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28/06/2026

Il Venezuela tra terremoto e presenza militare USA

di Luciano Vasapollo

Di fronte a una catastrofe naturale di enormi proporzioni, come il devastante terremoto che ha colpito il Venezuela, è naturale ritenere che ogni forma di aiuto internazionale debba essere accolta e incoraggiata.

La solidarietà tra i popoli rappresenta uno dei principi più alti della convivenza umana: medici, infermieri, protezione civile, ospedali da campo, organizzazioni umanitarie e squadre di soccorso costituiscono strumenti indispensabili per salvare vite umane e alleviare le sofferenze di una popolazione colpita da una tragedia.

Proprio per questo è necessario distinguere con chiarezza tra la cooperazione civile e la proiezione militare.

Se la solidarietà internazionale si traduce nell’invio di personale sanitario, di aiuti alimentari, di tecnici, di strutture ospedaliere e di mezzi destinati esclusivamente ai soccorsi – come è avvenuto con la mobilitazione delle brigate mediche di diversi Paesi, tra cui Cuba – ci troviamo di fronte a un’autentica espressione di cooperazione tra popoli.

Diverso è il caso in cui l’intervento assuma una dimensione prevalentemente militare. La presenza di unità operative statunitensi, compresi reparti dei marines e assetti del Comando Sud, non può essere valutata prescindendo dal contesto politico nel quale si inserisce. E questo contesto è segnato oggi dai drammatici eventi del 3 gennaio scorso, quando gli Stati Uniti intervennero militarmente in Venezuela con bombardamenti e incursioni armate che provocarono oltre cento vittime, tra cui 30 militari cubani, e sequestrarono il presidente Nicolás Maduro e la first lady Cilia Flores, tuttora detenuti a New York con accuse prive di fondamento.

Una vicenda che rende inevitabilmente preoccupante ogni successiva presenza militare statunitense sul territorio venezuelano.

È qui che emerge il vero nodo della questione. La storia insegna che le emergenze umanitarie richiedono solidarietà, ma insegna anche che, talvolta, proprio le situazioni eccezionali hanno favorito nuove forme di influenza politica e strategica.

L’America Latina conosce bene questa dinamica. Nel corso dei decenni missioni presentate come operazioni di sicurezza, di lotta al narcotraffico o di assistenza hanno spesso lasciato un’eredità fatta di basi militari permanenti, accordi asimmetrici e crescente dipendenza geopolitica.

Per questo motivo la distinzione tra aiuto civile e presenza militare non costituisce un dettaglio tecnico, ma una questione profondamente politica. La solidarietà non dovrebbe mai comportare una compressione, neppure indiretta, della sovranità di uno Stato. Tanto più quando quel Paese attraversa una fase di estrema vulnerabilità.

Naturalmente, il principio dell’autodeterminazione resta fondamentale. Spetta al popolo venezuelano decidere liberamente il proprio futuro e le forme della cooperazione internazionale che ritiene più opportune. Ma proprio perché la sovranità appartiene ai popoli, ogni intervento esterno dovrebbe essere improntato alla massima trasparenza e avere carattere strettamente temporaneo, evitando qualsiasi ambiguità tra assistenza e proiezione di potenza.

Anche la ricostruzione dopo una catastrofe non è mai un fatto esclusivamente tecnico. Essa determina nuovi rapporti economici, ridefinisce gli investimenti, influenza gli equilibri istituzionali e apre spazi di intervento internazionale. Per questo la ricostruzione dovrebbe essere guidata innanzitutto dalle istituzioni del Paese colpito, con il sostegno della comunità internazionale, ma senza sostituzioni o condizionamenti politici.

La storia del colonialismo e del neocolonialismo dimostra che il controllo di un territorio non passa più soltanto attraverso l’occupazione militare tradizionale. Oggi esso può manifestarsi anche mediante il controllo delle infrastrutture strategiche, dei grandi investimenti, del credito internazionale e delle reti logistiche. Per questa ragione ogni emergenza richiede non soltanto solidarietà, ma anche vigilanza democratica.

Non si tratta di negare il valore dell’aiuto internazionale, bensì di preservarne il carattere autenticamente umanitario. La cooperazione è tanto più credibile quanto più rimane civile, multilaterale e rispettosa delle istituzioni locali. Al contrario, quando si accompagna alla presenza di apparati militari appartenenti a grandi potenze coinvolte negli equilibri geopolitici regionali, è inevitabile che sorgano interrogativi e preoccupazioni.

Come ricordavano Simón Bolívar e, più tardi, José Martí, l’indipendenza politica dell’America Latina non è un traguardo definitivamente acquisito, ma un processo da custodire continuamente. La memoria storica non serve ad alimentare diffidenze pregiudiziali, bensì a evitare che gli errori del passato vengano riproposti sotto forme nuove e linguaggi apparentemente più rassicuranti.

In definitiva, il terremoto impone oggi una sola priorità assoluta: salvare vite umane e accompagnare il Venezuela nella ricostruzione. Ma proprio perché la solidarietà internazionale è un valore universale, essa dovrebbe esprimersi attraverso strumenti civili, trasparenti e condivisi, affinché l’emergenza non diventi mai occasione di competizione geopolitica, bensì un momento in cui prevalgano il diritto internazionale, la cooperazione tra i popoli e il rispetto della sovranità degli Stati.

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