Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
05/09/2026
La dottrina dell’espulsione di Israele
Il Regno Unito è con il fiato sospeso. Dopo l’espulsione di Paesi Bassi e Spagna dal centro di coordinamento internazionale per la Gaza postbellica a Kiryat Gat, Israele sta ora valutando se espellere anche i rappresentanti britannici.
La Nakba britannica è alle porte, e questo avrebbe potuto essere persino divertente, se non fosse per il fatto che la realtà sottostante è palesemente tutt’altro che divertente. Israele sta imponendo sanzioni al mondo. Sì, avete capito bene.
Invece del contrario, un Paese in cui il Genocidio e l’Apartheid sono quasi universalmente riconosciuti, uno Stato contro il quale non è stata imposta quasi nessuna sanzione significativa fino ad oggi, sta punendo il mondo. L’imputato funge da pubblico ministero.
Questo è perfettamente coerente con la mentalità israeliana. Il mondo è da biasimare (per l’antisemitismo), quindi il mondo pagherà. È tutta colpa di quei migranti musulmani: questo è ciò che i media e i politici continuano a ripeterci. Megalomania e cecità sono all’ordine del giorno.
Il Centro di Coordinamento Internazionale per Gaza è un organismo di scarsa importanza. Si trova nella zona industriale di Kiryat Gat. A quasi un anno dalla sua istituzione, Gaza è ancora immersa nelle sue rovine, proprio come prima. Israele continua a uccidere quasi quanto prima del cessate il fuoco. L’espulsione dei delegati di Sua Maestà non cambierà nulla a Gaza. Il problema è l’arroganza e la sfrontatezza di Israele.
Mentre l’Europa discute incessantemente la proposta di costruzione nell’area E1, che dividerà la Cisgiordania in due, Israele la sta già punendo. La costruzione illegale nell’area E1 non è il problema. Le centinaia di migliaia di ettari occupati dai coloni negli ultimi due anni non hanno preoccupato l’Europa, ma ora l’Europa ha eretto uno spaventapasseri per il quale è pronta a presidiare le barricate.
Ma la Cisgiordania è divisa da tempo e annessa di fatto da ancora più tempo. L’Europa minaccia di imporre sanzioni sui prodotti provenienti dagli insediamenti ebraici in Cisgiordania come misura punitiva, e l’iniziativa rischia il collasso.
Di fronte a queste vuote e imbarazzanti promesse di facciata dell’Europa, Israele si erge arrogante, mostrando il suo distacco dalla realtà del mondo esterno.
“Israele sta inviando un messaggio all’Europa: la Gran Bretagna potrebbe pagarne il prezzo”, recitava un titolo grottesco, che valeva mille testimoni per la sua totale mancanza di contatto con la realtà e la sua arroganza.
Israele crede di poter espellere gli inglesi, umiliare gli spagnoli e punire il mondo intero senza subire conseguenze. Finora, aveva ragione. Ma si avvicina il giorno in cui Israele dovrà aprire gli occhi e scoprire che, in realtà, esiste un mondo esterno da cui si è allontanato, così come si è allontanato da esso, e che si trova ad affrontare una nuova, sconosciuta realtà.
I giorni in cui Israele era il beniamino dell’Occidente, in cui gli era permesso tutto, sono finiti. Espellere la Gran Bretagna da Kiryat Gat per compiacere gli elettori del Likud è una cosa positiva, e il Ministro degli Esteri Gideon Sa’ar ne sarà probabilmente orgoglioso, ma il conto arriverà, anche se per qualche ragione incomprensibile dovesse tardare.
L’America sta cambiando e l’Europa aspetta solo il via libera dall’altra sponda dell’Atlantico per regolare i conti con Israele, che per decenni ha agito in modo arbitrario, facendo ciò che voleva in un modo che nessun Paese che non sia una superpotenza globale si permette.
Israele e il resto del mondo si stanno allontanando. Israele si vanta di aver commesso Crimini di Guerra; è un vantaggio elettorale. Ma l’idea che Israele possa continuare a mostrare arroganza verso il mondo intero, continuando a comportarsi come ha sempre fatto, è l’idea più pericolosa per il suo futuro, molto più dei soldi inviati ad Hamas o al programma nucleare iraniano.
L’isolamento dal mondo avrà un prezzo che ogni israeliano dovrà pagare. La maggior parte dei governi del mondo non desidera realmente l'ipotesi di recidere i legami con Israele e ripone le proprie speranze nel previsto cambio di governo come via d’uscita (immaginaria) da questo pasticcio. Ma Israele non cambierà, certamente non a sufficienza, e il mondo dovrà cambiare il proprio atteggiamento nei suoi confronti.
Un Paese che per decenni ha ignorato ogni risoluzione approvata dalla comunità internazionale, oltre ad aver espulso l’Europa da Kiryat Gat, non sarà assolto.
Un giorno, il mondo potrà finalmente entrare nella Striscia di Gaza. Dopo averne visto gli orrori, non sarà più possibile continuare a tacere nei confronti di Israele. L'“espulsione” da Kiryat Gat sarà ricordata anche a Londra.
Fonte
24/08/2026
Sulla morte di Hind Rajab. Israele mente fingendo di “cercare la verità”
L’esercito israeliano è tornato alla ribalta mercoledì, dopo aver ammesso per la prima volta di aver sparato contro il veicolo in cui la piccola Hind Rajab, di 5 anni, è stata brutalmente assassinata nel gennaio del 2024. Tuttavia, questa “ammissione” è presentata in modo disonesto ed è una chiara manovra di pubbliche relazioni orchestrata da Israele per insabbiare le proprie azioni.
L’omicidio di Hind Rajab per mano dell’esercito israeliano è uno dei Crimini di Guerra più eclatanti commessi durante il Genocidio di Gaza, tanto da essere diventato il soggetto di un pluripremiato docudrama, “La Voce di Hind Rajab”. Le registrazioni audio della giovane ragazza, diffuse dalla Mezzaluna Rossa Palestinese, che cercava disperatamente di esercitare pressioni internazionali su Israele affinché consentisse ai propri operatori di salvarla, sono diventate virali e hanno commosso milioni di persone in tutto il mondo.
Israele ne è ben consapevole e ha quindi scelto di avviare un’indagine penale sull’accaduto, al fine di dare l’impressione di assumersi le proprie responsabilità.
Si tratta di uno dei cinque episodi che il “Meccanismo di accertamento e valutazione dei fatti dello Stato Maggiore delle Forze di Difesa Israeliane” afferma di aver indagato, tre dei quali non sono stati approfonditi ulteriormente, assolvendo le proprie forze da ogni colpa:
– L’uccisione dei sette operatori umanitari di World Central Kitchen (Centro di Vettovagliamento Mondiale) nell’aprile del 2024, mentre operavano a Deir al-Balah. Le vittime erano cittadini australiani, britannici, palestinesi, polacchi e con doppia cittadinanza americana e canadese, presi di mira a bordo di tre veicoli chiaramente identificabili. Alcuni dei sopravvissuti hanno tentato la fuga a bordo di altri veicoli e sono stati colpiti ripetutamente da mitragliatrici.
– L’attacco di carri armati del febbraio 2024 contro un centro di accoglienza di Medici Senza Frontiere a Khan Younis, che ha causato la morte di due dipendenti e il ferimento di altri. Nonostante fosse noto che il luogo ospitasse una base di Medici Senza Frontiere, gli israeliani hanno semplicemente affermato di non esserne a conoscenza; non hanno mai presentato alcuna prova di aver colpito un obiettivo militare.
– L’attacco del novembre 2023 contro un convoglio di Medici Senza Frontiere chiaramente identificabile a Gaza, che ha causato la morte di altri due dipendenti. Si trattava di un convoglio che stava evacuando 137 civili e che aveva coordinato l’operazione con l’esercito israeliano, fermandosi persino per ore a un posto di blocco affollato per ottenere il via libera da Israele.
Un altro episodio su cui Israele afferma di aver avviato un’inchiesta penale è il massacro di 15 paramedici e soccorritori palestinesi a Tel al-Sultan, Rafah. Il 23 marzo 2025, quando si persero i primi contatti con gli operatori di emergenza, l’ufficio stampa di Gaza credette che il gruppo fosse stato rapito e si appellò alla comunità internazionale. Israele si rifiutò di riconoscere l’accaduto.
Verso la fine del mese, dopo il ritiro delle forze israeliane dalla zona, venne scoperta una fossa comune senza nome, contenente i corpi dei 15 paramedici, soccorritori e autisti di ambulanze. Secondo le prime ricostruzioni, il gruppo fu giustiziato a distanza ravvicinata, uno ad uno, prima che gli israeliani seppellissero i corpi e le ambulanze per eliminare le prove.
La difesa iniziale di Israele, alla fine di marzo, sostenne che una serie di veicoli senza contrassegni si erano diretti verso di loro con i fari spenti e senza segnali di emergenza, spingendo le forze israeliane ad aprire il fuoco per autodifesa. Questa versione dei fatti è stata successivamente contraddetta da prove video emerse ad aprile che mostravano il contrario, spingendo le Forze di Difesa Israeliane a cambiare versione e ad affermare di aver scambiato le luci di emergenza per una minaccia.
Alla fine di aprile del 2025, l’esercito israeliano ha concluso, a seguito di un’indagine interna, che l’incidente poteva essere attribuito a “errori professionali” e “incomprensioni operative”. In seguito, gli israeliani hanno nuovamente cambiato versione, affermando, senza alcuna prova, che sei delle vittime avevano legami con il gruppo armato Jihad Islamica Palestinese.
Ora stanno adottando una versione diversa, basata sulla loro ultima cosiddetta indagine, secondo cui “gli spari esplosi durante l’incidente sollevano un ragionevole sospetto di condotta criminale”. Indagini indipendenti, tra cui una condotta da Forensic Architecture, hanno dimostrato che le forze israeliane hanno sparato almeno 900 proiettili ed eseguito esecuzioni a distanza ravvicinata.
Mettere a tacere la voce di Hind Rajab
Diversi organi di stampa hanno riportato che Israele ha avviato un’indagine penale interna sull’uccisione di Hind Rajab e ha ammesso di aver sparato contro il veicolo in cui è stata uccisa, insieme a sei membri della sua famiglia. Tuttavia, l’indagine interna israeliana ha appena tratto un’altra conclusione che mira a insabbiare l’intero evento, proteggendo i suoi soldati anziché assumersi la responsabilità delle proprie azioni.
“I risultati dell’indagine indicano che le truppe delle Forze di Difesa Israeliane hanno sparato contro un veicolo che si stava avvicinando”, è quanto afferma ora l’esercito israeliano a seguito della sua ultima indagine.
“A seguito della revisione dei risultati e a causa di apparenti mancanze nel coordinamento degli spostamenti dell’ambulanza della Mezzaluna Rossa Palestinese, è stato deciso di avviare un’indagine penale sull’incidente da parte della Divisione Investigativa Criminale della Polizia Militare”.
Si tenga presente che questa è esattamente la stessa scusa usata per coprire le esecuzioni di 15 soccorritori e paramedici nel Massacro di Rafah; ora affermano che saranno oggetto di un’indagine penale. Si tratta di una scusa che presuppone che le forze israeliane abbiano semplicemente agito per autodifesa, sparando contro ciò che interpretavano come una minaccia.
Inoltre, nell’incidente sono stati colpiti due veicoli, non uno. Due paramedici della Mezzaluna Rossa Palestinese sono stati uccisi in seguito a un doppio colpo sparato contro la loro ambulanza.
Numerose indagini forensi e satellitari indipendenti sono state condotte sui dettagli dell’incidente, tra cui una del Washington Post e un’altra di Forensic Architecture in collaborazione con EarShot e Fault Lines, che hanno dimostrato che le forze israeliane hanno sparato 335 proiettili contro la Kia Picanto in cui Hind Rajab e sei membri della sua famiglia sono stati uccisi.
Le prove dimostrano anche che era impossibile che il veicolo si fosse diretto a Sud, come affermato dai militari israeliani, seguendo le istruzioni impartite alla popolazione locale quel giorno, poiché le strade che portavano a Sud dalla loro posizione erano tutte bloccate. Le indagini hanno inoltre concluso che l’auto è stata colpita da una distanza sufficientemente ravvicinata da permettere ai soldati israeliani di vedere i civili innocenti che si erano rifugiati al suo interno.
I colpi israeliani hanno penetrato il veicolo anche dal lato destro. Anche se gli israeliani continuano ad affermare che l’auto si stesse dirigendo verso di loro, presumibilmente guidata da una bambina terrorizzata di 5 anni, è chiaro che il veicolo non è stato colpito frontalmente, il che significa che non rappresentava una minaccia.
Detto questo, gli operatori della Mezzaluna Rossa di stanza a Ramallah hanno trascorso circa tre ore al telefono con la piccola Hind, cercando disperatamente di ottenere il permesso israeliano per soccorrerla. A quel punto, la vicenda era diventata un incidente internazionale.
Per 12 giorni, a partire dal 29 gennaio 2024, Hind Rajab è stata ufficialmente considerata “dispersa” e presunta morta, fino al 10 febbraio, quando il suo corpicino è stato ritrovato nel quartiere di Tal al-Hawa, crivellato di proiettili.
Quando Israele è stato finalmente costretto ad affrontare la questione, ha affermato che le sue forze non erano nemmeno di stanza nella zona e che non erano in corso operazioni militari in quel momento. Ha persino avviato un’indagine interna, che ha prodotto la stessa scusa con una formulazione diversa.
Questa versione dei fatti è rimasta più o meno invariata per circa due anni e mezzo, con funzionari e militari israeliani che periodicamente apportavano piccole modifiche alle loro affermazioni, nonostante le prove che emergevano a smentirle. Israele ha persino tentato di attribuire la responsabilità degli omicidi ai combattenti palestinesi, un’altra tattica utilizzata innumerevoli volte per giustificare i propri Crimini di Guerra.
Storicamente, Israele non ha mai incriminato un singolo soldato israeliano per l’uccisione di un palestinese a Gaza durante le sue offensive su larga scala nel territorio, iniziate nel 2008.
La condanna più severa mai inflitta a un soldato israeliano per la sua condotta a Gaza è stata quella di un membro della Brigata Givati nel 2009, durante quella che Tel Aviv ha definito “Operazione Piombo Fuso”, che ha ricevuto una pena di 7 mesi e mezzo di reclusione. Non per aver ucciso, violentato o torturato palestinesi, bensì per aver rubato una carta di credito.
Fonte
16/08/2026
Da Qusra a Beit Sahour, assedio e spari sui palestinesi
Beit Sahour è un paese di circa 15mila abitanti attaccato a Betlemme, una delle principali città palestinesi a maggioranza cristiana della Cisgiordania occupata, punto di riferimento per la solidarietà internazionale in Palestina.
Nonostante si trovi all’interno dell’Area A, ossia sotto la gestione dell’Autorità nazionale palestinese, ieri gli attivisti si sono ritrovati sotto il fuoco dei coloni israeliani. I militari occuparono Ush al-Ghrab, la collina che domina Beit Sahour, dopo il 1967.
Quando, nel 2006, l’esercito abbandonò la base, la città palestinese provò a riprendersi quelle terre realizzando un parco e alcune strutture pubbliche e progettando un ospedale pediatrico. C’erano persino i permessi delle autorità di Tel Aviv, ma i coloni risposero con una campagna durata quasi vent’anni: incursioni, raduni, caravan e pressioni perché ogni progetto palestinese venisse fermato.
Alla fine del 2025 l’avamposto è diventato realtà. Sulla collina sono state installate case prefabbricate e, nel giro di poche settimane, in tempi record il governo ha «riconosciuto» la nuova colonia di Yatziv, che resta illegale secondo il diritto internazionale.
Tel Aviv ridisegna confini amministrativi, confisca terre e dichiara nuove zone militari chiuse: così abitazioni costruite con i risparmi di una vita si ritrovano da un giorno all’altro fuori dall’area in cui erano fino a poche ore prima, svuotate e sospese tra ordini di demolizione e ricorsi.
I proprietari possono solo guardarle da lontano, mentre tra loro e l’esercito avanzano i coloni, pronti a rubarle. È in queste aree, minacciate da nuovi espropri, che ieri hanno marciato i proprietari palestinesi insieme agli attivisti locali e israeliani.
«Oggi siamo andati in una casa occupata dai coloni terroristi – ha raccontato al manifesto Avner Wishnitzer, di Combattenti per la pace – Eravamo circa ottanta attivisti israeliani e palestinesi, volevamo riprendere la casa, pulirla e piantare alcuni alberi intorno. Mentre ci avvicinavamo, sono arrivati diversi coloni armati di fucili e almeno uno di loro ha sparato direttamente contro di noi. Abbiamo i video».
Il filmato girato dai pacifisti mostra il colono urlare: «Vi state mettendo contro le persone sbagliate. Qui ci saranno le nostre case, te lo dico io... già l’anno prossimo».
Venticinque minuti dopo è arrivato l’esercito: «Come accade di solito – ha continuato Wishnitzer – i militari hanno allontanato noi, non loro. I coloni hanno ripreso possesso della casa e ora la controllano».
La stessa scena si ripete quotidianamente nel villaggio di Qusra, nei pressi di Nablus, dove da quasi una settimana i coloni assediano diverse case palestinesi. Ieri i soldati hanno bloccato una marcia di attivisti internazionali che tentava di raggiungere le famiglie per portare loro acqua e cibo.
L’annunciata «operazione militare» di Tel Aviv per il momento si è limitata a smontare qualche tenda, puntualmente rimontata. Finora lo sdegno internazionale e le pressioni statunitensi non sono serviti a spezzare l’assedio. La Francia chiede l’arresto e il perseguimento penale dei coloni; gli Stati Uniti, riferiscono diverse testate israeliane, pretendono dal premier israeliano Netanyahu una condanna pubblica delle violenze a Qusra.
Ma la risposta del governo va nella direzione nettamente opposta. Ieri il ministro della difesa, Israel Katz, ha ordinato all’esercito di preparare un piano per cedere alla polizia israeliana l’intera gestione dell’ordine pubblico e dell’applicazione della legge nei confronti degli insediamenti e dei coloni.
Si tratta di una misura senza precedenti. Dopo aver consegnato al ministro delle finanze Bezalel Smotrich – lui stesso un colono – la gestione della pianificazione urbana dell’occupazione della Palestina, Israele sottrarrebbe un’altra competenza all’amministrazione militare per affidarla a un’istituzione civile.
Un ulteriore tassello dell’annessione di fatto, che tratta sempre più la Cisgiordania come territorio sottoposto alla giurisdizione interna di Israele e i coloni che occupano la Palestina come fossero cittadini risiedenti nei confini dello stato di Israele.
L’elemento forse ancora più allarmante è che a occuparsi dei coloni sarebbe la polizia posta sotto la responsabilità politica del suprematista ebraico Itamar Ben Gvir. Lo stesso ministro sostiene che «la violenza dei coloni non esiste»; si è vantato di aver posto fine alle «molestie» della polizia contro gli estremisti degli avamposti; ha preteso l’impunità per i coloni e ammesso di promuovere gli ufficiali disposti ad applicare la sua linea, fondata anche su una maggiore «comprensione» verso chi occupa la Cisgiordania.
Ben Gvir rivendica le torture e la fame imposte ai prigionieri politici palestinesi e dichiara pubblicamente che tutta la Palestina spetta a Israele per diritto divino.
Trasferire alla polizia – e soprattutto alla polizia di frontiera, nota per la sua brutalità – il controllo sui coloni significherebbe affidarne la sorveglianza a un corpo posto sotto la responsabilità politica dell’uomo che più di ogni altro li protegge, assolve e legittima.
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13/08/2026
Joe Biden dovrebbe morire di cancro all’Aja
Secondo Hunter, figlio dell’ex presidente, il cancro di Joe Biden si sta sviluppando in una fase avanzata.
Secondo quanto riportato dall’AP: “Il cancro alla prostata dell’ex presidente degli Stati Uniti Joe Biden si è diffuso ad altre parti del corpo e gli causa dolore, nonostante continui a esprimersi su questioni pubbliche”, ha dichiarato suo figlio Hunter in un’intervista.
In un’ampia intervista alla BBC andata in onda venerdì sera, Hunter Biden si è commosso parlando delle condizioni di salute del padre, descrivendole come molto triste da vedere:
«Il cancro si è diffuso, ha metastatizzato alle ossa e oltre», ha detto. «È molto doloroso ed è molto debilitante sotto molti aspetti».
Ho visto molte persone sui social media esprimere tristezza e dolore per la notizia della situazione di Biden, e sono d’accordo sul fatto che sia molto triste che stia accadendo. Joe Biden non dovrebbe stare a casa a morire di cancro, dovrebbe essere rinchiuso in una cella all’Aia a morire di cancro.
Il mondo è un disastro perché uomini come Joe Biden possono morire serenamente di cancro nelle loro case.
Vivono a lungo, liberi dalle conseguenze delle loro azioni mostruose.
Non trascorrono i loro ultimi giorni a marcire in una gabbia per crimini di guerra.
Nessuno li farà pagare per quello che hanno fatto.
Le persone peggiori del pianeta vengono elevate dall’impero capitalista ai più alti livelli di potere in ogni campo, peggiorando la vita di tutti, per poi morire serenamente di vecchiaia, circondate dai propri cari.
Questa è la vera fonte dei nostri problemi. Non gli immigrati. Non il “politicamente corretto”. Non le elezioni che premiano il partito politico sbagliato. La fonte dei nostri problemi è che siamo governati da psicopatici assassini e non usiamo il potere del nostro numero per rovesciarli con la forza. Che permettiamo ai tiranni di farla franca con il genocidio.
👉 Dave DeCamp @DecampDaveDecampDave
Tuo padre ha aiutato quel tizio a far crollare interi palazzi pieni di donne e bambini
Clash Report @ clashreport
Hunter Biden: Se è antisemita far notare che Bibi Netanyahu è la personificazione del male, allora non so più cosa dire alla gente. Voglio dire, aprite gli occhi. Aprite il cuore per un minuto.
Joe Biden ha appoggiato un olocausto trasmesso in diretta streaming sotto gli occhi del mondo intero, e ora se ne va da questo mondo senza aver subito alcuna conseguenza. Lo abbiamo visto tutti. Lo abbiamo visto diffondere menzogne sull’aver visto bambini decapitati e uccisi il 7 ottobre e sul fatto che il bilancio delle vittime a Gaza fosse falso, per giustificare le sue atrocità genocidarie.
E siamo in tanti. Ma non lo abbiamo fermato. Non gli abbiamo fatto pagare. Non lo useremo come esempio per mostrare a tutti perché nessuno dovrebbe mai fare quello che ha fatto lui.
Sta succedendo ovunque. Stiamo assistendo a persone potenti che scatenano guerre e genocidi, distruggono il nostro ecosistema, ci impongono l’intelligenza artificiale e ci circondano con tecnologie di sorveglianza tiranniche, e lo fanno alla luce del sole, e noi sostanzialmente lo accettiamo passivamente.
Come disse Utah Phillips: “La Terra non sta morendo, viene uccisa. E le persone che la stanno uccidendo hanno un nome e un indirizzo”.
Non è solo che la rivoluzione non si sia materializzata, è che non si è nemmeno lontanamente avvicinata a materializzarsi. Ci danno giusto il pane e i giochi circensi necessari per placarci, e poi ce ne stiamo lì seduti a sgranocchiare patatine e guardare Netflix mentre il mondo brucia.
La natura non permetterà che questa situazione continui ancora a lungo. Risveglieremo la ferocia che è in noi, oppure la ferocia della natura renderà presto questo pianeta molto meno abitabile.
O supereremo questa prova o la falliremo. E finché i Joe Biden di questo mondo vivranno a lungo senza subire conseguenze, noi stiamo fallendo.
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06/08/2026
Insensibili al crescente numero di morti a Gaza
Le parole “ucciso”, “ferito”, “mutilato” e simili spesso perdono gran parte del loro significato quando vengono ripetute così incessantemente.
Prendiamo, ad esempio, un titolo come: “13 palestinesi uccisi a Gaza, altri feriti”. Sebbene molti di noi possano ancora provare un profondo senso di tristezza per una simile tragedia, la notizia stessa diventa meno scioccante col tempo.
Secondo i dati forniti dal Ministero della Sanità palestinese di Gaza, Israele ha ucciso e ferito complessivamente oltre 250.000 palestinesi dall’inizio del Genocidio nel 2023.
Il bilancio viene aggiornato quotidianamente perché le uccisioni non si fermano mai.
Il 23 luglio, sei palestinesi sono stati uccisi a Gaza. Il giorno prima, ne erano stati uccisi 13, e il giorno ancora prima altri nove, e così via.
È proprio questo “e così via” che, col tempo, ci fa perdere la percezione di ciò che queste tragedie comportano realmente. Si tratta di persone innocenti bruciate vive nelle loro tende, bombardate nelle loro auto o uccise mentre cercano di godersi un breve momento di tregua dal caldo torrido sulla spiaggia.
Tra i nove uccisi il 21 luglio, un’intera famiglia, compresi quattro bambini piccoli, è stata sterminata in un singolo attacco. Mentre si moltiplicano le notizie sul quotidiano massacro di palestinesi da parte di Israele a Gaza, i giornalisti troppo spesso trascurano di umanizzare le vittime.
Una foto che circola sui social media mostra tre di quei bambini: un ragazzino con una maglietta con la scritta “Santa Monica Beach”; la sorella con gli occhiali e una maglietta rosa, che tiene orgogliosamente in mano un attestato di merito scolastico; e la sorella più piccola, in posa dolce.
Questi tre rappresentano ogni singolo bambino palestinese ucciso dall’inizio di questo Genocidio. Secondo le Nazioni Unite e le stime internazionali, oltre 21.000 bambini sono stati uccisi a Gaza, e decine di migliaia sono rimasti mutilati o sepolti sotto le macerie.
Sebbene la normalità quotidiana delle uccisioni renda la tragedia meno scioccante per chi si limita a sentire le cifre, diventa infinitamente più tragica per chi la subisce direttamente. A Gaza, nessuna famiglia è stata risparmiata dalla perdita dei propri cari, e il dolore si acuisce giorno dopo giorno.
Non ci sono parole per descrivere il dolore collettivo di Gaza.
Ciò che rende la tragedia ancora più insopportabile è che il mondo intero sa cosa è successo e continua a succedere a Gaza, eppure non fa nulla per impedirlo. Monitoriamo i numeri, denunciamo la barbarie di Israele, condanniamo il fallimento delle istituzioni internazionali e scuotiamo la testa disperati.
Eppure il risultato rimane invariato: il bilancio delle vittime continua a salire e ogni giorno vengono generate nuove statistiche che ci ricordano la gravità della crisi.
Un rapporto congiunto del 23 luglio, redatto da FAO, UNICEF e Programma Alimentare Mondiale, ha rilevato che 1,4 milioni di palestinesi a Gaza soffrono di grave insicurezza alimentare.
Il rapporto ha inoltre avvertito che si prevede che oltre 74.000 bambini sotto i 5 anni necessiteranno di cure urgenti per malnutrizione acuta nel corso del prossimo anno.
Questo rapporto è stato pubblicato lo stesso giorno in cui le autorità sanitarie di Gaza hanno aggiornato il bilancio ufficiale delle vittime palestinesi, portandolo a oltre 73.311. Tale cifra è già più alta ora, poiché da allora sono state uccise altre persone.
Lo stesso giorno, Thameen Al-Kheetan dell’Ufficio dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani (UN.OHCHR) ha dichiarato che “nessun luogo a Gaza può essere considerato sicuro”.
Questa affermazione è vera, naturalmente, ma è anche il fatto più noto al mondo in questo momento. Nessuno la contesta. Eppure, nessuno agisce: Israele continua a bombardare, il Congresso degli Stati Uniti continua ad assegnargli ulteriori armi e il resto del mondo segue con apprensione il bilancio delle vittime.
Nel frattempo, Israele, che ha preso il controllo di un territorio ancora più vasto a Gaza dopo il cosiddetto cessate il fuoco, sta costruendo imponenti barriere di terra che si estendono per circa 23 chilometri attraverso la Striscia.
Sebbene non sia mai stato giusto fin dall’inizio, nemmeno il piano originale di Trump per Gaza prevedeva la costruzione di confini interni, il furto di ulteriore territorio o la concentrazione di palestinesi sfollati in minuscole enclavi all’interno di un territorio già di per sé esiguo.
Il piano a lungo termine di Israele non è solo quello di mantenere un controllo militare permanente su Gaza, come dichiarato da alti funzionari israeliani, ma anche di prolungarne la sofferenza a tempo indeterminato.
Proprio mentre scrivo questo articolo, le notizie indicano che altri quattro palestinesi sono stati uccisi. È improbabile che il numero rimanga così basso; l’esercito israeliano raramente uccide in numeri esigui.
Ma anche questi piccoli numeri rappresentano esseri umani il cui dolore non può essere misurato con le statistiche, riassunto in dichiarazioni ufficiali o ridotto a titoli di giornale banali.
I sopravvissuti non si aggrappano alla vana promessa che il Diritto Internazionale prevalga sull’impunità garantita a Israele dagli Stati Uniti. La storia ha reso i palestinesi cinici. Per generazioni, attraverso ogni massacro e furto di terre dalla Nakba del 1948, l’attesa di giustizia non ha prodotto altro che vuote promesse e un numero crescente di vittime.
L’unica differenza tra il passato e il presente è che oggi sappiamo, vediamo e sentiamo esattamente cosa sta succedendo a Gaza e in tutta la Palestina.
Il minimo che possiamo fare è rifiutarci di voltare le spalle o di ridurre il Genocidio che si consuma sotto i nostri occhi a semplici numeri.
Se permettiamo che ciò accada, diventiamo anche noi colpevoli: Israele uccide, usando armi americane, mentre noi restiamo a guardare, contando i morti e scuotendo la testa di fronte alla triste situazione del mondo.
Fonte
30/07/2026
La guerra aperta di Israele contro la giustizia internazionale
Questa guerra è culminata in una clamorosa vittoria israeliana sul diritto internazionale, distruggendo brutalmente l’eredità di una delle menti giuridiche più rinomate al mondo e lasciandolo per sempre disonorato da accuse di cattiva condotta sessuale e di una relazione con una collaboratrice subalterna.
Tale è Israele nelle sue battaglie immorali, dove non solo si toglie i guanti, ma abbandona anche ogni pretesa di onore. L’onore non trova posto nella sua inimicizia, nemmeno nelle sue amicizie.
Da quando la Corte ha emesso quei mandati, Israele ha condotto una feroce campagna contro l’avvocato britannico. Ma due settimane prima di quella campagna e prima della fuga di notizie sulle molestie che ha portato al licenziamento del procuratore, l’avvocato israelo-britannico Nicholas Kaufman incontrò Karim Khan, offrendogli, come disse lui stesso, “un modo per scendere dall’albero”.
Khan rivelò all’epoca, come riportato da Middle East Eye, di aver ricevuto un avvertimento: “Se non ritira i mandati di arresto, la Corte penale internazionale verrà distrutta, e lui con essa”. Questo è accaduto l’altro ieri.
Quanto alla Corte stessa, sembra che l’amministrazione americana se ne occuperà, soprattutto perché la rimozione del procuratore non annulla i mandati di arresto. È questo che fa sì che la persecuzione di questa coppia fuorilegge – Washington e Tel Aviv – continui.
C’è una completa separazione tra Israele e la giustizia; sono opposti che non possono coesistere. La giustizia non accetta l’occupazione di un altro popolo, né accetta che una nazione domini o controlli un’altra, opprimendola e confiscandole i diritti e i sogni nazionali. Pertanto, Israele si è trovato in uno stato di perenne ostilità nei confronti della giustizia internazionale e dei suoi simboli.
Il giudice britannico Karim Khan, la cui nomina è stata revocata dai rappresentanti degli Stati membri della Corte penale internazionale, non è stato un caso isolato di Israele che ha preso di mira figure giuridiche internazionali.
Nel 2009, Israele ha lanciato un’ampia campagna politica e diplomatica contro il giudice ebreo sudafricano Richard Goldstone, incaricato all’epoca di indagare sulla guerra israeliana a Gaza. Il suo rapporto concludeva che Israele aveva fatto uso di forza eccessiva e aveva preso di mira i civili, commettendo crimini di guerra che avrebbero dovuto essere oggetto di indagine.
Sebbene il rapporto muovesse le stesse accuse contro delle fazioni palestinesi, Israele ha attaccato il giudice, esercitando su di lui una notevole pressione e mobilitando tutte le sue risorse, incluso il Congresso ebraico mondiale, per costringere Goldstone a ritrattare le sue conclusioni in un articolo scritto sotto costrizione e diffamatorio.
Anche Fatou Bensouda, ex procuratrice della Corte penale internazionale, è stata oggetto di una campagna altrettanto feroce per costringerla a chiudere l’indagine sui crimini di guerra israeliani contro i palestinesi. Fu inoltre intimidita dopo che degli sconosciuti si presentarono a casa sua all’Aia lasciandole una somma di denaro.
L’amministrazione Trump, durante il suo primo mandato, coinciso con quello di Bensouda, le impose dure sanzioni a causa delle indagini del tribunale. Queste sanzioni includevano il congelamento dei suoi conti bancari, la chiusura del suo mutuo, il congelamento del conto del figlio e l’avvio di operazioni di sorveglianza e monitoraggio nei confronti del marito.
Senza dimenticare quanto accaduto mesi prima alla procuratrice militare israeliana, Yifat Tomer-Yerushalmi, quando, sospettata di discostarsi dalla linea ufficiale, fece trapelare foto dal carcere di Sde Teiman, dove palestinesi venivano uccisi e violentati. Fu licenziata senza pietà.
Questa è la storia di Israele, in fatto di giustizia e verità. Si dice sempre che il criminale odia la luce; vuole commettere il suo crimine nell’oscurità, dove non può essere visto. Ma se qualcuno arriva a illuminare la scena del crimine, spara senza esitazione.
Questo è ciò che è accaduto a tutti coloro che hanno cercato giustizia e hanno osato far luce su crimini che non potevano più essere celati dal colabrodo dell’apparato di sicurezza, del Mossad, della corruzione e del ricatto.
Israele ha commesso un genocidio in pieno giorno e, pur non vergognandosi del crimine commesso, si vergogna di affrontarlo. Israele ha lanciato una feroce campagna contro un procuratore israeliano non per il crimine in sé, ma per aver rivelato e divulgato informazioni ai media.
L’ironia della giustizia è ulteriormente aggravata dai casi di Karim Khan ed Epstein, con ogni nuovo sviluppo. Solo dieci giorni fa, il vicepresidente degli Stati Uniti Jay D. Vance ha ammesso i legami di Epstein con i servizi segreti israeliani nel podcast “Joe Rogan Experience”.
Nonostante la natura atroce delle azioni di Epstein, la questione è stata insabbiata. Nessuno è stato perseguito, processato o nemmeno accusato di questi crimini contro l’umanità, i suoi valori e la sua morale. Nel frattempo, Karim Khan è sotto processo per aver avuto una relazione con una dipendente o stagista maggiorenne.
Ecco come si presenta la giustizia quando Israele assume una posizione di autorità e gli viene conferito il potere di minare le istituzioni internazionali. Il mondo rimane in silenzio di fronte all’enormità delle sue azioni, come se non avesse assistito a come Israele abbia portato l’intero pianeta sull’orlo del collasso incitando il presidente Trump a intraprendere una guerra sconsiderata e costosa per tutti contro l'Iran.
Questo è Israele: uno stato che non smette mai di diffondere il male. Se il mondo non lo ferma, ne subirà le conseguenze devastanti.
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29/07/2026
È un fatto di clima e non di voglia
La politica ama ripetere che la sicurezza nasce dalla fiducia nelle istituzioni. È un principio condivisibile, ma che vale in entrambe le direzioni. La fiducia non può essere pretesa: deve essere conquistata. E si conquista quando i cittadini percepiscono che la legge è uguale per tutti, che i loro diritti vengono tutelati e che chi esercita un potere pubblico risponde delle proprie azioni come qualunque altro cittadino.
Quando, invece, le istituzioni trasmettono il messaggio opposto, cioè che esistono soggetti sempre più protetti e altri sempre più esposti alla repressione, il rapporto di fiducia si incrina inevitabilmente.
La manifestazione che nei giorni scorsi ha attraversato Bologna dopo la morte di Abderrahim Fakir non può essere letta soltanto come la reazione emotiva a una vicenda tragica. Sarebbe un errore ridurla a questo.
In quella piazza si è manifestato un disagio molto più profondo, maturato nel corso di anni di politiche sicuritarie che hanno progressivamente modificato il rapporto tra cittadini, istituzioni e forze dell’ordine. Il coro che si è levato spontaneamente da centinaia di giovani – «No allo scudo penale» – racconta meglio di qualsiasi analisi quale sia oggi il punto di rottura percepito da una parte crescente della società.
Quel coro non nasce nel vuoto. Nasce dentro un contesto politico e legislativo preciso. Negli ultimi anni il Parlamento ha approvato una sequenza quasi ininterrotta di decreti sicurezza e di interventi normativi accomunati da una medesima filosofia: ampliare gli strumenti della repressione preventiva, aumentare le fattispecie di reato, inasprire le pene, estendere i poteri amministrativi delle autorità di pubblica sicurezza e restringere progressivamente gli spazi del dissenso.
Abbiamo assistito all’introduzione di nuovi reati, all’aumento delle sanzioni amministrative contro i blocchi stradali e le manifestazioni, all’espansione delle zone rosse, al rafforzamento del Daspo urbano, all’estensione del fermo preventivo, all’inasprimento delle misure contro i movimenti sociali e gli attivisti.
Parallelamente, sono state introdotte norme che rafforzano la posizione degli appartenenti alle forze dell’ordine, fino ad arrivare a quello che viene comunemente definito “scudo penale”, cioè un sistema di tutele che rischia di alimentare la percezione di una sostanziale deresponsabilizzazione nell’uso della forza.
È proprio questa asimmetria a produrre un effetto devastante sulla credibilità delle istituzioni. Da una parte il legislatore interviene con crescente severità nei confronti di chi manifesta, protesta o semplicemente occupa uno spazio pubblico per rivendicare un diritto.
Dall’altra, ogni volta che emergono casi di violenza commessi da appartenenti alle forze dell’ordine, il dibattito politico sembra concentrarsi soprattutto sull’esigenza di proteggerli da eventuali conseguenze giudiziarie. Il messaggio che arriva ai cittadini è semplice, anche se profondamente pericoloso: la repressione diventa più dura verso chi contesta il potere e più indulgente verso chi quel potere lo esercita.
Chi crede nello Stato di diritto dovrebbe essere il primo a pretendere che l’uso della forza pubblica sia sottoposto ai più rigorosi meccanismi di controllo e di responsabilità. La legittimazione democratica della polizia non deriva dalla forza che può esercitare, ma dal fatto che quella forza è vincolata alla legge, alla Costituzione e al controllo della magistratura.
Ogni norma che rischia di attenuare questo principio non rafforza le forze dell’ordine; ne indebolisce l’autorevolezza, perché alimenta il sospetto che esistano cittadini più uguali degli altri.
Le vicende della Val di Susa, del resto, offrono una rappresentazione plastica di questo meccanismo. Anche in quel caso il dibattito pubblico ha scelto di soffermarsi sugli effetti, rimuovendo sistematicamente le cause.
All’indomani del corteo conclusivo del Festival dell’Alta Felicità, l’attenzione politica e mediatica si è concentrata esclusivamente sugli scontri avvenuti nei pressi del cantiere del Tav. Ancora una volta le immagini degli incidenti hanno occupato l’intero spazio dell’informazione, mentre è scomparso tutto ciò che li ha preceduti.
È scomparsa la militarizzazione permanente della valle, un territorio che da anni appare più simile a una zona di occupazione che al luogo in cui dovrebbe sorgere il cantiere di un’opera pubblica. È scomparsa la lunga sequenza di provvedimenti prefettizi che ha accompagnato il Festival, le continue identificazioni, le perquisizioni, i fermi, i Daspo urbani e le limitazioni preventive imposte ai partecipanti.
È scomparsa perfino la notizia politicamente più significativa: migliaia di persone sono riuscite comunque a raggiungere quello che veniva descritto come uno dei fortini più inespugnabili d’Italia, dimostrando che, nonostante trent’anni di repressione, la Val di Susa è tutt’altro che pacificata. Eppure di tutto questo si è parlato pochissimo.
Si è preferito raccontare il lancio di qualche pietra piuttosto che interrogarsi sulle ragioni per cui uno dei territori più militarizzati d’Europa continui a essere attraversato da un conflitto sociale così profondo.
Anche le reazioni istituzionali hanno seguito uno schema ormai consolidato. Dal Presidente della Repubblica fino ai principali esponenti della maggioranza, il messaggio è stato sostanzialmente univoco: solidarietà alle forze dell’ordine e condanna senza appello dei manifestanti.
Matteo Salvini è arrivato a definire i No Tav «il frutto marcio della sinistra», riproponendo quella retorica che trasforma ogni forma di conflitto sociale in un problema di ordine pubblico e ogni opposizione politica in una minaccia da neutralizzare.
È una narrazione che evita accuratamente di confrontarsi con il merito delle questioni, perché è più semplice delegittimare chi protesta che discutere le ragioni della protesta. Così facendo, però, si alimenta un clima nel quale il dissenso viene sistematicamente rappresentato come devianza, mentre la gestione eccezionale del territorio diventa la normalità.
È proprio questo il punto. Non si può continuare a chiedere ai cittadini di avere fiducia nelle istituzioni quando le istituzioni rispondono ai conflitti quasi esclusivamente con l’espansione dei dispositivi repressivi.
Ogni nuova misura di prevenzione, ogni Daspo, ogni zona rossa, ogni perquisizione preventiva, ogni limitazione del diritto di manifestare può forse produrre un controllo immediato dell’ordine pubblico, ma contribuisce anche ad alimentare la convinzione che il confronto democratico venga progressivamente sostituito dalla gestione poliziesca del dissenso.
E quando la politica sceglie sistematicamente di guardare soltanto all’effetto, rifiutandosi di interrogarsi sulle cause che producono il conflitto, non risolve i problemi: li cristallizza, rendendoli ancora più profondi.
In criminologia esiste un principio tanto semplice quanto spesso ignorato nel dibattito politico: la percezione della giustizia è uno degli elementi fondamentali della coesione sociale. Le persone accettano anche decisioni severe quando ritengono che il sistema sia equo e imparziale. Al contrario, quando maturano la convinzione che la giustizia non sia accessibile o che venga applicata in modo selettivo, cresce inevitabilmente la sfiducia nelle istituzioni.
Non è un caso che numerosi studi sulla legittimazione delle autorità pubbliche abbiano dimostrato come il rispetto delle regole dipenda molto più dalla fiducia nell’equità delle procedure che dalla severità delle sanzioni.
È qui che la politica dovrebbe interrogarsi sulle conseguenze delle proprie scelte. Continuare ad affrontare ogni conflitto sociale con nuovi reati, nuove aggravanti e nuovi poteri di polizia, mentre si riducono gli spazi di controllo sull’uso della forza pubblica, significa alterare profondamente il patto tra Stato e cittadini.
Lo Stato di diritto vive infatti di un equilibrio delicatissimo: da un lato il monopolio legittimo della forza, dall’altro la certezza che chi esercita quella forza sia sottoposto alle medesime regole che è chiamato a far rispettare. Se questo equilibrio si rompe, non cresce la sicurezza. Cresce la distanza tra istituzioni e società.
Per questo la discussione sullo scudo penale non riguarda soltanto una norma tecnica. Riguarda il modello di democrazia che si sta costruendo. Se lo Stato investe sempre più energie nel reprimere il dissenso e sempre meno nel garantire trasparenza, responsabilità e controllo sull’operato dei propri apparati coercitivi, il rischio è quello di alimentare un circolo vizioso nel quale la domanda di giustizia rimane senza risposta.
E quando una parte della società smette di credere che quella risposta possa arrivare attraverso gli strumenti ordinari dello Stato di diritto, la frattura istituzionale diventa sempre più difficile da ricomporre.
Non è un caso che proprio i più giovani siano oggi i protagonisti delle piazze. Sono la generazione che ha visto susseguirsi decreti sicurezza, zone rosse, Daspo, identificazioni preventive, misure cautelari sempre più estese, processi per le mobilitazioni climatiche, per quelle studentesche e per le manifestazioni in solidarietà con la Palestina.
Contemporaneamente, hanno assistito a un dibattito pubblico nel quale, di fronte ai casi di uso eccessivo della forza, la priorità politica è sembrata spesso quella di rafforzare le tutele degli operatori anziché garantire pieno accertamento delle responsabilità. È questo clima, prima ancora dei singoli episodi, ad alimentare la sfiducia.
La sicurezza non nasce dalla moltiplicazione delle norme penali né dall’espansione dell’impunità. Nasce dalla credibilità delle istituzioni. E la credibilità si fonda su un principio tanto semplice quanto irrinunciabile: nessuno, in una democrazia costituzionale, può essere posto al di sopra della legge.
Quando questo principio vacilla, non si indebolisce soltanto la tutela dei diritti. Si indebolisce la stessa autorità dello Stato, perché senza giustizia non può esistere nemmeno quella fiducia che ogni democrazia pretende dai propri cittadini.
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25/07/2026
Abolire lo scudo penale, giustizia e verità per Fakir. Un appello
Abolire lo scudo penale per le forze di polizia, abolire i decreti sicurezza, vogliamo le dimissioni di Piantedosi e Giustizia e Verità per Abderrahim Fakir.
L’uccisione di Abderrahim Fakir a Bologna impone una riflessione che va ben oltre i confini della città. Chiediamo verità e giustizia per Fakir, ma chiediamo anche che questa vicenda diventi il punto di partenza di una mobilitazione nazionale per l’abrogazione dello scudo penale introdotto dal cosiddetto Decreto Sicurezza DL 24 febbraio 2026, n. 23, convertito nella Legge n. 54 del 24 aprile 2026).
L’articolo 12 del decreto interviene sull’articolo 335 del codice di procedura penale mediante l’introduzione di un nuovo comma, stabilendo che il nominativo dell’autore di un fatto che risulti “manifestamente” commesso in presenza di una causa di giustificazione non venga più iscritto automaticamente nei registri previsti, bensì annotato in un apposito modello. In tale sede, il nominativo non è oggetto di un’iscrizione formale, ma di una mera “annotazione preliminare”.
Questa norma si affianca a quanto previsto dagli artt. 22 e 23 del precedente DL 48/2025 secondo cui lo Stato è tenuto ad anticipare fino a 10.000 euro, per ogni fase del procedimento, le spese legali degli appartenenti alle forze di polizia indagati o imputati per fatti commessi nell’esercizio del servizio. Una scelta politica gravissima, che altera il principio di responsabilità di chi esercita il monopolio della forza pubblica e trasmette un messaggio di sostanziale protezione preventiva nei confronti degli abusi commessi in divisa.
Il caso di Bologna rappresenta la prima e subito drammatica dimostrazione delle conseguenze di questo impianto. Mentre una famiglia chiede verità e giustizia per un proprio caro ucciso durante un intervento di polizia, gli agenti coinvolti possono beneficiare sin dall’inizio della copertura garantita dallo Stato. È questa la logica perversa dello scudo penale: rafforzare la tutela di chi esercita la forza, anziché quella dei cittadini che da eventuali abusi devono essere protetti.
Quanto accaduto a Bologna non nasce dal nulla. È il risultato di un modello di gestione della sicurezza fondato sulla militarizzazione dei quartieri popolari e sulla repressione del disagio sociale, in una spirale repressiva che negli ultimi anni ha visto le proposte del Governo venire subito riprodotte ed estese con grande zelo dalle amministrazioni locali apparentemente guidate da rappresentanti di altra appartenenza politica.
Negli ultimi anni Bologna è diventata un laboratorio nazionale di queste politiche: dall’introduzione delle zone rosse alla repressione delle mobilitazioni sociali, fino all’applicazione dei nuovi decreti sicurezza al Pilastro (prima durante la lotta dei comitati cittadini contro la cementificazione, ora in occasione della tragica uccisione di Fakir). In questo contesto si inserisce anche il Patto Lepore-Piantedosi, che ha consolidato una gestione dell’ordine pubblico sempre più orientata alla presenza repressiva anziché alla costruzione di coesione sociale.
Per questo chiediamo che siano accertate tutte le responsabilità sull’uccisione di Fakir e che nessuna forma di tutela speciale possa ostacolare il pieno accertamento della verità. Chiediamo alle istituzioni locali di essere coerenti con il riconoscimento della ferita subita e di schierarsi per l’abrogazione dello scudo penale e per il ripristino del principio secondo cui chi esercita funzioni pubbliche armate deve rispondere dei propri atti con le stesse garanzie e le stesse responsabilità previste per ogni cittadino.
La sicurezza non si costruisce aumentando la militarizzazione delle città né garantendo maggiori tutele a chi già ne gode in maniera sproporzionata dalla legge Reale in giù. Si costruisce riducendo le disuguaglianze, garantendo diritti e servizi, e assicurando che ogni abuso commesso da appartenenti alle forze dell’ordine sia accertato con piena trasparenza e senza privilegi.
Per questo rivolgiamo un appello ad associazioni, sindacati, comitati, giuristi, personalità del mondo della cultura, amministratori locali, organizzazioni politiche e a tutte le cittadine e i cittadini affinché sottoscrivano questo appello e mobilitarsi ovunque sia possibile per l’abrogazione dello scudo penale e per ottenere verità e giustizia per Fakir.
Fonte
24/07/2026
Entrare in una nuova era del genocidio
Come finiscono i genocidi? Nella maggior parte dei casi, esistono due possibilità. Gli autori raggiungono il loro obiettivo, oppure una forza militare li ferma e segue l’accertamento delle responsabilità.
Nel 1904 l’esercito imperiale tedesco avviò una campagna che quasi sterminò i popoli herero e nama in quella che allora era l’Africa Tedesca del Sud-Ovest, oggi Namibia, attraverso espulsioni letali nel deserto, la reclusione in campi di lavoro forzato e uccisioni vere e proprie. Nessuno intervenne.
Nel 1915 l’Impero ottomano uccise direttamente un gran numero di armeni che intendeva rimuovere dal cuore dell’Anatolia, oppure ne provocò la morte mediante marce forzate. I deboli tentativi di chiamare a rispondere gli ex capi di Stato ottomani furono rapidamente abbandonati. Ancora oggi la Turchia nega il genocidio.
Al contrario, poiché il regime nazista fu sconfitto nella Seconda guerra mondiale, il genocidio degli ebrei e gli altri crimini di massa furono giudicati a Norimberga.
Anche altri genocidi conclusi con la sconfitta militare dei loro autori – come in Cambogia nel 1979, in Ruanda nel 1994 e in Bosnia nel 1995 – culminarono tutti in una qualche forma di resa dei conti, per quanto tardiva e incompleta. Negare ciò che era accaduto divenne quindi impossibile.
Nel primo caso, quello dei genocidi che ebbero «successo» grazie all’impunità del momento o all’assenza di un successivo accertamento delle responsabilità, lo Stato responsabile continuò a trarre vantaggio dalle proprie azioni criminali. L’invenzione e la codificazione del concetto di genocidio dopo la Seconda guerra mondiale avevano lo scopo di impedire il perpetuarsi di questa dinamica di impunità e profitto.
Quanto abbiamo visto svolgersi a Gaza, dove Israele è accusato davanti alla Corte internazionale di giustizia di avere commesso un genocidio a seguito degli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023, sembra preannunciare un nuovo futuro per questo crimine.
È un futuro nel quale altre nazioni o altri leader potrebbero essere incentivati a perseguire politiche genocide, sapendo di poterla fare franca anche dopo avere ucciso e perfino di poterne trarre vantaggio. È un futuro nel quale i Paesi e le organizzazioni internazionali che si erano impegnati a fermare e punire il genocidio potrebbero consentirne il ripetersi.
Da quando l’attuale cessate il fuoco a Gaza è entrato in vigore il 10 ottobre 2025 e il piano in venti punti del presidente Trump è stato approvato dal Consiglio di Sicurezza il 17 novembre, più di mille civili palestinesi sono stati uccisi da attacchi israeliani.
Le IDF controllano ormai quasi il 70 per cento della Striscia. Due milioni di palestinesi, che in precedenza vivevano in una delle aree più densamente popolate del mondo, sono ora confinati in un terzo della Striscia, dove cercano di sopravvivere in zone devastate e prive delle più elementari infrastrutture umanitarie.
Dopo il cessate il fuoco e lo scambio degli ostaggi israeliani con i prigionieri palestinesi, a metà gennaio 2026 è cominciata la Fase 2 del piano di Trump, che mira alla completa smilitarizzazione e ricostruzione della Striscia, da affidare a un organismo palestinese tecnocratico di transizione. A supervisionare il processo è un Consiglio di Pace internazionale presieduto da Trump.
Sul lungo periodo, l’amministrazione Trump ha parlato della creazione di una futuristica «Nuova Gaza» da molti miliardi di dollari e, secondo quanto riferito, sta progettando una grande base militare e per il personale delle forze multinazionali. Questo relegherà inevitabilmente i palestinesi di Gaza al ruolo di lavoratori edili e fornitori di servizi per i ricchi che abiteranno quella che un tempo era la loro terra.
Come siamo arrivati a questo punto?
La leadership politica e militare israeliana ha condotto a Gaza un’operazione che ha ucciso almeno 70.000 persone – come ora ammesso dalle stesse forze armate israeliane – in maggioranza civili; ne ha ferite quasi 200.000 e ha provocato indirettamente la morte di moltissime altre persone attraverso la totale distruzione delle strutture sanitarie, delle abitazioni e delle infrastrutture, oltre che mediante la privazione di cibo e acqua potabile.
Come scrissi nel luglio 2025, in qualità di studioso del genocidio ritengo che si sia trattato di un tentativo concertato di distruggere i palestinesi di Gaza, in tutto o in parte, e che l’operazione abbia quindi raggiunto l’elevata soglia fissata dalla definizione di questo crimine contenuta nella Convenzione sul genocidio del 1948.
Israele difficilmente sarà chiamato a rendere conto delle proprie azioni. La Corte penale internazionale ha emesso mandati d’arresto contro Netanyahu e il suo ex ministro della Difesa Yoav Gallant per crimini di guerra e crimini contro l’umanità, oltre che contro un esponente di Hamas, risultato poi già ucciso.
Gli Stati Uniti hanno cercato di indebolire la Corte e Netanyahu si è recato ripetutamente alla Casa Bianca anche per cercare, secondo quanto riferito, di persuadere Trump a lanciare il suo attacco contro l’Iran.
Israele potrebbe infine essere riconosciuto colpevole di genocidio dalla Corte internazionale di giustizia, presso la quale il Sudafrica ha avviato un procedimento distinto contro Israele. Le conseguenze di una simile sentenza restano incerte finché Israele conserva il sostegno statunitense in seno al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, che agisce come organo esecutivo della Corte internazionale di giustizia.
È quindi probabile che i leader israeliani non saranno chiamati a rispondere delle proprie azioni, salvo che un giorno vengano consegnati alla Corte penale internazionale da un nuovo governo israeliano deciso a evitare un processo in Israele e desideroso di ripristinare la posizione internazionale della nazione. Questa possibilità è remota.
Il piano in venti punti di Trump aggira di fatto ogni possibile accertamento delle responsabilità o punizione degli autori di questo crimine, promettendo un futuro radioso a tutte le persone coinvolte. Le richieste di restituire ai palestinesi una parvenza di normalità difficilmente susciteranno molta solidarietà mentre Israele e i suoi alleati sono impegnati nella costruzione di una città ideale. Che senso avrebbe risollevare vecchie accuse quando sta per sorgere un mondo nuovo?
È vero che Israele sta sperimentando un crescente isolamento globale e la disapprovazione degli americani di ogni area dello spettro politico. Proprio questo, tuttavia, i patinati progetti per una nuova Gaza potrebbero attenuare o perfino capovolgere ribaltare la percezione dei fatti, convincendo opinioni pubbliche distratte, in un mondo tormentato, che la questione di Gaza è stata risolta con soddisfazione di tutti.
Il piano di Trump, qualora la sua visione venisse realizzata, comporterebbe che il governo statunitense o gli uomini d’affari americani operanti per suo conto venderebbe diritti di locazione e costruzione su terreni espropriati ai legittimi abitanti, il cui valore è destinato a salire alle stelle.
Un gruppo di magnati immobiliari, comprendente forse Jared Kushner, Steve Witkoff e lo stesso Trump, oppure società da loro promosse, ricaverebbe in questo modo una fortuna finanziaria per imprese e investitori, trasformando la cancellazione della Striscia in un’opportunità internazionale di investimento.
Il litorale sarebbe dominato da immobili di pregio costituiti da torri a uso misto, apparentemente destinate ad acquirenti stranieri e al turismo, garantendo profitti agli imprenditori immobiliari. I palestinesi saranno quasi certamente esclusi dal mercato delle abitazioni su quella che un tempo era la loro terra.
Il piano cancellerà quasi completamente la storia e la società di Gaza e trasformerà la Striscia in un’economia di libero mercato al servizio di società straniere, alle quali saranno offerte «straordinarie opportunità di investimento», per usare le parole di Kushner.
La costruzione della cosiddetta Riviera di Trump dipenderebbe dalla disponibilità dell’Arabia Saudita e degli Stati del Golfo a mettere a disposizione ingenti somme di denaro, in cambio della promessa di legami strategici ed economici ancora più stretti con gli Stati Uniti.
Per il momento, l’Arabia Saudita e il Qatar, insieme a Turchia, Egitto e Indonesia, hanno manifestato il proprio interesse aderendo al Consiglio di Pace di Trump. Mentre il Consiglio consoliderebbe il proprio controllo e Gaza verrebbe ricostruita, Israele compirebbe un altro passo verso il proprio obiettivo di lungo periodo: cancellare le speranze palestinesi di porre fine all’occupazione israeliana dei loro territori.
Anche altre nazioni, scegliendo di evitare che Israele sia chiamato a rispondere delle proprie azioni, ne trarranno beneficio.
La Germania è il secondo maggiore fornitore di armamenti a Israele dopo gli Stati Uniti e ha firmato importanti contratti per acquistare tecnologia militare israeliana. La Germania si sta difendendo davanti alla Corte internazionale di giustizia dalle accuse del Nicaragua di avere facilitato il genocidio a Gaza finanziando Israele e tagliando gli aiuti all’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi, l’UNRWA. Ha quindi ogni interesse politico ed economico a togliere la questione dal tavolo. La Germania ha respinto le accuse.
Si ritiene che il Regno Unito abbia utilizzato le proprie basi militari a Cipro per sostenere Israele e sta lavorando per migliorare i rapporti con gli Stati Uniti. La Francia cerca di conservare la propria influenza politica nel Levante e di lasciarsi alle spalle la questione del genocidio a Gaza, che, secondo il presidente Emmanuel Macron, sarà stabilita «dagli storici, a tempo debito».
Anche Israele trae profitto dalla situazione. Sebbene alcuni governi europei abbiano annullato accordi sugli armamenti e imposto sanzioni alle aziende israeliane della difesa in risposta alla violenza israeliana a Gaza, gli affari dell’industria bellica israeliana sono rimasti floridi. Le vendite israeliane di armamenti all’estero sono aumentate del 30 per cento lo scorso anno rispetto al 2024, raggiungendo la cifra record di 19,2 miliardi di dollari, secondo il sito israeliano di informazione finanziaria Calcalist.
Il collaudo in battaglia dei sistemi d’arma a Gaza costituisce un argomento di vendita, ha riferito Calcalist. In altre parole, seminare distruzione produce profitti.
Per il momento, l’impunità di Israele consentirà ai suoi cittadini ebrei di continuare a ignorare il genocidio. Le conseguenze saranno un degrado sempre più profondo dell’etica e della morale israeliane, l’erosione dello Stato di diritto, la violenza poliziesca interna contro i cittadini palestinesi ed ebrei dello Stato e l’indebolimento di quel che resta della democrazia israeliana.
Oltre a essere private di qualunque forma di giustizia e di accertamento delle responsabilità per le proprie sofferenze, le vittime di Gaza delle azioni israeliane continueranno a vivere in condizioni drammatiche, sotto sorveglianza militare e con prospettive future estremamente limitate.
Da quando il ministro della Difesa Israel Katz dichiarò, secondo quanto riferito, nel luglio scorso che Israele progettava di istituire una «città umanitaria» nella parte meridionale della Striscia di Gaza, le condizioni effettive sul terreno hanno continuato a peggiorare.
Appare plausibile che il piano di Trump venga agevolato da una forza internazionale, assistita dal personale di sicurezza palestinese e dalle IDF, incaricata di confinare la popolazione in città di questo genere. Da queste città la popolazione potrebbe uscire esclusivamente per prestare servizio ai ricchi abitanti della cosiddetta Nuova Gaza. Nelle vaste parti della Striscia rimaste sotto il controllo israeliano verranno probabilmente impiantati nuovi e prosperi insediamenti ebraici.
Trump ha affermato che il Consiglio di Pace alla base di questa trasformazione collaborerà, a un certo punto, con le Nazioni Unite. Molti temono che finirà per indebolire l’organizzazione mondiale.
Uno degli effetti di questo cambiamento dell’ordine postbellico sarebbe lo svuotamento del diritto internazionale umanitario e delle due corti internazionali istituite per tutelarlo, facendo sì che ogni speranza di portare i responsabili politici israeliani davanti alla giustizia resti una chimera e segnalando alle altre nazioni che anche per loro l’impunità sarà un’opzione.
Alcuni potrebbero sostenere che il caso di Gaza sia unico, poiché Israele gode di una posizione internazionale particolare grazie alla sua stretta alleanza con gli Stati Uniti e alla possibilità di fare affidamento sull’eredità dell’Olocausto. Forse altri Stati non possono aspettarsi di essere ricompensati e potrebbero perfino essere puniti per un genocidio.
Eppure quanto vediamo oggi stabilisce un precedente straordinario, capace di minare l’intero fondamento dell’idea di genocidio quale crimine punibile secondo il diritto internazionale del secondo dopoguerra.
Se i progetti attualmente elaborati per Gaza andranno avanti, alcune nazioni potrebbero arrivare a considerare il genocidio una continuazione legittima e redditizia della politica con altri mezzi. Quanto meno, le nazioni che avranno tratto qualche vantaggio dal genocidio potrebbero essere meno inclini a chiamare a rispondere i futuri autori.
Raphael Lemkin, l’uomo che coniò il termine nel 1944 e che si batté per l’adozione, quattro anni dopo, della Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio, sperava di impedire proprio questo esito. Potrebbe davvero essere il futuro del genocidio.
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È scattato lo scudo “parlamentare” ... per i politici della destra
Lo scudo penale nella sua versione parlamentare, a quanto pare è scattato per i politici della destra. Era dal 27 maggio che la Procura di Roma aveva chiesto alla Commissione per le autorizzazioni a procedere della Camera di acquisire la chat tra l’ex sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, non indagato, e l’ex socio Mauro Caroccia, che invece è indagato nell’inchiesta dei magistrati di piazzale Clodio sul caso del ristorante Bisteccheria d’Italia.
Caroccia è considerato dai magistrati un prestanome del clan Senese, una diramazione della Camorra con grossi interessi e influenza a Roma. Attualmente è detenuto in carcere dove sta scontando una pena definitiva a 4 anni nell’ambito di un’altra indagine del gennaio 2025, sempre sui Senese.
Di solito i tempi per la concessione o meno dell’autorizzazione da parte della commissione sono di una decina di giorni e invece sono passati due mesi.
Senza l’autorizzazione della Camera, il contenuto della chat di Del Mastro non è utilizzabile tra gli elementi d’indagine. Ma ieri, proprio alla Camera, è scattato una sorta di “scudo penale” per l’ex sottosegretario di Fratelli d’Italia, con la negazione dell’autorizzazione alla Procura di poter accedere alla chat in oggetto.
La Giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera ha infatti detto no alla richiesta dei magistrati di acquisire le chat tra Andrea Delmastro e il ristoratore Mauro Caroccia. Dopo il voto della giunta, la pratica è passata all’Aula di Montecitorio dove il centrodestra ha votato a favore della proposta del relatore del testo, Pietro Pittalis di Forza Italia, negando l’autorizzazione al sequestro della corrispondenza. Il centrosinistra ha votato contro.
Ma al Senato è esplosa la protesta delle opposizioni che, avendo avuto sentore di come sarebbe andata, hanno preparato dei cartelli con su scritto “Fuori le chat” mentre alcuni parlamentari hanno occupato i banchi del governo. Tensioni e qualche spintonamento tra i deputati della destra e quelli dell’opposizione, in particolare quelli del M5S.
Il caso politico-giudiziario era scoppiato a marzo dopo le rivelazioni di una inchiesta de Il Fatto Quotidiano ed aveva portato alle dimissioni di Del Mastro. Ora la pratica passa all’Aula della Camera che il 30 luglio dovrà esprimersi in maniera definitiva e salvo colpi di scena nella maggioranza, confermerà il voto della giunta negando l’accesso alle chat da parte dei magistrati che stanno conducendo le indagini.
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06/07/2026
Francia, licenza di uccidere
Il prossimo 7 luglio l’Assemblea Nazionale francese tornerà a discutere la proposta di legge n. 691, presentata dai deputati della destra repubblicana, che introduce una “presunzione di legittima difesa” per le forze dell’ordine.
Una norma che, secondo giuristi, associazioni per i diritti umani e familiari delle vittime di violenze poliziesche, rischia di rappresentare una svolta autoritaria senza precedenti, trasformando l’uso letale della forza in un atto presunto legittimo e rendendo sempre più difficile l’accertamento delle responsabilità.
L’allarme è stato lanciato dall’associazione francese Flagrant Déni, insieme a Amnesty International France, alla Ligue des droits de l’Homme (LDH), all’associazione SAVE, al Sindacato degli avvocati di Francia e al Sindacato della magistratura, che hanno diffuso un appello congiunto già sottoscritto da oltre cinquecento persone.
L’inversione dell’onere della prova
La proposta di legge introduce un principio dirompente: ogni utilizzo dell’arma da fuoco da parte di poliziotti e gendarmi verrebbe considerato, in via preliminare, conforme alla legge, cioè necessario e proporzionato. Sarebbe quindi il pubblico ministero – e, nei fatti, le famiglie delle vittime – a dover dimostrare che il colpo mortale non era giustificato.
Secondo gli oppositori della riforma, ciò determinerebbe un vero e proprio ribaltamento dello Stato di diritto. Non si tratterebbe più di accertare se l’agente abbia rispettato i criteri di necessità e proporzionalità, ma di presumere in partenza la correttezza del suo operato.
L’avvocato Jean-Baptiste Pugliese, tra i più critici verso il provvedimento, ha riassunto così la posta in gioco: «Con questa legge si manda un messaggio ai poliziotti che potevano ancora esitare prima di sparare: gli si dice che non c’è più motivo di esitare».
La lezione della legge Cazeneuve
Per comprendere i rischi denunciati dalle organizzazioni per i diritti umani bisogna tornare al 2017, quando il governo francese approvò la cosiddetta “Legge Cazeneuve”, introducendo l’articolo L.435-1 del Codice della sicurezza interna.
La norma ha ampliato le possibilità per gli agenti di utilizzare le armi da fuoco, in particolare nei casi di rifiuto di fermarsi a un controllo e quando gli occupanti di un veicolo vengono ritenuti “potenzialmente pericolosi”. I dati sono impressionanti.
Dall’entrata in vigore della legge, almeno trentacinque persone a bordo di veicoli sono state uccise dalla polizia, un numero cinque volte superiore rispetto al periodo precedente. Nel solo 2025, quarantanove persone sono morte durante interventi delle forze dell’ordine, diciannove delle quali per colpi di arma da fuoco.
Per le associazioni, introdurre una presunzione di legittimità degli spari non farebbe altro che aggravare una tendenza già allarmante.
Un colpo al controllo democratico
La critica più dura riguarda il rischio di impunità. Se l’uso delle armi fosse presunto legittimo, l’agente che ha sparato non potrebbe più essere sottoposto alle normali misure investigative previste nelle prime ore successive ai fatti. Verrebbero meno gli strumenti necessari per raccogliere elementi di prova, verificare le circostanze dell’accaduto e accertare eventuali responsabilità.
La Lega dei Diritti Umani francese parla apertamente di una minaccia al diritto alla vita e all’obbligo dello Stato di condurre indagini rapide, imparziali ed efficaci ogni volta che una persona muore a seguito di un intervento delle forze dell’ordine.
Anche il Sindacato della magistratura denuncia il rischio di creare uno “status speciale” per le forze di polizia, in violazione del principio di uguaglianza davanti alla legge.
La presunzione di innocenza, ricordano i magistrati, vale già per tutti i cittadini, compresi gli agenti di polizia; introdurre una presunzione ulteriore significa attribuire loro un privilegio giuridico eccezionale.
Dalla “sicurezza” al diritto di uccidere
Il dibattito francese si inserisce in una tendenza più ampia che attraversa molte democrazie occidentali: l’estensione dei poteri coercitivi dello Stato e la progressiva immunizzazione delle forze dell’ordine rispetto al controllo giudiziario.
Non è un caso che la proposta sia stata definita da numerosi giuristi una sorta di “permis de tuer”, un permesso di uccidere. La coincidenza temporale rende il paradosso ancora più evidente. Mentre la Francia ospita il IX Congresso mondiale contro la pena di morte, il Parlamento si prepara a discutere una legge che, secondo i suoi oppositori, rischia di ampliare le possibilità per lo Stato di togliere la vita senza un adeguato controllo democratico.
La questione, in fondo, va ben oltre i confini francesi. Riguarda il modello di democrazia che si sta costruendo in Europa: una democrazia nella quale il monopolio della forza viene progressivamente sottratto al controllo del diritto e dove, in nome della sicurezza, si chiede ai cittadini di accettare che chi indossa un’uniforme possa sparare sapendo di essere, in partenza, dalla parte della ragione.
Una democrazia nella quale la presunzione non riguarda più l’innocenza dei cittadini, ma la legittimità della violenza dello Stato.
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03/07/2026
La lunga genealogia della violenza di Stato
Ci sono libri che arrivano nel momento giusto e altri che arrivano quando sono necessari. Il nuovo lavoro di Turi Palidda, 25 anni dal G8: continuità militaresca della sicurezza e delle polizie dal 1860, appartiene decisamente alla seconda categoria.
A venticinque anni dal G8 di Genova, mentre si moltiplicano commemorazioni, iniziative pubbliche, pubblicazioni e tentativi di rilettura di quelle giornate, il sociologo siciliano sceglie una strada diversa da quella della memoria celebrativa o del semplice racconto testimoniale. Il suo obiettivo è molto più ambizioso: dimostrare che Genova non è stata un’eccezione, un incidente di percorso, un cedimento momentaneo della democrazia italiana, ma l’espressione di una lunga continuità storica che attraversa l’intera vicenda dello Stato unitario.
La tesi del libro è chiara fin dalle prime pagine: il governo della sicurezza e le polizie italiane sono state forgiate, fin dall’Unità d’Italia, da un’impronta profondamente militaresca e da una concezione dell’ordine pubblico che ha avuto come funzione principale la difesa dell’ordine sociale esistente e la repressione delle classi subalterne e dei movimenti di protesta.
È una tesi forte, destinata a suscitare discussione, ma sostenuta da una mole impressionante di riferimenti storici, documenti, dati e studi accumulati dall’autore in decenni di ricerca.
Genova come chiave di lettura del presente
Il G8 del 2001 rappresenta il punto di partenza e, allo stesso tempo, il punto di arrivo del libro.
Per Palidda le violenze della Diaz e di Bolzaneto, l’uccisione di Carlo Giuliani, i depistaggi, le false prove, la mancata collaborazione dei vertici di polizia con la magistratura e la successiva promozione di molti dei responsabili non costituiscono un’anomalia democratica. Sono invece il prodotto di una storia lunga, fatta di continuità istituzionali, culture autoritarie e pratiche repressive che hanno attraversato tutte le stagioni politiche italiane.
In questa prospettiva Genova assume un significato diverso. Non è semplicemente il luogo della più grave sospensione dei diritti democratici avvenuta in un paese occidentale dopo la Seconda guerra mondiale, secondo la definizione di Amnesty International.
È anche il momento in cui si rende visibile qualcosa che normalmente rimane nascosto: la persistenza di apparati dello Stato che continuano a concepire il conflitto sociale come una minaccia da neutralizzare e non come una dimensione fisiologica della democrazia.
Da qui deriva una delle intuizioni più importanti del volume: la continuità tra il G8 e ciò che è accaduto successivamente.
Le torture di Santa Maria Capua Vetere, le morti di Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi, Riccardo Magherini, Giuseppe Uva, Davide Bifolco, Hasib Omerovic, le violenze documentate nelle carceri, i pestaggi nei CPR, i lacrimogeni sparati ad altezza d’uomo durante le manifestazioni, le lesioni permanenti inflitte a manifestanti come “Lince” a Bologna, non sono episodi separati. Sono tasselli di un quadro più ampio che interroga il rapporto tra democrazia, impunità e apparati coercitivi.
Una storia lunga 160 anni
L’elemento più originale del libro è però il suo respiro storico.
Palidda costruisce una vera e propria genealogia della sicurezza italiana che parte dal Risorgimento e arriva ai giorni nostri. Le repressioni delle rivolte popolari del XIX secolo, i massacri dei Fasci siciliani, la repressione del brigantaggio, il colonialismo italiano, il fascismo, la mancata epurazione degli apparati dopo il 1945, le stragi di Stato, le torture praticate durante la lotta al terrorismo, vengono letti come momenti differenti di una stessa storia.
Secondo l’autore, l’Italia repubblicana non ha mai realmente democratizzato il proprio sistema di sicurezza.
La mancata epurazione dei fascisti dagli apparati dello Stato, l’influenza statunitense nel dopoguerra, la conservazione di dispositivi normativi ereditati dal fascismo, la permanenza di una cultura gerarchica e militaresca all’interno delle forze di polizia avrebbero impedito la costruzione di un modello di sicurezza realmente democratico.
È un giudizio severo, ma che trova sostegno in una ricostruzione storica minuziosa e nella capacità dell’autore di tenere insieme processi apparentemente lontani tra loro.
Sicurezza per chi?
Uno dei contributi più interessanti del volume riguarda la critica al paradigma dominante della sicurezza.
Palidda rovescia la domanda che normalmente accompagna il dibattito pubblico. Non si chiede semplicemente come aumentare la sicurezza, ma di quale sicurezza stiamo parlando e chi viene effettivamente protetto dalle politiche securitarie.
L’autore mostra come l’ossessione per l’ordine pubblico e per la repressione della criminalità diffusa abbia progressivamente oscurato altre forme di insicurezza ben più gravi e mortali: le morti sul lavoro, le devastazioni ambientali, le contaminazioni tossiche, la povertà, il supersfruttamento, la precarizzazione delle condizioni di vita.
L’Italia, sostiene Palidda, è uno dei paesi europei più sicuri sotto il profilo della criminalità, ma al tempo stesso uno di quelli in cui le istituzioni si dimostrano meno capaci di affrontare le grandi insicurezze sociali.
La sicurezza, in questa prospettiva, diventa un dispositivo di governo delle classi popolari e delle marginalità più che uno strumento di tutela della collettività.
Immigrazione e razzializzazione della sicurezza
Particolarmente efficaci sono anche le pagine dedicate all’immigrazione.
Da anni Palidda lavora sul rapporto tra migrazioni, razzismo e pratiche di polizia e il libro riprende molte delle sue ricerche precedenti. L’autore mostra come gli immigrati e le persone marginalizzate costituiscano i principali bersagli dei controlli di polizia e denuncia l’esistenza di pratiche di profilazione razziale che contribuiscono a produrre una rappresentazione distorta del rapporto tra immigrazione e criminalità.
La costruzione del migrante come soggetto pericoloso diventa così uno degli strumenti attraverso cui il sistema di sicurezza legittima la propria espansione e la propria funzione repressiva.
È un’analisi che acquista ulteriore forza nell’attuale contesto europeo, segnato dalla crescita delle destre radicali, dalla diffusione di discorsi xenofobi e dalla trasformazione delle politiche migratorie in politiche di polizia.
Oltre la denuncia
Il libro non si limita però alla denuncia.
Nelle conclusioni Palidda propone una riflessione politica sulla necessità di ripensare radicalmente il rapporto tra sicurezza e democrazia. La sua proposta – che si colloca all’interno del dibattito internazionale sul defund the police e sulle prospettive abolizioniste – consiste nello spostamento di risorse dalle spese militari e di polizia verso la sanità, la scuola, i servizi sociali, la prevenzione, gli ispettorati del lavoro e le politiche pubbliche di tutela dei diritti sociali.
Si può condividere o meno questa prospettiva, ma il merito del libro è quello di costringere il lettore a interrogarsi su questioni troppo spesso rimosse dal dibattito pubblico.
Perché in Italia le richieste di trasparenza delle forze di polizia incontrano ancora forti resistenze?
Perché i meccanismi di accertamento delle responsabilità degli agenti continuano a mostrare enormi limiti?
Perché, a distanza di venticinque anni da Genova, il tema dell’impunità continua a essere così attuale?
Perché le politiche di sicurezza si espandono proprio mentre i dati sulla criminalità mostrano un andamento decrescente?
Un libro necessario
Il volume di Turi Palidda è, prima di tutto, un libro scomodo.
Perché rifiuta le letture consolatorie della storia repubblicana. Perché mette in discussione l’idea che la democratizzazione delle istituzioni coercitive sia un processo già compiuto. Perché mostra come la violenza di Stato non sia un residuo del passato ma una possibilità sempre presente all’interno delle democrazie contemporanee.
Soprattutto, il libro ci ricorda che Genova non appartiene al passato.
La Diaz e Bolzaneto non sono soltanto luoghi della memoria. Sono ancora oggi una chiave per comprendere il presente: la criminalizzazione del dissenso, l’espansione dei dispositivi securitari, la riduzione degli spazi democratici, l’impunità delle violenze istituzionali.
Ed è forse proprio questo il messaggio più importante che emerge dalle oltre ottanta pagine del volume: se vogliamo capire cosa è accaduto nel luglio del 2001 e perché continua a parlarci ancora oggi, dobbiamo smettere di considerare Genova un’eccezione.
Per Turi Palidda, e probabilmente anche per chi in questi venticinque anni ha continuato a interrogarsi su quelle giornate, Genova è stata piuttosto una rivelazione. Il momento in cui è diventata visibile una lunga storia italiana di repressione, continuità autoritarie e impunità che, sotto forme diverse, continua ancora a interrogare la qualità della nostra democrazia.
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L’ombra dell’impunità sul Board of Peace, a discapito dei palestinesi
La Risoluzione n. 2026/3 del Board of Peace, l’organismo voluto da Donald Trump per demolire l’ONU ma avallato dallo stesso Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, sembra voler mettere su carta quel che viene denunciato da tempo, ovvero che si tratta dell’ennesimo organismo coloniale, pensato per istituzionalizzare la pulizia etnica dei palestinesi e trasformare Gaza secondo i desideri di Washington e Tel Aviv.
La Risoluzione – documento classificato come “sensibile ma non riservato” – è stato visionato dal quotidiano britannico The Guardian, che ne ha evidenziato gli elementi più controversi. Sono in particolare due i nodi che preoccupano: la larghissima immunità legale che verrebbe concessa ai membri del Board e a chi lavora con esso, e la possibilità di confisca illegale di beni e terreni dei palestinesi.
L’immunità di cui si parla nel testo è definita come la facoltà di sottrarsi a “qualsiasi arresto, detenzione o procedimento legale presso i tribunali o altre entità a Gaza”. Tale tutela coprirà anche personale quale forze militari internazionali, esperti tecnici palestinesi e, soprattutto, i contractor privati non residenti a cui verranno affidati i colossali appalti per la rimozione delle macerie, la sicurezza e la ricostruzione edilizia.
Il giusto timore che è stato sollevato è che la Risoluzuone vada a creare un “mostro” giuridico, che opererà al di fuori del diritto internazionale e che chiuderà non uno, ma due occhi, sui continui abusi che subiranno i palestinesi. L’unico a poter revocare l’immunità sarebbe il presidente del Board, con l’approvazione della maggioranza del suo consiglio esecutivo.
È bene ricordare che si tratta di una struttura di potere verticistica e blindata, in cui siedono il genero di Trump, Jared Kushner, l’inviato speciale Steve Witkoff, il Segretario di Stato USA Marco Rubio, e anche l’ex premier britannico Tony Blair. Insomma, solo il “re” e la sua “corte” potranno decidere cosa è legale e cosa no a Gaza.
Il documento, poi, stabilisce che per portare a termine i compiti del Board of Peace possono essere “forniti gratuitamente locali e strutture pubbliche necessari per il compimento delle missioni a Gaza”. Per molti analisti e organizzazioni internazionali, questo ambiguo passaggio apre la strada alla confisca unilaterale di proprietà palestinesi senza alcuna forma di consenso, indennizzo o possibilità di ricorso.
In pratica, si tratta della continuazione della prassi israeliana, ma sancita come regola di un organismo internazionale. Con l’aggiunta che, così come successo nelle vicende post-belliche in Iraq e Afghanistan, la privatizzazione e la militarizzazione delle attività di ricostruzione e degli aiuti andrà a beneficio di varie imprese stelle-e-strisce. Nei casi sopra citati, sono stati tanti ed enormi gli scandali di corruzione, gli abusi e persino gli omicidi di civili, senza mai davvero raggiungere giustizia.
Il Board of Peace non ha fatto commenti specifici sulla Risoluzione, ma in un comunicato è stato scritto che “qualsiasi insinuazione secondo cui questo processo sia concepito per creare illegalità o impunità è errata, fuorviante e ribalta completamente la questione” che è trattata dalla Risoluzione.
Essa non è ancora entrata in vigore, perché serve la firma dell’Alto Rappresentante per Gaza, parte del Board, il diplomatico bulgaro Nickolay Mladenov. Secondo le fonti del Guardian, egli ha incontrato al Cairo alcuni amministratori palestinesi selezionati dal Board, ma non avrebbe ancora condiviso la bozza della Risoluzione.
La quale, forse, non avrà approvazione immediata, ma il cui testo esprime un chiaro attacco al diritto internazionale, anche se nel “democratico” Occidente i capi di stato rimangono in silenzio...
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08/06/2026
Export di armi israeliane da record. L’Europa primo acquirente, complice del genocidio
I fatti contano molto più delle parole. Per questo le vuote parole delle cancellerie occidentali sulla contrarietà alle politiche israeliane, che non si traducono mai in nessuna misura economica o diplomatica concreta, lasciano il tempo che trovano, e anzi esprimono l’ignobile ipocrisia dei governi nostrani.
Basta poi vedere la quantità di armamenti che vengono acquistati da Tel Aviv per capire che Israele è un pilastro fondamentale della tendenza alla guerra dell’imperialismo occidentale. Lo Stato ebraico ha registrato il massimo storico assoluto nelle esportazioni di sistemi d’arma, con l’export militare che ha toccato quota 19,2 miliardi di dollari: un aumento di quasi il 30% rispetto all’anno precedente.
Il complesso militare-industriale israeliano sta letteralmente volando negli ultimi anni. La quota delle esportazioni è più che raddoppiata in cinque anni e addirittura quadruplicata nell’ultimo decennio. E nonostante le tante dichiarazioni che millantano una ferma opposizione alle continue aggressioni illegali di Israele, come quella che continua in Libano nonostante il “cessate il fuoco”, sono proprio i governi europei a essere i primi acquirenti degli strumenti bellici di Tel Aviv. L’Europa rappresenta il 36% degli acquisti totali.
Con la scusa della “minaccia russa”, costruita ad arte da una disinformazione martellante e continua, il Vecchio Continente sviluppa la sua fisionomia guerrafondaia con acquisti per 6,9 miliardi di dollari. E pensare che c’è stato un calo rispetto al 2024, quando la cifra raggiungeva i 7,9 miliardi (il 54% dell’export bellico), ma in pratica solo per il fatto che quel dato era gonfiato dal mega-acquisto tedesco dei missili Arrow 3, un contratto da 4,6 miliardi.
Secondo Il Fatto Quotidiano, oggi i maggiori acquirenti europei sono Finlandia, Grecia, Polonia e Romania. Oltre il Vecchio Continente, spiccano le vendite nell’area dell’Asia-Pacifico (32% del totale, in netto aumento) e nei paesi arabi firmatari degli Accordi di Abramo e, in generale, che hanno normalizzato i rapporti con Israele (Emirati Arabi Uniti, Bahrein e Marocco).
Il cuore dell’export israeliano è negli armamenti tecnologicamente all’avanguardia: sistemi missilistici, razzi e difesa aerea; sistemi di sorveglianza e puntamento bersagli; radar, guerra elettronica, sistemi di controllo e comunicazione. Quote minori, seppur significative, riguardano droni e UAV (4% dei prodotti esportati), satelliti e tecnologie spaziali (3%), veicoli militari blindati (2%) e sistemi di intelligence e cybersicurezza (2%).
Tutti strumenti e soluzioni che, si vantano gli stessi sionisti, hanno il “pregio” di essere state testate sul campo dell’occupazione, contro i palestinesi. Il governo israeliano fa ammissione esplicita del legame tra le operazioni di pulizia etnica in corso e il successo commerciale, con il ministro della Difesa Israel Katz che parla di “un filo conduttore chiaro e inequivocabile”.
Nel comunicato ufficiale del dicastero appena citato, viene messo nero su bianco che gli accordi per l’esportazione di materiale militare sono uno strumento per “promuovere gli obiettivi di politica estera”. E cioè, per blindare la propria posizione internazionale e garantirsi un’immunità di fatto, nonostante la sfilza infinita di crimini contro l’umanità.
Sulla base di queste parole, risulta ancora più evidente perché è fondamentale continuare la mobilitazione per la rottura di tutti gli accordi (non solo quelli bellici) con Israele: è proprio su questo tipo di legami che si fonda l’accondiscendenza verso Tel Aviv, e sui guadagni che il genocidio può portare. Se le capitali europee sono complici, agli attivisti spetta riscattare i propri popoli.
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04/06/2026
Israele continua la sua guerra contro studenti e ricercatori palestinesi
Tra il primo e il due giugno, le forze israeliane hanno lanciato una nuova campagna della loro guerra genocida contro il popolo palestinese. A essere presi di mira sono stati studenti e ricercatori, tanto nella Striscia quando in Cisgiordania. Sono state decine le persone fermate, e di almeno cinque appartenenti al mondo universitario non si hanno ad ora notizie.
Partiamo dalla West Bank. I militari israeliani hanno condotto vari arresti in tutta la regione, e hanno fatto irruzione nei dormitori dell’Università di Birzeit, dove hanno preso in custodia Jolan Abu Awwad, Natali Abu Daya, e Sama Safi. Un’altra studentessa, Leila Khalil, è stata arrestata durante un’irruzione nella casa di famiglia a Beitunia. Il giorno prima, le forze sioniste erano entrate anche all’interno del campus dell’Università di Al-Quds, nell’occupata Gerusalemme Est.
Passiamo ora allo scenario di Gaza. Lo scorso 1° giugno oltre 20 studiosi palestinesi stavano venendo evacuati dalla Striscia, per dirigersi verso l’Italia, dove avrebbero dovuto godere di borse di studio. Due di loro, però, sono stati arrestati dalle forze israeliane, senza che ne venissero chiarite le motivazioni.
Una studentessa è stata rilasciata poco dopo, ma il ricercatore Mahmoud Talal al-Najjar è scomparso al valico di Kerem Abu Salem, e di lui non si sa più nulla, stando a quel che riferisce il fratello ed è riportato dalla piattaforma palestinese Quds News Network, al-Najjar era finalmente riuscito a ottenere i permessi di viaggio necessari per lasciare la Striscia dopo mesi di estenuanti tentativi e ostacoli burocratici. Avrebbe continuato i suoi studi all’Università Tor Vergata di Roma.
La vicenda risulta ancora più angosciante – ed è espressione plastica del terrorismo sionista – per il fatto che al-Najjar è l’unico superstite della sua famiglia. Il 25 ottobre 2024, infatti, un raid aereo israeliano aveva preso di mira la sua casa a Jabalia, nel nord di Gaza, uccidendo sul colpo sua moglie e i loro quattro figli. Nello stesso attacco hanno perso la vita anche altri suoi parenti.
Nessuna dichiarazione è per ora arrivata né dall’Università italiana, né dal ministro degli Esteri Antonio Tajani. Del resto, la Farnesina, per bocca del suo massimo responsabile, ha fatto presente che gli sta bene il fatto che, in occasione del trattamento ricevuto dagli attivisti della Flotilla, la richiesta formale di scuse sia caduta nel vuoto. Figurarsi se si muove qualcosa per un “semplice” accademico.
Nemmeno la ministra dell’Università Anna Maria Bernini ha speso una parola in merito. Appena una ventina di giorni fa, la “ministra somaro”, come è stata soprannominata nelle mobilitazioni studentesche, si era fregiata dell’accoglienza negli atenei nostrani di altri 72 studenti gazawi, mentre l’esecutivo continua a sostenere il governo israeliano che ha raso al suolo il tessuto universitario della Striscia.
Tali ennesimi atti criminali sono stati condotti in un contesto di perdurante instabilità. Nelle stesse ore, Tel Aviv ha continuato a mietere vittime a Gaza, con il conteggio diffuso dal ministero della Salute che ha raggiunto i 935 morti e 2.860 feriti dall’inizio del “cessate il fuoco”, nell’ottobre scorso. Le operazioni di demolizione continuano nelle aree orientali di Khan Yunis e di Gaza City.
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26/05/2026
Israele prova a rifarsi una immagine sugli abusi contro gli attivisti della Flotilla
La prima mossa è stata quella di convocare al ministero degli esteri israeliano l’incaricato di affari dell’ambasciata spagnola a Tel Aviv (i rapporti diplomatici come noto sono scesi al livello più basso, ndr) per chiedergli conto delle brutalità della polizia al rientro degli attivisti all’aeroporto di Bilbao.
Il governo spagnolo aveva denunciato con forza le brutalità alle quali erano stati sottoposti gli attivisti spagnoli nel carcere israeliano di Ashdod dopo essere stati sequestrati in acque internazionali. Il governo israeliano ha avuto gioco facile nel denunciare che anche la Spagna ha trattato gli attivisti come Israele e nell’evidenziare una contraddizione che ha fatto il giro del mondo. La strumentalità è evidente perché quanto è accaduto a Bilbao risponde a dinamiche coercitive interne nelle quali gli attivisti della Flotilla sono stati solo un ultimo episodio.
La seconda mossa è quella diffusa dall’Ansa, che in qualche modo si è messa a disposizione delle Idf israeliane per una operazione di immagine rispetto alle brutalità avvenute nel carcere di Ashdod con l’istigazione e la legittimazione fornite dal ministro ultrasionista Ben Gvir.
Le forze armate israeliane (Idf) hanno infatti respinto le accuse di abusi commessi dai soldati contro gli attivisti della Flotilla “durante le operazioni a protezione del blocco navale di sicurezza, istituito legalmente”. A dichiararlo all’Ansa è stato il portavoce dell’Idf spiegando che al porto di Ashdod gli attivisti erano sorvegliati dal personale del servizio penitenziario e dalla polizia e non dall’esercito.
“Gli ordini dell’Idf prevedono un trattamento rispettoso e appropriato per i membri delle flottiglie a bordo delle imbarcazioni intercettate, esistono procedure chiare e consolidate”, sottolineano le forze armate israeliane. “Non siamo a conoscenza di episodi specifici di violazione di tali procedure vincolanti all’interno delle Idf. Qualsiasi denuncia concreta sarà esaminata a fondo” ha aggiunto con una enorme dose di faccia da bronzo visto che gli abbordaggi sono stati eseguiti dai militari e non dalla polizia.
Siccome le immagini che hanno indignato il mondo sono quelle rese visibili dalla protervia del ministro Ben Gvir, in quelle immagini compaiono poliziotti e carcerieri e non i militari. Insomma una furbata sul pelo di lana alla quale possono abboccare solo i più bendisposti e i maggiordomi di Israele nel nostro e in altri paesi. Ma proprio a loro tocca il compito di amplificare questi input dell’Hasbara nelle società di loro competenza.
Il portavoce dell’Idf ha poi ribadito all’Ansa che “l’area marittima adiacente a Gaza è soggetta a un blocco navale imposto per motivi di sicurezza in conformità con il diritto internazionale, come stabilito anche da un comitato speciale istituito dalle Nazioni Unite a tale scopo, volto a prevenire il contrabbando e le attività terroristiche che mettono in pericolo la sicurezza dello Stato di Israele e dei suoi civili”.
Attaccandosi ad un dispositivo molto ma molto controverso del 2006, Israele ha interdetto al resto del mondo le acque antistanti Gaza, estendendo a dismisura il proprio controllo e riducendo le aree di pesca per i palestinesi.
Aver consentito questo negli ultimi venti anni, ha spianato la strada alla vera e propria pirateria in acque internazionali da parte di Israele in nome della propria sicurezza. Lo ha fatto sistematicamente sui confini terrestri così come in quelli marittimi.
È una conferma in più che gli orrori che Israele sta rivelando al mondo sul proprio ruolo e natura, sono esattamente il risultato dell’impunità di cui ha potuto godere in tutti questi decenni.
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