C’è un metodo nella pervicace avversione delle destre per le leggi che puniscono la tortura. E ci sono almeno due chiari obiettivi politici: il primo, accattivarsi una volta per tutte le simpatie (e i voti) degli appartenenti alle forze dell’ordine; il secondo, la progressiva demolizione della dottrina dei diritti umani.
Il ministro dei Trasporti Matteo Salvini, da leader della Lega, ha promesso (cioè minacciato) un intervento normativo che “circoscriva” il reato di tortura, introdotto faticosamente nel nostro ordinamento solo nel 2017, con circa trent’anni di ritardo rispetto agli impegni presi dall’Italia in sede internazionale.
«Bisogna permettere alla polizia penitenziaria di fare il suo lavoro», ha detto il ministro, ripescando il capzioso argomento sempre opposto contro i progetti di legge sulla tortura: l’idea che gli agenti, per paura di incorrere nel reato, finirebbero per autolimitarsi, al punto di non poter svolgere i loro compiti ordinari.
Argomento capzioso, perché il crimine di tortura è tale in caso di violenze fisiche e psicologiche di grande intensità, che non si compiono certo per caso o per sbaglio o in un semplice e involontario eccesso nell’uso della forza.
E tuttavia le forze dell’ordine italiane hanno una tradizione professionale così radicata nella cultura predemocratica, che tale argomento, pur così ambiguo, è stato ripetuto fino all’ultimo, nel 2017, da tutti i maggiori rappresentanti sindacali e istituzionali, sia nel dibattito pubblico sia nelle audizioni parlamentari.
Ora Matteo Salvini annuncia il ritorno all’ancien régime, sia pure senza specificare in che modo il reato di tortura sarà circoscritto, e lo fa durante una conferenza stampa convocata per lodare il recente decreto sicurezza, un provvedimento chiave del Governo Meloni, perché vi è condensata l’ideologia autoritaria e post costituzionale che sta guidando la sua azione.
Il decreto sicurezza, ormai legge, ha già introdotto nell’ordinamento alcune norme “in favore” delle forze dell’ordine, come il sostegno alle spese legali per eventuali cause giudiziarie o l’inasprimento delle pene per il reato di resistenza a pubblico ufficiale, un “crimine” dai confini incerti spesso contestato durante le manifestazioni pubbliche.
Altre misure sono state annunciate da ministri e sottosegretari, tanto che si è parlato, nell’insieme, di uno “scudo penale” per le forze dell’ordine, che verrebbero quindi sottratte – in determinate circostanze – alle leggi ordinarie. I sindacati di polizia sembrano gradire e lo stesso si può dire di quei commentatori e opinion leader che normalmente formano e indirizzano la percezione pubblica dei fatti politici.
Nessuno che sollevi dubbi sulla deriva in corso, nonostante siamo il paese del G8 di Genova, più volte condannato alla Corte europea per i diritti umani per la diffusa pratica della tortura durante le giornate del luglio 2001 e per l’inadeguata punizione dei responsabili; il paese con le carceri che scoppiano per il sovraffollamento, con i detenuti e gli stessi agenti sottoposti a condizioni di vita insopportabili (con altissimi e trascurati indici di suicidio); il paese nei cui tribunali si stanno celebrando numerosi processi per tortura, in testa il clamoroso caso delle violenze compiute nel 2020 nel carcere di Santa Maria Capua a Vetere e riprese dalle telecamere interne.
L’Italia, in verità, è il paese della tortura, nel senso che l’abuso di potere e la violenza su manifestanti e oppositori, su arrestati e detenuti accompagnano la storia delle nostre forze dell’ordine da tempo immemorabile, senza che l’avvento della Repubblica abbia prodotto un’autentica discontinuità.
La tortura – il più ignobile dei crimini compiuti da persone al servizio dello Stato – fa parte della nostra storia ed è ancora fra noi: i libri di Mimmo Franzinelli, Donatella Di Cesare, Marina Lalatta Costerbosa, Patrizio Gonnella sono lì a dimostrarlo.
In un paese così, una legge sulla tortura (oltretutto imperfetta) non poteva, da sola, imprimere una vera svolta, che infatti non c’è stata. Per avviare un cambio di passo radicale e concreto, servirebbe una vasta operazione di verità sulle culture professionali delle nostre forze dell’ordine e una conseguente azione formatrice e riformatrice.
È quanto, peraltro, chiedeva all’Italia la Corte europea per i diritti umani nella nota sentenza Cestaro sul caso Diaz. Ma niente del genere è mai stato messo all’ordine del giorno.
All’opposto, la destra oggi sente di avere campo libero e punta a serrare i ranghi, a blandire le pulsioni più oscure e violente, a circoscrivere, con il campo d’applicazione del reato di tortura, anche il raggio d’azione dei diritti umani fondamentali.
È questo il progetto politico, non più nascosto, dell’estrema destra di governo, in Italia come nel resto d’Europa. Il decreto sicurezza, nel suo piccolo, ma non troppo piccolo, è il codice Rocco del governo Meloni, con la sua forte impronta repressiva e incostituzionale. E l’attivismo della presidente del consiglio sulla questione dei migranti non può ingannare: il progetto generale è una rivisitazione della dottrina dei diritti umani, superando la sua pretesa universalistica.
Nel maggio scorso Meloni e la premier danese Mette Frederiksen (socialdemocratica, ahinoi), sostenute da altri sette premier europei, hanno chiesto al Consiglio d’Europa di aprire una discussione su come la Corte di Strasburgo interpreta la Convenzione europea sui diritti umani, lasciando intendere che occorre una radicale revisione dei criteri di valutazione dei diritti umani alla luce del fenomeno migratorio.
Il disegno, nell’insieme, è molto chiaro: meno diritti per immigrati e disturbatori vari, differenziando i livelli di cittadinanza e limitando gli spazi della protesta e dell’esercizio dei diritti civili, con le forze dell’ordine che tornano a essere – rigidamente – il braccio armato del potere.
Questo è il “nuovo” corso immaginato dalle destre – ma non solo dalle destre – per un’Europa che si prepara a definire un assetto istituzionale postdemocratico, com’è inevitabile che sia quando si decide di investire il proprio futuro nella costruzione di un’economia di guerra.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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30/06/2025
La “sicurezza” di chi comanda
Prepariamoci a vivere in uno stato de/costituzionalizzato. Le argomentate critiche della Corte di Cassazione e l’operazione di infiltrazione e spionaggio a danno di una forza politica e dei giornalisti da parte degli apparati di stato, hanno svelato in poche settimane quello che era diventato leggibile negli ultimi anni.
Siamo cresciuti in un contesto politico “costituzionale” in cui ogni governo, anche i peggiori, procedevano con cautela nella promulgazione di leggi e provvedimenti che minassero oltre un certo limite l’agibilità politica e democratica nel paese.
Non sempre però. Ci sono state anche “eccezioni”– per questo definite “d’emergenza” – accettate in modo totalmente bipartisan da destra e sinistra, a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta, con le leggi speciali in nome dell’antiterrorismo in cui fu consentito di tutto e di più, tortura inclusa.
Va anche detto che la logica dell’emergenza, ed anche alcuni suoi meccanismi, non sono affatto finiti con la “fine della fase acuta” ma sono rimasti come norma, mentalità, postura vendicativa sulla storia recente del Paese.
Ma questo assetto, formalmente costituzionale spesso oltre il limite dell’ipocrisia, ha retto fino a qualche anno fa, quando la crisi economica di sistema e il crollo di credibilità delle classi dirigenti hanno via via reso questo incerto equilibrio non più compatibile con le esigenze di dominio, a fronte dell’incapacità di assicurarsi il consenso.
“Se non ci obbedite per convinzione, ci obbedirete per forza”, sembrano essersi detti ai piani alti della classe dirigente...
La natura del Decreto sicurezza voluto e approvato dall’attuale governo ha incattivito le linee di regolazione già manifestate nei governi precedenti.
La Corte di Cassazione, in 130 pagine di controdeduzioni, ha demolito ogni compatibilità del decreto con gli assetti costituzionali formali (a partire dalla sproporzione abnorme delle pene rispetto alle infrazioni).
Il fatto che il Presidente Mattarella abbia avallato quel decreto, invece di rimandarlo indietro, non giova alla sua credibilità, ma neanche al governo. Diventa evidente che ogni processo che si svolgerà in base alla nuova legge vedrà sollevarsi eccezioni di incostituzionalità.
Ma parallelamente al Decreto sicurezza è venuto fuori anche un consolidato sistema di spionaggio da parte degli apparati di sicurezza contro attivisti politici e giornalisti che non è addebitabile solo al governo Meloni. In alcuni casi ci si è affidati ai sistemi tecnologici messi a disposizioni dai maestri del settore – gli israeliani – in altri casi si è ricorsi al vecchio sistema dell’infiltrazione di agenti di polizia dentro le organizzazioni politiche.
In questo secondo caso potremmo però essere in presenza di una missione operativa diversa da quella dello spionaggio – ormai facilmente gestibile con i sistemi tecnologici – e più simile a quella della infiltrazione di “agenti di influenza”.
I giovani agenti di polizia infiltrati – quelli per ora individuati – probabilmente non dovevano solo raccogliere informazioni ma, quando possibile, cercare di condizionare le scelte di piazza, seminare zizzania dove possibile, introdurre elementi di difficoltà e disorientamento nei passaggi difficili, “facilitare” l’intervento repressivo.
Per fare questo non potevano utilizzare un personale troppo estraneo al mondo che dovevano monitorare e influenzare. Hanno scelto quindi agenti molto giovani, alle prese con studi universitari e voglia di fare carriera (è noto che il “servizio attivo” garantisce un numero di esami minore e spesso “col 6 politico”).
La “bomba politica” adesso è esplosa in tre tempi: lo spionaggio per via informatica, l’approvazione del decreto sicurezza, la scoperta degli agenti infiltrati.
Il governo fino ad ora è stato reticente sugli aspetti più imbarazzanti, reso forte in questo dal fatto che alcuni attivisti e giornalisti sono stati spiati con il via libera del governo Conte, poi confermato da quello Meloni.
Nel secondo caso – il decreto sicurezza – il governo fa quadrato puntando sul fatto che la “sicurezza” è sempre un bene spendibile e vendibile a fini elettorali quando non hai nient’altro da distribuire per il consenso ed anzi devi far ingoiare alla gente decine di miliardi di spese militari e scenari di guerra.
Certo appare in qualche modo ridicolo mettere al centro “la sicurezza delle forze di polizia” – in realtà la loro non punibilità penale, una sorta di “immunità di gregge” – come se questa dovesse diventare più importante di quella dei cittadini che sono chiamati a “proteggere”.
Nel terzo caso – i poliziotti infiltrati – l’operazione porta invece il marchio ben visibile del governo in carica. Ma anche su questo il ministro degli Interni sembra avere un diavolo per capello per la scarsa destrezza dei suoi collaboratori, sia nella fase operativa che nella gestione politica.
La vicenda appare tutt’altro che conclusa e definita. Le infiltrazioni in sé ci dicono poco di nuovo, ma molto sul contesto in cui ci troveremo ad agire politicamente nei prossimi mesi ed anni.
Lo scudo costituzionale, fin qui, era stato spesso aggirato o “ammorbidito” ad hoc. Oggi è aperta la strada alla sua completa eliminazione, sotto lo sguardo comprensivo e silente di quello che dovrebbe esserne “il custode”.
Sono tempi in cui la barbarie non si vergogna più di manifestarsi senza alcuna maschera, in cui si può attuare un genocidio e vietare l’uso della parola. Che volete che sia, ignorare una Costituzione...
La “sicurezza” che viene imposta non è un bene comune, ma solo quella di chi comanda. In azienda e/o nello Stato.
Fonte
Siamo cresciuti in un contesto politico “costituzionale” in cui ogni governo, anche i peggiori, procedevano con cautela nella promulgazione di leggi e provvedimenti che minassero oltre un certo limite l’agibilità politica e democratica nel paese.
Non sempre però. Ci sono state anche “eccezioni”– per questo definite “d’emergenza” – accettate in modo totalmente bipartisan da destra e sinistra, a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta, con le leggi speciali in nome dell’antiterrorismo in cui fu consentito di tutto e di più, tortura inclusa.
Va anche detto che la logica dell’emergenza, ed anche alcuni suoi meccanismi, non sono affatto finiti con la “fine della fase acuta” ma sono rimasti come norma, mentalità, postura vendicativa sulla storia recente del Paese.
Ma questo assetto, formalmente costituzionale spesso oltre il limite dell’ipocrisia, ha retto fino a qualche anno fa, quando la crisi economica di sistema e il crollo di credibilità delle classi dirigenti hanno via via reso questo incerto equilibrio non più compatibile con le esigenze di dominio, a fronte dell’incapacità di assicurarsi il consenso.
“Se non ci obbedite per convinzione, ci obbedirete per forza”, sembrano essersi detti ai piani alti della classe dirigente...
La natura del Decreto sicurezza voluto e approvato dall’attuale governo ha incattivito le linee di regolazione già manifestate nei governi precedenti.
La Corte di Cassazione, in 130 pagine di controdeduzioni, ha demolito ogni compatibilità del decreto con gli assetti costituzionali formali (a partire dalla sproporzione abnorme delle pene rispetto alle infrazioni).
Il fatto che il Presidente Mattarella abbia avallato quel decreto, invece di rimandarlo indietro, non giova alla sua credibilità, ma neanche al governo. Diventa evidente che ogni processo che si svolgerà in base alla nuova legge vedrà sollevarsi eccezioni di incostituzionalità.
Ma parallelamente al Decreto sicurezza è venuto fuori anche un consolidato sistema di spionaggio da parte degli apparati di sicurezza contro attivisti politici e giornalisti che non è addebitabile solo al governo Meloni. In alcuni casi ci si è affidati ai sistemi tecnologici messi a disposizioni dai maestri del settore – gli israeliani – in altri casi si è ricorsi al vecchio sistema dell’infiltrazione di agenti di polizia dentro le organizzazioni politiche.
In questo secondo caso potremmo però essere in presenza di una missione operativa diversa da quella dello spionaggio – ormai facilmente gestibile con i sistemi tecnologici – e più simile a quella della infiltrazione di “agenti di influenza”.
I giovani agenti di polizia infiltrati – quelli per ora individuati – probabilmente non dovevano solo raccogliere informazioni ma, quando possibile, cercare di condizionare le scelte di piazza, seminare zizzania dove possibile, introdurre elementi di difficoltà e disorientamento nei passaggi difficili, “facilitare” l’intervento repressivo.
Per fare questo non potevano utilizzare un personale troppo estraneo al mondo che dovevano monitorare e influenzare. Hanno scelto quindi agenti molto giovani, alle prese con studi universitari e voglia di fare carriera (è noto che il “servizio attivo” garantisce un numero di esami minore e spesso “col 6 politico”).
La “bomba politica” adesso è esplosa in tre tempi: lo spionaggio per via informatica, l’approvazione del decreto sicurezza, la scoperta degli agenti infiltrati.
Il governo fino ad ora è stato reticente sugli aspetti più imbarazzanti, reso forte in questo dal fatto che alcuni attivisti e giornalisti sono stati spiati con il via libera del governo Conte, poi confermato da quello Meloni.
Nel secondo caso – il decreto sicurezza – il governo fa quadrato puntando sul fatto che la “sicurezza” è sempre un bene spendibile e vendibile a fini elettorali quando non hai nient’altro da distribuire per il consenso ed anzi devi far ingoiare alla gente decine di miliardi di spese militari e scenari di guerra.
Certo appare in qualche modo ridicolo mettere al centro “la sicurezza delle forze di polizia” – in realtà la loro non punibilità penale, una sorta di “immunità di gregge” – come se questa dovesse diventare più importante di quella dei cittadini che sono chiamati a “proteggere”.
Nel terzo caso – i poliziotti infiltrati – l’operazione porta invece il marchio ben visibile del governo in carica. Ma anche su questo il ministro degli Interni sembra avere un diavolo per capello per la scarsa destrezza dei suoi collaboratori, sia nella fase operativa che nella gestione politica.
La vicenda appare tutt’altro che conclusa e definita. Le infiltrazioni in sé ci dicono poco di nuovo, ma molto sul contesto in cui ci troveremo ad agire politicamente nei prossimi mesi ed anni.
Lo scudo costituzionale, fin qui, era stato spesso aggirato o “ammorbidito” ad hoc. Oggi è aperta la strada alla sua completa eliminazione, sotto lo sguardo comprensivo e silente di quello che dovrebbe esserne “il custode”.
Sono tempi in cui la barbarie non si vergogna più di manifestarsi senza alcuna maschera, in cui si può attuare un genocidio e vietare l’uso della parola. Che volete che sia, ignorare una Costituzione...
La “sicurezza” che viene imposta non è un bene comune, ma solo quella di chi comanda. In azienda e/o nello Stato.
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29/06/2025
Abusi, manganelli e provocazioni
Un anno addietro, la nostra premier, commentando i pestaggi subiti da alcuni studenti medi a Pisa e Firenze, affermò che criticare le forze dell’ordine è pericoloso. È seguito il decreto sicurezza, che fornisce assistenza statale agli esponenti delle forze dell’ordine sotto processo per abusi di potere, e consente loro di usare le armi private che possiedono quando non sono in servizio.
La recente vicenda di Genova, che vede indagati 15 esponenti della polizia urbana del capoluogo ligure per lesioni, peculato, falso ideologico, ci induce a riflettere sui pericoli che conseguono dall’allentare le briglie del controllo sugli apparati deputati all’uso della forza. L’inchiesta è partita dalla denuncia di due loro colleghe, insoddisfatte dell’esito dell’inchiesta interna, dalla quale uscivano come scarsamente credibili.
Se da un lato, in quanto garantisti, preferiamo sospendere il giudizio in attesa dell’esito giudiziario della vicenda, dall’altro lato, gli elementi che sono emersi fino ad ora, non possono non destare preoccupazioni. Si tratta di un copione che ricalca altre vicende che hanno coinvolto le forze dell’ordine.
Pensiamo a quanto avvenuto a Piacenza nel 2020, o a Verona un paio di anni fa, e che si ripete a Genova, per non parlare di quanto accertato ad Asti. La retorica delle “poche mele marce” sembra dissolversi di fronte al rosario di una triste routine di vessazioni, violenze, appropriazioni indebite, trasversali a tutti i corpi di polizia. Come affermava lo studioso inglese Maurice Punch, più che alla mela marcia, bisogna guardare al frutteto.
Che non si tratti di un’eccezione, lo evidenzia anche la sistematicità del contesto, con veri e propri codici e rituali che appaiono cementare il gioco di squadra messo in atto dagli agenti implicati. Le percosse definite “cioccolatini” o chiamate “sberlari” in assonanza con la nota marca di caramelle, la chat di gruppo, dove si commentavano i fatti in oggetto, appellata come un noto film di Scorsese, inquietano: gli agenti coinvolti sembrano confondere la distinzione tra realtà e fiction, sentendosi protagonisti di un film in cui il male sta necessariamente dall’altra parte. Così facendo, giustificano i loro comportamenti abusivi, rimuovendo totalmente il fatto che il loro mandato si svolge all’interno della cornice dello Stato di diritto.
A preoccupare è anche il loro modus operandi. Oltre a possedere un tonfa, manganello non in dotazione alla polizia urbana, i soldi e gli stupefacenti sequestrati dagli indagati verrebbero tenuti in un ripostiglio apposito, per essere poi opportunamente utilizzati o per scopi personali. Ma, soprattutto, per costruire delle prove a carico dei fermati.
Il più delle volte si tratta di minori o migranti, ovvero le classi “pericolose” dell’Italia contemporanea. Anche su questo c’è da riflettere, in quanto emerge ancora una volta come, lungi dall’ottemperare alle leggi, le forze di polizia producano la devianza in modo selettivo, facendo leva sui pregiudizi e le rappresentazioni dominanti.
Last but not least, si rende necessaria una riflessione sulla degenerazione delle pratiche messe in atto dalla polizia urbana in questo paese. Almeno dal settembre 2008, quando il ghanese Emmanuel Bunsu venne pestato a Parma nel corso di un’operazione antidroga, è balzato all’evidenza come la polizia locale, a volte, interpreta il suo ruolo non tanto come primo livello di interfaccia tra i cittadini e lo Stato, quanto come primo recettore e interprete del securitarismo. Con le conseguenze negative che conosciamo.
No, signora premier. Non è pericoloso criticare i poliziotti. Anzi, alla luce di quello che emerge continuamente, e dei margini ulteriori di autonomia che, insensatamente, il suo decreto, concede loro, costituisce una pratica sacrosanta.
Fonte
La recente vicenda di Genova, che vede indagati 15 esponenti della polizia urbana del capoluogo ligure per lesioni, peculato, falso ideologico, ci induce a riflettere sui pericoli che conseguono dall’allentare le briglie del controllo sugli apparati deputati all’uso della forza. L’inchiesta è partita dalla denuncia di due loro colleghe, insoddisfatte dell’esito dell’inchiesta interna, dalla quale uscivano come scarsamente credibili.
Se da un lato, in quanto garantisti, preferiamo sospendere il giudizio in attesa dell’esito giudiziario della vicenda, dall’altro lato, gli elementi che sono emersi fino ad ora, non possono non destare preoccupazioni. Si tratta di un copione che ricalca altre vicende che hanno coinvolto le forze dell’ordine.
Pensiamo a quanto avvenuto a Piacenza nel 2020, o a Verona un paio di anni fa, e che si ripete a Genova, per non parlare di quanto accertato ad Asti. La retorica delle “poche mele marce” sembra dissolversi di fronte al rosario di una triste routine di vessazioni, violenze, appropriazioni indebite, trasversali a tutti i corpi di polizia. Come affermava lo studioso inglese Maurice Punch, più che alla mela marcia, bisogna guardare al frutteto.
Che non si tratti di un’eccezione, lo evidenzia anche la sistematicità del contesto, con veri e propri codici e rituali che appaiono cementare il gioco di squadra messo in atto dagli agenti implicati. Le percosse definite “cioccolatini” o chiamate “sberlari” in assonanza con la nota marca di caramelle, la chat di gruppo, dove si commentavano i fatti in oggetto, appellata come un noto film di Scorsese, inquietano: gli agenti coinvolti sembrano confondere la distinzione tra realtà e fiction, sentendosi protagonisti di un film in cui il male sta necessariamente dall’altra parte. Così facendo, giustificano i loro comportamenti abusivi, rimuovendo totalmente il fatto che il loro mandato si svolge all’interno della cornice dello Stato di diritto.
A preoccupare è anche il loro modus operandi. Oltre a possedere un tonfa, manganello non in dotazione alla polizia urbana, i soldi e gli stupefacenti sequestrati dagli indagati verrebbero tenuti in un ripostiglio apposito, per essere poi opportunamente utilizzati o per scopi personali. Ma, soprattutto, per costruire delle prove a carico dei fermati.
Il più delle volte si tratta di minori o migranti, ovvero le classi “pericolose” dell’Italia contemporanea. Anche su questo c’è da riflettere, in quanto emerge ancora una volta come, lungi dall’ottemperare alle leggi, le forze di polizia producano la devianza in modo selettivo, facendo leva sui pregiudizi e le rappresentazioni dominanti.
Last but not least, si rende necessaria una riflessione sulla degenerazione delle pratiche messe in atto dalla polizia urbana in questo paese. Almeno dal settembre 2008, quando il ghanese Emmanuel Bunsu venne pestato a Parma nel corso di un’operazione antidroga, è balzato all’evidenza come la polizia locale, a volte, interpreta il suo ruolo non tanto come primo livello di interfaccia tra i cittadini e lo Stato, quanto come primo recettore e interprete del securitarismo. Con le conseguenze negative che conosciamo.
No, signora premier. Non è pericoloso criticare i poliziotti. Anzi, alla luce di quello che emerge continuamente, e dei margini ulteriori di autonomia che, insensatamente, il suo decreto, concede loro, costituisce una pratica sacrosanta.
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28/06/2025
Decreto sicurezza a rischio incostituzionalità
di Angelo Greco
Un duro colpo per il Governo e la maggioranza: la Legge 9 giugno 2025, n. 80, che ha convertito il controverso Decreto Legge 11 aprile 2025, n. 48, il cosiddetto Decreto Sicurezza, è a rischio di incostituzionalità in più punti.
La Corte di Cassazione, nella sua relazione 33/2025 sulle novità normative (documento non vincolante ma di altissima autorevolezza giuridica), ha espresso una bocciatura senza appello, raccogliendo e facendo proprie le criticità evidenziate da tutta la comunità giuridica: dall’accademia alla magistratura, fino all’avvocatura. Il risultato, secondo la Suprema Corte, sarà un aumento dei processi e del numero di persone in carcere.
Un duro colpo per il Governo e la maggioranza: la Legge 9 giugno 2025, n. 80, che ha convertito il controverso Decreto Legge 11 aprile 2025, n. 48, il cosiddetto Decreto Sicurezza, è a rischio di incostituzionalità in più punti.
La Corte di Cassazione, nella sua relazione 33/2025 sulle novità normative (documento non vincolante ma di altissima autorevolezza giuridica), ha espresso una bocciatura senza appello, raccogliendo e facendo proprie le criticità evidenziate da tutta la comunità giuridica: dall’accademia alla magistratura, fino all’avvocatura. Il risultato, secondo la Suprema Corte, sarà un aumento dei processi e del numero di persone in carcere.
Metodo e sostanza: assenza di urgenza e eterogeneità delle norme
Le critiche della Cassazione si concentrano su due aspetti principali: il metodo di adozione del provvedimento e i suoi contenuti.
Vizio di forma: mancanza di necessità e urgenza
La relazione sottolinea la mancanza dei requisiti di necessità e urgenza che, per Costituzione, sono imprescindibili per l’adozione di un decreto legge. Il provvedimento ha infatti inglobato un disegno di legge che era già da mesi all’esame del Parlamento e aveva già ottenuto l’approvazione della Camera.
L’uso del decreto d’urgenza, motivato con l’esigenza di “evitare ulteriori dilazioni al Senato”, si scontra con la giurisprudenza consolidata della Corte Costituzionale, la quale ha più volte ribadito che il ricorso al decreto-legge non può fondarsi su una “apodittica enunciazione dell’esistenza delle ragioni di necessità e di urgenza” (come nella sentenza 171/07).
Eterogeneità delle materie
L’Ufficio del Massimario della Cassazione evidenzia come il decreto legge “nasca eterogeneo”. Si occupa, infatti, di una pluralità di materie vastissime e disparate che non sono tra loro connesse e omogenee: terrorismo, mafia, beni confiscati, sicurezza urbana, tutela delle forze dell’ordine, vittime dell’usura, ordinamento penitenziario, strutture per migranti e coltivazione della canapa. Questa eterogeneità è un ulteriore vizio di legittimità costituzionale per i decreti legge.
Mancanza di vacatio legis per le norme penali
Un altro punto cruciale riguarda l’immediata entrata in vigore dei nuovi reati e delle aggravanti introdotti dal decreto, avvenuta il 12 aprile 2025. Ciò significa che queste nuove disposizioni penali sono entrate in vigore senza i canonici quindici giorni di vacatio legis (il periodo tra la pubblicazione della legge e la sua entrata in vigore), che in materia penale è fondamentale per consentire ai cittadini di adeguarsi alle nuove norme. La Cassazione, a questo proposito, cita le critiche espresse anche da organismi internazionali come l’OSCE e l’ONU.
Norme vaghe e criminalizzazione del dissenso: i “profili problematici”
La relazione della Cassazione individua “profili problematici” anche nei contenuti di alcune norme:
- aggravanti “di luogo”: vengono citate le aggravanti introdotte per i reati compiuti “dentro e fuori le stazioni ferroviarie e della metro”. La Cassazione sottolinea come non sia chiaro per tutte le condotte punibili il nesso con il principio di offensività (secondo cui un reato deve ledere o mettere in pericolo un bene giuridico). Inoltre, il riferimento alle “immediate adiacenze” delle stazioni può generare incertezze interpretative e disparità di trattamento, come già evidenziato dal CSM (Consiglio Superiore della Magistratura);
- aggravanti “di luogo e di contesto” per il dissenso: dubbi vengono espressi anche sulle aggravanti che rischiano di colpire “l’area della manifestazione del dissenso”, come quelle applicabili nei cortei. Questo potrebbe portare a una criminalizzazione eccessiva di condotte legate alla protesta e alla libera espressione;
- carceri e Cpr: preoccupazioni analoghe riguardano le norme sui penitenziari e i Centri di Permanenza per il Rimpatrio (Cpr), dove si rischia di criminalizzare la disobbedienza e la resistenza passiva, aggravando ulteriormente situazioni già critiche;
- “diritto penale d’autore” e detenute madri: la relazione riporta le preoccupazioni della dottrina sul cosiddetto “diritto penale d’autore” applicato alle ipotesi di carcere per le detenute madri. Questo concetto, che “guarda non a ciò che l’uomo fa, bensì a quel che l’uomo è” (ad esempio, il riferimento alle borseggiatrici Rom), rischia di colpire le persone non per la condotta illecita specifica, ma per il loro status sociale o l’appartenenza a determinate categorie, violando i principi di uguaglianza e non discriminazione;
- materiale propedeutico al terrorismo: sulla detenzione di materiale propedeutico al terrorismo, la norma rischia di anticipare eccessivamente la soglia di punibilità, criminalizzando condotte preparatorie che potrebbero essere ancora troppo distanti dalla realizzazione di un effettivo reato;
- non punibilità degli agenti segreti: la Cassazione chiede un’“approfondita riflessione” sulla controversa norma che estende la non punibilità degli agenti segreti alla direzione di organizzazioni terroristiche. Questa disposizione, come già evidenziato dalla stampa, permette agli 007 di “creare gruppi eversivi da zero” a fini preventivi, sollevando forti preoccupazioni sulla mancanza di controllo democratico e sul rischio di devianze.
Conclusioni
La relazione della Cassazione al Decreto Sicurezza è un atto di accusa durissimo che solleva interrogativi fondamentali sulla compatibilità della legge con i principi costituzionali. La mancanza di necessità e urgenza, l’eterogeneità delle materie, la violazione dei principi di legalità, proporzionalità e determinatezza delle norme penali, e il rischio di criminalizzare aree del dissenso e categorie vulnerabili, dipingono un quadro allarmante.
L’avvertimento della Suprema Corte è chiaro: questa legge rischia di portare a più processi e più carcere, senza peraltro garantire una maggiore sicurezza effettiva e, potenzialmente, minando le fondamenta democratiche del Paese.
Fonte
27/06/2025
Scoperti almeno cinque poliziotti infiltrati in Potere al Popolo: i documenti che lo provano
L’infiltrazione di polizie e servizi nell’opposizione politica è la regola, non l’eccezione, nella pratica di “governo”. A maggior ragione in tempi di riarmo e di guerra, in cui le “regole della democrazia” e la “sfera delle libertà” debbono cedere anche formalmente il passo ad altre ragioni ed interessi, pur di difendere l’unica “libertà” fondamentale: quella delle imprese e dei regime che le rappresenta.
Non importa quanto rilevante sia la forza d’opposizione, infiltrarla con propri “agenti” è un lavoro preventivo che in qualche modo verrà utilizzato per finalità, all’inizio, ancora indefinite. Ricordiamo che oltre 10 anni fa venne addirittura dall’allora segretario di Rifondazione, Paolo Ferrero, una denuncia di infiltrati dei servizi dentro un partito che fino a poco tempo prima era stato addirittura nel governo Prodi.
Perché la questione non riguarda la “pericolosità politica” dell’organizzazione sottoposta ad infiltrazione, ma la progettazione autoritaria che spinge uno Stato a combattere, anche preventivamente, la propria popolazione e le sue forme organizzate non “omogeneizzate”. O non ancora piratate...
Potere al Popolo è un movimento politico più che “alla luce del sole”, costruito fin dal primo giorno in modo aperto e senza particolari sofisticazioni organizzative e programmatiche. Si presenta alle elezioni quando può e se lo ritiene utile, i suoi organismi dirigenti sono pubblici e per nulla “autoritari”. Infiltrarlo può sembrare uno spreco di tempo ed energie se si assume come scopo dei “servizi” quello di conoscere come è organizzato e chi compone le strutture di “direzione” (elette con voto online e procedura pubblica). Non c’è in effetti nulla che non si possa sapere su PaP anche solo guardando i suoi siti.
Ma se si prendono – almeno – cinque neo-poliziotti, giovani e appena “sfornati” dalle scuole di formazione – messe in piedi a suo tempo dall’ex ideatore e direttore dell’Ovra fascista, Guido Leto, “graziato” con l’amnistia e riciclato nella “Repubblica nata dalla Resistenza” – per piazzarli in PaP e Cambiare Rotta (una organizzazione giovanile che fa parte di quell’area), allora lo scopo non è “mantenere sotto controllo” o “raccogliere informazioni”.
Quale sia non possiamo ovviamente saperlo, perché sta solo nella testa di chi ha avviato “l’operazione”. Sappiamo però in che contesto viviamo e sappiamo che c’è un “decreto sicurezza” appena approvato che, tra le altre amenità anticostituzionali, prevede addirittura la possibilità per i servizi segreti di “creare e dirigere organizzazioni terroristiche” o comunque “violente”.
Non sono certo i ragazzi di PaP e CR il “personale” utilizzabile in questo senso, nessuno di loro in oltre otto anni di attività è mai stato accusato di aver tirato uno schiaffo... Ma siamo nel paese delle stragi di stato, dove si infiltravano con poliziotti e fascisti anche piccoli e innocui gruppi anarchici come quello di Pinelli e Valpreda.
Non perché fossero “pericolosi”, ma per condurre – su di loro e contro tutto il movimento operaio e studentesco – operazioni “falsa bandiera” a supporto di strette autoritarie feroci.
In effetti, il governo imperniato sugli eredi del Msi – l’incubatore politico da cui sono usciti molti “manovali” di quella stagione sanguinosa – deve ora spiegare il senso di questa “operazione” mirante ad avere “un piede dentro” un movimento politico indipendente e di sinistra. Non può essere per “assumere informazioni” e dunque perché?
Qui di seguito il dettagliato servizio di Fanpage, la testata online diventa nota – fra l’altro – perché il suo direttore è stato sottoposto ad intercettazioni illegali con lo spyware israeliano “Paragon”. Restiamo insomma in zona...
Non importa quanto rilevante sia la forza d’opposizione, infiltrarla con propri “agenti” è un lavoro preventivo che in qualche modo verrà utilizzato per finalità, all’inizio, ancora indefinite. Ricordiamo che oltre 10 anni fa venne addirittura dall’allora segretario di Rifondazione, Paolo Ferrero, una denuncia di infiltrati dei servizi dentro un partito che fino a poco tempo prima era stato addirittura nel governo Prodi.
Perché la questione non riguarda la “pericolosità politica” dell’organizzazione sottoposta ad infiltrazione, ma la progettazione autoritaria che spinge uno Stato a combattere, anche preventivamente, la propria popolazione e le sue forme organizzate non “omogeneizzate”. O non ancora piratate...
Potere al Popolo è un movimento politico più che “alla luce del sole”, costruito fin dal primo giorno in modo aperto e senza particolari sofisticazioni organizzative e programmatiche. Si presenta alle elezioni quando può e se lo ritiene utile, i suoi organismi dirigenti sono pubblici e per nulla “autoritari”. Infiltrarlo può sembrare uno spreco di tempo ed energie se si assume come scopo dei “servizi” quello di conoscere come è organizzato e chi compone le strutture di “direzione” (elette con voto online e procedura pubblica). Non c’è in effetti nulla che non si possa sapere su PaP anche solo guardando i suoi siti.
Ma se si prendono – almeno – cinque neo-poliziotti, giovani e appena “sfornati” dalle scuole di formazione – messe in piedi a suo tempo dall’ex ideatore e direttore dell’Ovra fascista, Guido Leto, “graziato” con l’amnistia e riciclato nella “Repubblica nata dalla Resistenza” – per piazzarli in PaP e Cambiare Rotta (una organizzazione giovanile che fa parte di quell’area), allora lo scopo non è “mantenere sotto controllo” o “raccogliere informazioni”.
Quale sia non possiamo ovviamente saperlo, perché sta solo nella testa di chi ha avviato “l’operazione”. Sappiamo però in che contesto viviamo e sappiamo che c’è un “decreto sicurezza” appena approvato che, tra le altre amenità anticostituzionali, prevede addirittura la possibilità per i servizi segreti di “creare e dirigere organizzazioni terroristiche” o comunque “violente”.
Non sono certo i ragazzi di PaP e CR il “personale” utilizzabile in questo senso, nessuno di loro in oltre otto anni di attività è mai stato accusato di aver tirato uno schiaffo... Ma siamo nel paese delle stragi di stato, dove si infiltravano con poliziotti e fascisti anche piccoli e innocui gruppi anarchici come quello di Pinelli e Valpreda.
Non perché fossero “pericolosi”, ma per condurre – su di loro e contro tutto il movimento operaio e studentesco – operazioni “falsa bandiera” a supporto di strette autoritarie feroci.
In effetti, il governo imperniato sugli eredi del Msi – l’incubatore politico da cui sono usciti molti “manovali” di quella stagione sanguinosa – deve ora spiegare il senso di questa “operazione” mirante ad avere “un piede dentro” un movimento politico indipendente e di sinistra. Non può essere per “assumere informazioni” e dunque perché?
Qui di seguito il dettagliato servizio di Fanpage, la testata online diventa nota – fra l’altro – perché il suo direttore è stato sottoposto ad intercettazioni illegali con lo spyware israeliano “Paragon”. Restiamo insomma in zona...
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Nel maggio scorso avevamo raccolto la denuncia di Potere al Popolo, che aveva scoperto un poliziotto infiltrato nelle fila del partito a Napoli. Su quel caso sono state presentate 3 interrogazioni parlamentari a cui il governo di Giorgia Meloni non ha ancora risposto.
Ma dai documenti in possesso di Fanpage.it siamo riusciti a risalire all’intera operazione messa in campo dalla Direzione Centrale della polizia di prevenzione, l’antiterrorismo, ai danni di un partito che si candida regolarmente alle elezioni politiche. Abbiamo scoperto infatti che le infiltrazioni ci sono state in diverse città italiane: Milano, Bologna e Roma, oltre che Napoli.
Nelle nostre ricerche, una volta identificati i poliziotti infiltrati in Potere al Popolo, abbiamo avvisato i responsabili e i dirigenti locali dell’organizzazione, riuscendo a trovare tutti i riscontri e le prove di una attività di spionaggio ed infiltrazione che è durata almeno 8 mesi.
Da Napoli a Milano: così i poliziotti si sono infiltrati nel partito
Grazie all’analisi dei documenti in nostro possesso abbiamo ricostruito tutti gli spostamenti dei 5 agenti di polizia che si sono infiltrati in Potere al Popolo. Appartengono tutti al 223esimo corso allievi agenti di polizia, e dopo un periodo di prova, che hanno trascorso in diverse Questure italiane, nel dicembre del 2024 sono stati trasferiti tutti alla Direzione centrale della polizia di prevenzione, ovvero all’antiterrorismo.
Non un solo infiltrato, non un caso singolo, ma una vera e propria operazione articolata. I 5 agenti hanno iniziato la loro infiltrazione in Potere al Popolo, spesso attraverso l’organizzazione giovanile “Cambiare Rotta”, contemporaneamente, tra ottobre e novembre del 2024, e solo a dicembre del 2024 hanno ricevuto il trasferimento ufficiale all’antiterrorismo.
A Milano i poliziotti infiltrati sono stati due. “Il primo soggetto si è avvicinato a Cambiare Rotta nell’università statale di Milano, all’inizio dell’anno accademico, nel mese di ottobre”, ci racconta Samuele Ortolini, di Cambiare Rotta Milano. La loro è l’organizzazione giovanile che fa capo all’area politica di Potere al Popolo. Un’associazione che si presenta anche alle elezioni studentesche nei principali atenei italiani.
“Si è presentato come uno studente fuori sede che aveva particolarmente a cuore il tema del carovita nella città di Milano. Ha partecipato alla contestazione che abbiamo fatto al teatro dal Verme di Milano a Carlo Calenda ed a molte altre manifestazioni. Il secondo soggetto invece si è avvicinato a Cambiare Rotta nell’università Bicocca, nel mese di dicembre” spiega Ortolini.
Le immagini che abbiamo ritrovato mostrano il primo poliziotto nel momento del suo giuramento in polizia, al termine del 223esimo corso allievi agenti di polizia, e poi in manifestazione a Milano in diverse occasioni. Una di queste è la contestazione a Carlo Calenda al teatro dal Verme di Milano. E poi ancora in piazza contro il carovita e per la Palestina, con la presenza anche alla manifestazione nazionale del 30 novembre scorso.
Era arrivato all’antiterrorismo dopo un periodo di prova alla Questura di La Spezia, presso il commissariato di Sarzana. Il secondo soggetto invece era più schivo: “Mostrava diffidenza a mostrarsi nei video e nelle foto – sottolinea l’attivista di Cambiare Rotta – perché diceva di non voler allarmare i suoi genitori”.
Eppure di lui siamo riusciti a trovare un video di una contestazione all’onorevole Tommaso Foti di Fratelli d’Italia, all’università Bicocca di Milano. Compare per pochi secondi, dopo si copre il volto con lo striscione. “Nei momenti comuni non hanno mai esplicitamente dichiarato di conoscersi, ma erano molto affiatati, con la scusa che erano entrambi studenti fuori sede hanno socializzato fin da subito”, spiega Ortolini.
Ma dopo aver avvisato gli attivisti di Potere al Popolo di Milano, grazie al controllo delle foto sugli smartphone degli attivisti, siamo riusciti a trovare alcune foto dei due poliziotti infiltrati insieme ad una manifestazione.
Il secondo poliziotto, anche lui proveniente dal 223esimo corso, aveva svolto il periodo di prova addirittura al Viminale, al Ministero degli Interni, per poi essere trasferito a dicembre 2024 all’antiterrorismo. “Quando ci avete informato della loro reale identità, e cioè del fatto che fossero poliziotti, abbiamo ricostruito andando a ritroso la loro identità, e abbiamo notato molte somiglianze con il caso emerso a Napoli. Erano presenti nelle iniziative di lotta, ma al di fuori di queste non partecipavano a momenti di socialità”, conclude Ortolini.
Infiltrato anche a Bologna: “Era in piazza quando denunciammo il caso di Napoli”
Sempre al 223esimo corso allievi agenti appartiene anche il poliziotto infiltrato a Bologna in Potere al Popolo. Di lui abbiamo anche le immagini in divisa, oltre ai video che lo mostrano in piazza dietro lo striscione di PaP a urlare cori e slogan. Per lui i mesi di prova sono stati alla Questura di Modena, per poi arrivare alla Direzione centrale dell’antiterrorismo.
Come tutti gli altri ha 21 anni, nato nel 2004, ed è stato molto attivo a Bologna da dicembre 2024, prima contro il carovita ed il costo dei biglietti dei trasporti e poi nell’ambito universitario. Ha partecipato alla campagna elettorale per le elezioni studentesche e più di una foto lo ritrae ad un banchetto elettorale della lista di Cambiare Rotta.
“Sempre nell’autunno del 2024, come era successo anche a Napoli, un altro poliziotto si infiltra nella nostra organizzazione a Bologna”, ci spiega Giuliano Granato, portavoce nazionale di Potere al Popolo. “Comincia a partecipare all’organizzazione giovanile Cambiare Rotta, partecipa a tutti i momenti, da quelli locali a quelli nazionali, ad esempio è stato presente al corteo per la Palestina il 30 novembre scorso a Roma. E partecipa molto attivamente alla campagna elettorale all’università per l’elezione del consiglio nazionale studentesco universitario, CNSU” spiega.
A maggio di quest’anno avviene però una cosa clamorosa, che oggi possiamo ricostruire dettagliatamente. È il 27 maggio e Potere al Popolo insieme ai collettivi universitari scende in piazza a Bologna per contestare la presenza di Giorgia Meloni in città. Lo stesso giorno Fanpage.it pubblica la notizia di un poliziotto infiltrato in Potere al Popolo a Napoli.
Dalle immagini che abbiamo ritrovato, il poliziotto infiltrato a Bologna è in quel corteo. Si sbraccia, urla slogan. “Siamo tutti antifascisti” dice, battendo le mani. Ma soprattutto è lì mentre dal megafono parlano del caso del poliziotto infiltrato a Napoli. L’agente dell’antiterrorismo prosegue la manifestazione, non si stacca. Ma sarà il suo ultimo atto.
“Nel momento in cui c’è anche una denuncia pubblica in quella piazza di Bologna, dell’episodio di Napoli, questo soggetto dall’indomani sparisce da un momento all’altro, non abbiamo avuto più alcuna sua notizia dal giorno successivo. Quando ci avete avvisato della sua reale identità è stato semplice capire il perché fosse sparito” racconta Granato.
L’infiltrazione fallita: il tentativo alla Sapienza di Roma
Sono in totale 5 gli agenti del 223esimo corso allievi agenti di polizia che sono stati trasferiti alla Direzione Centrale della polizia di prevenzione. Abbiamo ricostruito i volti e gli spostamenti di tutti e 5, ed abbiamo scoperto che tutti avevano un unico target: Potere al Popolo.
A Roma il tentativo di infiltrazione è però fallito, soprattutto grazie alla scrupolosità delle attiviste di Cambiare Rotta e Potere al Popolo e, evidentemente, per le condotte un po’ maldestre dell’agente in questione. Per lui dopo il giuramento c’è stato un periodo di prova alla Questura di Cremona e poi il trasferimento alla Direzione centrale a dicembre 2024. Nel mentre ha provato ad infiltrarsi alla Sapienza.
“Questo soggetto si è avvicinato a noi tramite un banchetto informativo elettorale, Cambiare Rotta si era candidata alle elezioni studentesche di ateneo, alla Sapienza”, ci racconta Anita Palermo di Potere al Popolo di Roma. “È sembrato molto strano perché appunto è spuntato dal nulla, non lo aveva mai visto nessuno, diceva di essere iscritto alla Sapienza dall’anno precedente, più o meno i volti, facendo politica all’università, li riconoscevo, e quindi mi aveva proprio stranito che questa persona non fosse mai comparsa, prima di quel momento. Intorno a novembre ha gravitato una o due settimane intorno a noi, e poi quando si è accorto che il nostro è stato un atteggiamento di chiusura, ha smesso di cercarci”, spiega l’attivista di PaP.
L’agente fa tante domande, forse troppe. Partecipa anche ad una assemblea a Giurisprudenza, di cui abbiamo una foto che lo identifica, ed addirittura siede in prima fila ed interviene. Un comportamento che viene reputato troppo strano per una persona che non si era mai vista in nessuna iniziativa politica all’università di Roma.
“Quando ci avete avvisato del fatto che questo soggetto fosse un poliziotto, abbiamo ricostruito. Il fatto di avere l’informazione compiuta della reale identità di questo soggetto ha avvalorato la nostra tesi, che era appunto una tesi di sospetto nei confronti di una persona che aveva un atteggiamento troppo strano”, ci dice Palermo.
Un’operazione su larga scala: “Vogliamo sapere chi l’ha ordinata”
Quella che abbiamo ricostruito è probabilmente una operazione su larga scala di spionaggio e infiltrazione di Potere al Popolo, partito che si presenta da anni alle elezioni politiche, e dell’associazione Cambiare Rotta, che si presenta alle elezioni del consiglio nazionale degli studenti universitari, che è un organo del Ministro dell’Istruzione, e alle elezioni dei consigli di ateneo, nelle principali università italiane. Dopo il primo caso denunciato da Potere al Popolo a Fanpage.it, sono state presentate 3 interrogazioni parlamentari, una del PD, una di Avs e una del Movimento 5 Stelle, a cui il governo non ha ancora risposto.
Nessun commento è stato fatto dal Ministero dell’Interno. L’unica replica fu affidata alle agenzie da “fonti qualificate di polizia” che affermavano però cose dettagliate e in parte già smentite.
La prima era che nessuna Procura aveva mai autorizzato una attività simile, quindi immaginiamo che ancora oggi, davanti ad una operazione così grande, non ci siano autorizzazioni di sorta da parte della magistratura.
La seconda fu che si trattava di un caso isolato basato su iniziativa personale. In ultimo si faceva cenno al fatto che nel caso del poliziotto di Napoli, sui suoi profili social erano presenti le foto del giuramento in polizia. Circostanza falsa, visto che le foto di quel poliziotto in divisa, così come le altre trovate da Fanpage.it, non erano affatto sui profili social degli agenti, che invece erano assolutamente blindati, chiusi e senza nessun riferimento né fotografico, né di altro tipo alla reale attività dei soggetti in questione.
“Noi chiediamo di sapere innanzitutto chi ha ordinato questa operazione, perché non regge più questo silenzio, il governo deve dare spiegazioni assolutamente”, dice Giuliano Granato. Guardando le date di questa operazione non si può non pensare ad altre operazioni che si sono rivelate oscure e su cui ancora oggi il governo è incapace di fare chiarezza.
Le infiltrazioni in Potere al Popolo iniziano nell’autunno del 2024, di lì a pochissimo saranno infettati con lo spyware Paragon i telefoni del direttore di Fanpage.it Francesco Cancellato, del collega Ciro Pellegrino, e dei fondatori di Mediterranea Saving Humans, Luca Casarini e Beppe Caccia. “Ci indica un percorso di repressione che questo governo sta intraprendendo e lo sta intraprendendo con, cito testualmente le parole di Giorgia Meloni, ‘metodi da regime’”.
“Noi facciamo un appello a quelle che sono le forze sociali, democratiche, le associazioni, ma anche i singoli cittadini e cittadine, a mobilitarsi affinché in questo paese si possa agire politicamente in modo democratico, senza dover avere paura delle infiltrazioni da parte della polizia”, sottolinea Anita Palermo.
Da quanto abbiamo potuto ricostruire, mentre l’infiltrato di Roma, dopo il suo tentativo fallito, ha fatto perdere immediatamente le sue tracce, l’agente infiltrato a Bologna è scomparso dal 27 maggio scorso, quelli di Milano invece sono andati via dal capoluogo lombardo il 23 ed il 27 maggio scorso, ufficialmente per un ritorno a casa alla fine dei corsi.
Solo uno era rimasto in contatto con l’organizzazione, fino alla manifestazione del 21 giugno scorso contro il riarmo europeo a Roma. In quella occasione abbiamo provato ad intercettarlo, con l’aiuto degli attivisti di Potere al Popolo, ma non si è presentato all’appuntamento che gli avevamo dato. Dal 22 giugno i telefoni di tutti gli agenti infiltrati risultano staccati.
“Le nuove scoperte ci danno ancora ulteriori preoccupazioni”, commenta Giuliano Granato. “Libertà di riunione, libertà di associazione e libertà di espressione, sono fondamenti della nostra democrazia, sono scritti nella carta costituzionale, e chiunque abbia autorizzato questa operazione, chiunque l’abbia ordinata, sta calpestando le basi stesse della nostra costituzione”, conclude il portavoce nazionale di Potere al Popolo.
Fonte
26/06/2025
Via Stalingrado. Il corteo dei metalmeccanici emiliani sulla tangenziale di Bologna
Quello che è successo il 20 giugno, sotto un caldo torrido, lungo il tratto della tangenziale di Bologna compreso tra l’uscita n.7 di via Stalingrado e quella successiva di viale Europa, merita un momento di riflessione più approfondita.
Stiamo parlando del corteo dei metalmeccanici emiliani, convenuti a Bologna nell’ambito della giornata nazionale di sciopero per il rinnovo contrattuale – agitazione sfociata nella marcia in tangenziale che ha conquistato tutte le prime pagine nazionali. A corteo ancora in corso, infatti, la questura di Bologna aveva diramato una nota rabbiosa in cui si avvisava che tutti i lavoratori entrati in tangenziale erano passibili di denuncia penale, in virtù del nuovo decreto sicurezza.
Il giorno dopo i commenti mainstream sono stati all’insegna del sensazionalismo – gli operai rischiano il carcere! –, oppure dello sdegno “per i disagi provocati agli utenti”. Qualcuno si è persino accorto che esiste una cosa che si chiama contratto collettivo nazionale dei metalmeccanici – una fastidiosa e desueta sopravvivenza del passato.
Qualche altro osservatore, invece, ha minimizzato: le minacce giudiziarie erano state solo l’uscita improvvida di un questore zelante, che ha agitato un polverone per un azione, più o meno concordata, che altrimenti sarebbe passata inosservata.
E così sono state pubblicate paginate con le dichiarazioni dei leader sindacali, dei politici che si sono schierati un po’ di qua, un po’ di là – ripetendo le loro prevedibili banalità –, dei giuristi che hanno puntigliosamente esaminato il decreto sicurezza alla voce “blocco stradale”.
Più o meno tutti si sono dimenticati di parlare dei protagonisti della giornata: gli operai metalmeccanici e la loro soggettività. Chi erano quei diecimila? Che facce avevano? Che dicevano? Erano consapevoli che stavano violando in forma di massa una legge dello Stato – che è tra l’altro l’unico provvedimento di segno identitario che il governo di destra può vantare? O sono stati condotti in via Stalingrado come bestie al pascolo? Volevano andarci in tangenziale, loro: si o no? E come vedono la propria condizione, davanti a quaranta ore di sciopero accumulate e una prospettiva di rinnovo sempre più complicata? Ed erano davvero lì solo per il contratto?
Allora fotografiamoli, un po’, questi metalmeccanici “illegalisti” che hanno passeggiato in tangenziale. Età media: altina (ma lo sapevamo). I giovani accedono con difficoltà al lavoro, visto che in trent’anni l’età di pensionamento si è alzata di un decennio. E comunque i ragazzi giovani sono invischiati dentro percorsi di stabilizzazione ardui e lunghi come una via crucis (stage, tirocini formativi, apprendistato, contratti a tempo indeterminato privi dell’art. 18). Quando, dopo quattro o cinque anni, diventi un lavoratore fatto e finito, non sai un ostia di sindacato, assemblee e scioperi, perché te ne sei sempre tenuto coscienziosamente alla larga.
Il livello professionale di quelli in piazza, così, a naso, non sembra molto alto. Colpa del paradosso per cui più le mansioni tecnico-intellettuali si standardizzano (e si proletarizzano) più facilmente sorgono muri invisibili basati sulla gerarchia di produzione. E ovviamente, salendo anche di poco i gradini della piramide delle gratifiche e delle responsabilità, è raro imbattersi in un lavoratore consapevole in sciopero. Le catene di comando si stanno allungando artificialmente, i ruoli e le mansioni si moltiplicano, il prefisso “capo” (capoteam, caposquadra, caporeparto, capoturno) si elargisce al di là di ogni funzionalità organizzativa, tanto per fidelizzare.
Le donne invece sono molte, mediamente più giovani e vitali dei maschi – diverse le ragazze intorno ai venticinque. Ben curate, più in forma dei colleghi maschi, non hanno l’aspetto un po’ arcigno e casalingo delle rezdore di fabbrica di qualche anno fa – del resto per scarpinare a trentotto gradi sotto il sole rovente di via Stalingrado, bisogna essere atleticamente competitivi.
Tutti, maschi e femmine, sembrano disabituati alla pratica di piazza, non conoscono slogan – al massimo scandiscono “contratto, contratto” o soffiano negli odiosi fischietti da manifestazione. Tutti però esprimono una gioia e un protagonismo che non si vedeva da anni. Si applaudono tra loro, rispondono ai clacson dei camionisti che salutano l’anomalo corteo, scherzano come ragazzi in gita con i colleghi.
Un conoscente, pio imam solitamente molto compassato, saltella sull’asfalto appiccicoso tutto contento. Sanno perfettamente che stare in quel pezzo di orrenda periferia bolognese, costeggiando l’autostrada, li sta proiettando dentro una ribalta mediatica di cui non hanno mai goduto. Questa generazione operaia è figlia, anche anagraficamente, della mitica figura dell’operaio professionale emiliano, il testimonial benpensante e socialmente integrato del rinomato modello emiliano – protagonista di una “centralità operaia” un po’ pelosa che rappresentava la base di legittimazione del potere PCI.
Trenta anni dopo, questi figli ignoti conoscono poco o niente di quella storia, perché abituati in generale a contare zero. Possono al massimo testimoniare la fine dell’emilian dream, il mito del welfare perfetto e della mobilità sociale perpetua.
Intanto, però, in questo venerdì mattina afoso e soleggiato, i nostri se la stanno godendo. Sono soddisfatti e orgogliosi. E quelli della Fim e della Uilm sono identici ai loro colleghi con le bandiere rosse – e questo riporta a un dato banale, spesso ignorato: i proletari sono proletari al di là del colore della tesserina che hanno in tasca.
La voce che il percorso non è stato concordato né autorizzato dalla Questura e si sta muovendo dentro una forzatura di piazza, si è sparsa subito, ringalluzzendo il serpentone colorato e madido. Adesso tutti capiscono perché il plotoncino di celerini con caschi e manganelli si è aperto all’altezza dell’uscita 7 per farli passare.
Non è stata una concessione. È stato un rapporto di forza. Questo ha aumentato la soddisfazione collettiva. Stanno violando il decreto sicurezza, stanno violando una legge dello Stato: stanno violando l’ordine costituito e questo per la stragrande maggioranza di loro è una gioiosa novità.
Questa generazione operaia è cresciuta all’ombra di grandi sconfitte storiche e ne ha ricevuto l’imprinting in maniera naturale. Sono lavoratori abituati a non uscire dal seminato, solitamente sfiduciati. Le loro manifestazioni sindacali sono spesso segnate da passività e ritualismi fuori tempo. Se delocalizzazioni o crisi aziendali, mettono a rischio il posto di lavoro si agitano un po’, ma il più delle volte finiscono con l’implorare interventi dall’alto. Insomma: una psicologia di massa da sconfitti dignitosi.
Invece quella mattina, questo popolo operaio si è ritrovato all’improvviso al centro della scena. E i marciatori sembravano dirsi: non siamo gli ultimi, siamo importanti, e se ci incazziamo diventiamo pure pericolosi, perché anche solo per l’inerzia dei nostri corpi sudati, possiamo bloccare l’Italia.
Per molti di loro il rientro in fabbrica lunedì sarà più interessante, racconteranno ai colleghi pigri o crumiri che bella giornata hanno vissuto; forse terranno la schiena dritta con più decisione, davanti alla sfilza di capi, capetti e sottocapi – che del resto, quando sentono puzza di incazzatura operaia, lanciano sempre segnali di accondiscendenza o complicità.
E poi gli economisti ce lo dicevano tutti, negli anni duri della crisi: se non facciamo la fine della Grecia è perché abbiamo la manifattura, che è il nerbo dell’economia italiana. E allora che qualcuno cominci a chiedere il conto, di cotanta importanza sociale.
Qualcuno ha inquadrato la vicenda della tangenziale bolognese, nella dimensione del paradosso: potrebbero essere proprio i confederali, ultra legalitari e concertativi, le prime vittime del decreto sicurezza. Si, in certi tornanti della vicenda italiana può capitare anche che venga fuori il lato surreale o ironico.
Ma davvero, le sigle e le affiliazioni non sono la lente principale attraverso cui leggere il conflitto e la composizione di classe. Del resto, i sindacati non sono moloch immutabili; sono corpi sociali sottoposti alle contraddizioni interne e alle tensioni esterne. E in certi passaggi la dialettica della trasformazione è inesorabile.
Non c’è bisogno di riesumare il Presidente Mao né di scambiare la Uil per il Kuomitang; semplicemente quando cambiano le condizioni sociali e politiche il tuo ruolo muta e diventi altro, sei costretto a fare cose che prima non avresti mai osato, ed è la storia che agisce attraverso te. E sono i proletari che ti usano come strumento momentaneo, perché da sempre usano quello che trovano davanti – madonne, preti, jaquerie, brigantaggio, partiti e sindacati – per attivare la propria difesa di classe.
Certo, la lezione bolognese è stata fulminante. Il decreto sicurezza – come qualsiasi altra legge stupida o oppressiva – è un’arma vuota davanti alle masse. Se un pezzo di popolo si organizza e dice no, nessuna minaccia o sbarramento produce effetti concreti. E il fatto che siano stati proprio i metalmeccanici – quelli degli scioperi del ’43, dell’autunno caldo, dello Statuto, delle grandi mobilitazioni antifasciste e antistragiste – che siano stati proprio i metalmeccanici, dicevo, a insegnare questa cosa, dà un sapore ancora più intenso ai fatti di via Stalingrado.
Il governo non farà l’errore di insistere sul terreno giudiziario; neanche la procura di Bologna, credo. Chi vorrebbe prendere una simile patata bollente in mano? Chi vorrebbe gestire una faccenda tanto compromettente? Se hanno ancora un qualche rapporto con la realtà, tutti i diversi soggetti interessati lasceranno cadere la cosa. Il che rafforzerà nel popolaccio l’idea che le “leggi canaglia” si possono violare, quando hai la forza del numero e un bel po’ di ragioni da mettere sul piatto.
Sempre a Bologna, un anno fa, in occasione delle mobilitazioni pro-Gaza, decine di studenti e attivisti occuparono la stazione cittadina provocando trambusto e ritardi. In questi giorni sta cominciando il processo a chi venne identificato. A difesa degli occupanti, un collegio difensivo “militante” si è costituito e ha reso pubblica la linea che porterà in tribunale: rivendicare l’occupazione dei binari come forma legittima di protesta sulla base dell’urgenza, della necessità e dell’alta moralità di tale azione, volta al contrasto di crimini di guerra di cui il governo italiano sarebbe complice.
Una linea coerente e coraggiosa, che si potrebbe estendere pari pari ai metalmeccanici. Basterebbe portare una busta paga in tribunale e le alte motivazioni etiche, nonché l’urgenza indifferibile, non potrebbero essere negate da nessun pubblico ministero in buona fede. Lo stipendio medio italiano non consente livelli dignitosi di vita a nessuno, specie nelle grandi città del Nord. Cioè, la struttura retributiva italiana costituisce nel suo complesso una violazione palese dell’art. 36 della Costituzione.
Questo significa che le decisioni assunte da più di un tribunale circa la non costituzionalità di alcuni CCNL – vedi la vigilanza privata nel 2024 – andrebbero estese alla stragrande maggioranza dei contratti e degli stipendi di questo paese, in cui si può essere poveri in canna passando la maggior parte del proprio tempo di vita dentro un capannone, su un ponteggio di cantiere o dietro le casse di un supermercato.
In via Stalingrado non è successo niente di epocale, certo. Ma non è stato neanche un passaggio banale. Leggiamolo piuttosto come il segno dei nuvoloni cupi in arrivo, di tempi che saranno sempre meno concertativi ed educatamente collaborativi – mentre dietro l’angolo della storia si avverte il rumore sordo e incessante delle esplosioni.
Sul popolo delle fabbriche arriveranno prima i benefici del keynesismo di guerra, o le macerie sociali di un ordine che non regge più?
Fonte
Stiamo parlando del corteo dei metalmeccanici emiliani, convenuti a Bologna nell’ambito della giornata nazionale di sciopero per il rinnovo contrattuale – agitazione sfociata nella marcia in tangenziale che ha conquistato tutte le prime pagine nazionali. A corteo ancora in corso, infatti, la questura di Bologna aveva diramato una nota rabbiosa in cui si avvisava che tutti i lavoratori entrati in tangenziale erano passibili di denuncia penale, in virtù del nuovo decreto sicurezza.
Il giorno dopo i commenti mainstream sono stati all’insegna del sensazionalismo – gli operai rischiano il carcere! –, oppure dello sdegno “per i disagi provocati agli utenti”. Qualcuno si è persino accorto che esiste una cosa che si chiama contratto collettivo nazionale dei metalmeccanici – una fastidiosa e desueta sopravvivenza del passato.
Qualche altro osservatore, invece, ha minimizzato: le minacce giudiziarie erano state solo l’uscita improvvida di un questore zelante, che ha agitato un polverone per un azione, più o meno concordata, che altrimenti sarebbe passata inosservata.
E così sono state pubblicate paginate con le dichiarazioni dei leader sindacali, dei politici che si sono schierati un po’ di qua, un po’ di là – ripetendo le loro prevedibili banalità –, dei giuristi che hanno puntigliosamente esaminato il decreto sicurezza alla voce “blocco stradale”.
Più o meno tutti si sono dimenticati di parlare dei protagonisti della giornata: gli operai metalmeccanici e la loro soggettività. Chi erano quei diecimila? Che facce avevano? Che dicevano? Erano consapevoli che stavano violando in forma di massa una legge dello Stato – che è tra l’altro l’unico provvedimento di segno identitario che il governo di destra può vantare? O sono stati condotti in via Stalingrado come bestie al pascolo? Volevano andarci in tangenziale, loro: si o no? E come vedono la propria condizione, davanti a quaranta ore di sciopero accumulate e una prospettiva di rinnovo sempre più complicata? Ed erano davvero lì solo per il contratto?
Allora fotografiamoli, un po’, questi metalmeccanici “illegalisti” che hanno passeggiato in tangenziale. Età media: altina (ma lo sapevamo). I giovani accedono con difficoltà al lavoro, visto che in trent’anni l’età di pensionamento si è alzata di un decennio. E comunque i ragazzi giovani sono invischiati dentro percorsi di stabilizzazione ardui e lunghi come una via crucis (stage, tirocini formativi, apprendistato, contratti a tempo indeterminato privi dell’art. 18). Quando, dopo quattro o cinque anni, diventi un lavoratore fatto e finito, non sai un ostia di sindacato, assemblee e scioperi, perché te ne sei sempre tenuto coscienziosamente alla larga.
Il livello professionale di quelli in piazza, così, a naso, non sembra molto alto. Colpa del paradosso per cui più le mansioni tecnico-intellettuali si standardizzano (e si proletarizzano) più facilmente sorgono muri invisibili basati sulla gerarchia di produzione. E ovviamente, salendo anche di poco i gradini della piramide delle gratifiche e delle responsabilità, è raro imbattersi in un lavoratore consapevole in sciopero. Le catene di comando si stanno allungando artificialmente, i ruoli e le mansioni si moltiplicano, il prefisso “capo” (capoteam, caposquadra, caporeparto, capoturno) si elargisce al di là di ogni funzionalità organizzativa, tanto per fidelizzare.
Le donne invece sono molte, mediamente più giovani e vitali dei maschi – diverse le ragazze intorno ai venticinque. Ben curate, più in forma dei colleghi maschi, non hanno l’aspetto un po’ arcigno e casalingo delle rezdore di fabbrica di qualche anno fa – del resto per scarpinare a trentotto gradi sotto il sole rovente di via Stalingrado, bisogna essere atleticamente competitivi.
Tutti, maschi e femmine, sembrano disabituati alla pratica di piazza, non conoscono slogan – al massimo scandiscono “contratto, contratto” o soffiano negli odiosi fischietti da manifestazione. Tutti però esprimono una gioia e un protagonismo che non si vedeva da anni. Si applaudono tra loro, rispondono ai clacson dei camionisti che salutano l’anomalo corteo, scherzano come ragazzi in gita con i colleghi.
Un conoscente, pio imam solitamente molto compassato, saltella sull’asfalto appiccicoso tutto contento. Sanno perfettamente che stare in quel pezzo di orrenda periferia bolognese, costeggiando l’autostrada, li sta proiettando dentro una ribalta mediatica di cui non hanno mai goduto. Questa generazione operaia è figlia, anche anagraficamente, della mitica figura dell’operaio professionale emiliano, il testimonial benpensante e socialmente integrato del rinomato modello emiliano – protagonista di una “centralità operaia” un po’ pelosa che rappresentava la base di legittimazione del potere PCI.
Trenta anni dopo, questi figli ignoti conoscono poco o niente di quella storia, perché abituati in generale a contare zero. Possono al massimo testimoniare la fine dell’emilian dream, il mito del welfare perfetto e della mobilità sociale perpetua.
Intanto, però, in questo venerdì mattina afoso e soleggiato, i nostri se la stanno godendo. Sono soddisfatti e orgogliosi. E quelli della Fim e della Uilm sono identici ai loro colleghi con le bandiere rosse – e questo riporta a un dato banale, spesso ignorato: i proletari sono proletari al di là del colore della tesserina che hanno in tasca.
La voce che il percorso non è stato concordato né autorizzato dalla Questura e si sta muovendo dentro una forzatura di piazza, si è sparsa subito, ringalluzzendo il serpentone colorato e madido. Adesso tutti capiscono perché il plotoncino di celerini con caschi e manganelli si è aperto all’altezza dell’uscita 7 per farli passare.
Non è stata una concessione. È stato un rapporto di forza. Questo ha aumentato la soddisfazione collettiva. Stanno violando il decreto sicurezza, stanno violando una legge dello Stato: stanno violando l’ordine costituito e questo per la stragrande maggioranza di loro è una gioiosa novità.
Questa generazione operaia è cresciuta all’ombra di grandi sconfitte storiche e ne ha ricevuto l’imprinting in maniera naturale. Sono lavoratori abituati a non uscire dal seminato, solitamente sfiduciati. Le loro manifestazioni sindacali sono spesso segnate da passività e ritualismi fuori tempo. Se delocalizzazioni o crisi aziendali, mettono a rischio il posto di lavoro si agitano un po’, ma il più delle volte finiscono con l’implorare interventi dall’alto. Insomma: una psicologia di massa da sconfitti dignitosi.
Invece quella mattina, questo popolo operaio si è ritrovato all’improvviso al centro della scena. E i marciatori sembravano dirsi: non siamo gli ultimi, siamo importanti, e se ci incazziamo diventiamo pure pericolosi, perché anche solo per l’inerzia dei nostri corpi sudati, possiamo bloccare l’Italia.
Per molti di loro il rientro in fabbrica lunedì sarà più interessante, racconteranno ai colleghi pigri o crumiri che bella giornata hanno vissuto; forse terranno la schiena dritta con più decisione, davanti alla sfilza di capi, capetti e sottocapi – che del resto, quando sentono puzza di incazzatura operaia, lanciano sempre segnali di accondiscendenza o complicità.
E poi gli economisti ce lo dicevano tutti, negli anni duri della crisi: se non facciamo la fine della Grecia è perché abbiamo la manifattura, che è il nerbo dell’economia italiana. E allora che qualcuno cominci a chiedere il conto, di cotanta importanza sociale.
Qualcuno ha inquadrato la vicenda della tangenziale bolognese, nella dimensione del paradosso: potrebbero essere proprio i confederali, ultra legalitari e concertativi, le prime vittime del decreto sicurezza. Si, in certi tornanti della vicenda italiana può capitare anche che venga fuori il lato surreale o ironico.
Ma davvero, le sigle e le affiliazioni non sono la lente principale attraverso cui leggere il conflitto e la composizione di classe. Del resto, i sindacati non sono moloch immutabili; sono corpi sociali sottoposti alle contraddizioni interne e alle tensioni esterne. E in certi passaggi la dialettica della trasformazione è inesorabile.
Non c’è bisogno di riesumare il Presidente Mao né di scambiare la Uil per il Kuomitang; semplicemente quando cambiano le condizioni sociali e politiche il tuo ruolo muta e diventi altro, sei costretto a fare cose che prima non avresti mai osato, ed è la storia che agisce attraverso te. E sono i proletari che ti usano come strumento momentaneo, perché da sempre usano quello che trovano davanti – madonne, preti, jaquerie, brigantaggio, partiti e sindacati – per attivare la propria difesa di classe.
Certo, la lezione bolognese è stata fulminante. Il decreto sicurezza – come qualsiasi altra legge stupida o oppressiva – è un’arma vuota davanti alle masse. Se un pezzo di popolo si organizza e dice no, nessuna minaccia o sbarramento produce effetti concreti. E il fatto che siano stati proprio i metalmeccanici – quelli degli scioperi del ’43, dell’autunno caldo, dello Statuto, delle grandi mobilitazioni antifasciste e antistragiste – che siano stati proprio i metalmeccanici, dicevo, a insegnare questa cosa, dà un sapore ancora più intenso ai fatti di via Stalingrado.
Il governo non farà l’errore di insistere sul terreno giudiziario; neanche la procura di Bologna, credo. Chi vorrebbe prendere una simile patata bollente in mano? Chi vorrebbe gestire una faccenda tanto compromettente? Se hanno ancora un qualche rapporto con la realtà, tutti i diversi soggetti interessati lasceranno cadere la cosa. Il che rafforzerà nel popolaccio l’idea che le “leggi canaglia” si possono violare, quando hai la forza del numero e un bel po’ di ragioni da mettere sul piatto.
Sempre a Bologna, un anno fa, in occasione delle mobilitazioni pro-Gaza, decine di studenti e attivisti occuparono la stazione cittadina provocando trambusto e ritardi. In questi giorni sta cominciando il processo a chi venne identificato. A difesa degli occupanti, un collegio difensivo “militante” si è costituito e ha reso pubblica la linea che porterà in tribunale: rivendicare l’occupazione dei binari come forma legittima di protesta sulla base dell’urgenza, della necessità e dell’alta moralità di tale azione, volta al contrasto di crimini di guerra di cui il governo italiano sarebbe complice.
Una linea coerente e coraggiosa, che si potrebbe estendere pari pari ai metalmeccanici. Basterebbe portare una busta paga in tribunale e le alte motivazioni etiche, nonché l’urgenza indifferibile, non potrebbero essere negate da nessun pubblico ministero in buona fede. Lo stipendio medio italiano non consente livelli dignitosi di vita a nessuno, specie nelle grandi città del Nord. Cioè, la struttura retributiva italiana costituisce nel suo complesso una violazione palese dell’art. 36 della Costituzione.
Questo significa che le decisioni assunte da più di un tribunale circa la non costituzionalità di alcuni CCNL – vedi la vigilanza privata nel 2024 – andrebbero estese alla stragrande maggioranza dei contratti e degli stipendi di questo paese, in cui si può essere poveri in canna passando la maggior parte del proprio tempo di vita dentro un capannone, su un ponteggio di cantiere o dietro le casse di un supermercato.
In via Stalingrado non è successo niente di epocale, certo. Ma non è stato neanche un passaggio banale. Leggiamolo piuttosto come il segno dei nuvoloni cupi in arrivo, di tempi che saranno sempre meno concertativi ed educatamente collaborativi – mentre dietro l’angolo della storia si avverte il rumore sordo e incessante delle esplosioni.
Sul popolo delle fabbriche arriveranno prima i benefici del keynesismo di guerra, o le macerie sociali di un ordine che non regge più?
Fonte
23/06/2025
Un cambio di pelle per i “nostri” 007: da infiltrati ad agenti provocatori
Il discusso decreto legge Sicurezza, ora convertito nella legge 9 giugno 2025 n. 80, ha dilatato (a dismisura?) le cosiddette garanzie funzionali degli operatori degli apparati di sicurezza ossia la loro facoltà di commettere reati per esigenze di servizio con la previa autorizzazione del Presidente del Consiglio o dell’Autorità da questi delegata.
La nuova norma, passata quasi sotto silenzio (l’art. 31, quarto comma, della legge n. 80), dice che, nell’ambito dell’attività dei Servizi di sicurezza, potranno essere autorizzati dal Presidente del Consiglio o dall’Autorità delegata una lunga serie di delitti contro la personalità dello Stato, contro l’ordine pubblico e contro l’incolumità pubblica.
L’elencazione di ciò che potrà essere consentito – qui limitato alle fattispecie più eclatanti – è francamente impressionante giacché spazia dalla “direzione” e “organizzazione” di associazioni con finalità di terrorismo e di eversione dell’ordine democratico all’arruolamento con finalità di terrorismo, anche internazionale; dall’organizzazione di viaggi di trasferimento per finalità di terrorismo all’addestramento e al finanziamento di attività terroristiche; dalla partecipazione alle associazioni mafiose alla fabbricazione e detenzione di materie esplodenti.
Sino all’istigazione a commettere “gravi delitti contro la personalità dello Stato”.
Tra le molte attività illecite “autorizzabili” spiccano dunque condotte criminose che vanno ben oltre l’infiltrazione in gruppi terroristici e prefigurano invece l’assunzione di ruoli preminenti ed attivi (non di promozione ma comunque) di direzione, di organizzazione, di finanziamento, di addestramento, di propaganda ed istigazione ai crimini, “in teoria” più consoni alle attività di agenti provocatori che di servizi di intelligence.
Il futuro più lontano è nel grembo di Giove e il passato ha conosciuto torsioni e deviazioni delle agenzie preposte alla sicurezza interna ed internazionale: è alle norme, dunque, che restano affidate le più salde garanzie sul rispetto dei limiti propri delle attività dei Servizi. E il fatto che le disposizioni sulle c.d. garanzie funzionali siano divenute così eccessive, sovradimensionate, debordanti non può lasciare tranquilli quanti hanno a cuore la legalità costituzionale.
Non saranno poche le norme del decreto legge sicurezza sulle quali verrà sollecitato lo scrutinio di legittimità costituzionale. Tra queste ben potrebbero figurare, ove di esse si giunga a discutere in un giudizio, le previsioni qui discusse per l’irragionevole ampiezza delle attività illecite in esse scriminate.
C’è inoltre anche un’altra questione che riguarda i limiti dei poteri dei Servizi di sicurezza che è emersa in questi giorni a margine del caso Paragon Graphite, lo spyware di fabbricazione israeliana che sarebbe stato usato per intercettazioni nei confronti di giornalisti di Fanpage (e non solo) alle quali i Servizi si sono dichiarati del tutto estranei. La vicenda, come si addice alle spy story, è intricata e densa di interrogativi ancora senza risposta. In attesa che la nebbia si diradi, anche grazie alle indagini, vale la pena di segnalare un punto.
La Relazione del COPASIR sull’utilizzo dello spyware Graphite sottolinea che l’art. 4 del decreto n. 144 del 2005 prevede che siano sottoposte all’autorizzazione del Procuratore generale presso la Corte di appello di Roma le “sole” intercettazioni preventive di conversazioni o comunicazioni effettuate anche in via telematica, oltre alle intercettazioni ambientali.
Ma è noto che i captatori informatici consentono di acquisire non solo comunicazioni in itinere ma «anche i messaggi scambiati con le diverse applicazioni a disposizione ovvero ogni altro contenuto che sia presente sul dispositivo mobile infettato dal cosiddetto spyware». Attività di acquisizione, questa, per la quale è oggi prevista la sola autorizzazione del Presidente del Consiglio o dell’Autorità delegata, senza alcun intervento dell’autorità giudiziaria.
Da tempo la Corte costituzionale, con la sentenza del 7 giugno 2023 n. 170, ha affermato che i messaggi archiviati nei device elettronici, che rivestano un interesse attuale per il proprietario, sono da ritenere a tutti gli effetti «corrispondenza» alla quale sono applicabili le garanzie di libertà e segretezza previste dall’art. 15 della Costituzione la cui limitazione può avvenire «soltanto per atto motivato dell’autorità giudiziaria». Di qui l’opportunità di una revisione normativa che estenda l’autorizzazione del Procuratore generale presso la Corte di appello di Roma anche alla acquisizione di messaggi o altri dati informatici presenti nei dispositivi mobili acquisiti dai Servizi.
Sarebbe davvero singolare che attività dei Servizi di sicurezza estremamente invasive ed incidenti su beni costituzionalmente protetti come la segretezza della corrispondenza potessero continuare a svolgersi al di fuori di ogni vaglio preventivo dell’autorità giudiziaria a dispetto di quanto previsto dall’art. 15 della Costituzione.
Fonte
La nuova norma, passata quasi sotto silenzio (l’art. 31, quarto comma, della legge n. 80), dice che, nell’ambito dell’attività dei Servizi di sicurezza, potranno essere autorizzati dal Presidente del Consiglio o dall’Autorità delegata una lunga serie di delitti contro la personalità dello Stato, contro l’ordine pubblico e contro l’incolumità pubblica.
L’elencazione di ciò che potrà essere consentito – qui limitato alle fattispecie più eclatanti – è francamente impressionante giacché spazia dalla “direzione” e “organizzazione” di associazioni con finalità di terrorismo e di eversione dell’ordine democratico all’arruolamento con finalità di terrorismo, anche internazionale; dall’organizzazione di viaggi di trasferimento per finalità di terrorismo all’addestramento e al finanziamento di attività terroristiche; dalla partecipazione alle associazioni mafiose alla fabbricazione e detenzione di materie esplodenti.
Sino all’istigazione a commettere “gravi delitti contro la personalità dello Stato”.
Tra le molte attività illecite “autorizzabili” spiccano dunque condotte criminose che vanno ben oltre l’infiltrazione in gruppi terroristici e prefigurano invece l’assunzione di ruoli preminenti ed attivi (non di promozione ma comunque) di direzione, di organizzazione, di finanziamento, di addestramento, di propaganda ed istigazione ai crimini, “in teoria” più consoni alle attività di agenti provocatori che di servizi di intelligence.
Il futuro più lontano è nel grembo di Giove e il passato ha conosciuto torsioni e deviazioni delle agenzie preposte alla sicurezza interna ed internazionale: è alle norme, dunque, che restano affidate le più salde garanzie sul rispetto dei limiti propri delle attività dei Servizi. E il fatto che le disposizioni sulle c.d. garanzie funzionali siano divenute così eccessive, sovradimensionate, debordanti non può lasciare tranquilli quanti hanno a cuore la legalità costituzionale.
Non saranno poche le norme del decreto legge sicurezza sulle quali verrà sollecitato lo scrutinio di legittimità costituzionale. Tra queste ben potrebbero figurare, ove di esse si giunga a discutere in un giudizio, le previsioni qui discusse per l’irragionevole ampiezza delle attività illecite in esse scriminate.
C’è inoltre anche un’altra questione che riguarda i limiti dei poteri dei Servizi di sicurezza che è emersa in questi giorni a margine del caso Paragon Graphite, lo spyware di fabbricazione israeliana che sarebbe stato usato per intercettazioni nei confronti di giornalisti di Fanpage (e non solo) alle quali i Servizi si sono dichiarati del tutto estranei. La vicenda, come si addice alle spy story, è intricata e densa di interrogativi ancora senza risposta. In attesa che la nebbia si diradi, anche grazie alle indagini, vale la pena di segnalare un punto.
La Relazione del COPASIR sull’utilizzo dello spyware Graphite sottolinea che l’art. 4 del decreto n. 144 del 2005 prevede che siano sottoposte all’autorizzazione del Procuratore generale presso la Corte di appello di Roma le “sole” intercettazioni preventive di conversazioni o comunicazioni effettuate anche in via telematica, oltre alle intercettazioni ambientali.
Ma è noto che i captatori informatici consentono di acquisire non solo comunicazioni in itinere ma «anche i messaggi scambiati con le diverse applicazioni a disposizione ovvero ogni altro contenuto che sia presente sul dispositivo mobile infettato dal cosiddetto spyware». Attività di acquisizione, questa, per la quale è oggi prevista la sola autorizzazione del Presidente del Consiglio o dell’Autorità delegata, senza alcun intervento dell’autorità giudiziaria.
Da tempo la Corte costituzionale, con la sentenza del 7 giugno 2023 n. 170, ha affermato che i messaggi archiviati nei device elettronici, che rivestano un interesse attuale per il proprietario, sono da ritenere a tutti gli effetti «corrispondenza» alla quale sono applicabili le garanzie di libertà e segretezza previste dall’art. 15 della Costituzione la cui limitazione può avvenire «soltanto per atto motivato dell’autorità giudiziaria». Di qui l’opportunità di una revisione normativa che estenda l’autorizzazione del Procuratore generale presso la Corte di appello di Roma anche alla acquisizione di messaggi o altri dati informatici presenti nei dispositivi mobili acquisiti dai Servizi.
Sarebbe davvero singolare che attività dei Servizi di sicurezza estremamente invasive ed incidenti su beni costituzionalmente protetti come la segretezza della corrispondenza potessero continuare a svolgersi al di fuori di ogni vaglio preventivo dell’autorità giudiziaria a dispetto di quanto previsto dall’art. 15 della Costituzione.
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