Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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25/05/2026

La colonizzazione dell’America Latina

Si tratta di un vero e proprio piano strategico per riappropriarsi di territori, per imporre, anche militarmente, una sempre più feroce politica espansionistica e un modello economico neoliberista estrattivista, quello disegnato dall’amministrazione MAGA (Make America Great Again) e dal governo Netanyahu per America Latina, con il sostegno dell’argentino Javier Milei e come testa di ponte l’ex presidente honduregno Juan Orlando Hernández, condannato negli Stati Uniti a 45 anni di carcere per traffico di droga e poi graziato da Trump. Obiettivo immediato è frenare l’espansione e il dominio cinese nella lavorazione dei minerali critici – controlla circa l’85% della raffinazione delle terre rare del mondo – intervenendo nelle zone di maggiore incidenza come lo è la regione latinoamericana. Ma anche riprendere protagonismo e controllo egemonico sul “cortile di casa” e destabilizzare governi e partiti progressisti e di sinistra. Corruzione, ricatti, valanghe di denaro drenato allo Stato, repressione e violenza omicida, campagne di diffamazione e killeraggio mediatico sono gli strumenti adottati dalla strategia trumpiana.

È quanto rivelano i 37 audio pubblicati da Canal RED e Hondurasgate nei giorni scorsi, che restituiscono uno scenario a dir poco inquietante per la popolazione latinoamericana. Dopo aver svelato gli intrighi dietro l’ingerenza statunitense e israeliana nelle elezioni honduregne e la grazia concessa all’ex presidente in vista di un suo ritorno in patria come possibile candidato nel 2029 e come operatore politico di Trump e della lobby israeliana nella regione, il portale web Hondurasgate ha pubblicato un secondo lotto di file audio che confermerebbero la strategia destabilizzatrice di Washington in America Latina e il ruolo dell’Honduras come enclave strategico per recuperare il controllo della regione, mediante “una combinazione di lawfare, controllo militare delle risorse strategiche, narcoterrorismo, manipolazione religiosa e mediatica”.

Sul piatto c’è l’espansione delle famigerate Zone di impiego e sviluppo economico (Zede, per la sua sigla in spagnolo), una sorta di enclave neocoloniale gestito autonomamente dal capitale multinazionale, in particolare quello nordamericano, l’installazione in questi territori di una nuova base militare statunitense, l’approvazione di una legge che incentivi l’investimento statunitense e israeliano in intelligenza artificiale e anche la costruzione di un mega carcere sulla falsariga del tristemente noto Centro di Confinamento del Terrorismo (CECOT) in El Salvador, su cui sono piovute feroci critiche per le condizioni disumane in cui vivono i reclusi e per gli oltre 500 morti denunciati dalle organizzazioni Cristosal e Socorro Jurídico Humanitario. Tra i progetti anche “l’aggiudicazione a General Motors dell’appalto per la costruzione del tratto ferroviario interoceanico” e “l’acquisto di metalli in esclusiva ad Argentina e Stati Uniti, escludendo così Cina e Canada dall’affare”, spiega in un audio il presidente Asfura a Hernández.

Una strategia che non avrebbe futuro senza un adeguato apparato repressivo pronto ad annichilire, anche fisicamente, chi non fosse d’accordo. Particolarmente perturbanti risultano gli audio in cui Hernández ordina al presidente del Congresso, il fedelissimo Tomás Zambrano, di usare qualsiasi tipo di violenza per controllare gli oppositori. “In Honduras serve la forza, la logistica e il sangue. Se vuoi controllare la gente devi reprimerla, spremerla, devi contrastare la violenza generando violenza (…) Come diceva Pablo Escobar, non essere debole, altrimenti non riesci a portare a termine il lavoro”.  Fondamentale per l’ex presidente honduregno mantenersi in sella, costi quel che costi. “Non molleremo il potere e faremo tutto ciò che è necessario per tenerlo. E se la situazione precipita bisogna dare la colpa ai comunisti. Questa è la narrazione che dobbiamo imporre: sono loro i violenti che provocano, noi stiamo solo rispondendo agli attacchi”.

Per fare ciò, Hernández si sarebbe messo in contatto con l’ex generale golpista Romeo Vásquez Velásquez, condannato per l’assassinio del diciannovenne Isy Obed Murillo, primo martire della resistenza contro il colpo di Stato civico militare del 2009, e da oltre un anno latitante. In uno degli audio, l’ex capo delle Forze armate assicura di avere già il sostegno di alcuni reparti dell’esercito. “Ho solo bisogno che mi confermi la lista delle persone e iniziamo. Abbiamo le risorse (economiche), le persone, solo aspettiamo un suo ordine”.

Un ulteriore pilastro del piano strategico è costituito dall’elemento ideologico, in questo caso il coinvolgimento delle sette religiose, in particolare della chiesa evangelica. Rivolgendosi sempre a Zambrano, l’ex presidente spiega che bisogna allineare le chiese affinché manipolino la percezione che la popolazione ha del governo progressista di Xiomara Castro. “Dobbiamo far sì che la gente si dimentichi di quel governo e che pensi sia stato un disastro. Questo è uno dei modi che ci permetterà di tenerci stretto il governo”.

Creare un team di comunicazione finanziato con fondi pubblici honduregni e argentini per colpire mediaticamente i governi di Gustavo Petro (Colombia) e Claudia Sheinbaum (Messico), nonché esponenti di rilievo ed ex funzionari pubblici del Partito Libertà e Rifondazione (Honduras), è una delle strategie promosse dagli USA e che Juan Orlando Hernández fa propria, discutendone con membri del suo partito (Nacional) e dell’attuale governo honduregno. Il piano prevede l’invio all’ex presidente di circa 300 mila dollari sottratti al Ministero delle infrastrutture e servizi pubblici, per affittare un appartamento in cui istallare “un’unità di giornalismo digitale”. Il pool si occuperebbe di creare dossier ad hoc per attaccare avversari politici attraverso un nuovo portale web creato dall’entourage di Donald Trump.

“Si stanno preparando dossier contro il Messico, la Colombia e, soprattutto, contro l’Honduras, in questo caso contro la famiglia Zelaya (Manuel Zelaya 2006-2009 e Xiomara Castro 2022-2025)”, spiega in un audio Hernández all’attuale presidente Nasry Asfura. Un fatto particolarmente grave se si pensa che tra meno di un mese (31 maggio) si svolgeranno le elezioni in Colombia, dove il candidato progressista del Pacto Histórico, Iván Cepeda, è avanti in tutti i sondaggi e le minacce e i ricatti di Trump contro il Messico sono continui e persistenti. A finanziare il tutto parteciperebbe anche il governo argentino, con un apporto di 350 mila dollari, e un “grande amico messicano” di cui però non si fa il nome. “Dobbiamo avere liquidità per estirpare il cancro della sinistra dall’Honduras e dall’America Latina”, spiega Hernández in un altro audio alla vicepresidente honduregna María Antonieta Mejía. 

Per Bertha Oliva, coordinatrice del Comitato dei famigliari dei detenuti scomparsi in Honduras (Cofadeh), il Paese si trova a un bivio. “Ci troviamo di fronte a uno scontro tra ricchi e poveri, a un conflitto di classe, a una collisione tra due modelli economici, tra chi concentra il potere e la ricchezza e chi deve accontentarsi delle briciole e fa fatica a sopravvivere, tra chi depreda terre, territori e beni comuni e cede la sovranità nazionale come peón dell’impero e chi resiste e lotta per un Honduras diverso, per un modello economico inclusivo, solidale, che riduce le disuguaglianze, che protegge il patrimonio nazionale e che non svende il Paese”, dice a Pagine Esteri.

La pubblicazione del terzo e ultimo blocco di audio marca la durezza del piano ordito da Washington e Tel Aviv, con Tegucigalpa come alfiere nello scacchiere latinoamericano. Per raggiungere gli obiettivi è necessario prendere d’assalto le istituzioni ed eliminare, anche fisicamente, ciò che resta della presenza di Libre. Per fare ciò vengono definite tre fasi: persecuzione e minacce contro gli avversari politici che occupano ancora cariche istituzionali,  corruzione di membri del Parlamento per assicurarsi i voti necessari per la loro destituzione attraverso lo strumento del juicio político e la reincorporazione in posizioni di potere di personaggi del passato legati a Juan Orlando Hernández. Oltre ai nomi già citati in questo articolo, i nuovi audio coinvolgono la consigliere elettorale Cossette López Osorio, il deputato liberale (ex Libre) Jorge Calix e l’ex presidente dell’estinto Tribunale supremo elettorale, David Matamoros, artefice dei brogli del 2017, anche in quel caso legittimati da Washington, quando la repressione della polizia costò la vita ad oltre 30 persone che protestavano nelle strade dell’Honduras.

Principale bersaglio è il consigliere Marlon Ochoa, che prima, durante e dopo le elezioni del novembre scorso aveva denunciato irregolarità e brogli grossolani da parte dei due partiti tradizionali, nonché l’ingerenza di Trump. Fuggito in esilio prima di essere destituito, aveva raccontato in esclusiva a Pagine Esteri di essere in possesso di informazioni circa un piano per processarlo, condannarlo, incarcerarlo e infine assassinarlo. Gli audio pubblicati da Hondurasgate ne confermano la veridicità. “Come facciamo ad andare avanti se prima non buttiamo fuori questo cabrón di Marlon (…) Deve essere l’obiettivo numero uno. Lo dico chiaro e tondo: carcere o morte”, dice Cossette López in un audio di gruppo.

In un’altra registrazione, Hernández e Zambrano discutono sulla strategia per attribuirgli la responsabilità di un crimine che contempli un mandato di cattura internazionale e la relativa cattura all’estero con l’aiuto dell’intelligence statunitense. Per raccogliere i voti necessari al suo defenestramento, invece, sarebbero stati pagati centinaia di migliaia di dollari a 12 deputati liberali. “Datemi più denaro perché io ne ho già messo troppo”, si lamenta Calix. “Ti dò 3 milioni di lempiras (113 mila dollari) dei miei soldi e altri 2 milioni (75 mila dollari) di Carlos Flores (ex presidente liberale). Ma non sono per intascarteli, come dicono che stai facendo. Sono per quei figli di puttana di deputati che si stanno tirando indietro”, risponde Cossette López.

Dai loro account social, Juan Orlando Hernández e Tomás Zambrano ridicolizzano quello che considerano un tentativo disperato della sinistra nazionale e internazionale per gettare fango sull’ex presidente e sul partito di governo. Canal RED e Hondurasgate rispondono con una pubblicazione dettagliata sull’audit forense realizzato su ogni audio con Phonexia Voice Inspector, il cui risultato ne conferma l’autenticità dal punto di vista acustico e biometrico.

“Il disegno è lo stesso degli anni '80”, spiega Oliva, “L’oligarchia e la politica ultraconservatrice locale si articolano con i loro simili a livello internazionale per annientare chi mette in pericolo i loro interessi. Si sta nuovamente configurando una narcodittatura che vuole governare per i prossimi decenni, sorretta dall’apparato militare e mediatico. Questo non può fare altro che generare repressione, criminalizzazione, esilio e morte”. Per la storica difensora dei diritti umani “stiamo vivendo momenti molto difficili e siamo preoccupati, ma non possiamo smettere di sognare. I popoli alla fine trionfano sempre perché hanno la ragione dalla loro parte”.

Fonte 

20/02/2026

«Infondata la notizia di reato», dopo quattro anni il gip archivia l’inchiesta sul sequestro dell’archivio storico di Persichetti sul caso Moro

di Paolo Persichetti

«Gli elementi acquisiti nelle indagini preliminari non sono in alcun modo idonei a fondare nei confronti della persona indagata una “ragionevole previsione di condanna”, e ciò per le ragioni analiticamente espresse dal pm nella sua richiesta di archiviazione (leggi qui) che evidenziano anzi positivamente l’infondatezza della notizia di reato, ragioni che questo Ufficio integralmente condivide».

Sono definitive le parole utilizzate lo scorso 19 giugno 2025 dal gip Valerio Savio per liquidare, seppur tardivamente, l’inchiesta che il 9 giugno 2021 portò al sequestro del mio archivio e dei miei strumenti di lavoro, nonché di foto, documentazione strettamente familiare, amministrativa e clinica della mia famiglia.

Dodici magistrati per una girandola d’imputazioni

Uno degli aspetti più significativi dell’inchiesta è stata la girandola di imputazioni che si sono rincorse e accavallate tra l’ufficio del pm Eugenio Albamonte, la procura generale nella persona dell’allora procuratore generale Michele Prestipino (dimessosi dalla magistratura dopo essere stato indagato dalla procura di Caltanissetta – non è uno scherzo – per rivelazione di segreto d’ufficio), che volle includere persino il reato di associazione sovversiva, il tribunale della libertà, il gip, la cassazione e di nuovo il pm. Ben dodici magistrati, tra giudici e pm, tutti impegnati nella caccia al reato introvabile, a una colpa che doveva esserci ma non veniva fuori, al sospetto eletto come prova, all’incriminazione del lavoro storico, del rapporto con le fonti documentali e orali. Una riedizione di quel diritto penale d’autore (o del nemico), dove ciò che è punibile non è più il reato ma il reo, per «quello che è» o «è stato», non per «quello che ha fatto», anche se in questo caso i due aspetti si sovrappongono inevitabilmente. Perché l’indagato, ovvero l’autore di queste articolo, dopo essere stato condannato molti decenni prima per fatti di lotta armata, è diventato un ricercatore che studia il decennio nel quale quel fenomeno politico si è manifestato: una sovrapposizione inammissibile per taluni, una chimica pericolosa per altri.

Gli ignavi

Il pavido mondo dell’accademia, timorosa di confondersi con la mia biografia, ritenuta indigesta, non ha riflettuto abbastanza sugli aspetti inquietanti che hanno segnato questa vicenda: la pretesa degli apparati di polizia, del ministero dell’Interno e della Direzione centrale della polizia di prevenzione di sindacare sulle modalità dell’inchiesta storiografica e sulla legittimità delle fonti interrogate dallo studioso. E ora, anche se la polizia ha fatto cilecca sulle sue pretese di controllo del lavoro storico, il precedente è sancito e incombe su tutti in un’epoca dove la libertà di ricerca e pensiero non ha più lidi sicuri.

Cosa era successo?

La perquisizione e il sequestro dell’archivio sembravano inizialmente legati al possesso di una copia della prima bozza di relazione, e all’invio di alcune sue pagine, che la seconda commissione parlamentare sul sequestro e l’uccisione del leader democristiano Aldo Moro aveva approvato nel dicembre 2015. Col passare dei mesi e dei ricorsi, si era capito, in realtà, che fulcro della indagine erano i miei scambi con un anziano rifugiato delle Brigate rosse che, a sua volta, era in contatto con un altro rifugiato riparato in Nicaragua, coinvolti entrambi nel sequestro Moro: ormai cittadino svizzero l’uno e nicaraguense l’altro. Li avevo interpellati nel corso dei lavori preparatori di un libro sulla storia delle Br che sarebbe apparso nel 2017, Brigate rosse, dalle fabbriche alla campagna di primavera. Inizialmente, quando l’inchiesta era ancora contro ignoti, il primo reato ipotizzato fu la «violazione di segreto d’ufficio», la successiva perquisizione e il sequestro vennero giustificati ipotizzando il «favoreggiamento» e l’«associazione sovversiva». Ma poiché mancavano le «condotte di reato», anziché cassare il sequestro il tribunale di sorveglianza ebbe la bella idea si suggerire una nuova imputazione: la «rivelazione di notizie riservate stabilite dall’autorità». Successivamente il pubblico ministero rinunciava al reato di associazione sovversiva per confermare il favoreggiamento, anche se il gip osservava come nel fascicolo mancasse una chiara individuazione del reato, «una formulata incolpazione anche provvisoria».

L’archiviazione

Nel suo provvedimento il dottor Savio liquida uno alla volta i vari capi di imputazione partoriti durante l’indagine:

– la ricettazione (648 cp), ritenuta «non ipotizzabile, in ogni caso», anche perché non era stata accolta dalla stessa accusa, «non per nulla non ipotizzato e neanche iscritto ex art. 335 cpp dal pm»;

– il favoreggiamento personale (378 cp), giudicato «non perseguibile sia in dipendenza dell’inconsistenza dell’offensività della condotta di rivelazione di segreto ufficio (caduta su atti poi pubblicati, e dopo pochi giorni dal fatto) sia per la natura delle informazioni acquisite da Casimirri Alessio e Lojacono Alvaro con i documenti loro trasmessi dall’indagato, dati che – al di là della loro successiva pubblica diffusione – non erano e non sono idonei a consentire ulteriori incriminazioni o anche solo ulteriori investigazioni in ordine al ruolo da loro avuto nel sequestro di Aldo Moro, vicenda per la quale sono stati già giudicati; Reato comunque estinto poiché le condotte risalgono al dicembre 2015»;

– la rivelazione e utilizzazione di segreto d’ufficio (326 cp) – poiché «non si è potuto ricostruire se la violazione del segreto d’ufficio sia avvenuta per condotte dolose o colpose, ed in quale esatto contesto; Reato comunque estinto poiché le condotte risalgono al dicembre 2015».

Imputazione – va sottolineato – che semmai era ascrivibile alla persona che in totale trasparenza, senza alcun dolo ma con obiettivi legati all’ufficio che svolgeva, aveva consegnato a me, e ad altri ricercatori e studiosi, copie della bozza di relazione annuale poche ore prima della sua approvazione finale, con l’unico – per altro legittimo obiettivo – di elaborare degli emendamenti al testo.

Le indagini sul Moro sexies all’origine dell’inchiesta

Esaminando il fascicolo finalmente depositato integralmente, oggi scopriamo che tutto ha avuto inizio nel marzo 2020, quando la polizia di prevenzione stilava un primo rapporto sulla base di comunicazioni pervenute dalla Fbi relative all’intercettazione di alcune e-mail di Alessio Casimirri, ex brigatista condannato per il sequestro Moro, rifugiato e naturalizzato da decenni in Nicaragua.

Questo episodio avveniva mentre la procura di Roma, ordinaria e generale, da diverso tempo stavano nuovamente indagando sul sequestro Moro. Su input della commissione Moro 2 avevano riaperto alcuni filoni d’inchiesta su aspetti del sequestro, seguiti ad accertamenti svolti nell’ambito dei lavori della commissione parlamentare, che per semplicità sono stati riassunti sotto la definizione di Moro sexies. Alle prime tre inchieste già avviate in quel momento (2016-17-18): presunti rapporti con la ‘ndrangheta, indagati senza esito da quasi un decennio dalla procura generale e ancora in corso; indagini sulle tracce biologiche ritrovate su alcuni mezzi utilizzati in via Fani, sulla Renault 4 e in via Gradoli e su un falso cartellino fotosegnaletico attribuito ad Alessio Casimirri (queste ultime condotte dal pm Albamonte e formalmente archiviate dal gip), e di cui parleremo meglio in un prossimo articolo, si sono aggiunte altre due inchieste aperte nel 2020, sempre da Albamonte, e poi sdoppiate successivamente.

La nuova inchiesta del marzo 2020

«Dal complesso della già menzionata documentazione, acquisita mediante rogatoria internazionale a cura della procura generale di Roma e riversata in atti, emergevano – scriveva il pm Albamonte nella sua richiesta di archiviazione del settembre 2024 – numerosi scambi di messaggi tra il Casimirri e Alvaro Lojacono Baragiola. Anche questi ex Br e latitante in Svizzera». In alcune mail che i due si scambiavano appariva in carbon copy anche un mio account. Come sopra accennato, nel marzo e nel giugno 2020 pervenivano una serie di rapporti di polizia sulla base di informazioni inviate dal magistrato di collegamento presso l’ambasciata degli Stati uniti a Roma, Josh Cavinato, che aveva raccolto «delle registrazioni per le autorità italiane relative ad un account e-mail riconducibile ad Alessio Casimirri».

Le intercettazioni della FBI

Una comunicazione proveniente da Michael Duclos, procuratore presso il Cyber team, Office of international affairs criminal division, del dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, ci permette di comprendere meglio l’origine di queste attività di intercettazione preventiva: si afferma, infatti, che le registrazioni erano state svolte dalle forze di polizia statunitensi e poi fatte pervenire all’Italia. Per poter dare seguito all’attività di assistenza giudiziaria internazionale, Duclos chiedeva, inoltre, se «le autorità italiane avevano ancora necessità che il nostro ufficio ottenga registrazioni direttamente da Google?» e poi «quali fossero gli elementi di prova in possesso delle autorità italiane in grado di dimostrare che le comunicazioni e informazioni presenti negli account indicati fossero pertinenti con reati oggetto di indagine? Si prega di descrivere fatti e prove».

La risposta del procuratore generale

Dopo aver indicato i vecchi profili penali dei titolari degli account messi sotto sorveglianza, il procuratore generale Francesco Piantoni rispondeva – siamo sempre nel marzo del 2020, anche se l’assistenza giudiziaria internazionale è ancora attiva nel maggio del 2022 (nota della Dcpp, n.224/B1/Sez. 2/9699/2022) – che «le comunicazioni intercorse tra i due ex brigatisti latitanti (Casimirri e Loiacono) e tra questi e i due ex terroristi Persichetti e Piccioni (redattore del giornale online “Contropiano”, ndr) sono di rilevante interesse investigativo nell’ambito del presente procedimento, finalizzato all’individuazione di eventuali corresponsabili dell’eccidio di via Fani».

Ad avviso della procura, appariva sospetta la cronologia dei contatti, perché tre delle cinque comunicazioni tra Casimirri e Loiacono, intercettate nel 2018, erano avvenute a ridosso del quarantennale del rapimento Moro, che aveva avuto una importante risonanza mediatica. Non solo, i motivi di sospetto – proseguiva il magistrato – erano dovuti al fatto che nel 2018 si erano chiusi i «lavori della Commissione parlamentare d’inchiesta sul rapimento e sulla morte di Aldo Moro», nonché «per l’attivo interesse che Persichetti Paolo e Piccioni Francesco hanno dimostrato, in questi ultimi anni, con interventi pubblici e pubblicazioni che hanno accompagnato i lavori della Commissione parlamentare […] In più circostanze, infatti, sia Persichetti che Piccioni hanno preso posizione sostenendo sempre, anche a fronte delle nuove acquisizioni della Commissione, quanto affermato dai brigatisti rossi nel corso dei processi è delle audizioni in Commissione e dell’impegno profuso nel seguire i lavori della Commissione parlamentare e nell’intervenire pubblicamente per smentire la necessità di qualsiasi ulteriore approfondimento investigativo».

Lo stralcio dei fascicoli

Questo nuovo filone d’indagine aperto nel 2020 contro ignoti, si scindeva nel 2021 con la mia iscrizione nel registro degli indagati e l’avvio di una ulteriore inchiesta incentrata sul ruolo di Casimirri, volta ad approfondire vecchi aspetti, degli ever green del sequestro Moro: l’abbandono delle macchine del commando brigatista in via Licinio Calvo, l’ampia letteratura dietrologica su via dei Massimi e altri aspetti affrontati dalla Cm2. Indagine, anche questa, che ha condotto alla clamorosa smentita delle ipotesi investigative.

Le frustrazioni dell’antiterrorismo

Ci siano consentite, infine, alcune considerazioni sulle parole del procuratore generale Francesco Piantoni, condivise dal pubblico ministero Albamonte (oggi passato alla Dnaa): a suo avviso svolgere lavoro storico e giornalistico a distanza di quarant’anni dai fatti esaminati (nel frattempo siamo arrivati a 48), decostruire le fake news e le narrazioni complottiste sul rapimento Moro, per altro con riscontri storici di rilievo, mettere in discussione i limiti e le imprecisioni della verità giudiziaria e le narrazioni mainstream, sono un atteggiamento sospetto da indagare, perché – ritiene sempre il procuratore – volti a nascondere la verità, inquinare le prove, coprire dei complici. Tutte ragioni che ai suoi occhi giustificavano addirittura lo svolgimento di rogatorie internazionali con gli Stati Uniti e l’intercettazione del traffico mail degli interessati, fino al sequestro di un archivio e degli strumenti di lavoro di un ricercatore e allo sconvolgimento della vita di una famiglia. Nel fascicolo dell’inchiesta emergono continue ed evidenti dimostrazioni della spasmodica ricerca, all’interno della mole enorme di materiale digitale e carte sequestrate, di rivelazioni inedite su persone e circostanze. Emerge una costante frustrazione che segna tutta l’inchiesta e la fallimentare caccia ai fantasmi, dovuta ad un appiattimento sulle tesi della dietrologia, messa in piedi dal baraccone dell’antiterrorismo, sempre più bisognoso di spettri da creare per giustificare la propria esistenza.

Fonte

24/06/2025

Perché (il caso) Paragon è persistente

“Qualsiasi tentativo di accedere illegalmente ai dati dei cittadini, compresi i giornalisti e gli oppositori politici, è inaccettabile, se confermato. La Commissione utilizzerà tutti gli strumenti a sua disposizione per garantire l’effettiva applicazione delle norme dell’Unione Europea”.

11 giugno 2025. La Commissione europea interviene su alcune domande poste da membri del Parlamento Ue. Oggetto: l’Italia.

“La Commissione è a conoscenza dei recenti rapporti sull’uso di Paragon”, ha dichiarato la vicepresidente esecutiva e commissaria europea per le Tecnologie digitali e di frontiera Henna Virkkunen. Che ricorda all’Italia come il nuovo Regolamento europeo sulla libertà dei media (European Media Freedom Regulation – EMFA) sarà applicabile dall’8 agosto 2025.

“Il riferimento è a un articolo del regolamento che mira a salvaguardare le fonti giornalistiche vietando alle autorità statali di utilizzare strumenti di sorveglianza sui giornalisti”, salvo circostanze eccezionali (“giustificato da un motivo imperativo di interesse generale”).

Quindi no all’uso di spyware, anche se, come avevano commentato alcuni, rischia di rimanere sempre aperta la finestra delle esigenze di sicurezza nazionale che potrebbe essere sfruttata per far rientrare questi malware nei dispositivi di chi fa informazione. 

Cosa dice la relazione Copasir

L’intervento della commissaria però arriva dopo giorni in cui sembrava che il caso Paragon fosse, se non chiuso, ibernato. Caso che invece, da quando è scoppiato, assomiglia sempre di più a un virus che non si riesce a eliminare. Che anche quando pensi di averlo rimosso ricompare, persistente.

La questione sembrava essere stata chiusa il 4 giugno, quando il Copasir (il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica) aveva confermato in una relazione che la società israeliana Paragon ha effettivamente venduto il suo spyware Graphite alle due agenzie di intelligence italiane, Aisi e Aise, a partire dal 2023.

La versione di Graphite fornita non includeva la possibilità di attivare il microfono o la fotocamera del telefono, secondo la relazione. Ma consentiva agli operatori di accedere alle comunicazioni crittografate sui dispositivi violati.

Scrive il Copasir al riguardo: “A partire dal mese di gennaio 2024, lo spyware Graphite è stato utilizzato per acquisire dati dinamici, cioè comunicazioni in corso attraverso sistemi cifrati di messaggistica istantanea, relativamente a un numero estremamente limitato di utenze sempre con autorizzazione del Procuratore generale presso la Corte di appello di Roma, (...) nonché per esfiltrare messaggi di chat giacenti nella memoria di dispositivi di target (...)”.
 
Gli attivisti di Mediterranea

La relazione conferma anche che Graphite ha sfruttato una vulnerabilità di WhatsApp che Meta aveva identificato e chiuso (“patchato”) nel dicembre 2024, un mese prima che l’attività dello spyware venisse rivelata pubblicamente.

Ma la conferma più importante della relazione è che sono stati davvero intercettati attraverso questo software sia Luca Casarini (che avevo intervistato qui), sia Giuseppe Caccia, figure di spicco della ong Mediterranea SavingHumans.

David Yambio, portavoce dell’ONG Refugees in Libya, sarebbe stato intercettato, scrive la relazione, in modo tradizionale, mentre il cappellano di Mediterranea don Mattia Ferrari non sarebbe stato intercettato direttamente. Si tratta, ricordiamolo, di attivisti coinvolti nel salvataggio di migranti in mare.

Non solo: questi attivisti – in particolare Luca Casarini – sono sono stati spiati ripetutamente, e da diversi esecutivi. Anche se l’uso dello spyware sarebbe recente e nato sotto l’attuale governo.

Riprendo al riguardo direttamente la sintesi della relazione Copasir che ha fatto Fanpage: “Casarini sarebbe stato colpito da due operazioni condotte dai servizi”, entrambe autorizzate da Giuseppe Conte nel suo secondo governo. La prima sarebbe durata qualche mese a cavallo tra 2019 e 2020.

La seconda, “di natura più ampia”, partita il 26 maggio 2020, “inizialmente come intercettazione telefonica, si è conclusa nel mese di maggio 2024, sotto il controllo dei Governi Draghi e Meloni”. Inizialmente non veniva utilizzato Graphite, che invece è stato “autorizzato in data 5 settembre 2024” dall’attuale sottosegretario Mantovano.


Nel corso di questa operazione sono stati “attenzionati” non solo Casarini e Beppe Caccia, ma “anche il cittadino sudanese David Yambio”.

Non sarebbe stato colpito don Mattia Ferrari, anche se era sottoposta a intercettazione “un’utenza nella disponibilità di David Yambio, tuttavia intestata a don Ferrari”, ma senza utilizzare Graphite. Queste operazioni, secondo quanto verificato dal Copasir, sarebbero state autorizzate “nelle forme e nei limiti previsti” e “non avrebbero infranto la legge”

“Francesco Cancellato non è stato sorvegliato”

Per quanto riguarda invece proprio il direttore di Fanpage, Francesco Cancellato, la relazione del Copasir è categorica nell’escludere che sia stato sorvegliato dai servizi.

Così dice la relazione: “Con riferimento, invece, alla posizione del giornalista Francesco Cancellato, sulla base degli elementi acquisiti e dalle verifiche svolte dal Comitato risulta che questi non sia stato sottoposto ad alcun tipo di attenzione da parte dei servizi di informazione per la sicurezza italiani attraverso l’utilizzo dello spyware prodotto dalla società Paragon.
Il Comitato ha avuto peraltro modo di verificare direttamente, nel corso dei sopralluoghi svolti presso AISI e AISE e presso la Procura generale presso la Corte di appello di Roma, la mancata sottoposizione del giornalista Cancellato ad attività intercettiva da parte dei servizi di informazione per la sicurezza.
In particolare, nel corso dei sopralluoghi effettuati presso le due Agenzie, i componenti del Comitato, come segnalato sopra, hanno potuto interrogare direttamente il database e il registro di audit del sistema Paragon, inserendo il numero dell’utenza del giornalista oggetto dell’alert di WhatsApp acquisito autonomamente dal Comitato stesso, constatando l’assenza di qualunque attività intercettiva attraverso l’utilizzo dello spyware Graphite relativamente a tale utenza”


La relazione del Copasir aggiungeva anche un dettaglio come vedremo più importante di quel che appare a prima vista.

“A seguito del clamore mediatico suscitato dalla vicenda, il 14 febbraio 2025 Paragon, AISI e AISE hanno concordemente deciso – secondo quanto chiarito in sede di audizioni al Comitato – di non impiegare, dunque di sospendere temporaneamente, le capacità del software Graphite su nuovi target”.

Dunque, ricapitoliamo. A fine gennaio Meta/WhatsApp manda un avviso a decine di utenti in Europa, tra cui il giornalista Cancellato e alcuni degli attivisti citati sopra dicendo che sono stati presi di mira dallo spyware di Paragon (spyware venduto esclusivamente a governi per fare indagini).

Dopo una serie di balletti istituzionali su chi stia usando Paragon in Italia, il Copasir conferma infine quanto era per altro già trapelato, ovvero che sono i servizi a usarlo. La relazione conferma anche che i servizi hanno usato Paragon contro gli attivisti (uno dei quali però era già stato intercettato telefonicamente dai precedenti governi) per questioni di sicurezza nazionale e secondo le procedure delle intercettazioni preventive. Quindi tutto a posto, per loro, a livello procedurale.

Certo, sul piano politico qualcuno potrebbe domandarsi se intercettare in modo preventivo, per anni, attivisti che si occupano di salvare migranti in mare non sia un’operazione discutibile. Un tema che però sembra interessare poco la politica e la stampa italiana.

Anche qui occorre citare la relazione Copasir, che riconosce come Graphite non potesse essere usato contro giornalisti ma nemmeno contro attivisti, e tuttavia puntualizza che l’uso fatto dall’Italia sarebbe stato diverso. Ovvero, gli attivisti sono stata intercettati non perché attivisti ma per le loro attività potenzialmente relative all’immigrazione irregolare.

Dice la relazione: “Risulta al Comitato che l’atto negoziale con cui è stata acquisita la licenza del sistema Graphite reca clausole che non consentono, tra l’altro, l’approccio nei confronti di device e/o di obiettivi provenienti da determinati Paesi. Inoltre, i termini contrattuali prevedono il divieto di infliggere danno su individui o gruppi di individui semplicemente per religione, sesso, genere, razza, gruppo etnico, orientamento sessuale, nazionalità, Paese d’origine, opinione o affiliazione politica, età, stato personale, nonché di far uso del sistema nei confronti di giornalisti e attivisti per i diritti umani
(…)
Con riferimento alle posizioni di Luca Casarini e Giuseppe Caccia, secondo quanto riferito nelle audizioni svolte, oltre al rispetto della citata normativa in materia di intercettazioni preventive e di garanzie funzionali, è stato altresì evidenziato il rispetto anche dei termini contrattuali sopra richiamati in quanto tali soggetti sono stati sottoposti ad attività intercettiva non in qualità di attivisti per i diritti umani, ma in riferimento alle loro attività potenzialmente relative all’immigrazione irregolare”
.

In quanto a Cancellato, come dicevo sopra, non risulta nulla. Perché sia stato oggetto di quest’attacco con lo spyware di Paragon, e soprattutto da chi, resta un mistero.

La relazione del Copasir ricorda anche che nel rapporto pubblicato da Citizen Lab a marzo 2025 su Cancellato non c’era una “conferma diretta di infezione del dispositivo mobile del giornalista, mentre viene riportata conferma espressa dell’infezione, sulla base di analisi forensi già conclusesi, limitatamente ai dispositivi di Casarini e Caccia”.

E quindi, conclude il Copasir, “sulla base delle informazioni emerse nel corso delle audizioni, l’unico elemento che, allo stato, confermerebbe un’eventuale intrusione nel dispositivo di Cancellato, peraltro non espressamente attribuita al software Graphite, sarebbe rappresentato dalla notifica [da Meta/Whatsapp, ndr] ricevuta sul dispositivo del giornalista”.

Le dichiarazioni di Paragon sui contratti italiani e sulla procedura di controllo

Ma poi arriva il 9 giugno. Quando Paragon, l’azienda israeliana di spyware, ha dichiarato di aver rescisso tutti i contratti con le agenzie di intelligence italiane a causa della decisione italiana di non andare avanti con il procedimento tecnico proposto dalla stessa azienda, procedimento che avrebbe confermato se il suo software di spionaggio sia stato utilizzato contro il giornalista Francesco Cancellato.

“L‘azienda ha offerto al governo e al parlamento italiano un modo per determinare se il suo sistema fosse stato usato contro il giornalista”, e poiché “le autorità italiane hanno scelto di non procedere con questa soluzione, Paragon ha rescisso i suoi contratti in Italia”, ha dichiarato Paragon in un comunicato, riferisce il quotidiano israeliano Haaretz.

Sempre ad Haaretz, Paragon aveva detto in passato di aver disconnesso i suoi sistemi da tutti i clienti in Italia, dopo aver ricevuto la notizia che un giornalista aveva ricevuto lo spyware in attesa di avere i risultati dell’indagine. E già quel primo passaggio avrebbe prodotto tensioni ai livelli più alti.

“Secondo un reportage del programma televisivo israeliano Zman Emet (Real Time), i funzionari italiani erano così irritati dalla decisione di Paragon che il primo ministro italiano avrebbe chiamato il primo ministro Benjamin Netanyahu per avere chiarimenti”, scrive Haaretz.

Dunque Paragon con quell’uscita su Haaretz sembra voler smentire la relazione del Copasir.

La replica di Copasir e servizi

Così entro il 10 giugno arriva la risposta del Comitato parlamentare. Che, con una nota, nega con forza la versione di Paragon riportata da Haaretz e si dice pronto a desecretare, in via straordinaria, il resoconto stenografico dell’audizione dei rappresentanti della società.

“Non vi è mai stato alcun rifiuto, o opposizione, da parte del Governo e dei Servizi italiani, di prestare collaborazione al predetto Comitato: il Copasir ha potuto effettuare accertamenti sui log delle inoculazioni realizzate dalle Agenzie, operazione di verifica che non ha precedenti, riscontrando la conformità a quanto dichiarato da queste ultime”, hanno fatto sapere fonti del Dis, in merito alle polemiche sul caso Paragon, riferisce Fanpage.

Che continua riportando sempre le parole del Dis, il nostro Dipartimento delle informazioni per la sicurezza: “Quanto alla disponibilità di un’azienda privata, qual è Paragon, a installare un proprio software su server di strutture che si occupano della sicurezza nazionale va precisato che gli strumenti di controllo che erano stati offerti dalla società israeliana si limitavano alle seguenti due opzioni: l’analisi delle attività di inoculazione (e perciò dei log di sistema) tramite un software proprietario della stessa società, oppure l’analisi diretta da parte di personale Paragon presso le sedi e i sistemi dei Servizi italiani”.

Una proposta ritenuta inaccettabile dalle Agenzie. “Vi è stata invece la concreta disponibilità, raccolta dal Copasir, a far effettuare gli accessi informatici prima indicati”

Il caso Pellegrino e il nuovo report Citizen Lab

Nel frattempo però succede dell’altro. Succede che alla fine di aprile un altro giornalista di Fanpage, Ciro Pellegrino, aveva ricevuto una notifica in merito a uno spyware governativo, notifica arrivata da Apple, questa volta. Pellegrino quindi fa analizzare il suo dispositivo al laboratorio di analisi di malware e spyware governativi Citizen Lab.

E dunque, il 12 giugno, a stretto giro dopo il battibecco a distanza tra Copasir, Paragon e Dis, arriva la relazione tecnica di Citizen Lab.

Che scrive: “La nostra analisi ha rilevato prove forensi che confermano con elevata sicurezza che sia un importante giornalista europeo (che ha richiesto l’anonimato), sia il giornalista italiano Ciro Pellegrino, siano stati presi di mira con lo spyware Graphite di Paragon. Abbiamo identificato un indicatore che collega entrambi i casi allo stesso operatore Paragon”.

Ma dice anche altro quella relazione. Spiega in pratica che non è così strano che sul telefono di Cancellato non siano state trovate tracce, perché si tratta di un Android su cui trovarle è più difficile, detto in soldoni (mentre quello del suo collega Pellegrino è un iPhone, e infatti se ricordate era stato avvisato da Apple). 

Il Fanpage cluster

Scrive ancora Citizen Lab: “Abbiamo condotto un’analisi forense del dispositivo Android di Cancellato. Tuttavia, al momento del nostro primo rapporto, non siamo riusciti a ottenere la conferma forense dell’avvenuta infezione del dispositivo Android di Cancellato.
 
Come abbiamo spiegato all’epoca: “Data la natura sporadica dei log di Android, l’assenza di un riscontro di BIGPRETZEL [l’artefatto che indicherebbe l’infezione da Graphite, come da precedente report Citizen Lab, ndr] su un particolare dispositivo non significa che il telefono non sia stato violato con successo, ma semplicemente che i log pertinenti potrebbero non essere stati catturati o potrebbero essere stati sovrascritti”

In ogni caso, conclude Citizen Lab, “dopo il caso di Cancellato, l’identificazione di un secondo giornalista di Fanpage.it preso di mira con Paragon suggerisce uno sforzo per colpire questa organizzazione giornalistica. Questo sembra essere un gruppo (cluster) specifico di casi che merita un ulteriore controllo”

E dunque?

Proviamo a tirare le somme come alle elementari. Abbiamo due giornalisti della stessa testata. A distanza di pochi mesi uno riceve una notifica da Meta, uno da Apple, di essere stati target di spyware governativi. Sul dispositivo di uno dei due giornalisti viene anche trovata traccia forense dell’infezione, secondo un terzo soggetto specializzato, Citizen Lab.

Abbiamo dunque due importanti aziende tech che da anni lavorano sul tracciamento degli spyware, e un laboratorio indipendente che fa lo stesso, che ci dicono che un giornalista “europeo” (che vuole restare anonimo) e due giornalisti italiani della stessa testata sono stati presi di mira da uno spyware – che ora sappiamo essere stato in uso ai nostri servizi. Che però negano di intercettare giornalisti, e dalle verifiche del Copasir non ci sarebbe traccia di Cancellato (in quanto a Pellegrino, non risulta dalla relazione che abbiano fatto verifiche su di lui).

Ecco a voi il rompicapo dell’estate. Poteva essere un errore di Meta, come ho sentito alludere da qualcuno in tv? Può essere un errore di Meta, Apple, e Citizen Lab? Può essere uno Stato straniero che smania di spiare Fanpage? Possiamo rimanere con questi dubbi? 

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27/02/2025

Paragon: se nessuno sa nulla, bisogna (ri)partire dalle vittime

L’aspetto più sconcertante della vicenda Paragon (se non sapete nulla, leggete la mia precedente newsletter), più che il suo eventuale utilizzo da parte dell’Italia, è l’apparente incapacità di tutti – in primo luogo politica e istituzioni – a dare, se non spiegazioni, almeno delle minime informazioni di base.

Così, a distanza di settimane dalla notizia dell’attacco effettuato attraverso questo spyware ad uso governativo ai telefoni del giornalista Francesco Cancellato, e di vari attivisti connessi alle attività di salvataggio migranti nel Mediterraneo, la vicenda e lo spyware in questione sono già diventati una entità inconsistente, inafferrabile e direi ineffabile (letteralmente, se perfino le istituzioni minacciano querele, come riporta Fanpage, di cui Cancellato è il direttore).

Ancora poco e nulla sappiamo del suo funzionamento tecnico (in attesa che Whatsapp e Citizen Lab escano con informazioni più dettagliate). Sappiamo che Aise e Aisi (rispettivamente i nostri servizi esteri e interni) hanno infine ammesso di essere clienti di Paragon, di averlo usato, ma di non averlo impiegato contro giornalisti e attivisti.

Più precisamente il direttore dell’Aise Caravelli avrebbe confermato l’uso di Graphite, lo spyware di Paragon, ma non per spiare media o attivisti, riferisce Domani. E qualcosa di simile (sono informazioni filtrate attraverso il Copasir e riportate dalla stampa) avrebbe detto anche il direttore dell’Aisi, Valensise.

Non è nemmeno chiaro se i contratti di Paragon con l’Italia siano stati o meno rescissi, dato che la stampa estera aveva riportato questa notizia, e il governo italiano l’ha poi di fatto smentita. Come sintetizza Pagella Politica: “dopo che lo spionaggio è stato reso noto, il governo ha detto di non c’entrare nulla. Secondo il Guardian e Haaretz, Paragon Solutions avrebbe rescisso il contratto con l’Italia perché il governo avrebbe «violato i termini e il quadro etico», ma il ministro Ciriani ha smentito questa ricostruzione dei fatti, dicendo che il contratto con Paragon Solutions è ancora in vigore”.

Non solo. Il sottosegretario Mantovano aveva detto che la vicenda era “classificata”, e invece il ministro Nordio ne ha parlato alla Camera – racconta Il Post“negando che le strutture che dipendono dal suo ministero avessero contratti con società come Paragon, e dicendo inoltre che nel 2024 nessuno è stato intercettato dalla Polizia penitenziaria”.

(Se vi chiedete il perché di questa smentita, è che in questa grottesca caccia a chi avrebbe usato Paragon in Italia, in questo giallo in stile Dieci piccoli indiani, la Polizia Penitenziaria a un certo punto era rimasta col cerino in mano).

Dunque che si fa ora? Ripartiamo dai target dello spyware. Uno di questi è Luca Casarini, fondatore e capomissione di Mediterranea SavingHumans, che come gli altri è stato avvisato solo il 31 gennaio da un messaggio di Meta/Whatsapp. Un messaggio che in sostanza gli diceva di essere stato oggetto di un attacco di hacking governativo e di contattare Citizen Lab, il gruppo di ricercatori che studiano spyware governativi, per avere un’analisi del telefono e un supporto.

“Già il messaggio di Meta diceva di liberarsi del telefono. E anche Citizen Lab (che si sta occupando di una prima analisi del dispositivo) mi ha poi suggerito lo stesso, dato che neanche il ripristino delle modalità di fabbrica sarebbe stato sufficiente”, commenta a Guerre di Rete Casarini.

Su questa indicazione, che ritengo un punto importante, ho chiesto un parere a un veterano del settore. Uno che questi strumenti li ha sviluppati per anni, ovvero Valerio ‘valerino’ Lupi, CTO di Mentat, ex Hacking Team e Verint. Il quale mi conferma che, almeno per i dispositivi Android (perché di quelli si occupava), è una ipotesi del tutto plausibile. Ovvero il ripristino alle condizioni di fabbrica potrebbe non bastare.

Stesso parere anche da parte di Stefano Zanero, professore ordinario di “Computer Security” e “Digital Forensics and Cybercrime” al Politecnico di Milano, nonché tra le più autorevoli voci del mondo della sicurezza informatica in Italia e fuori. “Può avere senso”, mi dice. “Il ripristino viene comunque controllato dal software, non è impensabile che un bootkit fatto bene sopravviva”.

Ma Casarini racconta a Guerre di Rete come lo stesso Citizen Lab, contattato entro poche ore, gli abbia anche detto di mettere subito il telefono in modalità aerea, di avvolgerlo in carta stagnola e lasciarlo in un cassetto. Probabilmente per evitare interferenze nell’immediatezza della notizia.

“Se il telefono è infettato la cosa migliore è togliere la batteria, se possibile”, commenta ancora Lupi. “O metterlo in un posto dove non prende finché si scarica la batteria”.

Sempre la stessa Citizen Lab avrebbe detto a Casarini che Paragon sarebbe uno spyware molto sofisticato, e capace di molteplici funzioni. Una sorta di evoluzione del più celebre Pegasus, prodotto dalla concorrente NSO.

Nei resoconti giornalistici sulla scoperta dell’invio di questo spyware contro circa 90 utenti si è poi parlato dell’uso di un pdf e di chat di gruppo per veicolare l’attacco. Casarini non ricorda un’occasione, una chat o un pdf specifico (“ne ricevo in continuazione in diverse chat”, dice), ma ricorda invece un precedente (di cui ha anche scritto Mediterranea in un comunicato).

Ovvero di quando a febbraio 2024 aveva ricevuto un avviso da Facebook in relazione al suo account sul social network. L’avviso gli diceva di essere stato oggetto di un attacco informatico di tipo governativo, e di rivolgersi al centro assistenza. All’epoca Casarini non aveva preso troppo sul serio l’avviso e si era limitato a cambiare la password dell’account.

Ma gli è tornato in mente quando Citizen Lab gli ha chiesto informazioni al riguardo. “Hanno visto un’attività sospetta, un tentativo di infezione che però è stato bloccato. Forse una prima attività propedeutica per infezioni successive”, commenta Casarini.

Un genere di attività, anche con profili finti su Facebook, che Meta aveva raccontato in un report proprio del febbraio 2024, in cui erano citate anche aziende italiane, e che Citizen Lab ha inviato allo stesso Casarini.

Per l’attivista tutta la vicenda è grave dal punto di vista politico e culturale. Ma ha anche i contorni di una matrixiana, la chiama così, una Matrix all’italiana. E in fondo l’immagine si presta abbastanza: mentre si provano ad aprire delle porte, il palazzo si trasforma e le uscite si chiudono davanti ai nostri occhi. Inconsistente, inafferrabile e ineffabile.

Sempre che non arrivi, prima o poi, il Mastro di Chiavi.

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10/12/2024

USA - Rubati i dati delle compagnie di Tlc. Coinvolti milioni di utenti

Negli ultimi tre mesi sui quotidiani statunitensi c’è un dibattito molto acceso sul fatto che da uno o due anni, a seconda delle fonti, le principali otto compagnie di telecomunicazioni d’oltreoceano, come AT&T e Verizon, sono state colpite da una serie di attacchi informatici.

Gli attacchi hanno compromesso la riservatezza di numerose informazioni relative alle azioni degli utenti della telefonia statunitense, come il numero del destinatario, la data, la durata (forse anche la telefonata stessa) e gli sms, che in quanto forma di comunicazione senza cifratura sono leggibili dal gestore telefonico e da chi ne viene in possesso.

Stiamo parlando di decine di milioni di cittadini spiati come in una sorta campagna di sorveglianza di massa, il cui obiettivo è l’intercettazione di informazioni relative a utenti nella zona di Washington DC, dove per esempio hanno sede il governo e il presidente degli Stati Uniti.

Con poca sorpresa, per la più grande sottrazione di informazioni conosciuta nel paese gli Usa puntano il dito contro la Cina.

La responsabilità di tale colossale breccia nel sistema delle telecomunicazioni statunitensi sarebbe stata infatti attribuita al fantomatico gruppo Salt Typhoon, nome dato dagli analisti Microsoft agli autori di una serie di attacchi informatici a partire dal 2020, noti anche come GhostEmperor, FamousSparrow, o UNC2286 a seconda delle fonti.

Da un punto di vista tecnico, i presunti hacker avrebbero trovato il modo di inserirsi nel sistema sfruttando una backdoor, ossia una maniera di accedere a delle macchine e di prenderne il controllo nascosta nel codice dei programmi con licenza proprietaria e non documentata.

A quanto si apprende, tale backdoor sarebbe stata inserita dalle compagnie statunitensi su richiesta delle forze di pubblica sicurezza per poter ottenere rapidamente informazioni sulle attività dei cittadini.

Non è la prima volta che degli hacker sfruttano delle backdoor inserite da Nsa e soci in software sviluppati negli Stati Uniti. Basti pensare a quella presente in iOS (Apple), scoperta dopo che alcuni analisti russi si erano accorti che gli iPhone di alcuni politici, diplomatici e altri vip erano spiati per accedere a informazioni riservate.

Secondo gli analisti di Kaspersky lab, compagnia con sede in Russia e perciò bandita in Usa, il gruppo Salt Typhoon avrebbe già da anni sviluppato un malware (programma dannoso) capace di prendere il controllo di un server con sistema operativo Windows, scalando così i privilegi utente fino al livello kernel, ossia il più alto in qualsiasi sistema operativo che permette di eseguire il codice che si vuole sulla macchina compromessa.

Non si sa bene quale tecnica sia stata usata questa volta per portare avanti questa serie di attacchi, e soprattutto non si sa quando i nordamericani saranno in grado di escludere gli hacker dal loro sistema di telecomunicazioni.

La situazione è talmente paradossale che l’Fbi da una parte sta provando a convincere le varie app di messaggistica a consegnare le informazioni degli utenti, fornendo testi e chiavi di cifratura delle chat criptate; dall’altra, “per non essere spiati dai cinesi” sta consigliando ai cittadini di utilizzare applicazioni di messaggi cifrati come Signal, la stessa che da anni cerca di mettere fuorilegge.

Insomma, con la solita ideologia suprematista occidentale, le forze di intelligence americane si considerano i soli che possono spiare ogni singola azione che si compie su internet e ogni messaggio che viene scambiato da tutti gli utenti nel mondo, mentre se qualcun altro sfrutta i loro sistemi di controllo capillare di massa per fare lo stesso si grida allo scandalo e a un problema generalizzato di privacy e di controllo.

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22/09/2024

Il passato che non passa. Davanti al Gip di Torino per la sparatoria alla Spiotta, di 49 anni fa

Il 26 settembre prossimo si terrà presso il tribunale di Torino l’udienza del gip che dovrà decidere sulle richieste di rinvio a giudizio scaturite dalla nuova inchiesta sul rapimento del magnate dello spumante Vallarino Gancia, realizzato dalla colonna torinese delle Brigate rosse il 4 giugno 1975 e conclusosi il giorno successivo con una sanguinosa sparatoria davanti la cascina dove l’ostaggio era custodito. L’indagine è stata riaperta dopo un esposto del novembre 2021 presentato dall’avvocato Sergio Favretto per conto di Bruno D’Alfonso, carabiniere in pensione figlio di Giovanni D’Alfonso, l’appuntato deceduto nello scontro a fuoco nel quale perse la vita anche Mara Cagol, fondatrice delle Brigate rosse, e rimasero feriti altri due esponenti dell’arma.

Le accuse

Mezzo secolo dopo i fatti, i pm torinesi hanno chiesto il giudizio per quattro ex brigatisti, Renato Curcio, 82 anni, Lauro Azzolini, 81 anni, PierLuigi Zuffada e Mario Moretti, entrambi 78 anni, quest’ultimo in esecuzione pena “solo” da 44 anni. Azzolini perché ritenuto dai pm il brigatista (all’epoca mai identificato) che insieme a Cagol custodiva l’ostaggio e si sarebbe dileguato nel bosco sottostante la Spiotta dopo la sparatoria. Gli altri tre, in realtà non presenti sul posto, accusati a titolo di concorso morale nella morte del carabiniere D’Alfonso.


Le intercettazioni illegali e l’avvocato preso di mira

Sui i fogli che il brigatista fuggito dopo il conflitto a fuoco scrisse ai suoi compagni per descrivere la dinamica dei fatti sono state individuate ventotto impronte, a riprova del fatto che quel dattiloscritto, ritrovato sette mesi dopo la sparatoria, era passato per molte mani. Undici sono state attribuite ad Azzolini, sette non identificate e dieci giudicate inutilizzabili. L’assenza di prove determinanti – come ritenuto dallo stesso gip – ha spinto la procura a puntare tutto sulle intercettazioni ambientali, fino a realizzarne un numero impressionante, coinvolgendo decine di persone: ex imputati, familiari e amici, persino avvocati. Davide Steccanella, legale di Azzolini, è stato ripetutamente preso di mira con una violazione molto grave del diritto costituzionale alla difesa. Azzolini è stato oggetto di 222 intercettazioni tramite trojan installato nel suo cellulare, buona parte delle quali svolte prima che il gip concedesse, nel maggio del 2023, la riapertura delle indagini. Fino a quel momento, infatti, la sua posizione giuridica era quella di una persona prosciolta dai fatti con una sentenza-ordinanza emessa dall’autorità giudiziaria di Alessandria il 3 novembre 1987.

La sentenza di proscioglimento scomparsa

Azzolini infatti era stato precedentemente indagato e prosciolto insieme ad Angelo Basone, scomparso nel frattempo. La riapertura delle indagini è stata concessa dal gip – fatto sconcertante – senza poter esaminare la sentenza di proscioglimento e l’incartamento processuale andato distrutto nel 1994 dopo l’esondazione del fiume Tanaro, le cui acque avevano devastato gli archivi del tribunale di Alessandria. Insomma una riapertura alla cieca, sulla scorta della buona fede, per modo di dire, dell’accusa.

Un modo per aggirare la prescrizione

La lista degli episodi inquietanti è lunga, ne citiamo solo alcuni: il rinvio a giudizio di Zuffada, assente al momento della sparatoria. Nonostante secondo gli stessi pm avrebbe avuto un ruolo solo iniziale nel sequestro (reato prescritto), per poi essersi allontanato dalla cascina terminato il suo compito, è chiamato comunque a rispondere di concorso morale nell’omicidio del carabiniere D’Alfonso, anziché di «concorso anomalo», come accadde a Massimo Maraschi. Il brigatista arrestato subito dopo il rapimento e condannato anche per la sparatoria, nonostante in quel momento fosse in mano ai CC di Acqui Terme. Il «concorso anomalo», poiché prevede una pena diversa dall’ergastolo incorrerebbe nella prescrizione, ragion per cui la procura per andare a giudizio ha fatto ricorso a una qualificazione del reato più grave.

Il documento di ottobre che secondo l’accusa avrebbe previsto il passato

Surreale è poi l’accusa di concorso morale mossa contro Curcio e Moretti, sulla base di una frase presente in un articolo scritto (non da loro) quattro mesi dopo la sparatoria su un giornale clandestino di propaganda, Lotta armata per il comunismo, che per i pm avrebbe avuto valore predittivo, prova di una fiscale direttiva interna emessa dalle istanze dirigenziali delle Brigate rosse. Nel testo si tentava goffamente di ridimensionare il disastro della Spiotta, giustificando il conflitto a fuoco come conseguenza di una direttiva che imponeva in casi del genere di «rompere l’accerchiamento». E così Curcio e Moretti, il primo a Milano, obbligato a nascondersi dopo l’evasione del febbraio precedente dal carcere di Casale Monferrato, il secondo occupato a mettere in piedi la colonna genovese e avviare i primi contatti per la fondazione della colonna romana, secondo i pm sarebbero i veri mandanti morali della sparatoria, nonostante il sequestro fosse stato organizzato e gestito dalla colonna torinese con modalità che dovevano scongiurare qualunque contatto con le forze dell’ordine, grazie anche alla collocazione in altura della cascina che permetteva di controllare le vie di accesso. In nessun documento strategico prodotto dalle Br, e quindi di valore normativo, è mai citata una regola del genere. Ne furono scritti diversi prima del rapimento: sulle norme di condotta individuale dei militanti e sull’organizzazione, tanto che lo stesso Massimo Maraschi, che pure avrebbe dovuto avere un ruolo nella custodia dell’ostaggio (sarebbe dovuto tornare alla Spiotta per dare man forte ai due compagni rimasti soli), al momento della cattura tentò solamente la fuga senza sparare un colpo. Il carattere imprevedibile della sparatoria emerge anche da alcuni nitidi passaggi presenti nella relazione del brigatista fuggito, ritenuta affidabile dagli inquirenti, dove l’uomo e la donna discutono in maniera concitata se utilizzare o meno l’ostaggio per proteggersi nella fuga e Cagol si dice contraria per poi lanciarsi fuori dalla cascina «borsetta e mitra a tracollo, e in mano valigetta e pistola» con le “zeppe” ai piedi (sandali estivi con tacco rialzato), calzature aperte e inadatte per una fuga in campagna tra rovi e sottobosco, come si può vedere nelle foto del suo corpo senza vita scattate dalla scientifica.

Silenzio sulla morte di Mara Cagol

Altro aspetto significativo è l’assenza nella nuova inchiesta di approfondimenti sulle circostanze che portarono alla morte di Mara Cagol, nonostante la richiesta fatta durante l’interrogatorio da Renato Curcio, suo marito all’epoca. Ferita inizialmente a un polso e alla schiena, la militante brigatista era seduta sul versante della collina con le mani alzate in segno di resa. Il colpo mortale la raggiunse nella zona ascellare, trapassando il torace da destra a sinistra. Una esecuzione a freddo. Oltre al carabiniere Barberis, che l’aveva inizialmente colpita, sul posto arrivarono in breve tempo altri membri dell’Arma. I pubblici ministeri non hanno sentito l’esigenza di fare chiarezza, riequilibrando una indagine totalmente sbilanciata.


Una Waterloo per la dietrologia

Da rilevare infine l’immancabile irruzione della dietrologia nella vicenda. L’esposto iniziale dell’ex carabiniere Bruno D’Alfonso che ha innescato la riapertura delle indagini ha ispirato ben due volumi: L’invisibile, edizioni Falsopiano (con la prefazione dello stesso D’Alfonso) e successivamente, Radiografia di un mistero irrisolto, Bibliotheka, scritti entrambi da due giornalisti, Berardo Lupacchini e Simona Folegnani. Gli autori si dicevano convinti di aver individuato l’identità dell’«invisibile», il brigatista fuggito dopo il conflitto fuoco, nella persona di Mario Moretti. Dipinto – sulla scorta di una ricca letteratura complottista (fu il solito Sergio Flamigni a lanciare per primo l’accusa) – come un cattivo genetico, un personaggio senza scrupoli che nascosto nella folta vegetazione, dove aveva trovato riparo per sfuggire ai colpi di Barberis, avrebbe avuto un subitaneo pensiero, una preveggenza strategica che l’avrebbe indotto ad abbandonare Mara Cagol al suo destino per prendere il suo posto alla guida dell’organizzazione. Una quadra della vicenda che aveva entusiasmato l’allora magistrato Guido Salvini, nel frattempo divenuto avvocato delle parti civili, e sempre pronto a cavalcare le più astruse congetture dietrologiche. L’ex gip si è messo subito a disposizione raschiando, come sua consuetudine, i fondi di barile, gli avanzi carcerari, interpellando collaboratori di giustizia sempre in debito di qualcosa per raccogliere voci di corridoio da confezionare come prove. Un’ambigua sovrapposizione di ruoli e funzioni da cui appare difficile districare dove inizi la nuova attività di avvocato e finisca quella di magistrato. Non soddisfatti, i due giornalisti hanno ipotizzato persino una gestione a distanza del Sid nell’intera vicenda che avrebbe pilotato, attraverso un proprio confidente la fuga del «cattivo» Moretti per giungere poi in via Fani, luogo dove inevitabilmente conducono tutte la strade della dietrologia. Solo che più volte interrogato dai pm, Leonio Bozzato, la spia del Sid che militava nell’Assemblea autonoma di Porto Marghera, anziché Moretti ha indicato – vera nemesi della storia – in Alberto Franceschini (detenuto all’epoca) l’ignoto brigatista fuggito dalla Spiotta e compartecipe del complotto.

Il giudice o lo storico?

Fino ad ora c’è stata poca attenzione pubblica su questa inchiesta, il dibattito culturale e politico si è mostrato distratto rispetto alle importanti questioni che solleva. Nelle intenzioni della procura, stando alla lista dei testi chiamati a deporre, questo giudizio dovrebbe rappresentare una sorta di evento storico conclusivo, riedizione del processo al cosiddetto «nucleo storico» che dovrebbe sancire in modo definitivo la chiusura del Novecento italiano sotto la mannaia della punizione permanente, oltre ogni tempo ed epoca, una damnatio memorie che però ha il sapore di un esorcismo e dietro il quale si cela un’ansia patogena, un timore angosciante verso il passato. Eppure sarebbe scontato chiedersi se a distanza di mezzo secolo ha ancora senso approcciare quella stagione così distante con gli strumenti dell’azione penale. Chi deve occuparsene: i pubblici ministeri o gli storici? Svuotare una stagione storica dei fatti sociali sostituendoli unicamente con la memoria penale, oltre ad essere fuorviante è davvero il modo più efficace per fare i conti col nostro passato? La domanda ovviamente non riguarda solo il metodo, gli strumenti di conoscenza dei fatti ma anche gli obiettivi: cosa serve veramente alla società che si è trasformata cinquant’anni dopo? Solo colpevoli da condannare ad ogni costo e che alla fine rischiano di essere solo dei capri espiatori?

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12/09/2024

Il governo Meloni e l'ossessione per i servizi segreti

Tra vittimismo aggressivo come stile nella lotta politica e ossessioni per i complotti tesi a destabilizzare il proprio esecutivo, la Meloni e la destra di governo continuano ad alimentare episodi e sospetti nella zona grigia posta a metà tra attività dei servizi segreti e politica.

In ordine di tempo sono arrivati prima la denuncia del ministro Crosetto sui dossieraggi dello strano triangolo tra un magistrato, un ufficiale della Guardia di Finanza e un agente dell’Aise. La vicenda è ora oggetto delle indagini della Procura di Perugia ma già si capisce che sarà un percorso a ostacoli.

Poi è arrivata la tegola del caso Sangiuliano-Boccia, che per ora galleggia in una zona grigia diversa: quella tra politica e pettegolezzo. Eppure la spregiudicatezza e la dimestichezza della sig.ra Boccia anche con i più moderni sistemi di spionaggio, qualche interrogativo l’ha fatto emergere.

Uno che di zone grigie se ne intende parecchio, Luigi Bisignani, ha affermato alla “7”: “Possibile che nessuno abbia avvertito la Meloni su chi era la Dottoressa Boccia, conosciutissima nei palazzi del Parlamento? Ha provato a infilarsi con tutti e Meloni ha fatto un errore clamoroso. Tutta questa gente che aiuta la Meloni le avrà detto di stare attenta a non imbucarsi in questa storia?”

Sullo sfondo di queste vicende c’è la decisione del triangolo di comando a Palazzo Chigi – Mantovano, Fazzolari, Meloni – di ridefinire proprio in questo mese di settembre i vertici e le caratteristiche dei servizi segreti, un obiettivo ampiamente dichiarato sin dall’insediamento del governo.

Ma anche quello dei servizi è un mondo molto competitivo, in cui se soddisfi una cordata ne scontenti un’altra, e quando una delle due ha a disposizione informazioni delicate e notizie sensibili c’è sempre il rischio che qualcosa di spiacevole finisca sui giornali. Adempiere con onore e disciplina non è mai una stata una caratteristica “forte” dei servizi segreti, almeno nella storia documentata di questo paese.

I più scontenti, al momento, sembrano essere i Carabinieri, tagliati fuori sempre più spesso dalla Guardia di Finanza nella conduzione delle indagini di maggior impatto politico (i casi Toti, Santanchè, Brugnaro, solo per fare un esempio), i Carabinieri sono stati defenestrati dal governo anche nella gestione dell’intelligence.

Con le nuove nomine ai vertici di Aisi, Aise e Dis, per la prima volta a nessun ufficiale dei Carabinieri è stato assegnato un incarico di responsabilità nelle tre agenzie dei servizi segreti.

La Meloni – o meglio il suo “uomo nero” Alfredo Mantovano – ha infatti nominato Giuseppe Del Deo, un ufficiale dell’esercito, nuovo vicedirettore del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza (Dis), con compiti di coordinamento delle due Agenzie d’intelligence: l’Agenzia informazioni e sicurezza interna (Aisi) e quella per la sicurezza esterna (Aise). Del Deo è attualmente vicedirettore dell’Aisi, incarico che passerà adesso al prefetto Vittorio Rizzi, vicecapo vicario della Polizia di Stato. Ai vertici dall’Aise è al comando il generale dell’esercito Giovanni Caravelli. Per i prossimi anni non sono quindi più previsti cambiamenti nei Servizi segreti.

A questo obiettivo il governo Meloni ha puntato sin da subito, quasi ossessivamente.

A segnalarlo, in tempi non sospetti, era stato proprio quel Luigi Bisignani nel suo libro “I potenti al tempo di Giorgia” (edizioni Chiarelettere, 2023).

Luigi Bisignani, noto come “l’uomo che sussurrava ai potenti” (da cui prende il titolo l’omonimo libro), è ufficialmente un ex giornalista dell’Ansa, un affarista e un professionista nelle relazioni del sottobosco, prima andreottiano e poi berlusconiano. Condannato a due anni e sei mesi per la tangente Enimont, nel 2014 Bisignani ha patteggiato un’altra condanna di un anno e sette mesi per l’inchiesta sulla cosiddetta P4.

“Giorgia e la passione per gli 007”
è uno dei capitoli del libro dedicato ai rapporti di potere della Meloni, che affronta e indaga il potere e le logiche del Palazzo da parte di un “sussurratore” che ne conosce bene anche gli angoli più remoti e infrequentabili.

Nel capitolo viene analizzato proprio il rapporto tra l’attuale premier e i servizi segreti, svelando alcune “rogne”, in particolare in materia di intercettazioni.

Nel libro si parla infatti di “400 utenze captate” dall’Intelligence, utenze “su vari personaggi che ruotavano intorno al suo mondo” (di Meloni, ndr), tra cui rientra “anche qualche giornalista”. Secondo Madron e Bisignani i Servizi Segreti italiani hanno insomma attenzionato, sorvegliato, controllato centinaia di persone. Con una domanda che pesa come macigno: con quale tipo di autorizzazione? Sembrerebbe nessuna.

Ci sono infatti sedici pagine dedicate alla passione di Meloni per l’intelligence e il lavoro degli 007, con dettagli sul ruolo di Mantovano, attuale segretario alla Presidenza del Consiglio e uomo chiave della “cabina di regia” nella violenta repressione delle manifestazioni al G8 di Genova, nel luglio 2001.

Luigi Bisignani riporta nel suo libro che l’intelligence italiana effettuerebbe centinaia di intercettazioni preventive. Le intercettazioni preventive sono legittime per i servizi segreti ma occorre che siano autorizzate da un magistrato. Ma quelle indicate non sarebbero intercettazioni come quelle che subiscono gli indagati: in questo caso non rimangono degli atti, vengono effettuate dai servizi segreti motu proprio, senza alcuna finalità giudiziaria. Servono ufficialmente a capire “se ci sono dei potenziali rischi per la tenuta del sistema istituzionale ed economico del Paese”.

Nel libro “si sussurra” che negli ultimi anni ci sia stata l’irresistibile tendenza ad allargare le maglie di queste intercettazioni, attraverso una sorta di pesca a strascico giuridicamente possibile, ma politicamente molto discutibile. E dentro la rete – così fanno capire Bisignani e Madron – sarebbero finiti anche direttori di giornali, parlamentari e avversari politici del Governo in carica.

Del resto se in nome della lotta al crimine e al terrorismo si è data mano libera a magistrati e apparati per intrufolarsi a man bassa “nella vita degli altri”, è inevitabile che qualche incidente, qualche “tentazione”, qualche curiosità morbosa, alla fine venga fuori quasi da sola.

Ma il criterio delle intercettazioni e delle indagini con il sistema della “pesca a strascico” può causare anche inconvenienti per gli esponenti del governo in carica. E questo potrebbe essere il caso del ministro Crosetto.

In un verbale all’interno delle diecimila pagine di atti inviati alla Commissione parlamentare antimafia dalla Procura di Perugia, sul presunto dossieraggio orchestrato dal tenente della Guardia di Finanza Pasquale Striano e dall’ex procuratore della Direzione Nazionale Antimafia Antonio Laudati, c’è anche quello delle dichiarazioni rese spontaneamente dal ministro alla Difesa Guido Crosetto dopo la fuoriuscita di notizie su alcuni giornali a proposito di una sua proprietà immobiliare (notizie che poi si sono rivelate prive di interesse investigativo).

Secondo il ministro Crosetto dietro queste ricostruzioni artefatte ci potrebbe essere la mano dei servizi segreti, senza escludere che si tratti di servizi segreti esteri. Tra gli indagati ci sarebbe anche Silvio Adami, un funzionario dell’Aise (Agenzia informazioni e sicurezza esterna), ovvero i servizi segreti italiani che operano per l’estero.

Il ministro Crosetto ha reso dichiarazioni spontanee il 22 gennaio 2024 ai pm di Perugia. In particolare, «ha riferito agli inquirenti anche di aver rappresentato le proprie perplessità sulla possibile provenienza dell’informazione dall’interno degli stessi apparati di sicurezza al sottosegretario alla presidenza del consiglio dei ministri, Alfredo Mantovano, e di aver poi direttamente conferito anche con la presidente del Consiglio», Giorgia Meloni. Crosetto ha aggiunto di aver espresso “le sue perplessità anche al direttore dell’Aise, il generale Caravalli, e di aver chiesto di svolgere accertamenti sul punto anche alla direttrice del Dis, l’ambasciatrice Elisabetta Belloni”.

Fino ad oggi i magistrati della Procura di Perugia hanno individuato 172 consultazioni anomale del sistema Sos (Segnalazioni per operazioni sospette), in cui vengono riportate operazioni finanziarie di personaggi politici, dello spettacolo, di imprenditori e di altri ministri. Va sottolineato che si tratta di Operazioni non irregolari. In questo senso gli stessi pm di Perugia riconoscono che “a fronte di tale elenco numerosissimo di consultazioni prive di giustificazione alcuna, appare evidente come la vicenda Crosetto non sia altro che una goccia nel mare”. Insomma siamo in presenza di una “pesca a strascico” di dimensioni notevoli.

Secondo i magistrati di Perugia, il dott. Laudati e l’ufficiale della Guardia di Finanza Striano avrebbero «operato in spregio a quelli che sono i compiti istituzionali della Procura nazionale antimafia, confezionando atti falsi, con riferimento all’indicazione dell’origine dell’atto di impulso» che consentiva a Striano di fare le ricerche nel sistema della Sos.

Negli atti della procura di Perugia si sottolinea come Striano abbia fatto per conto del giornalista Giovanni Tizian del quotidiano Domani una serie di altri accessi risalenti nel tempo, come si evince da chat e email. Si tratta sempre di atti illeciti secondo i magistrati perugini, in quanto gli accessi sono stati svolti per ragioni estranee ai doveri d’ufficio. Il paradosso evidenziato è che questi accessi hanno talvolta causato «atti d’impulso» verso le procure competenti, pertanto sono stati riscontrati anche i reati di falso in atto pubblico e abuso d’ufficio.

Pochi giorni fa c’è stata la richiesta d’arresto dei due principali indagati – Laudati e Striano – formulata dal procuratore Raffaele Cantone ma respinta dal Gip del Tribunale di Perugia. La questione dovrebbe risolversi il prossimo 23 settembre nell’udienza davanti al Tribunale del Riesame, ma secondo alcune voci potrebbe finire in Cassazione.

Gli scenari intorno al rapporto tra governo Meloni e servizi segreti appaiono dunque molto contorti.

Da un lato il governo sin dal suo insediamento non ha mai nascosto la sua volontà di mettere le mani sui servizi di intelligence e non solo per la competenza istituzionale che ne deriva. Avere a disposizione e controllare le informazioni sugli avversari politici (basta ricordare il recente caso di Marco Cappato o le fughe di notizie riservate sulla delegazione dei parlamentari del Pd in visita nel carcere di Sassari), è una tentazione sempre fortissima per chi detiene il potere.

Dall’altra il governo si sente però vulnerabile sul terreno della credibilità e della riservatezza. La scarsissima qualità della sua classe dirigente lo espone continuamente a incidenti di percorso e di immagine sul piano pubblico. Se ci si aggiungono anche rogne più “riservate”, diventa un problema serio.

Le nomine ai vertici dei servizi segreti hanno sicuramente accontentato qualcuno e scontentato qualcun altro. Le varie cordate si vanno riposizionando e gli schizzi di fango potrebbero arrivare dappertutto.

La Meloni ha provato a pararsi le spalle schierandosi con l’atlantismo più sfegatato e a fianco di Israele (e quindi, almeno sul lato Usa e Mossad, non dovrebbero arrivare brutte sorprese), ma la sua credibilità nell’Unione Europea non è altrettanto garantita, anzi. E qui tra fratelli coltelli e nemici dichiarati deve invece guardarsi le spalle.

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30/11/2023

Delmastro a processo, ma è persino il problema minore...

La cronachetta ridicola della piccola politica italiana – questa è “la nazione” che Giorgia Meloni intende – ci consegna il rinvio a giudizio del sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro Delle Vedove, per “rivelazione del segreto d’ufficio”.

La decisione è stata presa dal gip Maddalena Cipriani, accogliendo le conclusioni dell’altra gip, Emanuela Attura, che a luglio aveva imposto l’’imputazione coatta’ del sottosegretario. Si chiude così la fase dell’inchiesta partita dalla sparata suicida del suo compare di partito e di stanza, Giovanni Donzelli.

Il quale aveva trovato evidentemente “fichissimo” usare le intercettazioni delle chiacchiere in cortile tra l’anarchico Andrea Cospito e i suoi occasionali compagni di “passeggio”, nel carcere sassarese dove vige il 41bis, per attaccare l’ectoplasma dell’opposizione piddina. Rea, a suo dire, di aver ascoltato e registrato – tramite quattro parlamentari in visita istituzionale a quel carcere, dove Cospito era in sciopero della fame – le richieste dei detenuti.

La faccenda è leggermente più complessa e torbida di come la presentano oggi i media e, naturalmente, l’ultradestra al governo.

Vediamo perciò di separare le questioni per non fare confusione, e vediamo prima gli aspetti legali che hanno portato al rinvio a giudizio e poi cos’è avvenuto veramente (o molto probabilmente) quel giorno in quel carcere.

Donzelli, in aula, aveva citato parola per parola parti delle intercettazioni, che sono coperte dal “segreto d’ufficio” e dunque non possono essere a disposizione di nessuno, tranne gli inquirenti.

Non rientrando in questa categoria, al capogruppo dei “fratelli di Trenitalia” alla Camera la “soffiata” – ovvero il testo delle intercettazioni – poteva essergli arrivata solo tramite il compare di stanza, superiore in grado, come vice di Nordio, del direttore del Dap e sull’intera catena di comando.

Passaggio di carte peraltro pacificamente ammesso dal diretto interessato, che si era difeso allora dichiarando di “non essere stato consapevole” che quei documenti erano “riservati” e dunque non rivelabili in pubblico (tanto meno durante una seduta parlamentare in diretta televisiva!).

Sorvoliamo sulla “non consapevolezza” in materia di legge da parte del numero 2 del ministero apposito (nonché avvocato penalista, per disgrazia dei suoi clienti), e andiamo al nocciolo legale.

Tutto ruota sulla definizione di quei documenti come «a limitata divulgazione» (la dicitura apposta sulla copertina del fascicolo), che ne indica inequivocabilmente la natura “riservata” (e una diretta televisiva certamente non lo è...).

Vedranno i giudici, nel processo che ormai si deve aprire, come stanno le cose su questo piano e quanto sarà considerato grave il reato.

Sul piano politico, invece, le cose sono già chiare. Usare “notizie riservate”, ottenute grazie alla posizione istituzionale (viceministro) di un amichetto di partito è già oltre i limiti della miseria politica. Detto altrimenti: usare i poteri dello Stato per speculare un facile guadagno politico e da... fate voi.

Ma c’è sicuramente qualcosa di più e di peggio. La ricostruzione degli avvenimenti fatta da Luigi Manconi – parlamentare di lungo corso, nonché “specializzato” nel settore giustizia, e sulle carceri in particolare – è un tantino più grave. Ma dà la misura esatta di che tipo di gente sia quella di cui stiamo parlando.

Manconi fa sapere – e rammenta anche agli “inconsapevoli” – che in regime di 41 bis la stessa “socialità”, ossia la possibilità di incontrare altri detenuti durante l’”ora d’aria”, viene regolamentata in modo tale che non sia il detenuto a scegliersi con chi parlare.

La composizione dei piccoli gruppi (tre, massimo quattro persone) che passeggiano un’oretta al giorno nello stesso quadratino di cemento armato viene decisa dal Dap (Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria), ossia dai vertici del ministero della Giustizia.

E il giorno della fatidica visita dei 4 parlamentari del PD, arrivati al carcere di Bancali per verificare le condizioni di salute dell’anarchico in sciopero della fame, Cospito – fino a quel giorno accompagnato ad altri due detenuti considerati di “bassa pericolosità” (non due boss, insomma) – viene invece messo insieme a due detenuti per mafia (Francesco Di Maio e Francesco Presta).

Tutto chiaro?

La decisione di far stare insieme quelle persone è stata presa ufficialmente dalla direzione di Bancali, non da Cospito. E, per chi conosce almeno le basi del vivere in un carcere, anche se la compagnia non te la sei scelta, non puoi fare a meno di scambiare quattro parole.

Se poi – come Cospito – in quei giorni, a tutte le ore, la televisione parla di te e della tua protesta, è inevitabile che quelle “quattro chiacchiere” tocchino anche quell’argomento e non solo il tempo che fa. Ma non è né un reato, né una dimostrazione di “contiguità”.

Un “lieve sospetto” che, al direttore del carcere, l’indicazione di creare quella inedita “composizione del passeggio” sia venuta “dall’alto”, ossia dal Dap (il capo era Giovanni Russo, in quel momento), ovvero dai vertici del ministero, e quindi anche dallo staff di Delmastro... non è poi un “pensare così male” (citando Andreotti...).

Il resto va da sé. La “triangolazione” tra il povero Cospito, i due mafiosi e i parlamentari del Pd è stata creata (per sbaglio o intenzionalmente) proprio dal ministero di Giustizia. Di cui Delmastro è tuttora il ‘numero 2’.

Le conversazioni tra tutte queste persone vengono registrate, sbobinate, raccolte in documenti “a diffusione limitata” e infine amichevolmente consegnate nelle capaci mani di Donzelli per consentirgli di fare la sua figura in Parlamento.

Edificante, non trovate? Che Delmastro finisca a processo è in fondo un problema decisamente minore. Quello enorme è la “qualità” di questa classe politica.

Roba da commuoversi ed arruolarsi subito... tra i monaci del monte Athos.

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23/09/2023

Edward Snowden: “Non mi sono pentito di aver fatto conoscere la verità”

A dieci anni dalla sua fuga dai Servizi segreti USA e la salvezza ottenuta grazie all’asilo politico concesso dalla Russia, l’ex funzionario dell’intelligence statunitense ha concesso alcune interviste a media russi e internazionali, in cui riafferma la sua scelta, sia per la verità, che di vita.

“Non mi pento di aver fatto conoscere la verità”, ha dichiarato, facendo riferimento alla sua vicenda, quando fece conoscere documenti, che erano classificati come top secret, i quali rivelarono dettagli prima sconosciuti sulla sorveglianza globale che il governo degli Stati Uniti effettuava e della complicità con le intelligence dei governi europei. Nelle documentazioni, consegnate ai giornalisti a Hong Kong, vi erano migliaia di documenti top-secret, dove era certificata l’entità della sorveglianza, soprattutto illegale, da parte della National Security Agency statunitense e dell’agenzia di intelligence britannica GCHQ.

In alcune interviste ha anche affermato che le attività esercitate nel 2013, sembrano “un gioco di ragazzi” in confronto alla tecnologia utilizzata oggi. Snowden è sbalordito dall’invasione della privacy sia nel mondo fisico che in quello digitale. “La tecnologia è diventata gravemente influente e determinante, se pensiamo alla situazione di dieci anni fa e alle capacità dei governi odierni di determinare pensieri e opinioni di massa... causa l’uso ormai ordinario delle telecamere CCTV disponibili addirittura in commercio, il riconoscimento facciale, l’intelligenza artificiale e gli spyware intrusivi come Pegasus, utilizzati contro dissidenti e giornalisti”.

L’ex agente statunitense di NSA e CIA, guardandosi indietro ha raccontato la natura delle sue scelte: “Avevamo fiducia che il governo non ci avrebbe ingannato. Ma lo hanno fatto. Avevamo fiducia che le aziende tecnologiche non si sarebbero approfittate di noi. Ma lo hanno fatto. Accadrà di nuovo perché questa è la natura del potere”.

Snowden è in esilio in Russia dal 2013, i suoi denigratori lo condannano per il fatto di essere in Russia, ma lui ha spiegato che era l’unica vera opzione a sua disposizione, oltre al carcere a vita negli Stati Uniti.

Le critiche contro di lui si sono intensificate da quando è scoppiato il conflitto in Ucraina e Snowden ha ricevuto la cittadinanza russa l’anno scorso, due anni dopo averne fatto richiesta.

Negli ultimi due anni, l’ex agente ha tenuto meno discorsi pubblici e si è ritirato dalle interviste alla stampa e dai social media, ma ha ribadito la conferma della sua scelta. Per esempio egli vede nell’uso diffuso della crittografia end-to-end una delle conseguenze positive delle fughe di dati da lui attuate, infatti le principali aziende tecnologiche sono rimaste sorprese dalle rivelazioni secondo cui la NSA (National Security Agency, dove lavorava Snowden) stava consegnando dati personali a terze parti. Quell’imbarazzo si trasformò in ira, quando ulteriori fughe di notizie rivelarono che la NSA accedeva ai dati delle principali aziende tecnologiche attraverso vulnerabilità backdoor.

Snowden ha raccontato che fu nel 2013, mentre lavorava sotto copertura per la CIA, che decise il distacco dai servizi segreti USA e far sapere al mondo la verità. Decise così di contattare segretamente diversi giornalisti e fornire loro documenti segreti acquisiti durante il suo servizio, che dimostravano la sorveglianza di massa che le agenzie di intelligence statunitensi conducono sui rappresentanti della leadership di stati e aziende straniere, nonché sui comuni cittadini, sia all’estero che a livello nazionale.

Il programma segreto in questione, era denominato PRISM, che consente alla NSA di visualizzare e-mail, ascoltare messaggi vocali e altri messaggi, visualizzare foto e video, e tenere traccia dei file trasferiti di quasi tutti. Raccogliendo tutti i dati degli utenti, da aziende come Microsoft, Google, Apple, Yahoo, Facebook o YouTube.

In seguito all’incontro con i giornalisti Glenn Greenwald, Laurie Poitras, Barton Gelman ed Ewen McCaskill, in cui ha fornito migliaia di documenti riservati, riuscì ad attirare l’attenzione internazionale, dopo che articoli basati sui suoi materiali, furono pubblicati su Guardian, Washington Post e numerose altre pubblicazioni in Occidente.

Nelle interviste, ha detto che rivelando documenti segreti, sapeva che avrebbe detto addio per sempre alla sua vita normale e comoda, ma lo ha fatto comunque perché “...non poteva permettere al governo degli Stati Uniti di violare la privacy, la libertà di Internet e le libertà fondamentali delle persone in tutto il mondo, con l’aiuto di un enorme sistema di sorveglianza che stanno segretamente sviluppando... le mie azioni erano un tentativo di informare il pubblico su ciò che si sta facendo in loro nome e su ciò che si sta facendo contro di loro cercando di aprire un ampio dibattito sulla sorveglianza di massa e sulla segretezza del lavoro del governo degli Stati Uniti”.

Come conseguenza, nonostante l’opposizione delle agenzie di intelligence, le aziende hanno introdotto la crittografia end-to-end diversi anni prima del previsto. “La crittografia end-to-end era un sogno irrealizzabile nel 2013, quando questa storia scoppiò... Una quota enorme del traffico Internet globale veniva trasmessa elettronicamente senza protezioni di alcun tipo. Oggi tutto ciò è ormai superato”.

Snowden è consapevole che i progressi tecnologici che stanno stritolando la vita privata non si sono certo fermati. “L’idea che dopo le rivelazioni del 2013, dal giorno dopo ci sarebbero stati arcobaleni e unicorni non è realistica. È un processo continuo. E dovremo lavorare su questo per il resto della nostra vita, e per quella dei nostri figli e oltre”.

Edward Snowden è oggi, con il prigioniero Julian Assange, uno dei più conosciuti “whistleblowers” (informatore) al mondo, ma anche uno dei più ricercati latitanti dalla “giustizia” statunitense e non solo.

È sfuggito al sinistro destino di Assange solo perché in quel giorno di dieci anni fa, gli fu concesso asilo temporaneo in Russia, asilo permanente un anno dopo e cittadinanza della Federazione Russa l’anno scorso. Il 4 giugno 2013, il governo degli Stati Uniti presentò le accuse penali contro Snowden per “furto di proprietà del governo“, “violazione delle leggi sullo spionaggio”, “divulgazione non autorizzata di informazioni classificate della difesa nazionale” e “rilascio intenzionale di intelligence sulle comunicazioni classificate”. Di fatto, egli ha solo rivelato le operazioni segrete, illegali e incostituzionali della National Security Agency (NSA) degli USA.

Snowden ha rivelato i numerosi programmi di sorveglianza globale del governo statunitense condotti dalla NSA, associata all’alleanza di intelligence “Five Eyes” (Five Eyes è una comunità di intelligence informale di cinque paesi anglosassoni, che, oltre agli Stati Uniti, comprende Gran Bretagna, Canada, Australia e Nuova Zelanda), in collaborazione con società di telecomunicazioni e governi europei: “Seduto alla mia scrivania, avrei potuto origliare chiunque, voi o il vostro commercialista, un giudice federale o persino il presidente degli Stati Uniti”.

Una delle rivelazioni di Snowden fu anche il “bilancio nero della NSA“, così come le numerose operazioni, riuscite o meno, delle 16 agenzie di spionaggio che compongono la comunità dell’intelligence americana.

Ha anche rivelato che la NSA paga aziende tecnologiche private statunitensi per accedere alla loro rete di comunicazioni. Solo nel corso del 2013, per questo scopo fu spesa l’incredibile cifra di 52 miliardi di dollari. L’agenzia accedeva segretamente a questi dati attraverso un programma di sorveglianza che era, o è tuttora chiamato MUSCULAR.

Secondo un rapporto del Washington Post, citando le informazioni fornite da Snowden, il 90% di coloro che sono sotto sorveglianza negli Stati Uniti e negli altri paesi sono cittadini comuni. “Il mio unico motivo è stato informare il pubblico di ciò che viene fatto in loro nome e di ciò che viene fatto contro di loro”.

Gli USA, ha rivelato Snowden, spiavano Brasile, Francia, Messico, Gran Bretagna, Cina, Germania e Spagna, oltre ad altri 35 leader mondiali. Documenti pubblicati dallo Spiegel, hanno mostrato che la NSA ha intercettato 122 leader di alto rango in tutto il mondo, oltre ad avere anche piani per espandere ulteriormente le sue attività illegali per aumentare notevolmente la padronanza della rete globale e ottenere dati “da chiunque, sempre e ovunque”.

Snowden ha anche riconfermato che WikiLeaks ha finanziato la sua fuga. Julian Assange ha raccontato che chiese al console di allora, dell’ambasciata ecuadoriana a Londra, di rilasciare un passaporto a Snowden.

Con quel documento egli atterrò 10 anni fa all’aeroporto Sheremetyevo a Mosca, ribadendo che, nonostante gli sforzi denigratori degli USA, che lo accusano di essere una “spia russa“, i fatti hanno dimostrato la sua lotta per la verità e la giustizia, i documenti non furono dati alla Russia, ma a famosi giornalisti occidentali e statunitensi.

Edward Snowden ha anche ironicamente accennato all’attualità, dopo gli scandali che hanno coinvolto quest’anno la presidenza USA, dopo che CBS News, citando fonti, ha diffuso informazioni sulla scoperta di circa 10 materiali classificati nell’ufficio dell’attuale presidente degli Stati Uniti, che erano archiviati insieme a documenti che non contenevano dati classificati. Il procuratore generale degli Stati Uniti Garland ha ordinato al procuratore del paese nel distretto settentrionale di indagare sulla provenienza dei materiali. “Vale la pena notare che il presidente Joe Biden sembra aver raccolto più documenti riservati di molti informatori. Per fare un confronto: Reality Winner (condannato negli Stati Uniti per fuga di notizie dalla National Security Agency – ndr) è stato condannato a cinque anni per un solo documento. Nel frattempo, Biden, Donald Trump, Bill Clinton, David Petraeus, questi ragazzi hanno dozzine, centinaia di documenti. E niente prigione”, ha detto.

Snowden ha anche attirato l’attenzione sul fatto che il Dipartimento di Giustizia USA aveva scoperto i documenti una settimana prima delle elezioni di medio termine e non ha reso pubblica la notizia.

Poco dopo che a Snowden fu concesso l’asilo in Russia, Julian Assange così commentò il caso “Snowden“: “Venezuela ed Ecuador avrebbero potuto proteggerlo solo per un breve periodo. In Russia sarà al sicuro per sempre, lì è rispettato e non avrà più problemi. Non cambiar paese. Questo fu il mio consiglio a Snowden, lì è il posto più sicuro per lui”.

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