Chi progetta e pianifica è tenuto sempre a presentare insieme ai progetti i relativi piani di fattibilità. In caso di scelte controverse diventano obbligatori anche
i parametri su “costi e benefici”. Quando si parla di guerra entrambi i fattori
diventano decisivi ma indubbiamente inquietanti.
Sul sito del famigerato Istituto Internazionale per gli Studi Strategici di Londra, è comparsa una analisi che somiglia maledettamente ad un “piano di fattibilità” della guerra degli stati europei contro la Russia in assenza del contributo degli Stati Uniti.
Viene addirittura analizzato come uno scenario da “guerra stasera” ossia a breve tempo, nell’articolo si parla di due/tre anni, esattamente come descritto nei documenti dei servizi di intelligence tedeschi o nei documenti della Nato. L’attenzione è dedicata al come gli stati europei siano in grado di affrontare una guerra contro la Russia senza poter contare sullo storico supporto statunitense, con quali armi, quali risorse, quale livello di coesione interna di una coalizione di stati diversi ma soprattutto con quale mentalità e strategie difensive e offensive.
È vero che si tratta di una elaborazione di scenari, ma sia la fonte che le conclusioni restituiscono un clima di immanenza bellico che negli ultimi anni incombe, di nuovo, soprattutto in Europa.
L’Istituto Internazionale per gli Studi Strategici di Londra, non è un think tank come tanti. Durante la Guerra Fredda è stato la “Bibbia” delle informazioni e delle elaborazioni del blocco Nato e degli ambienti euroatlantici.
I guerrafondai – e i britannici sono in prima fila – stanno lavorando alacremente per rendere fattibile quello che tutti noi vogliamo che sia assolutamente evitabile: la guerra in Europa.
Del lungo saggio di Ruben Stewart sul sito dell’IISS abbiamo fatto una sintesi dei passaggi che ci sono apparsi più significativi e inquietanti. In neretto abbiamo evidenziati le parti che ci sono sembrate più significative. È un materiale piuttosto esteso che richiederà tempo, pazienza e attenzione da parte dei nostri lettori.
Sul sito del famigerato Istituto Internazionale per gli Studi Strategici di Londra, è comparsa una analisi che somiglia maledettamente ad un “piano di fattibilità” della guerra degli stati europei contro la Russia in assenza del contributo degli Stati Uniti.
Viene addirittura analizzato come uno scenario da “guerra stasera” ossia a breve tempo, nell’articolo si parla di due/tre anni, esattamente come descritto nei documenti dei servizi di intelligence tedeschi o nei documenti della Nato. L’attenzione è dedicata al come gli stati europei siano in grado di affrontare una guerra contro la Russia senza poter contare sullo storico supporto statunitense, con quali armi, quali risorse, quale livello di coesione interna di una coalizione di stati diversi ma soprattutto con quale mentalità e strategie difensive e offensive.
È vero che si tratta di una elaborazione di scenari, ma sia la fonte che le conclusioni restituiscono un clima di immanenza bellico che negli ultimi anni incombe, di nuovo, soprattutto in Europa.
L’Istituto Internazionale per gli Studi Strategici di Londra, non è un think tank come tanti. Durante la Guerra Fredda è stato la “Bibbia” delle informazioni e delle elaborazioni del blocco Nato e degli ambienti euroatlantici.
I guerrafondai – e i britannici sono in prima fila – stanno lavorando alacremente per rendere fattibile quello che tutti noi vogliamo che sia assolutamente evitabile: la guerra in Europa.
Del lungo saggio di Ruben Stewart sul sito dell’IISS abbiamo fatto una sintesi dei passaggi che ci sono apparsi più significativi e inquietanti. In neretto abbiamo evidenziati le parti che ci sono sembrate più significative. È un materiale piuttosto esteso che richiederà tempo, pazienza e attenzione da parte dei nostri lettori.
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Una via europea alla guerra senza gli Stati Uniti
Una via europea alla guerra senza gli Stati Uniti
Di Ruben Stewart (da IISS di Londra)
Questo articolo esamina l’estremità opposta dello spettro: uno scenario in cui il supporto statunitense è assente nel momento del bisogno. Non si tratta di sostenere che una rottura transatlantica completa sia probabile o imminente. Ma i pianificatori militari non si preparano solo per la linea d’azione più probabile; devono anche esaminare quella più pericolosa. In questo caso, ciò significa chiedersi come l’Europa combatterebbe se la partecipazione militare statunitense non fosse disponibile quando richiesta.
Un simile scenario non deve necessariamente derivare da un ritiro formale degli Stati Uniti dalla NATO. Potrebbe derivare da una serie di condizioni che producono lo stesso effetto operativo: un impegno politico ridotto o ritardato da parte di Washington; priorità strategiche concorrenti, in particolare nell’Indo-Pacifico o in Medio Oriente, che assorbono l’attenzione e le forze statunitensi; o il deterioramento di elementi chiave per il successo degli Stati Uniti, come le capacità di intelligence, sorveglianza e ricognizione (ISR), cibernetiche e spaziali.
(...) Per chiarezza analitica, questo articolo si concentra sul breve termine: lo scenario di “combattimento di stasera” con le attuali strutture delle forze e i livelli di preparazione. Se gli impegni della NATO e dell’UE rimarranno invariati e le attuali traiettorie di investimento si manterranno, il modo di fare la guerra in Europa tra due o tre anni potrebbe apparire sostanzialmente diverso. Di conseguenza, lo scenario di “combattimento di stasera” – che esclude la possibilità di colmare lacune in termini di capacità nel breve termine e non tiene conto dei contributi intangibili degli Stati Uniti, come la condivisione di informazioni e l’ISR (Intelligence, Surveillance and Reconnaissance) basata sullo spazio – è volutamente severo.
Due eventualità distinte lo caratterizzano: il deterioramento o l’assenza del supporto statunitense e l’inizio di un’offensiva russa su larga scala.
Se questi eventi si verificassero in sequenza, l’Europa potrebbe avere il tempo di adattarsi, ristrutturando gli assetti di comando, compensando la perdita di risorse abilitanti e adeguando l’impiego delle forze. Se si verificassero simultaneamente, le forze europee potrebbero entrare in conflitto nel punto di massima dislocazione, con integrazione ridotta, ISR deteriorata e un adeguamento politico e militare incompleto. Questo rappresenta il caso più pericoloso e meno indulgente: un conflitto iniziato quando la coesione dell’Alleanza è più debole e prima che i meccanismi di mitigazione possano entrare in funzione. La tempistica di queste transizioni è pertanto un fattore determinante per il rischio per l’Europa.
L’Europa senza un integratore
L’Europa possiede una notevole potenza di fuoco in dotazione alla NATO. Il rapporto Military Balance 2026 mostra un numero significativo di brigate meccanizzate, carri armati principali, sistemi di artiglieria, unità navali ad alta capacità e aerei da combattimento in tutto il continente.
Nel complesso, l’Europa non è priva di risorse. In diverse categorie, il numero di piattaforme NATO in Europa eguaglia o supera quello russo e, in termini qualitativi, molti sistemi europei sono almeno paragonabili, e in alcuni casi superiori.
Sulla carta, quindi, l’equilibrio delle forze non appare palesemente sfavorevole. Questa quasi parità numerica, tuttavia, riflette la situazione precedente alla rimozione dell’architettura integrativa che trasforma le piattaforme in una potenza di fuoco coordinata. Questa eventualità è motivo di fondamentale preoccupazione.
Come chiarisce il rapporto dell’Istituto Internazionale di Studi Strategici “Difendere l’Europa senza gli Stati Uniti: costi e conseguenze”, gli Stati Uniti forniscono attualmente una quota sproporzionata delle funzioni abilitanti della NATO, in particolare l’ISR (Intelligence, Surveillance and Reconnaissance) su scala teatrale; la raccolta e l’integrazione di informazioni spaziali; gli attacchi di precisione in profondità; la difesa aerea e missilistica integrata; il trasporto strategico; e il backstop di deterrenza nucleare. Eliminare il contributo statunitense a queste funzioni non elimina le capacità europee, ma ne riduce la densità, la portata e la reattività. L’effetto è meno visibile nel numero di piattaforme che nel modo in cui queste possono essere impiegate.
Ciò che più gravemente scomparirebbe con il ritiro degli Stati Uniti non è la massa, bensì l’integrazione. La partecipazione statunitense funge di fatto da sistema operativo dell’Alleanza, collegando sensori e sistemi d’arma, sincronizzando gli effetti tra i diversi domini e fornendo l’architettura di dati, comunicazioni e pianificazione che consente alle forze multinazionali di combattere come un tutt’uno coerente. Le sue capacità sono inoltre alla base degli standard e dei protocolli attraverso i quali tale sistema funziona: quelli che vengono definiti standard NATO sono, in pratica, in gran parte definiti e applicati dagli Stati Uniti, consentendo l’interoperabilità tra equipaggiamenti, dati e sistemi di comando.
Senza di essa, le forze europee rimarrebbero capaci, ma meno integrate: l’ISR (Intelligence, Surveillance and Reconnaissance) diventerebbe meno persistente e meno fusa; i cicli di individuazione degli obiettivi si allungherebbero; gli attacchi in profondità diventerebbero più episodici; e il supporto logistico più limitato a livello nazionale. Senza un ente di riferimento comune, l’integrazione non verrebbe semplicemente degradata, ma strutturalmente più difficile da raggiungere. Lo stesso numero di piattaforme genererebbe effetti minori nel tempo.
La funzione integrativa è sia cognitiva che tecnica. Gli Stati Uniti forniscono una quota sproporzionata di personale, competenze di pianificazione ed esperienza operativa che consentono alla NATO di progettare ed eseguire campagne con rapidità.
Quartier generali di grandi dimensioni e con una solida esperienza, dotati di un accesso approfondito all’intelligence, a processi di individuazione degli obiettivi e a meccanismi di coordinamento interdominio, permettono una rapida trasformazione delle informazioni in decisioni e delle decisioni in azioni. In loro assenza, i quartier generali a guida europea manterrebbero la competenza, ma con un organico più ridotto, minore esperienza nell’integrazione tra spazio, cyberspazio e attacchi a lungo raggio e una maggiore dipendenza dal consenso tra le diverse nazioni. I cicli decisionali si allungherebbero, la pianificazione diventerebbe più sequenziale e la capacità di generare un ritmo costante attraverso un rapido adattamento diminuirebbe.
La conseguenza operativa sarebbe un cambiamento nel modo in cui la potenza di fuoco si traduce in risultati sul campo di battaglia. Invece di consentire ritmo, simultaneità e profondità, l’impiego delle forze diventerebbe più sequenziale, più localizzato e più dipendente da un coordinamento pre-pianificato. Le opportunità di rapido sfruttamento sarebbero più difficili da individuare e sfruttare. In questo senso, la perdita del supporto statunitense va intesa non come una riduzione della forza, ma della coerenza e della capacità di concentrare gli effetti nel tempo e nello spazio.
Questa distinzione è importante. A parità di altre condizioni, una forza meno integrata tenderà a combattere in modo diverso: più cauto, più ponderato e con una maggiore dipendenza dalla potenza di fuoco e dal vantaggio posizionale piuttosto che dalla manovra e dallo spostamento. L’assenza di un integratore non rende la NATO europea incapace, ma la rende meno capace di impiegare la potenza di fuoco per ottenere un effetto operativo decisivo.
ISR, consapevolezza della situazione e combattimento ravvicinato
La conseguenza operativa più immediata di un ritiro del supporto statunitense si manifesterebbe nell’integrazione dell’intelligence, della sorveglianza e della ricognizione (ISR) e delle attività di intelligence a livello di teatro operativo. Attualmente, gli Stati Uniti forniscono costantemente ISR ad alta quota, un’ampia capacità di intelligence dei segnali, raccolta di dati dallo spazio e fusione di dati su larga scala all’interno delle strutture NATO. Gli stati europei possiedono alcune piattaforme ISR aviotrasportate, risorse spaziali nazionali, flotte di droni tattici e sensori terrestri.
Senza il contributo ISR statunitense e l’architettura di fusione a livello di teatro operativo, la copertura dei sensori sul campo di battaglia sarebbe più scarsa e meno continua, ostacolando le capacità di attacco in profondità e compromettendo la consapevolezza della situazione sia nel combattimento ravvicinato che in quello a lungo raggio. Una minore densità di ISR comporterebbe un’identificazione più lenta delle concentrazioni di manovre, un tracciamento meno costante delle riserve operative, una minore allerta precoce per i lanci di razzi e missili e maggiori difficoltà nel rilevare inganni o dispersioni. I comandanti avrebbero comunque a disposizione alcune informazioni di ricognizione e di puntamento, ma il quadro si aggiornerebbe più lentamente e con minore affidabilità a livello di teatro operativo.
In termini pratici, ciò avrebbe ripercussioni sia sulla capacità di anticipazione che su quella di individuazione degli obiettivi.
La guerra di manovra si basa sulla conoscenza non solo della posizione degli avversari, ma anche della loro imminente presenza.
Una minore integrazione delle informazioni, sorveglianza e ricognizione (ISR) aumenterebbe l’incertezza riguardo alle loro intenzioni, all’asse di avanzamento e alla tempistica dei loro movimenti.
L’effetto sarebbe prima cognitivo che cinetico: una più lenta comprensione del campo di battaglia innalzerebbe le soglie decisionali e incoraggerebbe un comportamento più ponderato e avverso al rischio. In termini di impiego delle forze, ciò produrrebbe una diversa geometria difensiva. Invece di concentrare la potenza di fuoco per plasmare e intercettare i probabili assi di avanzamento, le unità dovrebbero essere distribuite per proteggersi dall’incertezza, dislocate su un fronte più ampio e profondo, il che richiederebbe il mantenimento di forze di copertura e riserve per coprire simultaneamente diverse potenziali vie d’attacco.
La ridondanza richiederebbe l’utilizzo di settori sovrapposti e raggruppamenti difensivi paralleli per assorbire la sorpresa; la dispersione ridurrebbe la vulnerabilità al fuoco nemico, ma a scapito della massa locale.
Il risultato: una difesa spazialmente più ampia e più capace di assorbire e reagire, ma meno focalizzata e meno in grado di anticipare e disorientare.
Sul fronte offensivo, gli stessi vincoli ISR (Intelligence, Surveillance and Reconnaissance) porterebbero a una forma di avanzata più cauta, metodica e sequenziale, piuttosto che a manovre rapide e opportunistiche. Le forze d’attacco farebbero fatica a identificare e determinare con sufficiente precisione in profondità le configurazioni difensive nemiche, le riserve e le vie di ritirata, impedendo così uno sfruttamento tempestivo.
I comandanti si affiderebbero maggiormente alla ricognizione mirata, alle azioni di sondaggio e al controllo del fuoco prima di impiegare le unità di manovra. Uno svantaggio particolare sarebbe la ridotta capacità di rilevare e identificare ostacoli quali campi minati, fossati anticarro, complesse cinture di ostacoli e aree di ingaggio coperte con la profondità e il dettaglio necessari. Senza informazioni affidabili sugli ostacoli, le operazioni di sfondamento non potrebbero essere pianificate, finanziate o sincronizzate adeguatamente, aumentando il rischio di canalizzazione, ritardi ed esposizione al fuoco nemico.
Di conseguenza, le avanzate tenderebbero a procedere lungo assi più ristretti e pre-validati, con un maggiore utilizzo del fuoco per compensare l’incertezza e sopprimere potenziali minacce. Il rischio di incontrare riserve non osservate, imboscate o ostacoli renderebbe necessarie avanzate più ponderate e graduali, una maggiore sicurezza dei fianchi e riserve impegnate più consistenti, riducendo la velocità e la portata operativa.
L’azione offensiva diventerebbe più lineare, graduale e di logoramento – meno incentrata sullo sradicamento e sul collasso, più sul progressivo indebolimento e spostamento del difensore. Ciò è in linea con le evidenze provenienti dall’Ucraina, dove, anche con un supporto ISR relativamente robusto, le operazioni offensive hanno faticato a ottenere una rapida penetrazione e hanno invece optato per avanzate graduali e ad alta intensità di fuoco in condizioni di persistente incertezza.
In tutto il teatro operativo, il risultato sarebbe una visione disomogenea. Laddove emergono lacune nell’intelligence, sorveglianza e ricognizione (ISR), anche solo temporaneamente, un avversario capace può anticiparle, manipolarle e sfruttarle, plasmando i movimenti, mascherando le intenzioni e concentrando le forze in condizioni di ridotta osservazione. Ciò significa non solo una minore consapevolezza, ma una sistematica erosione della capacità di anticipazione, che cede l’iniziativa e rende più difficile generare ritmo ed effetti coordinati su più assi.
La fragilità elettromagnetica della catena di combattimento
L’assenza del supporto statunitense metterebbe inoltre in luce la sostanziale dipendenza delle moderne operazioni NATO dall’accesso garantito allo spettro elettromagnetico (EMS). I concetti occidentali contemporanei di guerra presuppongono una connettività costante tra sensori, decisori e risorse, resa possibile da comunicazioni resilienti; posizionamento, navigazione e temporizzazione (PNT) affidabili; e scambio continuo di dati tra i vari livelli. Le capacità statunitensi sono fondamentali, sia in termini di portata che di integrazione dei sistemi di guerra elettronica (EW), cibernetici e spaziali in un quadro operativo coerente, che includa la gestione delle frequenze e dello spettro a livello di teatro operativo.
Le forze europee possiedono capacità di guerra elettronica (EW) nei domini terrestre, aereo e marittimo, tra cui disturbo elettronico, intelligence dei segnali e misure di protezione elettronica. L’esperienza operativa in Ucraina, unitamente all’esposizione alla persistente attività russa al di sotto della soglia di intervento contro gli Stati NATO, ha migliorato la comprensione da parte della NATO della contestazione dello spazio elettromagnetico (EMS) e ha favorito l’adattamento a livello tattico. Tuttavia, come per l’ISR (Intelligence, Surveillance and Reconnaissance), il problema risiede nella densità, nell’integrazione e nell’esperienza operativa sotto una pressione elevata e prolungata.
Senza la partecipazione degli Stati Uniti, le forze europee si troverebbero ad affrontare una minaccia persistente di guerra elettronica da parte dell’avversario con minori mezzi per gestirla o contrastarla. La dottrina russa pone particolare enfasi sulla contestazione dello spazio elettromagnetico, compresa l’interruzione delle comunicazioni, il degrado della navigazione satellitare e l’interferenza con i collegamenti dati nell’intero teatro operativo.
L’effetto operativo sarebbe una comunicazione intermittente. Invece di operare all’interno di una rete stabile, le unità si troverebbero a competere per un accesso temporaneo allo spettro. I collegamenti a radiofrequenza verrebbero disturbati, le comunicazioni satellitari degradate e i segnali GPS falsificati o bloccati in aree chiave. I flussi di dati tra sensori e tiratori verrebbero interrotti, costringendo i sistemi a operare con ritardi, lacune o una fedeltà ridotta.
In questo contesto, la catena sensore-decisore-attuatore non si interromperebbe in modo netto, ma si degraderebbe in modo non uniforme, introducendo attrito in ogni fase. Ciò avrebbe conseguenze dirette sul ritmo e sul coordinamento. I cicli di puntamento rallenterebbero poiché la conferma e la trasmissione delle informazioni richiederebbero più tempo. Il fuoco sarebbe meno sincronizzato, poiché le unità opererebbero con una consapevolezza della situazione incompleta o obsoleta. I comandanti si troverebbero ad affrontare una maggiore incertezza riguardo al nemico, nonché alla disposizione e allo stato delle proprie forze. Le decisioni dovrebbero essere prese con minore sicurezza e con un minor numero di input in tempo reale.
A livello tattico, la dipendenza dai sistemi digitali diventerebbe un punto debole. I sistemi senza equipaggio dipendenti da collegamenti dati sarebbero più facilmente soggetti a interruzioni. Le munizioni a guida di precisione che si affidano alla navigazione satellitare subirebbero un degrado delle prestazioni o sarebbero costrette a tornare a modalità meno precise. Le unità potrebbero essere spinte verso metodi di comunicazione analogici o a bassa tracciabilità, inclusi sistemi a vista, missioni di fuoco pre-pianificate e connettività fisica tramite, ad esempio, fibra ottica. Questi adattamenti preservano la funzionalità ma riducono la flessibilità e la velocità.
La riduzione dell’accesso ai sistemi di sorveglianza e intelligence (EMS) amplificherebbe le limitazioni dell’ISR (Intelligence, Surveillance and Reconnaissance), restringendo ulteriormente la capacità di individuare e tracciare bersagli in profondità. In particolare, comprometterebbe la precisione del puntamento e la valutazione dei danni in battaglia, compromettendo così le capacità di attacco in profondità; indebolirebbe l’integrazione multidominio interrompendo i flussi di dati sincronizzati; e rallenterebbe il comando e controllo allungando i cicli decisionali e aumentando la dipendenza da un coordinamento pre-pianificato piuttosto che da un adattamento dinamico.
Questi cambiamenti spingerebbero le forze europee verso un modo di combattere più ponderato e meno connesso. Invece di presumere una consapevolezza e un controllo continui, i comandanti pianificherebbero periodi di disconnessione e progetterebbero operazioni che si svolgerebbero in condizioni degradate.
La ridondanza nei percorsi di comunicazione, negli ordini di missione e nella delega di autorità diventerebbe più importante, spostando l’enfasi dallo sfruttamento della connettività alla capacità di sopportarne l’assenza.
La competizione per lo spettro elettromagnetico (EMS) diventerebbe un elemento centrale della campagna, anziché un’attività di supporto. Un modello bellico europeo senza gli Stati Uniti non opererebbe in un campo di battaglia completamente interconnesso, ma in uno conteso e discontinuo, dove la capacità di generare e mantenere la potenza di fuoco dipenderebbe tanto dalla gestione delle interruzioni quanto dalla capacità di produrre effetti. Su larga scala, l’accesso intermittente allo spettro frammenterebbe la catena sensore-decisore-attuatore, rendendo più difficile generare azioni sincronizzate e costringendo le operazioni a procedere in modo più sequenziale e frammentato.
Attacco in profondità e portata operativa
I campi NATO europei dispongono di capacità di attacco a lungo raggio, come missili da crociera lanciati da terra e dal mare, armi aeree a lungo raggio e un numero limitato di sistemi di fuoco terrestri a lungo raggio. Gli arsenali sono in espansione. Tuttavia, l’assenza di supporto statunitense ridurrebbe la fusione di informazioni, sorveglianza e ricognizione a livello di teatro operativo e limiterebbe le scorte di munizioni di precisione a lungo raggio.
Senza un’integrazione ISR su scala statunitense, la disponibilità di obiettivi dinamici ad alta affidabilità in profondità operativa, come unità di manovra, colonne logistiche e nodi di comando, diminuirebbe.
Le forze europee potrebbero colpire installazioni fisse e siti preidentificati, ma l’identificazione e l’interdizione di tali obiettivi sarebbero meno frequenti. I cicli di individuazione degli obiettivi si allungherebbero e la valutazione dei danni bellici sarebbe più lenta. Di conseguenza, la capacità di sostenere un’interdizione continua in profondità diminuirebbe, riducendo sia il ritmo che l’efficacia delle operazioni in profondità.
A complicare ulteriormente il problema, le scorte europee di precisione a lungo raggio si misurano in centinaia anziché in migliaia, e i ritmi di rifornimento rimangono limitati. Senza rinforzi statunitensi, questa limitazione renderebbe gli attacchi in profondità – che idealmente dovrebbero essere sostenuti, ripetitivi e coordinati, piuttosto che meramente episodici o selettivi – significativamente meno efficaci.
La principale conseguenza operativa sarebbe che il sistema nemico al di là del combattimento ravvicinato non potrebbe essere plasmato in modo persistente. Di conseguenza, le riserve nemiche potrebbero arrivare più integre, le forze nemiche potrebbero muoversi lateralmente senza interferenze, i flussi logistici nemici potrebbero continuare e le forze in prima linea potrebbero riprendersi più rapidamente.
In uno scenario limitato all’Europa, gli attacchi in profondità rimarrebbero praticabili ma, senza la portata e la massa di munizioni statunitensi in termini di ISR (Intelligence, Surveillance and Reconnaissance), darebbero maggiore importanza al combattimento ravvicinato.
Superiorità aerea
Le forze aeree europee si stanno modernizzando, con flotte di F-35 in espansione e piattaforme preesistenti altrettanto valide. Ciononostante, la capacità di soppressione e distruzione delle difese aeree nemiche rimane limitata nei paesi europei della NATO, in particolare in termini di disponibilità di munizioni, guerra elettronica e integrazione di queste capacità.
Senza gli Stati Uniti, neutralizzare un sofisticato sistema di difesa aerea russo richiederebbe più tempo e comporterebbe maggiori rischi operativi. La superiorità aerea, laddove ottenuta, emergerebbe più probabilmente attraverso un logoramento cumulativo piuttosto che con una rapida soppressione, e sarebbe localizzata e sporadica piuttosto che diffusa e persistente su tutto il teatro operativo. Ciò comprometterebbe direttamente le operazioni terrestri.
Senza una superiorità aerea precoce e costante, le forze di terra opererebbero sotto la minaccia continua dell’aviazione nemica, dei sistemi senza equipaggio, del fuoco a lungo raggio e delle attività di intelligence, sorveglianza e ricognizione (ISR).
La difesa aerea terrestre potrebbe solo mitigare parzialmente questa esposizione. La capacità di sopravvivenza delle unità di manovra diminuirebbe, i movimenti diventerebbero più limitati e concentrare la potenza di fuoco, anche solo per brevi periodi, diventerebbe più rischioso.
Una neutralizzazione meno efficace delle difese aeree in tutti i domini limita anche la capacità della NATO europea di influenzare la battaglia in profondità. La potenza aerea è fondamentale per neutralizzare le riserve, intercettare la logistica e colpire i nodi di comando in profondità.
Se queste missioni vengono ostacolate, aumenta la capacità dell’avversario di ricevere rinforzi, ricostituirsi e contrattaccare. Ciò esercita una maggiore pressione sulle forze di terra, che devono generare effetti che altrimenti verrebbero ottenuti per via aerea, aumentando la dipendenza dall’artiglieria e da altri tipi di fuoco terrestre e dando origine a uno stile di guerra più logorante.
Anche il supporto aereo ravvicinato e le missioni di difesa aerea sarebbero più condizionate. Dovrebbero essere condotte all’interno di uno spazio aereo conteso, con un rischio maggiore e una minore frequenza di sortite. Le basi aeree stesse sarebbero più vulnerabili agli attacchi missilistici e dei droni, il che richiederebbe la dispersione e una riduzione del ritmo operativo.
L’effetto netto sarebbe quello di ridurre il ruolo della potenza aerea da elemento chiave per la vittoria in guerra a mero supporto limitato. Invece di consentire un rapido spostamento e la libertà di manovra attraverso un dominio continuo, le forze aeree creerebbero semplicemente finestre di vantaggio temporanee.
Le operazioni terrestri dovrebbero essere pianificate attorno a queste finestre, sincronizzando le manovre con i limitati periodi di supporto aereo anziché darne per scontata la disponibilità.
Senza la superiorità aerea garantita dalle forze americane, le manovre diventerebbero più rischiose, il ritmo operativo diminuirebbe e le campagne tenderebbero a diventare incentrate sulla posizione e sulla potenza di fuoco. In sintesi, un ridotto controllo dello spazio aereo si traduce direttamente in una ridotta libertà d’azione sul terreno.
Operazioni marittime
La NATO europea conserva una credibile capacità navale, con moderne flotte di superficie, sottomarini, aerei da pattugliamento marittimo e una limitata capacità di attacco tramite portaerei. In acque ristrette, l’Europa può esercitare un certo grado di controllo locale del mare e proteggere le principali linee di comunicazione marittima, ma mantenere tale controllo in ambienti oceanici più impegnativi sarebbe più difficile senza il supporto degli Stati Uniti.
Come altrove, il problema non è la totale mancanza di capacità, ma la loro portata, integrazione e resistenza in condizioni di conflitto. In particolare, la capacità di stoccaggio e di supporto logistico relativamente limitata limiterebbe la capacità della NATO europea di condurre operazioni marittime prolungate ad alta intensità.
La perdita dell’assistenza statunitense si farebbe sentire soprattutto nelle funzioni di supporto logistico. I contributi degli Stati Uniti sono alla base del comando e controllo di alto livello, della difesa aerea e missilistica integrata, dell’intelligence, della ricognizione e della sorveglianza a lungo raggio, della sorveglianza sottomarina e della logistica su larga scala. Senza questo aiuto, le forze europee rimarrebbero operative, ma più circoscritte a livello regionale e meno persistenti. La difesa aerea e missilistica in mare si indebolirebbe, riducendo la protezione per le unità di alto valore, mentre la sorveglianza sottomarina, in particolare nell’Atlantico settentrionale, diventerebbe meno continua, aumentando il rischio per le navi di rinforzo.
Le carenze logistiche limiterebbero ulteriormente le operazioni. Senza la capacità logistica e di rifornimento degli Stati Uniti, le marine europee faticherebbero a mantenere operazioni distribuite su più teatri operativi, il che imporrebbe la necessità di dare priorità e limitare le operazioni simultanee. Ciò orienterebbe la guerra marittima verso il controllo del mare a livello regionale e la protezione delle linee di comunicazione critiche, a scapito del controllo del mare su vasta scala e della proiezione di potenza. Le forze europee rimarrebbero in grado di difendere i mari vicini, ma meno capaci di sostenere operazioni marittime multidominio ad alta intensità su vasta scala.
Operazioni multidominio
Uno scenario senza gli Stati Uniti avrebbe effetti particolarmente acuti sulla conduzione delle operazioni multidominio (MDO). Le capacità statunitensi sono attualmente alla base sia dell’architettura tecnica che dell’approccio concettuale delle MDO. Gli Stati Uniti forniscono la maggior parte dei servizi spaziali della NATO, come ISR, PNT, comunicazioni satellitari e allerta missilistica, nonché gran parte delle capacità informatiche di alto livello.
Gli Stati europei possiedono alcune di queste capacità, ma non con la stessa profondità, integrazione e maturità operativa. Senza la partecipazione degli Stati Uniti, la coerenza dell’integrazione tra i domini si degraderebbe. L’ISR spaziale sarebbe meno persistente, il PNT più vulnerabile e le comunicazioni satellitari meno resilienti. Nel settore informatico, le capacità europee sono spesso detenute a livello nazionale, presentano livelli di sofisticazione disomogenei e sono meno integrate sistematicamente nella pianificazione operativa. Non sono in grado di sincronizzare gli effetti tra i domini – che è l’obiettivo per cui le MDO sono state progettate – allo stesso modo.
La lacuna meno discussa, ma più importante, è quella dell’esperienza. Gli Stati Uniti non solo schierano le risorse spaziali e cibernetiche più capaci della NATO, ma vantano anche la più solida esperienza istituzionale nella pianificazione, integrazione e impiego di tali risorse.
Le recenti operazioni in Iran e Venezuela dimostrano sia la capacità puramente operativa, sia l’abilità di coordinare gli effetti cibernetici, spaziali ed elettromagnetici con l’azione cinetica per interrompere le funzioni di comando, controllo e rilevamento prima e durante le operazioni di attacco. Le forze europee hanno molta meno esperienza in questi ambiti.
Laddove le operazioni multidominio (MDO) rese possibili dagli Stati Uniti consentono di creare effetti attraverso l’integrazione, dislocando un avversario mediante una pressione simultanea su più domini, una forza europea senza il supporto degli Stati Uniti sarebbe costretta a operazioni più lineari e tradizionali, limitate a un singolo dominio, rafforzando il più ampio spostamento dalle manovre a ritmo accelerato facilitate dall’integrazione verso forme di guerra più sequenziali e di logoramento, determinate da ciò che può essere visto, individuato e colpito fisicamente in uno spazio di battaglia più circoscritto.
Difesa aerea e missilistica integrata ed esposizione delle retrovie
La difesa aerea e missilistica integrata in Europa si basa in larga misura sulle capacità statunitensi, tra cui le installazioni Aegis Ashore in Romania e Polonia, supportate da unità navali statunitensi schierate in avanti e dotate di intercettori SM-3, e da sistemi di allerta precoce e tracciamento gestiti dagli Stati Uniti, tra cui BMEWS e reti radar avanzate come PAVE PAWS e LRDR. Questi sistemi forniscono la principale capacità di intercettazione di alto livello nel territorio europeo della NATO. Senza gli Stati Uniti, questo livello scomparirebbe di fatto, lasciando le forze europee dipendenti da sistemi di difesa aerea e missilistica terminali ( Patriot , SAMP/T, IRIS-T SLM) che, pur essendo efficaci, sono ottimizzati per ingaggi a bassa quota e in fase di volo, piuttosto che per la difesa missilistica balistica su vasta area, risultando ampiamente esposte, in particolare ai missili da crociera e ai droni d’attacco a senso unico.
Una conseguenza immediata sarebbe un significativo aumento della vulnerabilità delle infrastrutture nelle retrovie. Porti di sbarco, basi aeree, centri logistici, depositi di carburante e nodi di comando, già obiettivi prioritari nella dottrina russa, potrebbero essere colpiti più facilmente, soprattutto da droni d’attacco a lungo raggio, i cui arsenali sono in espansione, operanti insieme a missili balistici e da crociera.
La perdita di uno strato di intercettazione di livello superiore ridurrebbe anche le opportunità di ingaggio, comprimerebbe i tempi decisionali e aumenterebbe la probabilità che anche salve missilistiche limitate o pacchetti di attacchi misti possano ottenere effetti operativamente significativi. Questo non solo perché le risorse della NATO sarebbero prive di protezione, ma anche perché i flussi di traffico verso il teatro operativo, in particolare dall’Europa occidentale al fianco orientale, diventerebbero meno affidabili a fronte della persistente minaccia di missili e droni.
Ciò avrebbe implicazioni negative per la generazione e il mantenimento delle forze terrestri. I comandanti sarebbero costretti a presumere che i nodi chiave non possano essere difesi in modo continuativo e debbano invece essere gestiti come risorse disponibili in modo intermittente. L’efficienza logistica dovrebbe essere sacrificata per garantire la sopravvivenza, il che significherebbe punti di rifornimento più piccoli e più numerosi; un maggiore ricorso all’inganno e all’occultamento; e una maggiore dipendenza dalla mobilità e dagli spostamenti rapidi.
L’accumulo di scorte in posizione avanzata sarebbe più rischioso e la dipendenza dal supporto just-in-time sarebbe altrettanto precaria. L’effetto netto sarebbe una riduzione della resistenza e del ritmo operativo.
Anche le operazioni aeree ne risentirebbero. Le basi aeree, in particolare quelle nel raggio d’azione dei missili balistici di teatro, richiederebbero una maggiore dispersione, infrastrutture più robuste e capacità di riparazione rapida delle piste, nonché una maggiore protezione contro gli attacchi di missili da crociera e droni.
Il tasso di generazione di sortite diminuirebbe a causa della dispersione degli aerei in più località, la manutenzione diventerebbe di conseguenza più complessa e i requisiti di protezione delle forze aumenterebbero.
La ridotta capacità di coordinare un supporto aereo costante per le operazioni terrestri intensificherebbe il passaggio al fuoco di supporto da terra.
A livello operativo, le campagne dovrebbero essere concepite in modo diverso. Invece di concentrare la potenza di fuoco in prima linea e fare affidamento su retrovie sicure, le forze dovrebbero adottare una postura più distribuita in profondità nel teatro operativo.
La ridondanza diventerebbe una necessità piuttosto che una preferenza, con nodi di comando paralleli, vie di rifornimento alternative e molteplici aree di schieramento integrate nei piani fin dall’inizio.
Queste considerazioni favorirebbero un concetto operativo incentrato sulla negazione del territorio, sull’assorbimento degli attacchi e sulla continuità operativa sotto attacco, piuttosto che uno basato su retrovie protette che consentissero rapide manovre e sfruttamento.
L’erosione della difesa missilistica di livello superiore non solo esporrebbe le retrovie, ma annullerebbe completamente la distinzione tra fronte e retrovie, con le aree di supporto operativo e strategico soggette a una contesa continua.
Sostentamento industriale e riserva di munizioni
La guerra in Ucraina ha dimostrato con insolita chiarezza che un conflitto ad alta intensità dipende fondamentalmente tanto dalla profondità industriale quanto dalle prestazioni sul campo di battaglia. Munizioni di artiglieria, munizioni di precisione e intercettori per la difesa aerea sono stati consumati a ritmi di gran lunga superiori a quelli previsti nella pianificazione prebellica.
La capacità produttiva europea è in espansione, ma le scorte rimangono disomogenee, le catene di approvvigionamento frammentate e i tempi di rifornimento misurati in mesi anziché in settimane.
L’assenza degli Stati Uniti annullerebbe non solo ulteriori scorte, ma anche la capacità di risposta rapida, il supporto strategico e l’infrastruttura logistica che consente operazioni sostenute ad alta intensità, e metterebbe a dura prova i sistemi logistici della NATO, compreso il sistema di classificazione delle scorte NATO, che di fatto si basa sulla portata e sull’integrazione degli Stati Uniti.
A complicare ulteriormente la situazione, la produzione di armamenti russa si è adattata alle condizioni belliche e si è espansa significativamente, in particolare per quanto riguarda munizioni per artiglieria, droni e alcuni tipi di missili. Ciò ha creato un’asimmetria non solo nelle scorte, ma anche nella spesa sostenuta.
Una forza europea senza il supporto degli Stati Uniti si troverebbe quindi ad affrontare vincoli strutturalmente più stringenti sui tassi di consumo, soprattutto in categorie ad alta domanda come l’artiglieria da 155 mm, i razzi guidati e i missili intercettori per la difesa aerea.
Le recenti operazioni statunitensi e israeliane contro l’Iran hanno evidenziato la portata e l’intensità del consumo di munizioni nella guerra moderna. Le forze statunitensi e israeliane hanno impiegato grandi quantità di munizioni di precisione, attingendo al contempo in modo massiccio alle scorte di missili intercettori di fascia alta per difendere le forze e le infrastrutture critiche, esaurendo rapidamente le scorte nonostante una notevole capacità produttiva.
Ne consegue che la produttività industriale è diventata un fattore centrale nella pianificazione. La progettazione di campagne per una NATO limitata all’Europa dovrebbe tenere esplicitamente conto dei cicli di produzione, degli intervalli di rifornimento e dei limiti delle scorte nazionali.
La pianificazione del fuoco dovrebbe essere più selettiva e basata sulle priorità, mentre la difesa aerea e missilistica richiederebbe scelte difficili su quali risorse proteggere. Ciò avrebbe un impatto diretto sul ritmo e sull’ambizione operativa. Le operazioni ad alto consumo, in particolare le manovre di sfondamento che richiedono fuoco continuo, diventerebbero più difficili da realizzare.
I comandanti sarebbero incentivati a privilegiare la resistenza rispetto al ritmo, privilegiando operazioni graduali e ponderate, allineate con le tempistiche di rifornimento. Le pause operative, pianificate o impreviste, diventerebbero più precoci e frequenti in un contesto esclusivamente europeo. Per la pianificazione delle campagne, questo fattore ridurrebbe ulteriormente la distinzione tra fronte e retroguardia, limitando i flussi di rinforzi e supporto logistico e imponendo un approccio alle operazioni più distribuito e meno orientato al ritmo.
Disponibilità delle piattaforme
Oltre al consumo di munizioni, un vincolo distinto ma altrettanto importante risiede nel mantenimento di sistemi complessi. Le forze europee utilizzano un’ampia gamma di piattaforme e sottosistemi di origine statunitense che dipendono da catene di approvvigionamento gestite a livello globale, componenti specializzati, dati tecnici riservati e un supporto software continuo. L’esempio più lampante è quello dell’aviazione.
In tutte le flotte europee della NATO, le piattaforme, in particolare quelle di origine statunitense o che incorporano sistemi statunitensi come l’F-35 Lightning II, si basano su ecosistemi di supporto integrati, che includono la distribuzione di pezzi di ricambio, reti di manutenzione e aggiornamenti dei dati di missione. Senza un coinvolgimento mirato degli Stati Uniti, l’accesso a queste risorse sarebbe meno garantito.
Il risultato sarebbe una graduale erosione della prontezza operativa, con velivoli a terra per mancanza di pezzi di ricambio, cicli di riparazione più lunghi e un calo dell’efficacia dei sensori e della guerra elettronica. Ciò ridurrebbe il numero di sortite e limiterebbe la capacità di mantenere la pressione nel campo di battaglia.
Questo problema si estende alle forze terrestri e marittime. Il sistema MLRS M270, il sistema missilistico Patriot e il P-8 Poseidon si basano su ecosistemi simili. Anche per le piattaforme gestite dagli europei, componenti critici come le parti elettroniche per il controllo del tiro, i sistemi radar, gli elementi di guida e il software sono spesso vincolati ai cicli di fornitura e aggiornamento statunitensi.
Senza un accesso affidabile, i sistemi rimarrebbero in servizio, ma diventerebbero meno disponibili, integrati ed efficaci a causa dell’accumulo di arretrati di manutenzione e dell’allungamento dei cicli di riparazione, anche se i livelli iniziali delle forze apparissero intatti. Per le piattaforme che dipendono dalle catene di approvvigionamento globali e dai servizi dati controllati dagli Stati Uniti, le limitazioni di accesso non potrebbero essere facilmente superate, accelerando il declino dell’utilità. Anche l’integrazione tra i diversi domini si degrada a causa dei ritardi negli aggiornamenti di software e dati, riducendo l’efficacia nell’individuazione dei bersagli, nella difesa aerea e nella fusione di informazioni, sorveglianza e ricognizione (ISR).
Mentre la sensibilità industriale limita la quantità di forza che può essere applicata, la dipendenza dal mantenimento limita per quanto tempo i sistemi complessi possono rimanere efficaci. Insieme, limitano sia l’intensità che la durata delle operazioni.
Dissuasione ed escalation
La deterrenza nucleare è una componente fondamentale della pianificazione della difesa della NATO, sebbene le capacità nucleari siano distribuite tra diversi alleati.
Oltre all’arsenale strategico degli Stati Uniti, che “estende” la deterrenza al continente, le bombe nucleari “tattiche” statunitensi sono dislocate in cinque siti europei per essere trasportate da velivoli a duplice capacità.
Questi dispiegamenti avanzati sono considerati cruciali per la condivisione degli oneri nucleari dell’Alleanza e per la sua coesione complessiva.
Anche il Regno Unito e la Francia possiedono i propri arsenali nucleari nazionali, sebbene i livelli di integrazione e coordinamento con la missione nucleare della NATO varino.
In seno alla NATO, la politica e la pianificazione nucleare sono coordinate principalmente attraverso il Gruppo di pianificazione nucleare (Nuclear Planning Group), che comprende tutti gli alleati ad eccezione della Francia e funge da principale forum di consultazione sulla dottrina nucleare, la postura di difesa e la gestione dell’escalation.
L’attuale politica nucleare della NATO, definita nel Concetto strategico 2022 e nella Revisione della postura di deterrenza e difesa del 2012, collega esplicitamente la deterrenza convenzionale e quella nucleare in un quadro di escalation coerente.
Le forze nucleari statunitensi, comprese le armi dislocate in avanti nell’ambito degli accordi di condivisione nucleare, sostengono questo quadro sia attraverso le capacità militari che attraverso la comunicazione politica.
La rimozione delle armi nucleari schierate in avanti dagli Stati Uniti e delle garanzie di deterrenza estesa indebolirebbe la deterrenza nucleare della NATO, inducendo maggiore sensibilità e cautela, soprattutto per quanto riguarda gli attacchi a lungo raggio.
Oltre alla perdita in termini di dimensioni dell’arsenale, diversità di lancio e sistemi schierati in avanti, ciò avrebbe anche un impatto negativo sulle dinamiche di segnalazione.
Gli Stati Uniti hanno storicamente mantenuto capacità nucleari progettate per operare lungo diversi livelli della scala di escalation, mentre il Regno Unito e la Francia dispongono di arsenali più piccoli, concepiti per la deterrenza minima o garantita. Una questione chiave è quindi se una NATO europea cercherebbe di replicare elementi dell’architettura di escalation statunitense o se adotterebbe invece una postura di deterrenza più conservatrice e meno graduale, in linea con i nuovi vincoli.
La guerra tra Russia e Ucraina ha dimostrato che il rischio nucleare limita l’escalation a livello nucleare, ma non esclude una guerra convenzionale. In una NATO composta esclusivamente da paesi europei, la deterrenza convenzionale dovrebbe assumere un peso maggiore e la gestione dell’escalation diventerebbe più frammentata e disomogenea dal punto di vista politico, richiedendo un coordinamento sia in ambito nucleare che convenzionale tra un numero ristretto di potenze nucleari – Regno Unito e Francia – e una più ampia coalizione di alleati non nucleari.
Se da un lato il numero limitato di decisori in materia nucleare potrebbe semplificare alcuni aspetti del controllo, dall’altro concentrerebbe il rischio e ridurrebbe la flessibilità, soprattutto in assenza di capacità abilitanti e strutture di pianificazione su scala statunitense.
Soprattutto in un contesto di coalizione, la credibilità della deterrenza si basa non solo sulla capacità, ma anche sulla percepita unità di volontà politica.
Se gli Stati Uniti cessassero di fungere da ancora nucleare dell’Alleanza, la comunicazione diventerebbe più dispersa e potenzialmente più ambigua, aumentando il rischio di interpretazioni errate riguardo alle soglie e alle intenzioni.
La comunicazione si basa su dichiarazioni di intenti, sulla postura delle forze (inclusi prontezza operativa e dispersione), su esercitazioni nucleari e su limitate azioni militari convenzionali volte a comunicare la determinazione. Un arsenale più piccolo e meno diversificato, in particolare uno sbilanciato verso i sistemi navali, riduce le opzioni di comunicazione e quindi la capacità di attuare un’escalation graduale, ad esempio tramite velivoli a duplice capacità o sistemi schierati in posizione avanzata.
Le decisioni relative agli obiettivi per le armi convenzionali, soprattutto quelle che prevedono attacchi in profondità nel territorio russo, richiederebbero e rifletterebbero una maggiore sensibilità all’escalation. Senza la portata e la credibilità percepita della flessibilità statunitense in materia di escalation, gli Stati europei sarebbero meno fiduciosi di poter controllare l’escalation una volta che le forze europee avessero superato determinate soglie, come accadrebbe nell’esecuzione di attacchi sul territorio sovrano russo, attacchi a infrastrutture strategiche – come sistemi di fuoco a lungo raggio, sistemi di difesa aerea e nodi di comando e controllo – e operazioni che minacciano l’integrità e la sopravvivenza del regime. Incerti su come la Russia potrebbe interpretare e reagire a tali azioni in assenza del supporto statunitense alla NATO, i Paesi europei della NATO dovrebbero essere più cauti ed esercitare una supervisione politica più rigorosa sulle decisioni relative agli obiettivi. Gli attacchi contro obiettivi di alto valore potrebbero essere ritardati, limitati o evitati del tutto se il rischio di escalation fosse giudicato superiore al vantaggio operativo. Gli attacchi in profondità diventerebbero più selettivi, il che rafforzerebbe il carattere episodico di una campagna e l’enfasi sul combattimento ravvicinato, riflettendo un più ampio spostamento dal dominio dell’escalation alla cautela nell’escalation.
Dall’integrazione al coordinamento
Il sistema di comando della NATO viene spesso descritto in termini di “bandiere ai posti”, ovvero quali nazioni forniscono comandanti di alto livello per quali posizioni chiave. In pratica, questo va oltre la semplice condivisione degli oneri; è il modo in cui l’Alleanza funziona come un sistema bellico integrato.
Gli Stati Uniti non si limitano a contribuire con le proprie forze, ma sono il fulcro dell’architettura di comando, ricoprendo il ruolo di Comandante Supremo Alleato in Europa (SACEUR) e fornendo una quota sproporzionata di competenze, personale e capacità abilitanti che rendono praticabile il comando multinazionale. Sebbene il personale statunitense rappresenti solo una minoranza del personale totale all’interno del Comando Operativo Alleato, è concentrato nelle posizioni di comando di alto livello e nelle funzioni che integrano intelligence, individuazione degli obiettivi, cyber e capacità spaziali.
La questione, quindi, non è quanti effettivi siano presenti, ma cosa essi facilitino: ovvero, l’accesso alle capacità nazionali e la capacità di integrarle in un sistema operativo coerente, nonché l’autorità, l’esperienza e la comprovata capacità di comandare operazioni multidominio e multinazionali su vasta scala.
In assenza di personale statunitense, la sfida non consiste semplicemente nel coprire i posti vacanti, ma anche nel sostituire la funzione integrativa che questi svolgono e nell’assorbire lo sconvolgimento dell’equilibrio politico che il ritiro degli Stati Uniti provocherebbe.
Le nomine di alto livello conferiscono influenza sulla pianificazione operativa e sull’accesso alle capacità, e in assenza di un chiaro primus inter pares europeo , la competizione tra gli stati leader, in particolare Regno Unito, Francia, Germania e Polonia, si intensificherebbe per posizioni come quella di vice SACEUR e dei Comandi delle Forze Congiunte. Gli accordi di rotazione attualmente in vigore verrebbero politicizzati, con mandati potenzialmente più brevi e nomine plasmate più dal compromesso che dall’ottimizzazione operativa.
L’assenza di personale statunitense cambierebbe il modo in cui la NATO combatte a livello di comando, passando da un approccio di orchestrazione a uno basato su negoziazione e mediazione.
Il processo decisionale rallenterebbe, la pianificazione diventerebbe più sequenziale e l’integrazione tra i diversi ambiti operativi si deteriorerebbe. Questa coalizione più flessibile, pur essendo in grado di condurre operazioni congiunte, sarebbe meno efficace nel combattere come un sistema sincronizzato. Ciò contrasta con un principio fondamentale della guerra: l’unità di comando.
L’attuale struttura della NATO attenua il problema grazie a una chiara gerarchia ancorata alla leadership statunitense; senza di essa, l’autorità diventerebbe più diffusa, con molteplici centri di gravità nazionali che influenzerebbero la direzione operativa. Il rischio non è semplicemente un processo decisionale più lento, ma anche la presenza di priorità contrastanti e una progettazione delle campagne meno coerente. In tal senso, gli assetti di comando sono inseparabili dalla coesione politica. La capacità degli Stati europei di allinearsi politicamente diventa una variabile operativa che condiziona direttamente l’efficacia dell’impiego delle forze.
La coesione politica come variabile operativa
Non si può dare per scontato un consenso politico unitario in tutta la NATO europea. L’integrazione militare europea è stata storicamente condizionata dall’allineamento politico e, quando tale allineamento si incrina, l’efficacia operativa diminuisce.
Il crollo della Comunità europea di difesa nel 1954 ha dimostrato come le spinte verso la sovranità nazionale possano prevalere sull’integrazione anche dopo un accordo formale.
In Kosovo, gli alleati europei si sono trovati in disaccordo su obiettivi e escalation, persino sotto la chiara guida degli Stati Uniti. L’episodio più significativo si verificò alla fine della campagna, quando il comandante del SACEUR e della NATO, il generale Wesley Clark, ordinò alle forze britanniche di bloccare l’ingresso delle truppe russe all’aeroporto di Pristina. Il comandante britannico sul campo, il generale Mike Jackson, si rifiutò di eseguire l’ordine, affermando, a quanto pare, che non avrebbe “scatenato la Terza Guerra Mondiale” per una questione del genere.
Persino con un integratore dominante, in un contesto post-bellico relativamente permissivo, il giudizio nazionale ha prevalso sul comando dell’Alleanza.
Durante la campagna in Libia del 2011, emersero anche i limiti delle operazioni a guida europea. Sebbene l’intervento fosse passato sotto il comando della NATO nell’ambito dell’Operazione Unified Protector e fosse stato presentato come uno sforzo a guida europea, fin dall’inizio si basò sulle funzioni di supporto statunitensi.
Gli attacchi con missili Tomahawk statunitensi e britannici indebolirono rapidamente le difese aeree libiche e la neutralizzazione delle capacità di difesa aerea rimase in gran parte responsabilità americana. Le forze aeree europee condussero la maggior parte delle sortite d’attacco, ma persistettero dipendenze critiche dagli Stati Uniti per quanto riguarda l’intelligence, la sorveglianza e la ricognizione (ISR), il rifornimento in volo, la fornitura di munizioni di precisione e il supporto al puntamento. Con il progredire della campagna, diversi Stati europei si trovarono a corto di munizioni a guida di precisione, in particolare di varianti specializzate, il che mise sotto pressione l’efficacia e la velocità delle sortite. Le funzioni ISR, di rifornimento e di puntamento rimasero fortemente dipendenti dalle risorse statunitensi, limitando la capacità delle forze europee di sostenere autonomamente i cicli di puntamento. Gli attriti istituzionali e procedurali non fecero che peggiorare la situazione.
Pertanto, gli Stati Uniti continuarono a fornire risorse di supporto cruciali per tutta la durata della campagna, nonostante il carattere nominalmente europeo dell’operazione. Il risultato fu che, persino in un contesto permissivo contro un avversario relativamente debole, le forze europee faticavano a sostenere operazioni integrate ad alto ritmo senza il supporto degli Stati Uniti.
In assenza di un integratore dominante, il disaccordo politico diventa più difficile da assorbire e gestire.
Secondo la dottrina NATO, le operazioni multinazionali sono soggette al veto nazionale, basato su diverse interpretazioni del rischio, quadri giuridici e priorità di missione, che possono variare a seconda degli obiettivi, della geografia o della fase della campagna.
Anche quando le forze sono nominalmente sotto un unico comando, il comandante deve pianificare tenendo conto di questi vincoli, anziché darli per scontati. Soglie di escalation divergenti potrebbero limitare le opzioni di attacco in profondità.
Diverse tolleranze al rischio potrebbero inibire le operazioni aeree in spazi aerei contesi. Le riserve nazionali potrebbero limitare il ridispiegamento o il rinforzo oltre confine. La condivisione di informazioni di intelligence, soprattutto senza l’integrazione statunitense, potrebbe frammentare la consapevolezza della situazione.
Sebbene i processi di individuazione degli obiettivi siano standardizzati, le differenze nelle autorizzazioni e nelle autorità nazionali, in particolare per gli attacchi contro le forze russe che operano sul territorio di un altro alleato NATO, possono limitare la reattività e la gamma di opzioni a disposizione dei comandanti, causando cicli decisionali più lenti, autorità contestate e una minore coerenza della campagna.
In uno scenario di conflitto immediato, dove la densità di integrazione è già ridotta, la necessità di mantenere un consenso politico all’interno dell’Alleanza può aggravare i vincoli militari, soprattutto laddove le soglie e le autorizzazioni nazionali divergono.
Questi fattori, combinati con una ridotta fusione di informazioni, intelligence, sorveglianza e ricognizione (ISR), produrrebbero un modello di campagna conservativo e incentrato sulla negazione del conflitto, un vincolo stringente sul modo in cui la guerra viene combattuta.
Un possibile antidoto potrebbe essere rappresentato da sottocoalizioni più piccole e coese all’interno dell’Europa, non soggette al consenso dell’intera NATO.
La Joint Expeditionary Force a guida britannica, ad esempio, potrebbe servire da modello. La sua utilità, tuttavia, sarebbe probabilmente limitata. Sebbene possa migliorare la reattività, uno o più di questi gruppi non possono sostituire un unico sistema integrato.
Cambiamenti nel tempo
Se gli impegni europei nei confronti della NATO dovessero rimanere invariati e le attuali traiettorie di investimento mantenessero lo stesso ritmo, il modo di fare la guerra in Europa tra due o tre anni apparirebbe sostanzialmente diverso.
Le principali lacune inizierebbero a ridursi. Le flotte di F-35 sarebbero più dense, migliorando la sopravvivenza e l’integrazione dei sensori. Gli arsenali di fuoco a lungo raggio si espanderebbero, aumentando la capacità dell’Alleanza di influenzare la battaglia in profondità.
La produzione di munizioni aumenterebbe, allentando i vincoli sui tassi di consumo. Le costellazioni ISR, in particolare nello spazio, e i sistemi senza equipaggio migliorerebbero la persistenza e la copertura. Le scorte di munizioni e le capacità di guerra elettronica si rafforzerebbero, consentendo un più efficace indebolimento delle difese aeree avversarie.
L’effetto cumulativo sarebbe una maggiore resistenza, resilienza e integrazione. Le operazioni rimarrebbero meno robuste di quelle di una NATO pienamente supportata dagli Stati Uniti, ma meno fragili di quanto lo siano attualmente.
La progettazione delle campagne potrebbe includere una modellazione profonda più prolungata, una maggiore simultaneità tra i domini e un impiego delle forze più flessibile. La potenza aerea diventerebbe un contributo più costante alle operazioni congiunte, rafforzando l’interdipendenza tra i domini anziché agire come un contributo episodico.
Naturalmente, non tutti i vincoli si sviluppano alla stessa velocità. La produzione industriale può essere ampliata e le piattaforme acquisite, ma l’integrazione, l’esperienza di comando e la coesione politica si sviluppano più lentamente. Anche in un arco temporale del 2027, l’Europa probabilmente rimarrebbe meno in grado di sincronizzare gli effetti tra i diversi domini con la velocità e la portata attualmente consentite dagli Stati Uniti.
In termini di pura massa, la differenza a breve termine non è certo fatale. La NATO europea schiera un numero sufficiente di piattaforme e personale per contrastare un’offensiva russa. Ma la massa non è la misura cruciale. La sufficienza numerica sulla carta non si traduce in efficacia operativa.
Sebbene i vincoli identificati sopra non riducano il numero di carri armati o aerei disponibili, riducono la coerenza con cui tali piattaforme possono essere impiegate, il ritmo con cui generano effetti e la profondità con cui possono imporre costi. Nel tempo, tuttavia, una forza NATO europea inizialmente limitata dall’immediatezza e dalla scarsità diventerebbe più capace di sostenere e integrare la potenza di combattimento.
D’altro canto, la Russia non è un avversario statico, bensì adattivo, con una comprovata capacità di apprendere, rigenerarsi e adattarsi quando necessario.
Con il miglioramento delle capacità europee, le forze russe probabilmente risponderebbero sfruttando le asimmetrie residue in un contesto esclusivamente europeo.
Una minore integrazione dell’ISR (Intelligence, Surveillance and Reconnaissance) incentiverebbe un maggiore utilizzo di dispersione, inganno e maskirovka (occultamento) per compromettere la precisione del puntamento, mentre i miglioramenti nella capacità di attacco in profondità e nella potenza aerea europea verrebbero contrastati da una maggiore integrazione della difesa aerea, della guerra elettronica e dell’occultamento operativo.
Allo stesso tempo, la strategia russa probabilmente aumenterebbe l’enfasi sul sondaggio al di sotto della soglia di una grave escalation attraverso attività informatiche, sabotaggio e attacchi limitati, al fine di individuare e sfruttare le diverse soglie, i limiti e le sensibilità politiche nazionali. Pertanto, l’evoluzione di un modo di fare la guerra di stampo europeo non sarebbe una semplice e lineare chiusura delle lacune, ma un processo disomogeneo di adattamento in cui i miglioramenti delle capacità si scontrerebbero con le contromisure.
Come l’Europa cercherebbe di vincere
Un modo di fare la guerra europeo senza gli Stati Uniti non si baserebbe su manovre rapide, profondi spostamenti o un dominio iniziale. Si fonderebbe invece su una teoria della vittoria più ponderata e deliberata: impedire un rapido successo russo, assorbire e smorzare l’offensiva iniziale e trasformare la guerra in un conflitto prolungato in cui la massa, la resilienza e la capacità industriale europee possano essere impiegate.
Non si tratta di una guerra di manovra come definita dalla dottrina NATO. È un approccio di logoramento incentrato sulla negazione, che sostituisce lo spostamento con la resistenza.
L’obiettivo immediato sarebbe quello di impedire alla Russia di ottenere una svolta operativa e di sfruttare i territori conquistati a fini strategici. Ciò richiederebbe alla NATO di mantenere il controllo dei territori chiave, preservare l’integrità delle forze e la coesione dell’Alleanza ed evitare il collasso sotto la pressione iniziale.
In pratica, questo privilegia la difesa in profondità, la dispersione, la ridondanza e le riserve operative rispetto ai tentativi di manovre decisive nelle prime fasi. L’obiettivo non è vincere rapidamente, ma evitare di perdere nelle prime fasi.
Da questo punto di vista, la campagna mirerebbe a imporre costi cumulativi nel tempo. Anche con limitazioni in termini di ISR (Intelligence, Surveillance and Reconnaissance), attacchi in profondità e superiorità aerea, le forze europee manterrebbero una significativa potenza di fuoco, in particolare nell’artiglieria, nella difesa aerea e nelle formazioni corazzate. Applicata deliberatamente, questa strategia consentirebbe il progressivo deterioramento della potenza di combattimento russa, l’interruzione della logistica e l’usura delle forze di manovra.
L’enfasi sarebbe sulla pressione costante piuttosto che sugli effetti episodici: una campagna progettata per logorare piuttosto che per dislocare. Il fattore tempo è centrale in questa logica.
Una guerra più lunga permetterebbe agli europei di consolidare i vantaggi derivanti dal peso economico collettivo, dalla capacità industriale e dalla generazione di forze.
La produzione di munizioni potrebbe aumentare, si potrebbero creare e integrare ulteriori formazioni e le capacità di ISR e di attacco potrebbero espandersi. La Russia, al contrario, avrebbe bisogno di convertire i primi successi in successi strategici per scongiurare tali vantaggi. Negare questo esito potrebbe quindi essere decisivo.
Questo approccio si basa sulla coesione politica. La capacità di sostenere le operazioni, generare forze e gestire l’escalation nel tempo è inseparabile dall’unità e dall’efficacia dell’Alleanza.
La frammentazione minerebbe l’intero modello; la coesione, anche se imperfetta, consente la resistenza.
In queste condizioni, la vittoria non è definita da una rapida riconquista territoriale o da una manovra operativa decisiva, bensì dalla prevenzione del successo strategico russo, dall’esaurimento della sua capacità di sostenere operazioni offensive e dalla stabilizzazione del conflitto a condizioni che preservino l’integrità della NATO europea. La guerra che l’Europa dovrebbe combattere, in breve, non sarebbe una guerra di manovra e dislocazione. Sarebbe una guerra di negazione, di logoramento e di resistenza, che privilegia la sostenibilità alla velocità e mira a vincere nel tempo piuttosto che all’inizio.
Un modello di guerra europeo senza gli Stati Uniti sarebbe inequivocabilmente europeo, ma non necessariamente per scelta.
Sarebbe più difensivo, più incentrato sul territorio e più basato su attacchi a più livelli piuttosto che su incursioni profonde e integrate. Le operazioni tenderebbero a essere metodiche e di logoramento piuttosto che rapide e dislocanti.
Il comando si sposterebbe dall’orchestrazione al coordinamento basato sul consenso, con maggiore attrito tra le componenti nazionali e cicli decisionali più lenti. La conseguenza sarebbe una minore coerenza e capacità, compromettendo sia la credibilità della deterrenza che l’efficacia bellica.
Investimenti in sistemi d’attacco a lungo raggio, costellazioni ISR (Intelligence, Surveillance and Reconnaissance), difesa aerea e missilistica integrata e architetture di comando e controllo attenuerebbero alcune delle vulnerabilità più acute. Ma non si tratta semplicemente di sfide logistiche. Richiedono un allineamento concettuale e un’integrazione operativa che storicamente l’Europa ha fornito grazie agli Stati Uniti. Finché l’Europa non svilupperà una propria architettura integrativa, un modo europeo di fare la guerra senza gli Stati Uniti sarà definito meno da ciò che l’Europa sceglierà di fare che da ciò che sarà in grado di fare
Questo articolo oltre che sul sito dell’IISS di Londra appare nel numero di giugno-luglio 2026 della rivista Survival: Global Politics and Strategy.
Fonte
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