Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Cile. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Cile. Mostra tutti i post

11/09/2026

11 Settembre 1973 nella memoria

Ricordiamo il golpe cileno dell’11 settembre 1973 promosso dall’amministrazione USA Nixon-Kissinger e ferocemente attuato dai militari di quel paese. Teniamo molto a rammentare quei tragici fatti proprio perché stiamo vivendo un presente di grande difficoltà per la democrazia.

Dopo il voto in Sassonia questa crisi sta assumendo particolari aspetti proprio in Italia dove – addirittura- è stata aperta dalla magistratura un’inchiesta su presunti rapporti tra un movimento politico di estrema destra e settori dell’esercito e della polizia.

L’Italia non è nuova a iniziative di carattere eversivo, dal “Piano Solo del 1964 a diversi episodi negli anni’70 (Rosa dei Venti, Golpe Borghese) culminati nella triste vicenda della P2 e dei servizi segreti deviati (Piazza Fontana, Ustica, strage di Bologna).

Dunque: per non dimenticare, per non sottovalutare, per non cedere alla tentazione dell’accomodamento opportunistico.

*****

L’11 settembre 1973 in Cile il golpe fascista sostenuto dall’amministrazione USA, dal segretario di stato Henry Kissinger, pose fine al Governo di sinistra, democraticamente eletto, massacrando e imprigionando migliaia di cittadine e di cittadini democratici e instaurando una feroce dittatura militare capace di mettere in pratica lo sfruttamento più intensivo delle persone e delle risorse del territorio.

Un regime dittatoriale sorto in nome dell’indiscriminata libertà del profitto e della sopraffazione.

Il governo di Unidad Popular guidato dal socialista Salvador Allende era sorto Il 4 settembre quando Salvador Allende era stato eletto Presidente.

Il 24 ottobre 1970 il Congresso nazionale cileno aveva ratificatola sua elezione: Salvador Allende poté così incominciare a mettere in pratica il programma rivoluzionario della Unidad Popular, la cosiddetta Vía chilena al socialismo.

Un’esperienza politica non priva di contraddizioni ma assai avanzata nel connubio tra democrazia e socialismo.

Unidad Popular avrebbe potuto cambiare il corso della storia del Cile, avere ripercussioni internazionali, essere d’esempio per diversi altri Paesi del mondo.

La vicenda cilena, che pure diede origine a un ampio dibattito nel movimento operaio internazionale, deve rimanere nella memoria collettiva come un esempio e un monito incancellabili, in particolare in questi tempi dove davvero la “damnatio memoriae” sembra coinvolgere tutto quanto è stato fatto, tra luci e ombre, vittorie e sconfitte, per il riscatto del proletariato di tutto il mondo.

Mai come in questo momento appare necessario il ricordo di quel tragico fatto: nessuno osa più misurarsi con possibilità della trasformazione radicale delle marxiane “stato di cose presenti”.

L’11 settembre 1973, il giorno della “macelleria americana” resta intatto nella nostra mente e nel nostro cuore accanto ai grandi passaggi avvenuti nella storia dell’internazionalismo: dalla Comune di Parigi alla Rivoluzione d’Ottobre, dalla guerra di Spagna alla vittoriosa resistenza al nazi-fascismo, dalle rivoluzioni cinese, cubana, vietnamita, alla liberazione dei popoli dell’Africa e dell’Asia dal giogo coloniale, alla fine dell’apartheid in Sud Africa.

Non possiamo cancellare tutto questo anche considerando che va riconosciuto il fallimento dei tentativi di inveramento statuale realizzati dai fraintendimenti marxisti attraverso il ‘900.

L’11 settembre 1973, il giorno della caduta della speranza cilena avvenuta a mano armata con l’assassinio del “Compagno Presidente” ricorda il momento di una sconfitta.

Per noi che continuiamo a credere nell’ideale, è uno dei giorni di quell’“Assalto al Cielo” verso il quale dobbiamo continuare a tendere con la nostra volontà, il nostro impegno, il nostro coraggio.

Finché i popoli continueranno a lottare, là ci sarà un’idea di riscatto sociale, di rivoluzione politica, di uguaglianza, di solidarietà, di riconoscimento della condizione di classe.

Un’idea quella del riscatto sociale che non deve essere mai smarrita.

Fonte

24/08/2026

Il Cile sulla scia di Javier Milei

Nel subcontinente sudamericano le opinioni sono ancora una volta divise: da un lato ogni sorta di conservatori, che si aggrappano al «modello» della cosiddetta politica economica liberale; dall’altro, i sostenitori di norme e ideali di stampo socialdemocratico. Il confine tra i due territori è per giunta labile e disseminato di insidie.

Quello che il presidente argentino di estrema destra Javier Milei, ideatore della «nuova» medicina per le molteplici malattie di cui l’Argentina soffre da decenni, predica ai suoi sostenitori, non è né nuovo né efficace.

Inutilmente, sia i governi civili democraticamente eletti che le dittature militari hanno tentato di migliorare la situazione, e ora Milei sostiene che ogni fallimento delle politiche liberali, neoliberiste e conservatrici attuate finora sia da imputare esclusivamente a misure non sufficientemente radicali.

Nel frattempo, però, il suo governo è al potere da più di 30 mesi. L’inflazione, il male principale che trascina con sé innumerevoli altri problemi, tutti molto gravi, è comunque ancora ferma al 33% (da luglio 2025 a giugno 2026). Non si può certo parlare di una terapia efficace, nonostante l’uso della famigerata motosega. Il paziente, la seconda economia più grande del Sudamerica, lamenta forti dolori.

Il miliardario Peter Thiel come beneficiario

Intanto, nonostante tutto, a seguito delle elezioni, sei nazioni su dieci della regione sono finite nella scia del neoliberismo e dei «libertari»: Ecuador, Cile, di recente Perù e Colombia, da un’eternità il Paraguay e probabilmente presto anche la Bolivia. La situazione è simile nell’area centroamericana: El Salvador, Honduras, Panama.

L’arsenale della politica economica di Milei è ben conosciuto. Lo strumento principale sembra essere un programma di incentivi denominato «Super-RIGI». Non c’è nemmeno bisogno di indovinare quale sia la sua attrattiva: un massiccio sgravio fiscale per i grandi investitori stranieri interessati.

Secondo «amerika21», lo sgravio «riduce per 30 anni l’imposta sugli utili dal 35% al 15%, abbassa i contributi previdenziali dal 24% al 10%, consente importazioni esenti da dazi doganali secondo necessità e promette ulteriori vantaggi ed esenzioni».

Inoltre, nuove norme per regolare il possesso di terreni. Il principale interessato e beneficiario di queste iniziative sembra essere il miliardario statunitense Peter Thiel, che ha recentemente trasferito la propria residenza in Argentina.

«Ricostruzione nazionale» in Cile

In Cile il governo appena eletto del presidente di estrema destra José Antonio Kast ha lanciato un pacchetto di misure apparentemente preparato da tempo. Sia nella sostanza che in molti dettagli, l’approccio di Milei ha trovato a Santiago un riscontro molto positivo.

Con grande presunzione se ne parla come «Piano di ricostruzione nazionale», come se il predecessore in carica avesse lasciato dietro di sé solo un cumulo di macerie.

Kast era uscito vittorioso dal ballottaggio a dicembre con il 58% dei voti. Nei primi tre mesi del suo mandato, tuttavia, la sua popolarità è scesa in tempo record di 20 punti percentuali, attestandosi al 38%.

Secondo quanto riporta il quotidiano cooperativo tedesco «taz», le promesse con cui aveva vinto le elezioni finora non sono state mantenute: voleva arginare la criminalità, controllare l’immigrazione e rilanciare l’economia.
 
Lula da Silva guadagna punti nella campagna elettorale – e fa surf nell’Atlantico

Come andrà a finire questo tiro alla corda tra le forze di destra e quelle di sinistra in America Latina dipenderà in misura non trascurabile dalle elezioni presidenziali e congressuali che si terranno in Brasile la prima domenica di ottobre.

Per molto tempo la lotta per il potere nel Paese gigante sembrava essere destinata ad un pareggio, sia al primo che al secondo turno. Ora, però, il divario tra l’attuale presidente di sinistra moderata Luiz Inácio da Silva e il figlio maggiore dell’ex capo di Stato Jair Bolsonaro, l’attuale senatore Flávio Bolsonaro, si sta allargando.

Secondo i sondaggi, Lula avrebbe nel frattempo guadagnato alcuni punti percentuali di vantaggio sull’acerrimo rivale.

Un corrispondente speciale dal Brasile per il quotidiano liberale di destra argentino «La Nación» cerca di approfondire le ragioni di questo cambiamento di tendenza.

Arriva alla conclusione che tre iniziative del governo Lula potrebbero averlo determinato: in primo luogo, l’abile rifinanziamento di una parte del debito dello Stato; poi, il dibattito pubblico su una riduzione generale dell’orario di lavoro settimanale; e infine, l’esenzione dall’imposta sul reddito per i lavoratori che guadagnano meno degli equivalenti 850 Euro. Misure che sarebbero idonee a rafforzare la «nuova classe media» del Paese.

Un altro ambito in cui l’ex leader sindacale potrebbe guadagnare consensi alle urne: Lula da Silva si oppone con determinazione e consapevolezza alle richieste impertinenti del suo collega statunitense Donald Trump.

Le minacce ricorrenti del signore della Casa Bianca di imporre nuovi dazi punitivi contro il Brasile, nel caso in cui il suo amico Jair Bolsonaro non venga scarcerato, sono percepite da molti brasiliani come indegne dei rapporti tra grandi potenze.

Quando Trump ha recentemente annunciato nuove sanzioni commerciali, Brasilia ha reagito prontamente con una nuova linea di credito destinata ai settori industriali direttamente colpiti, come quello calzaturiero, tessile e dell’edilizia residenziale, al fine di neutralizzare il più possibile le ritorsioni di Trump.

Il fatto che l’ottantenne Lula abbia cavalcato le onde dell’Atlantico sulla tavola da surf con la stessa sicurezza di un ragazzo – così ha osservato il corrispondente della «Nación» – sembra aver fatto colpo sugli imprenditori locali, altrimenti piuttosto cauti nei suoi confronti.

Cuba cerca di sfilarsi dal cappio

Nel frattempo – nel contesto dell’attuale svolta a destra della maggior parte dei Paesi dell’America Latina – anche a Cuba si sta delineando un movimento simile, sebbene in questo caso si tratti di un passaggio da posizioni marxiste ortodosse verso un regime di centro-sinistra che si avvicina chiaramente agli ideali socialdemocratici.

E cioè a strutture di politica statale ed economica che attribuiscono maggiore importanza agli obiettivi sociali rispetto al capitalismo puro, così come praticato soprattutto nelle società occidentali fino all’esagerazione e alla follia.

A metà giugno L’Avana ha annunciato riforme di ampia portata, dopo che il presidente Trump aveva adottato ulteriori misure drastiche volte a soffocare definitivamente l’economia cubana e, di conseguenza, a provocare una controrivoluzione totale. Il portale di notizie «amerika21» illustra in modo sommario come il governo cubano stia ora cercando di tirarsi fuori dai guai.

Molte di queste «176 misure» non sono più una novità, poiché dal crollo del comunismo nell’Unione Sovietica, Cuba, passando da una situazione di emergenza all’altra, ha avuto tre decenni e mezzo di tempo per prepararsi a una dolorosa fine della propria rivoluzione.

Lungo questo percorso, i punti chiave da affrontare in caso di una caduta sono stati ripetutamente discussi – e ripetutamente rinviati, ripetutamente accantonati – segnali evidenti di come l’Avana percepisce l’unità in caso di emergenza.

Nel frattempo, Washington continuava a martellare i cubani con sanzioni e blocchi, attentati e sabotaggi, con l’obiettivo di renderli finalmente malleabili per la rivolta contro il regime comunista.
 
La Cina offre aiuto ai cubani

Il mondo, a parte poche eccezioni e le ricorrenti dichiarazioni all’Assemblea Generale dell’ONU a favore della fine dell’embargo statunitense, ha assistito passivamente e senza intervenire mentre i dieci milioni di abitanti dell’isola venivano ridotti alla fame. Ora la Cina è decisa a dare aiuto ai cubani con progetti che sembrano essere stati pianificati con cura.

L’obiettivo di raggiungere il progresso sociale per la grande maggioranza dei popoli in un contesto democratico credibile non è più una pura utopia. Sono finiti i tempi in cui la socialdemocrazia veniva equiparata senza discussioni al comunismo e poteva quindi essere perseguitata, punita e rovesciata.

Per quanto riguarda l’America Latina: politici come João Goulart in Brasile, Juan Bosch nella Repubblica Dominicana, Jacobo Arbenz in Guatemala e Salvador Allende in Cile avevano perseguito obiettivi socialdemocratici e sono stati comunque costretti a dimettersi, con il decisivo aiuto degli Stati Uniti e della CIA, in quanto presunti comunisti.

Di recente, invece, riformatori moderati come Gabriel Boric in Cile, Gustavo Petro in Colombia, Bernardo Arévalo in Guatemala e, finora, anche Lula da Silva in Brasile sono riusciti a portare a termine i loro mandati nonostante la forte opposizione.

Fonte

04/08/2026

Cile - “Il principale nemico della causa mapuche sono gli investimenti capitalisti”

Questa intervista è stata rilasciata alla Reuters da Héctor Llaitul Carrillanca – figura di spicco della CAM e prigioniero politico mapuche – per la realizzazione di un reportage. Dato il suo valore analitico e contestuale, viene qui pubblicata integralmente per fare luce sulla realtà attuale nel Wallmapu.

Sotto il governo di José Antonio Kast, la strategia statale è passata a una logica di “interdizione offensiva”, che prevede incursioni a sorpresa, blocchi territoriali e minacce di interrompere le forniture a comunità come quella di Temucuicui. In che modo la CAM interpreta tali misure e come si sta adattando la strategia di recupero territoriale “metro dopo metro”?

Héctor Llaitul: Le misure attuate dall’attuale governo rappresentano una continuazione delle politiche passate. Di fatto, le condizioni sociopolitiche sono state create e imposte decenni fa – a livello sovrastrutturale – contro il Popolo Nazione Mapuche, gettando così le basi per la modernizzazione delle strategie repressive, mirate principalmente contro il movimento autonomista Mapuche. Nell’ambito della nota politica del “bastone”, lo Stato cileno ha instaurato logiche e misure di criminalizzazione e militarizzazione del Wallmapu.

Agisce attraverso incursioni – tattiche da sempre utilizzate, ma ora eseguite con maggiore sofisticatezza – privilegiando l’effetto sorpresa e l’occupazione territoriale rispetto ai semplici blocchi in sè.

Si tratta di una nuova modalità impiegata da questo governo; la novità, questa volta, risiede nell’interruzione delle forniture di beni essenziali alle comunità, nel tentativo di strangolarne i mezzi di sussistenza. È una politica d’assedio: nulla di nuovo nel contesto del dominio e dell’imperialismo. È la logica utilizzate dagli USA contro Venezuela e Cuba, e da Israele contro Gaza e il Libano.

In Cile, questi metodi riflettono una logica repressiva e una strategia statale di continuità. Al contempo, sono le politiche di modernizzazione dell’apparato repressivo dello Stato, un processo che si è notevolmente intensificato sotto il governo pseudo-progressista di Boric.

Tuttavia, tali azioni si scontrano con la nostra strategia di Resistenza e di recupero territoriale, che effettivamente a un certo punto è stata definita come un avanzamento “metro dopo metro” e che comporta il raggiungimento di un’autonomia de facto – che per noi è un radicale cambio di logica – attraverso lo sviluppo di una nostra visione e di nostri progetti, mantenendo al contempo un atteggiamento di scontro contro l’espansione del grande capitale che sta distruggendo il Wallmapu.

Parliamo della ricerca della ricomposizione del mondo Mapuche. Questa proposta richiede un lavoro arduo, fatto di sacrifici da parte dei militanti Mapuche e delle comunità impegnate nella lotta concreta attraverso il controllo del territorio: un percorso che si inserisce nella nostra linea storica di resistenza e di ricostruzione della Nazione Mapuche.

Le organizzazioni per i diritti umani hanno denunciato le vessazioni subite dalle ‘machi’, dai prigionieri politici mapuche e dalle comunità in resistenza, mentre leggi come la Naín-Retamal ampliano le tutele legali per l’uso della forza letale da parte dei Carabineros. Ritiene che lo Stato stia utilizzando gli apparati di polizia, giudiziario e carcerario come strumenti di persecuzione politica e di “rieducazione”, anziché per garantire giustizia?

Riguardo a questa realtà, sono già state formalizzate denunce. Lo scontro ingaggiato dal nostro Popolo Nazione Mapuche contro lo Stato e il sistema di dominazione – una lotta per la restituzione territoriale e la ricostruzione del mondo Mapuche – ha acuito le contraddizioni con il sistema stesso.

È proprio in questo contesto che lo Stato cileno ha rafforzato in modo capillare e totale il proprio sistema di dominazione. Fattori economici strutturali sono alla base di un ordine giuridico, politico e istituzionale apertamente repressivo, concepito per perseguitare e frammentare la resistenza.

Ne è prova il recente ricorso a forme brutali di persecuzione politica contro il movimento in lotta nell’ambito giudiziario, di polizia e, più di recente, nel sistema carcerario, con l’incarcerazione di leader e weichafe (guerrieri) divenuti ormai prigionieri politici.

In questo quadro, la criminalizzazione è diventata un ulteriore strumento di persecuzione politica, assumendo misure di carattere punitivo e di castigo – anziché riabilitativo – volto a soggiogare e annientare le resistenze.

Sono noti casi di violazioni dei diritti umani che hanno come obiettivo principale spezzare il morale e la determinazione politica dei militanti sottoposti a repressione nelle carceri dello Stato cileno.

A tal proposito, abbiamo criticato con forza questa logica – derivante da politiche stabilite da precedenti governi che sono state apertamente razziste – in particolare il governo Boric, che ha introdotto nuove leggi volte a potenziare l’apparato repressivo.

Un esempio emblematico è la Legge Naín-Retamal, che conferisce poteri e prerogative estesi ai Carabineros e garantisce inoltre sostegno incondizionato alle Forze Armate e alla Gendarmeria, consentendo loro di adottare una linea dura contro le mobilitazioni promosse dalle nostre comunità.

Le nuove leggi contro l’usurpazione prevedono pene più severe per il recupero delle terre, mentre il governo promette di catturare i fuggitivi “senza preavviso”. Alla luce di questo scenario, qual è la sua opinione su queste iniziative e la CAM continuerà a utilizzare la difesa legale come ulteriore fronte nella sua lotta?

Si tratta indubbiamente di nuove leggi, ma erano state proposte da tempo dalle forze di destra. Tuttavia, è nel contesto del governo presuntamente democratico e di sinistra di Boric che si sono concretizzate e hanno iniziato ad essere attuate. Con il governo precedente si ottiene il consenso tra l’oligarchia, i settori politici legati al mondo degli affari – coloro che mantengono il sistema – e i gruppi “progressisti”, compresi i “comunisti”. Grazie a questo consenso, è stato possibile promulgare questa nuova legislazione repressiva.

Di fatto, si sono spinti persino a inquadrare la questione della proprietà terriera su una nuova e fallace base storica, che distorce l’usurpazione storica di Wallmapu da parte dello Stato cileno. Hanno imposto come discorso ufficiale l’idea che oggi siano i Mapuche a perpetrare usurpazioni sulle proprie terre ancestrali.

L’obiettivo è distorcere i fatti a tutti i costi e costruire così un nuovo ordine giuridico e politico con nuovi strumenti repressivi che consentano la persecuzione dei legittimi processi di rivendicazione territoriale ancestrale.

Secondo questa logica, la militarizzazione è oggi una realtà, unita alla legge contro l’occupazione delle terre, o “legge anti-occupazione”, il cui obiettivo principale è reprimere le comunità che storicamente hanno rivendicato e si sono mobilitate per recuperare ciò che apparteneva ai loro antenati, al fine di ripristinare i loro stili di vita ancestrali.

Sono quindi emerse altre leggi che consentono agli agenti statali di agire con maggiore forza e impunità contro il movimento Mapuche. Tra queste, la legge Nain-Retamal, di cui abbiamo già parlato, che apre la strada ad abusi e violazioni dei diritti umani, come ai tempi della dittatura di Pinochet.

Una normativa che, insieme alla militarizzazione del Wallmapu storico, concede maggiori poteri e prerogative alle forze militari nel loro insieme, e che già erano state incaricate dall’oligarchia di realizzare la sottomissione delle comunità in lotta.

In questo scenario è prevedibile ogni sorta di azione contro il movimento Mapuche. Non solo nella cattura e nella persecuzione politica dei “fuggitivi” Mapuche, ma anche nelle incursioni volte a ribaltare il legittimo recupero delle terre ottenute dal movimento autonomista.

Come CAM, continueremo a usare ogni forma di lotta per mantenere le nostre terre recuperate. Sebbene la nostra lotta sia principalmente territoriale, i nostri sforzi comprendono anche la difesa legale nei processi. Dato che lo Stato cileno sta conducendo incursioni politiche e giudiziarie per smantellare la nostra organizzazione, promuoviamo azioni che denunciano le sue tattiche punitive e le misure disciplinari attuate nelle carceri.

Ci assumiamo la difesa politica e giudiziaria ogni volta che vengono giudicati dei militanti Mapuche. Gli attuali processi contro i nostri weichafe (guerrieri) ne sono un chiaro esempio. Stiamo lottando in ambito legale per garantire il giusto processo, soprattutto contro l’uso di testimoni “senza volto”, che violano i diritti procedurali.

Questo è il caso di Lautaro, dove mio figlio Pelentaro, insieme ad altri giovani Mapuche, è sotto processo e rischia una pena detentiva potenzialmente severa.

Kast ha proposto di consentire ai singoli Mapuche di vendere o ipotecare le proprie terre, introducendo una logica di mercato all’interno delle riserve. Alcuni proprietari terrieri Mapuche scelgono di vendere, ipotecare o privatizzare le proprie terre. Qual è la tua opinione su questa proposta?

Innanzitutto, questa proposta è legata all’ingerenza della Legge Indigena, nel contesto di un’offensiva di destra contro ogni espressione della causa Mapuche. Tuttavia, questo non ci riguarda, in quanto parte del movimento autonomista Mapuche, perché non abbiamo mai rivendicato, né tantomeno lottato in base alle leggi proposte e sostenute dallo Stato coloniale.

Questa legislazione ha un fondamento profondamente genocida e razzista, basato sull’espropriazione, che legittima l’occupazione militare del Wallmapu e una legislazione che riconosce le concessioni di terre solo dopo che il nostro popolo è stato decimato e militarmente occupato. Nega l’usurpazione territoriale.

Noi non riconosciamo questa legislazione per il recupero del territorio ancestrale. Consideriamo questa modifica come un intervento con una logica mercantile e capitalista volto a disarmare culturalmente e ideologicamente le comunità impoverite a causa della mancanza di terre.

Bisogna riconoscere che ci sono ancora Mapuche che perseguono il recupero delle terre basandosi su qualche forma di tale legislazione indigena. Questo approccio legalistico non fa altro che legittimare una proposta da parte dello Stato oppressore, legittimando così l’occupazione e l’espropriazione dei nostri territori ancestrali.

Riteniamo che concedere la possibilità di vendita, ipoteca e privatizzazione sia una strategia per colpire questi settori legalisti e allo stesso tempo costituisca un vero attentato alla visione del mondo mapuche, del vivere in comunità, perché in termini culturali, il significato profondo che il territorio ha nell’essere mapuche è essenziale.

Per i Mapuche in generale, il Territorio è l’elemento vitale di tutta l’esistenza. Costituisce la base di ogni proposta di ricostruzione della Nazione Mapuche.

Del resto, per la rivendicazione territoriale più avanzata – che ideologicamente e politicamente lotta per la ricostruzione del territorio ancestrale a partire da un progetto di decolonizzazione e liberazione – un simile intervento costituisce un affronto nel senso politico comunitario, perché mira a creare divisione e gruppi filocapitalisti nelle comunità, il che rafforzerebbe una soluzione a favore dei potenti che tentano ancora una volta l’occupazione politico-militare nel nostro territorio ancestrale.

Per tutte queste ragioni, noi della CAM ribadiamo che la ricostruzione nazionale Mapuche si fonda sulla resistenza e sulla ricostituzione del mondo Mapuche in ogni ambito. E per questo, la rivendicazione di tutti i territori storici è fondamentale.

Oggi, alcuni settori si preoccupano di modificare la Legge Indigena, gli stessi settori che fallirono con la loro proposta di multiculturalismo nella Costituente. Settori che tacciono sulla militarizzazione che mira a colpire il controllo territoriale di centinaia di comunità che si sono sollevate contro il colonialismo, l’estrattivismo e il capitalismo globalizzato.

Questi settori traditori persistono, oggi allineati con lo pseudo-progressismo e la “sinistra” corrotta, e si oppongono quindi alla nostra proposta di ricostruzione basata sulla resistenza.

Oggi, la destra fascista al potere mira a focalizzare l’attenzione di questi settori traditori sulla modifica di una legge che consentirebbe ad alcuni Mapuche di vendere o affittare le proprie terre, principalmente a società forestali, al fine di rendere invisibile e soffocare qualsiasi reazione quando i militari lanciano incursioni contro le comunità che esercitano un autentico controllo territoriale, che per noi rappresenta la lotta principale.

Il conflitto sembra estendersi dalle aziende forestali a quello che viene definito “colonialismo verde”: progetti idroelettrici, eolici, minerari e di estrazione del litio, nonché investimenti stranieri provenienti da Cina, Stati Uniti e altri paesi. L’obiettivo principale del CAM è ancora quello di espellere le aziende forestali dal Wallmapu, oppure la lotta si è trasformata in una resistenza più ampia contro il capitale globale e i progetti di energia “pulita” nel territorio Mapuche?

La nostra analisi in proposito indica che il principale nemico della causa Mapuche è rappresentato dagli investimenti capitalistici nel Wallmapu. In primo luogo, le imprese forestali costituiscono la minaccia principale, in quanto rappresentano il più grande sistema di usurpazione dei diritti di proprietà ai danni delle comunità, soprattutto di quelle con il potenziale per sviluppare progetti volti a riorganizzare le proprie comunità (lof) e ad espandere i propri spazi territoriali per realizzare la ricomposizione del Popolo Nazione Mapuche.

La lotta è infatti principalmente contro l’industria del legname, non solo per i gravi danni che infligge alla nostra Madre Terra (Ñuke Mapu) e all’ecosistema in generale, ma anche perché riflette le politiche estrattiviste che stanno devastando il nostro mondo.

Oltre alla lotta contro le imprese forestali, esiste una lotta più ampia contro i vari progetti di investimento capitalistici che invadono le comunità, definendo questa realtà di occupazione come “accumulazione per espropriazione”.

Parliamo di megaprogetti di ogni tipo che invadono e saccheggiano i nostri territori ancestrali, tra cui centrali idroelettriche, parchi eolici, complessi immobiliari, attività minerarie, autostrade e così via. Grandi corporazioni, il grande capitale, si appropriano delle risorse, delle terre e dei diritti delle comunità per generare profitti.

Anche i cosiddetti progetti di energia pulita sono anch’essi una chimera, quando vengono realizzati in spazi usurpati. Analisi precedenti hanno già sollevato la questione del riallineamento del grande capitale nei territori ancestrali, persino con proposte di progetti agroforestali più “etici”, che però hanno anch’essi uno scopo estrattivo che danneggia e denigra la cultura Mapuche. Non solo per la trasformazione del territorio al servizio del capitalismo, ma anche per l’imposizione di una logica coloniale occidentale che ha un impatto profondo sul tessuto sociale, politico, ideologico e culturale Mapuche.

In questo contesto, proponiamo una lotta basata sulla resistenza e sulla ricostruzione del nostro popolo contro ogni espressione del capitalismo globalizzato. I nostri principi cardine sono contrastare l’imperialismo globale e l’espropriazione colonialista locale da parte dei latifondisti e dei gruppi economici. Riaffermiamo il movimento autonomista Mapuche come rivoluzionario, anticapitalista e antimperialista.

Molti ci hanno detto che i giovani Mapuche si sono allontanati dalla cultura e dalla lotta Mapuche. Qual è la vostra opinione al riguardo e cosa significa per la vostra lotta?

Pur consapevoli che la domanda è un’affermazione, a nostro avviso è relativa. Nel processo di reinterpretazione che le nuove generazioni Mapuche stanno vivendo, sono stati proprio i giovani a svolgere un ruolo fondamentale nella rinascita e nella ripresa della causa autonomista, soprattutto nel sostenere la proposta di liberazione del nostro popolo.

Questo perché nei weche (giovani) sta la forza, la vitalità, l’energia rinnovata da cui sono emersi i weichafe, pu lamngen, pu peñi, che rivendicano non solo aspetti culturali e identitari, ma anche una maggiore consapevolezza politica del significato dell’espropriazione, dell’occupazione e della sottomissione del nostro popolo.

Infatti, diversi militanti hanno perso la vita e centinaia sono incarcerati come prigionieri politici, il che dimostra l’impegno dei giovani Mapuche.

Dobbiamo tuttavia riconoscere che la diversità di espressioni tra i nostri giovani riguardo al modo di combattere, di vivere, al recupero dell’identità e al legame con la terra potrebbe aver generato pregiudizi sull’abbandono dei principi identitari e dei valori culturali.

L’autocritica che possiamo offrire nei confronti dei nostri giovani passa per una riflessione su alcune deviazioni nelle forme di lotta, piuttosto che sulle linee guida programmatiche o strategico-tattiche della lotta in generale.

Come CAM, abbiamo definito come abbracciare la nostra cultura basandoci su una lotta concreta. Consideriamo il recupero della cultura come l’essenza che alimenta la lotta di liberazione. Inizia con la consapevolezza della necessità di rivitalizzare gli elementi della nostra visione del mondo, il che a sua volta è una lotta per denunciare l’oppressione e la negazione della nostra identità e cultura da parte dello stato coloniale.

Questo diventa un’ulteriore componente della lotta; mettendola in pratica, si crea una correlazione di forze a favore di un percorso anticoloniale di ribellione e insubordinazione.

La proposta è di rafforzare la nostra cultura a partire da ciò che ancora sopravvive nei nostri territori e dai margini (la condizione di una sottocultura), affinché diventi una risorsa nella lotta reale contro il neocolonialismo. L’elemento più importante, vitale, è l’eredità dei nostri antenati che hanno combattuto.

Attualmente, ci sono diversi contributi, tutti di pari passo con la ricostituzione del weichan (la lotta Mapuche). Si tratta di una lotta su più fronti che si propone come obiettivo di instaurare il grande processo di ricostruzione nazionale, in cui le nuove generazioni sono fondamentali.

Oggi, con i weche (gli anziani Mapuche) e con tutto il popolo, le cerimonie e l’eredità dei nostri futakeche kuifi (antenati), come Mapuche kimun ka mapuche rakiduam (conoscenza e saggezza Mapuche), dobbiamo riaffermare con grande NEWEN (forza) che il Popolo Nazione Mapuche sta avanzando verso la sua liberazione.

Fonte

24/07/2026

Israele continua ad espandere l’influenza sionista in tutta l’America Latina

L’influenza sionista in America Latina e nei Caraibi è sempre maggiore. Ciò non è dovuto solo all’apertura di possibilità per le relazioni politiche, economiche e militari, che “Israele” è riuscito a realizzare con l’aiuto del suo socio fondamentale, gli Stati Uniti, ma anche a un’audace manovra di pressione e cooptazione di leader e alti funzionari in vari paesi.

Ogni comunità ebraica lavora instancabilmente su queste persone, facendo lobbying, instaurando relazioni di interesse e, in alcuni casi, “facendo pressione su coloro che non si rendono conto dell’importanza che ‘Israele’ riveste nel mondo”, come affermato da un dirigente di un’organizzazione sionista in Colombia.

Il caso di maggior rilevanza della presenza israeliana in America Latina è l’Argentina, che ha acquisito un’importanza vitale per l’espansionismo sionista. Sebbene in Argentina l’adesione al pensiero di Theodor Herzl (il creatore della dottrina sionista) sia sempre stata elevata all’interno della comunità ebraica, negli ultimi anni questa si è intensificata, sia attraverso una piena adesione, sia tramite un’imposizione quasi mafiosa nei confronti di coloro che non si sottomettono ai dettami di organizzazioni dichiaratamente filo-israeliane.

Dal 2023, con l’arrivo al potere di Javier Milei, il rapporto tra Argentina e “Israele” ha compiuto un salto di qualità epocale. Milei si vanta di essere “il primo e più importante presidente sionista” del continente e ha stretto legami profondi con “Tel Aviv”, applaudendo senza vergogna le azioni genocidarie del governo Netanyahu e recandosi ripetutamente in “Israele” per stipulare ogni genere di accordi commerciali, militari e di intelligence.

Non è un caso che molti analisti considerino Buenos Aires, in Argentina, una seconda “Tel Aviv”, dove l’ambasciata e le entità della “comunità” ebraica svolgono un ruolo decisivo nell’attuazione delle strategie del governo argentino, tanto quanto, se non di più, di quello che è il rapporto di Milei con gli USA.

Il culmine dei gesti simbolici in tal senso è stato il giuramento di fedeltà, pronunciato sulla Torah, dell’ex ministro degli Esteri Gerardo Werthein. Oltre ai ripetuti acquisti di armi e agli scambi di istruttori, iniziati pienamente quando l’ex ministra della Sicurezza Patricia Bullrich si è recata a “Tel Aviv”, ha indossato l’uniforme dell’esercito di occupazione e si è esercitata al tiro con ufficiali israeliani, si aggiungono le varie operazioni promosse dall’imprenditore Mario Montoto della Camera di Commercio argentino-israeliana.

Tra le iniziative più recenti di entrambi i governi spicca la firma e l’attuazione degli “Accordi di Isacco” per approfondire la cooperazione in materia di difesa, intelligence e sicurezza, non solo per l’Argentina ma per il resto del continente. Non è un caso che “Israele” abbia designato Buenos Aires come suo centro operativo regionale.

Questi “accordi” sono simili agli “Accordi di Abramo” che “Israele” ha imposto ai paesi del Medio Oriente che non solo hanno “normalizzato” le loro relazioni con l’entità sionista, ma continuano anche, in mezzo ai massacri contro la popolazione civile palestinese e libanese, a vendere o acquistare armi e ogni genere di rifornimenti al governo Netanyahu.

Un altro elemento da considerare riguardo all’espansionismo sionista in Argentina è la presenza della compagnia idrica statale israeliana Mekorot, arrivata nel paese grazie ad accordi vergognosi firmati dall’ex ministro “progressista” Wado de Pedro (durante l’amministrazione di Alberto e Cristina Fernández). Ora, grazie alla servile collaborazione dei governatori, questa azienda sionista di punta si è istituzionalizzata in tutto il paese.

Un altro aspetto da considerare quando si discute della presenza sionista in Argentina è la lenta ma costante incursione di coloni-soldati israeliani in Patagonia, che ha già suscitato allarme diffuso nella regione. Naturalmente, il loro insediamento in questo territorio ha il via libera del governo sionista-fascista di Milei e la palese complicità sia dei governatori filogovernativi che dell'“opposizione” peronista.

Tra gli sviluppi più recenti e gravi in tal senso vi è l’apertura di un consolato israeliano a Ushuaia, che coprirà tre punti geostrategici: la Terra del Fuoco, l’Antartide argentina e le Isole Malvine.

La compagnia israeliana Navitas Petroleum è presente da tempo nelle Isole Malvine, dove guida lo sfruttamento petrolifero attraverso il progetto Sea Lion (Leone Marino), in collaborazione con la società britannica Rockhopper Exploration. Il progetto si trova a circa 220 km a nord delle isole, con l’intenzione di iniziare le trivellazioni e l’estrazione commerciale di petrolio greggio intorno al 2028.

I paesi confinanti con l’Argentina non sono da meno nei loro rapporti con l’entità sionista. Nel caso del Paraguay, sotto l’amministrazione del presidente di estrema destra Santiago Peña, il paese ha mantenuto una posizione di totale sottomissione a “Israele”, trasferendo ufficialmente la propria ambasciata a Gerusalemme.

Per quanto riguarda gli accordi bilaterali, entrambi i paesi hanno formalizzato la cooperazione in aree strategiche come la difesa, la diplomazia e l’intelligenza artificiale, nonché programmi di scambio tecnico per una gestione efficiente delle risorse idriche e per lo sviluppo del Chaco paraguaiano.

In termini di scambi commerciali: esistono importanti accordi che hanno dato impulso a settori chiave come l’esportazione di carne paraguaiana verso il mercato israeliano, oltre a borse di studio e tirocini annuali per professionisti paraguaiani che desiderano formarsi in “Israele” nei settori dell’innovazione e della medicina.

Nel settore militare e di polizia, consulenti israeliani frequentano la nazione guaranì offrendo corsi di formazione che culminano in viaggi nei territori palestinesi occupati per consentire agli ufficiali dell’esercito di partecipare a esercitazioni a fuoco reali.

Da parte sua, la società idrica Mekorot è coinvolta in progetti tecnici e infrastrutturali in Paraguay dal 2014. Il suo progetto più importante si è concentrato sulla costruzione di un impianto di trattamento a Piquete Cué, Limpio (con un costo stimato di 228 milioni di dollari) per fornire acqua potabile a Limpio, San Lorenzo, Luque e Mariano Roque Alonso.

Per quanto riguarda il Cile, l’attuale governo del nazifascista José Antonio Kast sta pianificando nuovi meccanismi di cooperazione con “Israele” in materia di sicurezza, difesa e intelligence. Di recente, l’ambasciatore cileno a “Tel Aviv”, Gabriel Zaliasnik, ha incontrato il vice consigliere del Consiglio di Sicurezza Nazionale israeliano, Joseph Draznin, e il Ministro per la Diásora e la Lotta all’Antisemitismo, Amichail Chikli, con i quali ha esaminato le linee di collaborazione strategica, oltre agli scambi tecnologici e militari proposti da Draznin.

L’incontro con Chikli ha riguardato potenziali programmi di addestramento “in risposta a minacce alla sicurezza, violenze mirate ed emergenze in caso di disordini interni o disastri”. È stato inoltre posto l’accento sulle iniziative relative alla lotta all’antisemitismo, lo slogan che il sionismo ripete in tutto il mondo per esercitare una censura totale su qualsiasi critica alle sue azioni genocidarie contro la Palestina e il mondo arabo e persiano in generale.

Nel caso della Bolivia, dove i governi del Movimento Al Socialismo (MAS) avevano preso la coraggiosa posizione di interrompere le relazioni con “Israele” e offrire pieno sostegno al popolo e alla Resistenza Palestinese, tutto ha preso una piega regressiva con l’arrivo al potere di Rodrigo Paz.

Con la funzione di nuova marionetta dell’impero statunitense nella regione, Paz non solo ha immediatamente ristabilito le relazioni diplomatiche con l’entità sionista, ma ha anche avviato iniziative di cooperazione bilaterale in ambito commerciale e politico-militare, come fanno tutti i paesi che si sottomettono all’influenza sionista.

Inoltre, è stato deciso di eliminare l’obbligo del visto per i turisti israeliani e di portare avanti progetti nel settore delle tecnologie idriche, con il reinserimento, ancora una volta, della società statale israeliana Mekorot.

Da parte sua, Panama ha storicamente sostenuto “Israele”, essendo uno dei pochi paesi latinoamericani a non riconoscere lo Stato di Palestina. Inoltre, i due paesi condividono un trattato di libero scambio (TLC) in vigore dal 2020 e mantengono relazioni commerciali, tecnologiche e militari, inclusa la condivisione di sofisticati strumenti di intelligence.

Nel maggio 2026, i due governi hanno firmato un memorandum d’intesa per il trasferimento di conoscenze e l’attuazione di progetti tecnologici, agricoli e di gestione delle risorse idriche. Panama e “Israele” collaborano inoltre attraverso l’Agenzia di Cooperazione Internazionale per lo Sviluppo di “Israele” (MASHAV), formando centinaia di professionisti panamensi.

Il documento è stato firmato dal Ministro degli Esteri panamense Javier Martínez-Acha e dall’Ambasciatrice israeliana a Panama, Mattanya Cohen, la quale ha affermato che questo accordo è un o dei risultati diretti della visita del Presidente di “Israele” Isaac Herzog, avvenuta il 6 maggio, la sua prima visita a Panama da quando è entrato in carica.

È opportuno sottolineare che la comunità ebraica panamense costituisce una potente forza di pressione, motivo per cui l’attuale presidente, José Raúl Mulino, mantiene stretti legami con la sua dirigenza.

L’ambasciata di “Israele” a Panama attribuisce inoltre al Paese centroamericano un contributo “storico” alla creazione dell’Aeronautica militare israeliana, che da quel momento in poi ha contribuito a ciò che accade da decenni: i continui bombardamenti contro la popolazione civile palestinese, estendendo questi attacchi aerei a Libano, Iran, Siria, Yemen e a tutti i Paesi che osano opporsi all’imperialismo sionista.

Per quanto riguarda l’America Centrale, Guatemala e “Israele” mantengono una relazione diplomatica, storica e commerciale estremamente stretta. Il Guatemala è stato il primo Paese a riconoscere ufficialmente lo “Stato di Israele” e il secondo a votare a favore della sua creazione alle Nazioni Unite nel 1947.

Questa alleanza è formalizzata da un Trattato di Libero Commercio (TLC) in vigore dal 2024. L’ambasciatore guatemalteco Jorge García Granados ha svolto un ruolo decisivo nella creazione di “Israele”, e alcune strade dell’entità sionista portano il suo nome in suo onore. Inoltre, il Guatemala è stato il secondo Paese al mondo (dopo gli USA) a trasferire la propria ambasciata a Gerusalemme nel 2018.

Nel marzo 2024 è entrato in vigore in Guatemala un Accordo di Libero Scambio che ha incrementato le esportazioni agricole e la cooperazione in ambito tecnologico, di sicurezza informatica e di addestramento militare.

È importante sottolineare la forte influenza del sionismo cristiano in Guatemala, un’affinità in gran parte alimentata dalle comunità evangeliche, che consolida il Paese centroamericano, insieme a USA e all’Argentina attuale, come uno dei Paesi più filo-israeliani al mondo.

Questo nonostante il fatto che “Israele” sia fortemente coinvolto con il governo militare del Guatemala, soprattutto dopo che il presidente statunitense Jimmy Carter tagliò la maggior parte degli aiuti militari statunitensi al Guatemala nel 1977 a causa delle sue note violazioni dei diritti umani.

A quel tempo, “Israele” sostituì con entusiasmo gli Stati Uniti, diventando il principale fornitore di armi del Guatemala. Nel 1980, l’esercito fu completamente riequipaggiato con fucili Galil (di fabbricazione israeliana) al costo di sei milioni di dollari, armi che furono utilizzate per perpetrare un vero e proprio genocidio nel paese centroamericano.

Tra tutte le atrocità commesse dall’entità sionista in Guatemala, un esempio doloroso e impunito spicca: il 6 dicembre 1982, commando addestrati da “Israele” rasero completamente al suolo il villaggio di Dos Erres dopo aver sparato, torturato e violentato più di duecento abitanti.

Secondo una equipe investigativa delle Nazioni Unite: “Tutte le prove balistiche recuperate corrispondevano a frammenti di proiettili di armi da fuoco e bossoli di fucili Galil fabbricati in Israele”.

Il generale Benedicto Lucas García, capo di Stato Maggiore dell’esercito guatemalteco responsabile dei raid genocidi, ha ringraziato Israele per “la consulenza e il trasferimento di tecnologia elettronica” durante la cerimonia di inaugurazione della Scuola di Trasmissioni ed Elettronica dell’esercito guatemalteco.

Per quanto riguarda El Salvador, un altro Paese che negli anni ’70 e ’80 ha ricevuto armi e consulenza militare da Israele per perpetrare un altro genocidio contro la propria popolazione, le attuali relazioni del governo di Nayib Bukele sono più che strette, a dimostrazione del sostegno del Paese centroamericano a “Israele” nei forum internazionali e della sua attiva promozione del turismo religioso.

A tal proposito, recentemente, delegazioni salvadoregne hanno partecipato a forum, come il congresso “Terra della Fede Viva, El Salvador 2026”, per rafforzare il settore del turismo religioso in collaborazione con il Ministero del Turismo di “Israele”.

L’attuale dittatore, Bukele, ha sempre mantenuto stretti rapporti con “Israele”, anche durante il suo mandato come sindaco della capitale salvadoregna per il FMLN. Durante il suo primo viaggio a Tel Aviv, lui, di origine palestinese, si è compiaciuto di esprimere ammirazione per la “democrazia israeliana” e di affermare che sua moglie era di origine ebraica sefardita.

In quell’occasione, espresse la sua “felicità” di visitare il Paese, che da 76 anni conduce operazioni di sterminio contro il popolo palestinese, e fu fotografato mentre pregava al Muro del Pianto o visitava Yad Vashem, il memoriale dell’Olocausto di “Israele”.

Successivamente, dopo la sua vittoria presidenziale nel 2019, condivise un’altra immagine di sé allo stesso Muro e, nello stesso anno, annunciò una donazione di tre milioni di dollari alla Fondazione Gerusalemme, che promuove lo sviluppo nella capitale di “Israele”.

Un altro Paese che non è da meno nell’esprimere le sue “ottime relazioni” con un governo come quello di Netanyahu, composto da criminali contro l’umanità, è il Costa Rica. I suoi legami si sono intensificati dopo la firma di un Trattato di Libero Commercio (TLC) che elimina il 90% dei dazi doganali e mira a incentivare settori come la tecnologia agricola, i dispositivi medici e l’agricoltura. Inoltre, il governo costaricano sta procedendo con il trasferimento della propria ambasciata a Gerusalemme.

Con l’arrivo al potere della presidente di estrema destra Laura Fernández Delgado, il processo di subordinazione del Costa Rica a Tel Aviv si è intensificato, soprattutto dopo l’incontro del maggio 2026 in cui Fernández ha promesso al presidente israeliano Herzog, responsabile del genocidio, la sua intenzione di elevare lo status della missione diplomatica costaricana a Gerusalemme a quello di ambasciata.

Infine, vale la pena notare che, in una nuova offensiva sionista contro l’America Latina e i Caraibi, i recenti eventi legati al doppio terremoto in Venezuela hanno permesso al governo israeliano di inviare una missione di “soccorso”, diretta e monitorata dal nuovo ambasciatore sionista in Messico, Yoed Magen, con il supporto del rabbino della comunità ebraica locale, Yitzhak Cohen.

Approfittando così della difficile situazione in Venezuela, due missioni di “soccorso” dei coloni e di specialisti militari sionisti del Comando del Fronte Interno delle Forze di Difesa di “Israele” sono giunte a Caracas. Queste missioni, insieme a funzionari del Ministero degli Affari Esteri, hanno svolto numerose attività. Alcuni erano impegnati in operazioni di “salvataggio”, mentre altri – personale militare e diplomatico – si concentravano sul rafforzamento dei legami tra i due Paesi.

È importante ricordare che “Israele” e il Venezuela non intrattengono relazioni diplomatiche da quando l’allora presidente Hugo Chávez interruppe i rapporti con il governo sionista all’inizio del 2009, in segno di protesta contro la criminale Operazione Piombo Fuso contro il popolo palestinese. Chávez rafforzò anche le relazioni con l’Iran, una politica proseguita sotto la presidenza di Nicolás Maduro, ora sequestrato dagli USA.

In questo modo, la delegazione israeliana ha cercato di attenuare le accuse di genocidio e altre pratiche criminali perpetrate giorno dopo giorno, ora dopo ora, contro palestinesi, libanesi e, recentemente, anche contro iraniani. Si tratta di un regime abituato a uccidere senza pietà, come ha fatto con le ragazze della scuola iraniana di Minab, o con le decine di migliaia di bambini nella Palestina occupata.

Tuttavia, in queste tragiche circostanze in Venezuela, hanno ricevuto, come è accaduto a tutti i soccorritori di vari paesi, il premio “Eroi del Venezuela”, conferito loro dalla Presidente ad interim Delcy Rodríguez, con la quale si sono incontrati.

Come si evince da questa sintetica panoramica, “Israele”, attraverso la sua diplomazia politico-militare, non si ferma mai e continua ad espandere l’influenza del sionismo e della sua dottrina di morte in tutto il continente.

Naturalmente, sfrutta la strada aperta dai governi di estrema destra e fascistoidi che attualmente controllano diversi paesi, ma si infiltra anche nei governi progressisti, sfruttando contraddizioni interne o evidenti debolezze.

Nell’ambito delle sue campagne di cooptazione, Israele è già riuscito a imporre, in numerosi Paesi, persino a livello di progetto di legge, la definizione ufficiale di antisemitismo dell’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA), secondo la quale “antisemitismo e antisionismo” sono la stessa cosa, consentendo così ai governi filo-sionisti di reprimere qualsiasi espressione di critica nei confronti delle atrocità israeliane. Questo sta già accadendo in America Latina e in Europa.

Fonte

25/01/2026

La rinascita delle Pantere Nere vista dall’America Latina

La morte di Renee Nicole Good, avvenuta il 7 gennaio 2026, ha scatenato proteste a livello nazionale contro l’Immigration and Customs Enforcement (ICE) negli Stati Uniti. A Philadelphia, questo contesto ha portato alla ricomparsa pubblica del Black Panther Party for Self-Defense, che, il giorno dopo l’omicidio, ha manifestato davanti al Municipio portando armi da fuoco – che sostengono siano legali – e svolgendo azioni sociali come la distribuzione di cibo alle famiglie vulnerabili.

La presenza del gruppo ha generato sostegno nelle comunità e, allo stesso tempo, ha suscitato l’allarme degli esperti sul rischio di un’escalation di violenza.

Il movimento è guidato da Paul Birdsong, nato nel 1986, che si è radicalizzato politicamente dopo l’omicidio di George Floyd nel 2020. Birdsong si presenta come presidente nazionale del gruppo, afferma di essere stato istruito dai sopravvissuti del movimento originale e aderisce a una tradizione di Black Power, nazionalismo nero e antimperialismo. Il gruppo, con meno di cento membri attivi, combina un’estetica armata e disciplinata con programmi comunitari ispirati alle Pantere Nere storiche.

La rinascita di gruppi che ora si identificano come Pantere Nere in diverse città degli Stati Uniti non può essere interpretata come un gesto folcloristico o come una nostalgia identitaria. È, prima di tutto, un sintomo storico. In un contesto segnato dalla radicalizzazione autoritaria dello Stato imperiale, dall’offensiva xenofoba e poliziesca apertamente promossa da Donald Trump e dalla normalizzazione della violenza razzista mascherata da legalità – oggi incarnata da agenzie come l’ICE – ricompare, in maniera quasi necessaria, la domanda di autodifesa degli oppressi e di come questa possa essere articolata insieme a una strategia rivoluzionaria.

Non si tratta di un’irruzione spontanea né di una moda militante, ma piuttosto della ricomparsa di un’esperienza storica che il capitale non è mai riuscito a chiudere completamente: quella del Black Panther Party come tentativo concreto di collegare razza, classe, potere e organizzazione rivoluzionaria nel cuore stesso dell’imperialismo.

Le Pantere Nere nacquero nel 1966 a Oakland, quando il ciclo di espansione capitalista del dopoguerra iniziava a mostrare chiari segni di esaurimento e la violenza della polizia fungeva da meccanismo quotidiano per disciplinare una popolazione razzializzata e supersfruttata.

Da una prospettiva materialista, la sua comparsa non fu una risposta a un “eccesso” del sistema, ma piuttosto la reazione organica di uno specifico settore della classe operaia a una particolare forma di dominio capitalista. Il razzismo non sembrava una deviazione morale dall’ordine statunitense, ma una tecnologia del potere funzionale alla riproduzione del capitale.

Da qui l’importanza della svolta teorica contenuta nella riformulazione del terzo punto del suo Programma in Dieci Punti: non si trattava più di porre fine al furto dell'“uomo bianco”, ma piuttosto al furto del capitalista. In questa correzione si condensava una comprensione cruciale: l’oppressione razziale non poteva essere abolita senza un confronto diretto con i rapporti di produzione capitalistici.

L’originalità del Black Panther Party risiedeva nell’aver combinato, senza concessioni liberali, l’autodifesa armata con i cosiddetti programmi di sopravvivenza, in particolare il programma di colazioni popolari. Lungi dal costituire una politica assistenziale, queste pratiche rivelavano il nucleo politico del progetto delle Pantere: dimostrare nella pratica che la classe oppressa poteva organizzare la riproduzione materiale della vita laddove lo Stato capitalista offriva solo repressione, abbandono o carità disciplinare.

La colazione calda, la clinica comunitaria o l’assistenza legale non erano fini a se stessi, ma piuttosto momenti di una pedagogia rivoluzionaria che sfidava la legittimità dell’ordine borghese e preparava soggettività per lo scontro politico. L’autodifesa non si limitava al controllo armato della polizia, ma si dispiegava come una difesa completa della vita proletaria di fronte a uno Stato che operava come una forza di occupazione interna.

Da una prospettiva marxista, questa esperienza non può essere idealizzata senza un’analisi critica. Le analisi di Huey P. Newton ed Eldridge Cleaver sulla struttura di classe negli Stati Uniti – in particolare la distinzione tra una “classe operaia metropolitana” e una “classe operaia della colonia nera” – davano conto di una realtà oggettiva: la frammentazione razziale del proletariato e l’integrazione riformista di ampi settori sindacalizzati nel blocco di potere borghese.

Quindi, privilegiando il sottoproletariato razzializzato come soggetto rivoluzionario centrale, le Pantere Nere tendevano a spostare la lotta dal campo della produzione alle strade, limitando la loro capacità di articolare una strategia di potere in grado di includere l’intera classe operaia. Questa tensione – tra la chiarezza della diagnosi e i limiti della strategia – non invalida la loro eredità, ma ci obbliga a leggerla come un’esperienza storicamente collocata e non come un modello chiuso.

È proprio questa lettura materialistica che ci permette di comprendere perché oggi, di fronte all’offensiva anti-immigrazione, all’inasprimento delle pene e alla riconfigurazione bonapartista del potere statunitense, ricompaiano gruppi che invocano esplicitamente la tradizione delle Pantere Nere. La persecuzione sistematica dei lavoratori migranti, la militarizzazione dei quartieri poveri e la legittimazione politica del razzismo ricreano le condizioni sociali che hanno reso possibile il Black Panther Party.

Il fatto che queste espressioni siano frammentate, eterogenee o addirittura contraddittorie non altera il dato fondamentale: quando il capitale avanza nella sua fase di irrigidimento autoritario, l’autodifesa di classe riappare come una necessità oggettiva. Lo Stato non si presenta come un arbitro neutrale, ma come uno strumento diretto del dominio borghese, e di fronte a esso, la passività equivale a una sconfitta anticipata.

Da una prospettiva marxista rivoluzionaria, il compito non consiste nel feticizzare l’autodifesa o ridurla a un’estetica militante, bensì inscriverla in una strategia insurrezionale volta alla conquista del potere. L’autodifesa è legittima e necessaria in quanto espressione della violenza difensiva degli oppressi contro la violenza strutturale del capitale e del suo Stato, ma acquisisce significato storico solo se si articola con l’organizzazione consapevole della classe operaia come soggetto politico indipendente.

L’esperienza delle Pantere Nere dimostra che l’organizzazione comunitaria può sfidare l’egemonia, ma anche che senza un inserimento organico nei processi produttivi e senza una direzione rivoluzionaria capace di unificare il proletariato al di là delle sue frammentazioni razziali, il potere borghese trova il modo di neutralizzare, cooptare o schiacciare queste esperienze.

Oggi, di fronte all’offensiva reazionaria guidata da Trump e portata avanti dall’intero apparato statale, la lezione delle Pantere Nere rimane pienamente attuale su un punto cruciale: gli sfruttati non possono delegare la propria difesa o la propria emancipazione a istituzioni progettate per garantirne la sottomissione.

Da questa stessa prospettiva storica, è ineludibile rivendicare e valutare criticamente l’esperienza di autodifesa sviluppata in Cile dalla Primera Linea durante la rivolta popolare. Lì, di fronte alla violenza sistematica dello Stato, sono emerse forme embrionali di difesa collettiva che non sono state uno sfogo irrazionale, bensì la legittima risposta di un popolo lavoratore abbandonato dalle istituzioni e tradito dalla sua leadership politica tradizionale. Tuttavia, quell’esperienza – eroica e genuina – è rimasta intrappolata nei limiti della spontaneità e dell’isolamento strategico.

Il compito che s’impone oggi non è la ripetizione feticizzata di quelle forme, ma il loro consapevole superamento: recuperare il loro contenuto combattivo e di classe per integrarlo in un progetto politico superiore, orientato alla costruzione di una nuova leadership rivoluzionaria dei lavoratori, capace di articolare autodifesa, organizzazione di massa e insurrezione come momenti di un’unica strategia di potere. Solo così la violenza difensiva degli oppressi cesserà di essere un atto episodico e diventerà una forza storica organizzata al servizio della rivoluzione sociale.

La classe operaia – in tutta la sua diversità razziale, nazionale e culturale, in Cile, negli USA e in ogni parte del mondo – deve assumersi il compito organico dell’autodifesa, rompere con il legalismo paralizzante e costruire una politica insurrezionale orientata alla rivoluzione sociale. Non come gesto volontaristico, ma come risposta necessaria a un capitalismo che può governare solo approfondendo la violenza.

In questo senso, il ritorno delle Pantere non annuncia un passato che sta tornando, ma un futuro che insiste nel farsi strada: quella della lotta di classe nella sua forma più essenziale, proprio lì dove l’imperialismo credeva di averla soffocata per sempre.

Fonte

27/12/2025

Cile - Una sconfitta nella battaglia culturale, prima che elettorale

Cosa spinge un minatore del Nord a votare per l’estrema destra? O un operaio del centro del Paese a optare per José Antonio Kast?

Come si suol dire, la vittoria ha molti padri, ma la sconfitta è orfana. Il risultato negativo del ballottaggio presidenziale non è sfuggito a questa logica. Non appena sono stati resi noti i risultati finali, le spiegazioni hanno iniziato a moltiplicarsi. Alcuni hanno additato l’anticomunismo come causa principale; altri hanno incolpato il governo e la percezione della sua continuità; altri ancora hanno sottolineato la composizione del team elettorale o gli errori tattici commessi durante la campagna elettorale. Un vero e proprio guazzabuglio di interpretazioni che, pur contenendo elementi attendibili, tralasciano una dimensione chiave del problema.

C’è un fattore che non siamo riusciti a stabilire con sufficiente chiarezza. E quando l’abbiamo fatto, non sempre siamo stati in grado di comprenderlo in tutta la sua profondità.

Non è un caso che il leader dell’estrema destra cilena, José Antonio Kast, invochi il “senso comune” come se fosse un mantra. Lo stesso concetto risuona sulle labbra di Donald Trump negli Stati Uniti e di VOX in Spagna; Jair Bolsonaro lo traduce nella sua ormai celebre frase “il popolo sa”; Marine Le Pen parla del “buon senso” francese; e Giorgia Meloni fa appello al “realismo” del popolo italiano.

Non si tratta di slogan isolati, ma di una coerente strategia ideologica della destra radicale. Siamo di fronte, quindi, a una disputa sul senso comune, su come ampi settori della società interpretano la realtà. Siamo, quindi, di fronte a una battaglia ideologica e culturale di lungo periodo che l’estrema destra ha condotto con efficacia. E se guardiamo al panorama internazionale – e ora anche a quello nazionale – è difficile non ammetterlo: su questo terreno, stiamo perdendo con un ampio margine.

Quando parliamo di senso comune, non parliamo di un’astrazione neutrale o spontanea. Antonio Gramsci, scrivendo dal carcere negli anni ’20 del secolo scorso, avvertiva che il senso comune è un terreno in disputa permanente. È, in sostanza, un mix caotico di idee ereditate, pregiudizi, esperienze materiali e narrazioni dominanti. Chiunque riesca a organizzare quel senso comune, riesce anche a dirigere politicamente una società. Questa è egemonia.

L’estrema destra ha compreso questa lezione con una chiarezza che fa male. Non compete solo nelle elezioni; compete soprattutto nella vita di tutti i giorni. Nel linguaggio che usiamo, nelle paure che mettono radici, nelle false certezze che sembrano ovvie. Mentre discutiamo di programmi, cifre e progetti istituzionali, loro si disputano emozioni, identità e risposte semplici... ordine contro caos, merito contro parassitismo, nazione contro minaccia. Non vincono perché hanno ragione; vincono perché riescono ad apparire ragionevoli.

Jason Stanley, nel suo libro “How Fascism Works” [n.d.t.: “Come funziona il fascismo”], lo spiega con chiarezza. Le persone sono frustrate dalle condizioni di vita offerte dal sistema. È innegabile che la radice della criminalità e della precarietà lavorativa risieda nel cuore stesso del modello. Tuttavia, il politico fascista agisce con astuzia, deviando questa rabbia accumulata. Così, professionisti che hanno studiato per anni e non riescono a trovare lavoro finiscono per dare la colpa ai migranti, non a un sistema che precarizza strutturalmente la vita.

Qui sta il nocciolo della nostra sconfitta. Non basta denunciare le fake news o attribuire l’esito a una “cattiva campagna elettorale”. C’è una classe operaia stanca, precaria, fisicamente e mentalmente esausta, che non si sente rappresentata da un progetto di trasformazione che molte volte è espresso in termini estranei, eccessivamente tecnici o moralizzanti. In questo vuoto, l’estrema destra offre risposte facili, colpevoli chiari e un’illusione di controllo (dato che è molto più facile incolpare un migrante per le proprie disgrazie che il settore imprenditoriale che accumula ricchezza, non è vero?). Il fascismo non offre futuro, ma promette un sollievo immediato.

Tuttavia – e questo è fondamentale – niente di tutto ciò è irreversibile. La storia non procede in linea retta, né è predeterminata. Proprio come oggi stiamo assistendo a un’offensiva reazionaria globale, sappiamo anche che i momenti di maggiore regressione sono stati, molte volte, il preludio di profonde ricomposizioni popolari. Ma queste ricomposizioni non avvengono da sole. Devono essere ricostruite.

E qui è fondamentale chiarire una cosa. Se il nostro obiettivo è il superamento del capitalismo, non possiamo permetterci una frammentazione permanente. In “La trappola della diversità”, Daniel Bernabé sostiene con chiarezza che il sistema opera attivamente per atomizzare la classe lavoratrice, disperdendola in molteplici lotte parziali che, scollegandosi l’una dall’altra, perdono la loro capacità reale di contestare il potere.

Ciò non implica – e va detto senza ambiguità – negare o relativizzare lotte fondamentali come il femminismo, l’ambientalismo, la difesa della diversità sessuale e di genere o i diritti degli animali. Tutte esprimono reali contraddizioni del capitalismo e legittime richieste di emancipazione. Il problema non sono queste lotte in sé, ma il loro isolamento, la loro depoliticizzazione o la loro disconnessione da un progetto condiviso di trasformazione sociale.

Dall’inizio di questo secolo, una parte della sinistra ha teso a perdere di vista questo filo conduttore: la condizione comune di coloro che vivono della loro forza lavoro e subiscono, in modi diversi, lo sfruttamento e il dominio della classe dominante. Al di là delle nostre differenze – che esistono e devono essere riconosciute – c’è un fattore comune che ci attraversa e ci unisce: la subordinazione al capitale.

È proprio lì, in quella base materiale condivisa, che risiedono la nostra principale forza e la reale possibilità di vittoria. Non nella negazione delle lotte, ma nella loro consapevole articolazione all’interno di un progetto collettivo capace di sfidare l’egemonia e trasformare la società nel suo complesso.

Fare appello alla speranza non significa negare la sconfitta, ma comprenderla in tutta la sua profondità. È riconoscere che il compito che ci attende è più impegnativo di vincere un’elezione. È ricostruire un senso comune solidale, collettivo ed emancipatore. Tornare a parlare di dignità senza scusarsi. Tornare a organizzare dove oggi c’è solo frustrazione. Tornare a politicizzare la vita quotidiana senza disprezzarla.

Perché anche nel vuoto – e, a volte, proprio lì – c’è spazio per la ricostruzione. E questa ricostruzione, se vuole essere reale e duratura, deve essere radicata nella classe lavoratrice e mirare a disputarsi, gomito a gomito, la coscienza del nostro popolo. Infine, il giorno in cui potremo dire “abbiamo trionfato”, non come risultato esclusivo di un’elezione, ma come frutto di un’organizzazione popolare orientata al superamento del capitalismo, quel giorno avremo vinto la battaglia culturale.

Fonte

16/12/2025

Cile, il dado è tratto

Ormai il Cile avrà ufficialmente alla presidenza un discendente dei nazisti tedeschi: Juan Antonio Kast.

Nel suo programma elettorale e nel suo percorso politico ha mostrato chiaramente di essere degno erede dei suoi antenati. Limitazioni al diritto di sciopero, togliere le tasse ai super ricchi, porre deroghe al matrimonio ugualitario e all’aborto, aumentare l’età pensionabile delle donne, frenare l’aumento delle pensioni – che già sono da fame – indulto ai criminali che durante la dittatura hanno compiuto atti di tortura assassinio e scomparsa di persone, ridurre le regole ambientaliste, ridurre le spese statali tagliando il welfare, eliminare le imposte sui profitti del capitale, e tanto altro sono già cose dichiarate e previste.

La candidata concorrente, Jannette Jara, ha dovuto accettare il verdetto delle urne (58,3% per “il tedesco” e 41,7% per lei) che promuove Kast come il presidente più votato dai cileni. A questo proposito però è da tenere presente il fatto che, per la prima volta, il voto in Cile è diventato obbligatorio.

A seguito dei risultati, Jara dichiara che sarà necessario fare “una profonda riflessione per capire le cause che hanno portato a questo risultato”. In realtà, pur senza voler tagliare i problemi con l’accetta, non ci sarebbe bisogno di grandi riflessioni sull’argomento, bensì di decidere profondi cambiamenti nelle politiche delle cosiddette “sinistre” concertazioniste e progressiste che sono state al potere nel dopo Pinochet.

La responsabilità maggiore dell’esito di questa ultima elezione è facilmente ascrivibile a Gabriel Boric, che era stato designato presidente nel novembre del 2021 con l’esplicito mandato delle folle cilene – esplose nell’ottobre del 2019 – di mettere fine al sistema neoliberista.

Lui ha invece profondamente deluso tutte le aspettative di coloro che lo avevano votato sperando in una nuova rinascita del Cile popolare di Allende. Ma quella fiducia era molto mal riposta, perché, malgrado la scintillante traiettoria politica dello “studente Boric”, che prometteva fuoco e fiamme nel 2011, già il 15 novembre del 2019, il “Boric rappresentante del Fronte Amplio”, creò scompiglio nelle sue stesse file firmando l’“Accordo per la Pace Sociale e la Nuova Costituzione”.

Questo accordo ha avuto infatti il potere di sgonfiare in gran parte la giusta rabbia spontanea della popolazione, che, sbagliando, immaginava che una nuova Costituzione potesse essere elemento sufficiente a risolvere tutti i problemi socio-economici del Paese.

Purtroppo il percorso previsto dall’infame Accordo era stato strutturato dai politici in maniera tale da non lasciare alla popolazione lo spazio che aveva creduto di poter avere: cioè esercitare una vera sovranità riscrivendo totalmente la Magna Carta, dando così alle istanze popolari possibilità vere e concrete per gestire le risorse del paese, dare spazio alle organizzazioni territoriali, ecc. Insomma cambiare totalmente il modello socio-economico neoliberista.

Tutto questo, unito al fatto che quella manovra ha avuto anche lo scopo di salvare la testa dell’allora odiatissimo presidente Piñera, che era ormai sul punto di cadere, ha fatto sì che la mobilitazione popolare rientrasse. Cosa favorita anche dalla catastrofe sanitaria che è stata il Covid nel 2020/2021.

Nel novembre del 2021 arriva il momento delle elezioni presidenziali. Si risvegliano le speranze di gran parte delle masse popolari, che ricominciano a credere di poter uscire dalla difficile situazione socio economica col semplice voto per un candidato come Boric, un “progressista” che faceva grandi promesse di cambiamento radicale in tutti i campi più sentiti dalla popolazione.

Diceva di voler eliminare le politiche neoliberiste, causa di tutti i problemi nei vari campi, di volere giustizia per le vittime e i prigionieri della rivolta sociale, di non volere ulteriore repressione nel Wallmapu e di volere trattative eque con la popolazione mapuche, ecc ecc. Promesse, promesse, promesse... che man mano ha diluito addirittura nel corso stesso della campagna elettorale – non tutti hanno voluto vedere da subito questo scivolamento – e, infine, tutte totalmente disattese negli atti di governo una volta eletto.

In realtà il neoliberismo, nato con Pinochet e implementato alla grande dai governi di quella che doveva essere la “transizione” – che non è mai finita... – dalla dittatura alla democrazia, ha avuto nel governo Boric un interprete appassionato e convinto che ha confermato tutte le istanze neoliberiste che erano rimaste in sospeso nei governi precedenti (dalla firma del TPP11, alle concessioni ai signori delle AFP, alla cessione del litio al genero di Pinochet ecc. Tutti elementi strutturali che confermano e rafforzano il potere delle oligarchie nazionali e delle multinazionali).

Con queste premesse, il passaggio dalla democrazia “ristretta, tutelata e a bassa intensità” instaurata nel 1990 all’attuale nazifascismo dichiarato non è affatto un fulmine a ciel sereno. Così come non lo è il fatto che qua in Italia abbiamo al governo i nipoti di Mussolini... 

Sembra ormai statisticamente consolidato il fatto che quando le “sinistre” fanno le medesime politiche socio economiche delle destre – anche se con qualche maquillage colorato in più – le destre, soprattutto quelle estreme, se ne avvantaggiano e addirittura prendono i posti del comando politico.

Un altro elemento importante che ha determinato gli esiti della votazione cilena è sicuramente molto ben espresso in un articolo che abbiamo proposto alcuni giorni fa e che dedica una interessante analisi psico-sociale delle motivazioni per cui i poveri votano personaggi che sono assolutamente agli antipodi dei loro interessi.

Il dado è tratto. Ormai Kast a marzo assumerà la carica di presidente. Grande e comprensibile è lo sconforto dei compagni che da tempo vedevano arrivare questo evento che avevano paventato e previsto, dati gli elementi sopra accennati.

Meno comprensibile, e ancor meno accettabile, lo sconcerto e la sorpresa con cui le “sinistre progressiste” accolgono il fatto. Purtroppo dalla dichiarazioni fatte, sembra che Jara, come gli altri del governo, pensi ancora che con una “aggiustatina” qua e là a qualche proposta di legge, con ulteriori concessioni sulla “sicurezza”, mettendo insieme un’accozzaglia ancora più ampia di partiti che vada dalla Democrazia Cristiana al Frente Amplio o addossando esclusivamente alla persona di Boric tutte le responsabilità dell’attuale esito elettorale, nelle prossime elezioni presidenziali la destra sarà sconfitta.

Una visione totalmente miope ed elettoralistica che non coglie la profonda necessità ed esigenza di cambio totale del modello neoliberista nato e sperimentato in dittatura e poi esportato ahimè con grandi successi/danni – a seconda dei punti di vista, o meglio degli interessi materiali... – nel resto del Mondo.

Ma Kast sa che non può permettersi proprio tutto tutto quello che ha in mente e, nel discorso di circostanza tenuto dopo l’uscita dei risultati elettorali, ha un po’ moderato il suo programma estremista ed escludente dichiarando che comunque lui sarà “il presidente di tutti i cileni”.

Infatti, malgrado i tempi difficili che intende somministrare alle masse popolari e a chi rientra nei progetti di repressione tout court, sa bene che comunque dovrà fare i conti con un movimento operaio e studentesco che, pur nelle difficoltà organizzative, non è morto e sepolto, e che gli renderà la vita meno facile di quanto possa sperare, se si riusciranno a creare i giusti collegamenti con i tanti movimenti sociali, che pure ancora vivono nei territori, e richiamandosi anche alle pratiche dello sciopero generale portate avanti qui in Italia e in Portogallo, da cui pare che intendano trarre esempio con entusiasmo per creare le condizioni per un vero cambiamento strutturale di governo e sistema.

Fonte

14/12/2025

Cile - Il voto dei poveri contro se stessi

Nelle ultime elezioni cilene, è emerso un fenomeno inquietante: ampi settori di lavoratori e casalinghe hanno votato per candidati contrari all’aumento del salario minimo e alla riduzione della settimana lavorativa a 40 ore. Questo fatto non può essere compreso solo con una logica economica, ma piuttosto attraverso un complesso mix di processi psicologici, sociologici, antropologici e filosofici intrecciati nel contesto culturale del Paese.

In Cile, il voto ha da tempo cessato di essere una decisione basata sul benessere materiale ed è diventato un atto carico di identità, emozione e aspirazione simbolica. Molti settori della classe operaia non votano più in base alla loro realtà attuale, ma piuttosto in base all’identità che desiderano proiettare. In un Paese segnato da decenni di egemonia neoliberista, si è radicata profondamente l’idea che il successo dipenda dal merito individuale, che la precarietà sia il risultato di sforzi insufficienti e che lo Stato sia più un ostacolo che un protettore.

In questo quadro, anche coloro che vivono con salari bassi o in condizioni di lavoro difficili sentono che sostenere rivendicazioni sociali li “degradi” o li associ a un’immagine di dipendenza che rifiutano. Perciò, votare per chi promette ordine, disciplina o “mano ferma” diventa un modo per differenziarsi simbolicamente dallo stigma della povertà, anche quando queste proposte vanno contro il proprio benessere materiale.

A livello psicologico, operano meccanismi come la dissonanza cognitiva: quando una persona si sente ormai identificata con un candidato, ne giustifica le decisioni anche se sono dannose. Entrano in gioco anche la paura e la manipolazione emotiva: di fronte a una retorica che associa il miglioramento delle condizioni di lavoro alla crisi economica, alla perdita del lavoro o a uno scenario “chilezuelano”, l’emozione prevale su qualsiasi analisi razionale.

Sociologicamente, l’appartenenza sociale diventa centrale. Molte persone si sentono più vicine a una classe media immaginaria che al proprio gruppo sociale. Aspirare a “essere come quelli al vertice” è più forte che riconoscere la propria vulnerabilità. Pertanto, votano basandosi sulla fantasia di un futuro che non esiste, temendo che il miglioramento delle condizioni di lavoro “spaventi gli investimenti” o “danneggino il Paese”, anche se in pratica significa solo dignità per chi lavora.

A livello antropologico, la politica funziona come un rituale di appartenenza. Il voto non esprime interessi materiali, ma lealtà simboliche: definisce da che parte sto, quali valori sostengo e contro quale gruppo mi posiziono. In un paese profondamente frammentato, le persone votano più in base alla tribù morale con cui si identificano – ordine, impegno individuale, sfiducia nello Stato – che in base alla loro realtà concreta. Questa dimensione rituale spiega perché si possa votare “contro i propri interessi” senza sentirsi in contraddizione.

Filosoficamente, ciò che si verifica è una forma sofisticata di alienazione: la classe operaia adotta la prospettiva del gruppo dominante come se fosse la propria. La narrazione neoliberista è diventata così naturalizzata che molti lavoratori difendono gli interessi aziendali come se fossero i propri.

Questa alienazione è aggravata dalla biopolitica della paura, in cui i media, le élite e i discorsi sull’ordine plasmano la percezione della realtà più dei fatti stessi. E, come descrive Nietzsche, parte del voto risponde a una moralità reattiva: non si vota solo per qualcuno, ma contro un altro gruppo percepito come responsabile del malcontento. Il voto è pieno di risentimento, frustrazione e un senso di perdita di controllo, libera tensioni piuttosto che cercare soluzioni.

Ecco perché il fenomeno che osserviamo non è semplicemente che “non reagiscono nemmeno quando gli mettono le mani in tasca”. È che per decenni si è costruito un senso comune in cui l’identità è più importante della dignità, la paura pesa più dell’evidenza e l’aspirazione simbolica supera i bisogni reali.

Il declino di classe cileno non ha limiti perché non è economico: è emotivo, culturale e profondamente ideologico. Questa è la vera diagnosi del presente politico cileno.

Fonte

13/12/2025

“Se il prossimo presidente del Cile sarà tedesco...”

In un’intervista inviata dal carcere di Concepción (Penitenziario di Biobío), Héctor Llaitul, leader della Coordinadora Arauco Malleco (CAM), condannato a 23 anni di carcere ai sensi della Legge sulla Sicurezza dello Stato, affronta diversi argomenti nel contesto delle recenti elezioni presidenziali.

L’offensiva dell’estrema destra con i suoi tre candidati presidenziali, la possibilità di un indulto, le politiche di sicurezza riconvertite dall’amministrazione Boric, insieme a un’analisi dello stato attuale del movimento di resistenza Mapuche e la sua opinione sul rinnovato interventismo nordamericano in America Latina, sono i temi approfonditi dallo storico werken portavoce Mapuche.

Come valuta l’offensiva dell’estrema destra e la presenza tedesca nel Wallmapu, considerando che si sono presentati tre candidati di destra di origine tedesca a queste elezioni presidenziali?

L’offensiva dell’estrema destra oggi presenta volti noti, che, in una certa misura, comprendono diverse dimensioni di una posizione più ampia, come la riaffermazione di uno Stato capitalista di natura profondamente razzista e coloniale. Questo è ciò che rappresentano Kast, Kaiser e Matthei, che sono precisamente discendenti di tedeschi.

Detto questo, è necessario un breve ripasso storico di ciò che è stata la presenza dei tedeschi in questo paese, che oggi sono praticamente i padroni del sud del Cile, non solo in termini del loro ruolo come settore imprenditoriale, ma anche in quanto rappresentanti dell’intero sistema di dominio nel Wallmapu storico. Forse da lì discende la loro posizione e il loro discorso, carichi di odio e razzismo contro la causa Mapuche e contro i poveri in generale.

In effetti, i tre candidati tedeschi, e ora Kast, che è passato al secondo turno, non solo rappresentano il settore imprenditoriale con le garanzie di cui già dispone per continuare a sfruttare il nostro Wallmapu storico, ma oggi intendono perpetuare il loro potere con un sistema assoluto che ci sottometta a un colonialismo più intenso attraverso l’imposizione di insediamenti e lo sterminio delle comunità.

Come si svolse l'occupazione coloniale nel Wallmapu?

I tedeschi, così come altri gruppi di coloni (italiani, neozelandesi, svizzeri), si stabilirono nel nostro Wallmapu ancestrale a causa delle politiche statali, dopo che gli eserciti di Cile e Argentina consolidarono col ferro e il fuoco la loro occupazione dell’Araucanía intorno al 1881. Per la nostra nazione originaria, ciò significò invasione, genocidio e occupazione politica e militare del nostro territorio ancestrale dal Puelmapu al Gulumapu. Questa situazione persiste a tutt’oggi.

Così, attraverso politiche colonialiste, i tedeschi si stabilirono principalmente nel sud del Cile, in modo graduale e violento (razzista). Con l’aiuto dello Stato, acquisirono molte terre e risorse che storicamente appartenevano al nostro Popolo, all’identità territoriale Mapuche e Huilliche.

Valdivia, Osorno e Llanquihue furono le principali aree di insediamento dei coloni tedeschi. Durante la colonizzazione di questi territori, l’attività economica dei coloni si concentrò inizialmente sulla vendita del legname prodotto dal disboscamento e dalla pulizia dei terreni in cui si erano insediati, insieme alla semina e alla raccolta di prodotti agricoli e all’allevamento di ovini e bovini, invadendo così le terre ancestrali.

Attualmente, i discendenti dei tedeschi non solo possiedono quasi tutto il territorio ancestrale Huilliche, attraverso attività forestali, ma hanno anche diversi investimenti capitalistici che minacciano il nostro Itrofilmogen (tutte le forme di vita) - con caseifici, birrifici e frutteti. Questi investimenti sostengono la struttura di questo potere di dominio che non è solo ideologico ma anche culturale, che ora cerca di diventare politico e dottrinale, consentendo così una dominazione neocoloniale razzista il cui obiettivo di fondo è lo sterminio delle nostre comunità.

A tal fine, si utilizza e si è utilizzato il modello del colonialismo d’insediamento basato su strategie di occupazione per espropriazione. Pertanto, l’obiettivo di queste campagne politiche è il controllo assoluto di tutti i poteri dello Stato.

È importante ricordare qui cosa hanno significato le enclave tedesche come Colonia Dignidad, che, tra l’altro, fu una roccaforte di fascisti e nazisti durante la dittatura civico-militare di Pinochet, un’enclave che fungeva da centro di addestramento, tortura e degradazione umana senza limiti.

Va inoltre notato che gli investimenti tedeschi in Cile ammontano a 1.019 milioni di dollari, secondo InvestChile. Inoltre, gli investimenti tedeschi nel Wallmapu (principalmente nelle regioni dell’Araucanía, Los Ríos e Los Lagos) sono di natura prettamente privata, un retaggio della colonizzazione. I progetti attuali si suddividono in vari investimenti che minacciano e interferiscono con il territorio, mascherati da cosiddette Energie Rinnovabili.

Tra gli esempi figurano la società tedesca WPD Chile (con sede a Brema, Germania), che ha progetti di parchi eolici nel sud, nelle regioni di Los Lagos e Los Ríos, così come il Parco Eolico di Malleco, con un investimento di 500 milioni di dollari e l’installazione di 77 turbine eoliche.

Questo progetto rappresenta una significativa intrusione nel nostro territorio, e colpisce gli habitat, con un impatto sulla fauna selvatica e l’alterazione della topografia. Investimenti imposti senza consultare le comunità Mapuche.

Un altro esempio è l’idrogeno verde (H2V), per il quale il Cile sarebbe un partner strategico della Germania nella Strategia Nazionale H2V. Sebbene i progetti più grandi si trovino nell’estremo sud (Magallanes), il nostro territorio ancestrale è considerato anch’esso fondamentale per lo sviluppo della catena del valore e del know-how.

È il caso di COMASA H2V Lautaro, Malleco, con un investimento di 30 milioni di dollari. La sua produzione richiede un’ingente quantità di risorse idriche (fiumi e laghi), generando rifiuti derivanti dal processo di depurazione dell’acqua e dalle operazioni degli impianti. Il che contamina il suolo e le falde acquifere del nostro territorio.

Data questa realtà e le nuove aspirazioni colonialiste, non c’è dubbio che se il prossimo presidente del Cile sarà un tedesco, imporrà un sistema di dominazione molto brutale contro la nostra nazione originaria e contro gli altri oppressi del Cile, perché verrà intensificato il modello neoliberista, non solo attraverso l’invasione delle aziende forestali.

Durante questa campagna presidenziale, l’ex candidato Eduardo Artés ha sollevato la possibilità di concederle la grazia, un’idea nata nel contesto delle discussioni sull’indulto per i violatori dei diritti umani. Qual è la sua opinione su queste proposte così diverse, soprattutto ora che sono noti i candidati che vanno al ballottaggio di dicembre?

Nello scenario attuale, e confermato il secondo turno tra la candidata della continuità [col governo] e il candidato di estrema destra, l’unica cosa rimasta da considerare è la proposta del professor Artés. Come ex candidato presidenziale, ha pubblicamente proposto la possibilità di un indulto nei miei confronti.

A questo proposito, credo che il professor Artés ha un’alta convinzione della giustezza della causa Mapuche, poiché la sua proposta di indulto per un leader Mapuche riflette non solo la sua comprensione delle ragioni storiche delle nostre rivendicazioni territoriali e politiche, ma anche il suo affetto e il suo impegno per le cause giuste.

Per le ragioni sopra esposte, ringrazio pubblicamente anche per la sua proposta, perché comprendo che la sua posizione, che mi concede l’indulto, si estende a tutti i prigionieri politici Mapuche detenuti in diverse carceri (la maggior parte delle quali private) e che attualmente stanno scontando lunghe e ingiuste condanne per mano dello Stato cileno.

Questa gratitudine proviene anche dal movimento autonomista Mapuche, di cui sono uno dei rappresentanti, perché più che un gesto, questa proposta rappresenta, a nostro avviso, un grido di tutti coloro che considerano la causa Mapuche una lotta giusta, vera, assolutamente legittima e dignitosa.

La proposta di indulto per un Mapuche, anche se proviene dalle stesse istituzioni oppressive, rappresenta una forma di legittimazione della voce delle nostre comunità e del nostro Popolo-Nazione, perché non è giusta la prigionia dei Mapuche che lottano per le loro terre e la loro cultura.

Questo è anche un modo per legittimare la libertà dei prigionieri politici Mapuche, una richiesta trasversale di tutto il movimento di resistenza e dei diversi settori della società non Mapuche. Ancor più perché questa richiesta diventa più forte di fronte a una nuova offensiva dell’estrema destra in Cile, che comporterà un ulteriore genocidio e sterminio del popolo Mapuche da parte dell’oligarchia cilena.

Pertanto, la posizione di Artés rappresenta anche una denuncia del fatto che in questo Paese ci siano più di 100 prigionieri politici Mapuche per una lotta del nostro Popolo Nazione Mapuche che è assolutamente pura, incorruttibile e necessaria. Senza dubbio, la coraggiosa posizione di Eduardo Artés si scontra direttamente con l’attuale sistema di dominio, soprattutto in un momento in cui si profilano scenari di maggiore repressione e sterminio contro le comunità Mapuche, per l’offensiva dell’estrema destra e di uno Stato che è tornato alla sua natura profondamente razzista e coloniale al servizio del fascismo in Cile.

Si è potuto osservare come Artés abbia dovuto confrontarsi, politicamente, con rappresentanti del mondo imprenditoriale (per lo più tedeschi), che hanno apertamente offerto una maggiore repressione, “sparare” contro le espressioni di resistenza Mapuche. Ed è in questo contesto che l’estrema destra ha approfittato per proporre la concessione di indulti e ulteriori privilegi ai criminali e ai violatori dei diritti umani di Punta Peuco.

Bisogna ricordare che questi criminali sono stati condannati per crimini contro l’umanità (come omicidio, sparizioni e tortura), secondo il diritto internazionale. Questi criminali hanno commesso atti così obbrobriosi mentre erano agenti dello Stato durante la dittatura militare, e ciò è stato certamente fatto con l’obiettivo di ristabilire un sistema di dominio in Cile, cosa che è apertamente contraria alla giusta lotta del nostro popolo per recuperare le terre usurpate.

Su questo punto, dobbiamo essere chiari. Una cosa è commettere crimini orrendi per favorire i ricchi e perpetuare ingiustizie contro gli oppressi, un’altra è la lotta che gli oppressi fanno per la giustizia. La lotta del popolo Mapuche è storica, secolare e di resistenza.

La questione della sicurezza è stata permanente nell’attuale governo e nella campagna presidenziale. Come valuta le politiche di sicurezza implementate durante questo governo nel Wallmapu?

Per prima cosa, va sottolineato che il governo di Boric è stato quello che peggio ha trattato la causa Mapuche attraverso le sue politiche di sicurezza. Ciò si riflette non solo nell’aumento della repressione delle comunità, tra le altre misure, ma anche nell’appoggio incondizionato ai gruppi economici che con maggior forza ci impattano con le loro politiche estrattiviste nel Wallmapu ancestrale.

Repressione indiscriminata, il numero più alto di prigionieri politici Mapuche sotto questo governo, la tortura e la persecuzione nelle carceri e la militarizzazione in tutto il Wallmapu. Inganno e totale mancanza di risposta alle rivendicazioni nelle “commissioni per la pace” dimostrano il trattamento crudele e razzista dell’attuale amministrazione, che, attraverso un nuovo ordine sociale e politico, ha creato le condizioni affinché un nuovo governo di estrema destra dichiarasse guerra al Popolo Nazione Mapuche.

È chiaro per noi che una delle più grandi eredità dell’attuale governo è stata quella di aver creato le condizioni socio-politiche e discorsive per l’insediamento di un nuovo governo di estrema destra in continuità col sistema capitalista che minaccia le risorse naturali nel modo più brutale mai conosciuto. Questo ha permesso di assicurare gli investimenti dei gruppi economici principalmente nel territorio ancestrale Mapuche.

Così, da parte dello Stato si torma a imporre una strategia che ripristina un discorso e una posizione anti-Mapuche carica di sfumature colonialiste e di razzismo duro e puro.

Tuttavia, il nostro popolo ha dimostrato coraggio e dignità, affrontando questa nuova offensiva neofascista che incombe nel Cono Sud, e continuerà a resistere con integrità e valore, come hanno fatto i nostri antenati.

A partire da questa analisi, queste politiche di sicurezza come possono essere una riconversione della politica di sicurezza nazionale attuata durante la dittatura civico-militare di Pinochet?

Oggi, le autorità dicono di condannare la violenza, ma di fatto è lo Stato a utilizzarla indiscriminatamente contro le comunità mobilitate, esercitando il suo monopolio della forza e ripristinando in questo modo il potere nelle Forze Armate. È in questo contesto che l’attuale governo crea una piattaforma per imporre nuove politiche di sicurezza, che, a nostro avviso, sono la riconversione della dottrina di sicurezza nazionale, un’imposizione proveniente dall’imperialismo nordamericano sulle dittature militari che hanno devastato l’America Latina.

È dovuto a queste condizioni socio-politiche e alla resurrezione di questa dottrina come richiesta generale che l’estrema destra può imporre la sua agenda in questa materia. Non solo per incrementare la repressione e la persecuzione del popolo Mapuche in lotta, ma anche per reprimere ogni tipo di manifestazione sociale e di protesta del popolo cileno in generale.

Pertanto si è imposta una strategia ampia, che a poco a poco ha convocato diversi settori politici del sistema, incluso il Partito Comunista. Situazione che ci obbliga a pronunciarci con forza, segnalando a questo proposito che: una cosa è condannare e perseguire il crimine organizzato e la delinquenza comune, e tutt’altro è invece reprimere e cercare di sterminare le comunità che resistono degnamente all’assalto del grande capitale nel Wallmapu. Questo favorisce l’implementazione di enormi risorse e sforzi nella persecuzione politica delle diverse espressioni di lotta e resistenza.

Oggi in Cile, effettivamente, esiste un contesto di violenza nel quadro di un conflitto storico Mapuche che, lungi dall’essere risolto, si intensificherà sempre più a causa dell’ambizione sfrenata dei gruppi economici che, con politiche estrattive, sottomettono spietatamente il nostro Itrofilmogen.

In che modo la rinnovata politica di sicurezza nazionale, invece di perseguire il crimine organizzato o la delinquenza comune, garantisce la criminalizzazione della causa Mapuche?

Attualmente, le politiche di sicurezza che sta implementando il governo Boric si basano su una dottrina dell’ordine pubblico di stampo fascista. Per questo motivo, l’estrema destra comincia a imporre un’agenda di sicurezza che torna a ripristinare la dottrina di sicurezza nazionale dei tempi di Pinochet. Si tratta di un’altra eredità dittatoriale che si tramanda affinché i settori ultraconservatori la utilizzino per assicurare, a qualsiasi costo, gli interessi dei potenti.

Si dava per scontato che con l’attuale governo lo Stato avrebbe sviluppato una politica di sicurezza sistematica, sostituendo questa dottrina dei tempi della dittatura. Doveva essere una politica di sicurezza pubblica che, per il suo orientamento e le sue caratteristiche, avrebbe dovuto essere applicata al crimine organizzato e alla delinquenza comune, ma che invece si è trasformata in politiche che criminalizzano le manifestazioni sociali e di protesta, principalmente quelle legate ai conflitti ambientali e alla causa autonomista Mapuche.

A nostro avviso, esiste una mutazione della dottrina della sicurezza nazionale come corpo ideologico per le attuali politiche di sicurezza pubblica, che a sua volta ha permesso l’incremento della repressione attraverso nuovi sistemi di sicurezza e vigilanza. È noto che la dottrina della sicurezza è caratterizzata dalla sistematica violazione dei diritti umani da parte delle Forze Armate nel contesto dei regimi autoritari.

A tale proposito, è importante notare che la carta fondamentale della dittatura ha avuto, e ha tuttora, come asse centrale il mantenimento della principale eredità dittatoriale: la partecipazione delle Forze Armate come custodi di un ordine istituzionale oppressore che permetta a uno Stato capitalista di sostenere un sistema di dominazione. Questa è la massima aspirazione e l’obiettivo dell’oligarchia cilena per raggiungere la pacificazione del popolo Mapuche in resistenza. Costi quel che costi.

Indubbiamente, l’attuale politica di sicurezza pubblica, che comprende il rafforzamento dello Stato di polizia, un sistema processuale punitivo, carceri private, un’Agenzia Nazionale di Intelligence (ANI), maggiori prerogative per i pubblici ministeri e i giudici sulla base di informazioni dirette dall’intelligence politica, ha come obiettivo la disarticolazione delle espressioni di resistenza e ricostruzione che ancora manteniamo nel Wallmapu storico.

A nostro avviso, l’espressione più chiara della riconversione della dottrina della sicurezza nazionale, che in pratica organizza tutti gli elementi per una maggiore repressione attraverso uno Stato autoritario, è la militarizzazione di Wallmapu, che abbiamo denunciato apertamente e contro cui le comunità resistono con dignità.

Lo stato di eccezione, le leggi draconiane, i procuratori razzisti, la demonizzazione dei Mapuche e dei weichafe [ndt: guerrieri], i droni, i blindati e la quantità esorbitante di effettivi militari e di polizia, indicano uno scenario bellico contro la causa mapuche.

Pertanto, può risultare quasi incomprensibile come il Partito Comunista e una certa sinistra del Fronte Ampio possano essere favorevoli all’estensione dello stato d’eccezione, concedendo prerogative alle Forze Armate per essere i garanti dell’ordine istituzionale, creando così una piattaforma neofascista che restituisce il potere alla destra e che s’impone nuovamente con i militari in tutto il Cile.

Possiamo sottolineare che il governo di Boric conferma come, indipendentemente dal colore politico dell'esecutivo al potere, si è imposta una maggiore repressione e intolleranza verso la causa mapuche, riaffermando la vera natura dello Stato cileno, capitalista e coloniale.

Che ne pensa di quanto sta accadendo nelle acque internazionali al largo del Venezuela e sull’intervento degli USA? È una nuova forma di ingerenza in America Latina?

L’invasione militare del Venezuela è ormai diventata una necessità strategica per il governo degli Stati Uniti. Gli interessi strategici statunitensi sono assolutamente incompatibili con la continuità di un governo patriottico e chavista come quello del Venezuela, motivo per cui si deve impedire il suo consolidamento a tutti i costi.

Una politica di ingerenza non ha potuto rovesciare un governo legalmente costituito. Hanno utilizzato tutte le forze interne che avevano a loro disposizione, ma sono risultate insufficienti. Pertanto, sono passati dall’ingerenza a una vera e propria dichiarazione di guerra che ha come obiettivo centrale l’invasione militare del Venezuela.

Non bisogna dimenticare che quando l’incursione imperialista avviene attraverso un colpo di stato militare, i rappresentanti sediziosi dell’oligarchia locale rispondono anche agli interessi delle multinazionali yankee. Gli Stati Uniti hanno sempre persistito nella loro posizione guerrafondaia per impossessarsi del petrolio e delle riserve di greggio.

Di fatto, negli ultimi tempi, questa politica guerrafondaia degli Stati Uniti, volta a ottenere maggiori vantaggi politici, sociali e militari, si è nuovamente estesa per ottenere il controllo totale del continente. Se la funzione delle dittature militari era stata l’eliminazione del nemico interno, ora il loro obiettivo principale è ottenere, a breve e medio termine, il controllo da parte delle multinazionali nordamericane nella regione.

L’egemonia nordamericana è dettata dal FMI e dalla Banca Mondiale, dal Washington Consensus e dal modello di accumulazione capitalista, basato principalmente sulla denazionalizzazione o sul trasferimento forzato di ricchezza verso le grandi multinazionali nordamericane.

Il conflitto tra Stati Uniti e Venezuela evidenzia una nuova offensiva imperialista nella regione. E questo spiega anche l’offensiva dei gruppi più conservatori dell’estrema destra per prendere il potere. L’ideologia nordamericana del libero mercato è nota come neoliberismo.

In questo contesto, esprimiamo la nostra più profonda solidarietà al popolo venezuelano e alle sue organizzazioni sociali e politiche che sono pronte e a disposizione della difesa del proprio popolo contro un nuovo tentativo di aggressione da parte degli Stati Uniti.

Sappiamo tutti che la lotta al narcoterrorismo (narcobarche) è una farsa dell’imperialismo e che l’obiettivo centrale dell’offensiva militare sulle coste caraibiche è rovesciare il governo patriottico bolivariano e quindi ripristinare governi fantoccio che siano funzionali al saccheggio di questo popolo dignitoso. Gli interessi geostrategici degli USA e delle multinazionali ruotano attorno al petrolio.

Dal momento in cui Hugo Chávez e il movimento bolivariano hanno strappato il potere all’oligarchia venezuelana, e gli interessi delle multinazionali yankee sono stati toccati, gli Stati Uniti hanno intensificato le misure contro quel governo e la società venezuelana in generale. Questo ha comportato blocco economico e sedizione da parte dell’estrema destra. Oggi le contraddizioni sono al culmine e Trump, parte del settore più guerrafondaio, ha proposto l’invasione e il genocidio di questo popolo eroico.

Una possibile incursione militare contro il Venezuela costituisce non solo un affronto al popolo venezuelano, ma anche una dichiarazione di guerra contro tutti i popoli indipendenti e le nazioni originarie che abitiamo l’Abya Yala ancestrale e che ancora resistiamo al capitalismo.

Un’invasione militare contro il Venezuela o qualsiasi intervento guerrafondaio contro questo popolo esemplare deve unire tutte le forze coscienti e rivoluzionarie del continente, soprattutto quelle che [come noi] abbracciano con più convinzione la lotta anticapitalista e antimperialista, perché conosciamo la vera minaccia che incombe sui nostri popoli.

La lotta contro il capitalismo globalizzato, la lotta contro il potere degli imperialismi, è una necessità storica inevitabile e deve unire tutte le forze che si battono per la giustizia e la dignità dei nostri popoli, tutti noi che lottiamo per l’autodeterminazione e le vere autonomie.

Sicuramente, l’offensiva yankee sarà contenuta dal coraggioso popolo del Venezuela, perché lì ci sono molte espressioni di maturità ideologica e politica in difesa della sovranità, che servono da esempio per i popoli organizzati che stanno affrontando i propri processi di ricostruzione politica e culturale. Per questo motivo, dal Wallmapu inviamo il nostro combattivo saluto al popolo fratello Wayu, al popolo Pemón, così come agli altri discendenti dei Weichafe e leader Waikapuru.

La lotta contro il capitalismo dipendente dall’imperialismo yankee sta diventando sempre più necessaria.

Infine, qual è lo stato del movimento e della resistenza Mapuche in questa offensiva fascista?

Come abbiamo sempre sostenuto come CAM, la lotta è per la ricostruzione del Popolo Nazione Mapuche e, nella fase attuale, gli sforzi principali sono concentrati nel portare avanti un processo di resistenza a tutti i livelli. Soprattutto perché, negli ultimi tempi, sotto l’attuale governo, complice degli imprenditori, si è intensificata una maggiore repressione e la militarizzazione del Wallmapu, per favorire l’assalto degli stessi imprenditori e il potere di dominio di una classe sociale sempre più fascista e razzista, che rappresenta solo i discendenti dei coloni e i gruppi economici che perseverano nello sterminio del popolo Mapuche.

Dobbiamo osservare che, al di là dei proclami di vittoria gridati dall’estrema destra e dagli elementi anti-Mapuche dei partiti al governo, riguardo alla fine delle azioni di resistenza, la causa Mapuche non si ferma. Anzi, sta riemergendo con rinnovato vigore,e sulla base del mantenimento e dell’espansione dei legami territoriali e politici.

Anche se oggi siamo soggetti a una nuova offensiva neofascista nel Wallmapu storico, che potrebbe intensificarsi ulteriormente sotto governi guidati dall’estrema destra cilena, le contraddizioni si approfondiranno e il conflitto storico tra il nostro popolo e lo Stato capitalista arriverà a livelli ancora mai conosciuti. E di questo saranno responsabili i potenti.

La resistenza risorgerà, alimentata dalla coscienza e dall’impegno nella lotta delle nuove generazioni di weichafe (guerrieri) e dal Newen [ndt: forza] della Mapu [ndt: Terra] che durerà per sempre.

Resistenza che hanno ripreso le comunità che hanno abbracciato la politica del controllo territoriale, i lof [ndt: base dell’organizzazione sociale delle comunità Mapuche] che non abbandoneranno la strada scelta di lottare senza sosta contro i vari progetti estrattivisti, principalmente contro le imprese forestali e le centrali idroelettriche ogni volta che persistono nell’espropriazione e nel saccheggio dei nostri territori considerati sacri.

Rivendichiamo la continuazione della lotta Mapuche autonomista e rivoluzionaria perché ci sono investimenti che minacciano le comunità e le loro rivendicazioni, perché minacciano la natura e il nostro stile di vita, perché mirano a sterminare il nostro Itrofilmogen. La lotta continuerà e sarà più forte perché esiste ancora un movimento che si batte per l’autonomia e per le vere trasformazioni che restituiscono il nostro mondo Mapuche nel suo senso più ampio.

Infatti, il rafforzamento del nostro Mapuche Kimun ka Mapuche Rekiduam [ndt: Conoscenza Mapuche e Filosofia di vita Mapuche] ha reso possibile la rinascita del popolo Mapuche con grande Newen [ndt: forza spirituale] dei guerrieri, disposti a dare la vita, se necessario, per la ricostruzione nazionale Mapuche.

Di fronte all’offensiva neofascista rappresentata da Kast e dal colonialismo, emergerà un grande movimento di resistenza per la ricostruzione del nostro popolo. E le azioni non si fermeranno perché, di fronte a ogni abuso e ingiustizia del sistema di imprenditori e coloni, la risposta verrà dal profondo della nostra essenza Mapuche.

Perché non agiamo con la logica winka o occidentale, né come difensori dell’ambiente, come ci chiamano i “progressisti”. E nemmeno come attivisti sociali o politici pragmatici, come si sono definiti i costituenti. Noi combattiamo come Mapuche, perché siamo Mapuche, e ogni volta che ci sarà un attacco contro la nostra Ñuque Mapu,[ndt: Madre Terra] contro i nostri Lof, contro i nostri prigionieri politici, ci sarà una risposta con tutta la Feyentun [ndt: saggezza ancestrale] e Newen della Mapu.

Fonte