Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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23/04/2021

Memoria conflittuale e merda nel ventilatore

La calunnia è un venticello, un’auretta assai gentile, che insensibile, sottile, leggermente, dolcemente, incomincia a sussurrar. Piano piano, terra terra, sotto voce sibilando, va scorrendo, va ronzando, nelle orecchie della gente. S’introduce destramente, e le teste ed i cervelli fa stordire e fa gonfiar.

Non ci piace – è noto – perdere il nostro tempo a inseguire le calunnie altrui. Per come è ridotta “la sinistra” in Italia, non resterebbe tempo di fare altro.

Però non possiamo ammettere neanche che si infanghi la serietà del nostro impegno politico e del nostro lavoro. Né accettare qualsiasi insulto.

Dunque, eccoci qui costretti a rimandare al mittente l’accusa infamante rivolta a uno dei nostri collaboratori, Achille Lollo, esperto di Brasile per esserci vissuto a lungo da esule – uno delle centinaia prodotte dal conflitto degli anni ‘70.

Pochi giorni fa, sulla sua pagina Facebook, Enrico Galmozzi, ex dirigente di Prima Linea e ora – scrivono – “grossista di scatole per gioielli a Milano” nonché “scrittore di libri sull’impresa fiumana di D’Annunzio”, ha postato poche frasi che non possono restare “venticello” che continua a circolare.

Il testo: “16 aprile 1973: Primavalle. Come ti riciclo un pirla. Uno dei condannati per il rogo, Achille Lollo, dopo una lunga latitanza, nel 2011, a condanna prescritta torna in Italia e per prima cosa va dai giudici e fa i nomi dei complici fra cui tre mai indagati. Diventa uno dei promotori e “firma” dell’Antidiplomatico e scrive regolarmente su Contropiano, portavoce degli stalin sovranisti di sinistra.”

Galmozzi ha scontato una pena ridotta – 13 anni effettivi sui 27 comminati in sentenza – usufruendo della legge sulla dissociazione (legge 18 febbraio 1987, n. 34, Misure a favore di chi si dissocia dal terrorismo). Per lo stesso tipo di reati, altri prigionieri politici hanno ricevuto e scontato l’ergastolo che, anche quando non era “ostativo”, è pena assai più impegnativa.

Ognuno può pensarla come vuole, ma a noi – militanti comunisti “semplici” – non piace chi scambia identità politica con sconti di pena. E ancor meno, naturalmente, chi collabora con “il nemico” e fa arrestare i suoi compagni di lotta.

Galmozzi ha anche una lunga abitudine al protagonismo social, spesso prendendosela con ex prigionieri di altre organizzazioni (specie se non pentiti né dissociati), altre volte sfruttando qualche clamore mediatico occasionale (una presunta busta con proiettili indirizzata a Salvini, l’omicidio del carabiniere Cerciello Rega, ecc.). Ma ognuno si diverte come può e sa...

L’accusa ad Achille di essere “un infame”, e di aver fatto “i nomi dei complici fra cui tre mai indagati” non è però di quelle su cui fare spallucce. Perché poi magari qualche anima candida ci crede e “condivide”...

Come sa chiunque abbia un briciolo di esperienza in vicende simili, le “voci” si possono dividere sommariamente in due campi.

Il campo oggettivamente più scivoloso è quello in cui si parla di possibili infiltrati o informatori. Figure che sono sempre esistite nella lotta di classe e sempre esisteranno, che è bene saper riconoscere e tener lontane. Però, in questi casi, è difficile poter ottenere ed esibire “prove”. Si possono inanellare episodi sospetti, frequentazioni oscure, comportamenti inspiegabili, stili di vita incongruenti, ecc.

“Indizi”, insomma, che possono consigliare prudenza e interruzione dei rapporti. Ma non “prove documentali”. Perché gli agenti dei servizi o gli informatori (“collaboratori a progetto” dei servizi, per capirci) non vanno certo in giro sventolando il tesserino e presentandosi come tali.

Cosa del tutto diversa è invece la “chiamata di correo”, ossia il coinvolgimento di altri – fin lì ignoti agli inquirenti – nelle azioni o reati per cui si è imputati.

In questo caso ci sono verbali firmati davanti a un giudice o a ufficiali di polizia (o carabinieri, ecc.). Materiali che fanno sviluppare altre indagini, producono “avvisi di reato”, interrogatori, eventualmente arresti, processi e relative condanne.

Dunque, in casi come quello che stiamo affrontando, o si possono esibire i verbali – sono atti giudiziari depositati, non segreti di stato – oppure sono solo parole di merda buttate nel ventilatore. Nella speranza che diventino “seminali”...

Per la parte che ci riguarda direttamente – “Contropiano, portavoce degli stalin sovranisti di sinistra” – si può solo sorridere davanti all’ignoranza di chi, in tutta evidenza, cavalca i luoghi comuni del mainstream più svaccato.

Per la parte che riguarda Achille, invece, lasciamo ovviamente la parola al diretto interessato.

*****

Un linciaggio mediatico dietrologico praticato per 45 anni

Achille Lollo

È vero: come altri compagni degli anni '70, anche Achille Lollo, in termini professionali, è un giornalista che per più di quarant’anni ha esercitato la professione in vari paesi e in diversi organi di informazione. Per questo forse do fastidio, anche e quando scrivo solo sul Brasile. Forse do fastidio, innanzitutto, perché nella Costituzione non è contemplata la pena di morte.

In secondo luogo perché con i miei 70 anni continuo a scrivere, a filmare ed a pubblicare analisi di politica internazionale che molti non vorrebbero che siano scritte, non solo sui giornali o televisioni legate al sistema, ma anche sui nostri giornali. Infatti, mi sembra che sia sempre in voga l’ordine di proibire, con un nuovo linciaggio mediatico, quello che scrivo su un giornale web come CONTROPIANO che ha, ancora, il coraggio di qualificarsi comunista.

Per questo motivo, dopo aver letto – solo il 19/04/2021 – quello che il “dissociato” di Prima Linea, Chicco Galmozzi ha pubblicato su Facebook, vorrei precisare ciò che segue:

1) Gli unici miei due complici (Marino Clavo e Manlio Grillo), riusciti a fuggire dopo il mio arresto, sono stati indagati nel 1973 e poi condannati tutti insieme nel 1994, sia nel processo penale e poi in quello civile.

2) Al mio ritorno in Italia, nel 2010, a causa di una mia intervista sul Corriere della Sera, con Rocco Cotroneo, sono stato nuovamente indagato. Però davanti al giudice, e alla presenza dell’avvocato Tommaso Mancini, il 17/01/2011, mi sono rifiutato di rispondere al PM Tescaroli e di confermare quello che era stato pubblicato dal suddetto giornale.

3) Di conseguenza e non risultando altri elementi “probanti” il giudice ha chiuso quell’istruttoria senza rinviare a giudizio altri possibili indagati.

4) Non ho mai accettato la dissociazione e tanto meno il “pentimento”. Soprattutto non ho voluto capitalizzare la mia personale autocritica politica per ottenere benefici editoriali o riconoscenze dai “servizi” e rispettivi associati.

5) A questo proposito ricordo al “dissociato” Enrico (Chicco) Galmozzi che nel 1985 rifiutai l’offerta dell’ambasciatore Giorgio Vecchi, in Angola, relativa alla possibilità di “...risoluzione definitiva della situazione giuridica...” se avessi collaborato con i servizi italiani, visto che all’epoca ero molto impegnato nelle attività del Ministero della Difesa e del Ministero del Petrolio/SADCC Energia angolani!

6) Sappia, il “dissociato” Enrico (Chicco) Galmozzi che: a) non sono mai stato stalinista, continuando a mantenermi legato all’ideologia del marxismo leninismo. Tanto è vero che nel 2005, uscendo dal PT (Partido dos Trabalhadores) firmai il documento per la formazione del nuovo partito PSOL (Partido Socialismo e Liberdade), di cui la maggior parte dei 109 firmatari erano ex-militanti del PT legati a correnti trozkiste.

7) A questo proposito suggerisco al “dissociato” Enrico (Chicco) Galmozzi e ai suoi informatori che, prima di promuovere il linciaggio mediatico con l’etichetta di “stalinista sovranista”, andassero a sfogliare le riviste brasiliane “Nação Brasil, Conjuntura Internacional e Critica Social” — di cui sono stato direttore dal 2004 al 2010 — in cui James Petras, Ricardo Antunes, Mario Maestri, José Luis Fiori e Michel Chossudovsky, Robert Kurtz, e Michel Lowy erano stretti collaboratori.

8) Lo stesso dicasi del cosiddetto “sovranismo”, visto che mi sono sempre considerato e comportato come un militante comunista internazionalista, che ha dedicato la sua vita a lavorare con il MPLA, la SWAPO, l’ANC, il FRETILIN, Il PT (Força Socialista, corrente interna petista), il PSOL e infine con il ELN colombiano. In Italia non ho aderito a nessun movimento o gruppetto sovranista.

Considerazioni personali sull’iniziativa mediatica di Chicco Galmozzi

Non è più una casualità, ma tutte le volte che scrivo qualcosa di “pesante”, che critica e mette in discussione la legittimità di un governo o degli ambienti associati a questi, immediatamente spunta fuori qualcuno dal nulla che, ricorrendo alla dietrologia più efferata, rievoca il passato per silenziare la mia attività di analista di politica internazionale, cercando anche di infangare la mia militanza politica con una ben orchestrata operazione di linciaggio mediatico.

Un’operazione che il “dissociato” di Prima Linea, Enrico (Chicco) Galmozzi, ha già tentato in passato con altri compagni e non certo per una sua pseudo-geniale iniziativa di deontologia giornalistica!

In realtà si tratta di una diffamazione in cui salta fuori il solito “dossier informativo” che le differenti antenne dei servizi — attualmente presenti nella rete, oltre che, indirettamente nei vari organi informativi — forniscono ai vari “addetti ai lavori”!

Approfitto per citare alcune operazioni di linciaggio mediatico dietrologico, realizzate nei miei confronti, dai “servizi” e dalle rispettive antenne destroidi, con l’evidente obbiettivo di censurare qualsiasi mia attività giornalistica, soprattutto quando questa attività cominciava a moltiplicare i suoi followers. Ma possono risultare istruttive in senso più generale.

– LA STAMPA 08 Novembre 2016 – Per sputtanare il Movimento 5 Stelle e soprattutto per squalificare l’allora deputato Alessandro Di Battista, il giornale LA STAMPA ricorre alla dietrologia del 1973 per creare un link organico tra il M5S e Achille Lollo con il titolo “L’Antidiplomatico, così un sito divulga la linea filo-russa del M5S”, con sottotitolo “Tra i collaboratori spunta Achille Lollo”. Infatti Jacopo Jacoboni, a pagina 13, dopo aver citato gli incontri che i deputati Di Battista e Di Stefano avrebbero avuto a Mosca “...con personaggi chiave del partito di Putin, uno dei quali assai discusso. È in questa fase che diventa di riferimento, nel divulgare la linea, un sito l’ANTIDIPLOMATICO...”. Per poi concludere “...In questo milieu matura il sito che in questi mesi sta vedendo lievitare i suoi accessi, e l’influenza tra i parlamentari cinque stelle che si occupano di geopolitica...”.

– IL MESSAGGERO 09 Novembre 2016 – Apre la prima pagina con il titolo “M5S arruola Achille Lollo”, poi Claudio Marincola e Stefania Piras aprono la pagina 47 con il titolo “Lollo consulente del M5S”, e con sottotitolo “...Anche quando si rifugiò in Angola collaborò con le TV, oggi purtroppo lo fa da uomo libero...”; per attaccare logicamente il M5S e il sito L’ANTIDIPLOMATICO, i due giornalisti sottolineano nelle prime righe della pagina il seguente: “Libero di suggerire analisi, divulgare pensieri, dispensare consigli. Se non fosse che le sue riflessioni pubblicate su un sito frequentato dall’intellighenzia grillina stanno ispirando la politica estera del M5S. Lui è Achille Lollo...”. E infine ricordare di nuovo “...Lollo dispensa pillole di politica estera apprezzate nell’ambiente pentastellato...”.

– IL TEMPO 09 Novembre 2016 – Sempre per attaccare l’ex-deputato Di Battista e il M5S, Antonio Rapisarda così titola il suo articolo a pagina 9: “Lollo scrive sul sito L’ANTIDIPLOMATICO – Così lo staff di Battista lavora con l’assassino dei fratelli Mattei”. Per poi far capire che Achille Lollo non può, in assoluto, fare il giornalista, soprattutto se quello che scrive ha credito.

– Infatti Rapisarda sottolinea “...Il punto è che ad occuparsi di Brasile ed America del Sud, con servizi dove abbonda il gergo vetero-anni '70 è proprio Achille Lollo del quale, tra le altre cose, l’ANTIDIPLMATICO ha anche ripreso un’intervista fatta direttamente a Di Battista due anni fa su governo Renzi, Trip, Tsipras e questioni migranti...”. All’epoca ero stato in effetti nominato ufficialmente dal giornale brasiliano “Brasil De Fato” come corrispondente estero alla Camera, al Senato, al Ministero degli Esteri e al Vaticano. Che è poi il motivo per cui fu realizzata l’intervista al deputato Alessandro Di Battista.

È evidente che nei miei confronti esiste da parte dei “servizi” o dei cosiddetti “addetti ai lavori” un monitoraggio sistematico su quello che scrivo, per poi usare il tutto nell’operazione di il linciaggio mediatico in forma diretta o indiretta. E dico questo poiché anche in passato, sia in Angola che in Brasile, è successo più di una volta. Per esempio:

1) Nel 1978, i servizi dell’ambasciata italiana in Angola (che all’epoca rappresentava anche gli Stati Uniti), dopo aver organizzato la fuga dell’alto funzionario del Ministero della Sicurezza Nazionale, Victor Jetoeira, gestirono il suo accomodamento in Italia permettendogli prima lo smercio di quel mezzo chilo di diamanti grezzi che aveva trafugato, per poi ricevere le foto del campo di addestramento della SWAPO, che il Ministero della Difesa aveva organizzato in Funda, dove io, nel 1976 mi occupavo della preparazione politica dei combattenti namibiani. In proposito IL MESSAGGERO scrisse una mezza pagina molto nebulosa.

Invece fu la rivista PANORAMA che – sulla base delle dichiarazioni dell’ex-agente della Sicurezza angolana – confezionò la tesi secondo cui Stefano De Stefani ed Achille Lollo stavano organizzando in Angola una “sezione dell’Internazionale Rossa”. A partire da quel momento per le antenne dei servizi italiani, e non solo, qualsiasi cosa io facessi divenne “top secret”, anche perché in quell’anno il Ministro della Difesa, Henrique Teles Carrera, mi incaricò, insieme ad altri due ufficiali angolani, di creare una redazione per poi pubblicare la “REVISTA MILITAR” (organo delle FAPLA, Forze Armate Popolare di Liberazione dell’Angola). In questa rivista firmavo gli articoli come “Germano”.

2) Nel 1980, passai a coordinare la redazione internazionale del “JORNAL DE ANGOLA” ed in seguito, con l’invasione sudafricana nel sud del paese, divenni anche inviato speciale nelle zone di guerra, realizzando molti reportage esclusivi, grazie alla mia relazione politica con le Forze Armate. Nello stesso tempo, firmando con pseudonimo, divenni collaboratore di AFRIQUE ASIE e di LE MATIN DE PARIS, oltre a scrivere alcuni articoli per l’AVANTI, il MANIFESTO, così come per la commissione dell’ONU contro l’Apartheid.

Quindi fu proprio in questo periodo di maggior attività giornalistica (1983) che Lolò Neto, il consigliere politico del presidente angolano Eduardo Dos Santos, ricevette un “dossier informale” dall’ambasciata italiana in cui mi si accusava di star organizzando una cellula delle Brigate Rosse a Luanda, visto che avevo aiutato il medico Sergio Adamoli – all’epoca ricercato dall’Interpol – e la sua giovane compagna a rimanere in Angola, lavorando (lui) presso l’Ospedale Militare e lei come insegnante, con la qualifica di “cooperanti”.

3) Nel 1984, essendo stato incaricato dal Ministro del Petrolio di coordinare – con la funzione di “editor” – la creazione delle riviste “SADCC ENERGY” e “SADCC ENERGIA” (organi bilingue della Commissione di Energia del SADCC, presieduta dall’Angola) e quindi di integrare le delegazioni angolane alle riunioni regionali di tecnici, ministri e presidenti, il corrispondente di FRANCE PRESS, Alain Port, ricevette un “dossier Informativo” in cui, per giustificare il preteso coinvolgimento della Repubblica Popolare di Angola con le Brigate Rosse e nella presunta “Internazionale Rossa del Terrorismo”, si diceva che io, approfittando del viaggio della delegazione angolana alla 12° Conferenza Mondiale sull’Energia (18-23/Settembre/1983) a New Delhi, in India, con scalo a Beirut, mi sarei incontrato con elementi responsabili del FPLP, a cui, per assurdo, avrei anche portato delle missive di alcuni dirigenti del MPLA.

Alain Port non pubblicò questo “scoop” perché, fortunosamente, lui si ricordava che in quella settimana io gli avevo chiesto una chromdioxid video-cassette broadcast (BASF KCA609) per fare le copie dell’intervista che avrei realizzato a Bruxelles con il Commissario della Comunità Europea, Edgar Pisani e del programma tv in cui ero stato invitato.

4) 1986: varie fonti legate all’ambasciata italiana riferivano al ministro degli esteri angolano, Paulo Jorge, che in caso di condanna e con l’aggravante di essere legato alle Brigate Rosse, il governo italiano avrebbe modificato le relazioni di cooperazione in caso di mancata estradizione.

Questo terrorismo diplomatico non impressionò il ministro che, a sua volta, mi informò dell’accaduto, oltre a garantirmi l’asilo, ricordando inoltre che tra Italia e Angola non esistevano accordi sull’estradizione.

Nonostante ciò e non volendo creare problemi all’Angola e al MPLA, che ho sempre considerato la mia seconda patria ed il mio secondo partito rivoluzionario, decisi di trasferirmi in Brasile.

5) 1991: subito dopo la mia condanna in appello, il mio avvocato brasiliano, Técio Lins e Silva, mi avvisò che gli uomini dei servizi italiani avevano presentato alla Polizia Federale brasiliana l’istanza di estradizione. Per cui, alcuni giorni dopo, quando alle 7:30 ricevetti una stranissima telefonata di alcuni italiani che, proclamandosi “...compagni italiani della Magliana mi invitavano nella stanza 702 dell’Hotel Intercontinental per stare con le ragazze...”, capii che era meglio avvisare l’avvocato ed attendere l’arrivo della Polizia Federale, che giunse alle 11:30.

In seguito, un ispettore mi confidò di essermi salvato, poiché se fossi andato a quell’appuntamento, sarei stato arrestato da una volante della Policia Militar con l’accusa di “aver trovato mezzo chilo di cocaina nella mia macchina...”.

In questo caso sarei stato arrestato come narco-trafficante e quindi immediatamente estradato in Italia con la stessa equipe dei servizi che aveva programmato la mia cattura davanti all’Hotel Intercontinental con la volante della Policia Militar!

6) 2004: dopo aver consolidato la pubblicazione da parte di Edizioni ADIA di tre riviste (Nação Brasil, Conjuntura Internacional e Critica Social) e iniziato la collaborazione con TVCRJ (TV Comunitaria do Rio) una deputata del MSI-AN e il rappresentante di questo partito in São Paulo, tal Di Marchesin, finanziò l’affissione di giganteschi poster in tutta la città di Rio de Janeiro in cui, qualificandomi come un “pericoloso terrorista”, richiedeva la mia estradizione, nonostante il Tribunale Superiore Federale l’avesse negata.

La stessa campagna di linciaggio dietrologico si allargava, con lettere a parlamentari, artisti, intellettuali e sindacalisti di sinistra che rappresentavano la maggioranza degli abbonati delle nostre riviste. In seguito il Tribunale Civile di Rio de Janeiro condannò ad una multa l’agenzia di pubblicità che aveva elaborato i poster.

7) 2008: dopo aver realizzato prima con Bernardo e poi, soprattutto con Milton Hernandez, della Commissione Internazionale dell’ELN colombiano, due progetti di video sul conflitto colombiano realizzati da TV ADIA, oltre a costruire nei sindacati, università e con alcuni parlamentari, una rete di solidarietà con il ELN in Brasile, a partire da Rio de Janeiro, con la divulgazione di documenti, interviste e conferenze con lo stesso Milton, la Polizia Federale mi convocò a Brasilia per rispondere ad alcuni “questionamentos” (domande informative) formulate da alcuni settori dell’Interpol.

Infatti, alla Polizia Federale erano state presentate alcune “note informative” secondo cui “...viaggiando clandestinamente in Colombia stavo per mettere in piedi, insieme al narcotrafficante Escadinha, una struttura per il commercio delle armi in favore delle FARC...”!!! Oltre a ciò le fonti occulte supponevano che il pagamento da parte delle FARC era con la cocaina.

Per mia fortuna avevo conservato “las papeletas de entrada y de saida” del posto di frontiera venezuelano di Santa Elena de Uairén e quelle dell’ingresso brasiliano di Pacaraina, mostrando poi allo stupefatto ispettore i dvd di tutte le interviste fatte in Colombia da me e da Gustavo, in cui i soggetti filmati erano, soprattutto avvocati, sindacalisti, gente del popolo e alcuni responsabili del Polo Democratico. Mentre le immagini di combattimenti, realizzate direttamente dal ELN, ci erano state fornite anteriormente da Milton Hernandez.

Quindi, la storia del traffico di armi con le FARC, che, oltretutto, all’epoca, occupavano aree e regioni differenti da quelle in cui operava il ELN, decadde. Cioè, nessuna traccia di traffici occulti ma, unicamente, le solite puttanesche supposizioni dei servizi, questa volta mascherati dietro l’etichetta dell’Interpol.

8) 2017: insieme ad alcuni compagni abbiamo scritto un libro sulla storia di un paese sudamericano, però a causa del probabile linciaggio mediatico l’editore mi chiese di usare uno pseudonimo!!!

Achille Lollo

Fonte

18/03/2021

Brasile - Lula libero e la clorochina elettorale!

Intervista con Achille Lollo.

L’8 febbraio il giudice del Tribunale Superiore Federale (STF), Edson Facchin, ha annullato le condanne che il giudice Sergio Moro aveva appioppato a Lula che, in questo modo, potrà essere il candidato del PT nelle prossime elezioni presidenziali del 2022.

Di conseguenza il presidente Bolsonaro cerca di far dimenticare le sue posizioni negazioniste firmando l’accordo per l’acquisto massiccio del vaccino russo e di quello cinese oltre a presentarsi in pubblico con mascherina.

Un contesto che ha subito riacceso le velleità golpiste di alcuni generali, mentre l’insicurezza per il futuro politico del Brasile divide gli industriali ed i commercianti, sempre più minacciati dalla crisi economica e impauriti da un possibile “risveglio violento delle favelas”. Una situazione diventata sempre più grave con la passività e l’incompetenza del governo, che in questa pandemia ha registrato fin qui (ufficialmente) 11,4 milioni di contagi, 277.345 decessi, raggiungendo in questa ultima settima una media di 2.150 decessi al giorno.

Una situazione drammaticamente sempre più esplosiva che merita risposte approfondite ed obbiettive che abbiamo cercato con il giornalista Achille Lollo, che durante quindici anni è stato prima il direttore delle riviste Nação Brasil e Critica Social e poi fondatore di ADIATV.

Come si spiega l’annullamento da parte del giudice del TSF, Edson Facchin, delle due condanne inferte a Lula dal giudice federale di Curitiba, Sergio Moro, nominato Ministro della Giustizia da Bolsonaro e poi dimissionario il 24 maggio 2020?

Forse pochi sanno che il giudice Facchin, per tre anni, ha mantenuto insabbiato l’elaborato presentato dalla difesa di Lula ai giudici del TSF, Mendes e Lewendosky, per poi ritirarlo fuori solo quando questi due giudici stavano preparando gli atti per processare l’ex-ministro della giustizia Sergio Moro.

Una decisione coraggiosa che i giudici Mendes e Lewendosky hanno preso quando la sconfitta di Donald Trump ha letteralmente messo in difficoltà Bolsonaro, il suo governo e soprattutto i media che giustificavano tutte le malefatte commesse da questo governo e soprattutto dal giudice federale Sergio Moro.

In pratica l’annullamento delle condanne di Lula dovrebbe essere la moneta di scambio per insabbiare il processo nei confronti del giudice federale Sergio Moro, alias ex-Ministro della Giustizia del governo del presidente Bolsonaro e capo della Polizia Federale.

Perché il ritorno di Lula, in qualità di candidato del PT nelle elezioni presidenziali del 2022, ha immediatamente riacceso la fiamma del golpismo militare?

In Brasile la fiamma del golpismo non si è mai spenta. Infatti, il 31 agosto 2015 ci fu il golpe istituzionale, detto anche Impeachment, contro la presidente del PT Dilma Russeff, grazie alla partecipazione determinante dell’ex-senatore del PT, Helio Bicudo, al velato assenso dello Stato maggiore delle Forze Armate e, soprattutto alla supervisione del Dipartimento di Stato del “Democratico” John Kerry.

Un golpe che permise a Barak Obama di consolidare pacificamente la cosiddetta “riconquista geopolitica del Brasile”, diventato con Lula e Dilma un pericoloso alleato del Venezuela bolivariano.

La seconda fiammata golpista ci fu nell'aprile del 2018, quando il comandante dell’esercito, Eduardo Villas Boas, per evitare l’approvazione della richiesta di Habeas Corpus degli avvocati di Lula da parte dei giudici del TSF, pubblicò nella rete il messaggio che aveva inviato a tutti i comandanti delle regioni militari, con il quale chiedeva di mantenersi preparati ad intervenire nel caso Lula fosse tornato libero.

È inutile ricordare che i giudici del TSF negarono la richiesta degli avvocati di difesa di Lula, che continuò a restare nella prigione federale di Curitiba.

La terza fiammata golpista fu proprio l’elezione di Bolsonaro, ottenuta con la messa in scena di un falso attentato realizzato da un falso attentatore, qualificatosi prima militante del PSOL e poi del PT. In seguito, dopo l’elezione di Bolsonaro, i giudici federali concessero la semi-liberta all’attentatore considerato pazzo!

Recentemente il generale Eduardo Villas Boas ha confermato che il governo Bolsonaro fu un’opzione politica preparata dall’Intelighenzia militare per interrompere l’affermazione governativa e politica del PT. In seguito, il generale Luiz Eduardo Rocha Paiva e il presidente del Club Militar, generale Eduardo José Barbosa hanno criticato pubblicamente la decisione del giudice Facchin, facendo capire che il ritorno di Lula nelle elezioni presidenziali del 2022 potrebbe rimettere in marcia l’intervento delle Forze Armate per difendere la cosiddetta sovranità nazionale”.

Ciò significa che se Lula vincerà le elezioni i carri armati usciranno dalle caserme?

Oggi, nei paesi che hanno sofferto gli effetti della dittatura militare, non è più necessario mettere soldati e carri armati nelle strade e praticare la cosiddetta “caccia ai sovversivi comunisti”, come negli anni '70. Purtroppo il solo ricordo dei desaparecidos, della tortura, della censura e del clima di repressione generalizzata ha prodotto degli effetti “pedagogici” determinanti.

Purtroppo quegli anni fanno ancora paura, soprattutto nel proletariato e nella classe media brasiliana, che oltre alle minacce dei militari, sempre rilanciate dai media, soffrono ogni giorno i ricatti e le angherie delle Milicias. Vale a dire di quei corpi para-militari, molti dei quali associati o al servizio dei narcotrafficanti, che controllano quasi tutti i quartieri popolari delle grandi città.

Per esempio, a Rio de Janeiro le Milicias controllano il 25% dei quartieri popolari, il che significa che 33,1% degli abitanti di Rio, vale a dire 2.300.000 di persone, devono sopportare la presenza e pagare il pizzo ai paramilitari per la cosiddetta “protezione”. Da sottolineare che i membri delle Milicias sono tutti a favore del presidente Jair Bolsonaro!

I militari potrebbero usare Bolsonaro e le Milicias per tentare di offuscare o addirittura di impedire lo svolgimento di una normale campagna elettorale con l’eventuale assalto finale in Brasile in stile Trump?

Mirelle Franco e, recentemente, altri 8 candidati del PSOL e del PT sono stati assassinati nello stato di Rio de Janeiro proprio perché denunciavano la presenza delle Milicias, soprattutto nelle favelas. L’uso elettorale dei Milicias da parte del clan Bolsonaro è una minaccia reale, che può garantire a Jair Bolsonaro circa il 15% del voto dai para-militari; nelle grandi città ricorda molto l’esperienza colombiana.

Comunque, io non mi preoccupo dell’eventuale assalto violento dei bolsonaristi neo-fascisti al Parlamento di Brasilia. Il grande pericolo sta, invece, nella campagna elettorale quando le Milicias, il narcotraffico e una buona parte delle chiese evangeliche cercheranno di comperare e di cooptare il voto popolare, riaprendo nuovamente questa piaga della storia elettorale brasiliana.

D’altra parte con la gravissima crisi economica e l’esplosione della disoccupazione provocata dalla pandemia, il voto è l’unica cosa che il povero può vendere a buon mercato!

Ci sarà un ulteriore aggravamento della crisi economica?

I due governi guidati da Inàcio Lula da Silva, oltre a dare una grande stabilità al settore pubblico avviarono massicci programmi assistenziali che, durante otto anni, hanno rinvigorito e arricchito soprattutto l’industria privata nazionale e non le multinazionali.

Il governo Bolsonaro, invece, in appena due anni ha smontato quasi tutti i programmi assistenziali, promuovendo anche lo smantellamento delle imprese statali per poi privatizzare con più facilità a “prezzi di banana”. Le colonne dell’industria brasiliana, come la Petrobras (gas, petrolio e raffinerie), l’Elettrobras (dighe, centrali e distribuzione elettrica), Banco do Brasil e Caixa Geral (banche e casse di risparmio), oltre al sistema portuale e aereoportuale, sono in via di privatizzazione.

Nello stesso tempo, per accontentare le élites della borghesia industriale e gli oligarchi agrari, il governo ha letteralmente disarticolato il sistema previdenziale, la formazione occupazionale, oltre ad aver permesso la distruzione di una buona parte dell’Amazzonia.

Dopo soli due anni di governo, i risultati sono drammatici, con la crescita record della disoccupazione; circa 13.925.000 lavoratori sono senza occupazione, vale a dire un tasso di disoccupazione del 14,1%, cui si devono aggiungere i 5.800.000 lavoratori che non cercano più lavoro vivendo di espedienti.

Una situazione che, logicamente, favorisce il proliferare del lavoro in nero, che oggi occupa 9.700.000 brasiliani e che non offre nessun spiraglio di ripresa.

In realtà il liberalismo ortodosso di Bolsonaro e del suo ministro dell’Economia, Paulo Guedes, hanno messo in ginocchio l’economia del Brasile. In seguito, con la pandemia il Brasile si è trasformato in un vero girone dell’Inferno.

Nelle ultime settimane il presidente Bolsonaro ha ascoltato le richieste dei governatori cambiando il programma di lotta al COVID-19. Farà lo stesso anche per arginare la drammatica situazione economica e sociale?

Assolutamente no, poiché ci sono grandi interessi in ballo, quelli per cui era stato eletto Bolsonaro. Infatti, se il presidente blocca le misure ultra-liberiste del suo ministro dell’economia, se per esempio mette in discussione il programma di privatizzazioni, o se introduce la tassazione sui profitti delle multinazionali, immediatamente le teste d’uovo del capitale faranno approvare in Parlamento una delle 68 richieste di Impeachment e Bolsonaro sarà dimesso e sostituito dal suo vice, cioè dal generale Hamilton Mourão.

Per questo Bolsonaro continua imperterrito nel suo programma ultra-liberista. Infatti, l’aumento della benzina del 54%, del diesel del 41,6%, associati all’aumento del 103,79% dell’olio di soia, del 76,01% del riso, del 17,97% delle carni bovine e del pollame, e in generale del 14,09% per tutti gli alimenti e le bevande, hanno colpito non solo i ceti popolari delle favelas, ma anche i settori della classe media, della piccola e della media borghesia, in particolare i commercianti delle grandi città brasiliane (São Paulo, Rio de Janeiro, Porto Alegre, Salvador, Belo Horizonte e Recife).

Questi settori, molto numerosi e influenti in termini elettorali, hanno criticato duramente le decisioni del governo Bolsonaro, mettendo in discussione la competenza del ministro Paulo Guedes e l’efficacia del suo programma ultra-liberista. Nonostante ciò Bolsonaro e il suo ministro dell’Economia continuano a fare regali alle istituzioni finanziarie in cambio di un velato silenzio del mercato sullo stato di crisi in cui versa il Brasile.

L’ultimo regalo per i broker del mercato è stata la legge che concede al presidente della Banca Centrale del Brasile la competa autonomia, seguita dalla trasformazione in legge di un altro decreto presidenziale che permette l’apertura di conti correnti direttamente in dollari. In questo modo le banche brasiliane e straniere operanti nel Brasile avranno la libertà di utilizzare questi depositi per operare investimenti in paesi stranieri.

Cioè il governo ha finalmente ufficializzato l’uso del dollaro, come moneta esclusiva delle élite imprenditoriali, degli oligarchi dell’agro-bussines, dei manager delle multinazionali e logicamente dei broker delle istituzioni finanziarie del mercato, sempre a caccia di investimenti speculativi in combutta con le banche dei paradisi fiscali. Una legge che permetterà soprattutto ai narcos di lavare gli ingenti profitti illegali con più facilità.

L’aggravamento della crisi economica e l’arrivo di una terza ondata di COVID-19, potranno destabilizzare la campagna elettorale dei partiti che continuano a sostenere la rielezione di Bolsonaro?

Certamente, visto che il blocco politico che si era formato nel 2018 per eleggere Bolsonaro, attualmente, ha sofferto profonde fratture. I partiti del centro-destra, con l’aiuto dei gruppi mediatici, in particolare la TV Globo ed il giornale Folha de São Paulo, hanno cercato di promuovere nuovi leader politici, capaci di arginare la crisi e far sognare i brasiliani.

Però le promesse del governatore dello stato di São Paulo, João Doria, o quelle del lider del PSDB, Aécio Neves, sono subito svanite, poiché non hanno alcun presupposto programmatico. Nello stesso tempo, sia Doria che Neves non sono leader di spessore nazionale; cioè, sono molto votati negli stati di São Paulo e Minas Gerais, ma risultano degli emeriti sconosciuti negli stati del nordest brasiliano. Inoltre ambedue sono privi di un’esperienza governativa.

Anche nei partiti di destra c’è molta confusione. Gli elementi politici che ancora li mantiene fedeli a Bolsonaro sono due: l’assenza di leader capaci di sostituire Bolsonaro e la crescita del sentimento fascistoide e razzista anti-PT, subito dopo il ritorno politico di Lula nella partita elettorale del 2022.

Altro fattore determinante, che oggi preoccupa molti settori della borghesia brasiliana, è la comprovata incompetenza governativa degli otto ministri militari presenti nel governo di Bolsonaro e dei 2.500 ufficiali superiori che occupano la direzione o incarichi di grande responsabilità, in 21 settori del governo federale.

Comunque, quello che ha ferito maggiormente l’opinione pubblica è stato l’operato irresponsabile del ministro dell’Ambiente, Riccardo Salles, e l’incompetenza del ministro della Salute, il generale Eduardo Pazuello, che i giudici del TSF stanno indagando per aver provocato la morte di migliaia di brasiliani nello stato di Amazonas con la distribuzione della clorochina al posto dei vaccini.

Cosa sta succedendo all’interno delle Forze Armate? Accetteranno la possibile sconfitta di Bolsonaro o, come nel 2018, cercheranno di essere i grandi garanti dell’ordine repubblicano per poi far pesare in termini elettorali la propria autorità?

Anche nelle Forze Armate la situazione è complicata, nel senso che da un lato abbiamo le dichiarazioni pseudo-golpiste del Clube Militar di Rio de Janeiro, che rappresenterebbe l’intelighencia degli ufficiali con cinque stelle. Dall’altro abbiamo le differenti posizioni degli ufficiali delle caserme delle regioni militari brasiliane (maggiori, capitani e tenenti) che, essendo in maggioranza figli di una classe media delusa e impoverita, cominciano ad avere profonde divergenze con l’élite militare. Che poi è quella che ha ricevuto immensi favori finanziari da Bolsonaro.

Questo fatto escluderebbe la certezza e l’efficienza operativa per realizzare un golpe militare subito dopo l’eventuale vittoria elettorale di Lula. Invece è certo che che il peso politico dei militari crescerà se durante la campagna elettorale i gruppi neo-fascisti bolsonaristi, protetti dalle Milicias, cominceranno a far uso della violenza per provocare nelle piazze lo scontro con l’elettorato del PT.

In quel caso i generali a cinque stelle riuscirebbero a riunificare le Forze Armate intervenendo per salvaguardare il cosiddetto “ordine democratico repubblicano”.

In realtà, il Brasile, nel 2022 potrebbe soffrire gli effetti nefasti di una Strategia della Tensione, che permetterebbe ai media di manipolare il regolare andamento delle elezioni presidenziali, invocando l’intervento “pacificatore” delle Forze Armate presentandole, per assurdo, come “salvatorici della patria”!

Un pericolo che Lula ha subito capito, motivo per cui il suo primo discorso politico è stato abbastanza moderato.

È per questo motivo che il Fronte della Sinistra è stato sostituito dal Fronte Ampio?

Certamente! Anche perché, in questi ultimi due anni, il Fronte delle Sinistra è stato un buon esercizio di retorica politica, presentato dai vari dirigenti dei partiti riformisti del centro sinistra, senza produrre aggregazione concrete.

Molti analisti politici, tra cui lo stesso José Luis Fiori, affermano che soltanto la candidatura di Lula potrà evitare la frammentazione dei partiti del centro-sinistra e della cosiddetta sinistra, ammesso che ancora si possa parlare di sinistra.

A questo proposito ricordo che lo storico dirigente comunista del PCdoB, Aldo Rebelo, è passato nel PSB soltanto per avere la certezza di essere rieletto deputato nel 2022! Da ricordare che Rebelo fu il ministro della difesa nel primo governo Lula!

Per questo motivo i leader del centro-destra, che rappresentano una parte della borghesia industriale e di molti settori della classe media urbana, come João Doria, Rodrigo Maia, Bruno Covas e lo stesso Aelcio Neves, appoggiano la creazione di un Fronte Ampio insieme al PT di Lula, al PDT di Ciro Gomes, al PCdB di Luciana Santos, il PSB di Carlos Siqueira ed il PSOL di Luiz Araujo.

Come spieghi il discorso moderato di Lula associato al mantenimento della bandiera rossa con lo stellone giallo da parte del PT?

Il simbolismo politico ha sempre giocato un ruolo importante nel marketing elettorale del PT. Per esempio, nel 2002, la direzione del PT, controllata dal gruppo di Lula chiamato Articulação, per sbiadire l’immagine sinistrorsa del partito, cambiò la storica bandiera rossa con una bianca, utilizzando una stellina rossa, o a volte una viola quando il pubblico era femminile o LGBT.

Comunque bisogna chiarire che Lula, come pure tutta la corrente maggioritaria del PT e della confederazione sindacale CUT, cioè Articulação, non sono mai stati marxisti. Negli anni ottanta erano dei sinceri riformisti socialdemocratici, molto legati alla socialdemocrazia tedesca e olandese e alla CGIL italiana.

Oggi, invece sono dei perfetti social-liberisti che vogliono condividere con la borghesia e il mercato la responsabilità di amministrare il Brasile. Una caratteristica politica che ha motivato e accelerato la trasformazione politica e ideologica di personaggi storici come José Dirceu, José Genoino e la stessa Dilma Rousseff, che furono le colonne del marxismo rivoluzionario negli anni della resistenza alla dittatura militare.

Nel 2002 il discorso di Lula e del PT fu ugualmente moderato, poi espresso con la famosa Carta aos Brasileiros (Lettera ai Brasiliani). Un documento programmatico che si rivolgeva non ai lavoratori, ma ai banchieri e agli industriali preannunciando una pace sociale, in cui il nuovo governo del PT avrebbe fatto di tutto per modernizzare il capitalismo selvaggio brasiliano.

Un’operazione che Lula realizzò con successo insieme al suo vice, rappresentato dall’industriale del settore tessile del Minas Gerais, José Alencar.

Oggi, nel PT è trapelato che nel 2022, quasi certamente, il vice di Lula sarà la leader dei commercianti, Luiza Trajano, proprietaria della rete di negozi Magalu e Magazine Luiza!

Ciò significa che il discorso moderato di Lula preannuncia un governo ugualmente moderato, in cui i partiti del centro sinistra divideranno le poltrone con quelli del centrodestra?

Molti, oggi, si scandalizzano per questo Fronte Ampio comandato da Lula e dal PT. Però c’è da dire che questo Fronte Ampio è il limite massimo per il PT e dello stesso Lula in termini politici e ideologici. Vale a dire: l’intercalassimo classico, la difesa dei principali interessi del capitalismo brasiliano, la dipendenza dagli USA, la presenza soffocante delle multinazionali, il mantenimento dei privilegi finanziari per il mercato... il tutto condito con un rinnovato assistenzialismo, qualche decisione ecologica di effetto per controllare la massa di poveri e illudere gli ambientalisti.

D’altra parte, tutti i partiti riformisti, primo fra tutti il PT e il PCdoB, non vogliono minimamente rinunciare ai benefici offerti dal parlamentarismo, sia a livello federale sia statale e municipale. Cioè nessun dirigente vuole perdere la poltrona e il ricco stipendio per difendere la realizzazione di profonde riforme strutturali che cambierebbero il Brasile.

Motivo per cui la retorica e il simbolismo sinistreggiante continuerà per impedire l’esplosione delle favelas sempre più impoverite, mentre nelle sale del potere si realizzeranno norme e programmi per salvaguardare il profitto dell’agro-bussines e dei differenti settori industriali.

D’altra parte, bisogna ammettere che il PT, senza questo Frente Ampio e senza il discorso moderato di Lula, si fermerebbe al 32%! Per questo motivo, Lula, da buon animale politico, ha aperto il gioco delle alleanze con i partiti del centro-destra, tanto è vero che la Borsa di Valori brasiliana (BOVESPA), subito dopo il discorso moderato di Lula ha reagito positivamente chiudendo le operazioni con un attivo del 1,30%, mentre il valore del dollaro è sceso del 5,6%.

Ma il MST, il MTST e soprattutto il PSOL, che con la scissione del PT avrebbe dovuto mobilizzare l’elettorato di sinistra del PT, che ruolo avranno nelle prossime elezioni?

In realtà giocano un ruolo da leone, anche se però si tratta di un leone fondamentalmente vegetariano e con i denti cariati! Cioè è un leone simbolico che non morde! Basti pensare che la leader storica del PSOL, la ex-senatrice Heloisa Helena, icona troskista della IV Internazionale, per continuare ad essere eletta nella città di Maceiò ha abbandonato il PSOL per unirsi al partito di Marina Silva – altra storica traditrice del PT e degli ideali di Chico Mendes – diventando anche evangelica per captare i voti del bigottismo pentecostale.

Purtroppo nel PT, nel PDT, nel PCdB e nello stesso PSOL la macchina elettorale ha preso il posto della storica e ideologica direzione nazionale.

Tutto è in funzone dei risultati elettorali. Nei partiti si è formata una macchina che è un aggregato dei numerosi apparati creati dalle correnti (soprattutto quelle troskiste nel PSOL) che in questo modo si fanno reciprocamente la guerra nella cosiddetta “lotta interna per il controllo del partito”.

Con gli anni questi apparati elettorali hanno monopolizzato e frammentato la militanza, “professionalizzando” i suddetti apparati, sempre più retribuiti e sperimentati nel trasformare le correnti in autentici partitini all’interno del PSOL.

Purtroppo la voracità della macchina elettorale ha inghiottito anche lo storico dirigente del PSOL di Rio de Janeiro, Marcelo Freixo, che portava avanti un discorso di pura rifondazione socialista del partito. Un contesto che a Rio de Janeiro, la cosiddetta lotta interna delle correnti troskiste, ha determinato l’abbandono politico di Renato Cinco, uno dei più validi giovani leader della sinistra alternativa di Rio de Janeiro. Per cui il Fronte Ampio sarà accettato anche dal PSOL se Lula gli garantirà una partecipazione nel governo federale.

Nel marasma pantanoso del “riformismo progressista”, il MST di João Pedro Stedile cerca di mantenere aperto il discorso sulle storiche riforme formulate dalla sinistra nel 1979, subito dopo il ritorno alla democrazia. Vale dire la riforma dei media, la riforma politica dei partiti, la riforma fiscale e soprattutto la riforma agraria. Riforme che se approvate dal Parlamento cambierebbero la struttura sociale ed economica del Brasile, rivelandosi un autentico colpo rivoluzionario. Per questo restano li, scritte e sognate, nel limbo della sinistra brasiliana.

Fonte

29/04/2020

Brasile - Cosa sta succedendo?


Il Coronavirus sta falcidiando il Brasile, soprattutto le favelas di São Paulo e di Rio de Janeiro, dove il dramma della morte si sta generalizzando, insieme a un’economia in collasso avanzato, con i suoi 14 milioni di disoccupati e altri 12 messi in aspettativa.

Una situazione sempre più esplosiva che il governo di Jair Bolsonaro cerca di minimizzare, aumentando la confusione e l’incertezza politica. Infatti, il 4 aprile, “La Repubblica”, annunciava un colpo di stato dei militari, che si rivelava una “bufala”.

In seguito il presidente Bolsonaro, ispirato da Trump, provocava la Cina che sospendeva l’acquisto di 2 milioni di tonnellate di soia.

Il caos è anche politico, soprattutto nel governo, tanto che il ministro della salute, Henrique Mandetta, ha annunciato sulla TV Globo che sarebbe stato licenziato dal presidente, che avrebbe liceniato anche il segretario giuridico della presidenza. Per questo Contropiano ha intervistato il giornalista Achille Lollo, che conosce a fondo la situazione politica ed economica del Brasile.

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Cominciamo con la storia del colpo di stato, si tratta di una bufala o realmente i militari vorrebbero liberarsi di Bolsonaro?

“Come ex-direttore di due riviste brasiliane vorrei dire che questa storia del colpo di stato contro Bolsonaro è una vera e propria bufala, creata dal corrispondente di “La Repubblica”, perché non ha saputo interpretare il contesto politico brasiliano e tantomeno tradurre in italiano alcune parti di un articolo pubblicato nel sito DEFESA.NET.

Nello stesso tempo c’è stata un’estrema leggerezza da parte dell’editore internazionale che ha pubblicato quello scoop senza averne la conferma. Infatti, bastava telefonare alla redazione di un qualsiasi giornale brasiliano, visto che ci sono 5 ore di differenza!

Come analista politico, posso dire che escludo perentoriamente l’ipotesi di un colpo di stato ideato dal Ministro della Difesa, generale dell’Esercito, Fernando Azevedo e Silva, e implementato dal nuovo capo dello Stato Maggiore Unificato delle Forze Armate, (EMCFA), il generale di Aviazione, Raul Botelho.

Infatti, il 18 febbraio, il presidente Bolsonaro dovette licenziare per assoluta incapacità Onix Lorenzoni, che per essere stato uno dei suoi fedelissimi era stato premiato con la nomina a Ministro della Casa Civil, che è una specie di primo Ministro.

Al posto di Lorenzoni, il presidente avrebbe voluto promuovere il giovane figlio Eduardo, però i militari consigliarono a Bolsonaro di nominare un uomo di esperienza, come il generale dell’Esercito Walter Souza Braga Netto, all’epoca capo dello Stato Maggiore Unificato (EMCFA).

Di conseguenza, il generale Braga Netto, a causa della disastrosa gestione di Onix Lorenzoni e nel tentativo di arginare la crisi economica, rafforzò subito le sue funzioni nel governo, dando priorità alle relazioni con il potere legislativo, per evitare che le proposte di legge presentate dal governo continuassero a essere bocciate.

È importante sottolineare che nel governo di Bolsonaro i militari sono già più che rappresentati, avendo cinque ufficiali superiori come ministri (Difesa, Energia, Miniere, Amministrazione Pubblica e Infrastrutture) e altri 130 nei ruoli di vice-ministro, segretario nazionale, direttore federale, amministratore delegato, coordinatore nazionale ecc.

Quindi è fuori luogo pensare che lo Stato Maggiore delle Forze Armate (EMCFA) possa aver ordinato ai 5 comandi regionali di mobilizzare 80.000 soldati per andare a destituire un presidente che è un ex-militare fascistoide e far cadere un governo che è controllato dall’intelighenzia delle Forze Armate. Soprattutto adesso, con la nomina del generale Walter Souza Braga Netto!

Vorrei precisare che in America Latina tutti i colpi di stato, ad esclusione di quello promosso dal generale Juan Velasco Alvarado, nel Peru, nel 1968, (1), furono sempre effettuati contro i governi democratici e progressisti. E Bolsonaro, certamente, non è ne democratico e tanto meno progressista!”

Comunque, alcuni giornali hanno fatto capire che le dimissioni del ministro della Salute, Henrique Mandetta, e la tragica evoluzione del Covid-19 in gran parte degli stati del Brasile avrebbero riacceso lo scontro tra il presidente Jair Bolsonaro e i militari, rappresentati dal vicepresidente, generale Hamilton Mourão. In pratica, la relazione politica tra il presidente Bolsonaro e i militari è la stessa del 2018 o è cambiato qualcosa?

Lasciando da parte gli scoop e le fake news, bisogna riconoscere che tra i militari e quello che in Brasilia definiscono “il gabinetto dell’odio, diretto da 01, 02 e 03” – vale a dire l’istanza direttiva occupata dai tre figli di Bolsonaro nel Palacio do Planalto (2) – non corre buon sangue. Infatti, il clima conflittuale che cominciò a delinearsi negli ultimi mesi del 2019, non dipende soltanto dalle assurde posizioni politiche dei tre rampolli o dalle gaffe diplomatiche del presidente Bolsonaro.

Lo scontro in atto riguarda il futuro istituzionale del Brasile, vale dire chi potrà vincere le elezioni presidenziali nel 2022.

Su questo tema le posizioni sono sempre più divergenti, poiché per l’intelighenzia militare – vale a dire gli ufficiali di grado superiore – è di fondamentale importanza mantenere inalterato lo schema di alleanze politiche che nel 2018 riuscì a rompere l’egemonia politica del PT sconfiggendo il suo candidato, Fernando Haddad.

Da parte sua Bolsonaro, per continuare alla guida di questa alleanza – che va dall’estrema destra ai moderati della classe media – rivendica la sua immagine storica di leader anti-PT, anti-gay, idolo delle chiese evangeliche e dei militari di basso rango.

Un’etichetta che i militari e soprattutto la poderosa TV Globo, adesso, considerano scaduta, visto che l’indice di accettazione popolare di Bolsonaro è sceso fino al 6%.

Però è il giornale Folha de São Paulo ad essere il più critico, ricordando che l’elezione di Bolsonaro fu la risultante emozionale di uno pseudo-attentato realizzato da Adélio Bispo de Oliveira, in seguito fatto passare per pazzo dalla Polizia Federale e dai giudici (3).

Infatti, anche il “Jornal do Brasil”, e soprattutto la “TV Bandeirantes”, ricordano che subito dopo l’attentato i tre rampolli fecero partire sui social una milionaria campagna elettorale, immediatamente messa in piedi con l’aiuto di Steve Bannon.

Per questi motivi, e anche per il basso livello politico e culturale dimostrato da Bolsonaro, i militari stanno disegnando un altro scenario politico, in cui non è prevista la rielezione di Bolsonaro, ma quella di un candidato capace di dare una nuova legittimità politica ai partiti della borghesia e della classe media, in particolare il PSDB e i DEM.

Un candidato preparato per rilanciare l’economia evitando, però, lo scontro di classe. Vale a dire un populista capace di formulare promesse elettorali credibili, con cui dividere il proletariato e la classe media brasiliana, guadagnandone la simpatia ed i voti dei settori popolari che storicamente votano per il PT o gli altri partiti del centro-sinistra”.

Recentemente il figlio del presidente, Carlos, ha criticato duramente il vice presidente, generale Hamilton Mourão, perché aveva scambiato dei Twitter con il governatore dello stato di Maranhão, il comunista del PCdoB Flavio Dino. Poi dichiarava che era più facile dialogare con i soldati e gli ufficiali di bassa patente che con i colonnelli e i generali. Nello stesso tempo Bolsonaro tornava a elogiare la dittatura del 1964 come soluzione politica. Perché il clan Bolsonaro, padre e figli, oggi, usano sempre più questi toni minacciosi?

Nel 2008 ho intervistato Jair Bolsonaro, quando era deputato federale in Brasilia, e lui, credendo che fossi il corrispondente del Corriere della Sera, sparò tante di quelle cazzate che mi sono sempre chiesto come è stato possibile che un individuo così rozzo e politicamente impreparato sia stato eletto più volte deputato e poi addirittura presidente.

Infatti, quando nell’Assemblea delle Nazioni Unite e poi nella riunione di Davos, Bolsonaro volle improvvisare, scartando il discorso preparato dal suo Ministro degli Esteri, Ernesto Henrique Fraga Araújo, fu un vero disastro o come dissero al Senato “um autentico vexame!” (un vero tormento).

La realtà è che Bolsonaro è sempre stato un deputato, rozzo, privo di cultura e politicamente insignificante, che nei suoi 27 anni di attività parlamentare si è sempre mosso nel cosiddetto “basso clero” della Camera dei Deputati, cambiando ben nove partiti e facendo approvare appena due progetti di legge e un emendamento costituzionale! Attualmente ha rotto anche con il piccolo PSL (Partito Sociale Liberale) dove era stato eletto presidente!

Oggi, il 90% della sua attività di presidente e quella del “Gabinetto dell’Odio” dei suoi figli, gira intorno al progetto del nuovo partito bolsonarista, denominato “Aliança para o Brasil” (Alleanza per il Brasile).

Un partito di destra, populista e fascistizzante, che in teoria dovrebbe rappresentare il 25% dell’elettorato, eleggendo un centinaio di deputati e altrettanti senatori, con cui obbligare le eccellenze della borghesia e del mercato ad appoggiare la rielezione di Jair Bolsonaro nel 2022.

Vale a dire un partito che riunisce tutte le componenti anti-PT, anti-gay, i movimenti razzisti, i settori urbani timorosi della rivolta sociale, in particolare i commercianti, a cui si unirebbe il voto del sottoproletariato delle favelas controllate dai gruppi paramilitari “Milicias” e quello dei credenti fondamentalisti, manipolati dai pastori delle poderose chiese evangeliche “Assembleia de Deus” e “Igreja Universal de Deus”.

Quest’ultima è anche proprietaria della “TV Record” (4) e di otto radio FM/AM. Un partito con una base elettorale del genere può ambire a essere adeguatamente finanziato dagli industriali legati all’import-export, dalle multinazionali e logicamente dai latifondisti del Nordest e degli stati amazzonici produttori della soia e dei bovini.

Questo progetto era ben visto anche dal segretario di Stato USA Mike Pompeo che, insieme a Donald Trump, ha appoggiato l’elezione di Bolsonaro nel 2018.

Però, a partire da febbraio la simpatia politica di Mike Pompeo per Bolsonaro è svanita, a causa delle valutazioni formulate dagli analisti del Dipartimento di Stato, come per le informazioni inviate dall’ambasciatore statunitense nel Brasile, Todd Chapman.

Infatti, gli ambienti parlamentari vicini ai militari sostengono che la rielezione di Bolsonaro comporta il serio rischio della radicalizzazione del processo elettorale, in un momento di grave crisi economica. Una situazione che permetterebbe al PT e ai partiti del centro-sinistra di creare un ampio fronte popolare anti-crisi, e soprattutto anti-Bolsonaro, con cui vincere le elezioni nel 2022.

Una vittoria che è l’ultima cosa che gli USA vogliono, perché permetterebbe al PT di ritornare a imporre la sua egemonia politica. Un fronte popolare, più volte invocato dal lider del movimento MST, João Pedro Stedile e anche dal vice-presidente del Partido Democratico Laburista, Ciro Gomes.

Se, come molti dicono, Bolsonaro fu un ufficiale brillante e un teorico politico dei militari, perché non è diventato generale?

Recentemente Luis Makluf, del giornale “Estadão” di São Paulo, ha pubblicato il libro “O cadete e o capitão” (il cadetto e il capitano), in cui è documentata tutta la carriera militare di Jair Bolsionaro, dall’inizio, nel 1973, come cadetto dell’Accademia Militare “Agulhas Negras” (Aquile Nere) in Rezende, fino al 1988, quando passò alla riserva con il grado di capitano.

In realtà Bolsonaro non ha mai ricevuto un’onorificenza militare, visto che in dieci anni di attività come ufficiale, fu incaricato di comandare solo 3 gruppi di artiglieria campale.

Le sue specializzazioni riguardavano i corsi di attività fisiche dell’Accademia Militare: montagnismo, corsa campestre, immersione, paracadutismo, tiro. Per questo il suo soprannome era “Cavalão” (Cavallone) perché nelle attività fisiche era veramente eccezionale. Non ha mai insegnato teoria militare, tecniche di preparazione al combattimento e soprattutto non ha mai frequentato i corsi superiori di tattica e di strategia.

Tanto è vero che l’intellighencia militare non ha mai invitato Bolsonaro nei suoi dibattiti realizzati nel “Club Militar” di Rio de Janeiro. Nemmeno quando Bolsonaro fu eletto deputato federale!

In realtà Bolsonaro raggiunse una certa notorietà nel 1987, quando la rivista “Veja” publicò una sua intervista in cui annunciava che con altri ufficiali avrebbero fatto esplodere nei bagni dell’Accademia Militare alcune bombe, per protestare contro il mancato aumento degli stipendi da parte del nuovo governo democratico di José Sarney.

Subito dopo, nel 1988, si dimise dall’Esercito per essere eletto – con il sostegno dei paramilitari “Milicias” (5), dei pastori evangelici e dei gruppi neofascisti della “Baixada Fluminense” (6) – prima deputato municipale e poi deputato federale nel 1990.

Una relazione politica oscura, visto che Bolsonaro ha sempre giustificato l’esistenza delle “Milicias”, che in teoria dicevano di voler liberare le favelas dai narcotrafficanti, vista l’incapacità della polizia.

Le “Milicias” sono sorte nel 1986 come “gruppo di sicurezza” di alcune favelas, per poi passare a disputarsi con i “Narcos” il controllo dei punti di vendita della cocaina e della marijuana nelle grandi favelas di Rio de Janeiro e delle città-dormitorio dell’omonimo stato.

Non bisogna dimenticare che l’80% degli uomini delle “Milicias” sono agenti della Polizia Civile e della Polizia Militare, che hanno sempre ricevuto una velata accondiscendenza da parte della Polizia Federale e una grande compiacenza nei comandi della Polizia Civile, della Polizia Militare e dello stesso governo regionale, a cui si aggiungeva la copertura di numerosi politici regionali, tra cui quella del clan dei Bolsonaro.

Una situazione che era continuamente denunciata dal deputato federale Marcelo Freixo e dalla deputata municipale del PSOL di Rio de Janeiro, Marielle Franco, che, purtroppo il 17 marzo 2018, fu mitragliata all’entrata della favela Maré proprio da un commando delle “Milicias”.

Prima di entrare nelle cronache drammatiche della pandemia brasiliana potresti spiegare perché Bolsonaro, nel 2018, in meno di due mesi passò dalla nullità politica del PSL ad astro nascente della destra e quindi a candidato unico dell’oligarchia latifondista e della borghesia brasiliana?

Per capire questa improvvisata trasformazione camaleontica, bisogna fare un piccolo passo indietro, quando gli strateghi della borghesia erano convinti che il golpe bianco contra Dilma Roussef con l’impeachment del Parlamento e l’arresto, nel 2015, di quadri storici del PT da parte del giudice di Curitiba, Sergio Moro, con l’accusa di corruzione, avrebbe disarticolato il PT e azzerato la candidatura di Lula.

Una previsione che poi fu smentita nel 2017, quando gli specialisti del marketing elettorale garantivano la vittoria di Lula nel primo turno con il 72%. Quindi, per facilitare l’elezione di Geraldo Alkimin, il candidato della coalizione formata dal PSDB e, quindi, evitare il ritorno di Lula nel “Palacio do Planalto” a Brasilia, nel 2017 ci fu il secondo golpe bianco. Vale a dire l’arresto e la condanna di Lula.

Nonostante ciò, gli analisti del marketing elettorale non escludevano la possibile vittoria del candidato del PT, Fernando Haddad nel secondo turno, a causa dell’assenteismo elettorale da parte della classe media ed anche per l’assoluto rigetto dei settori popolari nei confronti di Geraldo Alkimin, che nel 2009 era stato Segretario allo Sviluppo dello Stato di SãoPaulo e poi 35° governatore dello stato paulista nel 2011.

Fu in questo scenario di grande incertezza politica che, il 28 febbraio 2018, ci fu l’attentato contro Jair Bolsonaro, il quale, a partire da quel momento, diventò l’argomento centrale dei media. Infatti le due coltellate (evidentemente non gravi) inflitte da Adélio Bispo de Oliveira, alla fine di un comizio nella cittadina di Juiz de Fora, furono subito etichettate dalla Polizia Federale come “un’azione motivata dall’odio comunista del PT e del PSOL...” (6)!

Subito dopo l’attentato i social brasiliani furono invasi da un nuovo sistema di robot che gestiva e alimentava tutte le reti con continue fake news che ricordano la metodologia usata da Steve Bannon nella campagna elettorale di Donald Trump.

Bolsonaro fece solo qualche dichiarazione dall’ospedale, rifiutandosi poi, nel secondo turno, di partecipare a tutti i dibattiti elettorali organizzati dalle televisioni. In questo modo, i social riuscirono a creare l’immagine della vittima del comunismo e del combattente indomito del PT e della corruzione.

Nello stesso tempo, tutte le televisioni, ed in particolare la “TV Record “ di Edir Macedo, l’auto-proclamato vescovo evangelico di “Igreja Universal do Reino de Deus” si associarono alla campagna elettorale del partito di Bolsonaro, il PSL (7), pubblicando tutte le “fake news” che correvano sui social, etichettando Lula e il PT come una banda di volgari truffatori comunisti, mafiosi e accaparratori dei fondi pubblici,

Invece Jair Bolsonaro era presentato come l’unico deputato onesto del Brasile, capace di sradicare la corruzione creata dal PT, l’unico in grado di promuovere un salto qualitativo all’economia, l’unico candidato preparato per rivitalizzare lo stato brasiliano e soprattutto l’unico deciso a porre fine alla delinquenza, al narcotraffico e ai gay.

Un bla-bla-bla che incantò la maggior parte dei brasiliani, ormai stanchi delle promesse dei partiti politici tradizionali e soprattutto delusi dai troppi errori commessi dalla direzione del PT, in particolare, da Dilma Roussef con l’opzione social-liberista nel secondo governo del 2013.

Chi è che oggi detta la linea ideologica nel nuovo partito bolsnarista “Aliança para o Brasil” e che tipo di relazione esiste tra quello che tu definisci un partito fascistizzante, la chiesa evangelica “Igreja Universal do Reino de Deus” e le eccellenze del mercato finanziario?

Il guru politico di Bolsonaro è Olavo de Carvalho (9), il sostenitore di un fascismo tropicale che mischia il negazionismo per l’Olocausto con la teoria dell’eliocentrismo. Nega l’efficienza dei vaccini e del riscaldamento climatico globale, accusando la Cina di aver provocato il Coronavirus per attaccare l’Occidente.

Si definisce un “filosofo”, senza aver frequentano nessuna università e per questo afferma che i lavoratori, in particolare quelli di origine africana, avrebbero seri limiti cerebrali, motivo per cui sarebbero facilmente manipolati dagli “agenti del marxismo”.

È un aperto sostenitore del pinochettismo, cioè della repressione dura e cruda dei lavoratori, non avendo però un’idea molto definita sulla relazione Stato-Mercato. Infatti, se l'avesse, perderebbe il sostegno finanziario che riceve dalle fondazioni finanziate da banche e industrie degli Stati Uniti.

Dal 2005 vive a Richmond, in Virginia, a pochi chilometri di distanza dalla centrale della CIA, di cui, secondo alcuni, sarebbe un “Senior Consultor” messo a contratto dopo la vittoria elettorale di Lula.

Questa relazione permette a Bolsonaro di appropriarsi del voto dei gruppetti neofascisti brasiliani che all’incirca ammontano a 300.000 individui. Infatti, due ministri del governo Bolsonaro sono stati “allievi” di Olavo de Carvalho, rispettivamente il ministro degli esteri, Ernesto Araújo e quello dell’istruzione, Ricardo Vélez Rodriguez, sostituito recentemente da Abraham Weintraub, anche lui “alunno” di Olavo.

Però c’è da dire che l’“Aliança para o Brasil” non sarà il nuovo partito fascista brasiliano, come molti affermano. Forse questa era l’idea iniziale del figlio Eduardo. In realtà Bolsonaro sa benissimo che se vuole essere considerato “l’indomito salvatore della patria brasiliana”, riconosciuto come tale dalle eccellenze del mercato, dell’industria e dall’oligarchia latifondista, tutti profondamente liberisti, non può assolutamente evocare Peron, e tanto meno proclamarsi in favore del centralismo statale.

Oggi, il mercato e soprattutto le banche private costituiscono la “love story” del governo Bolsonaro, che tramite il ministro dell’Economia, Paulo Guedes – un super liberista discepolo dei Chicago Boys – nei primi 12 mesi di governo ha elargito alle banche 1,216 trilioni di Real (vale a dire il 16,7% del PNB), mentre per combattere la pandemia ha destinato solo 88,2 miliardi di Reali, vale a dire 7,5% dei fondi destinati alle banche!

Il nazionalismo esasperato dei Tweet di Bolsonaro è pura retorica, che diventa un falso ideologico, se consideriamo i regali fatti al governo degli Stati Uniti e alle multinazionali dello Zio Sam.

Primi fra tutti la cessione “territoriale e infrastrutturale” della base di lancio di satelliti e di missili di Alcantara, seguita, nel marzo del 2019, dalla vendita alla Boeing – a un prezzo da banane – della divisione militare della prestigiosa industria statale EMBRAER!

Inoltre, il razzismo bolsonarista presenta una duplice lettura in cui gli elementi dominanti sono la manipolazione e la propaganda politica. Infatti, se la questione razziale fosse estremizzata da Bolsonaro secondo le teorie del moderno nazifascismo europeo, scoppierebbe una crisi profonda con le chiese evangeliche.

Questo perché l’80% dei credenti e la maggior parte dei loro pastori sono di colore, cioè: neri, mulatti o pardi di origine afro-brasiliana. Nello stesso tempo, se Bolsonaro sceglie di percorrere il terreno della discriminazione razziale, come fa il nostro Matteo Salvini o l’ungherese Viktor Orbán, corre seri rischi politici, poiché 63% degli elettori sono discendenti diretti degli afro-brasiliani e solo un 30% sono nipoti di emigranti europei, asiatici o latinoamericani.

Un contesto sociale e storico che impone una certa prudenza verbale, perché la cosiddetta “razza brasiliana”, in realtà è un mix di razze. Motivo per cui Bolsonaro, si limita a cavalcare il razzismo omofobico contro i gay, contro le femministe abortiste di colore, per poi scatenarsi contro gli afro-brasiliani delle favelas quando si tratta di giovani legati ai “Narcos”.

Sono in pochi a credere nei dati divulgati dal governo brasiliano sull’andamento drammatico del Covid-19. I morti sarebbero migliaia. Il sistema di salute pubblico è in pieno collasso, mentre quello privato, destinato a ricchi e benestanti, riceve finanziamenti federali e pubblici. Il totale dei disoccupati arriverebbe a circa 26 milioni. Perché il Brasile che votò Lula e il PT per quattro volte, adesso accetta in silenzio questa situazione?

In realtà, quei 52.793.364 milioni che nel 2002 votarono per Lula, (61,27% degli elettori), nel 2018 si erano ridotti a 47.040.906, (44,87%). In sedici anni il PT ha perso 5.752.358 milioni di voti, pari al 16,40% degli elettori.

Questa discesa si spiega con l’abbandono, da parte della vecchia e della nuova direzione del PT e della confederazione sindacale CUT, della sua matrice storica ideologica. Vale a dire una linea politica socialdemocratica di sinistra, alla Willy Brant, che gradualmente è stata sostituita con un social-liberismo tropicale, che fa ricordare la disastrata “Terza Via” dell’inglese Tony Blair e quella di Massimo D’Alema.

Oggi le favelas di São Paulo, di Rio de Janeiro, di Recife, di Salvador, come pure molte regioni amazzoniche popolate da indios, sono i centri della pandemia, perché i governi del PT non hanno fatto la riforma del sistema sanitario pubblico come avevano promesso.

In realtà i grandi investimenti fatti dai governi del PT nell’assistenzialismo sono serviti ad evitare lo scontro di classe e a garantire al capitale una effettiva e lucrativa pace sociale. Purtroppo non sono state fatte le riforme strutturali che tutti aspettavano e che, certamente avrebbero modificato l’evoluzione socioeconomica del Brasile.

Mi riferisco, soprattutto, alla riforma del sistema sanitario pubblico, alla riforma urbanistica, alla riforma politica (Nuova Costituente), alla riforma dell’informazione e soprattutto alla riforma agraria. Lo stesso Lula quando venne qui a Roma per ricevere il premio della FAO mi disse in un’intervista “Lo sai che le banche e le industrie brasiliane non hanno mai guadagnato come durante i miei due governi ed adesso si lamentano dicendo che la colpa della crisi è del PT?”

Purtroppo la direzione del PT e lo stesso Lula erano convinti di essere la classe governante accettata dal mercato e dalle oligarchie brasiliane. Per questo non hanno creduto nel tradimento di Michel Temer (il vice presidente di Dilma Roussef) e nel ruolo cospirativo degli USA, pensando, poi, di poter poter circoscrivere l’Impeachment nel Parlamento.

Lula era convinto che nel secondo processo di appello sarebbe stato assolto. Invece gli hanno anche aumentato la pena bruciando definitivamente la sua candidatura!

Il PT non ha mai voluto mobilizzare le masse e i sindacati e realizzare uno sciopero generale contro gli abusi giudiziari del Tribunale di Curitiba. Tantomeno si sono mossi quando il governo Bolsonaro ha introdotto un programma di riforme liberiste per modificare le norme sul lavoro e le pensioni.

Lula ha sempre detto che Bolsonaro era stato eletto costituzionalmente e quindi bisognava attendere le elezioni del 2022!

È chiaro che nella base popolare del partito e dei lavoratori in generale, queste posizioni sono state criticate e considerate rinunciatarie. Soprattutto adesso, con l’estensione del Covid-19, la borghesia e i ceti medi stanno nelle loro villette di campagna o si curano nelle cliniche del settore privato, mentre gli abitanti delle favelas, delle cinture suburbane e delle città dormitorio muoiono in numero sempre più elevato.

Perché il presidente Bolsonaro, come il suo guru Olavo de Carvalho, insiste nel dire che il Covid-19 si deve combattere con l’isolamento dei soli vecchi e che l’economia deve ripartire a tutto vapore?

Bolsonaro, come pure Olavo de Carvalho, è convinto che la voce del Dio Mercato è la più importante. Per cui, poco importa se nel Brasile moriranno 200.000 o 300.000 persone, di cui il 95% composto da abitanti poveri delle favelas o delle insalubri periferie. Purtroppo, quello che più conta è la voce del mercato, vale a dire far ripartire a tutti i costi un’economia che è già in crisi da due anni.

Ufficialmente Bolsonaro addossa la responsabilità della crisi alla breve paralisi economica provocata dal Covid-19. In realtà la crisi dell’economia brasiliana si deve ai ritardi strutturali e al modello di “economy commodity” che le banche e la borghesia imperialista hanno imposto al paese con la complicità dei governi del PT.

Per esempio, nel mese di marzo, i tecnici del Ministero dell’Agricoltura e gli stessi latifondisti produttori di soia sono stati incapaci di prevedere il formidabile aumento nella produzione di soia, così che, oggi, il porto di Santos (10) è praticamente ingolfato di navi, mentre la fila dei camion carichi di soia si estende per quasi 30 chilometri!

Nonostante questa situazione il governo Bolsonaro pretende di lasciare il porto di Santos nel quasi abbandono per poi, poco prima delle elezioni, presentarsi come “il divino salvatore” con una seconda privatizzazione. Le compagnie cinesi hanno già sospeso l’acquisto di 2 milioni di tonnellate di soia perché nessuno sa quando il porto di Santos tornerà a funzionare regolarmente.

Inoltre i grandi investimenti promessi dal vice-presidente degli USA, Mike Pence, sono diventati l’argomento di tutti gli umoristi che sbeffeggiano il governo, poiché sono arrivate solo briciole, mentre sono aumentate le esportazioni dei guadagni delle filiali delle multinazionali verso le matrici statunitensi o i paradisi fiscali caraibici.

La compagnia petrolifera statale Petrobras è stata obbligata dal ministro dell’Economia, Paulo Guedes, e dallo stesso presidente a ricomprare i suoi blocchi petroliferi Off-Shore del “Pre-Sal”, poiché nessuna grande impresa statunitense si è presentata nelle aste organizzate dal governo.

Senza dimenticare che durante i governi del PT il Venezulea di Chavez era, per importanza, il decimo paese importatore, con un volume di affari di 5,13 miliardi di dollari (2008).

Oggi, dopo i “favori diplomatici” che i governi di Michel Temer e di Jair Bolsonaro hanno fatto prima ad Obama e poi a Trump, i rapporti economici con il Venezuela sono scesi a soli 210 milioni di dollari!

La verità è che crisi economica è cominciata nel 2016, ampliandosi nel 2018 con la prospettiva di spingere il Brasile nel baratro del default. L’arrivo del Covid-19 ha permesso al governo e agli impresari dell’industria di mascherare questa crisi addossandone la responsabilità al virus, visto che nel primo trimestre del 2020, secondo l’IBGE, la disoccupazione dei lavoratori con contratto regolare passava dall’11,3% al 14,2%; mentre il licenziamento dei lavoratori informali (lavoro nero) esplodeva in tutti i settori con più di dieci milioni di lavoratori licenziati, altri 4 temporaneamente sospesi e 3 milioni mandati a casa in ferie anticipate.

Prima della pandemia il governo ha accontentato gli industriali con la riduzione degli stipendi. Adesso, per evitare gli scioperi e la mobilitazione dei movimenti popolari davanti alle fabbriche, ha imposto la totale riapertura sognando di far ripartire l’economia. Una decisione che sarà un suicidio per milioni di lavoratori, che però peserà enormemente sul futuro del governo di Jair Bolsonaro!

di Achille Lollo, direttore del giornale brasiliano “Nação Brasil” e poi delle riviste “Conjuntura Internacional” e “Critica Social”. Commentatore poliitco e corrispondente del giornale “Brasil De fato”. Attualmente è analista di politica internazionale dei programmi “Pela Manhã” e “Zoom”.

Note:

1 – il 3 ottobre 1968, il generale Juan Velasco Alvarado, a causa dello scandalo dell’Acta de Tayara organizzò un colpo di stato contro il governo conservatore di Fernando Belaunde Terry, formando un governo che voleva promuovere “la autogestión socialista” e di conseguenza ridurre il potere dei latifondisti e delle multinazionali statunitensi.

2 – Il Palacio do Planalto si trova nella capitale Brasilia ed ospita gli uffici della Presidenza e del Ministro della Casa Civile, che è una specie di primo ministro.

3 –Il giudice federale Dalton Igor Conrado, há recentemente autorizzato la transferenza dal carcere di Adélio Bispo de Oliveira per essere sottoposto ad un trattamento psichiatrico.

4 – Nel 1989, Emir Macedo, auto-proclamatsi vescovo della chiesa evangelica “Igreja Universal do Reino de Deus” si appropriò del Tesoretto della chiesa per comperare la fallimentare “TV Record” di cui lui e la moglie ne diventarono gli unici proprietari.

5 – Nel 1970, nella favela Rio das Pedras nacque il primo “Grupo de Seguança” (Gruppo di Sicurezza) organizzato dai commercianti per difendersi daí narcotrafficanti. In breve questi gruppi furono infiltrati dagli agenti della Policia Civil (polizia in borghese), della Policia Militar (polizia militarizzata, tipo Celere) insieme a molti pompieri che cominciarono a “vendere” nelle favelle la “protezione”. In pocco tempo l’organizzazione delle “Milicias” diventò un’autentica cosca mafiosa che esige il pizzo su qualsiasi attività legale e illegale, in particolare la prostituzione, la vendita di armi e la ricettazione. Dopo aver raggiunto una certa consistenza numerica e molte complicità politiche le “Milicias” scatenarono la guerra contro i Narcos per avere prima il controllo dei principali punti vendita della cocaina e della maruyana e poi per sostituirsi a loro nell’importazione della droga negoziando direttamente con i cartelli colombiani e quelli del Paraguay.

6 – La Baixada Fluminense è la grande regione dello stato di Rio de Janeiro in cui si addensano de città dormitorio (Nilopolis, Niteroi, Caxias, Bangù, ecc) con circaa 18,6 milioni di abitanti.

7 – Inizialmente la Polizia Federale disse che Adélio Bispo de Oliveira era un militante del PT. Poi ci fu la prima smentita e dissero che era un attivista del PSOL (Partito del Socialismo e Libertà), staccatosi dal PT nel 2003. In seguito lo stesso attentatore disse che non aveva rappoprti con il PSOL. Alla fine i giudici e la Polizia Federale ritennere l’attentatore un pazzo che aveva organizzato da solo l’attentato e quindi considerato ”ingiudicabile”!

8 – PSL, Partito del Social Liberismo

9 – Olavo de Carvalho, scrittore conservatore, feroce anticomunista. Diffonde le sue tesi via Internet a partire dagli Stati Uniti, dove ormai vive dal 2005. Tra le tante assurdità sostiene che la Pepsi è addolcita da cellule di feti abortiti, che la legalizzazione del matrimonio tra gay porta alla legalizzazione della pedofilia, che i disastri naturali come l’uragano Katrina e il terremoto di Haiti sono punizioni divine per le pratiche religiose degli africani discendenti dagli schiavi.

10 – Il porto di Santos, nel litorale dello stato di Sã Paulo è il principale porto brasiliano specializzato nell’esportazione dei grani e dello zucchero.

Fonte

23/10/2019

America Latina - Il paradiso liberista è diventato un’inferno

Nell’arco di due settimane sono scoppiate in Ecuador e in Cile due rivolte popolari che, sommate ai momenti di crisi registrati precedentemente in Brasile, Colombia, Argentina e Paraguay, rimettono in discussione il progetto liberista e il ruolo politico dell’attuale classe dirigente di questi paesi, meglio conosciuta con l’epiteto di “borghesia imperialista”.

I drammatici reportage sugli scontri avvenuti nelle capitali dell’Ecuador e del Cile, Quito e Santiago, ripropongono anche il tema della risposta violenta da parte dei settori popolari ed anche di una numerosa presenza di giovani figli di una classe media, ormai impoverita dai programmi dei differenti governi liberisti. Per questo motivo molti scienziati politici e soprattutto gli economisti che hanno idolatrato Milton Friedman si chiedono se oggi, il paradiso liberista latinoamericano, sia diventato un inferno e quindi una pericolosa bomba sociale pronta a esplodere in qualsiasi momento.

Le rivolte popolari e la risposta repressiva

In Ecuador, come in Cile e prima in Colombia, Argentina, Paraguay e Brasile, le pacifiche manifestazioni, sono state sempre attaccate con estrema violenza dalla polizia con l’esplicito intento di provocare un altrettanto violenta risposta da parte dei manifestanti. Un’operazione che potrebbe essere identificata come una provocazione dei corpi di polizia.

Purtroppo, l’ordine di sparare e di massacrare a manganellate o con i gas lacrimogeni i manifestanti è, ormai, diventato da parte dei corpi di polizia il modo abituale di procedere per garantire il cosiddetto ordine pubblico. Cioè, la violenza della repressione è diventata lo strumento prioritario per difendere il funzionamento e la continuazione “sine qua non” dello stato liberista.

Infatti, per i governi liberisti dell’America Latina, ogni tipo di manifestazione pacifica che mette in discussione il modello politico è considerato un “attacco allo stato”. Motivo per cui la repressione è sempre stata durissima non solo per smobilizzare i manifestanti, ma, anche per permettere ai media di giustificare la repressione e, nello stesso tempo pubblicizzare la capacità dello stato di combattere il terrorismo e i “delinquenti saccheggiatori”.

Infatti non è casuale che il presidente cileno, Sebastian Piñera, nel momento in cui richiedeva al generale Javier Iturriaga di coordinare l’intervento dell’Esercito in nove delle sedici regioni del paese, con 9.500 soldati, con cui far rispettare lo “Stato di Emergenza”, abbia poi contestualizzato questa decisione affermando: “…Oggi il Cile sta in guerra contro un poderoso nemico, pronto a usare la violenza senza alcun limite…”. Parole che erano illustrate esaustivamente dai media ed anche nei social con le immagini dei saccheggi ai supermercati.

Una manipolazione che risultava estremamente educativa per i settori della classe media, che considerandosi una vittima potenziale del “popolaccio suburbano saccheggiatore”, reiteravano l’appoggio politico ai partiti della destra, sottoscrivendo – nonostante gli effetti della crisi economica – la validità del programma liberista e le rispettive norme del mercato e della dipendenza.

Infatti, in Ecuador e in Cile, come pure negli altri quattro paesi menzionati, i media hanno riprodotto all’infinito le immagini dei saccheggi ai supermercati, riuscendo in questo modo a volgarizzare la rivolta popolare, facendo credere che in America Latina esisterebbe un piano occulto delle sinistre per derubare i governi liberisti.

Un concetto che è stato pubblicizzato dal presidente brasiliano Jair Bolsonaro, che durante la vista ufficiale in Giappone divulgava nei social un’accusa tremenda, secondo cui: “A Santiago, l’azione violenta dei manifestanti faceva parte di un programma idealizzato dal Forum de São Paulo, che è un’organizzazione creata nel 1991 dai partiti di sinistra dell’America Latina. Manifestazioni che hanno per obbiettivo la presa del potere. Purtroppo, non ci siamo del tutto liberati di questi dittatori che con atti di vandalismo e di terrorismo cercano di riconquistare quello che hanno perso nelle urne!...”

Parole che poi dai social sono rimbalzate nelle televisioni e nei giornali creando una continua manipolazione, in cui le immagini di sottofondo sono sempre quelle dei saccheggi, senza dare spazio ai manifestanti. Per questo nella capitale ecuadoriana, il dirigente del movimento indigeno CONAI, Jorge Vargas dichiarava: “… L’esplosione della violenza popolare è stata una risposta spontanea alla violenza della polizia. Le manifestazioni che si sono succedute non mettevano in discussione il modello politico del governo, ma, soltanto, alcune specifiche decisioni…”. Infatti, in Ecuador la rivolta è deflagrata quando il governo Moreno decise di cancellare il sussidio al diesel, nonostante il 100% dei trasporti di merci e delle persone nelle province andine e amazzoniche fosse su gomma!

Anche in Cile gli scontri con la polizia sarebbero scoppiati quando il governo Piñera, dopo aver aumentato il prezzo del biglietto della Metropolitana, ha voluto silenziare e disperdere i manifestanti.

Esiste un clima insurrezionale?

Obbiettivamente non si può dire che in Cile, Ecuador, Colombia, Paraguay, Argentina e Brasile esista un clima insurrezionale e che il Forum de São Paulo lo avrebbe alimentato per far cadere i governi liberisti, come affermano il presidente brasiliano Bolsonaro e quello ecuadoriano, Moreno.

Esistono, invece una serie di situazione critiche che, a causa degli sviluppi della crisi economica in tutto il continente sudamericano e come conseguenza diretta dell’incapacità, intellettuale e politica, degli attuali governanti, ormai sono diventati autentiche bombe-sociali fluttuanti, pronte a esplodere in qualsiasi momento.

Purtroppo, molti commentatori internazionali, riferendosi alla rivolta di Quito e poi a quella di Santiago hanno accennato a un possibile clima insurrezionale, artificiosamente messo a punto dalla sinistra. Per questo motivo, il presidente ecuadoriano, Moreno, subito dopo i primi scontri davanti al palazzo del Parlamento, ha accusato immediatamente l’ex presidente, Rafael Correa, e quello venezuelano, Nicolás Maduro, dicendo: “… Correa e Maduro hanno tramato con il movimento indigeno CONAI per realizzare la mia destituzione…”.

Anche in Cile, il ministro degli Interni e della Sicurezza, Andrés Chadwick e il responsabile dello “Stato di Emergenza”, generale Iturriaga del Campo, hanno accusato la sinistra rievocando, addirittura, “…il MIR e i comunisti del PCC, come i principali promotori della rivolta e quindi degli scontri con la polizia...”.

In risposta il presidente della Federazione dei Sindacati della Metropolitana, Paula Rivas, con rapido contatto telefonico spiega che: “…In realtà la gente è scesa in piazza perché l’aumento del prezzo del biglietto della metropolitana è stata la goccia che ha fatto tracimare il bicchiere. Oggi i cileni soffrono con le cosiddette ‘riforme’ del governo. Prime fra tutte le pensioni che rendono i pensionati sempre più poveri. Senza dimenticare l’aumento indiscriminato delle tariffe dell’energia elettrica, gli aumenti delle altre tariffe avvenute con la privatizzazione delle imprese pubbliche dell’acqua, delle scuole, delle università, degli ospedali e degli ambulatori. Noi siamo contro la violenza, ma siamo d’accordo sulle rivendicazioni sociali, perché i lavoratori non ne possono più e le condizioni di vita in Cile, oggi, sono veramente critiche. Quello che un tempo chiamavano di paradiso è diventato un inferno!!!”.

A questo punto è necessario ricordare che in Ecuador e in Cile le manifestazioni sono state promosse da organismi popolari e dalle comunità di base per protestare contro le recenti decisioni economiche dei rispettivi governi liberiste. Manifestazioni che però non avevano una direzione legata o compromessa con i partiti della sinistra istituzionale. Soprattutto nel caso cileno si può dire che c’è stato un certo ritardo, da parte dei partiti della sinistra, nel dichiarare il proprio appoggio alle manifestazioni.

Per questo motivo, l’ex-presidente ecuadoriano, Rafael Correa, dopo aver visto le immagini di un saccheggio a un supermercato in Guayaquil ha subito dichiarato: “…Tutto quello che sta succedendo in parallelo alle manifestazioni contro la cancellazione del sussidio al diesel, non ha niente a che vedere con il movimento di protesta e soprattutto non ha nessun legame di nessun tipo con gli organizzatori delle manifestazioni, cioè i dirigenti del CONAI…”

È sempre Rafael Correa che, riferendosi alle immagini dei saccheggi, sottolinea: “…In un paese dove la disoccupazione e la sottoccupazione hanno avuto un incredibile aumento moltiplicando i parametri della povertà, dove tutti i programmi d’integrazione e di redistribuzione del reddito sono stati cancellati e dove la propria qualità della vita è diventata una priorità per i soli ceti sociali ricchi, è evidente che il governo e i suoi media cercano di confondere l’opinione pubblica mistificando gli eccessi dei cosiddetti delinquenti della piazza!…”

In realtà i saccheggi verificati in alcuni quartieri delle città cilene di Santiago, Valparaiso e Concepcion e quelle ecuadoriane di Quito e Guayaquil sono la diretta conseguenza del degrado sociale provocato dai governi liberisti ed anche il risultato di una grave situazione economica, dove la povertà è diventata sempre più assoluta e generalizzata, mentre l’emarginazione dilaga nei cosiddetti Barrios Metropolitanos.

Ragione per cui chi realizza i saccheggi sono i più poveri che approfittano del momento per riappropriarsi di quei prodotti che non riescono più a comperare. E non è una casualità che la quasi totalità dei saccheggi effettuati nelle suddette città cilene e ecuadoriane riguarda i supermercati. Questo perché, oggi in Cile, lo stipendio del 60% dei lavoratori dura appena 15 giorni. Dopo di che inizia la corsa ai prestiti per sopravvivere. Un dramma che, purtroppo, è diventato comune anche in Brasile, Argentina, Paraguay e Colombia.

Il problema della povertà e della crescente disoccupazione nei suddetti paesi dell’America Latina è associato all’estrema violenza della polizia nei confronti delle popolazioni povere. In Brasile, per esempio, i battaglioni speciali della Polizia (UPP) e quelli dell’esercito, pattugliano tutte le entrate delle favelas, per evitare che eventuali manifestazioni realizzate dagli abitanti delle favelas raggiungano il centro delle città.

Un mese fa, i reparti speciali della polizia di Rio de Janeiro, cominciarono a sparare all’impazzata per smobilitare una manifestazione contro il carovita realizzata dagli abitanti della “favela Fazendinha”. Uno “show” di belligeranza gratuita – tanto caro al presidente Bolsonaro – che i media hanno subito minimizzato nonostante abbia provocato la morte di una bambina di 8 anni, Agata Félix.

Per quanto riguarda il Cile, Manuel Delgado, antico militante del MIR cileno riassume l’evoluzione degli scontri: “… I primi a scendere in piazza sono stati gli studenti medi, con qualche cartello contro il governo che come tu sai ha praticamente distrutto l’istruzione pubblica trasformandola in merce. Di modo che se hai soldi vai nelle migliori scuole, altrimenti ci sono solo scuole per diventare mano d’opera specializzata. La repressione è stata immediata, violenta e direi programmata per produrre un qualcosa di più ampio con cui poter sviluppare un’azione repressiva sempre più violenta e allargata nel territorio urbano. Cioè, gli scontri nati nel centro della città si sono protratti fino ai limiti dei Barrios Metropolitanos. Il resto sta nelle cronache dei giornali. Gli abitanti dei Barrios sono scesi in piazza e per questo la polizia e poi anche l’esercito hanno cominciato a sparare. Le sparatorie della polizia hanno alimentato ancor più la rabbia e per questo c’è stata la risposta violenta dei manifestanti, facendo barricate in fiammate con autobus per impedire ai soldati di avanzare. Comunque, escludo, al 100%, l’esistenza della cosiddetta direzione incognita della sinistra che guidava lo sviluppo delle manifestazioni, come ha detto il generale Iturriaga! …. La verità è che il popolo che lavora con salari divenuti bassissimi e in condizioni di vita terribili è stanco di promesse e di fregature. Per cui, alla prima occasione esplode e in quei frangenti può succedere di tutto, proprio perché queste manifestazioni che si trasformano in rivolte non hanno né una direzione e tanto meno un controllo!...”

La sinistra dove si colloca?

Come recentemente dichiarato da Angela Davis: “…Il Brasile è il paese che in America Latina mi da più speranze perché il movimento popolare è in netta ripresa. Il movimento femminista e quello afroamericano sono molto forti e non si sono fatti intimidire. Inoltre le contraddizioni sociali e economiche sono più accentuate…”

Un contesto complesso in cui, la sinistra brasiliana, vale a dire, il PT, il PSOL, il PcdoB, il PCB e tutte le altre piccole sigle, associate ai grandi movimenti popolari organizzati, primo fra tutti il MST e la confederazione sindacale CUT, dopo il contraccolpo sofferto con l’Impeachment nei confronti di Dilma Rousseff, l’imprigionamento di Lula e l’elezione di Bolsonaro, hanno iniziato a reagire.

Per questo JoãoPedro Stedile, leader del MST ha dichiarato: “…La sinistra e le forze popolari devono presentare al paese un progetto strutturale capace di garantire un lavoro giustamente remunerato e migliori condizioni di vita. Però per far arrivare al popolo queste nuove idee e i nuovi programmi politici, la sinistra deve migliorare la sua comunicazione con le masse. Cioè, dobbiamo rinnovare la nostra metodologia pedagogica e lavorare in maniera differente per creare coscienza nelle masse!…”.

Infatti, uno dei grandi problemi della sinistra brasiliana, ma anche quella cilena, ecuadoriana, paraguaiana e argentina è la mancanza di strumenti tecnologici e pratici per stabilire un contatto diretto con le masse, senza l’interferenza dei grandi media e, soprattutto, di quelli controllati e gestiti dalle sette evangeliche.

In quasi tutti i paesi dell’America Latina le sette evangeliche e pentecostali sono diventate delle autentiche centrali spirituali collegate esclusivamente con i partiti della destra conservatrice. Per esempio, in Colombia, le chiese evangeliche si sono schierate apertamente contro l’accordo di pace tra il governo e le FARC e poi anche contro quello con il ELN.

In Ecuador hanno, addirittura presentato e finanziato un pastore nelle elezioni presidenziali promuovendo una guerra di livello infimo contro i candidati della lista formata dall’ex presidente Rafel Correa. Da ricordare che quando il presidente Moreno – dopo aver tradito Rafael Crrea ed essersi venduto al Dipartimento di Stato – fece arrestare il suo vice Jorge Glas con la falsa accusa di corruzione, tutti i pastori delle chiese pentecostali ed evangeliche evocarono questo fatto come “…Il giusto castigo di Dio e la liberazione di un elemento diabolico!…”!

In Argentina, in Cile e in Paraguay quasi tutte le chiese pentecostali appoggiano i candidati del governo e lo fanno associando, opportunisticamente, il voto alle funzioni religiose. Inutile dire che, in Brasile, tutte le chiese evangeliche e pentecostali hanno appoggiato e fatto campagna per Bolsonaro!

Comunque se in Brasile l’appuntamento politico sarà solo nel 2024 con le elezioni presidenziali, in Argentina il “paradiso infernale” creato dal liberista Mauricio Macri potrà terminare con le prossime elezioni presidenziali. Di fatto, un centro-sinistra allargato anche al peronismo ortodosso dovrebbe vincere con facilità.

Purtroppo il vero problema della sinistra latino-americana è quello presentato da JoãoPedro Stedile, vale a dire un programma politico e programmatico originale e capace di riproporre il lavoro come il tassello principale della società e nello stesso tempo creare elementi adatti a creare un nuovo senso di sovranità, di responsabilità sociale e una nuova coscienza politica.

Fonte

29/03/2019

La “Guerra Ibrida” della CIA contro il Venezuela


Nonostante “La Operacion Constitucion” si sia conclusa con il misero e silenzioso ritorno a Caracas di Juan Guaidò, e la cattura dei quattro comandanti del fatiscente “Esercito di Liberazione Venezuelano” (1), attualmente nella regione di Tona, nel dipartimento colombiano di Santander, le “antenne” della CIA e gli ufficiali colombiani della Inteligencia y Contrainteligencia Militar Conjunta-J2, continuano i preparativi per mettere in piedi negli stati venezuelani di Tachira, Zulia, Amazonas e Apure un “foco” eversivo, con l’obbiettivo di promuovere una guerra civile, che coinvolgerebbe la Colombia scatenando l’immediato intervento militare degli Stati Uniti.

Basandosi su questa prospettiva, il 4 marzo, il vicepresidente degli USA, Mike Pence, tornava all’attacco ricordando che “... Il presidente Donald Trump continua fermamente convinto della necessità urgente di derubare il governo presieduto da Nicolas Maduro, anche con una soluzione militare (2) e senza l’autorizzazione internazionale!...”

Una dichiarazione scandalosa che non è stata gradita nemmeno dai lacchè del Gruppo di Lima (3), registrando nuovamente il dissenso dei generali brasiliani e di quelli argentini e anche la discordanza di molti ufficiali superiori colombiani.

Infatti, il 25 febbraio, il vicepresidente del Brasile, generale Hamilton Mourão, presente nella riunione del gruppo di Lima, realizzata nella capitale colombiana Bogotà, riaffermava allo sbigottito Mike Pence la posizione contraria dei militari brasiliani che, lo stesso generale Mourão aveva annunciato, per la prima volta il 23 gennaio, subito dopo l’incoronamento di Juan Guaidò con il titolo di “Presidente Interino” da parte di Donal Trump. Un pronunciamento che spezzò l’enfasi bellicista della Casa Bianca, poiché, il generale Hamilton Mourão, che in quel periodo ricopriva l’incarico presidenziale in assenza del presidente Jair Bolsonaro, sentenziò: “il Brasile e le sue forze armate non si immischieranno nella politica interna del Venezuela!”.

La posizione espressa dal vicepresidente brasiliano, generale Mourão nella riunione del gruppo di Lima, ha influenzato il posizionamento dei generali argentini, che, nonostante le dichiarazioni belliciste del presidente Macri, in modo categorico hanno ricordato: “... Le forze armate argentine potrebbero integrare una missione di pacificazione in Venezuela solamente se questa sarà votata e autorizzata dall’Assemblea delle Nazioni Unite!”.

Nella capitale colombiana – dove il clima politico è sempre più complesso a causa della crisi economica e del permanente stato d’instabilità provocato dalla corruzione e dal narcotraffico – gli abbracci e le strette di mani del presidente Iván Duque Márquez con il vicepresidente statunitense Mike Pence non hanno convinto i generali dello Stato Maggiore, poiché dopo la decennale e tragica esperienza del “Plan Colombia”, nessuno ufficiale e soldato colombiano vuole più rischiare la vita in una difficile “guerra di selva”, soprattutto con il Venezuela!

In realtà, soltanto l’esplosione di una dilaniante guerra civile, che minacci di danneggiare le infrastrutture petrolifere (pozzi, raffinerie e porti di imbarco), potrebbe convincere il Congresso degli Stati Uniti alla necessità d’intervenire militarmente in Venezuela e quindi autorizzare i generali del Pentagono a realizzare un “attacco chirurgico” contro il Venezuela.

Un attacco che l’ammiraglio Craig Faller, capo del comando meridionale delle forze armate degli Stati Uniti (SouthCom), nel passato mese di ottobre, in una seduta del Comitato del Senato per la Difesa, definì “rischioso”, perché “... l’esercito bolivariano è strutturato in maniera orizzontale, con circa duemila generali che comandano e controllano i differenti settori della difesa territoriale...”.

Anche, Galen Carpenter, analista del conservatore “Cato Institute” e specialista di questioni militari internazionali, in un’intervista a “BBC News Mundo” sottolineando i rischi ricordava che: “Nonostante possano esistere dei motivi di divisione interna, è certo che la maggior parte delle forze dell’esercito bolivariano si mobilizzeranno per respingere l’invasione”.

Un argomento che non trova impreparati gli ufficiali delle FANB. Infatti, nel 2018, il generale venezuelano Jacinto Pérez Arcay (4), subito dopo la decisione del governo bolivariano di sostituire il dollaro con il yuan cinese nelle operazioni di vendita del petrolio, presentò allo Stato Maggiore delle FANB e allo stesso presidente Maduro, uno studio dettagliato sulle possibili operazioni del SOUTHCOM, realizzate per aprire il cammino all’invasione terrestre delle truppe statunitensi.

Sempre secondo il generale Jacinto Pérez Arcay e altre fonti dell’intelligenza militare delle FANB “la prima operazione bellica del SouthCom sarebbe un attacco chirurgico con aerei e missili contro le basi aeree di Palo Negro e di Barcellona e contro la base navale di Puerto Cabello”.

Secondo l'ex capo del Pentagono, il generale Jim Mattis, per determinare la dissoluzione dell’organizzazione dell’esercito venezuelano e quindi favorire l’eventuale arrivo dei marines statunitensi con la funzione di pacificare e non di combattere, l’attacco aereo chirurgico dovrebbe essere realizzato su tutti gli obbiettivi militari del Venezuela senza soffrire nessuna perdita. Infatti, per il generale Mattis, la dissoluzione organica delle FANB è sempre stata la condizione “sine qua non” per realizzare in poco tempo e senza gravi perdite l’invasione del Venezuela per instaurare un nuovo governo. Per questo il capo del Pentagono ha sempre avvisato il presidente Donald Trump che “... Senza questa condizione l’attacco potrebbe diventare una tragica avventura!”.

Un argomento che il generale Jim Mattis ha più volte ribadito al presidente Donald Trump, ricordandogli anche che senza la partecipazione e soprattutto senza la logistica dell’esercito brasiliano e di quello colombiano, il coinvolgimento dei “marines” in Venezuela risulterebbe estremamente rischioso. Una posizione, che secondo alcuni analisti, è stata una delle cause per il suo licenziamento da parte di Trump, dall’incarico di segretario alla Difesa. Da sottolineare che anche i generali H.R. McMaster, John Kelly e Michael Flynn, tutti assunti e poi licenziati dal presidente, hanno avuto autentici diverbi con Donald Trump a causa delle problematiche politiche e militari connesse alla questione venezuelana.

La guerra nelle mani della CIA

Di conseguenza, Mike Pompeo – l’eminenza grigia del governo Trump – senza il parere vincolante dei generali, ha potuto conferire alla CIA la responsabilità assoluta della pianificazione e della realizzazione di tutte le operazioni eversive necessarie a provocare una crisi profonda e distruttiva nel Venezuela, capace di distruggere la capacità di resistenza del governo di Nicolas Maduro.

In quest’ottica, ed avendo ricevuto il palese appoggio di molti paesi “democratici” dell’Unione Europea, il governo Trump ha triplicato il cosiddetto “fondo per il ristabilimento della democrazia in Venezuela”, che adesso supera i 120 milioni di dollari. A questi si devono aggiungere i fondi per le “operazioni top secret” della CIA in Venezuela, che secondo alcune indiscrezioni sono stimate in ottocento milioni di dollari per il solo anno in corso. E’ quindi, su questa base che la CIA ha potuto rafforzare la collaborazione con i servizi segreti brasiliani e i colombiani e con i settori dell’Intelligenza militare brasiliana e colombiana, per capire cosa stia succedendo all’interno del Venezuela.

Infatti, per gli analisti di Langley è importante sapere fino a che punto i diversi settori dell’opposizione sono ancora credibili, che tipo di mobilizzazioni sarebbero in grado di realizzare e se esistono le condizioni e la capacità di creare un “foco eversivo urbano” nelle principali città del Venezuela, nello stesso tempo in cui i gruppi paramilitari orchestrerebbero un “foco eversivo rural” negli stati che confinano con la Colombia.

La divisione all’interno dell’opposizione, dopo l’avventura di Juan Guaidò e la conseguente inattività dei partiti oppositori, ha spinto la CIA a ricorrere all’azione del terrorismo-cibernetico, che rimane l’unico elemento di conflittualità attiva di questa guerra ibrida, sempre più isolata in termini politici, anche a livello di classe media.

Purtroppo negli ultimi trenta giorni, il terrorismo-cibernetico ha provocato seri danni all’economia con diversi sabotaggi alle linee di trasmissione e ai centri di erogazione di energia elettrica. Di fatto, il 7 marzo si è registrato il primo blackout nazionale, che è durato 60 ore, paralizzando tutte le reti informatiche del paese.

Sabotaggi che non hanno ridotto la fiducia nei confronti del governo da parte della maggioranza della popolazione. Al contrario, i blackout hanno provocato un maggiore discredito nei confronti dei partiti dell’opposizione venezuelana, soprattutto di quelli che sostengono la necessità di un cambio politico immediato, ricorrendo a tutte le forme di lotta incluse quelle violente. Per questo motivo, e per mascherare l’insuccesso politico, il presidente Donald Trump e l’eminenza grigia dei NewCons (5), Mike Pompeo, sono tornati a sventolare la bandiera della soluzione militare, stimolando la guerra psicologica dei media, sperando in una resurrezione dell’opposizione.

A questo punto la congiuntura politica che si è creata nel Venezuela presenta tre interrogativi:
) Perché il presidente Donald Trump e il gruppo dei “NewCon”, pur sapendo che l’opposizione è praticamente delegittimata, insistono nel voler derubare urgentemente e a tutti i costi il governo di Nicolas Maduro?
2) Perché Mike Pompeo ha valutato “interessante” il progetto eversivo formulato dalla CIA (distruzione economica progressiva del Venezuela)?
3) Perché John Bolton ha archiviato il parere dei generali del Pentagono, secondo i quali lo sviluppo delle azioni eversive rafforzerebbe la posizione di Maduro e il ruolo dell’esercito bolivariano, annullando la missione pacificatrice dei “marines” statunitensi e la possibilità di “ristabilire la democrazia” senza colpo ferire?

Per rispondere a queste domande è necessario ricorrere alle analisi di alcuni scienziati politici specializzati in “geo-strategia dei blocchi dominanti”. In particolare quelle del professore brasiliano, José Luis Da Costa Fiori (6), che nel mese di agosto del 2018 pubblicava un articolo in cui analizzava il nuovo ruolo della cosiddetta “Guerra Ibrida”, come parte integrante della politica geo-strategica del governo di Donald Trump, intesa come tentativo estremo per imporre il controllo statunitense su tutti gli stati del continente latinoamericano attraverso una guerra di bassa intensità.

Infatti, per il professore Fiori, il termine “Guerra Ibrida” identifica l’evoluzione della tradizionale soluzione militare (bombardamento e invasione dei marines) e dello storico tentativo di colpo di stato castrense con una “Guerra di Quarta Generazione”, in cui il Dipartimento di Stato, la CIA e la Casa Bianca articolano nello stesso tempo una serie di attacchi (economici, giuridici, finanziari, diplomatico, mediatico, politico, psicologico, eversivo e cibernetico), con l’obbiettivo di destabilizzare il governo di Nicolas Maduro, smobilizzare il movimento chavista e, soprattutto, disarticolare le forze armate bolivariane.

L’urgenza di una “Guerra Ibrida”

L’elemento chiave di questa “Guerra Ibrida” è l’urgenza del governo imperialista di Donald Trump di mettere in moto, “a tutti i costi”, la complessa molteplicità degli elementi eversivi di questa “guerra di bassa intensità”, dove il principale obbiettivo sarebbe la realizzazione di un’apparente ribellione popolare spontanea, capace di assorbire i principali rami dell’esercito ed i settori operai più dinamici delle imprese energetiche e petrolifere statali.

Quindi se consideriamo che la cosiddetta “complessa molteplicità sovversiva” ha i suoi tempi per affermarsi nel contesto politico-istituzionale venezuelano, risulta evidente che non può essere improvvisata e tantomeno può essere accelerata. L’esempio più evidente è stato il fallimento dell’“Operacion Constitucion”.

Di fatto, il governo di Donald Trump, dopo che il governo bolivariano è riuscito ad aggirare gran parte delle sanzioni finanziarie, ha opportunisticamente giocato la carta del “presidente ad interim”, sperando che l’opposizione fosse capace di realizzare una “rivoluzione colorata”, con cui poter imporre un nuovo governo totalmente dipendente dalla Casa Bianca e dalle multinazionali. In realtà la CIA, il Dipartimento di Stato e la Casa Bianca hanno cercato di realizzare una seconda “Operazione Maidan”(7) a sud dell’equatore.

Il fallimento di questo progetto acuisce sempre più le critiche degli industriali del petrolio statunitensi legati a Rex Tillerson, dirigente della multinazionale Chevron, anche lui assunto e poi licenziato in tronco dal presidente Trump. Il malumore delle imprese petrolifere statunitensi è dovuto al fatto che – senza i 1.300.000 barili al giorno di petrolio venezuelano – adesso sono obbligati ad importarlo dall’Arabia Saudita a prezzi più alti, mentre prima delle sanzioni decretate da Trump contro la PDVSA, tutte le raffinerie del Texas usavano petrolio del Venezuela.

D’altra parte, le sanzioni di Trump non hanno paralizzato la produzione della PDVSA, poiché l’OPEC ha fissato nuove quote di produzione, con prezzi più alti, e Cina e India hanno immediatamente siglato nuovi contratti di acquisto con la PDVSA, comprando tutte le quantità di petrolio che anteriormente erano destinate agli Stati Uniti attraverso l’impresa CITGO Petroleum Corporation. Da sottolineare che i nuovi contratti della PDVSA non sono stati sottoscritti in dollari ma in Yuan, cioè la moneta cinese che attualmente Russia, Cina e India utilizzano negli scambi commerciali bilaterali.

L’uso dello Yuan, come pure della cripto-moneta creata dal governo bolivariano, è in realtà, il vero motivo dell’urgenza geo-strategica della Casa Bianca nel voler destabilizzare il governo di Nicolas Maduro, che con questo tipo di transazioni commerciali contribuisce ad indebolire il potere del dollaro nel mercato finanziario mondiale.

E’ tassativo ricordare che la guerra di aggressione degli Stati Uniti contro l’Iraq, come pure quella contro la Libia, scoppiarono quando Saddam Hussein e poi Gheddafi tentarono di uscire dall’area del dollaro, vendendo i titoli del debito statunitense per comprare oro, argento, diamanti, per poi usare l’Euro come moneta base nella vendita di petrolio e gas.

A questo punto non bisogna dimenticare che quindici giorni prima dell’attacco “umanitario” alla Libia da parte degli aerei della NATO, la Banca d’Inghilterra si appropriò della riserva di oro della Libia, negando al presidente Gheddafi di procedere al trasferimento presso la Banca Centrale di Tripoli. Sarà una casualità, ma anche il governo venezuelano ha sofferto lo stesso “esproprio” da parte della Banca d’Inghilterra, quando il presidente Maduro richiese il rimpatrio della riserva di oro del Venezuela, depositata in quella banca fin dagli anni '70!

L’ultima giustificazione dell’urgenza della “Guerra Ibrida” riguarda il tentativo da parte degli USA d’interrompere la presenza delle imprese cinesi e indiane in Venezuela, garantendo allo stato bolivariano nuove forme di ricchezza con lo sfruttamento di numerosi giacimenti minerari, in particolare quelli di coltan e di oro (8), e la realizzazione di grandi progetti infrastrutturali.

Una presenza, soprattutto quella cinese, che la Casa Bianca considera un pericolo, poiché le sue imprese alimentano in tutta l’America Latina la possibile alternativa alle rigide regole imposte dal FMI e dalle multinazionali statunitensi ed europee, oltre che presentare invidiabili soluzioni tecnologiche che rompono l’egemonia dei conglomerati di Wall Street.

Un contesto che ci fa scoprire una seconda casualità con il Nicaragua, quando le imprese cinesi avrebbero dovuto iniziare i lavori per la realizzazione di un secondo canale che unirà l’Oceano Atlantico con il Pacifico. Anche in Nicaragua, come in Venezuela l’opposizione cominciò la contestazione del governo di Daniel Ortega, volendo a tutti i costi la sua rinuncia in nome del cosiddetto “cambio democratico”!

Resistenza e preparazione combattiva delle FANB

La grande riforma geostrategica e la ristrutturazione del sistema di difesa nazionale, che il presidente Hugo Chavéz mise in atto subito dopo il fallito colpo di stato del 2002, fu considerata da tutti i governi che si sono succeduti nella Casa Bianca un autentico “atto di guerra”. Il rafforzamento militare delle forze armate venezuelane, voluto e coordinato dallo stesso Comandante Chavez, dette inizio ad una progressiva conflittualità che il governo degli Stati Uniti ha accentuato negli ultimi dieci anni. Una conflittualità latente che, con il governo di Donald Trump, si è trasformata poi in una guerra silenziosa a bassa intensità.

Comunque, il motivo principale del conflitto che ha spinto i generali del Pentagono a considerare lo stato bolivariano “irrecuperabile come quello cubano”, è appunto di natura strategica oltre che militare. Infatti, i nuovi concetti di difesa territoriale e i nuovi meccanismi di organizzazione militare che il presidente Hugo Chavez ha introdotto nelle forze armate venezuelane hanno cancellato a una velocità pazzesca le metodologie organizzative e i concetti teorici importati dalle accademie militari degli Stati Uniti. Bisogna ricordare che negli anni '60 l’esercito venezuelano era considerato il pupillo del Pentagono, presentato come il modello per tutti gli eserciti del continente sudamericano.

Comunque, il Comandante Chavez – seguendo l’esperienza delle FAR cubane – oltre ai fondamenti teorici, modificò tutta la struttura del sistema di difesa, investendo vari miliardi di dollari per comprare nuove armi tecnologicamente più avanzate e dotare tutte le unità, incluso i reparti della “Milicia”, di un sistema di comunicazioni di ultima generazione. Materiale bellico prodotto dalle imprese russe che, subito dopo la fine della Guerra Fredda, hanno superato l’efficienza bellica di molte industrie militari degli Stati Uniti o dei paesi dell’Unione Europea. E’ il caso dei caccia bombardieri Sukhoi e soprattutto del Sistema di Radar e Missili di Difesa Aerea S-300VM, prodotto dal’impresa russa Antey-Almaz.

L’elemento più importante della riforma geostrategica e militare di Chavéz non è solo l’introduzione di nuove armi tecnologicamente avanzate, ma soprattutto la strutturazione del potenziale bellico nelle nuove linee di difesa tracciate nel paese. Inoltre, la grande innovazione è stata la creazione del Comando di Difesa Aereo-Spaziale (CODAI), che è il ramo operativo della difesa subordinato, in linea diretta, al Comando Strategico Operativo (CEOFANB), con sede in Caracas.

Quindi, con l’implementazione di una nuova concezione di difesa territoriale, intesa come elemento fondamentale dell’alleanza politica delle forze armate con il popolo, è stato effettivamente facile trasformare l’antico esercito – che era soggetto alle dispotiche intenzioni delle oligarchie – in autentico esercito popolare, in permanente mobilità per difendere la sovranità e la legittimità del governo bolivariano.

Una condizione che ha permesso la rapida crescita, intellettuale e politica, del corpo degli ufficiali e dei soldati di leva, promovendo la formazione di una “Milicia Nacional Bolivariana”, perfettamente armata e organizzata per integrare il sistema di difesa territoriale nazionale al lato delle FANB (Forze Armate Nazionali Bolivariane).

Come nelle FAR cubane e in tutti gli eserciti che sono nati per difendere una prospettiva rivoluzionaria, anche nelle FANB l’elemento che maggiormente ne contraddistingue l’organizzazione e la struttura è, senza dubbio, la preparazione politica combattiva, che trasforma il soldato e l’ufficiale in un soggetto politico attivo e presente nell’evoluzione del contesto sociale ed economico del paese. Per questo motivo tutti gli appelli dell’opposizione per una diserzione di massa o per realizzare un colpo di stato contro il governo bolivariano di Nicolas Maduro sono falliti.

Comunque, l’elemento che ha maggiormente irritato i generali del Pentagono è stata la decisione del presidente Nicolas Maduro d’installare in tutte le regioni di frontiera il Sistema di Difesa Aereo S-300VM. In questo modo qualsiasi tentativo di penetrazione nello spazio aereo venezuelano da parte di missili, aerei-spia o cacciabombardieri è immediatamente individuato dai radar, che hanno una capacità di lettura efficace fino a 10.000 metri di altezza e 300 chilometri in linea di superficie. Chi cerca di violare lo spazio aereo venezuelano senza autorizzazione è abbattuto dal sistema di difesa anti-aera, che è composto da cinque linee di fuoco:
1) Cannoni antiaerei da 20 e 40mm;
2) Missili portatili MANPADS Igla5 con un raggio d’azione di 5.000m;
3) Missili S-125 PECHORA 2M con raggio d’azione 20.000m;
4) Missili BUK-2ME con raggio d’azione di 25.000m;
5) Missili S-300VM con raggio d’azione di 30.000m.

Un contesto che è sempre stato presente nelle difficili riunioni dei generali Jim Mattis e John Kelly con Donald Trump, e a Mike Pompeo sulla necessità di realizzare un “bombardamento chirurgico” con cui distruggere gli obbiettivi strategici del Venezuela. Infatti, Donald Trump e Mike Pompeo, non avendo nozioni di tecnologia militare, non hanno mai capito che con la creazione da parte del CODAI venezuelano (Comando di Difesa Aereospaziale Integrale) di un’efficiente area di esclusione aerea (NOTAM A0 160/19) era estremamente rischioso realizzare missioni di bombardamento aereo. Questo perché tutto lo spazio aereo venezuelano risulta protetto dai missili S-300VM, incluso lo spazio aereo marittimo che si estende fino alle isole di Curaçao, Aruba e Bonaire!

In realtà i radar venezuelani controllano perfettamente l’attività aerea a più di 100 chilometri dalle proprie frontiere. In particolare gli spazi aerei della regione colombiana di Cucuta e quella brasiliana di Pacaraima che, secondo il piano eversivo “Operacion Constitucion”, avrebbero dovuto essere il punto di partenza della sognata invasione statunitense mascherata con l’invio dei generi alimentari.

In pratica il presidente Nicolas Maduro, seguendo l’orientamento di Hugo Chavéz, ha completato l’istallazione delle batterie di missili S-300VM in tutto il paese, proteggendo tutto lo spazio aereo del Venezuela con un autentico ombrello armato di missili anti-aerei, guidati da potenti radar russi, capaci di annullare fino a 300 chilometri qualsiasi tipo interferenza elettronica!

A questo punto, vista l’impossibilità di promuovere un’insurrezione popolare, risultando impraticabile un colpo di stato e irrealizzabile un Impeachment contro il presidente Nicolas Maduro, gli uomini della CIA cercano di sfiancare e di delegittimare il governo bolivariano con i sabotaggi cibernetici (9), che sono l’ultimo capitolo della guerra ibrida inventata da Mike Pompeo e Donald Trump!

Note

1) Il 1 febbraio le unità speciali dell’Esercito e del SEBIN catturavano nell’autostrada José Antònio Paez i primi due auto-denominati Comandanti del nascente “ELV”, gli ex-colonnelli in pensione Oswaldo Garcia Palomo e José Acevedo Montonès. In seguito erano catturati gli altri due “comandanti” Antonio José Labichele Barrios e Alberto José Salazar Cabana.

2) Il 4 febbraio il Presidente statunitense, Donald Trump, in un’intervista alla CNN, ribadiva “…la volontà della Casa Bianca di derubare il “dittatore venezuelano” anche con una soluzione militare …”.

3) Il “Gruppo di Lima” fu formato all’interno dell’OSA (Organizzazione Stati Americani) per isolare diplomaticamente il governo bolivariano e appoggiare l’eversione dell’opposizione.

4) Jacinto Péerez Arcay, Generale, esercita l’incarico di Capo dello Stato Maggiore del Comando delle Forze Armate Nazionali.

5) New-Con (Nuovi Conservatori) è il gruppo creato all’interno del partito Repubblicano da Mike Pompeo e John Bolton, che ha sempre sostenuto Donald Trump.

6) José Luis Da Costa Fiori, è un accademico brasiliano specializzato in macroeconomia politica internazionale, che è stato analista del BID (Banca Internazionale per lo Sviluppo) per poi insegnare durante per due anni (2005/2006) nell’Università di Cambridge.

7) Operazione Maidan, è il codice del progetto eversivo che la CIA e il Dipartimento di Stato utilizzarono per rovesciare il governo dell’Ucraina.

8) La Banca Centrale Russa è stata il principale acquirente globale di oro nel 2018. Nello specifico, essa ha venduto tutti i titoli di Stato USA che aveva in bilancio, acquistando nel contempo 274,3 tonnellate di oro. In questa maniera, la Federazione Russa è diventata il quinto possessore al mondo di oro dopo gli Stati Uniti d’America, la Germania, la Francia e l’Italia.

9) Giovedì 7 marzo, il Venezuela è stato l’obiettivo di una serie di attacchi cibernetici sul sistema di controllo della centrale idroelettrica di El Guri. Dopo il Black out, un nuovo attacco è stato orchestrato contro il paese, questa volta nelle strutture della frangia petrolifera dell’Orinoco, la più grande riserva di greggio del pianeta. Il governo bolivariano ha detto che questo sabotaggio è stato effettuato con una tecnologia che solo il governo degli Stati Uniti possiede per generare un Blackout in tutto il paese.

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