Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
24/12/2024
La strage del rapido 904 - 23 dicembre 1984
Il 1984 era stato un anno piuttosto "caldo" per la politica e la società italiana. L'anno era iniziato col "decreto di San Valentino" varato dal governo Craxi, relativo al taglio dei punti di contingenza e volto a colpire il meccanismo della "scala mobile". Ne era derivato un duro scontro tra il governo, sostenuto dalla Cisl di Carniti, da un lato, e il Pci di Berlinguer con la Cgil di Lama e i Consigli dei lavoratori autoconvocati, dall'altro. Lo scontro, che metteva in discussione un compromesso sociale di vecchia data, aveva avuto una prima ricaduta nella manifestazione del 24 marzo contro il decreto e un serrato confronto sociale e parlamentare che sfocerà infine in una proposta di referendum abrogativo.
Alle elezioni europee di giugno, svoltesi all'indomani della morte di Berlinguer dopo il comizio di Padova, il Pci era diventato il primo partito del Paese.
Il sistema politico, tuttavia, rimaneva bloccato. Il mese seguente, le conclusioni della relazione Anselmi, al termine dei lavori della Commissione d'inchiesta sulla loggia P2, avevano provocato le dimissioni del ministro socialdemocratico Pietro Longo.
Nelle settimane seguenti, mentre il giudice Casson indagava su quella che sarebbe stata nota come "Gladio" e rinviava a giudizio il colonnello Amos Spiazzi, la magistratura fiorentina approfondiva i rapporti tra neofascisti e servizi segreti in relazione agli attentati ai treni compiuti in Toscana negli anni precedenti [1]. Intanto Michele Sindona era estradato in Italia e venivano arrestati il boss della banda della Magliana Enrico Nicoletti e vari esponenti della camorra.
Ma erano soprattutto le rivelazioni di Tommaso Buscetta – personaggio di primo piano di "Cosa nostra", anch'egli estradato in Italia – a mettere in discussione una serie di equilibri dei quali lo strapotere della mafia era stato parte significativa. Ne derivarono, il 29 settembre, ben 366 mandati di cattura per reati di mafia, cui seguirono altri 127 arresti provocati dalle dichiarazioni del pentito Salvatore Contorno.
"Cosa nostra" reagiva prontamente, il 18 ottobre, con la strage di piazza Scaffa a Palermo.
Intanto, negli stessi giorni, il gen. Musumeci, ex vicedirettore del Sismi, e altri cinque dirigenti dei servizi segreti venivano arrestati con l'accusa di avere depistato le indagini sulla strage di Bologna e di aver favorito la fuga del faccendiere Francesco Pazienza, coinvolto tra l'altro nelle inchiesta sul caso Calvi e sulla Loggia P2. Il 3 novembre a essere arrestato per rapporti con la mafia era invece l'ex sindaco di Palermo, il democristiano Vito Ciancimino [2].
Poche settimane prima, infine, era stato ucciso Tony Chichiarelli, il "falsario di Stato" autore dei falsi comunicati Br durante il sequestro Moro. A marzo era stato protagonista della rapina alla Brink's Securmark, una finanziaria di cui era socio anche Sindona, assieme ad esponenti della Banda della Magliana; prelevati 35 miliardi di lire, i rapinatori avevano lasciato alcuni proiettili e una finta risoluzione delle Brigate Rosse, inviando poi a un quotidiano altri "reperti" riconducibili ai casi Moro e Pecorelli [3].
Pressata da inchieste e arresti, iniziava dunque a venire alla luce quella che l'ex presidente della Commissione Stragi Giovanni Pellegrino definirà "la 'zona grigia' fatta da elementi della P2, dei servizi, da un mondo oscuro degli affari, da criminalità organizzata, siciliana e romana, da personaggi della destra eversiva" [4].
Equilibri consolidati, fondati su patti indicibili, rischiavano di saltare. È in questo contesto, oltre che nel quadro di una situazione sociale e politica molto mossa, che matura la "strage di Natale".
La strage
È il 23 dicembre 1984, due giorni prima del Natale.
Molti sono i meridionali che hanno parenti al Nord e partono da Napoli per trascorrere le festività con loro; qualcuno, invece, come due giovani fidanzati di Parma, Susanna Cavalli e Pier Francesco Leoni, è salito sul treno a Roma, diretto verso casa [5].
Il treno è il rapido 904, partito da Napoli alle 12:55. Alle 19:08, quando ha lasciato da mezz'ora la stazione di Firenze, una terribile esplosione, partita dal vagone 9 di seconda classe, lo squarcia e ne arresta la corsa. L'effetto è ancora più devastante poiché lo scoppio avviene nella Grande Galleria dell'Appennino, tra le stazioni di Vernio e S. Benedetto Val di Sambro, la stessa zona dove dieci anni prima era avvenuta la strage dell'Italicus. Se il treno che viaggiava in senso contrario fosse entrato anch'esso nella galleria, le conseguenze sarebbero state ancora peggiori, ma un piccolo ritardo e l'intervento di macchinista e ferrovieri evitano un disastro più grave.
Lo squarcio nel treno provocato dall'esplosione è comunque impressionante. L'intero vagone 9 è completamente devastato. I morti sono quindici, fra i quali tre bambini e un'intera famiglia, i De Simone; 267 i feriti, di cui alcuni in modo grave.
Un sedicesimo viaggiatore, Gioacchino Taglialatela, padre di una delle vittime, la piccola Federica, perderà la vita di lì a poco a causa delle ferite riportate. Nelle loro testimonianze i superstiti ricordano il boato, il buio pesto, il fumo denso, e un silenzio irreale, ovattato, provocato dal trauma ai timpani, cui seguono il caos, le urla disperate, l'orrore dei corpi straziati [6].
Antonio Calabrò, che sarà presidente dell'Associazione dei familiari delle vittime, ricorda "le macerie addosso, la bocca piena di sangue, il senso di oppressione al petto"; Lucia Gallo, "la cascata di vetri [che] come proiettili arrivavano da tutte le parti" [7]. "Non avevo più la percezione del corpo – dichiarerà Antonio Celardo, anch'egli poi presidente dell'Associazione – soprattutto non mi sentivo gli arti […]. Poi mi feci coraggio e cominciai a toccarmi. Nonostante una gamba fracassata mi resi conto di essere intero e ancora vivo" [8].
I soccorsi sono immediati ed efficienti. Tuttavia occorre più di un'ora e mezza perché possano raggiungere il luogo dell'esplosione. Il denso fumo all'interno della Galleria dell'Appennino è il maggiore ostacolo che si trovano di fronte i ferrovieri che per primi giungono sul posto.
Molto vivide, a distanza di anni, le testimonianze di alcuni di loro, come il toscano Andrea Marzoppi o Luciano Rescazzi, responsabile della protezione civile presso l'Unione dei comuni.
Ricorda un altro soccorritore, Paolo Vandelli, di origine campana ma allora residente nel Bolognese: "Tutto in quella galleria era un muro di fumo e polvere", raggiungere il convoglio non fu facile, mentre i superstiti abbandonavano il treno come potevano [9].
Quello che i soccorritori si trovano di fronte è impressionante. Nella loro memoria, e nella memoria collettiva, rimarrà una bambola, giocattolo di una delle bambine presenti sul treno, anch'essa coperta da bagagli e detriti.
Lo scoppio è stato causato da una carica di esplosivo radiocomandata, posta su una griglia portabagagli, presumibilmente durante la sosta a Firenze. Una viaggiatrice sopravvissuta, Rosaria Gallinaro, parlerà agli inquirenti di un uomo, salito a Santa Maria Novella, intento a sistemare due borsoni sulla griglia portapacchi del corridoio anziché negli scompartimenti, dove pure vi era spazio [10].
Una testimonianza raccolta da Giuliana Covella, quella di Lidia Carreras, ascoltata dagli inquirenti solo a partire dal 2013, riferirà di "un uomo alto, con una ventiquattrore, che andava avanti e indietro alla stazione di Napoli prima che il treno partisse", osservando "con circospezione i finestrini e gli scompartimenti" [11].
Ai funerali delle vittime, che si tengono a Bologna con il discorso del sindaco Renzo Imbeni e la presenza del Presidente della Repubblica Pertini e della Presidente della Camera Nilde Iotti, partecipa una folla enorme.
Le prime reazioni
La strage rievoca nella coscienza collettiva del Paese le pagine più atroci della strategia della tensione.
Le prime notizie giungono come un fulmine a ciel sereno nel clima prenatalizio.
Subito la stampa rileva la coincidenza del luogo della strage con quella dell'Italicus di dieci anni prima.
Per "l'Unità" è un ennesimo "agguato alla democrazia". "La Repubblica" si domanda "chi protegge gli assassini" e ricollega la strage alle inchieste su strategia della tensione e depistaggi che nei mesi precedenti hanno coinvolto alti esponenti del servizi segreti e lo stesso Licio Gelli.
Intanto giungono varie rivendicazioni. Tra queste, una telefonata all'Ansa "di un uomo con accento siciliano, secondo la quale la strage non doveva essere considerata 'una trama politica' ma un fatto di mafia", e "la bomba non era a tempo, ma telecomandata"; e una al "Corriere della Sera", da parte di uno sconosciuto che il giorno dopo viene incontrato da un funzionario della Digos alla stazione di Firenze: la strage sarebbe partita "dalla mafia, dalla 'ndrangheta e dai politici perché per i loro traffici di droga avevano avuto fastidi dalla polizia". Dell'uomo, però, si perdono le tracce [12].
Nel frattempo inquirenti e commentatori avanzano le prime ipotesi. Secondo il sostituto procuratore di Bologna, Claudio Nunziata, "la pista nera è chiarissima": troppe sono le analogie con l'Italicus.
Per il giornalista Giorgio Bocca, la strage potrebbe esser fatta "risalire a quei poteri occulti, a quei centri di criminalità politica e mafiosa che sono stati messi negli ultimi anni con le spalle al muro".
Nel dibattito che si svolge alla Camera il 27 dicembre, il capogruppo socialista Formica afferma: Con tempismo costante i seminatori di morte [...] invadono la scena per ricordare pesantemente al Governo [...] agli italiani e agli altri, che l'Italia non può e non deve avanzare in autonoma sovranità, non può e non deve liberarsi dai limiti di una democrazia circoscritta [...]. La fragilità dello Stato ha aperto varchi [...] a poteri paralleli, a criminalità organizzata, ad inquinanti contaminazioni.
Ma "da almeno due anni" sta avanzando "una riflessione collettiva intorno ai temi corposi della democrazia più alta [...] della presenza internazionale più autonoma e più autorevole".
È questo processo che si vorrebbe bloccare.
Il democristiano Rognoni avanza invece una lettura simile a quella di Bocca: "In un momento in cui lo Stato è duramente impegnato contro la criminalità organizzata, l'improvviso e studiato ritorno di un fronte terroristico [potrebbe] rappresentare un tentativo di alleggerire la pressione della difficile battaglia contro i commerci, i poteri, i delitti della mafia o di alte consorterie occulte" [13].
Di fatto anche negli anni seguenti saranno queste – strage di matrice politica con manovalanza camorristica e mafiosa, oppure strage di mafia anticipatrice di quelle del 1992-93 – le due interpretazioni prevalenti, assieme a quella che vede un intreccio di queste due componenti.
Le indagini
Le indagini si indirizzano subito su una duplice pista: quella napoletana, che ha origine nell'anticipazione della strage che Carmine Esposito – un ex poliziotto di estrema destra, che aveva appena trascorso un breve periodo di detenzione – aveva fatto alcuni giorni prima dell'eccidio alla Questura di Napoli, e che porta verso il clan di Giuseppe Misso, gruppo camorristico il cui leader ha anch'egli posizioni neo-fasciste, e verso Massimo Abbatangelo, parlamentare del Movimento sociale italiano; e quella romana, avviata dall'arresto di Guido Cercola, braccio destro a Roma dell'esponente mafioso Pippo Calò, cui segue il ritrovamento, nella casa dell'affittuario e sodale di Cercola, di due congegni radioelettrici in grado di innescare un'esplosione compatibili con quelli usati per la strage, e poi, in un casale dello stesso Cercola, di due pani di esplosivo Semtex H (di cui uno ridotto di circa un chilo), sei cariche di tritolo (di cui una mancante di 40 grammi) e nove detonatori, anch'essi compatibili con quelli usati per l'attentato.
La figura di Calò è di particolare rilievo: "cassiere della mafia", è al "crocevia di affari che legano mafia siciliana, camorra napoletana, malavita romana [...] e sottobosco dell'estrema destra" [14].
Secondo il giudice Viglietta, che indaga sulla banda della Magliana, – quella di Calò è "un'organizzazione con stretti vincoli con la destra eversiva, ambienti deviati dei servizi segreti e della massoneria", la quale non è priva di "obiettivi politici" [15].
Nelle settimane successive vengono fermati vari membri del clan Misso. Il primo è il giovane Carmine Lombardi, sospettato di aver portato l'esplosivo alla stazione di Napoli, il quale di lì a poco viene ucciso in un agguato. Il secondo è Lucio Luongo, che conduce gli inquirenti all'arsenale del gruppo. Dal canto suo, un altro componente della banda già detenuto, Mario Ferraiuolo, inizia a collaborare, confermando che il clan, oltre all'attività di criminalità comune, si muoveva anche per finalità politiche, e sostenendo che si erano svolte riunioni con Abbatangelo, il quale, ai primi di dicembre del 1984, avrebbe consegnato a Misso armi, detonatori e un pacco chiuso contenente esplosivi, portato a Roma da Luongo una settimana prima di Natale; affermazioni poi confermate da Luongo.
Nell'ottobre 1985 Calò è incriminato come mandante della strage, mentre altri 22 ordini di cattura sono emessi per Misso e i suoi per reati di camorra; tra i ricercati è anche Gerlando Alberti jr, legato alla "famiglia" di Calò ma "trapiantato" nel clan Misso e di fatto elemento di collegamento tra le due realtà. Misso riceve inoltre una comunicazione giudiziaria per la strage del 904, e così di lì a poco Abbatangelo.
Nel gennaio 1986 il Pm Vigna chiede il rinvio a giudizio di Calò, Cercola, e altri tre esponenti del gruppo romano, e di Misso, Abbatangelo e altre tre persone del gruppo napoletano. Per Vigna, la strage sarebbe il frutto di un intreccio di interessi, di mafia, camorra e destra eversiva, e finalizzata a "distogliere l'impegno della società civile dalla lotta contro la mafia", producendo un "blocco del paese sulla via della democrazia". Il Pm ipotizza "una pluralità di valenze" della strage, frutto del legame tra settori di mafia, camorra, destra eversiva e Banda della Magliana, e di una convergenza di interessi tra questi soggetti [16].
I processi e le sentenze
Il primo passo dell'iter giudiziario sulla strage del 904 è la sentenza-ordinanza di rinvio a giudizio emessa dal G.I. di Firenze Gironi il 3 novembre 1987, che accoglie le richieste di Vigna sul rinvio a giudizio di Calò, Cardone, Cercola, Di Agostino, Rotolo, Schaudinn, Misso, Galeota, Luongo ed Esposito, cui poi sarà aggiunto Pirozzi. La posizione di Abbatangelo, eletto deputato, viene stralciata.
Il giudice, accettando le ipotesi investigative del Pm, ritiene possibile "che l'attentato sia stato suggerito allo scopo di distogliere l'attenzione degli apparati istituzionali dalla lotta contro le centrali emergenti della criminalità organizzata". Tuttavia "le marcate connotazioni politiche di molti degli imputati, i collegamenti con precisi ambienti della destra eversiva […] possono rendere ipotizzabili anche altri più ambiziosi moventi". Insomma è plausibile che la strage avesse anche "obiettivi politici" e fosse parte di un piano comprendente una serie di gravi attentati. Quanto al gruppo napoletano, in presenza di "numerosi indizi di probabili contatti" tra clan Misso e Calò, il suo ruolo resta da approfondirsi [17].
Intanto, alla vigilia dell'inizio del processo, Schaudinn – ritenuto l'artificiere della strage, e dunque elemento centrale della vicenda – con la complicità di funzionari dell'Ambasciata tedesco-occidentale di Roma, si sottrae agli arresti domiciliari e fugge in Germania.
Nel febbraio 1989 è emessa la sentenza di primo grado.
Vengono condannati all'ergastolo per i reati di strage, attentato per finalità terroristica ed eversiva, banda armata, fabbricazione e detenzione di esplosivi, Calò e Cercola del gruppo romano, e Misso, Galeota e Pirozzi tra i napoletani; per gli stessi reati, ma con le attenuanti, sono condannati anche Di Agostino (28 anni) e Schaudinn (25 anni), pure del gruppo romano.
Per il giudice Sechi, la strage aveva "molteplici finalità": Indebolire il sistema democratico del nostro Stato; distogliere con false emergenze l'impegno civile, politico e giudiziario e determinare, dunque, quella situazione di incertezza e di disorientamento dei pubblici poteri e di sfiducia in questi da parte dei cittadini che sono i presupposti indispensabili per la crescita [...] del proprio potere (mafioso) [18].
Nel marzo 1990 la Corte d'Appello di Firenze conferma le condanne di Calò, Cercola e Di Agostino, ma assolve Misso, Galeota e Pirozzi dai reati di strage, attentato e banda armata. La Corte, cioè, ritiene credibili le riunioni "politiche" del clan Misso e la consegna di esplosivi al clan da parte di Abbatangelo, ma non giudica questi elementi sufficienti a provare il nesso con la strage.
Circa un anno dopo, la I sezione della Corte di Cassazione – presieduta da Corrado Carnevale – respinge i ricorsi di PM e parti civili, mentre accoglie quelli degli imputati, annullando la sentenza di II grado. Per Carnevale, gli elementi emersi nel processo sono "generici" ed "equivoci", e addirittura sarebbe "arbitrario e assiomatico" definire Calò mafioso. Pochi giorni dopo, invece, la Corte d'Assise di Firenze condanna Abbatangelo all'ergastolo. Si crea così una situazione paradossale, per cui gli imputati del processo principale sono stati assolti, mentre Abbatangelo – il cui ruolo era inserito nella stessa vicenda – è condannato.
Nel novembre 1991 si apre il processo di rinvio in appello, che a sua volta ribalta la decisione della Cassazione. La II Corte d'Assise d'Appello di Firenze, presieduta dal giudice La Cava, nella sentenza del 14 marzo 1992 ribadisce l'ergastolo per Calò e Cercola e la condanna di Schaudinn a 22 anni, e riduce a 24 anni la pena per Di Agostino. Per Misso, Galeota e Pirozzi – già assolti in via definitiva per i reati più gravi – sono confermate le condanne per la detenzione di esplosivi. Il quantitativo di esplosivi in dotazione al gruppo romano, peraltro, fa pensare a "un vasto [...] programma di attentati", per cui la strage del 904 si inserirebbe "in una strategia terroristica di più ampio respiro". Quanto al gruppo napoletano, secondo la Corte la consegna degli esplosivi da Abbatangelo a Misso non basta a provare il nesso con la strage.
Commenta Guido Neppi Modona: la sentenza fa "luce sul perverso intreccio tra mafia e politica, terrorismo neofascista e deviazioni istituzionali che ha insanguinato gli ultimi venti anni di storia italiana". La strage del 904 viene dunque inquadrata in un "programma stragista, in cui il controstato della criminalità mafiosa e dell'eversione nera avevano sperimentato la comunanza di obiettivi e di metodi di lotta politica".
Sulla via del ritorno da Firenze, peraltro, Galeota viene freddato da un killer: è un altro protagonista dei fatti che non potrà più parlare. A lui si aggiungerà, nel gennaio 2005, Guido Cercola, suicida in carcere in circostanze sospette. Quanto ad Abbatangelo, nel febbraio 1994 è assolto in appello dall'accusa di strage, e condannato a sei anni per detenzione di armi ed esplosivo.
La vicenda si riapre nel 2010, allorché, in seguito alle dichiarazioni di alcuni pentiti, la Dia di Napoli riapre l'inchiesta. Nell'aprile 2011 Totò Riina, il "capo dei capi" della mafia, è colpito da un'ordinanza di custodia cautelare come mandante della strage del 904. L'ipotesi investigativa è che la strage servisse a costringere lo Stato a trattare con la mafia; il fatto che l'esplosivo utilizzato nel 1984 fosse dello stesso tipo di quello impiegato per gli attentati dell'Addaura e di via D'Amelio sembrerebbe confermare il collegamento [19].
Rinviato a giudizio Riina nell'aprile 2013, nel maggio dell'anno successivo si tiene l'udienza preliminare; a novembre inizia presso la Corte d'Assise di Firenze, presieduta da Ettore Nicotra, il nuovo processo.
Durante le udienze, nel gennaio 2015, Giovanni Brusca ribadisce la sua convinzione del coinvolgimento dei vertici di Cosa Nostra nella strage: non solo Calò, dunque, ma lo stesso Riina.
Un altro collaboratore di giustizia, Leonardo Messina, conferma che Calò non avrebbe potuto agire in autonomia perché "nessuno, pena la morte, può fare un omicidio di questo livello senza il permesso della commissione provinciale o regionale".
Tuttavia, nell'aprile 2015, la Corte assolve Riina per non aver commesso il fatto. Ancora una volta, l'idea di una strage esclusivamente mafiosa non convince i magistrati. "Non può escludersi – scrivono nelle motivazioni della sentenza – che [nella strage] abbia trovato coagulo un coacervo di interessi convergenti di diversa natura".
Il contributo delle commissioni d'inchiesta e le ricostruzioni storiografiche
La ricerca storica sulla strage del treno 904 ha stentato a decollare.
Dieci anni dopo l'evento, Roberto Arbitrio, coordinatore dell'osservatorio permanente dell'Eurispes sui fenomeni criminali, presieduto dall'onorevole Giuseppe Ayala, dedica al tema una prima ricerca. Per l'autore, dietro la strage vi sono "connivenze tra estrema destra […] criminalità organizzata di stampo mafioso […] e Massoneria deviata". Arbitrio sottolinea l'"anomalia" dell'attentato, che costituirebbe "la prima bomba di mafia sui treni". Di fatto "l'obiettivo non ha un significato strettamente mafioso".
Dietro l'attentato si può dunque ipotizzare "una struttura complessa, non solo di interesse mafioso". Del resto, le rivelazioni di Buscetta riguardavano non solo questioni di mafia, ma anche retroscena del golpe Borghese, del rapimento Sindona, dell'omicidio Moro. La strage può essere stata dunque "il punto di incontro" tra gli interessi della mafia e quelli di altri soggetti attraverso l'uso del terrorismo stragista.
Della vicenda del rapido 904 si occupa anche la Commissione parlamentare d'inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi. Nel dicembre 1995 la relazione Pellegrino mette in discussione la lettura della strage come esclusivamente di mafia.
È un giudizio che la Commissione ritiene di dover riconsiderare [...]. Vero è che [...] l'accertata matrice mafiosa dell'episodio parrebbe in qualche misura separare la strage del 904 dalle precedenti e configurarla quasi come una anticipazione degli attentati di Roma, Milano e Firenze che hanno segnato l'estate del 1993 [...]. E tuttavia è la stessa personalità del principale responsabile individuato per la strage del 904, a fornire spunti di rilievo opposto.
È accertato, infatti, il 'ruolo di frontiera' svolto da Calò, per i rapporti stretti fin dagli anni '70 con la Banda della Magliana, personaggi del mondo politico ed economico. Si tratta di "una zona grigia caratterizzata da rapporti incrociati tra mafia, servizi segreti, criminalità politica e comune, il cui ruolo appare ormai innegabile [...] 'un nodo siciliano'" che va ben oltre il contesto dell'isola.
L'iter giudiziario, insomma, non avrebbe portato alla luce quella "rete di complicità" che pure esisteva.
In tal senso la conclusione dei magistrati, che hanno visto nella strage una reazione della mafia alle rivelazioni di Buscetta e alla crisi del patto col potere politico, è "apprezzabile – ma non pienamente appagante".
Il giudizio della Commissione, dunque, lascia aperti molti interrogativi. Pochi mesi dopo un volume a cura dell'Associazioni di familiari vittime per stragi ribadisce che quello del rapido 904 "fu un attentato anomalo. Un attentato in cui più chiaramente di altri si intravede l'ampiezza delle logiche criminali, i collegamenti tra esse, un attentato nel quale al fine eversivo fa da sfondo l'ombra inquietante dell'elemento mafioso; un nemico composito e nascosto, con molte facce e molte presenze dentro e fuori del nostro paese" [20].
Anche la ricostruzione storica proposta nel volume del 2006 conferma la necessità di approfondire ulteriormente l'intreccio di moventi e protagonisti della strage [21]. A sua volta, Rita Di Giovacchino sottolinea il ruolo dell'organizzazione di Calò come "struttura di servizio" a disposizione di massoneria e "apparati dello Stato", evidenziando inoltre come l'artificiere Schaudinn, lungi dall'essere una figura secondaria, fosse "un elemento di spicco di un'organizzazione internazionale", legata ad ambienti neofascisti, protetta da autorità croate, Cia e Mossad, "a metà guado tra mafia e servizi segreti" [22].
Dal canto suo, Stefania Limiti, sulla base tra l'altro delle rivelazioni di un altro pentito, Luigi Giuliano, osserva che il gruppo di Misso – secondo Giuliano "un'organizzazione potentissima", comprendente esponenti politici e militari – era legato all'organizzazione neofascista "La Fenice", già protagonista di vari episodi della strategia della tensione [23].
È interessante notare infine che le stesse più recenti acquisizioni giudiziarie, quelle cioè relative al processo Riina, abbiano confermato l'insufficienza di una lettura che attribuisca l'eccidio esclusivamente alla mafia, alludendo anch'esse a un panorama più articolato e complesso.
La verità storica sulla strage del 904 non può dirsi dunque ancora raggiunta.
Memorie e letture contemporanee
La memoria della strage del 904 non ha avuto un percorso facile. Sebbene l'Associazione tra i familiari delle vittime sia stata costituita poche settimane dopo l'evento, il 17 marzo 1985 – anche grazie alla collaborazione dell'Associazione dei familiari delle vittime della strage di Bologna e del suo presidente di allora, Torquato Secci – il sostegno delle istituzioni non è stato sempre all'altezza delle aspettative.
La prima commemorazione si tenne nella sede del Consiglio comunale di Napoli, al Maschio Angioino, il 18 dicembre 1985. All'Associazione fu promessa una sede, che tuttavia arriverà solo venti anni dopo.
Per i superstiti si apre il drammatico dilemma tra il dimenticare, il rimuovere una esperienza così dolorosa, e il coltivare la memoria. Alcuni di loro trovano nell'Associazione "una seconda famiglia" [24].
Il secondo anniversario vede la realizzazione di una mostra fotografica, allestita nella stazione di Napoli per circa un mese, e un'altra mostra, più grande, viene realizzata per il ventennale, nel 2004. Quest'ultimo anniversario è particolarmente importante per rilanciare la memoria della strage. In quella occasione, oltre alla commemorazione ufficiale, si svolgono un incontro tra i familiari delle vittime e il sindaco di Napoli, Rosa Russo Jervolino, e un reading del giornalista e scrittore Daniele Biacchessi [25].
Anche in queste iniziative, la strage del 904 viene collegata alle altre stragi che hanno insanguinato il Paese a partire dal 1969. Non a caso, l'Associazione dei familiari partecipa alle commemorazioni della strage dell'Italicus e di quella di Bologna, ed è parte attiva della rete che le varie associazioni, gli archivi e le altre strutture che si occupano della storia e della memoria di quei fatti tragici hanno costituito negli ultimi anni.
Importante anche la commemorazione svoltasi in occasione del trentennale, alla quale hanno preso parte anche il sindaco di Napoli Luigi De Magistris e don Luigi Ciotti, presidente dell'Associazione "Libera".
A Ischia, dove la memoria della piccola Federica Taglialatela è molto curata ed esiste anche una fondazione a lei intitolata, un recital degli allievi della scuola media "Giovanni Scotti" ha ricordato la giovanissima scolara che perse la vita quel 23 dicembre.
In genere, in occasione degli anniversari, la strage viene ricordata con una duplice cerimonia: alla stazione di Napoli e poi alla stazione di San Benedetto Val di Sambro.
Dal 2003, nella stazione del capoluogo campano, una targa ricorda le vittime dell'eccidio, ma la sua collocazione poco felice la rende "una traccia 'invisibile'" [26]. Un'altra targa si trova a San Benedetto Val di Sambro.
La stessa memoria collettiva del Paese stenta ad avere coscienza di quanto avvenne quel 23 dicembre.
Dopo lo studio di Roberto Arbitrio per l'Eurispes, solo nel 2006 è stata pubblicata, grazie all'Associazione dei familiari col sostegno della Regione Campania, una prima monografia dedicata alla strage.
Nel 2014 la giornalista Giuliana Covella ha pubblicato un nuovo volume sulla "strage dimenticata", con la prefazione del sindaco De Magistris, le cui presentazioni hanno ravvivato l'attenzione sul 904.
Riguardo ai mass-media, è soprattutto negli ultimi anni che l'attenzione alla vicenda del rapido 904 si è fatta più viva. Nel 2010 il giornalista napoletano Marcello Anselmo realizza un audio-documentario, trasmesso da Radio Tre dal 20 al 24 dicembre di quell'anno. Nel gennaio 2012, per la trasmissione "La storia siamo noi", la Rai manda in onda un documentario sulla strage.
Pochi mesi dopo, una video-intervista a Enza Napoletano realizzata da Eliana Iuorio per Road Tv Italia, torna a dare voce ai superstiti. Del dicembre di quello stesso anno è infine un'altra video-intervista, al presidente dell'Associazione Antonio Celardo, in viaggio verso San Benedetto Val di Sambro per la commemorazione della strage.
Nel dicembre 2015 Rai Storia ha dedicato un nuovo documentario alla vicenda del 904.
Negli stessi giorni Martino Lombezzi, giovane documentarista bolognese, ha ultimato il suo documentario sulla strage, ricco di testimonianze e di molte riprese anche dell'ultimo processo celebrato, quello a Totò Riina.
L'Associazione dei familiari, dal canto suo, continua a promuovere la memoria dell'evento, attraverso attività nelle scuole, iniziative pubbliche e una pagina Facebook costantemente aggiornata.
Attualmente la presidente è Rosaria Manzo. Ha dichiarato uno dei superstiti: Vedere in carcere chi ha materialmente messo la bomba […] non mi avrebbe dato nessun appagamento. Mi darebbe grande appagamento scoprire la verità sul vero perché è stata organizzata questa strage, sui veri motivi alla base delle varie stragi italiane di quel periodo [27].
È questa, in effetti, la ferita ancora aperta della memoria collettiva del nostro paese.
Fonte
15/01/2023
Un contadino nella metropoli degli anni ‘70
di Alessandro Barile
Prospero Gallinari, Un contadino nella metropoli. Ricordi di un militante delle Brigate rosse, Pgreco 2023, pp. 352, € 20,00.
La ripubblicazione di Un contadino nella metropoli a dieci anni dalla morte del suo autore, Prospero Gallinari (1951-2013), è opportuna almeno per due motivi. Il primo, rimettere in circolazione un libro stranamente introvabile, nonostante la prima edizione affidata a Bompiani, la notorietà della persona, l’attenzione (a volte genuina, più spesso morbosa) riguardo agli anni Settanta e alla lotta armata nel nostro paese. Vi è poi l’occasione di celebrarne il ricordo a dieci anni dal suo funerale-evento: al cimitero di Coviolo, Reggio Emilia, il 19 gennaio 2013 si convocarono spontaneamente un migliaio di persone, compagni di tutta Italia, reduci e giovani, brigatisti, non brigatisti, anti-brigatisti, chiunque si sentì toccato da una morte che sembrava trascinare con sé un’intera epoca. Una foto di gruppo, tra parenti spesso litigiosi, eppure accomunati, e non solo dal ricordo umano.
Ma la ripubblicazione di questo libro di «ricordi di un militante delle Brigate rosse» può servire anche ad altro, forse di più importante, o almeno di più utile. È un libro di memorie, e come tale è andato a suo tempo ad ampliare la già vasta produzione memorialistica sugli anni Settanta. Una memorialistica che, negli ultimi venti anni, ha dapprima lasciato spazio alla contro-memorialistica delle vittime (delle vittime reali ma, molto più di frequente, delle vittime indirette: familiari, amici, conoscenti); per poi cedere il passo a una storiografia che si è andata occupando molto di anni Settanta e del loro enigma indecifrato. La ricostruzione storica è rimasta però alquanto sterile. Nell’attuale, spasmodica, convalida di un suo statuto scientifico, la ricerca storica ha generato una tecnicizzazione degli eventi studiati. Siamo stati così invasi di libri sul lungo Sessantotto italiano, sulla lotta armata e sulla «strategia della tensione», sui profili umani e su quelli disumani. Ricerche metodologicamente affinate, eppure, appunto, sterili. Incapaci di condurre a una vera comprensione degli eventi perché ne veniva espunta, da questi, la dimensione squisitamente storico-politica. L’événement, a volte rivestito dai comodi panni della microstoria, si è preso la rivincita su di una processualità più articolata e problematica. E così sappiamo i nomi dei protagonisti, le date significative, la sequenza di fatti finora ignorati, nascosti o sottovalutati: ma ci manca il perché. Ci manca il raccordo tra longue durée, soggettività e scelte politiche, nelle molteplici forme che tale intrico assunse in quegli anni. Ci manca il rapporto vivo tra verità e ideologia, rapporto che muoveva le ragioni della politica, non solo nel marxismo. Un risvolto che, a ben guardare, caratterizza anche la storiografia sul Pci, oramai completamente disincarnata da qualsivoglia rimando alla persistenza storico-politica delle sue vicende.
I ricordi di Prospero Gallinari avvicinano il lettore a questa dimensione di problemi. Certo, lo fanno da par loro, è un punto di vista parziale, interno, “caldo”. Non è la ricostruzione dall’alto, necessariamente distaccata, “intellettuale” di una vicenda decisiva del nostro paese. Nessuno glielo chiede. È solo un tassello, forse non tanto piccolo, del più vasto mosaico-rompicapo. Alcune di queste memorie, e tra le tante sicuramente quelle di Gallinari sono ancora tra le più oneste, mantengono un rapporto vivo con i problemi storici del tempo, che investono non solo la particolare vicenda della lotta armata, ma contribuiscono a spiegare perché il Sessantotto in Italia durò un decennio, si radicalizzò non perdendo per strada la partecipazione di massa, una partecipazione di massa che si riversò anche nelle organizzazioni armate, organizzazioni che videro il proprio culmine quantitativo dopo il sequestro e l’uccisione di Aldo Moro, e non prima. Problemi, con ogni evidenza, storiograficamente ancora aperti.
Una forma di tecnicizzazione è anche quella assunta dalle ricostruzioni anti-dietrologiche. Il «fronte della fermezza», e in particolare una parte della pubblicistica legata al Pci, per anni ha seminato e coltivato dubbi sull’autenticità di molte vicende collegate agli anni Settanta. In primo luogo, va da sé, sulla lotta armata. L’eterodirezione diveniva così lo strumento con il quale aggirare il problema: veniva preservato l’album di famiglia e il suo timbro democratico. L’Italia era al centro di manovre e interessi contrapposti, che usavano la protesta, la violenza politica – di destra e di sinistra – per stabilizzare o destabilizzare (a seconda di convenienze e punti di vista) il quadro politico. Una ricostruzione favorita dalle mille trame reali che avvolgono la storia italiana. Una storia, però, che non mira a “svelare il complotto”, ma che se ne serve (anzi lo costruisce ex-post) per auto-assolversi, per giustificare scelte politiche dirimenti e, spesso, gattopardesche. Di fronte all’inquinamento dei pozzi rappresentato dalla storiografia complottistica, l’anti-dietrologia si è eretta a necessario vaccino dalle scemenze pseudo-storiche e giornalistiche annichilenti. Detto dunque che il Sessantotto, gli anni Settanta, la lotta armata, le Br, sono fenomeni collegati tra loro e all’evoluzione contraddittoria delle lotte di classe in Italia; di come queste lotte non si incontrarono con il Partito comunista italiano (e anzi, a partire dal 1973-74 si scontrarono sempre più apertamente); di come questa evoluzione condusse a una “estremizzazione” della lotta politica, culminata nel biennio 1977-78: si è detto tutto quanto vi era da dire sulla lotta armata? In realtà, se ne sono solo poste le premesse “euristiche”, se così vogliamo dire. Il toro, dunque, va preso per le corna.
Ma c’è anche un altro punto di vista che andrebbe discusso, promosso soprattutto (ma non solo) da alcuni dei protagonisti principali delle Brigate rosse: la centralità dell’identità operaia della lotta armata. È un dato di fatto che le Br nascono e si diffondono nella grande fabbrica del cosiddetto “triangolo industriale”, tra Torino, Milano, Genova, con l’aggiunta di Marghera. Un collegamento che in tal senso ha tutta la lotta armata, anche quella di Prima linea, per fare che un esempio. Ma la natura, e anche l’ispirazione politica, “fabbrichista” (e non “operaista”), sono un marchio che caratterizzerà anche un certo “costume mentale” brigatista. E questo anche dopo la discesa a Roma per la «campagna di primavera» del 1977-78. Di questo rapporto reale con la classe operaia tutta la lotta armata ne ha fatto motivo d’orgoglio. Tutta la prima parte della storia delle Br, diciamo tra il 1970 e il 1976, è sì – da subito – una storia “politica”, ma che assume specialmente le forme del sostegno armato alle lotte operaie in fabbrica, e che si fa anche “usare” degli operai nel loro rapporto di forza con il padronato. Anche per questo tutta la vicenda brigatista è molto più interna a una certa tradizione politica del comunismo storico rispetto agli altri soggetti che pure si posero in quegli anni sul terreno dello scontro armato. Questo spiega anche la relazione complessa, non riducibile al mero campo della “nemicità”, delle Br con il Pci. Le Br non sono altro dal comunismo storico incarnato anche dal Partito comunista italiano, ma ne costituiscono una sua estremizzazione. Un Pci “secchiano”, per dire, avrebbe forse visto comunque lo svilupparsi del Sessantotto e la sua progressiva radicalizzazione politica contrapposta frontalmente al partito; è tutto da vedere, però, che avrebbe visto la nascita delle Brigate rosse dal suo stesso seno. Ebbene, questa identità operaia, pure da evidenziare, non esaurisce le ragioni del lottarmatismo né le spiega nella sua complessità. Lo evidenzia Gallinari in alcuni passaggi del libro:
L’organizzazione è nata nelle fabbriche. Ha sviluppato la sua iniziativa a contatto con i problemi degli operai […]. Ma le Brigate rosse sono nate anche da una consapevolezza “strategica”: “l’iniziativa rivoluzionaria genera inevitabilmente un antagonismo organizzato: la controrivoluzione”. […] La reciprocità delle due dimensioni, l’intervento nella fabbrica e lo scontro diretto col potere, è stata teorizzata dalle Brigate rosse fin dal principio della loro storia. […] Occorre superare l’orizzonte della fabbrica, prendendo di petto il “nucleo duro” del potere: la polizia, la magistratura, gli organi della repressione. […] Occorre attaccare la politica, […] bisogna portare la lotta sul piano di uno scontro generale.
Insomma l’identità operaia sostanzia un’identità comunista, in funzione di una lotta per il potere, dimensione che contraddistingue tutte le organizzazioni politiche dell’estrema sinistra degli anni Settanta, non solo le Br. Dire questo significa verificare nuovamente una versione dei fatti che collega troppo rigidamente composizione di classe, conflitto operaio in fabbrica e violenza politica fuori da essa. Erano dunque “i tempi”, e non le scelte consapevoli (e le accelerazioni soggettive, anche), a spiegare gli eventi, e la ristrutturazione economica ha dileguato non solo la figura (in parte mitologica) dell’«operaio massa», ma anche il carico di radicalità politica annessa. Come espresso nel documento che «le compagne e i compagni di Prospero» pubblicano in calce al testo (Sugli anni Settanta, scritto in carcere nel 1994), la logica posta alla base dello scontro politico lungo tutto il decennio è quella della «occasione storica reale», che spiega i posizionamenti, le idee, le azioni di tutta l’estrema sinistra di quegli anni. Questa occasione storica era davvero reale? È un problema che, certamente, oggi può essere osservato con una strumentazione maggiore, riducendo il portato di questa possibilità materiale. Il tema della «rivoluzione in Occidente», in Italia negli anni Settanta, non prevedeva, oggi lo sappiamo, una diffusione di massa della violenza politica (nella sua versione operaista o brigatista), tale da portare al fatidico salto dalla quantità alla qualità. Ma questa valutazione continuerebbe a non riconoscere che le scelte politiche delle organizzazioni comuniste avvenivano sulla scorta di un “pensiero strategico” che prevedeva questo salto, pur nell’ampio spettro delle varie e divergenti posizioni. Si era in ogni caso aperta una finestra storica, e l’onda lunga del Sessantotto generava rivoluzioni nel terzo mondo e conflitti radicali nella metropoli imperialista, conflitti – si badi bene – sostenuti da una ideologia specifica, il marxismo. Se non allora, quando? È del tutto evidente che l’estrema sinistra non seppe governare questa possibilità, non tanto a causa della sua frammentazione (condizione storica del movimento operaio), quanto nell’incapacità di collegare lotta politica legale e illegale, consenso di massa e conflittualità diffusa, sul modello basco o irlandese. Lo riconobbe, prima e meglio di altri, Luigi Bobbio nella sua bella Storia di Lotta continua. Per paradosso della storia, sarà proprio la magistratura ad edificare uno spericolato teorema (con gli arresti del 7 aprile 1979) di fatto fondato sul disvelamento del presunto rapporto legale-illegale: l’Autonomia operaia (con la sua ramificazione territoriale, i suoi intellettuali, le sue case editrici, le sue riviste) quale proiezione (o camuffamento) “legale” di un partito armato clandestino. Ma gli incubi di Calogero prevedevano una consapevolezza “strategica” che nessuno, nell’estrema sinistra italiana del tempo, riuscì ad avere.
Veniamo, però, al racconto di Gallinari, e di come questi ragionamenti si fanno carne viva. Vi è soprattutto un fatto che attraversa tutte le memorie del dirigente forse più rispettato dell’intera lotta armata italiana: Gallinari era un contadino e un comunista. Comunista come si poteva esserlo nella Reggio Emilia degli anni Cinquanta e Sessanta: fedeltà al partito, rispetto del lavoro, della terra, della cooperazione, persino della fabbrica, intesa come momento di questa cooperazione sociale, da sottrarre agli interessi privati del “padrone”, non da abbattere. E come lui tutto il gruppo emiliano, da Alberto Franceschini a Tonino Paroli a Roberto Ognibene. Ma a differenza di altri, Gallinari non poteva dirsi, semplicemente, “un estremista”. Il rapporto con la tradizione del movimento operaio, e quindi anche con il Pci, era intenso e per nulla liquidatorio. Non era “moderazione”, quanto rifiuto dell’avventurismo fine a se stesso, dell’accelerazione soggettiva sconnessa con il corpaccione operaio che, in ultima istanza, legittima e giustifica anche l’azione più combattiva. La tradizione da cui proveniva, che costituiva almeno uno parte del suo retroterra politico, non è molto diversa da quella risalente a Secchia, Lazagna, Alberganti. La «resistenza tradita», le «occasioni perse», il mito della «doppiezza», alimentavano uno orizzonte politico-ideologico che unificava idee e aspirazioni di una parte del proletariato del nord Italia. Le sliding doors, anche qui, sono alla base di una divaricazione politica che condurrà agli antipodi Pci e Br, ma non era nelle premesse. Questo spiega anche la notevole internità che le Br avevano nella metropoli operaia, dove la città-giungla, coi suoi quartieri proletari (pensiamo solo al Lorenteggio di Pietro Morlacchi), quartieri non solo proletari, ma comunisti – cioè controllati dal Pci – riconosceva e copriva le azioni dei propri figli forse esaltati, ma non sconsiderati. Non “altro-da-sé” da denunciare alla polizia, come vorrebbero dimostrare oggi scriteriati storici al servizio di una “verità di partito” addomesticata.
Il racconto di Prospero Gallinari affronta le tappe intrecciate della sua “educazione alla rivoluzione”, dalla Fgci al carcere e fino al dissolvimento delle Br nel 1988. Franco Venturi, parlando del populismo russo, aveva definito brillantemente un certo spirito rivoluzionario nei termini della «consequenzialità». Appare applicabile anche alla vicenda brigatista, almeno di molti dei suoi militanti e dirigenti, e sicuramente a Gallinari. Un piano inclinato in cui, una volta intrapresa la strada della rivoluzione, non poteva questa che determinare scelte sempre più – appunto – consequenziali. Fino alla morte, messa in conto al proprio destino, ma anche data ai “nemici di classe”, pur sempre uomini e donne reali. Le azioni brigatiste, gli omicidi, vengono rievocati con asciutta obiettività. Ci è risparmiato il cinismo degli esaltati e il romanticismo dei tifosi. Ci è risparmiato l’inutile “avevamo ragione”, e l’ancor più odioso “avevamo torto”, che riempiono le pagine di molte testimonianze. Si tratta di tragedie di cui è difficile parlare. Come scritto dai suoi compagni nell’Introduzione, «proprio nella sconfitta Prospero ebbe virtù particolari», alieno ad ogni vittimismo o reducismo fuori tempo e fuori luogo.
Le pagine che parlano del carcere, che compongono tutta la seconda parte del libro (e della sua vita), sono anche quelle in cui la riflessione politica è più profonda, e forse più amara: «il carcere allontana dalla realtà», constaterà, e il risultato sarà quello di scivolare «in un dotto schematismo che semplifica la realtà». Una realtà che impedirà alla Brigate rosse di valutare il loro isolamento reale (che è poi il riflesso dell’isolamento di tutta la classe operaia negli anni Ottanta, un isolamento che perdura), a fronte di una capacità organizzativa ancora forte per tutti i primi anni Ottanta. Qualcuno potrà dire: l’isolamento è esattamente il portato dell’azione suicida del “terrorismo” e del radicalismo di quegli anni, che privò le lotte di classe di un assestamento medio da cui ripartire. Può essere una risposta, che però non fa i conti con Reagan, Tatcher, Craxi in Italia, l’89, la dissoluzione del comunismo storico. Br o non Br, la sconfitta non appare, oggi, come la conseguenza di determinate scelte politiche, quanto piuttosto un’onda che investì tutta la classe operaia in Occidente e che sommerge ancora oggi ogni ipotesi di emancipazione.
È in queste pagine che Gallinari accenna a una ipotetica evoluzione politica delle Br. La possibilità, cioè, di superare la fase lottarmatista, immaginandola (sognandola?) reversibile: «un ruolo da partito, ecco il punto, che non siamo ancora in grado di esercitare». La «gestione del consenso» – come definisce Gallinari il dopo-Moro – imponeva una «transizione di fase»: dalla propaganda armata all’organizzazione delle masse. Certo, questa organizzazione era pensata ancora sul terreno della lotta armata, e d’altronde il «consenso», di cui pure le Br furono oggetto tra migliaia di militanti politici dell’estrema sinistra, si stabiliva su quel piano, non sul piano del “marxismo-leninismo”, dell’ideologia o della conflittualità diffusa sul modello dell’Autonomia. Le Br senza lotta armata si sarebbero probabilmente risolte nell’ennesimo partitino ideologico, posto che vi fosse uno spazio reale per una evoluzione legale. Gli esempi basco e irlandese, ma anche quello curdo, debbono sempre tenere in conto le torture di massa, le fosse comuni, gli omicidi mirati, la repressione diffusa di cui furono sempre oggetto i partiti legali e i loro dirigenti, non (solo) i militanti illegali, non solo l’Eta e l’Ira. Insomma, non poteva darsi una soluzione facile, a portata di mano. Bisognava sperimentare, ed è andata male. Questa è la storia di Prospero Gallinari, un pezzo di storia d’Italia ormai chiusa. Ma la storia, conclude giustamente Prospero, continua.
28/05/2020
Omicidio Tobagi: fare il punto sulla verità storica
La responsabilità dell’omicidio venne assunta da un gruppetto che, con esplicito richiamo alla data del 1980 in cui a Genova erano stati uccisi quattro brigatisti rossi, si autodefinì Brigata 28 marzo.
In questa circostanza le indagini della Procura e dei carabinieri si focalizzarono subito, in alcuni giorni, sull’area delle ex Formazioni Comuniste Combattenti, organizzazione in cui aveva militato Corrado Alunni, e su Marco Barbone, il fondatore della Brigata 28 marzo. Durarono alcuni mesi, ma soltanto allo scopo di ottenere il maggior numero possibile di prove d’accusa e informazioni.
Secondo Armando Spataro, il Pubblico Ministero del processo ai responsabili dell’omicidio Tobagi, il merito nell’individuazione della “pista giusta” sarebbe stato dell’allora capitano dei carabinieri Alessandro Ruffino.
Costui, sempre a parere di tale magistrato, avrebbe scoperto “che la particolare grafia con cui erano stati scritti gli indirizzi sulle buste spedite per la rivendicazione degli attentati a firma Guerriglia Rossa era identica (non vi fu neppure bisogno di una perizia) a quella di un documento che era stato trovato anch’esso, nel settembre 1978, nel covo di Alunni di via Negroli (…) . Fu possibile anche attribuire quella calligrafia a Marco Barbone: un campione era stato acquisito dai carabinieri nel corso delle indagini in precedenza svolte sulla sua fidanzata Caterina Rosenzweig con la quale lui viveva.” (pag. 83 di Ne valeva la pena, A. Spataro, editori Laterza, 2010)
A dire il vero, individuare l’autore di una grafia fra centinaia di possibili responsabili, e addirittura senza nemmeno una perizia, non è possibile se non ci sono delle precedenti e più precise informazioni che in qualche modo indirizzino su lui. Specie con le tecnologie d’allora…
In realtà, il capo della Brigata 28 marzo era talmente controllato dagli uomini del generale Dalla Chiesa che quest’ultimo, in un’intervista rilasciata a Panorama il 22 settembre 1980, giunse ad esaltare la propria tecnica di “massima riservatezza, conoscenza anche culturale dell’avversario, infiltrazione”.
Negli stessi giorni, creando con ciò sconcerto nella Procura di Milano, L’Espresso pubblicò un articolo dal quale si capiva che le indagini per l’omicidio di Tobagi erano concentrate sull’area delle ex Formazioni Comuniste Combattenti.
Marco Barbone, figlio ventiduenne di un alto dirigente della casa editrice Rizzoli, costituiva il principale indagato e, per evitarne la possibile fuga, fu arrestato il 25 settembre 1980 con imputazioni che poi saranno relative ad altri reati: rapina e partecipazione a banda armata precedente e diversa rispetto alla Brigata 28 marzo.
In seguito, nella prima metà di ottobre del 1980, quel giovane confermò di essere l’omicida di Tobagi e diede inizio a un “pentimento” che ebbe l’effetto di portare in carcere prima gli altri militanti della Brigata 28 marzo e poi, nell’arco grosso modo di un anno, oltre un centinaio di persone legate ad una vasta area del sovversivismo milanese e lombardo.
A questi fatti, già di per sé molto significativi, se ne aggiunsero altri di particolare rilievo.
Caterina Rosenzweig, la fidanzata e convivente di Marco Barbone, non comparve mai al maxi processo Rosso-Tobagi. Lei non fu imputata rispetto ai reati compiuti dalla Brigata 28 marzo perché, dalle parole dei “pentiti”, non risultava che avesse fatto parte di tale organizzazione. Fu imputata a piede libero per un “esproprio proletario”, rivendicato da un altro e precedente gruppo, e poi assolta per insufficienza di prove.
Era una ragazza dell’alta borghesia che, alcuni anni prima della nascita della Brigata 28 marzo, aveva conosciuto direttamente, per motivi di lavoro, il giornalista de La Repubblica ed ex militante di Lotta Continua Guido Passalacqua e, per motivi di studio universitario, lo stesso Walter Tobagi. Il quale, oltre ad essere giornalista, era anche professore di storia moderna alla Statale di Milano. Il primo fu ferito alla gambe il 7 maggio del 1980 dalla Brigata 28 marzo e il secondo, come abbiamo detto, ucciso ventuno giorni dopo.
La sentenza di primo grado del processo Rosso-Tobagi
Il 28 novembre 1983, quando si concluse il primo grado del processo Rosso-Tobagi, il giudice Cusumano concesse a sei “pentiti” (fra cui Marco Barbone, Paolo Morandini e Rocco Ricciardi) «il beneficio della libertà provvisoria ordinandone l’immediata scarcerazione».
Nell’aula bunker di piazza Filangeri, dove mancava la scritta La legge è uguale per tutti (vedasi pag. 360 del secondo volume de “La Mappa Perduta”, casa editrice Sensibili alle Foglie, Roma, 1995), solo tre ex militanti della Brigata 28 marzo ricevettero lunghe condanne detentive: Manfredi De Stefano, poi morto il 6 aprile 1984 nell’ospedale di Udine dopo una traduzione d’urgenza dal carcere in cui stava scontando la pena, Francesco Giordano, Daniele Laus.
La sentenza, considerata da Armando Spataro una “delle più equilibrate e difficili” (pag. 198 di Ne valeva la pena, A. Spataro, editori Laterza, 2010), suscitò lo sgomento di Ulderico Tobagi, padre di Walter, e una rinnovata serie di polemiche.
Qualche giorno dopo Bettino Craxi, all’epoca Presidente del Consiglio e segretario del Partito Socialista, riportò in modo approfondito una notizia da lui vagamente anticipata nel mese di giugno, in piena campagna elettorale. Si trattava dell’esistenza di un’informativa dei carabinieri di Milano, datata 13 dicembre 1979, secondo la quale un confidente aveva detto a un sottufficiale dei carabinieri che un gruppo sovversivo era operante in via Solari, dove abitava Walter Tobagi, con la probabile intenzione di sequestrare o uccidere il giornalista del Corriere della Sera.
Stando alle dichiarazioni in parlamento del 19 dicembre 1983 da parte dell’allora ministro degli Interni Oscar Luigi Scalfaro, quell’informativa esisteva effettivamente ma il Comando Generale dei carabinieri l’avrebbe considerata alla stregua di una insignificante illazione e comunque sbagliò a non comunicarla alla magistratura.
Fedele alla “linea della fermezza” il Pci continuò invece ad appoggiare la versione ufficiale fornita dalla Procura di Milano. Convinto che l’omicidio Tobagi fosse frutto di un “contesto inquinato”, come aveva suggerito il direttore del Corriere della Sera Franco Di Bella (poi rivelatosi uomo della P2), il Psi continuò invece a pensare che per l’omicidio di Tobagi ci fossero dei mandanti esterni alla Brigata 28 marzo, addirittura fra i giornalisti dell’area del Pci, e che il Procuratore Spataro avesse contrattato col “pentito” Barbone allo scopo di nascondere quei presunti mandanti.
In seguito emersero fatti nuovi che precisarono meglio i contorni della vicenda. La polemica anti-Pci aveva fuorviato i craxiani, ma l’intuizione che dietro la morte di Tobagi vi fossero molti aspetti da chiarire da parte delle Istituzioni non era sbagliata.
Avvenne pure, come abbiamo già accennato, la morte dell’imputato Manfredi De Stefano.
La morte di Manfredi De Stefano
Manfredi morì il 6 aprile 1984 nell’ospedale di Udine, dopo una traduzione d’urgenza dal carcere in cui stava scontando la pena. Lui era in attesa del processo di Appello, ma cessò di vivere ben prima del suo inizio; si sentì male per motivi naturali nella cella in cui era alloggiato e, secondo la perizia ufficiale, morì per un aneurisma.
A confermare ciò c’erano cinque compagni della medesima cella e alcune persone della polizia penitenziaria.
Molti anni dopo, nel 2009, ci fu un’esternazione di Giorgio Caimmi, a suo tempo giudice istruttore nel processo Rosso-Tobagi, secondo cui Manfredi De Stefano si sarebbe suicidato (dichiarazione riportata in maniera scandalizzata da Benedetta Tobagi nel numero speciale n. 4, luglio-agosto 2009 di Ristretti Orizzonti e a pag. 281-282 del suo libro intitolato “Come mi batte forte il tuo cuore”, Einaudi, 2009), ma finora è rimasta priva di fondamento.
Passiamo perciò a vedere cosa successe alla ripresa del processo “Rosso-Tobagi”.
L’infiltrato Rocco Ricciardi e il “pentito” Marco Barbone
Nel processo di Appello “Rosso-Tobagi”, e siamo nel 1985, emerse pubblicamente che il “confidente” dei carabinieri era, per propria ammissione, il “pentito” Rocco Ricciardi, un imputato che prima di finire in carcere – fatto avvenuto nel novembre 1981, cioè dopo circa un anno dal “pentimento” di Barbone – aveva abitato nel varesotto.
Da quel momento si capì che il ruolo di questo personaggio, divenuto “confidente” dei carabinieri dopo una perquisizione ordinata nel marzo 1979 da Armando Spataro e ufficialmente all’insaputa di quest’ultimo (vedasi pag. 92 del citato Ne valeva la pena), era stato messo in secondo piano dalle chiacchiere sulla presunta spontaneità del “pentimento” di Barbone e sull’eventuale esistenza di mandanti del Pci nell’omicidio di Walter Tobagi. In realtà si trattava di un ex sovversivo e di un vero e proprio infiltrato dei carabinieri.
Il 27 maggio 1979 Rocco Ricciardi aveva un appuntamento con diversi esponenti delle Formazioni Comuniste Combattenti presso il Bar Umberto I, in piazza Matteotti, a Como. Non ci andò e fece arrestate sette persone.
Il 13 dicembre del 1979 invece lui mise al corrente un sottufficiale dei carabinieri di un colloquio avuto con Pierangelo Franzetti. Costui, allora esponente dei Reparti comunisti d’attacco (Rca), un gruppo formato nella seconda metà del 1978 da alcuni militanti usciti dalle Formazioni Comuniste Combattenti, gli avrebbe fatto cenno di un progetto d’azione armata a Milano, operativo nella zona di via Solari e ideato dai Rca.
A tale riguardo, Ricciardi fornì l’ipotesi secondo cui quel progetto avrebbe potuto essere contro Tobagi e, per meglio motivare la propria congettura, raccontò che a gennaio o a febbraio del 1978 lui stesso, Marco Barbone e Caterina Rosenzweig avevano tentato di sequestrare il cronista del Corriere della Sera. Tale azione avrebbe dovuto essere rivendicata con la sigla delle Formazioni Comuniste Combattenti, organizzazione al cui vertice c’era anche Barbone, ma fallì a causa dell’imprevista presenza di una volante della polizia.
Nel processo di Appello “Rosso-Tobagi” e nei giornali, grazie ad una serie di altri dati e riscontri, emerse anche una sottovalutata ricostruzione di alcune vicende successive al tentato sequestro di Tobagi.
Barbone fu espulso dalle Formazioni Comuniste Combattenti. Caterina Rosenzweig era stata arrestata per partecipazione a un attentato compiuto nel marzo del 1978, nel varesotto, contro la Bassani Ticino, ma lui non volle diventare clandestino a tutti gli effetti. Ebbe invece una corrispondenza postale con la fidanzata fino a maggio, allorché lei fu scarcerata e sottoposta per alcuni mesi a libertà vigilata.
Si sentiva molto sicuro del fatto suo ed ebbe modo di darne prova anche dopo il 13 settembre 1978, giorno in cui le forze dell’ordine irruppero in un appartamento di via Negroli, misero in manette il dirigente delle Formazioni Comuniste Combattenti Corrado Alunni e, fra le altre cose, rinvennero il volantino di rivendicazione dell’azione compiuta a marzo da Caterina Rosenzweig.
Pur essendo già schedato e facilmente controllabile dalle forze dell’ordine, Barbone continuò ad agire come se nulla fosse accaduto. Dapprima svolse un’attività il cui scopo era quello di formare un gruppo con idee simili alle sue; poi divenne capo di una micro-organizzazione che mise in atto e rivendicò alcuni sabotaggi ad automezzi adibiti alla distribuzione di quotidiani e contro un’agenzia pubblicitaria: quella Guerriglia Rossa in cui, dalla primavera del 1979 al 28 marzo del 1980, militarono diversi fra coloro che, assieme ad altri provenienti da esperienze diverse, andranno poi a formare la Brigata 28 marzo (vedasi pag. 240 del primo volume de “La Mappa Perduta”, casa editrice Sensibili alle Foglie, Roma, 1994).
Una sostanziale linea di continuità si ebbe dunque, soprattutto per mezzo delle attività di Marco Barbone, fra il tentativo di sequestro di Tobagi del 1978, il gruppo Guerriglia Rossa e la Brigata 28 marzo.
All’Appello del processo Rosso-Tobagi Rocco Ricciardi disse poi la banale verità secondo cui nel dicembre 1979 non aveva ancora mai sentito parlare della Brigata 28 marzo, sigla nata nel 1980 dopo la strage avvenuta nella genovese via Fracchia.
Inoltre affermò che dopo la morte di Tobagi i carabinieri gli chiesero se ne sapesse qualcosa e lui avrebbe fatto queste dichiarazioni:
“Non avevo alcun elemento. Più tardi, un militante dei Reparti comunisti d’attacco, Luciano Marchettini, mi raccontò che un certo Manfredi Di Stefano aveva cercato un collegamento con la loro struttura, presentandosi come uno della “28 marzo”. Lo riferii. La notizia non fu presa sul serio. Fecero qualche accertamento. Mi mostrarono anche una fotografia e riconobbi Di Stefano che avevo conosciuto anni prima“. (La Repubblica, 14 giugno 1985)
Quasi un decennio dopo l’ex carabiniere Dario Covolo, una vecchia conoscenza di Rocco Ricciardi, ha ribadito l’ipotesi, diffusa da Craxi e dal Psi a partire dal 1983, secondo cui le autorità competenti non avrebbero fatto nulla per impedire l’omicidio di Tobagi.
Il lavoro giornalistico di Renzo Magosso sull’omicidio di Tobagi
Nell’ambito di un’intervista pubblicata sul settimanale Gente il 17 giugno 2004 e rilasciata a Renzo Magosso, Dario Covolo ha detto che nel dicembre 1979 aveva trasmesso ai propri superiori, gli allora capitani Umberto Bonaventura e Alessandro Ruffino, l’informativa di Rocco Ricciardi sull’esistenza di un gruppo che avrebbe voluto sequestrare o uccidere Walter Tobagi. Un’informativa di cui quest’ultimo – sia detto da noi oggi, per inciso – non seppe nulla.
A quell’intervista ha fatto seguito una querela per diffamazione presentata da Alessandro Ruffino, nel frattempo diventato generale dei carabinieri in pensione, e dalla sorella del generale Umberto Bonaventura, deceduto.
Il 20 settembre 2007 Renzo Magosso e l’ex direttore di Gente, Brindani, sono stati poi condannati a una pena pecuniaria dal tribunale di Monza. Il 22 settembre dello stesso anno, in un procedimento stralciato, ma sempre dal tribunale di Monza, è stato condannato allo stesso tipo di pena anche Dario Covolo.
Secondo le sentenze, confermate in Appello il 3 novembre 2009, la ricostruzione oggetto della querela era stata contestata da altre persone e questo avrebbe dovuto essere ricordato nell’intervista.
Al di là di queste decisioni della magistratura italiana, la ricostruzione dei fatti dovrebbe sempre essere basata su prove concrete e non su altro.
Di certo, la verità giudiziaria non corrisponde alla verità storica e non di rado la stessa verità giudiziaria italiana è contestata dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.
Non a caso, il 16 gennaio 2020 la CEDU ha condannato lo Stato italiano per violazione del diritto alla libertà d’espressione nei confronti del giornalista Renzo Magosso e dell’ex direttore di Gente Brindani. (vedi qui)
Entusiasta di quest’ultima sentenza, Magosso si è poi lasciato andare ad alcune dichiarazioni, riportate dal giornale Il Dubbio del 19 gennaio 2020, fra cui queste:
“A giugno del 1980 venni contattato dal direttore del Corriere, Franco Di Bella, che mi disse: il generale Dalla Chiesa mi ha detto che ad ammazzare Tobagi è stato il figlio del nostro direttore generale Donato Barbone. Così andai a verificare con Umberto Bonaventura, che confermò la circostanza, aggiungendo di essere arrivato a Barbone tramite un manoscritto anonimo su un attentato mai avvenuto ordito dalle Fcc nel quale riconobbe la calligrafia del giovane. Non ci ho creduto, ma lui mi disse che era un’informazione sicura che veniva da Varese. Così gli chiesi di informarmi dell’arresto, cosa che fece. Su L’Occhio scrissi: preso Marco Barbone delle Br, l’informazione viene da Varese. Otto giorni prima che confessasse.”.
Queste ricostruzioni di Magosso sul caso Tobagi non risultano però corrette.
A giugno del 1980 il generale dei carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa (che, secondo gli atti della Commissione Anselmi sulla P2, per motivi mai chiariti, fece richiesta di iscrizione alla Loggia P2 in datata 28 ottobre 1976) potrebbe aver commesso un’imprudenza nel parlare in quel modo al direttore del Corriere della Sera, Franco Di Bella (a quel tempo già membro della Loggia P2), ma non sembra qualcosa di particolarmente strano fra chi apparteneva alla classe dirigente italiana.
La circostanza secondo cui l’allora capitano dei carabinieri Umberto Bonaventura sarebbe arrivato a Marco Barbone tramite delle analisi della calligrafia, a differenza di quanto affermato da Armando Spataro secondo cui quel merito lo avrebbe avuto Alessandro Ruffino, qui sembra realistica solo allorché si precisa che sarebbe basata su “un’informazione sicura che veniva da Varese” e quest’ultima potrebbe riferirsi all’estate del 1980, dopo la morte di Tobagi e prima dell’arresto dei militanti della Brigata 28 marzo, e nello specifico alle cose che, sulla militanza di Manfredi De Stefano nella Brigata 28 marzo, Rocco Ricciardi apprese da Luciano Marchettini.
Senza dubbio, invece, è del tutto falsa la notizia secondo cui Marco Barbone sarebbe stato un militante delle Br.
Vediamo perciò come invece stavano e stanno le cose.
Verso una più precisa verità storica
Sul piano storico, volendo solo parlare di fatti acclarati e non di polemiche trite e ritrite, abbiamo le prove inconfutabili dell’esistenza di un tentato sequestro di Tobagi nel 1978, del fidanzamento fra Marco Barbone e la pregiudicata Caterina Rosenzweig e della loro passata esperienza nelle Formazioni Comuniste Combattenti. Cioè di elementi cognitivi sufficienti alle forze di polizia per controllare meglio Barbone almeno dal 13 dicembre 1979 e soprattutto in seguito al ferimento compiuto il 7 maggio 1980, ai danni del giornalista Passalacqua e rivendicato dalla Brigata 28 marzo.
Di conseguenza, pure al di là di quali siano state eventualmente le singole responsabilità dei carabinieri e dei loro vertici, la domanda fondamentale a questo punto è: che uso si fece di tutte quelle ampie informazioni su Marco Barbone e dell’infiltrato Rocco Ricciardi?
Una risposta precisa e logica è venuta da alcuni giornalisti addetti a seguire le udienze del processo Rosso-Tobagi. In particolare da Guido Vegani che nel 1985 così scriveva: “Se si sta alla verità di Ricciardi, è legittimo pensare che i carabinieri abbiano, sbagliando, evitato di analizzare quell’abortito sequestro. Se lo avessero fatto, avrebbero automaticamente puntato gli occhi su Marco Barbone che era stato partecipe, e non come comparsa, di quel progetto e che, insieme a Mario Marano, avrebbe, nel maggio del 1980, sparato su Tobagi.
Ma la realtà più logica potrebbe essere un’ altra. L’errore dei carabinieri (lo è, anche se ci si pone nell’ottica di quegli anni di piombo, in cui mille erano i possibili “obbiettivi” del terrorismo e tante le “soffiate” basate su deduzioni) può essere stato dettato anche dalla volontà di non bruciare quel confidente su piste considerate minori, mentre lo si stava usando per tentare di accerchiare la “Brigata Walter Alasia”, la punta milanese delle Br.” (Milano, depone al processo d’appello Rocco Ricciardi, confidente dei carabinieri. “Tobagi? Dovevamo rapirlo“, La Repubblica, 18 giugno 1985).
Si può quindi leggere con una nuova e più chiara ottica cosa intendesse il generale Dalla Chiesa quando, nella citata intervista a Panorama del 22 settembre 1980, parlava della tecnica di «massima riservatezza, conoscenza anche culturale dell’avversario, infiltrazione».
La “massima riservatezza” era tale che il tentato sequestro di Tobagi del 1978 rimase sconosciuto persino al diretto interessato e, per diversi anni, almeno a livello ufficiale, alla stessa magistratura. L’infiltrazione era quella di Rocco Ricciardi.
La “conoscenza anche culturale dell’avversario” significava invece che da tempo i carabinieri avevano molte informazioni a proposito di Barbone. D’altra parte fecero degli errori proprio di carattere culturale. Essendo concentrati nel portare l’attacco alle Brigate Rosse, sottovalutarono il rischio che Barbone potesse realizzare un’azione omicida.
Il cono d’ombra che ancora oggi opacizza la verità sulla morte di Walter Tobagi e sulle dinamiche del processo “Rosso-Tobagi” trova quindi la propria origine fondamentale nella strategia antiguerriglia condotta dai carabinieri, avente come obiettivo principale l’accerchiamento e la distruzione delle Brigate Rosse, e nella connessa “legislazione dell’emergenza”, entrambe avallate e sostenute soprattutto dalla Dc e dal Pci.
Se poi qualcuno pensò di controllare e usare personaggi come Marco Barbone allo scopo di giungere alla colonna milanese delle Br, fece male i conti rispetto alla cultura politica dei brigatisti rossi di quel tempo.
Agli occhi delle Br, almeno dal 1976 al 1981, radicali e socialisti, il cosiddetto “partito della trattativa”, apparivano come le forze istituzionali in grado di proporre dignitose soluzioni politiche, ad esempio nel 1978 durante il sequestro Moro e, tra la fine del 1980 e l’inizio del 1981, nel corso del sequestro D´Urso.
Nella primavera del 1978 lo stesso Walter Tobagi aveva collaborato strettamente con Giannino Guiso, avvocato a quel tempo di alcuni brigatisti rossi detenuti, e fu una delle poche persone che in Italia fece pubblicare tutte le notizie utili per una soluzione politica rispetto al sequestro di Aldo Moro. Di conseguenza, era del tutto improbabile che le Br potessero aprire spazi o varchi ad esperienze come quelle vissute da Marco Barbone.
Rocco Ricciardi continuò nel frattempo a dare informazioni all’antiguerriglia.
Ad esempio, come ha riferito l’ex carabiniere Covolo in una udienza del 11 luglio 2007 presso il Tribunale di Monza, Rocco Ricciardi “ci fece pedinare il Serafini Roberto con il Pezzoni Walter, che poi purtroppo furono oggetto di conflitto a fuoco.”
Questa affermazione, mai smentita dai carabinieri e dallo stesso Rocco Ricciardi, era senza dubbio vera e come tale bisogna considerarla anche oggi.
Serafini e Pezzoni erano i due brigatisti rossi che, dopo aver incontrato Rocco Ricciardi, furono uccisi dai carabinieri la sera dell’11 dicembre 1980, in via Varesina, a Milano. Ricciardi aveva detto che Serafini, ex militante delle Formazioni Comuniste Combattenti e suo ex amico, era un buon tiratore e per questo motivo non ci fu alcun tentativo di arresto ma una mattanza nella quale, oltre ai due brigatisti, morì pure un cane.
In pratica, la lotta dello Stato contro il sovversivismo e il brigatismo rosso a Milano e in Lombardia, tra la fine degli anni ’70 e i primi anni ’80, fu condotta attraverso infiltrati come Rocco Ricciardi e il controllo di gruppetti come quelli di cui fece parte Marco Barbone dalla primavera del 1979 in poi.
L’antiguerriglia si avvalse anche delle “leggi dell’emergenza” a favore dei “pentiti”, ma se Marco Barbone ebbe un altissimo “potere di contrattazione” fu perché, come ben sapevano i vertici dei carabinieri, il “pentito” avrebbe potuto accusare subito Rocco Ricciardi, ma quest’ultimo doveva ancora dare il proprio contributo per giungere alla colonna milanese delle Br.
Fatto che avvenne nella sanguinosa giornata dell’11 dicembre del 1980.
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28/03/2019
Il caso Cesare Battisti. La scrittrice Fred Vargas tiene il punto
Ma Fred Vargas, incalzata sulle ammissioni fatte da Battisti ormai detenuto in Italia, replica anche su questo: “non cambia nulla alle mie conclusioni di ricercatrice, lo ritengo ancora innocente”. Alla domanda specifica se fosse stata messa o meno al corrente delle dichiarazioni di Battisti, che ha riconosciuto i quattro omicidi commessi durante gli anni della lotta armata in Italia la Vargas ha risposto che: “Le sue dichiarazioni non mi feriscono, mi lasciano indifferente. E’ possibile che abbia i suoi motivi, forse ci sono delle ragioni, non ne so niente, lo lascio libero di dire ciò che ha scelto di dire”. “Non ho da presentare nessuna scusa – ha aggiunto la scrittrice che per anni ha seguito e difeso Battisti – non ritengo di aver difeso un assassino, è l’ultima cosa che avrei fatto. Purtroppo è triste perché mi prenderanno tutti per un’imbecille ma è così”. La Vargas spiega anche che “sulla stampa francese mi stanno massacrando, come se fossi un’imbecille, una credulona, ingenua, eppure, la mia, non è una difesa in nome di chissà quale lotta politica o di ideale di estrema sinistra, ma le conclusioni scientifiche delle mie ricerche”.
Le ricerche della scrittrice sul caso Battisti diventarono un vero e proprio libro pubblicato in Francia nel 2004: La verité sur Cesare Battisti (La verità su Cesare Battisti, ndr). Il pamphlet smontava molte delle ricostruzioni del caso Battisti apparse sulla stampa italiana e francese. La Vargas decostruiva anche il dossier prodotto dall’ambasciata italiana sul caso Battisti ma soprattutto le procedure con cui in Italia venivano costruiti nei tribunali i processi politici.
“L’Italia è l’unico Paese al mondo in cui la giustizia rifiuta di rifare il processo a un uomo condannato in contumacia. Normalmente andrebbe processato in sua presenza, ma l’Italia, di questo, non vuole sentire parlare”. Per lei, i processi in contumacia celebrati in sua assenza dell'imputato sono nulli perché i mandati al suo avvocato, con cui Battisti veniva rappresentato in tribunale, erano falsi. “Anche un bambino di 8 anni avrebbe capito che erano delle copie ricalcate a mano”, è il j’accuse della scrittrice. In Italia a più di qualcuno staranno fischiando le orecchie?
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15/01/2019
Battisti e la psicologia di massa del fascismo
Qualsiasi idiota, di quelli che vomitano fango su tutto e cianciano da complottisti, il popolo delle “cinqueleghe”, scrive qualsiasi tipo di cazzata, leone da tastiera, al riparo nel suo nascondiglio di casa. Poi ci sono i forcaioli di sinistra. Quelli contenti di aver difeso negli anni ’70 uno stato liberticida e stragista, quelli che non hanno capito nulla dello scontro sociale e politico che ci fu, che si schierarono fideisticamente con le istituzioni democristiane marce e serve della CIA. Quelli che si è visto come dai sacrifici di Luciano Lama si è arrivati a distruggere lo stato sociale, a privatizzare, a rendere la Costituzione aderente ai dettami liberisti dei trattati UE, a vendere il paese a pezzi, l’ala sinistra dei poteri semi-forti del nostro capitalismo cialtrone e parassitario. Molto sinistra, ma nel senso di cupezza.
Questa è l’Italia, con giornalisti proni megafoni dei poteri forti che somministrano loro la pappa. Nessuno che si prenda la briga di vedere cosa è stata davvero la vicenda di Cesare Battisti, il contesto dell’epoca, con una repressione fatta di torture (la squadretta del Professor De Tormentis alias Nicola Ciocia è finita in cavalleria...), carcerazione speciale, migliaia di attivisti e simpatizzanti del movimento antagonista che riempivano le patrie galere solo per presunti indizi, i teoremi di “giudici democratici” come Catalonotti, Calogero e colleghi vari, e processi emergenziali che usavano a tutta gallara il concorso morale, fuori da ogni garanzia del diritto di un paese civile.
Così fu per Cesare: un processo in contumacia che sulla base di dichiarazioni discutibili dava a Cesare quel che è di Cesare e anche di Dio: il dono dell’ubiquità. Il doveva aver deciso anche lui in riunioni menzionate da pentiti di turno. Personaggi ai quali puoi far dire di tutto con il loro solo scopo di non farsi un giorno in più di galera. Cesare Battisti sarà colpevole anche per la cassazione, ma storicamente per come si può sapere come siano andate le cose, per logica (l’ubiquità), e per un ipotetico diritto penale che in Italia ha smesso di esserci da quel mò, Cesare Battisti è innocente. La questione vera è la “verità” di stato che su quegli anni “di piombo” deve essere indiscutibile. Quando la guerra finisce i prigionieri tornano a casa. Questa è la migliore garanzia per una convivenza civile e un civile confronto.
Ma questo stato bipartisan di forcaioli di destra e di sinistra, di Cinque Stelle piombati nelle stalle, non vuole chiudere quegli anni con l’unico atto politico che può chiudere quella che fu la stagione di una guerra civile a bassa intensità: l’amnistia. Preferisce cavarsela imponendo galera con copertura mediatica della caccia alle streghe perenne, sperando che così non nasca più nulla, non lavori più alcuna talpa sotto le sue fondamenta marce.
Assistiamo al ritorno in catene del Vercingetorige di turno, fustigato al pubblico ludibrio 3.0, consegnato alle forche erette dai rappresentanti politici truccati per le telecamere, cialtroni di destra e di sinistra, sempre insieme come per la TAV, insieme come per le leggi che da Minniti a Salvini condannano i migranti alla tomba del Mediterraneo e ai lager in Libia. Già si parla di ergastolo, quando il Brasile ha fino a trent’anni di carcere. Persino ergasolo ostativo, senza benefici futuri di alcun tipo.
Già si vuole comminare un anno di isolamento diurno, perché la pena esemplare non basta e i sondaggi vanno presi in considerazione. La gogna davanti al ministero degli interni e poi il plotone d’esecuzione no? Ma non dubitatene. La talpa anche se con altre pratiche e forme organizzate c’è e scava nel marcio della vostra politica, dei vostri affari, delle vostre comparsate da salotto, del vostro vuoto di idee e programmi, del vostro essere kapò più o meno “critici” delle burocrazie neoliberiste d’Europa, dei vostri fascismi palesi o camuffati da bandierine dalla pace. Scava. Come nel fascismo. Nel ventennio erano tutti sotto il balcone del duce a Piazza Venezia. Psicologia di massa del fascismo. Ma poi sui monti iniziò altro.
Perché le condizioni per la talpa le crea proprio chi la talpa vuole assassinare.
Non è finita. Non finisce qui
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14/09/2018
Esce in Francia “J’accuse”, la tortura in Italia negli anni dell’emergenza
La denuncia delle torture in Italia, diretta e raccontata da uno dei tanti che l’hanno subita durante la “guerra a bassa intensità” scatenata dallo Stato a cavallo tra gli anni ‘70 e ‘80.
Sulla tortura in Italia utilizzata in quel periodo, c’è abbondante documentazione ma anche un silenzio assordante che dura da decenni. Molta documentazione è stata raccolta sul sito Baruda.net
In Italia l’argomento della tortura di Stato negli anni dello stato d’emergenza, è un tabù, rimosso da tutte le ricostruzioni storiche, soprattutto da quelle più fantasiose e dietrologiche. Ma il 15 ottobre del 2013 la condanna per calunnia contro Enrico Triaca nel momento in cui denunciò i suoi torturatori è stata annullata, a prova del fatto che la tortura c’è stata... ma nessuno ne ha parlato.
Dunque per veder proiettata un po’ di verità in spazi pubblici, per veder dibattito e ricerca di verità storica occorre varcare il confine e andare in Francia. In Italia su quel periodo continua a esserci una lapide di rimozioni, oblio o, peggio ancora, di legittimazione in nome della “ragion di Stato”.
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09/05/2018
Il Dubbio. Una risposta a Sansonetti
È uscita proprio in questi giorni, ad esempio, la deludente pellicola, diretta da Annarita Zambrano, Dopo la guerra, intrisa di moralismo, grossolane falsificazioni storiche e di egoismo colpevolista.
Ma dunque, per tornare all’editoriale di Sansonetti, devo dire che, se concordo sull’impostazione di fondo dell’articolo – proviamo a capire le motivazioni che spinsero un’intera generazione a ribellarsi al sistema e alla cultura del Capitale e, una parte di essa, ad intraprendere la Lotta Armata per il Comunismo, non solo in Italia – sono, d’altra parte, completamente in disaccordo sul metodo che dovrebbe preludere a tale comprensione.
Mi sembra, difatti, argomento di non poco conto – per chi proponga un percorso di analisi fredda su quegli anni, come vorrebbe s’intraprendesse il direttore del Dubbio – quello che afferisce al passaggio in cui si fa riferimento alla supposta reticenza delle Br e, in particolar modo, dei suoi massimi esponenti. A parte che qualcuno, anche se laconicamente, ha fatto, in questi anni, e fa tuttora, autocritica, pur senza far sconti alla parte avversa (lo Stato “democratico”) e senza ipocriti pentitismi: è il caso, ad esempio, di Barbara Balzerani – per citare il caso più eclatante – che, in alcuni passi dei suoi libri, anche se senza dilungarsi troppo (ma non è il suo stile!), parla chiaramente degli errori commessi. Non condivido, però, assolutamente – per un mio personalissimo convincimento, se si vuole di carattere che potremmo definire psico-politico – l’idea che fu un errore madornale uccidere Moro. L’ho già detto in altre occasioni: Moretti e compagni, secondo me, non potevano fare altro, in quella particolare, tesa, tragica situazione, nella quale ogni ordinario schema di vita si trovava ad essere ribaltato.
Facile e, mi sia consentito, anche un po’ subdolo, oggi, mettersi a disquisire sull’errore strategico o, peggio, sulla inumanità del gesto. La possibilità di mettere Moro a morte fu il frutto di una decisione interna alla Direzione Strategica delle Br, ma furono interpellati i compagni nelle fabbriche e fuori, prima di eseguire la condanna. Si decise di ucciderlo, e qualcuno doveva assumersene la responsabilità, di fronte alla Storia, di fronte alla classe di riferimento, di fronte alle Istituzioni. Moretti e i compagni quella responsabilità decisero di assumersela.
Sbagliato e giusto sono, pertanto, categorie morali che non possono riguardare – dall'una parte e dall’altra, certo: poi ognuno combatte la sua battaglia con le proprie armi e la propria cultura – situazioni eccezionali come la guerriglia, sebbene a bassa intensità, come quella che si combatteva, tra gli anni ’70 e ’80, in Italia.
Tanto psicologicamente quanto politicamente, quindi – secondo il mio opinabilissimo parere – Moretti e gli altri componenti il commando che portò a termine il sequestro Moro, non mi sembra che avessero altre chance. Se avessero lasciato libero il prigioniero e quella liberazione si fosse ritorta contro di loro, ne avrebbero dovuto rispondere al movimento rivoluzionario. Cosa che sarebbe certamente successa, in considerazione del cosiddetto piano Viktor – in codice: Moro vivo – messo a punto dall’allora Ministro degli Interni, Francesco Cossiga (se ne era approntato anche uno in caso di morte, nome in codice Mike), per far fronte all’eventuale liberazione del Presidente democristiano. Il quale sarebbe stato posto, in parole povere, secondo le indicazioni contenute nel piano, in stato di internamento e sotto controllo psichiatrico, per non consentirgli di parlare e di rendere pubbliche quelle pesantissime accuse che, già nelle sue lettere, durante la prigionia, aveva rivolto all’intero gruppo dirigente della Democrazia Cristiana.
Se, viceversa, lo avessero ucciso – come poi avvenne – ne avrebbero dovuto rispondere allo Stato. I margini di manovra, politica e psicologica, in quelle circostanze, erano, dunque, ridotti al minimo.
Bisogna provare a mettercisi, in quel contesto, e provare a ragionare, se ci si riesce, come se si fosse sotto quella indescrivibile pressione. Abbandonando, per un attimo, il nostro quieto vivere borghese. Quello che mi pare si cerchi, invece, quello che si vuole e si pretende, è soltanto giudicare, servendosi delle scorciatoie morali del cervello.
Giusto e Sbagliato, Bene e Male, non possono, non devono rappresentare criteri di valutazione e di analisi storico-politica. Esse, infatti, sono categorie che possono solo indurre in errore, conducendo, in ultima istanza, alla paradossale celebrazione di un rituale collettivo ai limiti dell’isteria – cosa che sta, tra l’altro, accadendo, nel corso di questo quarantennale – che oscilli tra la canonizzazione di Moro e la scomunica, con annesso rogo Inquisitorio, per i brigatisti. Tutto, ovviamente, a discapito della verità storica.
La cosa che più risulta inaccettabile, però, è che tali categorie kantiane – dunque, da rigettare anche solo filosoficamente e culturalmente, per non parlare di teoria marxista e prassi rivoluzionaria – vengano utilizzate da compagni, anche molto avveduti e radicali, a loro dire.
Parlare di “reticenza” degli ex Br è, a mio parere, quindi, è quanto mai sbagliato. Sansonetti, forse senza rendersene conto, commette lo stesso errore di chi pretenda un loro pentimento, spostando la questione da un piano morale a un piano più squisitamente politico.
Tutto sommato, però, lì si resta: un’ammissione, se non di colpa, di responsabilità univoca. Che dovrebbe avvenire, secondo il direttore de “Il Dubbio”, aprioristicamente, da parte delle Br. Condizione quasi necessaria e sufficiente, affinché si apra una riflessione su quegli anni.
Mi chiedo perciò: un’ammissione di colpa da parte dello Stato, per quanto commesso – stragi, bombe, alleanza con gruppi neofascisti, con organizzazioni mafiose, democrazia bloccata e sovranità limitata – non potrebbe o dovrebbe essere altrettanto necessaria e sufficiente, a tal scopo?
Ritengo, infatti, che soltanto in una comune, reciproca, contemporanea presa d’atto delle responsabilità storiche e politiche, si possa aprire una franca discussione su quegli anni. In caso contrario, si resterà arroccati, sterilmente, ciascuno sulle proprie posizioni.
Non si può chiedere, infatti, a chi ha preso le armi per combattere l’ingiustizia di un Sistema e di uno Stato che opprimono, sfruttano, schiavizzano e, non di rado, uccidono i propri cittadini – e, per inciso, nulla è cambiato da allora, anzi! – di riconoscere non solo la sconfitta (cosa avvenuta, d’altra parte, oltre trent’anni fa) ma addirittura di ammettere politicamente, storicamente, giuridicamente e, dunque, moralmente, l’indegnità della propria lotta e delle proprie azioni.
Questo, caro direttore, è irricevibile!
Fonte
