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04/06/2026

L’opzione delle armi nucleari USA si riaffaccia in Europa, Italia inclusa

Il Financial Times ha rivelato in un articolo che gli Stati Uniti starebbero pensando di nuovo alla installazione di armi nucleari in Europa, riavviando così quella che fu la famosa “Direttiva 39” della fine degli anni Settanta e che portò all’installazione degli euromissili nel continente europeo. Anche l’Italia venne coinvolta nell’operazione ospitando nel 1983 i missili Cruise con testate nucleari nella base di Comiso, in Sicilia. Gli altri paesi europei coinvolti furono Germania, Belgio e Paesi Bassi.

La Polonia non ha fatto mistero di essere pronta ad ospitare le armi nucleari Usa sul proprio territorio, dunque a ridosso dei confini russi.

Il Financial Times scrive che “Il segretario generale della Nato, Mark Rutte, ha dichiarato dopo una riunione dei ministri degli Esteri dell’Alleanza il mese scorso, che c’era “un’intesa comune sul fatto che, mentre gli Stati Uniti si orienteranno maggiormente verso altri teatri operativi... la deterrenza e la difesa complessive in Europa devono rimanere invariate”. “Voglio essere assolutamente chiaro... Se qualcuno fosse così sciocco da attaccarci, la risposta sarebbe devastante”, ha affermato Rutte”.

Il rilancio del riarmo nucleare in Europa, segna la conclusione definitiva dei negoziati avviati alla fine degli anni Ottanta (c’era ancora l’URSS) e che portò alla riduzione degli arsenali atomici dislocati in Europa.

Nella fase storica più recente, nel 2010 Obama e l’allora presidente russo Medvedev firmarono a Praga il trattato New Start, che evolveva i precedenti accordi Start sulle armi nucleari strategiche. Il trattato fissava un limite di 1.550 testate nucleari strategiche dispiegate per ciascuna delle due superpotenze.

Ma solo due anni dopo la firma del trattato, nel 2012, l’amministrazione Obama chiedeva nuovi investimenti per rafforzare il sistema di deterrenza nucleare statunitense. La prima amministrazione Trump (2026) ne avrebbe accelerato la modernizzazione. Contestualmente la Russia aveva avviato un vasto programma di aggiornamento del proprio arsenale nucleare già nel decennio 2011-2020, seguito da un nuovo piano ancora in attesa di compimento.

A livello mondiale subito dopo Stati Uniti e Russia si collocano Cina, Francia e Regno Unito, riconosciuti come Stati nucleari dal Trattato di non proliferazione (TNP).  Pechino possiede circa 600 testate, un numero in crescita costante. La Francia dispone di circa 290 testate nucleari, mentre il Regno Unito ne possiede circa 225.

In Asia ci sono poi India e Pakistan che possiedono rispettivamente circa 180 e 170 testate nucleari. Infine ci sono Israele che si stima detenga circa 90 testate e la Corea del Nord che dispone oggi di un numero stimato in circa 30 e 50 testate nucleari.

La Russia investe annualmente circa 8,5 miliardi di dollari nel settore nucleare militare, mentre gli Stati Uniti spendono in questo settore oltre 35 miliardi, quattro volte di più. La Russia possiede circa 6.370 testate atomiche. Gli Stati Uniti ne possiedono tra le 5.000 e le 6.000 a seconda delle metodologie di conteggio.

Di queste armi nucleari USA, più di un centinaio risultano ancora dislocate in Europa, e tra queste alcune decine – i dati sono però discordanti – sono stoccate in Italia, nelle basi militari di di Aviano e Ghedi.

Eppure, in teoria, l’Italia non potrebbe ospitare armi nucleari in base al Trattato di non proliferazione nucleare che ha firmato il 2 maggio del 1975. In particolare, l’articolo II del TNP è estremamente chiaro e vincolante per i Paesi che, come l’Italia, non possedevano armi atomiche al momento della firma.

L’articolo II recita testualmente: “Ciascuno degli Stati militarmente non nucleari, che sia Parte del Trattato, si impegna a non ricevere da chicchessia armi nucleari”. Questo impegno implicava il divieto non solo di produrre, ma anche di ricevere e ospitare sul proprio territorio ordigni nucleari di qualsiasi tipo. La sottoscrizione di questo trattato avrebbe dovuto, in teoria, rendere il suolo italiano completamente libero da tali armamenti, ma come abbiamo visto non è affatto così.

La base aerea di Aviano, in provincia di Pordenone, ospita circa 50 testate (tra le 20 e le 30 secondo fonti diverse, ndr), mentre la base aerea di Ghedi, in provincia di Brescia, ospiterebbe il rimanente arsenale, quantificato in circa 20-40 bombe. Si tratta di ordigni nucleari B61-12 di esclusiva proprietà e controllo degli Stati Uniti, presenti nel nostro Paese nell’ambito della NATO. La base militare di Ghedi, situata a circa 25 chilometri da Brescia, è sede di una flotta di 30 cacciabombardieri F-35, velivoli progettati per il trasporto e il lancio di armamenti nucleari.

Mentre imperversano i dott. Stranamore de noantri, diventa sempre più prioritario porre il problema dell’allontanamento di queste armi nucleari dal territorio italiano in ogni agenda di politica internazionale che riguardi il nostro paese.

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