Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Prigionieri politici. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Prigionieri politici. Mostra tutti i post

25/01/2026

Fadwa Barghouti a Roma, «Liberate Marwan»

Dopo aver incontrato i leader dell’opposizione, Fadwa Barghouti, avvocatessa e moglie di Marwan Barghouti, é stata accolta oggi dall’ambasciatrice palestinese a Roma Mona Abu Amara, nel corso di un tour in Italia organizzato da Assopace Palestina e dal Comitato Nazionale per la liberazione di Marwan Barghouti.

Martedì, infatti, aveva incontrato i rappresentanti del Partito Democratico, del Movimento 5 Stelle e dell’Alleanza Verdi e Sinistra, per discutere un’azione urgente volta alla liberazione di tutti i prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri israeliane, tra cui suo marito.

Nel suo intervento, l’ambasciatrice Abu Amara ha sottolineato la gravità delle condizioni umanitarie e legali dei prigionieri palestinesi, alla luce delle violazioni sistematiche cui sono sottoposti, affermando che la questione dei prigionieri rappresenta il cuore della lotta palestinese per la libertà e la dignità e richiede una posizione internazionale chiara e incisiva nel rispetto del diritto internazionale umanitario.

Durante il suo discorso, l’ambasciatrice ha affermato: «Il nostro messaggio è che siamo uniti – leadership, popolo e istituzioni – attorno alla causa dei prigionieri palestinesi e del leader Marwan Barghouti; le carceri dell’occupazione sono piene dei nostri bambini e delle nostre donne.» Abu Amara ha concluso con un appello al governo italiano affinché riconosca lo stato di Palestina, come hanno già fatto molti paesi europei tra cui Regno Unito, Francia e Spagna.

Da parte sua, Fadwa Barghouthi ha illustrato le circostanze dell’arresto e del processo di Marwan Barghouti, detenuto da oltre vent’anni, evidenziando le torture e i maltrattamenti subiti, e ribadendo la sua forte valenza simbolica per la lotta del popolo palestinese, chiedendo un’azione politica e parlamentare internazionale urgente per la sua liberazione.

Nella conferenza Fadwa Barghouti ha ringraziato le associazioni che l’hanno invitata in Italia per parlare di suo marito e di tutti i prigionieri palestinesi. Ha ricordato che

«negli ultimi due anni Israele ha scatenato una guerra su tre fronti nei confronti del popolo palestinese. Una guerra unilaterale, visto che noi siamo un popolo e quindi non abbiamo la capacità di opporci militarmente a un esercito organizzato come quello israeliano.
Noi siamo una popolo armato solamente dalla fede che riusciremo ad arrivare alla liberazione della nostra patria. Mentre i terrificanti fatti di Gaza attiravano tutte le attenzioni del mondo, su un secondo fronte si combatteva un’altra battaglia, altrettanto importante per il futuro della Palestina.
Questo fronte si è aperto in Cisgiordania dove abbiamo visto una fortissima accelerazione del processo di colonizzazione, abbiamo visto una sistematica distruzione delle case dei palestinesi, dei terreni e delle infrastrutture e un allargamento delle colonie illegali.
Tutto questo testimonia del progetto sionista, particolarmente concentrato anche in Cisgiordania, per affossare l’unione tra i due territori palestinesi e impedire che possa nascere uno stato palestinese con una continuità territoriale tale da poter essere considerato un vero stato.
Abbiamo assistito all’espulsione di migliaia di famiglie dai campi profughi del nord della Cisgiordania, e questo si associa alla negazione del diritto al ritorno della popolazione palestinese sancito dalle Nazioni Unite. Sempre in Cisgiordania, la zona C è per il 65% occupata da colonie israeliane.
Per cui, quando ci chiedono se vogliamo una soluzione a due stati noi rispondiamo di sì, ma starebbe alla comunità internazionale proteggere la potenzialità e la fattibilità della soluzione a due stati. 
Infine il terzo fronte dell’offensiva israeliana è quello delle carceri.
Dopo il 7 ottobre la condizioni dei prigionieri palestinesi è decisamente peggiorata, sono stati revocati tutti i permessi di visita familiare, è stato impedito anche alla Croce Rossa Intenzionale di accedere alle carceri israeliane e sono state quasi del tutto eliminate anche le visite degli avvocati. Parliamo della sottrazione di tutte quelle conquiste che il movimento dei prigionieri palestinesi avevano ottenuto con battaglie legali e scioperi della fame a partire del 1967, diritti elementari che ora sono stati cancellati.»
Fadwa Barghouti ha terminato dicendo che, nonostante il nome di Marwan Barghouti fosse sulla lista dei prigionieri da liberare nell’accordo sul cessate il fuoco a Gaza, il motivo per cui Israele non lo ha rilasciato «è politico e non di sicurezza nazionale». «La sua vicenda è politica, politico il processo e politica la sentenza», ha dichiarato, spiegando che lo stesso Barghouti, in qualità di parlamentare palestinese, «non ha riconosciuto legittimità al tribunale che lo ha processato e ha rifiutato che la decisione e volontà politica dei palestinesi potessero essere oggetto di un processo.

Il suo non è stato un processo trasparente e non si può parlare di un giusto processo, anche perché il tribunale non ha adottato “standard internazionali” ma ha operato come «strumento dell’occupazione israeliana per criminalizzare i palestinesi.»

Aggiungendo che «quando l’hanno arrestato avrei potuto restare a casa ad aspettare, invece ho seguito il lungo esempio di lotta delle donne palestinesi e da 23 anni ho viaggiato in 54 paesi battendomi per la sua liberazione e quella di tutti i prigionieri palestinesi».

Fonte

08/11/2025

Cile-Wallmapu: Intervista a Ernesto Llaitul

Un’intervista altamente politica e umana con Ernesto Llaitul Pezoa, attivista e portavoce della Coordinadora Arauco Malleco (CAM), offre un resoconto diretto della resistenza Mapuche e della sua recente esperienza di prigionia politica.

Durante la conversazione, Llaitul racconta in dettaglio i due anni di detenzione preventiva che ha dovuto subire nel cosiddetto “caso Puntarenas”, un processo che, dopo numerose irregolarità e uno sciopero della fame di oltre 90 giorni, si è concluso con l’assoluzione sua e di altri tre uomini Mapuche per mancanza totale di prove. Spiega come la persecuzione politica dello Stato cileno miri a criminalizzare la lotta Mapuche e a silenziarne l’espressione politica e culturale.

L’intervista approfondisce anche la situazione di suo padre, Héctor Llaitul, storico dirigente della CAM, attualmente condannato a 23 anni di carcere per presunti “reati di opinione” ai sensi della Legge sulla Sicurezza dello Stato. Ernesto denuncia la manipolazione giudiziaria, il peggioramento delle condizioni carcerarie e la decisione del governo di Gabriel Boric di eliminare i moduli speciali per i membri della comunità Mapuche, in violazione dei trattati internazionali.

In un ampio scambio, Llaitul riflette sul concetto di weichan, la lotta integrale del popolo Mapuche per la propria esistenza, cultura e autonomia, che trascende la sfera militare o politica per diventare uno stile di vita e una forma permanente di resistenza contro lo Stato coloniale cileno e le imprese forestali che stanno saccheggiando il Wallmapu.

Denuncia la prolungata occupazione militare che, sotto le spoglie di uno “stato di eccezione”, mantiene una vera e propria guerra di bassa intensità contro le comunità, e traccia un parallelo con la resistenza palestinese contro l’occupazione israeliana.

Analizza inoltre il fallimento della “consultazione indigena” e delle politiche del “buon vivere” promosse dal governo, affermando che si tratta di semplici manovre retoriche senza alcun impatto reale sulla vita del popolo Mapuche.

Al contrario, sostiene il recupero territoriale e produttivo come base materiale dell’autonomia e invita la società cilena a riconoscere la natura politica, non criminale, della lotta Mapuche. L’intervista si conclude con un appello alla solidarietà con i prigionieri politici Mapuche e alla costruzione di una resistenza consapevole e duratura, che vada al di là dei gesti o delle azioni isolate.

“Possiamo perdere la nostra libertà, ma non la nostra identità. Restiamo Mapuche, restiamo un popolo che esisteva prima di questo Stato”, afferma Ernesto Llaitul.

Con questo dialogo profondo e senza compromessi, “CONTRO LA CORRENTE” si afferma come uno spazio di riflessione e confronto, dove la voce degli oppressi rompe il silenzio imposto dal potere e dai media ufficiali. Un programma che, dagli studi di Radio Plaza Dignidad, sfida il consenso coloniale e mira a recuperare la voce viva della Resistenza Popolare.


Fonte

14/10/2025

Libertà per Marwan Barghouti, libertà per i prigionieri politici palestinesi, libertà per la Palestina

In Italia, come nel mondo intero, è vivo e forte un movimento che vuole la pace in Palestina e Israele per aprire la strada a un mondo multipolare, unica soluzione possibile contro il rischio di una catastrofica guerra generalizzata.

Ma nel coloniale “piano di pace” concordato tra Trump e Netanyahu è completamente assente il riferimento alla autodeterminazione del popolo palestinese e a una soluzione che riconosca i diritti politici dei palestinesi. Al tavolo delle trattative mancano i palestinesi e soprattutto sono assenti le voci di coloro che potrebbero rappresentare con la loro storia l’intera comunità palestinese.

Sono donne e uomini che giaccciono da più di vent’anni in galera, in condizioni disumane.

Le voci che mancano di più sono quelle di Marwan Barghouti, già leader di Fatah, formazione laica e principale forza dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina (OLP), e di Amhad Sa’adat, presidente del Fronte popolare per la liberazione della Palestina, organizzazione storica della sinistra palestinese.

Barghouti, in particolare, è il leader più amato dai palestinesi e gode del rispetto di tutti i partiti, fazioni e movimenti della Resistenza. Moltissime azioni possono promuovere la pace e inceppare i meccanismi del genocidio.

La Sumud Flotilla, prima, e la Freedom Flotilla, ora, hanno mostrato al mondo che è possibile rallentare la macchina di morte israeliana e svergognare la complicità di tutti i paesi che ancora sostengono Israele, con armi e appoggio diplomatico.

La pace in Palestina e in Israele sarebbe più vicina se al tavolo delle trattative a rappresentare i palestinesi ci fossero i quadri e i dirigenti palestinesi sepolti vivi nelle carceri israeliane.

La loro liberazione è dunque una delle azioni per avviare su basi di giustizia il processo di pace.

Che i movimenti che si battono per un mondo nuovo, di pace, giustizia climatica e sociale, pongano al centro delle loro rivendicazioni la liberazione dei prigionieri politici palestinesi.

Che dalle piazze emerga il grido di speranza per la nuova Palestina, che Barghouti, in quanto simbolo delle sofferenze di tutti i palestinesi, possa svolgere il ruolo che ebbe a suo tempo Nelson Mandela per la liberazione del Sudafrica dal regime di apartheid.

Chiediamo la liberazione immediata di tutti i prigionieri politici, e ci impegniamo ad avviare e a promuovere una campagna di sensibilizzazione affinché a Barghouti e agli altri dirigenti politici palestinesi venga riconosciuto il diritto di rappresentare la legittima aspirazione della Palestina alla pace, alla giustizia e alla libertà.

Giorgio Monestarolo, Piero Bevilacqua, Filippo Barbera, Luigi De Magistris, Tonino Perna, Francesco Pallante, Alessandra Algostino, Antonio Gibelli, Paolo Favilli, Alessandra Ciattini, Guido Montanari, Eric Gobetti, Guido Ortona, Marco Meotto, Luca Prestia, Matteo Saudino, Livio Pepino, Cristina Albin, Pino Ippolito Armino, Ugo Mattei, Valentina Pazé, Gianni Tognoni, Domenico Gallo, Gian Giacomo Migone.

Per adesioni qui, o scrivere a: liberipalestinesi@gmail.com

Fonte

12/10/2025

Israele blocca la scarcerazione di Barghouti

Israele ha ribadito che Marwan Barghouti non sarà rilasciato. Il leader di Fatah, simbolo della resistenza palestinese, resta fuori dal nuovo accordo sul cessate il fuoco a Gaza e sullo scambio di prigionieri. Hamas lo aveva chiesto a gran voce, anche nei negoziati precedenti, compreso quello del 2024 e quello di gennaio 2025. Ma il suo nome non compare tra i 1.950 prigionieri palestinesi destinati a tornare a casa.

Nell’intesa, che prevede la liberazione di 20 ostaggi israeliani vivi e la restituzione dei corpi di 28 israeliani morti, la parte palestinese è ancora in evoluzione. Le liste vengono aggiornate di ora in ora: al momento si parla di 250 ergastolani e di oltre 1.700 palestinesi arrestati dopo il 7 ottobre 2023. E tra questi ultimi, come scrive Middle East Eye, va ricordato che ci sono centinaia tra donne e bambini sequestrati a Gaza e detenuti senza accuse formali.

Chi è Marwan Barghouti

Ogni palestinese conosce il nome di Marwan Barghouti. Che si tratti di un abitante della Cisgiordania occupata, di Gerusalemme Est o di un sopravvissuto al genocidio di Gaza, il suo volto e la sua storia rappresentano da decenni la resistenza e l’unità nazionale.

Arrestato nel 2002 per il suo ruolo di primo piano nella Seconda Intifada (2000–2005), fu accusato da Israele di aver ordinato attentati suicidi con vittime civili, accuse che Barghouti ha sempre respinto.

Leader carismatico di Fatah, il partito che guida l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), è stato a lungo nel mirino di Israele non solo per il suo passato militante, ma anche per la profonda popolarità di cui gode tra i palestinesi. Non a caso, i sondaggi indicano che Barghouti – oggi 66enne – sarebbe il favorito assoluto in un’ipotetica elezione presidenziale, capace di battere l’attuale presidente Mahmoud Abbas – che pure non gode di grande sostegno a causa della debolezza ormai evidente dell’Autorità Palestinese e della sua età avanzata.

Pur appartenendo a Fatah, Barghouti è considerato una figura unificatrice, capace di parlare a tutto il popolo palestinese, in netto contrasto con l’immagine divisiva e logorata dell’attuale leadership. Nonostante sia dietro le sbarre da oltre vent’anni, la sua popolarità non è mai crollata.

Il leader che unisce, e per questo spaventa

È proprio questa capacità di unire a rendere Marwan Barghouti così scomodo.

Secondo Ismat Mansour, analista politico a Ramallah, “Barghouti può riavvicinare Fatah e Hamas e ricucire lo strappo tra Cisgiordania e Gaza. Hamas lo considera un simbolo di unità, mentre Abbas [Abu Mazen] è percepito come un divisore”.

Anche per questo Israele non vuole sentir parlare della sua liberazione.

Il politologo palestinese Khalil Shikaki spiega che “Israele teme che, una volta libero, Barghouti possa unificare i palestinesi. E Netanyahu non lo permetterà”

A conferma di quanto la sua figura resti scomoda, lo scorso agosto il ministro dell’ultradestra Itamar Ben Gvir ha pubblicato un video – riportato da The Guardian – in cui sbeffeggiava Barghouti, ancora rinchiuso nel carcere di Ganot. Oggi, l’immagine di Barghouti è molto diversa da quella delle sue foto più note. Non somiglia più al murale che lo ritrae a Ramallah, in Cisgiordania. Ma la sua popolarità non è svanita dietro le sbarre – e Israele lo sa.

La motivazione ufficiale, però, è un’altra. Come riporta Haaretz, Barghouti è considerato “un uomo con le mani sporche di sangue israeliano”, e per molti cittadini israeliani la sua liberazione sarebbe semplicemente inaccettabile.

Un argomento che, almeno in apparenza, sembra coerente – se non fosse che tra gli ergastolani che Israele si prepara comunque a liberare figurano anche persone condannate per gli stessi reati imputati a Barghouti.

Per questo, è probabile che il rifiuto netto di Netanyahu abbia radici politiche più che giudiziarie: Barghouti rappresenta un pericolo non per ciò che ha fatto, ma per ciò che ancora può fare. Come sottolineano diversi analisti, la sua figura minaccia di ribaltare gli equilibri interni palestinesi e di restituire legittimità a un fronte nazionale che Israele preferisce diviso.

Secondo Middle East Eye, lo scorso 8 settembre, Steve Witkoff, inviato speciale statunitense per il Medio Oriente, aveva già avallato e firmato una lista di prigionieri che includeva il nome di Barghouti. Poche ore dopo, però, il suo nome sarebbe stato rimosso unilateralmente dall’ufficio del primo ministro israeliano.

Fonte

20/01/2025

Gaza - Liberati 90 prigionieri politici palestinesi, tra di loro Khalida Jarrar

Diverse ore dopo la liberazione a Gaza di 3 donne israeliane nel quadro dell’accordo di cessate il fuoco tra Israele e Hamas, nella notte sono stati rilasciati anche 90 detenuti politici palestinesi, tra di essi 69 donne e 21 minori (uno, Mahmoud Aliwat, ha solo 15 anni). 76 prigionieri sono residenti in Cisgiordania, 14 a Gerusalemme Est. Secondo Hamas, Israele non ha liberato un prigioniero sull’elenco.

Due autobus con i vetri oscurati hanno lasciato la prigione israeliana di Ofer, a Betunia (Ramallah) in Cisgiordania, poco dopo l’una di notte, ora locale. Una folla esultante ha applaudito e urlato di gioia al passaggio degli autobus carichi di prigionieri, sventolando bandiere palestinesi e bandiere di vari movimenti politici, tra cui Hamas. Sono stati sparati anche fuochi d’artificio.

Tra i detenuti scarcerati c’è la deputata Khalida Jarrar, 62 anni, dirigente del Fronte popolare per la liberazione della Palestina, attivista femminista ed esperta di diritto internazionale. Negli ultimi dieci anni è stata ripetutamente arrestata e detenuta, spesso senza accuse specifiche e un processo, e le è stato vietato di viaggiare all’estero. Jarrar negli ultimi sei mesi è stata tenuta in isolamento e dal suo ultimo ingresso in carcere, nel dicembre 2023, non ha potuto ricevere le visite del marito Ghassan Jarrar. Nel 2021 le autorità israeliane non autorizzarono Khalida Jarrar – detenuta anche in quel periodo – a partecipare ai funerali della figlia Suha morta per un infarto.

Tra le altre donne liberate ci sono Dalal Khasib, di 53 anni, sorella dell’ex vicecomandante di Hamas, Saleh Arouri, assassinato un anno fa da Israele in un attacco a Beirut. E Abla Abdel Rasul, 68 anni, moglie del leader del Fplp, Ahmad Saadat anche lui detenuto e condannato all’ergastolo.

In questa prima fase dell’accordo di cessate il fuoco verranno scarcerati palestinesi arrestati dal 2020. L’elenco di 1904 prigionieri include almeno 150 detenuti che i tribunali israeliani hanno condannato all’ergastolo. Sarà negoziata nella seconda fase la liberazione anche di prigionieri di alto profilo. Israele però si oppone alla scarcerazione di Marwan Barghouti, il “Mandela palestinese”, di Ahmed Saadat e di alcuni dirigenti e militanti di Hamas ritenuti responsabili di attacchi e attentati.

Fonte

16/11/2024

Francia - Accolta la domanda di liberazione per Georges Abdallah

Venerdì 15 novembre, il Tribunale per l’esecuzione delle sentenze ha accolto l’undicesima domanda di liberazione condizionata presentata lo scorso giugno dall’avvocato di Georges Ibrahim Abdallah, comunista libanese e combattente della resistenza palestinese. “È una grande vittoria politica e legale ”, ha dichiarato il suo avvocato Jean-Louis Chalanset.

Tra i fondatori delle Fazioni Armate Rivoluzionarie Libanesi (FARL) dopo l’invasione da parte di Israele del Libano nel 1982, Georges Abdallah fu arrestato nel 1984 a Lione. Fu condannato all’ergastolo nel 1987 per complicità nell’omicidio del colonnello Charles Ray, collaboratore militare presso l’ambasciata statunitense a Parigi, e di Yacov Barsimentov, consigliere dell’ambasciata israeliana, a seguito di un processo politico pieno di irregolarità.

Infatti, un mese dopo la sentenza, nel libro “L’agent noir. Une taupe dans l’affaire Abdallah” (“L’agente oscuro. Una talpa nell’affare Abdallah”), il suo primo avvocato, Jean-Paul Mazurier, rivelava al giornalista Laurent Gally di aver agito per conto dei servizi segreti francesi.

Liberabile dal 1999, da allora il governo francese ha sistematicamente impedito la sua scarcerazione.

Nel 2003, il Tribunale regionale per la libertà vigilata di Pau aveva autorizzato il suo rilascio. Tuttavia, su ordine dell’allora ministro della Giustizia, Dominique Perben, il procuratore di Pau presentò ricorso contro questa decisione facendo pressione affinché Georges Abdallah rimanesse in carcere.

Nel 2013, una richiesta di liberazione condizionale fu approvata dal Tribunale per l’esecuzione delle sentenze; tuttavia, questa era subordinata ad un ordine di espulsione verso il Libano – favorevole ad accogliere Georges Abdallah – che l’allora ministro “socialista” degli Interni, Manuel Valls, rifiutò di firmare.

Nel 2020, qualche giorno dopo l’esplosione nel porto di Beirut, il Presidente francese Macron, precipitatosi in Libano, tentò di ribaltare la situazione, dichiarando che la decisione di firmare spettava solo a Georges Abdallah. Ma cosa avrebbe dovuto firmare? Secondo i desiderata dell’Eliseo, una rinuncia dei suoi ideali politici e della sua militanza portata avanti in questi 40 anni di detenzione.

In virtù della mancata – e impossibile – abiura del suo impegno politico, gli Stati Uniti e Israele hanno sempre fatto pressione sulle autorità francesi affinché impedissero in qualsiasi maniera la liberazione di Georges Abdallah.

Questo venerdì, “il tribunale di esecuzione delle sentenze ha concesso a Georges Ibrahim Abdallah la liberazione condizionale a partire dal 6 dicembre, a condizione che lasci il territorio francese e non vi compaia più”, ha spiegato la Procura nazionale antiterrorismo (Pnat). Questa volta, la decisione del tribunale non è subordinata all’emanazione di un decreto di espulsione da parte del governo.

Tuttavia, il pubblico ministero ha dichiarato di voler già presentare ricorso, ennesima espressione dell’accanimento nei confronti del prigioniero politico da più tempo detenuto in Europa. Una nuova udienza dovrebbe quindi tenersi entro i prossimi mesi.

A poche settimane dalla manifestazione annuale per la liberazione di Georges Abdallah a Lannemezan, fino alle mura del carcere dove è detenuto, e a seguito di un intenso mese di mobilitazione internazionale in occasione dei 40 anni di detenzione, la Campagna unitaria per la liberazione di Georges Abdallah – a cui la Rete dei Comunisti partecipa attivamente – fa appello ad intensificare la mobilitazione e ad ampliare il fronte della solidarietà.

Una lotta strettamente legata a quella contro il genocidio del governo israeliano di Benjamin Netanyahu in Palestina e la criminalizzazione della solidarietà con il popolo palestinese, che nel corso di questo anno ha dimostrato costanza e determinazione, dalle piazze alle numerose prese di posizione de La France insoumise all’Assemblée Nationale.

Fonte

04/03/2024

Barbara Balzerani se ne è andata

Da pochi minuti abbiamo appreso che Barbara Balzerani non c’è più. La sua ultima lotta è stata, come per tanti, contro un tumore.

75 anni, di Colleferro, figli di lavoratori, è stata tra le protagoniste dell’assalto al cielo di una generazione che ha fatto di tutto per cambiare volto a questo disgraziato paese e dare una prospettiva diversa a chi vive di lavoro.

Dopo aver militato in Potere Operaio entra nelle Brigate Rosse, dove diviene presto una delle principali figure dirigenti fino al momento dell’arresto, nel giugno del 1985.

Con la pasticciata “soluzione politica all’italiana” – lo Stato non riesce a formulare una legge di amnisti e indulto, dopo una lunga e infruttuosa discussione e si limita ad applicare ai prigionieri politici i normali meccanismi della “legge Gozzini” – Barbara esce in libertà condizionale nel 2006.

Nonostante sia passato tutto sommato poco tempo, e la classe politica della “Prima Repubblica” fosse tutt’altro che “di manica larga”, un abisso di cultura e clima politico ci separa dagli ultimi decenni del Novecento.

La sua morte, per semplice coincidenza temporale, getta una luce sinistra ma abbagliante, per esempio, sulla “logica” maramaldesca che presiede alla recente riapertura del procedimento per i fatti della Cascina Spiotta, nel 1975, in cui Mara Cagol venne chiaramente finita con un “colpo di grazia” dopo essere rimasta ferita. Morte di cui, ovviamente, quel procedimento non intende occuparsi.

Su Barbara si potrebbe scrivere a lungo e resterebbe comunque sempre fuori qualcosa di essenziale. La sua statura morale e politica, senza alcuna concessione alla retorica, può però essere da ognuno misurata sulla base dei numerosi libri che ha dedicato ad una Storia che – chi come generazione, chi come militante politico, chi criticando, chi condividendo – abbiamo in tanti attraversato.

Fonte

02/02/2024

Prigionieri politici Mapuche in sciopero della fame

Santiago, 29 gennaio 2024

Ai Signori

Luis Cordero Vega, Ministro della Giustizia.

Jaime Gajardo Falcón, Sottosegretario della Giustizia.

Xavier Altamirano, Sottosegretario ai Diritti Umani.

Le organizzazioni e le persone che aderiscono alla presente lettera, segnalano quanto segue:

In primo luogo, facciamo presente che quattro prigionieri politici mapuche CAM stanno facendo uno sciopero della fame da 78 giorni, chiedendo innanzitutto l’annullamento del processo contro Ernesto Llaitul Pezoa, Ricardo Delgado Reinao, Nicolás Villouta Alcaman e Esteban Henríquez Riquelme, o quali, nonostante l’inesistenza di elementi probatori, sono stati ingiustamente condannati a più di 15 anni di carcere.

Questo sciopero della fame si realizza con il sostegno di 11 prigionieri politici CAM, detenuti nel CP Bío-bío e nel CCP di Temuco: il portavoce storico della CAM Héctor Llaitul Carrillanca, José Lienqueo Marquez, Roberto Garling Infanta, Bastian Llaitul Vergara, Oscar Cañupan Calfin, Axel Campos Vivallos, Pelentaro Llaitul Pezoa, Daniel Canio Tralcal, Luis Menares Chanilao, Carlos Mardones Saez, Jorge Caniupil Coña, che sono in sciopero della fame da 50 giorni.

In secondo luogo, si esige l’implementazione di un modulo comunitario nel CP Bío-bío, come previsto nei trattati internazionali sottoscritti dallo stato del Cile, tenendo in considerazione i seguenti argomenti:

1. Il riconoscimento dei 15 membri della comunità come membri del popolo originario mapuche e la rivendicazione del loro status di prigionieri politici, ogniqualvolta le loro cause siano legate al conflitto storico che esiste tra il popolo nazione mapuche, lo Stato del Cile e la lotta che si porta avanti contro l’estrattivismo, soprattutto forestale, che depreda il Wallmapu.

2. Si sa che la decisione politica di fermare e contrastare il conflitto storico ha peggiorato la persecuzione e la criminalizzazione delle rivendicazioni mapuche negli ultimi 30 anni, e ciò ha inevitabilmente portato in carcere centinaia di membri della comunità.

3. Segnaliamo che, grazie a mobilitazioni diverse ed estese, il popolo mapuche ha ottenuto, anche se in modo insufficiente, il rispetto di alcune condizioni culturali e spirituali all’interno dei vari centri penitenziari. Un esempio di questo è l’ottenimento di moduli comunitari (luoghi in cui, sia pur in modo minimo, si può esprimere l’identità e l’appartenenza mapuche) in quanto corrispondono a uno spazio sostenuto dalla Convenzione 169 dell’ILO, la cui sottoscrizione da parte dello Stato del Cile è vigente, e che era stato, in un certo senso, rispettato o almeno considerato da tutti i governi, compresi quelli di destra.

4. Ricordiamo che è stata evidente una negazione e un arretramento, da parte dell’attuale governo, poiché sono stati violati costantemente i diritti fondamentali dei prigionieri politici mapuche nelle carceri di massima sicurezza. In questo caso ci riferiamo specificamente al CP Bío-bío, situazione di cui li riteniamo responsabili per il loro ruolo di massima autorità in materia di detenzione.

5. Denunciamo le violazioni e le trasgressioni sistematiche commesse, inoltre, contro le famiglie e i membri delle comunità che visitano i prigionieri politici mapuche, che non ricevono il trattamento speciale che spetta loro in quanto membri del popolo mapuche originario, ignorando, pertanto, quanto stabilito nei trattati internazionali sottoscritti dallo Stato del Cile.

In terzo luogo, si chiede il rilascio immediato di Daniel Canio Tralcal, poiché, considerato il periodo in cui è stato ingiustamente incarcerato dallo Stato del Cile – tra il 2009 e il 2013, ed essendo stato assolto dalle imputazioni- ha il diritto di scegliere la libertà condizionale.

Riteniamo che il fatto di tenere i prigionieri politici mapuche in un carcere di massima sicurezza corrisponda ad una decisione politica e non solo amministrativa. Riconosciamo che i prigionieri politici mapuche sono privati ​​della libertà, ma in nessun caso cessano di essere soggetti di diritti fondamentali, né perdono il loro status di membri del popolo mapuche.

Per quanto sopra esposto, chiediamo che il trattamento e le condizioni di detenzione siano coerenti con la loro situazione di prigionieri politici e con la loro condizione di membri del popolo mapuche. Chiediamo che venga data una soluzione alle richieste rappresentate con lo sciopero della fame, così come riteniamo le autorità dello Stato del Cile responsabili delle eventuali conseguenze irreversibili sulla salute e sulla vita degli scioperanti.

Fonte

30/11/2023

“Né l’amnistia né l’Europa ci salveranno”

Dalla prigione catalana di Ponent, dove da due anni e mezzo sconta una pena per ingiurie alla corona e apologia del terrorismo, Pablo Hasel ha scritto una breve e tagliente lettera che tocca diversi temi oggi al centro del dibattito politico iberico: l’accordo tra i partiti indipendentisti e il PSOE, all’origine dalla riconferma di Pedro Sánchez alla Moncloa; la reale portata dell’amnistia; il ruolo delle istituzioni europee sullo scacchiere internazionale.

La lettera riporta all’attenzione dell’opinione pubblica il caso di Hasel che, dopo aver suscitato lo sdegno e le proteste di migliaia di giovani dentro e fuori lo stato spagnolo, sembra quasi dimenticato.

Conviene ricordare che il musicista di Lleida è finito in carcere a causa di diverse sentenze di condanna tra cui una per i testi delle proprie canzoni, un’altra per una supposta aggressione e infine per alcune opinioni che sono state tacciate di inneggiare al terrorismo.

Proprio quest’ultima accusa merita una riflessione preliminare: è oggi più che mai evidente l’uso politico del termine “terrorista“, impiegato con disinvoltura dagli Stati per condannare senza appello quello che considerano “il nemico”. Con i suoi messaggi, cantati e non, Hasel ha toccato un nervo scoperto dello stato spagnolo tanto da guadagnarsi l’accusa di “apologia del terrorismo“.

Ma ricordare le torture della poliza inflitte ai membri di ETA o a quelli dei GRAPO, un’organizzazione armata marxista-leninista attiva durante e dopo la transizione, è fare apologia del terrorismo?

Sostenere, riferendosi ai GRAPO, che «le prigioniere e i prigionieri politici sono un esempio di resistenza» è fare apologia del terrorismo o un legittimo esercizio di difesa della memoria storica?

La denuncia dei legami della monarchia spagnola con quella saudita, oggetto peraltro delle indagini della magistratura, dev’essere considerata un’ingiuria? Difendere un giovane che affiggeva manifesti a favore dell’autodeterminazione da un provocatore che lo stava aggredendo è un reato?

Evidentemente per lo Stato spagnolo uscito dalla transizione, è ancora oggi difficile tollerare la critica alla mancata trasformazione delle strutture repressive statali (così come la critica alla conservazione nelle mani delle elite franchiste del potere economico e la critica all’unità dello stato).

Su questi temi esiste un settore sociale conservatore, imbevuto della cultura politica franchista, pronto a mobilitarsi, come è accaduto con le proteste seguite all’annuncio dell’amnistia e scatenatesi nelle piazze di Madrid.

Con questo settore i socialisti di Pedro Sánchez hanno condiviso tra l’altro la gestione dell’immigrazione, il sostegno alla NATO, l’adesione al nazionalismo spagnolo e la repressione dei movimenti indipendentisti.

Ed è improbabile che la recente amnistia rappresenti un vero punto di svolta: nel caso di Pablo Hasel (e di molti altri detenuti politici) sembra infatti imporsi una interpretazione restrittiva del provvedimento che, con il beneplacito del nuovo governo, lascerà il rapper comunista in carcere fino al 2027.

Bisogna sottolineare anche che la Corte Europea di Strasburgo ha rifiutato il ricorso presentato da Hasel e ha giudicato corretta la pena comminata dai giudici spagnoli.

Si tratta senza dubbio di una sconfitta giuridica che però ha un risvolto imprevisto: la decisione del tribunale contribuisce a smontare l’opinione, assai diffusa nell’indipendentismo catalano (fatta eccezione per la CUP), secondo la quale l’Unione Europea “rispetterebbe i principi democratici” più di quanto faccia lo Stato spagnolo. Su questo tema, la lettera del rapper è molto chiara.

Seppure alcuni giudizi di Hasel, soprattutto quelli sui partiti spagnoli e catalani, possano talvolta prestarsi all’accusa di un certo massimalismo, bisogna riconoscere che non fanno sconti a nessuno, investendo tanto i socialisti quanto gli indipendentisti.

Anche perciò vale la pena ascoltare il suo punto di vista, non foss’altro che per dare voce a un rapper comunista silenziato, divenuto un detenuto politico, che rivendica la propria appartenenza ideologica.

Qui di seguito la lettera di Pablo Hasel apparsa il 16 novembre sulla stampa catalana.
«Ancora una volta, numerosi partiti hanno raggiunto un accordo sulla fiducia al governo, il cui contenuto suppone la violazione reiterata dei diritti civili e politici. In nome del progressismo, torneranno a mettere in campo politiche all’insegna dello sfruttamento, della miseria, della repressione e dell’imperialismo. Tutto ciò sostenendo un regime profondamente antidemocratico, nemico dei nostri interessi, sia come popolo che come classe.

L’amnistia sulla quale si sono accordati – e vedremo se questa amnistia davvero mantiene ciò che promette – non arriva neppure a includere tutti gli indagati e condannati in Catalunya. Perché la repressione va molto oltre il processo indipendentista: ci sono migliaia di perseguitati per le lotte sul lavoro, le lotte studentesche, quelle per la casa, contro il maschilismo, il razzismo, l’omofobia e contro la repressione.

Inoltre in ambito statale ci sono molti altri prigionieri politici che non sono neppure menzionati perché si vogliono nascondere. E non possiamo permetterlo perché questi prigionieri hanno difeso la nostra dignità. Soprattutto i prigionieri politici sequestrati da decenni, che sono l’esempio di lotta più coerente per i diritti civili, sociali e politici, inclusa l’autodeterminazione.

Perciò dobbiamo rivendicare l’amnistia totale, dovunque sia possibile, e organizzare la solidarietà per far fronte alla repressione presente e a quella futura. L’ampliamento delle leggi repressive approvate dai falsi progressisti dice chiaramente che non ci sarà tregua.

Con altrettanta chiarezza, le nefaste condizioni di vita ci dicono che è necessario intensificare la lotta (che sarà repressa). Il regime non ha bisogno del Partido Popular e di Vox al governo per imporre questo fascismo occulto: se ne incarica il PSOE-Sumar e i loro collaboratori, che perpetuano ogni tipo di atrocità.

Il progressismo e alcuni settori della “sinistra” addomesticata hanno ripetuto spesso che l’Europa non lo permetterebbe, idealizzando l’UE. La realtà ha dimostrato ripetutamente che dicevano una menzogna.

Un recente esempio è la condanna che ho ricevuto per aver denunciato fatti oggettivi, ratificati dal tribunale di Strasburgo. Una condanna incomprensibile, dato che in precedenza lo stato spagnolo era stato condannato per la pratica della tortura, considerata invece nella mia sentenza un’“ingiuria”.

Il fatto che a volte la Corte Europea o l’ONU ammoniscano o condannino lo stato spagnolo per la grossolana repressione non significa che lo facciano sempre, né che riescano a fermarlo. Cosa che non sorprende perché anche l'Unione Europea reprime, e questa evidenza non è inficiata dal fatto che alcuni stati membri dell’unione siano più rispettosi delle libertà rispetto a quello spagnolo.

L’Europa che partecipa alle invasioni imperialiste della NATO, che trasforma il Mediterraneo in una fossa comune per i migranti, che aiuta il sionismo a occupare la Palestina e a portare a termine un genocidio, che equipara nazismo e comunismo, che culla le multinazionali responsabili dello sfruttamento e del saccheggio selvaggio di numerosi paesi, che ha sostenuto il jihadismo in Siria e che arma i nazisti ucraini, non ci salverà.

Non esiste altra soluzione che aumentare gli sforzi per far crescere le lotte nelle piazze. Soltanto rafforzando l’organizzazione rivoluzionaria conquisteremo i diritti e la libertà che ci strappano di mano con la violenza.

È sempre più urgente sviluppare l’unità attorno alla solidarietà e alla lotta per un programma veramente democratico-popolare, che includa l’uscita da questa Unione Europea sfruttatrice, repressiva e imperialista. Altrettanto necessario è denunciare come sotto questo “nuovo” governo continueremo ad essere ugualmente oppressi in tutti i sensi.

Rovesciamo il regime monarchico-fascista! Visca la resistenza! Amnistia totale!»
Fonte

23/11/2023

Marwan Barghouti, un potenziale leader del dopoguerra per la Palestina?

Il nome di Marwan Barghouti è riemerso frequentemente negli ultimi giorni mentre gli osservatori contemplano i potenziali scenari del dopoguerra a Gaza. Molti cittadini palestinesi e operatori umanitari hanno chiesto ancora una volta a Israele di rilasciarlo.

Una delle possibili opzioni in discussione per il futuro dell’enclave palestinese assediata riguarda Barghouti, detenuto da Israele dal 2002. Alcuni lo ritengono capace di ristabilire la legittimità dell’Autorità nazionale palestinese (Anp) e di assumere la guida di un potenziale governo che gestirebbe la situazione in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza.

Una settimana fa, il Segretario di Stato americano Antony Blinken ha affermato che qualsiasi piano per il futuro governo nella Striscia di Gaza “deve includere un governo guidato dai palestinesi e Gaza unificata con la Cisgiordania sotto l’Autorità Palestinese, per raggiungere infine un Stato”.

Barghouti è un candidato popolare per i palestinesi, ma probabilmente incontrerebbe una forte resistenza da parte di Israele e dell’Anp a Ramallah.

Dal punto di vista israeliano, Barghouti è una figura del “terrorismo palestinese”. È stato in prigione per più di 20 anni per il suo presunto ruolo nell’organizzazione di attacchi suicidi mortali durante la Seconda Intifada (2000-2005).

Barghouti, all’epoca segretario generale di Fatah in Cisgiordania, è stato condannato nel 2004 a cinque ergastoli. Da allora ha continuato a sostenere la sua innocenza e a considerare illegittimo il tribunale che lo ha processato.

“Marwan è accusato di aver fondato le Brigate dei Martiri di al-Aqsa [una milizia di Fatah particolarmente attiva durante la Seconda Intifada, ndr] e alcuni dei suoi sostenitori provengono da questo stesso gruppo”, ha spiegato Tahani Moustafa, analista palestinese dell’International Crisis Group.

Trentaquattro per cento dei voti

Israele è diffidente nei confronti di Barghouti anche a causa della sua capacità di galvanizzare un movimento nazionale palestinese diviso da tempo.

A differenza di altre figure dell’Anp, Barghouti non è stato accusato di collaborare con le autorità israeliane. Essendo stato una figura di spicco nella Prima e nella Seconda Intifada, Barghouti condanna lo stretto coordinamento tra le autorità della Cisgiordania e di Israele sulle questioni di sicurezza.

“Mai prima nella storia è stato chiesto a una popolazione sotto occupazione di fornire servizi all’occupante”, ha affermato in un’intervista a Le Monde nel 2016.

“Abu Mazen [Mahmoud Abbas, attuale presidente dell’Autorità Palestinese, ndr] ha offerto a Israele undici anni di sicurezza senza precedenti. Ma Israele ne ha approfittato per espandere gli insediamenti, confiscare le terre, ebraicizzare Gerusalemme e continuare l’assedio di Gaza, dove la disoccupazione e la povertà sono ai massimi livelli”, ha continuato.

Nel corso degli anni la posizione di Barghouti ha contribuito ad aumentare la sua popolarità tra la popolazione palestinese. “La sua prigionia è infatti uno dei motivi per cui Marwan è così popolare”, ha osservato Hamada Jaber, consulente del Centro palestinese per la politica e la ricerca sui sondaggi (PCPSR). “Continua a seguire ciò che accade in Palestina ed è ancora presente nella comunità”, ha aggiunto Jaber.

Nel 2006, il leader di Fatah è stato il primo a candidarsi al parlamento da una prigione israeliana e ha rinnovato il suo seggio nel Consiglio legislativo palestinese. Barghouti rappresenta una minaccia per l’Autorità Palestinese, che è stata afflitta per anni da corruzione, autoritarismo e inerzia ed è improbabile che spinga per il rilascio di Barghouti.

Venerdì scorso, Mahmoud Abbas ha dichiarato che l’Autorità Palestinese sarebbe pronta a riprendere il controllo di Gaza “nel quadro di una soluzione politica globale” che comporti la formazione di uno Stato palestinese indipendente, che includa Gaza, Cisgiordania e Gerusalemme Est.

Anche se questo scenario ha poche possibilità di successo, Jaber ha detto che una cosa è certa: “I maggiori perdenti dal possibile rilascio di Marwan Barghouti sarebbero gli attuali leader di Fatah”.

Dalla sua cella, Barghouti ha appoggiato la lista Fateh per le elezioni legislative del 2021, guidate dalla moglie Fadwa e da Nasser al-Qidwa, in cambio del sostegno di quest’ultimo alla sua candidatura presidenziale.

Le elezioni, inizialmente promesse da Mahmoud Abbas, avrebbero dovuto essere le prime dal 2005-2006. Tuttavia, Abbas le ha rinviate a tempo indeterminato, temendo che le liste dei dissidenti potessero autorizzare Hamas a prendere il controllo in Cisgiordania, come hanno notato diversi osservatori.

Moustafa suggerisce: “La popolarità di Marwan può essere in gran parte spiegata dal fatto che rappresenta un voto di protesta contro Mahmoud Abbas... Ma ancora una volta, questo non significa molto, date le limitate opzioni disponibili all’interno di Fatah”.

Secondo un sondaggio pubblicato lo scorso settembre da PCPSR e condotte tra i palestinesi della Cisgiordania e di Gaza, se oggi si tenessero nuove elezioni presidenziali, Barghouti sarebbe il candidato preferito, Abbas riceverebbe il 34% dei voti, seguito da Ismail Haniyeh (capo dell’ufficio politico di Hamas).

Gli eventi del 7 ottobre hanno offuscato ulteriormente l’immagine delle autorità di Ramallah, poiché Hamas si è rafforzato e si è presentato ancora una volta come il difensore della causa palestinese su scala nazionale.

Nel panorama attuale, Barghouti ha il vantaggio di rappresentare una terza opzione tra l’attuale leadership di Fatah e Hamas. Pertanto, potrebbe attirare in qualche modo anche il sostegno della fazione islamica. Presentato come mediatore, nel 2006 insieme ad altri prigionieri ha firmato la “Lettera dei prigionieri”, in cui chiedeva l’integrazione del movimento islamico nell’OLP.

Negli ultimi anni, Hamas ha fatto sapere in diverse occasioni che Barghouti costituisce una priorità in qualsiasi accordo di scambio di prigionieri con Israele. Il 28 ottobre, l’ala militare del movimento islamico ha dichiarato di essere pronta a rilasciare i quasi 240 ostaggi israeliani catturati il 7 ottobre in cambio del rilascio di tutti i prigionieri palestinesi incarcerati in Israele.

Tuttavia, la vicinanza tra Barghouti e Hamas sembra complicare ulteriormente il suo rilascio. “È difficile immaginare come (Barghouti) possa contribuire a raggiungere gli obiettivi che Israele e la comunità internazionale si sono prefissati a Gaza”, ha continuato Moustafa.

Questi obiettivi includono “limitare la resistenza e creare un’entità in grado di mantenere la pace a Gaza nello stesso modo in cui si aspettano che l’Anp faccia in Cisgiordania – cosa che ha dimostrato di non poter più fare”.

L’ultima risorsa di Barghouti potrebbe essere quella di fare pressione su stati arabi come la Giordania e l’Egitto affinché spingano per il suo rilascio. Gli hanno mostrato sostegno in passato e potrebbero essere motivati ​​dal desiderio di mantenere la propria stabilità.

“Se la comunità internazionale e i paesi arabi fossero disposti a gestire il conflitto, Barghouti potrebbe essere l’unico leader in grado di isolare Israele e la comunità internazionale per circa un decennio”, ha affermato Jaber.

Fonte

20/10/2022

Sospeso lo sciopero della fame dei prigionieri politici palestinesi

I prigionieri politici palestinesi hanno sospeso il loro sciopero della fame collettivo contro la politica arbitraria e illegale di detenzione amministrativa di Israele. 30 detenuti avevano inizialmente lanciato l’azione di protesta il 25 settembre e sono stati successivamente raggiunti da altri 20 in un atto di solidarietà il 9 ottobre. I detenuti hanno sottolineato che la lotta continuerà.

“La nostra scelta è il confronto continuo e la resistenza contro la detenzione arbitraria”, hanno dichiarato in una nota. “Sebbene l’obiettivo principale dell’occupante sia soggiogare e controllare il nostro popolo e cancellare la sua narrativa storica e l’identità nazionale, la nostra battaglia contro la detenzione amministrativa è un confronto continuo che include tutto il nostro popolo in Palestina e nella diaspora, fino a rendere la questione della detenzione amministrativa una delle priorità palestinesi di fronte al progetto coloniale sionista”.

Israele come routine utilizza la detenzione amministrativa per prendere di mira i palestinesi, trattenendoli a tempo indeterminato senza accusa o processo sulla base di “prove segrete”. A settembre 2022, circa 800 palestinesi erano detenuti nelle carceri israeliane in detenzione amministrativa.

Secondo l’organizzazione per i diritti umani Addameer, lo sciopero della fame è stato sospeso dopo che i detenuti hanno raggiunto un accordo con le autorità di occupazione israeliane “per dare priorità alla detenzione amministrativa nel loro dialogo con i rappresentanti del Movimento dei prigionieri palestinesi” all’interno delle carceri.

Secondo quanto riferito, l’occupazione israeliana ha anche accettato di rilasciare detenuti amministrativi malati e anziani, comprese donne e bambini, entro i prossimi due mesi. L’accordo include anche la presentazione di una discussione su un periodo massimo per gli ordini di rinnovo della detenzione e la fine del “bersaglio di routine” di detenuti e prigionieri palestinesi con ripetuti arresti arbitrari e detenzioni amministrative.

Circa 60 detenuti palestinesi hanno intrapreso scioperi della fame individuali nel 2021. Secondo Addameer, i numeri nel 2022 sono ancora più alti, un fenomeno che è in “risposta diretta all’uso sempre crescente da parte delle autorità di occupazione israeliane del loro programma di detenzione amministrativa per punire collettivamente i palestinesi, e mirare specificamente ai gruppi a rischio”. Questi includono bambini, anziani ed ex prigionieri. Più dell’80% dei detenuti che hanno preso parte allo sciopero della fame collettivo erano ex prigionieri.

Israele costantemente arresta nuovamente i detenuti rilasciati. I detenuti hanno descritto le forme di questa crudele guerra psicologica, talvolta hanno fatto l’esperienza di aver ricevuto i loro ordini di rilascio ma di essere arrivati ​​al posto di blocco finale solo per essere informati che la loro detenzione era stata rinnovata.

Mentre lo sciopero della fame è stato interrotto, i detenuti hanno affermato che “Il secondo episodio della nostra lotta è il nostro impegno a boicottare i tribunali sionisti a tutti i livelli, che è la pietra angolare per affrontare la detenzione amministrativa razzista”.

“Faremo tutti gli sforzi per trasformare il nostro boicottaggio dei tribunali in una posizione per tutti i detenuti amministrativi, e una posizione che includa le forze nazionali e islamiche, le istituzioni per i diritti umani, l’ordine degli avvocati e gli avvocati nella Palestina occupata nel 1948, per prevenire l'occupante dall’imbiancare la politica di detenzione amministrativa e allo stesso tempo esaminare la possibilità di sollevare tale questione davanti ai tribunali internazionali”, hanno aggiunto.

Il boicottaggio riguarderà le procedure militari israeliane relative alle udienze e agli appelli di conferma della detenzione amministrativa. I detenuti amministrativi palestinesi avevano avviato un boicottaggio globale di massa a gennaio, ma è stato sospeso a giugno dopo che alcuni accordi erano stati assicurati.

I detenuti si sono rifiutati di partecipare alle procedure e alle udienze dei tribunali e hanno anche incaricato il loro consulente legale di non partecipare ad alcun procedimento per loro conto. Hanno anche affermato che annunceranno ulteriori passi per un “programma continuo di lotta”, giurando di continuare a combattere “finché questa politica non sarà fermata e l’occupazione non sarà sradicata dalla nostra terra e dalle nostre vite”.

Alla fine della loro dichiarazione, i detenuti hanno espresso la loro solidarietà con “il nostro popolo assediato nel campo di Shuafat e nella città di Nablus, che stanno conducendo le più meravigliose epopee di eroismo, sfida e redenzione affrontando l’odiosa macchina da guerra sionista”.

Fonte

09/07/2021

Cile - Si apre la discussione sull'amnistia

María Rivera* è uno dei volti femminili della Plaza Dignidad, avvocatessa dei “primera línea”, difensore di prigionieri politici ed è stata una di coloro che hanno querelato Piñera per delitti di lesa umanità commessi dopo il 18 Ottobre. Imprigionata e torturata in dittatura, esiliata in Argentina. Non ha mai cessato di lottare contro detenzione e tortura. Militante della lega Internazionale dei lavoratori.

È stata eletta come Costituente tra gli Indipendenti nella Lista del Pueblo. Ed in questa vesta ha presentato lunedì scorso alla presidenza della Convenzione Costituzionale la seguente Mozione per l’Amnistia a tutti i progionier* politic*, cileni e mapuche.

*****

Signora Elisa Loncon Antileo
Presidenza Convenzione Costituzionale

Signor Jaime Bassa Mercado
Vicepresidenza Convenzione Costituzionale

Oggetto: Mozione della Signora Convenzionale María Magdalena Rivera Iribarren. Amnistia prigionieri e prigioniere politici cileni e mapuche dello Stato del Cile.

Santiago, 5 Luglio 2021.

1 – Lo Stato del Cile ha in regime di prigionia politica, in qualità di condannati o come misura cautelare di detenzione preventiva, centinaia di combattenti sociali cileni e mapuche. Il regime di democrazia controllata sorto dalla Transizione ha mantenuto l’essenza del modello economico e della Costituzione del 1980. In Cile nel 2021, questo è messo in discussione dalla maggioranza della popolazione.

2 – Per la continuità del modello economico e sociale, quel Regime si è basato sulla repressione del popolo mapuche e dei movimenti sociali, avvalendosi del carcere politico come arma fondamentale per cercare di fermare la resistenza del popolo mapuche e le lotte del popolo cileno. Questi meccanismi di repressione e violazione dei diritti umani sono stati estesi ad ampi settori della popolazione del Paese a partire dall’esplosione sociale del 18 ottobre, con una politica sistematica di detenzioni arbitrarie, vittime di torture da parte di agenti statali e perdita parziale o totale della vista. Anche la riparazione e la giustizia dovranno essere affrontate nelle prossime discussioni di questa Convenzione.

3 – La transizione concordata con la dittatura non solo ha garantito che Pinochet rimanesse come Senatore a vita e Comandante in Capo dell’Esercito, ma ha aperto le porte all’impunità per molti dei responsabili della sistematica violazione dei diritti umani durante la dittatura e la politica di persecuzione contro gli oppositori della dittatura e della transizione concordata.

4 – In relazione alla causa Mapuche. Da 500 anni il popolo Mapuche combatte in difesa del proprio territorio, scontrandosi, in tempi diversi, con lo Stato cileno e le compagnie che occupano le loro terre. A partire dalla dittatura, il regime militare si è reso responsabile dell’usurpazione di centinaia di migliaia di ettari di terra al popolo Mapuche e ha favorito apertamente la formazione di grandi monopoli forestali a partire dall’attuazione del decreto legge 701 del 1974. Così, alcuni gruppi economici si sono appropriati di terre e foreste ancestrali per la produzione forestale, allargando il conflitto con il popolo originario, legittimo proprietario di quelle terre. La protezione statale, dal 1973 ad oggi, ai proprietari delle grandi aziende forestali ha avuto enormi conseguenze per il popolo-nazione mapuche. Una di queste conseguenze è il carcere politico di decine di membri delle comunità.

5 – Definizione di Prigioniero Politico: Comunemente, prigioniero politico è chiamato una persona che è privata della libertà per non aver commesso alcun crimine, ma semplicemente per avere determinate idee politiche. Tuttavia, queste idee devono sempre raggiungere una manifestazione nel mondo esterno, si concretizzano attraverso azioni. Pertanto, il fattore determinante per tale definizione è la motivazione dell’atto che lo stato del Cile punisce penalmente. In questo senso, i prigionieri politici sono coloro che hanno commesso “crimini” di ispirazione politica e sono repressi da agenti statali. Ai fini della presente mozione, quando si parla di prigionieri politici si fa riferimento a qualsiasi persona privata della libertà, sia in virtù di una sentenza di condanna, sia in virtù di una misura cautelare restrittiva della libertà, perché la loro partecipazione, in qualsiasi suo grado, è imputata ad atti di connotazione politica.

6 – In questo senso, la Convenzione adotterà la seguente risoluzione:

a) Richiedere al Congresso e al Potere Esecutivo l’immediata approvazione del “Progetto d’Indulto Generale” presentato al Congresso.

b) Richiedere l’amnistia per tutti i prigionieri/e politici, prima e dopo dell’esplosione sociale. Non saranno considerati prigionieri politici i condannati per violazioni dei Diritti Umani da parte di agenti dello Stato o collaboratori civili.

c) Stabilire un termine imperativo di 15 giorni di calendario dalla data della presente risoluzione convenzionale, affinché il Congresso Nazionale e il Potere Esecutivo adottino le misure richieste.

In caso di rifiuto del Congresso Nazionale e dell’Esecutivo, nell’esercizio del potere costituente originario, la presente Convenzione adotterà come provvedimento il voto di un decreto di indulto e di Amnistia nei termini precedentemente richiesti. Allo stesso modo, farà appello alla mobilitazione popolare per sostenere l’esercizio del potere costituente originario basato sulla sovranità dei popoli

7 – Parte di questa mozione è l’apertura immediata di un ampio processo democratico di discussione delle udienze pubbliche e del lavoro delle commissioni con parenti di prigionieri dell’esplosione sociale, condannati in virtù della Legge Antiterrorismo, parenti e organizzazioni legate ai prigionieri mapuche e chi altro la presente Convenzione ritenga necessario.

8 – Questa convenzione conferma che non possiamo iniziare a scrivere la legge più importante che ci guiderà per i prossimi anni o decenni con prigionieri politici del precedente regime nelle carceri.

II – Allegato: Estratto di un documento preparato dalla Commissione Generale di Amnistia per i Prigionieri/e Politici

L’amnistia è la figura appropriata per decretare la libertà dei prigionieri/e politici in modo totale, senza esclusioni e senza condizioni. L’Amnistia è uno dei modi per estinguere la responsabilità penale delle persone stabilita nella nostra legislazione, precisamente nel codice penale all’articolo 93, numero tre.

Lo stesso articolo precisa che si estinguono sia la pena che tutti i suoi effetti, a differenza dell’indulto, che si limita a rimettere o commutare la pena, ma non toglie ai beneficiari il carattere di condannati, né, di conseguenza, quello di recidivi per detta eventualità.

Altro carattere benefico dell’amnistia è che questa figura è applicabile ai processati, anche non ancora condannati, mentre l’indulto è possibile solo nei confronti di persone condannate. L’importanza di ciò risiede nel fatto che per accedere al beneficio non è necessario attendere la condanna, ma essa opererebbe subito dopo la promulgazione.

La necessità che gli imputati perdano la qualità di condannati è anche di rilevanza politica, principalmente cerca di evitare la neutralizzazione assoluta di queste persone, dato l’alto grado di vulnerabilità davanti al sistema penale che comporta l’onere della recidiva di fronte a un futuro eventuale arresto.

Per tutto quanto sopra, è necessario menzionare le ragioni e le richieste per ottenere la libertà di tutti i prigionieri politici nel corso della storia del Cile, mediante un’Amnistia totale e incondizionata, che fornisca una soluzione definitiva, per abusi sistematici e violazioni dei Diritti Umani che sono andati avanti dalla dittatura militare del 1973.

Accumulando così 48 anni di impunità e prigionia politica nel Paese, possiamo citare la Commissione Valech che ha ricevuto 36.035 testimonianze e il suo primo rapporto, dove si riconoscono 27.255 persone vittime di carcerazione politica e torture durante la dittatura militare, e nel suo secondo rapporto la Commissione Valech II, ha riconosciuto un totale di 40.018 vittime, di cui 3.065 morte o scomparse.

Purtroppo, quella non fu la fine del regime, poiché per perseguire la transizione alla democrazia, è stata applicata un’amnistia ai militari implicati in crimini contro l’umanità durante la dittatura militare, impedendo così, un processo per i colpevoli o una riparazione per le vittime, inoltre Augusto Pinochet in totale impunità consegna la presidenza, ma rimane per altri 8 anni come Comandante in Capo dell’Esercito.

Ciò è fondamentale poiché è continuata la persecuzione politica e giudiziaria degli oppositori del regime, creando così i primi prigionieri politici della democrazia negli anni ’90, alcuni addirittura processati e condannati da una procura militare.

Per la maggior parte giovani membri di gruppi popolari che hanno combattuto contro la dittatura, come il Movimento Giovanile Lautaro, il Movimento della Sinistra Rivoluzionaria o il Fronte Patriottico Manuel Rodríguez, tra gli altri, sono stati perseguitati, imprigionati e condannati negli anni ’90 per il loro rapporto con questi gruppi. Questo è il caso di Mauricio Hernández Norambuena, Ricardo Palma Salamanca, Galvarino Apablaza, Raúl Escobar, Patricio Ortiz, Pablo Muñoz Hoffmann, tra molti altri.

Ma per comprendere l’attuale contesto sociale in Cile, dobbiamo tenere presente che durante i 17 anni di dittatura, un modello imprenditoriale e capitalista neoliberista è stato impiantato a ferro e fuoco, così come la costituzione del 1980 che ci governa ad oggi. Con questa affermazione, intendiamo che ogni lotta per cambiare il sistema che ci hanno imposto è una lotta per porre fine all’eredità lasciata dalla dittatura militare.

Dobbiamo anche menzionare i compagni sovversivi che chiedono la nullità delle condanne emesse negli anni ’90 dai pubblici ministeri militari di Pinochet e che sono tuttora in vigore, nei casi di Marcelo Villarroel Sepúlveda, Juan Aliste Vega e Freddy Fuentevilla, nonché l’abrogazione delle modifiche del DL-321 e la non applicazione della Legge N° 18.314 o “Legge Antiterrorismo ”, creata durante la dittatura e utilizzata per la repressione delle minoranze che vanno all’offensiva contro il sistema capitalista lasciatoci dal regime, come i compagni Joaquín García Chanks, Juan Flores Riquelme, Pablo Bahamondes Ortiz, Alejandro Centoncio, Tamara Sol, Mónica Caballero e Francisco Solar.

Allo stesso modo, è necessario menzionare la violazione sistematica dei diritti umani nelle comunità indigene, come il saccheggio di acqua e risorse naturali nelle terre ancestrali, poiché, come accadeva nella dittatura, imprenditori privati ​​o stranieri hanno il controllo in queste terre per sostenere l’attività delle imprese forestali.

Questo è un conflitto politico, poiché il popolo Nazione Mapuche esige la restituzione delle proprie terre e il rispetto della Convenzione ONU 169 sui popoli indigeni e tribali.

Durante gli anni 2000, molti Mapuche sono stati imprigionati con l’accusa di terrorismo nel quadro del conflitto per le terre, il caso più noto è stato quello del 2003 in cui otto Mapuche furono imprigionati e accusati in base alla Legge Antiterrorismo, Norín Catrimán, Pascual Huentequeo Pichún, Florencio Marileo Saravia, Juan Marileo Saravia, José Huenchunao Mariñán, Juan Millacheo Lican, Patricia Troncoso Robles e Victor Ancalaf Llaupe.

Dal momento che non c’erano prove contro di loro nel 2014 la Corte Interamericana dei Diritti Umani CIDH, ha condannato lo stato del Cile per aver violato il Principio di Presunzione di Innocenza, e gli ha proibito di applicare tale legge nei conflitti di rivendicazioni sociali, prova inconfutabile che è stata utilizzata politicamente e arbitrariamente contro le comunità indigene.

Ma il carcere politico mapuche è continuato e viene applicato nelle carceri con i lavori forzati come nella “schiavitù”, dice il Machi Celestino Córdova, unico condannato per la morte della coppia Luchsinger Mackay, nonostante non ci siano prove scientifiche contro di lui, che il proiettile che lo ha ferito non fosse del fucile di Wener Luchsinger, e che, oltretutto, si trovava a kilometri di distanza dagli accadimenti, è stato condannato a 18 anni di carcere.

Ma Machi Celestino Córdova non fu l’unico mapuche accusato e imprigionato in questo caso, gli altri 11 accusati furono assolti Francisca Linconao Huircapan, Aurelio Catrilaf Parra, Eliseo Catrilaf Romero, Hernán Catrilaf Llaupe, Sabino Catrilaf Quidel, Sergio Catrilaf Marilef T, Jose Cánsiórdo Tr Jose Manuel Peralino Huinca, Jose Tralcal Coche, Juan Tralcal Quidel e Luis Tralcal Quidel.

Ma ci sono ancora molti altri privati della libertà con accuse simili. Testimonianze di Carabineros e prove insufficienti sono l’argomento per tenere più di 26 Mapuche in carcere ad oggi.

Infine, vanno ricordati gli oltre 4.771 condannati riconosciuti dalla Procura, dal 18 ottobre 2019 ad oggi, dove si è registrato un netto aumento delle detenzioni arbitrarie, montaggi e detenzioni preventive come una sentenza anticipata mai vista.

Prima c’era la Legge Antiterrorismo, ora si applica la Legge n. 12.927 o Legge sulla Sicurezza Interna dello Stato. Va notato che tutti gli accusati da questa legge sono stati assolti, poiché né la polizia, né i pubblici ministeri, né i tribunali hanno potuto dimostrare quell’accusa.

Ma anche così i giovani sono stati condannati per altri capi d’accusa, come c’è stato anche un aumento delle procedure abbreviate, lasciando l’unica via d’uscita dal carcere l’accettazione di un’accusa, riconoscersi colpevoli per poter uscire di carcere.

In una procedura abbreviata, gli avvocati non solo spingono a dichiararsi colpevole, ma insistono anche a prendere le distanze dal carcere politico, sperando di ottenere un processo equo, riconoscendo così che i criteri e la punizione per essere un prigioniero politico sono più severi.

Le famiglie e gli avvocati dei giovani detenuti dalla rivolta sociale del 2019 denunciano la violazione del Diritto al Giusto Processo, la violazione del Principio di Presunzione di Innocenza e il completo ignorare l’inesistenza di Precedenti.

Questi tre punti sono stati fondamentali per identificare e denunciare che in Cile esiste un carcere politico,

Si deve dire che l’accusa riconosce anche 127 persone assolte dopo la rivolta, alcune delle quali sono state incarcerate per più di un anno e senza prove. Uno dei casi più rilevanti e che è stata esposta all’opinione pubblica è quella di Mauricio Cheuque, accusato dalla polizia di portare una molotov, solo per avere un cognome mapuche, mettendo in chiaro la discriminazione che esiste nella polizia contro i mapuche.

C’è anche il caso di Mauricio Allende che è stato accusato di porto d’arma da fuoco, arma che secondo il numero di serie è stata dichiarata rubata da una stazione di polizia, quest’arma è scomparsa nelle indagini r non è rientrata nella catena di custodia, fatto per il quale Mauricio è stato finalmente assolto dopo quasi un anno e mezzo di carcere senza prove.

Allo stesso modo, dobbiamo parlare del caso di Cristian Cayupán che è stato colpito da pallottole dei carabineros e poi accusato di tentato omicidio, accusa per la quale è stato condannato a scontare 15 anni di carcere. Come nel caso di Felipe Santana imprigionato a Puerto Montt accusato di aver bruciato una panchina in una barricata, ma imputato per l’incendio doloso di una chiesa.

Detta chiesa è ancora in piedi, non è stata bruciata, ma, anche così, Felipe è stato condannato a 7 anni di carcere effettivo. O il caso di Jordano Santander a San Antonio, che è stato condannato per tentato omicidio, per la dichiarazione di un PDI che ha detto “di aver visto negli occhi di Jordano un’intenzione omicida“, nonostante l’assenza di qualsiasi prova scientifica contro di lui ed essendo stato assolto dalle 3 accuse, è stato comunque condannato a quasi 7 anni di carcere, per la dichiarazione di un PDI ministro della fede.

Purtroppo questi casi non sono isolati, né vi sono errori del sistema, abbiamo visto ripetere gli schemi degli agenti dello Stato come testimoni nelle condanne dei giovani detenuti della rivolta, e così come loro ci sono molti più condannati, tanto per citare alcuni: Cristian Briones 3 anni, Danilo Valderrama 4 anni, Cesar Marín 5 anni, Francisco Hernández 5 anni, Jesus Zenteno 6 anni, Benjamín Espinoza 5 anni, Matías Rojas 6 anni, tra molti altri, oltre alle centinaia di condannati in procedure abbreviate per 5 anni di libertà vigilata intensiva, che hanno accettato di firmare sotto pressione come unica via d’uscita dal carcere, esposti ad essere condannati senza prove in un processo orale come nei casi precedenti, più le centinaia di formalizzati in attesa di giudizio o condanna, sia in detenzione preventiva sia agli arresti domiciliari totali.

Santiago, giugno 2021

Fonte

23/03/2021

Sante Notarnicola, dal vivo


Non so da dove cominciare. Avevo, come tutti, divorato il suo libro L’evasione impossibile. E dopo aver letto pensavo di aver capito, se non proprio di conoscerlo. Ero giovane, a quel tempo. Non avevo molta esperienza da confrontare. E senza quella, è meglio stare zitti. Sempre, anche oggi.

Pochi anni dopo ero già uno “vecchio”, ossia uno che ne aveva passate parecchie, e dunque sapevo che tra il fare e il raccontare la differenza è tanta. E che, se sei una persona seria, le cose più importanti spesso ti restano nella penna.

Quando sono arrivato nelle carceri speciali, però, ho visto che anche l’essenziale era in qualche modo sgocciolato dalla penna di Sante. Sarà che l’Asinara era proprio come te l’aspettavi, dopo due traghetti e un’ora di viaggio in jeep verso Fornelli, al capo opposto di Cala d’Oliva. Tra un mare che non si vede da nessun’altra parte e facce da bruti in divisa. Senza manette, “perché tanto, ‘ndo vai?”

Nelle carceri speciali c’erano solo compagni arrestati per “cose serie”, come sempre divisi per gruppi organizzati differenti. Oppure “detenuti comuni” che erano in genere davvero fuori dal comune. A quel tempo le rapine erano affare di piccole “batterie”, gruppi di amici nati come noi nei quartieri e poi cresciuti insieme. I sequestri di persona avvenivano a decine, anche contemporaneamente, e chi li faceva – una volta preso – finiva lì, mica nella “casa circondariale” vicino casa.

Tutta gente che pensava alla fuga, e ne era capace. Che “si pesava” per quel che aveva dimostrato di saper fare, non per le chiacchiere. Se non sai fare, stai zitto. E impari.

Pochi i mafiosi, e minori; pochi quelli della ‘ndrangheta. Ancora non erano diventati “nemici” da combattere. E anche di camorristi, nel 1980, non ce n’erano tantissimi. Niente spacciatori, nix papponi.

Tanti gruppi, tante “etiche”, tante appartenenze diverse. Sante viaggiava a un altro livello. Si era guadagnato negli anni il rispetto di tutti, a prescindere dal “reato” e dal “giro”.

L’epopea della “banda Cavallero” era finita da oltre un decennio. Ci aveva fatto un film Carlo Lizzani, a metà strada tra il riconoscimento e la condanna (neanche il Pci, allora, poteva ignorare che quei “banditi” erano nati a Mirafiori, tra i suoi militanti che sognavano la Rivoluzione). E non era già più il tempo in cui qualche attrice famosa “chiedeva i colloqui” per conoscerlo.

Non era per quello che tutti lo salutavano. Era quello che aveva fatto dentro il carcere che girava di bocca in bocca, di generazione in generazione di detenuti. Grandi e piccole cose, magari solo la certezza che – se arrivavi a tarda sera, dopo cena, dove c’era lui – ti sarebbe arrivato un piatto di pasta, un caffè, qualche sigaretta. Sei qui, sei dei nostri, non sei solo in mezzo alle guardie. E non devi dare nulla in cambio.

C’era stato il periodo delle rivolte, quando “i dannati della terra” erano stati capaci di rivendicare una dignità che la “società perbene” negava loro. E lui era stato tra i maestri silenziosi, senza strepiti e “coatteria”. Seminava consapevolezza, coscienza, conoscenza, attenzione al vicino di cella, previsione delle mosse del nemico, cura nel racconto per far capire “fuori” cosa succedeva “dentro”.

Aveva insegnato, insomma, a superare il “paradosso del prigioniero”, che porta all’isolamento e all’inazione; a scoprirsi simili in quella condizione, quindi con interessi comuni e diritti da rivendicare. Cose da fare insieme, costruendo fiducia reciproca nell’universo più individualista che c’è.

A lui, spesso, i detenuti affidavano le trattative rognose. Quelle da fare con i direttori e gli sbirri durante una rivolta. Quando devi essere calmo, lucido, sapere dove vuoi andare e capire “il nemico” cosa intende fare. “Piccolo grande uomo”, proprio come nel film di Arthur Penn...

Lo avevano chiamato, per questo, anche a Favignana, un’Asinara di Sicilia, con le celle nel fossato di un vecchio castello sulla collina. Un detenuto comune, uno qualsiasi che chissà cosa voleva, aveva “sequestrato” il giovane magistrato di sorveglianza con cui aveva “chiesto udienza”.

Erano anni strani, questi gesti avvenivano spesso, anche per obbiettivi individuali (un trasferimento più vicino casa, un colloquio negato, ecc). Ma i carabinieri di Dalla Chiesa a volte intervenivano quasi motu proprio, in quelle situazioni. Facendo strage “imparzialmente”, di detenuti e ostaggi. Senza remore, come ad Alessandria, nel 1974.

La “trattativa” da fare in quel caso era semplice ma definitiva. Bisognava convincere il detenuto a lasciar libero il magistrato, entro poco tempo. Le teste di cuoio stavano già scalpitando al portone d’ingresso.

Chiamarono Sante e non altri, perché solo da lui quel povero matto di prigioniero avrebbe potuto forse accettare un consiglio. E salvarsi la vita.

Sante lo convinse e a chi lo ringraziava – il direttore, qualche impiegato civile – rispose che lo aveva fatto solo perché gli interessava la vita del suo compagno di galera.

Lo ringraziò anche il magistrato, che sapeva quanto lui cosa sarebbe successo in caso contrario. Era destinato a una grande carriera, quel giovanissimo giudice, Giovanni Falcone...

La grandezza di Sante era nel saper stare da solo, se necessario, in un mondo dove è importante – spesso decisivo – “stare in gruppo”. Fuori da ogni organizzazione, “batteria”, gruppo omogeneo. Poteva parlare con tutti, e tutti lo ascoltavano. Restando ognuno quel che era, trovando il modo per farlo.

Era stato inserito nella lista dei 13 prigionieri di cui le Brigate Rosse, ad un certo punto, chiesero la libertà in cambio della vita di Aldo Moro. Un “grande”, insomma, di cui si parlava in ogni carcere d’Italia.

E lui scriveva poesie, quando la porta veniva chiusa sbattendo e le due mandate di serratura ti auguravano la buonanotte. Cercava di mantenere l’irrequietezza della vita tra muri di cemento armato. E ci riusciva.

Se le scambiava, nel cortile, con gli altri poeti prigionieri. Con Horst Fantazzini, Agrippino Costa, con chiunque provasse la stessa inquietudine.

Quando pubblicò la sua prima raccolta di versi, finì che una copia venne fatta arrivare a Primo Levi. Oggi un intellettuale “affermato”, che magari vale un’unghia dell’autore di “Se questo è un uomo”, griderebbe alla provocazione, chiamerebbe carabinieri e giornalisti per levarsi di dosso l’ombra del sospetto di una simpatia verso un prigioniero di quelle “dimensioni”.

Il partigiano che era sopravvissuto ad Aushwitz rispose. Apprezzando, commentando, consigliando, “entrando nel merito”. La grandezza si riconosce reciprocamente, a prima vista. Se hai visto certe cose, parli la stessa lingua. E non la può capire nessun altro.


Visse con noi, ex ragazzi di un’altra generazione, la nostra sconfitta, le divisioni, i tradimenti, le dissociazioni. In una “sezione” di carcere li vedevi trasformarsi di giorno in giorno, mutare lo sguardo, svuotare di vita gli occhi, assumere la postura di chi simula qualcosa che non è più. E poi una mattina, o una sera, venivano portati via, verso carceri più accoglienti.

Quando comunque si scherzava, quasi ogni giorno, lo potevi sentir rivendicare il paese dov’era nato, Castellaneta, vicino Taranto. Perché c’era nato pure Rodolfo Valentino, e dunque...


Qualche anno dopo, nella solita alternanza tra periodi durissimi e momenti di “allentamento”, qualcuno decise che poteva cominciare ad uscire. Dopo “venti anni, otto mesi e un giorno”, come scrisse in una delle prime poesie da semilibero. Perché anche quel singolo giorno, lui, se lo ricordava.

Ci salutò, nello “speciale” di Cuneo, quasi scusandosi di lasciarci lì mentre lui andava a riveder le stelle e a dilatare finalmente gli occhi per raggiungere un orizzonte più lontano del muro di cinta. Noi gli facevamo festa, lo spingevamo fuori, “che cazzo stai a fare ancora qui?”. A parole, certo, ognuno dalla sua cella. Sante era libero, o quasi.

Trovò un altro mondo. Tra sbirri in borghese che ne scrutavano ogni passo e compagni disperatamente ingenui, generosi e casinisti. Restò fuori da ogni “giro” organizzato, anche questa volta. Preferendo la libertà di parlare solo se voleva e come sapeva. Di raccontare per far sapere, non per indottrinare. Scegliendo gli amici con cura, per carattere e per prudenza. Non gli piaceva restare deluso dalle persone che accoglieva.

Preferì rischiare anche con il lavoro. Invece di restare nelle pieghe e nelle piaghe del “privato sociale”, delle cooperative più o meno dipendenti dalla mangiatoia del Pds-Pd o come si chiama adesso, aprì il Mutenye, pub del Pratello subito meta della compagneria bolognese. Un luogo dello spirito, finché ebbe le forze per stare dietro il bancone tutte le sere.

La sua militanza si concentrò sulla Storia e le storie. Non c’è stato professore decente, dalle sue parti, che non finisse a parlare con lui, a impostare una ricerca, un’idea. La Resistenza sui colli era stata dura, cruenta e dimenticata nel solito modo della “sinistra” di merda. Rendendola un’icona da tirar fuori una volta l’anno, facendo l’opposto per 364 giorni.

Mi portò, pochi anni fa – perché i meno vecchi di lui uscirono anche loro dopo “venti anni...” e più – ai Sabbioni, sull’orlo del piccolo abisso dove i nazisti avevano fucilato un mucchio di partigiani. Mi portò a Monte Sole, sulle colline di Marzabotto, a stare in silenzio in quel dannato cortile di una strage di massa, coi buchi delle pallottole ancora sui muri e la tomba di Giuseppe Dossetti davanti ai piedi.

A misurare l’enormità delle contraddizioni rivelate da quel prete tra i fondatori della Democrazia Cristiana e persino presidente (un altro...), che era stato fascista e poi partigiano e alla fine aveva voluto essere seppellito lì.

La ricerca su Monte Sole si trova ancora, da qualche parte. Io la farei leggere a tanti...

Non so come finire. Una vita così lunga, ricca, faticosa, piena, un compagno e un amico... è quasi un’offesa rinchiuderla in così poche battute. Spero che non me vorrai. Tu sei più bravo a dire molto con poche parole. Ciao, Sante.

Fonte

14/03/2021

Libertà per Pablo Hasél, Dimitris Koufontinas, Georges Abdallah e tutti i prigionieri politici

Insieme alle forze politiche e sociali che partecipano attivamente alla Campagne Unitaire pour la Libération de Georges Abdallah, la Rete dei Comunisti organizza e fa appello alla mobilitazione in solidarietà con Pablo Hasél, Dimitris Koufontinas, Georges Abdallah e tutti i prigionieri politici e rivoluzionari.

Dopo numerosi presidi, azioni e manifestazioni in molte città italiane e il lancio da parte di Noi Restiamo della campagna di solidarietà per Pablo Hasél, rafforziamo la mobilitazione anche a livello internazionale con un presidio che si terrà domenica 14 marzo a Parigi.

Esiste un filo rosso che unisce la condizione reale di questi tre detenuti: la repressione politica di qualsiasi forma di dissenso e contestazione dell’Unione Europea, tanto al suo interno quanto alle porte del suo spazio di conquista e dominio imperialista. In questi anni, le mobilitazioni popolari in Grecia ed in Catalogna, come nei Paesi della sponda Sud del Mediterraneo, hanno rappresentato momenti e punti di rottura del piano di affermazione e costruzione dell’Unione Europea come polo imperialista nella competizione internazionale tra macro-blocchi.

In Grecia, il commissariamento da parte della Troika dopo la capitolazione del governo di Alexis Tsipras, nel referendum sul memorandum nel 2015 e i vari governi assolutamente proni al volere di Bruxelles, hanno determinato un impoverimento drammatico delle classi popolari. Le politiche neoliberiste di massacro sociale sono state sistematicamente accompagnata da una stretta autoritaria e repressiva, contro quelle forze politiche, sindacali e sociali che hanno deciso di non arrendersi e continuare a lottare.

L’accanimento giudiziario nei confronti di Dimitris Koufontinas, in carcere dal 2002, si sta intensificando attraverso un trattamento disumano ai limiti della tortura, con alimentazione e cure forzate dopo quasi due mesi di sciopero della fame, mentre nelle piazze proseguono le manifestazioni contro il governo di Mitsotakis, con la polizia ormai fuori controllo.

Negli ultimi anni, le mobilitazioni delle masse popolari in Catalogna per l’indipendenza da Madrid, centro dello Stato spagnolo, hanno più volte mostrato la brutalità degli apparati repressivi della monarchia, ereditati dal Franchismo, con una transizione alla democrazia mai realmente compiuta. Inoltre, non possiamo dimenticare le violente azioni dei Mossos d’Esquadra che, in occasione del referendum autoconvocato del 1 ottobre 2017, caricano gli elettori in fila ai seggi elettorali.

Infine, nonostante le numerose mobilitazioni per l’amnistia, abbiamo assistito qualche giorno fa all’ennesima torsione autoritaria dell’Unione Europea con il voto al Parlamento europeo che ha revocato l’immunità parlamentare a tre euro-deputati catalani – Carles Puigdemont, Toni Comin e Clara Ponsatì.

Georges Abdallah, comunista libanese e combattente della resistenza per la Palestina libera e da sempre al fianco dei popoli oppressi, è da 37 anni detenuto in Francia e vittima di una persecuzione giudiziaria che dal 1999 gli nega costantemente la libertà condizionale alla quale avrebbe diritto. Come ricorda lo stesso Abdallah, “la giustizia è sempre giustizia di classe al servizio di una politica di classe inserita nella dinamica globale di una guerra di classe su scala nazionale e internazionale”.

Gli ideali di Georges Abdallah sono incarnati nelle lotte anticapitaliste e antimperialiste delle masse popolari, dal Maghreb al Medioriente, contro ogni forma di dominio politico, economico e sociale da parte dell’Unione Europea e contro ogni forma di regressione e di repressione da parte dei governi nazionali reazionari. Le ingerenze nella crisi politica in Libano e il sostegno economico-militare alla repressione in Tunisia e in Egitto rendono la Francia il pivot dell’aggressione imperialista dell’Unione Europea nella regione.

La liberazione immediata e incondizionata di Pablo Hasél, Dimitris Koufontinas, Georges Abdallah e di tutti i prigionieri politici e rivoluzionari è necessaria per rafforzare la solidarietà e la lotta internazionalista contro la violenta barbarie capitalista e il dominio imperialista che opprimono i popoli.

*****

Questo sabato, 6 marzo 2021, in occasione della giornata internazionale di solidarietà con il prigioniero politico Dimitris Koufontinas, in sciopero della fame da gennaio, e per denunciare la persecuzione criminale del potere greco contro gli attivisti incarcerati, Georges Abdallah ha fatto uno sciopero della fame in solidarietà durante tutta la giornata.

Dimitris Koufontinas è un membro dell’organizzazione rivoluzionaria greca del 17 novembre, che prende il nome dalla repressione assassina di un movimento studentesco contro la dittatura dei colonnelli.

Ricordiamo che il 13 novembre 1973, gli studenti del Politecnico di Atene avevano chiesto la caduta della dittatura dei colonnelli. Il movimento è cresciuto fino al 17 novembre, quando diverse altre università del paese sono insorte. Il regime decise allora di inviare i suoi carri armati per attaccare il movimento di protesta: la repressione lasciò circa 27 morti e diverse centinaia di feriti. Il regime cadde meno di un anno dopo.

Il movimento rivoluzionario antimperialista del 17 novembre nacque alla fine degli anni ’70 in riferimento a questi eventi e Dimitris Koufontinas fu una delle sue figure emblematiche.

Dal 2002, Dimitris Koufontinas sta scontando una condanna a vita. Dall’8 gennaio 2021, è in sciopero della fame e della sete dal 22 febbraio per chiedere il ricongiungimento familiare. Ora è in condizioni critiche.

Nel frattempo, in Spagna, un rapper comunista, antifascista e antirealista viene represso dalla monarchia e dagli eredi del franchismo per averli sfidati in alcune delle sue canzoni, per aver preso posizione contro la Costituzione del 1978 ereditata dal periodo franchista e per aver dato il suo appoggio ai prigionieri politici dello Stato spagnolo.

Pablo Hasél è stato condannato a nove mesi di prigione per tweet “insultanti” contro la monarchia e la polizia. E questo martedì, 16 febbraio 2021, il rapper catalano è stato arrestato dalla polizia catalana in una grande operazione per estrarlo dall’Università di Lleida in cui si era barricato dopo la sua condanna da parte della giustizia borghese dello stato spagnolo.

Da allora, la mobilitazione a sostegno del rapper è cresciuta in tutto lo Stato spagnolo e soprattutto in Catalogna, dove ogni notte si sono scatenate rivolte popolari per chiedere il rilascio di Pablo Hasél.

Esprimiamo la nostra piena solidarietà a Dimitris Koufontinas e Pablo Hasél e facciamo appello a manifestare pubblicamente il nostro sostegno a questi due prigionieri politici ma anche a tutti i prigionieri politici e rivoluzionari partecipando al presidio in programma per domenica 14 marzo 2021, alla stazione Menilmontant di Parigi.

Libertà per Dimitris Koufontinas!

Libertà per Pablo Hasél!

Libertà per Georges Abdallah!

Libertà per tutti i prigionieri politici e rivoluzionari!

Fanno parte delle nostre lotte! Noi siamo parte delle loro lotte!

Fonte

06/09/2020

Turchia - L’assordante silenzio sulla strage dei prigionieri politici


Sabato pomeriggio in piazza Esquilino a Roma, si è tenuta una manifestazione di sostegno ai prigionieri politici in Turchia promossa dal gruppo di solidarietà con Grup Yorum. Nei giorni scorsi altri prigionieri sono stati lasciati morire in scioperi della fame che durano mesi. Sono avvocati, attivisti, sindacalisti, giornalisti, musicisti turchi e curdi finiti in carcere a grappoli, torturati, uccisi o lasciati a morire.

Ma il tutto, come denunciato in diversi interventi in piazza, nell’assordante e complice silenzio dell’Unione Europea e dell’Italia, pronti a sanzionare e condannare alcuni paesi anche per fatti meno gravi, ma completamente muti sia a livello istituzionale che di associazioni di categoria (avvocati, giornalisti etc.) di fronte a quanto avviene in Turchia. L’appartenenza di questo paese alla Nato è sufficiente per far girare la testa e tacitare la lingua ai governi europei. Sempre ieri pomeriggio una manifestazione analoga di sostegno ai prigionieri politici in Turchia si è svolta a Firenze.

Fonte

19/08/2020

Mahmoud Nawajaa è libero

A seguito di una forte e sostenuta campagna internazionale, un tribunale militare israeliano ha rilasciato il coordinatore generale del Comitato Nazionale palestinese del BDS (Boycott, Divestment & Sanctions), Mahmoud Nawajaa.

Arrestato senza alcuna accusa lo scorso 30 luglio dalle forze di occupazione israeliane nella sua abitazione a Ramallah, dopo 17 giorni di detenzione illegale e ingiustificata, l’agenzia di intelligence nazionale israeliana, Shin Bet, non è stata in grado di presentare alcuna accusa formale contro di lui, se non per “reati di sicurezza non specificati”.

Nella sua prima dichiarazione, Mahmoud Nawajaa ha ringraziato gli attivisti e le organizzazioni per i diritti umani di tutto il mondo che si sono adoperati per esercitare una pressione costante sullo Stato di Israele affinché fosse rilasciato.

“La pressione funziona. Una pressione globale sostenuta funziona ancora meglio. Ringrazio Addameer per avermi difeso contro questo sistema di “giustizia” militare che è parte integrante del regime coloniale e dell’apartheid contro il nostro popolo. Sono profondamente grato a tutti coloro che hanno fatto pressione contro l’apartheid di Israele per la mia liberazione. Dall’Europa e dal mondo arabo, all’Africa meridionale, all’America Latina, al Nord America e all’Asia, la vostra solidarietà mi ha dato forza e ha mantenuto viva la mia speranza di poter tornare dalla mia amata famiglia e con la mia più ampia e ispiratrice famiglia del BDS”.

Nelle settimane precedenti il suo rilascio, il Comitato Nazionale palestinese BDS ha organizzato due raduni a Ramallah e Gaza davanti alle missioni diplomatiche della Germania – attuale presidente del Consiglio dell’Unione Europea – per chiedere il suo rilascio immediato e incondizionato.

Più di 150 rappresentanti di varie organizzazioni di massa palestinesi, partiti politici, sindacati e altri gruppi della società civile avevano partecipato a queste manifestazioni, chiedendo che il consiglio dell’UE facesse pressione su Israele per il rilascio di Mahmoud Nawajaa.

Diverse organizzazioni internazionali per i diritti umani, partiti politici, sindacati avevano espresso la loro solidarietà nei confronti di Mahmoud Nawajaa, condannando l’arresto illegale ed arbitrario e richiedendo il rilascio immediato insieme a tutti gli altri detenuti politici palestinesi presenti nelle carceri israeliane, anche grazie alla campagna internazionale online #FreeMahmoud.

In seguito al suo rilascio, Mahmoud Nawajaa ha affermato che “il BDS è un’idea e una strategia efficace, moralmente coerente, antirazzista, di resistenza pacifica e di solidarietà. Non possono spezzarci perché non possono schiacciare un’idea o contrastare la nostra strategia, nonostante tutte le risorse finanziarie, di intelligence, politiche, diplomatiche e propagandistiche che hanno investito nella loro guerra di repressione contro il BDS”.

Ha inoltre invitato ad intensificare “le nostre campagne BDS per porre fine a questo sistema di apartheid ed oppressione e per liberare tutti i 4.700 prigionieri palestinesi. Con le nostre reti globali di reciproca solidarietà insieme ai movimenti per la giustizia indigena, razziale, sociale, di genere e climatica, possiamo e dobbiamo raggiungere la libertà, la giustizia e l’uguaglianza per il nostro popolo e per tutte le comunità oppresse”.

Fonte

10/04/2020

A Salvatore Ricciardi


Ci ha lasciato, ieri, Salvatore Ricciardi, una vita da militante tra i ferrovieri, nel movimento, poi prigioniero politico e di nuovo militante di movimento.

Alla sua famiglia il nostro abbraccio e questa poesia.

*****

Una poesia per il caro vecchio

da Luciano, Cuneo, carcere speciale 1982:

Invictus è una poesia scritta dal poeta inglese William Ernest Henley.

Dal profondo della notte che mi avvolge,
Nera come un pozzo che va da un polo all’altro,
Ringrazio gli dei qualunque essi siano
Per la mia indomabile anima.
Nella stretta morsa delle avversità
Non mi sono tirato indietro né ho gridato.
Sotto i colpi d’ascia della sorte
Il mio capo è sanguinante, ma indomito.
Oltre questo luogo di collera e lacrime
Incombe solo l’orrore delle ombre.
Eppure la minaccia degli anni
Mi trova, e mi troverà, senza paura.
Non importa quanto stretto sia il passaggio,
Quanto piena di castighi la vita,
Io sono il padrone del mio destino:
Io sono il capitano della mia anima.

Fonte