Partite dalla critica ambientalista riguardante la svendita del patrimonio naturale del paese alla speculazione immobiliare guidata dal genero di Donald Trump, Jared Kushner, ormai le piazze sono arrivate a denunciare un sistema di corruzione e di povertà strutturale, di cui il primo responsabile viene individuato nel governo di Edi Rama.
Nell’ultima settimana, decine di migliaia di manifestanti hanno accerchiato il palazzo del governo a Tirana e occupato la spiaggia di Zvërnec a Valona, esigendo lo stop immediato dei progetti edilizi e le dimissioni irrevocabili del primo ministro.
Sotto lo slogan “l’Albania non è in vendita”, la miccia delle proteste, o la goccia che ha fatto traboccare il vaso, è stato il mega-progetto che viene promesso porterà 4 miliardi di investimenti per la turistificazione di zone significative dell’Adriatico albanese.
Si tratta dell’isola di Sazan, dove si trova un’ex base militare di proprietà statale, e la laguna protetta di Vjosa-Narta. È qui che fanno tappa i fenicotteri (e non solo loro) da cui il nome del movimento: “la Rivoluzione dei Fenicotteri”. Ad oggi, sono state ben quarantuno le organizzazioni ambientaliste internazionali a sottoscrivere una dura lettera aperta indirizzata a Rama per richiedere la sospensione immediata delle concessioni.
Ma ciò che fa davvero paura al governo è che sotto accusa c’è anche la legge con la quale, nel 2024, l’esecutivo ha allentato i vincoli di tutela ambientale, aprendo le porte al progetto di Kushner. Su questa scelta si allunga l’ombra della corruzione per alcuni terreni legati alle nuove costruzioni, in una fase in cui il tema è al centro del dibattito politico, dopo che alla fine dello scorso anno il braccio destro di Rama è stato incriminato per l’utilizzo di fondi pubblici a favore di alcune imprese private nel corso di gare d’appalto.
Nonostante l’accerchiamento dei palazzi di potere e la crescente pressione internazionale (ricordiamo che varie manifestazioni si sono svolte anche nelle comunità albanesi in giro per l’Europa, molte in Italia), il premier Edi Rama mantiene una linea di assoluta fermezza, rifiutando ogni ipotesi di arretramento. Del resto, dare ragione alle piazze significherebbe decretare il fallimento (e la caduta) del proprio governo.
Se da una parte Rama ci ha tenuto a sottolineare che “le proteste sono parte organica di una società libera e democratica”, e il fatto che ci siano è per lui un segnale di buona salute della dialettica politica del paese, ha anche affermato con nettezza che “non c’è nessuna possibilità che questo investimento si fermi finché sono io qui”.
Quanto ai presunti favoritismi verso la famiglia Trump, Rama ha minimizzato, specificando che i primi contatti con Kushner risalgono a un periodo in cui non si sapeva se Donald Trump “sarebbe finito alla Casa Bianca o in prigione”, definendo l’accordo un affare esclusivamente economico e bollando le critiche online come un “ciclone digitale” passeggero. Rama presenta il progetto immobiliare e turistico come un’occasione di modernizzazione del paese.
Questa viene vista come fondamentale per raggiungere i requisiti necessari a entrare nella UE. Tuttavia, il Parlamento Europeo, discutendo dell’allargamento nei Balcani della scorsa settimana, ha approvato a larga maggioranza (483 voti a favore, 103 contrari e 70 astensioni) una relazione positiva sugli sforzi di Tirana, ma ha chiesto esplicitamente “l’abrogazione delle modifiche apportate nel 2024 alla legge sulle aree protette”.
Nonostante appaia come una mossa pensata più contro la “filiera Trump” che contro la devastazione ambientale, ciò complica ulteriormente la posizione di Rama. Anche perché le piazze albanesi si sono trasformate nel catalizzatore di un malcontento sociale generalizzato, esasperato dall’inflazione e dalla corruzione percepita come endemica. Molti dei manifestanti denunciano condizioni di vita insostenibili, con salari medi e pensioni minime ridotte al lumicino a fronte di un costo della vita schizzato alle stelle.
Anche per questo va sottolineato che, nonostante l’opposizione di centro-destra di Sali Berisha stia cercando di cavalcare l’onda del malcontento per dare una spallata a Rama, i manifestanti si difendono bene dalle strumentalizzazioni. Nelle proteste, si alzano cori che inneggiano alla prigione tanto per Berisha quanto per l’attuale capo del governo.
La critica viene mossa all’intero sistema politico e al modello che ha costruito in questi decenni di svendita del paese. Del resto, Berisha era inizialmente favorevole al progetto di Kushner, per poi ribaltare le sue idee quando ha visto che montava un’opposizione concreta all’iniziativa turistica.
Una svolta fondamentale si è avuta poi il 22 giugno, quando il gruppo di coordinamento della protesta ha reso pubblico un comunicato in cui avanza una piattaforma politica chiara, un vero e proprio terremoto in cinque punti per Tirana:
- Le dimissioni non negoziabili del Primo Ministro Edi Rama e dell’intero gabinetto di governo.
- La creazione di un governo tecnico di transizione, che sarà apartitico e avrà un mandato chiaro di 12 mesi.
- Redigere una nuova Costituzione che garantisca la piena uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, da sottoporre all’approvazione di un referendum popolare. Questa riforma costituzionale prevede: la modifica del Codice elettorale; la modifica della legge sul finanziamento dei partiti e delle organizzazioni politiche; la limitazione del mandato del Primo Ministro a un massimo di due mandati (interi o parziali) nell’arco dell’intera vita politica di un individuo.
- Non si rinuncia alle richieste economiche e ambientali iniziali, che richiedono con urgenza: l’annullamento delle modifiche alla legge sulle “Aree protette”; l’annullamento delle modifiche alla legge sul “Patrimonio culturale”; l’abrogazione del pacchetto legislativo noto come “Pacchetto Montagne”; l’abrogazione dello status e del quadro giuridico per gli “Investimenti strategici”.
- Un nuovo contratto sociale tra cittadini e Stato, che verrà elaborato attraverso consultazioni con intellettuali, esperti tecnici e cittadini apartitici proposti direttamente dalla piazza della protesta.
La politicizzazione del malcontento emerso dal progetto Kushner ha prodotto una piattaforma, bisognerà vedere ora se riuscirà a fare le pressioni adeguate affinché si concretizzi.
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