perimetro recintato già in uso per la lavorazione di prodotti ittici e derivati e adoperato in precedenza dalla Stasi/DDR (il servizio segreto dell’allora Germania orientale, ndr) per operazioni militari non convenzionali nel territorio somalo. In detta area peraltro riutilizzata tutt’oggi da personale italiano è stata notata senza dubbio alcuno nei giorni scorsi la presenza di detto ‘Jupiter’ appartenente alla ben nota struttura della Gladio trapanese”. Jupiter, dunque, era noto come membro di Gladio anche per il Sisde, che – andando oltre i compiti istituzionali – monitorava quanto stava avvenendo in quei giorni attorno alla città di Bosaso.
Secondo la versione ufficiale di Saman, quella missione di Cammisa e del medico somalo Omar Herzi (che in quel periodo collaboarava all’organizzazione di Cardella) serviva a creare un ospedale a Las Korey (nome di un villaggio a cento chilometri da Bosaso, richiamato nel messaggio del 14 marzo). Così lo ricorda Francesco Cardella, intervistato via email pochi giorni prima della sua morte a Managua: “L’idea di base – discussa con il giornalista e profondo conoscitore della Somalia (nonché caro amico mio) Pietro Petrucci - era di produrre una missione umanitaria nella zona dell’ex Somalia britannica. Con questo scopo andammo a Las Korey io, lo stesso Petrucci e il dottor Hersi”. Un primo viaggio realizzato alla fine del 1993. Prosegue il racconto: “Mandai Cammisa e Hersi prima a Dubai – dove avrebbero acquistato un fuoristrada ed altre attrezzature necessarie ad un primo intervento e dove avrebbero ricevuto medicinali inviati da Milano – e da lì – via Gibuti – nella zona di Las Korey”. Dunque la presenza di Cammisa, alias Jupiter, a Bosaso quella settimana prima dell’agguato di Mogadiscio è confermata da più fonti.
C’è di più. Uno degli attuali dirigenti di Saman, Gianni Di Malta, ricorda con precisione un episodio molto importante: “Quando Cammisa tornò dalla Somalia mi raccontò di aver incontrato Ilaria Alpi, in un albergo di Bosaso”. Parole che oggi Jupiter smentisce, assicurando di non aver mai incontrato la giornalista rimasta uccisa a Mogadiscio diciotto anni fa. Per poi aggiungere: “E poi, non so neanche cosa sia questa Gladio”.
Giuseppe Cammisa è uno dei pochi che oggi potrebbe spiegare quello che stava avvenendo a Bosaso in quei giorni, visto che quasi tutti i protagonisti di quella missione di Saman sono morti. Tutti meno uno, l’ex giornalista Pietro Petrucci, esperto fin dagli anni ’80 di questioni somale, che, secondo Francesco Cardella, fu uno degli ideatori del presunto progetto sanitario di Saman. Oggi vive in Francia, dopo aver lavorato per anni come esperto della commissione europea. Di quella vicenda, però, non vuole parlare. Ha evitato di citare il progetto Saman anche davanti a due commissioni parlamentari d’inchiesta, quella sulla cooperazione della fine degli anni ’90 e quella diretta da Carlo Taormina sulla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Per ben due volte confermò la sua presenza a Bosaso alla fine del 1993, senza però raccontare nulla, neanche un cenno, del progetto Saman. Nulla disse, poi, del viaggio di Cammisa/Jupiter e di Herzi – suo amico – nel marzo del 1994.
Lo stesso Sismi - in una nota del 10 novembre 1997, firmata dall’allora direttore del servizio Gianfranco Battelli – non credeva alla versione ufficiale della missione umanitaria di Saman: “Nulla, invece, è noto circa il suo impegno nella costruzione di un ospedale o di altra struttura a Bosaso”. Un progetto sanitario avviato mentre era in corso un intervento massiccio del nostro esercito, sconosciuto alla nostra intelligence: qualcosa decisamente non torna. Una cosa è in ogni caso sicura: troppi omissis impediscono ancora oggi di ricostruire la verità sull’agguato del 20 marzo 1994, quando un commando uccise Ilaria e Miran, appena tornati da Bosaso.
Quello strano centro Scorpione a Trapani
C’è un secondo messaggio del Sios di La Spezia che cita Jupiter. E’ datato marzo 1989, diretto questa volta ad una struttura di Gladio, il Cas Scorpione di Trapani. Annuncia la visita di un onorevole – il nome non è chiaramente leggibile sulla copia consultata – e chiede la disponibilità di Jupiter e di Vicari, ovvero il nome in codice di Vincenzo Li Causi, l’agente del Sismi che all’epoca dirigeva il centro Scorpione. E’ un passaggio importante, visto che quella base di Gladio utilizzava il campo volo di Trapani Milo, pista dismessa distante appena quattro chilometri dalla comunità Saman, dove Cammisa lavorava come uomo di fiducia di Francesco Cardella; la stessa pista dove di nascosto il giornalista e sociologo Mauro Rostagno, nell’estate del 1988 (una paio di mesi prima di essere assassinato), aveva filmato il caricamento di casse di armi dirette in Somalia su un aereo militare.
Vincenzo Li Causi non era un agente qualsiasi. Maresciallo dell’esercito, era stato addestrato per anni per compiere missioni difficili e riservate, dalla liberazione di Dozier fino a operazioni sotto copertura in Perù. Secondo alcuni fonti aveva conosciuto Ilaria Alpi durante un corso di lingua araba in una scuola di Tunisi. Un nome che riporta di nuovo alla Somalia, terra dove Li Causi verrà ucciso il 12 novembre 1993, quattro mesi prima dell’agguato di Mogadiscio, durante una missione a Balad. Ancora oggi su quella morte rimangono molti dubbi non risolti: un unico colpo lo raggiunse sotto il giubbotto antiproiettile, mentre rientrava verso la base degli incursori. Secondo l’ex appartenente a Stay Behind, Vincenzo Li Causi sarebbe stata la fonte di Ilaria Alpi, che ben sapeva cosa stava avvenendo a Bosaso.
Sul centro Scorpione si sono concentrate diverse inchieste, senza mai definire con chiarezza quale fosse il vero scopo di una base di Gladio in Sicilia. Secondo le deposizioni raccolte dai magistrati l’unico rapporto che sarebbe stato prodotto dagli agenti di Stay Behind tra il 1987 e il 1990 (periodo di funzionamento del gruppo di Trapani) avrebbe riguardato proprio la Saman. Era proprio così? Alcuni documenti provenienti dall’archivio Gladio parlano di operazioni legate al traffico di armi e di esercitazioni con esplosivo e mute di sommozzatori nel giugno del 1989. Ovvero nei giorni del fallito attentato dell’Addaura, che tanto inquietò Giovanni Falcone. Forse solo suggestioni, forse coincidenze, peraltro rimaste racchiuse nei cassetti dei servizi segreti italiani, negando alla magistratura la possibilità di analizzare tutte le piste possibili.
L’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin potrebbe dunque nascondere qualcosa che va al di là di ogni ipotesi immaginata fino ad oggi, traffici che hanno visto il coinvolgimento di apparati dello Stato, coperti per diciotto anni, grazie a silenzi e depistaggi.
Fonte.
Leggere ste cose mi convince che la realtà contingente dell'uomo della strada è nulla confronto a ciò che sì muove dietro, nell'universo degli innominabili.
Ilaria Alpi, l’ombra di Gladio
Sono le tre del pomeriggio a Bosaso, porto strategico del nord della Somalia. E’ un martedì di un mese di marzo che rimarrà scolpito nella storia italiana. E’ il 1994, anno indimenticabile. Il nostro esercito a Mogadiscio stava preparando la smobilitazione, lasciando al proprio destino il Paese che aveva dominato per anni. Prima come colonia, poi come protettorato, quindi come zona di influenza silenziosa, infine con l’Operazione Ibis, inserita nel più ampio intervento Onu “Restore Hope“, riportare la speranza. Mancavano pochi giorni alla fine di una guerra mascherata dall’etichetta dell’intervento umanitario, che per due anni ha accompagnato il periodo più oscuro del nostro Paese, stretto tra le stragi e le trattative sotterranee con il potere mafioso, con l’apparato politico ed economico messo sotto scacco dalle inchieste e dagli arresti. Solo quattro mesi prima di quel marzo del 1994 il presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro aveva parlato di “un gioco al massacro”. Stragi, massacri, esecuzioni. Parole che hanno segnato gli anni oscuri della Repubblica, in un momento dove riappare l’ombra delle strutture riservate dei servizi, derivate – secondo alcuni documenti inediti – direttamente da Gladio.
Alle tre del pomeriggio del 15 marzo Ilaria e Miran erano seduti in un albergo non distante dal porto, registrando una delle ultime interviste della loro vita, al Sultano di Bosaso. “Perché questo è un caso particolare”, aveva annotato la giovane reporter del Tg3 su uno dei pochi block notes arrivati in Italia dopo la sua morte a Mogadiscio. Nei pochi minuti rimasti di quella intervista Ilaria parla di navi, chiede di un battello rapito, incalza il sultano cercando di capire i legami tra i traffici somali e l’Italia. Che stava accadendo in quel luogo, sperduto ma strategico? E’ la domanda chiave che potrebbe spiegare l’agguato mortale del 20 marzo 1994, quando i due giornalisti furono uccisi nelle strade di Mogadiscio.
Diciotto anni dopo, forse il muro impenetrabile che ha impedito di capire cosa rappresentava la Somalia per l’Italia nel 1994 inizia a mostrare qualche piccola breccia. Un documento inedito racconta una storia parallela, una trama che potrebbe incrociarsi con quel viaggio a Bosaso di Ilaria e Miran. E’ un messaggio dattiloscritto su un modulo militare, partito il 14 marzo del 1994 dal comando carabinieri del Sios di La Spezia, il servizio segreto della Marina militare sciolto nel 1997 e confluito prima nel Sismi e poi nell’Aise. Una comunicazione diretta a un maggiore in servizio a Balad, sei giorni prima dell’ammaina bandiera e dell’evacuazione delle nostre truppe: “Causa presenze anomale in zona Bos/Lasko (Bosaso Las Korey, nda) ordinasi Jupiter rientro immediato base I Mog”. Presenze anomale, a Bosaso. Quel 14 marzo Ilaria Alpi e Miran Hrovatin erano appena arrivati nella città al Nord della Somalia, zona dove i due giornalisti non potevano passare inosservati. E’ di loro che si sta parlando? Con ogni probabilità sì, è difficile formulare altre ipotesi. “Ordinasi spostamento tattico Condor zona operativa Bravo possibile intervento”, prosegue il messaggio. Che stava accadendo in quella città il giorno dell’arrivo di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin? Chi è Jupiter? E chi è Condor? E poi, perché l’intelligence italiana ha sempre assicurato di non avere nulla a che fare con la città di Bosaso?
Il generale Carmine Fiore è stato l’ultimo alto ufficiale a guidare l’operazione Ibis in Somalia. Era lui al comando in quei giorni, quando i nostri reparti si preparavano a ritornare in Italia. Osserva a lungo il documento partito dal Sios. Legge e rilegge quegli ordini, intuendo chi potesse essere quel maggiore che riceve il messaggio, il cui nome è parzialmente coperto da un omissis. “Non ho mai visto questo ordine, nessuno me ne ha mai parlato”, spiega. E aggiunge: “Se questo documento è vero vuol dire che esisteva una struttura occulta, non nota al comando del contingente”. Un gruppo particolare, in grado di svolgere operazioni coperte.
I tanti militari e agenti del Sismi interpellati per capire meglio il senso del messaggio partito da La Spezia non hanno contestato l’autenticità. Qualcuno – chiedendo l’anonimato – si è chiuso dietro l’obbligo del segreto al solo sentir parlare di Somalia. Per tutti appariva chiaro un dato di contesto: quel linguaggio, quel tipo di comunicazione e le strutture coinvolte hanno un marchio di fabbrica ben noto, Gladio, o meglio SB, cioè Stay Behind, come ufficialmente veniva chiamata. Un’organizzazione che nel 1994 in teoria non esisteva più, ma che per un ex agente della Struttura SB (che chiede l’anonimato per ragioni di incolumità personale) ha continuato a operare, cambiando semplicemente nome.
Una storia che non sorprende Felice Casson, oggi senatore del Pd, che da magistrato ha condotto due importanti indagini sul traffico internazionale di armi e su Gladio: “Ricordo che a cavallo di quelle due inchieste mi venne a trovare Ilaria Alpi, voleva più informazioni – racconta – le avevo promesso che ci saremmo rivisti. Avevo conservato il suo biglietto”. Per l’ex magistrato il messaggio sulle “presenze anomale” è sicuramente un documento importante: “Non posso affermare o escludere l’autenticità, servirebbe una perizia, ma posso dire che è compatibile con la struttura Gladio”.
La Somalia di Jupiter
C’è un riscontro immediato e importante del messaggio partito dal comando carabinieri del Sios di La Spezia. Jupiter è l’alias di un italiano, un civile, Giuseppe Cammisa. Era il braccio destro di Francesco Cardella, il guru della comunità Saman, morto lo scorso 7 agosto a Managua, dove si era rifugiato da diversi anni per sfuggire alla giustizia italiana. Cammisa era sicuramente in quella zona, come dimostrano alcuni documenti ritrovati nell’archivio milanese di Saman. C’è una fotocopia del suo passaporto, con il visto per Gibuti; c’è la prenotazione del viaggio aereo, con partenza da Milano il 5 marzo 1994; e c’è un documento molto importante, la lettera di accreditamento per il viaggio fino a Bosaso con un aereo Unosom, il comando Onu della missione Ibis/Restore Hope. Un volo fondamentale per la ricostruzione degli ultimi giorni del viaggio dei due reporter della Rai: quell’aereo, partito da Gibuti il 16 marzo, è lo stesso che avrebbe dovuto riportare a Mogadiscio Ilaria e Miran. I due giornalisti persero quell’opportunità, forse perché secondo fonti della nostra stessa intelligence presente in Somalia, minacciati e trattenuti per il tempo sufficiente a far perdere loro il volo. Un altro dato sicuro è il soprannome di Cammisa, il nomignolo che ancora oggi usa: Jupiter, Giove.
Anche il servizio interno, il Sisde, si era occupato della strana missione di Jupiter nella zona di Bosaso. Un appunto datato 12 marzo 1994, diretto alla “segreteria speciale” del ministero dell’Interno, descrive nei dettagli quanto stava avvenendo nei giorni che precedono l’arrivo di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin: “Come da espressa richiesta, si conferma nelle aree adiacenti il villaggio somalo di Las Quorey, un vasto perimetro recintato già in uso per la lavorazione di prodotti ittici e derivati e adoperato in precedenza dalla Stasi/DDR (il servizio segreto dell’allora Germania orientale, ndr) per operazioni militari non convenzionali nel territorio somalo. In detta area peraltro riutilizzata tutt’oggi da personale italiano è stata notata senza dubbio alcuno nei giorni scorsi la presenza di detto ‘Jupiter’ appartenente alla ben nota struttura della Gladio trapanese”. Jupiter, dunque, era noto come membro di Gladio anche per il Sisde, che – andando oltre i compiti istituzionali – monitorava quanto stava avvenendo in quei giorni attorno alla città di Bosaso.
Secondo la versione ufficiale di Saman, quella missione di Cammisa e del medico somalo Omar Herzi (che in quel periodo collaboarava all’organizzazione di Cardella) serviva a creare un ospedale a Las Korey (nome di un villaggio a cento chilometri da Bosaso, richiamato nel messaggio del 14 marzo). Così lo ricorda Francesco Cardella, intervistato via email pochi giorni prima della sua morte a Managua: “L’idea di base – discussa con il giornalista e profondo conoscitore della Somalia (nonché caro amico mio) Pietro Petrucci - era di produrre una missione umanitaria nella zona dell’ex Somalia britannica. Con questo scopo andammo a Las Korey io, lo stesso Petrucci e il dottor Hersi”. Un primo viaggio realizzato alla fine del 1993. Prosegue il racconto: “Mandai Cammisa e Hersi prima a Dubai – dove avrebbero acquistato un fuoristrada ed altre attrezzature necessarie ad un primo intervento e dove avrebbero ricevuto medicinali inviati da Milano – e da lì – via Gibuti – nella zona di Las Korey”. Dunque la presenza di Cammisa, alias Jupiter, a Bosaso quella settimana prima dell’agguato di Mogadiscio è confermata da più fonti.
C’è di più. Uno degli attuali dirigenti di Saman, Gianni Di Malta, ricorda con precisione un episodio molto importante: “Quando Cammisa tornò dalla Somalia mi raccontò di aver incontrato Ilaria Alpi, in un albergo di Bosaso”. Parole che oggi Jupiter smentisce, assicurando di non aver mai incontrato la giornalista rimasta uccisa a Mogadiscio diciotto anni fa. Per poi aggiungere: “E poi, non so neanche cosa sia questa Gladio”.
Giuseppe Cammisa è uno dei pochi che oggi potrebbe spiegare quello che stava avvenendo a Bosaso in quei giorni, visto che quasi tutti i protagonisti di quella missione di Saman sono morti. Tutti meno uno, l’ex giornalista Pietro Petrucci, esperto fin dagli anni ’80 di questioni somale, che, secondo Francesco Cardella, fu uno degli ideatori del presunto progetto sanitario di Saman. Oggi vive in Francia, dopo aver lavorato per anni come esperto della commissione europea. Di quella vicenda, però, non vuole parlare. Ha evitato di citare il progetto Saman anche davanti a due commissioni parlamentari d’inchiesta, quella sulla cooperazione della fine degli anni ’90 e quella diretta da Carlo Taormina sulla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Per ben due volte confermò la sua presenza a Bosaso alla fine del 1993, senza però raccontare nulla, neanche un cenno, del progetto Saman. Nulla disse, poi, del viaggio di Cammisa/Jupiter e di Herzi – suo amico – nel marzo del 1994.
Lo stesso Sismi - in una nota del 10 novembre 1997, firmata dall’allora direttore del servizio Gianfranco Battelli – non credeva alla versione ufficiale della missione umanitaria di Saman: “Nulla, invece, è noto circa il suo impegno nella costruzione di un ospedale o di altra struttura a Bosaso”. Un progetto sanitario avviato mentre era in corso un intervento massiccio del nostro esercito, sconosciuto alla nostra intelligence: qualcosa decisamente non torna. Una cosa è in ogni caso sicura: troppi omissis impediscono ancora oggi di ricostruire la verità sull’agguato del 20 marzo 1994, quando un commando uccise Ilaria e Miran, appena tornati da Bosaso.
Quello strano centro Scorpione a Trapani
C’è un secondo messaggio del Sios di La Spezia che cita Jupiter. E’ datato marzo 1989, diretto questa volta ad una struttura di Gladio, il Cas Scorpione di Trapani. Annuncia la visita di un onorevole – il nome non è chiaramente leggibile sulla copia consultata – e chiede la disponibilità di Jupiter e di Vicari, ovvero il nome in codice di Vincenzo Li Causi, l’agente del Sismi che all’epoca dirigeva il centro Scorpione. E’ un passaggio importante, visto che quella base di Gladio utilizzava il campo volo di Trapani Milo, pista dismessa distante appena quattro chilometri dalla comunità Saman, dove Cammisa lavorava come uomo di fiducia di Francesco Cardella; la stessa pista dove di nascosto il giornalista e sociologo Mauro Rostagno, nell’estate del 1988 (una paio di mesi prima di essere assassinato), aveva filmato il caricamento di casse di armi dirette in Somalia su un aereo militare.
Vincenzo Li Causi non era un agente qualsiasi. Maresciallo dell’esercito, era stato addestrato per anni per compiere missioni difficili e riservate, dalla liberazione di Dozier fino a operazioni sotto copertura in Perù. Secondo alcuni fonti aveva conosciuto Ilaria Alpi durante un corso di lingua araba in una scuola di Tunisi. Un nome che riporta di nuovo alla Somalia, terra dove Li Causi verrà ucciso il 12 novembre 1993, quattro mesi prima dell’agguato di Mogadiscio, durante una missione a Balad. Ancora oggi su quella morte rimangono molti dubbi non risolti: un unico colpo lo raggiunse sotto il giubbotto antiproiettile, mentre rientrava verso la base degli incursori. Secondo l’ex appartenente a Stay Behind, Vincenzo Li Causi sarebbe stata la fonte di Ilaria Alpi, che ben sapeva cosa stava avvenendo a Bosaso.
Sul centro Scorpione si sono concentrate diverse inchieste, senza mai definire con chiarezza quale fosse il vero scopo di una base di Gladio in Sicilia. Secondo le deposizioni raccolte dai magistrati l’unico rapporto che sarebbe stato prodotto dagli agenti di Stay Behind tra il 1987 e il 1990 (periodo di funzionamento del gruppo di Trapani) avrebbe riguardato proprio la Saman. Era proprio così? Alcuni documenti provenienti dall’archivio Gladio parlano di operazioni legate al traffico di armi e di esercitazioni con esplosivo e mute di sommozzatori nel giugno del 1989. Ovvero nei giorni del fallito attentato dell’Addaura, che tanto inquietò Giovanni Falcone. Forse solo suggestioni, forse coincidenze, peraltro rimaste racchiuse nei cassetti dei servizi segreti italiani, negando alla magistratura la possibilità di analizzare tutte le piste possibili.
L’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin potrebbe dunque nascondere qualcosa che va al di là di ogni ipotesi immaginata fino ad oggi, traffici che hanno visto il coinvolgimento di apparati dello Stato, coperti per diciotto anni, grazie a silenzi e depistaggi.
Fonte.
Leggere ste cose mi convince che la realtà contingente dell'uomo della strada è nulla confronto a ciò che sì muove dietro, nell'universo degli innominabili.
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