La Colombia si ritrova spaccata esattamente in due. I dati del ballottaggio presidenziale svoltosi ieri, domenica 21 giugno, ha teoricamente sancito la vittoria dell’estrema destra guidata da Abelardo de la Espriella. Avvocato milionario, fortemente sostenuto dal presidente statunitense Donald Trump avrebbe conquistato la massima carica dello suo paese per una manciata di voti, superando l’avversario e senatore del Pacto Histórico, Iván Cepeda.
I risultati, giunti al termine di uno spoglio febbrile, mostrano un distacco minimo tra i due contendenti, confermando le previsioni della vigilia che descrivevano un elettorato profondamente polarizzato e lacerato da visioni del futuro antitetiche. Come già successo in passato, il numero dei votanti è aumentato rispetto al primo turno: oltre 26,3 milioni di colombiani si sono recati alle urne su 41,4 milioni di aventi diritto.
Secondo i dati ufficiali diffusi dall’Ufficio Elettorale Nazionale (Registraduría), con il 99,99% delle schede scrutinate, lo scarto tra i due candidati è inferiore al punto percentuale, solo qualche centinaio di migliaia di voti. Una distanza minima che non ha precedenti nella storia recente della repubblica colombiana, e che legittima la richiesta di verifiche approfondite e sistematiche.
Già dopo il primo turno il presidente uscente Gustavo Petro aveva denunciato anomalie macroscopiche nel censimento elettorale, oltre che una significativa ingerenza straniera – in particolare statunitense – e una pressante campagna di disinformazione. Altri eventi hanno acceso l’attenzione sul fatto che l’elezione colombiana era una “questione internazionale”.
Il 16 giugno Marco Rubio, segretario di Stato USA, ha deciso l’arresto e l’espulsione dell’attivista e giornalista colombiano Beto Coral. Prelevato dagli agenti ICE dalla sua abitazione a Phoenix, in Arizona, ha avuto la colpa di aver sporto denuncia contro de la Espriella per una telefonata registrata senza consenso.
Il carattere politico di questa persecuzione è stato fatto chiaro dal senatore di origini colombiane Bernie Moreno, che ha detto: “non si può venire negli Stati Uniti, chiedere asilo e poi agire come un agente straniero per lo stesso governo (quello di Petro, ndr) che erode la nostra politica estera“.
Il giorno successivo, 17 giugno, 11 deputati democratici hanno inviato una lettera proprio a Rubio, al Segretario al Tesoro Scott Bessent e al Procuratore Todd Blanche esprimendo “profonda preoccupazione per la palese interferenza di alti funzionari statunitensi, incluso il Presidente Trump, nelle elezioni presidenziali colombiane“.
De la Espriella è il candidato trumpiano che rappresenta benissimo quella strategia emersa con lo scandalo Hondurasgate, secondo il quale Washington ha guidato una campagna a tappeto per abbattere tutte le esperienze progressiste e non allineate dell’America Latina. In questa campagna avrebbe trovato spazio anche Israele.
Proprio Israele è stato accusato da Petro riguardo a possibili brogli nell’appena concluso ballottaggio. L’ex presidente, che ha ricordato che non c’è un presidente, ufficialmente, fino al completamento del processo di verifica, ha denunciato irregolarità nello spoglio preliminare, relative agli indirizzi IP dei server del registro nazionale che, secondo Petro, potrebbe segnalare la manomissione del software elettorale.
“L’unica entità al mondo in grado di effettuare la presunta interferenza informatica è lo Stato di Israele“, ha affermato. Nel frattempo, il team legale di Cepeda ha annunciato il deposito formale di ricorsi volti a impugnare i verbali di oltre 33 mila seggi elettorali (sui circa 122 mila totali distribuiti nel territorio nazionale).
Secondo gli esponenti del Pacto Histórico, in queste sezioni si sarebbero verificate gravi anomalie nei flussi, discrepanze tra i registri cartacei e la trasmissione digitale dei dati, e manovre di voto coercitivo orchestrate a livello locale. De la Espriella, dopo un iniziale appello alla calma, ha abbandonato la diplomazia per lanciare avvertimenti durissimi agli avversari politici. La minaccia di far precipitare il paese, già evidentemente diviso, in una spirale di violenza è esplicita.
Ora, il conteggio ufficiale dei voti procede in una condizione di pesante militarizzazione. A Bogotà, Cali e Medellín il dispiegamento delle forze di polizia e dell’esercito è stato raddoppiato nei punti nevralgici, a protezione dei palazzi del potere e delle sedi della Registraduría. Nel centro storico della capitale, numerose attività commerciali e istituti bancari hanno iniziato fin dalle prime ore del mattino a sbarrare le vetrine con pannelli di legno compensato, nel timore di disordini.
Il passaggio di consegne formale è previsto per il prossimo 7 agosto, ma la battaglia elettorale è tutto fuorché finita. L’incognita sul fatto che tale battaglia rimarrà sul piano attuale, rimane concreta.
Aggiornamento: in Colombia sono avvenute varie manifestazioni di protesta nella notte appena passata. Hanno riguardato in particolare la città di Cali, e si sono estese anche alla capitale Bogotà. Molti manifestanti hanno dato fuoco a bandiere statunitensi, denunciando l’ingerenza di Washington negli affari interni del paese. La polizia ha risposto con gas lacrimogeni e cariche. Secondo quando riporta l’ANSA, ci sarebbe anche un morto.
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