Nel centenario della nascita di Giagiacomo Feltrinelli sono stati molti a ricordare, scrivendo, l’inventore delle edizioni che hanno fatto da “scuola quadri” per i movimenti degli anni ’60 e ’70. Un grande borghese, di famiglia, ma comunista “anomalo”, capace di disobbedire all’Unione Sovietica e al Pci, di coltivare l’amicizia con Fidel e il Che, fino ad immaginare un percorso rivoluzionario combattente anche in Italia.
Era quella, del resto, l’aspirazione ufficiale del ’68 – la Rivoluzione – anche se poi molti ex leader di quella stagione hanno fatto di tutto per derubricarla a “voglia di cambiamento”, quasi una moda di stagione. Questo ricordo di uno di loro – peraltro oggi ricollocato come “sionista buono” – ha almeno il pregio di riconnettere la storia di una vita sicuramente particolare con la Storia, le passioni e i progetti politici che in quel tempo, e in quelle condizioni, erano e apparivano realistici. A prescindere dagli esiti successivi.
E che, a dipingere questo ritratto onesto della sua figura, sia proprio un rappresentante di quella parte di leadership sessantottina che si è perfettamente accomodata nei dintorni del potere (Lerner ha tra l’altro diretto il TG1 della Rai), dimostra secondo noi la forza enorme della sua presenza nella storia del movimento comunista italiano.
Si potrebbero aggiungere diversi altri eventi che giustificavano, allora, l’idea che qui in Italia fosse in preparazione un golpe militare sulla falsariga di quello della Grecia dei colonnelli. Eventi magari lasciati nella penna – o nella tastiera – per non trasformare un articolo in un saggio politico.
Certamente il “golpe Borghese” del ’71 sta in prima fila, visto che l’ex comandante della X Mas fascista fu autorizzato a prendere possesso – per una notte – del Ministero dell’Interno (quello oggi diretto da Piantedosi), tranne poi ricevere una telefonata che disdiceva l’ordine.
Lo scontro sociale e politico durò poi per almeno altri dieci anni ad alto livello, nonostante il Pci che aveva aderito alla “politica dei sacrifici” e alla “solidarietà nazionale”, fino a quando la sconfitta operaia nei “35 giorni alla Fiat”, nel 1980, un mese dopo la strage di Bologna, non segnò il trapasso dall’offensiva allo smantellamento delle conquiste strappate a suon di scioperi, manifestazioni, morti in piazza e nelle stragi di Stato.
Ma quella “intuizione” di Feltrinelli sul possibile ruolo dei militari nella trasformazione fascista del Paese e delle relazioni sociali è comunque confermata ancora oggi. Quando un generale dichiaratamente fascista viene elevato – da servizi segreti, sistema mediatico e un padronato senza più imprese industriali – a “guru” di una svolta reazionaria “definitiva”.
Ossia provvisoria, come ogni cosa nella Storia...
Era quella, del resto, l’aspirazione ufficiale del ’68 – la Rivoluzione – anche se poi molti ex leader di quella stagione hanno fatto di tutto per derubricarla a “voglia di cambiamento”, quasi una moda di stagione. Questo ricordo di uno di loro – peraltro oggi ricollocato come “sionista buono” – ha almeno il pregio di riconnettere la storia di una vita sicuramente particolare con la Storia, le passioni e i progetti politici che in quel tempo, e in quelle condizioni, erano e apparivano realistici. A prescindere dagli esiti successivi.
E che, a dipingere questo ritratto onesto della sua figura, sia proprio un rappresentante di quella parte di leadership sessantottina che si è perfettamente accomodata nei dintorni del potere (Lerner ha tra l’altro diretto il TG1 della Rai), dimostra secondo noi la forza enorme della sua presenza nella storia del movimento comunista italiano.
Si potrebbero aggiungere diversi altri eventi che giustificavano, allora, l’idea che qui in Italia fosse in preparazione un golpe militare sulla falsariga di quello della Grecia dei colonnelli. Eventi magari lasciati nella penna – o nella tastiera – per non trasformare un articolo in un saggio politico.
Certamente il “golpe Borghese” del ’71 sta in prima fila, visto che l’ex comandante della X Mas fascista fu autorizzato a prendere possesso – per una notte – del Ministero dell’Interno (quello oggi diretto da Piantedosi), tranne poi ricevere una telefonata che disdiceva l’ordine.
Lo scontro sociale e politico durò poi per almeno altri dieci anni ad alto livello, nonostante il Pci che aveva aderito alla “politica dei sacrifici” e alla “solidarietà nazionale”, fino a quando la sconfitta operaia nei “35 giorni alla Fiat”, nel 1980, un mese dopo la strage di Bologna, non segnò il trapasso dall’offensiva allo smantellamento delle conquiste strappate a suon di scioperi, manifestazioni, morti in piazza e nelle stragi di Stato.
Ma quella “intuizione” di Feltrinelli sul possibile ruolo dei militari nella trasformazione fascista del Paese e delle relazioni sociali è comunque confermata ancora oggi. Quando un generale dichiaratamente fascista viene elevato – da servizi segreti, sistema mediatico e un padronato senza più imprese industriali – a “guru” di una svolta reazionaria “definitiva”.
Ossia provvisoria, come ogni cosa nella Storia...
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Il romanzo di Vassilis Vassilikos Z L’orgia del potere – da cui Costa-Gavras trasse un memorabile film premio Oscar – venne pubblicato da Feltrinelli nel 1969. Quello stesso anno, il 12 dicembre, all’indomani della strage fascista di piazza Fontana, Giangiacomo Feltrinelli avrebbe scelto di rendersi irreperibile, ovvero di passare alla clandestinità.
Aveva 43 anni, essendo nato il 19 giugno 1926, giusto un secolo fa. Il gran borghese predestinato a ereditare la guida di una delle dinastie del capitalismo italiano radicalizzava la sua scelta alternativa: dopo aver inventato una Biblioteca storica dei movimenti sociali e fondato la casa editrice che porta il suo nome, escogitò da ultimo un media illegale di natura assai diversa, Radio Gap, messaggi d’incitamento alla rivolta armata diffusi per mezzo di interferenze nel telegiornale Rai, e importò rudimentali tecniche di guerriglia latinoamericane.
Dalla teoria alla pratica, fino a morirne nel 1972 dilaniato sul traliccio di Segrate che voleva far esplodere in simultanea con un altro al lato opposto della metropoli. “Spegnere Milano”, ridurla al buio per alcune ore, sarebbe stato un innesco plateale, il salto di qualità insurrezionale necessario al nuovo movimento comunista.
La dottrina rivoluzionaria del fochismo, quella che prevedeva che la Sardegna si trasformasse nella Cuba del Mediterraneo, nella società italiana si rivelava velleitaria. Ma derivava da un’interpretazione del ciclo politico, economico e morale che per certi versi lo accomuna a Pier Paolo Pasolini – non solo per la fine tragica – da cui siamo tuttora sovrastati. Consiglierei di non prenderla sottogamba, visti i tempi.
Tre anni prima, agli esordi dello stragismo di destra, nelle librerie Feltrinelli veniva diffuso l’opuscolo Estate 1969 in cui Giangiacomo spiegava perché fosse concreta in Italia la minaccia di una deriva autoritaria. Il breve testo recava in appendice un monito del già citato Vassilikos: “Anche noi non credevamo che in Grecia fosse possibile”.
L’autore di Z si riferiva, ovviamente, al colpo di Stato del 1967. Vogliamo ricordare che in Italia il comando dell’Arma dei Carabinieri ne aveva concepito uno simile, il piano Solo, già nel 1964?
Feltrinelli non era un ossesso quando decise di dileguarsi. Le indagini sulle bombe, orientate a senso unico contro gli anarchici, lo avevano messo subito nel mirino. Scrisse allora di una “campagna d’odio, denigrazione, calunnia, persecuzione delle destre contro la casa editrice, le librerie e contro di me repressa oltre vent’anni”.
Cercò appoggio in partigiani come Cino Moscatelli, Giovanni Pesce, Aldo Natoli e nel vecchio dirigente comunista Pietro Secchia. Gli diede retta solo il genovese Giambattista Lazagna. Giocavano di sponda con lui Potere Operaio e le nascenti Brigate Rosse, interessati tanto alle sue risorse economiche quanto alle sue tesi.
L’esito fu disastroso, ma sarebbe ingiusto se travolgesse con sé le intuizioni e l’allarme che l’ultimo Feltrinelli voleva trasmetterci.
Non stiamo prendendo dalla parte sbagliata la commemorazione di un centenario della nascita. Troppo facile sarebbe limitarci a ricordare l’editore capace di sottrarre Il dottor Zivago alla censura sovietica e Il Gattopardo al cestino di altri editori; di trasgredire leggi ottuse pubblicando Giovanni Testori e importando nel baule dell’auto i Tropici proibiti di Arthur Miller stampati all’estero; traducendo Saul Bellow nel 1959, I sotterranei di Kerouac nel 1965 e Cent’anni di solitudine nel 1968.
Che a muoverlo fosse una consapevole intenzione politico-culturale, non solo fiuto editoriale, fu dimostrato nel 1967 dal poster con la foto di Che Guevara scattata da Albert Korda per la quale Feltrinelli rinunciò all’esclusiva sui diritti, trasformandola in un’icona contemporanea universale.
Giangiacomo Feltrinelli non fu il solo figlio della classe dirigente milanese a tradire la sua appartenenza privilegiata. Penso all’impegno culturale e organizzativo di Giovanni Pirelli per la lotta di liberazione in Algeria, un paese che divenne per lui ciò che Cuba fu per Feltrinelli. Penso al conte Dal Verme, a Luchino Visconti, al meno noto Nanni Ricordi che sostenne l’esperienza teatrale di Dario Fo e Franca Rame.
Se fu contro Feltrinelli che i benpensanti lanciarono campagne di speciale accanimento – da vivo e da morto – si deve al fatto che la sua opera ha dato vita a una vera e propria casamatta della sinistra italiana. Non a caso Renato Guttuso volle ritrarlo fra le personalità della storia del movimento operaio mondiale affrescate ne I funerali di Togliatti proprio nel 1972.
L’allarme sui pericoli autoritari lanciato da Feltrinelli non era insensato. I dirigenti dei partiti di sinistra all’epoca si erano tutti attrezzati per tale eventualità. E se ancora oggi la carta di riserva della destra è un generale... “Anche noi non credevamo che in Grecia fosse possibile”.
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