Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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23/07/2026

“Grazia a Roggero? Sia chiesta anche per Battisti”

Meloni, Salvini e Nordio annunciano la richiesta di grazia per Mario Roggero, il gioielliere incarcerato per avere ucciso gli uomini che avevano rapinato il suo negozio. I giudici l’hanno condannato, chiarendo che le modalità dell’omicidio sono del tutto estranee alla legittima difesa.

Ma le destre sostengono le ragioni del condannato con un'operazione ideologica che travalica la singola vicenda giudiziaria e allude a una precisa idea di giustizia, classista e dispotica. Abbiamo chiesto un parere a Emiliano Brancaccio, professore di economia politica alla università Federico II di Napoli ed esponente della ricerca marxista contemporanea.

Sulla vicenda Roggero, le destre si sono mobilitate. Persino Elon Musk ha dichiarato che bisognerebbe condannare i giudici, non l’imputato. Lei che ne pensa?

Che dobbiamo osservare questi singoli fenomeni come fossero frammenti di una valanga. Da tempo assistiamo a una doppia tendenza, nell’occidente liberaldemocratico e in modo particolare in Italia: le libertà civili e politiche precipitano mentre la tutela del diritto di proprietà si rafforza.
Per esempio, l’indice V-Dem dell’Università di Goteborg ci dice che dall’inizio del secolo l’indice che misura le tutele contro i maltrattamenti compiuti dalle forze dell’ordine è caduto del 10 percento. E negli anni del governo Meloni l’indicatore che misura la tutela delle libertà di riunione e di manifestazione è crollato del 67 percento. I diritti civili e politici, insomma, sono molto meno tutelati rispetto al passato.
Di contro, la Heritage Foundation segnala che nello stesso periodo i dispositivi legali di difesa della proprietà del capitale si sono rafforzati, di oltre 10 punti percentuali. Sono mutamenti di portata storica, eppure per qualcuno ancora non bastano.
In Italia e altrove, le destre intendono accelerare queste due tendenze. E a tale scopo sfruttano ogni occasione, ogni pretesto. Incluso il dramma di Mario Roggero, delle sue vittime e delle rispettive famiglie. Strumentalizzare la tragedia serve a veicolare un preciso messaggio politico: chi difende la proprietà deve godere di impunità. La valanga del diritto deve andare avanti.

Meloni e soci preparano le carte per chiedere a Mattarella la grazia a Roggero. Con quali conseguenze?

La Corte costituzionale ha stabilito che l’istituto della grazia deve esser considerato estraneo all’indirizzo politico del governo. In questo clima, è evidente che non sarà così. La presidenza della repubblica subirà pressioni. Quale che sia l’esito finale, le destre cavalcheranno la vicenda per sostenere l’urgenza di rendere la protezione dei regimi di proprietà privata una cosa sacra, superiore a ogni altra tutela.

Nella narrazione prevalente, dicono che stanno solo invocando un po’ di umana comprensione per il gioielliere che si è fatto giustizia da solo...

In realtà, stanno puntando a un obiettivo molto più grande, che non ha niente di “umano”: vogliono legittimare la violenza privata in difesa della proprietà per accelerare la tendenza generale, che sta già trasformando lo stato di diritto in una sorta di “stato del diritto padronale”. Dove pur di difendere la proprietà vengono soppressi gli altri diritti. E non parlo solo dei familiari dei rapinatori uccisi da Roggero, o dei malcapitati che per caso si ritrovano in mezzo a simili sparatorie.
Mi riferisco, in generale, a tutti coloro che rivendicano un diritto negato da una controparte proprietaria: dai debitori vessati da interessi insostenibili, agli inquilini che contestano contratti capestro imposti dai locatori, agli utenti travolti da bollette fuori controllo, alle associazioni che si vedono sottrarre uno spazio pubblico da qualche multinazionale dell’immobiliare.
Dobbiamo capire che tutto si tiene. Le destre sfruttano casi come quello di Roggero come testa d’ariete per dichiarare che la proprietà privata domina sul diritto. E per imporre mutamenti legislativi più ampi e ambiziosi, totalmente sbilanciati a favore degli interessi proprietari.

Eppure tanta gente prende le parti del governo e chiede la grazia per Roggero...

Perché credono che l’obiettivo sia semplicemente quello di affrontare una specifica tragedia umana, di un uomo che reagisce impulsivamente a un’aggressione.
Non comprendono che simili episodi vengono manipolati dalle forze politiche per piegare la legislazione agli interessi prevalenti: ossia, dare massima tutela a quel risicato 10 percento di popolazione che oggi detiene oltre il 60 percento della ricchezza, e restringere ancor più i diritti del 50 percento di popolazione priva di patrimonio.
Insomma, bisogna ricominciare a capire che la benevolente narrazione del gioielliere che reagisce ai rapinatori è solo un paravento per nascondere qualcosa di completamente diverso e soverchiante: una spietata lotta di classe in atto, del capitale che agisce contro il diritto.

Il direttore di Contropiano.org, ha lanciato una provocazione: se le destre chiedono la grazia per Roggero, bisognerebbe pure chiedere la grazia per Cesare Battista, attualmente all’ergastolo anche per il coinvolgimento con i “proletari armati per il comunismo” nell’omicidio di Pier Luigi Torregiani, il cosiddetto “gioielliere giustiziere”, che era stato accusato di avere ucciso un rapinatore. Che ne pensa?

Sono vicende molto diverse. Tuttavia, se guardiamo quelle due tragedie dal punto di vista delle strumentalizzazioni politiche che hanno ispirato, allora un nesso tra i due casi lo troviamo.
Sta nel fatto che la legittimazione politica della violenza privata in difesa della proprietà e la violenza politica contro la proprietà rappresentano, in fin dei conti, due espressioni speculari di un medesimo obiettivo: la distruzione dello stato di diritto, per come oggi lo conosciamo.
Chiaramente, l’eversione rossa dei “proletari armati” è un fatto storicamente determinato, un delirio politico figlio della sua epoca. Eppure, possiamo dire che l’uso strumentale che le destre stanno facendo di casi come quello di Roggero può esser considerato, a sua volta, una forma di “eversione”.
Dopotutto, la gara di Meloni, Salvini, Vannacci e Musk a chi la spara più grossa in difesa del gioielliere è anch’essa una forma di delirio politico, che tuttavia ha un obiettivo immediato e tangibile: dare una spinta ulteriore alla valanga in atto, documentata dai dati, che sta già schiacciando gli altri diritti in nome di una tutela sempre più intransigente e feroce della proprietà del capitale.

Cosa potrebbe significare una richiesta di grazia a Battisti, portata avanti parallelamente all’iniziativa delle destre per la grazia a Roggero?

In un certo senso, potrebbe rivelarsi un modo per sottrarre l’istituto della grazia presidenziale dalle pressioni politiche del governo. Consentirebbe di chiarire che l’eventuale grazia dei condannati non ha nulla a che fare con la legittimazione né di chi spara compiendo una violenza privata in difesa della proprietà né di chi spara in nome di una violenza politica che vorrebbe vendicare quella violenza privata.
Salverebbe l’istituto della grazia dal rischio che venga interpretato come un “liberi tutti”, un incitamento ad armarsi e a farsi giustizia da soli. E aiuterebbe a disinnescare le provocazioni delle destre, che ogni giorno che passa ci fanno compiere un piccolo passo avanti verso una nuova, nera notte della repubblica.

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22/07/2026

Il caso Roggero. E allora si chieda la grazia anche per Cesare Battisti

Sulla questione della grazia al gioielliere condannato per omicidio Mario Roggero ormai si stanno vedendo e sentendo cose inaccettabili e paradossi che non stanno in piedi. Ma la destra su questo terreno melmoso si muove come un pesce nell’acqua. Il problema – per chi mantiene un minimo di raziocinio e dignità – e che non si deve più giocare sulla difensiva.

A questo punto – e in modo relativamente paradossale – sarebbe legittimo chiedere la grazia anche per Cesare Battisti, scombinando lo schema di gioco che abbiamo davanti agli occhi e buttando la questione tra i piedi della destra e dei forcaioli, costringendoli a balbettare e ad arrampicarsi sugli specchi.

È decisivo precisare che non stiamo parlando di una campagna sui prigionieri politici, come molti potrebbero equivocare. Si tratta di altra cosa. Per quella è dal 1984 che sosteniamo l’ipotesi di una amnistia per i prigionieri come fatto politico.

Stiamo parlando di un’altra questione e cioè di come non piegarsi alle onde lunghe della invasiva e aggressiva propaganda della destra in questa materia, di non limitarci a ripiegare continuamente sugli interstizi della difesa della legalità e dello stato di diritto di fronte a forze che se ne fregano dell’una e dell’altro, ma sul come invece scombinare le carte anche sul loro melmoso terreno.

Se qualche pezzo della sinistra o dell’intellettualità in Italia trovasse il coraggio politico di giocare d’attacco su questo terreno, potremmo assistere a scenari inediti e ai quali la destra – abituata a passarla liscia troppo facilmente – si troverebbe in difficoltà, in Parlamento come nei dibattiti televisivi, negli incontri pubblici come nei bar di quartiere.

Il contesto dei casi Roggero-Battisti parla infatti di gioiellieri condannati perché hanno sparato e ucciso e di chi è stato condannato per aver ideato di sparare e uccidere i gioiellieri che sparano e uccidono. Nel caso Torreggiani Battisti infatti è stato condannato per aver ideato il delitto del gioielliere milanese ma non per averlo commesso materialmente.

A ben guardare si tratta di una montagna di merda comunque la si guardi e di due casi diversi tra loro che non hanno certo provocato simpatie diffuse.

La destra, forcaiola oltre misura nei confronti di Cesare Battisti, cerca invece di creare consenso e simpatia per il gioielliere omicida Roggero, sparando paradossi assurdi e addirittura proposte di legge per far ottenere la grazia a Roggero.

Piuttosto che balbettare di fronte a queste paradossali e vergognose argomentazioni, sarebbe più efficace gettarne altrettante tra i piedi della destra, costringendo loro – in questo caso – a dover fare le precisazioni, a rifugiarsi dietro le sentenze, a fare i distinguo tra caso e caso, a balbettare, in ogni modo a doversi mettere sulla difensiva per affermare che la loro grazia a Roggero sarebbe giusta e quella a Battisti no. E sui doppi standard sappiamo che la partita la perdono.

Con questa destra non si può più giocare pulito né, soprattutto, giocare sulla difensiva.

Come spieghiamo nel nostro editoriale siamo ormai entrati nell’epoca della barbarie, influenzata indubbiamente da una logica suprematista e da un clima di guerra incombente – che dunque prevede sia un fronte esterno che un fronte interno – ma anche dal degrado della stessa civilizzazione capitalistica così come l’abbiamo conosciuta.

Dunque, per dirla con Pertini, “a brigante, brigante e mezzo”.

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27/06/2021

Inaccettabile trattamento carcerario per Cesare Battisti

È inaccettabile e ingiustificabile il trattamento carcerario a cui è sottoposto Cesare Battisti.

Si tratta di una persona che non ha più a che fare con la lotta armata da decenni. La formazione armata di cui faceva parte non esiste più da altrettanto tempo e non si capiscono le ragioni di sicurezza per cui sarebbe privato persino della luce del sole da più di nove mesi.

Tutti sanno che negli ultimi decenni Cesare Battisti ha vissuto scrivendo romanzi e che non vi è alcuna rete terroristica da cui tenerlo isolato.

Questo trattamento disumano costituisce una vendetta che contrasta con l’articolo 27 della nostra Costituzione e con l’articolo 3 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo che pare nel Palazzo e nei media pochi abbiano letto. Li ricordiamo a chi li ha dimenticati: “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”, “nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti”.

Il comportamento del DAP nei confronti di Battisti rafforza l’idea della fondatezza della scelta di Mitterrand di offrire asilo a chi fuggiva dal nostro paese.

Gli pseudo-garantisti che siedono in parlamento e al governo non hanno nulla da dire? Forse non essendo condannato per corruzione Battisti non merita le loro attenzioni? Il silenzio delle forze politiche presenti in parlamento e del governo sulla vicenda del detenuto in isolamento Cesare Battisti è assordante anche più del grancassa mediatica con cui sono stati celebrati il suo arresto e la sua estradizione in Italia.

Quanto sta accadendo disonora la Repubblica Italiana e non ha nulla a che fare con la giustizia.

Cesare Battisti ha inviato dal carcere una lettera ai suoi figli in cui annuncia la sua decisione di andare avanti a oltranza con lo sciopero della fame fino all’esito estremo se non sarà data risposta alle sue richieste di una trattamento carcerario umano. In Italia secondo la Costituzione “non è ammessa la pena di morte”. Vale anche per Battisti?

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19/07/2020

Cesare Battisti ancora in isolamento, anche oltre i tempi previsti

“Nei confronti di Cesare Battisti si sta esercitando un abuso di potere e noi, con la denuncia presentata alla Procura di Roma, chiediamo che si certifichino le responsabilità in capo a chiunque ha in questa vicenda un ruolo pubblico”. A denunciarlo è l’avvocato Gianfranco Sollai, che ha spiega all’agenzia Adnkronos la nuova istanza avanzata dall’ex militante dei Proletari Armati per il Comunismo, detenuto nel carcere di Massama (Oristano).

Nella denuncia il legale ricorda che Battisti è ancora in regime di isolamento, nonostante abbia già scontato i sei mesi previsti dalla pena. L’accanimento viene giustificato come condizione legata agli spazi limitati del carcere di Massama, nel quale sta scontando l’ergastolo.

“Di fatto – afferma Sollai – Battisti è ancora in isolamento nonostante non ci sia una disposizione di legge che lo preveda, non ci sia un provvedimento giudiziario che preveda per lui quella che è una pena. Questo è un abuso, a tutti gli effetti, e noi ci aspettiamo che la Procura lo accerti in tempi rapidi. La risposta che ci aspettiamo è che venga disposto quanto prima il trasferimento di Battisti dal carcere di Massama”.

Qualche giorno fa dalle pagine del nostro giornale, avevamo segnalato la denuncia dell’altro legale di Cesare Battisti, Davide Steccanella, a proposito dell’alimentazione del prigioniero in relazione alle sue condizioni di salute. Anche in questo caso un accanimento burocratico e vendicativo delle autorità statali.

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05/04/2019

Battisti e me

Una testimonianza, quella dello scrittore milanese Sandrone Dazieri, che fa onore a chi la rende, al di là di ogni possibile differenza di opinioni o di qualche errore materiale. Un racconto che dà la misura dei guasti provocati da Cesare Battisti nel già ristretto campo di coloro che non hanno mai chiuso occhi e orecchi (e neuroni) sotto la tempesta di cazzate di dietrologi “democratici” (ma ce ne sono anche di fascisti), sbirraglia assatanata, opinionisti lecchini del potere, imbecilli di ogni ordine e grado.

Una testimonianza che descrive dal vivo la metamorfosi mostruosa del “giornalista televisivo” quando accende la telecamera e, per una volta, non deve fare solo il supporto fisico del microfono davanti al potente di turno ma, al contrario, può far vedere al potente di riferimento (quello che gli paga lo stipendio) quanto gli somiglia. Ossia quanto è infame.

Una testimonianza che nella sua disperazione misura comunque, in qualche modo, l’abisso in cui è sprofondata la cultura politica “comune” in questo paese.

*****

Battisti e me

Ieri (qualche giorno fa, ndr) ho fatto una cosa che in vita mia non avevo mai fatto: ho cacciato due persone da casa, letteralmente. Erano una troupe del programma Non è l’Arena, che mi avevano telefonato chiedendomi un’intervista, per approfondire le mie posizioni rispetto a Battisti. Cordiali al telefono, cordiali a casa mia (diamoci del tu, prendi un caffè, dove vivevi prima...), ma quando la telecamera si è accesa, tutto è cambiato.

La giornalista comincia a chiedermi se non mi sento responsabile delle vittime di Battisti, se non voglio chiedere scusa, se non mi pento, aggiungendo idiozie come: “se uccidessero tua moglie, faresti un manifesto in solidarietà con gli assassini?” E via così. Scopro durante l’intervista che la mezz’ora di chiacchiera diventeranno tre minuti e che verranno anche ri-registrate le domande. Quindi la giornalista, che aveva un tono tra l’accusatrice e la mamma arrabbiata, potrà fingere di aver avuto un comportamento corretto.

Perché mi rompono le scatole? Perché sono l’unico, insieme a Wu Ming e pochi altri (forse uno o due) a non aver accampato scuse ridicole tipo: non lo sapevo, ha firmato mio fratello gemello eccetera. Ma capisco chi sta scappando: avere gli inquisitori in casa non è bellissimo.
Quindi, prima di tutto, espongo quello che non sono riuscito a dire ieri, prima di chiudere per sempre i miei rapporti con stampa e televisione su questo argomento.

1) Quindici anni fa ho firmato una petizione al governo italiano e francese perché Battisti fosse considerato cambiato. A trent’anni dai fatti, era ed è un uomo diverso. Ho firmato una petizione per lui come l’avrei firmata per qualunque delinquente che avessi considerato “redento” (trovate voi il termine che vi piace di più).

2) Ho firmato perché l’avevo conosciuto, perché aveva negato gli addebiti e perché credevo che il dibattito sugli anni Settanta andasse riaperto.

3) Ho firmato perché la vulgata che vede gli anni di Piombo come un centinaio di matti contro un governo democratico e immacolato è un falso storico. Perché il governo sul quale non si può discutere era il governo della strategia della tensione e delle stragi di stato, dei depistaggi, della corruzione, delle torture nelle carceri, della P2, del covo di Moro rivelato durante “una seduta spiritica”. Questo non giustifica gli omicidi, – niente li giustifica – ma li pone in una prospettiva che non è quella della criminalità comune come si vuole raccontare.

4) Ho firmato perché no, non credo di avere responsabilità verso le vittime di Battisti o chiunque altro, se non quella di dire quello che penso. Ero e sono contro la lotta armata e il terrorismo.

5) Ho firmato perché erano passati trent’anni dai fatti e niente di quello che potevo scrivere allora avrebbe cambiato una virgola. Se grazie alla mia petizione Battisti fosse scappato per ammazzare vecchiette mi sentirei in colpa, ma non di questo si tratta.

6) Ho firmato perché una petizione a trent’anni dai fatti non è un sostegno alla lotta armata, e chi lo pensa è un cretino in malafede.

7) Ho firmato perché speravo che Battisti, invece di scappare in Brasile, avrebbe affrontato la giustizia italiana, sostenendo la causa della soluzione politica. Ma è fuggito.

8) Ho firmato perché in fondo non mi interessa cosa pensa di me Battisti. Non l’ho fatto per lui. L’ho fatto per la verità. Perché l’unico modo per capire gli anni di piombo è offrire indulto in cambio di verità su quanto fatto. Sui depistaggi, le coperture, gli accordi sottobanco con servizi e mondo politico.

9) Ho firmato perché comprendo le ragioni delle vittime e perché al posto loro avrei le loro stesse posizioni. Ma ho firmato perché in nessun paese civile sono le vittime o i parenti a decidere la pena dei colpevoli. Perché quella si chiama legge del taglione. Perché sono i governi e la magistratura a stabilire pene e amnistie. Se non si potesse discutere dei fatti storici per rispetto alle vittime dovremmo rimuovere ogni analisi sul nostro passato.

10) Ho firmato perché è facile difendere Abele. Ma anche Caino è nostro fratello.

Potete non pensarla come me, anzi, ma non potete negare il mio diritto di pensarla diversamente da voi all’interno di quello che dovrebbe essere un dibattito democratico.

Detto questo, anche se mi fossi pentito amaramente, l’ultima cosa che farei sarebbe una confessione pubblica davanti alle telecamere di persone che vogliono solo il sangue e lo scandalo. Telecamere che hanno eletto a eroi ribelli ricattatori come Corona o miliardari che ballano in mutande alla faccia dei poveri cristi. Giornalisti cui non importa nulla delle ragioni di chi hanno davanti, ma che vogliono sbranarlo per il divertimento del pubblico. Programmi dove si può ironizzare su ragazzini vittime di molestie, su immigrati che annegano nel Mar Mediterraneo, su donne stuprate. Ma non si può avere un’opinione differente su come chiudere gli anni Settanta.

Chiedere conto a quindici anni di distanza dalla petizione (e a quarant’anni dai fatti) a chi l’aveva firmata, chiedere un’abiura pubblica pena la gogna è una caccia alle streghe. Se non possiamo dire che questo governo è fascista, possiamo però dire che il clima che si respira lo è.

Detto questo, chiudo le trasmissioni. MA ASCOLTATE LA SIGLA

Sandrone Dazieri da Facebook

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31/03/2019

L’autodafé di Cesare Battisti


Durante l’Inquisizione spagnola si tenevano delle solenni cerimonie pubbliche nel corso delle quali si dava lettura delle sentenze di condanna e si celebravano le abiure. Vi partecipavano i giudici, i funzionari, gli ordini religiosi, i rei e il pubblico radunato in una piazza dove era stato eretto un palco. Gli esiti di questi autodafé potevano essere fausti o infausti, ed anche nel caso peggiore l’aver avuto salva l’anima obbligava il colpevole a dover ringraziare i propri carnefici.

L’autodafé di Cesare Battisti si è tenuto, come si conviene in tempi ultramoderni e di postdemocrazia, in una sala del tribunale di Milano davanti ad un pubblico di giornalisti e televisioni. C’erano i giudici ma mancava il reo che aveva reso confessione nel carcere di Oristano due giorni prima. Per Battisti il supplizio pubblico era già avvenuto al momento del suo arrivo in Italia. Nei processi attuali il reo entra solo nominalmente in tribunale poiché il suo luogo predestinato è la prigione, ben prima della condanna, da dove può collegarsi – se ritiene – in videoconferenza. Una residua presenza virtuale per impedire che si possa gridare alla cancellazione definitiva dei diritti della difesa. Per Battisti le cose sono state ancora più semplici: durante il processo non era presente, lo hanno condannato al massimo della pena e quarant’anni dopo ha confessato dal fondo di quel pozzo di 3 metri per 4 che è la sua cella isolata del carcere di Oristano. Così il cerchio della giustizia si è chiuso!

Lo ha scritto per Repubblica, con grande soddisfazione, il procuratore Armando Spataro, titolare alla fine degli anni '70 dell’inchiesta contro i Pac, gruppo nel quale militava Battisti, secondo cui sarebbe falso «che il sistema giudiziario non sia stato in grado di garantire i diritti degli accusati di terrorismo», tanto che «il sistema italiano è studiato come modello verso cui tendere». Quest’ultima affermazione è senza dubbio vera: la «lezione italiana», infatti, è stata un laboratorio che ha insegnato al mondo come costituzionalizzare l’eccezione, rendendola regola permanente e non più sospensione nello spazio e nel tempo della norma.

Discorso questo, ripreso anche da Laurent Joffrin, su Libération, che senza riuscire ad evitare una prosa accidentata da ossimori continui ha riconosciuto alla democrazia italiana di aver «traversato la prova senza rinunciare, nella sostanza, ai principi dello Stato di diritto. Gli appartenenti alle formazioni terroristiche sono stati perseguiti con energia, ma condannati nella gran parte dei casi alla fine di processi condotti secondo le regole». In realtà, a fronte di mantenimento delle «forme» è proprio la «sostanza» dello Stato di diritto che ha subito delle modifiche. Se è vero che non sono state introdotte giurisdizioni speciali, ma i processi, seppur divenuti “maxi”, sono stati condotti dalle normali corti d’Assise, è altresì vero che queste si sono avvalse di leggi speciali, eccezioni procedurali, criteri premiali e differenziali: insomma un ampio arsenale d’eccezione che ha raddoppiato le pene, esteso a dismisura l’uso del concorso fino a formule ellittiche come quello «morale o psichico», inesistente negli altri codici europei, e ripetutamente censurato dalle Chambres francesi, moltiplicato la custodia preventiva, capovolto l’onere della prova, eretto la parola remunerata dei pentiti a fondamento delle accuse. Senza dimenticare le torture del professor De Tormentis, ormai accertate anche dai tribunali. Ma l’ossimoro alla fine travolge la prosa del direttore di Libération che aggiunge: «La “guerra” innescata dagli attivisti dell’estrema sinistra si fondava su un’analisi giusta, ma alla fine dei conti falsa, della democrazia in Italia».

Nel 1990 fu la magistratura francese non la dottrina Mitterrand a dichiarare inestradabile Battisti

Non è vero quel che si racconta sulla stampa italo-francese: Battisti non si è dichiarato sempre innocente. Nel 1990, quando fu oggetto della prima domanda di estradizione proveniente dall’Italia, la magistratura francese ritenne irricevibile la richiesta italiana poiché il processo e la condanna nei suoi confronti, come di altri suoi coimputati, si erano tenuti in contumacia. A differenza dell’Italia, quando in Francia un imputato è stato condannato in sua assenza ha diritto ad essere riprocessato una volta presente. Fu dunque la corte d’appello di Parigi a ritenere inestradabile Battisti. Decisione giuridica che rafforzava la politica di asilo di fatto riassunta nella formula della «dottrina Mitterrand».

Per 23 anni, dal momento della sua fuga dall’Italia fino al suo secondo arresto del 2004, realizzato in violazione del ne bis in idem, Battisti non aveva mai fatto ricorso alla strategia innocentista. La svolta avviene quando, sotto la pressione di alcuni ambienti intellettuali e editoriali francesi che lo avevano adottato, decise di mollare lo studio legale De Félice-Terrel, che aveva storicamente difeso gran parte dei fuoriusciti italiani.

La campagna innocentista

Presentata come una radicale svolta dopo la scarcerazione del marzo 2004, la decisione repentina e brutale di fare ricorso alla categoria dell’innocenza venne assunta fin da subito a discapito dei suoi compagni di destino, quasi a sottolineare che la distanza frapposta con la sua vecchia comunità fosse d’improvviso divenuta un valore aggiunto. Il resto dei fuoriusciti fu accusato di averlo condizionato, addirittura imbavagliato, il tutto senza risparmiare giudizi denigratori nei confronti di altre formazioni politiche armate degli anni Settanta diverse dal suo piccolo gruppo d’appartenenza. Mentre i suoi vecchi legali e compagni di esilio lo mettevano sull’avviso, di fronte al rischio che rappresentava quella scelta, ricordandogli che la procedura d’estradizione non era un’anticipazione del giudizio processuale, né un ulteriore grado del processo, ma una sede giuridica dove le richieste provenienti dall’Italia venivano valutate sotto il profilo della conformità con le norme internazionali e interne, alcuni suoi sostenitori lasciavano intendere che la difesa di merito non era stata intrapresa in precedenza perché avrebbe potuto «nuocere alla protezione collettiva accordata senza distinzione degli atti commessi», alla «piccola comunità dei rifugiati italiani, protetta da oltre vent’anni dalla parola della Francia» (Le Monde del 23 novembre 2004). Oltre a insinuare, di fronte all’opinione pubblica, che quella dei fuoriusciti fosse una comunità di “colpevoli” che impedivano all’unico “innocente” di difendersi, veniva attribuito loro un ruolo censorio fino a designare i fuoriusciti come una combriccola di cinici inquisitori che lanciavano scomuniche.

Anche la massiccia offensiva mediatica condotta dai molti e autorevoli sostenitori della sua innocenza in punto di fatto offrì pretesti insperati e sponde oggettive ai sostenitori dell’emergenza giudiziaria, il più delle volte con argomenti impropri, superficiali e caricaturali, nonostante le procure antiterrorismo avessero solo argomenti mistificatori della realtà storica e delle vicissitudini giudiziarie di quegli anni (ricordiamo come lo stesso Spataro, contraddicendo la stesse sentenze, sostenne per lungo tempo che Battisti fosse direttamente coinvolto nell’uccisione di Torregiani).

L’esilio brasiliano

Rifugiatosi in Brasile, dopo che il governo francese aveva concesso l’estradizione, l’affaire Battisti proseguì su due binari: mentre la campagna pubblica reiterava la linea innocentista, lo scontro giuridico davanti al Tribunale supremo federale e in sede politica si incentrò sull’emergenza giudiziaria che aveva contraddistinto le inchieste e i processi in Italia e sulla pena dell’ergastolo, sanzione assente nel codice penale brasiliano, fino al rifiuto dell’estradizione firmato dal presidente Lula alla scadenza de suo mandato, il 31 dicembre 2010.

Una volta spodestata Dijlma Roussef, succeduta a Lula alla presidenza del Brasile, e dopo il golpe giudiziario del duo Moro-Bolsonaro, il primo procuratore e il secondo candidato presidenziale, concretizzatosi con l’arresto dello stesso Lula, il destino di Battisti appariva segnato. Arrestato, dopo essere riparato in Bolivia, è stato condotto in Italia nel più totale vuoto giuridico, con un puro atto di forza, senza una regolare misura di espulsione da quel Paese, come testimonia il fatto che fu inizialmente preso in consegna dalla polizia brasiliana e successivamente fermato sulle scalette dell’aereo che doveva ricondurlo a São Paulo, per essere consegnato ad una squadra italiana giunta in tutta fretta sul posto. Artificio congegnato per impedire l’applicazione della clausola di commutazione della pena dell’ergastolo a 30 anni, concordata con l’Italia nell’ottobre 2017, e indicata nel provvedimento di estradizione firmato dal presidente Michel Temer, succeduto a Dijlma Roussef.

Consegna straordinaria e reclusione speciale

Giunto in Italia, dopo l’oscena cerimonia di Ciampino, Battisti è stato sottoposto ad un regime detentivo straordinario che esula dalla stessa pena dell’isolamento diurno di sei mesi previsto in sentenza. Isolamento che la corte d’Assise di Milano, nel frattempo, non ha ritenuto prescritto, nonostante l’evidenza dei decenni trascorsi, perché – a suo dire – l’imprescrittibilità dell’ergastolo «si riverbera» sul segmento di pena autonoma dell’isolamento diurno, che – ricordiamo – non è una modalità di esecuzione della detenzione ma è ulteriore pena a tutti gli effetti.

Nonostante le sue imputazioni non rientrino per ragioni cronologiche nella fascia dei reati ostativi, Battisti è rinchiuso in una cella all’interno di una sezione del carcere di Oristano adibita per lui e di cui resterà l’unico ospite una volta terminato il periodo di isolamento diurno. Una sorta di “area riservata del 41 bis” del tutto abusiva, realizzata aggirando le norme dell’ordinamento penitenziario. Un regime detentivo concepito per estorcere dichiarazioni al pari del 41 bis ufficiale e che ha spinto Battisti a confessare dei reati senza aver mai preso parte al proprio processo.

La confessione

Nel sistema giudiziario italiano la nozione di colpa è stata stravolta dall’imponente arsenale legislativo premiale. Il discrimine essenziale è divenuto infatti il comportamento tenuto dal reo, la sua prova di sottomissione, il grado di ravvedimento o collaborazione. A parità di reato e responsabilità penale vengono emesse sentenze e offerti trattamenti penitenziari molto diversi. La logica della premialità ha modificato i confini della colpa e dell’innocenza. Si può esser colpevoli e premiati, innocenti e puniti. Conta più ciò che si è di quel che si è fatto. Battisti, purtroppo, non ha avuto la forza di battersi contro questa situazione.

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28/03/2019

Il caso Cesare Battisti. La scrittrice Fred Vargas tiene il punto

Sul caso Cesare Battisti non tutti hanno calato le braghe. Non lo ha fatto sicuramente la scrittrice francese Fred Vargas, la quale in una intervista all’Ansa spiega le ragioni per cui si è battuta contro l’estradizione di Cesare Battisti dalla Francia.

Ma Fred Vargas, incalzata sulle ammissioni fatte da Battisti ormai detenuto in Italia, replica anche su questo: “non cambia nulla alle mie conclusioni di ricercatrice, lo ritengo ancora innocente”. Alla domanda specifica se fosse stata messa o meno al corrente delle dichiarazioni di Battisti, che ha riconosciuto i quattro omicidi commessi durante gli anni della lotta armata in Italia la Vargas ha risposto che: “Le sue dichiarazioni non mi feriscono, mi lasciano indifferente. E’ possibile che abbia i suoi motivi, forse ci sono delle ragioni, non ne so niente, lo lascio libero di dire ciò che ha scelto di dire”. “Non ho da presentare nessuna scusa – ha aggiunto la scrittrice che per anni ha seguito e difeso Battisti – non ritengo di aver difeso un assassino, è l’ultima cosa che avrei fatto. Purtroppo è triste perché mi prenderanno tutti per un’imbecille ma è così. La Vargas spiega anche che “sulla stampa francese mi stanno massacrando, come se fossi un’imbecille, una credulona, ingenua, eppure, la mia, non è una difesa in nome di chissà quale lotta politica o di ideale di estrema sinistra, ma le conclusioni scientifiche delle mie ricerche”.

Le ricerche della scrittrice sul caso Battisti diventarono un vero e proprio libro pubblicato in Francia nel 2004: La verité sur Cesare Battisti (La verità su Cesare Battisti, ndr). Il pamphlet smontava molte delle ricostruzioni del caso Battisti apparse sulla stampa italiana e francese. La Vargas decostruiva anche il dossier prodotto dall’ambasciata italiana sul caso Battisti ma soprattutto le procedure con cui in Italia venivano costruiti nei tribunali i processi politici.

“L’Italia è l’unico Paese al mondo in cui la giustizia rifiuta di rifare il processo a un uomo condannato in contumacia. Normalmente andrebbe processato in sua presenza, ma l’Italia, di questo, non vuole sentire parlare”. Per lei, i processi in contumacia celebrati in sua assenza dell'imputato sono nulli perché i mandati al suo avvocato, con cui Battisti veniva rappresentato in tribunale, erano falsi. “Anche un bambino di 8 anni avrebbe capito che erano delle copie ricalcate a mano”, è il j’accuse della scrittrice. In Italia a più di qualcuno staranno fischiando le orecchie?

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21/01/2019

Monster chef

I Grilloverdi promettono sei anni di galera a chi cercherà di ottenere la loro annunciata e condizionata mancia elettorale, senza avere tutti i numerosi e contraddittori requisiti richiesti. Il “Governo del Popolo” considera il popolo colpevole fino a prova contraria.

La Mossa Kansas City della settimana è stata l’esemplare arresto di Cesare Battisti. I media nostrani hanno seguito il suo arrivo in Italia come fosse stato lo sbarco del primo uomo su Marte.

Infatti a riceverlo non c’erano forme di vita intelligente.

Qualcuno dei commentatori è rimasto molto deluso che Battisti non avesse le manette, e la museruola come Hannibal the Cannibal.

Lo spettacolo però lo hanno fornito a sazietà i ministri Grilloverdi, tronfi e sghignazzanti in costume da gendarme.

Niente rivela il vero volto di qualcuno quanto le maschere che sceglie di indossare.

Le grottesche iene ridens che al momento ci governano hanno una passione per le divise poliziesche e paramilitari stile golpista da operetta.

Dietro il loto rictus perenne da coniglio surgelato c’è l’ottusa crudeltà dei torturatori di naufraghi e finanziatori di lager, che esibiscono il mostro Battisti sui social come piatto del giorno, e se lo spartiscono a trance, litigando per il boccone più grosso di notorietà, come competono per la divisa fasulla più appariscente.

Fieri di rappresentare “la pancia del paese”.

Quanto a morti sulla coscienza, quest’anno già ne hanno oltre 200, e siamo soltanto a gennaio.

Non sono Hannibal però, soltanto suoi imitatori, cialtroni quanto efferati. Tipo Abel Gideon. Salvini, il mostro dell’Interno, ne ha anche la stazza.

Quando nell’Italia in recessione tutte le loro promesse cazzare di Bengodi andranno inevitabilmente a puttane, a loro volta finiranno serviti in tavola.

Con un buon Chianti.

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18/01/2019

I forcaioli del pensiero scatenati contro lo scrittore Daniel Pennac

L’autore di romanzi come la “Fata carabina”, il “Paradiso degli Orchi” e di tutta la saga del “capro espiatorio” Benjamin Malaussén, è costretto a fare i conti proprio con uno dei suoi personaggi più riusciti. Ma Daniel Pennac più che un capro espiatorio sembra essere diventato l’agnello sacrificale dei furori forcaioli della destra e di settori del M5S.

Accade in Toscana, nella città di Empoli dove il prossimo 11 aprile è stato invitato Daniel Pennac per una conferenza letteraria. Lo scrittore francese però nel 2004 fu tra i firmatari di un appello per la difesa dello “scrittore” Cesare Battisti, rifugiato politico prima in Francia, poi in Brasile e in questi giorni arrestato in Bolivia ed estradato in Italia dove è stato posto nel carcere di Oristano per alcuni omicidi a sfondo politico nei primissimi anni Ottanta.

Apriti cielo! Il consigliere comunale del gruppo di destra Fratelli d’Italia, Andrea Poggianti e il M5S di Empoli hanno criticato la scelta del sindaco di invitare lo scrittore francese.

“O l’intellettuale si ricrede o come Centrodestra ci opporremo alla presenza in pompa magna e sotto il vessillo del Comune di Empoli di uno che difese il terrorista comunista che uccise 4 italiani innocenti”, queste le parole del neofascista Poggianti. Il M5S ha addirittura avviato una raccolta firme per impedire che Pennac venga ad Empoli: “Un assassino con un carico di due condanne all’ergastolo non può averle scontate con 37 anni di latitanza in paesi che lo hanno ospitano, protetto e gli hanno dato pure la cittadinanza. Non è per vendetta, ma sia fatta giustizia e quindi proprio per questo prendiamo le distanze da chiunque dimostri, con più o meno sollecitudine e/o coinvolgimento, l’intenzione di chiedere per lui riduzioni di pena, ne prenda le difese oppure ne dimostri comprensione o empatia” scrivono nella loro lettera i M5S empolitani, “Non possiamo né vogliamo accogliere nella nostra città chi lo considera una vittima e che, quindi, lo vorrebbe libero” dicono riferendosi esplicitamente allo scrittore Daniel Pennac.

Ma come stanno effettivamente le cose? Daniel Pennac scrisse nel 2004 una lettera a Cesare Battisti che, dopo aver usufruito dello status di rifugiato politico, era stato arrestato dalle autorità francesi che avevano accolto le sollecitazioni del governo di destra in Italia (c’era Berlusconi e la Lega al governo, ndr). Decine di personalità della cultura e della politica francese scrissero un appello per la liberazione di Cesare Battisti. L’appello sortì effetto e Battisti riuscì a recarsi, come rifugiato politico, in Brasile, uno status che gli è stato riconosciuto fino all’insediamento di un presidente fascista dichiarato come Bolsonaro.

Anche se di questi tempi di inquietanti chiaroscuri (più i secondi che il primo purtroppo) la raccolta e l’esame delle informazioni non sembra appartenere al raziocinio, ci sforziamo di mettere i lettori in condizione di avere gli elementi che servono a dare giudizi di merito e non fanfaronate forcaiole. Atteggiamenti insopportabili e vergognosi come quelli che stiamo vedendo ad Empoli, e che combatteremo punto su punto, metro per metro, almeno finché le libertà democratiche consentiranno di farlo.

Qui di seguito la lettera scritta nel 2004 da Daniel Pennac a Cesare Battisti:

“Caro Cesare Battisti, non la conosco, non l’ho mai letta e certamente non l’avrei seguita nella sua giovanile partecipazione alla lotta armata. Questo mi lascia tanto più libero di dirle la vergogna che provo per ciò che il mio governo le sta facendo e che, attraverso di lei, minaccia, probabilmente altri rifugiati italiani. Il 10 luglio 1880, nove anni appena dopo la Comune di Parigi (insurrezione che fece più di 30.000 morti!), i condannati vennero graziati e amnistiati. Siamo nel 2004, i fatti che le vengono imputati (i più gravi dei quali non sono stati provati), risalgono a quasi trent’anni fa, e lei è di nuovo gettato in prigione, tradito dal paese (che le aveva garantito asilo), e consegnato a quello che le rifiuta il perdono. Come spiegare alle giovani generazioni una tale regressione del costume politico? E come far capire a coloro che ci governano, che agendo in tal modo essi creano il clima di disperazione che ha spinto alla lotta armata l’adolescente che lei era negli anni `70? Certo, i ministri passano e il sostegno che molti le stanno dimostrando durerà più a lungo dei nostri rispettivi governi; ma è una magra consolazione, se pensiamo a quale società può nascere da comportamenti in cui si può tradire la parola data da un capo di stato, e in cui la giustizia si apparenta alla vendetta – se non viene addirittura imbavagliata. Naturalmente, spero con tutto il cuore di sbagliarmi e che il mio governo, sensibile agli argomenti che gli sono stati presentati, resterà fedele alla garanzia di protezione che le è stata data. Coraggio dunque, sperando di vederla presto, libero.”

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17/01/2019

Le deformazioni della società italiana e il “caso Battisti”

Cosa fa emergere il “caso Cesare Battisti” della nostra società? In che modo si intreccia con una stagione politica emergenziale che, lungi dall’essere relegata al passato, mostra il suo volto oggi? Pubblichiamo con piacere il commento di Vincenzo Scalia, criminologo critico e studioso di mafia, docente all’Università di Winchester. Buona lettura!

L’arresto di Cesare Battisti, ex militante dei Proletari Armati per il Comunismo condannato a quattro ergastoli e latitante dal 1981, che ha sempre proclamato la sua innocenza, ha innescato esiti apparentemente inaspettati. Se da un lato era prevedibile lo show off di Salvini, fattosi addirittura trovare all’aeroporto, dall’altro lato era meno scontata questa atmosfera celebrativa diffusasi dopo lo spargimento della notizia della cattura, sia a livello mediatico, che presso la cosiddetta opinione pubblica democratica. Non perché non si sapesse che presso il centro-sinistra, come in alcuni settori della sinistra radicale, gli alfieri del garantismo penale, per non parlare dei sostenitori dell’innocenza di Battisti, si contassero sulle dita delle mani. Quello che colpisce è l’atmosfera celebrativa che pervade quella parte di opinione pubblica che dovrebbe esprimere qualche perplessità, se non un’aperta opposizione, verso un’operazione che, aldilà delle aberrazioni giudiziarie che la contraddistinguono, politicamente si presta a rinsaldare il consenso verso l’attuale coalizione governativa.

In realtà, l’esultanza dell’opinione pubblica “democratica” ci sembra interpretabile attraverso due prospettive. La prima si rifà a quanto teorizzato da Abdelmalek Sayad (1995) rispetto all’immigrazione. La vicenda di Cesare Battisti rispecchia le deformazioni che hanno attraversato il campo giudiziario e quello politico dell’Italia degli ultimi 40 anni. Innanzitutto Cesare Battisti è stato condannato a quattro ergastoli. Di questi ergastoli uno gli è stato comminato per concorso morale, gli altri in seguito alla dichiarazione “deduttive” di pentiti, uno dei quali ha più volte confessato e ritrattato, un altro riguarda due omicidi (per uno ha avuto l’ergastolo) commessi nello stesso giorno, alla stessa ora, in due città diverse (!).

È evidente come le condanne di Cesare Battisti chiamino in causa l’impianto emergenziale attivato tra la fine degli anni settanta e l’inizio degli anni ottanta, con l’uso spropositato dei pentiti, le carceri speciali, le torture, la somministrazione di condanne sulla base del “concorso morale”, ovvero sulla mera appartenenza a un gruppo eversivo.

In altre parole, attraverso la vicenda Battisti, è possibile realizzare una genealogia del punitivismo e del giustizialismo italiani, perché sul solco tracciato dalla stagione della “lotta al terrorismo” si sono poi impiantati i provvedimenti contro i consumatori di stupefacenti, contro i migranti, si è potuto allargare il 41 bis contro i mafiosi, in un contesto caratterizzato dalla crisi della prima repubblica nel periodo di Tangentopoli. Sotto l’egida della lotta alla corruzione, si è conferita un’autorità morale ipertrofica agli attori del sistema giudiziario-penale e si è schiacciato il pedale sull’acceleratore del securitarismo, pensando di potere governare, assecondandolo, il sentimento di insicurezza che si diffondeva a macchia d’olio nella società italiana. Tra i principali fautori della risposta giudiziario-penale nei confronti di contraddizioni sociali sempre più acute figurano proprio le forze democratiche: fu il PCI a volere la fermezza durante il caso Moro, a spingere per la legislazione di emergenza. Fu il PDS, assieme ad altre forze politiche dello schieramento di centro-sinistra, ad appoggiare in modo quasi acritico la magistratura, sia quando scoppiò Tangentopoli, sia negli anni della battaglia politica contro Silvio Berlusconi.

Ne è conseguita la mancata risoluzione, se non addirittura l’aggravarsi, dei problemi sociali ed economici del Paese. Soprattutto, ne è conseguita la seconda crisi di legittimità del sistema politico in un quarto di secolo, e l’ascesa di forze politiche che hanno seminato e poi raccolto i frutti avvelenati dell’uso politico della giustizia portato avanti in questi anni dalle forze che si richiamavano alla sinistra.

Quindi, disvelare le aberrazioni giuridiche che si celano dietro la vicenda di Cesare Battisti, equivarrebbe a compiere un’autocritica radicale. Recherebbe la conseguenza di innescare la dismissione di apparati e ideologie che ancora oggi sono lungi dallo sparire, e a cui il ceto politico di centro sinistra sopravvissuto al 4 marzo attinge per legittimare la propria sopravvivenza, sperando di riuscire a sfidare l’attuale coalizione sul terreno della legge e dell’ordine. Prima del caso Battisti, la rivendicazione delle politiche restrittive nei confronti dei rifugiati condotte dal precedente ministro dell’interno, sono lì a dimostrarlo.

In secondo luogo, il caso più famoso in cui è implicato Cesare Battisti è quello del gioielliere Pierluigi Torregiani, ucciso in un agguato nel corso del quale il figlio rimase paralizzato per una pallottola che era stata sparata dal padre. La Lega ha trasformato in un vessillo la vicenda della famiglia Torregiani, in quanto il gioielliere, pochi giorni prima di cadere ucciso nell’agguato, aveva estratto la pistola mentre si trovava in una pizzeria milanese, uccidendo un rapinatore appartenente ai PAC, la stessa formazione politica di Battisti.

Ancora una volta, le radici dell’attuale politica italiana affondano nelle vicende degli anni settanta, con il modello di autodifesa fortemente voluto da Salvini incarnato dal gioielliere milanese, coi conflitti trasformati da questioni politiche a questioni di ordine pubblico, per poi sfociare in una escalation hobbesiana con tanto di licenza di uccidere.

Anche in questo caso un’analisi critica e accurata del caso Torregiani, che comunque si credeva legittimato a sparare a freddo in un luogo pubblico per il solo fatto di possedere una pistola, demistificherebbe tutta la retorica leghista che ha pompato il decreto sicurezza.

La seconda, conclusiva, prospettiva analitica, la prendiamo a prestito da Vincenzo Ruggiero (2017), quando nota che la criminalità viene associata con la deprivazione fisica, materiale o psicologica dei criminali, tralasciando così i crimini dei potenti. In questo caso, una parola va spesa per gli intellettuali che negli anni passati, quando si trattava di difendere vittime di errori giudiziari ben introdotti nei circuiti dell’intellighenzia, non esitavano ad organizzare dibattiti pubblici, scrivere libri, firmare petizioni.

Nel caso Battisti, invece, salvo qualche lodevole eccezione, li vediamo al massimo criticare la gestione mediatica della cattura, mentre per il resto aderiscono al coro giubilante per la cattura di un assassino. Non riusciamo a non chiederci se per caso questa differenza di atteggiamento abbia radici nell’origine proletaria di Battisti, nonché nel suo percorso di detenuto per reati comuni politicizzatosi in carcere. Ci auguriamo che la loro ostilità e indifferenza non siano dovuti ad un classismo anche involontario. Nel caso i nostri sospetti fossero fondati, significherebbe che la coscienza civile del nostro Paese è inquinata, ancorché intorpidita. E di questi tempi, di intellettuali à la page non possiamo, e non dobbiamo, proprio permettercene.

* Scalia, V. (2019), Le deformazioni della società italiana e il “caso Battisti”, Studi sulla questione criminale online, consultabile al link: https://studiquestionecriminale.wordpress.com/2019/01/15/le-deformazioni-della-societa-italiana-e-il-caso-battisti-di-vincenzo-scalia-university-of-winchester

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15/01/2019

Battisti e la psicologia di massa del fascismo

L’Italia è un paese perduto. Dove dal primo ministro fino all’ultimo suddito si fa a gara per agitare la forca nei confronti del “terrorista” di turno, dei migranti, dei nemici inventati ad arte per distrarre un popolino ignorante e gretto. Sulla vicenda di Battisti se ne sono sentite e se ne stanno sentendo di ogni. Un mostro, un criminale, uno che si è goduto la vita alla faccia nostra dopo aver assassinato degli innocenti. Ci sono i forcaioli di destra che accostano Cesare Battisti alla sinistra e al comunismo (il che è anche vero, ma non come la intendono loro).

Qualsiasi idiota, di quelli che vomitano fango su tutto e cianciano da complottisti, il popolo delle “cinqueleghe”, scrive qualsiasi tipo di cazzata, leone da tastiera, al riparo nel suo nascondiglio di casa. Poi ci sono i forcaioli di sinistra. Quelli contenti di aver difeso negli anni ’70 uno stato liberticida e stragista, quelli che non hanno capito nulla dello scontro sociale e politico che ci fu, che si schierarono fideisticamente con le istituzioni democristiane marce e serve della CIA. Quelli che si è visto come dai sacrifici di Luciano Lama si è arrivati a distruggere lo stato sociale, a privatizzare, a rendere la Costituzione aderente ai dettami liberisti dei trattati UE, a vendere il paese a pezzi, l’ala sinistra dei poteri semi-forti del nostro capitalismo cialtrone e parassitario. Molto sinistra, ma nel senso di cupezza.

Questa è l’Italia, con giornalisti proni megafoni dei poteri forti che somministrano loro la pappa. Nessuno che si prenda la briga di vedere cosa è stata davvero la vicenda di Cesare Battisti, il contesto dell’epoca, con una repressione fatta di torture (la squadretta del Professor De Tormentis alias Nicola Ciocia è finita in cavalleria...), carcerazione speciale, migliaia di attivisti e simpatizzanti del movimento antagonista che riempivano le patrie galere solo per presunti indizi, i teoremi di “giudici democratici” come Catalonotti, Calogero e colleghi vari, e processi emergenziali che usavano a tutta gallara il concorso morale, fuori da ogni garanzia del diritto di un paese civile.

Così fu per Cesare: un processo in contumacia che sulla base di dichiarazioni discutibili dava a Cesare quel che è di Cesare e anche di Dio: il dono dell’ubiquità. Il doveva aver deciso anche lui in riunioni menzionate da pentiti di turno. Personaggi ai quali puoi far dire di tutto con il loro solo scopo di non farsi un giorno in più di galera. Cesare Battisti sarà colpevole anche per la cassazione, ma storicamente per come si può sapere come siano andate le cose, per logica (l’ubiquità), e per un ipotetico diritto penale che in Italia ha smesso di esserci da quel mò, Cesare Battisti è innocente. La questione vera è la “verità” di stato che su quegli anni “di piombo” deve essere indiscutibile. Quando la guerra finisce i prigionieri tornano a casa. Questa è la migliore garanzia per una convivenza civile e un civile confronto.

Ma questo stato bipartisan di forcaioli di destra e di sinistra, di Cinque Stelle piombati nelle stalle, non vuole chiudere quegli anni con l’unico atto politico che può chiudere quella che fu la stagione di una guerra civile a bassa intensità: l’amnistia. Preferisce cavarsela imponendo galera con copertura mediatica della caccia alle streghe perenne, sperando che così non nasca più nulla, non lavori più alcuna talpa sotto le sue fondamenta marce.

Assistiamo al ritorno in catene del Vercingetorige di turno, fustigato al pubblico ludibrio 3.0, consegnato alle forche erette dai rappresentanti politici truccati per le telecamere, cialtroni di destra e di sinistra, sempre insieme come per la TAV, insieme come per le leggi che da Minniti a Salvini condannano i migranti alla tomba del Mediterraneo e ai lager in Libia. Già si parla di ergastolo, quando il Brasile ha fino a trent’anni di carcere. Persino ergasolo ostativo, senza benefici futuri di alcun tipo.

Già si vuole comminare un anno di isolamento diurno, perché la pena esemplare non basta e i sondaggi vanno presi in considerazione. La gogna davanti al ministero degli interni e poi il plotone d’esecuzione no? Ma non dubitatene. La talpa anche se con altre pratiche e forme organizzate c’è e scava nel marcio della vostra politica, dei vostri affari, delle vostre comparsate da salotto, del vostro vuoto di idee e programmi, del vostro essere kapò più o meno “critici” delle burocrazie neoliberiste d’Europa, dei vostri fascismi palesi o camuffati da bandierine dalla pace. Scava. Come nel fascismo. Nel ventennio erano tutti sotto il balcone del duce a Piazza Venezia. Psicologia di massa del fascismo. Ma poi sui monti iniziò altro.

Perché le condizioni per la talpa le crea proprio chi la talpa vuole assassinare.

Non è finita. Non finisce qui

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14/01/2019

Un Battisti in regalo per un governo di contafrottole

Ogni paese ha le armi di distrazione di massa che si merita. Quelli molto forti e potenti possono agitare lo spettro dell’antrace mostrando boccette di talco nella sede dell’Onu, oppure cantando meraviglie del nucleare in possesso della Corea del Nord o dell’Iran.

Altri si devono accontentare di un vecchio pensionato senza più forze e appoggi, finito tutto solo nel bel mezzo del Sud America proprio mentre tutto il sub-continente viene rivendicato con prepotenza come “cortile di casa” da Washington.

Cesare Battisti è stato arrestato a Santa Cruz, in Bolivia, dopo esser fuggito da un Brasile ormai in mano a un nazista servo degli Usa. Per catturare questo vecchietto, abile ormai più con la penna che con la spada, sono state scomodate squadre speciali dell’Interpol di diversi paesi (Italia e Brasile compresi, e chissà chi altro).

Non abbiamo mai avuto particolare simpatia per un personaggio che neanche i protagonisti degli anni ‘70 considerano rappresentativo della “medietà” dei militanti di quel periodo. Ma dobbiamo registrare che l’accanimento nei suoi confronti è stato – negli ultimi anni – straordinariamente superiore alla sua figura.

Nell’attuale situazione politica, il suo arresto – lungi dall’essere un “grande successo della giustizia” – appare come un sovrastimato cerotto steso sulle fratture sempre più evidenti nella maggioranza di governo. E, per miseria ulteriore, condiviso da tutte le opposizioni parlamentari, di ogni ordine, grado e posizionamento poltronistico.

Giocattolo di distrazione di massa, puro e semplice. Una partitella giocata su un corpo consumato e dal valore puramente simbolico, gonfiato ad arte come un titolo in borsa.

Non vi daremo il promesso “reddito di cittadinanza”, ma solo un obolo se siete pronti a farvi schiavi? Beh, ma abbiamo preso Battisti, siamo forti e risoluti... Non vi sentite già meglio, più ricchi e sereni?

Non vi daremo lo smantellamento della “Fornero”, ma solo una trappola che – se vuoi andartene in pensione – ci devi lasciare un bel pezzo dell’assegno e vedere la liquidazione tra cinque anni? Beh, ma abbiamo preso Battisti, siamo forti e risoluti... Non vi sentite già meglio, più ricchi e sereni?

Non potrete neanche protestare perché abbiamo fatto un “decreto sicurezza” incostituzionale facendovi credere che era per la vostra “sicurezza”? Beh, ma abbiamo preso Battisti, siamo forti e risoluti... Mica vorrete fare la sua fine, no?

Questo significa “arma di distrazione di massa”. Chiacchiere e distintivo, uno strato di cerone su una piaga purulenta.

I media più osceni celebrano la “vittoria dello stato” (con la minuscola, non esageriamo...) e rispolverano antichi elenchi di esuli fin qui irraggiungibili – da Casimirri in Nicaragua a Lojacono in Svizzera (“dimenticando” di ricordare che quest’ultimo, da cittadino svizzero, ha già scontato la condanna all’ergastolo comminatagli in Italia) – pregustando altri e magari più succosi arresti. Anche se non ci saranno, “fa brodo” parlarne per arricchire una pietanza un po’ troppo povera.

Vale per questo governo l’identico schema applicato da quelli precedenti, piddini o berlusconiani che fossero. La sempre più magra pattuglia di anziani esuli della stagione della guerriglia – in Italia e nel mondo – sono considerati niente più che una comoda “riserva di caccia” in cui recarsi quando si è in difficoltà sul fronte interno. Basta farsene “regalare” uno, e per 15 giorni ci si può fare una comoda campagna elettorale senza spendere un euro. Partecipa anche l'“opposizione” meno credibile nel ruolo che sia mai esistita, e un sistema mediatico che si ricorda dell’indipendenza solo quando sbatte contro una “capocciata” malavitosa o una minaccia fascista esplicita.

Anche per questo, in questa fogna politica, non si è mai posto con semplicità e chiarezza la questione della “soluzione politica” per quella stagione. Ognuna delle forze che ha attraversato – magari per breve tempo – le stanze del potere ha trovato “utile” mantenere aperta quella ferita; per rovistarci dentro alla bisogna, senza sforzo né faraonici investimenti. Come se fosse uno scottante problema dell’oggi, invece che un reperto archeologico.

Governanti piccoli piccoli, alla caccia di vecchietti altrimenti dimenticati e, in alcuni casi, piuttosto dimenticabili. Basterebbe guardare ai messaggi che si scambiano il figlio di Bolsonaro e Salvini (“il regalo è in arrivo”) per capire come persino la discutibile dignità di uno Stato (con la maiuscola, stavolta), per questa gente, è stata subordinata a una gestione privatistica della cosa pubblica e persino della sua capacità repressiva. Roba da corti settecentesche, con scambi tra parenti su troni differenti, mentre nelle strade va maturando un cambio epocale di regime.

La vita residua di un vecchio è un prezzo risibile, per certe teste che non conoscono né l’onore, né l’onere né – tantomeno – la statura dello “statista”.

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17/12/2018

Cesare Battisti, un mostro per tutte le stagioni

Cesare Battisti fra 2 giorni compirà 64 anni ed è di nuovo in fuga. Ex membro dei “Proletari armati per il comunismo” venne arrestato a Milano, nel giugno 1979. Nell’ottobre 1981, mentre stava scontando la prima condanna per banda armata, Battisti evase dal carcere di Frosinone e scappò in Francia ove gli venne concesso asilo da François Mitterrand che applicò a lui, come ad altri esuli politici italiani, la sua personale dottrina. Il presidente socialista francese durante il consiglio dei ministri del 10 novembre 1982 aveva fatto approvare una legge secondo la quale, da quel momento in poi, vi sarebbe stata la possibilità di non estradare i cittadini nel caso di richieste avanzate da Paesi «il cui sistema giudiziario non corrisponde all’idea che Parigi ha delle libertà»1 .

Francois Mitterand si opponeva fermamente alla legislazione emergenziale italiana così detta “antiterrorismo”. Una legislazione che all’epoca segnò, in Italia, una decisa svolta autoritaria ed impresse una dinamica ferocemente repressiva nel conflitto sociale in atto, allora, nel paese. Una stagione buia inaugurata dal Decreto legge n. 99 del 1974 (che allungava paurosamente i termini della carcerazione preventiva) e proseguita con l’approvazione della “Legge Reale” del 1975 (una vera e propria «licenza di uccidere» alle varie polizie che provocò 350 vittime nei primi dieci anni di applicazione e centinaia di feriti).

La legislazione d’emergenza fu l’applicazione concreta del “compromesso storico” tra Democrazia Cristiana e Partito Comunista e, da quel momento in poi, tutto ciò che era considerato fuori da quell’accordo venne trattato dallo Stato e dai suoi apparati come una mera questione penale e giudiziaria. E così, mentre il quadro politico era totalmente bloccato da quell’accordo, ogni manifestazione di dissenso venne fatta oggetto di una violenta e sistematica repressione. E furono coerenti con questa direttiva: i divieti del ministro Cossiga; i carri armati a Bologna; l’uso sistematico della tortura nei confronti dei prigionieri politici (anche contro quelli non facenti parte di gruppi armati); gli agenti in borghese che sparavano ad altezza d’uomo sui manifestanti. 2

La legge Cossiga del 6 febbraio 1980 e la direttiva sui pentiti conferirono, poi, ai giudici un potere enorme che, di fatto, annullò il diritto di difesa per gli accusati di reati politici e decretò la sospensione dello Stato di diritto. Quei provvedimenti messi in fila, tutti insieme, formarono una legislazione speciale di tipo “emergenziale” e legittimarono l’attività di veri e propri tribunali speciali che si incaricarono di liquidare, comminando durissime ed esemplari condanne, tutto ciò che vi era di organizzato alla sinistra del PCI. Si trattò di una legislazione “speciale” che sollevò, da più parti, questioni di evidente incostituzionalità e che sospese ogni garanzia democratica per almeno un decennio. In quel periodo furono anche autorizzate (ma mai legiferate) le «carceri speciali», autentici lager destinati alla distruzione psicofisica dei detenuti politici.

Dagli anni ’90 Cesare Battisti si è dedicato alla letteratura, ottenendo un discreto successo con romanzi noir e d’ispirazione autobiografica la qual cosa gli è la valsa la simpatia e il sostegno da parte di molti intellettuali e scrittori tra i quali merita una menzione particolare la scrittrice Fred Vargas la quale, nel 2004, pubblica un libro documentato con puntiglio e fitto di note (Vargas è storica del Medioevo) che avvalendosi del contributi di altri storici, smonta pezzo per pezzo le accuse contro Battisti sostenute sia dalla stampa italiana che da una certa stampa francese (ad es. Le Monde)3.

Ma il libro della Vargas non si ferma al solo caso Battisti perché analizza anche in maniera spietata, la gestione dei processi in Italia nell’epoca della cosiddetta “emergenza” riportando tutte le denunce di Amnesty International al riguardo. Oltre alla scrittrice francese Fred Vargas, contro l’estradizione di Cesare Battisti si sono schierati altri noti intellettuali e scrittori quali Gabriel García Márquez, Bernard-Henri Lévy, Daniel Pennac, Tahar Ben Jelloun e molti esponenti sudamericani di Amnesty International.

La dottrina Mitterrand è stata dichiarata dal Consiglio di Stato francese priva di effetti legali nel 2003 e la Francia, passata nel frattempo al centrodestra, ha così concesso l’estradizione di Battisti. Nel 2004 Battisti viene arrestato a Parigi e, tuttavia, riesce a fuggire in Brasile dove viene riarrestato nel 2007. Lì, prima la Procura generale e poi la Corte suprema autorizzano la riconsegna all’Italia. Ma nel 2009 il ministro Tarso Genro gli concede asilo politico. E alla fine Lula ferma l’estradizione. Concesso lo status di rifugiato, poi revocato, il 31 dicembre 2010, il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva annuncia il rifiuto dell’estradizione in Italia e concede a Battisti il diritto d’asilo e il visto permanente (status di “residente permanente”).

Della questione, tuttavia, fu investito il Tribunale supremo federale brasiliano, su sollecito della nuova presidente del Brasile Dilma Rousseff, che l’8 giugno 2011 negò definitivamente l’estradizione, con la motivazione che avrebbe potuto subire “persecuzioni a cause delle sue idee”. Battisti viene dunque scarcerato dopo aver scontato la pena per ingresso illegale tramite documenti falsi, e rimane in libertà fino al 12 marzo 2015, giorno in cui viene nuovamente arrestato dalle autorità brasiliane in seguito all’annullamento del permesso di soggiorno, ma viene rilasciato quasi subito. Nell’ottobre 2017 viene di nuovo tratto in arresto al confine con la Bolivia, ma scarcerato poco dopo. Nei giorni scorsi, al Brasile, l’Italia ha consegnato una nuova richiesta di estradizione per Battisti. Un’evoluzione diplomatica che ha portato di nuovo Battisti a far perdere le sue tracce.

Al di là di tutte le cose vere o presunte che si possono leggere sul suo conto, resta il fatto che Cesare Battisti fu processato per fatti avvenuti più di quarant’anni fa, in contumacia, nel 1985, proprio in base a quella legislazione speciale messa in atto nella stagione della così detta “emergenza antiterrorismo” che ha prodotto uno schiacciamento dei diritti di difesa di tutti gli imputati di reati politici ed un’ondata repressiva senza precedenti dalla caduta del fascismo in poi. Condannato in contumacia, Battisti venne giudicato responsabile di quattro omicidi e di vari altri reati. Venne anche condannato all’ergastolo con sentenza della Corte d’Assise di Milano nel 1988 (sentenza divenuta definitiva in Cassazione nel 1993), per omicidio plurimo, oltre che per reati di banda armata, rapina e detenzione di armi.

La difesa di Battisti sostiene che il proprio assistito non ha mai materialmente ucciso nessuno e che, nei suoi confronti vi è stato un abuso della incerta categoria, sotto il profilo giuridico, del “concorso morale”. Inoltre, tutte le accuse nei suoi confronti non sono altro che confessioni estorte con la violenza e, pertanto, da ritenere non attendibili dal momento che, in cambio della testimonianza contro l’assente Battisti, i pentiti che lo hanno indicato come autore degli omicidi sono stati scarcerati dopo pochi anni, nonostante fossero, a loro volta, accusati di diversi omicidi e di attività terroristica. In particolare, la difesa contesta la versione del pentito Pietro Mutti che è stata usata dall’accusa nei casi Sabbadin, Santoro e Campagna.

Testimoni secondari furono i dissociati Arrigo Cavallina e l’ex compagna giovanile di Battisti, Maria Cecilia Barbetta, le cui dichiarazioni furono confrontate con quelle del pentito. Secondo lo scrittore Valerio Evangelisti, le contraddizioni sono molte e pesanti; Mutti ha anche cambiato spesso versione in cui il ruolo di Battisti è diverso e confondendo gli omicidi Santoro e Campagna nelle interviste. Secondo Evangelisti, Battisti non ha avuto altra scelta per difendersi che fare quello che ha fatto: esercitare il proprio “diritto all’evasione”, ovvero, fuggire.

Certo è che Cesare Battisti, nel corso dei decenni, è stato trasformato in un mostro per tutte le stagioni, un simbolo che – al di là delle reali intenzioni dell’uomo e delle sue effettive responsabilità – viene tirato in ballo puntualmente da governi di varia ispirazione e tendenza. Questa volta Battisti è fatalmente incappato nel famigerato asse Salvini – Bolsonaro, ambedue a caccia di trofei. Eppure secondo la legge ancora vigente della Repubblica Federale del Brasile i crimini commessi da Battisti sono ufficialmente caduti in prescrizione nel 2013.

Battisti ha avuto un terzo figlio da una donna brasiliana nel 2013 ed è sposato con una cittadina brasiliana dal 2015, tutti fatti che impedirebbero un provvedimento di estradizione ai sensi dello Statuto dello Straniero vigente nel paese sudamericano. Ma evidentemente di scempi nei confronti del diritto, nel Brasile di questi tempi, se ne compiono a piene mani e senza alcun ritegno come dimostra tutta la incredibile vicenda giudiziaria dello stesso Luiz Inácio “Lula” da Silva incarcerato dopo un procedimento giudiziario farsa per impedirgli di diventare nuovamente presidente del suo paese.

Note

1 “ La dottrina Mitterrand, che negli anni Ottanta sistematizza la vecchia tradizione francese di offrire rifugio a chi è costretto a espatriare per motivi politici, raccontata dal suo “architetto” (Louis Joinet). Una scelta strategica, capace di “liberare” generazioni di militanti (italiani, ma anche irlandesi e baschi) rifugiatisi Oltralpe sulle orme degli esuli del Risorgimento e degli antifascisti. Abrogata di fatto – dopo i primi scricchiolii col trattato di Schengen – dalla destra tornata al potere nel 2002 e pronta ad approfittare del delitto Biagi. Fino al decreto di estradizione dei giorni scorsi per Marina Petrella” Storia della dottrina Mitterrand, Paolo Persichetti, Liberazione, 19 giugno 2008
2 “… la base dell’accordo fra i partiti dell’arco costituzionale ed è stato la condizione per la cooptazione del Pci nell’area ‘democratica’ o di governo; per la prima volta nella sua storia il Pci si è dichiarato favorevole a un massiccio restringimento delle libertà e delle garanzie costituzionali e si è impegnato in campagne ideologiche — ultima quella del “referendum” sulla legge Reale — dirette ad alimentare consenso popolare nei confronti del processo di restaurazione autoritaria” (L. Ferraioli, D. Zolo).
3 Fred Vargas – La Vérité sur Cesare Battisti, edizioni Viviane Hamy, 2004

Fonte

25/10/2017

Caso Battisti: libero fino al 31, poi prevarrà l’inciucio Jardim-Orlando?

Intervista con Achille Lollo

Il 25 ottobre – oggi – i deputati brasiliani dovranno votare l’autorizzazione a procedere nei confronti del presidente Temer per permettere alla Procura Generale di fare luce sulla denuncia di corruzione e, eventualmente, sospendere il mandato presidenziale. Il 15 ottobre il giudice del Supremo Tribunale Federale (STF), Luiz Fux, aveva proibito al presidente Temer di firmare il decreto di estradizione nei confronti di Cesare Battisti; poi, il 24 ottobre, lo stesso giudice aveva trasformato l’habeas corpus della difesa di Battisti in contestazione, per poi rimettere il tutto alla decisione del Plenario del STF nella prossima settimana. Nello stesso tempo il giudice Fux ha deliberato che Battisti può attendere il verdetto a piede libero, facendo così cascare tutta l’impalcatura mediatica messa in piedi dal governo Temer, quello italiano e logicamente della TV e del giornale Globo.

Adesso con la decisione del giudice Fux e le dichiarazione del giudice Marco Aurelio il “Caso Battisti” è diventato una questione strategica per il governo Temer, in favore del quale è in corso una tremenda battaglia mediatica per tentare di impressionare i giudici del TSF e l’opinione pubblica brasiliana. Per questo motivo abbiamo intervistato il giornalista Achille Lollo cercando di capire cosa è accaduto e cosa potrà succedere nei prossimi sette giorni.

Il ministro degli esteri, Aloysio Nunes Ferreira ha dichiarato alla stampa che “l’estradizione di Battisti sarebbe un gesto importante per migliorare le relazioni tra il Brasile e l’Unione Europea...”. Ciò significa che ci sarebbero stati dei contatti tra Aloysio Nunes e Federica Mogherini?

Lo escludo perentoriamente! A Bruxelles si parla del Brasile solo per criticare l’estrema lentezza del governo brasiliano nel realizzare la privatizzazione del settore elettrico e di quello petrolifero, promesse, nel 2016, dagli emissari delle menti del colpo di stato contro Dilma Roussef, cioè Michel Temer, oggi presidente, e Eduardo Cunha – ex presidente del Parlamento, ora detenuto per diversi reati di corruzione. Fu in funzione di queste promesse che l’Unione Europea e i rispettivi governi non condannarono il colpo di stato ritenendo validi i motivi dell’Impeachment. Di Cesare Battisti, dell’estradizione negata dal presidente Lula, alla Mogherini, a Schulz e via dicendo, non gliene frega proprio niente. E, tra l’altro non si sono mai manifestati sul caso Battisti. Il ministro Aloysio Nunes e i giornalisti della TV Globo, e dei giornali Estadao e Folha de Sao Paulo stanno usando quest’argomento per condizionare i giudici del STF e l’opinione pubblica brasiliana, facendo capire che se il governo brasiliano non estrada Battisti l’Unione Europea penalizzerà il Brasile. E’ una bufala!

Però il ministro della giustizia, Torquato Jardim, dopo aver affermato che “l’estradizione di Battisti è un ostacolo che blocca le relazioni tra l’Italia e il Brasile” ha anche confermato l’esistenza di trattative segrete tra i due governi. Questo scenario può influenzare la decisione del STF del 31 ottobre?

Innanzitutto vorrei precisare che le relazioni politiche, diplomatiche e soprattutto quelle economiche tra il Brasile e l’Italia non sono mai entrate in crisi per la mancata estradizione di Cesare Battisti. Recentemente ci sono state delle trattative, quasi segrete, tra il Ministro della Giustizia Italiano, Andrea Orlando e quello brasiliano, Torquato Jardim, che si sono concretate proprio quando il Presidente Michel Temer è precipitato nei sondaggi (3,6%), perché il banchiere Luis Funaro aveva confermato la denuncia dell’industriale Wesley Batista sulla diretta partecipazione di Temer nella divisione dei proventi della corruzione. Quindi, per il governo brasiliano, il “Caso Battisti” è diventato un utile strumento per sviare l’attenzione dell’opinione pubblica brasiliana, giacché Michel Temer, che oggi è accusato da Funaro e Wesley Batista di corruzione, è stato anche il principale articolatore dell’Impeachment contro la presidente di Dilma Roussef, per “supposti motivi di corruzione”, poi risultati inesistenti...

Comunque quando il presidente Temer annunciò di aver annullato lo status di rifugiato a Battisti, il ministro Andrea Orlando disse che l’iter per l’estradizione era pronto, anche se il giudice Fux aveva proibito al presidente Temer di firmare il decreto di estradizione. Potresti fare un minimo di chiarezza sull’attualità del Caso Battisti?

L’arte della manipolazione è fare un collage di tante piccole frasi, alterandone i tempi e il contesto. Infatti il 12 ottobre i giornali brasiliani annunciavano che Temer aveva revocato lo status di rifugiato a Cesare Battisti. Il 13, il giudice Fux proibiva a Temer di prendere decisioni contro Battisti. Il 14 il ministro della giustizia Jardim diceva che il presidente avrebbe legittimato la sua decisione solo il 24 per non contraddire il STF. Da parte sua il ministro Orlando dopo la riunione del Consiglio Europeo di Giustizia confermava la concessione dell’estradizione dicendo “questo non è il momento di commentare, ma di lavorare con grande determinazione...”. Il 15 ottobre, il ministro degli esteri Alfano, pur smentendo, riaffermava che il 24 ottobre il STF avrebbe finalmente finito il processo di estradizione di Battisti. In questo modo l’opinione pubblica brasiliana, ma anche quella italiana non capisce più nulla!

Infatti la stampa brasiliana ha ripreso alcune frasi del vice-ministro Cosimo Ferri pubblicate in Italia da “Il Giornale”, secondo cui il governo italiano avrebbe permutato la condanna all’ergastolo di Cesare Battisti per una di 30 anni. In questo modo il governo brasiliano avrebbe accettato di estradare Battisti. Questo sarebbe l’argomento delle trattative segrete tra i ministti Jardim e Orlando?

Innanzitutto vorrei ricordare che Cosimo Maria Ferri è appena il secondo sottosegretario del Ministro della Giustizia, Andrea Orlando, e che non è mai stato nominato vice-ministro. Tantomeno esiste una circolare ministeriale che lo autorizza a sottoscrivere documenti in nome del governo. In realtà, il ministro Andrea Orlando, per non compromettersi, ha chiesto a Ferri di inviare una lettera formale all’ambasciatore italiano in Brasilia per, attraverso questo, comunicare al ministro brasiliano Torquato Jardim che il Ministero della Giustizia italiano rispetterà le norme giuridiche brasiliane, facendo scontare a Battisti una pena di 30 anni e non l’ergastolo. Per questo Ferri afferma che “...Questa decisione proteggerà le ragioni dei due paesi...”. In fatti il Brasile non riconosce la pena dell’ergastolo e per questo ha sempre negato l’estradizione di Battisti.

Ma se questa fosse la posizione ufficiale del governo italiano, perché non è stata presentata con una seconda richiesta di estradizione dicendo ufficialmente che la pena è di 30 anni e non più dell’ergastolo?

A questo punto si mette in evidenza l’inciucio Jardim-Orlando. Cioè un accordo informale, che viola le norme costituzionali e quelle di procedura penale italiane. Infatti, quando una sentenza è divenuta definitiva, la stessa può essere modificata solo con un nuovo processo o con la grazia del presidente, se a richiederla è il condannato o un suo parente. Il Ministro della Giustizia non ha il potere di cambiare le sentenze. Può renderle solo più miti in base alla buona condotta o a causa di malattie terminali del detenuto, ma anche in questi casi la sentenza della condanna non è modificata. Se così fosse, il prossimo Ministro della Giustizia di un governo di destra potrebbe revocare i benefici che Cosimo Ferri promette nella sua lettera e tornare a ufficializzare l’ergastolo per Cesare Battisti. D’altra parte se il Presidente della repubblica, Mattarella, per garantire l’estradizione, firmasse un decreto per ridurre a Battisti la pena dell’ergastolo con una detenzione di 30 anni, creerebbe un presupposto giuridico che permetterebbe a tutti gli ergastolani di richiederne l’applicazione. Primi fra tutti i mafiosi! Per questo gli avvocati di Cesare Battisti hanno rivelato ai giudici del STF tutte le incongruenze giuridiche dell’inciucio Jardim/Orlando, al punto che la stampa brasiliana non usa più quest’argomento...

Per questo che c’è stata la messa in scena dell’arresto di Battisti a Corumbà, per estradarlo con nuovi motivi?

La messa in scena dell’arresto di Cesare Battisti a Corumbà è un’operazione dei servizi italiani in collaborazione con la cosiddetta Divisione di Intelligenza della Polizia Federale brasiliana. Infatti, alcuni giornali brasiliani immediatamente dissero che Battisti era stato arrestato con una quantità di cocaina e molti dollari, e quindi accusato di traffico di droga, evasione di divise e riciclaggio. Con questo “fatto nuovo” Battisti sarebbe stato estradato in meno di 48 ore se le accuse fossero state vere! Infatti dopo 48 ore l’accusa è caduta e il giudice di Corumbà ha dovuto liberare Battisti, perché non hanno trovato droga, era in compagnia di altri due amici che hanno dichiarato di essere i proprietari di una parte dei dollari che dovevano usare nello shopping boliviano. Quindi, mentre i media gonfiano nelle prime pagine l’operazione “intelligente” della Polizia Federale, il Presidente Temer subito dichiarava di voler annullare lo status di rifugiato che l’ex-presidente Lula aveva conferito a Battisti nel 2010, “perché con la sua fuga verso la Bolivia Battisti aveva rotto il rapporto di fiducia con il Brasile....”.

Ma perché per i governi italiani e i partiti presenti in Parlamento voglio a tutti i costi l’estradizione di Battisti al punto da farla apparire una vendetta?

Innanzitutto non si tratta di una vendetta personalizzata contro Battisti. La verità è che Cesare Battisti è l’ultimo dei militanti della lotta armata che ha ricevuto il rifugio politico e con grande difficoltà. Per cui ottenere l’estradizione di Battisti significa chiudere in bellezza il capitolo delle Leggi Speciali, poiché i differenti governi italiani hanno accumulato sconfitte giuridiche una dietro l’altra. Voglio ricordare il no della Svezia per Enrico Di Cola, all’epoca del processo Valpreda, per poi ricordare il no della Francia con la Dottrina Mitterrand. Il no della Svizzera per Alvaro Lojacono. Il no del Brasile per l’estradizione del sottoscritto, e poi di Pasquale Vallitutti, di Luciano Pessina e di Piero Mancini, oltre al no dei governi del Nicaragua. Un capitolo in cui ci sono stati dei casi di autentico “sequestro”, come l’estradizione di Paolo Persichetti dalla Francia e quello di Rita Algranati all’aeroporto del Cairo, dopo la “vendita” da parte dei servizi algerini a quelli italiani. Per cui la cosiddetta caccia al cosiddetto terrorista di sinistra, iniziata nel 1990, è stata una condizione “sine qua non” per tutti i governi di destra, di centro-destra e di centro-sinistra. Indistintamente, da Andreotti a Prodi e poi da Berlusconi fino all’attuale Gentiloni.

Ma di quali Leggi Speciali stai parlando, adesso siamo nel 2017 e Battisti e gli altri che hai nominato sono soggetti politici e giuridici di 30 o anche di 40 anni fa?

Capisco che possa sembrare strano, ma in Italia, tuttora, vigono le Leggi Speciali che sono pienamente integrate nel Codice Penale e nel Codice di Procedura Penale, così come nell’organizzazione carceraria. Leggi che hanno creato la cosiddetta Cultura dell’Emergenza, che, la destra, il centro-destra e il centro-sinistra hanno mantenuto in vita fino ai nostri giorni. In pratica dal 1969 fino al 1989, poco più di 20.000 militanti rivoluzionari sono stati inquisiti dai tribunali, 6.000 detenuti hanno scontato poco più di 50.000 anni di carcere. Oggi risultano detenuti gli ultimi 37 militanti della lotta armata, mentre altri 250 figurano nelle liste dell’Interpol come “pericolosi terroristi ricercati”.

Ma perché i partiti di destra e di centro-destra mantengono in vita l’Emergenza se non c’è più la lotta armata? Perché non è stata fatta una amnistia?

Guarda che le Leggi Speciali, l’Emergenza, non sono un prodotto della Destra come è stato in America latina. In Italia il PCI di Berlinguer è stato uno dei principali assertori di queste leggi, appoggiando con entusiasmo le misure più autoritarie. Chi afferma questo fatto è Francesco Cossiga, l’ex Presidente della Repubblica e Ministro degli Interni nel periodo più cruente degli Anni di Piombo. Infatti, Francesco Cossiga, nel 1997, in un’intervista a Sette disse: “Del resto fummo io e un compagno di partito di Napolitano (cioè il PCI, N.d.R.), ora mai ricordato, Ugo Pecchioli, a metter su una guerra psicologica per trasformare i terroristi rossi in criminale comuni”. Poi per quanto riguarda l’amnistia lo stesso Cossiga insiste nel ricordare che “Fin da quando ero al Quirinale ho sostenuto la necessità di un indulto, di un’amnistia, comunque di un atto capace di definire la ri-contestualizzazione della lotta armata e giungere ad una soluzione politica dell’Emergenza. Purtroppo il PCI, in particolare, non l’ha voluta, nonostante tutti sapessero che l’amnistia non è il perdono. E’ uno strumento politico per chiudere politicamente un periodo storico. Quella del ’68 e del ’77 è stata una generazione di militanti!” Lo stesso Cossiga in una lettera del 2002 a Paolo Persichetti sottolineava: “Purtroppo ogni tentativo mio e di altri colleghi della destra e della sinistra di far approvare una legge di amnistia e di indulto si è scontrato soprattutto con l’opposizione del mondo politico che fa capo all’ex partito comunista”.

Le dichiarazioni di Cossiga spiegano molte cose, però non dicono il perché l’Emergenza è durata tanto tempo? A chi faceva comodo?

Adesso entriamo in un argomento che anche in Italia è praticamente dimenticato. Infatti, nel 1968 esplode la contestazione studentesca e nello stesso tempo l’autonomia della classe operaia prende piede nelle principali fabbriche. Anche nelle campagne ci sono le prime avvisaglie di rivolta. La polizia fa le prime vittime, però il processo di rivolta studentesca, operaia e proletaria nei quartieri delle grandi città è devastante per lo Stato e per il cosiddetto mercato. Per cui divenne necessario ammutolire e impaurire il popolo con una violenza occulta, vale a dire con attentati sanguinosissimi, sui treni, nelle piazze, nelle banche, nelle stazioni ferroviarie associati a una continua minaccia di colpi di stato che dal 1969 fino al 1989 hanno caratterizzato la storia italiana. Da sottolineare che tutto ciò, conosciuto anche con il termine “Strage di Stato”, fu realizzato dai servizi segreti italiani che all’occorrenza utilizzarono i gruppi dell’estrema destra e non solo. In questo scenario s’inserisce la magistratura che ha sempre usato due misure, durissima con i militanti della lotta armata e blanda, se non “molto discreta”, con i fascisti. In realtà l’Emergenza è servita a coprire lo scenario di una guerra civile a bassa intensità, le cause della crisi economica e le contraddizione della crisi sistemica. Con la frase Lotta al Terrorismo, scomparivano le cause della disoccupazione giovanile, dell’evasione fiscale, delle grandi truffe di industriali e delle multinazionali e, soprattutto si copriva la scalata che la massoneria e le differenti mafie realizzavano nell’apparato statale.

In pratica vuoi dire che in Italia, quando si parla di Magistratura, servizi segreti e di gruppi fascisti è successo qualcosa di simile al Brasile e all’Argentina?

In termini politici ci sono grosse somiglianze, poi è chiaro che esistono molte differenze determinate dal contesto socio-politico di ogni paese. Quello che è certo è che c’era un legame politico, da cui non bisogna escludere i poderosi gruppi massonici. Non fu una casualità che i membri dell’eversione nera passassero per Rio de Janeiro, Buenos Aires, Montevideo, Santiago del Cile e Santa Cruz de la Sierra!

Per questo Cesare Battisti sarebbe l’ultimo prototipo criminale che i media e i governi italiani utilizzano per mantenere in vigore la Cultura dell’Emergenza e il sistema delle Leggi Speciali?

Esattamente. E a questo proposito mi limito a citare il magistrato Fernando Pomarici che il 7 ottobre dichiarava alla stampa “Battisti è uno dei peggiori ceffi che ci sono stati nel terrorismo italiano... Di fatto se riescono a portarlo nel nostro paese, qualunque sia la riduzione della pena per i benefici penitenziari, Battisti finirà la vita in carcere”. Cioè oltre a decretare che Battisti deve morire in carcere, Pomarici cancella definitivamente quell’etichetta politica per la quale Battisti fu condannato all’ergastolo, per poi dire, oggi nel 2017, quello che Cossiga disse nel 1997. Cioè “trasformare i terroristi rossi in criminale comuni”. Forse adesso puoi capire cosa sia la Cultura dell’Emergenza e perché i due responsabili dell’attentato nella stazione di Bologna (2 agosto 1980 N.d.R.) in cui morirono 85 persone e altre 200 rimasero ferite, dal 2009 sono invece “uomini liberi!”. A questi Pomarici non ha mai augurato di morire in carcere!

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15/10/2017

Si chiama Battisti non Eichmann

Quando le ceneri di Adolf Eichmann furono disperse in mare, da una motovedetta della marina israeliana, il secchio che le conteneva fu accuratamente lavato in modo che nessun frammento di quella cenere, appartenente al corpo cremato dell’aguzzino nazista, potesse tornare a terra. E’ un fatto noto quanto significativo: i colpevoli di genocidio, come Eichmann, non dovevano, in alcun modo, trovare il conforto simbolico della sepoltura.

Lunga e articolata è la storia delle pene di questo tipo quanto stabile è la forza del concetto che le legittima: ci sono omicidi talmente efferati che non possono trovare sepoltura.

Il punto è che oggi, a oltre mezzo secolo dalla vicenda Eichmann, si tende a confondere il rito di elaborazione di questo genere di efferatezze, che rappresentano un’offesa irreparabile ad un popolo fatta con delitti tali da minacciarne la dignità e la stessa esistenza, con l’offesa al sovrano. Insomma si tende a confondere chi ha minacciato l’esistenza di un popolo con chi ha minacciato l’esistenza del sovrano, tendendo a legittimare, per entrambi, la stessa procedura: nessuna estinzione della persecuzione e della pena, anticipo della necessaria, per il ripristino dell’ordine sociale, impossibile sepoltura. Eichmann e Battisti tendono quindi, nell’immaginario come nei riti di persecuzione, a somigliarsi. Tanto più quando il sovrano, come nel caso di Battisti, è una repubblica che si vuole democratica, rispettosa dei diritti e del dissenso tanto più chi ne è uscito dall’ordine non può che essere ricercato, e condannato, a vita. Perché riconoscere un qualche diritto, una qualche amnistia a Battisti significa riconoscere che lo stato democratico tanto democratico, a suo tempo, non è stato. Per cui, nonostante le sue ceneri in futuro non saranno certo sparse in mare dalla guardia di finanza, Cesare Battisti deve essere perseguitato a vita come Eichmann. Non c’è amnistia, indulto o prescrizione per chi ha messo in discussione la legittimità stessa della repubblica. E tanto più questa severità viene sparsa a piene mani tanto più si prova a legittimare una repubblica la cui vita quotidiana che, altro che seria severità, potrebbe essere rappresentata in un libretto d’operetta.

E quindi utile ribadire che Cesare Battisti non è Eichmann. Non solo perché non ha materialmente e convintamente  partecipato a uno sterminio di massa. La sua partecipazione a gruppi armati, seppur provocando vittime e orrori, non è affatto riconducibile ad una attività che preludeva e preparava uno sterminio di massa. E per parlare di amnistia, o di indulto, non bisogna solo citare, anche se per il suo caso singolo sarebbe sufficiente, il rapporto di Amnesty International sulla tortura istituzionalizzata in Italia nei confronti degli oppositori politici di inizio anni ‘80. Abbiamo avuto il nostro Erdogan, insomma. Una questione rimossa che il caso Battisti aiuta a far riemergere: l’asilo che, in tempi diversi, lo scrittore de “L’ultimo sparo” ha ottenuto in Francia e in Brasile è stato legittimato anche come elemento di riparazione, usando il diritto internazionale e la difformità delle legislazioni dei singoli stati, dagli effetti collaterali di quella guerra a bassa intensità che un altro stato democratico, l’Italia, ha operato nei confronti dei propri cittadini a partire dalla strage di piazza Fontana. Sembra quasi curioso, a quasi 50 anni di distanza dalla strage della Banca dell’Agricoltura di Milano, ma ancora oggi la politica, e con lei la storiografia ufficiale negano un rapporto di causa ed effetto tra piazza Fontana e il successivo scatenamento della lotta armata di sinistra in Italia. Perché, ancora oggi si nega che lo stato democratico abbia potuto cominciare una guerra a bassa intensità che, successivamente, ha trovato risposta. Ci si ferma alla condanna dell’efferatezza della risposta negando la realtà di una guerra civile a bassa intensità, nel cui scatenamento lo stato “democratico” era parte attiva, presente nella vita politica di quegli anni. E così vere e proprie schegge di un tempo lontano - per citare alcuni casi noti come Sofri, Persichetti e Battisti - hanno continuato a produrre giuridicamente effetti in anni ben diversi dall’antico contesto di riferimento. Bastava un’amnistia a contesto storico concluso, magari a fine guerra fredda, e avrebbe fatto bene allo stesso stato italiano, e certe aberrazioni (politiche e giuridiche, per non parlare del lato umano) non si sarebbero riprodotte.

La persecuzione di Battisti, dal punto di vista della pura comparazione temporale, ha lo stesso senso che avrebbe avuto la persecuzione di un pensionato fascista, attivista di qualche banda clandestina post 25 aprile, nei primi anni ‘90. C’è una fine di contesto di riferimento così chiara, così conclamata, che la pena non ha più senso. Solo che il caso del fascista non è mai avvenuto, vista l’amnistia di Togliatti del ‘47, la persecuzione del secondo è mediatizzata come la riparazione di un torto irredimibile allo stato democratico.

Va qui anche considerato il rigor mortis delle culture di sinistra per cui la resa a quella sorta di partita doppia che la cultura liberale applica nei confronti di destra e sinistra (per la quale I danni fatti alla “democrazia” da fascisti e comunisti sono simmetrici) è stata ormai naturalizzata. Ma, proprio culturalmente parlando, l’insurrezione di destra e quella di sinistra non sono affatto simmetriche. La prima emerge per tendere a stabilire un ordine, una gerarchia, la seconda si scatena nel tentativo di liberarsi da una tirannia. E il comportamento di Battisti, senza giudicare il dettaglio di quanto accaduto, viene da quest’ultimo filone. Uccidere un gioielliere, rendendo il figlio infermo a vita, come accaduto ai Pac di Battisti, è liberarsi da un tiranno? No. Ma quello che è accaduto appartiene al filone dei comportamenti di chi ha cominciato la propria lotta contro ciò che era concepito il tiranno di allora. Non è quindi un caso che “dopo” Battisti sia diventato uno scrittore, presso Gallimard (una delle più prestigiose case editrici del mondo cosa omessa dai soliti Mentana), dimostrando una traiettoria esistenziale inassimilabile con gli Eichmann. Basta leggere le sue produzioni letterarie. Ma tutto ciò all’Italia di questi anni, dove l’imprigionamento è vissuto con piacere catartico e invocato con emozione, non interessa. Interessa solo la persecuzione infinita, il resto, compresi i danni che questo comporta al nostro vivere civile, non è neanche sullo sfondo. Non esiste. L’amnistia? Una cosa da “casta” quasi come il caso Battisti sia assimilabile a un condono fiscale.

Intendiamoci, non c’è da aspettarsi molto da un paese dove un grande storico delle eresie cristiane, che conosce bene le ragioni di chi è finito sul rogo, si è trovato a invocare pochi anni fa, sulle pagine di una grande quotidiano nazionale, la giustezza dell’estradizione di Battisti. Se il popolo gode un po’ nell’invocare la forca, gli intellettuali trovano l’enorme coraggio di pensarla pubblicamente come il sovrano. E’ un modo con il quale un paese, dopo aver perso la memoria del proprio passato, smarrisce il senso di quello che sta facendo.

In quel capolavoro che è Autunno in Germania, film dedicato ad una vicenda che ha ormai 40 anni tondi (l’uccisione dei leader della Baader Meinhof a Stammheim da parte dello stato federale tedesco allora a guida socialdemocratica) c’è una scena di censura televisiva. E quella, da parte della televisione tedesca, della messa in scena dell’Antigone I Sofocle, giudicato, nel film, troppo aderente al problema dell’epoca, quello della sepoltura dei morti odiati dal sovrano. Perché, si sa, dopo la loro morte, per i componenti delle Baader, si pose il problema del luogo della loro sepoltura. Nella televisione italiana di oggi, dinosauro mediale il cui ruolo è sgretolato dalle evoluzioni tecnologiche, non c’è certo il problema di censurare Sofocle. Tra format di ogni tipo, e la strapaesana presenza di Magalli, sia la letteratura antica che la realtà semplicemente sono state abolite. A specchio, stavolta, di una opinione pubblica che invoca la detenzione di Battisti per il piacere di invocare la prigione senza conoscere minimamente fatti, contesti, storia.

Eppure Battisti non è Eichmann. Ma mentre quest’ultimo è stato oggetto di un giudizio espresso con la drammaticità del senso della storia, il primo deve produrre quella notiziabilità da orrore che lo rende ottimo per il prime time televisivo che genera pubblicità o per alimentare l’infinita coda di odio di cui si nutrono i social.

Redazione, 14 ottobre 2017

consigliato: gli archivi di Carmilla sul caso Battisti