Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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30/11/2023

“Né l’amnistia né l’Europa ci salveranno”

Dalla prigione catalana di Ponent, dove da due anni e mezzo sconta una pena per ingiurie alla corona e apologia del terrorismo, Pablo Hasel ha scritto una breve e tagliente lettera che tocca diversi temi oggi al centro del dibattito politico iberico: l’accordo tra i partiti indipendentisti e il PSOE, all’origine dalla riconferma di Pedro Sánchez alla Moncloa; la reale portata dell’amnistia; il ruolo delle istituzioni europee sullo scacchiere internazionale.

La lettera riporta all’attenzione dell’opinione pubblica il caso di Hasel che, dopo aver suscitato lo sdegno e le proteste di migliaia di giovani dentro e fuori lo stato spagnolo, sembra quasi dimenticato.

Conviene ricordare che il musicista di Lleida è finito in carcere a causa di diverse sentenze di condanna tra cui una per i testi delle proprie canzoni, un’altra per una supposta aggressione e infine per alcune opinioni che sono state tacciate di inneggiare al terrorismo.

Proprio quest’ultima accusa merita una riflessione preliminare: è oggi più che mai evidente l’uso politico del termine “terrorista“, impiegato con disinvoltura dagli Stati per condannare senza appello quello che considerano “il nemico”. Con i suoi messaggi, cantati e non, Hasel ha toccato un nervo scoperto dello stato spagnolo tanto da guadagnarsi l’accusa di “apologia del terrorismo“.

Ma ricordare le torture della poliza inflitte ai membri di ETA o a quelli dei GRAPO, un’organizzazione armata marxista-leninista attiva durante e dopo la transizione, è fare apologia del terrorismo?

Sostenere, riferendosi ai GRAPO, che «le prigioniere e i prigionieri politici sono un esempio di resistenza» è fare apologia del terrorismo o un legittimo esercizio di difesa della memoria storica?

La denuncia dei legami della monarchia spagnola con quella saudita, oggetto peraltro delle indagini della magistratura, dev’essere considerata un’ingiuria? Difendere un giovane che affiggeva manifesti a favore dell’autodeterminazione da un provocatore che lo stava aggredendo è un reato?

Evidentemente per lo Stato spagnolo uscito dalla transizione, è ancora oggi difficile tollerare la critica alla mancata trasformazione delle strutture repressive statali (così come la critica alla conservazione nelle mani delle elite franchiste del potere economico e la critica all’unità dello stato).

Su questi temi esiste un settore sociale conservatore, imbevuto della cultura politica franchista, pronto a mobilitarsi, come è accaduto con le proteste seguite all’annuncio dell’amnistia e scatenatesi nelle piazze di Madrid.

Con questo settore i socialisti di Pedro Sánchez hanno condiviso tra l’altro la gestione dell’immigrazione, il sostegno alla NATO, l’adesione al nazionalismo spagnolo e la repressione dei movimenti indipendentisti.

Ed è improbabile che la recente amnistia rappresenti un vero punto di svolta: nel caso di Pablo Hasel (e di molti altri detenuti politici) sembra infatti imporsi una interpretazione restrittiva del provvedimento che, con il beneplacito del nuovo governo, lascerà il rapper comunista in carcere fino al 2027.

Bisogna sottolineare anche che la Corte Europea di Strasburgo ha rifiutato il ricorso presentato da Hasel e ha giudicato corretta la pena comminata dai giudici spagnoli.

Si tratta senza dubbio di una sconfitta giuridica che però ha un risvolto imprevisto: la decisione del tribunale contribuisce a smontare l’opinione, assai diffusa nell’indipendentismo catalano (fatta eccezione per la CUP), secondo la quale l’Unione Europea “rispetterebbe i principi democratici” più di quanto faccia lo Stato spagnolo. Su questo tema, la lettera del rapper è molto chiara.

Seppure alcuni giudizi di Hasel, soprattutto quelli sui partiti spagnoli e catalani, possano talvolta prestarsi all’accusa di un certo massimalismo, bisogna riconoscere che non fanno sconti a nessuno, investendo tanto i socialisti quanto gli indipendentisti.

Anche perciò vale la pena ascoltare il suo punto di vista, non foss’altro che per dare voce a un rapper comunista silenziato, divenuto un detenuto politico, che rivendica la propria appartenenza ideologica.

Qui di seguito la lettera di Pablo Hasel apparsa il 16 novembre sulla stampa catalana.
«Ancora una volta, numerosi partiti hanno raggiunto un accordo sulla fiducia al governo, il cui contenuto suppone la violazione reiterata dei diritti civili e politici. In nome del progressismo, torneranno a mettere in campo politiche all’insegna dello sfruttamento, della miseria, della repressione e dell’imperialismo. Tutto ciò sostenendo un regime profondamente antidemocratico, nemico dei nostri interessi, sia come popolo che come classe.

L’amnistia sulla quale si sono accordati – e vedremo se questa amnistia davvero mantiene ciò che promette – non arriva neppure a includere tutti gli indagati e condannati in Catalunya. Perché la repressione va molto oltre il processo indipendentista: ci sono migliaia di perseguitati per le lotte sul lavoro, le lotte studentesche, quelle per la casa, contro il maschilismo, il razzismo, l’omofobia e contro la repressione.

Inoltre in ambito statale ci sono molti altri prigionieri politici che non sono neppure menzionati perché si vogliono nascondere. E non possiamo permetterlo perché questi prigionieri hanno difeso la nostra dignità. Soprattutto i prigionieri politici sequestrati da decenni, che sono l’esempio di lotta più coerente per i diritti civili, sociali e politici, inclusa l’autodeterminazione.

Perciò dobbiamo rivendicare l’amnistia totale, dovunque sia possibile, e organizzare la solidarietà per far fronte alla repressione presente e a quella futura. L’ampliamento delle leggi repressive approvate dai falsi progressisti dice chiaramente che non ci sarà tregua.

Con altrettanta chiarezza, le nefaste condizioni di vita ci dicono che è necessario intensificare la lotta (che sarà repressa). Il regime non ha bisogno del Partido Popular e di Vox al governo per imporre questo fascismo occulto: se ne incarica il PSOE-Sumar e i loro collaboratori, che perpetuano ogni tipo di atrocità.

Il progressismo e alcuni settori della “sinistra” addomesticata hanno ripetuto spesso che l’Europa non lo permetterebbe, idealizzando l’UE. La realtà ha dimostrato ripetutamente che dicevano una menzogna.

Un recente esempio è la condanna che ho ricevuto per aver denunciato fatti oggettivi, ratificati dal tribunale di Strasburgo. Una condanna incomprensibile, dato che in precedenza lo stato spagnolo era stato condannato per la pratica della tortura, considerata invece nella mia sentenza un’“ingiuria”.

Il fatto che a volte la Corte Europea o l’ONU ammoniscano o condannino lo stato spagnolo per la grossolana repressione non significa che lo facciano sempre, né che riescano a fermarlo. Cosa che non sorprende perché anche l'Unione Europea reprime, e questa evidenza non è inficiata dal fatto che alcuni stati membri dell’unione siano più rispettosi delle libertà rispetto a quello spagnolo.

L’Europa che partecipa alle invasioni imperialiste della NATO, che trasforma il Mediterraneo in una fossa comune per i migranti, che aiuta il sionismo a occupare la Palestina e a portare a termine un genocidio, che equipara nazismo e comunismo, che culla le multinazionali responsabili dello sfruttamento e del saccheggio selvaggio di numerosi paesi, che ha sostenuto il jihadismo in Siria e che arma i nazisti ucraini, non ci salverà.

Non esiste altra soluzione che aumentare gli sforzi per far crescere le lotte nelle piazze. Soltanto rafforzando l’organizzazione rivoluzionaria conquisteremo i diritti e la libertà che ci strappano di mano con la violenza.

È sempre più urgente sviluppare l’unità attorno alla solidarietà e alla lotta per un programma veramente democratico-popolare, che includa l’uscita da questa Unione Europea sfruttatrice, repressiva e imperialista. Altrettanto necessario è denunciare come sotto questo “nuovo” governo continueremo ad essere ugualmente oppressi in tutti i sensi.

Rovesciamo il regime monarchico-fascista! Visca la resistenza! Amnistia totale!»
Fonte

10/11/2023

L’accordo PSOE–Junts per Catalunya riapre lo scenario politico iberico

Dopo settimane di intense trattative, il PSOE e Junts per Catalunya hanno annunciato ieri l’accordo che dovrebbe garantire a Pedro Sánchez altri quattro anni alla Moncloa e inaugurare contemporaneamente una nuova stagione in cui «risolvere il conflitto storico sul futuro politico della Catalunya».

Il documento firmato dai due partiti a Bruxelles (dove Carles Puigdemont risiede dal 2017) pretende di disegnare un ambizioso scenario di medio-lungo periodo nel quale la tenuta dell’accordo è però tutta da verificare.

Le divergenze sostanziali tra le due formazioni permangono intatte e il testo concordato le ribadisce esplicitamente: se da un lato si sottolinea che Junts per Catalunya proporrà un nuovo referendum d’autodeterminazione, dall’altro si avverte che il PSOE difenderà la piena applicazione dello Statuto d’autonomia del 2006 (escludendo così qualsiasi ipotesi d’indipendenza).

Dunque su cosa si è raggiunto l’accordo? Sostanzialmente Sánchez continuerà alla guida dell’esecutivo spagnolo in cambio di una amnistia per gli indipendentisti. Più di 4.000 tra militanti e semplici manifestanti sono interessati al provvedimento.

Ma i contorni dell’amnistia non sono ancora noti. Il testo firmato dal PSOE e da Junts afferma che si applicherà a tutti coloro che «prima e dopo la consulta del 2014 e il referendum del 2017, sono stati oggetto di decisioni e procedimenti giudiziari legati a questi avvenimenti».

Davanti ai giornalisti, Puigdemont ha affermato che il sostegno di Junts al governo del PSOE sarà subordinato in ogni momento al rispetto degli accordi via via raggiunti, a partire dall’amnistia.

Preso atto della reciproca sfiducia, i socialisti e Junts hanno inoltre sottoscritto la necessità di istituire un meccanismo internazionale, evitando così di parlare apertamente della figura di un mediatore, così come proposto originariamente da Puigdemont, al fine di seguire i negoziati.

L’accordo ha provocato un vero e proprio terremoto nello scenario politico spagnolo e catalano. Esquerra Republicana de Catalunya e En Comú Podem l’hanno salutato favorevolmente: i primi sono attestati da tempo sulla linea della gestione dell’autonomia regionale, i secondi scommettono da sempre su una Spagna plurinazionale la cui costruzione è ancora allo stato di mero progetto.

Secondo l’Assemblea Nacional Catalana invece, qualsiasi accordo di legislatura tra i partiti indipendentisti e il PSOE allontana l’indipendenza della Catalunya. L’ANC ha sottolineato anche le incongruenze dell’accordo: «ci sembra una presa in giro proporre un accordo politico che si vuole definire storico ma che è basato sulla semplice riproposizione delle posizioni di partenza delle parti negoziatrici».

Contraria anche la Candidatura d’Unitat Popular, il cui portavoce Xavier Pellicer ha dichiarato che «dopo che nove anni fa più di 2,3 milioni di persone hanno partecipato alla consulta sull’indipendenza, il nostro paese si trova alla fine di un ciclo politico. Junts ha fatto la stessa piroetta di ERC nella scorsa legislatura.

Il patto sottoscritto da Junts non è un accordo bensì un insieme di divergenze che lasciano fuori l’autodeterminazione. Sembra che il suo obiettivo sia più ricostruire i ponti con lo stato, nel quadro della Costituzione spagnola, che risolvere il conflitto con il nostro paese. [...]

Con questo patto Junts lega il suo futuro al PSOE e si allontana dalle posizioni indipendentiste. Un patto che si è accordato a porte chiuse e che si è costruito attorno alla necessità di ottenere la fiducia al Congresso»
.

La CUP ha inoltre presentato alla camera catalana una mozione per rilanciare un nuovo referendum, nella convinzione che lo stato spagnolo accetterà di svolgere una nuova consulta sull’indipendenza solo se costretto dalla pressione popolare. La mozione degli indipendentisti e anticapitalisti, sulla quale ERC e Junts si sono astenuti, non è stata approvata.

La notizia dell’accordo ha inoltre infiammato la destra spagnola. Il Partido Popular ha equiparato l’accordo al tentativo di colpo di stato del 23 febbraio 1981 e ha convocato manifestazioni in tutte le principali città.

Secondo il leader dei popolari, Alerto Nuñez Feijóo, «la Spagna ha perso». A Madrid alcune migliaia di manifestanti si sono concentrati nei pressi della sede del PSOE per protestare contro “il traditore” Sánchez, colpevole di vendere la Spagna agli indipendentisti.

Un nutrito gruppo si è esibito ripetutamente nel saluto fascista e, dopo aver cercato di superare lo sbarramento posto a protezione della sede socialista e bruciato alcuni cassonetti, è stato disperso dalla polizia.

Dal canto loro, le associazioni dei giudici spagnoli hanno sostenuto che l’accordo può portare alla ‘fine della democrazia’, ribadendo così la loro posizione a difesa dell’unità della Spagna e intervenendo ancora una volta pesantemente nel dibattito politico in corso.

A riscaldare ulteriormente gli animi, due ulteriori fatti hanno animato la giornata. Nel primo pomeriggio di ieri uno sconosciuto ha sparato all’ex-presidente del PP catalano, poi transitato per Vox, Aleix Vidal-Quadras, procurandogli una doppia frattura della mandibola.

Già in serata dichiarato fuori pericolo dai medici, Quadras ha indicato nell’Iran il possibile mandante dell’agguato, a suo dire motivato dalla propria relazione con gli oppositori iraniani. I fatti però sono ancora tutti da accertare.

Il Tribunale Europeo per i Diritti Umani ha rifiutato il ricorso presentato da Pablo Hasel e ha sentenziato che la condanna per ‘apologia del terrorismo’, inflittagli dai tribunali spagnoli a causa dei testi delle proprie canzoni, non è sproporzionata.

Hasel aveva fatto appello alla libertà di pensiero e d’espressione ma il Tribunale Europeo ha sostenuto che questi diritti non sono stati violati.

Una delle critiche che la sinistra radicale e l’esquerra independentista muovono all’amnistia appena accordata è proprio quella di non includere casi come quello di Hasel. Il rapper comunista denuncia di essere finito in prigione per la propria ideologia e continua a scontare la lunga pena senza alcun pentimento.

In un poema che ha recentemente scritto in carcere si dice che i giorni di lotta, come il primo ottobre, torneranno, «come la brezza che precede il maremoto incontrollabile».

Le prossime settimane chiariranno se l’accordo PSOE-Junts è destinato a consolidare la bonaccia indipendentista o se preclude invece a un nuovo maremoto.

Fonte

16/09/2023

Spagna - Pablo Hasel continua la sua lotta dal carcere

Intervista con Alejandra Matamoros, avvocato del poeta e cantante Pablo Hasel, imprigionato per “esaltazione del terrorismo e insulto alla monarchia”.

Il 16 febbraio 2021, i Mossos d’esquadra (polizia catalana) sono entrati con la forza nel rettorato dell’Università di Lleida per arrestare e imprigionare il poeta e rapper Pablo Hasel. Nel suo ultimo messaggio pubblicato sui social network, Hasel ha avvertito: “Oggi tocca a me, domani potrebbe toccare a te per aver denunciato i colpevoli di aver rovinato tante vite. Le nostre libertà sono in gioco, non lasciare che abbiano vita facile. È possibile vincere questa battaglia contro di loro”.

Oggi, dopo quasi un anno e mezzo di carcere, è ancora privato della libertà nel Centro Penitenziario Ponent (Lleida) per “glorificazione del terrorismo e insulto alla monarchia”. Da Nueva Revolución abbiamo intervistato Alejandra Matamoros, avvocato di Pablo Hasel.

Alejandra, quando è stata l’ultima volta che ha visitato Pablo e qual è la sua attuale situazione fisica e mentale?

L’ultima volta che sono andata a trovare Pablo è stato circa 3 settimane fa. Per quanto riguarda il suo stato mentale, l’ho visto molto bene, molto forte, con molta rabbia e molta voglia di continuare a lottare. Questo è ciò che continua a fare all’interno del carcere in un altro modo, con altri mezzi, attraverso contributi teorici, testi, articoli di denuncia, o attraverso lo scambio di corrispondenza con giovani che si affacciano al mondo della militanza politica e che sono interessati alla sua situazione.

Lo stesso non si può dire delle sue condizioni fisiche. A Pablo è stato diagnosticato circa 4 mesi fa un batterio gastrico chiamato E. coli, che di solito viene contratto in situazioni igienico-sanitarie inadeguate, legate al modo in cui viene preparato il cibo o alle condizioni in cui viene servito. È un’affezione molto comune in tutta la popolazione carceraria perché il cibo servito è in pessime condizioni.

Nel carcere di Ponent, dove Pablo è detenuto, è stata denunciata la presenza di scarafaggi e topi in cucina, o di carne in cattivo stato non idonea al consumo, e sono state richieste ispezioni in diverse occasioni. Gli avvelenamenti in carcere sono quotidiani. Pablo è affetto da questo batterio, che non è pericoloso, ma che, se non viene trattato e se non vengono modificate le condizioni igieniche, può causare problemi molto più gravi. In questo momento soffre di dolori allo stomaco, nausea e vomito ricorrente. Nonostante sia stato sottoposto a un trattamento antibiotico molto forte, non è riuscito a eliminare i batteri. A questo proposito, c’è una preoccupante mancanza di attenzione medica, poiché non gli è stato ancora fissato un appuntamento con uno specialista per affrontare la sua situazione.

Pablo è stato imprigionato per “esaltazione del terrorismo e insulto alla monarchia”. Qual è lo stato di libertà in Spagna e quanto è repressivo?

È chiaro che lo Stato spagnolo ha un basso livello di diritti e libertà. I media internazionali, che hanno dato maggior risalto all’incarcerazione di Pablo, sono rimasti sorpresi nel vedere come una cosa del genere possa accadere in un Paese che si definisce democratico. La realtà è questa: qui non ci sono né diritti né democrazia per i militanti di sinistra e antifascisti. L’incarcerazione di Pablo è un primo passo verso un grave deterioramento del diritto alla libertà di espressione. Non si tratta più solo di molestie, persecuzioni o multe, ma anche di incarcerazione. Questo dovrebbe metterci in guardia e farci aprire gli occhi per essere consapevoli di dove stiamo andando.

Lo Stato spagnolo ha sempre gestito alti livelli di repressione. Qui c’è sempre stata una guerra sporca e repressioni di ogni tipo. Negli anni ’70, ’80 e ’90 la repressione è stata esercitata contro le organizzazioni armate. Quando queste organizzazioni scompaiono e non c’è più uno scontro aperto contro lo Stato, questo apparato repressivo si rafforza e si estende a chiunque militi e si organizzi contro il sistema capitalista. Per capire il grado di repressione che esiste oggi, siamo arrivati a normalizzare il fatto che per aver partecipato a una manifestazione si possono prendere fino a 3 anni di carcere. Non ho dubbi che questa situazione peggiorerà se non la fermiamo.

Mentre Pablo è ancora in carcere, il Re Emerito è tornato in Spagna nella più totale impunità: qual è la sua valutazione in merito?

È una presa in giro in tutti i sensi. Questo dimostra come l’oligarchia spagnola continui a riderci in faccia e come il movimento contro il regime sia ancora debole. Sebbene gli scandali del Re abbiano suscitato il malcontento di settori sempre più ampi della popolazione, egli gode ancora di una totale impunità e non c’è un forte movimento di piazza che lo affronti. Non possiamo permetterlo, mentre la classe operaia non riesce a sbarcare il lunario e lavora fino a 12 e 16 ore al giorno, quest’uomo viene a passeggiare qui. È una vergogna. Dobbiamo considerare la mancanza di risposta. In parte ha a che fare con la smobilitazione causata dal governo di coalizione PSOE-UP.

A priori si potrebbe pensare che un poeta e cantante sia innocuo: che cosa teme lo Stato spagnolo di Pablo per metterlo dietro le sbarre?

Un poeta, un cantante, può essere relativamente innocuo, purché non superi certi limiti. Quali sono questi limiti? In primo luogo, hanno a che fare con il tipo di messaggio che viene trasmesso e, in secondo luogo, con le conseguenze delle proprie azioni. Si può fare un discorso molto incendiario ma non essere coerenti con le proprie azioni in termini di attività politica al di fuori dell’arte.

Se la prima volta che Pablo viene mandato in prigione per due anni, china la testa, chiede perdono e non canta più, oggi non sarebbe in prigione. Ma avrebbe permesso allo Stato di vincere. Quando ci arrendiamo alla repressione, stiamo cedendo un centimetro di terreno al nemico.

Pablo ha resistito, è rimasto fermo sui suoi ideali e sui suoi principi, e non è rimasto impunito, ovviamente, perché ha potuto diffondere l’esempio. Pablo non è solo un cantante, non è solo un poeta, Pablo è un attivista politico molto attivo che ha portato nelle strade le denunce che fa nelle sue canzoni. Questo ha fatto sì che molte persone prendessero coscienza e facessero un passo avanti nella lotta contro il sistema.

Questo governo di coalizione PSOE-UP, che si definisce progressista, sembra non avere alcuna intenzione di graziare Pablo...

Inizialmente ho pensato che forse il governo PSOE-UP avrebbe concesso la grazia a Pablo, soprattutto per mettere a tacere tutto il clamore in Europa. Ma poi abbiamo visto che non l’avrebbe fatto. E che l’Europa non si preoccupa troppo di avere una persona imprigionata in uno dei suoi Paesi membri per aver cantato e criticato la monarchia e denunciato le miserie e le ingiustizie del regime. Il PSOE e Podemos non sono abbastanza progressisti da lasciare libero un personaggio come Pablo. Non hanno alcuna intenzione di perdonare Pablo o di apportare modifiche legislative che migliorerebbero i diritti e le libertà delle masse popolari. Vogliono evitare a tutti i costi la formazione di un movimento di rottura con questo regime.

Sa se Pablo scrive ancora in carcere?

Sì, Pablo scrive ancora in carcere. Recentemente ha pubblicato una raccolta di poesie. È una raccolta delle poesie che ha scritto in carcere. Ha anche un blog gestito dalla piattaforma per la sua liberazione, in cui vengono pubblicati periodicamente articoli e testi che Pablo pubblica. La sua produzione teorica e artistica è costante perché la sua lotta non si è conclusa in carcere.

Fonte

12/08/2021

Spagna - Lo stato in camicia nera: Pablo Hasél, la tortura e la continuità con il vecchio regime

A circa sei mesi dai fatti, la detenzione di Pablo Hasél suggerisce una più ampia riflessione sulle caratteristiche degli apparati repressivi e del nucleo duro del potere dello stato spagnolo, non foss’altro perché sono queste le strutture che, all’ombra e con il beneplacito dei differenti governi, si occupano della repressione dei movimenti di emancipazione nazionale e di classe al fine di mantenere inalterati gli equilibri del cosiddetto regime del ’78 (unità dello stato, difesa degli interessi dell’Ibex 35 e rispetto dei dettami della UE).

Una breve panoramica su alcuni significativi episodi degli ultimi due anni sarà sufficiente per dimostrare quanto sia forte ancora oggi nel ventre profondo dello stato la tentazione di indossare la camicia nera.

Tra le differenti condanne la cui somma ha portato all’ingresso in carcere del rapper di Lleida, merita soffermarsi su quella comminata dall’Audiencia Nacional nel marzo 2018: due anni di prigione e una multa di circa 24.000 euro per apologia del terrorismo e ingiurie alla corona.

Uno degli alti magistrati che hanno redatto la sentenza in questione è Nicolás Proveda Peñas, un ex-militante della Falange, un partito fascista per il quale il giudice si presentò come candidato al Senato spagnolo alle elezioni del 1979. Precedentemente Proveda Peñas era stato anche membro dell’organizzazione studentesca dell’ultra-destra Frente de Estudiantes Sindicalistas (FES), attiva negli anni ’60.

Dietro l’anonima toga del magistrato si cela dunque un antico sostenitore del regime, il cui curriculum è arricchito da alcuni processi contro la sinistra abertzale saliti alle cronache per il discutibile atteggiamento di disprezzo del giudice. Ma che democrazia è quella che consente a un ex falangista di presiedere uno dei più alti tribunali dello stato?

Il fatto è che nella costituzione materiale della Spagna odierna, così plasmata dal processo di autoriforma del fascismo, pratiche e soggetti precostituzionali hanno continuato a godere di piena legittimità politica.

La cronaca degli ultimi mesi ne fornisce varie prove, a cominciare dalla recente e definitiva archiviazione del caso di Carlos Rey, l’ex-giudice militare che nel 1974 ordinò la condanna a morte del giovane anarchico Salvador Puig Antich, giustiziato con il metodo della garrota.

La parabola di Rey è esemplare. In seguito alla morte di Franco, il militare e boia del regime si ricicla come avvocato penalista e torna alla ribalta della cronaca nel 2013 quando assume la difesa della leader del Partido Popular catalano dell’epoca, Alicia Sanchez Camacho, implicata in uno scandalo di spionaggio.

Intervistato sul proprio passato e riferendosi all’esecuzione di Puig Antich, Rey aveva dichiarato: “è un tema superato, un caso che non mi ha segnato più di altri. Non mi pento di niente perché tutto quello che ho fatto è stato applicare la legge vigente. Probabilmente 40 anni fa tutto ciò era giusto, un’altra cosa è se lo guardiamo nella prospettiva attuale. Io ho fatto il mio dovere e né il Tribunale Costituzionale né il Tribunale Supremo hanno trovato niente da ridire”.

Una vera e propria rivendicazione del passato fascista, di cui nessuna delle istituzioni democratiche gli ha mai chiesto conto. Al contrario, l’ex-militare ha fatto carriera e ha insegnato all’Università Internazionale della Catalunya (una istituzione legata all’Opus Dei) come si trattasse di un normale penalista.

Indignate dalle dichiarazioni dell’ex-funzionario del regime, le sorelle di Puig Antich (affiancate dal Comune di Barcellona) l’avevano denunciato nel 2018, accusandolo di violazione dei diritti umani. Ma con la sentenza dello scorso agosto i giudici dell’Audiencia di Barcellona hanno disposto l’archiviazione della causa.

Non solo il boia di Puig Antich non ha pagato per i suoi crimini ma è stato ancora una volta legittimato dalle istituzioni. Un esito possibile grazie alla legge d’amnistia del 1977 che, se da un lato benefició gli antifascisti (a patto di non essersi macchiati di reati di sangue) dall’altro azzerò le responsabilità dei funzionari del regime riguardo ai crimini commessi (torture comprese), traducendosi in un vero e proprio scudo protettivo per i protagonisti dei lunghi decenni della dittatura. Uno scudo che gli apparati repressivi dello stato non accennano a deporre.

Quello di Carlos Rey non è infatti un caso isolato: nel maggio scorso è morto nel suo letto (falciato dal coronavirus) il commissario della famigerata brigata politico-sociale Juan Antonio González Pacheco, detto Billy el Niño, una carriera costellata dalle torture e protetta da una assoluta impunità.

Eppure abbondano le testimonianze che lo inchiodano alle proprie responsabilità, a cominciare da quella rilasciata da José Serrano (antifranchista della Liga Comunista Revolucionaria) al giudice argentino Maria Servini, che nel 2013 aveva richiesto l’estradizione di Billy el Niño accusandolo di crimini contro l’umanità.

Nella petizione del giudice si legge che dopo l’arresto, avvenuto a Madrid nel 1971, “lo sottomettono a brutali pestaggi nel corso dei quali perde conoscenza diverse volte...; che tra le varie torture ricorda di essere stato appeso, legato per i polsi, per servire (come dicevano i suoi aguzzini) da sacco per i loro allenamenti di karate; che lo sottoposero alla bañera, una pratica che consisteva nel mettergli la testa in un secchio d’acqua putrida fino quasi ad affogarlo, permettergli di respirare un momento e ripetere l’operazione e così di seguito finché perdeva conoscenza; che patì anche la barra (ammanettato lo appesero a una sbarra in modo che le natiche, i genitali e le piante dei piedi rimanessero scoperte per essere colpite, la tortura che più di tutte le altre richiese una lunga convalescenza dato che per mesi orinò sangue e coaguli e che da allora non poté più correre né muoversi come prima…; che in questa pratica ricorda per la sua particolare ferocia Juan Antonio González Pacheco, alias Billy el Niño”.

Per i servizi resi, Billy viene decorato dal ministro Rodolfo Martín Villa e successivamente amnistiato nel 1977. Grazie alle decorazioni assegnategli, il commissario continua a riscuotere fino alla morte una pensione statale maggiorata da un cospicuo bonus, mai messo in discussione dai vari governi, sia socialisti che popolari, succedutisi nei decenni successivi alla morte del caudillo.

Non solo: nell’aprile 2014 l’Audiencia Nacional si rifiuta di concederne l’estradizione. Una protezione a tutto tondo, che gli ha consentito di non dover mai rendere conto a nessuno del proprio operato.

La pervicacia con la quale le cosiddette istituzioni democratiche assicurano ancora oggi l’impunità dei fascisti è testimoniata anche dalla sorprendente lettera con la quale nel settembre scorso quattro ex presidenti del consiglio spagnolo hanno preso le difese di Rodolfo Martín Villa, autorevole rappresentante del regime e ministro della transizione, indagato dalla giudice Maria Servini per la strage di Vitoria del 3 marzo 1976 (quando la polizia uccise cinque giovani operai e ne ferí diverse decine durante uno sciopero) e per altri crimini commessi durante la dittatura.

Accanto ai popolari Mariano Rajoy e José Maria Aznar, anche i socialisti Felipe Gonzalez e José Luís Rodríguez Zapatero hanno chiesto al magistrato di riconsiderare la propria indagine, sottolineando la supposta statura politica dell’ex gerarca.

Zapatero ha sostenuto addirittura che Martin Villa sarà ricordato per l’impronta nella storia della Spagna lasciata durante la transizione, ossia per il suo contributo alla riforma del franchismo (e non per i crimini commessi).

La lettera bipartisan rappresenta alla perfezione il regime del ’78: le sinistre dello Stato rinunciano alla trasformazione della società e accettano la riforma che il regime si cuce su misura; le elites franchiste ottengono la garanzia dell’impunità perpetua e il mantenimento dei propri privilegi economici. La lettera dimostra che questo patto, benedetto dalla monarchia, dall’esercito e dall’apparato repressivo statale, è ancora pienamente in vigore.

Il regime di impunità previsto per i funzionari del vecchio regime si estende anche ai fascisti protagonisti dell’attualità: i giudici della Giunta Elettorale madrilena hanno permesso a Manuel Andrino Lobo e a Jesús Fernando Fernández-Gil, entrambi militanti della Falange Spagnola, di partecipare alle recenti elezioni della Comunità Autonoma di Madrid nonostante fossero già stati condannati per disordini e incitamento all’odio dal Tribunale Supremo.

La legge esclude la possibilità di presentarsi ad una elezione per coloro che abbiano riportato una condanna non ancora scontata. Proprio in una situazione simile si era trovato l’ex presidente della Generalitat Quim Torra, interdetto dai pubblici uffici e costretto a rinunciare a partecipare alle ultime elezioni per il rinnovo della camera catalana.

Ma nel caso dei due esponenti della Falange Spagnola, una controversa interpretazione della norma ha portato a un esito opposto.

A capo del Ministero dell’Interno, il governo del PSOE e Unidas Podemos ha piazzato Fernando Grande-Marlaska, un altro garante dei patti non scritti della transizione: alla fine di aprile il ministro si è rifiutato di accettare la proposta di trasformare la prefettura della Policia Nacional della Via Laietana di Barcellona (tristemente nota per essere stata uno dei più temuti luoghi di tortura durante il franchismo) in uno spazio di ricostruzione della memoria storica.

La giustificazione di Grande-Marlaska, che ha dichiarato “non vediamo motivi operativi per trasferirla”, ha suscitato un certo sconcerto dato che l’edificio è praticamente vuoto da anni e gli uffici operativi sono situati in un altro quartiere.

Ancora più sconcertante la reazione del sindacato di polizia, che ha interpretato la richiesta della trasformazione d’uso dell’edificio come un attacco diretto all’arma.

Il presidente della Commissione per la Dignità, Pep Cruanyes, impegnato nella conservazione della memoria storica, ha osservato che “quando reagiscono così, la prima cosa che viene in mente è che si sentono eredi dell’antica polizia. Se sono un giudice tedesco e criticano un giudice nazista non mi sento tirato in causa. Se il sindacato della polizia si sente tirato in causa è perché si considera successore del vecchio regime e gli dispiace che si parli di ciò che faceva quella gente”.

La denuncia della tortura è invece più che mai necessaria, anche perché non riguarda solo i decenni della dittatura, ma si allarga anche al periodo della transizione e a quello della supposta democrazia.

Naia Zuriarrain fa parte di un gruppo di avvocati che hanno difeso alcuni militanti di ETA. Attualmente si trova sotto processo insieme ai suoi colleghi, accusata dai giudici dell’Audiencia Nacional di appartenere all’organizzazione armata basca.

La sua testimonianza, risuonata in aula il mese scorso, si riferisce a fatti accaduti nel 2010, all’epoca della sua detenzione, quando al commissariato gli agenti cominciarono con lo spogliarla: “mi toccavano il seno e tutto il corpo, un guardia civil appoggiava i suoi genitali sul mio didietro... facevano commenti di natura sessuale tutto il tempo, umiliandomi e insultandomi”.

Dopodiché gli avvolsero tutto il corpo, tranne la testa, in un rotolo di gommapiuma stretto con del nastro adesivo e continuarono l'“interrogatorio”: “cominciarono a tirarmi acqua fredda in capo, mi misero delle borse di plastica che me lo coprivano completamente così che non potevo respirare..., cercavo di mordere la plastica per respirare. Sentivo che stavo morendo, che soffocavo. Non so quante volte mi misero la borsa. Cercavo di divincolarmi ma non potevo..., non so in che momento caddi o mi buttarono in terra, mi tolsero la borsa e cominciarono a tirarmi in faccia un getto d’acqua che mi entrava nel naso e mi soffocava. Mi dicevano continuamente – Parlerai? Parlerai? Parlerai? – e a un certo punto mentre ero in terra gli dissi di si, che avrei parlato”.

L’avvocata prosegue spiegando che gli fecero imparare a memoria tutto quello che doveva dire: “mi minacciarono di sottopormi un’altra volta allo stesso trattamento se non rispondevo come volevano... Mi misero contro una parete e cominciarono a farmi domande e a farmi imparare quello che dovevo dire nella mia dichiarazione”.

Questa denuncia era arrivata a suo tempo davanti al giudice istruttore, che non la ritenne degna di giustificare l’apertura di una indagine e la cestinò. Ebbene quel giudice era Fernando Grande-Marlaska, l’attuale ministro dell’interno del governo in carica, lo stesso governo che ama definirsi “il più a sinistra della storia di Spagna”.

Un ministro che vanta un inquietante primato: il Tribunale Europeo per i Diritti Umani ha condannato lo stato spagnolo per non aver indagato casi di supposta tortura in ben sette circostanze nelle quali il giudice istruttore era Grande-Marlaska.

Nonostante l’ultima testimonianza di Naia Zuriarrain situi la tortura ben oltre il noto periodo dei GAL (i sicari della guerra sporca dello stato contro ETA) e ne denunci la persistenza nella pratica della Guardia Civil addirittura nel 2010, tirando in ballo l’attuale ministro dell’interno, le reazioni della Spagna presuntamente democratica sono state pressoché inesistenti, a testimonianza del grado di condiscendenza di cui godono le strutture repressive dello stato quando si tratta di difenderne l’unità.

È perciò che le parole gridate da Pablo Hasél al momento della sua detenzione all’Università di Lleida, “morte allo stato fascista”, risuonano non tanto come un vecchio slogan quanto come un vero e proprio programma politico che invoca la fine della continuità del franchismo nelle strutture politiche, repressive e giudiziarie dello stato.

Parole che suggeriscono implicitamente anche un monito per le sinistre statali: rifiutare il sostegno all’indipendentismo catalano, basco o galiziano significa legare il proprio destino politico a uno stato le cui radici affondano ancora nel fascismo spagnolo.

Il video della testimonianza in aula di Naia Zurriarrain si trova a questa pagina.

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14/03/2021

Libertà per Pablo Hasél, Dimitris Koufontinas, Georges Abdallah e tutti i prigionieri politici

Insieme alle forze politiche e sociali che partecipano attivamente alla Campagne Unitaire pour la Libération de Georges Abdallah, la Rete dei Comunisti organizza e fa appello alla mobilitazione in solidarietà con Pablo Hasél, Dimitris Koufontinas, Georges Abdallah e tutti i prigionieri politici e rivoluzionari.

Dopo numerosi presidi, azioni e manifestazioni in molte città italiane e il lancio da parte di Noi Restiamo della campagna di solidarietà per Pablo Hasél, rafforziamo la mobilitazione anche a livello internazionale con un presidio che si terrà domenica 14 marzo a Parigi.

Esiste un filo rosso che unisce la condizione reale di questi tre detenuti: la repressione politica di qualsiasi forma di dissenso e contestazione dell’Unione Europea, tanto al suo interno quanto alle porte del suo spazio di conquista e dominio imperialista. In questi anni, le mobilitazioni popolari in Grecia ed in Catalogna, come nei Paesi della sponda Sud del Mediterraneo, hanno rappresentato momenti e punti di rottura del piano di affermazione e costruzione dell’Unione Europea come polo imperialista nella competizione internazionale tra macro-blocchi.

In Grecia, il commissariamento da parte della Troika dopo la capitolazione del governo di Alexis Tsipras, nel referendum sul memorandum nel 2015 e i vari governi assolutamente proni al volere di Bruxelles, hanno determinato un impoverimento drammatico delle classi popolari. Le politiche neoliberiste di massacro sociale sono state sistematicamente accompagnata da una stretta autoritaria e repressiva, contro quelle forze politiche, sindacali e sociali che hanno deciso di non arrendersi e continuare a lottare.

L’accanimento giudiziario nei confronti di Dimitris Koufontinas, in carcere dal 2002, si sta intensificando attraverso un trattamento disumano ai limiti della tortura, con alimentazione e cure forzate dopo quasi due mesi di sciopero della fame, mentre nelle piazze proseguono le manifestazioni contro il governo di Mitsotakis, con la polizia ormai fuori controllo.

Negli ultimi anni, le mobilitazioni delle masse popolari in Catalogna per l’indipendenza da Madrid, centro dello Stato spagnolo, hanno più volte mostrato la brutalità degli apparati repressivi della monarchia, ereditati dal Franchismo, con una transizione alla democrazia mai realmente compiuta. Inoltre, non possiamo dimenticare le violente azioni dei Mossos d’Esquadra che, in occasione del referendum autoconvocato del 1 ottobre 2017, caricano gli elettori in fila ai seggi elettorali.

Infine, nonostante le numerose mobilitazioni per l’amnistia, abbiamo assistito qualche giorno fa all’ennesima torsione autoritaria dell’Unione Europea con il voto al Parlamento europeo che ha revocato l’immunità parlamentare a tre euro-deputati catalani – Carles Puigdemont, Toni Comin e Clara Ponsatì.

Georges Abdallah, comunista libanese e combattente della resistenza per la Palestina libera e da sempre al fianco dei popoli oppressi, è da 37 anni detenuto in Francia e vittima di una persecuzione giudiziaria che dal 1999 gli nega costantemente la libertà condizionale alla quale avrebbe diritto. Come ricorda lo stesso Abdallah, “la giustizia è sempre giustizia di classe al servizio di una politica di classe inserita nella dinamica globale di una guerra di classe su scala nazionale e internazionale”.

Gli ideali di Georges Abdallah sono incarnati nelle lotte anticapitaliste e antimperialiste delle masse popolari, dal Maghreb al Medioriente, contro ogni forma di dominio politico, economico e sociale da parte dell’Unione Europea e contro ogni forma di regressione e di repressione da parte dei governi nazionali reazionari. Le ingerenze nella crisi politica in Libano e il sostegno economico-militare alla repressione in Tunisia e in Egitto rendono la Francia il pivot dell’aggressione imperialista dell’Unione Europea nella regione.

La liberazione immediata e incondizionata di Pablo Hasél, Dimitris Koufontinas, Georges Abdallah e di tutti i prigionieri politici e rivoluzionari è necessaria per rafforzare la solidarietà e la lotta internazionalista contro la violenta barbarie capitalista e il dominio imperialista che opprimono i popoli.

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Questo sabato, 6 marzo 2021, in occasione della giornata internazionale di solidarietà con il prigioniero politico Dimitris Koufontinas, in sciopero della fame da gennaio, e per denunciare la persecuzione criminale del potere greco contro gli attivisti incarcerati, Georges Abdallah ha fatto uno sciopero della fame in solidarietà durante tutta la giornata.

Dimitris Koufontinas è un membro dell’organizzazione rivoluzionaria greca del 17 novembre, che prende il nome dalla repressione assassina di un movimento studentesco contro la dittatura dei colonnelli.

Ricordiamo che il 13 novembre 1973, gli studenti del Politecnico di Atene avevano chiesto la caduta della dittatura dei colonnelli. Il movimento è cresciuto fino al 17 novembre, quando diverse altre università del paese sono insorte. Il regime decise allora di inviare i suoi carri armati per attaccare il movimento di protesta: la repressione lasciò circa 27 morti e diverse centinaia di feriti. Il regime cadde meno di un anno dopo.

Il movimento rivoluzionario antimperialista del 17 novembre nacque alla fine degli anni ’70 in riferimento a questi eventi e Dimitris Koufontinas fu una delle sue figure emblematiche.

Dal 2002, Dimitris Koufontinas sta scontando una condanna a vita. Dall’8 gennaio 2021, è in sciopero della fame e della sete dal 22 febbraio per chiedere il ricongiungimento familiare. Ora è in condizioni critiche.

Nel frattempo, in Spagna, un rapper comunista, antifascista e antirealista viene represso dalla monarchia e dagli eredi del franchismo per averli sfidati in alcune delle sue canzoni, per aver preso posizione contro la Costituzione del 1978 ereditata dal periodo franchista e per aver dato il suo appoggio ai prigionieri politici dello Stato spagnolo.

Pablo Hasél è stato condannato a nove mesi di prigione per tweet “insultanti” contro la monarchia e la polizia. E questo martedì, 16 febbraio 2021, il rapper catalano è stato arrestato dalla polizia catalana in una grande operazione per estrarlo dall’Università di Lleida in cui si era barricato dopo la sua condanna da parte della giustizia borghese dello stato spagnolo.

Da allora, la mobilitazione a sostegno del rapper è cresciuta in tutto lo Stato spagnolo e soprattutto in Catalogna, dove ogni notte si sono scatenate rivolte popolari per chiedere il rilascio di Pablo Hasél.

Esprimiamo la nostra piena solidarietà a Dimitris Koufontinas e Pablo Hasél e facciamo appello a manifestare pubblicamente il nostro sostegno a questi due prigionieri politici ma anche a tutti i prigionieri politici e rivoluzionari partecipando al presidio in programma per domenica 14 marzo 2021, alla stazione Menilmontant di Parigi.

Libertà per Dimitris Koufontinas!

Libertà per Pablo Hasél!

Libertà per Georges Abdallah!

Libertà per tutti i prigionieri politici e rivoluzionari!

Fanno parte delle nostre lotte! Noi siamo parte delle loro lotte!

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18/02/2021

Spagna - Represse le manifestazioni per la libertà di Pablo Hasel


Cinquantacinque feriti e diciannove fermi a Madrid durante la manifestazione, contro l’arresto del rapper Pablo Hasel. Centinaia di persone si sono radunate a Puerta del Sol in una piazza blindata dalle forze dell’ordine. Manifestazioni di protesta sono state segnalate anche in Catalogna.

La polizia ha caricato ieri pomeriggio le persone concentrate a Puerta del Sol per la libertà di Pablo Hasél. Il rapper arrestato martedì a Lleida per scontare la pena di 9 mesi inflitta dall’Alta Corte Nazionale per il “crimine” di insulti e calunnie contro la Corona spagnola.

La protesta, convocata sui social e senza l’autorizzazione delle autorità, è iniziata intorno alle 19 in modo pacifico e con un clima di festa. Erano circa le 20 quando gli agenti di polizia hanno caricato più volte i gruppi di manifestanti che avevano tentato di percorrere via Carretas in direzione del Congresso dei Deputati. Alcuni manifestanti hanno cercato di avanzare con le mani alzate per non subire le cariche, mentre il fumo dei lacrimogeni si diffondeva per tutta la piazza. Nel frattempo, in Calle del Correo, si sono uditi altri spari della Polizia, che ha continuato a caricare i manifestanti che avevano incendiato alcuni cassonetti nella zona. In Calle Mayor è iniziata una vera e propria resistenza dei manifestanti che hanno formato barricate con i cassonetti dati alle fiamme per impedire l’avanzata degli agenti e si sono spostati in strade limitrofe come Calle Mayor o Preciados.

Si registra un totale di 19 persone arrestate e almeno 55 ferite, tra cui 35 agenti della polizia nazionale e 20 manifestanti o passanti che sono stati coinvolti negli incidenti. Dei 19 detenuti, sei sono minorenni (tra i 16 e i 17 anni) e quattro sono donne. Alla manifestazione si sono sentiti slogan come “Anche io sono Pablo Hasél!”, “Il re deve morire affinché la gente viva!” o “Pablo Hasél Libertad! Fuori con la polizia franchista!” Sono stati anche esposti striscioni che chiedevano il rilascio del rapper. La manifestazione si è conclusa intorno alle 22:00.

Altre manifestazioni si sono svolte a partire da martedì in diverse città della Catalogna. I Mossos d’Esquadra, la polizia autonoma catalana, hanno ferito alcuni manifestanti con proiettili di plastica e una giovane donna ha perso un occhio dopo essere stata colpita.

Al momento non si registrano comunicati di condanna dell’Unione Europea o dei vari governi verso le violenze contro i manifestanti e per la libertà d’espressione in Spagna. Pare che questa sensibilità democratica sia concentrata solo contro Russia, Bielorussia, Venezuela, Cina.

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