Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Cile. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Cile. Mostra tutti i post

25/01/2026

La rinascita delle Pantere Nere vista dall’America Latina

La morte di Renee Nicole Good, avvenuta il 7 gennaio 2026, ha scatenato proteste a livello nazionale contro l’Immigration and Customs Enforcement (ICE) negli Stati Uniti. A Philadelphia, questo contesto ha portato alla ricomparsa pubblica del Black Panther Party for Self-Defense, che, il giorno dopo l’omicidio, ha manifestato davanti al Municipio portando armi da fuoco – che sostengono siano legali – e svolgendo azioni sociali come la distribuzione di cibo alle famiglie vulnerabili.

La presenza del gruppo ha generato sostegno nelle comunità e, allo stesso tempo, ha suscitato l’allarme degli esperti sul rischio di un’escalation di violenza.

Il movimento è guidato da Paul Birdsong, nato nel 1986, che si è radicalizzato politicamente dopo l’omicidio di George Floyd nel 2020. Birdsong si presenta come presidente nazionale del gruppo, afferma di essere stato istruito dai sopravvissuti del movimento originale e aderisce a una tradizione di Black Power, nazionalismo nero e antimperialismo. Il gruppo, con meno di cento membri attivi, combina un’estetica armata e disciplinata con programmi comunitari ispirati alle Pantere Nere storiche.

La rinascita di gruppi che ora si identificano come Pantere Nere in diverse città degli Stati Uniti non può essere interpretata come un gesto folcloristico o come una nostalgia identitaria. È, prima di tutto, un sintomo storico. In un contesto segnato dalla radicalizzazione autoritaria dello Stato imperiale, dall’offensiva xenofoba e poliziesca apertamente promossa da Donald Trump e dalla normalizzazione della violenza razzista mascherata da legalità – oggi incarnata da agenzie come l’ICE – ricompare, in maniera quasi necessaria, la domanda di autodifesa degli oppressi e di come questa possa essere articolata insieme a una strategia rivoluzionaria.

Non si tratta di un’irruzione spontanea né di una moda militante, ma piuttosto della ricomparsa di un’esperienza storica che il capitale non è mai riuscito a chiudere completamente: quella del Black Panther Party come tentativo concreto di collegare razza, classe, potere e organizzazione rivoluzionaria nel cuore stesso dell’imperialismo.

Le Pantere Nere nacquero nel 1966 a Oakland, quando il ciclo di espansione capitalista del dopoguerra iniziava a mostrare chiari segni di esaurimento e la violenza della polizia fungeva da meccanismo quotidiano per disciplinare una popolazione razzializzata e supersfruttata.

Da una prospettiva materialista, la sua comparsa non fu una risposta a un “eccesso” del sistema, ma piuttosto la reazione organica di uno specifico settore della classe operaia a una particolare forma di dominio capitalista. Il razzismo non sembrava una deviazione morale dall’ordine statunitense, ma una tecnologia del potere funzionale alla riproduzione del capitale.

Da qui l’importanza della svolta teorica contenuta nella riformulazione del terzo punto del suo Programma in Dieci Punti: non si trattava più di porre fine al furto dell'“uomo bianco”, ma piuttosto al furto del capitalista. In questa correzione si condensava una comprensione cruciale: l’oppressione razziale non poteva essere abolita senza un confronto diretto con i rapporti di produzione capitalistici.

L’originalità del Black Panther Party risiedeva nell’aver combinato, senza concessioni liberali, l’autodifesa armata con i cosiddetti programmi di sopravvivenza, in particolare il programma di colazioni popolari. Lungi dal costituire una politica assistenziale, queste pratiche rivelavano il nucleo politico del progetto delle Pantere: dimostrare nella pratica che la classe oppressa poteva organizzare la riproduzione materiale della vita laddove lo Stato capitalista offriva solo repressione, abbandono o carità disciplinare.

La colazione calda, la clinica comunitaria o l’assistenza legale non erano fini a se stessi, ma piuttosto momenti di una pedagogia rivoluzionaria che sfidava la legittimità dell’ordine borghese e preparava soggettività per lo scontro politico. L’autodifesa non si limitava al controllo armato della polizia, ma si dispiegava come una difesa completa della vita proletaria di fronte a uno Stato che operava come una forza di occupazione interna.

Da una prospettiva marxista, questa esperienza non può essere idealizzata senza un’analisi critica. Le analisi di Huey P. Newton ed Eldridge Cleaver sulla struttura di classe negli Stati Uniti – in particolare la distinzione tra una “classe operaia metropolitana” e una “classe operaia della colonia nera” – davano conto di una realtà oggettiva: la frammentazione razziale del proletariato e l’integrazione riformista di ampi settori sindacalizzati nel blocco di potere borghese.

Quindi, privilegiando il sottoproletariato razzializzato come soggetto rivoluzionario centrale, le Pantere Nere tendevano a spostare la lotta dal campo della produzione alle strade, limitando la loro capacità di articolare una strategia di potere in grado di includere l’intera classe operaia. Questa tensione – tra la chiarezza della diagnosi e i limiti della strategia – non invalida la loro eredità, ma ci obbliga a leggerla come un’esperienza storicamente collocata e non come un modello chiuso.

È proprio questa lettura materialistica che ci permette di comprendere perché oggi, di fronte all’offensiva anti-immigrazione, all’inasprimento delle pene e alla riconfigurazione bonapartista del potere statunitense, ricompaiano gruppi che invocano esplicitamente la tradizione delle Pantere Nere. La persecuzione sistematica dei lavoratori migranti, la militarizzazione dei quartieri poveri e la legittimazione politica del razzismo ricreano le condizioni sociali che hanno reso possibile il Black Panther Party.

Il fatto che queste espressioni siano frammentate, eterogenee o addirittura contraddittorie non altera il dato fondamentale: quando il capitale avanza nella sua fase di irrigidimento autoritario, l’autodifesa di classe riappare come una necessità oggettiva. Lo Stato non si presenta come un arbitro neutrale, ma come uno strumento diretto del dominio borghese, e di fronte a esso, la passività equivale a una sconfitta anticipata.

Da una prospettiva marxista rivoluzionaria, il compito non consiste nel feticizzare l’autodifesa o ridurla a un’estetica militante, bensì inscriverla in una strategia insurrezionale volta alla conquista del potere. L’autodifesa è legittima e necessaria in quanto espressione della violenza difensiva degli oppressi contro la violenza strutturale del capitale e del suo Stato, ma acquisisce significato storico solo se si articola con l’organizzazione consapevole della classe operaia come soggetto politico indipendente.

L’esperienza delle Pantere Nere dimostra che l’organizzazione comunitaria può sfidare l’egemonia, ma anche che senza un inserimento organico nei processi produttivi e senza una direzione rivoluzionaria capace di unificare il proletariato al di là delle sue frammentazioni razziali, il potere borghese trova il modo di neutralizzare, cooptare o schiacciare queste esperienze.

Oggi, di fronte all’offensiva reazionaria guidata da Trump e portata avanti dall’intero apparato statale, la lezione delle Pantere Nere rimane pienamente attuale su un punto cruciale: gli sfruttati non possono delegare la propria difesa o la propria emancipazione a istituzioni progettate per garantirne la sottomissione.

Da questa stessa prospettiva storica, è ineludibile rivendicare e valutare criticamente l’esperienza di autodifesa sviluppata in Cile dalla Primera Linea durante la rivolta popolare. Lì, di fronte alla violenza sistematica dello Stato, sono emerse forme embrionali di difesa collettiva che non sono state uno sfogo irrazionale, bensì la legittima risposta di un popolo lavoratore abbandonato dalle istituzioni e tradito dalla sua leadership politica tradizionale. Tuttavia, quell’esperienza – eroica e genuina – è rimasta intrappolata nei limiti della spontaneità e dell’isolamento strategico.

Il compito che s’impone oggi non è la ripetizione feticizzata di quelle forme, ma il loro consapevole superamento: recuperare il loro contenuto combattivo e di classe per integrarlo in un progetto politico superiore, orientato alla costruzione di una nuova leadership rivoluzionaria dei lavoratori, capace di articolare autodifesa, organizzazione di massa e insurrezione come momenti di un’unica strategia di potere. Solo così la violenza difensiva degli oppressi cesserà di essere un atto episodico e diventerà una forza storica organizzata al servizio della rivoluzione sociale.

La classe operaia – in tutta la sua diversità razziale, nazionale e culturale, in Cile, negli USA e in ogni parte del mondo – deve assumersi il compito organico dell’autodifesa, rompere con il legalismo paralizzante e costruire una politica insurrezionale orientata alla rivoluzione sociale. Non come gesto volontaristico, ma come risposta necessaria a un capitalismo che può governare solo approfondendo la violenza.

In questo senso, il ritorno delle Pantere non annuncia un passato che sta tornando, ma un futuro che insiste nel farsi strada: quella della lotta di classe nella sua forma più essenziale, proprio lì dove l’imperialismo credeva di averla soffocata per sempre.

Fonte

27/12/2025

Cile - Una sconfitta nella battaglia culturale, prima che elettorale

Cosa spinge un minatore del Nord a votare per l’estrema destra? O un operaio del centro del Paese a optare per José Antonio Kast?

Come si suol dire, la vittoria ha molti padri, ma la sconfitta è orfana. Il risultato negativo del ballottaggio presidenziale non è sfuggito a questa logica. Non appena sono stati resi noti i risultati finali, le spiegazioni hanno iniziato a moltiplicarsi. Alcuni hanno additato l’anticomunismo come causa principale; altri hanno incolpato il governo e la percezione della sua continuità; altri ancora hanno sottolineato la composizione del team elettorale o gli errori tattici commessi durante la campagna elettorale. Un vero e proprio guazzabuglio di interpretazioni che, pur contenendo elementi attendibili, tralasciano una dimensione chiave del problema.

C’è un fattore che non siamo riusciti a stabilire con sufficiente chiarezza. E quando l’abbiamo fatto, non sempre siamo stati in grado di comprenderlo in tutta la sua profondità.

Non è un caso che il leader dell’estrema destra cilena, José Antonio Kast, invochi il “senso comune” come se fosse un mantra. Lo stesso concetto risuona sulle labbra di Donald Trump negli Stati Uniti e di VOX in Spagna; Jair Bolsonaro lo traduce nella sua ormai celebre frase “il popolo sa”; Marine Le Pen parla del “buon senso” francese; e Giorgia Meloni fa appello al “realismo” del popolo italiano.

Non si tratta di slogan isolati, ma di una coerente strategia ideologica della destra radicale. Siamo di fronte, quindi, a una disputa sul senso comune, su come ampi settori della società interpretano la realtà. Siamo, quindi, di fronte a una battaglia ideologica e culturale di lungo periodo che l’estrema destra ha condotto con efficacia. E se guardiamo al panorama internazionale – e ora anche a quello nazionale – è difficile non ammetterlo: su questo terreno, stiamo perdendo con un ampio margine.

Quando parliamo di senso comune, non parliamo di un’astrazione neutrale o spontanea. Antonio Gramsci, scrivendo dal carcere negli anni ’20 del secolo scorso, avvertiva che il senso comune è un terreno in disputa permanente. È, in sostanza, un mix caotico di idee ereditate, pregiudizi, esperienze materiali e narrazioni dominanti. Chiunque riesca a organizzare quel senso comune, riesce anche a dirigere politicamente una società. Questa è egemonia.

L’estrema destra ha compreso questa lezione con una chiarezza che fa male. Non compete solo nelle elezioni; compete soprattutto nella vita di tutti i giorni. Nel linguaggio che usiamo, nelle paure che mettono radici, nelle false certezze che sembrano ovvie. Mentre discutiamo di programmi, cifre e progetti istituzionali, loro si disputano emozioni, identità e risposte semplici... ordine contro caos, merito contro parassitismo, nazione contro minaccia. Non vincono perché hanno ragione; vincono perché riescono ad apparire ragionevoli.

Jason Stanley, nel suo libro “How Fascism Works” [n.d.t.: “Come funziona il fascismo”], lo spiega con chiarezza. Le persone sono frustrate dalle condizioni di vita offerte dal sistema. È innegabile che la radice della criminalità e della precarietà lavorativa risieda nel cuore stesso del modello. Tuttavia, il politico fascista agisce con astuzia, deviando questa rabbia accumulata. Così, professionisti che hanno studiato per anni e non riescono a trovare lavoro finiscono per dare la colpa ai migranti, non a un sistema che precarizza strutturalmente la vita.

Qui sta il nocciolo della nostra sconfitta. Non basta denunciare le fake news o attribuire l’esito a una “cattiva campagna elettorale”. C’è una classe operaia stanca, precaria, fisicamente e mentalmente esausta, che non si sente rappresentata da un progetto di trasformazione che molte volte è espresso in termini estranei, eccessivamente tecnici o moralizzanti. In questo vuoto, l’estrema destra offre risposte facili, colpevoli chiari e un’illusione di controllo (dato che è molto più facile incolpare un migrante per le proprie disgrazie che il settore imprenditoriale che accumula ricchezza, non è vero?). Il fascismo non offre futuro, ma promette un sollievo immediato.

Tuttavia – e questo è fondamentale – niente di tutto ciò è irreversibile. La storia non procede in linea retta, né è predeterminata. Proprio come oggi stiamo assistendo a un’offensiva reazionaria globale, sappiamo anche che i momenti di maggiore regressione sono stati, molte volte, il preludio di profonde ricomposizioni popolari. Ma queste ricomposizioni non avvengono da sole. Devono essere ricostruite.

E qui è fondamentale chiarire una cosa. Se il nostro obiettivo è il superamento del capitalismo, non possiamo permetterci una frammentazione permanente. In “La trappola della diversità”, Daniel Bernabé sostiene con chiarezza che il sistema opera attivamente per atomizzare la classe lavoratrice, disperdendola in molteplici lotte parziali che, scollegandosi l’una dall’altra, perdono la loro capacità reale di contestare il potere.

Ciò non implica – e va detto senza ambiguità – negare o relativizzare lotte fondamentali come il femminismo, l’ambientalismo, la difesa della diversità sessuale e di genere o i diritti degli animali. Tutte esprimono reali contraddizioni del capitalismo e legittime richieste di emancipazione. Il problema non sono queste lotte in sé, ma il loro isolamento, la loro depoliticizzazione o la loro disconnessione da un progetto condiviso di trasformazione sociale.

Dall’inizio di questo secolo, una parte della sinistra ha teso a perdere di vista questo filo conduttore: la condizione comune di coloro che vivono della loro forza lavoro e subiscono, in modi diversi, lo sfruttamento e il dominio della classe dominante. Al di là delle nostre differenze – che esistono e devono essere riconosciute – c’è un fattore comune che ci attraversa e ci unisce: la subordinazione al capitale.

È proprio lì, in quella base materiale condivisa, che risiedono la nostra principale forza e la reale possibilità di vittoria. Non nella negazione delle lotte, ma nella loro consapevole articolazione all’interno di un progetto collettivo capace di sfidare l’egemonia e trasformare la società nel suo complesso.

Fare appello alla speranza non significa negare la sconfitta, ma comprenderla in tutta la sua profondità. È riconoscere che il compito che ci attende è più impegnativo di vincere un’elezione. È ricostruire un senso comune solidale, collettivo ed emancipatore. Tornare a parlare di dignità senza scusarsi. Tornare a organizzare dove oggi c’è solo frustrazione. Tornare a politicizzare la vita quotidiana senza disprezzarla.

Perché anche nel vuoto – e, a volte, proprio lì – c’è spazio per la ricostruzione. E questa ricostruzione, se vuole essere reale e duratura, deve essere radicata nella classe lavoratrice e mirare a disputarsi, gomito a gomito, la coscienza del nostro popolo. Infine, il giorno in cui potremo dire “abbiamo trionfato”, non come risultato esclusivo di un’elezione, ma come frutto di un’organizzazione popolare orientata al superamento del capitalismo, quel giorno avremo vinto la battaglia culturale.

Fonte

16/12/2025

Cile, il dado è tratto

Ormai il Cile avrà ufficialmente alla presidenza un discendente dei nazisti tedeschi: Juan Antonio Kast.

Nel suo programma elettorale e nel suo percorso politico ha mostrato chiaramente di essere degno erede dei suoi antenati. Limitazioni al diritto di sciopero, togliere le tasse ai super ricchi, porre deroghe al matrimonio ugualitario e all’aborto, aumentare l’età pensionabile delle donne, frenare l’aumento delle pensioni – che già sono da fame – indulto ai criminali che durante la dittatura hanno compiuto atti di tortura assassinio e scomparsa di persone, ridurre le regole ambientaliste, ridurre le spese statali tagliando il welfare, eliminare le imposte sui profitti del capitale, e tanto altro sono già cose dichiarate e previste.

La candidata concorrente, Jannette Jara, ha dovuto accettare il verdetto delle urne (58,3% per “il tedesco” e 41,7% per lei) che promuove Kast come il presidente più votato dai cileni. A questo proposito però è da tenere presente il fatto che, per la prima volta, il voto in Cile è diventato obbligatorio.

A seguito dei risultati, Jara dichiara che sarà necessario fare “una profonda riflessione per capire le cause che hanno portato a questo risultato”. In realtà, pur senza voler tagliare i problemi con l’accetta, non ci sarebbe bisogno di grandi riflessioni sull’argomento, bensì di decidere profondi cambiamenti nelle politiche delle cosiddette “sinistre” concertazioniste e progressiste che sono state al potere nel dopo Pinochet.

La responsabilità maggiore dell’esito di questa ultima elezione è facilmente ascrivibile a Gabriel Boric, che era stato designato presidente nel novembre del 2021 con l’esplicito mandato delle folle cilene – esplose nell’ottobre del 2019 – di mettere fine al sistema neoliberista.

Lui ha invece profondamente deluso tutte le aspettative di coloro che lo avevano votato sperando in una nuova rinascita del Cile popolare di Allende. Ma quella fiducia era molto mal riposta, perché, malgrado la scintillante traiettoria politica dello “studente Boric”, che prometteva fuoco e fiamme nel 2011, già il 15 novembre del 2019, il “Boric rappresentante del Fronte Amplio”, creò scompiglio nelle sue stesse file firmando l’“Accordo per la Pace Sociale e la Nuova Costituzione”.

Questo accordo ha avuto infatti il potere di sgonfiare in gran parte la giusta rabbia spontanea della popolazione, che, sbagliando, immaginava che una nuova Costituzione potesse essere elemento sufficiente a risolvere tutti i problemi socio-economici del Paese.

Purtroppo il percorso previsto dall’infame Accordo era stato strutturato dai politici in maniera tale da non lasciare alla popolazione lo spazio che aveva creduto di poter avere: cioè esercitare una vera sovranità riscrivendo totalmente la Magna Carta, dando così alle istanze popolari possibilità vere e concrete per gestire le risorse del paese, dare spazio alle organizzazioni territoriali, ecc. Insomma cambiare totalmente il modello socio-economico neoliberista.

Tutto questo, unito al fatto che quella manovra ha avuto anche lo scopo di salvare la testa dell’allora odiatissimo presidente Piñera, che era ormai sul punto di cadere, ha fatto sì che la mobilitazione popolare rientrasse. Cosa favorita anche dalla catastrofe sanitaria che è stata il Covid nel 2020/2021.

Nel novembre del 2021 arriva il momento delle elezioni presidenziali. Si risvegliano le speranze di gran parte delle masse popolari, che ricominciano a credere di poter uscire dalla difficile situazione socio economica col semplice voto per un candidato come Boric, un “progressista” che faceva grandi promesse di cambiamento radicale in tutti i campi più sentiti dalla popolazione.

Diceva di voler eliminare le politiche neoliberiste, causa di tutti i problemi nei vari campi, di volere giustizia per le vittime e i prigionieri della rivolta sociale, di non volere ulteriore repressione nel Wallmapu e di volere trattative eque con la popolazione mapuche, ecc ecc. Promesse, promesse, promesse... che man mano ha diluito addirittura nel corso stesso della campagna elettorale – non tutti hanno voluto vedere da subito questo scivolamento – e, infine, tutte totalmente disattese negli atti di governo una volta eletto.

In realtà il neoliberismo, nato con Pinochet e implementato alla grande dai governi di quella che doveva essere la “transizione” – che non è mai finita... – dalla dittatura alla democrazia, ha avuto nel governo Boric un interprete appassionato e convinto che ha confermato tutte le istanze neoliberiste che erano rimaste in sospeso nei governi precedenti (dalla firma del TPP11, alle concessioni ai signori delle AFP, alla cessione del litio al genero di Pinochet ecc. Tutti elementi strutturali che confermano e rafforzano il potere delle oligarchie nazionali e delle multinazionali).

Con queste premesse, il passaggio dalla democrazia “ristretta, tutelata e a bassa intensità” instaurata nel 1990 all’attuale nazifascismo dichiarato non è affatto un fulmine a ciel sereno. Così come non lo è il fatto che qua in Italia abbiamo al governo i nipoti di Mussolini... 

Sembra ormai statisticamente consolidato il fatto che quando le “sinistre” fanno le medesime politiche socio economiche delle destre – anche se con qualche maquillage colorato in più – le destre, soprattutto quelle estreme, se ne avvantaggiano e addirittura prendono i posti del comando politico.

Un altro elemento importante che ha determinato gli esiti della votazione cilena è sicuramente molto ben espresso in un articolo che abbiamo proposto alcuni giorni fa e che dedica una interessante analisi psico-sociale delle motivazioni per cui i poveri votano personaggi che sono assolutamente agli antipodi dei loro interessi.

Il dado è tratto. Ormai Kast a marzo assumerà la carica di presidente. Grande e comprensibile è lo sconforto dei compagni che da tempo vedevano arrivare questo evento che avevano paventato e previsto, dati gli elementi sopra accennati.

Meno comprensibile, e ancor meno accettabile, lo sconcerto e la sorpresa con cui le “sinistre progressiste” accolgono il fatto. Purtroppo dalla dichiarazioni fatte, sembra che Jara, come gli altri del governo, pensi ancora che con una “aggiustatina” qua e là a qualche proposta di legge, con ulteriori concessioni sulla “sicurezza”, mettendo insieme un’accozzaglia ancora più ampia di partiti che vada dalla Democrazia Cristiana al Frente Amplio o addossando esclusivamente alla persona di Boric tutte le responsabilità dell’attuale esito elettorale, nelle prossime elezioni presidenziali la destra sarà sconfitta.

Una visione totalmente miope ed elettoralistica che non coglie la profonda necessità ed esigenza di cambio totale del modello neoliberista nato e sperimentato in dittatura e poi esportato ahimè con grandi successi/danni – a seconda dei punti di vista, o meglio degli interessi materiali... – nel resto del Mondo.

Ma Kast sa che non può permettersi proprio tutto tutto quello che ha in mente e, nel discorso di circostanza tenuto dopo l’uscita dei risultati elettorali, ha un po’ moderato il suo programma estremista ed escludente dichiarando che comunque lui sarà “il presidente di tutti i cileni”.

Infatti, malgrado i tempi difficili che intende somministrare alle masse popolari e a chi rientra nei progetti di repressione tout court, sa bene che comunque dovrà fare i conti con un movimento operaio e studentesco che, pur nelle difficoltà organizzative, non è morto e sepolto, e che gli renderà la vita meno facile di quanto possa sperare, se si riusciranno a creare i giusti collegamenti con i tanti movimenti sociali, che pure ancora vivono nei territori, e richiamandosi anche alle pratiche dello sciopero generale portate avanti qui in Italia e in Portogallo, da cui pare che intendano trarre esempio con entusiasmo per creare le condizioni per un vero cambiamento strutturale di governo e sistema.

Fonte

14/12/2025

Cile - Il voto dei poveri contro se stessi

Nelle ultime elezioni cilene, è emerso un fenomeno inquietante: ampi settori di lavoratori e casalinghe hanno votato per candidati contrari all’aumento del salario minimo e alla riduzione della settimana lavorativa a 40 ore. Questo fatto non può essere compreso solo con una logica economica, ma piuttosto attraverso un complesso mix di processi psicologici, sociologici, antropologici e filosofici intrecciati nel contesto culturale del Paese.

In Cile, il voto ha da tempo cessato di essere una decisione basata sul benessere materiale ed è diventato un atto carico di identità, emozione e aspirazione simbolica. Molti settori della classe operaia non votano più in base alla loro realtà attuale, ma piuttosto in base all’identità che desiderano proiettare. In un Paese segnato da decenni di egemonia neoliberista, si è radicata profondamente l’idea che il successo dipenda dal merito individuale, che la precarietà sia il risultato di sforzi insufficienti e che lo Stato sia più un ostacolo che un protettore.

In questo quadro, anche coloro che vivono con salari bassi o in condizioni di lavoro difficili sentono che sostenere rivendicazioni sociali li “degradi” o li associ a un’immagine di dipendenza che rifiutano. Perciò, votare per chi promette ordine, disciplina o “mano ferma” diventa un modo per differenziarsi simbolicamente dallo stigma della povertà, anche quando queste proposte vanno contro il proprio benessere materiale.

A livello psicologico, operano meccanismi come la dissonanza cognitiva: quando una persona si sente ormai identificata con un candidato, ne giustifica le decisioni anche se sono dannose. Entrano in gioco anche la paura e la manipolazione emotiva: di fronte a una retorica che associa il miglioramento delle condizioni di lavoro alla crisi economica, alla perdita del lavoro o a uno scenario “chilezuelano”, l’emozione prevale su qualsiasi analisi razionale.

Sociologicamente, l’appartenenza sociale diventa centrale. Molte persone si sentono più vicine a una classe media immaginaria che al proprio gruppo sociale. Aspirare a “essere come quelli al vertice” è più forte che riconoscere la propria vulnerabilità. Pertanto, votano basandosi sulla fantasia di un futuro che non esiste, temendo che il miglioramento delle condizioni di lavoro “spaventi gli investimenti” o “danneggino il Paese”, anche se in pratica significa solo dignità per chi lavora.

A livello antropologico, la politica funziona come un rituale di appartenenza. Il voto non esprime interessi materiali, ma lealtà simboliche: definisce da che parte sto, quali valori sostengo e contro quale gruppo mi posiziono. In un paese profondamente frammentato, le persone votano più in base alla tribù morale con cui si identificano – ordine, impegno individuale, sfiducia nello Stato – che in base alla loro realtà concreta. Questa dimensione rituale spiega perché si possa votare “contro i propri interessi” senza sentirsi in contraddizione.

Filosoficamente, ciò che si verifica è una forma sofisticata di alienazione: la classe operaia adotta la prospettiva del gruppo dominante come se fosse la propria. La narrazione neoliberista è diventata così naturalizzata che molti lavoratori difendono gli interessi aziendali come se fossero i propri.

Questa alienazione è aggravata dalla biopolitica della paura, in cui i media, le élite e i discorsi sull’ordine plasmano la percezione della realtà più dei fatti stessi. E, come descrive Nietzsche, parte del voto risponde a una moralità reattiva: non si vota solo per qualcuno, ma contro un altro gruppo percepito come responsabile del malcontento. Il voto è pieno di risentimento, frustrazione e un senso di perdita di controllo, libera tensioni piuttosto che cercare soluzioni.

Ecco perché il fenomeno che osserviamo non è semplicemente che “non reagiscono nemmeno quando gli mettono le mani in tasca”. È che per decenni si è costruito un senso comune in cui l’identità è più importante della dignità, la paura pesa più dell’evidenza e l’aspirazione simbolica supera i bisogni reali.

Il declino di classe cileno non ha limiti perché non è economico: è emotivo, culturale e profondamente ideologico. Questa è la vera diagnosi del presente politico cileno.

Fonte

13/12/2025

“Se il prossimo presidente del Cile sarà tedesco...”

In un’intervista inviata dal carcere di Concepción (Penitenziario di Biobío), Héctor Llaitul, leader della Coordinadora Arauco Malleco (CAM), condannato a 23 anni di carcere ai sensi della Legge sulla Sicurezza dello Stato, affronta diversi argomenti nel contesto delle recenti elezioni presidenziali.

L’offensiva dell’estrema destra con i suoi tre candidati presidenziali, la possibilità di un indulto, le politiche di sicurezza riconvertite dall’amministrazione Boric, insieme a un’analisi dello stato attuale del movimento di resistenza Mapuche e la sua opinione sul rinnovato interventismo nordamericano in America Latina, sono i temi approfonditi dallo storico werken portavoce Mapuche.

Come valuta l’offensiva dell’estrema destra e la presenza tedesca nel Wallmapu, considerando che si sono presentati tre candidati di destra di origine tedesca a queste elezioni presidenziali?

L’offensiva dell’estrema destra oggi presenta volti noti, che, in una certa misura, comprendono diverse dimensioni di una posizione più ampia, come la riaffermazione di uno Stato capitalista di natura profondamente razzista e coloniale. Questo è ciò che rappresentano Kast, Kaiser e Matthei, che sono precisamente discendenti di tedeschi.

Detto questo, è necessario un breve ripasso storico di ciò che è stata la presenza dei tedeschi in questo paese, che oggi sono praticamente i padroni del sud del Cile, non solo in termini del loro ruolo come settore imprenditoriale, ma anche in quanto rappresentanti dell’intero sistema di dominio nel Wallmapu storico. Forse da lì discende la loro posizione e il loro discorso, carichi di odio e razzismo contro la causa Mapuche e contro i poveri in generale.

In effetti, i tre candidati tedeschi, e ora Kast, che è passato al secondo turno, non solo rappresentano il settore imprenditoriale con le garanzie di cui già dispone per continuare a sfruttare il nostro Wallmapu storico, ma oggi intendono perpetuare il loro potere con un sistema assoluto che ci sottometta a un colonialismo più intenso attraverso l’imposizione di insediamenti e lo sterminio delle comunità.

Come si svolse l'occupazione coloniale nel Wallmapu?

I tedeschi, così come altri gruppi di coloni (italiani, neozelandesi, svizzeri), si stabilirono nel nostro Wallmapu ancestrale a causa delle politiche statali, dopo che gli eserciti di Cile e Argentina consolidarono col ferro e il fuoco la loro occupazione dell’Araucanía intorno al 1881. Per la nostra nazione originaria, ciò significò invasione, genocidio e occupazione politica e militare del nostro territorio ancestrale dal Puelmapu al Gulumapu. Questa situazione persiste a tutt’oggi.

Così, attraverso politiche colonialiste, i tedeschi si stabilirono principalmente nel sud del Cile, in modo graduale e violento (razzista). Con l’aiuto dello Stato, acquisirono molte terre e risorse che storicamente appartenevano al nostro Popolo, all’identità territoriale Mapuche e Huilliche.

Valdivia, Osorno e Llanquihue furono le principali aree di insediamento dei coloni tedeschi. Durante la colonizzazione di questi territori, l’attività economica dei coloni si concentrò inizialmente sulla vendita del legname prodotto dal disboscamento e dalla pulizia dei terreni in cui si erano insediati, insieme alla semina e alla raccolta di prodotti agricoli e all’allevamento di ovini e bovini, invadendo così le terre ancestrali.

Attualmente, i discendenti dei tedeschi non solo possiedono quasi tutto il territorio ancestrale Huilliche, attraverso attività forestali, ma hanno anche diversi investimenti capitalistici che minacciano il nostro Itrofilmogen (tutte le forme di vita) - con caseifici, birrifici e frutteti. Questi investimenti sostengono la struttura di questo potere di dominio che non è solo ideologico ma anche culturale, che ora cerca di diventare politico e dottrinale, consentendo così una dominazione neocoloniale razzista il cui obiettivo di fondo è lo sterminio delle nostre comunità.

A tal fine, si utilizza e si è utilizzato il modello del colonialismo d’insediamento basato su strategie di occupazione per espropriazione. Pertanto, l’obiettivo di queste campagne politiche è il controllo assoluto di tutti i poteri dello Stato.

È importante ricordare qui cosa hanno significato le enclave tedesche come Colonia Dignidad, che, tra l’altro, fu una roccaforte di fascisti e nazisti durante la dittatura civico-militare di Pinochet, un’enclave che fungeva da centro di addestramento, tortura e degradazione umana senza limiti.

Va inoltre notato che gli investimenti tedeschi in Cile ammontano a 1.019 milioni di dollari, secondo InvestChile. Inoltre, gli investimenti tedeschi nel Wallmapu (principalmente nelle regioni dell’Araucanía, Los Ríos e Los Lagos) sono di natura prettamente privata, un retaggio della colonizzazione. I progetti attuali si suddividono in vari investimenti che minacciano e interferiscono con il territorio, mascherati da cosiddette Energie Rinnovabili.

Tra gli esempi figurano la società tedesca WPD Chile (con sede a Brema, Germania), che ha progetti di parchi eolici nel sud, nelle regioni di Los Lagos e Los Ríos, così come il Parco Eolico di Malleco, con un investimento di 500 milioni di dollari e l’installazione di 77 turbine eoliche.

Questo progetto rappresenta una significativa intrusione nel nostro territorio, e colpisce gli habitat, con un impatto sulla fauna selvatica e l’alterazione della topografia. Investimenti imposti senza consultare le comunità Mapuche.

Un altro esempio è l’idrogeno verde (H2V), per il quale il Cile sarebbe un partner strategico della Germania nella Strategia Nazionale H2V. Sebbene i progetti più grandi si trovino nell’estremo sud (Magallanes), il nostro territorio ancestrale è considerato anch’esso fondamentale per lo sviluppo della catena del valore e del know-how.

È il caso di COMASA H2V Lautaro, Malleco, con un investimento di 30 milioni di dollari. La sua produzione richiede un’ingente quantità di risorse idriche (fiumi e laghi), generando rifiuti derivanti dal processo di depurazione dell’acqua e dalle operazioni degli impianti. Il che contamina il suolo e le falde acquifere del nostro territorio.

Data questa realtà e le nuove aspirazioni colonialiste, non c’è dubbio che se il prossimo presidente del Cile sarà un tedesco, imporrà un sistema di dominazione molto brutale contro la nostra nazione originaria e contro gli altri oppressi del Cile, perché verrà intensificato il modello neoliberista, non solo attraverso l’invasione delle aziende forestali.

Durante questa campagna presidenziale, l’ex candidato Eduardo Artés ha sollevato la possibilità di concederle la grazia, un’idea nata nel contesto delle discussioni sull’indulto per i violatori dei diritti umani. Qual è la sua opinione su queste proposte così diverse, soprattutto ora che sono noti i candidati che vanno al ballottaggio di dicembre?

Nello scenario attuale, e confermato il secondo turno tra la candidata della continuità [col governo] e il candidato di estrema destra, l’unica cosa rimasta da considerare è la proposta del professor Artés. Come ex candidato presidenziale, ha pubblicamente proposto la possibilità di un indulto nei miei confronti.

A questo proposito, credo che il professor Artés ha un’alta convinzione della giustezza della causa Mapuche, poiché la sua proposta di indulto per un leader Mapuche riflette non solo la sua comprensione delle ragioni storiche delle nostre rivendicazioni territoriali e politiche, ma anche il suo affetto e il suo impegno per le cause giuste.

Per le ragioni sopra esposte, ringrazio pubblicamente anche per la sua proposta, perché comprendo che la sua posizione, che mi concede l’indulto, si estende a tutti i prigionieri politici Mapuche detenuti in diverse carceri (la maggior parte delle quali private) e che attualmente stanno scontando lunghe e ingiuste condanne per mano dello Stato cileno.

Questa gratitudine proviene anche dal movimento autonomista Mapuche, di cui sono uno dei rappresentanti, perché più che un gesto, questa proposta rappresenta, a nostro avviso, un grido di tutti coloro che considerano la causa Mapuche una lotta giusta, vera, assolutamente legittima e dignitosa.

La proposta di indulto per un Mapuche, anche se proviene dalle stesse istituzioni oppressive, rappresenta una forma di legittimazione della voce delle nostre comunità e del nostro Popolo-Nazione, perché non è giusta la prigionia dei Mapuche che lottano per le loro terre e la loro cultura.

Questo è anche un modo per legittimare la libertà dei prigionieri politici Mapuche, una richiesta trasversale di tutto il movimento di resistenza e dei diversi settori della società non Mapuche. Ancor più perché questa richiesta diventa più forte di fronte a una nuova offensiva dell’estrema destra in Cile, che comporterà un ulteriore genocidio e sterminio del popolo Mapuche da parte dell’oligarchia cilena.

Pertanto, la posizione di Artés rappresenta anche una denuncia del fatto che in questo Paese ci siano più di 100 prigionieri politici Mapuche per una lotta del nostro Popolo Nazione Mapuche che è assolutamente pura, incorruttibile e necessaria. Senza dubbio, la coraggiosa posizione di Eduardo Artés si scontra direttamente con l’attuale sistema di dominio, soprattutto in un momento in cui si profilano scenari di maggiore repressione e sterminio contro le comunità Mapuche, per l’offensiva dell’estrema destra e di uno Stato che è tornato alla sua natura profondamente razzista e coloniale al servizio del fascismo in Cile.

Si è potuto osservare come Artés abbia dovuto confrontarsi, politicamente, con rappresentanti del mondo imprenditoriale (per lo più tedeschi), che hanno apertamente offerto una maggiore repressione, “sparare” contro le espressioni di resistenza Mapuche. Ed è in questo contesto che l’estrema destra ha approfittato per proporre la concessione di indulti e ulteriori privilegi ai criminali e ai violatori dei diritti umani di Punta Peuco.

Bisogna ricordare che questi criminali sono stati condannati per crimini contro l’umanità (come omicidio, sparizioni e tortura), secondo il diritto internazionale. Questi criminali hanno commesso atti così obbrobriosi mentre erano agenti dello Stato durante la dittatura militare, e ciò è stato certamente fatto con l’obiettivo di ristabilire un sistema di dominio in Cile, cosa che è apertamente contraria alla giusta lotta del nostro popolo per recuperare le terre usurpate.

Su questo punto, dobbiamo essere chiari. Una cosa è commettere crimini orrendi per favorire i ricchi e perpetuare ingiustizie contro gli oppressi, un’altra è la lotta che gli oppressi fanno per la giustizia. La lotta del popolo Mapuche è storica, secolare e di resistenza.

La questione della sicurezza è stata permanente nell’attuale governo e nella campagna presidenziale. Come valuta le politiche di sicurezza implementate durante questo governo nel Wallmapu?

Per prima cosa, va sottolineato che il governo di Boric è stato quello che peggio ha trattato la causa Mapuche attraverso le sue politiche di sicurezza. Ciò si riflette non solo nell’aumento della repressione delle comunità, tra le altre misure, ma anche nell’appoggio incondizionato ai gruppi economici che con maggior forza ci impattano con le loro politiche estrattiviste nel Wallmapu ancestrale.

Repressione indiscriminata, il numero più alto di prigionieri politici Mapuche sotto questo governo, la tortura e la persecuzione nelle carceri e la militarizzazione in tutto il Wallmapu. Inganno e totale mancanza di risposta alle rivendicazioni nelle “commissioni per la pace” dimostrano il trattamento crudele e razzista dell’attuale amministrazione, che, attraverso un nuovo ordine sociale e politico, ha creato le condizioni affinché un nuovo governo di estrema destra dichiarasse guerra al Popolo Nazione Mapuche.

È chiaro per noi che una delle più grandi eredità dell’attuale governo è stata quella di aver creato le condizioni socio-politiche e discorsive per l’insediamento di un nuovo governo di estrema destra in continuità col sistema capitalista che minaccia le risorse naturali nel modo più brutale mai conosciuto. Questo ha permesso di assicurare gli investimenti dei gruppi economici principalmente nel territorio ancestrale Mapuche.

Così, da parte dello Stato si torma a imporre una strategia che ripristina un discorso e una posizione anti-Mapuche carica di sfumature colonialiste e di razzismo duro e puro.

Tuttavia, il nostro popolo ha dimostrato coraggio e dignità, affrontando questa nuova offensiva neofascista che incombe nel Cono Sud, e continuerà a resistere con integrità e valore, come hanno fatto i nostri antenati.

A partire da questa analisi, queste politiche di sicurezza come possono essere una riconversione della politica di sicurezza nazionale attuata durante la dittatura civico-militare di Pinochet?

Oggi, le autorità dicono di condannare la violenza, ma di fatto è lo Stato a utilizzarla indiscriminatamente contro le comunità mobilitate, esercitando il suo monopolio della forza e ripristinando in questo modo il potere nelle Forze Armate. È in questo contesto che l’attuale governo crea una piattaforma per imporre nuove politiche di sicurezza, che, a nostro avviso, sono la riconversione della dottrina di sicurezza nazionale, un’imposizione proveniente dall’imperialismo nordamericano sulle dittature militari che hanno devastato l’America Latina.

È dovuto a queste condizioni socio-politiche e alla resurrezione di questa dottrina come richiesta generale che l’estrema destra può imporre la sua agenda in questa materia. Non solo per incrementare la repressione e la persecuzione del popolo Mapuche in lotta, ma anche per reprimere ogni tipo di manifestazione sociale e di protesta del popolo cileno in generale.

Pertanto si è imposta una strategia ampia, che a poco a poco ha convocato diversi settori politici del sistema, incluso il Partito Comunista. Situazione che ci obbliga a pronunciarci con forza, segnalando a questo proposito che: una cosa è condannare e perseguire il crimine organizzato e la delinquenza comune, e tutt’altro è invece reprimere e cercare di sterminare le comunità che resistono degnamente all’assalto del grande capitale nel Wallmapu. Questo favorisce l’implementazione di enormi risorse e sforzi nella persecuzione politica delle diverse espressioni di lotta e resistenza.

Oggi in Cile, effettivamente, esiste un contesto di violenza nel quadro di un conflitto storico Mapuche che, lungi dall’essere risolto, si intensificherà sempre più a causa dell’ambizione sfrenata dei gruppi economici che, con politiche estrattive, sottomettono spietatamente il nostro Itrofilmogen.

In che modo la rinnovata politica di sicurezza nazionale, invece di perseguire il crimine organizzato o la delinquenza comune, garantisce la criminalizzazione della causa Mapuche?

Attualmente, le politiche di sicurezza che sta implementando il governo Boric si basano su una dottrina dell’ordine pubblico di stampo fascista. Per questo motivo, l’estrema destra comincia a imporre un’agenda di sicurezza che torna a ripristinare la dottrina di sicurezza nazionale dei tempi di Pinochet. Si tratta di un’altra eredità dittatoriale che si tramanda affinché i settori ultraconservatori la utilizzino per assicurare, a qualsiasi costo, gli interessi dei potenti.

Si dava per scontato che con l’attuale governo lo Stato avrebbe sviluppato una politica di sicurezza sistematica, sostituendo questa dottrina dei tempi della dittatura. Doveva essere una politica di sicurezza pubblica che, per il suo orientamento e le sue caratteristiche, avrebbe dovuto essere applicata al crimine organizzato e alla delinquenza comune, ma che invece si è trasformata in politiche che criminalizzano le manifestazioni sociali e di protesta, principalmente quelle legate ai conflitti ambientali e alla causa autonomista Mapuche.

A nostro avviso, esiste una mutazione della dottrina della sicurezza nazionale come corpo ideologico per le attuali politiche di sicurezza pubblica, che a sua volta ha permesso l’incremento della repressione attraverso nuovi sistemi di sicurezza e vigilanza. È noto che la dottrina della sicurezza è caratterizzata dalla sistematica violazione dei diritti umani da parte delle Forze Armate nel contesto dei regimi autoritari.

A tale proposito, è importante notare che la carta fondamentale della dittatura ha avuto, e ha tuttora, come asse centrale il mantenimento della principale eredità dittatoriale: la partecipazione delle Forze Armate come custodi di un ordine istituzionale oppressore che permetta a uno Stato capitalista di sostenere un sistema di dominazione. Questa è la massima aspirazione e l’obiettivo dell’oligarchia cilena per raggiungere la pacificazione del popolo Mapuche in resistenza. Costi quel che costi.

Indubbiamente, l’attuale politica di sicurezza pubblica, che comprende il rafforzamento dello Stato di polizia, un sistema processuale punitivo, carceri private, un’Agenzia Nazionale di Intelligence (ANI), maggiori prerogative per i pubblici ministeri e i giudici sulla base di informazioni dirette dall’intelligence politica, ha come obiettivo la disarticolazione delle espressioni di resistenza e ricostruzione che ancora manteniamo nel Wallmapu storico.

A nostro avviso, l’espressione più chiara della riconversione della dottrina della sicurezza nazionale, che in pratica organizza tutti gli elementi per una maggiore repressione attraverso uno Stato autoritario, è la militarizzazione di Wallmapu, che abbiamo denunciato apertamente e contro cui le comunità resistono con dignità.

Lo stato di eccezione, le leggi draconiane, i procuratori razzisti, la demonizzazione dei Mapuche e dei weichafe [ndt: guerrieri], i droni, i blindati e la quantità esorbitante di effettivi militari e di polizia, indicano uno scenario bellico contro la causa mapuche.

Pertanto, può risultare quasi incomprensibile come il Partito Comunista e una certa sinistra del Fronte Ampio possano essere favorevoli all’estensione dello stato d’eccezione, concedendo prerogative alle Forze Armate per essere i garanti dell’ordine istituzionale, creando così una piattaforma neofascista che restituisce il potere alla destra e che s’impone nuovamente con i militari in tutto il Cile.

Possiamo sottolineare che il governo di Boric conferma come, indipendentemente dal colore politico dell'esecutivo al potere, si è imposta una maggiore repressione e intolleranza verso la causa mapuche, riaffermando la vera natura dello Stato cileno, capitalista e coloniale.

Che ne pensa di quanto sta accadendo nelle acque internazionali al largo del Venezuela e sull’intervento degli USA? È una nuova forma di ingerenza in America Latina?

L’invasione militare del Venezuela è ormai diventata una necessità strategica per il governo degli Stati Uniti. Gli interessi strategici statunitensi sono assolutamente incompatibili con la continuità di un governo patriottico e chavista come quello del Venezuela, motivo per cui si deve impedire il suo consolidamento a tutti i costi.

Una politica di ingerenza non ha potuto rovesciare un governo legalmente costituito. Hanno utilizzato tutte le forze interne che avevano a loro disposizione, ma sono risultate insufficienti. Pertanto, sono passati dall’ingerenza a una vera e propria dichiarazione di guerra che ha come obiettivo centrale l’invasione militare del Venezuela.

Non bisogna dimenticare che quando l’incursione imperialista avviene attraverso un colpo di stato militare, i rappresentanti sediziosi dell’oligarchia locale rispondono anche agli interessi delle multinazionali yankee. Gli Stati Uniti hanno sempre persistito nella loro posizione guerrafondaia per impossessarsi del petrolio e delle riserve di greggio.

Di fatto, negli ultimi tempi, questa politica guerrafondaia degli Stati Uniti, volta a ottenere maggiori vantaggi politici, sociali e militari, si è nuovamente estesa per ottenere il controllo totale del continente. Se la funzione delle dittature militari era stata l’eliminazione del nemico interno, ora il loro obiettivo principale è ottenere, a breve e medio termine, il controllo da parte delle multinazionali nordamericane nella regione.

L’egemonia nordamericana è dettata dal FMI e dalla Banca Mondiale, dal Washington Consensus e dal modello di accumulazione capitalista, basato principalmente sulla denazionalizzazione o sul trasferimento forzato di ricchezza verso le grandi multinazionali nordamericane.

Il conflitto tra Stati Uniti e Venezuela evidenzia una nuova offensiva imperialista nella regione. E questo spiega anche l’offensiva dei gruppi più conservatori dell’estrema destra per prendere il potere. L’ideologia nordamericana del libero mercato è nota come neoliberismo.

In questo contesto, esprimiamo la nostra più profonda solidarietà al popolo venezuelano e alle sue organizzazioni sociali e politiche che sono pronte e a disposizione della difesa del proprio popolo contro un nuovo tentativo di aggressione da parte degli Stati Uniti.

Sappiamo tutti che la lotta al narcoterrorismo (narcobarche) è una farsa dell’imperialismo e che l’obiettivo centrale dell’offensiva militare sulle coste caraibiche è rovesciare il governo patriottico bolivariano e quindi ripristinare governi fantoccio che siano funzionali al saccheggio di questo popolo dignitoso. Gli interessi geostrategici degli USA e delle multinazionali ruotano attorno al petrolio.

Dal momento in cui Hugo Chávez e il movimento bolivariano hanno strappato il potere all’oligarchia venezuelana, e gli interessi delle multinazionali yankee sono stati toccati, gli Stati Uniti hanno intensificato le misure contro quel governo e la società venezuelana in generale. Questo ha comportato blocco economico e sedizione da parte dell’estrema destra. Oggi le contraddizioni sono al culmine e Trump, parte del settore più guerrafondaio, ha proposto l’invasione e il genocidio di questo popolo eroico.

Una possibile incursione militare contro il Venezuela costituisce non solo un affronto al popolo venezuelano, ma anche una dichiarazione di guerra contro tutti i popoli indipendenti e le nazioni originarie che abitiamo l’Abya Yala ancestrale e che ancora resistiamo al capitalismo.

Un’invasione militare contro il Venezuela o qualsiasi intervento guerrafondaio contro questo popolo esemplare deve unire tutte le forze coscienti e rivoluzionarie del continente, soprattutto quelle che [come noi] abbracciano con più convinzione la lotta anticapitalista e antimperialista, perché conosciamo la vera minaccia che incombe sui nostri popoli.

La lotta contro il capitalismo globalizzato, la lotta contro il potere degli imperialismi, è una necessità storica inevitabile e deve unire tutte le forze che si battono per la giustizia e la dignità dei nostri popoli, tutti noi che lottiamo per l’autodeterminazione e le vere autonomie.

Sicuramente, l’offensiva yankee sarà contenuta dal coraggioso popolo del Venezuela, perché lì ci sono molte espressioni di maturità ideologica e politica in difesa della sovranità, che servono da esempio per i popoli organizzati che stanno affrontando i propri processi di ricostruzione politica e culturale. Per questo motivo, dal Wallmapu inviamo il nostro combattivo saluto al popolo fratello Wayu, al popolo Pemón, così come agli altri discendenti dei Weichafe e leader Waikapuru.

La lotta contro il capitalismo dipendente dall’imperialismo yankee sta diventando sempre più necessaria.

Infine, qual è lo stato del movimento e della resistenza Mapuche in questa offensiva fascista?

Come abbiamo sempre sostenuto come CAM, la lotta è per la ricostruzione del Popolo Nazione Mapuche e, nella fase attuale, gli sforzi principali sono concentrati nel portare avanti un processo di resistenza a tutti i livelli. Soprattutto perché, negli ultimi tempi, sotto l’attuale governo, complice degli imprenditori, si è intensificata una maggiore repressione e la militarizzazione del Wallmapu, per favorire l’assalto degli stessi imprenditori e il potere di dominio di una classe sociale sempre più fascista e razzista, che rappresenta solo i discendenti dei coloni e i gruppi economici che perseverano nello sterminio del popolo Mapuche.

Dobbiamo osservare che, al di là dei proclami di vittoria gridati dall’estrema destra e dagli elementi anti-Mapuche dei partiti al governo, riguardo alla fine delle azioni di resistenza, la causa Mapuche non si ferma. Anzi, sta riemergendo con rinnovato vigore,e sulla base del mantenimento e dell’espansione dei legami territoriali e politici.

Anche se oggi siamo soggetti a una nuova offensiva neofascista nel Wallmapu storico, che potrebbe intensificarsi ulteriormente sotto governi guidati dall’estrema destra cilena, le contraddizioni si approfondiranno e il conflitto storico tra il nostro popolo e lo Stato capitalista arriverà a livelli ancora mai conosciuti. E di questo saranno responsabili i potenti.

La resistenza risorgerà, alimentata dalla coscienza e dall’impegno nella lotta delle nuove generazioni di weichafe (guerrieri) e dal Newen [ndt: forza] della Mapu [ndt: Terra] che durerà per sempre.

Resistenza che hanno ripreso le comunità che hanno abbracciato la politica del controllo territoriale, i lof [ndt: base dell’organizzazione sociale delle comunità Mapuche] che non abbandoneranno la strada scelta di lottare senza sosta contro i vari progetti estrattivisti, principalmente contro le imprese forestali e le centrali idroelettriche ogni volta che persistono nell’espropriazione e nel saccheggio dei nostri territori considerati sacri.

Rivendichiamo la continuazione della lotta Mapuche autonomista e rivoluzionaria perché ci sono investimenti che minacciano le comunità e le loro rivendicazioni, perché minacciano la natura e il nostro stile di vita, perché mirano a sterminare il nostro Itrofilmogen. La lotta continuerà e sarà più forte perché esiste ancora un movimento che si batte per l’autonomia e per le vere trasformazioni che restituiscono il nostro mondo Mapuche nel suo senso più ampio.

Infatti, il rafforzamento del nostro Mapuche Kimun ka Mapuche Rekiduam [ndt: Conoscenza Mapuche e Filosofia di vita Mapuche] ha reso possibile la rinascita del popolo Mapuche con grande Newen [ndt: forza spirituale] dei guerrieri, disposti a dare la vita, se necessario, per la ricostruzione nazionale Mapuche.

Di fronte all’offensiva neofascista rappresentata da Kast e dal colonialismo, emergerà un grande movimento di resistenza per la ricostruzione del nostro popolo. E le azioni non si fermeranno perché, di fronte a ogni abuso e ingiustizia del sistema di imprenditori e coloni, la risposta verrà dal profondo della nostra essenza Mapuche.

Perché non agiamo con la logica winka o occidentale, né come difensori dell’ambiente, come ci chiamano i “progressisti”. E nemmeno come attivisti sociali o politici pragmatici, come si sono definiti i costituenti. Noi combattiamo come Mapuche, perché siamo Mapuche, e ogni volta che ci sarà un attacco contro la nostra Ñuque Mapu,[ndt: Madre Terra] contro i nostri Lof, contro i nostri prigionieri politici, ci sarà una risposta con tutta la Feyentun [ndt: saggezza ancestrale] e Newen della Mapu.

Fonte

17/11/2025

Cile - Dal grigio al nero, come previsto...

La previsione di fondo fatta da noi, e anche altri in Cile, sul risultato di questa prima tornata elettorale per l’elezione presidenziale si è rivelata giusta. L’esito non è stato perciò una sorpresa.

Una vittoria della candidata governativa Jannette Jara di stretta misura sul Repubblicano Kast (26,8 contro 23,9). Non ha raggiunto neanche il 30% che le davano i sondaggi pre-elettorali, che in ogni caso non le avrebbe dato la vittoria al primo turno. Ci sarà quindi il ballottaggio “la segunda vuelta” il 14 dicembre.

Ma un elemento inatteso c’è stato.

La vera sorpresa, il coniglio uscito dal cappello, è stato il risultato conseguito da Franco Parisi con quasi il 20%. Questo candidato che fa campagna elettorale quasi esclusivamente online, che nel 2017 aveva avuto il 10% e nel 2021 il 13%, si è presentato come “ni facho ni comunacho” né fascio né comunista, “né di destra né di sinistra”, quello che propone la riduzione degli odiati parlamentari e dei loro stipendi destinando il risparmio a polizia e carabineros, l’imprenditore che si è “fatto da sè”, colui che garantisce la chiusura delle frontiere “perché la gente vuole questo”, disposto a governare anche senza maggioranza stabile in parlamento “come fanno Milei, Bukele, Noboa e Trump”, che vuole attivare zone franche dal segreto bancario “per avere anche in Cile la nostra Miami e Panama e attirare così investimenti stranieri”.

Forse proprio questo suo programma pseudo qualunquista – che come tutti i “né né” però alla fine è decisamente di destra – ha attirato il voto di coloro i quali, disillusi da tempo dai partiti e dalla politica, non sarebbero andati a votare neanche questa volta, se non fosse stato reso obbligatorio.

In mancanza di un’alternativa concreta e credibile, radicata nei territori, la gente – che, se non fosse stato per le multe, avrebbe volentieri continuato a ingrossare le file dell’astensione, schifata dai governi di finta “sinistra” che hanno continuato e anzi implementato il modello neoliberista inaugurato da Pinochet, ma non avendo però comunque lo stomaco per esprimere la propria rabbia votando per uno dei fascisti candidati – si è riversata su Parisi e il suo “Partito de la Gente”

Il prossimo 14 dicembre avremo purtroppo la triste conferma che il Cile è passato ufficialmente alle destre anche politiche, non solo quindi a quelle economiche che da sempre lo dominano.

Continuerà il suo regime di democrazia “ristretta e tutelata” – così la definiscono alcuni analisti e storici cileni – ma con qualche peggioramento ulteriore a livello sociale economico e repressivo.

Kast, infatti, durante la sua campagna elettorale ha pubblicamente minacciato di mettere in galera un altro dei candidati presidenziali che non è persona di suo gradimento. Ne vuole costruire addirittura una tutta nuova per lui... In ogni caso non si distaccherebbe affatto dal modello neoliberista così orgogliosamente inaugurato dalla dittatura.

Tutto questo fintanto che non si riesca a definire rapporti di coscienza e di forza popolare differenti. Il lavoro è lungo, faticoso e pure pericoloso, ma inevitabilmente va fatto, come dice il compagno Artes.

Fonte

08/11/2025

Cile-Wallmapu: Intervista a Ernesto Llaitul

Un’intervista altamente politica e umana con Ernesto Llaitul Pezoa, attivista e portavoce della Coordinadora Arauco Malleco (CAM), offre un resoconto diretto della resistenza Mapuche e della sua recente esperienza di prigionia politica.

Durante la conversazione, Llaitul racconta in dettaglio i due anni di detenzione preventiva che ha dovuto subire nel cosiddetto “caso Puntarenas”, un processo che, dopo numerose irregolarità e uno sciopero della fame di oltre 90 giorni, si è concluso con l’assoluzione sua e di altri tre uomini Mapuche per mancanza totale di prove. Spiega come la persecuzione politica dello Stato cileno miri a criminalizzare la lotta Mapuche e a silenziarne l’espressione politica e culturale.

L’intervista approfondisce anche la situazione di suo padre, Héctor Llaitul, storico dirigente della CAM, attualmente condannato a 23 anni di carcere per presunti “reati di opinione” ai sensi della Legge sulla Sicurezza dello Stato. Ernesto denuncia la manipolazione giudiziaria, il peggioramento delle condizioni carcerarie e la decisione del governo di Gabriel Boric di eliminare i moduli speciali per i membri della comunità Mapuche, in violazione dei trattati internazionali.

In un ampio scambio, Llaitul riflette sul concetto di weichan, la lotta integrale del popolo Mapuche per la propria esistenza, cultura e autonomia, che trascende la sfera militare o politica per diventare uno stile di vita e una forma permanente di resistenza contro lo Stato coloniale cileno e le imprese forestali che stanno saccheggiando il Wallmapu.

Denuncia la prolungata occupazione militare che, sotto le spoglie di uno “stato di eccezione”, mantiene una vera e propria guerra di bassa intensità contro le comunità, e traccia un parallelo con la resistenza palestinese contro l’occupazione israeliana.

Analizza inoltre il fallimento della “consultazione indigena” e delle politiche del “buon vivere” promosse dal governo, affermando che si tratta di semplici manovre retoriche senza alcun impatto reale sulla vita del popolo Mapuche.

Al contrario, sostiene il recupero territoriale e produttivo come base materiale dell’autonomia e invita la società cilena a riconoscere la natura politica, non criminale, della lotta Mapuche. L’intervista si conclude con un appello alla solidarietà con i prigionieri politici Mapuche e alla costruzione di una resistenza consapevole e duratura, che vada al di là dei gesti o delle azioni isolate.

“Possiamo perdere la nostra libertà, ma non la nostra identità. Restiamo Mapuche, restiamo un popolo che esisteva prima di questo Stato”, afferma Ernesto Llaitul.

Con questo dialogo profondo e senza compromessi, “CONTRO LA CORRENTE” si afferma come uno spazio di riflessione e confronto, dove la voce degli oppressi rompe il silenzio imposto dal potere e dai media ufficiali. Un programma che, dagli studi di Radio Plaza Dignidad, sfida il consenso coloniale e mira a recuperare la voce viva della Resistenza Popolare.


Fonte

14/09/2025

Cile - A 52 anni dal Golpe del 1973: l’attualità del potere operaio dei Cordoni

Una nuova commemorazione del colpo di stato militare del 1973 ci chiama. Sono trascorsi 52 anni da quando la controrivoluzione, sostenuta dall’imperialismo statunitense ed eseguita dalla borghesia cilena attraverso le sue forze armate, ha sanguinosamente stroncato la più profonda ondata rivoluzionaria della nostra storia. Quell’11 settembre non è stato abbattuto solo un governo: è stata interrotta anche la reale possibilità che la classe operaia prendesse il potere.

Oggi, mentre la memoria ufficiale si concentra sulla figura di Salvador Allende e su un quadro istituzionale incapace di contenere il colpo di stato, è necessario ristabilire quella che rimane la più grande costruzione politica della classe operaia cilena: i Cordoni Industriali.

Cordoni Industriali: il potere operaio interrotto

I Cordoni Industriali nacquero nell’ottobre del 1972, in risposta allo sciopero padronale che mirava a tagliare i rifornimenti delle merci al popolo e a forzare la caduta del governo. Laddove la borghesia paralizzava, i lavoratori mettevano in moto la produzione, i trasporti e la distribuzione. In meno di un anno furono istituiti 31 Cordoni, otto dei quali a Santiago, che unirono migliaia di aziende e decine di migliaia di lavoratori.

Non erano semplici organismi di coordinamento sindacale: erano organismi territoriali a doppio potere, paragonabili ai Soviet della Russia del 1917. In essi, i lavoratori non solo difendevano il proprio posto di lavoro, ma si organizzavano anche per dominare la città, risolvere i problemi di approvvigionamento, coordinarsi con residenti e contadini e proporre l’autodifesa armata.

Come dichiararono i lavoratori del Cordone di Vicuña Mackenna nel luglio 1973: “Stiamo lottando per la conquista del potere”.

Riforma contro Rivoluzione

Di fronte a questa forma embrionale di potere operaio, il riformismo della Unidad Popular divenne un ostacolo. Il Partito Comunista accusò i Cordones di essere “parallelisti”. Allende portò avanti la Legge sul Controllo delle Armi per disarmarli e promosse la restituzione delle aziende sequestrate ai rispettivi proprietari. La fiducia nelle istituzioni borghesi – nei tribunali, nel Congresso e nelle Forze Armate – fu la diga che contenne e alla fine disarmò il movimento operaio.

La stessa Lettera del Coordinamento dei Cordoni Industriali, consegnata ad Allende il 5 settembre 1973, ammoniva chiaramente: “Ciò che è mancato è stata la determinazione rivoluzionaria, ciò che è mancato è stata la fiducia nelle masse, ciò che è mancato è stata un’avanguardia determinata ed egemonica”.

Il compito politico odierno

Commemorare il 52° anniversario del colpo di stato non può essere un atto vuoto né una processione di accuse astratte. La migliore commemorazione che possiamo rendere a quella generazione che ha lottato per il socialismo è rivendicare l’esperienza di autorganizzazione operaia dei Cordoni come parte viva del programma dei lavoratori di oggi.

Il Cile attuale sta attraversando una feroce offensiva padronale, comandata dallo stesso regime politico, che scatena inflazione, precarietà e repressione sulla classe operaia e sul popolo povero. Di fronte a ciò, la campagna elettorale che sta attualmente inondando il paese non è altro che una spregevole mascherata, uno spettacolo che cerca di distogliere l’attenzione dal vero compito storico.

Quel compito è lo stesso che i Cordoni hanno lasciato incompiuto: unirsi, organizzarsi e andare alla lotta. Non per riformare il capitalismo, ma per sconfiggerlo. Non per amministrare il regime, ma per costruire il nostro potere di classe che aprirà la strada alla rivoluzione socialista.

Una lezione viva

I Cordoni Industriali non furono sconfitti per mancanza di eroismo, ma per l’assenza di una leadership rivoluzionaria che li centralizzasse e li guidasse verso la presa del potere. Questa è la lezione che dobbiamo fare nostra oggi.

Rivendicare i Cordoni Industriali non è nostalgia: è un programma. Significa innalzare la bandiera della dittatura del proletariato, cioè della democrazia diretta degli sfruttati contro gli sfruttatori.

A 52 anni dal golpe, il nostro omaggio all’avanguardia operaia dei Cordoni Industriali è quello di lottare per ciò che hanno iniziato: la rivoluzione socialista.

Onore e gloria ai Cordoni Industriali!

Uniamoci, organizziamoci e combattiamo!

Socialismo o barbarie!

Fonte

06/07/2025

Cile - La vittoria di Jara nelle primarie apre un nuovo scenario politico

Bassa affluenza alle primarie del partito al governo

Concluse le votazioni primarie, la candidata del Partito Comunista celebra una vittoria schiacciante con 824.000 voti, ottenendo oltre il 60%. Duramente sconfitti sono l’ex Concertación e Carolina Tohá, che ha ottenuto 384.000 voti, e il Frente Amplio, con il candidato Gonzalo Winter che ne ha ottenuti 123.000. Mulet, che era solo un candidato simbolico in lizza per un seggio al Senato, ha raggiunto 37.000 voti.

Il fatto che Jeannette Jara e il Partito Comunista (PC) guidino la coalizione elettorale del governo implica un cambiamento radicale nella politica nazionale, che dovrà essere valutato nelle prossime settimane, poiché si apre uno scenario incerto nel contesto delle elezioni obbligatorie (1) e con i candidati di destra che sono da mesi in testa ai sondaggi.

Un’elezione polarizzata tra Kast e Jara con Matthei già esaurita? Un possibile ballottaggio tra Kast e Matthei (2) a causa del basso numero di voti per il partito al governo? Si vedrà.

Mentre i social media e le dichiarazioni della base della candidata del Partito Comunista celebravano la schiacciante vittoria, non si può ignorare l’affluenza estremamente bassa alle primarie del partito al governo. Solo 1.372.361 voti, pari ad appena il 9% del totale degli elettori. Si tratta dell’affluenza più bassa dall’istituzione delle primarie, dopo tre primarie realizzate, il che segna un fallimento politico complessivo per il governo.

Nelle primarie del 2021 tra Jadue (3) e Boric, il totale dei voti è stato di 1.750.889 (1.058.027 per Boric e 692.862 per Jadue). Vale a dire, in quelle primarie, a cui l’ex Concertación non ha partecipato, hanno votato 400.000 persone in più rispetto alle primarie di questo 2025, che inoltre sono primarie volontarie, ma nel quadro di elezioni che saranno obbligatorie.

Jara ha ottenuto poco più di 800.000 voti e, sebbene abbia superato di oltre 120.000 voti il risultato nelle primarie del PC con Jadue nel 2021, ciò è dovuto principalmente al risultato estremamente basso di Gonzalo Winter. Questo indica che molti elettori di Boric nelle primarie del 2021 sono passati a Jara, mentre molti altri semplicemente non sono andati a votare.

Questo risultato elettorale mostra il deterioramento di una coalizione indebolita dopo oltre tre anni di governo Boric, che non è riuscito a esprimere un nuovo spazio politico a livello nazionale, ma piuttosto una riorganizzazione interna delle proprie forze, attirando meno elettori rispetto alle primarie precedenti, riflettendo così un governo che ha deciso di aderire al “Socialismo Democratico” e di instaurare l'“ordine neoliberista” e la crescita economica.

Sconfitta schiacciante per l’ex Concertación e il Frente Amplio

Gonzalo Winter, il più fedele rappresentante della continuità di Gabriel Boric, amico di lunga data del Presidente e militante del suo partito, non è riuscito a raggiungere il 10% dei voti totali. Questo segna una crisi importante della sua elezione, in una campagna elettorale che non ha avuto successo e che ha cercato di essere il più fedele seguace dell’eredità di Boric, arrivando persino a difendere l’accordo tra governo e Soquimich e ad attaccare Jara per essere un militante comunista.

D’altra parte, la crisi dei partiti della ex Concertación continua ad aggravarsi. Il risultato è stato un vero disastro elettorale per loro. Nelle precedenti primarie, non si sono tenute elezioni “formali” tramite il SERVEL [ndt: Servizio Elettorale], ma primarie non ufficiali organizzate dai partiti politici, dove hanno votato solo 150.000 persone.

In queste elezioni, Tohá è chiaramente passata dal più al meno, perché il suo miglior “momento elettorale” è stato quando era l’unica candidata del partito al governo (prima della candidatura di Winter e di Jara). Una candidata debole che ha anche finito per ricorrere a una campagna con gesti di destra basati sull'“anticomunismo” e che non è riuscita a superare il 30%.

Sebbene Tohá nelle sue dichiarazioni iniziali abbia affermato che avrebbe fatto quadrato intorno alla candidatura di Jara e ha fatto appello all’unità, le pressioni all’interno del progressismo neoliberista saranno grandi per differenziarsi dal PC-FA, e non è escluso che cercheranno un candidato alternativo legato alla DC o un indipendente come Harold Mayne Nichols, che attualmente sta raccogliendo firme come candidato indipendente. Non vanno dimenticate le dichiarazioni di Oscar Landerretche sulla contrapposizione tra PC e Frente Amplio e sulla violenza di piazza.

Questi risultati saranno di grande importanza in vista delle elezioni parlamentari di quest’anno, poiché il fatto che il PC guidi la coalizione indebolirà la possibilità di posizionare candidati dell’ex Concertación nelle liste. Per questo motivo, le dichiarazioni di molti dei suoi personaggi nella stampa puntavano a un’unica lista, ma ci saranno sicuramente settori che spingeranno per liste separate tra “Socialismo Democratico” con la DC e quello che finora è noto come “Apruebo Dignidad” (PC più Frente Amplio e Umanisti).

La schiacciante vittoria di Jara, il rinnovato bacheletismo e l’anticomunismo di destra

Questa è una netta vittoria del Partito Comunista all’interno della coalizione di governo, nonostante la quantità totale dei voti alle primarie.

Jara ha sconfitto Tohá e Winter dopo un’ultima settimana di rabbiosa e intensa retorica anticomunista da parte dei candidati dell’ex Concertación e, in una certa misura, anche del Frente Amplio.

La destra sta già dispiegando un’offensiva di retorica “anticomunista” che deve essere contrastata con fermezza. Ciò è stato evidente nelle interviste rilasciate da Pablo Longueira e nelle dichiarazioni rilasciate da Johannes Kaiser e da altri leader di destra dopo le elezioni.

E in vista del primo turno, le grandi imprese, la destra, settori dell’ex Concentración e della politica tradizionale non esiteranno a cercare di “polarizzare” contro l’idea di una possibile presidenza comunista, promuovendo una retorica anticomunista che Tohá ha già utilizzato e che la destra stessa ha adottato.

Cercheranno di demonizzare Jara e, in questa demonizzazione, attaccheranno tutto ciò che appaia di sinistra, attaccando tutte le organizzazioni popolari, di sinistra o sociali, al di là della candidatura di Jara.

Ancor più considerando che i candidati più forti sono quelli di destra, con il Partito Repubblicano che sta avanzando. Nell’ultimo sondaggio CADEM pubblicato il giorno delle primarie, Matthei ha subito un calo di 9 punti percentuali, scendendo al 10% dei voti, e José Antonio Kast è salito per la prima volta in testa al sondaggio settimanale, raggiungendo il 24% di intenzioni di voto.

Alcuni analisti sostengono che la candidatura di Jara favorisca la possibilità di un ballottaggio tra Kast (che ha cercato di “moderarsi” e presentarsi come più istituzionale, ulteriormente favorito dall’esistenza di Kaiser, che lo presenta come più centrista) e Matthei, che dialogherà con il centro della ex Concertación.

Questo resta da vedere e non è certo. Quel che è certo è che la destra cercherà di mantenersi all’offensiva con la sua campagna politica ed elettorale, basata su una retorica securitaria, sostenendo misure neoliberiste e contro le maggioranze lavoratrici, e dobbiamo affrontare questi attacchi con organizzazione, mobilitazione e unità nella lotta.

Di fronte a questi attacchi, come La Izquierda Diario, saremo in prima linea nella lotta contro l’estrema destra e fare fronte con la lotta e la mobilitazione, come abbiamo fatto contro la proscrizione e l’operazione giudiziaria contro Daniel Jadue, al di là delle nostre profonde differenze con il Partito Comunista.

E poiché comprendiamo che sono centinaia di migliaia le persone che guardano con simpatia alla candidatura di Jara, che nutrono illusioni relative alla sua candidatura e che vedono con preoccupazione l’offensiva della destra, sosterremo la loro lotta contro gli attacchi della destra. Tuttavia, crediamo che affrontare la destra e l’estrema destra non sarà possibile con una candidatura “di centro” che cerca riforme negoziate con una presunta “destra democratica”.

La campagna di Jara ha costantemente cercato di dialogare “con il centro”, pur mantenendo accenni a sinistra con alcune critiche al partito “boricista” al governo, ad esempio criticando l’accordo Codelco-SQM.

Ma il suo riferimento alla figura di Michelle Bachelet è stato evidente (l’ha definita una delle sue principali referenti politiche in Cile in un dibattito presidenziale, senza menzionare, ad esempio, militanti comuniste storiche come Gladys Marín, e le ha riservato un posto speciale nel suo evento dopo l’annuncio dei risultati elettorali).

Questo si è riflesso anche nella sua campagna, dove ha giocato la carta di figura “vicina” agli elettori e di “donna d’impegno”, rimarcando la differenza con la provenienza d’elite di Winter o con i legami che ha Carolina Tohá con la politica tradizionale.

Innegabili sono le tensioni all’interno del Partito Comunista, dove Jara ha cercato di differenziarsi dal suo stesso partito durante tutta la campagna, messa a dura prova dal settore di Lautaro Carmona (presidente del PC), che ha dovuto smentire in più di un’occasione. Ad esempio, quando Carmona ha accennato alla possibilità che Jadue potesse avere un ruolo nella campagna o la possibilità che in un potenziale governo di Jara si darà impulso a un nuovo cambiamento costituzionale. Entrambe questioni che Jara ha poi respinto categoricamente in più momenti della campagna.

Ma più in generale, da diversi anni il Partito Comunista persegue una politica di integrazione nel regime politico, prima appoggiando la Concertación al ballottaggio, poi firmando patti per omissione e infine entrando direttamente nei governi a fianco della Democrazia Cristiana o dei partiti neoliberisti della Concertación.

Quanto più si sono rafforzati elettoralmente, elevando il profilo delle proprie figure, tanto più hanno costruito dialogo, politiche e ponti con il centro. Questa dinamica andrà nuovamente ad accelerare e aumentare in questa campagna elettorale per il primo turno che sta iniziando.

Molte e molti si sono entusiasmati per la candidatura di Jara e per l’idea di una militante comunista candidata a La Moneda. Ma la verità è che il Partito Comunista si è andato trasformando in un partito socialdemocratico, che è riuscito a rafforzarsi a costo di paralizzare e deviare i processi di mobilitazione e organizzazione popolare, come si è visto dopo la rivolta di Ottobre [ndt:2019].

Jeanette Jara proporrà la smilitarizzazione del territorio Mapuche, sosterrà la rottura dei rapporti con lo Stato genocida di Israele, si pronuncerà chiaramente sulla scomparsa di Julia Chuñil?

In un contesto di rafforzamento della destra e dell’estrema destra, e di un governo che ne ha assunto l’agenda (ad esempio militarizzando il Wallmapu, approvando la Legge del “grilletto facile”, sgomberando accampamenti, consolidando gli affari delle AFP, ecc.), per affrontare l’offensiva della destra dobbiamo fare affidamento sulla forza dell’organizzazione, del coordinamento e sull’unità delle cause e delle lotte.

Note

1) ndt: votare alle elezioni in Cile è diventato obbligatorio dal 2021. Non lo è per le primarie.

2) ndt: José Antonio Kast Rist e Evelyn Rose Matthei Fornet sono entrambi candidati di estrema destra. Kast è stato sconfitto dall’attuale presidente Boric al ballottaggio nelle elezioni del 2021.

3) ndt: Daniel Jadue è membro del Partito Comunista. Sindaco di Recoleta dal 2012 è stato vittima della pratica del lawfare dal 3 giugno 2024, che ha comportato il suo arresto e gli attuali domiciliari, sia per impedirgli di proseguire le sue politiche estremamente favorevoli alla popolazione in campo abitativo, sanitario, culturale ecc. sia per impedire la sua candidatura alle attuali primarie e poi quindi alle presidenziali.

Fonte

31/12/2024

Gaza - Chiesto l’arresto del criminale di guerra israeliano Saar Hirshoren

La Hind Rajab Foundation ha avviato azioni legali in Argentina e Cile contro Saar Hirshoren, un membro del 749° Battaglione di Ingegneria da Combattimento di Israele attualmente presente lì. Il signor Hirshoren è responsabile di crimini di guerra commessi a Gaza, l’HRF chiede il suo arresto immediato.

Contemporaneamente, è stata presentata una denuncia completa alla Corte Penale Internazionale (CPI) che prende di mira l’intero battaglione e la sua leadership per crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio.

Argentina: Caso contro Saar Hirshoren

In Argentina, la Hind Rajab Foundation ha presentato una denuncia penale contro Saar Hirshoren, identificato nella regione della Patagonia. Il caso, presentato alla Procura Federale per i Crimini Contro l’Umanità di Buenos Aires, chiede il suo arresto immediato. La denuncia evidenzia:

- Prove video dall’account Instagram di Hirshoren, che lo mostrano mentre partecipa attivamente alla distruzione di infrastrutture civili a Gaza.

- Il suo ruolo nella deliberata demolizione di quartieri, siti culturali e strutture essenziali, violando le Convenzioni di Ginevra e lo Statuto di Roma.

L’Argentina, in quanto firmataria dello Statuto di Roma, è obbligata a indagare e perseguire gli individui accusati di reati così gravi. (per maggiori informazioni sul caso argentino, contattare il nostro consulente legale, il signor Rodolfo Yanzon (Rodolfoyanzon8@gmail.com)

Cile: denuncia di follow-up contro Saar Hirshoren

Dopo aver lasciato l’Argentina, Hirshoren si è recato in Cile, spingendo la Hind Rajab Foundation a presentare una seconda denuncia penale. Presentata ai procuratori di Santiago e Aysén, la denuncia cilena include:

- Prove di geolocalizzazione che confermano la presenza di Hirshoren nella regione del Chile Chico.

- Prove del suo coinvolgimento in crimini di guerra, tra cui demolizioni documentate sui social media e tramite resoconti di testimoni.

- Una richiesta di azioni legali urgenti, tra cui un ordine di arresto e restrizioni di viaggio per impedirgli di fuggire.

L’adesione del Cile allo Statuto di Roma e alla legislazione nazionale (Ley 20.357) autorizza i suoi tribunali a perseguire crimini di guerra e crimini contro l’umanità.

(Per maggiori informazioni sul caso cileno, contattare il nostro consulente legale, il signor Hugo Gutierrez)

La denuncia della CPI contro il 749° Battaglione di ingegneria da combattimento

Il 24 dicembre 2024, la Hind Rajab Foundation ha presentato una denuncia dettagliata alla CPI, prendendo di mira l’intero 749° Battaglione di ingegneria da combattimento. La denuncia nomina 24 membri chiave del battaglione per il loro ruolo nella distruzione sistematica delle infrastrutture civili a Gaza, tra cui:

- Tenente colonnello Harel Maimon (comandante di battaglione)

- Tenente colonnello Adi Bekore (vice comandante), che ha dichiarato pubblicamente la missione di “radere al suolo Gaza”.

- Oz Veiner (comandante della Compagnia A)

- Yaakov Sattlar (comandante della Compagnia B)

- Daniel Vidaker (comandante della Compagnia C)

- Amit Pinto (comandante della Compagnia D)

- Tal Peretz (comandante D9)

- David Zoldan (ufficiale operativo), che ha celebrato il bombardamento dell’Università di Al-Azhar sui social media.

- Altre figure chiave, tra cui Maya Radoszkowicz, Ori Fadida, Yossi Nahari, Shay Cohen, Omri Heller e Saar Hirshoren.

Il caso CPI delinea violazioni tra cui:

- Genocidio: intento di distruggere la popolazione palestinese a Gaza.

- Crimini contro l’umanità: omicidio di massa, deportazione, tortura e attacchi alla popolazione civile.

- Crimini di guerra: prendere di mira obiettivi civili, causare danni collaterali eccessivi e utilizzare metodi di guerra illegali.

La denuncia CPI richiede mandati di arresto per tutti i membri identificati del battaglione, citando il loro coinvolgimento diretto nella distruzione deliberata di infrastrutture civili e nel prendere di mira i civili.

Prove contro il 749° Battaglione

Le azioni legali in Argentina, Cile e CPI sono supportate da numerose prove, tra cui:

- Post sui social media e video di membri del battaglione che mostrano la distruzione di case civili, scuole e ospedali.

- Ammissioni pubbliche da parte dei leader del battaglione che indicano la loro intenzione di colpire civili e infrastrutture.

- Immagini satellitari e resoconti di organizzazioni internazionali che documentano la portata della distruzione causata dal battaglione.

Un incidente particolarmente eclatante ha coinvolto il bombardamento dell’Università di Al-Azhar nel dicembre 2023, dove l’ufficiale operativo David Zoldan ha deriso l’istruzione superiore di Gaza in video che celebravano l’attacco.

Richiesta di responsabilità

La Hind Rajab Foundation chiede l’arresto immediato di Saar Hirshoren da parte delle autorità in Argentina e Cile, sottolineando l’urgenza di impedirgli di eludere la giustizia.

Contemporaneamente, la Fondazione chiede alla CPI di accelerare le indagini sul 749° Battaglione di Ingegneria da Combattimento e di emettere mandati di arresto per i suoi membri.

Queste azioni sono necessarie per sostenere il diritto internazionale e ritenere i responsabili responsabili dei loro crimini a Gaza.

Questi casi evidenziano l’urgente necessità di cooperazione internazionale per garantire che i responsabili di crimini efferati siano chiamati a rispondere delle loro azioni.

La Fondazione esorta la comunità globale a sostenere questi sforzi e a riaffermare i principi della giustizia internazionale e dello stato di diritto.

Fonte

03/09/2024

Cile - Da un Gabriel a un altro Gabriel, il tradimento come modello politico

Nel 1946, il Congresso cileno elesse Gabriel González Videla presidente della repubblica. La sua vittoria è stata sostenuta da un’alleanza composta da radicali, comunisti e democratici, dopo aver ottenuto il maggior numero di voti alle elezioni del 4 settembre.

Durante il suo primo anno di governo, González Videla inserì i comunisti nella sua amministrazione, concedendo loro tre posti nel gabinetto, ma nell’aprile 1947 i ministri comunisti decisero di lasciare il governo dopo divergenze inconciliabili con il presidente. Ben presto, l’allontanamento si trasformò in una rottura e, poche settimane dopo, in un’insaziabile persecuzione ordinata da Washington nel momento in cui iniziava la Guerra Fredda, ponendo fine alla politica del “Buon Vicino” come strumento per affrontare la guerra.

Cedette il passo alla dottrina dell’“autodifesa collettiva” che portò alla creazione del Trattato Interamericano di Assistenza Reciproca (TIAR) nel 1947 e all’Organizzazione degli Stati Americani (OAS) nel 1948. Pertanto, il controllo di Washington sull’America latina e i Caraibi ha acquisito status giuridico con il beneplacito delle oligarchie locali. I comunisti non erano più necessari. Hitler e il fascismo erano stati sconfitti e ora il nemico era l’Unione Sovietica.

Sentendosi appoggiato dalla più grande potenza mondiale, González Videla fece approvare la “Legge sulla Difesa della Democrazia”, uno strumento giuridico che lo autorizzava a reprimere i comunisti. La cosiddetta “Legge Maledetta” bandì il Partito Comunista del Cile (PC) e venne utilizzata per la repressione contro il movimento popolare, in particolare quello dei lavoratori.

A livello internazionale, González Videla, che nella storia cilena è conosciuto come “il traditore”, ruppe i rapporti con l’Unione Sovietica e il campo socialista, cosa che nemmeno gli Stati Uniti fecero.

Nell’ambito di questa politica, furono aperti nel paese, soprattutto nel nord, campi di concentramento dove i comunisti e altri leader politici e sociali furono detenuti nelle difficili condizioni del deserto cileno. In uno di essi, Pisagua, compì le sue prime azioni come ufficiale dell’esercito il giovane tenente Augusto Pinochet Ugarte.

Il poeta Pablo Neruda, allora senatore del partito comunista, accusò pubblicamente il presidente di essere filonazista sin dalla fine degli anni ’30, quando era ambasciatore del Cile in Francia. In quel paese, invaso dai nazisti, l’attuale presidente cullava un viscerale anticomunismo che gli permetteva di confrontarsi con la parte più rancida della società del paese occupato.

Dopo l’approvazione della Legge Maledetta, González Videla ha cambiato l’orientamento originario del suo governo, dando spazio ai partiti di destra, sia conservatori che liberali. Già a quel tempo riuscì a mettere un settore del partito socialista come furgone di coda di un gabinetto volto alla repressione e persecuzione del movimento sociale. Consegnando alla destra la guida dell’economia, González Videla ha permesso che si applicassero misure forti contro i lavoratori, favorendo il grande capitale.

L’allora senatore Salvador Allende respinse e denunciò con forza la Legge Maledetta e la repressione.

Il suo carattere opportunista e traditore ha portato González Videla ad essere riconosciuto come l’unico presidente cileno che ha governato con tutti i partiti dello spettro politico del paese, da destra a sinistra, adattandosi in ogni momento alle condizioni che gli hanno permesso di rimanere al potere. Lealtà, dignità e principi non erano parole esistenti nel suo dizionario.

Settantacinque anni dopo, un altro Gabriel, seguendo le orme del suo omonimo, ha vinto le elezioni presidenziali in Cile, adottando, come lui, il tradimento come metodo. Allo stesso modo in cui González Videla ha vinto con una coalizione di partiti e poi, in brevissimo tempo, in pratica, ha governato con un altra, Boric ha vinto con un programma e sta governando con un altro.

Copiando la sua pratica, ha incorporato nel suo governo una vasta gamma di personaggi, compresi alcuni che, non essendo ufficialmente di destra, sono diventati i grandi sostenitori del modello economico repressivo neoliberista subordinato agli Stati Uniti e ai suoi alleati nella NATO dell’Unione Europea, a beneficio dei grandi gruppi economici e delle multinazionali.

Dove Boric ha preso le distanze da González Videla, agendo in modo più “intelligente”, è nell’applicazione di un’impronta politica “brillante” che lo ha portato a dividere di fatto il partito comunista, perseguitando e imprigionando – proprio come González Videla – Daniel Jadue, il suo leader più importante, mentre allo stesso tempo incarica i suoi ministri e altri collaboratori comunisti dell’esecuzione del tradimento.

Approfittando dell’accentuata e generalizzata “sindrome di Stoccolma” che Pinochet ha iniettato in larghi settori della sinistra cilena, Boric si avvale dell’appoggio di Bachelet e dell’incorporazione di Tohá, Allende, Letelier e altri pezzi di quella vasta fauna di figli e nipoti del leader della Unidad Popular che ora servono i loro padroni imperiali.

Il colmo di tanto spregevole attuazione è toccato alla ministra portavoce del governo Boric, che si chiama Camila Vallejo, che dalla sua posizione alla guida del PC ha spinto affinché Daniel Jadue, il leader più riconosciuto del movimento popolare cileno, affrontasse Boric alle primarie presidenziali, che non erano necessarie, affinché Boric potesse essere eletto candidato presidenziale della “sinistra unita” con il voto della destra.

In una macabra operazione, Vallejo, che era al comando della campagna elettorale di Jadue, lo condusse a quelle primarie, sapendo che la destra si sarebbe rivolta a votare per Boric. Vale la pena dire che in Cile le primarie sono aperte e qualsiasi cittadino indipendente può parteciparvi, indipendentemente dal fatto che sia iscritto o meno ai partiti che sostengono i candidati.

Persone legate al sindaco hanno affermato che non è passata nemmeno una settimana prima che Vallejo, ora incorporata nel comando della campagna presidenziale di Boric, non abbia mai più risposto al telefono a Jadue, escludendolo da qualsiasi partecipazione al processo di formazione del governo, consumando uno dei tradimenti più orrendi della vasta pratica cilena, iniziata nel 1818 quando Bernardo O’Higgins, il “padre della patria” ordinò l’assassinio di Manuel Rodríguez, il più brillante, illustre e altruista combattente per l’indipendenza.

Una volta arrivata al governo, la coppia Boric-Vallejo ha iniziato la persecuzione del movimento popolare: militarizzazione dell’Araucanía, persecuzione e carcere per i leader mapuche, repressione dei combattenti sociali e dei difensori dei diritti umani, sostegno attivo ed entusiasta al governo nazista dell’Ucraina, piena subordinazione a Washington in quasi tutti gli eccessi da essa commessi nel mondo e il mantenimento del modello di accumulazione capitalista che ha il suo principale appoggio nell’AFP, il tutto culminato nell’arresto senza prove di Daniel Jadue, (comunista), e nella sua successiva destituzione da sindaco per impedimento alla libertà, celebrato con un silenzio complice da Boric e Vallejo (“comunista”).

Cosa ne penserebbero Luis Emilio Recabarren, Elías Lafertte e Ricardo Fonseca? Come si sarebbero comportati Víctor Díaz, Marta Ugarte e Víctor Jara? Cosa avrebbe fatto Gladys Marín?

È compito dei sociologi e dei politologi, forse anche degli psicologi, indagare queste vicissitudini della storia cilena. Sarebbe bello sapere perché questi personaggi che sono stati scelti dai comunisti, ora al governo, li perseguitano. Certo, c’è una differenza, nel 20° secolo il PC faceva parte del governo e se ne andò perché cominciò ad essere perseguitato. Adesso fa parte del governo e non ne è ancora uscito, trasformandosi in un persecutore. Con González Videla il PC è stato tradito, ora è intrappolato nel campo dei traditori.

Va detto che in passato l’etica del PC ha superato la sua militanza, diventando un manto che ha ricoperto positivamente la politica cilena, segnalando con la sua impronta un modello da seguire e un modo di fare politica che è stato motivo di orgoglio per i suoi militanti e degno di ammirazione da parte dei loro alleati e persino della destra.

Non potevano comprare il PC con niente. Ha combattuto e resistito con dignità e integrità alle dittature di González Videla e Pinochet. Ha superato difficoltà, il carcere, le persecuzioni, le torture, la morte e le sparizioni forzate. Ed è andato avanti.

Ora, il PC sembra avere un prezzo: lo hanno pagato con alcuni incarichi nell’amministrazione affinché insieme a quelli colpiti di ieri e di oggi dalla sindrome di Stoccolma, facciano il lavoro sporco a favore di Washington e dei gruppi imprenditoriali. Ecco perché il loro odio e la loro crudeltà contro Cuba, Venezuela e Nicaragua.

Sembra strano, ma nel caso di Boric è un odio personale, nel caso di Vallejo sembra telecomandato da Washington. In ogni caso, come ha detto Silvio, entrambi cercano di salvarsi “entre únicos e impares” mentre cercano un posto nel parnaso imperiale per avere “un angolino sui loro altari”.

Non mi sono mai aspettato nulla da Boric, l’ho detto prima che fosse eletto. Figlio di un democristiano e discendente di fascisti ustascia croati, porta nel sangue la miseria umana, e quando Camila tradì Jadue, ancora una volta, con il mio sfrenato ottimismo della ragione ho ricordato il presidente Allende nelle sue ultime parole: “...Altri uomini supereranno questo momento grigio e amaro in cui il tradimento cerca di prevalere”.

Non ho dubbi che ancora una volta sarà così, compagno presidente.

Ultim’ora.

Il Centro di ricerca ed elaborazione per la democrazia (CRED) ritiene che la concessione, deliberata oggi lunedì 2 settembre 2024, degli arresti domiciliari al leader comunista cileno di origine palestinese Daniel Jadue costituisca un primo passo importante.

Occorre ora continuare la mobilitazione per smantellare completamente la montatura giudiziaria contro Daniel che costituisce un evidente caso di lawfare, uso politico della magistratura per consolidare il potere delle classi dominanti.

Libertà per il leader comunista cileno Daniel Jadue!

Fonte

26/08/2024

Venezuela - Jorge Arreaza risponde a Gabriel Boric

Il segretario esecutivo dell’ALBA-TCP, Jorge Arreaza, ha inviato al presidente cileno Gabriel Boric un messaggio chiaro e forte sulle sue dichiarazioni interventiste contro il Venezuela bolivariano.

*****

Signorino Gabriel Boric:

La sua mancanza di rispetto verso le istituzioni venezuelane è da antologia. Lei è l’incarnazione della sinistra sicaria: una falsa sinistra che arriva al potere per distruggere qualsiasi alternativa veramente popolare.

Nel classico stile della quinta colonna, lei ha ingannato il suo popolo con un falso discorso da dirigente giovanile ribelle della piccola borghesia, che una volta al potere tradisce lo spirito delle proteste del 2019 e delle lotte popolari del popolo di Salvador Allende, per dare una netta continuità ai governi affini a Pinochet, alla concertazione e all’UDI di Sebastián Piñera.

Lei abbraccia i leader del fascismo venezuelano e del neonazismo ucraino. Manca di rispetto alla Carta delle Nazioni Unite, alla Costituzione Venezuelana e si nasconde dietro i Diritti Umani, mentre viola i diritti più elementari del suo popolo e dei popoli originari del suo Paese.

La sua popolarità è caduta così tanto in così poco tempo da raggiungere quasi il centro del pianeta Terra, motivo per cui sceglie di attaccare e interferire negli affari interni del Venezuela ogni volta che ha bisogno di distogliere l’attenzione dal suo malgoverno e dalla sua immaturità politica: cioè, tutti i giorni.

Deve comprendere che i popoli di Nuestra America e del Sud Globale ammirano e difendono la Rivoluzione Bolivariana con la loro più luminosa speranza e convinzione. Mentre respingono i falsi progetti progressisti come il suo, che non fanno altro che sottomettersi alla volontà di Washington e delle sue corporazioni governanti.

Deve anche sapere che, prima o poi, al Palazzo della Moneda arriverà un governo popolare veramente di sinistra, che riaprirà las grandes alamedas [n.d.t.: le grandi strade. Citazione dall’ultimo discorso di Allende l’11 settembre 1973] attraverso le quali passerà il popolo cileno libero, per costruire una società migliore.

Fonte