Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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04/08/2026

Italicus, 52 anni dopo: un’altra strage che resta senza colpevoli

Nella notte tra il 3 e il 4 agosto l’espresso Italicus, diretto da Roma a Monaco di Baviera, risale l’Appennino tosco-emiliano. Poco prima di Bologna, all’uscita della grande galleria di San Benedetto Val di Sambro, la carrozza numero 5 si trasforma in un inferno. Una bomba squarcia il treno. Dodici persone muoiono, decine restano ferite.

L’Italia del 1974 conosce già il linguaggio delle bombe. Due mesi prima c’è stata piazza della Loggia, a Brescia. Gli investigatori seguono la pista dell’eversione neofascista. I riflettori si accendono su Ordine Nero e sugli ambienti del Fronte Nazionale Rivoluzionario di Mario Tuti, gruppi convinti che il terrore contro cittadini inermi possa trascinare il Paese nel caos, spingere le Forze Armate a intervenire e aprire la strada a una svolta autoritaria.

La rivendicazione attribuita a Ordine Nero ha il tono di una dichiarazione di guerra: le bombe possono esplodere ovunque, in qualunque momento; la democrazia dovrà essere sepolta sotto una montagna di morti.

Nel corso degli anni emergeranno anche ipotesi di collegamenti con apparati dello Stato e, in alcune ricostruzioni, con la loggia P2. Le indagini avanzano a fatica. Depistaggi, omissioni, piste che si interrompono quando sembrano promettere una risposta.

Gli imputati vengono assolti in primo grado, condannati in appello, poi definitivamente assolti dalla Cassazione nel 1993. Per la giustizia italiana la strage dell’Italicus non ha colpevoli.

Attorno alla vicenda continuano a sedimentarsi racconti e retroscena. Uno dei più noti sostiene che Aldo Moro avrebbe dovuto salire su quel treno e che ne sarebbe stato dissuaso all’ultimo momento per esigenze d’ufficio. È una ricostruzione rilanciata negli anni da alcune testimonianze, tra cui quella di Maria Fida Moro.

L’Italicus occupa un posto preciso nella storia della cosiddetta strategia della tensione: la stagione in cui il terrorismo nero cercò di destabilizzare il Paese per favorire un approdo autoritario. Nel 1974 il clima è tale che il ministro della Difesa Mario Tanassi deve rispondere in Parlamento alle interrogazioni sugli allarmi riguardanti possibili tentativi di colpo di Stato, compreso il cosiddetto “golpe bianco” di Sogno e Pacciardi, rimasto allo stadio di progetto.

È questa la fotografia dell’Italia di quegli anni: un Paese attraversato dalla paura, dove ogni treno, ogni piazza, ogni stazione può trasformarsi nel teatro di una strage.

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04/07/2026

Come l’America Latina ha subìto l’azione dei fascisti italiani

Una azione politica non solo teorico/ideologica ma che, invece, vide una alleanza sul “campo militare” tra esponenti del neofascismo italiano e gruppi terroristici anticastristi/CIA.

Leggete pure con calma per scoprire un pezzo di storia poco conosciuta e scusate se troverete qualche dimenticanza... 

I movimenti di estrema destra italiani operarono contro Cuba socialista attraverso due posizioni. Una tutta ideologica, una forte ostilità culminata in campagne di propaganda, tutt’oggi in atto, l’altra tramite una presenza nel network internazionale del terrorismo nero anticomunista intrecciato con la CIA e servizi segreti militari delle dittature di destra.

Negli anni ’70 e ’80, reduci della Repubblica Sociale Italiana ed esponenti del terrorismo nero (come quelli legati ad Ordine Nuovo e successivamente ai Nuclei Armati Rivoluzionari come esempio Carlo Digilio) si inserirono nella rete internazionale dell’anticomunismo militante, a fianco di dittature sudamericane e gruppi di esuli cubani anticastristi.

Gladio e l’eversione: alcuni militanti neofascisti, coinvolti nella strategia della tensione in Italia, strinsero alleanze con la rete anticastrista di Miami per operazioni di destabilizzazione nei Caraibi in chiave anticomunista.

L’incontro tra l’estremismo nero italiano e l’oltranzismo cubano in esilio fu favorito da figure chiave del terrorismo internazionale.
 
Stefano Delle Chiaie e Avanguardia Nazionale

Il fondatore di Avanguardia Nazionale, latitante dall’Italia per le inchieste sulla strategia della tensione, divenne il fulcro di queste relazioni estere. Stabilii legami strettissimi con i leader anticubani rifugiati in Florida, tra questi Orlando Bosch, Luis Posada Carriles e Michael Townley. Delle Chiaie collaborò al Plan Condor (Piano Condor).

Orlando Bosch e il CORU: fondatore del Coordinamento delle Organizzazioni Rivoluzionarie Unite (CORU), Bosch coordinava le fazioni più violente degli esuli anticastristi di Miami. Collaborò attivamente con l’ultradestra europea in funzione anticomunista globale.

Luis Posada Carriles: altro esponente di spicco della rete di Miami ed ex agente della CIA, Carriles incrociò le traiettorie operative dei neofascisti italiani nell’addestramento e nella logistica dei regimi sudamericani e fu il mandante della bomba che uccise l’italiano Fabio Di Celmo nell’albergo Copacabna Habana, 1997

Michael Townley: agente statunitense della polizia segreta cilena (DINA), agì da vero e proprio ufficiale di collegamento, arruolando sia i neofascisti italiani (compreso Pierluigi Concutelli di Ordine Nuovo) sia i cubani di Miami per compiere omicidi mirati in giro per il mondo.

Tra i fascisti italiani che operarono contro Cuba socialista vi fu anche Carlo Digilio. Pentito italiano e coinvolto nelle stragi di Piazza Fontana e della Loggia, costui operò direttamente da Santo Domingo ove si trovava latitante dalla giustizia italiana.

Queste alcune delle operazioni conosciute.
 
L’Operazione Condor (o Plan Cóndor)

È stata una rete di cooperazione clandestina e transnazionale istituita formalmente il 25 novembre 1975 dai servizi segreti militari e dalle polizie politiche delle dittature di destra del Cono Sud dell’America Latina (Argentina, Cile, Uruguay, Paraguay, Bolivia e Brasile). L’obiettivo principale era la sistemica eliminazione del dissenso politico, dei movimenti di sinistra, dei comunisti, dei sindacalisti e degli oppositori ai regimi dittatoriali, anche quando questi si trovavano in esilio fuori dai confini dei propri paesi.

L’operazione fu pianificata su spinta del dittatore cileno Augusto Pinochet e coordinata da Manuel Contreras, capo della polizia segreta cilena (DINA), trovando l’appoggio strategico e logistico degli Stati Uniti tramite la CIA.
 
Il Vertice di Bonao (1976) e la nascita del CORU

Nel giugno 1976, nella località di Bonao (Repubblica Dominicana), si tenne un incontro segreto promosso dalla DINA cilena per unificare i diversi gruppi di esuli cubani anticastristi militanti, portando alla fondazione del CORU. Stefano Delle Chiaie partecipò alle consultazioni logistiche con la leadership del CORU per coordinare azioni terroristiche globali in chiave sia anticastrista sia antisovietica. 

L’omicidio di Orlando Letelier a Washington (1976)

Il 21 settembre 1976, l’ex ministro cileno Orlando Letelier (oppositore di Pinochet) fu assassinato a Washington tramite un’autobomba. L’operazione fu materialmente eseguita da esuli cubani del CORU (tra cui i fratelli Novo Sampoll e Virgilio Paz Romero) sotto la supervisione di Michael Townley. Le indagini internazionali e le declassificazioni dei documenti della CIA hanno confermato che la rete logistica di supporto ed esplosivi era la medesima utilizzata e condivisa con la cellula neofascista di Delle Chiaie in America Latina. 

L’attentato a Bernardo Leighton a Roma (1975)

In un perfetto esempio di “scambio di favori” della galassia eversiva, l’esponente politico democristiano cileno Bernardo Leighton fu vittima di un tentato omicidio a colpi d’arma da fuoco a Roma. L’azione fu pianificata dalla DINA e organizzata a Roma da Stefano Delle Chiaie e dai militanti di Avanguardia Nazionale. L’inchiesta legò l’operazione alle garanzie di supporto logistico e finanziario che l’eversione nera otteneva in Sudamerica, dove operavano anche le coperture finanziarie dei gruppi anticastristi di Miami.
 
Addestramento nei campi paramilitari in America Centrale

Durante la fine degli anni ’70, diversi latitanti dell’estrema destra italiana trovarono rifugio sicuro in paesi dell’America Centrale. Qui, esponenti di spicco della destra eversiva (con contatti legati anche a fazioni dissidenti di Ordine Nuovo) usufruirono delle infrastrutture logistiche e dei campi di addestramento militare messi a disposizione dai comitati anticastristi in esilio, scambiando competenze sulla guerriglia urbana, l’uso di esplosivi e formazione degli squadroni della morte, collaborazione in sequestri, torture, etc. (Cile, Argentina, etc.).

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22/06/2026

Feltrinelli vide un pericolo che incombe anche sull’Italia di oggi

Nel centenario della nascita di Giagiacomo Feltrinelli sono stati molti a ricordare, scrivendo, l’inventore delle edizioni che hanno fatto da “scuola quadri” per i movimenti degli anni ’60 e ’70. Un grande borghese, di famiglia, ma comunista “anomalo”, capace di disobbedire all’Unione Sovietica e al Pci, di coltivare l’amicizia con Fidel e il Che, fino ad immaginare un percorso rivoluzionario combattente anche in Italia.

Era quella, del resto, l’aspirazione ufficiale del ’68 – la Rivoluzione – anche se poi molti ex leader di quella stagione hanno fatto di tutto per derubricarla a “voglia di cambiamento”, quasi una moda di stagione. Questo ricordo di uno di loro – peraltro oggi ricollocato come “sionista buono” – ha almeno il pregio di riconnettere la storia di una vita sicuramente particolare con la Storia, le passioni e i progetti politici che in quel tempo, e in quelle condizioni, erano e apparivano realistici. A prescindere dagli esiti successivi.

E che, a dipingere questo ritratto onesto della sua figura, sia proprio un rappresentante di quella parte di leadership sessantottina che si è perfettamente accomodata nei dintorni del potere (Lerner ha tra l’altro diretto il TG1 della Rai), dimostra secondo noi la forza enorme della sua presenza nella storia del movimento comunista italiano.

Si potrebbero aggiungere diversi altri eventi che giustificavano, allora, l’idea che qui in Italia fosse in preparazione un golpe militare sulla falsariga di quello della Grecia dei colonnelli. Eventi magari lasciati nella penna – o nella tastiera – per non trasformare un articolo in un saggio politico.

Certamente il “golpe Borghese” del ’71 sta in prima fila, visto che l’ex comandante della X Mas fascista fu autorizzato a prendere possesso – per una notte – del Ministero dell’Interno (quello oggi diretto da Piantedosi), tranne poi ricevere una telefonata che disdiceva l’ordine.

Lo scontro sociale e politico durò poi per almeno altri dieci anni ad alto livello, nonostante il Pci che aveva aderito alla “politica dei sacrifici” e alla “solidarietà nazionale”, fino a quando la sconfitta operaia nei “35 giorni alla Fiat”, nel 1980, un mese dopo la strage di Bologna, non segnò il trapasso dall’offensiva allo smantellamento delle conquiste strappate a suon di scioperi, manifestazioni, morti in piazza e nelle stragi di Stato.

Ma quella “intuizione” di Feltrinelli sul possibile ruolo dei militari nella trasformazione fascista del Paese e delle relazioni sociali è comunque confermata ancora oggi. Quando un generale dichiaratamente fascista viene elevato – da servizi segreti, sistema mediatico e un padronato senza più imprese industriali – a “guru” di una svolta reazionaria “definitiva”.

Ossia provvisoria, come ogni cosa nella Storia... 

*****

Il romanzo di Vassilis Vassilikos Z L’orgia del potere – da cui Costa-Gavras trasse un memorabile film premio Oscar – venne pubblicato da Feltrinelli nel 1969. Quello stesso anno, il 12 dicembre, all’indomani della strage fascista di piazza Fontana, Giangiacomo Feltrinelli avrebbe scelto di rendersi irreperibile, ovvero di passare alla clandestinità.

Aveva 43 anni, essendo nato il 19 giugno 1926, giusto un secolo fa. Il gran borghese predestinato a ereditare la guida di una delle dinastie del capitalismo italiano radicalizzava la sua scelta alternativa: dopo aver inventato una Biblioteca storica dei movimenti sociali e fondato la casa editrice che porta il suo nome, escogitò da ultimo un media illegale di natura assai diversa, Radio Gap, messaggi d’incitamento alla rivolta armata diffusi per mezzo di interferenze nel telegiornale Rai, e importò rudimentali tecniche di guerriglia latinoamericane.

Dalla teoria alla pratica, fino a morirne nel 1972 dilaniato sul traliccio di Segrate che voleva far esplodere in simultanea con un altro al lato opposto della metropoli. “Spegnere Milano”, ridurla al buio per alcune ore, sarebbe stato un innesco plateale, il salto di qualità insurrezionale necessario al nuovo movimento comunista.

La dottrina rivoluzionaria del fochismo, quella che prevedeva che la Sardegna si trasformasse nella Cuba del Mediterraneo, nella società italiana si rivelava velleitaria. Ma derivava da un’interpretazione del ciclo politico, economico e morale che per certi versi lo accomuna a Pier Paolo Pasolini – non solo per la fine tragica – da cui siamo tuttora sovrastati. Consiglierei di non prenderla sottogamba, visti i tempi.

Tre anni prima, agli esordi dello stragismo di destra, nelle librerie Feltrinelli veniva diffuso l’opuscolo Estate 1969 in cui Giangiacomo spiegava perché fosse concreta in Italia la minaccia di una deriva autoritaria. Il breve testo recava in appendice un monito del già citato Vassilikos: “Anche noi non credevamo che in Grecia fosse possibile”.

L’autore di Z si riferiva, ovviamente, al colpo di Stato del 1967. Vogliamo ricordare che in Italia il comando dell’Arma dei Carabinieri ne aveva concepito uno simile, il piano Solo, già nel 1964?

Feltrinelli non era un ossesso quando decise di dileguarsi. Le indagini sulle bombe, orientate a senso unico contro gli anarchici, lo avevano messo subito nel mirino. Scrisse allora di una “campagna d’odio, denigrazione, calunnia, persecuzione delle destre contro la casa editrice, le librerie e contro di me repressa oltre vent’anni”.

Cercò appoggio in partigiani come Cino Moscatelli, Giovanni Pesce, Aldo Natoli e nel vecchio dirigente comunista Pietro Secchia. Gli diede retta solo il genovese Giambattista Lazagna. Giocavano di sponda con lui Potere Operaio e le nascenti Brigate Rosse, interessati tanto alle sue risorse economiche quanto alle sue tesi.

L’esito fu disastroso, ma sarebbe ingiusto se travolgesse con sé le intuizioni e l’allarme che l’ultimo Feltrinelli voleva trasmetterci.

Non stiamo prendendo dalla parte sbagliata la commemorazione di un centenario della nascita. Troppo facile sarebbe limitarci a ricordare l’editore capace di sottrarre Il dottor Zivago alla censura sovietica e Il Gattopardo al cestino di altri editori; di trasgredire leggi ottuse pubblicando Giovanni Testori e importando nel baule dell’auto i Tropici proibiti di Arthur Miller stampati all’estero; traducendo Saul Bellow nel 1959, I sotterranei di Kerouac nel 1965 e Cent’anni di solitudine nel 1968.

Che a muoverlo fosse una consapevole intenzione politico-culturale, non solo fiuto editoriale, fu dimostrato nel 1967 dal poster con la foto di Che Guevara scattata da Albert Korda per la quale Feltrinelli rinunciò all’esclusiva sui diritti, trasformandola in un’icona contemporanea universale.

Giangiacomo Feltrinelli non fu il solo figlio della classe dirigente milanese a tradire la sua appartenenza privilegiata. Penso all’impegno culturale e organizzativo di Giovanni Pirelli per la lotta di liberazione in Algeria, un paese che divenne per lui ciò che Cuba fu per Feltrinelli. Penso al conte Dal Verme, a Luchino Visconti, al meno noto Nanni Ricordi che sostenne l’esperienza teatrale di Dario Fo e Franca Rame.

Se fu contro Feltrinelli che i benpensanti lanciarono campagne di speciale accanimento – da vivo e da morto – si deve al fatto che la sua opera ha dato vita a una vera e propria casamatta della sinistra italiana. Non a caso Renato Guttuso volle ritrarlo fra le personalità della storia del movimento operaio mondiale affrescate ne I funerali di Togliatti proprio nel 1972.

L’allarme sui pericoli autoritari lanciato da Feltrinelli non era insensato. I dirigenti dei partiti di sinistra all’epoca si erano tutti attrezzati per tale eventualità. E se ancora oggi la carta di riserva della destra è un generale... “Anche noi non credevamo che in Grecia fosse possibile”.

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24/12/2024

La strage del rapido 904 - 23 dicembre 1984

Il contesto

Il 1984 era stato un anno piuttosto "caldo" per la politica e la società italiana. L'anno era iniziato col "decreto di San Valentino" varato dal governo Craxi, relativo al taglio dei punti di contingenza e volto a colpire il meccanismo della "scala mobile". Ne era derivato un duro scontro tra il governo, sostenuto dalla Cisl di Carniti, da un lato, e il Pci di Berlinguer con la Cgil di Lama e i Consigli dei lavoratori autoconvocati, dall'altro. Lo scontro, che metteva in discussione un compromesso sociale di vecchia data, aveva avuto una prima ricaduta nella manifestazione del 24 marzo contro il decreto e un serrato confronto sociale e parlamentare che sfocerà infine in una proposta di referendum abrogativo.

Alle elezioni europee di giugno, svoltesi all'indomani della morte di Berlinguer dopo il comizio di Padova, il Pci era diventato il primo partito del Paese.

Il sistema politico, tuttavia, rimaneva bloccato. Il mese seguente, le conclusioni della relazione Anselmi, al termine dei lavori della Commissione d'inchiesta sulla loggia P2, avevano provocato le dimissioni del ministro socialdemocratico Pietro Longo.

Nelle settimane seguenti, mentre il giudice Casson indagava su quella che sarebbe stata nota come "Gladio" e rinviava a giudizio il colonnello Amos Spiazzi, la magistratura fiorentina approfondiva i rapporti tra neofascisti e servizi segreti in relazione agli attentati ai treni compiuti in Toscana negli anni precedenti [1]. Intanto Michele Sindona era estradato in Italia e venivano arrestati il boss della banda della Magliana Enrico Nicoletti e vari esponenti della camorra.

Ma erano soprattutto le rivelazioni di Tommaso Buscetta – personaggio di primo piano di "Cosa nostra", anch'egli estradato in Italia – a mettere in discussione una serie di equilibri dei quali lo strapotere della mafia era stato parte significativa. Ne derivarono, il 29 settembre, ben 366 mandati di cattura per reati di mafia, cui seguirono altri 127 arresti provocati dalle dichiarazioni del pentito Salvatore Contorno.

"Cosa nostra" reagiva prontamente, il 18 ottobre, con la strage di piazza Scaffa a Palermo.

Intanto, negli stessi giorni, il gen. Musumeci, ex vicedirettore del Sismi, e altri cinque dirigenti dei servizi segreti venivano arrestati con l'accusa di avere depistato le indagini sulla strage di Bologna e di aver favorito la fuga del faccendiere Francesco Pazienza, coinvolto tra l'altro nelle inchiesta sul caso Calvi e sulla Loggia P2. Il 3 novembre a essere arrestato per rapporti con la mafia era invece l'ex sindaco di Palermo, il democristiano Vito Ciancimino [2].

Poche settimane prima, infine, era stato ucciso Tony Chichiarelli, il "falsario di Stato" autore dei falsi comunicati Br durante il sequestro Moro. A marzo era stato protagonista della rapina alla Brink's Securmark, una finanziaria di cui era socio anche Sindona, assieme ad esponenti della Banda della Magliana; prelevati 35 miliardi di lire, i rapinatori avevano lasciato alcuni proiettili e una finta risoluzione delle Brigate Rosse, inviando poi a un quotidiano altri "reperti" riconducibili ai casi Moro e Pecorelli [3].

Pressata da inchieste e arresti, iniziava dunque a venire alla luce quella che l'ex presidente della Commissione Stragi Giovanni Pellegrino definirà "la 'zona grigia' fatta da elementi della P2, dei servizi, da un mondo oscuro degli affari, da criminalità organizzata, siciliana e romana, da personaggi della destra eversiva" [4].

Equilibri consolidati, fondati su patti indicibili, rischiavano di saltare. È in questo contesto, oltre che nel quadro di una situazione sociale e politica molto mossa, che matura la "strage di Natale".

La strage

È il 23 dicembre 1984, due giorni prima del Natale.

Molti sono i meridionali che hanno parenti al Nord e partono da Napoli per trascorrere le festività con loro; qualcuno, invece, come due giovani fidanzati di Parma, Susanna Cavalli e Pier Francesco Leoni, è salito sul treno a Roma, diretto verso casa [5].

Il treno è il rapido 904, partito da Napoli alle 12:55. Alle 19:08, quando ha lasciato da mezz'ora la stazione di Firenze, una terribile esplosione, partita dal vagone 9 di seconda classe, lo squarcia e ne arresta la corsa. L'effetto è ancora più devastante poiché lo scoppio avviene nella Grande Galleria dell'Appennino, tra le stazioni di Vernio e S. Benedetto Val di Sambro, la stessa zona dove dieci anni prima era avvenuta la strage dell'Italicus. Se il treno che viaggiava in senso contrario fosse entrato anch'esso nella galleria, le conseguenze sarebbero state ancora peggiori, ma un piccolo ritardo e l'intervento di macchinista e ferrovieri evitano un disastro più grave.

Lo squarcio nel treno provocato dall'esplosione è comunque impressionante. L'intero vagone 9 è completamente devastato. I morti sono quindici, fra i quali tre bambini e un'intera famiglia, i De Simone; 267 i feriti, di cui alcuni in modo grave.

Un sedicesimo viaggiatore, Gioacchino Taglialatela, padre di una delle vittime, la piccola Federica, perderà la vita di lì a poco a causa delle ferite riportate. Nelle loro testimonianze i superstiti ricordano il boato, il buio pesto, il fumo denso, e un silenzio irreale, ovattato, provocato dal trauma ai timpani, cui seguono il caos, le urla disperate, l'orrore dei corpi straziati [6].

Antonio Calabrò, che sarà presidente dell'Associazione dei familiari delle vittime, ricorda "le macerie addosso, la bocca piena di sangue, il senso di oppressione al petto"; Lucia Gallo, "la cascata di vetri [che] come proiettili arrivavano da tutte le parti" [7]. "Non avevo più la percezione del corpo – dichiarerà Antonio Celardo, anch'egli poi presidente dell'Associazione – soprattutto non mi sentivo gli arti […]. Poi mi feci coraggio e cominciai a toccarmi. Nonostante una gamba fracassata mi resi conto di essere intero e ancora vivo" [8].

I soccorsi sono immediati ed efficienti. Tuttavia occorre più di un'ora e mezza perché possano raggiungere il luogo dell'esplosione. Il denso fumo all'interno della Galleria dell'Appennino è il maggiore ostacolo che si trovano di fronte i ferrovieri che per primi giungono sul posto.

Molto vivide, a distanza di anni, le testimonianze di alcuni di loro, come il toscano Andrea Marzoppi o Luciano Rescazzi, responsabile della protezione civile presso l'Unione dei comuni.

Ricorda un altro soccorritore, Paolo Vandelli, di origine campana ma allora residente nel Bolognese: "Tutto in quella galleria era un muro di fumo e polvere", raggiungere il convoglio non fu facile, mentre i superstiti abbandonavano il treno come potevano [9].

Quello che i soccorritori si trovano di fronte è impressionante. Nella loro memoria, e nella memoria collettiva, rimarrà una bambola, giocattolo di una delle bambine presenti sul treno, anch'essa coperta da bagagli e detriti.

Lo scoppio è stato causato da una carica di esplosivo radiocomandata, posta su una griglia portabagagli, presumibilmente durante la sosta a Firenze. Una viaggiatrice sopravvissuta, Rosaria Gallinaro, parlerà agli inquirenti di un uomo, salito a Santa Maria Novella, intento a sistemare due borsoni sulla griglia portapacchi del corridoio anziché negli scompartimenti, dove pure vi era spazio [10].

Una testimonianza raccolta da Giuliana Covella, quella di Lidia Carreras, ascoltata dagli inquirenti solo a partire dal 2013, riferirà di "un uomo alto, con una ventiquattrore, che andava avanti e indietro alla stazione di Napoli prima che il treno partisse", osservando "con circospezione i finestrini e gli scompartimenti" [11].

Ai funerali delle vittime, che si tengono a Bologna con il discorso del sindaco Renzo Imbeni e la presenza del Presidente della Repubblica Pertini e della Presidente della Camera Nilde Iotti, partecipa una folla enorme.

Le prime reazioni

La strage rievoca nella coscienza collettiva del Paese le pagine più atroci della strategia della tensione.

Le prime notizie giungono come un fulmine a ciel sereno nel clima prenatalizio.

Subito la stampa rileva la coincidenza del luogo della strage con quella dell'Italicus di dieci anni prima.

Per "l'Unità" è un ennesimo "agguato alla democrazia". "La Repubblica" si domanda "chi protegge gli assassini" e ricollega la strage alle inchieste su strategia della tensione e depistaggi che nei mesi precedenti hanno coinvolto alti esponenti del servizi segreti e lo stesso Licio Gelli.

Intanto giungono varie rivendicazioni. Tra queste, una telefonata all'Ansa "di un uomo con accento siciliano, secondo la quale la strage non doveva essere considerata 'una trama politica' ma un fatto di mafia", e "la bomba non era a tempo, ma telecomandata"; e una al "Corriere della Sera", da parte di uno sconosciuto che il giorno dopo viene incontrato da un funzionario della Digos alla stazione di Firenze: la strage sarebbe partita "dalla mafia, dalla 'ndrangheta e dai politici perché per i loro traffici di droga avevano avuto fastidi dalla polizia". Dell'uomo, però, si perdono le tracce [12].

Nel frattempo inquirenti e commentatori avanzano le prime ipotesi. Secondo il sostituto procuratore di Bologna, Claudio Nunziata, "la pista nera è chiarissima": troppe sono le analogie con l'Italicus.

Per il giornalista Giorgio Bocca, la strage potrebbe esser fatta "risalire a quei poteri occulti, a quei centri di criminalità politica e mafiosa che sono stati messi negli ultimi anni con le spalle al muro".

Nel dibattito che si svolge alla Camera il 27 dicembre, il capogruppo socialista Formica afferma: Con tempismo costante i seminatori di morte [...] invadono la scena per ricordare pesantemente al Governo [...] agli italiani e agli altri, che l'Italia non può e non deve avanzare in autonoma sovranità, non può e non deve liberarsi dai limiti di una democrazia circoscritta [...]. La fragilità dello Stato ha aperto varchi [...] a poteri paralleli, a criminalità organizzata, ad inquinanti contaminazioni.

Ma "da almeno due anni" sta avanzando "una riflessione collettiva intorno ai temi corposi della democrazia più alta [...] della presenza internazionale più autonoma e più autorevole".

È questo processo che si vorrebbe bloccare.

Il democristiano Rognoni avanza invece una lettura simile a quella di Bocca: "In un momento in cui lo Stato è duramente impegnato contro la criminalità organizzata, l'improvviso e studiato ritorno di un fronte terroristico [potrebbe] rappresentare un tentativo di alleggerire la pressione della difficile battaglia contro i commerci, i poteri, i delitti della mafia o di alte consorterie occulte" [13].

Di fatto anche negli anni seguenti saranno queste – strage di matrice politica con manovalanza camorristica e mafiosa, oppure strage di mafia anticipatrice di quelle del 1992-93 – le due interpretazioni prevalenti, assieme a quella che vede un intreccio di queste due componenti.

Le indagini

Le indagini si indirizzano subito su una duplice pista: quella napoletana, che ha origine nell'anticipazione della strage che Carmine Esposito – un ex poliziotto di estrema destra, che aveva appena trascorso un breve periodo di detenzione – aveva fatto alcuni giorni prima dell'eccidio alla Questura di Napoli, e che porta verso il clan di Giuseppe Misso, gruppo camorristico il cui leader ha anch'egli posizioni neo-fasciste, e verso Massimo Abbatangelo, parlamentare del Movimento sociale italiano; e quella romana, avviata dall'arresto di Guido Cercola, braccio destro a Roma dell'esponente mafioso Pippo Calò, cui segue il ritrovamento, nella casa dell'affittuario e sodale di Cercola, di due congegni radioelettrici in grado di innescare un'esplosione compatibili con quelli usati per la strage, e poi, in un casale dello stesso Cercola, di due pani di esplosivo Semtex H (di cui uno ridotto di circa un chilo), sei cariche di tritolo (di cui una mancante di 40 grammi) e nove detonatori, anch'essi compatibili con quelli usati per l'attentato.

La figura di Calò è di particolare rilievo: "cassiere della mafia", è al "crocevia di affari che legano mafia siciliana, camorra napoletana, malavita romana [...] e sottobosco dell'estrema destra" [14].

Secondo il giudice Viglietta, che indaga sulla banda della Magliana, – quella di Calò è "un'organizzazione con stretti vincoli con la destra eversiva, ambienti deviati dei servizi segreti e della massoneria", la quale non è priva di "obiettivi politici" [15].

Nelle settimane successive vengono fermati vari membri del clan Misso. Il primo è il giovane Carmine Lombardi, sospettato di aver portato l'esplosivo alla stazione di Napoli, il quale di lì a poco viene ucciso in un agguato. Il secondo è Lucio Luongo, che conduce gli inquirenti all'arsenale del gruppo. Dal canto suo, un altro componente della banda già detenuto, Mario Ferraiuolo, inizia a collaborare, confermando che il clan, oltre all'attività di criminalità comune, si muoveva anche per finalità politiche, e sostenendo che si erano svolte riunioni con Abbatangelo, il quale, ai primi di dicembre del 1984, avrebbe consegnato a Misso armi, detonatori e un pacco chiuso contenente esplosivi, portato a Roma da Luongo una settimana prima di Natale; affermazioni poi confermate da Luongo.

Nell'ottobre 1985 Calò è incriminato come mandante della strage, mentre altri 22 ordini di cattura sono emessi per Misso e i suoi per reati di camorra; tra i ricercati è anche Gerlando Alberti jr, legato alla "famiglia" di Calò ma "trapiantato" nel clan Misso e di fatto elemento di collegamento tra le due realtà. Misso riceve inoltre una comunicazione giudiziaria per la strage del 904, e così di lì a poco Abbatangelo.

Nel gennaio 1986 il Pm Vigna chiede il rinvio a giudizio di Calò, Cercola, e altri tre esponenti del gruppo romano, e di Misso, Abbatangelo e altre tre persone del gruppo napoletano. Per Vigna, la strage sarebbe il frutto di un intreccio di interessi, di mafia, camorra e destra eversiva, e finalizzata a "distogliere l'impegno della società civile dalla lotta contro la mafia", producendo un "blocco del paese sulla via della democrazia". Il Pm ipotizza "una pluralità di valenze" della strage, frutto del legame tra settori di mafia, camorra, destra eversiva e Banda della Magliana, e di una convergenza di interessi tra questi soggetti [16].

I processi e le sentenze

Il primo passo dell'iter giudiziario sulla strage del 904 è la sentenza-ordinanza di rinvio a giudizio emessa dal G.I. di Firenze Gironi il 3 novembre 1987, che accoglie le richieste di Vigna sul rinvio a giudizio di Calò, Cardone, Cercola, Di Agostino, Rotolo, Schaudinn, Misso, Galeota, Luongo ed Esposito, cui poi sarà aggiunto Pirozzi. La posizione di Abbatangelo, eletto deputato, viene stralciata.

Il giudice, accettando le ipotesi investigative del Pm, ritiene possibile "che l'attentato sia stato suggerito allo scopo di distogliere l'attenzione degli apparati istituzionali dalla lotta contro le centrali emergenti della criminalità organizzata". Tuttavia "le marcate connotazioni politiche di molti degli imputati, i collegamenti con precisi ambienti della destra eversiva […] possono rendere ipotizzabili anche altri più ambiziosi moventi". Insomma è plausibile che la strage avesse anche "obiettivi politici" e fosse parte di un piano comprendente una serie di gravi attentati. Quanto al gruppo napoletano, in presenza di "numerosi indizi di probabili contatti" tra clan Misso e Calò, il suo ruolo resta da approfondirsi [17].

Intanto, alla vigilia dell'inizio del processo, Schaudinn – ritenuto l'artificiere della strage, e dunque elemento centrale della vicenda – con la complicità di funzionari dell'Ambasciata tedesco-occidentale di Roma, si sottrae agli arresti domiciliari e fugge in Germania.

Nel febbraio 1989 è emessa la sentenza di primo grado.

Vengono condannati all'ergastolo per i reati di strage, attentato per finalità terroristica ed eversiva, banda armata, fabbricazione e detenzione di esplosivi, Calò e Cercola del gruppo romano, e Misso, Galeota e Pirozzi tra i napoletani; per gli stessi reati, ma con le attenuanti, sono condannati anche Di Agostino (28 anni) e Schaudinn (25 anni), pure del gruppo romano.

Per il giudice Sechi, la strage aveva "molteplici finalità": Indebolire il sistema democratico del nostro Stato; distogliere con false emergenze l'impegno civile, politico e giudiziario e determinare, dunque, quella situazione di incertezza e di disorientamento dei pubblici poteri e di sfiducia in questi da parte dei cittadini che sono i presupposti indispensabili per la crescita [...] del proprio potere (mafioso) [18].

Nel marzo 1990 la Corte d'Appello di Firenze conferma le condanne di Calò, Cercola e Di Agostino, ma assolve Misso, Galeota e Pirozzi dai reati di strage, attentato e banda armata. La Corte, cioè, ritiene credibili le riunioni "politiche" del clan Misso e la consegna di esplosivi al clan da parte di Abbatangelo, ma non giudica questi elementi sufficienti a provare il nesso con la strage.

Circa un anno dopo, la I sezione della Corte di Cassazione – presieduta da Corrado Carnevale – respinge i ricorsi di PM e parti civili, mentre accoglie quelli degli imputati, annullando la sentenza di II grado. Per Carnevale, gli elementi emersi nel processo sono "generici" ed "equivoci", e addirittura sarebbe "arbitrario e assiomatico" definire Calò mafioso. Pochi giorni dopo, invece, la Corte d'Assise di Firenze condanna Abbatangelo all'ergastolo. Si crea così una situazione paradossale, per cui gli imputati del processo principale sono stati assolti, mentre Abbatangelo – il cui ruolo era inserito nella stessa vicenda – è condannato.

Nel novembre 1991 si apre il processo di rinvio in appello, che a sua volta ribalta la decisione della Cassazione. La II Corte d'Assise d'Appello di Firenze, presieduta dal giudice La Cava, nella sentenza del 14 marzo 1992 ribadisce l'ergastolo per Calò e Cercola e la condanna di Schaudinn a 22 anni, e riduce a 24 anni la pena per Di Agostino. Per Misso, Galeota e Pirozzi – già assolti in via definitiva per i reati più gravi – sono confermate le condanne per la detenzione di esplosivi. Il quantitativo di esplosivi in dotazione al gruppo romano, peraltro, fa pensare a "un vasto [...] programma di attentati", per cui la strage del 904 si inserirebbe "in una strategia terroristica di più ampio respiro". Quanto al gruppo napoletano, secondo la Corte la consegna degli esplosivi da Abbatangelo a Misso non basta a provare il nesso con la strage.

Commenta Guido Neppi Modona: la sentenza fa "luce sul perverso intreccio tra mafia e politica, terrorismo neofascista e deviazioni istituzionali che ha insanguinato gli ultimi venti anni di storia italiana". La strage del 904 viene dunque inquadrata in un "programma stragista, in cui il controstato della criminalità mafiosa e dell'eversione nera avevano sperimentato la comunanza di obiettivi e di metodi di lotta politica".

Sulla via del ritorno da Firenze, peraltro, Galeota viene freddato da un killer: è un altro protagonista dei fatti che non potrà più parlare. A lui si aggiungerà, nel gennaio 2005, Guido Cercola, suicida in carcere in circostanze sospette. Quanto ad Abbatangelo, nel febbraio 1994 è assolto in appello dall'accusa di strage, e condannato a sei anni per detenzione di armi ed esplosivo.

La vicenda si riapre nel 2010, allorché, in seguito alle dichiarazioni di alcuni pentiti, la Dia di Napoli riapre l'inchiesta. Nell'aprile 2011 Totò Riina, il "capo dei capi" della mafia, è colpito da un'ordinanza di custodia cautelare come mandante della strage del 904. L'ipotesi investigativa è che la strage servisse a costringere lo Stato a trattare con la mafia; il fatto che l'esplosivo utilizzato nel 1984 fosse dello stesso tipo di quello impiegato per gli attentati dell'Addaura e di via D'Amelio sembrerebbe confermare il collegamento [19].

Rinviato a giudizio Riina nell'aprile 2013, nel maggio dell'anno successivo si tiene l'udienza preliminare; a novembre inizia presso la Corte d'Assise di Firenze, presieduta da Ettore Nicotra, il nuovo processo.

Durante le udienze, nel gennaio 2015, Giovanni Brusca ribadisce la sua convinzione del coinvolgimento dei vertici di Cosa Nostra nella strage: non solo Calò, dunque, ma lo stesso Riina.

Un altro collaboratore di giustizia, Leonardo Messina, conferma che Calò non avrebbe potuto agire in autonomia perché "nessuno, pena la morte, può fare un omicidio di questo livello senza il permesso della commissione provinciale o regionale".

Tuttavia, nell'aprile 2015, la Corte assolve Riina per non aver commesso il fatto. Ancora una volta, l'idea di una strage esclusivamente mafiosa non convince i magistrati. "Non può escludersi – scrivono nelle motivazioni della sentenza – che [nella strage] abbia trovato coagulo un coacervo di interessi convergenti di diversa natura".

Il contributo delle commissioni d'inchiesta e le ricostruzioni storiografiche

La ricerca storica sulla strage del treno 904 ha stentato a decollare.

Dieci anni dopo l'evento, Roberto Arbitrio, coordinatore dell'osservatorio permanente dell'Eurispes sui fenomeni criminali, presieduto dall'onorevole Giuseppe Ayala, dedica al tema una prima ricerca. Per l'autore, dietro la strage vi sono "connivenze tra estrema destra […] criminalità organizzata di stampo mafioso […] e Massoneria deviata". Arbitrio sottolinea l'"anomalia" dell'attentato, che costituirebbe "la prima bomba di mafia sui treni". Di fatto "l'obiettivo non ha un significato strettamente mafioso".

Dietro l'attentato si può dunque ipotizzare "una struttura complessa, non solo di interesse mafioso". Del resto, le rivelazioni di Buscetta riguardavano non solo questioni di mafia, ma anche retroscena del golpe Borghese, del rapimento Sindona, dell'omicidio Moro. La strage può essere stata dunque "il punto di incontro" tra gli interessi della mafia e quelli di altri soggetti attraverso l'uso del terrorismo stragista.

Della vicenda del rapido 904 si occupa anche la Commissione parlamentare d'inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi. Nel dicembre 1995 la relazione Pellegrino mette in discussione la lettura della strage come esclusivamente di mafia.

È un giudizio che la Commissione ritiene di dover riconsiderare [...]. Vero è che [...] l'accertata matrice mafiosa dell'episodio parrebbe in qualche misura separare la strage del 904 dalle precedenti e configurarla quasi come una anticipazione degli attentati di Roma, Milano e Firenze che hanno segnato l'estate del 1993 [...]. E tuttavia è la stessa personalità del principale responsabile individuato per la strage del 904, a fornire spunti di rilievo opposto.

È accertato, infatti, il 'ruolo di frontiera' svolto da Calò, per i rapporti stretti fin dagli anni '70 con la Banda della Magliana, personaggi del mondo politico ed economico. Si tratta di "una zona grigia caratterizzata da rapporti incrociati tra mafia, servizi segreti, criminalità politica e comune, il cui ruolo appare ormai innegabile [...] 'un nodo siciliano'" che va ben oltre il contesto dell'isola.

L'iter giudiziario, insomma, non avrebbe portato alla luce quella "rete di complicità" che pure esisteva.

In tal senso la conclusione dei magistrati, che hanno visto nella strage una reazione della mafia alle rivelazioni di Buscetta e alla crisi del patto col potere politico, è "apprezzabile – ma non pienamente appagante".

Il giudizio della Commissione, dunque, lascia aperti molti interrogativi. Pochi mesi dopo un volume a cura dell'Associazioni di familiari vittime per stragi ribadisce che quello del rapido 904 "fu un attentato anomalo. Un attentato in cui più chiaramente di altri si intravede l'ampiezza delle logiche criminali, i collegamenti tra esse, un attentato nel quale al fine eversivo fa da sfondo l'ombra inquietante dell'elemento mafioso; un nemico composito e nascosto, con molte facce e molte presenze dentro e fuori del nostro paese" [20].

Anche la ricostruzione storica proposta nel volume del 2006 conferma la necessità di approfondire ulteriormente l'intreccio di moventi e protagonisti della strage [21]. A sua volta, Rita Di Giovacchino sottolinea il ruolo dell'organizzazione di Calò come "struttura di servizio" a disposizione di massoneria e "apparati dello Stato", evidenziando inoltre come l'artificiere Schaudinn, lungi dall'essere una figura secondaria, fosse "un elemento di spicco di un'organizzazione internazionale", legata ad ambienti neofascisti, protetta da autorità croate, Cia e Mossad, "a metà guado tra mafia e servizi segreti" [22].

Dal canto suo, Stefania Limiti, sulla base tra l'altro delle rivelazioni di un altro pentito, Luigi Giuliano, osserva che il gruppo di Misso – secondo Giuliano "un'organizzazione potentissima", comprendente esponenti politici e militari – era legato all'organizzazione neofascista "La Fenice", già protagonista di vari episodi della strategia della tensione [23].

È interessante notare infine che le stesse più recenti acquisizioni giudiziarie, quelle cioè relative al processo Riina, abbiano confermato l'insufficienza di una lettura che attribuisca l'eccidio esclusivamente alla mafia, alludendo anch'esse a un panorama più articolato e complesso.

La verità storica sulla strage del 904 non può dirsi dunque ancora raggiunta.

Memorie e letture contemporanee

La memoria della strage del 904 non ha avuto un percorso facile. Sebbene l'Associazione tra i familiari delle vittime sia stata costituita poche settimane dopo l'evento, il 17 marzo 1985 – anche grazie alla collaborazione dell'Associazione dei familiari delle vittime della strage di Bologna e del suo presidente di allora, Torquato Secci – il sostegno delle istituzioni non è stato sempre all'altezza delle aspettative.

La prima commemorazione si tenne nella sede del Consiglio comunale di Napoli, al Maschio Angioino, il 18 dicembre 1985. All'Associazione fu promessa una sede, che tuttavia arriverà solo venti anni dopo.

Per i superstiti si apre il drammatico dilemma tra il dimenticare, il rimuovere una esperienza così dolorosa, e il coltivare la memoria. Alcuni di loro trovano nell'Associazione "una seconda famiglia" [24].

Il secondo anniversario vede la realizzazione di una mostra fotografica, allestita nella stazione di Napoli per circa un mese, e un'altra mostra, più grande, viene realizzata per il ventennale, nel 2004. Quest'ultimo anniversario è particolarmente importante per rilanciare la memoria della strage. In quella occasione, oltre alla commemorazione ufficiale, si svolgono un incontro tra i familiari delle vittime e il sindaco di Napoli, Rosa Russo Jervolino, e un reading del giornalista e scrittore Daniele Biacchessi [25].

Anche in queste iniziative, la strage del 904 viene collegata alle altre stragi che hanno insanguinato il Paese a partire dal 1969. Non a caso, l'Associazione dei familiari partecipa alle commemorazioni della strage dell'Italicus e di quella di Bologna, ed è parte attiva della rete che le varie associazioni, gli archivi e le altre strutture che si occupano della storia e della memoria di quei fatti tragici hanno costituito negli ultimi anni.

Importante anche la commemorazione svoltasi in occasione del trentennale, alla quale hanno preso parte anche il sindaco di Napoli Luigi De Magistris e don Luigi Ciotti, presidente dell'Associazione "Libera".

A Ischia, dove la memoria della piccola Federica Taglialatela è molto curata ed esiste anche una fondazione a lei intitolata, un recital degli allievi della scuola media "Giovanni Scotti" ha ricordato la giovanissima scolara che perse la vita quel 23 dicembre.

In genere, in occasione degli anniversari, la strage viene ricordata con una duplice cerimonia: alla stazione di Napoli e poi alla stazione di San Benedetto Val di Sambro.

Dal 2003, nella stazione del capoluogo campano, una targa ricorda le vittime dell'eccidio, ma la sua collocazione poco felice la rende "una traccia 'invisibile'" [26]. Un'altra targa si trova a San Benedetto Val di Sambro.

La stessa memoria collettiva del Paese stenta ad avere coscienza di quanto avvenne quel 23 dicembre.

Dopo lo studio di Roberto Arbitrio per l'Eurispes, solo nel 2006 è stata pubblicata, grazie all'Associazione dei familiari col sostegno della Regione Campania, una prima monografia dedicata alla strage.

Nel 2014 la giornalista Giuliana Covella ha pubblicato un nuovo volume sulla "strage dimenticata", con la prefazione del sindaco De Magistris, le cui presentazioni hanno ravvivato l'attenzione sul 904.

Riguardo ai mass-media, è soprattutto negli ultimi anni che l'attenzione alla vicenda del rapido 904 si è fatta più viva. Nel 2010 il giornalista napoletano Marcello Anselmo realizza un audio-documentario, trasmesso da Radio Tre dal 20 al 24 dicembre di quell'anno. Nel gennaio 2012, per la trasmissione "La storia siamo noi", la Rai manda in onda un documentario sulla strage.

Pochi mesi dopo, una video-intervista a Enza Napoletano realizzata da Eliana Iuorio per Road Tv Italia, torna a dare voce ai superstiti. Del dicembre di quello stesso anno è infine un'altra video-intervista, al presidente dell'Associazione Antonio Celardo, in viaggio verso San Benedetto Val di Sambro per la commemorazione della strage.

Nel dicembre 2015 Rai Storia ha dedicato un nuovo documentario alla vicenda del 904.

Negli stessi giorni Martino Lombezzi, giovane documentarista bolognese, ha ultimato il suo documentario sulla strage, ricco di testimonianze e di molte riprese anche dell'ultimo processo celebrato, quello a Totò Riina.

L'Associazione dei familiari, dal canto suo, continua a promuovere la memoria dell'evento, attraverso attività nelle scuole, iniziative pubbliche e una pagina Facebook costantemente aggiornata.

Attualmente la presidente è Rosaria Manzo. Ha dichiarato uno dei superstiti:  Vedere in carcere chi ha materialmente messo la bomba […] non mi avrebbe dato nessun appagamento. Mi darebbe grande appagamento scoprire la verità sul vero perché è stata organizzata questa strage, sui veri motivi alla base delle varie stragi italiane di quel periodo [27].

È questa, in effetti, la ferita ancora aperta della memoria collettiva del nostro paese.

Fonte

08/12/2020

Italia - Cinquanta anni fa il fallito golpe dell’Immacolata

Nell’Italia delle stragi di Stato, c’è un episodio che merita di essere ricordato e conosciuto. Il fallito golpe di cinquanta anni fa, mentre l’Italia del 1970 era all’inizio di un conflitto di classe impetuoso e le classi dominanti tramavano per fermare ad ogni costo i comunisti e il movimento operaio e studentesco. Intorno al nostro paese, nell’Europa euromediterranea del 1970, c’erano dittature militari apertamente anticomuniste e sostenute dagli Usa come Grecia, Spagna, Portogallo. L’Italia, dal punto di vista del controllo imperialista statunitense, non poteva e non doveva essere l’anello debole della catena, anche a costo di un golpe militare e neofascista.

Il tentato colpo di Stato della notte dell’Immacolata, tra il 7 e l’8 dicembre del 1970, aveva come nome in codice “Tora Tora”, lo stesso dell’operazione militare giapponese su Pearl Harbour nel 1941. Fu definito un golpe da operetta, ma non fu così. L’averlo ridimensionato è servito solo ad assolverne rapidamente i protagonisti e a scarcerarli. Ma servi anche a mettere al riparo gli ispiratori – negli apparati politici e dello Stato – che avevano dato semaforo verde al golpe. Se le squadre dei golpisti riuscirono ad entrare al Viminale senza incontrare resistenza, è evidente che avevano potuto godere di un via libera dall’alto.

Uno dei partecipanti al tentato golpe, Adriano Monti, nome in codice Siegfrid, in una recentissima intervista a Il Giornale, rivela alcuni dettagli interessanti.

Monti era un giovanissimo ex SS, arruolato però subito dopo la guerra dagli Stati Uniti nella rete Gehlen in funzione antisovietica, una rete di spionaggio guidata appunto dall’ex criminale nazista Gehlen, anche lui arruolato dagli Usa.

Questo suo arruolamento negli apparati statunitensi, gli consegnò il ruolo di uomo di contatto tra le organizzazioni neofasciste e gli ambienti dell’amministrazione Nixon, in particolare con lo staff di Henry Kissinger. Il via libera al colpo di Stato dell’8 dicembre 1970, venne dato da un altro ex ufficiale nazista, Otto Skorzeny (quello che liberò Mussolini detenuto sul Gran Sasso), il quale, rivela Monti “mi comunicò che gli Stati Uniti erano favorevoli al golpe, ma solo a una condizione: che il capo del nuovo governo fosse Giulio Andreotti”.

Precisa inoltre che: “l’indicazione che arrivava dagli Stati Uniti era che Andreotti diventasse il garante democratico del nuovo corso, perché il governo, anche se militare, avrebbe dovuto indire le elezioni, in un nuovo clima, entro due anni” – ovviamente senza possibilità per il Pci di partecipare. Al massimo, dice Monti, si poteva arrivare al Partito Socialista.

L’ex golpista e uomo degli amerikani, conferma che il golpe fu fermato da una telefonata mentre tutte le pedine si erano mosse (dalla Guardia Forestale ai Carabinieri, tenendone fuori il generale perché, come noto, non proveniva dall’Arma). Secondo Monti a bloccare tutto, prima di mezzanotte, furono i due uomini che facevano da tramite fra il Comandante Junio Valerio Borghese e i servizi segreti statunitensi cioè il generale Vito Miceli, capo del Sid (servizio segreto dell’Esercito), e l’Ammiraglio Gino Birindelli, comandante delle truppe Nato nel Mediterraneo, con base a Napoli. La tesi esposta da Monti è che a chiedere di fermare il golpe nel 1970 furono gli israeliani, che non volevano Andreotti a capo del governo che sarebbe nato dal colpo di stato. Altre fonti, affermano che gli apparati di intelligence statunitensi consigliarono all’amministrazione Usa di fermare tutto perchè non erano sicuri che il golpe sarebbe riuscito e che la reazione avrebbe rafforzato i comunisti.

La Commissione parlamentare di inchiesta sulle stragi, indica i gruppi che avrebbero dovuto prendere parte al colpo di stato e la loro collocazione nelle ore cruciali del tentato golpe. Le formazioni erano le seguenti:

- Alcuni gruppi regionali del Fronte Nazionale di Junio Valerio Borghese che si concentrano in un cantiere del costruttore Orlandini a Montesacro.

- Un centinaio di squadristi di Avanguardia Nazionale che si concentrano nella loro sede nel centro storico di Roma in via Arco della Ciambella.

- Un gruppetto di fascisti aderenti al Fronte Delta.

- Centinaia di ex paracadutisti aderenti all’Associazione Nazionale Paracadutisti d’Italia che, insieme ai fascisti di Europa Civiltà, si concentrano nella palestra dell’Associazione in piazza Santa Croce in Gerusalemme e coordinati dal caporione fascista Sandro Saccucci (che ucciderà il compagno De Rosa a Sezze nel 1976).

- Altri due gruppi di Avanguardia Nazionale concentrati vicino al Viminale.

- Infine un’autocolonna di quattordici autocarri della Scuola Allievi Guardie Forestali di Cittaducale, comandata dal maggiore Luciano Berti (proveniente dalla Milizia Forestale, ex-combattente della RSI) e forte di 197 allievi armati e muniti di un lanciafiamme.

La Commissione nel rapporto approvato nel 2001, così ricostruisce l’unico episodio “bellico” del golpe, cioè l’invasione dell’armeria del Ministero degli Interni e il trafugamento delle armi che poi furono riposte nelle rastrelliere dopo il contrordine:

“Due gruppi scelti di fascisti di Avanguardia Nazionale (“Quadraro” e “Rieti”) erano appostati vicino al Viminale. Questi ultimi penetrerebbero, grazie al capitano di pubblica sicurezza Enzo Capanna (l’iniziale coinvolgimento anche del questore Umberto Federico D’Amato fatto in un appunto SID del 2 aprile 1971 verrà omesso nel rapporto Maletti del 1974) nell’armeria del Reparto Autonomo di pubblica sicurezza del Ministero dell’interno (Palazzo del Viminale). Qui, dopo aver caricato 200 mitra su un camion per distribuirli ai congiurati, si predisporrebbero ad occupare la centrale radiotelefonica del Ministero. In ora imprecisata, forse poco prima delle 24, Borghese impartisce il contrordine. Orlandini racconterà di essersi precipitato furibondo in via Sant’Angela Merici chiedendo spiegazioni e intimando a Borghese di spararsi alla testa. Il comandante gli avrebbe risposto di aver ricevuto ordini superiori. Le armi del Viminale sarebbero state scaricate dal camion e ricollocate nelle rastrelliere, tranne una che sarebbe stata trattenuta per ricordo e in seguito (secondo accertamenti giudiziari) sostituita da altra con numero di matricola contraffatto”.

Il protagonista più noto del Golpe dell’Immacolata fu il criminale di guerra, aristocratico e fascista, Junio Valerio Borghese che era stato salvato dagli apparati statali della Repubblica e ampiamente riutilizzato nella “guerra dei cinquanta anni” in funziona anticomunista.

Junio Valerio Borghese, il principe nero della Repubblica di Salò ed ex comandante del reparto militare fascista X Mas, usufruì dell’amnistia concessa da Togliatti. Fu tra i fondatori e divenne Presidente onorario del MSI sostenendo Giorgio Almirante nella scalata alla segreteria.

Successivamente ruppe con il MSI e fondò il Fronte Nazionale, cioè l’organizzazione fascista che nella notte tra il 7 e l’8 dicembre 1970 tentò un vero e proprio colpo di stato militare con la complicità di settori delle forze armate, dei carabinieri e della guardia forestale e che venne fermato all’ultimo momento da un contrordine dell’amministrazione USA.

Nel 1973 Borghese scappò nella Spagna franchista, dove morì nell’agosto del 1974 dopo essere stato nel Cile del colpo di stato ed aver incontrato il generale golpista Pinochet insieme ad un altro neofascista Stefano Delle Chiaie, dirigente di un’altra organizzazione storica della destra: Avanguardia Nazionale.

L’inchiesta sul golpe fu affidata ad un magistrato “di fiducia” strettamente legato ad Andreotti cioè il pubblico ministero Claudio Vitalone, il quale fece i primi arresti: il 18 marzo 1970 furono arrestati Sandro Saccucci, Mario Rosa e Remo Orlandini. Il 19 marzo fu spiccato un mandato di arresto nei confronti di Junio Valerio Borghese, ma il “principe nero” si era già reso latitante in un paese “amico” cioè la Spagna della dittatura di Francisco Franco.

Arrivati al processo, il 25 febbraio 1972 Orlandini, Saccucci e gli altri imputati furono scarcerati. Il primo dicembre 1973 anche le accuse a Borghese vennero archiaviate e sarebbe potuto tornare libero in Italia, ma non risulta ufficialmente che lo abbia fatto e, come abbiamo visto, risulta morto in Spagna nel 1974. Tutta l’accusa crollò: la notte dell’Immacolata del 1970 secondo la Procura di Roma non era accaduto nulla.

Ma nel 1974 altri elementi si aggiunsero a quelli già conosciuti alla traiettoria giudiziaria sul tentato golpe del 1970. In particolare un dossier del capo del Sid (il gen, Gianadelio Maletti) che lo stesso Andreotti (diventato Ministro della Difesa) consegnò alla Procura di Roma.

Il dossier fece riaprire le indagini il 10 ottobre 1974, quando vennero spiccati ventitré ordini di arresto, coinvolgendo ancora le persone già coinvolte nel tentato golpe più l’ex capo del Sid Miceli e Adriano Monti, cioè l’uomo della rete Gehlen e agente di contatto con gli Stati Uniti. Quest’ultimo negò sempre le accuse, fu scarcerato l’anno successivo per motivi di salute ma riuscì a fuggire all’estero dove rimase per dieci anni. Il 5 novembre 1975 venivano rinviate a giudizio 78 persone tra fascisti e uomini degli apparati dello Stato. Il processo iniziò il 30 maggio 1977 presso l’aula bunker del Foro Italico.

Gli imputati dovettero rispondere dei crimini di insurrezione armata, cospirazione politica mediante associazione, tentativo di sequestro di persona, furto, detenzione e porto abusivo di armi ed esplosivi.

Il processo si concluse il 29 novembre 1984 quando la Corte d’Assise assolse con formula piena gli imputati di cospirazione parlando del tentativo di golpe come un “conciliabolo” di vecchi nostalgici fascisti. La Cassazione confermò tutto il 24 marzo 1986 mettendoci una lapide sopra.

Lo abbiamo scritto e affermato con forza in tutti questi anni. Su quanto accaduto nella storia recente del nostro paese, le aule di tribunale ci potranno al massimo restituire una verità giudiziaria molto parziale e molto discutibile. Gli anni successivi al tentato golpe dell’Immacolata – il Golpe Borghese – la guerra di bassa intensità contro i comunisti e il movimento operaio è continuata con altrettanta ferocia con le stragi di Stato di Brescia, Italicus, Bologna, Treno 204, con i morti nelle piazze e la repressione. Solo quattro giorni dopo il tentato golpe dell’Immacolata, a Milano i carabinieri uccidevano in piazza il compagno Saverio Saltarelli nella manifestazione per il primo anniversario della strage di Piazza Fontana.

È per questo che sul piano della verità storica e della verità politica non si possono fare e non intendiamo fare sconti.

Fonti:

- Commissione parlamentare d’inchiesta sulle stragi. Da pag.105 a ci sono i capitoli dedicati al Golpe dell’Immacolata

- Piazza Fontana, Una strage lunga cinquanta anni, 2019 edizioni Contropiano

- Il Giornale. Intervista a Adriano Monti

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10/06/2020

La straordinaria indulgenza delle autorità verso “gli uomini neri”

Dopo sette mesi di carcere è stato messo agli arresti domiciliari. La notizia non è di quelle che fanno clamore nelle cronache, eppure il protagonista, tal Pasquale Nucera, è forse l’esempio più indicativo di cosa intendiamo quando parliamo della “rete degli uomini neri”.

Pasquale Nucera ha 65 anni, è diventato il referente di Forza Nuova nel Ponente della Liguria. È un ex legionario (“ex capitano della Legione Straniera” dice di se stesso) ed è stato indagato e arrestato a dicembre del 2019 per detenzione illegale di armi comuni da sparo.

Nucera lunedì scorso è stato messo agli arresti domiciliari nella sua casa in Liguria, dopo essere finito dentro a novembre nell’ambito dell’indagine “Ombre Nere”, condotta dalla Procura Distrettuale di Caltanissetta, relativa a un gruppo di persone appartenenti a una rete eversiva di estrema destra, diffusa in numerose province italiane grazie a una rete di contatti via web.

In Liguria, una delle cellule dell’organizzazione è stata identificata e disarticolata. Nella perquisizione compiuta nell’abitazione di Nucera, a Dolceacqua (Imperia) a fine novembre del 2019, erano state trovate, oltre a numerose armi bianche e a materiale propagandistico di estrema destra, due fucili ad aria compressa (di cui uno non denunciato), un fucile Flobert, varie repliche ad aria compressa di pistole e un ’silenziatore’ nonché numerose munizioni.

Nucera risultava inoltre aver nascosto in un’altra abitazione, ma in Francia – a Tenda, in Avenue de France – un vero e proprio arsenale di armi da fuoco (nove fucili e cinque pistole) sequestrate dalla polizia francese.

“Sono un ufficiale, congedato capitano della Legione straniera”. Così descriveva se stesso Pasquale Nucera, negli interrogatori fiume che lo avevano reso prima ‘ndranghetista di Montebello Ionico (Reggio Calabria) e poi ex collaboratore di giustizia, con una storia che attraversa gli anni neri delle Stragi e del progetto delle Leghe del Sud, con missioni da mercenario in Africa e nei Balcani.

È indicativo che l’indagine su questa “rete di uomini neri” sia partita dalla procura di Caltanissetta, in Sicilia, per poi estendersi al Nord.

L’inchiesta, durata due anni, era partita dal monitoraggio di un militante neofascista della provincia di Enna autore di un aggressione. Seguendo i suoi contatti, gli inquirenti sono risaliti a una rete più estesa, persone residenti in Lombardia, Veneto, Toscana e Piemonte tenute insieme da «fanatismo ideologico» e intenzionate a «costituire un movimento d’ispirazione apertamente filonazista, xenofoba e antisemita denominato ‘Partito nazionalsocialista italiano dei lavoratori’». Con tanto di dichiarazione programmatica: 25 pagine di delirio neonazista e suprematista.

Nell’operazione Ombre Nere che lo portò all’arresto alla fine del novembre scorso, Nucera veniva definito come il reclutatore di mercenari e uomini per fare il “lavoro sporco” dove serviva, all’estero ma anche in Italia.

Secondo i magistrati di Caltanissetta, Nucera si proponeva come addestratore per formare ‘milizie’ di chiara matrice filonazista, xenofoba e antisemita e magari anche per provocazioni spicciole. “Lanciamo una molotov contro l’Anpi, la facciamo tirare da un marocchino, così depistiamo”, diceva al telefono senza sapere di essere intercettato dagli investigatori.

Sul suo profilo social si faceva chiamare Yavres Leon e tra foto in mimetica, svastiche e inni al fascismo e Mussolini, sbandierava gli scatti con Roberto Fiore, leader di Forza Nuova.

Per età e curriculum Pasquale Nucera è una sorta di caso da studio per comprendere e conoscere che cosa sia stata – e forse e tuttora – la rete degli uomini neri che ha agito nel nostro paese.

Adesso andrà ai domiciliari. C’è da sperare che non faccia come un altro boss fascista con caratteristiche analoghe, Emanuele Macchi di Cellere. Beccato con una enorme partita di cocaina da Santo Domingo, era finito poco dopo agli arresti domiciliari a Ostia (di chiunque altro avrebbero buttato le chiavi della cella, ndr) dai quali fuggì piuttosto facilmente. Venne ribeccato in Francia.

Ma su casi di “lassismo giudiziario” come questi non sentiremo mai starnazzare Salvini o la Meloni.

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30/05/2020

Germania - Neonazisti nei corpi speciali della Bundeswehr

In Germania ha destato parecchio scalpore l’arresto, avvenuto il 13 maggio scorso, di un sottufficiale dei KSK (Kommando Spezialkräfte ossia i corpi speciali delle forze armate tedesche), che nella propria abitazione in Sassonia nascondeva armi, munizioni ed esplosivi.

In parte, i proiettili sono risultati sottratti all’arsenale del KSK, il cui comando ha sede a Calw in Baden-Wuerttemberg. Inoltre, nell’abitazione del sottufficiale, su cui il Servizio di controspionaggio militare indagava da tempo per sospetto estremismo di destra, la polizia ha sequestrato oggetti e materiali ispirati al nazismo.

Ma l’arresto di un militare dei corpi speciali della Bundeswehr non è stato una sorpresa. Da tempo, infatti, i commandos delle forze speciali sono noti per avere nei propri ranghi estremisti di destra e sono venuti fuori in più occasioni i legami tra i gruppi di destra e settori dell’esercito, della polizia e degli stessi servizi segreti.

Un altro caso era venuto fuori solo due anni fa. Secondo il settimanale Der Spiegel, un esponente neonazista, noto agli ambienti militari con il nome in codice “Hannibal”, era finito sotto accusa. Il soggetto era molto attivo nel settore del volontariato e avrebbe costituito diverse associazioni tese ad aiutare i reduci di guerra a reinserirsi nella società tedesca. Ma secondo l’inchiesta del Der Spiegel, si trattava di ben altro. “Hannibal” avrebbe infatti dato vita a una “formazione neonazista”, composta da ex membri delle Spezialkräfte e mirante a “eliminare i nemici della nazione”.

Come abbiamo documentato sul nostro giornale, un’indagine interna dell’esercito tedesco rivela che sono almeno 500 i casi simili nella Bundeswehr, dove sempre più militari inneggiano, con foto, messaggi e bandiere con le svastiche appese nelle loro stanze.

A febbraio di quest’anno, a Francoforte, cinque poliziotti sono stati sospesi con l’accusa di appartenere a un network neonazista. Avevano minacciato via fax di uccidere, anzi di macellare, la figlia di due anni dell’avvocatessa turca Seda Basay-Yildiz. Il messaggio anonimo riportava una firma “Nsu 2.0”.

Otto anni fa ci fu il clamoroso caso della copertura da parte dei servizi segreti tedeschi verso le attività criminose di un gruppo neonazista, del quale abbiamo ampiamente parlato e documentato sul nostro giornale.

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14/01/2020

I colonnelli greci e la strategia del terrore in Italia

Nelle manifestazioni che hanno ricordato il recente cinquantennale della strage di Piazza Fontana non sono mancati i riferimenti alle ingerenze straniere nella politica italiana e al ruolo che giocarono diversi paesi nella cosiddetta “strategia della tensione”, primi tra tutti gli USA. Un libro uscito recentemente, a firma di Dimitri Deliolanes, giornalista della televisione pubblica greca che segue da molti anni la politica del nostro paese centra l’attenzione, invece, sull’influenza che ebbe in Italia il regime dei colonnelli greci (Colonnelli. Il regime militare greco e la strategia del terrore in Italia, Fandango edizioni, 2019, pag. 442, €22).

Il libro si apre con la ricostruzione dei fatti che portarono al colpo di stato militare del 21 aprile 1967, da cui già emergono delle analogie impressionanti tra ciò che si attuò in Grecia e quanto avvenne in seguito in Italia; vale a dire una serie di attentati e di provocazioni che fecero gridare alla minaccia del comunismo sul paese tale da giustificare una soluzione di forza per ristabilire l’ordine.

Ciò che riuscì in Grecia non ebbe successo fortunatamente in Italia, tuttavia è nella storia del nostro paese, tra la fine degli anni sessanta e i primi anni settanta, una serie di tentativi non solo di destabilizzazione istituzionale ma anche di veri e propri colpi di stato progettati e non attuati oppure falliti.

Un dato di novità politica che rese invece unico il regime militare greco fu che la dittatura dei colonnelli costituì la prima (e fortunatamente unica) instaurazione di un regime fascista in Europa dopo la seconda guerra mondiale, essendo il potere nero in Spagna e Portogallo instauratosi prima della guerra.

Il fatto che una democrazia postbellica potesse essere rovesciata stimolò sicuramente fantasie autoritarie anche sull’Italia, nell’idea che si potesse realizzare un Mediterraneo fascistizzato che andasse dalla Grecia alla Spagna attraverso l’Italia, giungendo sino alle coste atlantiche portoghesi. Ciò in una situazione internazionale di grande tensione in cui gli USA avrebbero visto probabilmente con favore l’instaurazione di regimi autoritari anticomunisti.

Deliolanes documenta come in poco tempo Atene divenne la “capitale dei fascisti” in cui si riunivano estremisti di tutta Europa e da cui partivano aiuti ai gruppi di estrema destra e provocazioni antidemocratiche. In Grecia si tennero più volte campi d’addestramento militare per giovani italiani appartenenti ai diversi gruppi fascisti come Avanguardia Nazionale, Ordine Nuovo, La Fenice ma anche il FUAN, l’organizzazione universitaria del MSI.

Peraltro la Grecia era già dagli anni cinquanta la base e il centro di addestramento della Cia per le operazioni di provocazione oltrecortina. A livelli più alti, strategici, molti esponenti fascisti andarono a “scoprire” le qualità del regime greco, primo tra tutti Pino Rauti, fondatore di Ordine Nuovo e in seguito segretario del MSI, ma anche Stefano Delle Chiaie e Franco Freda, in seguito indicato, come è noto, quale organizzatore della strage di Piazza Fontana.

Interessante anche scoprire che esistettero contatti finanziari tra l’Italia e la dittatura greca, gestiti attraverso la Banca Privata Finanziaria di Michele Sindona, che già aveva elargito finanziamenti al piano “Solo” del golpista italiano De Lorenzo.

I fascisti italiani contraccambiarono i favori e i soldi ricevuti dalla Grecia con la collaborazione alla intimidazione e alla repressione degli antifascisti ellenici rifugiati in Italia e soprattutto ai giovani delle organizzazioni studentesche. Furono numerose le aggressioni a singoli militanti e a riunioni di studenti realizzate in combutta da agenti greci e fascisti italiani, i quali inoltre raccoglievano informazioni sulle attività dei giovani democratici.

In questo contesto un ruolo che appare importante fu giocato da Kostantinos Plevris, cresciuto nell’estrema destra greca post bellica, squadrista ma anche di buona cultura, che parlava italiano e che s’integrò perfettamente nel regime dei colonnelli. Plevris ebbe numerosi contatti con l’Italia e una sua presenza nel nostro paese è stata da lui stesso dichiarata nel mese immediatamente precedente la strage di Piazza Fontana.

La presenza di Plevris in Italia ebbe un seguito giudiziario abbastanza interessante, poiché l’esponente greco fu accusato dal quotidiano socialista L’Avanti di essere un torturatore, agente dei servizi segreti, protagonista del colpo di stato e ideatore della strategia della tensione in Italia oltre che gratificarlo dei termini di “probabile assassino” e “losco figuro”. Plevris intentò una causa al giornale socialista che fu condannato dal tribunale a un’ammenda per avere usato epiteti ingiuriosi contro di lui, ma non per la sostanza del contendere, vale a dire i legami con il regime greco e con il terrorismo fascista italiano.

La linea dei contatti greci con il terrorismo fascista italiano continuò anche dopo la strage di Piazza Fontana, arrivando sino alla preparazione dell’attentato all’Italicus, nell’agosto 1974 (i colonnelli avevano ceduto il potere pochi giorni prima). In questo caso, tra l’altro, Deliolanes indica la forte presenza di indizi di contatti tra Atene e il SID italiano, in particolare attraverso l’opera d’infiltrazione e provocazione di due donne italogreche in ambienti di sinistra sia italiani che di esuli. Una di queste due fu sorpresa a parlare da un telefono pubblico di bombe sui treni e di “passaporti pronti”, ma il SID impose il segreto militare sulle indagini a suo carico e quindi l’episodio rimase non chiarito.

Resta ancora qualcosa da dire sulle relazioni politiche e militari che il regime dei colonnelli ebbe con il resto d’Europa e con gli USA. Al tempo, non esisteva ancora l’Unione Europea, ma c’era il Consiglio d’Europa. Il carattere fascista del regime e l’uso sistematico della tortura contro gli oppositori avevano creato un clima ostile per la Grecia all’interno del Consiglio d’Europa. L’Italia, attraverso il ministro degli esteri, il socialista Pietro Nenni, aveva più volte posto la questione della permanenza della Grecia nel Consiglio d’Europa.

Alla seduta decisiva del Consiglio circa la permanenza della Grecia, tenuta proprio il 12 dicembre 1969, a Parigi, il ministro degli Esteri non era più Nenni, bensì Aldo Moro, a causa della scissione socialista che aveva creato una crisi di governo. Sembra che fu proprio Moro a suggerire alla delegazione greca di ritirarsi spontaneamente dal Consiglio d’Europa per evitare una votazione lacerante (alcuni paesi, su pressione americana, resistevano all’idea della cacciata della Grecia).

Tuttavia, la Grecia non fu mai esclusa dalla NATO, che continuò e mantenerla all’interno dell’alleanza. La posizione strategica della Grecia era troppo importante per gli USA e per i suoi alleati e comunque la NATO era una coalizione anticomunista, non antifascista.

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14/11/2019

Arrestati in Toscana neofascisti con un arsenale di guerra. Non sono i primi

È stato trovato un vero e proprio arsenale da guerra a disposizione di un gruppo di neofascisti insediato tra Siena, Poggibonsi e Sovicille. Secondo gli inquirenti a coordinare questa cellula nera è Andrea Chesi, 60 anni (dunque uno della “vecchia guardia”), dipendente del Monte dei Paschi di Siena, la cui casa a Sovicille è stata perquisita rivelando un vero e proprio arsenale da guerra. Non la solita paccottiglia di spranghe, mazze da baseball e gagliardetti nazifascista.

Il salto di qualità c’è ed è rilevante, anche se al momento non sembra aver impressionato come dovuto i mass media, la politica, evidentemente “istruita” a sottovalutare sistematicamente la minaccia fascista. Anche quando si mette sul piano militare.

Insieme ad Andrea Chesi, è stato arrestato anche il figlio di 22 anni, Yuri. Secondo gli inquirenti Chesi si sarebbe dato da fare per reclutare anche altri colleghi di banca, e il numero delle persone coinvolte nelle indagini potrebbe essere ben superiore alle 12 messi fino ad oggi nel registro degli indagati.

Fra gli inquisiti ci sono Ercolano Cardinali, Marco Alessandro De Caprio, Alessandro Meniconi, Stefano Landozzi, Stefano Mori, Renato Vanzi, Claudio Stanghellini, Alessandro Antonelli e Giorgio Bartoli.

Ma quali erano gli obiettivi di questa cellula nera? In una conversazione intercettata dagli inquirenti Andrea Chesi invocava la necessità di ricostituire una “guardia nazionale repubblicana”, in grado di garantire la sicurezza “armi alla mano” per fare “giustizia sommaria”, senza bisogno di chiamare le forze dell’ordine.

Per risolvere le questioni politiche italiane, in un’altra intercettazione effettuata ad ottobre affermava che “bisogna sparare”, “se c’è da andare a sparare noi s’ha tutti l’armi e tante”.

Delle due l’una. O sono ormai caduti tutti i freni inibitori, visto che il fascioleghismo salviniano ha scoperchiato il vaso di Pandora, legittimando qualsiasi follia; oppure nelle reti del neofascismo italiano sta maturando un salto di qualità assai preoccupante, ma di cui non abbiamo mai trovato traccia nel capitolo “Minacce eversive” delle relazioni annuali dei servizi segreti al Parlamento.

In quel rapporto, che descrive di cosa si sta preoccupando il tenebroso mondo dei “servizi”, ai fascisti viene sempre dedicata una generica paginetta – talvolta anche mezza – rispetto alle dieci/dodici dedicate ai gruppi della sinistra e, come una ossessione, agli “anarchici”.

Ma il fatto che la cellula nera fosse in Toscana qualche campanello d’allarme dovrebbe farlo suonare.

Nella mappa dei gruppi neofascisti in Toscana, fatta dal Corriere della Sera due anni fa, Siena e la sua provincia ad esempio non erano neanche contemplati. E neanche un’altra città toscana con un “cuore nero” mai rimosso: Arezzo.

«È vasta, la Galassia nera della Toscana. A volte, si ha l’impressione dal web che sia esplosiva, con commenti in cui si nota un passaggio all’indietro: da “fascisti del terzo millennio” a fascismo agée. (…) Ma dopo alcuni exploit elettorali, che gli hanno dato rappresentanza istituzionale, la “Galassia nera” non è solo una presenza», scriveva l’inchiesta del Corriere nel 2017.

Da Lucca, consolidato “cuore nero” della Toscana, viene ad esempio Andrea Palmieri, il “foreign fighters” neofascista andato a combattere nel 2015 nel Donbass.

Ed aveva una casa in Toscana, a Massa, anche il neofascista Fabio Del Bergiolo, anche lui coetaneo del “bancario armato”, arrestato per il possesso di un missile terra-aria Matra proveniente proprio dall’Ucraina. Nella sua abitazione insieme a una foto del Duce devotamente incorniciata, c’erano 34 dvd su “Hitler e il terzo Reich”, 13 videocassette sul “crollo del mito” dell’Urss e sul “Trionfo della Volontà”. La sua casa è una villetta immersa fra i boschi di Antona, una frazione di Massa. La polizia vi è arrivato nel corso di un’ondata di perquisizioni che ha interessato anche abitazioni e depositi di materiale militare a Peschiera Borromeo (Milano), Sesto Calende (Varese) e Castelletto Ticino (Novara).

Tutti questi “dettagli” saranno oggetto delle attenzioni dei servizi di sicurezza nella loro prossima relazione al Parlamento sulle “minacce eversive” o verranno minimizzate come al solito? Leggeremo ancora dieci pagine sugli anarchici e mezza paginetta sui gruppi neofascisti?

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Cosa sapete, cosa ricordate della Strage di Piazza Fontana?

Tra poco meno di un mese saranno cinquanta anni dalla Strage di Stato in Piazza Fontana. Un 12 dicembre del 1969 a Milano che, come abbiamo detto molte volte, per almeno due generazioni non sarà mai una data come le altre sul calendario.

Quel giorno cambiarono molte cose, le coscienze fecero uno scatto in avanti, divenne di massa la consapevolezza che lo Stato aveva dichiarato guerra a chi voleva cambiare il paese. La “grande paura” della borghesia verso il clima rivoluzionario internazionale, i movimenti studenteschi e l’Autunno Caldo operaio era palpabile, e la rese isterica e pericolosa, fino ad evocare il lavoro sporco del “Deep State”.

Ma con il passare degli anni questa visione della storia è stata combattuta dagli apparati ideologici dello Stato, è stata rimossa, è stata manipolata fino a confondere totalmente le nuove generazioni. Una confusione voluta ma con un messaggio chiaro: “non provateci più!”

In questi giorni esce il libro “Piazza Fontana, Una strage lunga cinquanta anni”. I compagni della Rete dei Comunisti e della rete Noi Restiamo hanno voluto ripubblicare il materiale prodotto dieci anni fa dalla redazione di Contropiano e dalla libreria Quarto Stato di Aversa in occasione del quarantennale.

I contenuti del libro riguardano la storia della “guerra non dichiarata” dello Stato e della borghesia italiana – insieme ai servizi militari Usa e ai fascisti – contro il movimento operaio, il Pci, i comunisti, la sinistra rivoluzionaria.

Viene ricostruito il passaggio “dalla guerra fredda alla guerra sul fronte interno” che ha segnato la storia recente del paese, ma che continua visibilmente ad alimentare tutt’oggi una logica vendicativa contro i perseguitati e i prigionieri politici della sinistra in Italia.

C’è poi un capitolo sulla “storia rovesciata” e le vicissitudini nelle organizzazioni neofasciste, quella fase che Pasolini nel suo scritto sulle stragi intravede come il passaggio dalla “fase fascista a quella antifascista della stagione delle stragi”. Il famoso editoriale di Pierpaolo Pasolini è tra i documenti inseriti nel libro, insieme ad un scritto politico e profetico di Giangiacomo Feltrinelli e ad un intervento di Roberto Mander, il più giovane anarchico coinvolto nell’inchiesta sulla strage di piazza Fontana durante la montatura politico/giudiziaria che portò all’arresto di Pietro Valpresa, Roberto Gargamelli ed altri compagni anarchici e all’uccisione del compagno Pino Pinelli nella Questura di Milano.

Ci sono poi le audizioni del giudice Salvini (non confondetelo con quello del Papeete per favore) davanti alla Commissione Parlamentare di inchiesta sulle stragi. E su questo c’è una “chicca” che nella pubblicazione di dieci anni fa non compariva: i nomi. Si tratta dei nomi che il giudice Salvini consegnò alla Commissione Parlamentare ma che furono secretati. Ed è qui che vengono fuori i nomi dei due “amerikani” dei servizi militari Usa (non della Cia) che dalla base Nato di Verona organizzarono la rete che portò la strage di Piazza Fontana.

Il libro contesta poi una tesi assai diffusa ma depistante come quella del “doppio Stato”. Nella guerra di bassa intensità scatenata il 12 dicembre del 1969 non c’erano uno Stato costituzionale e uno Stato deviato. C’era la ragion di Stato e le sue priorità nello scontro politico e di classe, internazionale e sul fronte interno. A questa fu piegato tutto: le leggi, le regole, l’etica ed anche i riottosi nella DC al governo.

Infine c’è la descrizione della impressionante reazione con cui la sinistra rivoluzionaria rispose alla Strage di Stato, dalla nascita della controinformazione alle mobilitazioni di piazza.

Quel materiale è stato arricchito nel libro da quattro nuovi capitoli sui fascisti d'oggi e i loro legami attuali con gli apparati dello Stato. Ne è venuta fuori una sorta di inchiesta sulla funzione e le reti neofasciste in Italia anche nel XXI Secolo. Funzione e collegamenti che, stranamente, ricevono scarsissima attenzione nelle indulgenti relazioni annuali dei servizi segreti. Al contrario, di fronte alla mezza paginetta riservata ai fascisti, ce ne sono il decuplo riservate ai gruppi della sinistra e agli anarchici. Un po’ come ai tempi della strage di Piazza Fontana.

Il libro è stato concepito per parlare non agli storici o ai vecchi militanti, ma a quelli più giovani, ossia l’oggetto di una brutale rimozione storica e ideologica da parte degli apparati ideologici dello Stato. Una rimozione talmente pesante da aver invece rialimentato curiosità e interesse tra chi si affaccia da poco nella lotta politica.

Da qui la domanda rivolta a tutte e a tutti? Che cosa sapete e che cosa ricordate della Strage di Stato in piazza Fontana il 12 dicembre del 1969? Misurarsi con uno spartiacque nella storia recente del nostro paese diventa urgente e necessario.

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10/09/2019

Neofascismo: Morto Stefano Delle Chiaie, punto di contatto tra destra golpista, stato e padronato

Il terrorista neofascista Stefano “Er Caccola” Delle Chiaie, 82 anni, accusato di concorso in strage nell’attentato di Bologna e coinvolto anche nelle inchieste sulla strage di piazza Fontana a Milano, fondatore di Avanguardia Nazionale, è morto all’ospedale Vannini di Roma.

Delle Chiaie è uno dei personaggi chiave dell’intreccio tra neofascisti, pezzi dello Stato, industriali e altri centri di potere, nazionali ma non solo, che furono responsabili dei decenni delle bombe di Stato, tra fine anni Sessanta e la metà degli anni Ottanta, oltre che uno dei bracci armati del tentato golpe Borghese del 1970: la notte del 7 dicembre 1970, sarebbe stato proprio Delle Chiaie a comandare l’unità composta da neofascisti di Avanguardia Nazionale penetrata nel Ministero dell’Interno.

Fuoriuscito dall’Italia a fine 1970, Delle Chiaie andò prima in Spagna e poi in Sud America. In Bolivia partecipò nel 1980 al cosiddetto “Golpe della cocaina”, portando al potere il dittatore Luis Garcia Meza Tejada, con l’aiuto di neonazisti di vari paesi (tra loro anche il criminale di guerra Klaus Barbie, il “boia di Lione”) e di vari gruppi paramilitari, più o meno narcotrafficanti.

In Sud America Delle Chiaie per 17 anni ha vissuto – piuttosto comodamente – da latitante, fino al 1987, quando si consegnò alla polizia italiana a Caracas, dove viveva con il suo nome e grazie – furono le sue parole – “a un sussidio in qualità di informatore dei Servizi Segreti”.

Scagionato dai processi italiani in base alla formula... dell’insufficienza di prove, a partire da inizio anni Novanta Delle Chiaie è tornato sulla scena della destra neofascista, tra agenzie di stampa – Publicondor – e altre iniziative para-comunicative e para-culturali, tutte più o meno collegate al tentativo di resuscitare la disciolta Avanguardia Nazionale: cosa poi avvenuta negli ultimi anni, con tanto di blog, manifestazioni pubbliche (poche, in verità, come quella di Roma del 25 aprile 2019 fuori dal Tribunale di piazzale Clodio, assieme a Forza Nuova), incontri e “cene comunitarie”, anche a BresciaBrescia.

Da Radio Onda d'UrtoRadio Onda d'Urto

L’intervista a Saverio Ferrari, Osservatorio Democratico Sulle Nuove Destre.

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19/08/2019

Agosto ’74: (quasi) tutto pronto per il golpe bianco

Riprendiamo dalla Bottega del Barbieri una ricostruzione storica del tentato golpe del 1974 vista alla luce delle ultime misure “securitarie” del governo gialloverde.

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Scrivo queste righe – sul tentato golpe dell’agosto 1974 – poche ore dopo l’approvazione del decreto “sicurezza bis” voluto da Lega e M5S. Decreto che, oltre a punire chi soccorre naufraghi, limita fortemente il diritto di manifestazione e di dissenso politico. Non posso quindi fare a meno di far notare, in maniera un po’ pedante, a lettori-lettrici più giovani come il problema del mantenimento degli spazi democratici in Italia sia rimasto immutato negli ultimi cinquanta anni. Restare in silenzio ci rende complici. (GC)

«Negli anni ’70 c’erano persone pronte a sparare contro chi avesse deciso di governare con i comunisti... Oggi la Dc si guarda bene dal dire queste cose perché ha paura. Ma noi prendemmo l’impegno di sparare contro coloro che avessero fatto il governo con i comunisti. Nei partiti di governo allora c’erano anche dei vigliacchi, dei traditori, pronti a governare con i comunisti... Nel maggio 1970 furono fondati i Comitati di Resistenza Democratica il cui obiettivo era impedire con ogni mezzo che il Pci andasse al potere, anche attraverso libere elezioni... Non si poteva sottoporre ad alcuna regola un duello all’ultimo sangue in cui non potevamo accettare regole e limiti di legalità e legittimità, sapendo che avremmo potuto contare sull’appoggio degli Stati Uniti e degli altri Paesi Nato».

Così – nella sua deposizione al pubblico ministero per la strage dell’Italicus, riportata nella sentenza – Edgardo Sogno spiega la funzione del suo gruppo e il ruolo che ebbe nel tentato golpe dell’agosto 1974.

Sogno è una figura centrale nell’eversione fascista degli anni ’70 in Italia. Ex partigiano bianco, monarchico, visceralmente anticomunista, iniziò a preparare una repubblica presidenziale, che avrebbe dovuto sovvertire la Costituzione italiana, già dalla fine degli anni ‘60. Il suo gruppo, con molti elementi che si scoprirà poi essere legati anche alla loggia P2 di Licio Gelli, è uno dei perni dell’eversione antidemocratica e atlantica degli anni più insanguinati della repubblica italiana, quelli delle stragi e dei tentativi di rovesciare i governi democraticamente eletti.

L’Italia degli anni ’70 vede l’irresistibile ascesa elettorale del Partito comunista italiano. Un’anomalia nell’Europa occidentale legata agli Usa e alla Nato, un pericolo geopolitico per l’organizzazione del mondo uscita dagli accordi di Yalta al termine della seconda guerra mondiale, cioè la spartizione in zone d’influenza tra Usa e Urss. Un elettore su tre in Italia vota comunista e in molti Comuni e Regioni il Pci già governa. Il timore che vinca le elezioni disturba le notti degli uomini di Washington e dei loro servili alleati occidentali. Lo ha capito bene il segretario comunista Enrico Berlinguer, che in quegli anni – ragionando sul golpe sanguinoso che ha rovesciato in Cile il governo democraticamente eletto di Salvator Allende – elabora la teoria del compromesso storico, un incontro tra le forze democratiche costituzionali in cui i comunisti italiani, abbandonando le velleità rivoluzionarie bolsceviche, si pongono all’interno della Nato per un governo progressista.

Ma tutto ciò non basta alla fortissima componente di eversione atlantica che si nasconde nei punti chiave delle istituzioni italiane. Già negli anni ’60 il generale dei carabinieri De Lorenzo aveva ideato un golpe, il Piano Solo (“solo” i carabinieri dovevano portarlo a termine) per contrastare l’ingresso nell’area governativa del Partito Socialista italiano voluto dal democristiano Aldo Moro. Il piano prevedeva l’arresto e la deportazione in basi militari di tutti i leader di sinistra. Ma la scoperta del piano e il successivo allontanamento di De Lorenzo dal comando dei carabinieri non era bastato a sopire le velleità reazionarie che si annidano all’interno delle istituzioni repubblicane.

Arrivano le bombe: la strage di piazza Fontana nel ’69, il sabotaggio dei binari a Gioia Tauro nel ’70, la strage di Peteano nel ’72 e quella alla questura di Milano nel ’73. Nel 1974, quando Edgardo Sogno ha disposto già le sue pedine per il golpe “bianco”, sono due le stragi che insanguinano la penisola. Il 28 maggio esplode la bomba che in piazza della Loggia a Brescia uccide otto persone e ne ferisce gravemente un centinaio. Poco dopo, il 4 agosto, una bomba esplode sul treno Italicus all’altezza di San Benedetto Val di Sambro, in provincia di Bologna, provocando dodici morti e centocinque feriti.

È in questo contesto – dove il destino della democrazia italiana sembra appeso a un filo – che Edgardo Sogno dà vita al suo progetto golpista. Un progetto che è sempre stato sminuito nella sua portata reale anche dagli storiografi contemporanei, Sogno uscirà senza conseguenze penali dall’inchiesta gestita dall’allora magistrato Luciano Violante. Ma che il tentativo di golpe ci sia stato lo dicono le carte e lo racconta lo stesso Sogno qualche anno dopo al magistrato, nell’estratto del processo per la strage dell’Italicus con cui abbiamo aperto questo articolo.

Il confuso impianto politico di base sul quale si muove Sogno è quello di una repubblica presidenziale simile a quella che in Francia in quel momento ha come dominus Charles De Gaulle. Sogno prese contatti con diversi generali e preparò un progetto di governo. Nelle sue intenzioni, doveva svolgersi «un’operazione largamente rappresentativa sul piano politico e della massima efficienza sul piano militare.

Lo scopo era spingere il presidente della Repubblica Giovanni Leone a nominare un nuovo governo capace di modificare la Costituzione in senso presidenzialista, con a capo Randolfo Pacciardi, che fu più volte segretario del Partito Repubblicano, ma poi ne venne espulso. Un ruolo importante, come accennato, lo ebbe la massoneria della loggia P2, a cui aderirono oltre a Sogno molti dei personaggi coinvolti in questo tentativo.

Nel 1976 il magistrato Luciano Violante lo accusò di aver pianificato insieme a Randolfo Pacciardi e Luigi Cavallo il cosiddetto golpe bianco «al fine di mutare la Costituzione dello Stato e la forma di governo con mezzi non consentiti dall’ordinamento costituzionale». Sogno finì per un mese e mezzo in carcere con Luigi Cavallo, che secondo Violante era il vero ideatore del “Golpe bianco”. Cavallo era stato a lungo corrispondente dell’Unità, non era un personaggio di secondo piano nel partito comunista.

Alla Conferenza della Pace del 1947 Cavallo accompagnò Palmiro Togliatti in veste di tecnico delle questioni geografiche, economiche, demografiche e linguistiche relative ai confini italo-jugoslavi, in alcuni incontri all’Ambasciata sovietica di Parigi con Molotov, Manuilskij e con il diplomatico moscovita Vidiassov, l’alta dirigenza della politica estera sovietica. Ebbe poi una crisi politica e morale – o almeno così disse – prima degli anni ’50, che lo portò a una critica radicale del mondo comunista e iniziò la sua collaborazione con Pacciardi. Entrambi hanno sempre negato pubblicamente che un “Golpe bianco” sia esistito anche solo come progetto.

L’istruttoria fu alla fine sottratta al suo luogo naturale e trasferita a Roma, costringendo Violante a dichiararsi territorialmente incompetente nel proseguire l’indagine.

Soltanto molti anni dopo Sogno ammetterà che era già pronta anche la lista dei ministri per il governo del dopo-Golpe. Eccola:

Presidente del Consiglio: Randolfo Pacciardi (UDNR, unione democratica per la nuova repubblica, ex PRI)

Sottosegretari alla presidenza del Consiglio: Antonio de Martini (UDNR) e Celso De Stefanis (DC)

Ministro degli Esteri: Manlio Brosio (PLI)

Ministro dell’Interno: Eugenio Reale (ex PCI, poi area PSDI, che però rifiutò di aderire)

Ministro della Difesa: Edgardo Sogno (ex PLI, Comitati di Resistenza Democratica)

Ministro delle Finanze: Ivan Matteo Lombardo (PSI)

Ministro del Tesoro e del Bilancio: Sergio Ricossa (indipendente, economista)

Ministro di Grazia e Giustizia: Giovanni Colli (indipendente, procuratore generale della Cassazione)

Ministro della Pubblica istruzione: Giano Accame (indipendente, ex MSI, giornalista e scrittore)

Ministro dell’Informazione: Mauro Mita (ex PRI, UDNR)

Ministro dell’Industria: Giuseppe Zamberletti (diplomatico, DC)

Ministro del Lavoro: Bartolo Ciccardini (DC)

Ministro della Sanità: Aldo Cucchi (ex PCI)

Ministro della Marina mercantile: Luigi Durand de la Penne (ex DC e PLI, ammiraglio e unico militare della lista)

Il motivo per cui Sogno e Pacciardi decisero di far pressione sul presidente della Repubblica Giovanni Leone va cercato anche nella paura di una parte della borghesia italiana (che non si riconosceva nemmeno nel Movimento Sociale italiano, il partito neofascista erede delle rovine della repubblica di Salò, che non votò la Costituzione italiana nata dalla Resistenza) che i comunisti andassero al governo.

Il segnale che una parte della Dc non era affatto ostile a un’intesa (allora vaga) con il Pci di Berlinguer venne dai movimenti interni alla sinistra di quel partito, più sensibile – almeno a parole – alle lotte nelle fabbriche e per i diritti civili che scuotevano l’Italia di allora, ritenendo che il coinvolgimento del Pci nell’area di governo avrebbe messo un freno alla conflittualità sociale.

Ma la destra che si riconosce nel tentativo di Sogno non è quella classica italiana che rimpiange il fascismo: è una destra eversiva di stampo filo atlantico, con contatti provati con la Cia e con Gladio, che magari non rimpiange il vecchio fascismo ma è disposta a sostenerne uno nuovo adeguato ai tempi: per qualche verso è addirittura più pericolosa dei nostalgici del duce.

La destra “perbene” sostenne, con Indro Montanelli in testa, che le accuse a Sogno erano bufale. Vennero poi smentite dal testamento stesso lasciato da Edgardo Sogno e dalla rivelazione fatta anni dopo da Norberto Bobbio che era prevista l’eliminazione di alcuni “sovversivi” e di mettere in campi di prigionia altri esponenti del Pci, dei sindacati e delle realtà sociali antifasciste.

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