Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
21/07/2026
In migliaia a Bologna chiedono “Giustizia e verità per Fakir”. La risposta sono lacrimogeni e idranti
Vedere la grande piazza piena di gente che protestava contro un nuovo caso di morte di una persona nelle mani della polizia, non deve essere piaciuto molto a Prefettura e Questura che hanno scelto subito la linea dura sulla gestione della piazza. Non si spiegherebbe altrimenti la pioggia di lacrimogeni caduta sui manifestanti da via Bassi fino al Sacrario dei Partigiani.
Gli slogan – molto ripetuto quello di “assassini” – denunciavano non solo la morte di Fakir ma anche lo scudo penale che con la nuova legge sulla sicurezza assicura l’impunità agli agenti di polizia.
La piazza, dopo gli interventi di denuncia su quanto accaduto, particolarmente toccante quello della giovane nipote di Fakir, ha visto partire un corteo di migliaia di persone in direzione della Prefettura.
C’è stato appena un accenno di spintonamento con lo sbarramento di polizia che blindava la Prefettura (vedi questo video), ma ben presto è partita una nutrita raffica di lacrimogeni e gli idranti. Da alcuni video si desume che alcuni lacrimogeni siano stati sparati anche dall’alto. I manifestanti non sono arretrati e hanno tenuto la piazza fino a tarda sera con grande determinazione.
Qualcuno evocava la possibilità che il Pilastro diventasse come le banlieues francesi, ma a Bologna la rabbia e la richiesta di giustizia è riuscita invece a occupare il centro della città e non la sua periferia.
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19/07/2026
Genova 2001, il futuro che avevamo davanti
Venticinque anni dopo il G8 di Genova, il rischio più grande non è l’oblio. È la semplificazione.
Per un quarto di secolo Genova è stata raccontata soprattutto attraverso le sue ferite: l’omicidio di Carlo Giuliani, la mattanza della Diaz, le torture di Bolzaneto, le cariche indiscriminate, le false prove, i depistaggi, l’impunità. Tutto questo era ed è necessario ricordarlo, perché la richiesta di verità e giustizia non si prescrive. Ma limitarsi alla memoria della repressione significa lasciare incompiuta la comprensione storica di ciò che avvenne in quei giorni.
Genova è stata infatti molto più di una gigantesca violazione dei diritti umani. È stata l’apice e insieme la frattura di un ciclo storico. Il momento in cui un movimento globale, composto da culture politiche, esperienze e soggettività diverse, ha tentato di opporsi all’avvento di un nuovo ordine mondiale fondato sulla finanziarizzazione dell’economia, sulla privatizzazione dei beni comuni, sulla mercificazione della vita e sulla subordinazione della politica ai poteri economici e finanziari.
Il movimento dei movimenti non contestava semplicemente un vertice internazionale. Contestava un modello di sviluppo e una forma di globalizzazione che già allora producevano disuguaglianze, devastazioni ambientali, guerre e nuove gerarchie tra esseri umani.
In quelle piazze si parlava di cambiamento climatico quando ancora era considerato una preoccupazione di pochi; si denunciava il potere delle multinazionali e della finanza globale; si difendevano i beni comuni e i servizi pubblici; si metteva in discussione un sistema economico che avrebbe concentrato la ricchezza nelle mani di pochi e precarizzato le esistenze di molti.
Venticinque anni dopo, è difficile non riconoscere la straordinaria capacità anticipatrice di quel movimento.
Le disuguaglianze sono cresciute in misura esponenziale. La crisi climatica è diventata una minaccia esistenziale. Le guerre sono tornate al centro delle relazioni internazionali e il riarmo viene presentato come un destino inevitabile.
Il genocidio del popolo palestinese viene consumato sotto gli occhi del mondo tra l’indifferenza o la complicità delle grandi potenze. I giganti del capitalismo finanziario e digitale occupano direttamente i luoghi della politica o ne condizionano apertamente le decisioni. La globalizzazione ha cambiato forma, ma non la sua natura predatoria.
Anche per questo Genova continua a parlarci.
Ci parla perché molte delle questioni poste allora sono ancora senza risposta. E ci parla perché la repressione che si abbatté sul movimento non fu soltanto la risposta contingente a una grande mobilitazione internazionale. Fu il segnale di una trasformazione più profonda.
A Genova si è consumata una rottura nella costituzione materiale del Paese. Lo Stato di diritto non è stato formalmente abolito, ma è stato progressivamente svuotato dall’interno attraverso l’introduzione di uno stato di eccezione sempre più ordinario.
L’emergenza è diventata una categoria permanente di governo e ha giustificato il progressivo affievolimento delle garanzie democratiche, l’espansione dei poteri di polizia, la compressione del diritto di manifestare e il susseguirsi di legislazioni speciali e decreti sicurezza.
Il processo non è iniziato a Genova. Ma a Genova ha trovato una delle sue pietre miliari.
Per questo le violenze della Diaz e di Bolzaneto non possono essere liquidate come il frutto di singoli eccessi o di poche mele marce. In quei giorni furono coinvolti tutti gli apparati dello Stato: polizia, carabinieri, guardia di finanza, polizia penitenziaria.
Le violenze furono sistematiche, accompagnate da umiliazioni, praticate spesso a freddo nei confronti di persone inermi e successivamente coperte da depistaggi, false prove e omertà istituzionali. E mentre le vittime attendevano giustizia, molti dei responsabili ricevevano promozioni e incarichi prestigiosi.
Non è un dettaglio. Perché l’impunità non riguarda soltanto il passato. Produce effetti sul presente.
In questi venticinque anni le violenze delle forze dell’ordine e degli apparati coercitivi hanno continuato a riaffiorare: dalle morti di Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi e Riccardo Magherini alle torture di Santa Maria Capua Vetere, dai pestaggi nelle carceri alle violenze nei confronti dei migranti e dei detenuti, fino ai numerosi casi di uso sproporzionato della forza durante le manifestazioni pubbliche, con lacrimogeni sparati ad altezza d’uomo e ferimenti gravissimi come quello di “Lince”, la giovane manifestante che ha perso un occhio durante una protesta a Bologna.
Ciò che a Genova apparve come un’eccezione si è progressivamente normalizzato.
Ma la continuità non riguarda soltanto la persistenza di episodi di violenza o l’impunità di molti dei loro responsabili. Riguarda soprattutto la trasformazione del rapporto tra potere e conflitto sociale.
Una delle eredità più profonde di Genova è stata infatti la ridefinizione delle modalità di governo del dissenso. La repressione non si è esaurita nelle cariche, nella Diaz o a Bolzaneto. Ha continuato a produrre effetti negli anni successivi, contribuendo a modificare i rapporti di forza e i margini di agibilità dei movimenti sociali.
Una parte significativa delle energie collettive che prima del G8 erano dedicate alla costruzione di alternative sociali, ambientali e politiche è stata assorbita dalla necessità di difendersi: processi, campagne di solidarietà, raccolte fondi, battaglie legali, ricostruzione di immagini e testimonianze, difesa degli imputati, ricerca di verità e giustizia.
La repressione, in questo senso, non agisce soltanto quando colpisce fisicamente. Agisce anche dopo, quando costringe i movimenti a spostare le proprie energie dalla trasformazione del mondo alla difesa della propria stessa esistenza politica.
È qui che si coglie una delle eredità più profonde del G8 di Genova. Non soltanto la brutalità della violenza di Stato, ma l’avvio di un paradigma di governo fondato sulla deterrenza, sull’anticipazione e sulla neutralizzazione preventiva del conflitto.
Negli anni successivi questo paradigma si è consolidato attraverso l’espansione dei poteri di polizia, le misure preventive, i Daspo, le zone rosse, i decreti sicurezza, la sorveglianza tecnologica e la crescente assimilazione delle mobilitazioni sociali a problemi di ordine pubblico.
Se il movimento no global aveva intuito che il neoliberismo avrebbe prodotto nuove disuguaglianze e nuove guerre, Genova ci ha anche mostrato quale sarebbe stata la risposta dei governi a quelle contraddizioni: non più mediazione politica e allargamento dei diritti, ma gestione sicuritaria del conflitto e progressiva riduzione degli spazi democratici.
Parallelamente si è consolidata una trasformazione del rapporto tra sicurezza e libertà.
La risposta istituzionale alle disuguaglianze denunciate dal movimento no global non è stata la redistribuzione della ricchezza, il rafforzamento dei diritti sociali o la costruzione di nuovi strumenti di partecipazione democratica. Al contrario, si è affermato un paradigma fondato sull’espulsione e sulla criminalizzazione del disagio sociale. È il passaggio dallo Stato sociale allo Stato penale, dalla sicurezza dei diritti alla sicurezza intesa come ordine pubblico.
Sono arrivati i Daspo urbani, le zone rosse, le misure preventive, le limitazioni del diritto di manifestare, le multe utilizzate come strumenti di intimidazione, il ritorno del reato di blocco stradale, la dilatazione della nozione di pericolosità sociale. La zona rossa di Genova ha anticipato molte delle misure che oggi disciplinano lo spazio pubblico e riducono gli spazi di agibilità democratica.
È questo, probabilmente, il lascito più inquietante del G8.
Non soltanto la memoria della repressione, ma la consapevolezza che Genova ha rappresentato l’emersione di un processo più ampio di sterilizzazione della democrazia, poi rafforzato dalla guerra al terrorismo, dalla retorica dell’emergenza, dalla crisi economica, dalla pandemia e oggi dal riarmo globale. Un processo che ha progressivamente verticalizzato il potere e ridotto il diritto da limite dell’autorità a strumento flessibile al servizio del potere stesso.
Ma Genova è stata anche altro.
È stata intelligenza collettiva, convergenza tra differenze, capacità di leggere il presente e immaginare il futuro. È stata una straordinaria esperienza di costruzione politica e culturale. È stata la prova che soggetti diversi possono riconoscersi in un orizzonte comune di trasformazione sociale. È stata, insieme, una prova di autoritarismo e una prova di resistenza.
Per questo il venticinquennale non può ridursi a un anniversario. È un’occasione per aprire finalmente un cantiere di riflessione storica e politica che collochi Genova dentro le grandi trasformazioni degli ultimi decenni e ne interroghi le eredità, non solo per comprendere la repressione, ma anche il progetto politico che quella repressione ha contribuito a interrompere.
Perché la domanda che ci consegna Genova non riguarda soltanto ciò che è accaduto nel luglio del 2001. Riguarda il mondo che è venuto dopo.
E se un altro mondo appariva possibile allora, oggi, davanti alle guerre permanenti, alle disuguaglianze crescenti, alla devastazione ambientale e alla progressiva riduzione degli spazi democratici, un altro mondo non è soltanto possibile. È sempre più necessario.
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14/07/2026
Israele spara a Marwan Barghouti in carcere
Il “Mandela palestinese” ha scritto in una lettera al suo avvocato che il colpo gli ha causato una ferita molto dolorosa. “Una delle guardie ha sparato alla gamba di Marwan, provocandogli una ferita dolorosa e facendolo sanguinare”, ha denunciato con un post su Facebook la moglie, Fadwa Barghouti. “È stato un altro episodio delle numerose aggressioni in corso contro di lui”, ha aggiunto il figlio Arab, il quale ha specificato che l’attacco è avvenuto la scorsa settimana nel carcere di Ganot, nel deserto del Negev.
La famiglia ne è stata informata dall’avvocato Avigdor Feldman, che ha riferito di non aver ricevuto notizie su cure mediche prestate al detenuto. L’AFP ha visionato la lettera di Marwan. Il servizio carcerario israeliano ha respinto l’accusa.
Non è il primo episodio denunciato dalla famiglia. Nel settembre 2025 Barghouti è stato picchiato durante un trasferimento, riportando quattro costole rotte e ferite alla testa. Poche settimane prima, un video aveva mostrato il ministro israeliano di estrema destra Itamar Ben Gvir minacciarlo in carcere, mentre il leader palestinese appariva visibilmente debilitato.
La Lega Araba ha chiesto l’istituzione di una commissione internazionale d’inchiesta sui “ripetuti assalti” contro Barghouti.
In carcere da oltre vent’anni, Barghouti gode di enorme stima e sostegno politico e umano tra i palestinesi. Quest’anno è stato rieletto nel Comitato centrale di Fatah ottenendo il maggior numero di voti.
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06/07/2026
Francia, licenza di uccidere
Il prossimo 7 luglio l’Assemblea Nazionale francese tornerà a discutere la proposta di legge n. 691, presentata dai deputati della destra repubblicana, che introduce una “presunzione di legittima difesa” per le forze dell’ordine.
Una norma che, secondo giuristi, associazioni per i diritti umani e familiari delle vittime di violenze poliziesche, rischia di rappresentare una svolta autoritaria senza precedenti, trasformando l’uso letale della forza in un atto presunto legittimo e rendendo sempre più difficile l’accertamento delle responsabilità.
L’allarme è stato lanciato dall’associazione francese Flagrant Déni, insieme a Amnesty International France, alla Ligue des droits de l’Homme (LDH), all’associazione SAVE, al Sindacato degli avvocati di Francia e al Sindacato della magistratura, che hanno diffuso un appello congiunto già sottoscritto da oltre cinquecento persone.
L’inversione dell’onere della prova
La proposta di legge introduce un principio dirompente: ogni utilizzo dell’arma da fuoco da parte di poliziotti e gendarmi verrebbe considerato, in via preliminare, conforme alla legge, cioè necessario e proporzionato. Sarebbe quindi il pubblico ministero – e, nei fatti, le famiglie delle vittime – a dover dimostrare che il colpo mortale non era giustificato.
Secondo gli oppositori della riforma, ciò determinerebbe un vero e proprio ribaltamento dello Stato di diritto. Non si tratterebbe più di accertare se l’agente abbia rispettato i criteri di necessità e proporzionalità, ma di presumere in partenza la correttezza del suo operato.
L’avvocato Jean-Baptiste Pugliese, tra i più critici verso il provvedimento, ha riassunto così la posta in gioco: «Con questa legge si manda un messaggio ai poliziotti che potevano ancora esitare prima di sparare: gli si dice che non c’è più motivo di esitare».
La lezione della legge Cazeneuve
Per comprendere i rischi denunciati dalle organizzazioni per i diritti umani bisogna tornare al 2017, quando il governo francese approvò la cosiddetta “Legge Cazeneuve”, introducendo l’articolo L.435-1 del Codice della sicurezza interna.
La norma ha ampliato le possibilità per gli agenti di utilizzare le armi da fuoco, in particolare nei casi di rifiuto di fermarsi a un controllo e quando gli occupanti di un veicolo vengono ritenuti “potenzialmente pericolosi”. I dati sono impressionanti.
Dall’entrata in vigore della legge, almeno trentacinque persone a bordo di veicoli sono state uccise dalla polizia, un numero cinque volte superiore rispetto al periodo precedente. Nel solo 2025, quarantanove persone sono morte durante interventi delle forze dell’ordine, diciannove delle quali per colpi di arma da fuoco.
Per le associazioni, introdurre una presunzione di legittimità degli spari non farebbe altro che aggravare una tendenza già allarmante.
Un colpo al controllo democratico
La critica più dura riguarda il rischio di impunità. Se l’uso delle armi fosse presunto legittimo, l’agente che ha sparato non potrebbe più essere sottoposto alle normali misure investigative previste nelle prime ore successive ai fatti. Verrebbero meno gli strumenti necessari per raccogliere elementi di prova, verificare le circostanze dell’accaduto e accertare eventuali responsabilità.
La Lega dei Diritti Umani francese parla apertamente di una minaccia al diritto alla vita e all’obbligo dello Stato di condurre indagini rapide, imparziali ed efficaci ogni volta che una persona muore a seguito di un intervento delle forze dell’ordine.
Anche il Sindacato della magistratura denuncia il rischio di creare uno “status speciale” per le forze di polizia, in violazione del principio di uguaglianza davanti alla legge.
La presunzione di innocenza, ricordano i magistrati, vale già per tutti i cittadini, compresi gli agenti di polizia; introdurre una presunzione ulteriore significa attribuire loro un privilegio giuridico eccezionale.
Dalla “sicurezza” al diritto di uccidere
Il dibattito francese si inserisce in una tendenza più ampia che attraversa molte democrazie occidentali: l’estensione dei poteri coercitivi dello Stato e la progressiva immunizzazione delle forze dell’ordine rispetto al controllo giudiziario.
Non è un caso che la proposta sia stata definita da numerosi giuristi una sorta di “permis de tuer”, un permesso di uccidere. La coincidenza temporale rende il paradosso ancora più evidente. Mentre la Francia ospita il IX Congresso mondiale contro la pena di morte, il Parlamento si prepara a discutere una legge che, secondo i suoi oppositori, rischia di ampliare le possibilità per lo Stato di togliere la vita senza un adeguato controllo democratico.
La questione, in fondo, va ben oltre i confini francesi. Riguarda il modello di democrazia che si sta costruendo in Europa: una democrazia nella quale il monopolio della forza viene progressivamente sottratto al controllo del diritto e dove, in nome della sicurezza, si chiede ai cittadini di accettare che chi indossa un’uniforme possa sparare sapendo di essere, in partenza, dalla parte della ragione.
Una democrazia nella quale la presunzione non riguarda più l’innocenza dei cittadini, ma la legittimità della violenza dello Stato.
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03/07/2026
La lunga genealogia della violenza di Stato
Ci sono libri che arrivano nel momento giusto e altri che arrivano quando sono necessari. Il nuovo lavoro di Turi Palidda, 25 anni dal G8: continuità militaresca della sicurezza e delle polizie dal 1860, appartiene decisamente alla seconda categoria.
A venticinque anni dal G8 di Genova, mentre si moltiplicano commemorazioni, iniziative pubbliche, pubblicazioni e tentativi di rilettura di quelle giornate, il sociologo siciliano sceglie una strada diversa da quella della memoria celebrativa o del semplice racconto testimoniale. Il suo obiettivo è molto più ambizioso: dimostrare che Genova non è stata un’eccezione, un incidente di percorso, un cedimento momentaneo della democrazia italiana, ma l’espressione di una lunga continuità storica che attraversa l’intera vicenda dello Stato unitario.
La tesi del libro è chiara fin dalle prime pagine: il governo della sicurezza e le polizie italiane sono state forgiate, fin dall’Unità d’Italia, da un’impronta profondamente militaresca e da una concezione dell’ordine pubblico che ha avuto come funzione principale la difesa dell’ordine sociale esistente e la repressione delle classi subalterne e dei movimenti di protesta.
È una tesi forte, destinata a suscitare discussione, ma sostenuta da una mole impressionante di riferimenti storici, documenti, dati e studi accumulati dall’autore in decenni di ricerca.
Genova come chiave di lettura del presente
Il G8 del 2001 rappresenta il punto di partenza e, allo stesso tempo, il punto di arrivo del libro.
Per Palidda le violenze della Diaz e di Bolzaneto, l’uccisione di Carlo Giuliani, i depistaggi, le false prove, la mancata collaborazione dei vertici di polizia con la magistratura e la successiva promozione di molti dei responsabili non costituiscono un’anomalia democratica. Sono invece il prodotto di una storia lunga, fatta di continuità istituzionali, culture autoritarie e pratiche repressive che hanno attraversato tutte le stagioni politiche italiane.
In questa prospettiva Genova assume un significato diverso. Non è semplicemente il luogo della più grave sospensione dei diritti democratici avvenuta in un paese occidentale dopo la Seconda guerra mondiale, secondo la definizione di Amnesty International.
È anche il momento in cui si rende visibile qualcosa che normalmente rimane nascosto: la persistenza di apparati dello Stato che continuano a concepire il conflitto sociale come una minaccia da neutralizzare e non come una dimensione fisiologica della democrazia.
Da qui deriva una delle intuizioni più importanti del volume: la continuità tra il G8 e ciò che è accaduto successivamente.
Le torture di Santa Maria Capua Vetere, le morti di Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi, Riccardo Magherini, Giuseppe Uva, Davide Bifolco, Hasib Omerovic, le violenze documentate nelle carceri, i pestaggi nei CPR, i lacrimogeni sparati ad altezza d’uomo durante le manifestazioni, le lesioni permanenti inflitte a manifestanti come “Lince” a Bologna, non sono episodi separati. Sono tasselli di un quadro più ampio che interroga il rapporto tra democrazia, impunità e apparati coercitivi.
Una storia lunga 160 anni
L’elemento più originale del libro è però il suo respiro storico.
Palidda costruisce una vera e propria genealogia della sicurezza italiana che parte dal Risorgimento e arriva ai giorni nostri. Le repressioni delle rivolte popolari del XIX secolo, i massacri dei Fasci siciliani, la repressione del brigantaggio, il colonialismo italiano, il fascismo, la mancata epurazione degli apparati dopo il 1945, le stragi di Stato, le torture praticate durante la lotta al terrorismo, vengono letti come momenti differenti di una stessa storia.
Secondo l’autore, l’Italia repubblicana non ha mai realmente democratizzato il proprio sistema di sicurezza.
La mancata epurazione dei fascisti dagli apparati dello Stato, l’influenza statunitense nel dopoguerra, la conservazione di dispositivi normativi ereditati dal fascismo, la permanenza di una cultura gerarchica e militaresca all’interno delle forze di polizia avrebbero impedito la costruzione di un modello di sicurezza realmente democratico.
È un giudizio severo, ma che trova sostegno in una ricostruzione storica minuziosa e nella capacità dell’autore di tenere insieme processi apparentemente lontani tra loro.
Sicurezza per chi?
Uno dei contributi più interessanti del volume riguarda la critica al paradigma dominante della sicurezza.
Palidda rovescia la domanda che normalmente accompagna il dibattito pubblico. Non si chiede semplicemente come aumentare la sicurezza, ma di quale sicurezza stiamo parlando e chi viene effettivamente protetto dalle politiche securitarie.
L’autore mostra come l’ossessione per l’ordine pubblico e per la repressione della criminalità diffusa abbia progressivamente oscurato altre forme di insicurezza ben più gravi e mortali: le morti sul lavoro, le devastazioni ambientali, le contaminazioni tossiche, la povertà, il supersfruttamento, la precarizzazione delle condizioni di vita.
L’Italia, sostiene Palidda, è uno dei paesi europei più sicuri sotto il profilo della criminalità, ma al tempo stesso uno di quelli in cui le istituzioni si dimostrano meno capaci di affrontare le grandi insicurezze sociali.
La sicurezza, in questa prospettiva, diventa un dispositivo di governo delle classi popolari e delle marginalità più che uno strumento di tutela della collettività.
Immigrazione e razzializzazione della sicurezza
Particolarmente efficaci sono anche le pagine dedicate all’immigrazione.
Da anni Palidda lavora sul rapporto tra migrazioni, razzismo e pratiche di polizia e il libro riprende molte delle sue ricerche precedenti. L’autore mostra come gli immigrati e le persone marginalizzate costituiscano i principali bersagli dei controlli di polizia e denuncia l’esistenza di pratiche di profilazione razziale che contribuiscono a produrre una rappresentazione distorta del rapporto tra immigrazione e criminalità.
La costruzione del migrante come soggetto pericoloso diventa così uno degli strumenti attraverso cui il sistema di sicurezza legittima la propria espansione e la propria funzione repressiva.
È un’analisi che acquista ulteriore forza nell’attuale contesto europeo, segnato dalla crescita delle destre radicali, dalla diffusione di discorsi xenofobi e dalla trasformazione delle politiche migratorie in politiche di polizia.
Oltre la denuncia
Il libro non si limita però alla denuncia.
Nelle conclusioni Palidda propone una riflessione politica sulla necessità di ripensare radicalmente il rapporto tra sicurezza e democrazia. La sua proposta – che si colloca all’interno del dibattito internazionale sul defund the police e sulle prospettive abolizioniste – consiste nello spostamento di risorse dalle spese militari e di polizia verso la sanità, la scuola, i servizi sociali, la prevenzione, gli ispettorati del lavoro e le politiche pubbliche di tutela dei diritti sociali.
Si può condividere o meno questa prospettiva, ma il merito del libro è quello di costringere il lettore a interrogarsi su questioni troppo spesso rimosse dal dibattito pubblico.
Perché in Italia le richieste di trasparenza delle forze di polizia incontrano ancora forti resistenze?
Perché i meccanismi di accertamento delle responsabilità degli agenti continuano a mostrare enormi limiti?
Perché, a distanza di venticinque anni da Genova, il tema dell’impunità continua a essere così attuale?
Perché le politiche di sicurezza si espandono proprio mentre i dati sulla criminalità mostrano un andamento decrescente?
Un libro necessario
Il volume di Turi Palidda è, prima di tutto, un libro scomodo.
Perché rifiuta le letture consolatorie della storia repubblicana. Perché mette in discussione l’idea che la democratizzazione delle istituzioni coercitive sia un processo già compiuto. Perché mostra come la violenza di Stato non sia un residuo del passato ma una possibilità sempre presente all’interno delle democrazie contemporanee.
Soprattutto, il libro ci ricorda che Genova non appartiene al passato.
La Diaz e Bolzaneto non sono soltanto luoghi della memoria. Sono ancora oggi una chiave per comprendere il presente: la criminalizzazione del dissenso, l’espansione dei dispositivi securitari, la riduzione degli spazi democratici, l’impunità delle violenze istituzionali.
Ed è forse proprio questo il messaggio più importante che emerge dalle oltre ottanta pagine del volume: se vogliamo capire cosa è accaduto nel luglio del 2001 e perché continua a parlarci ancora oggi, dobbiamo smettere di considerare Genova un’eccezione.
Per Turi Palidda, e probabilmente anche per chi in questi venticinque anni ha continuato a interrogarsi su quelle giornate, Genova è stata piuttosto una rivelazione. Il momento in cui è diventata visibile una lunga storia italiana di repressione, continuità autoritarie e impunità che, sotto forme diverse, continua ancora a interrogare la qualità della nostra democrazia.
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27/05/2026
I fucilieri della polizia italiana
Il ferimento di Marco Basoccu durante i tafferugli precedenti il derby della Mole è stato liquidato come la conseguenza delle schermaglie tra i tifosi delle due squadre. Uno scontro tra tifoserie organizzate, sempre dipinte come masse informi, ai limiti della civilizzazione, di natura pericolosa. Le testimonianze portano in un’altra direzione: sia il padre del ferito, sia l’amico che era accanto a lui, affermano che il giovane è stato colpito da un lacrimogeno sparato ad altezza uomo dalle forze dell’ordine.
Una versione che richiama altri recenti episodi. Lo scorso 2 ottobre, nel corso di una manifestazione per la Palestina, nei pressi della stazione centrale di Bologna, una ragazza era stata colpita da un lacrimogeno sparato ad altezza d’uomo, venendo in seguito manganellata dagli agenti invece di essere soccorsa. Lince, come si fa chiamare la ragazza per questioni di anonimato, è rimasta cieca da un occhio in conseguenza di questo episodio.
Sempre nella città felsinea, testimoni e dimostranti, raccontano che nei mesi scorsi, durante le manifestazioni contro la costruzione del Museo dei Bambini al Pilastro, la pratica dei lacrimogeni sparati ad altezza d’uomo sarebbe stata ricorrente, e solo la perizia di alcuni dimostranti esperti ha evitato il peggio.
Cosa sta succedendo alla polizia italiana? O meglio, alle autorità preposte al mantenimento dell’ordine pubblico?
Ci viene di rispondere che si tratta di segni tangibili dell’involuzione autoritaria impressa dal governo in carica. Testimoni affermano che il tifoso juventino sarebbe stato colpito da un lacrimogeno sparato ad altezza uomo. Una versione che richiama altri recenti episodi di azioni di massa, non filtrate da alcuna modalità addomesticabile. Che si muovono in controtendenza rispetto alle aggregazioni ordinate, disciplinate, o convenzionali, come quelle dei villaggi turistici.
Tanto basta per suscitare la preoccupazione di un governo che fin dall’inizio si è distinto per il decreto anti-rave, e che, attraverso i decreti sicurezza, punta a scongiurare le aggregazioni spontanee o politicamente connotate, aumentando i poteri di polizia, incentivando le zone rosse, punendo i blocchi stradali e i sit-in, reintroducendo il fermo preventivo. Anche attraverso l’estensione del DASPO, un provvedimento all’inizio pensato proprio per gli ultrà calcistici, ad altre tipologie di condotte.
Siamo di fronte a una vera e propria paura delle masse, come incubatrici di interazioni ed elaborazioni che potrebbero seriamente disturbare il manovratore.
Per questo si sceglie di operare sia sul piano simbolico, per esempio schierando gli agenti in tenuta anti-sommossa e presidiando le stazioni.
Per convogliare verso l’esterno il messaggio che le aggregazioni di massa sono pericolose. Sia lanciando un messaggio intimidatorio ai dimostranti. Dove non riesce la repressione preventiva, arrivano i lacrimogeni ad altezza d’uomo.
Si tratta di una deriva pericolosa, lesiva delle libertà civili e politiche, che necessiterebbe una mobilitazione articolata per contrastarla. Prima che sia troppo tardi.
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26/05/2026
A Torino la polizia ha rischiato di uccidere
Ma il fatto centrale è un altro: un tifoso juventino di 45 anni è stato ricoverato in codice rosso dopo essere stato colpito alla testa da un lacrimogeno che, secondo le prime ricostruzioni, sarebbe stato sparato ad altezza persona dalla polizia. Alcune cronache riportano che alla base della protesta degli ultras bianconeri ci sarebbe proprio l’intervento degli agenti con lacrimogeni sparati ad altezza d’uomo, uno dei quali avrebbe colpito il tifoso, poi trasportato prima al Mauriziano e successivamente al CTO per un trauma cranico.
Ancora una volta, un atto pericolosissimo, vietato dagli standard internazionali sull’uso della forza e incompatibile con qualsiasi principio di proporzionalità, ha rischiato di trasformarsi in tragedia. I lacrimogeni non sono strumenti da puntare contro i corpi. Non sono proiettili da sparare contro teste, volti, occhi. Sono armi “meno letali” solo nella definizione burocratica: quando vengono usate ad altezza uomo possono mutilare, accecare, uccidere.
Eppure sta diventando una pratica sempre più ordinaria. Lo abbiamo visto nelle piazze, nei cortei, nelle manifestazioni per la Palestina, nelle proteste sociali, negli sgomberi, negli stadi. Negli ultimi mesi il caso di Lince, giovane manifestante bolognese colpita da un lacrimogeno durante una manifestazione per la Palestina, ha mostrato in modo drammatico cosa significhi questa violenza: un occhio perso, la vita cambiata per sempre. Lo stesso schema si è ripetuto con un lavoratore romano ferito da un lacrimogeno. Ora Torino.
E non è un dettaglio che accada proprio a Torino. Una città che il ministro Piantedosi ha trasformato in laboratorio permanente di militarizzazione: quartieri occupati dalle forze dell’ordine, gestione muscolare dell’ordine pubblico, uso massiccio di lacrimogeni, pressione continua sui luoghi del conflitto sociale. Dopo lo sgombero di Askatasuna, un intero pezzo di città è stato trattato come territorio nemico. Non come spazio urbano abitato da persone, ma come zona da presidiare, controllare, intimidire.
Il derby della Mole diventa così l’ennesimo episodio di una deriva più ampia. La questione non è difendere questa o quella tifoseria. La questione è impedire che la polizia possa usare strumenti potenzialmente letali come se fossero normali mezzi di gestione della folla. Perché quando un lacrimogeno viene sparato ad altezza persona, non siamo più davanti a una tecnica di contenimento: siamo davanti a un’aggressione.
La narrazione dominante, invece, assolve sempre lo stesso copione. Prima si parla di “scontri”. Poi si elencano oggetti lanciati, tensioni, fermati, feriti tra gli agenti. Infine scompare il punto decisivo: chi ha sparato? Con quale ordine? A quale altezza? Con quale traiettoria? Chi risponde se una persona finisce in codice rosso per un trauma cranico?
Sono domande che dovrebbero essere poste immediatamente da ogni redazione, da ogni istituzione, da ogni garante dei diritti. Invece il riflesso automatico è coprire la violenza della polizia dentro la parola magica “ordine pubblico”.
Ma ordine pubblico non significa licenza di colpire. Non significa impunità. Non significa poter trasformare un lacrimogeno in un proiettile contro il corpo di una persona. Se un tifoso, un manifestante, un lavoratore o una ragazza in corteo possono perdere un occhio, finire in ospedale o rischiare la vita per una scelta operativa della polizia, allora il problema non è più l’ordine pubblico. Il problema è la violenza di Stato.
La domanda, allora, è semplice: chi sono i violenti?
Quelli che manifestano, protestano, tifano, attraversano una piazza? O quelli che sparano lacrimogeni ad altezza persona, militarizzano interi quartieri e poi pretendono di chiamare tutto questo “sicurezza”?
#Tout le monde déteste la police.
Fonte
22/05/2026
Non sono arrabbiati con Ben-Gvir perché è malvagio, ma perché è “onesto”
L’account Twitter di Ben-Gvir ha condiviso un video in cui il ministro prende in giro gli attivisti sequestrati dalle forze israeliane in acque internazionali all’inizio di questa settimana, con la didascalia “È così che accogliamo i sostenitori del terrorismo” in ebraico e “Benvenuti in Israele” in inglese.
Il video mostra attivisti della flottiglia provenienti da Europa, Nordamerica, Australia e Nuova Zelanda mentre vengono spintonati, tenuti a terra in posizioni di stress e presi in giro da Ben-Gvir mentre sono immobilizzati. Tutto ciò impallidisce, ovviamente, di fronte agli abusi subiti quotidianamente dai prigionieri palestinesi, ma è diventato oggetto di proteste internazionali perché le vittime sono occidentali.
Funzionari occidentali di Stati Uniti, Regno Unito, Canada, Italia, Germania, Paesi Bassi, Spagna, Irlanda, Australia e Nuova Zelanda hanno rilasciato dichiarazioni indignate e stizzite per condannare Ben-Gvir e chiedere il rilascio degli attivisti, mentre i funzionari israeliani cercano di prendere le distanze dalle azioni del loro stesso ministro della Sicurezza nazionale.
“Il modo in cui il ministro Ben-Gvir ha gestito la flottiglia di attivisti non è in linea con i valori e le norme di Israele”, ha twittato il primo ministro Benjamin Netanyahu in risposta alla controversia.
“Hai consapevolmente danneggiato il nostro Stato con questo spettacolo vergognoso — e non per la prima volta”, ha rimproverato Ben-Gvir su Twitter il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar, aggiungendo: “No, tu non sei il volto di Israele”.
“L’imprudente esibizionismo di Itamar Ben-Gvir non rappresenta la politica del governo”, ha twittato Yechiel Leiter, ambasciatore israeliano negli Stati Uniti, aggiungendo: “Le bravate di Ben-Gvir prendono a martellate i nostri sforzi diplomatici mentre i nemici di Israele si avventano con gioia su ogni sciocchezza sfortunata per screditarci e demonizzarci”.
Tutta questa messinscena sul fatto che le azioni di Ben-Gvir non rappresentino Israele o i suoi valori avrebbe probabilmente avuto più peso se non fosse avvenuta subito dopo uno scandalo internazionale riguardante un rapporto del New York Times sulla propensione di Israele a usare torture sessuali sui suoi prigionieri — incluso l’uso di cani addestrati per stuprare.
Gli analisti hanno notato che il ministro della Sicurezza nazionale israeliano sembra condividere questi materiali per raccogliere consensi dalla sua base di estrema destra in un anno elettorale, il che dice tutto ciò che c’è da sapere sull’ambiente politico di quel paese oggi.
Degno di nota è anche il fatto che Ben-Gvir abbia già pubblicato video di questo tipo prima — l’unica differenza è che le sue vittime in quei video erano palestinesi. Oggi assistiamo alle proteste del mondo occidentale solo perché l’Occidente percepisce le vite occidentali come infinitamente più preziose di quelle degli arabi.
Perciò è alquanto ipocrita che la classe politica e mediatica occidentale faccia tanto scalpore per questo video in particolare, dopo aver sostenuto con entusiasmo la violenza e gli abusi continui di Israele per tutto questo tempo, ed è piuttosto ridicolo che i funzionari israeliani affermino che le azioni del loro ministro della Sicurezza nazionale non rappresentano i valori del loro paese.
Ben-Gvir è la perfetta incarnazione dell’omicida razzista che caratterizza sia Israele che l’impero occidentale. Lui rappresenta tutto ciò in cui questa civiltà distorta si è trasformata.
Non sono arrabbiati con Ben-Gvir perché è malvagio. Sono arrabbiati con lui perché è “onesto”.
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21/05/2026
Nazisionisti senza più “copertura”, merito della Flotilla
Andiamo con ordine.
Tutti gli attivisti a bordo delle imbarcazioni, dopo l’assalto condotto anche sparando proiettili di gomma – fanno male, posso accecare se colpiscono il volto, ma raramente sono letali – sono stati scientificamente pestati dal “personale specializzato”.
Poi, arrivati ad Ashdod, Mantovani e Carotenuto sono stati separati dagli altri e imbarcati su un aereo, all’aeroporto Ben Gurion, per essere rimandati in Italia. La loro testimonianza, dunque, è relativa al solo periodo trascorso con gli oltre 400 attivisti. Ma sono già decisamente significative.
“Anche molte donne hanno preso botte, non tutti alla stessa maniera ma il trattamento era generalizzato – ha detto l’inviato del Fatto, Alessandro Mantovani parlando ai giornalisti a Fiumicino – Durante la perquisizione mi hanno tolto il portafoglio coi documenti dentro e non me l’hanno più ridato. L’abbordaggio è stato più violento della volta scorsa e questo succede perché Israele è protetto dai governi di mezza Europa, incluso il nostro”.
Anche lui ritiene che questa escalation nei maltrattamenti sia un “avvertimento” mafioso per scoraggiare ulteriori missioni della Flotilla. Detto esplicitamente: la prossima volta spareranno proiettili veri.
“Io ho preso le botte, Dario Carotenuto ha preso le botte, altri hanno preso molte più botte di noi. Ho visto persone con sospette fratture delle braccia e delle costole. Quasi tutti quelli che passavano per il container di ingresso venivano picchiati e sentivamo le grida dall’esterno. Anche gli abbordaggi sono stati molto più violenti che in passato. Questo è il volto di Israele e questo purtroppo è niente in confronto a quello che Israele fa a 9mila prigionieri palestinesi”.
Identica la testimonianza del parlamentare Carotenuto.
“Non posso che pensare alle persone che sono ancora lì. Degli energumeni ci picchiavano selvaggiamente. Avevo il passaporto di servizio che si sono presi, poi mi hanno tolto una collanina, mi hanno ammanettato, mi hanno fatto di tutto ma mi è andata bene. Io da quella panic room sono uscito in piedi. Altre persone sono state portate in infermeria. Hanno curato persone che erano messe malissimo, cinque traumi cranici, alcuni abusi di violenza sessuale, c’erano anche ragazze e anziani di 60-70 anni che venivano torturati. Non dicevano niente.
Ci hanno divisi, alcuni di loro sono ancora là. Ci hanno chiamato con il numero e avevano il mitra spianato contro di noi. Ci hanno chiesto di avanzare con le mani in alto e ci hanno chiesto di girarci. Poi ci hanno preso per il collo e ci hanno diviso. Questi ragazzi sono lì a rischiare la loro vita perché i governi non fanno abbastanza”.
Stiamo parlando dei due rapiti meglio “protetti”. Un parlamentare di un paese complice di Israele e un giornalista professionista conosciuto che lavora per una testa sicuramente attendibile. Entrambi, oltretutto con un “passaporto forte” (quelli dei paesi occidentali più importanti), che comunque copre meglio di quelli “deboli” (gli indonesiani, per esempio).
Il piano – probabilmente in parte concordato con il governo italiano, per quanto riguarda queste due persone – era quindi quello di limitare la violenza sui personaggi pubblici più noti, mentre si sfogava più violenza sulle figure “minori”, “attivisti semplici” diciamo, le cui denunce sarebbero poi state accolte con sorrisetti e sfottò anche dai rispettivi governanti, come aveva fatto – peggio di tutti – la “seconda carica dello Stato”, al secolo Ignazio La Russa, in occasione dello stesso esito della missione precedente: “Manifestazioni strumentali e propagandistiche a scarso rischio e a molto ritorno mediatico, se poi hai la fortuna che ti fermano per tre o quattro ore e puoi gridare che sei stato torturato… È il massimo che puoi aspettarti e a cui aspirare”.
Piano articolato, dunque, attento ai dettagli della “comunicazione” e alle “soglie di tolleranza” dell’opinione pubblica occidentale, già ben oltre il livello dell’indignazione e che ha messo in difficoltà tutti i governi “amici” di Israele con manifestazioni oceaniche.
Lo si era visto con il video che ritraeva Netanyahu con le cuffie in testa, in qualche sala comando dell’esercito, mentre copriva di elogi i pirati per il loro lavoro “delicato” (sorvoliamo sulla sua idea di “delicatezza”).
I governi complici erano pronti a gestire – come si è visto persino dopo i video con i colpi sparati contro imbarcazioni a vela e pacifisti disarmati – nel modo più favorevole a Israele anche questo momento un po’ più “hard”.
Poi è arrivato quel nazisionista imbecille di BenGvir a rovinare tutto. La sortita da “coatto” dei bassifondi contro persone ammanettate e costrette in ginocchio, lo sventolio della bandiera sui corpi piegati e in alcuni casi con fratture, addirittura ripresa in video e postata sugli account suo e di altri come lui, non poteva essere “gestita” e tanto meno minimizzata.
Le reazioni del governo italiano, se ci fate caso, hanno preso di mira soprattutto le “immagini”, definendole – ed era proprio il minimo – “inaccettabili”. Non la realtà, non le torture, non il genocidio, non il disprezzo assoluto per la vita e la dignità umana (ed anche per il governo italiano che aveva chiesto “chiarimenti” e “moderazione”). Per le immagini.
Se non si fosse visto niente andava tutto bene. Le denunce sarebbero state irrise, oppure silenziate nei “porti delle nebbie” dei tribunali. Le tv sarebbero passate in un attimo ad altra notizia (c’è sempre un episodio di cronaca utilizzabile per non parlare di quel che accade di davvero grave nel mondo e qui in casa).
E il governo israeliano non avrebbe visto i suoi 730 milioni di dollari investiti nell’hasbara – il condizionamento organizzato del sistema mediatico euro-atlantico per dare un’immagine positiva di Tel Aviv e criminalizzante dei suoi infiniti “nemici” – buttati nel cesso in una sola mossa.
Merito della Flotilla, certamente. Perché anche l’infamia del peggior nazisionista sarebbe rimasta “tollerabile”, se non fosse stata portata allo scoperto.
Quel che accade ai palestinesi è decisamente peggio. Ma ora non si può più far finta che sia solo “propaganda di Hamas”. L’odore nauseabondo del suprematismo razzista dei sionisti è uscito dalle camere di tortura. E viene avvertito persino nelle redazioni più acquiescenti.
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Oltre l’ultima “linea rossa”
Farlo in acque internazionali significa che chi spara è certo dell’impunità grazie alla immonda complicità delle potenze che dovrebbero controllare il mare teatro dell’azione criminale.
L’“Europa” resta muta e complice, disinteressata sia al proprio braccio di mare che, sopratutto, ai propri cittadini. In qualche caso addirittura consenziente, alzando la voce contro gli attivisti pacifisti: “che ci volete andare a fare, a Gaza, sapendo che non ci arriverete mai?”.
Sparare su imbarcazioni a vela con proiettili di gomma dura – possono far molto male e provocare danni seri se colpiscono gli occhi – nella logica militar-mafiosa è un “avvertimento”: “alla prossima Flotilla spareremo con proiettili da guerra, tanto i vostri governi stanno con noi”.
Un’escalation militare nuda e cruda che, come tutte quelle della stessa natura, mira a provocare o accelerare la resa. In questo caso a scoraggiare altre missioni umanitarie.
Ma con ciò si rompe anche, definitivamente, quel che resta del “sistema di valori” che l’Occidente capitalistico aveva posto come standard a dimostrazione di una raggiunta “civiltà matura, democratica e umanitaria”. Sappiamo bene che era uno straccio agitato davanti agli occhi di chi protestava per qualsiasi ragione, e che quello standard conviveva senza problemi con un altro – differenziale – riservato ai “nemici”. Ma in qualche misura limitava (senza impedirle) anche le modalità repressive interne al mondo occidentale.
“Non si spara sulle proteste pacifiche”, “non si torturano gli oppositori” e altre “linee rosse” potevano esser fatte valere e in molti casi con successo, sull’onda dell’indignazione generale. La “legalità formale” è un sistema elastico, deformabile in molti e differenti sensi, ma in qualche modo vincola la brutalità del potere e l’uso della forza.
Non era una concessione, da parte del potere, ma una conquista pagata col sangue. Nella dinamica sociale interna ai singoli paesi come nelle relazioni internazionali. Un “ordine basato su regole condivise” – davvero condivise, non come quella unilaterale presa per i fondelli statunitense degli ultimi 40 anni – aveva portato alla formazione dell’Onu, alle Corti internazionali, a una parvenza di eguaglianza formale tra individui e tra Stati.
Anche paesi poverissimi e quindi semi-disarmati potevano ambire all’indipendenza formale, anche se per quella sostanziale era meglio avere qualche “amico” potente, a volte più un padrone che altro.
Il “sistema dei diritti” non era comunque gratis. All’interno dei paesi le proteste ammesse erano soltanto quelle che facevano ricorso a metodi di lotta “non violenti”, rimandando l’eventuale effetto politico alla buona volontà dei governi in carica o ad elezioni che non cambiavano granché, visti i filtri e i limiti sempre crescenti imposti alla partecipazione popolare per “garantire la stabilità”.
Sulla “non violenza obbligatoria” abbiamo avuto decenni di lezioncine e sceneggiate che hanno costruito comunque un linguaggio politico invalidante la stessa capacità di immaginare un mondo diverso da questo. Una bella protesta “con buone maniere” era sufficiente a sfogare il malumore senza produrre alcun risultato, ma almeno salvava dalle mazzate.
Al fondo delle missioni della Sumud Flotilla c’era la fiducia nel fatto che l’assoluta non violenza delle iniziative garantisse anche la corrispondente “non violenza” della risposta israeliana, tuttora incensata come “unica democrazia del Medio Oriente”. Come se l’apartheid e il genocidio, lo stupro sistematico, la tortura e l’uccisione di prigionieri, donne e bambini, fossero accettabili se “approvati democraticamente” da un parlamento e dalla maggioranza della popolazione.
O almeno c’era comunque la fiducia nel fatto che un’azione sionista violenta contro attivisti pacifici sarebbe stata inaccettabile per i governi occidentali, sedicenti tutori dei “diritti umani” e della “libertà democratiche”.
Fiducia malriposta, possiamo dire con certezza oggi, anche se ovviamente è stato giusto muoversi dentro quei binari, dimostrando anche empiricamente l’ipocrisia e la falsità di quegli assunti.
Gli spari sulla Flotilla, proprio in quanto “escalation” rispetto al recentissimo passato, superano l’ultima linea rossa, più immaginaria che reale. Solo i governi di Spagna e Irlanda hanno avuto reazioni degne di nota, anche se comunque al di sotto di quel che sarebbe stato adeguato. Gli altri hanno battuto le mani a Netanyahu, qualcuno di nascosto, altri apertamente. È evidente la loro voglia di togliersi di torno anche la “seccatura della Flotilla” dopo aver quasi liquidato nel sangue “la seccatura palestinese”.
Il mondo delle “regole legali condivise” non esiste più. La forza è l’unica legge; anche se non produce nessuna legge realizza comunque la volontà bruta.
Trump che va a prendersi il petrolio del Venezuela non accampa scuse “diritto-umanitarie”. Netanyahu che vuole prendersi tutti quel che può del Medio Oriente cita al massimo qualche versetto del Vecchio Testamento come “fonte del proprio diritto”. Smotrich che reagisce al mandato di cattura internazionale con una vendetta su un villaggio palestinese, per dimostrare che non c’è legge se non la volontà sionista di rapinare terra e vite, non fa neanche quello.
È il mondo del “io posso perché ho la forza, e quindi faccio ciò che voglio”.
Forse è il caso di prenderne atto. Smettendo intanto di pensare come ci hanno imposto negli ultimi decenni.
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15/05/2026
Quando la polizia è il problema
C’è un filo che unisce Rogoredo, Bologna, Torino, Roma e Milano. Un filo nero fatto di violenza istituzionale, propaganda mediatica, razzismo, impunità e repressione del dissenso. Un filo che racconta la trasformazione profonda delle democrazie contemporanee e del ruolo che le polizie stanno assumendo dentro società sempre più diseguali, impoverite e autoritarie.
A Milano un uomo nero viene fermato davanti ai propri figli dopo aver chiesto spiegazioni per insulti razzisti ricevuti da un agente. Immobilizzato, trascinato in questura, trattenuto per ore. La sua colpa reale sembra essere una sola: aver osato pretendere dignità e rispetto. Non è un dettaglio marginale. È il cuore della questione. Perché in quella scena c’è tutto: la profilazione razziale, l’umiliazione pubblica, l’uso intimidatorio della forza, la trasformazione del cittadino in sospetto permanente.
E soprattutto c’è un dato decisivo: se non ci fossero stati i video, probabilmente tutto sarebbe stato archiviato come “normale attività di controllo”. Come accade quasi sempre. Ma quanto sta accadendo in questi mesi dimostra che non siamo più davanti a episodi isolati. Siamo davanti a un sistema.
Lo dimostra il caso di Rogoredo. Prima la propaganda. Poi la realtà. Prima il racconto dell’eroico poliziotto costretto a sparare contro uno “spacciatore violento”. Poi l’inchiesta che smonta pezzo dopo pezzo quella narrazione: accuse di depistaggio, omissioni, rapporti opachi, fino all’arresto di Carmelo Cinturrino per omicidio volontario. Un caso che ha mostrato con brutalità come il riflesso automatico del sistema politico-mediatico sia sempre lo stesso: assoluzione preventiva degli apparati e criminalizzazione immediata delle vittime.
Eppure, mentre emergevano elementi gravissimi, ministri, giornali e commentatori continuavano a ripetere il loro mantra: “sempre dalla parte delle forze dell’ordine”. Non dalla parte della verità. Non dalla parte dei diritti. Non dalla parte delle garanzie democratiche. Dalla parte dell’apparato. Sempre e comunque.
Rogoredo ha mostrato qualcosa di enorme: la retorica delle “mele marce” non regge più. Perché il problema non è il singolo agente deviato. Il problema è una cultura istituzionale e politica che tollera, copre e normalizza gli abusi.
Lo stesso schema si ripete nelle piazze.
A Bologna una manifestante perde un occhio dopo essere stata colpita in volto da un lacrimogeno sparato ad altezza uomo durante una manifestazione per la Palestina. A Roma un ragazzo subisce una lesione analoga durante una carica con idranti e lanci di candelotti. A Torino migliaia di persone vengono soffocate dai gas CS durante le proteste contro lo sgombero di Askatasuna. Famiglie, bambini, residenti, anziani, perfino pazienti di un ospedale investiti dai lacrimogeni entrati negli androni e nei reparti vicini.
Ponti militarizzati, quartieri blindati, stazioni presidiate, persone fermate “a sensazione”, camionette ovunque. Una città trasformata in zona d’occupazione per impedire ciò che in una democrazia dovrebbe essere normale: manifestare dissenso collettivo.
E ogni volta la narrazione è identica. Si parla dei cassonetti bruciati, mai degli occhi persi. Delle vetrine rotte, mai dei corpi mutilati. Della “violenza dei manifestanti”, mai della violenza preventiva dello Stato.
Per capire tutto questo bisogna smettere di considerare la repressione come un incidente democratico. Bisogna riconoscere che negli ultimi venticinque anni si è costruita una continuità politica e culturale impressionante.
Il vero spartiacque resta il G8 di Genova del 2001.
Genova non è stata una parentesi. Non è stata una “sospensione della democrazia”. È stata la manifestazione più esplicita di una concezione dell’ordine pubblico che continua ancora oggi a operare nel presente.
A Genova lo Stato uccise Carlo Giuliani in piazza Alimonda. Un ragazzo di ventitré anni colpito da un proiettile sparato da un carabiniere e poi travolto due volte da una jeep. Ma Genova non fu soltanto l’omicidio di Carlo Giuliani. Fu anche la macelleria messicana della scuola Diaz: decine di persone massacrate nel sonno, giornalisti e attivisti colpiti con ferocia indiscriminata, sangue sui pavimenti e sui muri, prove false costruite per giustificare l’irruzione. Fu Bolzaneto: torture, pestaggi, umiliazioni, insulti politici e razzisti, detenuti costretti a stare ore in piedi contro il muro, privati dell’acqua, minacciati di stupro e di morte.
La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo parlò apertamente di tortura. Eppure lo Stato italiano non ha mai davvero fatto i conti con quella ferita. Non c’è stata una riforma democratica profonda delle forze di polizia. Non sono stati introdotti codici identificativi obbligatori. Non è stato creato un organismo indipendente di controllo sugli abusi. Molti dirigenti coinvolti fecero carriera. Altri rimasero nei vertici degli apparati di sicurezza.
È questa continuità che bisogna comprendere. Perché Genova non appartiene al passato. Vive nel presente ogni volta che un lacrimogeno viene sparato ad altezza uomo. Ogni volta che un reparto mobile considera una manifestazione un campo di battaglia. Ogni volta che un quartiere viene militarizzato. Ogni volta che una persona nera viene trattata come sospetta per definizione. Ogni volta che il dissenso politico viene affrontato come una minaccia da reprimere e non come un diritto democratico da garantire.
Lo dimostrano ormai numerosi studi sociologici, giuridici ed etnografici sulle forze di polizia italiane. Dalle ricerche di Salvatore Palidda sulla trasformazione delle polizie contemporanee e sul controllo delle “nuove classi pericolose”, fino ai lavori di Giuseppe Campesi e Carlo Caprioglio sul “potere coercitivo”, passando per le analisi di Enrico Gargiulo sulle rappresentazioni della folla nei reparti mobili, per gli studi di Alessandro De Giorgi sul passaggio dallo Stato sociale allo Stato penale e per il lavoro di Michele Di Giorgio ne Il braccio armato del potere, emerge un quadro coerente e inquietante: forte gerarchizzazione interna, cultura dell’obbedienza, opacità disciplinare, scarsità di controlli indipendenti, ampia discrezionalità operativa e crescente commistione tra indirizzo politico e gestione della sicurezza pubblica.
Queste ricerche, sviluppate in anni diversi e con metodologie differenti, convergono tutte su un punto decisivo: la violenza istituzionale non può essere ridotta alla categoria rassicurante della “devianza individuale”. Gli abusi non sono semplicemente il prodotto di singoli agenti fuori controllo, ma maturano dentro culture professionali, dispositivi organizzativi e modelli operativi che tendono a normalizzare l’uso espansivo della coercizione, soprattutto nei confronti delle soggettività considerate marginali o conflittuali.
In particolare, il lavoro di Campesi e Caprioglio mostra come in Italia manchino persino criteri realmente chiari, verificabili e condivisi sull’uso proporzionato della forza. Molte decisioni operative – anche potenzialmente letali – vengono così affidate alla cultura pratica dei singoli reparti, alla formazione informale sul campo e alle gerarchie interne. È in questo contesto che prende forma una mentalità professionale in cui “desistere” può essere percepito come una sconfitta o un’umiliazione, alimentando escalation coercitive e pratiche aggressive considerate normali dentro il corpo, ma devastanti per chi le subisce.
Palidda, già anni fa, aveva descritto le polizie come uno snodo centrale nella gestione delle insicurezze prodotte dal neoliberismo e delle marginalità urbane. Gargiulo ha mostrato come nei manuali e nelle pratiche operative dei reparti mobili la folla venga spesso rappresentata non come insieme di cittadini portatori di diritti, ma come entità potenzialmente ostile da disciplinare e contenere. De Giorgi ha invece analizzato il modo in cui l’espansione del paradigma securitario accompagni il restringimento delle garanzie sociali e democratiche, spostando il baricentro dello Stato dalla protezione sociale alla repressione.
Michele Di Giorgio, nel suo Il braccio armato del potere, inserisce tutto questo dentro una riflessione ancora più netta sul rapporto tra apparati coercitivi e struttura del potere politico ed economico: la polizia non come corpo neutrale posto “al servizio di tutti”, ma come istituzione storicamente modellata per difendere un determinato ordine sociale, garantire rapporti di forza esistenti e contenere le soggettività percepite come destabilizzanti. In questa prospettiva, la repressione del conflitto sociale, delle periferie, dei movimenti e delle marginalità non rappresenta una degenerazione occasionale della funzione di polizia, ma una delle sue funzioni storiche fondamentali.
Messe insieme, queste analisi restituiscono l’immagine di un modello di ordine pubblico sempre più orientato alla neutralizzazione preventiva del conflitto sociale e sempre meno alla tutela dei diritti costituzionali.
Non è un caso che in questo contesto si moltiplichino gli strumenti di militarizzazione: taser, idranti, proiettili di gomma, granate stordenti, sorveglianza tecnologica, riconoscimento facciale, zone rosse, fermo preventivo, flagranza differita. Tutto dentro una logica emergenziale permanente.
Il problema allora non è soltanto l’abuso. Il problema è la funzione politica della repressione.
Le polizie contemporanee non servono più soltanto a contrastare i reati. Sempre più spesso amministrano il disagio sociale prodotto dal neoliberismo. Governano la marginalità. Controllano la povertà. Sorvegliano le periferie sociali ed etniche. Contengono il conflitto politico. Difendono assetti economici sempre più diseguali.
Per questo i soggetti colpiti sono quasi sempre gli stessi: migranti, persone nere, poveri, attivisti climatici, studenti, ultras, movimenti territoriali, lotte per la Palestina, centri sociali. Il “nemico interno” cambia volto, ma la funzione resta identica.
E qui bisogna avere il coraggio di compiere un salto politico e culturale più radicale. Continuare a chiedere soltanto “più controlli” o “più formazione” non basta più. Perché il problema non riguarda soltanto il comportamento deviato di alcuni agenti. Riguarda il modello di società che si sta costruendo.
Una società dove il welfare arretra e avanzano le pattuglie. Dove chiudono scuole, consultori, spazi sociali e servizi pubblici mentre aumentano telecamere, zone rosse e dispositivi repressivi. Dove il disagio sociale non viene affrontato ma criminalizzato. Dove la povertà diventa una questione di ordine pubblico.
Ed è qui che la prospettiva abolizionista diventa fondamentale.
Perché una comunità non ha bisogno di polizie oppressive per vivere meglio. Ha bisogno di solidarietà, cooperazione, mutualismo, case, salute, istruzione, reddito, relazioni sociali forti, spazi di aggregazione e sostegno reciproco. Ha bisogno di prevenire l’emarginazione e la violenza sociale, non di militarizzarle.
L’abolizionismo non significa negare i conflitti o ignorare i problemi. Significa comprendere che repressione, carcere e militarizzazione non li risolvono. Li aggravano. Producono altra violenza, altra paura, altra separazione.
Nessun lacrimogeno eliminerà la povertà. Nessun manganello risolverà il disagio abitativo. Nessun carcere produrrà uguaglianza. Nessun fermo impedirà il razzismo strutturale. La coercizione non cura le ferite sociali: le nasconde, le comprime e infine le rende esplosive.
Il film Il caso 137 di Dominik Moll, dedicato alla repressione dei gilet jaunes in Francia, mostra esattamente questo scenario: migliaia di feriti, occhi accecati, arti amputati da granate e proiettili di gomma. Ma soprattutto mostra una domanda decisiva: gli abusi di polizia vengono davvero considerati un problema da prevenire oppure un prezzo accettabile dell’ordine pubblico?
In Italia la risposta sembra sempre più chiara. Non solo mancano strumenti minimi come i codici identificativi per gli agenti, ma si approvano scudi penali, si delegittima la magistratura che indaga sulle violenze delle forze dell’ordine e si costruisce una narrazione pubblica dove ogni critica agli apparati viene trattata come un attacco allo Stato.
E qui emerge il nodo più grave: la sostanziale assenza di opposizione politica. La destra rivendica apertamente una linea repressiva e muscolare. Ma anche larga parte della sinistra istituzionale rincorre lo stesso paradigma securitario. Condanna immediata della “violenza”, solidarietà automatica agli apparati, silenzio sugli abusi, paura di mettere in discussione il potere coercitivo dello Stato.
Nel frattempo cresce una frattura democratica enorme. Sempre più persone, soprattutto tra le classi popolari e marginalizzate, percepiscono le forze di polizia non come garanzia di diritti ma come strumenti di intimidazione e controllo sociale. E questo non avviene per propaganda ideologica, ma per esperienza concreta.
Per questo il caso di Milano è così importante. Perché mostra una verità che il potere prova continuamente a nascondere: oggi il problema non è soltanto cosa fanno le polizie, ma ciò che le istituzioni permettono, giustificano e normalizzano.
La vera sicurezza non è vivere sotto sorveglianza permanente. Non è attraversare città blindate da camionette e agenti antisommossa. Non è sapere che un poliziotto può insultarti, fermarti o colpirti contando sulla protezione politica e mediatica.
La vera sicurezza è sapere che nessuno verrà lasciato solo. È poter dissentire senza rischiare mutilazioni. È poter attraversare una città senza essere profilati per il colore della pelle. È vivere in una società che riduce le disuguaglianze invece di governarle con la forza.
Perché una comunità ha bisogno di cura, solidarietà e giustizia sociale. Non di repressione permanente. Non di paura. Non di polizie sempre più militarizzate e sempre meno sottoposte a controllo democratico.
Ed è esattamente questo il punto politico che oggi viene rimosso dal dibattito pubblico: gli abusi non sono anomalie che interrompono il funzionamento della democrazia. Sono sempre più spesso il modo attraverso cui il potere prova a governare una società in crisi.
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10/02/2026
Preoccupati dalle minacce alle libertà ma disponibili “sul manganello”. Due sondaggi divaricanti
Dalla ricerca dell’Osservatorio monitoring democracy dell’Università Bocconi realizzato insieme a Swg, – svolta tra gennaio e ottobre 2025 e sintetizzata oggi dal Corriere della Sera – la tendenza alla “tolleranza zero” contro le manifestazioni ha visto crescere i suoi consensi. E questo nonostante che si fosse trattato di manifestazioni per la Palestina, determinate ma sostanzialmente pacifiche.
Erano ancora al di là da venire sia le immagini da Minneapolis o gli scontri a Torino e Milano, sui quali il governo ha costruito la sua campagna di “paura” e l’ennesimo decreto sicurezza, eppure molti sembrano apprezzare le immagini delle brutalità poliziesche che abbiamo visto in Germania o Gran Bretagna, con i ragazzini con la bandiera palestinese inseguiti e fermati da poliziotti nerboruti.
Ovviamente la crescita più marcata di questi consensi al “manganellamento” dei manifestanti appare più consistente tra gli elettori di destra, con circa il 50% di quelli di FdI e Lega, e quasi il 40% di quelli di Forza Italia, che si dicono d’accordo a giustificare l’uso della forza da parte della polizia in piazza, e non solo di fronte ad atti violenti, ma anche di fronte ad atti che violenti non lo sono, ma rilevano violazioni della legge (es: blocchi stradali o flash mob).
Insomma l’uso della violenza da parte della polizia è un tema con cui il governo sembra parlare soprattutto alla pancia del proprio elettorato.
Eppure, su questo qualche sorpresa arriva anche dagli elettori di centro-sinistra. Solo il 24% degli elettori del Pd e il 30% degli astenuti rigettano apertamente e in “qualunque circostanza” l’uso della violenza poliziesca. Al contrario, il 52% degli elettori del M5S esprime consenso per forme repressive circoscritte ai soli episodi in cui i manifestanti compiono azioni violente. Più schierati gli elettori di Avs tra i quali nessuno si dice disponibile ad accettare interventi di forza della polizia in qualsiasi circostanza.
Diversi appaiono invece i risultati della ricerca condotta da LaPolis-Università di Urbino (in collaborazione con Demos e Avviso Pubblico e sintetizzata domenica su La Repubblica) prima degli scontri di Torino e Milano, dunque non influenzata da questi eventi.
Secondo questo sondaggio i due terzi degli italiani intervistati si sentono preoccupati e/o minacciati per quanto riguarda la “libertà di manifestare” e “protestare”. Temono per “la libertà di pensiero e di parola”.
Curiosamente questa preoccupazione appare trasversale. Commenta il sociologo Ilvo Diamanti che “il grado di preoccupazione, infatti, raggiunge i livelli più elevati – oltre l’80% – fra coloro che si collocano a sinistra, ma superano ampiamente il 70% anche nella base di centro-sinistra”. Scendono, invece, in modo significativo, fra le persone che si dicono di centro, pur mantenendosi, comunque, ben oltre la metà. Mentre calano nella base di centro-destra e di destra. Dove, comunque (quelli preoccupati per le libertà, ndr) si mantengono intorno al 50%.
La preoccupazione per le minacce alla libertà di parola sale però ben al 73% e al 62% nel caso della libertà di manifestazione tra gli intervistati che non si collocano né a destra né a sinistra.
Secondo Diamanti la preoccupazione che attraversa l’Italia è, quindi, ampiamente condizionata da ragioni “politiche”. “Dettate, soprattutto, dalla posizione rispetto al governo di centro-destra. E ai soggetti che ne fanno parte. Tuttavia, il senso di incertezza degli italiani appare trasversale”.
Dalla ricerca Bocconi-Swg risulta che circa il 63% dei cittadini intervistati non ha mai partecipato ad una manifestazione in vita sua e non intende farlo in futuro, mentre appena il 2,5% partecipa abitualmente a manifestazioni politiche.
Dunque, da un lato Assistiamo a quella morbosità per cui chi non fa le cose chiede che a chi le fa le suonino di santa ragione se rompono la routine quotidiana di chi resta alla finestra. Sembra quasi di sentire nelle orecchie le note di una vecchia canzone di Claudio Lolli.
Dall’altro cresce nell’opinione pubblica la percezione che una serie di libertà democratiche acquisite nei decenni oggi sono a rischio, una percezione che però quando deve declinarsi in politica sembra procedere molto a casaccio, e magari finire nelle mani proprio di chi quelle libertà vuole sopprimerle.
Fonte
03/02/2026
Guerra ai civili. Meloni toglie la maschera
Lo sgombero di Askatasuna, annunciato da anni, da tutti i governi, è stato messo in atto con un pretesto risibile (sei persone che dormivano in un’ala dichiarata inagibile) e durante le feste natalizie, in modo da non avere “resistenze” adeguate nel momento scelto.
Era ovvio e previsto che ci sarebbero state proteste, ma di certo non era stata immaginata la portata: oltre 50.000 manifestanti, in una città non facilmente raggiungibile a livello nazionale, per dare solidarietà ad un centro sociale classificato da sempre tra i “cattivi”. E tantissimi, come sempre più spesso accade, erano stati fermati sulle autostrade bloccando pullman, fermando macchine, controllando le stazioni...
Quella massa di gente inconsueta per Torino è l’eredità diretta dell’ondata di piena che si è vista in autunno, con oltre un milione di persone in due scioperi generali ravvicinatissimi, e poi nell’immensa manifestazione del 4 ottobre a Roma, a sostegno del popolo palestinese sottoposto a genocidio da Israele con la complicità diretta di tutta l’area euro-atlantica.
Un’ondata che ha preoccupato la classe dirigente italiota – tutta, dal centrodestra parafascista a chi ha provato goffamente a metterci un cappello sopra – al punto da far immediatamente progettare nuovi “decreti sicurezza”, nuovi reati e vecchissime soluzioni (il “fermo anticipato” applicato dal fascismo verso chiunque fosse sospettato di poter contestare il passaggio del “duce” nei paraggi).
Per imporre una simile svolta era indispensabile un episodio, uno scontro vero (quelli registrati come tali negli ultimi anni erano stati pestaggi di polizia contro manifestanti inermi), qualcosa che potesse far scattare la retorica “chiagn’e fotte” tipica dei fascisti in ogni variante, a cominciare ovviamente dai nazi-sionisti.
Bisognava provocarla con qualsiasi mezzo e per questo – come si desume da tutte le testimonianze anche giornalistiche – era stato dato un evidente ordine ai reparti schierati in piazza: manganellate chiunque non porti una divisa.
L’ordine è stato eseguito, come direbbe uno storico famoso. Fotografi, passanti, turisti (come si vede nell’articolo riproposto qui sotto), manifestanti e no, erano destinati a cadere sotto i candelotti sparati ad altezza d’uomo e i manganelli. Nel caos della violenza poliziesca era prevedibile che qualche forma di resistenza si sarebbe resa evidente. È nella logica del conflitto politico, spiega lucidamente anche Piergiorgio Odifreddi.
E se non si fosse manifestata, o non fosse stato possibile “certificarla” in immagini o video, erano pronti anche i soliti agenti camuffati da “black bloc” attivi fin dai tempi di Cossiga. Che, a quanto pare, stavolta sono riusciti soltanto a supportare la caccia al manifestante, visto che di caos ne era stato seminato parecchio già dai loro colleghi in divisa.
Un video incompleto è diventato “il braccio violento” della retorica governativa, mentre la testimonianza che lo contestualizzava in ben altro scenario è stata silenziata nel circuito mainstream, nonostante venisse da una professionista dell’informazione.
Guerra ai civili, tutti. Come a Genova 2001, dicono tutti quelli che hanno potuto vedere i due momenti ad un quarto di secolo di distanza. La “caccia ai rossi” è arrivata fin nelle corsie dei pronto soccorso, alla ricerca di chi era rimasto ferito e aveva bisogno di cure.
Abolita dal governo stesso la distinzione tra “buoni” e “cattivi” che qualche stolido “tardo-democratico” ha rispolverato anche questa volta come uno straccio ammuffito.
È addirittura il facente funzione di ministro dell’interno, Piantedosi, a spiegare che quella distinzione non serve più. Persino “la velocità” con cui si è mosso il corteo diventa per lui “la prova” che tutto era stato preparato per arrivare sul luogo prescelto “all’ora giusta” (senza neanche accorgersi dell’assurdità che dice: se serviva il buio, si poteva arrivare a qualsiasi ora...). Il post con cui accusa chiunque fosse in piazza di aver agito consapevolmente per coprire “i violenti” è una dichiarazione programmatica di guerra alle mobilitazioni future. Come il “fermo preventivo” o la “cauzione” da versare per poter scendere in piazza...
Non è una conclusione difficile da trarre. Un governo che non ha nulla da offrire alla popolazione, ma anzi le sfila ogni giorno qualcosa per garantire i profitti di un numero sempre minore di “benestanti”, comincia a sentire che nel fondo della società qualcosa si sta muovendo.
Per ora si è manifestato in due modi diversi: un’astensione elettorale che supera ormai stabilmente il 50%, sollevando chiari dubbi di legittimità democratica per qualsiasi maggioranza di governo, e una partecipazione alle mobilitazioni magari un po’ a singhiozzo, ma con dimensioni che non si vedevano da anni, specie tra i giovani.
E quando sente il fiato della popolazione sul collo, un governo reazionario – che sia in Italia o negli Stati Uniti – reagisce sempre allo stesso modo. Violento. Sul piano legislativo e costituzionale, ma soprattutto con i corpi armati.
Il volto insanguinato di Claudio Francavilla è diventato, suo malgrado, uno dei simboli della guerriglia durante la manifestazione in sostegno ad Askatasuna di sabato scorso. Francavilla ha raccontato a La Stampa di essere finito in mezzo a una carica pure essendo sceso in piazza pacificamente. Soccorso da due fotografi che chiedevano un’ambulanza alla forze dell’ordine, è rimasto sul ciglio della strada abbandonato per molto tempo.
Sono decine i manifestanti rimasti feriti sabato, diversi video si trovano sul web, uno di questi ritrae il fotografo Federico Guarino buttato a terra e manganellato da diversi agenti mentre, nonostante la maschera antigas, gridava «stampa!». «Ero lì a fare le foto, è partita una carica e l’ho fatta sfilare finendo dietro le forze dell’ordine, poi si sono girati e altri agenti sono arrivati dalla direzione opposta».
Si accorge che hanno preso una persona. Erano andati tutti via mentre il fotografo continuava a scattare: «All’improvviso mi hanno buttato a terra e si sono accaniti. Urlavo, ma penso che con la maschera non si sentisse. Ho dato per scontato che con la macchina fotografica capissero, avevo anche fatto una foto con il flash poco prima».
Guarino dice di essere stato trattato come un delinquente violento. Mentre lo portano via viene colpito con scappellotti sulla testa, manate sul volto e schernito, mentre ripete di essere un fotografo.
«L’atteggiamento era provocatorio», racconta, fino a quando non hanno capito che effettivamente fosse lì solo per lavoro: perquisizione, foto identificative e controlli. È rimasto in mano alla polizia per un’ora.
Il giorno dopo è andato in ospedale avendo ricevuto diversi colpi in testa: cinque giorni di prognosi, ghiaccio e antidolorifico a esigenza. «Zoppico e sono ammaccato ma sto bene, ho chiesto i nomi degli agenti, ma mi hanno detto che non ne danno».
In piazza è arrivata una pioggia di lacrimogeni sparati spesso ad altezza uomo. Francesco Anselmi fotografo dell’agenzia Contrasto racconta: «Ho ricevuto un lacrimogeno dritto all’inguine, per fortuna ho solo un livido sulla gamba perché avevo tre strati che mi coprivano. Tutti lanci ad altezza uomo, una pratica sdoganata con i No Tav».
Per questo ha deciso di rimanere dietro la linea delle cariche, spiega, nascondendosi dietro un’auto. Anche nelle vie limitrofe, dove le persone si raggruppavano per sfuggire ai fumi densi, schizzavano lacrimogeni. Uno, su largo Montebello, ha colpito un passeggino.
Sempre sulla piazza all’improvviso sono arrivate due camionette a tutta velocità: «Una con un agente con il portellone aperto che brandiva un manganello – racconta un testimone –. Poi si è bloccata e tornata indietro, credevo sarebbero scesi in venti a massacrarci».
A fine manifestazione molti lacrimogeni sono stati lanciati sui palazzi e sono finiti contro le finestre dei residenti e sui balconi. «La sensazione è che stessero cercando lo scontro, l’incidente. Ho assistito ad alcune manovre azzardate, non pareva che lo scopo delle forze di polizia fosse ridurre il danno», racconta un altro fotografo che vuole rimanere anonimo, che ha partecipato anche al G8 di Genova.
«Ad esempio sono avanzati in una carica con la camionetta e sono venuti in contatto con una barricata con le fiamme, hanno abbandonato la camionetta lì che poi ha preso fuoco. Sicuramente una di quelle foto che poi resta».
In molti rievocano quella che è stata Genova 2001 per il movimento e per la gestione dell’ordine pubblico. In tanti video e testimonianze si vedono manifestanti colpiti mentre scappano via, alcuni inciampano, cadono a terra e vengono trascinati dalle forze di polizia.
In sei sono finiti in questura fino alle due di notte, ne sono poi usciti con un’accusa di resistenza a pubblico ufficiale aggravata, raccontano di essere stati presi a caso tra la folla. Una turista francese con un braccio rotto è stata mandata via velocemente, forse così non sporgerà denuncia.
Un video in particolare, ripreso da un palazzo di corso Regina, dove c’è Askatasuna, vede protagonisti più di dieci agenti intorno a due persone disarmate che cercano una via di fuga dai lacrimogeni: vengono circondati e manganellati. In un altro filmato un manifestante che scappa riceve diversi colpi alle spalle mentre è a terra.
Una quarantina di persone sono ricorse alle cure mediche. Ma molti evitano i pronto soccorso per il rischio di essere denunciati. Arianna, studentessa di 19 anni, è finita in ospedale perché svenuta per i troppi lacrimogeni: «Una mia amica ha notato che non respiravo più, per fortuna c’erano le squadre mediche volontarie che mi hanno soccorsa, non riuscivo a muovere la gamba sinistra e la mano destra. Sono svenuta, poi ho avuto le convulsioni, hanno dovuto chiamare l’ambulanza».
Al Giovanni Bosco, con la flebo al braccio, si ritrova due poliziotti in divisa che le chiedono i documenti. È lenta, i poliziotti le dicono di muoversi: foto ai documenti a lei e all’amico, minorenne, che viene cacciato fuori. Di fianco a lei un ragazzo insanguinato con la testa aperta: «Sono andati anche da lui per i documenti, nonostante le condizioni».
Anche all’ospedale Gradenigo gli agenti sono entrati, questa volta in borghese: «I pazienti avevano fatto il triage e si trovavano in un’area sanitaria, non andrebbe fatto. I medici purtroppo non hanno detto nulla», racconta l’avvocato Gianluca Vitale.
«Hanno preso il cellulare di un ferito su una barella e l’hanno messo in una busta intimandogli che non avrebbe potuto più usarlo. Ma non glielo hanno sequestrato». Poi hanno detto al personale medico: «Aspettate a dimetterlo che dobbiamo tornare. Una pratica largamente usata a Genova durante il G8», conclude Vitale.
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24/12/2025
Torino, la violenza che non fa notizia
Un corteo che era stato aperto da famiglie e bambini, trasformato in pochi minuti in una nube tossica di gas CS. Un corteo “affumicato” deliberatamente, a pochi metri da un ospedale, con i gas che sono entrati negli androni dei palazzi, raggiungendo pazienti, anziani, persone che nulla avevano a che fare con la manifestazione. Via Napione, via Vanchiglia, corso Farini: un intero isolato trattato come zona di guerra.
E poi c’è la narrazione tossica, puntuale come sempre. Il corteo che si autodifende per poter continuare a manifestare la propria rabbia e il proprio dissenso contro lo sgombero di un pezzo di quartiere con quasi trent’anni di storia viene raccontato come una minaccia all’ordine pubblico.
La sinistra istituzionale, in particolare, sembra impegnata in una gara grottesca: chi prende per primo le distanze dalla “violenza”, chi condanna più in fretta, chi strizza l’occhio ai titoli dei giornali. Una sinistra che contribuisce, insieme ai soliti media, a distorcere i fatti e a rovesciare la realtà.
La realtà è semplice e viene sistematicamente rimossa: un pezzo consistente di città è contro gli sgomberi dei centri sociali e le militarizzazioni dei quartiere. E l’unica violenza tangibile, quotidiana, strutturale, è quella dello Stato che sfratta, sgombera, arresta, manganella, affama, e approva manovre finanziarie di guerra contro ciò che resta dello stato sociale.
Sì, due cassonetti sono stati bruciati. Ma quei cassonetti hanno preso fuoco dopo l’ondata di lacrimogeni, come tentativo disperato di arginare le cariche contro persone inermi. E da lì, come sempre, si è levato rapido e compatto il coro “contro la violenza”. Un discorso solido, rassicurante, perfetto per i salotti televisivi.
Faceva un certo effetto leggerlo sui media nazionali mentre, in strada, ragazze e ragazzi correvano lungo il corteo distribuendo Malox, aiutando giovani e anziani con gli occhi bruciati, spaesati, terrorizzati. Faceva un certo effetto scoprirsi improvvisamente “delinquenti” o “anarchici” sulle pagine dei giornali, quando l’unica cosa che si stava facendo era prendersi cura gli uni degli altri.
Una parte del corteo è arrivata fino alla Gran Madre, occupandone le scalinate. Un gesto simbolico, potente, per ribadire l’esigenza di difendere spazi di cultura, di aggregazione sociale, di conflitto e di pensiero.
Intorno, una città militarizzata: ponti sul Po bloccati da camionette, blindati ovunque, agenti con gli scudi alti. Tutto questo per prevenire ciò che in una democrazia dovrebbe essere normale: una manifestazione di dissenso collettivo.
E allora la domanda è inevitabile: repressione di cosa? Di cosa si ha così tanta paura? Di una storia, di un’esperienza, di una realtà che ha sempre cercato il radicamento nel territorio, il confronto con i bisogni reali, la costruzione di visioni alternative di presente e di futuro. Visioni che non possono essere isolate, che si intrecciano con altre lotte – dalla Val di Susa alla Palestina – perché il futuro o è collettivo, o non è.
Chi usa idranti e manganelli, chi blocca le stazioni, chi perquisisce “a sensazione”, chi rende pericoloso persino criticare tutto questo, sa bene cosa sta facendo. E sa bene che di queste pratiche non si parla: non nei giornali di destra, ma neppure in quelli che si definiscono progressisti.
Nessuno spende una parola per la ragazza di Bologna che ha perso un occhio per un lacrimogeno sparato ad altezza persona. Nessuno per il giovane di Roma, anche lui ha perso un occhio perchè colpito dal violento getto d’acqua degli idranti. Vittime collaterali, cancellate.
Forse allora è il momento di rovesciare il tavolo e ragionare davvero su cosa sia la violenza. La società in cui ci costringete a vivere è violenza. Il riarmo, le guerre, i genocidi sono violenza. Le discriminazioni, le disuguaglianze sociali, il sistema economico che le produce sono violenza. Il lavoro precario e in nero è violenza. Il ricatto tra salute e lavoro è violenza. Costringere a migrare e lasciare morire è violenza.
Il controllo tecnologico, la devastazione ambientale, lo sgombero degli spazi, buttare persone per strada: tutto questo è violenza. La repressione che si abbatte su di noi è violenza. E anche la paura, la paura con cui ci tenete sottomessi, è violenza.
Per questo non venite a parlarci di violenza. Non quando resistiamo, in modo imperfetto e umano, a una minima parte della violenza su cui avete costruito queste società misere. Non quando difendiamo spazi, relazioni, possibilità di vita. Quella non è violenza: è sopravvivenza, è dignità, è lotta.
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29/06/2025
Abusi, manganelli e provocazioni
La recente vicenda di Genova, che vede indagati 15 esponenti della polizia urbana del capoluogo ligure per lesioni, peculato, falso ideologico, ci induce a riflettere sui pericoli che conseguono dall’allentare le briglie del controllo sugli apparati deputati all’uso della forza. L’inchiesta è partita dalla denuncia di due loro colleghe, insoddisfatte dell’esito dell’inchiesta interna, dalla quale uscivano come scarsamente credibili.
Se da un lato, in quanto garantisti, preferiamo sospendere il giudizio in attesa dell’esito giudiziario della vicenda, dall’altro lato, gli elementi che sono emersi fino ad ora, non possono non destare preoccupazioni. Si tratta di un copione che ricalca altre vicende che hanno coinvolto le forze dell’ordine.
Pensiamo a quanto avvenuto a Piacenza nel 2020, o a Verona un paio di anni fa, e che si ripete a Genova, per non parlare di quanto accertato ad Asti. La retorica delle “poche mele marce” sembra dissolversi di fronte al rosario di una triste routine di vessazioni, violenze, appropriazioni indebite, trasversali a tutti i corpi di polizia. Come affermava lo studioso inglese Maurice Punch, più che alla mela marcia, bisogna guardare al frutteto.
Che non si tratti di un’eccezione, lo evidenzia anche la sistematicità del contesto, con veri e propri codici e rituali che appaiono cementare il gioco di squadra messo in atto dagli agenti implicati. Le percosse definite “cioccolatini” o chiamate “sberlari” in assonanza con la nota marca di caramelle, la chat di gruppo, dove si commentavano i fatti in oggetto, appellata come un noto film di Scorsese, inquietano: gli agenti coinvolti sembrano confondere la distinzione tra realtà e fiction, sentendosi protagonisti di un film in cui il male sta necessariamente dall’altra parte. Così facendo, giustificano i loro comportamenti abusivi, rimuovendo totalmente il fatto che il loro mandato si svolge all’interno della cornice dello Stato di diritto.
A preoccupare è anche il loro modus operandi. Oltre a possedere un tonfa, manganello non in dotazione alla polizia urbana, i soldi e gli stupefacenti sequestrati dagli indagati verrebbero tenuti in un ripostiglio apposito, per essere poi opportunamente utilizzati o per scopi personali. Ma, soprattutto, per costruire delle prove a carico dei fermati.
Il più delle volte si tratta di minori o migranti, ovvero le classi “pericolose” dell’Italia contemporanea. Anche su questo c’è da riflettere, in quanto emerge ancora una volta come, lungi dall’ottemperare alle leggi, le forze di polizia producano la devianza in modo selettivo, facendo leva sui pregiudizi e le rappresentazioni dominanti.
Last but not least, si rende necessaria una riflessione sulla degenerazione delle pratiche messe in atto dalla polizia urbana in questo paese. Almeno dal settembre 2008, quando il ghanese Emmanuel Bunsu venne pestato a Parma nel corso di un’operazione antidroga, è balzato all’evidenza come la polizia locale, a volte, interpreta il suo ruolo non tanto come primo livello di interfaccia tra i cittadini e lo Stato, quanto come primo recettore e interprete del securitarismo. Con le conseguenze negative che conosciamo.
No, signora premier. Non è pericoloso criticare i poliziotti. Anzi, alla luce di quello che emerge continuamente, e dei margini ulteriori di autonomia che, insensatamente, il suo decreto, concede loro, costituisce una pratica sacrosanta.
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14/10/2024
Gaza - Israele ha perso la sua umanità mentre celebra il suo potere di uccidere
Non discutiamo qui sul valore o sul costo di queste azioni violente, molte delle quali erano immorali e illegali. Ciò che colpisce molto più profondamente è il cambiamento nella moralità e nei valori che Israele ha subito dal 7 ottobre 2023.
La capacità del paese di riprendersi da questa trasformazione è altamente dubbia. Nessuna vittoria militare può riportare Israele a quello che era prima del 7 ottobre.
Nel corso dell’ultimo anno, Israele si è unito attorno a diversi presupposti: in primo luogo, che il massacro del 7 ottobre non aveva alcun contesto, essendo avvenuto solo a causa di ciò che percepiva essere l’innata sete di sangue e crudeltà dei palestinesi di Gaza.
In secondo luogo, tutti i palestinesi hanno il peso della colpa per il massacro di civili israeliani da parte di Hamas. E una terza ipotesi si basa sulle prime due: dopo questo terribile massacro, a Israele è permesso di fare qualsiasi cosa. Nessuno, da nessuna parte, ha il diritto di cercare di fermarlo.
In nome del diritto all’autodifesa, che dal punto di vista dei valori israeliani è un diritto riservato esclusivamente agli israeliani e mai ai palestinesi, Israele può imbarcarsi in sfrenate campagne di vendetta e punizione per ciò che Hamas gli ha fatto.
In nome del suo diritto all’autodifesa, a Israele è permesso di espellere centinaia di migliaia di persone dalle loro case a Gaza, forse per non farvi mai più ritorno; devastare indiscriminatamente il territorio; e uccidere più di 40.000 persone, tra cui molte donne e bambini.
In nome del suo diritto all’autodifesa, a Israele è anche permesso di eliminare i leader di Hamas senza alcun riguardo per i “danni collaterali” – che non sono stati “collaterali” per molto tempo – e di uccidere centinaia di persone durante missioni di assassinio che Israele considera operazioni legittime.
Un discorso barbaro
Dato il bilancio senza precedenti delle vittime del 7 ottobre 2023, Israele ha ritenuto di potersi liberare dalle catene del politicamente corretto, legittimando al contempo la barbarie sia nel discorso israeliano che nel comportamento dell’esercito.
Quando la barbarie divenne così giustificata, l’umanità fu rimossa dal dibattito pubblico, e a volte fu persino dichiarata illegale. Non è che il discorso all’interno di Israele fosse precedentemente umano e attento alla difficile situazione del popolo palestinese; ma dopo il 7 ottobre, tutte le restrizioni rimanenti furono rimosse.
Israele ha iniziato criminalizzando qualsiasi dimostrazione di compassione, solidarietà, simpatia o persino dolore in risposta alla terribile punizione inferta a Gaza. Tali opinioni sono considerate tradimento. Gli israeliani che esprimono compassione o umanità sui social media sono stati monitorati e convocati per le indagini della polizia. Alcuni sono stati licenziati dal lavoro.
Questa forma di maccartismo ha danneggiato principalmente i cittadini palestinesi di Israele, ma anche gli ebrei solidali hanno suscitato una dura risposta da parte delle autorità. In sostanza, la compassione è stata messa fuori legge. Non può essere espressa nei confronti dei palestinesi, nemmeno dei bambini morti, feriti, affamati, disabili o orfani. Tutti sono giustamente sottoposti alle punizioni inflitte da Israele.
Perdere la sua umanità collettiva nei confronti del popolo palestinese potrebbe rivelarsi irrimediabile per Israele. Che il paese la reclamerà dopo questa guerra è estremamente dubbio.
La perdita di umanità nel discorso pubblico è una malattia contagiosa e talvolta fatale. Il recupero è molto difficile. Israele ha perso ogni interesse per ciò che sta facendo al popolo palestinese, sostenendo che “se lo merita” – tutti, comprese le donne, i bambini, gli anziani, i malati, gli affamati e i morti.
I media israeliani, che nell’ultimo anno sono stati più vergognosi che mai, portano volontariamente la bandiera dell’incitamento, dell’infiammazione delle passioni e della perdita di umanità, solo per gratificare i loro consumatori.
I media nazionali non hanno mostrato quasi nulla delle sofferenze dei palestinesi a Gaza, mentre nascondevano manifestazioni di odio, razzismo, ultranazionalismo e talvolta barbarie, dirette contro l’enclave e la sua popolazione.
Celebrando l’uccisione di Nasrallah
Quando Israele ha ucciso 100 persone bombardando una scuola che ospitava migliaia di sfollati a Gaza City, sostenendo che si trattava di una struttura di Hamas, la maggior parte dei media israeliani non si è nemmeno preoccupata di parlarne.
L’uccisione di 100 sfollati, tra cui donne e bambini, da parte dell’esercito israeliano non è né importante né interessante come opzione editoriale in Israele. Nessuno ha pensato di protestare, o di criticare, o anche solo di chiedere se si trattasse di un’azione legittima – dal momento che, dopo tutto, l’esercito israeliano l’ha descritta come un sito di Hamas, e quindi tutto è lecito.
Il punto più basso nel discorso pubblico israeliano, tuttavia, è seguito all’assassinio del leader di Hezbollah Hassan Nasrallah a Beirut. I media israeliani hanno celebrato – non c’è altra parola – il suo assassinio, ignorando il prezzo che molti libanesi hanno pagato con la vita. Da quando la morte di qualsiasi persona, anche di un nemico acerrimo e crudele, è un motivo per festeggiare?
La morte di Nasrallah ha suscitato un’effusione di gioia. Quando tale gioia non è solo espressa, ma anche incoraggiata e guidata dai media nel loro complesso, il risultato è un discorso barbaro.
La mattina dopo l’assassinio di Nasrallah, un giornalista di Channel 13, uno dei principali canali televisivi del paese, ha camminato per le strade di una città nel nord di Israele e ha distribuito cioccolatini ai passanti in una trasmissione in diretta. Mai prima d’ora c’era stata una trasmissione in diretta della distribuzione di caramelle per celebrare un omicidio mirato.
Questo è stato un nuovo minimo. Un altro giornalista, molto più importante che rappresenta il sedicente “centro moderato”, ha scritto su X (ex Twitter): “Nasrallah è stato schiacciato nella sua tana ed è morto come una lucertola... una fine appropriata” – come se il giornalista stesso avesse distrutto il bunker sotterraneo con le sue stesse mani. Altri giornalisti hanno brindato all’assassinio con arak in diretta.
Questo barbaro patriottismo è stato fatto salire con entusiasmo sull’asta della bandiera, e Israele si è rallegrato.
I nazisti chiamavano gli ebrei ratti, e Nasrallah è “una lucertola” agli occhi di Israele.
Anche le dimensioni della morte seminata da 80 bombe a Beirut non cambiano questo calcolo. Un centinaio di innocenti, un migliaio, persino 16.000 bambini morti: niente di tutto ciò influisce sulla nuova mentalità israeliana.
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