Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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19/08/2026

Esaurita la funzione giudiziaria, il sequestro Moro va consegnato alla storia

di Paolo Persichetti

«La ricerca della verità, alimentata dal dubbio è ragione di vita» è stato scritto recentemente su un quotidiano dopo la notizia che il gip romano Patrone ha concesso sei mesi di proroga per una inchiesta sul sequestro Moro, scaturita da una serie di esposti presentati dai legali dei familiari di Domenico Ricci, l’autista della vettura del politico democristano rimasto ucciso in via Fani il 16 marzo del 1978, insieme agli altri quattro membri della scorta armata.

Verità storica o giudiziaria?

Difficile negare un assunto del genere, a patto che si convenga sul suo significato: verità storica o giudiziaria? Non sono la stessa cosa. Entrambe, in via teorica, mirano all’accertamento dei fatti, ma la giustizia è interessata solo ai fatti-reato mentre la ricerca storica ha una visione globale degli eventi e una nozione molto più ampia dei fatti: la storia delle mentalità ha interrogato l’immateriale, il mutare delle idee, dei sentimenti, delle paure, delle ansie nelle epoche. La verità giudiziaria si sofferma sulla ricerca della responsabilità personale nei fatti-reato, quella storica allarga il campo: si interessa ai fatti sociali complessivi, alle interazioni tra umani e con l’ambiente e ne ricerca cause, contesto, esiti, elaborando problematizzazioni senza confini. Gli approcci sono molto diversi: la verità giudiziaria, per esempio, una volta passata in giudicato è difficilmente sindacabile e ha il paradossale potere di creare i fatti. Per intenderci: le sentenze giudiziarie hanno l’effetto di postulare che un determinato fatto sia avvenuto anche se storicamente non è mai accaduto. Il sistema giudiziario contiene una pretesa creativa della realtà. Il lavoro storico invece sa che la verità prodotta ha un valore determinato: nuove acquisizioni possono rimetterne in discussione non solo l’interpretazione, ma anche la genesi, il significato, fino all’esistenza del fatto stesso. La storia è una metodologia aperta poiché accetta la confutazione, al contrario la giustizia si percepisce come un sistema chiuso, dove la correzione si esercita in casi delimitati ed estremamente rari.

Ultima, grande differenza: la ricerca storica non ha limiti di tempo, nata con la scrittura esisterà finché l’uomo non perderà la capacità di trasmettere ai posteri il suo passato. Al contrario, il sistema giudiziario agisce con giustizia se interviene in uno spazio-tempo delimitato, non può essere permanente ed eterno pena trasformarsi nel suo opposto: un incubo totalitario dove trovano spazio ministeri della verità e neolingue.

Cinquant’anni di inchieste, processi, condanne e commissioni parlamentari

È un po’ quel che sta accadendo, a quasi cinquant’anni dai fatti, con il cosiddetto «caso Moro», nonostante la vicenda sia stata ripetutamente scandagliata in lungo e largo da magistratura e commissioni parlamentari e nel frattempo sia stato reso accessibile agli studiosi, con le direttive Prodi (2008), Renzi (2014) e Draghi (2021), uno dei più ampi bacini documentali esistenti in Italia. Cinque iter processuali, con Metropoli e Pecorelli fanno sette (ovvero 21 sentenze dalla prima del gennaio 1983 all’ultima cassazione del 2003). Nel complesso sono state inquisite non meno di 50 persone, in primo grado furono comminati 32 ergastoli e 316 anni di carcere complessivi, corretti in parte solo successivamente con l’emanazione della legislazione premiale per i dissociati. L’attività inquisitoria della magistratura e delle forze di polizia fu imponente, seppur inizialmente imprecisa. Molte le incongruenze nella erogazione delle condanne, numerose attribuite unicamente per «responsabilità di posizione» in assenza di un qualunque contributo alla consumazione del reato. Tra i primi processi e gli ultimi ci furono anche divergenze sulla valutazione della responsabilità personale a parità di comportamenti. Clamorosa la condanna di 25 imputati per il tentato omicidio dell’ingegner Alessandro Marini, episodio mai avvenuto come accertato dalla stessa CM2 e riconosciuto, seppur tardivamente, dallo stesso testimone.

Oltre ai processi si sono tenute quattro commissioni d’inchiesta parlamentare (senza contare P2 e Mitrokin, che se ne occuparono lateralmente), di cui una, la Stragi, protrattasi per più legislature: CM1 1979-83; Stragi 1988-2001; P2 1981-1984; Mitrokin 2002-2006; CM2 2014-2018; Antimafia-Salvini 2021-2022. Quest’ultima, in assoluto la più grottesca – seguita alla fallimentare esperienza della Moro 2 – si è sviluppata nell’ambito della vecchia commissione antimafia, trasformata in un irriconoscibile contenitore omnibus suddiviso in ben 24 sottosezioni dedicate ciascuna agli argomenti più disparati, tra cui l’uccisione di Pasolini, il delitto Cesaroni è, dulcis in fundo, la eventuale «presenza di terze forze, riferibili ad organizzazioni criminali, nel compimento dell’eccidio di via Fani». Indagine affidata all’allora magistrato Guido Salvini che avvalendosi del contributo di alcuni siti complottisti e pubblicistica dietrologica ha redatto la sua personale visione dei fatti in una relazione depositata nel gennaio 2023.

Una nuova fallimentare stagione di indagini e commissioni

Una ulteriore stagione di nuove inchieste si aprì nel 2013 con le dichiarazioni di Vito Antonio Raso, uno degli artificieri intervenuti in via Caetani, sulla Renault 4 dove venne rinvenuto il corpo di Moro. A seguire l’indagine sulle dichiarazioni di Steve Pieczenik, l’esperto inviato dal Dipartimento di Stato Usa nei giorni del sequestro. Un’altra ancora riguardava le affermazioni di un presunto finanziere sulla mancata liberazione del presidente DC, infine l’indagine scaturita da una lettera anonima ricevuta da un ex agente della digos nella quale si faceva il nome del presunto motociclista di via Fani. Le indagini chiarirono che Raso aveva mentito, mentre Pieczenik smentiva di aver avuto un ruolo nella morte di Moro. Imposimato invece era stato raggirato da un falso finanziere e l’estensore della lettera anonima, tale Antonio Fissore che si era indicato come il motociclista di via Fani, deceduto nel frattempo per un male incurabile, aveva preso in giro tutti ricalcando la sceneggiatura di un film complottista di Renzo Martinelli, Piazza delle cinque lune, apparso nel 2003.

Nonostante l’esito inconcludente di queste inchieste, il loro clamore mediatico aveva sortito comunque un importante effetto politico: la nascita della nuova commissione di inchiesta Moro 2, presieduta da Giuseppe Fioroni.  Terminata senza aver prodotto una relazione conclusiva, peggio ancora ignorando i risultati delle nuove perizie scientifiche che confermavano le dichiarazioni fatte nel corso del tempo da tutti i brigatisti presenti in via Fani e in via Montalcini. Risultati che smentivano le ipotesi complottiste postulate, senza dimenticare lo strascico di querele per aver tirato in ballo persone estranee, come la giornalista della Tv tedesca Birgit Kraatz. La CM2 lasciò in eredita alla procura un nuovo filone di indagini che i media etichettarono come Moro sexies.

Dal 2018 al 2023 il pm Eugenio Albamonte istruì cinque nuove inchieste: sulle tracce genetiche presenti in via Gradoli e nella 128 con targa diplomatica utilizzata dai brigatisti in via Fani, sulla veridicità del cartellino fotosegnaletico che indicava un presunto arresto di Casimirri nel maggio 1982, sulle modalità di parcheggio delle Fiat 128 del commando Br in via Licinio Calvo e la presenza di garage o ripari brigatisti nella zona, su via dei Massimi e l’ipotesi che vi fosse l’iniziale prigione di Moro, sul traffico mail di Casimirri intercettato dalla Fbi e sull’archivio personale di chi scrive questo articolo.

Indagini ampie che hanno condotto a cinque richieste di archiviazione, di cui ad oggi quattro accolte dagli uffici del Gip: in via Gradoli c’erano degli stivali appartenenti ad Adriana Faranda ma nessuna traccia genetica di Moro; i dna presenti nella 128 giardinetta appartenevano al proprietario e suoi conoscenti. Le Fiat 128 furono parcheggiate poco dopo l’agguato in via Fani, come raccontato dai brigatisti. In via dei Massimi non c’era nessun riparo, tanto meno la prima prigione di Moro. In quei giorni tutte le palazzine della via furono rastrellate dalle forze di polizia che non trovarono nulla di sospetto (cf. N.224/Sca Div. 1A/Sez. 3/12798/15 a firma Lamberto Giannini del 29 settembre 2015). Quella presenza quotidiana e massiccia di poliziotti avrebbe reso impossibile a chiunque di utilizzare quei luoghi come nascondiglio. Gallinari stesso aveva raccontato a pagina 201 della sua autobiografia, uscita nel 2006, di essere stato ospite per alcune settimane – sei mesi dopo la conclusione del rapimento – nell’abitazione di un ufficiale, poi identificato come Fabio Milioni, all’epoca giovane militante di estrema sinistra. Il cartellino segnaletico di Casimirri era un falso architettato da un appartenente agli apparati non identificato. L’identità di chi voleva costruire l’ennesimo mistero è rimasta sconosciuta. Infine il sequestro del mio archivio è risultato un grave abuso, una palese vendetta contro la ricerca storica indipendente.

Ancora un esposto

Nel 2023 l’avvocato Brigida ha presentato un nuovo esposto al pm Albamonte che lo lasciò in eredità alla dottoressa D’Amore. Brigida e successivamente l’ex magistrato Salvini, divenuto avvocato, presentarono una lunga serie di nuove memorie, alcune ispirate anche da atti d’indagine raccolti nel processo per i fatti della cascina Spiotta, conclusosi lo scorso giugno 2026 con la debacle dell’accusa.

Nel maggio del 2025 la pm D’Amore ha chiesto l’archiviazione, riscontrando nelle denunce solo congetture frutto di una mera rielaborazione dei risultati prodotti da precedenti indagini, in assenza di elementi nuovi. Lo scorso giugno, dopo l’opposizione avanzata dalle parti civili, il Gip Patrone ha concesso una proroga di sei mesi per ripetere una serie di accertamenti già realizzati in passato e svolgerne dei nuovi. La decisione è stata salutata dai commentatori vicini alle tesi dietrologiche come una «riapertura del caso Moro», anche se la sequela infinita di inchieste, processi e commissioni che l’hanno preceduta lascia piuttosto pensare al suo canto del cigno.

Il solito ignoto

La criticità di queste nuove indagini, tutte condotte formalmente «contro ignoti», anche se poi mirate contro nomi ben precisi (in questo caso l’ostinata pretesa di Brigida e Salvini di dimostrare che il brigatista Azzolini, già condannato all’ergastolo per il ruolo avuto nell’esecutivo brigatista durante il sequestro Moro, fosse il fantomatico quinto uomo di via Fani), trova ragione nella impossibilità di agire delle difese, che avrebbero certamente attirato l’attenzione del Gip sulla inutile ripetizione di perizie più volte realizzate in passato, come quella su proiettili, bossoli e numero di armi impiegate, già tutti identificati e assegnate. Oltretutto in via Fani c’erano già due membri dell’esecutivo nazionale la mattina del 16 marzo (Moretti e Bonisoli), le Br non potevano permettersi il lusso di metterne a rischio un terzo, ovvero trequarti del vertice brigatista. La colonna milanese aveva già inviato come rinforzo Bonisoli (che in precedenza era stato tra i fondatori della colonna romana), non vi era ragione di inviare anche Azzolini che per giunta non conosceva Roma, visto che come secondo rinforzo era sceso Raffaele Fiore da Torino. Durante una delle pause del processo di Alessandria, Azzolini ha cortesemente spiegato queste cose all’avvocato – ex magistrato – Salvini che lo pressava. Ma a quanto pare non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire.

Atti già valutati

Anche la richiesta di acquisire le informative dei Ros e le dichiarazioni del confidente del Sid di Padova, Leonio Bozzato, cozza con le valutazioni già effettuate durante il processo di Alessandria, dove nulla è emerso in merito a notizie sul sequestro Moro. Bozzato, che operava all’interno dell’assemblea autonoma di Porto Marghera, riuscì a infiltrarsi nella colonna veneta solo nel biennio '75-'76. Dopo il marzo 1976 dovette ritrarsi per i sospetti che gravavano contro la sua persona. In aula ha confermato di non aver mai saputo nulla sul futuro sequestro Moro. La stessa intercettazione ambientale nella quale Azzolini racconta al suo ex compagno di colonna Savino, quanto Bonisoli gli riferì sulla dinamica dell’azione di via Fani, non aggiunge nulla di nuovo. Semmai conferma i tormenti successivi di Bonisoli per aver perso il controllo emotivo in quel frangente, esplodendo un numero eccessivo di colpi contro Iozzino. Tutte circostanze che smentiscono le tesi delle parti civili riprese dalla relazione per l’antimafia, stilata da Salvini.

Il sequestro Moro è da tempo un tema storiografico maturo che trova purtroppo ancora ostacoli nelle pretese strumentali della politica e nella permanenza delle ipoteche penali della magistratura.

Fonte

15/08/2026

Diffidare sempre di chi ha l’istinto a punire

 Lavitola e Ranucci, fra trame ridicole e megalomanie ancora più grottesche, stanno un filino sotto I soliti ignoti. Sembrano personaggi usciti da Alan Ford. Eppure da giorni campeggiano sulle prime pagine dei quotidiani italiani, occupano televisioni e conversazioni, fino al punto che persone che non sentivi da anni ti cercano per sapere “cosa ne pensi” di Ranucci e Lavitola.

La risposta più spontanea sarebbe: “niente, caro, non me ne può fregare di meno”. Ma proprio la sproporzione tra la vicenda e l’enorme attenzione che le viene riservata finisce per raccontare qualcosa dello stato miserando della nostra discussione pubblica.

Valter Lavitola ha ammesso davanti ai magistrati di essere stato il mandante dell’attentato dinamitardo del 16 ottobre 2025 contro Sigfrido Ranucci. La sua spiegazione appartiene già alla storia del grottesco nazionale: avrebbe organizzato un falso attentato non per uccidere il giornalista, ma per proteggerlo, inducendo lo Stato a rafforzarne la scorta.

È la versione di Lavitola, naturalmente, e come tale deve essere trattata. La Procura sta verificandola e valuta anche altre ipotesi sul movente. Non risultano elementi investigativi che indichino una conoscenza preventiva del piano da parte di Ranucci. Questo va detto con chiarezza, proprio perché “il metodo” che intendiamo criticare consiste nel trasformare suggestioni e coincidenze in prove.

Ma sgombrato il campo da qualsiasi equivoco, rimane una storia irresistibilmente simbolica. Lavitola è uno di quei personaggi che sembrano essere stati inventati per impedire alla realtà italiana di diventare troppo seria: faccendiere, intermediario, uomo di relazioni, protagonista di vicende politico-giudiziarie dell’ultima stagione berlusconiana, comparso anche nella guerra tra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini.

Uno di quei personaggi cui la politica, quando serve, affida ciò che preferisce non fare alla luce del sole. Un bandito senza particolare inclinazione per l’etica e la morale, insomma. Confesso: quasi mi sta più simpatico di Ranucci.

Perché il problema Ranucci, almeno per noi, non nasce oggi. E nemmeno il problema Report.

Abbiamo sempre guardato con diffidenza a quel format, già ai tempi di Milena Gabanelli. Non perché il giornalismo d’inchiesta sia inutile – esattamente il contrario – né perché Report non abbia realizzato inchieste importanti.

Il problema è una precisa concezione dell’inchiesta e del rapporto con lo spettatore: una comunicazione nichilista nella quale la realtà appare interamente occupata da poteri giganteschi, compromissioni infinite, reti ramificate e interessi tentacolari, mentre chi guarda viene lasciato piccolo piccolo, con le spalle al muro, davanti a qualcosa di troppo enorme per poter essere modificato.

L’inchiesta, in questo modello, rischia di diventare una pedagogia dell’impotenza. Dietro una porta c’è un interesse, dietro quell’interesse una rete, dietro quella rete un’altra rete ancora. Il potere è dappertutto e proprio per questo finisce per non essere più da nessuna parte.

Alla fine sappiamo forse qualcosa in più, ma comprendiamo molto meno quali siano i rapporti sociali, economici e politici che producono ciò che abbiamo appena visto. E soprattutto non sappiamo che cosa farcene.

Al conservatorismo di Gabanelli, Ranucci ha aggiunto una cifra personale perfettamente riconoscibile: quel sorriso ghignoso, l’alzata di spalle, l’allusione permanente a qualcosa che starebbe dietro ciò che è stato appena mostrato. Come a dire: avete visto fin dove arrivano? E che ci possiamo fare, questo è.

Non è una critica elaborata dopo l’attentato. È ciò che abbiamo scritto per anni.

Lo abbiamo scritto quando Report si è occupato del carcere e del 41-bis, contribuendo a rappresentare ogni critica al regime differenziato come una possibile “concessione alla mafia”.

Lo abbiamo scritto quando una puntata arrivò a mettere sotto sospetto associazioni impegnate nella tutela dei diritti delle persone detenute, come se battersi contro l’ergastolo ostativo, denunciare abusi, sostenere le misure alternative o chiedere condizioni di detenzione rispettose dell’articolo 27 della Costituzione significasse necessariamente muoversi in una zona grigia di complicità.

È la stessa cultura per cui il detenuto resta colpevole anche dopo aver scontato la pena e chi ne difende i diritti diventa automaticamente sospetto.

È qui che il discorso su Report incontra qualcosa di molto più grande di Report: l’istinto di punire.

Il giustizialismo italiano non è soltanto la richiesta di pene più severe. È un modo di guardare la società dividendola continuamente tra innocenti e colpevoli, vittime e carnefici, persone perbene e sospetti.

È la convinzione che il diritto penale possa supplire alla politica e che la galera possa risolvere ciò che la società non vuole comprendere. Una cultura penetrata profondamente anche in quella “sinistra” che avrebbe dovuto essere la prima a diffidare del potere punitivo dello Stato.

Sul carcere questo cortocircuito diventa evidentissimo. Il 41-bis e l’ergastolo ostativo sono stati progressivamente trasformati da strumenti eccezionali in feticci identitari: metterli in discussione significa esporsi immediatamente all’accusa di voler fare un favore alla mafia.

Poco importa che una democrazia costituzionale dovrebbe interrogarsi sempre sui limiti della pena, proprio quando ha davanti il peggiore dei colpevoli. È lì, non quando difende l’innocente simpatico, che si misura il garantismo.

E negli anni Report ha offerto più di una volta il proprio contributo a questo senso comune. Non è secondario. Perché quando il giornalismo d’inchiesta assume come propria la grammatica del sospetto, il passo verso la grammatica della punizione è brevissimo. Prima si costruisce il sospetto, poi si cerca il colpevole, infine si domanda perché non sia già in galera.

Lo stesso problema lo abbiamo incontrato quando Report si è occupato di immigrazione. Già ai tempi della Gabanelli contestavamo una rappresentazione nella quale il migrante finiva per essere letto soprattutto attraverso costi, irregolarità e allarme sociale.

Anche qui il meccanismo era simile: partire da singoli fatti, decontestualizzarli dalle politiche che li producono e riconsegnarli allo spettatore come manifestazione di una patologia. La domanda sulle responsabilità politiche e sociali viene sostituita dalla ricerca di qualcuno da indicare.

Ma è sul “caso Moro” che questa impostazione ha raggiunto probabilmente il suo punto più alto. Abbiamo dedicato numerosi articoli alle puntate di Report sul sequestro e l’uccisione di Aldo Moro, contestando errori, ricostruzioni contraddittorie, vecchie piste presentate come nuove rivelazioni e la resurrezione infinita dei misteri.

Abbiamo documentato anche il ricorso di Ranucci a Francesco Pazienza come interlocutore nella preparazione di una puntata. Non per sostenere una nostra “verità ufficiale”, ma per una ragione opposta: quarantacinque anni di documenti, processi, commissioni parlamentari, archivi e ricerca storica non possono essere continuamente azzerati perché una nuova suggestione consente di rilanciare “il mistero”.

Il complottismo funziona precisamente così. Non ha nemmeno bisogno di inventare integralmente i fatti. Gli basta modificare il criterio attraverso cui vengono collegati. Una lacuna diventa un mistero, una contraddizione diventa una pista, una conoscenza diventa una rete, una coincidenza diventa un indizio. E quando manca la prova definitiva, la sua assenza può essere utilizzata come ulteriore dimostrazione della potenza di chi sarebbe riuscito a cancellarla.

È una concezione del potere che consideriamo politicamente regressiva. Perché i poteri reali non hanno quasi mai bisogno della Spectre.

Il capitalismo non necessita di una riunione segreta per produrre sfruttamento; una politica migratoria non necessita di una regia occulta per produrre clandestinità; lo Stato penale non necessita di un complotto per riempire le carceri; la repressione del dissenso non richiede che qualcuno telefoni contemporaneamente a questori, magistrati e direttori di giornale.

Bastano leggi, istituzioni, interessi convergenti, rapporti economici, culture professionali e rapporti di forza perfettamente visibili.

Il complottismo, paradossalmente, assolve il potere mentre pretende di smascherarlo. Lo rende “misterioso” quando è strutturale, “eccezionale” quando è ordinario, “nascosto” quando spesso opera alla luce del sole.

Poi c’è il secondo ingrediente: il narcisismo vittimario. La denuncia del potere tende progressivamente a identificarsi con il corpo di chi denuncia. Se vieni minacciato, significa che hai colpito nel segno. Se sei sotto scorta, significa che hai ragione. Se qualcuno cerca di intimidirti, ciò che hai raccontato acquista automaticamente una certificazione supplementare di verità.

È quello che potremmo chiamare il “metodo Saviano”, diventato ormai un modello riproducibile: la messa in scena della propria probità morale, del coraggio civile, della denuncia, della parresìa, fino alla progressiva transustanziazione della persona pubblica in santo civile. La persecuzione diventa conferma delle proprie ragioni. Il corpo minacciato sostituisce la prova.

Naturalmente esistono minacce vere, attentati veri e giornalisti che rischiano realmente la vita. Le scorte sono spesso indispensabili e chi minaccia un giornalista attacca la libertà di tutti. Proprio per questo bisognerebbe sottrarre queste cose alla liturgia. Una minaccia va accertata e contrastata, non trasformata in sacramento.

Ed eccoci a Lavitola.

Se la sua versione dovesse trovare conferma, ci troveremmo davanti alla caricatura perfetta di questo meccanismo: un attentato organizzato per rafforzare la protezione della persona colpita. La persecuzione fabbricata perché la persecuzione stessa produce valore pubblico. Non dimostrerebbe nulla contro Ranucci, che resta la vittima della vicenda. Dimostrerebbe però fino a quale punto il dispositivo simbolico della vittima possa essere diventato potente.

C’è quasi qualcosa di involontariamente comico nel fatto che uno dei giornalisti più celebrati d’Italia per la capacità di scoprire trame, retroscena, depistaggi e relazioni nascoste non sia riuscito, stando alla ricostruzione oggi disponibile, a distinguere un amico da chi stava organizzando un attentato contro di lui. Il fiuto, proprio...

Ma sarebbe troppo facile fermarsi alla battuta.

Il problema più serio è che solo una “sinistra” profondamente segnata dal giustizialismo, dal legalismo e dalla fascinazione per il potere giudiziario poteva trasformare questo modello di giornalismo nel proprio totem.

È la stessa “sinistra” che negli ultimi trent’anni ha progressivamente sostituito la questione sociale con la questione morale, il conflitto con l’indignazione, l’organizzazione con la denuncia, la trasformazione dei rapporti di forza con l’attesa della prossima inchiesta giudiziaria o televisiva.

E così i nuovi santini hanno preso il posto dei vecchi riferimenti. Non più uomini e donne passati attraverso il carcere fascista, l’esilio, la clandestinità, le lotte operaie e la costruzione della Repubblica, ma magistrati, procuratori, giornalisti sotto scorta e professionisti della denuncia.

Una genealogia civile nella quale la virtù politica viene misurata sulla quantità dei nemici e “la verità” sulla quantità delle minacce ricevute.

È esattamente da qui che bisogna uscire.

Un giornalismo d’inchiesta degno di questo nome non deve chiedere fede nel giornalista. Deve fornire documenti, verificare fonti, distinguere fatti e interpretazioni, sottoporre le proprie ipotesi alla possibilità di essere smentite. Deve rendere il potere più comprensibile, non più misterioso. E soprattutto deve essere disposto a esercitare nei confronti di se stesso lo stesso sospetto critico che esercita verso gli altri.

La vicenda Lavitola-Ranucci potrebbe almeno servire a ricordarcelo. Non abbiamo bisogno di santi del giornalismo e nemmeno di nuovi inquisitori. Abbiamo bisogno di giornalisti criticabili, contraddicibili, verificabili.

E abbiamo bisogno, soprattutto a sinistra, di recuperare una vecchia diffidenza che abbiamo colpevolmente smarrito: quella verso chiunque prometta giustizia attraverso l’aumento della punizione. Vale quando parla un ministro dell’Interno, vale quando parla un magistrato, vale quando parla un giornalista.

Perché il garantismo comincia esattamente dove finisce la simpatia per l’imputato. E l’antipenalismo comincia quando il colpevole ci fa schifo. Difendere le garanzie soltanto per chi riteniamo innocente non è garantismo: è solidarietà. Difenderle per il nemico significa invece porre un limite al potere che punisce.

È una regola semplice che dovremmo tornare a praticare anche nel giornalismo.

Fonte

17/05/2026

Moro e gli archivi britannici, le distorsioni flop di Fasanella

di Paolo Persichetti

Era la primavera del 2020, il periodo più buio della crisi pandemica scatenata dalla diffusione del Covid-19, quando una indagine del Copasir (il comitato parlamentare per il controllo della sicurezza della Repubblica) elaborava un rapporto sulla “Infodemia”, ovvero su una presunta campagna di disinformazione diffusa da potenze straniere e sulla presenza di una forte ondata di fake news sul tema del coronavirus. Notizie allarmanti che spinsero la commissione esteri ad avviare una «indagine conoscitiva sulle eventuali interferenze straniere nel sistema delle relazioni internazionali dell’Italia», che prenderà avvio nel giugno successivo. Ad occuparsene fu la terza commissione presieduta da Piero Fassino. Il primo audito, nella seduta del 18 giugno, fu l’editorialista del Corriere della sera, Maurizio Caprara. A ruota seguirono Anna Zefesova, giornalista e saggista russa naturalizzata italiana, e il primo luglio Giovanni Fasanella, indicato come «autore di numerosi libri sulla storia «invisibile» italiana, dal 1975 al 1987».
Nella sua intensa produzione pubblicistica a cui dedichiamo una nota [1], Fasanella aveva sostenuto l’esistenza di pesanti influenze straniere, inizialmente soprattutto francesi (Che cosa sono le Br, intervista ad Alberto Franceschini e poi con l’allora magistrato Rosario Priore, Intrigo internazionale. Perché la guerra in Italia. Le verità che non si sono mai potute dire) per poi operare una brusca virata e puntare il dito contro l’influenza inglese in un percorso a ritroso che dal sequestro Moro, passando per la morte di Enrico Mattei, l’osteggiata nascita della Repubblica, i rapporti con Mussolini, il Risorgimento, ha tralasciato soltanto lo scisma religioso di Enrico VIII e il Vallo di Adriano: Il golpe inglese. Da Matteotti a Moro: le prove della guerra segreta per il controllo del petrolio e dell’Italia; Il puzzle Moro: Da testimonianze e documenti inglesi e americani desecretati, la verità sull’assassinio del leader Dc; Igor Markevic. Il direttore d’orchestra del caso Moro; Colonia Italia. Giornali, radio e tv: così gli Inglesi ci controllano. Le prove nei documenti top secret di Londra; Le menti del doppio Stato. Dagli archivi angloamericani e del Servizio segreto del Pci il perché degli anni di piombo; Il libro nero della Repubblica italiana. La guerra clandestina e la strategia della tensione dalla fine del fascismo all’omicidio di Aldo Moro; Nero di Londra. Da Caporetto alla marcia su Roma: come l’intelligence militare britannica creò il fascista Mussolini; La maledizione italiana. La guerra di Churchill contro De Gasperi, le trame per il controllo del Medio Oriente e del Canale di Suez, la lunga storia di una ribellione stroncata e ultima la nuova postfazione che sostituisce quella di Priore in Che cosa sono le Brigate rosse.

L’ammissione di Giovanni Fasanella: «Il piano B, la diversa azione sovversiva, non l’abbiamo mai trovato»
Quando venne ascoltato dalla Commissione Esteri, dopo aver ripercorso l’azione di influenza britannica sulla nascente repubblica italiana, Fasanella utilizzando alcuni documenti britannici desecretati si sofferma sulle interferenze pianificate alla vigilia delle elezioni politiche del 20 giugno 1976 e dopo aver introdotto, come vedremo meglio più avanti, un arbitrario piano A e piano B, e aver spiegato che il primo, «cioè il colpo di Stato militare da attuare in Italia per bloccare la politica di Aldo Moro, venne accantonato», fece un’ammissione importante, a nostro avviso un decisivo momento di sincerità. Riconobbe che il fantomatico piano B, cioè l’appoggio a una diversa azione sovversiva, non fu mai trovato: «Cereghino non trovò questo documento».
In effetti dalla lettura dei suoi volumi e dai documenti in essi riportati, di questa fantasiosa «diversa azione sovversiva» non esiste traccia. Mai i documenti tratti dall’archivio di Stato britannico o da altri archivi enunciano l’esistenza di due piani alternativi denominandoli A e B. Si tratta di una interpretazione distorsiva che Fasanella introduce nella sua narrazione, separando indebitamente una frase contenuta in un documento che letta per intero recita: «Action in support of a coup d’Etat or other subversive action». Locuzione che in un precedente elaborato nel quale si esponevano analiticamente le diverse opzioni di scuola possibili (elencandone vantaggi e svantaggi), davanti alla possibile vittoria elettorale del Pci, veniva indicata come «intervento sovversivo o militare contro il Pci». Fasanella opera una manipolazione linguistica e interpretativa dei documenti inglesi per puntellare una tesi priva di riscontri. Senza dimenticare che la lingua inglese non conosce la distinzione presente in quella italiana tra sovversivo ed eversivo. Il primo inteso come radicale cambiamento, sovvertimento, politico e sociale promosso dal basso, subvertere, riferito dunque all’azione cospirativa (nel significato blanquista ottocentesco) e rivoluzionaria dei ceti sociali oppressi; il secondo indirizzato ad un distacco violento dall’alto, una separazione dalle istituzioni o da una loro parte, ex-vertere, per opera o con l’appoggio di apparati interni alle istituzioni stesse (colpi di stato, trame eversive). [2]

Gli archivi del Kew Gardens e l’anticipazione di Cossiga
Nel 1976 davanti al rischio che il partito comunista italiano divenisse la prima forza politica del Paese, accedendo così al governo dopo la storica avanzata alle amministrative dell’anno precedente che gli avevano permesso di conquistare cinque regioni e guidare le più importanti città italiane, le cancellerie occidentali iniziarono a temere per la salvaguardia dei segreti militari dell’alleanza atlantica, in particolare sulla dislocazione e la custodia degli ordigni nucleari. Il Pci, nonostante la scelta riformista ed europeista intrapresa e le tesi sulla «terza via», veniva visto ancora come una forza sotto influenza sovietica, fortemente infiltrata da Kgb e Gru, per questa ragione un suo eventuale ingresso al governo restava fonte di notevoli preoccupazioni. Mentre l’amministrazione Nixon e il suo segretario di Stato Kissinger inviavano segnali di pericolo imminente, paventando scenari catastrofici, in Europa l’ufficio di programmazione del ministero degli Esteri britannico, il «Planning Staff», era stato incaricato di pianificare una serie di possibili scenari di azione a tutela degli interessi dell’Occidente di fronte alla eventuale vittoria dei comunisti italiani: «Italy and the communists: options for the West».
Trentadue anni più tardi i documenti del «Planning Staff» furono desecretati, era il gennaio del 2008. Il primo a darne notizia fu l’ex presidente della repubblica Francesco Cossiga in una lettera inviata al Corriere della Sera e pubblicata il 16 gennaio che iniziava così: «È stato scritto che dalle carte dell’archivio del Foreign Office, oggi desecretate, risulterebbe che gli alleati della Nato avrebbero anche pensato di promuovere in Italia un colpo di Stato per impedire l’ingresso del partito comunista nel Governo del nostro Paese». L’ambasciatore Sergio Romano, che curava la rubrica, fornì una prima interpretazione di quella documentazione spiegando che alla vigilia delle elezioni politiche italiane del 1976 l’ufficio programmazione del Foreign Office aveva fatto il suo mestiere, delineando la situazione italiana e proponendo degli scenari possibili, cercando in questo modo di rispondere ai dubbi e agli interrogativi mossi dal governo britannico. Tra le varie opzioni prese in esame ci si chiedeva anche se «Sarebbe stato utile e opportuno prevedere un colpo di Stato che avrebbe impedito ai comunisti, in caso di vittoria, l’arrivo al potere?». Eravamo nell’epoca della «dottrina Sonnenfeldt» (Helmut Sonnenfeldt era consigliere di Kissinger al dipartimento di Stato) e del cosiddetto «fattore K», che prevedevano l’emarginazione della forze comuniste occidentali, il loro confinamento parlamentare. L’Italia restava un paese sotto osservazione e tutela per la presenza del maggiore partito comunista d’Occidente e la situazione interna di forte agitazione sociale. Ma anche il progetto Mitterrandiano di alleanza delle sinistre, incluso il Pcf, non era visto con favore. L’ipotesi del golpe – sottolineava Romano – venne presa in considerazione ma risolutamente scartata con argomenti tanto più convincenti quanto più realistici: «Ben difficilmente un regime autoritario (…) sarebbe meglio accetto all’opinione democratica occidentale di un governo formato con la partecipazione del Pci».

2008, il lungo reportage di Repubblica sui documenti dell’archivio di Stato inglese
Grazie al lavoro dell’archivista Mario José Cereghino che aveva raccolto questa nuova documentazione messa a disposizione dei ricercatori, nel luglio del 2008 Repubblica dedicava tre lunghe puntate ai contenuti delle carte anticipati da Cossiga. Gli specialisti del Western European Department del Foreign Office – riassumeva Filippo Ceccarelli, autore dei tre articoli – elaborarono un dossier nel quale si metteva in campo la strategia operativa anticomunista graduandone le mosse a seconda dei vari scenari.

Primo scenario, l’azione preventiva
La prima preoccupazione era ovviamente quella di impedire, nei limiti del possibile, la vittoria elettorale del Pci e il suo accesso al governo. Le mosse indicate dagli analisti non apparivano una grossa novità. Erano le stesse messe in campo fin dal secondo dopoguerra per osteggiare la presenza politica e l’avanzata elettorale delle forze socialcomuniste prima e dei comunisti più avanti, attraverso: il finanziamento delle altre forze politiche, l’orchestrazione di campagne stampa sul pericolo comunista, l’attacco alla credibilità delle Botteghe Oscure e moniti ai sovietici. Nell’analizzare l’eventuale vittoria del Pci, i diplomatici inglesi valutarono tuttavia, con molta perspicacia, anche gli aspetti positivi che un simile scenario avrebbe prodotto per l’Occidente liberale, sottolineando come ciò avrebbe accresciuto la diffusione delle idee «riformiste dei comunisti italiani in Russia e nell’Europa dell’Est», incrinando l’ortodossia di quei sistemi politici.
Gli Inglesi avevano ben chiaro cosa fosse il Pci di Berlinguer e più in generale quello che allora andava sotto il nome di «eurocomunismo», che definivano una vera e propria «eresia revisionista». È opportuno ricordare che il 15 giugno del 1976 a pochi giorni dal voto, il segretario del Pci Enrico Berlinguer consapevole dei timori che circolavano nelle cancellerie occidentali rispose riconoscendo, in una intervista apparsa sul Corriere della Sera, il valore protettivo dell’ombrello Nato: «Io voglio che l’Italia non esca dal Patto Atlantico “anche” per questo, e non solo perché la nostra uscita sconvolgerebbe l’equilibrio internazionale. Mi sento più sicuro stando di qua, ma vedo che anche di qua ci sono seri tentativi per limitare la nostra autonomia […] il sistema occidentale offre meno vincoli. Però stia attento. Di là, all’Est, forse, vorrebbero che noi costruissimo il socialismo come piace a loro. Ma di qua, all’Ovest, alcuni non vorrebbero neppure lasciarci cominciare a farlo, anche nella libertà».
Gli analisti del Foreing Office si mostravano consapevoli che un eventuale sbocco governativo del Pci avrebbe influenzato in modo decisivo il dibattito teorico marxista, per questo ritenevano che anche i sovietici avessero buone ragioni per temere il «contagio» di un «comunismo alternativo» al potere in occidente. Analisi che anticipava di qualche anno la successiva politica dell’amministrazione Carter e in particolare modo la strategia utilizzata del nuovo segretario di Stato che prenderà il posto di Kissinger: Zbigniew Brzezinski. Dopo la vittoria alla presidenziali Usa di Carter, avvenuta il 2 novembre 1976, il vecchio «contenimento» kissingeriano dell’influenza sovietica che prevedeva il congelamento delle forze comuniste occidentali venne sostituito con un più offensivo utilizzo delle correnti riformiste occidentali, allacciando rapporti (contatti con esponenti comunisti occidentali tramite Cia e diplomatici, inviti negli Usa, si veda in proposito il viaggio progettato di Berlinguer negli Usa e quello realizzato da Napolitano nelle settimane del sequestro Moro) [3] e non interferendo più sulla crescita dell’eurocomunismo occidentale, con l’idea che questo avrebbe minato l’influenza di Mosca sui paesi satelliti del campo sovietico, accrescendo dissidenza e spinte riformiste disgregatrici.
Nonostante questa intuizione, spiega Ceccarelli, gli analisti britannici ritennero che in quella fase per l’URSS, su un piano più immediatamente geopolitico e militare, i vantaggi dell’arrivo al potere del Pci «supererebbero di gran lunga gli svantaggi, specie in relazione all’indebolimento della Nato». I timori insomma non erano rivolti alle conseguenze di eventuali misure economiche di stampo inevitabilmente riformista e di politica interna che un un governo a guida Pci avrebbe attuato, ma riguardavano la politica estera, l’ingresso di ministri comunisti nella Nato, temuto per le ragioni di infiltrazione prima accennate.

Secondo scenario, cinque possibili risposte all’arrivo al governo del Pci
Esaurite tutte le possibili soluzioni preventive, gli analisti passarono al vaglio degli scenari di contenimento, isolamento o repressione nei confronti di una vittoria elettorale del Pci. Ciascuno esaminato sulla base dei vantaggi o degli svantaggi che portavano. Siamo di fronte a modelli, ipotesi di scuola, che poi i membri del governo avrebbero dovuto calare nella «realtà effettuale della cosa», come avrebbe detto Machiavelli. 
L’opzione uno, la linea più morbida – sintetizzava sempre Ceccarelli – era il «Business as Usual», ovvero «continuare le relazioni come se nulla fosse cambiato».
Seguivano l’opzione due e tre in ordine di gravità: «misure di ordine pratico-amministrativo» per «salvaguardare i segreti e i processi decisionali dell’Alleanza atlantica», come esclusione dal Nuclear Planning Group. Anche in presenza di un eventuale governo di coalizione, senza ministri comunisti alla Difesa e agli Esteri, si riteneva che un’Italia governata dal Pci andava comunque esclusa dai tavoli decisionali della Nato, per impedire che informazioni decisive sulla collocazione dei siti militari nucleari e dei target venissero a conoscenza del campo sovietico.
C’erano poi le classiche ritorsioni economiche: come il varo di sanzioni a fine persuasivo e ricattatorio da applicare attraverso la Comunità europea e il Fondo monetario internazionale (con l’esclusione da incarichi internazionali, da benefici e prestiti). Sanzioni attive fino a quando il Pci non avesse abbandonato il governo.
Saltiamo per un momento l’opzione numero quattro che ha fatto la fortuna pubblicistica di Fasanella, per analizzare l’opzione ritenuta più estrema, la numero cinque, ovvero «l’espulsione dell’Italia dalla Nato». Questa scelta, osservavano gli analisti inglesi, avrebbe certo tutelato i segreti militari, eliminando «la possibilità che l’Italia comprometta l’alleanza dall’interno», ma al tempo stesso avrebbe portato alla «chiusura di tutte le basi nel paese, destinato a diventare neutrale con un orientamento verso l’occidente» col rischio che «l’Italia potrebbe anche evolversi in una sorta di Yugoslavia. Al limite, potrebbe anche offrire agevolazioni di tipo militare all’URSS in cambio di denaro». Una scelta troppo drastica che avrebbe eliminato una postazione decisiva della Nato nel Mediterraneo e avrebbe reso «necessaria una revisione della strategia difensiva della Nato sul fianco Sud. La Sesta Flotta ne sarebbe danneggiata. Grecia e Turchia potrebbero chiedersi se valga la pena continuare a far parte dell’alleanza». Insomma una soluzione facile a dirsi ma non a farsi.

L’opzione numero quattro, «intervento sovversivo o militare contro il Pci»
Veniamo all’opzione sulla quale Fasanella ha costruito la sua narrazione distorsiva: bisogna fare innanzitutto attenzione alle date e alle parole impiegate nei documenti. L’ipotesi di intervento repressivo, militare o eversivo che fosse, non sono intese in modo alternativo, espressione di due piani o strategie distinte, come suggerisce Fasanella, ma soltanto come una sfumatura della medesima opzione diretta contro il Pci e non contro altre forze politiche o esponenti di altri partiti. Il contenuto della opzione numero quattro era stato elaborato da un gruppo di specialisti del Western European Department del Foreign Office in un dossier del 13 aprile 1976. Ecco l’incipit: «Questa opzione copre una serie di possibilità: dalle operazioni di basso profilo al supporto attivo delle forze democratiche (finanziario o di altro tipo) con l’obiettivo di dirigere un intervento a sostegno di un colpo di Stato incoraggiato dall’esterno». A leggerla sembra quasi ripercorrere il famoso «golpe Bianco» progettato dall’ex partigiano monarchico e liberale Edgardo Sogno, antifascista e anticomunista. Progetto che intendeva modificare la costituzione italiana con l’obiettivo di sostituire il regime parlamentare con quello presidenziale e che secondo la magistratura venne ideato nel 1970 e tentato nell’agosto del 1974. Gli analisti, ovviamente non si limitavano alla sola proposta ma ne valutano effetti positivi e le conseguenze negative: «Tali misure – scrivevano – possono aiutare a rimuovere il Pci dal governo» ma «vi sono immense difficoltà pratiche per portare a compimento questo tipo di operazione. Vista la situazione italiana, è estremamente improbabile che un’operazione coperta rimanga segreta a lungo. La sua rivelazione può danneggiare gli interessi dell’Occidente e aiutare il Pci a giustificare in maniera più decisa il suo controllo sulla macchina del governo. Inoltre, la pubblica opinione dei paesi occidentali potrebbe prenderla male col risultato di creare tensioni all’interno della Nato, soprattutto fra Usa e alleati europei, nel caso gli americani assumano il comando dell’iniziativa». Conclusione: «Anche se l’intervento esterno servisse a rimuovere il Pci dal potere, la situazione politica italiana rimarrebbe instabile, rafforzando così l’influenza comunista e quella dell’URSS sul lungo periodo». Ipotesi sconsigliata dunque, come a dire “non fatevi venire strane idee del genere perché finirebbe male per noi occidentali”.
Lo stesso tema del colpo di Stato e di altro intervento sovversivo era stato preso in considerazione in un ulteriore elaborato datato 6 maggio successivo: «All’inizio di pagina 14» – scrive sempre Ceccarelli – dopo aver ripercorso una serie di opzioni preventive già indicate in precedenza, si leggeva in maiuscolo: «Action in support of a coup d’Etat or other subversive action». Attenzione a questa frase che va messa in relazione con la precedente del 13 aprile, «intervento sovversivo o militare contro il Pci».
Si tratta di un passaggio importante e dirimente per comprendere l’uso distorto e falsificatorio che ne ha fatto Fasanella nei suoi volumi, lasciando intendere che «l’azione di supporto a un colpo di Stato» o «altra azione sovversiva», fossero due progetti distinti e alternativi, contenuti ed elaborati in documenti (piano A e piano B) diversi tra loro anziché parte di una medesima opzione racchiusa in una unica frase ed esclusa insieme. La manipolazione linguistica e successivamente interpretativa ha permesso a Fasanella di inventare la presenza di una interferenza inglese nel rapimento del presidente del consiglio nazionale della Democrazia cristiana, Aldo Moro, da parte delle Brigate rosse. Rapimento che a suo dire sarebbe la prova della «altra azione sovversiva» indicata nelle carte del governo britannico.
Come abbiamo visto in precedenza l’assenza documentale del piano B è stata ammessa dallo stesso Fasanella quando venne ascoltato dalla Commissione Esteri nel luglio del 2020, tanto che per puntellare la sua tesi è dovuto ricorrere a documenti che riferiscono in prevalenza le attività coperte britanniche nell’ultima fase del secondo conflitto mondiale e nel primo periodo post bellico, quando la Gran Bretagna viveva gli ultimi splendori della sua potenza mondiale e coloniale: «Cereghino non trovò questo documento [il piano B, la other subversive action], ma dopo ulteriori ricerche abbiamo trovato una serie di documenti sulla riorganizzazione dei servizi segreti clandestini della Gran Bretagna nell’immediato dopoguerra e abbiamo ricostruito tutto il dibattito che comincia nel 1944 e si conclude nel 1948 con delle decisioni».

La storia non è un ordito del complotto
Uno dei documenti scovati sarebbe un rapporto del settembre 1969 stilato da Colin McLaren, un alto funzionario dell’Ird (Information research departement), una struttura operativa della propaganda occulta del ministero degli Esteri di cui vedremo meglio tra poco. Nel documento si accennava al ricorso ad «altri metodi», oscurati nel resto del testo, visto che la propaganda occulta non era riuscita a contrastare la crescita del ruolo dell’Italia nel Mediterraneo. Procedendo a ritroso Fasanella cita anche l’irritazione della British Petroleum verso Mattei e l’espansione dell’Eni verso i paesi arabi, presente in un documento del 1962. L’Ird, creato nel 1948 in avvio di guerra fredda, era un dipartimento segreto di propaganda anticomunista del ministero degli Esteri britannico che doveva fornire supporto e informazioni a politici, accademici e scrittori anticomunisti strumentalizzando informazioni, diffondendo disinformazione e fake news. Nata inizialmente come apparato ideologico antisovietico, riorientò la sua attività nella propaganda filo-coloniale contro le rivoluzioni pro-indipendenza in Asia, Africa, Irlanda e Medio Oriente. Non era dunque una struttura operativa di tipo militare ma uno strumento per finanziamenti e corruzione occulta, comprava opinion maker o leader, sosteneva mezzi di informazione, orientava il consenso verso gli interessi britannici. Tra i suoi collaboratori troviamo scrittori del calibro di George Orwell e Arthur Koestler. Ma ciò che qui importa è il fatto che Fasanella dimentica di avvisare i suoi lettori che l’Ird venne fortemente ridimensionata nel corso degli anni '70 (bilancio e personale dimezzato nel 1973) e chiusa nel 1977 [4]. Non esisteva più quando le Brigate rosse rapirono Aldo Moro.

Note
1 L’odiata Parigi cede il passo alla perfida Albione. Nel 2004 e poi nel 2010, in compagnia dell’allora giudice Rosario Priore, Fasanella aveva pubblicato due volumi, Che cosa sono le Br? (ripubblicato recentemente in una nuova edizione, ne abbiamo scritto qui) e Intrigo internazionale. Perché la guerra in Italia. Le verità che non si sono mai potute dire, nei quali sostanzialmente puntava il dito accusatorio contro la Francia per aver promosso, diretto e poi protetto, fornendo riparo ai latitanti, il fenomeno della lotta armata in Italia durante gli anni 70 e 80. L’accusa, sostenuta in particolare da Priore, era rivolta alla presenza di «un terzo protagonista – come riassume lo stesso Fasanella nel corso dell’audizione – esterno delle vicende italiane rispetto ai due grandi giocatori, il blocco americano e il blocco sovietico. Un terzo giocatore plurale, perché era costituito da una serie di medie potenze, anche amiche e alleate dell’Italia, che avevano un interesse specifico a indebolire il nostro Paese per le ragioni che ho detto prima, cioè la guerra petrolifera». Tra questi Paesi, Priore indicava «in modo particolare la Francia e la Gran Bretagna», ritenendo tuttavia la Francia centrale poiché a Parigi si sarebbe tenuto il tavolo dove si incontravano e cospiravano i servizi occidentali. L’anno successivo, 2011, Priore aveva precisato ulteriormente le proprie idee in un volume scritto con Silvano De Prospo, Chi manovrava le Brigate rosse? Storia e misteri dell’Hyperion di Parigi, scuola di lingue e centrale del terrorismo internazionale. Tesi del libro: le Br non avrebbero agito in autonomia perché dietro il gruppo agiva un reticolo di interessi legato al terrorismo internazionale, agli apparati dello Stato italiano e al lavorio incessante dei principali servizi stranieri. Il centro di coordinamento occulto delle Brigate rosse, si sarebbe trovato a Parigi, nella sede della scuola di lingue Hyperion, coacervo di intrighi, manipolazioni e influenze dei servizi occidentali e non solo. Nel frattempo Fasanella aveva iniziato a maturare una idea diversa che non vedeva più nella Francia l’inviolabile santuario della lotta armata, centro propulsore del complotto. La nuova visione era scaturita dalla lettura degli articoli di Filippo Ceccarelli, da noi ampiamente citati. E così, sempre nel 2011, dava alle stampe proprio con l’archivista Mario José Cereghino, Il golpe inglese. Da Matteotti a Moro: le prove della guerra segreta per il controllo del petrolio e dell’Italia. Poi a ruota, nel 2018 usciva sempre in compagnia di Cereghino, Il puzzle Moro: Da testimonianze e documenti inglesi e americani desecretati, la verità sull’assassinio del leader Dc, intervallato da un volume uscito sempre nello stesso anno con Giuseppe Roca sulla storia di Igor Markevic. Il direttore d’orchestra del caso Moro, anch’esso orientato contro la perfida Albione di cui il musicista sarebbe stato, secondo Fasanella, un agente segreto. Nel 2019, accanto ormai all’inseparabile Cereghino, pubblica Colonia Italia. Giornali, radio e tv: così gli Inglesi ci controllano. Le prove nei documenti top secret di Londra; l’anno successivo, Le menti del doppio Stato. Dagli archivi angloamericani e del Servizio segreto del Pci il perché degli anni di piombo; nel 2021, Il libro nero della Repubblica italiana. La guerra clandestina e la strategia della tensione dalla fine del fascismo all’omicidio di Aldo Moro.
L’affiatatissima coppia (Cereghino sforna documenti dai fondi archivistici del Kew Gardens e Fasanella si occupa della «costruzione delle ipotesi investigative» che disegnano teoremi complottisti) nel 2024 pubblica l’ennesimo, Nero di Londra. Da Caporetto alla marcia su Roma: come l’intelligence militare britannica creò il fascista Mussolini e nel 2025, La maledizione italiana. La guerra di Churchill contro De Gasperi, le trame per il controllo del Medio Oriente e del Canale di Suez, la lunga storia di una ribellione stroncata, fino alla riedizione odierna di Che cosa sono le Brigate rosse, dove l’ormai sorpassata postfazione di Priore, è sostituita da un intervento della coppia anglofoba che accusa apertamente il governo britannico di complottato «per bloccare la politica di Aldo Moro» portando a termine una «diversa azione sovversiva».

2. I due termini hanno una base comune derivata dal latino «vertere», rivoltare, rovesciare. «Eversivo» da ex-vertere, distacco violento da una parte, separazione sediziosa di componenti istituzionali o apparati dallo Stato preesistente. «Sovversivo» da sub-vertere, sotto-vertere, rovesciare, abbattere, sovvertire, che rinvia all’azione tradizionale dal basso dei ceti oppressi o estranei al potere statuale. La voce Treccani, ricorda anche «la cronologia “rivoluzionaria”, essendo attestato per la prima volta nella nostra lingua nel 1793 – proviene dall’adattamento dell’aggettivo francese subversif (dal 1780 in francese), a sua volta derivato dal latino. Come sostantivo, sovversivo ‘chi tenta di rovesciare le istituzioni statali’ è attestato nell’italiano scritto dal 1922. Eversivo “che intende rovesciare o abolire qualcosa’, è invece attestato in italiano dal 1748». Eversivo – prosegue la voce Treccani – «si è caricato con più forza di sfumature negative di significato, collegandosi all’idea di oscure trame organizzate contro lo Stato anche da settori facenti parte delle istituzioni stesse».

3. Cf. https://insorgenze.net/2020/04/22/maggio-1978-il-viaggio-mancato-di-berlinguer-negli-usa-1/; https://insorgenze.net/2020/04/25/il-viaggio-negli-usa-di-napolitano-in-pieno-sequestro-moro-3/. Per una più generale comprensione dei rapporti del Pci con gli Usa negli anni 70, si veda https://insorgenze.net/2020/04/23/il-pci-e-gli-amici-americani-2/.

4. Lashmar, Paul e Oliver, James, Britain’s Secret Propaganda War 1948-1977, Phoenix Mill Sutton, 1999 e David Leigh, The Guardian, «Death of the department that never was», 27 gennaio 1978.

Fonte

09/05/2026

Dalla dottrina Mitterrand alla perfida Albione, le mirabili acrobazie complottiste di Fasanella

È uscita nelle librerie una nuova edizione di Che cosa sono le Br, Rcs, la lunga intervista che ventidue anni fa Giovanni Fasanella realizzò con Alberto Franceschini. Il volume viene riproposto al pubblico senza alcun aggiornamento critico del testo redatto nel 2004 e ormai ampiamente datato, nel quale l’ex brigatista dava ampio sfoggio della sua presa di distanze dal passato esercitandosi nel rito dell’autocritica (e della calunnia) degli altri.

La narrazione che allora propose Franceschini – scomparso nell’aprile del 2025 – è stata nel frattempo smentita da nuove testimonianze e acquisizioni storiografiche: dai dubbi espressi sulla morte di Feltrinelli e il ruolo di «Gunter», la cui identità, a differenza di Franceschini, era nota a diversi esponenti di Potere operaio, tra cui Oreste Scalzone che decenni dopo, a Parigi, lo mise in contatto con Carlo Feltrinelli quando questi stava lavorando al libro sul padre, Senior service; alla storia dei timer, secondo Franceschini «manipolati», recentemente smentita da Vittorio Battistoni, l’ingegnere meccanico dei Gap che fornì l’esplosivo all’editore oltre ad avergli dato indicazioni sulla costruzione del timer sul quale Feltrinelli, per la sua ossessione di «voler fare tutto da solo», commise degli errori che gli costarono la morte (Cf. Gappisti, di Davide Serafino, Deriveapprodi 2004), e altro ancora di cui scriveremo meglio più avanti.

Per ovviare a questo inconveniente e rendere appetibile la nuova edizione, l’autore ha aggiunto una prefazione che ripercorre con toni alquanto vittimistici la sua storia di giornalista, iniziata nel 1975 come cronista giudiziario all’interno della redazione torinese dell’Unità. Argomento che lo condusse a occuparsi delle indagini e dei processi che colpirono l’opposizione operaia armata che in quegli anni non faceva dormire i dirigenti della federazione torinese del Pci. Partito che condusse, insieme alla procura della repubblica sabauda, in una confusione di ruoli, funzioni e persino luoghi (basti pensare alle già narrate riunioni che il pm Caselli teneva nella federazione locale di quel partito o al ruolo politico svolto da Violante), una guerra senza frontiere ai gruppi della sinistra armata. L’Unità, organo ufficiale del Pci, divenne una delle tante trincee da dove quotidianamente veniva condotta questa battaglia. Più tardi, trasferitosi nella redazione romana, Fasanella passò alla cronaca politica fino al 1987, quando approdò alla redazione di Panorama dove restò comodamente anche dopo l’arrivo di Berlusconi. Un racconto autobiografico che solleva qualche dubbio sulla conferma del vecchio titolo per la nuova edizione: perché alla fine al lettore più che offrire l’ingiallita storia delle Br «secondo il verbo franceschiniano», si propone il poco avvincente percorso lavorativo di Fasanella.

Contrordine: non fu colpa di Mitterrand ma della regina Elisabetta

L’unico aspetto degno di segnalazione di questa nuova edizione è rappresentato dalla nuova postfazione, realizzata insieme a Mario José Cereghino, che con Fasanella ha già condiviso altri volumi. Postfazione che sostituisce quella firmata nel 2004 dal magistrato Rosario Priore. Una differenza non da poco perché Priore, in linea con le affermazioni dello stesso Franceschini, riteneva la Francia il «santuario del terrorismo», il luogo dove la lotta armata sarebbe stata ispirata, diretta e sostenuta. Secondo Priore, «il cervello parigino è esistito, agendo in perfetta intesa con le autorità di quel paese», la «centrale», situata Oltralpe, avrebbe sistematicamente promosso la destabilizzazione della democrazia italiana. Parigi – affermava sempre il magistrato – sarebbe stata al centro di intrighi internazionali, sostituendosi a Washington e Mosca nel ruolo di piattaforma destabilizzante dell’Italia. Priore (magistrato di simpatie conservatrici) metteva all’indice l’asse socialdemocratico guidato da Mitterrand che avrebbe tentato di giocare la terza forza tra le due maggiori potenze, destabilizzando volutamente la penisola italiana grazie alla protezione offerta ai militanti della lotta armata. Una tesi che avvalendosi di facili licenze narrative, trascurava il rigore cronologico degli eventi fino a dimenticare che negli anni Settanta la Francia era sotto la presidenza del centrista Giscard D’Estaing. Pur di delegittimare la cosiddetta dottrina Mitterrand, per Priore come per l’intera magistratura italiana, non si buttava nulla: ogni argomento era sempre buono.

Il ruolo del contesto internazionale è stato da sempre uno dei cavalli di battaglia su cui Fasanella ha fondato le sue congetture sulla storia del sequestro Moro e non solo, si veda il volume scritto stavolta con un suo collega di Panorama, arruolato per la bisogna, Corrado Incerti, sul presunto tentativo di uccisione di Berlinguer in Bulgaria, Berlinguer deve morire. Il piano dei servizi segreti dell’Est per uccidere il leader del Partito comunista. Siamo davanti ad uno dei tanti filoni prolifici della dietrologia sul sequestro Moro, rilanciato recentemente anche da Guido Salvini nella prefazione al libro di Stefano Romei, Storia segreta del caso Moro. Dall’operazione Fritz all’enigma Pacepa, in cui l’ex magistrato abbandona la pista delle ‘ndrine calabresi per allargare l’orizzonte del complotto sulla scena internazionale e le dinamiche geopolitiche dell’epoca.

Nella nuova postfazione Fasanella ribalta completamente la vecchia tesi di Priore spostando dalla Senna oltre Manica la regia occulta del sequestro. In un documento «oscurato», dunque non intelleggibile, trovato da Cereghino, saggista ed esperto di archivi anglosassoni – così recitano le cronache – si accennerebbe al «sostegno a una diversa azione sovversiva», dopo che la Nato avrebbe bocciato la proposta britannica di un colpo di Stato (che gli americani non avrebbero condiviso) per stoppare, in pieno 1976, il progetto di compromesso storico annunciato da Berlinguer, ma che in quel momento si sostanziava in una astensione parlamentare di Pci, Psi, Psdi, Pli, che consentiva alla Dc di governare con un monocolore guidato da Andreotti.

Non più Parigi ma la «perfida Albione», come spregiativamente Mussolini definiva l’Inghilterra, sarebbe stata all’origine – secondo il duo Fasanella-Cereghino – del sequestro Moro e del suo esito finale.

Attaccare Mario Moretti

Franceschini è stato nelle Br solo quattro anni per poi vivere dal carcere il resto della storia dell’organizzazione che aveva contribuito a fondare e da dove condusse una sorda battaglia contro il vertice esterno, fino a provocare le fatali scissioni del 1980 che condussero alla crisi irreversibile del gruppo e guidare la stagione allucinata delle esecuzioni sommarie per poi dissociarsi. Per questa ragione il suo racconto è inevitabilmente fondato su de relato, impressioni e supposizioni personali, idiosincrasie e antipatie croniche, valutazioni ex post condizionate dalla sua successiva scelta dissociativa che lo mise all’angolo, distaccato dal resto del gruppo e dai suoi passaggi finali. Un isolamento da lui mal sopportato, soprattutto quando Renato Curcio, il suo ex compagno di tante battaglie carcerarie, insieme a Moretti e altri brigatisti incarcerati, aprì nel 1987 la battaglia per una soluzione politica, da Franceschini – non a caso – fortemente osteggiata. Fu in quel momento che nella linea di mira di Franceschini entrò Mario Moretti attraverso una strategia diffamatoria condotta in collaborazione con Sergio Flamigni e ripresa da Fasanella. Il primo obiettivo dell’intervista del 2004 era infatti continuare a screditarne l’immagine, presentandolo come un “infiltrato”, una figura ambigua, estranea al gruppo fondatore, che avrebbe giocato sporco stravolgendo natura, storia e significato delle Brigate rosse, nonostante Moretti, unico tra gli esponenti del cosiddetto “necleo storico” continui ancora ed essere in esecuzione pena, ormai da 45 anni.

Parigi «santuario della lotta armata»

L’intervista uscì un anno dopo gli arresti che avevano messo fine al piccolo gruppo che 12 anni dopo la chiusura della lotta armata aveva rivendicato gli attentati mortali contro Massimo D’Antona (1999) e Marco Biagi (2001), entrambi giuslavoristi e consulenti di governo che avevano lavorato ai progetti di precarizzazione del mercato del lavoro. Circostanza che forniva il secondo obiettivo del libro: sostenere che la lotta armata fosse figlia di trame e potenze estere, giochi internazionali condotti da Paesi che avrebbero avuto un interesse specifico a destabilizzare la società italiana, i suoi equilibri politici, il suo «sviluppo democratico». Al centro di questa accusa era in quel momento la Francia, che con la sua “doctrine Mitterrand” aveva tollerato la presenza sul suo territorio di centinaia di fuoriusciti italiani condannati e ricercati per l’insorgenza degli anni '70 e '80. Questa politica d’accoglienza – spiegava Franceschini – avrebbe avuto un retropensiero: fare della Francia un «santuario della lotta armata». Disegno nato a metà degli anni '70 con l’ospitalità fornita agli ex del “Superclan”, poi allargata agli altri esuli della lotta armata. Simioni e gli altri del suo gruppo sarebbero stati: «il cervello parigino», fino ai nuovi attentati del 1999 e del 2001.

La procura bolognese

Le indagini e i processi hanno poi drasticamente smentito questa lettura fraudolenta: il piccolo gruppo di militanti che rivendicarono quelle azioni provenivano in parte dalla periferia romana, il resto dalla Toscana. Eppure all’inizio la procura bolognese sposò interamente la tesi del «santuario parigino». Le indagini furono indirizzate in Francia (precedute da diverse note depistatorie del Sisde che accusavano proprio il gruppo di Scalzone come cervello dei nuovi attentati, citate da Roberto Colozza in, L’affaire 7 aprile, Einaudi 2023), con indagini, rogatorie e la consegna straordinaria alle autorità italiane dell’autore di questo testo che lavorava in una università parigina, scriveva libri e collaborava alla luce del sole con quotidiani francesi. Militante del cosiddetto «partito dell’amnistia», molto vicino a Oreste Scalzone ma soprattutto che nulla c’entrava con la sigla Br-pcc, dissotterrata per rivendicare gli attentati. Ma le sigle, le singole storie e appartenenze organizzative, interessavano poco il pm e il nucleo investigativo, «gruppo Biagi» diretto da Vittorio Rizzi, che seguiva le indagini. Paolo Giovagnoli, che conduceva l’inchiesta, mirava solo agli esuli, i condannati per lotta armata riparati a Parigi che ai suoi occhi erano colpevoli di tutti i mali, perfetti capri espiatori delle sconfitte della sinistra, accusati di aver tramato con la potenza francese per destabilizzare la democrazia italiana impedendo l’ascesa al governo del Pci.

L’autore di una storia rovesciata

Nell’intervista con Fasanella, Franceschini da vita ad una narrazione edulcorata del proprio percorso politico che lo colloca sempre nel ruolo di puro e ragionevole, il migliore o meglio «il Mega», come amava farsi chiamare con deferenza nei cortili delle carceri speciali, a fronte della inconsistenza o peggio della ambiguità altrui. Eppure buona parte del suo racconto non trova riscontri: il primo ad andarsene dal Collettivo politico metropolitano nell’estate 1970 fu Moretti, in netto dissenso con Simioni. Franceschini, che si distaccò da Simioni con Curcio e Cagol solo più tardi, ammette la circostanza ma inventa l’esistenza di un legame sotterraneo di Moretti col Superclan, forse per far dimenticare il rapporto molto stretto che lui stesso ebbe con Simioni e il fatto che visse nella sua “Comune” e fece parte, con Cagol, della sua struttura riservata: «le zie rosse».

Fu sempre Franceschini a gestire in prima persona il sequestro Sossi, che segnava il cambio di strategia dalle prime Br avviando «l’attacco al cuore dello Stato» e che vide Moretti e parte della colonna milanese preoccupati che il lavoro nelle fabbriche passasse in secondo piano. A questo punto il racconto di Franceschini diverge completamente dalla testimonianza di Alfredo Buonavita, secondo il quale Moretti in dissenso si dimise dalla struttura di coordinamento nazionale per poi essere richiamato d’urgenza da Cagol dopo la cattura a Pinerolo di Curcio e Franceschini, dell’8 settembre 1974, mentre Corrado Alunni e altri uscirono nei primi mesi del 1976, dopo un definitivo chiarimento con Curcio.

Franceschini, ammette le dimissioni di Moretti nella riunione di Parma del 7 settembre, due giorni prima della sua cattura a Pinerolo, ma lo accusa meschinamente di aver finto le dimissioni rimanendo al suo posto nella successiva riunione, già stabilita per il 22 settembre successivo.

Sempre Franceschini scese a Roma per compiere quel sequestro di un esponente Dc che poi, dopo il suo arresto, verrà portato a termine nel marzo 1978, suscitando le sue critiche ex-post. Alcuni collaboratori di giustizia racconteranno dei rimproveri da lui lanciati contro i compagni esterni perché la morte di Margherita Cagol tardava ad essere vendicata a distanza di un anno, nonostante l’esecuzione di Coco, che avvenne tre giorni dopo l’anniversario della uccisione della fondatrice delle Br, fosse stata decisa in precedenza da Franceschini stesso: «Quel bersaglio lo avevamo indicato noi dopo il sequestro Sossi. Avevamo promesso di “giustiziare Coco”».

Il racconto che fa della sparatoria alla Spiotta è infarcito di grossolani errori, smentite dallo stesso memoriale del brigatista fuggito: cita due auto dei carabinieri giunte suol posto, mentre l'auto era una sola; descrive Cagol ferita ad una gamba anziché al braccio destro; afferma che il Br che era con Cagol usò il mitra che invece era in spalla alla Cagol e venne ritrovato nella sua macchina con tutti i colpi nel caricatore; cita la presenza di uomini in borghese che in realtà sopraggiunsero solo dopo. Palesemente racconta cose orecchiate male su cui poi costruisce sopra, come suo solito, congetture.

Sulle circostanze dell’arresto suo e di Curcio a Pinerolo è stato ampiamente smentito dallo stesso Curcio e recentemente anche da Pierluigi Zuffada (leggi qui). Accusa Moretti dell’arresto di Semeria alla stazione centrale di Milano, quando oggi è noto che fu una spia del Sid, l’operaio di Porto Marghera Leonio Bozzato, a consegnarlo ai carabinieri dopo averlo accompagnato alla stazione di Venezia. Fu proprio per coprire questo infiltrato che i carabinieri tentarono di uccidere Semeria sulla pensilina della stazione di Milano. Episodio che spinse Franceschini a chiedere all’Esecutivo di verificare se Moretti fosse una spia. Un abbaglio disastroso. Sempre Franceschini sostiene che gli arresti del 1975-'76 azzerarono le Br delle origini, legate al gruppo reggiano dell’Appartamento (da intendersi come quelle pure e genuine), per essere sostituite da una «nuova generazione», ovviamente equivoca e opaca, perché a lui sconosciuta. Affermazione ancora una volta scorretta, perché le prime Brigate rosse non sono riducibili al solo gruppo reggiano ma avevano ampie radici nelle fabbriche e quartieri milanesi, nonché rapporti con Torino, e poi perché Moretti era nel Cpm e Gallinari apparteneva all’Appartamento mentre nel 1975 arrivarono altri due reggiani, Bonisoli e Azzolini.

Sollecitato da Fasanella, si azzarda sul tema dei rapporti internazionali, a lui sconosciuti perché successivi al 1978. Cita verbali rilasciati da alcuni pentiti (Galati e Savasta) per sostenere che Moretti li avrebbe intessuti attraverso membri dell’ex Superclan riparati a Parigi e compromessi con potenze straniere. Citando Savasta fa il nome di un certo «Louis», che secondo il pentito sarebbe stato Vanni Mulinaris dell’Hyperion. Affermazioni irrilevanti sul piano storico poiché non pervenute da una conoscenza diretta dei fatti ma da letture di atti giudiziari e articoli di giornali degli anni successivi e da conversazioni con lo stesso Fasanella. Le indagini di polizia hanno poi accertato che dietro quel nome c’era Jean Louis Baudet, che sotto l’appellativo di «Paul» faceva da tramite per le Br con i referenti palestinesi. Un contatto con molta probabilità trovato da Antonio Bellavita, l’ex direttore di Controinformazione riparato a Parigi a metà degli anni '70, di cui Moretti si fidava ciecamente.

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20/02/2026

«Infondata la notizia di reato», dopo quattro anni il gip archivia l’inchiesta sul sequestro dell’archivio storico di Persichetti sul caso Moro

di Paolo Persichetti

«Gli elementi acquisiti nelle indagini preliminari non sono in alcun modo idonei a fondare nei confronti della persona indagata una “ragionevole previsione di condanna”, e ciò per le ragioni analiticamente espresse dal pm nella sua richiesta di archiviazione (leggi qui) che evidenziano anzi positivamente l’infondatezza della notizia di reato, ragioni che questo Ufficio integralmente condivide».

Sono definitive le parole utilizzate lo scorso 19 giugno 2025 dal gip Valerio Savio per liquidare, seppur tardivamente, l’inchiesta che il 9 giugno 2021 portò al sequestro del mio archivio e dei miei strumenti di lavoro, nonché di foto, documentazione strettamente familiare, amministrativa e clinica della mia famiglia.

Dodici magistrati per una girandola d’imputazioni

Uno degli aspetti più significativi dell’inchiesta è stata la girandola di imputazioni che si sono rincorse e accavallate tra l’ufficio del pm Eugenio Albamonte, la procura generale nella persona dell’allora procuratore generale Michele Prestipino (dimessosi dalla magistratura dopo essere stato indagato dalla procura di Caltanissetta – non è uno scherzo – per rivelazione di segreto d’ufficio), che volle includere persino il reato di associazione sovversiva, il tribunale della libertà, il gip, la cassazione e di nuovo il pm. Ben dodici magistrati, tra giudici e pm, tutti impegnati nella caccia al reato introvabile, a una colpa che doveva esserci ma non veniva fuori, al sospetto eletto come prova, all’incriminazione del lavoro storico, del rapporto con le fonti documentali e orali. Una riedizione di quel diritto penale d’autore (o del nemico), dove ciò che è punibile non è più il reato ma il reo, per «quello che è» o «è stato», non per «quello che ha fatto», anche se in questo caso i due aspetti si sovrappongono inevitabilmente. Perché l’indagato, ovvero l’autore di queste articolo, dopo essere stato condannato molti decenni prima per fatti di lotta armata, è diventato un ricercatore che studia il decennio nel quale quel fenomeno politico si è manifestato: una sovrapposizione inammissibile per taluni, una chimica pericolosa per altri.

Gli ignavi

Il pavido mondo dell’accademia, timorosa di confondersi con la mia biografia, ritenuta indigesta, non ha riflettuto abbastanza sugli aspetti inquietanti che hanno segnato questa vicenda: la pretesa degli apparati di polizia, del ministero dell’Interno e della Direzione centrale della polizia di prevenzione di sindacare sulle modalità dell’inchiesta storiografica e sulla legittimità delle fonti interrogate dallo studioso. E ora, anche se la polizia ha fatto cilecca sulle sue pretese di controllo del lavoro storico, il precedente è sancito e incombe su tutti in un’epoca dove la libertà di ricerca e pensiero non ha più lidi sicuri.

Cosa era successo?

La perquisizione e il sequestro dell’archivio sembravano inizialmente legati al possesso di una copia della prima bozza di relazione, e all’invio di alcune sue pagine, che la seconda commissione parlamentare sul sequestro e l’uccisione del leader democristiano Aldo Moro aveva approvato nel dicembre 2015. Col passare dei mesi e dei ricorsi, si era capito, in realtà, che fulcro della indagine erano i miei scambi con un anziano rifugiato delle Brigate rosse che, a sua volta, era in contatto con un altro rifugiato riparato in Nicaragua, coinvolti entrambi nel sequestro Moro: ormai cittadino svizzero l’uno e nicaraguense l’altro. Li avevo interpellati nel corso dei lavori preparatori di un libro sulla storia delle Br che sarebbe apparso nel 2017, Brigate rosse, dalle fabbriche alla campagna di primavera. Inizialmente, quando l’inchiesta era ancora contro ignoti, il primo reato ipotizzato fu la «violazione di segreto d’ufficio», la successiva perquisizione e il sequestro vennero giustificati ipotizzando il «favoreggiamento» e l’«associazione sovversiva». Ma poiché mancavano le «condotte di reato», anziché cassare il sequestro il tribunale di sorveglianza ebbe la bella idea si suggerire una nuova imputazione: la «rivelazione di notizie riservate stabilite dall’autorità». Successivamente il pubblico ministero rinunciava al reato di associazione sovversiva per confermare il favoreggiamento, anche se il gip osservava come nel fascicolo mancasse una chiara individuazione del reato, «una formulata incolpazione anche provvisoria».

L’archiviazione

Nel suo provvedimento il dottor Savio liquida uno alla volta i vari capi di imputazione partoriti durante l’indagine:

– la ricettazione (648 cp), ritenuta «non ipotizzabile, in ogni caso», anche perché non era stata accolta dalla stessa accusa, «non per nulla non ipotizzato e neanche iscritto ex art. 335 cpp dal pm»;

– il favoreggiamento personale (378 cp), giudicato «non perseguibile sia in dipendenza dell’inconsistenza dell’offensività della condotta di rivelazione di segreto ufficio (caduta su atti poi pubblicati, e dopo pochi giorni dal fatto) sia per la natura delle informazioni acquisite da Casimirri Alessio e Lojacono Alvaro con i documenti loro trasmessi dall’indagato, dati che – al di là della loro successiva pubblica diffusione – non erano e non sono idonei a consentire ulteriori incriminazioni o anche solo ulteriori investigazioni in ordine al ruolo da loro avuto nel sequestro di Aldo Moro, vicenda per la quale sono stati già giudicati; Reato comunque estinto poiché le condotte risalgono al dicembre 2015»;

– la rivelazione e utilizzazione di segreto d’ufficio (326 cp) – poiché «non si è potuto ricostruire se la violazione del segreto d’ufficio sia avvenuta per condotte dolose o colpose, ed in quale esatto contesto; Reato comunque estinto poiché le condotte risalgono al dicembre 2015».

Imputazione – va sottolineato – che semmai era ascrivibile alla persona che in totale trasparenza, senza alcun dolo ma con obiettivi legati all’ufficio che svolgeva, aveva consegnato a me, e ad altri ricercatori e studiosi, copie della bozza di relazione annuale poche ore prima della sua approvazione finale, con l’unico – per altro legittimo obiettivo – di elaborare degli emendamenti al testo.

Le indagini sul Moro sexies all’origine dell’inchiesta

Esaminando il fascicolo finalmente depositato integralmente, oggi scopriamo che tutto ha avuto inizio nel marzo 2020, quando la polizia di prevenzione stilava un primo rapporto sulla base di comunicazioni pervenute dalla Fbi relative all’intercettazione di alcune e-mail di Alessio Casimirri, ex brigatista condannato per il sequestro Moro, rifugiato e naturalizzato da decenni in Nicaragua.

Questo episodio avveniva mentre la procura di Roma, ordinaria e generale, da diverso tempo stavano nuovamente indagando sul sequestro Moro. Su input della commissione Moro 2 avevano riaperto alcuni filoni d’inchiesta su aspetti del sequestro, seguiti ad accertamenti svolti nell’ambito dei lavori della commissione parlamentare, che per semplicità sono stati riassunti sotto la definizione di Moro sexies. Alle prime tre inchieste già avviate in quel momento (2016-17-18): presunti rapporti con la ‘ndrangheta, indagati senza esito da quasi un decennio dalla procura generale e ancora in corso; indagini sulle tracce biologiche ritrovate su alcuni mezzi utilizzati in via Fani, sulla Renault 4 e in via Gradoli e su un falso cartellino fotosegnaletico attribuito ad Alessio Casimirri (queste ultime condotte dal pm Albamonte e formalmente archiviate dal gip), e di cui parleremo meglio in un prossimo articolo, si sono aggiunte altre due inchieste aperte nel 2020, sempre da Albamonte, e poi sdoppiate successivamente.

La nuova inchiesta del marzo 2020

«Dal complesso della già menzionata documentazione, acquisita mediante rogatoria internazionale a cura della procura generale di Roma e riversata in atti, emergevano – scriveva il pm Albamonte nella sua richiesta di archiviazione del settembre 2024 – numerosi scambi di messaggi tra il Casimirri e Alvaro Lojacono Baragiola. Anche questi ex Br e latitante in Svizzera». In alcune mail che i due si scambiavano appariva in carbon copy anche un mio account. Come sopra accennato, nel marzo e nel giugno 2020 pervenivano una serie di rapporti di polizia sulla base di informazioni inviate dal magistrato di collegamento presso l’ambasciata degli Stati uniti a Roma, Josh Cavinato, che aveva raccolto «delle registrazioni per le autorità italiane relative ad un account e-mail riconducibile ad Alessio Casimirri».

Le intercettazioni della FBI

Una comunicazione proveniente da Michael Duclos, procuratore presso il Cyber team, Office of international affairs criminal division, del dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, ci permette di comprendere meglio l’origine di queste attività di intercettazione preventiva: si afferma, infatti, che le registrazioni erano state svolte dalle forze di polizia statunitensi e poi fatte pervenire all’Italia. Per poter dare seguito all’attività di assistenza giudiziaria internazionale, Duclos chiedeva, inoltre, se «le autorità italiane avevano ancora necessità che il nostro ufficio ottenga registrazioni direttamente da Google?» e poi «quali fossero gli elementi di prova in possesso delle autorità italiane in grado di dimostrare che le comunicazioni e informazioni presenti negli account indicati fossero pertinenti con reati oggetto di indagine? Si prega di descrivere fatti e prove».

La risposta del procuratore generale

Dopo aver indicato i vecchi profili penali dei titolari degli account messi sotto sorveglianza, il procuratore generale Francesco Piantoni rispondeva – siamo sempre nel marzo del 2020, anche se l’assistenza giudiziaria internazionale è ancora attiva nel maggio del 2022 (nota della Dcpp, n.224/B1/Sez. 2/9699/2022) – che «le comunicazioni intercorse tra i due ex brigatisti latitanti (Casimirri e Loiacono) e tra questi e i due ex terroristi Persichetti e Piccioni (redattore del giornale online “Contropiano”, ndr) sono di rilevante interesse investigativo nell’ambito del presente procedimento, finalizzato all’individuazione di eventuali corresponsabili dell’eccidio di via Fani».

Ad avviso della procura, appariva sospetta la cronologia dei contatti, perché tre delle cinque comunicazioni tra Casimirri e Loiacono, intercettate nel 2018, erano avvenute a ridosso del quarantennale del rapimento Moro, che aveva avuto una importante risonanza mediatica. Non solo, i motivi di sospetto – proseguiva il magistrato – erano dovuti al fatto che nel 2018 si erano chiusi i «lavori della Commissione parlamentare d’inchiesta sul rapimento e sulla morte di Aldo Moro», nonché «per l’attivo interesse che Persichetti Paolo e Piccioni Francesco hanno dimostrato, in questi ultimi anni, con interventi pubblici e pubblicazioni che hanno accompagnato i lavori della Commissione parlamentare […] In più circostanze, infatti, sia Persichetti che Piccioni hanno preso posizione sostenendo sempre, anche a fronte delle nuove acquisizioni della Commissione, quanto affermato dai brigatisti rossi nel corso dei processi è delle audizioni in Commissione e dell’impegno profuso nel seguire i lavori della Commissione parlamentare e nell’intervenire pubblicamente per smentire la necessità di qualsiasi ulteriore approfondimento investigativo».

Lo stralcio dei fascicoli

Questo nuovo filone d’indagine aperto nel 2020 contro ignoti, si scindeva nel 2021 con la mia iscrizione nel registro degli indagati e l’avvio di una ulteriore inchiesta incentrata sul ruolo di Casimirri, volta ad approfondire vecchi aspetti, degli ever green del sequestro Moro: l’abbandono delle macchine del commando brigatista in via Licinio Calvo, l’ampia letteratura dietrologica su via dei Massimi e altri aspetti affrontati dalla Cm2. Indagine, anche questa, che ha condotto alla clamorosa smentita delle ipotesi investigative.

Le frustrazioni dell’antiterrorismo

Ci siano consentite, infine, alcune considerazioni sulle parole del procuratore generale Francesco Piantoni, condivise dal pubblico ministero Albamonte (oggi passato alla Dnaa): a suo avviso svolgere lavoro storico e giornalistico a distanza di quarant’anni dai fatti esaminati (nel frattempo siamo arrivati a 48), decostruire le fake news e le narrazioni complottiste sul rapimento Moro, per altro con riscontri storici di rilievo, mettere in discussione i limiti e le imprecisioni della verità giudiziaria e le narrazioni mainstream, sono un atteggiamento sospetto da indagare, perché – ritiene sempre il procuratore – volti a nascondere la verità, inquinare le prove, coprire dei complici. Tutte ragioni che ai suoi occhi giustificavano addirittura lo svolgimento di rogatorie internazionali con gli Stati Uniti e l’intercettazione del traffico mail degli interessati, fino al sequestro di un archivio e degli strumenti di lavoro di un ricercatore e allo sconvolgimento della vita di una famiglia. Nel fascicolo dell’inchiesta emergono continue ed evidenti dimostrazioni della spasmodica ricerca, all’interno della mole enorme di materiale digitale e carte sequestrate, di rivelazioni inedite su persone e circostanze. Emerge una costante frustrazione che segna tutta l’inchiesta e la fallimentare caccia ai fantasmi, dovuta ad un appiattimento sulle tesi della dietrologia, messa in piedi dal baraccone dell’antiterrorismo, sempre più bisognoso di spettri da creare per giustificare la propria esistenza.

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11/12/2025

Il metodo Flamigni e la disinformazione di Stato

di Paolo Persichetti

È scomparso oggi, all’età di 100 anni, Sergio Flamigni, monumento della dietrologia italiana, inventore di un metodo di falsificazione della storia degli anni '70, e in modo particolare del sequestro Moro, che purtroppo ha fatto scuola e inquinato profondamente le fonti documentali presenti sulla materia. Oggi i ricercatori che in modo più rigoroso si attengono alla metodologia storica devono inevitabilmente confrontarsi con la stratificazione delle menzogne e false notizie che Flamigni ha sparso nei decenni precedenti. Un lavoro che assomiglia molto a quello dell’archeologo, quando deve rimuovere i vari strati che seppelliscono l’epoca che sta riportando alla luce.

Disinformazione di Stato

Flamigni è stato un grigio funzionario della sezione Affari dello Stato del Pci, il ministero dell’Interno di Botteghe oscure. Privo di qualunque latitudine politica è rimasto ottusamente legato alla vecchia propaganda complottista elaborata dal suo partito a metà degli anni '80 per trovare un alibi al fallimento completo della strategia politica messa in piedi nella seconda metà degli anni '70 con il compromesso storico. Quando Ugo Pecchioli, responsabile di quella struttura, in una delle sue ultime prese di posizione, prima di morire, a metà degli anni '90, affermò che ormai era necessaria un’amnistia che chiudesse la pagina della lotta armata perché quel fenomeno aveva concluso il suo ciclo e non aveva più senso tenere in piedi l’apparato di contrasto ideologico-complottista, Flamigni non è stato in grado di riformattare il proprio pensiero e dare un senso più proficuo alla propria esistenza. Il vecchio apparatčik della disinformazione ha continuato il proprio lavoro di intossicazione elaborando, grazie al monopolio delle fonti all’epoca nelle mani solo degli apparati, della magistratura e delle commissioni d’inchiesta parlamentare con il loro corredo di consulenti, un metodo narrativo che avrebbe fatto rabbrividire persino l’Ovra fascista: ignorare i documenti scomodi, manipolarne altri, inventare menzogne, diffondere calunnie.

Quando il Pci imitò Orwell

Una data fondativa dell’azione del Pci sulla vicenda Moro è sicuramente quella del maggio 1984. Anno che è anche il titolo di un famoso libro di George Orwell in cui si prefigura l’avvento di una società totalitaria dominata dalla sorveglianza universale del «Grande Fratello». Dove la verità viene istituita per decreto da un ministero e si comunica attraverso una «neolingua». Un lessico artificiale imposto dal potere che modifica e riduce il significato delle parole, un tempo appartenenti alla lingua corrente («l’archeolingua»). Elaborata facendo uso della “scienza del paradosso” («la libertà è schiavitù»), che per Flamigni equivaleva a dire «Le Brigate rosse sono nere». Privato della propria autonomia, nella società immaginata da Orwell il linguaggio perdeva gradualmente capacità di produrre pensiero libero neutralizzando in questo modo ogni possibilità di eresia. Forse è solo una inquietante «coincidenza», categoria che nella letteratura flamignana è sempre stata prova di valore assoluto, tanto da farne una tecnica narrativa (la ricerca sistematica delle coincidenze più impensabili e l’omissione di quelle fastidiose), ma certo mette i brividi.

In crisi di strategia dopo il naufragio del compromesso storico e la morte di li’ a poco del segretario, il Pci impresse una svolta anche sul sequestro dello statista democristiano con la mozione presentata il 9 maggio 1984 alla Camera e al Senato dai capigruppo Chiaromonte e Napolitano, a firma rispettivamente dei senatori Pecchioli, Tedesco, Tatò e Flamigni e dei deputati Zangheri, Spagnoli, Violante, Serri, Macis e Gualandi.

Con questo documento il partito comunista prese le distanze dalla relazione di maggioranza che aveva appoggiato l’anno precedente (assieme alla Dc, gli Indipendenti di sinistra, Repubblicani e Socialdemocratici, escluso il Psi), in chiusura dei lavori della prima commissione d’inchiesta parlamentare sul rapimento Moro, e dal primo processo in corte d’assise che si era concluso nel 1983. Il nodo storico-politico che tormentava questo partito era dimostrare che la vita di Moro non era stata sacrificata in nome della ragion di Stato, cioè di una fermezza che avrebbe precluso ogni possibilità di trattativa con le Br. Una singolare inversione della realtà e della logica che segnalava quanto il Pci stesse tentando di tirarsi fuori dalla responsabilità di aver contribuito, sacrificando Moro, alla disfatta della propria strategia. Una consapevolezza che spinse i dirigenti di Botteghe oscure ad avviare la lunga stagione vittimista e recriminatoria della dietrologia: la neolingua del complotto.

L’invenzione dei misteri

I parlamentari comunisti chiusero la mozione elencando undici quesiti che ai loro occhi apparivano «fondamentali aspetti della tragica vicenda», rimasti «tuttora sconosciuti o inspiegabili»: 1) chi decise il sequestro di Aldo Moro? 2) chi decise il suo assassinio? 3) i nomi di tutti coloro che parteciparono alla strage di via Fani? 4) i nomi di tutti coloro che gestirono il sequestro e il ruolo che ebbe ciascuno di essi? 5) il luogo ove fu tenuto prigioniero e il luogo ove fu ucciso Moro? 6) i nomi di coloro che uccisero Moro? 7) chi trasportò il corpo della vittima in via Caetani? 8) chi decise che il corpo dovesse essere fatto rinvenire in quella strada? 9) quali furono le modalità degli interrogatori cui fu sottoposto il prigioniero, le modalità di redazione dei suoi scritti, le modalità attraverso le quali le lettere giungevano ai destinatari? 10) se intervennero nei confronti delle Br, oltre a forze straniere favorevoli alla liberazione di Moro, come l’Olp, anche altre forze straniere portatrici di un contrapposto interesse? 11) se tutti i documenti rinvenuti in via Montenevoso a Milano furono trasmessi alla magistratura o se alcuni di essi vennero trasmessi solo ad altre autorità dello Stato?

A rileggerli oggi, sembra che il tempo non sia mai passato, perché nonostante le risposte ormai acquisite, grazie agli avanzamenti della ricerca storica, solo in parte recepiti in sede giudiziaria, la letteratura dietrologica li ripropone come nulla fosse accaduto nel frattempo. Un ossessivo disco rigato che non ammette confutazione.

La tela del ragno

Dopo le due mozioni, stampa di partito, avvocati, funzionari d’apparato e intellettuali organici si misero al lavoro per confezionare la letteratura che fonderà la stagione complottista. Nella seconda metà degli anni '80 apparvero una serie di volumi, Operazione Moro. I fili ancora coperti di una trama politica criminale (1984), scritto da Giuseppe Zupo (responsabile giustizia del Pci e legale di parte civile nel primo processo Moro) insieme a Vincenzo Marini Recchia. Testo apparso a puntate nei mesi precedenti su Paese sera, giornale romano del Pci. L’anno successivo seguirà, Il mandarino è marcio. Terrorismo e cospirazione nel caso Moro, dei giornalisti Mimmo Scarano e Maurizio De Luca. Nel 1986 apparve un saggio del professor Giorgio Galli, Il partito Armato. Gli «Anni di piombo» in Italia (1968-1986), che diede alcuni quarti di nobiltà alla dietrologia, come aveva fatto in precedenza Norberto Bobbio in una serie di interventi su La democrazia e il potere invisibile e, nel 1989, Franco De Felice con il suo, Doppia lealtà e doppio Stato.

Ma è il 1988 l’anno decisivo: appare finalmente il primo lavoro di Sergio Flamigni con un testo che resterà epico, La tela del ragno. Il delitto Moro, Edizioni Associate, con la prefazione di Luciano Violante. Un imprimatur di quella che sarà la linea del Pci, poi Pds e Pd nei decenni a seguire. La prima edizione contava appena 302 pagine, una delle ultime, quella del 2013, è lievitata a 409, tra rifacimenti, correzioni, arrangiamenti. In fondo la dietrologia è la scienza delle ombre, racconta ciò che non ha contorni.

Seguiranno altri volumi dedicati al sequestro Moro: «Il mio sangue ricadrà su di loro». Gli scritti di Aldo Moro prigioniero delle Br, 1997; Convergenze parallele. Le Brigate rosse, i servizi segreti e il delitto Moro, 1998; Il covo di Stato. Via Gradoli 96 e il delitto Moro, 1999; La prigione fantasma. Il covo di via Montalcini e il delitto Moro, 2009. Monografie dedicate a temi che nel tempo sono divenuti topos della dietrologia sulla vicenda Moro. Nel 2005 darà vita all’Archivio Flamigni, che oltre a raccogliere la documentazione collezionata in materia di terrorismo, stragi, mafia, P2 è uno dei centri propulsori del complottismo.

L’ostilità contro Mario Moretti

Nutriva una personale ostilità nei confronti di Mario Moretti al quale dedicò un intero volume, La sfinge delle Brigate Rosse. Delitti, segreti e bugie del capo terrorista Mario Moretti, 2004. Flamigni diffidava di chi aveva realizzato la propria formazione politica al di fuori degli ambienti del Pci. A differenza dei reggiani dell’Appartamento, Moretti (al pari di Curcio, che però era stato arrestato molto presto) gli appariva un oggetto non identificato. Come molti giovani operai del tempo, provenienti dal Meridione o da altre parti d’Italia, Moretti si era formato nelle lotte di fabbrica, nelle prime vertenze che introdussero le assemblee come strumento di democrazia operaia, scalzando le vecchie commissioni interne. Un mondo incomprensibile a Flamigni che nei primi anni della sua attività parlamentare si era occupato delle forze di polizia. Nei primi anni '80, recatosi nel carcere speciale di Nuoro, che aveva sostituito l’Asinara dopo la sua chiusura incrociò Moretti. Avrebbe potuto chiedergli tante cose invece l’unica domanda che fu in grado di rivolgergli riguardava la marca del water chimico utilizzato da Moro a via Montalcini. Pensava di coglierlo in fallo. Aveva davanti a sé l’uomo che aveva visto Moro vivo per l’ultima volta, ma non ebbe alcuna curiosità. Ai suoi occhi Moro non era più una persona con un pensiero, che condusse una propria battaglia terribile contro il suo partito, il Pci, lo Stato, ma solo un orifizio.

Il metodo Flamigni

I suoi libri sono una compilazione delle tecniche disinformative. Mai una riflessione autocritica o una presa d’atto dei clamorosi fake diffusi in precedenza. Cito alcuni esempi: Flamigni ignora il verbale del 1994 nel quale il teste Alessandro Marini, quello che racconta della moto Honda, spiegava che il parabrezza del suo motorino si era rotto cadendo a terra nei giorni precedenti il 16 marzo e quindi non era vero che fosse stato distrutto dagli spari dei due fantasmi in motocicletta. Mentre si ostina a cercare lo sparatore da destra, non vede le numerose foto del motorino di Marini, parcheggiato sul marciapiede sinistro di via Fani, col parabrezza tenuto da una vistosa striscia di nastro adesivo. Cita ripetutamente una frase di D’Ambrosio, generale amico del colonnello Guglielmi, per insinuare che questi avesse coordinato l’attacco in via Fani, omettendo l’integrità del verbale d’interrogatorio, acquisito finalmente dalla commissione Moro 2, che smentisce completamente le sue affermazioni. Flamigni acquisì dalle mani dei fascisti della rivista “Area” il materiale utilizzato per costruire le fake news su via Gradoli. Per anni confuse il ruolo di un notaio, Bonori, che aveva svolto solo la funzione di sindaco supplente nella società immobiliare Gradoli, proprietaria di alcuni appartamenti, ma non di quello abitato dai brigatisti, con quello di amministratore della stessa società. Quando glielo hanno spiegato ha ripiegato su Domenico Catracchia, che fu amministratore del civico 96, piccolo imprenditore immobiliare privo di scrupoli che affittava seminterrati a stranieri clandestini.

Ossessionato dalla presenza di un quarto uomo in via Montalcini, informazione ricevuta durante i colloqui con due brigatisti dissociati, quando emergerà che la sua identità era quella del brigatista Germano Maccari, e non di un «misterioso» agente segreto, sosterrà che ve n’era per forza un quinto, non delle Br ovviamente. Passa sistematicamente al setaccio tutti i proprietari degli appartamenti situati nelle strade che hanno interessato il sequestro, per denunciare i loro nomi quando si tratta di persone ai suoi occhi sospette, ma dimentica di rivelare che accanto al civico 8 di via Montalcini abitava il senatore Giuseppe D’Alema, padre di Massimo. Calunnia Balzerani e Moretti, sostenendo che sono loro ad aver fatto il nome di Maccari, evitando di citare la confessione della Faranda.

Flamigni se n’è andato ma le sue bugie restano, hanno messo radici nella società dei social, allignano in un mondo dove i meccanismi del potere sono sempre più opachi e le fake news e il complottismo sono divenuti un nuovo instrumentum regni.

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