Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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30/07/2026

Dai fatti di Porzûs a Gladio e oltre, sino alla strage di Bologna

Alessandra Kersevan, autorevole storica delle vicende del confine orientale durante la seconda guerra mondiale e negli anni successivi, si ripresenta ai lettori con un nuovo libro relativo agli accadimenti del 7 febbraio 1945 sul monte Topli Uorch, più noti in seguito come i fatti di Malga Porzûs.

Il libro Porzûs 1945. Prove di Gladio sul confine orientale (ed. Kappavu, pag. 1108, €40) è frutto di oltre trent’anni di lavoro e segue, ampliandone documentazione e analisi storiche, il precedente Porzûs: dialoghi sopra un processo da rifare, pubblicato nel 1995.

Colpisce, nel lavoro di Kersevan, la grande profondità dell’indagine ma ancor più la capacità dell’autrice di collocare i fatti di Topli Uorch nel loro contesto storico specifico, nella coscienza, tuttavia, che essi possono costituire un’efficace chiave di comprensione più generale del Novecento europeo e italiano, come è chiarito già nell’introduzione: “Porzûs, la sua intera vicenda, è in sintesi una storia dell’Europa e del Novecento; racchiude la Seconda guerra mondiale in tante sue implicazioni e sfumature; annuncia la guerra fredda contro il comunismo; anticipa tanti dei misteri d’Italia” (pag. 7).

Quei fatti del febbraio 1945 divennero e sono ancora tra i più citati per screditare il ruolo dei comunisti e dei partigiani garibaldini nella lotta di liberazione quando sono ricordati come un’azione di ‘combattenti rossi filo-sloveni’ che avrebbero assassinato dei ‘sinceri patrioti’ appartenenti alla Brigata partigiana Osoppo.

Un elemento geo-politico specifico del Friuli e della Venezia Giulia è che dopo l’armistizio dell’8 settembre queste regioni non furono incorporate nella repubblica di Salò bensì annesse dal Terzo Reich all’interno della cosiddetta OZAK-Operationzone Adriatisches Künstenland (Zona d’Operazioni Litorale Adriatico) con capitale Trieste e retta da un Gauleiter, cioè un governatore, nella persona del nazista carinziano Friedrich Rainer.

In seguito a questa decisione, la regione, che comprendeva le provincie di Udine, Gorizia, Trieste, Pola, Fiume e anche Lubiana, in caso di vittoria tedesca non sarebbe mai tornata all’Italia.

Come si può notare, la OZAK comprendeva regioni italiane ma anche territori strappati alla Jugoslavia e questa situazione particolare determinò che al suo interno si trovassero a operare, durante gli ultimi anni di guerra, forze di orientamento e di provenienza assai diversa.

Oltre agli occupanti tedeschi, sostenuti dalla X Mas, e ai partigiani garibaldini, erano infatti presenti la cosiddetta Resistenza “bianca”, esponenti del “governo del Sud”, dei servizi segreti italiani, tedeschi, inglesi e americani, e infine i partigiani sloveni. Come vedremo, inoltre, un ruolo significativo in funzione anticomunista fu giocato anche dalla Chiesa, segnatamente nella persona del vescovo di Udine, Giuseppe Nogara.

Questo intersecarsi di protagonisti e di situazioni è proprio ciò che fa compiere alla storia di Porzûs il salto storico da vicenda locale a evento paradigmatico di come allora e nel dopoguerra si siano dipanate le trame anticomuniste, eversive o esplicitamente golpiste che hanno segnato la storia europea e soprattutto italiana, ordite da personaggi direttamente provenienti dal fascismo, come Junio Valerio Borghese, Giovanni De Lorenzo, Giovanni Messe, oppure ambiguamente presenti anche nella Resistenza monarchica e bianca, come Edgardo Sogno e Mario Argenton.

Proprio queste situazioni motivano il sottotitolo del libro di Alessandra Kersevan “prove di Gladio sul confine orientale”, sia come senso politico generale ma anche, più concretamente, perché diversi personaggi coinvolti nelle vicende del confine orientale negli anni di occupazione tedesca fecero parte in seguito di Gladio (nome usato forse non a caso visto che il gladio era il simbolo repubblichino della X MAS).

Ancor più, il giudice Carlo Mastelloni, che si occupò del “Piano Solo”, cioè del tentativo di colpo di stato ordito nel 1964 dal generale De Lorenzo, dimostrò la continuità tra le organizzazioni anticomuniste e antislave sorte in Friuli Venezia Giulia – in particolare l’Organizzazione “O”, costituita nel dopoguerra da reduci della “Osoppo” – e Gladio, e come tali strutture fossero state utilizzate per propaganda, provocazioni e, appunto anche tentativi di golpe.

Non a caso, i depositi di armi dell’organizzazione “O” furono ceduti direttamente, al suo scioglimento, alla nascente Stay Behind-Gladio.

Così, seguendo il filo di tali vicende si risale sino ai tentativi golpisti di Borghese e alla P2 di Licio Gelli, notoriamente implicata anche nelle stragi nere e in particolare quella della stazione di Bologna.

All’interno di questo quadro generale, il lavoro di Kersevan ritorna sugli atti del processo che vide pesantemente condannati, nel 1952, quarantuno partigiani comunisti, con tre ergastoli e 704 anni di prigione.

Il libro dimostra come tale processo sia stato costruito, negli anni del dopoguerra, in chiave pregiudizialmente anticomunista, sotto uno stretto controllo politico e tenendo conto solo delle testimonianze contrarie ai garibaldini, anche se discutibili sino al falso evidente.

Kersevan ricostruisce minuziosamente il processo ai garibaldini, mettendone in luce tutte le contraddizioni e le ombre, consulta nuovi documenti e anche le carte desecretate recentemente dei servizi segreti anglo-americani.

Il quadro che esce da tale lavoro documentale fa chiarezza su quali furono i reali contrasti tra brigate garibaldine e osovane, dimostrando come queste ultime si erano opposte a qualunque direzione comune (come invece disponeva il CLNAI) e avevano anzi accentuato il loro orientamento anticomunista emarginando anche la componente azionista.

Inoltre, alcune testimonianze attribuiscono agli osovari l’uccisione di partigiani garibaldini in precedenza imputate ai tedeschi. In pratica, per gli osovani, il sentimento anticomunista e la volontà di togliere qualunque spazio a una ipotetica occupazione comunista slovena, erano diventati guida prevalente dell’azione.

Mentre il CLNAI sosteneva esplicitamente la collaborazione tra Resistenza italiana e slovena, gli osovari vi si opponevano, giungendo a incontrare esponenti della X MAS e persino nazisti, patteggiando con loro.

Se non fu un caso che partigiani dell’Osoppo arrestati dai nazisti fossero rimessi in libertà, mentre ai garibaldini toccò la fucilazione, ancor più importante dal punto di vista storico sono i progetti per un’incorporazione di X MAS e Brigata Osoppo e di costruzione di un fronte comune nazionalista antislavo e anticomunista che si sviluppavano nell’inverno 1945, anche sotto la regia del già citato vescovo di Udine, Nogara e che avrebbe dovuto avere il punto di non ritorno in un assalto osovano alla postazione partigiana slovena di Robedeschis.

Appare inutile sottolineare che in un tale contesto, le presenza e l’azione di provocatori, spie e doppiogiochisti era quotidiana, e probabilmente fu proprio per comprendere quali fossero le vere intenzioni degli osovani e cercare le prove dei loro patteggiamenti con fascisti e nazisti che i partigiani garibaldini guidati da Mario Toffanin “Giacca” salirono, quel 7 febbraio 1945, al monte Topli Uorch.

Prova di tale intenzione è che l’archivio della Brigata Osoppo fu sequestrato dai garibaldini. Sullo sviluppo dell’azione che portò all’uccisione del capo della Osoppo, Francesco De Gregori “Bolla” (già facente parte delle Frecce Nere fasciste in Spagna), e di altri sedici osovari, influì certamente anche il fatto che nella malga sede della Osoppo fu riconosciuta Elda Turchetti, già denunciata da Radio Londra come spia dei nazisti, che da qualche tempo ci viveva, con un ruolo che non è mai stato completamente chiarito (spia, prigioniera, improbabile convertita alla Resistenza?).

Ciò che è chiaro, in questa vicenda che dopo ottanta anni ancora non finisce di riservare sorprese, è che fu ampiamente e strategicamente strumentalizzata a fini anticomunisti e antigaribaldini. Non è un caso che le ultime parole del libro siano una citazione di Vanni Padoan, garibaldino e storico, che ebbe a dire che “se Porzûs non ci fosse stata l’avrebbero inventata”.

Purtroppo, ritornando alle parole di Kersevan, “Chi poi ha pagato con la galera, l’esilio, l’emigrazione, la gogna sociale e mediatica in aeternum sono stati i comunisti friulani e i garibaldini; e i gappisti, 42 partigiani contadini e operai, la cui salita alle malghe, per quanto condotta in modo irriflessivo, con esiti di una tragicità non prevista di fronte a complicazioni che Giacca non fu in grado di affrontare, era stata motivata dalla conoscenza di trattative e accordi osovani con il nemico, tra i quali il dissennato piano di attacco a Robedeschis che avrebbe creato il “pretesto” per giustificare l’attivazione di un “fronte unico”, patrocinato dall’arcivescovo Nogara, tra Osoppo, repubblichini, X Mas e ambienti nazisti.” (p. 1031).

La lettura di questo libro non è sempre facile, la mole di documenti, nomi e fatti citati è enorme e così anche la quantità di osservazioni e valutazioni dell’autrice, tanto che a tratti è complicato orientarvisi, ma si tratta di un testo importante e utile, come ho scritto, non solo per la conoscenza dei fatti specifici discussi, ma per la comprensione dello scenario europeo e italiano durante la guerra, la Resistenza e gli anni a seguire.

Un testo non solo da leggere, ma che per la sua ampiezza si può tornare a consultare come fonte storica dei fatti del confine orientale, delle trame eversive italiane, ma anche per rendersi conto di quanto siano false e dannose le ricostruzioni agiografiche della Resistenza che la descrivono come un movimento privo di contraddizioni e di conflitti interni.

Fonte

06/07/2026

La scoperta di Gladio e l’inizio dell’attività “stragista” della Banda della uno bianca

Come abbiamo riportato, gli ultimi elementi emersi dalla nuova indagine sulla Banda dell’uno bianca, avviata nel 2024, sembrano indicare un legame piuttosto organico tra i membri della banda – quasi tutti poliziotti in servizio attivo – ed i Servizi Segreti (quelli “normali”, visto che non esistono quelli “deviati”).

Su questo, sappiamo che anche il Copasir ha aperto un fascicolo, che si spera contribuisca, insieme alle indagini giudiziarie, a far luce su una banda che terrorizzò dal 1987 al 1994 Bologna, la Romagna e le Marche, mietendo almeno 24 vittime e provocando ben più di cento feriti, in un centinaio di “azioni”.

Una sorta di super-teste, che in precedenza aveva fatto più volte dichiarazioni agli avvocati dell’associazione delle vittime della banda, per poi essere sentito in Procura, aveva rivelato che insieme a Roberto Savi – di cui era collega e con cui si confidava – si era recato a bordo di una volante, per un colloquio di “reclutamento”, presso un’azienda usata come copertura dai Servizi.

Savi aveva accolto la confidenza del collega, che voleva lasciare la routine di poliziotto in servizio alla questura di Bologna per arruolarsi nella Legione Straniera, affermando che “si poteva fare la guerra anche a Bologna”, portandolo per questo nella sede “coperta” dei Servizi.

Dalle successive rivelazioni giornalistiche, abbiamo appreso che su quella volante non erano solo in due, ma in tre.

Il terzo era Gugliotta, altro membro della banda, che da tempo aveva finito di scontare la propria condanna, recentemente “suicidatosi” in circostanze piuttosto misteriose qualche giorno dopo aver chiamato la propria legale per esprimerle il desiderio di parlarle di persona.

Particolare non di poco conto, il suo suicidio, è stato reso noto solo mesi dopo, a pochi giorni di distanza dall’intervista di Roberto Savi a Belve Crime, in cui il “capo” della banda – che ha poi deciso di fare scena muta nell’interrogatorio di fronte ai magistrati nel carcere di Bollate – aveva di fatto dichiarato che il suo gruppo era al soldo dei Servizi, dotata di coperture, soldi e basi all’estero.

Probabilmente, pensiamo noi, il “suicidio” di Gugliotta non dev’essere stato un incentivo a parlare, dopo il suo exploit televisivo.

Altro particolare, si è saputo l’anno in cui è avvenuto questo tentativo di reclutamento: 1990.

E da qui parte il nostro ragionamento.

Nel 1990, presso l’archivio della VII Divisione del Sismi – nata prima della riforma dei Servizi del ’77 come Sezione Addestramento – venne ritrovato il cosiddetto «archivio Gladio», o almeno parte di ciò che restava.

Il suo ritrovamento non è casuale, ma è dovuto alla determinazione di un giudice istruttore, in questo caso Felice Casson, che stava svolgendo indagini supplementari sulla strage di Peteano, ovvero sul massacro di tre Carabinieri con un’autobomba in provincia di Gorizia, il 31 maggio 1972, ed in particolare il depistaggio della prima inchiesta a opera dei vertici dei Carabinieri. Si tratta peraltro dell’unica strage per cui c’è un reo confesso: il fascista Vincenzo Vinciguerra.

Il magistrato veneziano scopre l’esistenza di una rete di depositi occulti di armi in Friuli, i cosiddetti «nasco».

Su questa “strage” dimenticata che ha notevoli punti in comune con le vicende della Banda della uno bianca, rimandiamo al volume di Paolo Morando, L’Ergastolano. La strage di Peteano e l’enigma di Vinciguerra.

È singolare che nonostante alcuni tratti in comune – 3 Carabinieri uccisi in un vero e proprio attentato-trappola, le piste giudiziarie quanto meno ingannevoli, le deposizioni di testi rivelatisi inaffidabili, l’incapacità (scarsa volontà) di avvalersi di alcuni indizi che avrebbero portato presto ai veri responsabili – l’attentato di Peteano non sia mai stato “confrontato” con la strage del Pilastro del 4 gennaio 1994, almeno per ciò che concerne i suoi primi e ultra-fallimentari esiti giudiziari.

Singolare anche perché anche nel caso della uno bianca, fu un Carabiniere, il depistatore seriale Domenico Macauda, che molto probabilmente non agiva “in solitaria”, a depistare le indagini sulle morti di altri uomini dell’Arma.

Altra singolare somiglianza: Macauda era stato – insieme ai suoi colleghi dell’O.A.I.O che in modo esplicito o indiretto avvaloreranno la sua versione nel depistaggio sul caso Stasi-Erriu – protagonista di una elogiata operazione repressiva nel 1986 contro il movimento antagonista a Bologna, finita in una bolla di sapone nel giro di neanche un mese, con sentenza del giudice veneziano Carlo Mastelloni.

A Peteano la prima pista d’indagine era stata “indirizzata” verso gli ambienti di Lotta Continua di Trento, allora uno degli epicentri del lungo ’68 italiano.

Ma restiamo su Gladio e le indagini di Casson.

Casson voleva capire se l’esplosivo usato a Peteano provenisse da uno di quei depositi; un’ipotesi investigativa che potrebbe far luce anche su altri attentati della “strategia della tensione”.

Chiese allora di poter accedere all’archivio del Sismi insieme al collega Carlo Mastelloni – lo stesso che nell’aprile del 1986 prese un grosso granchio arrestando i compagni del KAMO a Bologna – allora impegnato nelle indagini sull’abbattimento dell’aereo dei servizi Argo 16 nel 1973 (un’operazione compiuta dal Mossad, si seppe in seguito) che già nel 1988 aveva intuito l’esistenza della rete Stay Behind, dato che quell’aereo era stato utilizzato, tra l’altro, per i trasferimenti dei “gladiatori” nella base di addestramento di Alghero.

Sulla stampa trapelano le prime indiscrezioni, ed il 27 luglio 1990, dopo diversi dinieghi, l’allora presidente del Consiglio Andreotti autorizza Casson ad accedere agli archivi della VII Divisione del Sismi a Forte Boccea, a Roma.

Di lì a poco, giocando d'anticipo, il Divino Giulio fece una rivelazione clamorosa, cercando l’effetto boomerang su una vicenda che avrebbe potuto travolgerlo.

Coglie l’occasione offerta dall’ordine del giorno presentato da alcuni deputati dell’allora PCI che – facendo esplicito riferimento a quanto emerso nell’inchiesta Rosa dei Venti – impegna il governo a rispondere entro 60 giorni circa l’esistenza di una struttura occulta all’interno dei servizi, ovvero la famosa “organizzazione X” scoperta dal giudice Tamburino, che i giornali ai tempi avevano ribattezzato «Super Sid», o «Sid Parallelo».

Insomma, la madre di tutti i misteri legati ai Servizi del dopoguerra.

Nell’ottobre del 1990, Andreotti riconosce pubblicamente l’esistenza della cosiddetta “Gladio”, un’organizzazione segreta costituita in ambito Nato, polo italiano di una rete stay-behind presente in molti paesi dell’Europa Occidentale.

È la seconda volta, nella vita politica di Andreotti, che il navigato democristiano inscena un clamoroso gesto di trasparenza. Lo aveva già fatto nel 1974 con le rivelazioni su Giannettini e sul golpe Borghese, cercando di realizzare almeno 3 effetti politici per lui più che desiderabili:

  1. silurare Cossiga, collocandolo tra i padri di “Gladio”, come candidato concorrente al Quirinale, a cui aspirava per coronare la sua carriera e “schermarsi”.
  2. distogliere l’attenzione dal ritrovamento dell’ex base delle Brigate Rosse di via Montenevoso a Milano, contenente fotocopie dei manoscritti della prigionia di Moro, in parte inediti. Come sappiamo, da quel memoriale non emerse un’immagine edificante della classe dirigente democristiana. In particolare di Andreotti, che era stato il più accanito oppositore della trattativa che avrebbe potuto portare alla liberazione di Moro.
  3. dare in pasto all’opinione pubblica un’organizzazione ormai ridotta a “residuato bellico” della Guerra Fredda appena conclusa, facendo convergere su di essa tutti i sospetti relativi all’esistenza di strutture paramilitari e d’intelligence occulte emerse nei decenni precedenti.

In particolare per l’inchiesta sulla Rosa dei Venti, allontanando ed ostacolando, con l’ennesimo polverone mediatico, una possibile chiarificazione sulla famigerata “organizzazione X”, ammessa in sede giudiziaria dal capo del Sid Miceli nel 1974, almeno in parte sovrapponibile con i Nuclei di Difesa della Stato, cui erano collegati gli stragisti della galassia ordinovista.

Paradossalmente, la rivelazione di Gladio era il “male minore” a Guerra Fredda ormai vinta, anche se proiettava un’ombra piuttosto lunga sulla “doppia fedeltà” degli apparati dello Stato democratico (agli Usa, oltre che all’Italia).

Dopo l’accesso di Casson, la documentazione è stata oggetto di analisi per svariate procure che indagano su varie stragi, dall’Italicus a Brescia.

Sullo stato volutamente pietoso di quegli archivi dei Servizi, rimandiamo all’ultimo capitolo del volume di Benedetta Tobagi, Segreti e Lacune. Le stragi tra i servizi segreti, magistratura e governo.

Qui ci preme ricordare che entrambi i servizi usciti fuori dalla riforma del ’77 saranno, da lì a poco, al centro di due “scandali” per così dire paralleli: quello dei cosiddetti “fondi neri” del Sisde che lambì il personale politico della Prima Repubblica – in cui si scopre anche un’attività di infiltrazione dei Servizi nell’ambiente antagonista tramite un’attività economica finanziata con i soldi dei contribuenti – e quello del cosiddetto “Super-Sismi” o “Super S”.

È accertato che i vertici dei servizi provvedevano arbitrariamente al reclutamento di uomini in modo che non potessero essere ricondotti all’attività di Servizi, come nel caso del generale Musumeci dell’Ufficio Controllo e Sicurezza, il quale oltre a partecipare alle procedure di selezione, procedeva all’arruolamento diretto di personale in modalità non chiare.

Musumeci «Provvide» secondo la sentenza per l’Italicus 1994 «ad arruolare un numero imprecisato, non inferiore a trenta, di ex paracadutisti, addestrati alla guerriglia ed al sabotaggio», «creando un nucleo clandestino di offesa e di provocazione sottratto ad ogni controllo», di cui non si sapeva (e non si sa) nulla.

Insomma operazioni coperte più o meno efferate destinate a non essere mai conosciute davvero, neanche in parte, con buona pace del “controllo democratico” auspicato dalla Riforma del ‘77.

E questa è la storia recente dei servizi, per i quali il modus operandi qui appena accennato sembra sposarsi con il profilo operativo del periodo della Banda della uno bianca.

Sono gli anni, quelli della prima decade del Novanta, in cui comincia ad emergere la verità su un’altra banda – mostruosamente simile a quella della uno Bianca – che aveva agito in Belgio a metà degli Anni Ottanta, i cui effettivi probabilmente arrivavano dall’intreccio tra apparati, “eserciti segreti” della NATO ed ambienti neo-fascisti.

Ciò che colpisce è l’anno, il 1990. Soprattutto se teniamo conto della contemporaneità con le rivelazioni su Gladio da parte di Andreotti – tese in parte a depistare su ulteriori accertamenti rispetto a tutto il marcio che stavano ancora producendo i servizi (una buona parte provenienti dalle fila dell’Arma), in combutta con la dirigenza politica della Prima Repubblica – e l’inizio della “stagione delle stragi” della Banda, come l’ha giustamente definita Paolo Soglia nel Capitolo 8 di Uno Bianca Reloaded. La storia, l’inchiesta, le nuove verità.

Infatti, il 10, il 22 ed il 23 dicembre la banda compie tre stragi – solo in parte riuscite – “a sfondo razziale” in cui restano ferite 9 persone al campo nomadi di Santa Maria di Quarto, due all’Ipercoop di via De Gasperi, mentre rimangono uccise due persone e due altre ferite al campo di via Gobetti, il 23 dicembre.

Il 4 gennaio del ’91 avviene la strage al Pilastro, cui il vero movente non è ancora stato accertato, e l’anno proseguirà con una trentina di azioni criminali.

È una semplice “coincidenza temporale” il fatto che il 1990 fu l’anno del tentativo di reclutamento e che, a pochi mesi di distanza dalla rivelazione su Gladio, la strategia stragista della Banda compì un vero e proprio salto di qualità? Oppure è una “sincronia significativa”?

Chissà se le indagini giudiziarie e del Copasir avranno il coraggio di far luce anche su questo.

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17/11/2025

Piersanti Mattarella, Ustica, stazione di Bologna... “Ha stato Gheddafi!”

Sono letteralmente scioccato. Ho appena finito di ascoltare su Radio Popolare di Milano una buona ora di sconcertante monologo di Miguel Gotor in cui lo “storico”, nonché esponente del Partito Democratico, ha illustrato le funamboliche teorie complottiste contenute nel suo ultimo libro intitolato “L’omicidio di Piersanti Mattarella. L’Italia nel mirino: Palermo, Ustica, Bologna (1979-1980)”.

Peraltro, il giornalista in studio non lo ha mai interrotto con delle domande in grado di chiarire i tanti salti logici del discorso di Gotor, che ha esposto il suo teorema senza mai essere disturbato.

In breve, Gotor, partendo dall’assassinio del presidente della Regione siciliana, Piersanti Mattarella (che indica come “l’erede politico di Aldo Moro”), traccia una linea tra le “stratificazioni del potere italiano” soffermandosi sugli «ibridi connubi» tra neofascismo, massoneria occulta, mafia, “apparati deviati dello Stato” e... udite, udite, la Libia di Gheddafi!

Gotor indica delle relazioni organiche tra l’omicidio Mattarella e le stragi di Ustica e di Bologna e mette tutto in relazione alla decisione degli Stati Uniti e della NATO di installare in Sicilia i missili Cruise contro la Libia e contro l’Unione Sovietica.

Non che non vi possa essere stata qualche relazione tra queste cose, ma la spiegazione che da Gotor è rigorosamente (e paradossalmente) monocausale: Gelli ha organizzato tutto ma su mandato di Gheddafi che era in combutta con i neofascisti italiani per via del comune “antisemistismo” e del suo peso specifico, politico e finanziario, nel quadro della così detta “prima Repubblica”.

Ovviamente sui rapporti di Gelli con gli USA ed i milioni di dollari affluiti sul suo conto svizzero nemmeno una parola. Eppure è ormai di pubblico dominio il fatto che Licio Gelli fosse di casa negli Stati Uniti. Come è stradocumentato che, tra gli iscritti alla P2 c’era il capo della stazione CIA di Roma, Randolph Stone, ai cui ordini era il capo servizi segreti italiani.

Altrettanto acclarato il rapporto tra il servizio segreto USA e quello militare italiano (prima Sifar, poi Sid) nel quadro della pianificazione segreta di “Stay Behind” (Gladio) che era nata, in funzione anticomunista, nel 1956, da un accordo tra CIA e SIFAR.

Anche il servizio segreto civile italiano (l’Ufficio affari riservati) aveva stretti legami con gli amerikani. A capo di quell’ufficio era Federico Umberto D’Amato che, nelle sentenze di primo grado e d’appello della Corte d’Assise di Bologna, confermate poi dalla Corte di Cassazione, è indicato come uno dei 4 mandanti, organizzatori o finanziatori della strage alla stazione di Bologna del 1980 insieme a Licio Gelli, Umberto Ortolani e Mario Tedeschi iscritto alla P2. D’Amato era in costanti rapporti con Gelli ma, soprattutto, era un uomo della CIA ed aveva anche un filo diretto con l’FBI.

Ma di tutto ciò, nel teorema nuovo di zecca di Gotor, non c’è alcun accenno perché il collante che terrebbe tutto insieme – assassinio di Piersanti Mattarella, strage di Ustica, strage di Bologna – è soltanto Gheddafi, “antisemita”, “salvatore della Fiat” e “finanziatore dei neofascisti italiani”.

Mohammar Gheddafi, il quale, ovviamente, non potrà replicare alcunché né difendersi perché, dopo essere scampato miracolosamente alla morte in seguito al bombardamento USA del 1986 – che ne uccise la figlia di soli 15 mesi – è stato poi assassinato brutalmente nel 2011 dai “ribelli” finanziati da Francia e Stati Uniti.

Ci sarebbe da ridere se non fosse che stiamo parlando di due stragi che hanno causato 166 morti (più oltre 200 feriti) e dell’assassinio dell’allora Presidente della Regione Sicilia, Piersanti Mattarella. Insomma, se credevate che il repertorio dietrologico e complottardo sulla recente storia d’Italia ne avesse già sparate di tutti i colori, sappiate che è un filone che non finirà mai di stupirci.

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04/06/2024

Cinquant’anni dopo la strage di Brescia le istituzioni si assolvono

La strage di piazza della Loggia avvenuta a Brescia il 28 maggio 1974 durante un comizio del Comitato antifascista locale (8 morti e 102 feriti) si distinse immediatamente dagli episodi stragisti degli anni precedenti (piazza Fontana, Peteano, Gioia Tauro, Questura di Milano) perché l’obiettivo colpito rivelava fin da subito la matrice politica neofascista degli esecutori.

Dopo un lungo e travagliato iter giudiziario la Cassazione ha confermato la condanna finale di due ordinovisti: Carlo Maria Maggi e Maurizio Tramonte, quest’ultimo confidente del Sid di Padova col nome in codice «Tritone».

Sono tuttora in corso altri due procedimenti contro gli ordinovisti veronesi Marco Toffaloni, all’epoca minorenne e che avrebbe materialmente deposto l’ordigno, e Roberto Zorzi.



Nel novembre del 1973 il movimento politico Ordine Nuovo era stato sciolto dal ministro dell’Interno Taviani sulla base della condanna emessa dal tribunale di Roma per ricostituzione del disciolto Partito nazionale fascista.

A causa di questo fatto, nel luglio del 1976 Pierluigi Concutelli, capo militare della struttura clandestina di Ordine Nuovo, uccise a Roma Vittorio Occorsio, il pubblico ministero che aveva sostenuto l’accusa contro i dirigenti del gruppo neofascista.


L’attentato di Brescia come quello successivo sul treno Italicus, nella notte tra il 3 e il 4 agosto 1974 all’interno del tunnel Valdisambro (18 morti e 48 feriti), rivendicato da «Ordine Nero» in un volantino che parlava di vendetta per la morte di Giancarlo Esposti, un fascista sanbabilino ucciso dai carabinieri sugli altipiani reatini il 30 maggio precedente, erano una chiara rappresaglia contro la messa al bando di Ordine Nuovo.

Creato nei primi mesi del 1974, Ordine Nero aveva raccolto transfughi del disciolto Ordine Nuovo, di Avanguardia nazionale e del Fronte nazionale rivoluzionario, struttura prevalentemente toscana. Fu protagonista dell’ultima stagione stragista caratterizzata da un’aperta dichiarazione di guerra contro lo Stato accusato di tradimento verso una esperienza politica, eversiva e golpista, che gli apparati avevano lungamente sostenuto, foraggiato, ispirato e manipolato.

Strategia che si distingueva dai precedenti episodi che miravano ad attribuire alla sinistra la paternità degli eccidi con l’obiettivo di scatenare una risposta autoritaria dello Stato.

Le bombe del 1974

, la vendetta di Ordine Nero contro chi li aveva utilizzati e illusi con la strategia della tensione

Lungi dall’essere una ulteriore puntata della strategia della tensione questi due sanguinosi attentati, parte di una campagna più ampia avviata nel gennaio del 1974 a Silvi Marina, vicino a Pescara, dove una bomba fallì nel colpire l’ennesimo treno, appaiono piuttosto il segno sanguinoso della sua fine, la conseguenza dell’abbandono precipitoso e rovinoso da parte degli apparati statali che l’avevano utilizzata.

Il 9 febbraio un altro ordigno venne ritrovato inesploso su un treno merci diretto da Taranto a Siracusa. A marzo un’esplosione fece saltare una rotaia nei pressi di Vaiano, vicino Prato, dove avrebbe dovuto passare il treno Palatino. La strage mancata fu rivendicata con un volantino di Ordine Nero ritrovato a Lucca.

Ad aprile fu colpita la casa del popolo di Moiano, in provincia di Perugia. Nel complesso furono fatti esplodere tra Milano, la Toscana e Savona, oltre una decina di ordigni, culminati nell’attentato compiuto sulla linea ferroviaria di Terontola, il 6 gennaio 1975, a cui segui lo smantellamento del Fronte nazionale rivoluzionario di cui facevano parte Luciano Franci, Mario Tuti, Marco Affatigato, Andrea Brogi e Augusto Cauchi.

Gruppo che ebbe contatti anche con Licio Gelli, al quale secondo testimonianze di alcuni pentiti, Cauchi aveva chiesto un finanziamento per la sua attività politica.


La magistratura indaga sui progetti di golpe


Tra il 1973 e il 1974 vengono a galla, grazie a diverse inchieste condotte dalla magistratura, una serie di progetti di golpe di segno politico diverso anche se tutti caratterizzati dalla tentativo di scongiurare il «pericolo comunista».

Dall’indagine sulla «Rosa dei venti», portata avanti dal giudice istruttore Tamburino, emergeva traccia della presenza di strutture «parallele» interne agli apparati statali coinvolte nelle attività golpiste e stragiste. Testimone centrale nella ricostruzione di questa rete, sia pur tra contraddizioni e reticenze, sarà il generale dell’esercito Amos Spiazzi.

In anni più recenti la ricerca storica ha focalizzato meglio quanto avvenuto: accanto alla struttura Nato europea Stay behind, che in Italia aveva preso il nome di Gladio, apparato di difesa «non ortodosso» gerarchicamente dipendente dai comandi Nato, approntato per fare fronte ad una eventuale invasione militare delle truppe del patto di Varsavia e composto essenzialmente da membri della ex brigata Osoppo, partigiani bianchi antifascisti e anticomunisti, di cui si scoprì l’esistenza nella estate del 1990, dopo la vicenda del «piano Solo» venne messa in piedi una seconda struttura che dipendeva gerarchicamente dal ministero della Difesa.

Si trattava dei Nuclei per la difesa dello Stato, apparato misto composto da membri selezionati degli uffici informativi dell’esercito, dei Servizi, dei carabinieri e di civili di dichiarata fede neofascista. Tra i membri di questa struttura disciolta nel 1973 vi erano molti ordinovisti.



Un’altra inchiesta riguarda il Movimento armato rivoluzionario di Carlo Fumagalli e Gaetano Orlando. Fumagalli era un ex partigiano bianco legato ai Servizi inglesi. Ferocemente anticomunista organizzò una struttura clandestina armata con un forte insediamento in Valtellina, dove realizzò una serie di attentati dinamitardi contro tralicci dell’altra tensione che alimentavano le città e le industrie del Nord Italia.

L’intenzione era quella di fronteggiare una eventuale offensiva di piazza o una vittoria elettorale dei comunisti.

Nonostante il suo iniziale posizionamento antifascista, Fumagalli non disdegnò l’alleanza con i gruppi ordinovisti in vista di un colpo di stato.



L’esperienza più interessante appare tuttavia quella che venne definita il «golpe bianco», portato avanti da Edgardo Sogno, un altro ex partigiano della brigata Franchi, badogliana, liberale e anticomunista.

Sogno aveva progettato in pieno agosto 1974 un «golpe liberale», un colpo di mano istituzionale di stampo presidenzialista, sul modello gollista della quinta repubblica francese che forte dell’appoggio dei vertici militari e istituzionali avrebbe dovuto sciogliere il parlamento, liberarsi del ventre molle democristiano ritenuto corrotto e irriformabile, creare un sindacato unico, internare le opposizioni di sinistra e di estrema destra, abolire l’immunità parlamentare e istituire un Tribunale speciale.

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30/11/2023

Ustascia croati e Ordine Nuovo

Ordine Nuovo, l’organizzazione nazi-fascista fondata da Pino Rauti, disponeva delle armi e degli esplosivi di Gladio. Non solo, è anche emersa l’esistenza di una struttura Stay Behind jugoslava di fatto costituita dagli ustascia croati collegati a Ordine Nuovo tramite la cellula veronese.

È quanto risulta dalla lettura degli ultimi atti di indagine sulla strage di piazza della Loggia avvenuta a Brescia il 28 maggio 1974, con otto morti e più di un centinaio di feriti.

L’inchiesta-stralcio, conclusasi nel dicembre 2021, ha portato ad indagare due ex esponenti di Ordine Nuovo, Marco Toffaloni, all’epoca minorenne, oggi cittadino svizzero, e Roberto Zorzi, trasferitosi molti anni fa negli Stati Uniti.

«L’impianto accusatorio che emerge» – hanno sottolineato gli inquirenti – «inserirebbe la posizione degli odierni indagati, senza fratture, nel quadro già tracciato dal precedente processo». Si confermerebbe anche da queste nuove carte che la strage fu eseguita da Ordine Nuovo.

Armi esclusivamente americane

Dalle investigazioni dei carabinieri inviate alla Procura della Repubblica, tra il settembre 2015 e il marzo 2021, si è scoperto che alcuni militanti della cellula veronese di Ordine Nuovo erano stati reclutati da Gladio e disponessero, già a metà degli anni Sessanta, dei materiali occultati in uno dei cosiddetti Nasco (i nascondigli della struttura), quello di Arbizzano di Negrar, da cui sparirono micce detonanti e alcune bombe MK2 di esclusiva fabbricazione americana, non in dotazione all’esercito italiano.

E se già nel 1966 erano state sequestrate in una perquisizione alcune di queste bombe a due dirigenti di On di Verona, Roberto Besutti e Elio Massagrande (passarono per collezionisti d’armi), lo stesso tipo di granate, si è accertato, erano poi finite nella disponibilità di Marco Toffaloni, oggi rinviato a giudizio per strage.

La caserma di Parona Valpolicella

Come noto la costituzione di un’organizzazione paramilitare clandestina denominata Gladio, inquadrata nella rete atlantica Stay Behind, con compiti di sabotaggio, guerriglia, propaganda ed esfiltrazioni, in caso di invasione nemica, fu avviata nel novembre 1956 in accordo con gli Stati Uniti.

Dodici furono i «Nuclei» di «pronto impiego» che nel corso degli anni vennero addestrati alla «guerriglia».

A partire dal 1959 vennero poi trasferiti dagli Stati Uniti gli armamenti necessari (tra loro esplosivi), poi occultati dal 1963 in 139 «Nasco», di cui ben 100 nel Friuli e 7 nel Veneto.

A causa del rinvenimento fortuito, nel 1972, da parte di alcuni ragazzi, del Nasco di Aurisina in provincia di Trieste, ritrovato aperto e pesantemente saccheggiato degli esplosivi militari al plastico C4, venne deciso il recupero di tutti i depositi.

Dai documenti acquisiti dai magistrati di Brescia presso l’Aise (l’Agenzia informazioni e sicurezza esterna), si è appurato non solo che «tutta la documentazione» relativa ai recuperi dei Nasco è stata «distrutta», ma soprattutto che esisteva «un numero di Nasco superiore a quello dichiarato», e che dopo lo smantellamento il materiale era «transitato per i Comandi dell’Arma dei Carabinieri».

Su questo ultimo fatto si è appuntata in particolare l’attenzione degli inquirenti. Grazie a diverse deposizioni si è infatti acquisita la certezza di diversi incontri per preparare attentati, prima di piazza della Loggia, in una caserma dei carabinieri a Parona Valpolicella (periferia Nord di Verona), responsabile della custodia del Nasco di Arbizzano di Negrar, presenti quelli di Ordine Nuovo.

Con gli Ustascia

Già il generale Gerardo Serravalle, alla testa di Gladio dal 1971 al 1974, nelle sue memorie pubblicate nel 1991, parlò di «una Gladio jugoslava gestita dalla CIA». Un’affermazione che al tempo non fu compresa.

Ora la conferma. Secondo la testimonianza di una figura un tempo ai vertici di Ordine Nuovo a Verona, Claudio Lodi, erano stati proprio loro, protetti in ambito Nato, a collaborare con gli ustascia per dar vita alla Gladio in quel Paese.

Ordine Nuovo è stata dunque ben più di un’organizzazione politica. Sono d’altro canto gli stessi carabinieri che hanno affiancato i magistrati di Brescia a scrivere che «Ordine Nuovo era una forza antinvasione dipendente dalla Ftase di Verona», ovvero dal più importante comando Nato dopo Napoli per il Sud Europa.

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08/12/2019

NATO - Si scrive Alleanza, si legge Caos

Daniele Ganser, gli eserciti “stay behind” ed il vertice di Watford fra vecchia e “nuova” Nato

Si è chiuso a Watford, nei pressi di Londra, il vertice Nato del 3 e 4 dicembre. L’Alleanza compie settant’anni e li dimostra tutti: si dibatte in un comportamento schizoide fra necessità di egemonia e dinamiche da mercatino natalizio delle armi.

Una domanda, in premessa, che secondo noi potrebbe essere di aiuto per ricordare un altro ruolo dell’Alleanza prima di affrontare una valutazione dell’incontro londinese dei leader Nato: qual è il confine fra oculata precauzione ed illegalità, in un atteggiamento di difesa della propria nazione da attacchi esterni e soprattutto, fino a quali livelli di segretezza il ramo esecutivo di una democrazia si può spingere?

Questi sono solo un paio degli interrogativi a cui vuole dare risposta lo storico svizzero Daniele Ganser, del quale Fazi editore, circa un anno fa, ha ristampato un pregevole ed interessante volume del 2005 il cui titolo, tradotto, forse non gli rende il giusto merito: “La Storia come mai vi è stata raccontata: gli eserciti segreti della NATO”.

In prima battuta infatti, sembra uno di quei titoli destinati ad un pubblico che si ciba di complottismi o, peggio ancora, risuona di una strana eco, quasi da rotocalco “scandalistico” degli anni ‘60; ma è sufficiente che l’occhio cada sul nome dell’editore (Fazi appunto) e l’autorevolezza che lo contraddistingue da sempre, ci fa rendere conto di come si possa cadere facilmente in errore.

Il libro infatti affronta molto seriamente e con dovizia di particolari importanti, il processo che portò nel secolo scorso i governi di mezza Europa, alla “scoperta” dei cosiddetti eserciti “stay behind”, formazioni paramilitari parallele a quelle regolari di stanza nei paesi dell’Alleanza atlantica, in alcuni casi anche neutrali, addestrate, equipaggiate ma soprattutto controllate da NATO e CIA e volte ad ostacolare le forze politiche comuniste o anche solo di sinistra e a contrastare un’eventuale invasione sovietica dell’Europa occidentale.

Il panorama che viene indagato da Ganser, con l’aiuto di documenti desecretati alcuni anni orsono è comunque di respiro europeo anche se il libro è, come dicevamo, una ristampa sfrondata delle parti dedicate a Portogallo, Belgio, Olanda, Lussemburgo, Danimarca, Turchia, Svezia, Finlandia, Svizzera ed Austria.

Gli interrogativi che si è imposto lo storico sono però quanto mai attuali ed è proprio su questo che troviamo necessario fare una riflessione; per farla breve, la struttura di cui accennavamo, nel nostro paese assunse un nome tristemente noto: Gladio, un vero e proprio esercito clandestino addestrato da CIA ed MI6 (sigla del meno noto intelligence britannico) con la collaborazione dei nostri servizi segreti che, durante il periodo della Guerra Fredda e fino al 1990, ha nascosto fatti ed avvenimenti, depistato e di conseguenza mal indirizzato l’opinione pubblica.

Fra i “gladiatori” addestrati alla bisogna la peggior feccia neofascista che non si fece scrupolo alcuno ad uccidere e compiere stragi solo per far ricadere la colpa sulla sinistra, più o meno parlamentare. Il tutto con il benestare dei nostri governi e governanti.

La struttura si sviluppava in un conflitto nel conflitto, che si dipanò lungo tutti gli anni settanta fino alla caduta del Muro di Berlino (che avrebbe dovuto decretare la fine della guerra fredda, almeno nella forma che noi tutti conoscevamo), e che molti storici hanno concentrato nella definizione: guerra civile a bassa intensità.

Lo stesso fenomeno, in una forma leggermente diversa, si è ripetuto in Ucraina nel 2014; qui si è riprodotto un meccanismo molto simile a quello che ricostruisce Ganser nel suo volume: sotto regia USA/NATO ed attraverso la Cia o altri servizi di intelligence, sono stati reclutati, finanziati, addestrati ed armati i militanti neonazisti di Kiev, che hanno assalito il Palazzo del governo per poi autoproclamarsi “ribelli indipendentisti”.

In Ucraina serviva un nuovo governo che avrebbe portato il Paese nella NATO. Quindi gli USA hanno propagandato l’annessione della Crimea come atto unilaterale del governo russo di Putin. Prontamente, poco dopo, l’ex Presidente del Consiglio Europeo e neo Presidente del PPE Donald Tusk, chiede all’ Ucraina di partecipare alla prossima riunione del Consiglio. Si percepisce un certo avvicinamento, anche politico.

Fino a qui, nulla, o quasi, da eccepire; tutto è nell’ abituale “stile stelle e strisce” ma se indaghiamo meglio, ci accorgiamo che una “nuova Gladio”, una struttura sul modello della precedente non sarà possibile anzi, ad un attento esame delle condizioni in cui si trova l’Alleanza atlantica, questo ci appare veramente molto improbabile, ma la “Cosa” ha necessità di esistere e si trova costretta a cambiare sembianze.

E veniamo al vertice di Watford

Cosa dobbiamo aspettarci in un prossimo futuro? In casa NATO sembra regnare un preoccupante caos!

Quest’ anno la NATO compie settant’anni ed il vertice che si è svolto in settimana nei pressi di Londra non lascia ben sperare: siamo di fronte ad un’ Alleanza atlantica schizofrenica, ad una sorta di “Nato a due teste” che, al mondo dovrà presentarsi sì aggressiva, ma non potrà mordere più di tanto; basta solo interpretare i segnali che negli ultimi tempi sono arrivati; sono tutti nella stessa direzione: la richiesta dell’Amministrazione Trump di “rivedere” al ribasso il ruolo “ormai obsoleto” della NATO ed il suo peso in Europa; o le dichiarazioni del mese scorso del presidente francese Macron che al “The Economist”, ha riferito dell’imminente “morte cerebrale” dell’Alleanza, dichiarazioni che hanno scatenato le aspre critiche della Cancelliera tedesca Merkel e del suo omologo turco Erdogan, subito pronti ad una strenua difesa della coalizione.

E proprio la Turchia sembra essere l’ago della bilancia: dopo l’avvicinamento, la scorsa estate alla Russia, dalla quale ha ricevuto un gran numero di batterie anti-missile S400 da “posizionare (all’orizzonte ci sono gli accordi con Putin per il gasdotto Turkish Stream e per la costruzione di una centrale nucleare, entrambi osteggiati da Washington), il paese che la Dottrina Truman aveva decretato dal lontano 1952 essere l’avamposto sud orientale contro l’URSS, in caso di non utilizzo, potrebbe anche accedere all’acquisto degli F35 USA.

Queste le dichiarazioni di The Donald, forse dimentico che il futuro Califfo potrebbe porre il proprio veto alla difesa, in caso di attacco russo, alla coalizione dei paesi baltici e alla Polonia; il Presidente turco potrebbe volere in cambio la condanna dei curdi siriani come terroristi.

Il comunicato finale con cui il segretario generale Stoltenberg ha chiuso il vertice comunque, parla di approvazione del piano di difesa dei paesi baltici e della Polonia senza chiarire come si supererà la minaccia di veto della Turchia; subito dopo, per la prima volta, si cita la Cina come la potenza che più di ogni altra avrà bisogno di essere “attenzionata”, in particolare nel campo delle tecnologie, e soprattutto nella produzione della rete 5G; più di tutto però, rinnovandosi l’impegno reciproco ad intervenire nello stile “uno per tutti, tutti per uno”, quello che sembra più premere ai paesi alleati è l’ impegno imprescindibile ad aumentare le risorse economiche. Alla fine della fiera (è proprio il caso di dirlo!) quello che più importa sono gli stanziamenti che vengono previsti per gli armamenti, più o meno “difensivi”

Il presidente Trump a margine ha tenuto a precisare che i paesi con cui aveva discusso del 5G, Italia compresa, erano decisi a non andare avanti in una collaborazione; salvo essere contraddetto subito dopo dal premier Conte.

Al netto dei fatti e delle dichiarazioni ufficiali al vertice londinese, non è comunque peregrino ricordare il progetto che già, dal 2018, il presidente francese Macron sta perseguendo: la costruzione di un esercito europeo fuori dall’ombrello NATO. In suo aiuto alcuni giorni fa è arrivato addirittura l’attuale rappresentante spagnolo del PSOE, Josep Borrell, dichiarando che l’UE deve ora “imparare a usare il linguaggio della forza” nel mondo.

Quindi è necessario rafforzare le capacità militari, in particolare rendendo operativi i “gruppi di battaglia”, quei battaglioni multinazionali che sono stati creati nel 2004 ma che non sono mai stati utilizzati. Mancano i fondi? Borrell non ha mancato di sottolineare che si potrebbe benissimo finanziare tutto questo con il Fondo chiamato “European Peace Facility” (Orwell, decisamente), dotato di 10,5 miliardi di euro.

Riflessioni più ampie su obiettivi e ripercussioni di un tale progetto le riserviamo però ad un prossimo intervento. Qui ribadiamo l’uscita dalla NATO non più solo una possibilità ma un dovere di classe. La realtà di nuovi eserciti “stay behind” su modello di quelli del secolo scorso appare in effetti un poco anacronistica ma i colpi di coda di una potenza in declino come sono al momento gli USA non sono mai da sottovalutare.

Il conflitto inter-imperialistico interesserà necessariamente anche l’UE e sarà allora che il volume di Daniel Ganser si potrebbe rivelare un ottimo strumento per rileggere a posteriori la Storia e per meglio decifrare azioni e reazioni da mettere in campo.

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18/12/2017

Storia di Ordine Nuovo

Aldo Giannuli e Elia Rosati, Storia di Ordine Nuovo, Mimesis, Milano-Udine, pp. 240, € 18.00

Questo libro ha il valore di una testimonianza storica – rigorosa, fondata sullo studio di una ricca documentazione a cui Aldo Giannuli ha avuto accesso negli anni, in qualità di consulente della Commissione stragi, oltre che di diverse Procure impegnate in inchieste sul terrorismo nero. Ed è attraverso i documenti degli archivi di Stato che si cerca di raccontare la parabola di Ordine Nuovo, il gruppo che si è guadagnato la più fosca autorevolezza, nella storia del neofascismo italiano.

Quella di lasciar parlare le carte desecretate, custodite nei faldoni più oscuri della memoria repubblicana, non è una scelta arbitraria da parte degli autori: sta a significare che si può riscrivere la storia di quest’area, solo rileggendo in controluce la fitta trama dei suoi rapporti con istituzioni e apparati. Regimi stranieri, Ministero dell’Interno, Forze Armate, servizi di sicurezza: ON non fu mai davvero “infiltrata”, quanto consapevolmente e volontariamente organica a quei mondi. E se tra le sue fila si conteranno molti dirigenti a libro paga dei servizi – e diversi bombaroli e mercenari –, non sarà per caso, ma per coerenza alle ideologie, ai programmi e ai finanziatori del neofascismo italiano. Un capitolo finale viene dedicato alla Weltanschauung del gruppo, una formazione che vantava suggestioni iniziatico-militari, che amava descrivere se stessa come élite politica, che fu permeabile più di altri alle influenza evoliane e naziste. Ma il taglio e l’impostazione che vengono dati dagli autori a questo lavoro, non lascia spazio ad equivoci: ideologie, estetica e mitologia, vengono “dopo” – non sono l’essenza o la chiave per rileggere una storia sporca e complessa, che si colloca dentro la contesa geopolitica di quei decenni, più che nel regno dello Spirito.

La storia di ON comincia nel 1956, con la scissione di una ottantina di quadri dal MSI, partito che Michelini guida fermamente puntando a rafforzare un orientamento filo-atlantico e una prospettiva di inserimento della destra dentro i giochi politici. I fuoriusciti, guidati dal giovane Pino Rauti, si oppongono alla leadership missina che considerano garante di una “deriva moderata”: nasce così il Centro Studi Ordine Nuovo. In patria il nuovo gruppo gode di poco seguito – i micheliniani reggono alla scissione – e, almeno fino al 1959, anche di scarse risorse. Gli ordinovisti hanno però solida fama di coerenza ideologica e questo permette loro di coltivare i rapporti con Evola e con il milieu nazifascista europeo. Sarà proprio grazie alle relazioni con l’Internazionale Nera – in particolare con Jeune Europe e con l’OAS francese – che ON comincia ad accreditarsi verso le alte sfere dell’anticomunismo internazionale: «Il salto di qualità nella storia di ON sarà rappresentato, infatti, proprio dalla collaborazione con l’OAS, per conto del quale il gruppo italiano svolgerà azioni terroristiche, traffico di armi ed altro» (p.12). E questi rapporti internazionali apriranno porte importanti anche in Patria: «Fu in questo modo che un gruppo di dirigenti e fiancheggiatori del gruppo Giannettini-Ragno e lo stesso Rauti, entrò in contatto con il capo di Stato Maggiore Gen. Aloja che li introduceva, fra il 1961 e il 1964, nel Sifar» (pag.12)

È in questa fase, con l’inserimento nel traffico d’armi internazionali e con le relazioni sempre più strette con apparati di Stato e le FFAA, che ON comincia anche ad articolare la sua struttura, dotandosi di solide branche militari, con organizzazioni parallele finanziate e protette. Sarà nel rapporto con la Spagna franchista, che ON rafforzerà il suo apparato logistico ed ideologico. Un breve richiamo storico risulta utile: il salazarismo a Lisbona, il franchismo a Madrid e, più tardi, il regime dei colonnelli ad Atene, costituiscono in quei decenni una cintura fascista che stringe al cuore il Mediterraneo. L’Italia è circondata e influenzata da questa rete di forze sovranazionali che rappresentano anche il fronte sud-occidentale, della guerra ideologica e politica al blocco socialista e al movimento operaio. Al neo fascismo italiano basta attraversare un paio di frontiere o un tratto di mare, per trovare protezioni, rifugi, armi e risorse. Sono i servizi segreti – soprattutto spagnoli – a prendersi in carico questa missione di raccordo europeo delle forze anticomuniste: «I rapporti fra ON ed i servizi spagnoli non furono una casualità, ma la conseguenza logica dell’attenzione degli spagnoli per tutto quello che si muoveva sul terreno della “controinsorgenza” e della loro riconosciuta competenza in proposito» (p. 24).

La Spagna quindi, come laboratorio controrivoluzionario che fin dagli anni ’30, fornisce indicazioni preziose per ogni azione di contrasto alle forze popolari e che dal 1940 punisce il crimine di “attività comuniste” (legge rimasta in auge fino al 1977): «La guerra civile spagnola anticipò diverse soluzioni che si riproporranno nei piani di controinsorgenza degli anni 60. Infatti, nei ristretti ambienti dell’intelligence occidentale e di qui ai settori politici che avevano accesso alle loro informazioni – gli spagnoli godevano di grande considerazione in materia di guerra psicologica e guerra non ortodossa» (p. 24).

Ma in patria, il quadro dello scontro politico è altrettanto aspro che su scala internazionale. Il neocapitalismo e lo sviluppo industriale rafforzano il movimento operaio e danno al PCI un peso politico nella società italiana anche superiore a quello elettorale, pure ingente. È in questo quadro di rapporti assi torbidi, che si elaborano i progetti di Guerra Controrivoluzionaria, in cui ON fu lo snodo tra istituzioni e milizie civili: l’idea e i programmi operativi secondo cui la lotta contro il comunismo e il movimento operaio andava condotta non solo attraverso le dimensioni propriamente statuali e militari, ma anche sulla base dell’iniziativa armata dal basso. Da questo crogiuolo di suggestioni e progetti, nacquero la rete Stay Behind e i più misteriosi Nuclei difesa dello Stato, strutture in cui, quasi senza soluzione di continuità, militanti e dirigenti dell’estrema destra passarono da un livello all’altro, senza la minima remora ideologica:
In sostanza erano formati da persone che si erano tenute sempre in contatto con l’esercito, come ex sottufficiali, ex carabinieri, ex combattenti delle varie armi e costituivano piccoli plotoni che facevano addestramento anche con militari in servizio. Erano piccole unità capaci anche di essere indipendenti l’una dall’altra, secondo le tecniche di un certo tipo di difesa. Fra loro si conoscevano solo i capigruppo. L’esistenza di questa struttura in sostanza semiufficiale era pienamente nota alle autorità militari… Il suo fine era la difesa del territorio in caso di invasione e , se necessario, aveva anche compiti antinsurrezionali in caso di sommosse da parte dei comunisti. In sostanza queste strutture seguivano la linea ortodossa della Nato. Era sicuramente presente in Veneto in forze, in Alto Adige e in Valtellina, ove ad essa facevano riferimento le persone del gruppo Fumagalli… a Verona il responsabile… era il colonnello Spiazzi… La finalità della struttura era certamente quella di fare un colpo di Stato all’interno di una situazione che prevedeva attentati dimostrativi, preferibilmente senza vittime, al fine di spingere la popolazione a richiedere o ad accettare un governo forte. Ovviamente, in un attentato potevano esserci vittime casuali, ma questo, secondo chi dirigeva la struttura, era un prezzo che, in uno scontro così grosso per il nostro paese, si poteva pagare (deposizione di Carlo Di Gilio, p. 43)
Ordine Nuovo sarà la camera di compensazione in cui queste esigenze eversive troveranno spesso raccordo. Nello sforzo di rafforzare ed estendere questa intricata rete che teneva insieme militanza politica, presidio militare e servizi di sicurezza, l’attività degli ordinovisti fu infaticabile: nel libro ritorna spesso la memoria del famigerato Istituto Pollio, del quale Rauti e altri dirigenti di ON saranno tra i promotori. Ai dibattiti pubblici dell’Istituto, parteciperanno, seduti fianco a fianco, alte gerarchie delle Forze Armate, onorevoli missini, diversi direttori di quotidiani di area moderata, i vertici del Sifar, pezzi di Confindustria (generosi finanziatori, come l’armatore Costa). La campagna controinsurrezionale è già diventata il terreno comune che tiene insieme tutte queste forze. Come nella migliore tradizione italiana, però, le élite praticavano anche una guerra tra bande, dentro il fronte anticomunista, in particolare tra settori di Forze Armate più schierate e “interventiste”, rispetto alle effervescenze della società italiana; i comandi più prudentemente neutralisti e le strutture del Ministero dell’Interno – come il famigerato Ufficio Affari Riservati. Ordine Nuovo, e in particolare Pino Rauti, si alimentano di queste contraddizioni, tenendo sempre attiva una sequela di iniziative provocatorie, grandi e piccole.

Sul piano ideologico è nei primi anni 60 che dentro ON matura la svolta pienamente “occidentalista”. Ci si potrebbe chiedere, infatti: come potevano formazioni che celebravano il culto delle SS o delle “brigate nere”, zeppe di ex combattenti repubblichini e sature di retorica sul “riscatto della Patria tradita”, ritrovarsi solo pochi anni dopo, con tanta disinvoltura, a ricevere soldi e orientamento politico da parte degli ex nemici?
I movimenti fascisti e nazisti nati dopo il 1945, nella maggior parte dei casi, avevano mantenuto la contemporanea opposizione sia contro gli angloamericani che contro i sovietici… Già nella prima metà degli anni cinquanta, tuttavia, iniziava un avvicinamento tra neo-fascisti ed anticomunismo bianco. Infatti, per l’estrema destra si trattava di rompere l’accerchiamento, accettando realisticamente la sconfitta, per reinserirsi nel gioco politico. Per “l’anticomunismo bianco” la spinta veniva dal bisogno di recuperare un’area militante, disposta anche allo scontro fisico con le sinistre (p. 82)
Per potersi avvicinare agli Usa, si modificava lo statuto valoriale del neo-fascismo, si tralasciavano elementi fondanti della sua memoria di guerra, si costruiva una nuova ideologia “occidentalista”: «Per gli ideologici occidentalisti il contrasto fra occidente e comunismo non era da intendersi come confronto di natura sociale ed ideologica, ma come scontro fra modelli di civiltà irriducibili l’uno all’altro» (p. 87).

Da qui in avanti, ogni velleitaria terza via vagheggiata tra capitalismo e comunismo, ogni europeismo tradizionalista, ogni ostilità all’imperialismo americano, cessano di esistere o si limitano a esercitare solo funzioni di facciata, di agitazione, di collante ideale per le basi militanti: l’Occidente – inteso come concetto né geografico né meramente politico, ma come avamposto di civiltà contro i popoli gialli e neri, in pericolosa rivolta anticoloniale – sarà il bastione della destra radicale, in Italia e in Europa. Gli Usa e la Nato troveranno a loro disposizione una massa critica di uomini, armi, organizzazioni e quadri politici, da poter manovrare senza remore sullo scenario italiano.

Tra l’altro, dopo i fatti di Genova del luglio 60, la strategia micheliniana di approccio alla DC e di inserimento della destra italiana nel gioco politico, risulta ridimensionata. Ci si avvia alla stagione del centro sinistra. Gli apparati militari e le strutture di influenza americane in Italia entrano in fibrillazione. La critica “da destra” del Msi e la rottura rautiana con quel partito, non hanno più ragioni così forti da esibire. E del resto tra i gruppi come Ordine Nuovo e il Movimento Sociale Italiano, non si edificarono mai barriere e rigide divisioni: personalità, giornali, sedi, fonti di finanziamento, potevano attraversare labili confini di organizzazione o denominazione, continuando, più o meno, a praticare le medesime politiche (a differenza da quanto avvenne nel PCI che, già dopo il 68, eresse un muro invalicabile alla sua sinistra).

Nel 1969 Giorgio Almirante subentra al vecchio Michelini, deceduto per malattia:
con l’elezione di Almirante, la situazione mutava radicalmente ed il MSI registrava una improvvisa frustata attivistica. Già dopo pochi giorni l’elezione, Almirante, in concomitanza con la scissione socialista e con la crisi di governo, chiamava la destra alla mobilitazione di piazza… La creazione di una piazza di destra, è il primo necessario presupposto per calamitare anche i consensi di quel ceto medio impaurito dalla mobilitazione sindacale dell’autunno caldo e pronto a voltare le spalle a DC e PLI in favore di un più deciso antagonista della sinistra (p. 103).
In considerazione di questa svolta missina, la tentazione di rientrare nel MSI diventa, anche dentro ON, più pressante. La contestazione giovanile e l’autunno operaio rappresentano una scossa per la destra italiana. Tra l’altro ON, nonostante i suoi finanziatori internazionali, continua ad avere accesso a risorse troppo limitate; l’ultima velleità di trasformarsi in vero e proprio partito nazionale, è affidata a Confindustria:
Così nella primavera del 1966 ON cercava di risolvere definitivamente i suoi problemi incontrandosi con il Presidente di Confindustria. E, infatti, nel settembre di quell’anno, uno speranzoso Rauti annunciava al direttorio dell’organizzazione: i problemi finanziari di Ordine Nuovo potranno essere totalmente risolti alla fine del corrente anno o nei primi mesi del 1967 dato che sono attualmente ben avviati, con prospettive di soluzioni favorevoli, numerosi contatti e trattative con ambienti industriali italiani (p. 104).
Trattative che evidentemente non andarono nella direzione sperata. Nell’autunno del 1969 la maggioranza di ON decide il rientro alla casa madre missina. Si dice che Rauti, perorando questa decisione nel dibattito interno al gruppo dirigente ordinovista, parlasse della necessita di “aprire l’ombrello”: il partito di Almirante offriva un riparo e qualche margine di copertura politica, davanti alla durissima stagione delle stragi e dello scontro sociale che si andava ad aprire nel paese. La maggior parte del radicalismo neofascista rientrò, più o meno ufficialmente, nel MSI e questo rafforzava anche il partito e quella “destra di piazza” a cui spetterà il compito di contrastare nei territori, nei luoghi di lavoro e nelle strade, l’iniziativa di classe:
la nuova politica musclè dell’MSI almirantiano, trovava calorosi apprezzamenti nel mondo imprenditoriale scosso dalla virulenza dell’autunno sindacale. E così, le esangui casse del’MSI iniziarono ben presto a rifiorire grazie alle cospicue donazioni dell’Assolombarda ma anche dei grandi enti di Stato quali l’Iri e l’Eni, pur se a prezzo di qualche risentimento da parte di amici tradizionali del partito, come i petrolieri privati. D’altro canto, Almirante saprà giocare molto spregiudicatamente tra vecchi e nuovi sostenitori, fra capitale pubblico e privato, trovando fertile occasione di inserimento nelle vicende della Montedison, Bastogi e Sir. Requisito essenziale della fortunata ricetta almirantiana, restava il sapiente dosaggio tra manganello e doppiopetto – secondo una espressione coerente del tempo (p. 125).
Il Centro Studi Ordine Nuovo cessa di esistere, Rauti diventa un onorevole missino e solo una fronda minoritaria persiste nell’extraparlamentarismo, appellandosi come Movimento Politico Ordine Nuovo – vicende convulse tra aree che si sovrapponevano, cooperavano, si facevano concorrenza, sempre all’ombra dei poteri forti che ne garantivano l’agibilità politica e il supporto finanziario a cui contribuiva, ancora fino alla metà dei settanta, il traffico d’armi internazionale:
Come si sa, la produzione e il commercio di delle armi sono sempre assoggettati a particolari misure di sorveglianza:… L’attività di compravendita è soggetta ad una complessa serie di autorizzazioni e controlli cui non restano certo estranei i servizi di sicurezza. È dunque inevitabile che, svolgendo intermediazione in quel settore, si venga in contatto con gli apparati di intelligence e questo rimanda ad un’altra caratteristica della storia di ON: il costante rapporto con i servizi segreti e l’altissimo numero di collaboratori, informatori e confidenti più o meno occasionali presenti tanto nel gruppo dirigente nazionale, quanto nelle sedi locali e nell’ambiente più prossimo (p. 143).
Un paragrafo a parte merita Franco Freda, figura di riferimento (ancora oggi) del milieu nazifascista. Non un militante di Ordine Nuovo, in senso stretto, ma sicuramente molto vicino ai suoi vertici. Nel 2005 una sentenza della Cassazione stabilirà definitivamente la responsabilità di Freda in ordine alla strage milanese, organizzata da «un gruppo eversivo costituito a Padova nell’ambito di Ordine Nuovo, capitanato da Franco Freda e Giovanni Ventura» (entrambi non perseguibili perché già processati e assolti per lo stesso reato). Anche qui, grande “mobilita’” delle sigle e delle appartenenze, ma ferrea unità nel perseguire la via della “Guerra controrivoluzionaria” di cui la strategia della tensione fu il capitolo propriamente italiano.

Con il 12 dicembre 1969 si comincia a sgranare il rosario dello stragismo, nel quale l’ambiente di Ordine Nuovo – formalmente disciolto ma assolutamente operativo nella guerra sporca lanciata contro le sinistre – si distinguerà senza remore: sono ordinovisti gli autori della strage di Peteano del maggio 72; è vicinissimo ad ON il gruppo milanese della Fenice, coinvolto in più di un attentato; ebbe rapporti con ON anche Bertoli, sedicente anarchico, attentatore alla questura di Milano; è ordinovista Carlo Maria Maggi, condannato in via definitiva per la strage di Brescia.

Le vicende successive alla confluenza di ON dentro il Msi, alla creazione del MPON e infine alla nascita di Ordine Nero, raccontano la solita trama di sigle, scioglimenti e autoscioglimenti – rapporti da retrobottega da cui viene forte odore di zolfo, caserme e nitroglicerina. La caduta del Muro di Berlino e la sconfitta di parte operaia che, tra gli ’80 e i ’90, disegna nuovi equilibri in Italia e in Europa, vedono l’estrema destra cambiare e adattarsi alla mutevolezza dei tempi. Anche il mondo degli “apparati riservati” riadatta le sue funzioni, in epoca post-guerra fredda.

In mezzo a questi terremoti, Pino Rauti sopravvive come una salamandra, collezionando rinvii a giudizi e schivando sentenze. Faro morale della destra sociale, diventerà anche segretario del MSI nel 1990, cercando di promuoverne una improbabile svolta movimentista. Ma la strada dei missini, alla fine del secolo, si presenta decisamente in discesa: basta attendere il passaggio del cadavere della prima Repubblica, un paio d’anni dopo, per cominciare a prepararsi all’ingresso nella stanza dei bottoni. Molto personale politico passato da Ordine Nuovo si ritroverà a sedere nel Parlamento della seconda Repubblica, così come fu per la prima.

La parte finale del volume, a cura di Elia Rosati, si occupa del variegato bagaglio di suggestioni filosofiche e ideologiche che ON porterà in dote al dibattito dentro la destra italiana. Si ricorda la tensione ideale verso Evola e il nazionalsocialismo, la continuità con la memoria repubblichina (che pure Evola non esaltava), l’idea di Europa e Tradizione, contrapposte alla modernità decadente nelle sue due varianti – quella yankee e quella bolscevica. Tutto materiale interessante, ma collocato nel libro in una posizione indiscutibilmente “da appendice”: come a dire, nella vicenda di Ordine Nuovo, l’essenza della storia va cercata nel suo essere consapevole strumento del terrorismo di Stato. La mitopoiesi del “soldato politico” in lotta contro la “barbarie materialista”, è parte di una narrazione precocemente usurata: mai come nella destra radicale italiana idealità e prassi si scindono brutalmente e le ragioni del neo-fascismo si piegheranno docilmente alle esigenze di realpolitik dei mandanti e dei finanziatori – lasciando dietro di sé libri bislacchi, documenti pomposi, declamazioni di “sovversivismo esistenziale” e una gran massa di documentazione compromettente, a cui Aldo Giannulli ha avuto il merito di attingere con metodo e pazienza.

Si discute molto, oggi, di una presunta rinascita dell’estrema destra. Troppo complesso affrontare in questa sede la questione – e ovviamente, il libro non se ne occupa. Di fascisti in giro, in questo paese, ce ne sono sempre stati tanti. Diciamo che quelli all’opera oggi sembrano piuttosto cambiati: anziché “cavalcare la tigre” preferiscono cavalcare la protesta contro i campi rom, un po’ più agevole ed elettoralmente redditizia, rispetto alla titanica “lotta alla Modernità”. Giri vorticosi di società, merchandising, corsa ai talk show. A vederli tutti compunti a raccogliere firme contro un centro di prima accoglienza, mettono un po’ di tristezza: confermano una sorta di generale ridimensionamento delle velleità ideologiche – anche delle più ignobili –, tipica di questi tempi grami. Se questi tardi epigoni cominciassero a leggere libri come questo, forse conoscerebbero meglio le radici – marce – della storia che pretendono di rappresentare e reiterare oggi.

Mentre chiudo queste brevi note, le agenzie internazionali diffondono una notizia inquietante: l’Imam di Ripoll, Abdelbaky Es Satty, indicato come mente e organizzatore del nucleo jhiadista autore della strage di Barcellona, era ufficialmente in rapporto con i servizi segreti di Madrid. Non è il primo e non sarà l’ultimo, di quel mondo. L’impressione è di una tremenda coazione a ripetere. Pur nel profondo cambiamento di forze e contesti, mercenari, imbecilli e infiltrati, continuano a rappresentare un’arma persistente ed inossidabile della scontro geo-politico in atto. E i corpi delle persone comuni, diventano, di regola, terreno di battaglia: una storia che noi in Italia conosciamo bene.

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12/05/2014

Nazisti riciclati per la guerra fredda contro l’Urss. Tutti sapevano, anche in Germania

In questi anni sono circolate alcune “pillole” di notizie desecretate dagli archivi statunitensi sulle reti di criminali e alti ufficiali nazisti riciclati e arruolati in funzione antisovietica dai servizi segreti Usa e Nato dopo la Seconda Guerra Mondiale. Questa volta invece sono gli archivi tedeschi a fornire conferme sulla “guerra sporca” che le potenze occidentali scatenarono fin subito dopo la fine del conflitto con l’Urss, non esitando ad integrarvi anche i nemici mortali di ieri, sottraendoli soprattutto alla cattura da parte dei sovietici e limitandosi a celebrare il processo di Norimberga come evento catartico da consegnare alla memoria storica del futuro da parte dei vincitori.

Vicende come l’organizzazione “Odessa” (che mise in salvo anche molti criminali nazisti ucraini ad esempio) o la costituzione della Rete Gelehn che divenne il fulcro del Bnd (i servizi segreti tedeschi del dopoguerra), sono note ma non quanto lo dovrebbero essere nella memoria storica europea.

Una interessante corrispondenza dalla Germania di Tonia Mastrobuoni su La Stampa di oggi, riporta come anche dagli archivi tedeschi adesso siano stati desecretati documenti che confermano l’arruolamento degli alti ufficiali nazisti negli apparati statunitensi e della Nato.

E’ stato il Der Spiegel a rivelare i contenuti di questi documenti – con tracce che portano anche in Italia – e a confermare che il “padre” della Germania postbellica, denazificata e dell’Europa unita – il leader democristiano tedesco Conrad Adenauer – era perfettamente a conoscenza del riciclaggio e arruolamento dei nazisti nei servizi di sicurezza tedeschi del dopoguerra e in quelli statunitensi.

Dai documenti emerge che i nazisti erano stati incorporati in una organizzazione clandestina sullo stile di Gladio in Italia. Si trattava di circa 2000 combattenti veterani della Wemacht e delle SS in grado di mobilitarne altri 40mila (la metà secondo altre fonti) in caso di invasione sovietica o, negli anni successivi al 1953, dalla Germania Est. Tra essi figuravano anche figure di spicco sul piano istituzionale come il generale tedesco della Nato Hans Spiedel o l’ispettore generale del Ministero degli Interni Anton Grasser. Ma il fondatore dell’organizzazione era addirittura il fondatore della Bundeswher cioè la forze armate tedesche del dopoguerra Albert Schnez. Una continuità impressionante tra gli apparati militari nazisti e quelli “democratici” del dopoguerra.

In Italia su questo possiamo fare tutto tranne che sorprenderci sia perché il riciclaggio degli apparati del regime fascista in quelli repubblicani è stato fin troppo palese nel dopoguerra, sia perché la catarsi sui crimini e i criminali nazisti in Italia è stata pesante. Anche qui solo alcune stragi naziste come le Fosse Ardeatine o Sant’Anna di Stazzema o Marzabotto vengono celebrate istituzionalmente mentre altre sono state insabbiate in nome dell’Alleanza Atlantica. L’armadio della vergogna e gli ostacoli incontrati dai pochi magistrati civili e militari che hanno provato a indagare è lì a ricordarlo. Non solo, alcuni di questi criminali nazisti sono stati attivati anche in Italia dai servizi segreti militari statunitensi nella guerra di bassa intensità contro la sinistra e risultano coinvolti anche nelle inchieste su stragi come Piazza Fontana. E’ il caso di Karl Hass, arruolato dagli agenti statunitensi in Italia nella guerra sporca scatenata dagli anni Sessanta in poi.

Infine perché il modello adottato in Germania è lo stesso adottato con reti clandestine anticomuniste in Italia come Stay Behind (di stretta osservanza Usa) e Gladio (di osservanza Nato).

Alla luce di quanto sta accadendo alle periferia dell’Unione Europea, come l’Ucraina, recuperare e riconnettere questi pezzi di memoria storica è decisivo per impedire, come direbbe Bertold Brecht, che “la bestia che ha partorito il nazifascismo continui ad essere feconda”.

Vedi anche:

Italia e Germania coprirono i criminali nazisti nel dopoguerra

Verona. Tardiva condanna dei criminali nazisti

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Fortuna che l'impero del male era quello con falce e martello sulla bandiera.

19/03/2014

La nuova Gladio in Ucraina

Il suo nome di battaglia è Delta. È uno dei capi militari della «rivo­lu­zione ucraina» anche se, come lui stesso dichiara, non si con­si­dera ucraino. Sotto l’elmetto porta la kip­pah. Ne racconta la sto­ria l’agenzia di stampa ebraica Jta (con sede a New York), che l’ha inter­vi­stato in con­di­zioni di ano­ni­mato, foto­gra­fan­dolo in tuta mime­tica e giub­botto anti­pro­iet­tile col viso coperto da occhiali scuri e una sciarpa nera. Delta è un vete­rano dell’esercito israe­liano, spe­cia­liz­za­tosi in com­bat­ti­mento urbano nella brigata di fan­te­ria Givati, impie­gata nell’operazione Piombo Fuso e in altre azioni con­tro Gaza, tra cui il mas­sa­cro di civili nel quar­tiere Tel el-Hawa. Rien­trato qual­che anno fa in Ucraina in veste di uomo d’affari, ha for­mato e adde­strato insieme ad altri ex mili­tari israe­liani il plo­tone «Caschi blu di Maj­dan», appli­cando a Kiev le tec­ni­che di com­bat­ti­mento urbano spe­ri­men­tate a Gaza. Il suo plo­tone, dichiara alla Jta, è agli ordini di Svo­boda, ossia di un par­tito che die­tro la nuova fac­ciata con­serva la sua matrice neonazista.

Pro­prio per tran­quil­liz­zare gli ebrei ucraini che si sen­tono minac­ciati dai neo­na­zi­sti, Delta sot­to­li­nea che l’accusa di anti­se­mi­ti­smo nei con­fronti di Svo­boda è una «stron­zata». La pre­senza in Ucraina di spe­cia­li­sti mili­tari israe­liani è con­fer­mata dalla noti­zia, dif­fusa dalla Jta e altre agen­zie ebrai­che, che diversi feriti negli scon­tri con la poli­zia a Kiev sono stati subito tra­spor­tati in ospe­dali israe­liani, eviden­te­mente per impe­dire che qual­cuno rive­lasse altre sco­mode verità. Tipo quella di chi ha addestrato e armato i cec­chini che, con gli stessi fucili di pre­ci­sione, hanno spa­rato in piazza Maj­dan sia sui dimo­stranti sia sui poli­ziotti (quasi tutti col­piti alla testa). Tali fatti get­tano ulte­riore luce sul modo in cui è stato pre­pa­rato e attuato il golpe di Kiev.

Sotto regia Usa/Nato, attra­verso la Cia e altri ser­vizi segreti sono stati per anni reclu­tati, finan­ziati, adde­strati e armati i mili­tanti neo­na­zi­sti che a Kiev hanno dato l’assalto ai palazzi gover­na­tivi, e che sono stati poi isti­tu­zio­na­liz­zati come «guar­dia nazio­nale». Una docu­men­ta­zione foto­gra­fica, che cir­cola in que­sti giorni, mostra gio­vani mili­tanti neo­na­zi­sti ucraini di Uno-Unso adde­strati nel 2006 in Esto­nia da istrut­tori Nato, che inse­gnano loro tec­ni­che di com­bat­ti­mento urbano ed uso di esplo­sivi per sabo­taggi e atten­tati. Lo stesso fece la Nato durante la guerra fredda per for­mare la strut­tura parami­li­tare segreta di tipo «stay-behind», col nome in codice «Gla­dio». Attiva anche in Ita­lia dove, a Camp Darby e in altre basi, ven­nero adde­strati gruppi neo­fa­sci­sti pre­pa­ran­doli ad atten­tati e a un even­tuale colpo di stato.

Una ana­loga strut­tura para­mi­li­tare è stata creata e usata oggi in Ucraina, ser­ven­dosi anche di specialisti israe­liani. Il colpo di stato non avrebbe potuto però riu­scire se la Nato non avesse legato a sé gran parte dei ver­tici mili­tari ucraini, for­man­doli per anni nel «Nato Defense Col­lege» e in «operazioni per la pace» a guida Nato. E non è dif­fi­cile imma­gi­nare che, sotto quella uffi­ciale, sia stata costruita una rete segreta. Le forze armate ucraine hanno così obbe­dito all’ordine della Nato di «restare neu­trali», men­tre era in corso il golpe.

Dopo, la loro dire­zione è stata assunta da Andriy Paru­biy, cofon­da­tore del par­tito social­na­zio­na­li­sta ride­no­mi­nato Svo­boda, dive­nuto segre­ta­rio del Comi­tato di difesa nazio­nale, e, in veste di mini­stro della difesa, da Igor Ten­jukh, legato a Svo­boda. Sicu­ra­mente è già ini­ziata l’epurazione (o eliminazione) degli uffi­ciali non rite­nuti affi­da­bili. Men­tre la Nato, che già di fatto si è annessa l’Ucraina, dichiara il refe­ren­dum in Cri­mea «ille­gale e illegittimo».

di Manilo Dinucci, Il Manifesto, 18 marzo 2014

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10/10/2013

Le altre mani nelle stragi “mafiose”

Ci sono anche i fascisti, la "doppia mano" per l'esplosivo, e Gladio al centro dell'interesse della Direzione Antimafia di Caltanissetta che ha riaperto il fascicolo della strage di Capaci per individuare responsabilità oltre quelle di Cosa Nostra. Alcuni di questi temi sono presenti in un libro della giornalista Stefania Limiti, “Doppio Livello”, edito da Chiarelettere, intervistata dall'agenzia Ansa. Qui di seguito il testo dell'intervista:

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L'ultimo capitolo del suo lavoro si chiama “False bandiere a Capaci”: cosa significa?
Ho tentato di ricostruire la strage in cui morì Giovanni Falcone attraverso documenti giudiziari, e la "sollecitazione" di un ex appartenente alla Gladio siciliana, individuando per quanto possibile il "doppio livello" di quell'attentato che ormai viene pienamente considerato uno degli episodi della lunga strategia della tensione che ha destabilizzato l'Italia. La ricostruzione mi porta a dire che a Capaci non c'erano solo gli uomini di Toto' Riina: quella è solo una "falsa bandiera". Altre presenze hanno garantito il pieno "successo" della strategia stragista, secondo un modulo usato anche in altre  tragiche vicende.

Quali sono gli elementi che "parlano" di altre presenze?
L'analisi degli esplosivi fatta a suo tempo dal pm Luca Tescaroli indicava già l'utilizzo di sostanze non compatibili con quelle usate dalla mafia. Non dobbiamo poi dimenticare che Toto' Riina aveva pianificato l'assassinio di Falcone a Roma ma qualcuno gli chiese di cambiare programma, occorreva la strage. Chi gli ha dato assicurazioni? Il vecchio capo non lo ha mai voluto dire, dovrebbe ammettere di essere stato "giocato" ma ha lasciato ben intendere che non hanno fatto tutto da soli. Il suo avvocato, Luca Cianferoni, come riporto nel libro,  dice che "la strage di Capaci è al 90 per cento di mafia, il resto lo hanno messo gli altri, per quella di via D'Amelio siamo al 50 e 50 per cento e per le stragi sul continente la percentuale scende vertiginosamente. Inoltre, c'è Pietro Rampulla: il mafioso di Mistretta è considerato l'artificiere del gruppo stragista ma non è lì quel giorno. Rampulla è cresciuto alla scuola di Ordine Nuovo".

Qual è il significato della nuova inchiesta?
Enorme, perché per la prima volta si potrebbe portare alla sbarra il "doppio livello" dello stragismo, quello che rimanda ai concorrenti esterni che sono sempre presenti quando una strage o un delitto politico, hanno un impatto sulla vita del paese e ne determinano il futuro".

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Il fascista Pietro Rampulla insieme all'avvocato Rosario Cattafi (che l'autorevole rivista “I Siciliani” indica come trat d'union tra servizi segreti e organizzazioni mafiose e testimone nell'indagine sulla trattativa tra Stato e mafia) erano due attivi neofascisti di Messina nei primi anni '70. Pietro Rampulla, viene chiamato “l’artificiere”, militante di Ordine Nuovo originario di Mistretta (Messina), viene ritenuto vicino alla cosca di Nitto Santapaola. Secondo le rivelazioni del pentito Giuseppe Brusca sarebbe lui l’uomo che procurò il telecomando usato nella strage di Capaci inviandolo allo stesso Brusca attraverso il boss Pippo Gullotti.

Se il libro della Limiti sembra voler scavare a fondo sulle stragi del '92 - '93 altre preoccupazioni stanno intanto affiorando su una nuova possibile stagione di sangue. I magistrati di Caltanissetta, partendo dalle indagini su una lettera anonima che lo scorso 26 marzo allertava la Procura di Palermo sulla possibile ripresa della linea stragista da parte di Cosa Nostra, e sulla nuova alleanza tra Totò Riina e i capi della Sacra Corona Unita, hanno passato al setaccio i colloqui del boss mafioso coi suoi familiari, puntando l'attenzione su una frase in particolare: "La Juve è una bomba". Una frase che i magistrati ritengono non pertinente al tema del colloquio, tanto più che Totò "u curtu" è tifoso del Milan. "In un altro colloquio - scrive Il Fatto Quotidiano - il Capo dei Capi avrebbe messo in guardia i suoi familiari: "State attenti" mentre in un altro colloquio afferma: "Difendetevi". Ma a mettere in allarme i magistrati è anche il fato che nel carcere milanese di Opera dove Riina è recluso dal 2003 in regime di 41 bis, tutti i soggetti messi ultimamente in socialità con lui sono appartenenti alla Sacra Corona Unita pugliese. Un link, quello tra i Riina e la Puglia che sembra confermato dal fatto che la figlia primogenita del boss, Maria Concetta, da tempo si è stabilita a San Pancrazio Salentino, dove anche la madre, Ninetta Bagarella, starebbe valutando di trasferirsi.

Sullo sfondo c'è il processo che si è aperto a Palermo sulla trattativa Stato-mafia che portò allo stop delle stragi eseguite nel '92 e '93, accollate interamente alla mafia e in particolare ai corleonesi ma che, come in qualche modo richiama il libro di Stefania Limiti, non sembrano poter essere liquidate come mere stragi di mafia. Se restano ancora moltissimi i punti da chiarire sulle connessioni nelle stragi con servizi segreti e neofascisti (che indubbiamente avevano parecchia esperienza in materia), il processo di Palermo dovrebbe portare alla luce non solo la trattativa Stato-mafia ma anche la materia di scambio nella trattativa, quegli “accordi indicibili” di cui parla il consigliere giuridico del Quirinale, D'Ambrosio, recentemente scomparso e finito nelle indagini che hanno portato all'apertura del processo di Palermo.

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26/03/2012

L’ultimo viaggio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin in Somalia e quell’ombra di Gladio

Un anno d’inchiesta “vecchio stile”, cercando conferme, incrociando fonti, analizzando migliaia di documenti. Un archivio di Gladio che si apre, con nuove esplosive piste su alcuni misteri d’Italia, ad iniziare dall’omicidio Alpi-Hrovatin. Il Fatto quotidiano ricostruisce oggi in esclusiva la presenza a Bosaso, in Somalia, di alcuni reparti “informali” della nostra intelligence il 14 marzo del 1994, quando Ilaria Alpi e Miran Hrovatin stavano preparando l’ultima loro inchiesta. Un messaggio inedito partito dal comando carabinieri presso il Sios della Marina militare di La Spezia definiva i due giornalisti “presenze anomale”, ordinando un “possibile intervento”.

Ilaria Alpi, l’ombra di Gladio
Sono le tre del pomeriggio a Bosaso, porto strategico del nord della Somalia. E’ un martedì di un mese di marzo che rimarrà scolpito nella storia italiana. E’ il 1994, anno indimenticabile. Il nostro esercito a Mogadiscio stava preparando la smobilitazione, lasciando al proprio destino il Paese che aveva dominato per anni. Prima come colonia, poi come protettorato, quindi come zona di influenza silenziosa, infine con l’Operazione Ibis, inserita nel più ampio intervento Onu “Restore Hope“, riportare la speranza. Mancavano pochi giorni alla fine di una guerra mascherata dall’etichetta dell’intervento umanitario, che per due anni ha accompagnato il periodo più oscuro del nostro Paese, stretto tra le stragi e le trattative sotterranee con il potere mafioso, con l’apparato politico ed economico messo sotto scacco dalle inchieste e dagli arresti. Solo quattro mesi prima di quel marzo del 1994 il presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro aveva parlato di “un gioco al massacro”. Stragi, massacri, esecuzioni. Parole che hanno segnato gli anni oscuri della Repubblica, in un momento dove riappare l’ombra delle strutture riservate dei servizi, derivate – secondo alcuni documenti inediti – direttamente da Gladio.

Alle tre del pomeriggio del 15 marzo Ilaria e Miran erano seduti in un albergo non distante dal porto, registrando una delle ultime interviste della loro vita, al Sultano di Bosaso. “Perché questo è un caso particolare”, aveva annotato la giovane reporter del Tg3 su uno dei pochi block notes arrivati in Italia dopo la sua morte a Mogadiscio. Nei pochi minuti rimasti di quella intervista Ilaria parla di navi, chiede di un battello rapito, incalza il sultano cercando di capire i legami tra i traffici somali e l’Italia. Che stava accadendo in quel luogo, sperduto ma strategico? E’ la domanda chiave che potrebbe spiegare l’agguato mortale del 20 marzo 1994, quando i due giornalisti furono uccisi nelle strade di Mogadiscio.

Diciotto anni dopo, forse il muro impenetrabile che ha impedito di capire cosa rappresentava la Somalia per l’Italia nel 1994 inizia a mostrare qualche piccola breccia. Un documento inedito racconta una storia parallela, una trama che potrebbe incrociarsi con quel viaggio a Bosaso di Ilaria e Miran. E’ un messaggio dattiloscritto su un modulo militare, partito il 14 marzo del 1994 dal comando carabinieri del Sios di La Spezia, il servizio segreto della Marina militare sciolto nel 1997 e confluito prima nel Sismi e poi nell’Aise. Una comunicazione diretta a un maggiore in servizio a Balad, sei giorni prima dell’ammaina bandiera e dell’evacuazione delle nostre truppe: “Causa presenze  anomale in zona Bos/Lasko (Bosaso Las Korey, nda) ordinasi Jupiter rientro immediato base I Mog”. Presenze anomale, a Bosaso. Quel 14 marzo Ilaria Alpi e Miran Hrovatin erano appena arrivati nella città al Nord della Somalia, zona dove i due giornalisti non potevano passare inosservati. E’ di loro che si sta parlando? Con ogni probabilità sì, è difficile formulare altre ipotesi. “Ordinasi spostamento tattico Condor zona operativa Bravo possibile intervento”, prosegue il messaggio. Che stava accadendo in quella città il giorno dell’arrivo di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin? Chi è Jupiter? E chi è Condor? E poi, perché l’intelligence italiana ha sempre assicurato di non avere nulla a che fare con la città di Bosaso?

Il generale Carmine Fiore è stato l’ultimo alto ufficiale a guidare l’operazione Ibis in Somalia. Era lui al comando in quei giorni, quando i nostri reparti si preparavano a ritornare in Italia. Osserva a lungo il documento partito dal Sios. Legge e rilegge quegli ordini, intuendo chi potesse essere quel maggiore che riceve il messaggio, il cui nome è parzialmente coperto da un omissis. “Non ho mai visto questo ordine, nessuno me ne ha mai parlato”, spiega. E aggiunge: “Se questo documento è vero vuol dire che esisteva una struttura occulta, non nota al comando del contingente”. Un gruppo particolare, in grado di svolgere operazioni coperte.

I tanti militari e agenti del Sismi interpellati per capire meglio il senso del messaggio partito da La Spezia non hanno contestato l’autenticità. Qualcuno – chiedendo l’anonimato – si è chiuso dietro l’obbligo del segreto al solo sentir parlare di Somalia. Per tutti appariva chiaro un dato di contesto: quel linguaggio, quel tipo di comunicazione e le strutture coinvolte hanno un marchio di fabbrica ben noto, Gladio, o meglio SB, cioè Stay Behind, come ufficialmente veniva chiamata. Un’organizzazione che nel 1994 in teoria non esisteva più, ma che per un ex agente della Struttura SB (che chiede l’anonimato per ragioni di incolumità personale) ha continuato a operare, cambiando semplicemente nome.

Una storia che non sorprende Felice Casson, oggi senatore del Pd, che da magistrato ha condotto due importanti indagini sul traffico internazionale di armi e su Gladio: “Ricordo che a cavallo di quelle due inchieste mi venne a trovare Ilaria Alpi, voleva più informazioni – racconta – le avevo promesso che ci saremmo rivisti. Avevo conservato il suo biglietto”. Per l’ex magistrato il messaggio sulle “presenze anomale” è sicuramente un documento importante: “Non posso affermare o escludere l’autenticità, servirebbe una perizia, ma posso dire che è compatibile con la struttura Gladio”.

La Somalia di Jupiter
C’è un riscontro immediato e importante del messaggio partito dal comando carabinieri del Sios di La Spezia. Jupiter è l’alias di un italiano, un civile, Giuseppe Cammisa. Era il braccio destro di Francesco Cardella, il guru della comunità Saman, morto lo scorso 7 agosto a Managua, dove si era rifugiato da diversi anni per sfuggire alla giustizia italiana. Cammisa era sicuramente in quella zona, come dimostrano alcuni documenti ritrovati nell’archivio milanese di Saman. C’è una fotocopia del suo passaporto, con il visto per Gibuti; c’è la prenotazione del viaggio aereo, con partenza da Milano il 5 marzo 1994; e c’è un documento molto importante, la lettera di accreditamento per il viaggio fino a Bosaso con un aereo Unosom, il comando Onu della missione Ibis/Restore Hope. Un volo fondamentale per la ricostruzione degli ultimi giorni del viaggio dei due reporter della Rai: quell’aereo, partito da Gibuti il 16 marzo, è lo stesso che avrebbe dovuto riportare a Mogadiscio Ilaria e Miran. I due giornalisti persero quell’opportunità, forse perché secondo fonti della nostra stessa intelligence presente in Somalia, minacciati e trattenuti per il tempo sufficiente a far perdere loro il volo. Un altro dato sicuro è il soprannome di Cammisa, il nomignolo che ancora oggi usa: Jupiter, Giove.

Anche il servizio interno, il Sisde, si era occupato della strana missione di Jupiter nella zona di Bosaso. Un appunto datato 12 marzo 1994, diretto alla “segreteria speciale” del ministero dell’Interno, descrive nei dettagli quanto stava avvenendo nei giorni che precedono l’arrivo di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin: “Come da espressa richiesta, si conferma nelle aree adiacenti il villaggio somalo di Las Quorey, un vasto perimetro recintato già in uso per la lavorazione di prodotti ittici e derivati e adoperato in precedenza dalla Stasi/DDR (il servizio segreto dell’allora Germania orientale, ndr) per operazioni militari non convenzionali nel territorio somalo. In detta area peraltro riutilizzata tutt’oggi da personale italiano è stata notata senza dubbio alcuno nei giorni scorsi la presenza di detto ‘Jupiter’ appartenente alla ben nota struttura della Gladio trapanese”. Jupiter, dunque, era noto come membro di Gladio anche per il Sisde, che – andando oltre i compiti istituzionali – monitorava quanto stava avvenendo in quei giorni attorno alla città di Bosaso.

Secondo la versione ufficiale di Saman, quella missione di Cammisa e del medico somalo Omar Herzi (che in quel periodo collaboarava all’organizzazione di Cardella) serviva a creare un ospedale a Las Korey (nome di un villaggio a cento chilometri da Bosaso, richiamato nel messaggio del 14 marzo). Così lo ricorda Francesco Cardella, intervistato via email pochi giorni prima della sua morte a Managua: “L’idea di base – discussa con il giornalista e profondo conoscitore della Somalia  (nonché caro amico mio) Pietro Petrucci - era di produrre una missione umanitaria nella zona dell’ex Somalia britannica. Con questo scopo andammo a Las Korey io, lo stesso Petrucci e il dottor Hersi”. Un primo viaggio realizzato alla fine del 1993. Prosegue il racconto: “Mandai Cammisa e Hersi prima a Dubai – dove avrebbero acquistato un fuoristrada ed altre attrezzature necessarie ad un primo intervento e dove avrebbero ricevuto medicinali inviati da Milano – e da lì – via Gibuti – nella zona di Las Korey”. Dunque la presenza di Cammisa, alias Jupiter, a Bosaso quella settimana prima dell’agguato di Mogadiscio è confermata da più fonti.

C’è di più. Uno degli attuali dirigenti di Saman, Gianni Di Malta, ricorda con precisione un episodio molto importante: “Quando Cammisa tornò dalla Somalia mi raccontò di aver incontrato Ilaria Alpi, in un albergo di Bosaso”. Parole che oggi Jupiter smentisce, assicurando di non aver mai incontrato la giornalista rimasta uccisa a Mogadiscio diciotto anni fa. Per poi aggiungere: “E poi, non so neanche cosa sia questa Gladio”.

Giuseppe Cammisa è uno dei pochi che oggi potrebbe spiegare quello che stava avvenendo a Bosaso in quei giorni, visto che quasi tutti i protagonisti di quella missione di Saman sono morti. Tutti meno uno, l’ex giornalista Pietro Petrucci, esperto fin dagli anni ’80 di questioni somale, che, secondo Francesco Cardella, fu uno degli ideatori del presunto progetto sanitario di Saman. Oggi vive in Francia, dopo aver lavorato per anni come esperto della commissione europea. Di quella vicenda, però, non vuole parlare. Ha evitato di citare il progetto Saman anche davanti a due commissioni parlamentari d’inchiesta, quella sulla cooperazione della fine degli anni ’90 e quella diretta da Carlo Taormina sulla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Per ben due volte confermò la sua presenza a Bosaso alla fine del 1993, senza però raccontare nulla, neanche un cenno, del progetto Saman. Nulla disse, poi, del viaggio di Cammisa/Jupiter e di Herzi – suo amico – nel marzo del 1994.

Lo stesso Sismi - in una nota del 10 novembre 1997, firmata dall’allora direttore del servizio Gianfranco Battelli – non credeva alla versione ufficiale della missione umanitaria di Saman: “Nulla, invece, è noto circa il suo impegno nella costruzione di un ospedale o di altra struttura a Bosaso”. Un progetto sanitario avviato mentre era in corso un intervento massiccio del nostro esercito, sconosciuto alla nostra intelligence: qualcosa decisamente non torna. Una cosa è in ogni caso sicura: troppi omissis impediscono ancora oggi di ricostruire la verità sull’agguato del 20 marzo 1994, quando un commando uccise Ilaria e Miran, appena tornati da Bosaso.

Quello strano centro Scorpione a Trapani
C’è un secondo messaggio del Sios di La Spezia che cita Jupiter. E’ datato marzo 1989, diretto questa volta ad una struttura di Gladio, il Cas Scorpione di Trapani. Annuncia la visita di un onorevole – il nome non è chiaramente leggibile sulla copia consultata – e chiede la disponibilità di Jupiter e di Vicari, ovvero il nome in codice di Vincenzo Li Causi, l’agente del Sismi che all’epoca dirigeva il centro Scorpione. E’ un passaggio importante, visto che quella base di Gladio utilizzava il campo volo di Trapani Milo, pista dismessa distante appena quattro chilometri dalla comunità Saman, dove Cammisa lavorava come uomo di fiducia di Francesco Cardella; la stessa pista dove di nascosto il giornalista e sociologo Mauro Rostagno, nell’estate del 1988 (una paio di mesi prima di essere assassinato), aveva filmato il caricamento di casse di armi dirette in Somalia su un aereo militare.

Vincenzo Li Causi non era un agente qualsiasi. Maresciallo dell’esercito, era stato addestrato per anni per compiere missioni difficili e riservate, dalla liberazione di Dozier fino a operazioni sotto copertura in Perù. Secondo alcuni fonti aveva conosciuto Ilaria Alpi durante un corso di lingua araba in una scuola di Tunisi. Un nome che riporta di nuovo alla Somalia, terra dove Li Causi verrà ucciso il 12 novembre 1993, quattro mesi prima dell’agguato di Mogadiscio, durante una missione a Balad. Ancora oggi su quella morte rimangono molti dubbi non risolti: un unico colpo lo raggiunse sotto il giubbotto antiproiettile, mentre rientrava verso la base degli incursori. Secondo l’ex appartenente a Stay Behind, Vincenzo Li Causi sarebbe stata la fonte di Ilaria Alpi, che ben sapeva cosa stava avvenendo a Bosaso.

Sul centro Scorpione si sono concentrate diverse inchieste, senza mai definire con chiarezza quale fosse il vero scopo di una base di Gladio in Sicilia. Secondo le deposizioni raccolte dai magistrati l’unico rapporto che sarebbe stato prodotto dagli agenti di Stay Behind tra il 1987 e il 1990 (periodo di funzionamento del gruppo di Trapani) avrebbe riguardato proprio la Saman. Era proprio così? Alcuni documenti provenienti dall’archivio Gladio parlano di operazioni legate al traffico di armi e di esercitazioni con esplosivo e mute di sommozzatori nel giugno del 1989. Ovvero nei giorni del fallito attentato dell’Addaura, che tanto inquietò Giovanni Falcone. Forse solo suggestioni, forse coincidenze, peraltro rimaste racchiuse nei cassetti dei servizi segreti italiani, negando alla magistratura la possibilità di analizzare tutte le piste possibili.

L’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin potrebbe dunque nascondere qualcosa che va al di là di ogni ipotesi immaginata fino ad oggi, traffici che hanno visto il coinvolgimento di apparati dello Stato, coperti per diciotto anni, grazie a silenzi e depistaggi.

Fonte.

Leggere ste cose mi convince che la realtà contingente dell'uomo della strada è nulla confronto a ciò che sì muove dietro, nell'universo degli innominabili.