Sono saltati tutti i paletti piazzati per arrivare ad un accordo. Il Medio Oriente è un campo di battaglia in cui lo stato genocida di Israele prova a dettar legge mentre il suo storico «protettore» va in affanno e mostra persino qualche crepa nel rapporto bilaterale.
Fin dall’inizio della cosiddetta «tregua», stabilita da Trump nei primi giorni di aprile, il negoziato si è svolto tra Iran e Usa, visto che la presenza di Tel Aviv era per entrambi solo un elemento di rottura.
Ma fin dall’inizio era stato anche chiarito – non solo da Teheran, ma anche dai mediatori – che il Libano era parte integrante del pacchetto in discussione. Tutto, del resto, si tiene in un’area dove alleanze e forze sono profondamente radicate in una storia secolare che lega religione, politica, conflitti. Non era insomma pensabile una trattativa per arrivare ad un qualsiasi accordo se Israele avesse continuato ad attaccare il Paese dei Cedri, per ora nel meridione abitato prevalentemente dagli sciiti (ma anche dai cristiani).
Naturalmente Tel Aviv – al completo, governo ed «opposizione», «moderati» e coloni razzisti – ha fatto esattamente questo, allargando a dismisura, giorni dopo giorno, la sua invasione del Libano, nonostante la resistenza incontrata abbia alzato di molto il costo in soldati e mezzi da lasciare sul terreno.
Il massacro ha assunto negli ultimi giorni – non stranamente dopo l’ennesimo «cessate il fuoco» negoziato da Trump direttamente con Netanyahu e il presidente-complice, Aoun – dimensioni tali da render impossibile il far finta di nulla (che resta una specialità tutta europea).
Teheran ha più volte avvertito che la prosecuzione degli attacchi e l’estensione della strategia della «demolizione» persino alla capitale Beirut avrebbe trovato quella risposta, ovviamente militare, che l’Occidente si guardava bene dal praticare sul piano diplomatico.
Alcuni missili sono stati quindi lanciati dall’Iran verso Israele nella serata di ieri. Per chi ha ragionato un po’ sulle modalità di guerra degli ultimi due anni, quel lancio era ancora una sorta di «avvertimento». Pochi missili, infatti, e «telefonati» in anticipo, rendevano efficace la difesa garantita dall’Iron Dome (sostanzialmente batterie di missili antimissile Arrow e Patriot). Un attacco «vero», per provocare danni seri, si sarebbe invece svolto con le ormai classiche «ondate» di droni e missili che saturano numericamente le possibilità di difesa, riuscendo così a portare sugli obbiettivi un buon numero di vettori.
Dopo questo primo lancio «propagandistico», evidentemente accompagnato da messaggi diretti tra Washington e Teheran per circoscrivere la portata esatta dell’iniziativa, Trump ha chiesto all’Iran di fermarsi a quel punto: “Avete lanciato i vostri missili e questo basta, tornate al tavolo delle trattative e firmate l’accordo”.
Contemporaneamente si è rivolto a Netanyahu – cui aveva già fatto sapere che “Non sono contento dell’attacco di Israele a Beirut” – ingiungendogli di non rispondere all’attacco iraniano. Nel suo linguaggio da sbrasone era stato anche più drastico: Netanyahu “non avrà scelta”, ha detto Trump al Financial Times. “Sono io a dettare legge. Lui non ha voce in capitolo”.
Il lancio dei pochi missili iraniani, insomma, “Non avrà alcun impatto sull’accordo”, ha detto il presidente americano al Financial Times. “Vedremo come andrà a finire. Ma gli attacchi missilistici contro Israele non hanno lasciato il segno. È una di quelle cose che vanno avanti da 3.000 anni, o da 47 anni, a seconda di come si conta”.
Detto fatto, Israele ha attaccato l’Iran sia con missili che con bombardieri. La capitale, stando ai media locali, non sarebbe stata colpita, mentre esplosioni sono state avvertite in varie città. L’Idf ha dichiarato di aver colpito «obbiettivi militari».
La conseguenza immediata è chiara: Trump “non detta legge” a Israele. Ma se non controlla il suo principale alleato, allora è quest’ultimo a controllare lui (gli Stati Uniti, in generale), imponendo le scelte anche quando cozzano direttamente con gli interessi dell’amministrazione statunitense.
Da qui discende il corollario logico: se non detta legge su Tel Aviv non può più pretendere di dettare legge su nessuno. Diventa insomma inutile cercare di raggiungere un qualsiasi accordo-quadro per fermare la guerra nell’area perché c’è un soggetto impazzito che non rispetta niente e nessuno, animato da un impulso imperiale e genocida che solo un’ideologia profondamente suprematista e razzista può supportare.
Questa frattura di fatto – che certamente in queste ore sia Washington che Tel Aviv staranno cercando di ricomporre a spese di terzi – arriva oltretutto dopo giorni di polemiche, negli Usa, per il ruolo “invadente e spionistico” di Israele nei confronti del “fratello maggiore”.
La Defense Intelligence Agency del Pentagono ha registrato un intensificarsi delle attività di spionaggio del Mossad, dopo l’ormai celebre telefonata di insulti tra Donald Trump e Benyamin Netanyahu, nei confronti di diversi funzionari statunitensi, in particolare Steve Witkoff – incaricato personalmente da Trump di seguire quasi tutte le trattative a livello mondiale (Ucraina, Iran, Golfo Persico, ecc.) e Elbridge A. Colby, sottosegretario alla Difesa (il vice di Hegseth, insomma), nonché Michael P. Di Mino IV, appena un gradino sotto ma responsabile per il Medio Oriente.
Non risultano azioni “invasive” a carico di Jared Kushner, marito della figlia di Trump, nonché sionista e finanziatore dei gruppi di coloni più estremisti in Cisgiordania, al centro della rivolta albanese, anche lui “incaricato” di seguire quasi tutte le crisi insieme a Witkoff. Si vede che si spia da solo, passando al Mossad informazioni di prima mano...
A facilitare lo spionaggio israeliano ci sarebbe la scarsa “professionalità diplomatica” dei personaggi in questione, tutti scelti da Trump su base fiduciaria personale. La Dia, infatti, lamenta che tutti costoro sono inoltre, bersagli molto “vulnerabili” per l’abitudine a viaggiare su jet privati, gestire questioni di sicurezza nazionale tramite i propri telefoni personali e rifiutare il supporto del personale delle ambasciate americane all’estero. Ma gestire gli affari propri e quelli della prima superpotenza richiedono una “strumentazione” profondamente diversa...
In un documento di sette pagine la Dia spiega che la capacità di Israele di condurre attività di spionaggio e di raccolta informazioni è aumentata a livelli preoccupanti negli ultimi tempi e cita una serie di esempi. Sebbene sia prassi comune che alleati e avversari di tutto il mondo si spiino a vicenda, le recenti operazioni israeliane sono andate ben oltre le normali e prevedibili pratiche di intelligence.
Immediata e ovvia la catena delle “smentite imbarazzate”, sia a Washington che a Tel Aviv, ma la stessa Dia fa sapere che Witkoff e altri “adottano già precauzioni supplementari quando si recano in Israele”. Come se lo spionaggio dipendesse dal luogo fisico...
La velata protesta del Pentagono, peraltro, arriva appena un paio di mesi dopo le dimissioni di Joe Kent da capo dell’Antiterrorismo, con una lettera in cui spiegava chiaramente che “abbiamo iniziato questa guerra a causa delle pressioni di Israele e della sua potente lobby americana”.
Del resto, se l’Aipac ha contribuito direttamente all’elezione di 351 parlamentari americani su 535, procurandosi così una “maggioranza qualificata” e bipartisan a favore di Israele, come si può pensare che su tutti gli altri ambiti dei rapporti bilaterali – a cominciare appunto dall’intelligence – non avvenga altrettanto?
Comunque la si giri, quel che ne viene fuori è una caduta verticale della credibilità degli Stati Uniti – non soltanto di questa amministrazione – come “regolatore” delle vicende del mondo. Solo pochi giorni fa, per esempio, dopo la cosiddetta “lettera” di Zelenskij a Putin, un Trump in stato di evidente confusione, aveva invitato Russia e Ucraina ad “accordarsi fa loro”, seppellendo di fatto “lo spirito di Anchorage” e il suo stesso ruolo di salvatore nel “portare la pace” a confini dell’Europa.
Ma se non c’è più “uno sceriffo in città”, i giochi cambiano. Tutti e per tutti.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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08/06/2026
09/05/2026
Servizi segreti e polizie: ancora abusi e corruzione. Impuniti
Le indagini sul caso “Equalize” e ora sul “gruppo clandestino Squadra Fiore” – una volta tanto – stanno scoprendo un po’ di altarini criminali dei servizi segreti e di alcune frange delle polizie in combutta con imprenditori e altri “esperti”.
Come svelato da qualche storico (in particolare vari articoli pubblicati su insorgenze.net da Paolo Persichetti, alcuni scritti di Aldo Giannuli e il recente libro di Giovanna Tosatti) non è affatto la prima volta che in Italia si scoprono pratiche criminali dei servizi segreti sempre governati secondo la logica del libero arbitrio, cioè senza mai alcun effettivo controllo democratico indipendente.
Già per il caso Equalize l’indagine della Procura di Milano ho mostrato che non riguardava solo un sistema criminale, ma il rapporto tra informazione, potere e legalità. In particolare si capisce bene che nelle manovre di ogni sorta da parte di privati a beneficio dei loro affari finanziari ed economici, alla loro domanda di informazioni riservate corrisponde sempre un’offerta pronta a soddisfarla da parte delle agenzie istituzionali capaci di offrirla (vedi infra Mario Turla).
Ma se ciò avviene è sempre perché non c’è mai controllo democratico di queste agenzie come del resto delle polizie in generale. Fra l'altro il registro dei titolari effettivi di queste informazioni resta sempre bloccato.
Come scrive Turla in https://altreconomia.it :
Ricordiamo che il mercato delle investigazioni private è sempre esistito e si è strutturato e consolidato grazie anche alle nuove tecnologie e al boom delle speculazioni finanziarie, potendo anche contare sulla disponibilità e la corruttibilità di appartenenti o ex appartenenti alle forze dell’ordine.
Fra gli altri casi, si ricordi appunto l’allucinante caso Telecom-Pirelli che portò al rinvio a giudizio di 34 persone, tra cui vari dipendenti e agenti della Polizia di Stato, dell’Arma dei Carabinieri e della Guardia di Finanza (vedi wikipedia). Gli indagati erano inquisiti per associazione a delinquere finalizzata alla corruzione di pubblici ufficiali, rivelazione del segreto di stato, appropriazione indebita, falso, accesso abusivo a sistemi informatici, favoreggiamento e riciclaggio.
Il processo durò 7 anni e alla fine fra patteggiamenti e riduzioni di accuse quasi nessuno ha scontato pene in carcere e tanto meno mister Tronchetti Provera – ex presidente Pirelli – e Carlo Buora – ex amministratore delegato.
Il caso dello spionaggio e le indagini su ex membri dei Servizi, imprenditori e sul gruppo clandestino “Squadra Fiore” (vedi qui e qui) svela l’intreccio tra gli appalti dell’Aisi e la società dell’imprenditore Saladino. Fra gli indagati l’ex-vicedirettore del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza – Dis – Giuseppe Del Deo, e l’hacker Samuele Calamucci, indagati da parte del Ros su delega dei PM romani.
Un’indagine che riguarda anche quella per truffa e peculato a carico di ex appartenenti ai servizi; quindi sia l’intreccio tra gli appalti dell’Aisi e la società dell’imprenditore Saladino a cui tra il 2022 e il 2024 la principale agenzia italiana di controspionaggio avrebbe assegnato commesse dirette per oltre 39 milioni di euro per la fornitura di jammer, software di riconoscimento facciale, impianti di videosorveglianza, sia gli spionaggi illeciti da parte della «Squadra Fiore» che coinvolgerebbe anche l’ex vicedirettore del Dis, Del Deo e Samuele Calamucci, l’hacker legato all’altra società di spionaggio Equalize e altri membri della squadra.
Questo ex-vicedirettore del Dis sarebbe indagato anche per peculato per i 5 milioni di euro per contratti verso una società “amica”, la Sind, che si occupa di sistemi di riconoscimento facciale e biometrici (se ne guardi il sito: al di là della pretesa di connessioni con tutto l’apparato dello stato, mostra un potenziale super pervasivo).
È anche indagato per truffa l’ex capo e fondatore della società Maticmind, Carmine Saladino.
I fatti risalgono al 2022 e riguardano 7 indagati. Fra altri l’indagine riguarda anche Vincenzo De Marzio, ex Ros, nome in codice “Tela”, legato ai Servizi segreti e Mario Cella, uomo di fiducia prima di Leonardo Del Vecchio e oggi del figlio Leonardo Maria.
L’inchiesta è infatti collegata con l’altra indagine della procura di Milano sulla società milanese Equalize: i due gruppi si sarebbero scambiati informazioni top secret nascondendole dietro alla fornitura di banali servizi investigativi.
Il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega ai Servizi segreti, Alfredo Mantovano, ha fatto sapere di aver adottato una linea di fermezza e preoccupazioni per la sicurezza nazionale e la tenuta del sistema di sicurezza. Ne avrebbe discusso con il Copasir – presieduto dal PD Lorenzo Guerini che segue sempre l’orientamento di Minniti, diventato grande sodale di Mantovano e della sig.ra Meloni –. Ma ha subito difeso l’integrità dei Servizi che lavorerebbero anche per isolare eventuali talpe interne (siamo alla solita manfrina delle “mele marce”).
Ricordiamo che a proposito del caso Paragon, il sig. Mantovano al Copasir ha riassolto i servizi. L’Aisi e l’Aise hanno ammesso di essere in possesso del software israeliano, ma “di non averlo utilizzato nei confronti degli attivisti e giornalisti coinvolti in questa vicenda”, aggiungendo che “avrebbero seguito le procedure in maniera legittima” – SIC! – (Luca Casarini dell’ong Mediterranea Saving Humans e Francesco Cancellato di Fanpage furono spiati a mezzo di Paragon).
E ricordiamo anche che Mantovano sul caso Almasri, il torturatore libico rimpatriato col volo di stato, ha difeso l’operato dei servizi segreti e del governo, mantenendo il segreto sui dettagli delle audizioni e sostenendo la legittimità delle azioni per la sicurezza nazionale, respingendo le accuse di favoreggiamento.
In altre parole, come in passato grazie all’ex-sinistra (e in particolare ai vari Violante e Minniti), le destre oggi al governo garantiscono l’impunità dei servizi segreti e nessuno evoca la sfacciata assenza del loro controllo politico democratico e indipendente, come del resto vale per tutto l’apparato militare e le forze di polizia (vedi osservatoriorepressione.info).
Fonte
Come svelato da qualche storico (in particolare vari articoli pubblicati su insorgenze.net da Paolo Persichetti, alcuni scritti di Aldo Giannuli e il recente libro di Giovanna Tosatti) non è affatto la prima volta che in Italia si scoprono pratiche criminali dei servizi segreti sempre governati secondo la logica del libero arbitrio, cioè senza mai alcun effettivo controllo democratico indipendente.
Già per il caso Equalize l’indagine della Procura di Milano ho mostrato che non riguardava solo un sistema criminale, ma il rapporto tra informazione, potere e legalità. In particolare si capisce bene che nelle manovre di ogni sorta da parte di privati a beneficio dei loro affari finanziari ed economici, alla loro domanda di informazioni riservate corrisponde sempre un’offerta pronta a soddisfarla da parte delle agenzie istituzionali capaci di offrirla (vedi infra Mario Turla).
Ma se ciò avviene è sempre perché non c’è mai controllo democratico di queste agenzie come del resto delle polizie in generale. Fra l'altro il registro dei titolari effettivi di queste informazioni resta sempre bloccato.
Come scrive Turla in https://altreconomia.it :
“esiste un sistema strutturato di accesso e utilizzo illecito delle informazioni contenute nei database pubblici. Secondo gli inquirenti siamo di fronte a una vera e propria “industria del dato riservato”, capace di operare su larga scala grazie a una combinazione di relazioni, competenze e soprattutto domanda che proviene da segmenti rilevanti del mondo economico e professionale”.Ma appare alquanto limitato pensare che tutto ciò risalga al nuovo codice di procedura penale del 1989 che introdusse la facoltà della difesa di svolgere indagini aprendo quindi la possibilità per soggetti privati di raccogliere informazioni anche “in via preventiva”.
Ricordiamo che il mercato delle investigazioni private è sempre esistito e si è strutturato e consolidato grazie anche alle nuove tecnologie e al boom delle speculazioni finanziarie, potendo anche contare sulla disponibilità e la corruttibilità di appartenenti o ex appartenenti alle forze dell’ordine.
Fra gli altri casi, si ricordi appunto l’allucinante caso Telecom-Pirelli che portò al rinvio a giudizio di 34 persone, tra cui vari dipendenti e agenti della Polizia di Stato, dell’Arma dei Carabinieri e della Guardia di Finanza (vedi wikipedia). Gli indagati erano inquisiti per associazione a delinquere finalizzata alla corruzione di pubblici ufficiali, rivelazione del segreto di stato, appropriazione indebita, falso, accesso abusivo a sistemi informatici, favoreggiamento e riciclaggio.
Il processo durò 7 anni e alla fine fra patteggiamenti e riduzioni di accuse quasi nessuno ha scontato pene in carcere e tanto meno mister Tronchetti Provera – ex presidente Pirelli – e Carlo Buora – ex amministratore delegato.
Il caso dello spionaggio e le indagini su ex membri dei Servizi, imprenditori e sul gruppo clandestino “Squadra Fiore” (vedi qui e qui) svela l’intreccio tra gli appalti dell’Aisi e la società dell’imprenditore Saladino. Fra gli indagati l’ex-vicedirettore del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza – Dis – Giuseppe Del Deo, e l’hacker Samuele Calamucci, indagati da parte del Ros su delega dei PM romani.
Un’indagine che riguarda anche quella per truffa e peculato a carico di ex appartenenti ai servizi; quindi sia l’intreccio tra gli appalti dell’Aisi e la società dell’imprenditore Saladino a cui tra il 2022 e il 2024 la principale agenzia italiana di controspionaggio avrebbe assegnato commesse dirette per oltre 39 milioni di euro per la fornitura di jammer, software di riconoscimento facciale, impianti di videosorveglianza, sia gli spionaggi illeciti da parte della «Squadra Fiore» che coinvolgerebbe anche l’ex vicedirettore del Dis, Del Deo e Samuele Calamucci, l’hacker legato all’altra società di spionaggio Equalize e altri membri della squadra.
Questo ex-vicedirettore del Dis sarebbe indagato anche per peculato per i 5 milioni di euro per contratti verso una società “amica”, la Sind, che si occupa di sistemi di riconoscimento facciale e biometrici (se ne guardi il sito: al di là della pretesa di connessioni con tutto l’apparato dello stato, mostra un potenziale super pervasivo).
È anche indagato per truffa l’ex capo e fondatore della società Maticmind, Carmine Saladino.
I fatti risalgono al 2022 e riguardano 7 indagati. Fra altri l’indagine riguarda anche Vincenzo De Marzio, ex Ros, nome in codice “Tela”, legato ai Servizi segreti e Mario Cella, uomo di fiducia prima di Leonardo Del Vecchio e oggi del figlio Leonardo Maria.
L’inchiesta è infatti collegata con l’altra indagine della procura di Milano sulla società milanese Equalize: i due gruppi si sarebbero scambiati informazioni top secret nascondendole dietro alla fornitura di banali servizi investigativi.
Il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega ai Servizi segreti, Alfredo Mantovano, ha fatto sapere di aver adottato una linea di fermezza e preoccupazioni per la sicurezza nazionale e la tenuta del sistema di sicurezza. Ne avrebbe discusso con il Copasir – presieduto dal PD Lorenzo Guerini che segue sempre l’orientamento di Minniti, diventato grande sodale di Mantovano e della sig.ra Meloni –. Ma ha subito difeso l’integrità dei Servizi che lavorerebbero anche per isolare eventuali talpe interne (siamo alla solita manfrina delle “mele marce”).
Ricordiamo che a proposito del caso Paragon, il sig. Mantovano al Copasir ha riassolto i servizi. L’Aisi e l’Aise hanno ammesso di essere in possesso del software israeliano, ma “di non averlo utilizzato nei confronti degli attivisti e giornalisti coinvolti in questa vicenda”, aggiungendo che “avrebbero seguito le procedure in maniera legittima” – SIC! – (Luca Casarini dell’ong Mediterranea Saving Humans e Francesco Cancellato di Fanpage furono spiati a mezzo di Paragon).
E ricordiamo anche che Mantovano sul caso Almasri, il torturatore libico rimpatriato col volo di stato, ha difeso l’operato dei servizi segreti e del governo, mantenendo il segreto sui dettagli delle audizioni e sostenendo la legittimità delle azioni per la sicurezza nazionale, respingendo le accuse di favoreggiamento.
In altre parole, come in passato grazie all’ex-sinistra (e in particolare ai vari Violante e Minniti), le destre oggi al governo garantiscono l’impunità dei servizi segreti e nessuno evoca la sfacciata assenza del loro controllo politico democratico e indipendente, come del resto vale per tutto l’apparato militare e le forze di polizia (vedi osservatoriorepressione.info).
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22/04/2026
L’agente del Mossad morto misteriosamente sul Lago Maggiore era un pezzo grosso
La pesante cappa di silenzio calata sul misterioso “affondamento” di una barca sul lago Maggiore il 28 maggio del 2023 è stata rotta da uno dei soggetti coinvolti: il Mossad israeliano.
Nello stranissimo incidente morirono un agente del Mossad, due agenti dei servizi segreti italiani e una donna. Gli altri 18 “ospiti” della festa sulla barca “Gooduria” scomparvero rapidamente senza lasciare tracce. Sembra addirittura che un volo speciale proveniente da Israele atterrò in Italia per “esfiltrare” gli altri agenti del Mossad presenti alla “festa” sulla barca poi affondata.
In Italia il silenzio su quanto accaduto venne relativamente rotto dalla cerimonia ufficiale nel marzo del 2024 che aveva ricordato la morte dei due agenti.
In Israele invece è stato il capo del Mossad, David Barnea, nel giorno del ricordo dei caduti delle guerre d’Israele, a citare l’agente M. morto, appunto, nel misterioso affondamento della barca sul Lago Maggiore
I media israeliani legano l’agente “M” al nome, forse fittizio, di Erez Shimoni, morto nel naufragio il tardo pomeriggio del 28 maggio del 2023 in Italia e il cui nome era però già venuto fuori all’epoca.
La salma dell’agente cinquantenne del Mossad Erez Shimoni era stata riportata in Israele mercoledì 31 maggio “Il Mossad ha perso un caro amico, che ha dedicato la sua vita alla sicurezza dello Stato di Israele per decenni, anche dopo essere andato in pensione” dichiararono le autorità israeliane.
Il capo del Mossad, Barnea aveva partecipato al funerale di Erez Shimoni nel 2023, la cui tomba è nel cimitero di Ashkelon, nel sud di Israele.
Il segreto di Stato ha coperto fin dalle prime ore le identità e nazionalità delle altre 18 persone a bordo. La versione ufficiale dichiarò che si trattò di un incidente dovuto alle eccezionali condizioni di maltempo in quel tratto del lago.
Come già si era sospettato all’epoca, Barnea ha confermato che l’operazione in corso in Italia nel 2023 era un’attività comune tra Italia e Israele nei confronti dell’Iran. L’operazione doveva “contrastare le capacità militari non convenzionali dell’Iran tesa a impedire che arrivassero a Teheran armamenti avanzati, forniture di armi e tecnologia per arricchire l’uranio”.
Se si trattava di una missione operativa, nulla esclude che l’affondamento della barca possa essere un aspetto della guerra di spie combattuta in altri paesi tra i servizi israeliani e quelli iraniani. In tal caso meglio mascherarla da incidente che da sconfitta sul campo, un po’ come sta accadendo da settimane nella guerra scatenata da Israele e Usa contro l’Iran. E come quando le perdite sul terreno sono spesso indicate come vittime di “fuoco amico” o di “incidenti” piuttosto che ammettere le capacità offensive del nemico.
Nel maggio del 2023 in carica c’era il governo Meloni, due mesi prima del naufragio della barca delle spie italiane e israeliane, Netanyahu era stato in visita in Italia.
Da quanto affermato dal capo del Mossad Barnea, quella in corso sul territorio italiano era una importante missione operativa che dunque ha coinvolto anche i servizi di intelligence italiani, causandone anche due perdite, altri due morti da mettere sul conto della vergognosa e complice alleanza con Israele.
Fonte
Nello stranissimo incidente morirono un agente del Mossad, due agenti dei servizi segreti italiani e una donna. Gli altri 18 “ospiti” della festa sulla barca “Gooduria” scomparvero rapidamente senza lasciare tracce. Sembra addirittura che un volo speciale proveniente da Israele atterrò in Italia per “esfiltrare” gli altri agenti del Mossad presenti alla “festa” sulla barca poi affondata.
In Italia il silenzio su quanto accaduto venne relativamente rotto dalla cerimonia ufficiale nel marzo del 2024 che aveva ricordato la morte dei due agenti.
In Israele invece è stato il capo del Mossad, David Barnea, nel giorno del ricordo dei caduti delle guerre d’Israele, a citare l’agente M. morto, appunto, nel misterioso affondamento della barca sul Lago Maggiore
I media israeliani legano l’agente “M” al nome, forse fittizio, di Erez Shimoni, morto nel naufragio il tardo pomeriggio del 28 maggio del 2023 in Italia e il cui nome era però già venuto fuori all’epoca.
La salma dell’agente cinquantenne del Mossad Erez Shimoni era stata riportata in Israele mercoledì 31 maggio “Il Mossad ha perso un caro amico, che ha dedicato la sua vita alla sicurezza dello Stato di Israele per decenni, anche dopo essere andato in pensione” dichiararono le autorità israeliane.
Il capo del Mossad, Barnea aveva partecipato al funerale di Erez Shimoni nel 2023, la cui tomba è nel cimitero di Ashkelon, nel sud di Israele.
Il segreto di Stato ha coperto fin dalle prime ore le identità e nazionalità delle altre 18 persone a bordo. La versione ufficiale dichiarò che si trattò di un incidente dovuto alle eccezionali condizioni di maltempo in quel tratto del lago.
Come già si era sospettato all’epoca, Barnea ha confermato che l’operazione in corso in Italia nel 2023 era un’attività comune tra Italia e Israele nei confronti dell’Iran. L’operazione doveva “contrastare le capacità militari non convenzionali dell’Iran tesa a impedire che arrivassero a Teheran armamenti avanzati, forniture di armi e tecnologia per arricchire l’uranio”.
Se si trattava di una missione operativa, nulla esclude che l’affondamento della barca possa essere un aspetto della guerra di spie combattuta in altri paesi tra i servizi israeliani e quelli iraniani. In tal caso meglio mascherarla da incidente che da sconfitta sul campo, un po’ come sta accadendo da settimane nella guerra scatenata da Israele e Usa contro l’Iran. E come quando le perdite sul terreno sono spesso indicate come vittime di “fuoco amico” o di “incidenti” piuttosto che ammettere le capacità offensive del nemico.
Nel maggio del 2023 in carica c’era il governo Meloni, due mesi prima del naufragio della barca delle spie italiane e israeliane, Netanyahu era stato in visita in Italia.
Da quanto affermato dal capo del Mossad Barnea, quella in corso sul territorio italiano era una importante missione operativa che dunque ha coinvolto anche i servizi di intelligence italiani, causandone anche due perdite, altri due morti da mettere sul conto della vergognosa e complice alleanza con Israele.
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21/04/2026
I servizi segreti “sul mercato”. La privatizzazione dello spionaggio
Ci risiamo. È in corso una nuova inchiesta su ambienti ed ex dirigenti dei servizi segreti che si sono “messi sul mercato” vendendo ai privati le loro conoscenze, attività e strumenti di spionaggio.
Questa volta a finire nel mirino della magistratura è Giuseppe Del Deo, ex numero due dell’Aisi (i servizi segreti sul fronte interno, ndr) ed ex dirigente del reparto economico-finanziario dei servizi.
L’accusa è quella di uso “non istituzionale” delle informazioni riservate acquisite attraverso gli apparati. Risulta indagato per accesso abusivo ai sistemi informatici e peculato; in concorso, per questo secondo reato, con l’imprenditore Carmine Saladino, già presidente di una società pagata dal servizio e inquisito a sua volta per una frode legata ad altri presunti guadagni indebiti.
Le accuse formulate dai magistrati sono piuttosto numerose : “associazione per delinquere”, “rivelazione ed utilizzazione di segreti di ufficio”, “accesso abusivo ad un sistema informatico o telematico”, “intercettazione, impedimento o interruzione illecita di comunicazioni informatiche o telematiche”, “calunnia”, “rivelazione di segreti di Stato”, “corruzione per un atto contrario ai doveri d’ufficio”, “falsità materiale commessa dal privato”, “falsità materiale commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici”, “falsificazione, alterazione o soppressione del contenuto di comunicazioni informatiche o telematiche”, “corruzione per l’esercizio della funzione”, “false dichiarazioni al difensore”, “falsità in documenti informatici” e violazioni del Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza con riferimento all’esercizio dell’attività degli apparati investigativi.
L’inchiesta vede implicati anche degli imprenditori che – tramite l’ex dirigente sei servizi segreti – nel 2023, si sarebbero appropriati di fondi dell’Aisi per alcuni milioni di euro destinati a saldare un contratto di fornitura, di fatto mai eseguito, stipulato tra l’Agenzia e una società operante nel settore della produzione di sistemi software e hardware.
Dunque ancora una volta emerge un connubio insano tra gli apparati di sicurezza dello Stato e imprese private.
Nella nuova inchiesta viene messo nel mirino l’intreccio tra gli appalti dell’Aisi e una società dell’imprenditore Carmine Saladino (la Matic Mind) a cui tra il 2022 e il 2024 l’Agenzia avrebbe assegnato commesse dirette per oltre 39 milioni di euro per la fornitura di jammer, software di riconoscimento facciale, impianti di videosorveglianza.
C’è poi un secondo filone di indagine sugli spionaggi illeciti condotti dalla famigerata “Squadra Fiore” di Roma che coinvolge l’ex vicedirettore del Dis (Dipartimento delle informazioni sulla sicurezza) Giuseppe Del Deo ma anche Samuele Calamucci, l’hacker legato ad un’altra nota società di spionaggio – milanese in questo caso – la Equalize, società finita sotto inchiesta della procura di Milano per casi di spionaggio per conto e a danno di privati.
Calamucci venne arrestato nell’inchiesta milanese e le sue dichiarazioni sulla romana “Squadra Fiore” adesso sono analizzate per gli opportuni riscontri dei magistrati della Procura di Roma, che indagano sulla possibile esistenza di una rete parallela a quella già smantellata in Lombardia.
“Dalle inchieste su Equalize alla rete clandestina “Squadra Fiore” riemerge un sistema opaco fatto di dossieraggi, appalti miliardari, spionaggio illecito e collusioni tra apparati dello Stato e interessi privati, mentre il controllo democratico sui servizi segreti continua a restare una finzione” scrive un attento osservatore come Turi Palidda su Osservatorio Repressione. “Le indagini sul caso “Equalize” e ora sul “gruppo clandestino Squadra Fiore” – una volta tanto – stanno scoprendo un po’ di altarini criminali dei servizi segreti e di alcune frange delle polizie in combutta con imprenditori e altri “esperti””.
Ma Del Deo, una sorta di “via libera” a mettersi sul mercato con i privati l’aveva ricevuta dall’alto.
La giornalista investigativa Stefania Limiti segnala che ad agosto del 2024 la premier Meloni aveva nominato Giuseppe Del Deo vicedirettore del DIS ma poi, solo un anno dopo, il dirigente dei servizi segreti era stato “prepensionato” (a 51 anni) con un provvedimento che ha introdotto il cosiddetto ‘comma Del Deo’, un comma che consente agli ex dirigenti sei servizi segreti di lavorare immediatamente con soggetti privati. Per varare questo meccanismo sono state modificate ad esempio le regole di incompatibilità, permettendo così agli ex vertici dei Servizi di poter collaborare con realtà private, italiane o estere, subito dopo le dimissioni.
Del Deo aveva la responsabilità di negoziare con le aziende pagate dall’Agenzia per i servizi forniti, operando sul conto corrente intestato alla presidenza del Consiglio.
Anche in questa indagine sta emergendo un vero e proprio verminaio di spionaggio, dossieraggi, interessi privati e soggetti legati ai servizi segreti. Come noto il mercato delle informazioni riservate oltre che inquietante è assai redditizio.
“Non si tratta più soltanto di verificare responsabilità individuali ma di prendere atto dell’esistenza di un sistema strutturato di accesso e utilizzo illecito delle informazioni contenute nei database pubblici” sottolinea Mario Turla su Altraeconomia.
“Secondo gli inquirenti non siamo di fronte a episodi isolati ma a una vera e propria “industria del dato riservato”, capace di operare su larga scala grazie a una combinazione di relazioni, competenze e soprattutto domanda. Una domanda che proviene da segmenti rilevanti del mondo economico e professionale”.
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Questa volta a finire nel mirino della magistratura è Giuseppe Del Deo, ex numero due dell’Aisi (i servizi segreti sul fronte interno, ndr) ed ex dirigente del reparto economico-finanziario dei servizi.
L’accusa è quella di uso “non istituzionale” delle informazioni riservate acquisite attraverso gli apparati. Risulta indagato per accesso abusivo ai sistemi informatici e peculato; in concorso, per questo secondo reato, con l’imprenditore Carmine Saladino, già presidente di una società pagata dal servizio e inquisito a sua volta per una frode legata ad altri presunti guadagni indebiti.
Le accuse formulate dai magistrati sono piuttosto numerose : “associazione per delinquere”, “rivelazione ed utilizzazione di segreti di ufficio”, “accesso abusivo ad un sistema informatico o telematico”, “intercettazione, impedimento o interruzione illecita di comunicazioni informatiche o telematiche”, “calunnia”, “rivelazione di segreti di Stato”, “corruzione per un atto contrario ai doveri d’ufficio”, “falsità materiale commessa dal privato”, “falsità materiale commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici”, “falsificazione, alterazione o soppressione del contenuto di comunicazioni informatiche o telematiche”, “corruzione per l’esercizio della funzione”, “false dichiarazioni al difensore”, “falsità in documenti informatici” e violazioni del Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza con riferimento all’esercizio dell’attività degli apparati investigativi.
L’inchiesta vede implicati anche degli imprenditori che – tramite l’ex dirigente sei servizi segreti – nel 2023, si sarebbero appropriati di fondi dell’Aisi per alcuni milioni di euro destinati a saldare un contratto di fornitura, di fatto mai eseguito, stipulato tra l’Agenzia e una società operante nel settore della produzione di sistemi software e hardware.
Dunque ancora una volta emerge un connubio insano tra gli apparati di sicurezza dello Stato e imprese private.
Nella nuova inchiesta viene messo nel mirino l’intreccio tra gli appalti dell’Aisi e una società dell’imprenditore Carmine Saladino (la Matic Mind) a cui tra il 2022 e il 2024 l’Agenzia avrebbe assegnato commesse dirette per oltre 39 milioni di euro per la fornitura di jammer, software di riconoscimento facciale, impianti di videosorveglianza.
C’è poi un secondo filone di indagine sugli spionaggi illeciti condotti dalla famigerata “Squadra Fiore” di Roma che coinvolge l’ex vicedirettore del Dis (Dipartimento delle informazioni sulla sicurezza) Giuseppe Del Deo ma anche Samuele Calamucci, l’hacker legato ad un’altra nota società di spionaggio – milanese in questo caso – la Equalize, società finita sotto inchiesta della procura di Milano per casi di spionaggio per conto e a danno di privati.
Calamucci venne arrestato nell’inchiesta milanese e le sue dichiarazioni sulla romana “Squadra Fiore” adesso sono analizzate per gli opportuni riscontri dei magistrati della Procura di Roma, che indagano sulla possibile esistenza di una rete parallela a quella già smantellata in Lombardia.
“Dalle inchieste su Equalize alla rete clandestina “Squadra Fiore” riemerge un sistema opaco fatto di dossieraggi, appalti miliardari, spionaggio illecito e collusioni tra apparati dello Stato e interessi privati, mentre il controllo democratico sui servizi segreti continua a restare una finzione” scrive un attento osservatore come Turi Palidda su Osservatorio Repressione. “Le indagini sul caso “Equalize” e ora sul “gruppo clandestino Squadra Fiore” – una volta tanto – stanno scoprendo un po’ di altarini criminali dei servizi segreti e di alcune frange delle polizie in combutta con imprenditori e altri “esperti””.
Ma Del Deo, una sorta di “via libera” a mettersi sul mercato con i privati l’aveva ricevuta dall’alto.
La giornalista investigativa Stefania Limiti segnala che ad agosto del 2024 la premier Meloni aveva nominato Giuseppe Del Deo vicedirettore del DIS ma poi, solo un anno dopo, il dirigente dei servizi segreti era stato “prepensionato” (a 51 anni) con un provvedimento che ha introdotto il cosiddetto ‘comma Del Deo’, un comma che consente agli ex dirigenti sei servizi segreti di lavorare immediatamente con soggetti privati. Per varare questo meccanismo sono state modificate ad esempio le regole di incompatibilità, permettendo così agli ex vertici dei Servizi di poter collaborare con realtà private, italiane o estere, subito dopo le dimissioni.
Del Deo aveva la responsabilità di negoziare con le aziende pagate dall’Agenzia per i servizi forniti, operando sul conto corrente intestato alla presidenza del Consiglio.
Anche in questa indagine sta emergendo un vero e proprio verminaio di spionaggio, dossieraggi, interessi privati e soggetti legati ai servizi segreti. Come noto il mercato delle informazioni riservate oltre che inquietante è assai redditizio.
“Non si tratta più soltanto di verificare responsabilità individuali ma di prendere atto dell’esistenza di un sistema strutturato di accesso e utilizzo illecito delle informazioni contenute nei database pubblici” sottolinea Mario Turla su Altraeconomia.
“Secondo gli inquirenti non siamo di fronte a episodi isolati ma a una vera e propria “industria del dato riservato”, capace di operare su larga scala grazie a una combinazione di relazioni, competenze e soprattutto domanda. Una domanda che proviene da segmenti rilevanti del mondo economico e professionale”.
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13/02/2026
Piccoli Epstein proliferano... in Israele
Riferisce la testata Jerusalem Post, che di certo non può essere classificata come media dell’opposizione “radicale”, che tale Itai Levy è stato condannato per “attività sessuali non consensuali con minori”. Se a qualcuno viene da sorridere pensando alla formula “attività sessuali non consensuali” in rapporto con la minorità è bene che sappia subito che i “minori” in questione comprendono anche bambini di 4 anni. Quattro anni.
Itali Levy ha confessato e si è dichiarato colpevole per quattro capi d’accusa separati di violenza sessuale su minore, nonché per atti indecenti su minore e violazione della privacy.
Ma Itai Levy non è soltanto un pedofilo violentatore qualsiasi, ma l’amministratore delegato dell’azienda di cybersecurity Kernelios, uno dei fiori all’occhiello della tecnologia israeliana in materia di cybersicurezza.
La Kernelios si vantava e si vanta ancora di aver formato il Cyber Command Knowledge Center, un “centro impegnato a formare la futura generazione di esperti di sicurezza informatica del settore, offrendo loro la possibilità di imparare dai principali esperti israeliani, ponendo la massima enfasi sulla formazione pratica nei vari argomenti”.
Non si tratta soltanto di formazione professionale, evidentemente, visto che “La visione dei fondatori è quella di formare studenti che in seguito fungeranno da centro di conoscenza della sicurezza informatica nelle rispettive organizzazioni”.
Per “rispettive organizzazioni” si deve necessariamente intendere sia società che Stati, in cui gli “ex studenti” potranno comodamente fare da “basisti” per l’acquisizione di ogni tipo di dato utile per la “casa madre”.
Non è del resto ignota la formazione dei principali membri della società, in cui possiamo trovare ex consulenti del ministero degli esteri, ex ufficiale dell’intelligence ed ex capi della polizia israeliana, nonché esperti di lungo corso in “operazioni di intelligence, gestione delle minacce e sviluppo”.
Sulla “stranezza” per cui confluiscono nelle stesse persone ricchezza, tecnologie da intelligence, pedofilia, disturbi psichici gravissimi, violenza e disprezzo per gli altri esseri umani... vi lasciamo fare le vostre considerazioni. Però, ad occhio, il suprematismo razziale (magari giustificato con chiacchiere sulla religione o la storia) dovrebbe avere un ruolo centrale.
Se voi foste al vertice dello Stato, vi fidereste ad assegnare contratti in materia di cybersicurezza a gente del genere?
P.s. L’Italia l’ha ovviamente già fatto, con Check Point Software Technologies, CyberArk, Palo Alto Networks, Rafael Advanced Defense Systems e naturalmente la ben nota Elbit Systems.
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Itali Levy ha confessato e si è dichiarato colpevole per quattro capi d’accusa separati di violenza sessuale su minore, nonché per atti indecenti su minore e violazione della privacy.
Ma Itai Levy non è soltanto un pedofilo violentatore qualsiasi, ma l’amministratore delegato dell’azienda di cybersecurity Kernelios, uno dei fiori all’occhiello della tecnologia israeliana in materia di cybersicurezza.
La Kernelios si vantava e si vanta ancora di aver formato il Cyber Command Knowledge Center, un “centro impegnato a formare la futura generazione di esperti di sicurezza informatica del settore, offrendo loro la possibilità di imparare dai principali esperti israeliani, ponendo la massima enfasi sulla formazione pratica nei vari argomenti”.
Non si tratta soltanto di formazione professionale, evidentemente, visto che “La visione dei fondatori è quella di formare studenti che in seguito fungeranno da centro di conoscenza della sicurezza informatica nelle rispettive organizzazioni”.
Per “rispettive organizzazioni” si deve necessariamente intendere sia società che Stati, in cui gli “ex studenti” potranno comodamente fare da “basisti” per l’acquisizione di ogni tipo di dato utile per la “casa madre”.
Non è del resto ignota la formazione dei principali membri della società, in cui possiamo trovare ex consulenti del ministero degli esteri, ex ufficiale dell’intelligence ed ex capi della polizia israeliana, nonché esperti di lungo corso in “operazioni di intelligence, gestione delle minacce e sviluppo”.
Sulla “stranezza” per cui confluiscono nelle stesse persone ricchezza, tecnologie da intelligence, pedofilia, disturbi psichici gravissimi, violenza e disprezzo per gli altri esseri umani... vi lasciamo fare le vostre considerazioni. Però, ad occhio, il suprematismo razziale (magari giustificato con chiacchiere sulla religione o la storia) dovrebbe avere un ruolo centrale.
Se voi foste al vertice dello Stato, vi fidereste ad assegnare contratti in materia di cybersicurezza a gente del genere?
P.s. L’Italia l’ha ovviamente già fatto, con Check Point Software Technologies, CyberArk, Palo Alto Networks, Rafael Advanced Defense Systems e naturalmente la ben nota Elbit Systems.
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10/02/2026
Sulle email tra Jeffrey Epstein e Noam Chomsky
di Vijay Prashad
Ho il cuore spezzato. Da bambino ho subito una violenza sessuale orribile, di cui ho già scritto e che continua a segnarmi anche decenni dopo. Significa che non posso tollerare chiunque sfrutti i bambini piccoli in modo non solo morale ma fisico: sono profondamente disgustato da chiunque faccia del male ai bambini e rabbrividisco quando sento qualcuno che disciplina un bambino.
Due dei miei figli sono adulti, e due sono ancora bambini, e con ciascuno di loro ho sentito e provato profondo riguardo alle loro fragilità e al loro futuro. Per me, non ci sono seconde possibilità per chi viola un bambino.
Ho letto del caso Jeffrey Epstein perché mi fa molto male leggere della violenza pericolosa inflitta a bambini e giovani.
Ma ovviamente era impossibile ignorare le email tra il mio amico e collaboratore Noam Chomsky ed Epstein.
Ho letto quello che potevo, e ho visto ciò che dovevo vedere. Noam è stato un grande mentore per me, e abbiamo realizzato insieme due libri (l’ultimo, il suo ultimo). Entrambi i libri furono scritti intorno al periodo in cui corrispondeva con Epstein.
Ma nulla nelle nostre molte discussioni ha sollevato i temi di quella corrispondenza o il fatto che stesse incontrando Epstein. Noam ed io abbiamo parlato dell’imperialismo statunitense e dei suoi crimini, e poi di Cuba. L’unica altra cosa personale di cui parlavamo, oltre a queste questioni politiche, era il nostro amore per i cani e la lingua araba.
Poiché Noam non può parlare né scrivere e spiegare il suo rapporto con Epstein, la questione è delicata. Non c’è nulla da dire a suo favore.
Quando sono apparse le foto e le email, sono stato subito disgustato dalla pedofilia di Epstein, e quindi dall’amicizia di Noam con lui. A mio avviso, non c’è alcuna difesa per questo, né un contesto che possa spiegare questo scandalo.
Ho chiesto a Jeffery St. Clair, il direttore di CounterPunch, cosa avrebbe pensato il nostro amico comune Alexander Cockburn di queste rivelazioni. “Alex sarebbe stato turbato, credo”, scrisse Jeffrey, “per il fatto che Noam avesse un rapporto così stretto con un ultra-sionista e probabile agente israeliano... Un giudizio davvero sbagliato da parte di qualcuno che di solito prende decisioni così ponderate e profondamente ragionate”.
Epstein era un uomo dell’estrema destra e un sionista – un accumulatore di uomini di potere e influenza che vogliono trasformare il mondo nel loro paradiso e nel nostro inferno.
Ha presentato Noam a Ehud Barak, un uomo che aveva affrontato accuse di corruzione nei primi anni 2000 e che aveva commesso crimini di guerra durante il suo mandato come Primo Ministro israeliano.
Nel 2009, Barak condusse una terribile guerra contro i palestinesi a Gaza, uccidendo a sangue freddo circa 1500 palestinesi.
Il comitato d’inchiesta delle Nazioni Unite, presieduto da Richard Goldstone, ha rilevato nel suo rapporto che il governo israeliano – guidato da Barak – aveva commesso crimini di guerra. Quando Barak visitò il Regno Unito quell’anno, gli avvocati portarono un caso alla città di Westminster per chiedere un mandato ai sensi del Criminal Justice Act del 1988, che prevede la giurisdizione universale nei casi di crimini di guerra. Non si è concretizzato alcun mandato di questo tipo.
Perché Noam avrebbe dovuto incontrare un criminale di guerra nel 2015, sei anni dopo questi eventi? Quando ho chiesto a Noam nel 2021, per il nostro primo libro The Withdrawal, se sarebbe andato a incontrare Henry Kissinger, ha riso e ha detto di no. Eppure, prima – a mia insaputa – aveva incontrato un criminale di guerra.
Perché frequentare così liberamente una persona di tale indole? Perché dare conforto e consigli a un pedofilo per i suoi crimini?
Dal mio punto di vista, sono inorridito e scioccato.
Fonte
Ho il cuore spezzato. Da bambino ho subito una violenza sessuale orribile, di cui ho già scritto e che continua a segnarmi anche decenni dopo. Significa che non posso tollerare chiunque sfrutti i bambini piccoli in modo non solo morale ma fisico: sono profondamente disgustato da chiunque faccia del male ai bambini e rabbrividisco quando sento qualcuno che disciplina un bambino.
Due dei miei figli sono adulti, e due sono ancora bambini, e con ciascuno di loro ho sentito e provato profondo riguardo alle loro fragilità e al loro futuro. Per me, non ci sono seconde possibilità per chi viola un bambino.
Ho letto del caso Jeffrey Epstein perché mi fa molto male leggere della violenza pericolosa inflitta a bambini e giovani.
Ma ovviamente era impossibile ignorare le email tra il mio amico e collaboratore Noam Chomsky ed Epstein.
Ho letto quello che potevo, e ho visto ciò che dovevo vedere. Noam è stato un grande mentore per me, e abbiamo realizzato insieme due libri (l’ultimo, il suo ultimo). Entrambi i libri furono scritti intorno al periodo in cui corrispondeva con Epstein.
Ma nulla nelle nostre molte discussioni ha sollevato i temi di quella corrispondenza o il fatto che stesse incontrando Epstein. Noam ed io abbiamo parlato dell’imperialismo statunitense e dei suoi crimini, e poi di Cuba. L’unica altra cosa personale di cui parlavamo, oltre a queste questioni politiche, era il nostro amore per i cani e la lingua araba.
Poiché Noam non può parlare né scrivere e spiegare il suo rapporto con Epstein, la questione è delicata. Non c’è nulla da dire a suo favore.
Quando sono apparse le foto e le email, sono stato subito disgustato dalla pedofilia di Epstein, e quindi dall’amicizia di Noam con lui. A mio avviso, non c’è alcuna difesa per questo, né un contesto che possa spiegare questo scandalo.
Ho chiesto a Jeffery St. Clair, il direttore di CounterPunch, cosa avrebbe pensato il nostro amico comune Alexander Cockburn di queste rivelazioni. “Alex sarebbe stato turbato, credo”, scrisse Jeffrey, “per il fatto che Noam avesse un rapporto così stretto con un ultra-sionista e probabile agente israeliano... Un giudizio davvero sbagliato da parte di qualcuno che di solito prende decisioni così ponderate e profondamente ragionate”.
Epstein era un uomo dell’estrema destra e un sionista – un accumulatore di uomini di potere e influenza che vogliono trasformare il mondo nel loro paradiso e nel nostro inferno.
Ha presentato Noam a Ehud Barak, un uomo che aveva affrontato accuse di corruzione nei primi anni 2000 e che aveva commesso crimini di guerra durante il suo mandato come Primo Ministro israeliano.
Nel 2009, Barak condusse una terribile guerra contro i palestinesi a Gaza, uccidendo a sangue freddo circa 1500 palestinesi.
Il comitato d’inchiesta delle Nazioni Unite, presieduto da Richard Goldstone, ha rilevato nel suo rapporto che il governo israeliano – guidato da Barak – aveva commesso crimini di guerra. Quando Barak visitò il Regno Unito quell’anno, gli avvocati portarono un caso alla città di Westminster per chiedere un mandato ai sensi del Criminal Justice Act del 1988, che prevede la giurisdizione universale nei casi di crimini di guerra. Non si è concretizzato alcun mandato di questo tipo.
Perché Noam avrebbe dovuto incontrare un criminale di guerra nel 2015, sei anni dopo questi eventi? Quando ho chiesto a Noam nel 2021, per il nostro primo libro The Withdrawal, se sarebbe andato a incontrare Henry Kissinger, ha riso e ha detto di no. Eppure, prima – a mia insaputa – aveva incontrato un criminale di guerra.
Perché frequentare così liberamente una persona di tale indole? Perché dare conforto e consigli a un pedofilo per i suoi crimini?
Dal mio punto di vista, sono inorridito e scioccato.
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14/01/2026
Alberto Trentin non è un santo e nemmeno un eroe
Negli ultimi anni il Venezuela è diventato il centro di uno scontro geopolitico di prim’ordine. La fase culminata con l’operazione statunitense contro il governo di Caracas non nasce dal nulla e non è questione di pochi mesi: si inserisce in una strategia di pressione di lunga durata, iniziata già ai tempi di Hugo Chávez e proseguita con Nicolás Maduro.
Parliamo di anni di sanzioni, isolamento diplomatico, operazioni di intelligence, sostegno a settori dell’opposizione e tentativi di delegittimazione del governo venezuelano.
Non è un mistero che Washington abbia cercato in più momenti di favorire un cambio di regime a Caracas. Basti ricordare la stagione di Juan Guaidó, riconosciuto da parte degli Stati Uniti e di altri governi come “presidente ad interim”, o le tensioni seguite alle ultime elezioni, con denunce di brogli, proteste di piazza, accuse di tentativi di golpe e un clima costante di destabilizzazione interna.
In questo quadro, il governo venezuelano sostiene da tempo che il paese fosse oggetto di attività di spionaggio sotto varie coperture: dissidenti interni, ONG, operatori stranieri. Il governo degli Stati Uniti, dopo l’attacco di qualche giorno fa, lo conferma, raccontando di come abbiano preparato l’operazione da mesi con aiuti interni e infiltrati della Cia.
È un fatto: la preparazione di ogni operazione militare richiede informazioni dettagliate su territorio, infrastrutture, catena di comando e abitudini dei vertici politici. Ed è altrettanto vero che le operazioni di intelligence non si organizzano in poche settimane, ma sono il frutto di anni di lavoro sotterraneo.
Dentro questo contesto si inserisce anche il caso di Alberto Trentin, “cooperante” italiano arrestato dalle autorità venezuelane. Trentin lavorava per una ONG con sede negli Stati Uniti e operava in Venezuela nell’ambito di progetti umanitari [in realtà quella Ong opera in Cambogia e Tailandia, paesi non proprio confinanti con il Venezuela, ndr]. Le autorità di Caracas lo hanno ufficialmente accusato di spionaggio. Dietro l’attività umanitaria vi sarebbe stata la raccolta di informazioni sul territorio.
È una accusa pesante, che in qualunque paese del mondo comporta pene gravi e che rientra pienamente nel clima di guerra ibrida che circonda oggi il Venezuela. Sta alla magistratura venezuelana dimostrare queste accuse. Resta però un dato politico: quando un paese diventa teatro di scontro tra potenze e di operazioni militari o clandestine, ogni operatore straniero viene automaticamente letto dentro quella dinamica. ONG, giornalisti, missionari, cooperanti: tutti finiscono per muoversi su una linea sottilissima tra umanitario e sospetto.
Che cosa questo significhi nel caso specifico di Trentin lo stabiliranno i tribunali e le prove. Ma è innegabile che il suo arresto vada letto dentro la cornice più ampia della strategia statunitense di lungo corso contro il governo venezuelano, della raccolta di intelligence, delle accuse di tentativi di golpe, della costruzione di leadership alternative e del clima di conflitto politico permanente che attraversa il paese.
Per questo, discutere del suo caso non significa solo parlare di un singolo detenuto, ma interrogarsi sul rapporto tra ONG, intelligence, sovranità nazionale, diritti umani e conflitto geopolitico. In un’epoca in cui le guerre si organizzano molto prima dei primi spari, anche l’informazione diventa un campo di battaglia.
E così persone in carne e ossa si prestano alla guerra mediatica e allo spionaggio statunitense, vendendosi per denaro e calpestando valori, dignità e vite umane di interi popoli, fino a ridurre il proprio Paese a una colonia servile e miserabile, piegata agli interessi degli USA.
Fonte
Parliamo di anni di sanzioni, isolamento diplomatico, operazioni di intelligence, sostegno a settori dell’opposizione e tentativi di delegittimazione del governo venezuelano.
Non è un mistero che Washington abbia cercato in più momenti di favorire un cambio di regime a Caracas. Basti ricordare la stagione di Juan Guaidó, riconosciuto da parte degli Stati Uniti e di altri governi come “presidente ad interim”, o le tensioni seguite alle ultime elezioni, con denunce di brogli, proteste di piazza, accuse di tentativi di golpe e un clima costante di destabilizzazione interna.
In questo quadro, il governo venezuelano sostiene da tempo che il paese fosse oggetto di attività di spionaggio sotto varie coperture: dissidenti interni, ONG, operatori stranieri. Il governo degli Stati Uniti, dopo l’attacco di qualche giorno fa, lo conferma, raccontando di come abbiano preparato l’operazione da mesi con aiuti interni e infiltrati della Cia.
È un fatto: la preparazione di ogni operazione militare richiede informazioni dettagliate su territorio, infrastrutture, catena di comando e abitudini dei vertici politici. Ed è altrettanto vero che le operazioni di intelligence non si organizzano in poche settimane, ma sono il frutto di anni di lavoro sotterraneo.
Dentro questo contesto si inserisce anche il caso di Alberto Trentin, “cooperante” italiano arrestato dalle autorità venezuelane. Trentin lavorava per una ONG con sede negli Stati Uniti e operava in Venezuela nell’ambito di progetti umanitari [in realtà quella Ong opera in Cambogia e Tailandia, paesi non proprio confinanti con il Venezuela, ndr]. Le autorità di Caracas lo hanno ufficialmente accusato di spionaggio. Dietro l’attività umanitaria vi sarebbe stata la raccolta di informazioni sul territorio.
È una accusa pesante, che in qualunque paese del mondo comporta pene gravi e che rientra pienamente nel clima di guerra ibrida che circonda oggi il Venezuela. Sta alla magistratura venezuelana dimostrare queste accuse. Resta però un dato politico: quando un paese diventa teatro di scontro tra potenze e di operazioni militari o clandestine, ogni operatore straniero viene automaticamente letto dentro quella dinamica. ONG, giornalisti, missionari, cooperanti: tutti finiscono per muoversi su una linea sottilissima tra umanitario e sospetto.
Che cosa questo significhi nel caso specifico di Trentin lo stabiliranno i tribunali e le prove. Ma è innegabile che il suo arresto vada letto dentro la cornice più ampia della strategia statunitense di lungo corso contro il governo venezuelano, della raccolta di intelligence, delle accuse di tentativi di golpe, della costruzione di leadership alternative e del clima di conflitto politico permanente che attraversa il paese.
Per questo, discutere del suo caso non significa solo parlare di un singolo detenuto, ma interrogarsi sul rapporto tra ONG, intelligence, sovranità nazionale, diritti umani e conflitto geopolitico. In un’epoca in cui le guerre si organizzano molto prima dei primi spari, anche l’informazione diventa un campo di battaglia.
E così persone in carne e ossa si prestano alla guerra mediatica e allo spionaggio statunitense, vendendosi per denaro e calpestando valori, dignità e vite umane di interi popoli, fino a ridurre il proprio Paese a una colonia servile e miserabile, piegata agli interessi degli USA.
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03/01/2026
Prime malefatte con vecchi peccatori: il ‘caso Baud’
Svizzera sotto accusa Ue
«Jacques Baud è un colonnello in pensione dello Stato Maggiore dell’Esercito svizzero ed ex analista strategico specializzato in intelligence e antiterrorismo. L’UE ha sanzionato l’ex colonnello svizzero Jacques Baud per aver promosso sui media russi narrazioni cospirative e false affermazioni sulla guerra in Ucraina. Sanzioni che Baud ha deciso di contestare», scrive Elena Servettaz su suwissinfo.ch. La Gazzetta ufficiale dell’UE afferma che Baud ha agito «come portavoce della propaganda filorussa e fautore di teorie cospirative». Tra le persone prese di mira dall’UE ci sono cinque esperti associati al Valdai Club, un forum internazionale con sede in Russia a cui Vladimir Putin interviene annualmente.
Valdai Club e sovversivi alla Prodi
Il think tank ‘Valdai Club’, ospita regolarmente figure politiche, analisti e giornalisti internazionali, ma le ricerche più recenti indicano partecipanti stranieri sanzionati dall’UE per propaganda, suggerendo che gli ospiti italiani non sono centrali delle notizie attuali, sebbene la partecipazione italiana esista (spesso di esponenti di centro-destra o esperti di relazioni Russia-Italia) in eventi passati e attuali, come conferenze e dibattiti sulla geopolitica. Ad esempio Romano Prodi che stato un ospite regolare partecipando attivamente a discussioni e forum, soprattutto in contesti italo-russi. ‘Prodi sovversivo’ e chi lo sostiene si qualifica.
Svizzera e Unione europea
Finora la Svizzera ha seguito la linea dell’UE sulle sanzioni contro la Russia, che si applicano a oltre 2600 persone ed entità. La Svizzera, tuttavia, non adotta le misure dell’UE che riguardano le cosiddette ‘attività destabilizzanti’, e quindi non applicherà sanzioni a Baud. A complicare il pasticcio internazionale, non è chiaro neppure se Baud sia residente in Svizzera. Secondo il sito media svizzero ‘24 heures’, Baud vive a Bruxelles e il suo attuale editore principale, è francese. Ilya Shumanov, socio dirigente di TriTrace Investigations ed ex capo di Transparency International Russia, afferma che Baud è residente in Svizzera, e ciò renderebbe difficile il monitoraggio dei suoi spostamenti nei Paesi limitrofi, i confini con Francia, Italia e Germania.
Dai servizi segreti a commentatore controverso
Dal 1983 al 1990, Baud ha lavorato per il Servizio di intelligence strategica svizzero, monitorando le forze militari in Europa orientale e in altre regioni durante la Guerra fredda, quando l’Europa era divisa tra Est e Ovest. Le sue analisi sugli affari correnti ‘sono sempre state controverse’, nella versione ufficiale svizzera. Pochi giorni prima della pubblicazione della nuova lista di sanzioni, Baud ha sostenuto che «l’Europa non ha ancora capito che il conflitto ucraino finirà alle condizioni della Russia». Una opinione molto diffusa anche nei dintorno della Casa Bianca. A fine dicembre Jacques Baud ha comunicato che contesterà all’Unione europea le sanzioni che gli sono state inflitte sul conflitto in Ucraina.
Alla scoperta delle ragioni dell’Europa
Dunque, le sanzioni europee contro Jacques Baud, segnano di fatto un passaggio decisivo molto forte. Per la prima volta, un’analisi viene trattata come una minaccia alla sicurezza di un Paese terzo. Non attraverso l’uso di falsità comunque da definire, ma perché giudicata ‘ideologicamente deviante’. Sotto accusa le opinioni! E peggio, la decisione non nasce da un tribunale, ma da un atto politico-amministrativo sostenuto dalle istituzioni europee sotto l’impulso di Kaja Kallas. Il messaggio è esplicito: non si puniscono gli errori, ma le interpretazioni non allineate. Fine dell’Europa del Diritto.
Il silenzio della stampa italiana
Ancora più significativo è stato il comportamento dei media italiani di fronte a questo caso. Salvo rare eccezioni, ha prevalso il silenzio. Pochissimi giornali si sono interrogati sui modi delle valutazioni trasformate in sentenze, sulla legittimità delle sanzioni, sulla loro compatibilità con la libertà di espressione o sul precedente che creano. La maggior parte si è limitata a riprendere le versioni ufficiali, rinunciando a qualsiasi analisi critica. L’accettazione passiva di un meccanismo di chiara e clamorosa censura politica. Una informazione non come contropotere, ma parte dell’ingranaggio, denunciano in pochi.
Televisione ‘tribunale morale’
La deriva non riguarda solo la stampa scritta. Peggio i talk show televisivi italiani «che hanno contribuito a creare un clima di sospetto permanente», denuncia Giuseppe Gagliano. «Gli stessi ‘esperti autorizzati’ occupano stabilmente i palinsesti, mentre le voci discordanti vengono interrotte, messe sotto accusa, costrette a giustificare non le proprie argomentazioni, ma le proprie intenzioni. Il confronto viene sostituito dall’interrogatorio morale». Che questi personaggi vengano proposti impunemente al grande pubblico senza neanche una nota a margine perché si sappia che il loro giudizio è viziato dalla propaganda e la loro opinione può dunque essere manipolatoria è un’anomalia tutta italiana.
Così come è difficile trovare esempi in altri paesi civili di una così massiccia presenza in talk show e trasmissioni varie di propagatori di verità alternative, alterate e plateali falsi storici, diffusi e ripetuti senza uno straccio di contraddittorio, in virtù di un presunto diritto di parola universale, trasformato per l’occasione in un italianissimo diritto alla menzogna.
Uniformità informativa ad alto costo
Sul piano militare, la ripetizione dell’idea di un nemico al collasso confonde il desiderio con l’intelligence. L’editoriale prende il posto dell’analisi strategica, con il rischio di decisioni fondate su percezioni distorte. «Ma il punto più inquietante è il paradosso finale», sottolinea InsideOver.
Difendere la democrazia rinunciando ad applicarla
Nel tentativo di difendere la democrazia, l’Unione europea adotta pratiche sempre più illiberali. E una parte rilevante dell’informazione italiana, invece di interrogare questa deriva, la accompagna per conformismo, militanza o timore dell’isolamento professionale. A forza di voler vincere la guerra delle narrazioni, l’Europa rischia di perdere quella della credibilità. E senza credibilità, nessuna strategia – militare, economica o politica – può reggere a lungo.
Fonte
«Jacques Baud è un colonnello in pensione dello Stato Maggiore dell’Esercito svizzero ed ex analista strategico specializzato in intelligence e antiterrorismo. L’UE ha sanzionato l’ex colonnello svizzero Jacques Baud per aver promosso sui media russi narrazioni cospirative e false affermazioni sulla guerra in Ucraina. Sanzioni che Baud ha deciso di contestare», scrive Elena Servettaz su suwissinfo.ch. La Gazzetta ufficiale dell’UE afferma che Baud ha agito «come portavoce della propaganda filorussa e fautore di teorie cospirative». Tra le persone prese di mira dall’UE ci sono cinque esperti associati al Valdai Club, un forum internazionale con sede in Russia a cui Vladimir Putin interviene annualmente.
Valdai Club e sovversivi alla Prodi
Il think tank ‘Valdai Club’, ospita regolarmente figure politiche, analisti e giornalisti internazionali, ma le ricerche più recenti indicano partecipanti stranieri sanzionati dall’UE per propaganda, suggerendo che gli ospiti italiani non sono centrali delle notizie attuali, sebbene la partecipazione italiana esista (spesso di esponenti di centro-destra o esperti di relazioni Russia-Italia) in eventi passati e attuali, come conferenze e dibattiti sulla geopolitica. Ad esempio Romano Prodi che stato un ospite regolare partecipando attivamente a discussioni e forum, soprattutto in contesti italo-russi. ‘Prodi sovversivo’ e chi lo sostiene si qualifica.
Svizzera e Unione europea
Finora la Svizzera ha seguito la linea dell’UE sulle sanzioni contro la Russia, che si applicano a oltre 2600 persone ed entità. La Svizzera, tuttavia, non adotta le misure dell’UE che riguardano le cosiddette ‘attività destabilizzanti’, e quindi non applicherà sanzioni a Baud. A complicare il pasticcio internazionale, non è chiaro neppure se Baud sia residente in Svizzera. Secondo il sito media svizzero ‘24 heures’, Baud vive a Bruxelles e il suo attuale editore principale, è francese. Ilya Shumanov, socio dirigente di TriTrace Investigations ed ex capo di Transparency International Russia, afferma che Baud è residente in Svizzera, e ciò renderebbe difficile il monitoraggio dei suoi spostamenti nei Paesi limitrofi, i confini con Francia, Italia e Germania.
Dai servizi segreti a commentatore controverso
Dal 1983 al 1990, Baud ha lavorato per il Servizio di intelligence strategica svizzero, monitorando le forze militari in Europa orientale e in altre regioni durante la Guerra fredda, quando l’Europa era divisa tra Est e Ovest. Le sue analisi sugli affari correnti ‘sono sempre state controverse’, nella versione ufficiale svizzera. Pochi giorni prima della pubblicazione della nuova lista di sanzioni, Baud ha sostenuto che «l’Europa non ha ancora capito che il conflitto ucraino finirà alle condizioni della Russia». Una opinione molto diffusa anche nei dintorno della Casa Bianca. A fine dicembre Jacques Baud ha comunicato che contesterà all’Unione europea le sanzioni che gli sono state inflitte sul conflitto in Ucraina.
Alla scoperta delle ragioni dell’Europa
Dunque, le sanzioni europee contro Jacques Baud, segnano di fatto un passaggio decisivo molto forte. Per la prima volta, un’analisi viene trattata come una minaccia alla sicurezza di un Paese terzo. Non attraverso l’uso di falsità comunque da definire, ma perché giudicata ‘ideologicamente deviante’. Sotto accusa le opinioni! E peggio, la decisione non nasce da un tribunale, ma da un atto politico-amministrativo sostenuto dalle istituzioni europee sotto l’impulso di Kaja Kallas. Il messaggio è esplicito: non si puniscono gli errori, ma le interpretazioni non allineate. Fine dell’Europa del Diritto.
Il silenzio della stampa italiana
Ancora più significativo è stato il comportamento dei media italiani di fronte a questo caso. Salvo rare eccezioni, ha prevalso il silenzio. Pochissimi giornali si sono interrogati sui modi delle valutazioni trasformate in sentenze, sulla legittimità delle sanzioni, sulla loro compatibilità con la libertà di espressione o sul precedente che creano. La maggior parte si è limitata a riprendere le versioni ufficiali, rinunciando a qualsiasi analisi critica. L’accettazione passiva di un meccanismo di chiara e clamorosa censura politica. Una informazione non come contropotere, ma parte dell’ingranaggio, denunciano in pochi.
Televisione ‘tribunale morale’
La deriva non riguarda solo la stampa scritta. Peggio i talk show televisivi italiani «che hanno contribuito a creare un clima di sospetto permanente», denuncia Giuseppe Gagliano. «Gli stessi ‘esperti autorizzati’ occupano stabilmente i palinsesti, mentre le voci discordanti vengono interrotte, messe sotto accusa, costrette a giustificare non le proprie argomentazioni, ma le proprie intenzioni. Il confronto viene sostituito dall’interrogatorio morale». Che questi personaggi vengano proposti impunemente al grande pubblico senza neanche una nota a margine perché si sappia che il loro giudizio è viziato dalla propaganda e la loro opinione può dunque essere manipolatoria è un’anomalia tutta italiana.
Così come è difficile trovare esempi in altri paesi civili di una così massiccia presenza in talk show e trasmissioni varie di propagatori di verità alternative, alterate e plateali falsi storici, diffusi e ripetuti senza uno straccio di contraddittorio, in virtù di un presunto diritto di parola universale, trasformato per l’occasione in un italianissimo diritto alla menzogna.
Uniformità informativa ad alto costo
Sul piano militare, la ripetizione dell’idea di un nemico al collasso confonde il desiderio con l’intelligence. L’editoriale prende il posto dell’analisi strategica, con il rischio di decisioni fondate su percezioni distorte. «Ma il punto più inquietante è il paradosso finale», sottolinea InsideOver.
Difendere la democrazia rinunciando ad applicarla
Nel tentativo di difendere la democrazia, l’Unione europea adotta pratiche sempre più illiberali. E una parte rilevante dell’informazione italiana, invece di interrogare questa deriva, la accompagna per conformismo, militanza o timore dell’isolamento professionale. A forza di voler vincere la guerra delle narrazioni, l’Europa rischia di perdere quella della credibilità. E senza credibilità, nessuna strategia – militare, economica o politica – può reggere a lungo.
Fonte
27/12/2025
I legami profondi tra Jeffrey Epstein e Israele
La biografia postuma di Virginia Giuffre – vittima centrale del network di Jeffrey Epstein – espone abusi sessuali e violenza fisica sistemica. Le sue memorie costituiscono un’accusa formale contro l’élite di individui potenti coinvolti nel traffico sessuale. Giuffre documenta un regime di sfruttamento, afferma di essere stata violentata e brutalmente percossa da un “noto Primo Ministro” non identificato, dichiarando di aver temuto la morte durante la violenza sessuale. La vittima specifica che negli anni trascorsi con Epstein e il suo entourage è stata regolarmente “prestata a decine di persone ricche e potenti”. Descrive l’uso e l’umiliazione abituali subiti, includendo atti di strangolamento, percosse e lesioni fisiche. Il libro è stato pubblicato in Australia, a sei mesi dalla morte di Giuffre, e offre una ricostruzione dettagliata degli abusi subiti in adolescenza e del suo successivo impegno per ottenere giustizia.
Vi è però una discrepanza tra le versioni editoriali: l’edizione statunitense identifica l’aggressore come un “noto Primo Ministro”, mentre quella britannica lo definisce un “ex ministro”. La violenza protratta da questo politico non specificato è descritta con una Giuffre che implora Epstein: “Mi sono inginocchiata e l’ho supplicato. Non so se Epstein temesse quell’uomo o se gli dovesse un favore, ma non ha voluto promettere nulla, dicendo freddamente della brutalità del politico: a volte ti capiterà”.
Le informazioni contenute nelle memorie esacerbano anche lo scandalo che coinvolge il Principe Andrew. Nonostante la sua recente decisione di rinunciare ai titoli reali, il rilascio del testo di Giuffre aggraverà la situazione del membro della famiglia reale. Il Principe Andrea ha precedentemente negato di averla mai incontrata, ma ha risolto la causa civile nel 2022 con un accordo multimilionario.
Quello che coinvolge Jeffrey Epstein è un intrigo internazionale che riguarda finanza, politica e celebrità, traffico sessuale, droga e spionaggio nelle proprietà di lusso di un finanziere la cui ascesa sociale è un mistero. Possedeva persino un’isola Jeffrey Epstein, ci si arrivava con un Boeing 727-100 ribattezzato dalla stampa “Lolita express” per il coinvolgimento di minorenni: la lista passeggeri coinvolge Stati Uniti e Regno Unito. Un caso di kompromat e honey trap: gli invitati erano attratti da giovani ragazze (spesso minorenni) usate come esche, poi venivano filmati e ricattati secondo schemi tipici dell’intelligence. Le giovani erano reclutate da Ghislaine Maxwell – compagna di Epstein e figlia dell’ex agente del Mossad Robert Maxwell – che le adescava promettendo networking, denaro e carriere nella moda.
È qui entra in gioco Victoria’s Secret: Epstein si spacciava per talent scout di Victoria’s Secret per adescare aspiranti “angeli” proponendo casting fasulli. Il miliardario proprietario del brand, Leslie Wexner, è stato il primo sponsor del finanziere, figlio di immigrati ebrei-russi e figura centrale nell’establishment filantropico e sionista americano.
La Wexner Foundation finanzia programmi universitari per giovani leader ebrei israeliani e americani. Il Mega Group, da lui fondato, viene associato a operazioni di soft power e lobbying, fonti giornalistiche parlano di legami col Mossad. Ad ottobre 2023, dopo 34 anni, Wexner taglia i finanziamenti ad Harvard per le proteste pro Palestina.
Il colpo di grazia a Victoria’s Secrets – e alla cultura tossica e patriarcale di cui era incarnazione – è stato il #MeToo, movimento nato da un caso analogo: il caso di Harvey Weinstein, produttore cinematografico e predatore seriale protetto da Hollywood e dall’élite (media, agenzie, studi legali e Pr). Secondo il New Yorker il magnate avrebbe ingaggiato la società di intelligence privata israeliana Black Cube, fondata da ex agenti Mossad, per ricattare le vittime e metterle a tacere.
Israele come rifugio per predatori
Israele, negli ultimi decenni, si è configurato come una vera e propria fortezza per predatori sessuali. La Legge del Ritorno (Aliyah), infatti, consente agli ebrei che vivono fuori da Israele – ad eccezione di quelli con “precedenti penali suscettibili di mettere in pericolo il benessere pubblico” – di stabilirsi nel paese, in tempi rapidi, portando con sé i propri coniugi, figli e nipoti.
Già nel 2016 sorgevano forti preoccupazioni in Israele sui presunti arrivi di molti predatori sessuali: Manny Waks – fondatore del gruppo di advocacy Kol V’Oz – in un’intervista a The Independent, ha dichiarato: “Israele sta diventando un rifugio sicuro per i pedofili a causa dell’opportunità unica, disponibile a tutti gli ebrei, di emigrare lì. Questo fornisce un modo relativamente rapido ed efficace per sottrarsi alla giustizia in altri paesi”.
L’Associazione Matzof, che monitora la pedofilia in Israele, stima che ogni anno decine di migliaia di molestatori siano attivi, con circa 100.000 vittime annuali. Un caso che ha fatto molto scalpore è quello di Malka Leifer, ex preside di una scuola religiosa ebraica a Melbourne, fuggita in Israele dopo le accuse di abusi sessuali su oltre 70 studentesse. Per sette anni, Leifer è riuscita a evitare l’estradizione in Australia per infermità mentale.
La polizia israeliana ha spinto sull’incriminazione per frode e abuso di fiducia dell’ex ministro della Salute Yaakov Litzman, sospettato di aver fatto pressioni sui dipendenti del ministero affinché manipolassero le valutazioni psichiatriche di Leifer. Litzman, potente politico ultra-ortodosso, si dichiara innocente. Successivamente, una commissione psichiatrica israeliana ha stabilito che Leifer mentiva sulle proprie condizioni mentali, queste prove portarono poi al suo nuovo arresto e alla successiva estradizione in Australia nel 2021.
Un altro caso significativo riguarda Tomás Zerón, ex capo dell’Agenzia di Investigazione Criminale del Messico, ricercato per il suo coinvolgimento nella sparizione di 43 studenti nel 2014 dalla Scuola rurale di Ayotzinapa e per accuse di tortura. Un articolo pubblicato nel maggio 2022 da Calcalist, quotidiano economico israeliano, affermava che Tomás Zerón vivesse con il gigante tecnologico israeliano David Avital nelle Neve Zedek Towers, un lussuoso complesso residenziale a Tel Aviv. In un articolo del New York Times, l’ex sottosegretario messicano per i diritti umani, Alejandro Encinas, ha poi dichiarato che Zerón aveva legami con potenti aziende israeliane di sorveglianza che lo avevano aiutato a fuggire dal Messico.
Nel 2016, i media locali riportarono che Zerón era l’interlocutore principale nelle trattative per l’acquisto, da parte del Messico, del software spia Pegasus della società israeliana NSO Group: lo stesso software utilizzato per spiare diversi gruppi, tra cui attivisti e giornalisti, che avrebbero potuto minacciare la posizione del governo sul caso Ayotzinapa, secondo i ricercatori del Citizen Lab dell’Università di Toronto.
Molti autori di reati sessuali, tra cui Malka Leifer, trovano rifugio negli insediamenti illegali ultra-ortodossi in Cisgiordania: in queste aree risiedono illegalmente oltre 700.000 coloni israeliani, occupando le terre palestinesi. Ma la questione dei network globali di individui privilegiati non si limita a Israele. C’è, infatti, un italiano nei documenti Epstein: Flavio Briatore.
Un vero schema di spionaggio e ricatti
C’è un italiano nei documenti Epstein: Flavio Briatore. Nessuna accusa nei suoi riguardi ma il suo nome compare nella cosiddetta “associate list” e dimostra come il jet set europeo fosse parte integrante del network globale del finanziere.
Secondo Naomi Campbell – mai indagata, ma tra le celebrità più presenti nei documenti declassificati – fu proprio Flavio Briatore, all’epoca suo compagno, a presentarla a Jeffrey Epstein durante la festa per il suo trentunesimo compleanno, nel 2001, su uno yacht a Saint Tropez. Il party di Campbell in Costa Azzurra è un nodo centrale della vicenda.
Virginia Giuffre ha dichiarato di aver partecipato come accompagnatrice di Epstein, selezionata da Ghislaine Maxwell prima di essere portata a Londra, il giorno successivo, e costretta a un rapporto sessuale con il Principe Andrea. Giuffre descrive Campbell come una delle migliori amiche di Maxwell: la modella ha però sempre negato ogni coinvolgimento. Campbell è una storica amica di Sean “Diddy” Combs, le cui feste sembrano lo spin off del caso Epstein: celebrità, traffico sessuale, dossieraggio. Nello scandalo che lo riguardava, è finito anche Sir Lucian Grainge, CEO di Universal Music Group, citato in giudizio con l’accusa di essere il finanziatore dei “freak-off parties”.
Le accuse contro l’uomo più potente dell’industria musicale – sostenitore di organizzazioni come FIdf e con un ruolo di primo piano nella lobby culturale pro-Israele a Hollywood – sono state poi ritirate. Nel processo mediatico, ma mai citato in giudizio, appare spesso il nome di Clive Davis, mentore di Combs, considerato il suo burattinaio. Parte della comunità afroamericana critica con l’industria si riferisce a lui come “l’uomo bianco ebreo” che ha dato potere a Combs per controllare dall’interno l’hip hop e neutralizzarne il potenziale rivoluzionario: notoriamente, Clive Davis è aperto sostenitore di Israele.
Lo stretto legame tra Epstein e l’intelligence israeliana
Jeffrey Epstein oltre ad essere stato un molestatore e pedofilo seriale protetto da potenti amici, era un nodo strategico in una rete molto più oscura, fatta di affari, intelligence e geopolitica. I legami tra Epstein, Israele e le figure chiave dell’establishment israeliano, come Ehud Barak e la famiglia Maxwell, non sono dettagli marginali, ma elementi centrali di una storia che i media mainstream evitano appositamente di raccontare fino in fondo.
Nel 2015, Barak – ex Primo Ministro, ex Capo di Stato Maggiore dell’IDF, e volto rispettabile della politica israeliana – ha fondato una società veicolo con cui ha investito milioni nella startup israeliana “Carbyne”, una società che sviluppa tecnologie per le emergenze basate sulla raccolta e l’analisi dei dati in tempo reale. Un progetto con implicazioni chiare nel campo della sorveglianza, della sicurezza e quindi potenzialmente utilizzato dagli apparati di intelligence. Dietro ad alcuni dei fondi che hanno alimentato l’investimento, secondo quanto riportato da Haaretz, c’era proprio Jeffrey Epstein.
Epstein non aveva solo capitali da investire: aveva relazioni strategiche, capacità logistiche, jet privati e proprietà isolate, l’habitat perfetto per operazioni di compromissione e controllo. Chiunque indaghi su Carbyne, sul suo potenziale uso duale civile-militare e sui suoi uomini chiave (tra cui Pinchas Buchris, ex Direttore Generale del Ministero della Difesa israeliano) capisce che non si trattava solo di una “start-up innovativa”. Era, piuttosto, un’infrastruttura ideale per chi volesse raccogliere informazioni in tempo reale e manipolare il flusso di dati sensibili.
Epstein e Maxwell come asset dell’ombra sionista
Ma il legame tra Epstein e Israele non si ferma qui. È impossibile ignorare il ruolo di Ghislaine Maxwell, la sua sodale e reclutatrice, figlia di Robert Maxwell, magnate dei media britannici e agente del Mossad, che molti considerano un asset centrale per i servizi israeliani negli anni della Guerra Fredda.
Robert Maxwell, morto in circostanze opache e sepolto con onori sul Monte degli Ulivi nella Gerusalemme occupata – un privilegio riservato a personaggi di altissimo rilievo nella narrativa sionista – fu salutato con funerali di Stato a cui parteciparono il presidente Chaim Herzog, il primo ministro Yitzhak Shamir, il capo dello Shin Bet Ya’akov Peri e altre figure di spicco dell’intelligence e della politica israeliana: un segnale preciso del suo ruolo nei servizi.
Alla luce di questo, il coinvolgimento diretto di Ghislaine con Epstein non è affatto una coincidenza. Lei e Jeffrey operavano come un’unità solida che non si limitava a soddisfare i desideri predatori dei potenti, ma che costruiva archivi compromettenti – video, registrazioni, dossier – potenzialmente utilizzabili come leva di potere o ricatto. È legittimo domandarsi se questi archivi, i famigerati “Epstein Files”, contengano nomi di personaggi legati a Israele, al Mossad o alla diaspora sionista d’élite che ha finanziato operazioni più o meno opache nel mondo.
La Wexner Foundation, finanziata dall’amico e cliente di Epstein, Leslie Wexner, è un altro anello chiave. La fondazione ha riversato milioni in programmi di formazione delle élite israeliane. Nel 2004, secondo il giornalista israeliano Erel Segal, proprio questa fondazione avrebbe trasferito ben 2,3 milioni di dollari a Ehud Barak per una “ricerca” mai meglio definita. Barak si è rifiutato di fornire dettagli, dichiarando solo che si trattava di un’attività privata e regolare. Ma cosa giustifica una simile somma? E perché l’ex premier israeliano aveva bisogno del denaro di un molestatore pedofilo statunitense per finanziare una sua iniziativa imprenditoriale?
Tutto questo si svolge in un contesto in cui Netanyahu e Barak si scambiavano accuse reciproche di corruzione e collusioni con criminali. Al di là della loro faida, resta il fatto che Epstein rappresentava un asset trasversale. Un uomo che aveva accesso a Bill Clinton, Donald Trump e altri membri dell’élite israeliana, in un arco che non si spiega solo con il fascino della ricchezza.
È dunque plausibile che Epstein, con Ghislaine al suo fianco, abbia operato anche in funzione di raccolta d’intelligence, costruendo una banca dati fatta di compromessi, pedofilia e segreti. Una banca dati che, nelle mani sbagliate, è una bomba geopolitica.
Le connessioni tra Epstein, Barak, Maxwell e il Mossad sono fatti, documentati da investimenti, legami familiari, sepolture d’onore e silenzi imbarazzati. Ciò che resta ancora sigillato negli Epstein Files, potrebbe contenere la chiave per decifrare uno dei più grandi sistemi di controllo del potere dell’era moderna, con nomi che molti non vogliono assolutamente vedere rivelati.
I dossier Epstein, un cappio al collo della élite mondiale
In questo contesto, è essenziale comprendere come il meccanismo messo in piedi da Epstein e Ghislaine Maxwell fosse, prima ancora che un semplice traffico di minori, una vera e propria operazione di intelligence costruita su un modello di “honey trap” (o trappola sessuale), storicamente utilizzata dai servizi segreti per compromettere e ricattare figure chiave del potere. Non si trattava, quindi, solo di soddisfare le perversioni delle élite, ma di costruire un archivio vivente di ricatti, in grado di condizionare scelte politiche, alleanze internazionali e orientamenti strategici.
Tutto era progettato per documentare ogni incontro, ogni abuso, ogni caduta. L’ipotesi che Israele – tramite i suoi asset Epstein e Maxwell – abbia utilizzato questi materiali per condizionare leader americani, incluso Donald Trump, non è affatto peregrina. Anzi, è un’ipotesi supportata da numerosi segnali: i rapporti tra Trump e Epstein, documentati da foto, testimonianze e frequentazioni, cessano bruscamente proprio quando l’ambizione politica di Trump comincia a prendere forma.
Non è un caso se, ogni qualvolta che Trump alza la voce contro lo “Stato profondo” o critica gli interessi israeliani più estremi, nei media e nei tribunali americani riemerga, puntualmente, l’eco del “caso Epstein” e dei suoi legami torbidi. La guerra legale che lo perseguita potrebbe essere solo il volto pubblico di una pressione molto più oscura e silenziosa, fatta di dossier segreti, minacce implicite e promemoria inviati attraverso le corti e i titoli di giornale. Chi possiede gli “Epstein Files” – ammesso che siano ancora completi – detiene una chiave d’accesso a un potere senza volto, in grado di alterare la direzione della politica americana ed estera, non tanto per “idealismo”, ma per interesse strategico. E se tale chiave fosse oggi nelle mani di apparati legati a Israele, ciò spiegherebbe molto di più sull’assoluta reticenza di certi settori dell’establishment nel far emergere tutta la verità. I nomi custoditi in quei file sono potenzialmente molto letali per l’equilibrio tra potenze globali.
Little Saint James, l’hub degli orrori di Epstein e non solo
L’isola di Little Saint James, proprietà personale di Jeffrey Epstein nelle Isole Vergini americane, è molto più di una semplice location estiva. È stata, a tutti gli effetti, il cuore pulsante di un’operazione globale di compromissione protetta da una rete di complicità trasversali. L’isola, acquistata da Epstein nel 1998 per circa 7 milioni di dollari, venne rapidamente trasformata in una fortezza isolata, dotata di eliporto, porto privato, sistemi di sicurezza avanzati, personale fidelizzato e, soprattutto, una struttura logistica pensata per garantire totale riservatezza a ospiti di altissimo profilo.
Qui, secondo innumerevoli testimonianze e documenti processuali, si svolgevano abusi sistematici, incontri riservati e sessioni di registrazione audiovisiva: materiale potenzialmente utilizzato per creare un archivio di ricatti trasversale a politica, finanza, mondo accademico e non solo. Un altro aspetto che rende Little Saint James ancor più inquietante è la sua geografia simbolica e architettonica. Il misterioso “tempio” costruito sull’isola – una struttura cubica con cupola dorata, porte blindate e innumerevoli simboli ambigui – è stato oggetto di indagini, speculazioni e teorie, oltre che per il suo aspetto bizzarro anche per la funzione che poteva avere all’interno della struttura coercitiva.
Secondo diverse fonti, avrebbe ospitato stanze di isolamento acustico, molto probabilmente progettate per registrazioni compromettenti. Il tempio, crollato misteriosamente subito dopo l’arresto di Epstein, è stato liquidato come “magazzino musicale” dai suoi avvocati, un’affermazione ridicola, smentita dalle immagini satellitari, dai registri edilizi e dalla presenza costante di personale armato nei dintorni della struttura.
A rendere ancora più evidente il livello di protezione dell’isola vi è il fatto che, nonostante innumerevoli voli privati, testimonianze dirette e una lista di ospiti che includeva il Principe Andrea, Bill Clinton, banchieri, scienziati e altri personaggi di fama mondiale, per anni nessuna agenzia federale statunitense ha ritenuto necessario indagare realmente sull’attività dell’isola.
I voli del “Lolita Express” atterravano regolarmente lì, trasportando giovani ragazze e ospiti selezionati, in un traffico aereo che sembrava muoversi in uno spazio legale parallelo, immune da ogni controllo.
L’ipotesi che l’isola fosse non solo un luogo di abusi ma un hub operativo per attività di intelligence, legate ai servizi segreti israeliani o ad altri servizi “alleati”, diventa quindi un’ipotesi sempre più plausibile, soprattutto alla luce dei silenzi assordanti che ancora circondano le sue attività.
Fonte
Vi è però una discrepanza tra le versioni editoriali: l’edizione statunitense identifica l’aggressore come un “noto Primo Ministro”, mentre quella britannica lo definisce un “ex ministro”. La violenza protratta da questo politico non specificato è descritta con una Giuffre che implora Epstein: “Mi sono inginocchiata e l’ho supplicato. Non so se Epstein temesse quell’uomo o se gli dovesse un favore, ma non ha voluto promettere nulla, dicendo freddamente della brutalità del politico: a volte ti capiterà”.
Le informazioni contenute nelle memorie esacerbano anche lo scandalo che coinvolge il Principe Andrew. Nonostante la sua recente decisione di rinunciare ai titoli reali, il rilascio del testo di Giuffre aggraverà la situazione del membro della famiglia reale. Il Principe Andrea ha precedentemente negato di averla mai incontrata, ma ha risolto la causa civile nel 2022 con un accordo multimilionario.
Quello che coinvolge Jeffrey Epstein è un intrigo internazionale che riguarda finanza, politica e celebrità, traffico sessuale, droga e spionaggio nelle proprietà di lusso di un finanziere la cui ascesa sociale è un mistero. Possedeva persino un’isola Jeffrey Epstein, ci si arrivava con un Boeing 727-100 ribattezzato dalla stampa “Lolita express” per il coinvolgimento di minorenni: la lista passeggeri coinvolge Stati Uniti e Regno Unito. Un caso di kompromat e honey trap: gli invitati erano attratti da giovani ragazze (spesso minorenni) usate come esche, poi venivano filmati e ricattati secondo schemi tipici dell’intelligence. Le giovani erano reclutate da Ghislaine Maxwell – compagna di Epstein e figlia dell’ex agente del Mossad Robert Maxwell – che le adescava promettendo networking, denaro e carriere nella moda.
È qui entra in gioco Victoria’s Secret: Epstein si spacciava per talent scout di Victoria’s Secret per adescare aspiranti “angeli” proponendo casting fasulli. Il miliardario proprietario del brand, Leslie Wexner, è stato il primo sponsor del finanziere, figlio di immigrati ebrei-russi e figura centrale nell’establishment filantropico e sionista americano.
La Wexner Foundation finanzia programmi universitari per giovani leader ebrei israeliani e americani. Il Mega Group, da lui fondato, viene associato a operazioni di soft power e lobbying, fonti giornalistiche parlano di legami col Mossad. Ad ottobre 2023, dopo 34 anni, Wexner taglia i finanziamenti ad Harvard per le proteste pro Palestina.
Il colpo di grazia a Victoria’s Secrets – e alla cultura tossica e patriarcale di cui era incarnazione – è stato il #MeToo, movimento nato da un caso analogo: il caso di Harvey Weinstein, produttore cinematografico e predatore seriale protetto da Hollywood e dall’élite (media, agenzie, studi legali e Pr). Secondo il New Yorker il magnate avrebbe ingaggiato la società di intelligence privata israeliana Black Cube, fondata da ex agenti Mossad, per ricattare le vittime e metterle a tacere.
Israele come rifugio per predatori
Israele, negli ultimi decenni, si è configurato come una vera e propria fortezza per predatori sessuali. La Legge del Ritorno (Aliyah), infatti, consente agli ebrei che vivono fuori da Israele – ad eccezione di quelli con “precedenti penali suscettibili di mettere in pericolo il benessere pubblico” – di stabilirsi nel paese, in tempi rapidi, portando con sé i propri coniugi, figli e nipoti.
Già nel 2016 sorgevano forti preoccupazioni in Israele sui presunti arrivi di molti predatori sessuali: Manny Waks – fondatore del gruppo di advocacy Kol V’Oz – in un’intervista a The Independent, ha dichiarato: “Israele sta diventando un rifugio sicuro per i pedofili a causa dell’opportunità unica, disponibile a tutti gli ebrei, di emigrare lì. Questo fornisce un modo relativamente rapido ed efficace per sottrarsi alla giustizia in altri paesi”.
L’Associazione Matzof, che monitora la pedofilia in Israele, stima che ogni anno decine di migliaia di molestatori siano attivi, con circa 100.000 vittime annuali. Un caso che ha fatto molto scalpore è quello di Malka Leifer, ex preside di una scuola religiosa ebraica a Melbourne, fuggita in Israele dopo le accuse di abusi sessuali su oltre 70 studentesse. Per sette anni, Leifer è riuscita a evitare l’estradizione in Australia per infermità mentale.
La polizia israeliana ha spinto sull’incriminazione per frode e abuso di fiducia dell’ex ministro della Salute Yaakov Litzman, sospettato di aver fatto pressioni sui dipendenti del ministero affinché manipolassero le valutazioni psichiatriche di Leifer. Litzman, potente politico ultra-ortodosso, si dichiara innocente. Successivamente, una commissione psichiatrica israeliana ha stabilito che Leifer mentiva sulle proprie condizioni mentali, queste prove portarono poi al suo nuovo arresto e alla successiva estradizione in Australia nel 2021.
Un altro caso significativo riguarda Tomás Zerón, ex capo dell’Agenzia di Investigazione Criminale del Messico, ricercato per il suo coinvolgimento nella sparizione di 43 studenti nel 2014 dalla Scuola rurale di Ayotzinapa e per accuse di tortura. Un articolo pubblicato nel maggio 2022 da Calcalist, quotidiano economico israeliano, affermava che Tomás Zerón vivesse con il gigante tecnologico israeliano David Avital nelle Neve Zedek Towers, un lussuoso complesso residenziale a Tel Aviv. In un articolo del New York Times, l’ex sottosegretario messicano per i diritti umani, Alejandro Encinas, ha poi dichiarato che Zerón aveva legami con potenti aziende israeliane di sorveglianza che lo avevano aiutato a fuggire dal Messico.
Nel 2016, i media locali riportarono che Zerón era l’interlocutore principale nelle trattative per l’acquisto, da parte del Messico, del software spia Pegasus della società israeliana NSO Group: lo stesso software utilizzato per spiare diversi gruppi, tra cui attivisti e giornalisti, che avrebbero potuto minacciare la posizione del governo sul caso Ayotzinapa, secondo i ricercatori del Citizen Lab dell’Università di Toronto.
Molti autori di reati sessuali, tra cui Malka Leifer, trovano rifugio negli insediamenti illegali ultra-ortodossi in Cisgiordania: in queste aree risiedono illegalmente oltre 700.000 coloni israeliani, occupando le terre palestinesi. Ma la questione dei network globali di individui privilegiati non si limita a Israele. C’è, infatti, un italiano nei documenti Epstein: Flavio Briatore.
Un vero schema di spionaggio e ricatti
C’è un italiano nei documenti Epstein: Flavio Briatore. Nessuna accusa nei suoi riguardi ma il suo nome compare nella cosiddetta “associate list” e dimostra come il jet set europeo fosse parte integrante del network globale del finanziere.
Secondo Naomi Campbell – mai indagata, ma tra le celebrità più presenti nei documenti declassificati – fu proprio Flavio Briatore, all’epoca suo compagno, a presentarla a Jeffrey Epstein durante la festa per il suo trentunesimo compleanno, nel 2001, su uno yacht a Saint Tropez. Il party di Campbell in Costa Azzurra è un nodo centrale della vicenda.
Virginia Giuffre ha dichiarato di aver partecipato come accompagnatrice di Epstein, selezionata da Ghislaine Maxwell prima di essere portata a Londra, il giorno successivo, e costretta a un rapporto sessuale con il Principe Andrea. Giuffre descrive Campbell come una delle migliori amiche di Maxwell: la modella ha però sempre negato ogni coinvolgimento. Campbell è una storica amica di Sean “Diddy” Combs, le cui feste sembrano lo spin off del caso Epstein: celebrità, traffico sessuale, dossieraggio. Nello scandalo che lo riguardava, è finito anche Sir Lucian Grainge, CEO di Universal Music Group, citato in giudizio con l’accusa di essere il finanziatore dei “freak-off parties”.
Le accuse contro l’uomo più potente dell’industria musicale – sostenitore di organizzazioni come FIdf e con un ruolo di primo piano nella lobby culturale pro-Israele a Hollywood – sono state poi ritirate. Nel processo mediatico, ma mai citato in giudizio, appare spesso il nome di Clive Davis, mentore di Combs, considerato il suo burattinaio. Parte della comunità afroamericana critica con l’industria si riferisce a lui come “l’uomo bianco ebreo” che ha dato potere a Combs per controllare dall’interno l’hip hop e neutralizzarne il potenziale rivoluzionario: notoriamente, Clive Davis è aperto sostenitore di Israele.
Lo stretto legame tra Epstein e l’intelligence israeliana
Jeffrey Epstein oltre ad essere stato un molestatore e pedofilo seriale protetto da potenti amici, era un nodo strategico in una rete molto più oscura, fatta di affari, intelligence e geopolitica. I legami tra Epstein, Israele e le figure chiave dell’establishment israeliano, come Ehud Barak e la famiglia Maxwell, non sono dettagli marginali, ma elementi centrali di una storia che i media mainstream evitano appositamente di raccontare fino in fondo.
Nel 2015, Barak – ex Primo Ministro, ex Capo di Stato Maggiore dell’IDF, e volto rispettabile della politica israeliana – ha fondato una società veicolo con cui ha investito milioni nella startup israeliana “Carbyne”, una società che sviluppa tecnologie per le emergenze basate sulla raccolta e l’analisi dei dati in tempo reale. Un progetto con implicazioni chiare nel campo della sorveglianza, della sicurezza e quindi potenzialmente utilizzato dagli apparati di intelligence. Dietro ad alcuni dei fondi che hanno alimentato l’investimento, secondo quanto riportato da Haaretz, c’era proprio Jeffrey Epstein.
Epstein non aveva solo capitali da investire: aveva relazioni strategiche, capacità logistiche, jet privati e proprietà isolate, l’habitat perfetto per operazioni di compromissione e controllo. Chiunque indaghi su Carbyne, sul suo potenziale uso duale civile-militare e sui suoi uomini chiave (tra cui Pinchas Buchris, ex Direttore Generale del Ministero della Difesa israeliano) capisce che non si trattava solo di una “start-up innovativa”. Era, piuttosto, un’infrastruttura ideale per chi volesse raccogliere informazioni in tempo reale e manipolare il flusso di dati sensibili.
Epstein e Maxwell come asset dell’ombra sionista
Ma il legame tra Epstein e Israele non si ferma qui. È impossibile ignorare il ruolo di Ghislaine Maxwell, la sua sodale e reclutatrice, figlia di Robert Maxwell, magnate dei media britannici e agente del Mossad, che molti considerano un asset centrale per i servizi israeliani negli anni della Guerra Fredda.
Robert Maxwell, morto in circostanze opache e sepolto con onori sul Monte degli Ulivi nella Gerusalemme occupata – un privilegio riservato a personaggi di altissimo rilievo nella narrativa sionista – fu salutato con funerali di Stato a cui parteciparono il presidente Chaim Herzog, il primo ministro Yitzhak Shamir, il capo dello Shin Bet Ya’akov Peri e altre figure di spicco dell’intelligence e della politica israeliana: un segnale preciso del suo ruolo nei servizi.
Alla luce di questo, il coinvolgimento diretto di Ghislaine con Epstein non è affatto una coincidenza. Lei e Jeffrey operavano come un’unità solida che non si limitava a soddisfare i desideri predatori dei potenti, ma che costruiva archivi compromettenti – video, registrazioni, dossier – potenzialmente utilizzabili come leva di potere o ricatto. È legittimo domandarsi se questi archivi, i famigerati “Epstein Files”, contengano nomi di personaggi legati a Israele, al Mossad o alla diaspora sionista d’élite che ha finanziato operazioni più o meno opache nel mondo.
La Wexner Foundation, finanziata dall’amico e cliente di Epstein, Leslie Wexner, è un altro anello chiave. La fondazione ha riversato milioni in programmi di formazione delle élite israeliane. Nel 2004, secondo il giornalista israeliano Erel Segal, proprio questa fondazione avrebbe trasferito ben 2,3 milioni di dollari a Ehud Barak per una “ricerca” mai meglio definita. Barak si è rifiutato di fornire dettagli, dichiarando solo che si trattava di un’attività privata e regolare. Ma cosa giustifica una simile somma? E perché l’ex premier israeliano aveva bisogno del denaro di un molestatore pedofilo statunitense per finanziare una sua iniziativa imprenditoriale?
Tutto questo si svolge in un contesto in cui Netanyahu e Barak si scambiavano accuse reciproche di corruzione e collusioni con criminali. Al di là della loro faida, resta il fatto che Epstein rappresentava un asset trasversale. Un uomo che aveva accesso a Bill Clinton, Donald Trump e altri membri dell’élite israeliana, in un arco che non si spiega solo con il fascino della ricchezza.
È dunque plausibile che Epstein, con Ghislaine al suo fianco, abbia operato anche in funzione di raccolta d’intelligence, costruendo una banca dati fatta di compromessi, pedofilia e segreti. Una banca dati che, nelle mani sbagliate, è una bomba geopolitica.
Le connessioni tra Epstein, Barak, Maxwell e il Mossad sono fatti, documentati da investimenti, legami familiari, sepolture d’onore e silenzi imbarazzati. Ciò che resta ancora sigillato negli Epstein Files, potrebbe contenere la chiave per decifrare uno dei più grandi sistemi di controllo del potere dell’era moderna, con nomi che molti non vogliono assolutamente vedere rivelati.
I dossier Epstein, un cappio al collo della élite mondiale
In questo contesto, è essenziale comprendere come il meccanismo messo in piedi da Epstein e Ghislaine Maxwell fosse, prima ancora che un semplice traffico di minori, una vera e propria operazione di intelligence costruita su un modello di “honey trap” (o trappola sessuale), storicamente utilizzata dai servizi segreti per compromettere e ricattare figure chiave del potere. Non si trattava, quindi, solo di soddisfare le perversioni delle élite, ma di costruire un archivio vivente di ricatti, in grado di condizionare scelte politiche, alleanze internazionali e orientamenti strategici.
Tutto era progettato per documentare ogni incontro, ogni abuso, ogni caduta. L’ipotesi che Israele – tramite i suoi asset Epstein e Maxwell – abbia utilizzato questi materiali per condizionare leader americani, incluso Donald Trump, non è affatto peregrina. Anzi, è un’ipotesi supportata da numerosi segnali: i rapporti tra Trump e Epstein, documentati da foto, testimonianze e frequentazioni, cessano bruscamente proprio quando l’ambizione politica di Trump comincia a prendere forma.
Non è un caso se, ogni qualvolta che Trump alza la voce contro lo “Stato profondo” o critica gli interessi israeliani più estremi, nei media e nei tribunali americani riemerga, puntualmente, l’eco del “caso Epstein” e dei suoi legami torbidi. La guerra legale che lo perseguita potrebbe essere solo il volto pubblico di una pressione molto più oscura e silenziosa, fatta di dossier segreti, minacce implicite e promemoria inviati attraverso le corti e i titoli di giornale. Chi possiede gli “Epstein Files” – ammesso che siano ancora completi – detiene una chiave d’accesso a un potere senza volto, in grado di alterare la direzione della politica americana ed estera, non tanto per “idealismo”, ma per interesse strategico. E se tale chiave fosse oggi nelle mani di apparati legati a Israele, ciò spiegherebbe molto di più sull’assoluta reticenza di certi settori dell’establishment nel far emergere tutta la verità. I nomi custoditi in quei file sono potenzialmente molto letali per l’equilibrio tra potenze globali.
Little Saint James, l’hub degli orrori di Epstein e non solo
L’isola di Little Saint James, proprietà personale di Jeffrey Epstein nelle Isole Vergini americane, è molto più di una semplice location estiva. È stata, a tutti gli effetti, il cuore pulsante di un’operazione globale di compromissione protetta da una rete di complicità trasversali. L’isola, acquistata da Epstein nel 1998 per circa 7 milioni di dollari, venne rapidamente trasformata in una fortezza isolata, dotata di eliporto, porto privato, sistemi di sicurezza avanzati, personale fidelizzato e, soprattutto, una struttura logistica pensata per garantire totale riservatezza a ospiti di altissimo profilo.
Qui, secondo innumerevoli testimonianze e documenti processuali, si svolgevano abusi sistematici, incontri riservati e sessioni di registrazione audiovisiva: materiale potenzialmente utilizzato per creare un archivio di ricatti trasversale a politica, finanza, mondo accademico e non solo. Un altro aspetto che rende Little Saint James ancor più inquietante è la sua geografia simbolica e architettonica. Il misterioso “tempio” costruito sull’isola – una struttura cubica con cupola dorata, porte blindate e innumerevoli simboli ambigui – è stato oggetto di indagini, speculazioni e teorie, oltre che per il suo aspetto bizzarro anche per la funzione che poteva avere all’interno della struttura coercitiva.
Secondo diverse fonti, avrebbe ospitato stanze di isolamento acustico, molto probabilmente progettate per registrazioni compromettenti. Il tempio, crollato misteriosamente subito dopo l’arresto di Epstein, è stato liquidato come “magazzino musicale” dai suoi avvocati, un’affermazione ridicola, smentita dalle immagini satellitari, dai registri edilizi e dalla presenza costante di personale armato nei dintorni della struttura.
A rendere ancora più evidente il livello di protezione dell’isola vi è il fatto che, nonostante innumerevoli voli privati, testimonianze dirette e una lista di ospiti che includeva il Principe Andrea, Bill Clinton, banchieri, scienziati e altri personaggi di fama mondiale, per anni nessuna agenzia federale statunitense ha ritenuto necessario indagare realmente sull’attività dell’isola.
I voli del “Lolita Express” atterravano regolarmente lì, trasportando giovani ragazze e ospiti selezionati, in un traffico aereo che sembrava muoversi in uno spazio legale parallelo, immune da ogni controllo.
L’ipotesi che l’isola fosse non solo un luogo di abusi ma un hub operativo per attività di intelligence, legate ai servizi segreti israeliani o ad altri servizi “alleati”, diventa quindi un’ipotesi sempre più plausibile, soprattutto alla luce dei silenzi assordanti che ancora circondano le sue attività.
Fonte
10/12/2025
La NATO sospende i contratti con Elbit Systems, il gigante israeliano delle armi
Nel bel mezzo di due guerre che coinvolgono più o meno direttamente la Nato e Israele – più che “alleati”, una simbiosi criminale – salta fuori una inchiesta che porta alla luce alcuni degli interessi molto “materiali” che accompagnano sempre anche le guerre.
La principale agenzia di approvvigionamento della NATO – l’ente addetto a reperire e comprare armi e forniture varie – ha sospeso diversi contratti con il più grande produttore di armi israeliano, Elbit Systems. Una grande indagine per corruzione condotta dalla magistratura belga ha già portato a numerosi arresti in tutta Europa.
Tutto è partito durante l’estate sulla base di sospetti per tangenti all’interno della Nato Support and Procurement Agency (NSPA). Tra gli intermediari di Elbit ci sarebbe un uomo di cittadinanza anche italiana – Eliau Eluasvili – che avrebbe corrotto membri interni della NSPA per garantire contratti milionari all’azienda di Haifa. L’uomo è latitante da fine settembre, inseguito da un mandato di arresto internazionale. Si sospetta, guarda un po’, che sia fuggito in Israele...
La prima prova è stata trovata con una mail interna della NSPA del 31 luglio che elenca 15 contratti sospesi, 13 dei quali riguardano Elbit Systems o la sua controllata Orion Advanced Systems. Si tratta di contratti “normali” nell’ambito del tipo di affari della Elbit e della Nato, riguardanti stock di spolette, razzi di segnalazione per aerei, proiettili di artiglieria da 155 mm e aggiornamenti per le navi da pattugliamento, in particolare del Portogallo.
L’aspetto più preoccupante è però l’esistenza di una vera e propria rete di operatori privati che sfruttano un sistema di “porte girevoli” che consente a ex funzionari della NSPA di diventare consulenti, addirittura con proprie società costituite appositamente, nel settore della difesa.
Elbit Systems ha sede ad Haifa e costruisce prevalentemente droni, munizioni, sistemi per carri armati e altre tecnologie militari. È al 25° posto tra le cento maggiori aziende della difesa a livello mondiale.
Ufficialmente, negli ultimi dieci anni, ha fornito alla NATO equipaggiamenti per decine di milioni di euro, ma il valore reale dei contratti è spesso “secretato”, tanto che potrebbe – o dovrebbe – essere molto più elevato.
In pratica il “sistema” messo in piedi da Elbit combina le attività legali di lobbying con la costruzione di reti di “complici” all’interno degli enti “pubblici” (Nato, eserciti nazionali, ecc.) in grado di supportare il processo di selezione delle aziende “privilegiate” per ottenere contratti di fornitura.
Eliau Eluasvili, in particolare, avrebbe corrotto dirigenti e funzionari della NSPA tramite una “società di consulenza” da lui controllata.
L’indagine ruota di fatto attorno a un consistente gruppo di ex funzionari della NSPA poi diventati “consulenti privati”, sfruttando le loro conoscenze e amicizie dentro l’agenzia per facilitare appalti “esclusivi”.
Fra loro figura il belga Guy Moeraert, un ex dirigente NSPA specializzato in forniture di munizioni, che si trova agli arresti domiciliari dopo aver passato sei mesi in carcere per corruzione e riciclaggio.
È il secondo “scandalo” in poche settimane che squarcia il velo sui reali rapporti tra “alleati nordatlantici” e Israele. Secondo alcune fonti, operatori israeliani stanno conducendo una sorveglianza estesa sulle forze statunitensi e sugli alleati presenti nella nuova base americana nel sud di Israele. Nei giorni scorsi, infatti, il comandate statunitense del Civil-Military Coordination Center (CMCC), il generale Patrick Frank, ha convocato un suo pari grado israeliano per comunicargli che “recording has to stop here”.
Il pratica l’Idf registra gran parte delle conversazioni “rilevanti” condotte all’interno della struttura statunitense. Il CMCC è stato istituito a ottobre per monitorare il cessate il fuoco a Gaza, coordinare gli aiuti e preparare i piani per il futuro della Striscia in base al piano in 20 punti di Donald Trump. I soldati dispiegati lì sono incaricati di favorire l’ingresso degli aiuti.
Ma i dirigenti del CMCC hanno lamentato fin dall’inizio che Israele non ha mai lasciato operare la struttura statunitense. Uno dei suoi dirigenti ha così sintetizzato la situazione: “Non abbiamo mai preso in mano la gestione degli aiuti. Siamo un’integrazione. È come una mano in un guanto. Loro (gli israeliani) rimangono la mano, e il CMMC è diventato il guanto che la ricopre”.
Altro che “complicità” nel genocidio. È un servizio di supporto...
Fonte
La principale agenzia di approvvigionamento della NATO – l’ente addetto a reperire e comprare armi e forniture varie – ha sospeso diversi contratti con il più grande produttore di armi israeliano, Elbit Systems. Una grande indagine per corruzione condotta dalla magistratura belga ha già portato a numerosi arresti in tutta Europa.
Tutto è partito durante l’estate sulla base di sospetti per tangenti all’interno della Nato Support and Procurement Agency (NSPA). Tra gli intermediari di Elbit ci sarebbe un uomo di cittadinanza anche italiana – Eliau Eluasvili – che avrebbe corrotto membri interni della NSPA per garantire contratti milionari all’azienda di Haifa. L’uomo è latitante da fine settembre, inseguito da un mandato di arresto internazionale. Si sospetta, guarda un po’, che sia fuggito in Israele...
La prima prova è stata trovata con una mail interna della NSPA del 31 luglio che elenca 15 contratti sospesi, 13 dei quali riguardano Elbit Systems o la sua controllata Orion Advanced Systems. Si tratta di contratti “normali” nell’ambito del tipo di affari della Elbit e della Nato, riguardanti stock di spolette, razzi di segnalazione per aerei, proiettili di artiglieria da 155 mm e aggiornamenti per le navi da pattugliamento, in particolare del Portogallo.
L’aspetto più preoccupante è però l’esistenza di una vera e propria rete di operatori privati che sfruttano un sistema di “porte girevoli” che consente a ex funzionari della NSPA di diventare consulenti, addirittura con proprie società costituite appositamente, nel settore della difesa.
Elbit Systems ha sede ad Haifa e costruisce prevalentemente droni, munizioni, sistemi per carri armati e altre tecnologie militari. È al 25° posto tra le cento maggiori aziende della difesa a livello mondiale.
Ufficialmente, negli ultimi dieci anni, ha fornito alla NATO equipaggiamenti per decine di milioni di euro, ma il valore reale dei contratti è spesso “secretato”, tanto che potrebbe – o dovrebbe – essere molto più elevato.
In pratica il “sistema” messo in piedi da Elbit combina le attività legali di lobbying con la costruzione di reti di “complici” all’interno degli enti “pubblici” (Nato, eserciti nazionali, ecc.) in grado di supportare il processo di selezione delle aziende “privilegiate” per ottenere contratti di fornitura.
Eliau Eluasvili, in particolare, avrebbe corrotto dirigenti e funzionari della NSPA tramite una “società di consulenza” da lui controllata.
L’indagine ruota di fatto attorno a un consistente gruppo di ex funzionari della NSPA poi diventati “consulenti privati”, sfruttando le loro conoscenze e amicizie dentro l’agenzia per facilitare appalti “esclusivi”.
Fra loro figura il belga Guy Moeraert, un ex dirigente NSPA specializzato in forniture di munizioni, che si trova agli arresti domiciliari dopo aver passato sei mesi in carcere per corruzione e riciclaggio.
È il secondo “scandalo” in poche settimane che squarcia il velo sui reali rapporti tra “alleati nordatlantici” e Israele. Secondo alcune fonti, operatori israeliani stanno conducendo una sorveglianza estesa sulle forze statunitensi e sugli alleati presenti nella nuova base americana nel sud di Israele. Nei giorni scorsi, infatti, il comandate statunitense del Civil-Military Coordination Center (CMCC), il generale Patrick Frank, ha convocato un suo pari grado israeliano per comunicargli che “recording has to stop here”.
Il pratica l’Idf registra gran parte delle conversazioni “rilevanti” condotte all’interno della struttura statunitense. Il CMCC è stato istituito a ottobre per monitorare il cessate il fuoco a Gaza, coordinare gli aiuti e preparare i piani per il futuro della Striscia in base al piano in 20 punti di Donald Trump. I soldati dispiegati lì sono incaricati di favorire l’ingresso degli aiuti.
Ma i dirigenti del CMCC hanno lamentato fin dall’inizio che Israele non ha mai lasciato operare la struttura statunitense. Uno dei suoi dirigenti ha così sintetizzato la situazione: “Non abbiamo mai preso in mano la gestione degli aiuti. Siamo un’integrazione. È come una mano in un guanto. Loro (gli israeliani) rimangono la mano, e il CMMC è diventato il guanto che la ricopre”.
Altro che “complicità” nel genocidio. È un servizio di supporto...
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16/11/2025
Libano - HTS ed Israele minacciano. Hezbollah pronto a rispondere?
Il ricevimento-show alla Casa Bianca messo in piedi da Trump per Al-Jolani nei giorni scorsi ha prodotto, per quest’ultimo, oltre a poco edificanti scene di sottomissione e battute sulla sua possibile poligamia, poca sostanza: l’ennesimo annuncio di sospensione delle sanzioni e qualche promessa vaga di contenimento dell’espansionismo sionista. Tutt’altro clima – per inciso – rispetto all’incontro con Putin, in cui è stato trattato quasi alla pari.
Ciononostante, anche se Israele sta ancora facendo lobbying presso il Congresso per evitare la revoca del Caesar Act – sistema sanzionatorio durissimo che aveva controbuito a sfaldare il regime baathista – l’autoproclamato presidente della Siria sembra essere uscito dalla Casa Bianca con una missione chiara: unirsi alle manovre dell’esercito israeliano contro Hezbollah. Tale missione è mascherata da adesione di Damasco alla coalizione internazionale anti-Isis a guida USA (esiste ancora, anche se fa ridere, visto il passato di Al Jolani).
Vari media mediorientali, infatti, segnalano addensamenti di truppe siriane al confine con il Libano, con annessi tentativi di istallarsi oltre confine, “in particolare nella zona di Wadi al-Thalajat di Ras al-Maara, nella campagna di Damasco”.
Del resto, l’inviato USA per Libano e Siria, l’ineffabile Tom Barrack, aveva chiarito il significato pratico dell’adesione siriana alla coalizione anti-Isis: “Damasco ora ci assisterà attivamente nell’affrontare e smantellare i resti dell’ISIS, dell’IRGC, di Hamas, di Hezbollah e di altre reti terroristiche e si schiererà come partner impegnato nello sforzo globale per garantire la pace”.
La realtà sul terreno, però, è impietosa per le autoproclamate autorità qaediste, in riferimento alla loro capacità di controllo effettivo del territorio. Oltre alla nota questione dell’integrazione dell’area a guida curda del nord-est e ai problemi nel tenere a bada le violenze settarie delle proprie milizie, report d’intelligence, pubblicati da importanti think tank statunitensi, segnalano che Hezbollah sia riuscito a riaprire un canale di rifornimento di armi dall’Iran attraverso la Siria, grazie alla collaborazione di gruppi ex-baathisti e a proprie cellule ancora presenti nelle regioni meridionali del paese, precipitate nel caos.
Di qui i molteplici allarmi da parte dei media mainstream internazionali sulle capacità di ripresa militare del movimento sciita, fino a qualche mese fa dato per spacciato.
Sarebbe questo uno dei motivi che spingono Israele a continuare i propri raid fino a poche decine di chilometri da Damasco, a tenere un atteggiamento ostile verso Al-Jolani e a negargli l’accordo di de-escalation per ottenere il quale l’autoproclamato presidente siriano continua a prostrarsi invano.
Con questi movimenti di truppe, dunque, Jolani prova ancora una volta a mostrarsi ligio nell'eseguire “i compiti a casa” assegnatigli da USA e Israele contro Hezbollah.
Da parte sua, il governo genocida di Tel Aviv sta tentando di convincere i propri alleati euro-atlantici che nessuna delle misure misure “blande” messe in atto contro Hezbollah – l’occupazione di territorio siriano per controllarne le vie di rifornimento, i controlli sulle fonti di finanziamento, i continui raid spacciati come mirati, le pressioni sull’inutile governo libanese, messo ancora più in imbarazzo dai movimenti di truppe siriane fin dentro i propri confini – ne stiano fermando il riarmo.
Pertanto starebbe diventando “necessaria” una ripresa dell’aggressione al Libano. La finestra temporale è abbastanza stretta, poiché nel 2026 sono previste le elezioni di medio termine negli USA, nonché elezioni politiche in Israele stesso ed anche in Libano. Il quadro politico potrebbe insomma cambiare presto, e in senso non positivo per il “piano” statunitense-israeliano.
Intanto anche Hezbollah si prepara. Non è dato sapere quanto queste notizie sul suo riarmo siano vere e quanto costituiscano solo un pretesto. Sicuramente non ci sarebbe da stupirsi se fossero veritiere.
Effettivamente, le ultime prese di posizione da parte dei suoi dirigenti sono più assertive rispetto ai mesi precedenti. Recentemente, infatti, il movimento sciita ha chiamato il governo di Beirut ad assumersi le proprie responsabilità nella difesa del paese dalla continue violazioni israeliane e, nel ribadire la propria adesione ai termini del cessate il fuoco, ne ha perimetrato la validità: “Il cessate il fuoco si applica solo alle aree a sud del fiume Litani”, ha affermato il Segretario Generale Naim Qassem.
Quindi, per parafrasare, al sud deve pensare il governo, se ne è capace. Se non ne è capace (e non lo è) e se le milizie qaediste o lo stesso esercito sionista dovessero compire da altre direzioni, la risposta di Hezbollah sarebbe da considerarsi legittima.
Proponiamo un articolo di Al-Akhbar che delinea questo cambio di passo di Hezbollah.
Ciononostante, anche se Israele sta ancora facendo lobbying presso il Congresso per evitare la revoca del Caesar Act – sistema sanzionatorio durissimo che aveva controbuito a sfaldare il regime baathista – l’autoproclamato presidente della Siria sembra essere uscito dalla Casa Bianca con una missione chiara: unirsi alle manovre dell’esercito israeliano contro Hezbollah. Tale missione è mascherata da adesione di Damasco alla coalizione internazionale anti-Isis a guida USA (esiste ancora, anche se fa ridere, visto il passato di Al Jolani).
Vari media mediorientali, infatti, segnalano addensamenti di truppe siriane al confine con il Libano, con annessi tentativi di istallarsi oltre confine, “in particolare nella zona di Wadi al-Thalajat di Ras al-Maara, nella campagna di Damasco”.
Del resto, l’inviato USA per Libano e Siria, l’ineffabile Tom Barrack, aveva chiarito il significato pratico dell’adesione siriana alla coalizione anti-Isis: “Damasco ora ci assisterà attivamente nell’affrontare e smantellare i resti dell’ISIS, dell’IRGC, di Hamas, di Hezbollah e di altre reti terroristiche e si schiererà come partner impegnato nello sforzo globale per garantire la pace”.
La realtà sul terreno, però, è impietosa per le autoproclamate autorità qaediste, in riferimento alla loro capacità di controllo effettivo del territorio. Oltre alla nota questione dell’integrazione dell’area a guida curda del nord-est e ai problemi nel tenere a bada le violenze settarie delle proprie milizie, report d’intelligence, pubblicati da importanti think tank statunitensi, segnalano che Hezbollah sia riuscito a riaprire un canale di rifornimento di armi dall’Iran attraverso la Siria, grazie alla collaborazione di gruppi ex-baathisti e a proprie cellule ancora presenti nelle regioni meridionali del paese, precipitate nel caos.
Di qui i molteplici allarmi da parte dei media mainstream internazionali sulle capacità di ripresa militare del movimento sciita, fino a qualche mese fa dato per spacciato.
Sarebbe questo uno dei motivi che spingono Israele a continuare i propri raid fino a poche decine di chilometri da Damasco, a tenere un atteggiamento ostile verso Al-Jolani e a negargli l’accordo di de-escalation per ottenere il quale l’autoproclamato presidente siriano continua a prostrarsi invano.
Con questi movimenti di truppe, dunque, Jolani prova ancora una volta a mostrarsi ligio nell'eseguire “i compiti a casa” assegnatigli da USA e Israele contro Hezbollah.
Da parte sua, il governo genocida di Tel Aviv sta tentando di convincere i propri alleati euro-atlantici che nessuna delle misure misure “blande” messe in atto contro Hezbollah – l’occupazione di territorio siriano per controllarne le vie di rifornimento, i controlli sulle fonti di finanziamento, i continui raid spacciati come mirati, le pressioni sull’inutile governo libanese, messo ancora più in imbarazzo dai movimenti di truppe siriane fin dentro i propri confini – ne stiano fermando il riarmo.
Pertanto starebbe diventando “necessaria” una ripresa dell’aggressione al Libano. La finestra temporale è abbastanza stretta, poiché nel 2026 sono previste le elezioni di medio termine negli USA, nonché elezioni politiche in Israele stesso ed anche in Libano. Il quadro politico potrebbe insomma cambiare presto, e in senso non positivo per il “piano” statunitense-israeliano.
Intanto anche Hezbollah si prepara. Non è dato sapere quanto queste notizie sul suo riarmo siano vere e quanto costituiscano solo un pretesto. Sicuramente non ci sarebbe da stupirsi se fossero veritiere.
Effettivamente, le ultime prese di posizione da parte dei suoi dirigenti sono più assertive rispetto ai mesi precedenti. Recentemente, infatti, il movimento sciita ha chiamato il governo di Beirut ad assumersi le proprie responsabilità nella difesa del paese dalla continue violazioni israeliane e, nel ribadire la propria adesione ai termini del cessate il fuoco, ne ha perimetrato la validità: “Il cessate il fuoco si applica solo alle aree a sud del fiume Litani”, ha affermato il Segretario Generale Naim Qassem.
Quindi, per parafrasare, al sud deve pensare il governo, se ne è capace. Se non ne è capace (e non lo è) e se le milizie qaediste o lo stesso esercito sionista dovessero compire da altre direzioni, la risposta di Hezbollah sarebbe da considerarsi legittima.
Proponiamo un articolo di Al-Akhbar che delinea questo cambio di passo di Hezbollah.
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L’aggressione israeliana mette a dura prova la moderazione di Hezbollah
L’aggressione israeliana mette a dura prova la moderazione di Hezbollah
Per la prima volta dal cessate il fuoco del 27 novembre, fonti dell’intelligence israeliana hanno dichiarato di aspettarsi una risposta di Hezbollah ai recenti raid aerei israeliani. Sebbene questa formulazione sia apparsa solo brevemente nelle fughe di notizie dei media israeliani la scorsa settimana, fonti a conoscenza di queste valutazioni affermano che Tel Aviv ha informato Washington e altri alleati attivi in Libano che le informazioni in possesso dipingono una situazione che va oltre gli sforzi intensificati da parte di Hezbollah per ricostruire le sue infrastrutture militari e la costruzione di siti fortificati.
Secondo le stesse fonti, l’intelligence israeliana ritiene, inoltre, che il partito stia studiando la possibilità di una risposta militare, senza fornire ulteriori dettagli.
In Libano, l’intensificazione dell’attività da parte di diplomatici, funzionari della sicurezza e giornalisti stranieri segnala solitamente che si stanno verificando sviluppi significativi. Gli osservatori hanno notato una linea di indagine comune sollevata da questi visitatori: tutte ruotano attorno alla valutazione delle capacità e delle intenzioni di Hezbollah.
Coloro che hanno stretti legami con le missioni straniere notano che l’obiettivo primario di queste indagini è ottenere informazioni dirette sulla Resistenza. Sorprendentemente, molti di questi interlocutori stranieri ora ammettono che le questioni non sono più così chiare o accessibili come un tempo. È diventato difficile sapere chi possiede effettivamente informazioni affidabili sulla situazione interna di Hezbollah.
I recenti sviluppi indicano una crescente pressione internazionale e un coordinamento intensificato tra gli alleati di Washington. Gli Stati Uniti continuano a parlare di una scadenza di fine anno per il Libano, e la definiscono “nuova fase” nella missione di disarmo di Hezbollah. I membri di una recente delegazione del Tesoro statunitense a Beirut avrebbero fatto pressioni affinché venissero prese misure concrete per “esaurire” le risorse finanziarie del partito prima della fine dell’anno.
Anche l’Egitto, che si è coordinato con gli Stati Uniti, ha indicato la possibilità di progressi prima della fine dell’anno, ma ha collegato ciò all’attuale pressione statunitense affinché si dia seguito all’accordo di Gaza e all’intenzione di Washington di iniziare a ritirarsi da diversi dossier regionali all’inizio del prossimo anno, quando l’amministrazione statunitense sposterà l’attenzione sulle elezioni di medio termine.
Gli analisti militari e della sicurezza israeliani hanno parlato di una “ristretta finestra di opportunità” per un’azione contro il Libano, influenzata da due scadenze politiche sovrapposte: le elezioni statunitensi e quelle israeliane. Essi suggeriscono che Israele potrebbe sfruttare l’attuale stato di allerta militare per portare a termine un’operazione su vasta scala, sostenendo che qualsiasi ritardo potrebbe complicare il contesto regionale e nazionale in modi che renderebbero più difficile giustificare o eseguire tale operazione.
Nelle ultime due settimane, diverse delegazioni di media stranieri hanno visitato il Libano per “prepararsi a scenari diversi”, come hanno affermato alcuni giornalisti. Un corrispondente europeo ha suggerito che è improbabile che Israele intraprenda un’operazione su larga scala prima della visita del Papa in Libano il mese prossimo, ma potrebbe agire con maggiore libertà una volta finita l’anno.
Questi indicatori, tuttavia, non costituiscono una lettura solida o scientifica delle intenzioni di Israele. Israele è inquieto sia internamente che esternamente; l’amministrazione Trump continua a fare pressione a Gaza per proteggere l’accordo, cercando al contempo un parallelo accordo di sicurezza siriano-israeliano – pur sapendo che non tutti gli sviluppi servono gli interessi israeliani.
Ma questo non significa che gli Stati Uniti controllino le decisioni di guerra e di pace di Israele. L’esperienza ha dimostrato che i leader israeliani, in particolare la cerchia di Benjamin Netanyahu, non esitano ad adottare misure unilaterali anche quando si discostano dai calcoli di Washington. Il tempismo, da solo, raramente è decisivo nelle decisioni di Tel Aviv di dichiarare guerra.
Il vero cambiamento nell’attuale dossier è avvenuto con il discorso del Segretario Generale di Hezbollah, lo sceicco Naim Qassem, di due giorni fa, in cui ha affermato esplicitamente: “Il cessate il fuoco si applica solo alle aree a sud del fiume Litani (…) Non vi è alcuna minaccia per gli insediamenti [del nord di Israele]. Il Sud è responsabilità del governo, del popolo e della Resistenza. Qualsiasi spargimento di sangue lì colpirà tutto il Libano a causa degli Stati Uniti e di Israele. Non c’è alcun sostituto per l’accordo [del cessate il fuoco di novembre 2024], né alcuna assoluzione per il nemico israeliano attraverso un altro accordo”.
Ha aggiunto: “La continuazione dell’aggressione, delle uccisioni e della distruzione non può continuare all’infinito. Tutto ha un limite. Non dirò altro. Chi di dovere prenda in considerazione queste problematiche che non possono essere più sopportate. Siamo un popolo vivo; la guerra ci ha ferito profondamente, ma restiamo vivi, coraggiosi e resistiamo”.
La scelta delle parole da parte di Qassem, “Non parlerò ulteriormente della questione”, rappresenta un’estensione della consolidata “politica di ambiguità” di Hezbollah riguardo alle azioni e alle intenzioni della Resistenza. Questo approccio deliberato è in linea con una strategia che il partito ha affinato nel corso degli anni: entrare nell’ignoto come forma di deterrenza. È anche una risposta pragmatica alle falle nell’intelligence scoperte durante l’ultima guerra e una precauzione nel contesto dell’estesa attività di spionaggio diretta contro Hezbollah da più fronti.
Tale attività non è più limitata all’apparato di intelligence israeliano. Gli Stati Uniti conducono una campagna più ampia, supervisionando istituzioni vitali in Libano, mentre attori europei e arabi conducono anch’essi attività di spionaggio parallele. Gli agenti dell’intelligence occidentale sono ora profondamente radicati in luoghi sensibili e Israele stesso ha acquisito maggiore audacia nelle sue operazioni di intelligence umana e, a quanto si dice, ha ampliato la sua capacità di raggiungere siti infrastrutturali chiave.
Le indagini su una rete di spionaggio recentemente scoperta, presumibilmente gestita da un agente siro-ucraino, hanno rivelato che a un agente è stato ordinato di piazzare un veicolo nel parcheggio scoperto del terminal VIP dell’aeroporto di Beirut. Il suo responsabile israeliano gli ha promesso una tessera speciale per accedere all’area riservata.
Ciò suggerisce o che Israele esercita un’influenza diretta sufficiente ad ottenere simili autorizzazioni, oppure che gode della facilitazione occidentale attraverso alleati muniti della possibilità di accedere alle zone più sicure dell’aeroporto.
In questo contesto complesso, le parole di Qassem sono un segnale chiaro. La sua dichiarazione secondo cui “la continuazione dell’aggressione non può continuare all’infinito” equivale al primo avvertimento di Hezbollah, rivolto non solo al nemico, ma a tutti gli attori nazionali e stranieri coinvolti: la Resistenza ha raggiunto, o è prossima a raggiungere, un livello di prontezza che le consente di avviare un’azione militare in risposta all’aggressione quotidiana di Israele.
D’ora in poi, l’attenzione deve spostarsi dalle fughe di notizie a Tel Aviv alle dichiarazioni e alle azioni degli inviati regionali e internazionali. La Resistenza ha chiarito di non volere la guerra. Qassem ha sottolineato che il cessate il fuoco stesso garantisce, implicitamente, la sicurezza degli insediamenti nel nord di Israele, a dimostrazione della volontà di Hezbollah di rispettare l’accordo, a condizione che il mondo obblighi Israele a fare lo stesso.
Ma se Israele dovesse persistere nell’agire come se non esistesse alcun accordo, si aprirebbe la strada a sviluppi la cui natura, portata, tempi e obiettivi nessuno può prevedere.
Fonte
21/10/2025
Yemen - Arrestati per spionaggio verso Israele e USA funzionari dell’ONU. Secondo blitz in pochi mesi
L’ufficio delle Nazioni Unite in Yemen ha dichiarato domenica che 20 dei suoi membri dello staff sono ancora detenuti dai militanti di Ansarallah, più noti come Houthi, dopo un’incursione avvenuta sabato nel loro edificio a Sanaa.
Sabato, l’ufficio ONU aveva affermato che le forze di sicurezza Houthi avevano effettuato un'“entrata non autorizzata” nel loro complesso, aggiungendo che il personale presente era “sano e salvo”.
“Cinque membri dello staff nazionale e quindici membri dello staff internazionale rimangono detenuti all’interno del complesso”, ha detto domenica Jean Alam, portavoce del coordinatore residente delle Nazioni Unite.
Le Nazioni Unite sono in contatto con le autorità a Sana’a, con gli Stati Membri competenti e con il Governo dello Yemen per risolvere questa grave situazione nel più breve tempo possibile, porre fine alla detenzione di tutto il personale e ripristinare il pieno controllo delle proprie strutture a Sana’a.
I militanti del movimento Ansarallah avevano già messo nel mirino gli uffici dell’ONU a Sana’a il 31 agosto, trattenendone più di 11 dipendenti, secondo quanto riportato dall’ONU. L’accusa per gli arrestati ad agosto e per quelli arrestati sabato è di spionaggio a favore di Israele e Stati Uniti. Nei giorni precedenti al blitz diversi ministri del governo yemenita espressione di Ansarallah, erano stati uccisi in un raid aereo israeliano. L’accusa di spionaggio per conto di USA e Israele, è stata confermato all’AFP da un alto funzionario Houthi sotto condizione di anonimato.
In un discorso televisivo tenuto giovedì scorso, il leader di Ansarallah, Abdelmalek Al Houthi, aveva affermato che le sue forze avevano smantellato “una delle cellule di spie più pericolose”, che secondo lui era “collegata a organizzazioni umanitarie come il Programma Alimentare Mondiale e l’UNICEF”. Il portavoce del segretario generale dell’ONU ha descritto le accuse come “pericolose e inaccettabili”.
Il raid di sabato contro gli uffici e il personale dell’ONU in Yemen infatti non è il primo. Decine di membri del personale ONU erano già stati arrestati a fine agosto nelle aree controllate da Ansarallah.
A metà settembre, il coordinatore umanitario dell’ONU in Yemen era stato ufficialmente trasferito da Sanaa, la capitale controllata dagli Houthi, ad Aden, la capitale ad interim del governo riconosciuto a livello internazionale.
Secondo il giornale Aawsat Arab World il raid di domenica è avvenuto a seguito dell’uccisione del primo ministro Houthi e di diversi membri del governo in un attacco israeliano avvenuto a fine agosto. Tra i morti c’erano il primo ministro Ahmed al-Rahawi, il ministro degli Esteri Gamal Amer, il vice primo ministro e ministro dello Sviluppo Locale Mohammed al-Medani, il ministro dell’Energia Elettrica Ali Seif Hassan, il ministro del Turismo Ali al-Yafei, il ministro dell’Informazione Hashim Sharafuldin e il vice ministro dell’Interno, Abdel-Majed al-Murtada.
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Sabato, l’ufficio ONU aveva affermato che le forze di sicurezza Houthi avevano effettuato un'“entrata non autorizzata” nel loro complesso, aggiungendo che il personale presente era “sano e salvo”.
“Cinque membri dello staff nazionale e quindici membri dello staff internazionale rimangono detenuti all’interno del complesso”, ha detto domenica Jean Alam, portavoce del coordinatore residente delle Nazioni Unite.
Le Nazioni Unite sono in contatto con le autorità a Sana’a, con gli Stati Membri competenti e con il Governo dello Yemen per risolvere questa grave situazione nel più breve tempo possibile, porre fine alla detenzione di tutto il personale e ripristinare il pieno controllo delle proprie strutture a Sana’a.
I militanti del movimento Ansarallah avevano già messo nel mirino gli uffici dell’ONU a Sana’a il 31 agosto, trattenendone più di 11 dipendenti, secondo quanto riportato dall’ONU. L’accusa per gli arrestati ad agosto e per quelli arrestati sabato è di spionaggio a favore di Israele e Stati Uniti. Nei giorni precedenti al blitz diversi ministri del governo yemenita espressione di Ansarallah, erano stati uccisi in un raid aereo israeliano. L’accusa di spionaggio per conto di USA e Israele, è stata confermato all’AFP da un alto funzionario Houthi sotto condizione di anonimato.
In un discorso televisivo tenuto giovedì scorso, il leader di Ansarallah, Abdelmalek Al Houthi, aveva affermato che le sue forze avevano smantellato “una delle cellule di spie più pericolose”, che secondo lui era “collegata a organizzazioni umanitarie come il Programma Alimentare Mondiale e l’UNICEF”. Il portavoce del segretario generale dell’ONU ha descritto le accuse come “pericolose e inaccettabili”.
Il raid di sabato contro gli uffici e il personale dell’ONU in Yemen infatti non è il primo. Decine di membri del personale ONU erano già stati arrestati a fine agosto nelle aree controllate da Ansarallah.
A metà settembre, il coordinatore umanitario dell’ONU in Yemen era stato ufficialmente trasferito da Sanaa, la capitale controllata dagli Houthi, ad Aden, la capitale ad interim del governo riconosciuto a livello internazionale.
Secondo il giornale Aawsat Arab World il raid di domenica è avvenuto a seguito dell’uccisione del primo ministro Houthi e di diversi membri del governo in un attacco israeliano avvenuto a fine agosto. Tra i morti c’erano il primo ministro Ahmed al-Rahawi, il ministro degli Esteri Gamal Amer, il vice primo ministro e ministro dello Sviluppo Locale Mohammed al-Medani, il ministro dell’Energia Elettrica Ali Seif Hassan, il ministro del Turismo Ali al-Yafei, il ministro dell’Informazione Hashim Sharafuldin e il vice ministro dell’Interno, Abdel-Majed al-Murtada.
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15/09/2025
La UE vuol legalizzare il “Grande fratello”
Conosciamo ormai a memoria il ritornello della propaganda euro-atlantica secondo cui “noi” (tutti?) occidentali vivremmo in un “giardino” circondato da una giungla oscura ed ostile. Qui ci sarebbe la “libertà”, mentre al di là del muro (sempre più alto e spesso) vivrebbero sotto una dittatura feroce che controlla tutti dalla mattina alla sera e magari anche mentre sognano.
Come sempre bisogna chiedersi: quando parlate della “libertà”, esattamente, alla libertà di chi vi state riferendo? Di sicuro non a quella di tutti gli abitanti di questa parte del Mondo. E non serve neanche scomodare tutte le visioni – e i relativi dati numerici – che mostrano come, ad esempio, un cittadino povero o ignorante non è affatto “libero”, perché le sue possibilità reali (di movimento, pensiero, azione, ecc.) dipendono da mezzi che non possiede né può farsi “prestare”.
Il concetto di “libertà” che viene spacciato da queste parti è insomma necessariamente vago, indefinito, vuoto. Un’immaginetta rassicurante come una madonnina su un santino, e altrettanto usa-e-getta.
A questo punto si alza il liberale scemo di turno a dire: ma qui abbiamo la libertà politica di dire quello che vogliamo! Lasciamo per un attimo da parte l’obiezione “strutturale” per cui la “libertà di parola” – nel senso politico del termine, ossia la possibilità di entrare e “pesare” nel dibattito pubblico quantomeno nazionale – dipende dalla potenza dei mezzi di comunicazione di cui si dispone (chi controllo tre televisioni sicuramente è più libero di chi ha soltanto la sua voce, per farsi sentire).
Stiamo ai fatti semplici: siamo davvero tutti liberi di esprimere il nostro pensiero? Il genocidio a Gaza ha dimostrato di no. Persino un personaggio pubblico noto come un cantante che andava a Sanremo – Ghali – è scomparso dagli schermi dopo aver pronunciato la parola vietata: genocidio, appunto. Certo, è ancora libero di fare concerti, ma chiaramente non usufruisce più del “traino” di notorietà garantito dall’apparire in tv.
Per i normali cittadini, esprimere lo stesso pensiero è diventato rischioso. In Gran Bretagna e in Germania si rischia l’arresto, persino se si è un anziano in carrozzina o – di nuovo – una cantante abbastanza nota. In Italia le squadre di terroristi sionisti hanno già colpito più volte. Con un agguato a Chef Rubio – le “grandi indagini” della polizia non hanno prodotto neanche un indizio, dopo più di un anno – un paio di bombe sulla porta di un centro sociale (peraltro piuttosto “integrato” nel sistema politico capitolino), con minacce esplicite contro un ex parlamentare Cinque Stelle, anche lui abbastanza noto.
Vabbeh – dice di nuovo il liberale scemo – si tratta di eccezioni temporanee, o di atti criminali che subiranno una risposta adeguata non appena scoperti i colpevoli (se mai lo saranno…), ma il sistema di regole e leggi che vige in Italia ed in Europa è stabilmente orientato al massimo rispetto della libertà di espressione individuale. Senza rischi di censura, schedatura, controllo in stile “Grande fratello”.
Errore. Falso. Menzogna.
Le comunicazioni individuali via social o telefono sono già tutte ampiamente intercettabili dalle “forze dell’ordine” su semplice richiesta ai gestori delle piattaforme. La massa di spyware utilizzabili è praticamente infinita e permette di tutto, finanche di registrare video a nostra insaputa utilizzando la microcamera dello smartphone. E così da anni (un film sulla vicenda di Edward Snowden risale ormai al 2016, e chiaramente parla di possibilità tecnologiche esistenti già da anni, allora).
Il liberale scemo a questo punto insiste: sì, ma devono esserci sospetti fondati e serve comunque un’autorizzazione della magistratura! Vero. Anche se questo residuo ostacolo alla potenza inquisitoria dello stato – borghese e liberale, una “democrazia”, mica un’“autocrazia”… – è bassissimo e sottilissimo, perché difficilmente l’autorizzazione viene negata e sempre più spesso non viene neppure richiesta.
Comunque questo piccolo ostacolo esiste. Per questo ora l’Unione Europea – ed anche il suo massimo organo “antiterrorismo” – pretendono sia cancellato, lasciando liberi i servizi segreti e quelli palesi di assumere il controllo diretto dei device di chiunque vogliano.
Vediamo in dettaglio.
Al Parlamento Europeo è in corso il dibattito sull’approvazione di un regolamento che consente agli organi di polizia di poter scansionare senza alcuna autorizzazione tutti i messaggi e le foto delle chat private a livello continentale. Al momento ci sono ancora nove paesi contrari e quattro “indecisi” (il governo Meloni è ovviamente favorevole), ma la discussione va avanti e c’è pur sempre in ballo l’idea di abolire prima o poi la necessità dell’unanimità sui provvedimenti più significativi. C’è anche un gruppo che monitora l’iter parlamentare: https://fightchatcontrol.eu/.
Sul piano operativo – quello dei servizi di polizia – il grimaldello scontato è naturalmente quello del “terrorismo”. Definizione forse ancora più elastica e “personalizzabile” di quella di “libertà”, tanto da farci rientrare praticamente chiunque stia sulle palle ad un qualche potere costituito.
Da questo punto di vista dovremmo quasi – quasi, è detto con evidente ironia inferocita – ringraziare quel ministro israeliano della “sicurezza”, Ben Gvir, che ha promesso di trattare come “terroristi” gli attivisti della Global Sumud Flotilla quando arriveranno al largo delle coste di Gaza (che sono coste palestinesi, non israeliane...). O anche prima, in acque internazionali (come già fatto altre volte).
Dovremmo ringraziarlo, se non altro, perché ha dimostrato che quel termine – “terrorismo” – non ha alcun significato universale, ma “torna utile” per indicare un nemico disumanizzato contro cui si può agire anche al di fuori di qualsiasi legge, nazionale o internazionale. Non conta insomma quel che concretamente una persona fa, ma solo a chi dà fastidio (portare cibo agli affamati rallenta il genocidio per procurata fame, anche se in minima misura).
Fatte tutte queste necessarie premesse, ascoltiamo allora le elucubrazioni di Bartjan Wegter, coordinatore antiterrorismo dell’UE. Chiedendo il libero accesso alla messaggistica tipo Whatsapp, infatti ha affermato che “Ci troviamo di fronte a una situazione che sta diventando insostenibile, in cui i nostri investigatori perdono la capacità di condurre indagini”.
Poverini… Vorrebbero impedire “attentati” che “immaginano” potrebbero essere organizzati via messaggini, ma purtroppo ci sono “lacci e lacciuoli” legali che gli legano le mani (pare il commissario “al di sopra di ogni sospetto”...).
Wegter non è un qualsiasi opinionista, ma il responsabile della fornitura di raccomandazioni politiche e della facilitazione della cooperazione tra le capitali dell’UE. Parla alle riunioni ministeriali ed è stato coinvolto in un gruppo di funzionari di polizia noto come “Going Dark group”, che ha influenzato la strategia di sicurezza interna dell’UE. Questa strategia ha proposto nuove regole sulla conservazione dei dati e sulla concessione dell’accesso ai dati alle forze dell’ordine (in discussione all’euro-parlamento).
Alle forze dell’ordine – dice – dovrebbe essere permesso di accedere ai messaggi e ad altre informazioni, inclusi i metadati come la posizione e l’ora dei messaggi. Naturalmente – per garantire “la libertà” – ciò dovrebbe avvenire caso per caso e dovrebbe essere “molto regolamentato”, allo stesso modo delle tradizionali tecniche di intercettazione telefonica e di sorveglianza.
Wegter ha avvertito che la minaccia per l’Europa “rimane alta”. Tuttavia, le proposte per l’accesso ai dati hanno incontrato una significativa reazione negativa a causa delle preoccupazioni sulla privacy e sulla sicurezza. Gran parte del dibattito si concentra sulla fattibilità tecnica di consentire alla polizia di leggere i messaggi crittografati senza indebolire l’intero sistema e aprire una porta ad “attori malintenzionati, come hacker criminali e governi autoritari” (qui siamo ovviamente e per definizione nel “mondo libero”, no?).
La constatazione tecnica è banale: una volta acquisita la chiave per decrittare i messaggi non c’è più bisogno di chiedere l’autorizzazione a intercettare altre persone. Puoi farlo quando vuoi e nei confronti di chiunque.
Il problema diventa nei confronti di chi lo fai. Se intercetti possibili combattenti di cause vicine o lontane, nessuno ti dirà nulla, anzi… Se metti sotto controllo oppositori politici, attivisti, sindacalisti, rompicoglioni in generale, neanche. I dubbi, ai pieni alti del potere, sorgono quando viene il sospetto che potrebbero finire sotto controllo anche i mandanti del controllo (politici al governo, titolari di aziende e banche, generali, giornalisti embedded, ecc.).
Il che ci riporta alla vaghezza del concetto di “libertà” utilizzato da queste parti. La libertà di chi?
Fonte
Come sempre bisogna chiedersi: quando parlate della “libertà”, esattamente, alla libertà di chi vi state riferendo? Di sicuro non a quella di tutti gli abitanti di questa parte del Mondo. E non serve neanche scomodare tutte le visioni – e i relativi dati numerici – che mostrano come, ad esempio, un cittadino povero o ignorante non è affatto “libero”, perché le sue possibilità reali (di movimento, pensiero, azione, ecc.) dipendono da mezzi che non possiede né può farsi “prestare”.
Il concetto di “libertà” che viene spacciato da queste parti è insomma necessariamente vago, indefinito, vuoto. Un’immaginetta rassicurante come una madonnina su un santino, e altrettanto usa-e-getta.
A questo punto si alza il liberale scemo di turno a dire: ma qui abbiamo la libertà politica di dire quello che vogliamo! Lasciamo per un attimo da parte l’obiezione “strutturale” per cui la “libertà di parola” – nel senso politico del termine, ossia la possibilità di entrare e “pesare” nel dibattito pubblico quantomeno nazionale – dipende dalla potenza dei mezzi di comunicazione di cui si dispone (chi controllo tre televisioni sicuramente è più libero di chi ha soltanto la sua voce, per farsi sentire).
Stiamo ai fatti semplici: siamo davvero tutti liberi di esprimere il nostro pensiero? Il genocidio a Gaza ha dimostrato di no. Persino un personaggio pubblico noto come un cantante che andava a Sanremo – Ghali – è scomparso dagli schermi dopo aver pronunciato la parola vietata: genocidio, appunto. Certo, è ancora libero di fare concerti, ma chiaramente non usufruisce più del “traino” di notorietà garantito dall’apparire in tv.
Per i normali cittadini, esprimere lo stesso pensiero è diventato rischioso. In Gran Bretagna e in Germania si rischia l’arresto, persino se si è un anziano in carrozzina o – di nuovo – una cantante abbastanza nota. In Italia le squadre di terroristi sionisti hanno già colpito più volte. Con un agguato a Chef Rubio – le “grandi indagini” della polizia non hanno prodotto neanche un indizio, dopo più di un anno – un paio di bombe sulla porta di un centro sociale (peraltro piuttosto “integrato” nel sistema politico capitolino), con minacce esplicite contro un ex parlamentare Cinque Stelle, anche lui abbastanza noto.
Vabbeh – dice di nuovo il liberale scemo – si tratta di eccezioni temporanee, o di atti criminali che subiranno una risposta adeguata non appena scoperti i colpevoli (se mai lo saranno…), ma il sistema di regole e leggi che vige in Italia ed in Europa è stabilmente orientato al massimo rispetto della libertà di espressione individuale. Senza rischi di censura, schedatura, controllo in stile “Grande fratello”.
Errore. Falso. Menzogna.
Le comunicazioni individuali via social o telefono sono già tutte ampiamente intercettabili dalle “forze dell’ordine” su semplice richiesta ai gestori delle piattaforme. La massa di spyware utilizzabili è praticamente infinita e permette di tutto, finanche di registrare video a nostra insaputa utilizzando la microcamera dello smartphone. E così da anni (un film sulla vicenda di Edward Snowden risale ormai al 2016, e chiaramente parla di possibilità tecnologiche esistenti già da anni, allora).
Il liberale scemo a questo punto insiste: sì, ma devono esserci sospetti fondati e serve comunque un’autorizzazione della magistratura! Vero. Anche se questo residuo ostacolo alla potenza inquisitoria dello stato – borghese e liberale, una “democrazia”, mica un’“autocrazia”… – è bassissimo e sottilissimo, perché difficilmente l’autorizzazione viene negata e sempre più spesso non viene neppure richiesta.
Comunque questo piccolo ostacolo esiste. Per questo ora l’Unione Europea – ed anche il suo massimo organo “antiterrorismo” – pretendono sia cancellato, lasciando liberi i servizi segreti e quelli palesi di assumere il controllo diretto dei device di chiunque vogliano.
Vediamo in dettaglio.
Al Parlamento Europeo è in corso il dibattito sull’approvazione di un regolamento che consente agli organi di polizia di poter scansionare senza alcuna autorizzazione tutti i messaggi e le foto delle chat private a livello continentale. Al momento ci sono ancora nove paesi contrari e quattro “indecisi” (il governo Meloni è ovviamente favorevole), ma la discussione va avanti e c’è pur sempre in ballo l’idea di abolire prima o poi la necessità dell’unanimità sui provvedimenti più significativi. C’è anche un gruppo che monitora l’iter parlamentare: https://fightchatcontrol.eu/.
Sul piano operativo – quello dei servizi di polizia – il grimaldello scontato è naturalmente quello del “terrorismo”. Definizione forse ancora più elastica e “personalizzabile” di quella di “libertà”, tanto da farci rientrare praticamente chiunque stia sulle palle ad un qualche potere costituito.
Da questo punto di vista dovremmo quasi – quasi, è detto con evidente ironia inferocita – ringraziare quel ministro israeliano della “sicurezza”, Ben Gvir, che ha promesso di trattare come “terroristi” gli attivisti della Global Sumud Flotilla quando arriveranno al largo delle coste di Gaza (che sono coste palestinesi, non israeliane...). O anche prima, in acque internazionali (come già fatto altre volte).
Dovremmo ringraziarlo, se non altro, perché ha dimostrato che quel termine – “terrorismo” – non ha alcun significato universale, ma “torna utile” per indicare un nemico disumanizzato contro cui si può agire anche al di fuori di qualsiasi legge, nazionale o internazionale. Non conta insomma quel che concretamente una persona fa, ma solo a chi dà fastidio (portare cibo agli affamati rallenta il genocidio per procurata fame, anche se in minima misura).
Fatte tutte queste necessarie premesse, ascoltiamo allora le elucubrazioni di Bartjan Wegter, coordinatore antiterrorismo dell’UE. Chiedendo il libero accesso alla messaggistica tipo Whatsapp, infatti ha affermato che “Ci troviamo di fronte a una situazione che sta diventando insostenibile, in cui i nostri investigatori perdono la capacità di condurre indagini”.
Poverini… Vorrebbero impedire “attentati” che “immaginano” potrebbero essere organizzati via messaggini, ma purtroppo ci sono “lacci e lacciuoli” legali che gli legano le mani (pare il commissario “al di sopra di ogni sospetto”...).
Wegter non è un qualsiasi opinionista, ma il responsabile della fornitura di raccomandazioni politiche e della facilitazione della cooperazione tra le capitali dell’UE. Parla alle riunioni ministeriali ed è stato coinvolto in un gruppo di funzionari di polizia noto come “Going Dark group”, che ha influenzato la strategia di sicurezza interna dell’UE. Questa strategia ha proposto nuove regole sulla conservazione dei dati e sulla concessione dell’accesso ai dati alle forze dell’ordine (in discussione all’euro-parlamento).
Alle forze dell’ordine – dice – dovrebbe essere permesso di accedere ai messaggi e ad altre informazioni, inclusi i metadati come la posizione e l’ora dei messaggi. Naturalmente – per garantire “la libertà” – ciò dovrebbe avvenire caso per caso e dovrebbe essere “molto regolamentato”, allo stesso modo delle tradizionali tecniche di intercettazione telefonica e di sorveglianza.
Wegter ha avvertito che la minaccia per l’Europa “rimane alta”. Tuttavia, le proposte per l’accesso ai dati hanno incontrato una significativa reazione negativa a causa delle preoccupazioni sulla privacy e sulla sicurezza. Gran parte del dibattito si concentra sulla fattibilità tecnica di consentire alla polizia di leggere i messaggi crittografati senza indebolire l’intero sistema e aprire una porta ad “attori malintenzionati, come hacker criminali e governi autoritari” (qui siamo ovviamente e per definizione nel “mondo libero”, no?).
La constatazione tecnica è banale: una volta acquisita la chiave per decrittare i messaggi non c’è più bisogno di chiedere l’autorizzazione a intercettare altre persone. Puoi farlo quando vuoi e nei confronti di chiunque.
Il problema diventa nei confronti di chi lo fai. Se intercetti possibili combattenti di cause vicine o lontane, nessuno ti dirà nulla, anzi… Se metti sotto controllo oppositori politici, attivisti, sindacalisti, rompicoglioni in generale, neanche. I dubbi, ai pieni alti del potere, sorgono quando viene il sospetto che potrebbero finire sotto controllo anche i mandanti del controllo (politici al governo, titolari di aziende e banche, generali, giornalisti embedded, ecc.).
Il che ci riporta alla vaghezza del concetto di “libertà” utilizzato da queste parti. La libertà di chi?
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08/08/2025
“Per mezzo dell’inganno”: la doppiezza del Mossad e la complicità di Washington
Nonostante miliardi di aiuti militari, un supporto tecnologico all’avanguardia e un’incrollabile protezione diplomatica, gli Stati Uniti sono regolarmente sorvegliati dallo stesso alleato che sostengono. Attraverso il Mossad, Israele ricambia non con lealtà, ma con uno spionaggio stratificato, descritto dall’ex agente della CIA Andrew Bustamante come doni intrisi di programmi spia e una collaborazione intrisa di sfiducia. Per molti americani, questa imparità morale contrasta il legame intuitivo tra generosità e fedeltà.
In un segmento del programma radio podcast #224 di Julian Dorey, ormai virale, Bustamante racconta come il Mossad offrisse alla CIA dei “regali”, solitamente strumenti tecnologici o di rilevamento, sistematicamente dotati di programmi spia. L’aneddoto non è eccezionale; è emblematico. L’etica del Mossad, plasmata da una politica Sionista che privilegia il dominio sulla responsabilità, è impenitente: l’inganno sulla trasparenza, la sopravvivenza sulla solidarietà, gli interessi sulle alleanze. Il suo credo guida, “Con l’inganno, farai la guerra”, non è un vezzo retorico. È una dottrina tattica in cui la manipolazione è sacra, i confini etici sacrificabili e il tradimento strategico, persino dei benefattori, pienamente normalizzato.
Mentre la CIA si destreggia tra vincoli diplomatici e supervisione esecutiva, il Mossad opera con autonomia dottrinale. L’imparità è sia operativa che filosofica, e si ripercuote negativamente sui palestinesi attraverso l’elaborazione delle politiche, le regole di spionaggio e il linguaggio morale dell’alleanza.
L’imparità al centro dell’alleanza tra Stati Uniti e Israele, dove l’aiuto incondizionato incontra il tradimento strategico. Non è un caso diplomatico, è strutturale. L’etica dell’inganno del Mossad, radicato nella Dottrina Sionista, offre un modello per un potere irresponsabile: la sorveglianza riformulata come partenariato, l’aggressione mascherata da prevenzione. E la politica statunitense non si limita a tollerare questo calcolo, ma lo amplifica.
Prendiamo il dibattito sul finanziamento dell’Iron Dome del 2021. Nonostante le prove che il sistema abbia protetto dal lancio di razzi da Gaza, i legislatori di entrambi gli schieramenti lo hanno inquadrato come un imperativo umanitario, slegato dalla realtà sul campo. La collaborazione tra spionaggio USA e Israele, che include strumenti di sorveglianza congiunti e banche dati biometriche, ha potenziato la polizia predittiva dello Shin Bet, segnalando i giovani palestinesi come minacce preventive basate sul sospetto algoritmico.
Le operazioni del Mossad che prendono di mira diplomatici statunitensi o violano le norme del controspionaggio vengono accolte con il silenzio, non per mancanza di prove, ma perché l’alleanza è sacrosanta. In questo schema, l’inganno viene valorizzato come brillantezza strategica. Il risultato: quadri politici che privilegiano l’impunità sui principi, l’alleanza sulla responsabilità e la cancellazione sulle prove.
L’arte di governare Sionista non limita l’inganno allo spionaggio. Lo codifica nell’architettura stessa della governance. A Gaza, la dottrina israeliana del “Falciare l’erba”, un eufemismo per i continui bombardamenti di massa, riformula l’annientamento dei civili come antiterrorismo. La sentenza della Corte Internazionale di Giustizia del 2024, che ha stabilito l’illegalità dell’Occupazione israeliana di Gaza, Gerusalemme Est e Cisgiordania, ha incontrato un’intensificazione dell’espansione degli insediamenti e della violenza delle milizie dei coloni, soprattutto nell’Area C. Queste milizie, spesso armate e protette, sfrattano pastori palestinesi e comunità beduine con il pretesto di “zone di sicurezza”. La copertura diplomatica occidentale trasforma la Pulizia Etnica in un imperativo strategico.
Tale logica ha dei precedenti. La Dichiarazione Balfour del 1917 e l’Accordo di Ha’avara con la Germania Nazista esemplificano come le istituzioni Sioniste abbiano storicamente sfruttato il potere imperiale per consolidare il Dominio Coloniale. Oggi, questo schema persiste, questa volta attraverso gli Stati Uniti, consentendo l’impunità di Israele attraverso l’Apartheid normalizzato. L’esproprio di terreni, le restrizioni di movimento e la negazione della cittadinanza sono bollati come manovre difensive contro una popolazione resa sospetta intenzionalmente. In questa matrice, la sicurezza non è più protezione, è pretesto. La Realpolitik non è pragmatismo, è il lubrificante ideologico per un Progetto di Cancellazione.
L’impunità di Israele è protetta non solo dalla superiorità militare o dalla forza diplomatica, ma anche da una corazza narrativa. Ricodifica la trasgressione come necessità, il dominio come difesa. Questa impalcatura ideologica si basa pesantemente sulla memoria dell’Olocausto, sull’ansia esistenziale e sul linguaggio della minaccia perpetua. Israele, come professa al Mondo, non si limita a difendersi, ma difende la “civiltà” dalla barbarie. In questo schema, attacchi preventivi, detenzioni a tempo indeterminato e guerra d’assedio vengono ribattezzati imperativi morali.
Si considerino gli omicidi extragiudiziali del Mossad, in Stati sovrani dal Libano alla Malesia. Raramente condannati, vengono inquadrati come genio tattico, immortalati a Hollywood e riconfezionati come innovazione eroica. La logica: la violenza israeliana è di una leggibilità unica, radicata nel trauma storico e nel peso della sopravvivenza ebraica. Nel frattempo, la Resistenza Palestinese, a prescindere dal suo allineamento con le norme anticoloniali internazionali, viene trattata come strutturalmente illegittima.
Ancora più insidiosamente, l’eccezionalismo Sionista strumentalizza il linguaggio della democrazia liberale per oscurare l’Apartheid. Israele si autoproclama “l’unica democrazia in Medio Oriente” imponendo al contempo un doppio regime giuridico: uno per i coloni ebrei, un altro per i palestinesi sotto Occupazione. Il discorso antisemita viene strumentalizzato per trasformare la critica alla politica israeliana in odio per il popolo ebraico. Non è casuale, è tattico. Riformula il Colonialismo di Insediamento come una crociata di civiltà, in cui la cancellazione dei nativi diventa una necessità sacra.
Nello spionaggio, questa logica rispecchia la strategia del Mossad: ingannare, distorcere, dominare, non in violazione dei codici morali, ma in loro nome. I “doni” dotati di programmi spia, l’infiltrazione istituzionale e la normalizzazione della doppia agenzia sono affermazioni strategiche di una missione sacra. La sovversione è santificata, l’inganno, un diritto di nascita.
La risposta degli Stati Uniti alle tattiche del Mossad non è plasmata dall’ignoranza, ma riflette un allineamento ideologico. La politica estera americana è guidata da convinzioni che inquadrano il potere come virtù. Attraverso l’eccezionalismo, gli Stati Uniti si considerano moralmente superiori e applicano selettivamente standard di responsabilità. L’egemonia liberale guida gli sforzi per rifare il Mondo a sua immagine, promuovendo la democrazia e i mercati attraverso il predominio militare e diplomatico. Insieme all’impegno per il primato militare, queste ideologie filtrano quali azioni sono condannate e quali giustificate. Questo quadro rende politicamente proibita la critica ad alleati come Israele.
Questi paraocchi ideologici statunitensi trovano un parallelo nell’eccezionalismo Sionista, un sistema di credenze che inquadra Israele come l’unico avente diritto a legittimità morale e politica a prescindere dalle sue azioni. L’eccezionalismo Sionista presenta l’identità israeliana come singolarmente virtuosa o storicamente gravata, permettendo che la sua violenza venga razionalizzata mentre la Resistenza Palestinese viene patologizzata. Attraverso questa lente, le istituzioni, dai media al mondo accademico, interiorizzano e riproducono una gerarchia di legittimità che protegge la condotta israeliana da ogni controllo e presenta la sopravvivenza palestinese come sospetta.
Inquadramento mediatico
I notiziari occidentali sterilizzano sistematicamente la violenza israeliana. I bombardamenti aerei su Gaza diventano “scontri”, i Pogrom dei coloni si trasformano in “tensioni” e le infrastrutture dell’Apartheid vengono rietichettate come “misure di sicurezza”. Il bilancio delle vittime palestinesi viene inquadrato come collaterale, non strutturale. Quando il programma spia Pegasus si infiltra nei dispositivi dei giornalisti, la storia diventa un’anomalia tecnologica, non uno scandalo politico. Questa riformulazione immunizza Israele dalla condanna riservata ad altri regimi.
Controllo accademico
Nelle istituzioni d’élite, la Palestina è isolata in moduli di studi sui conflitti o di sicurezza, dove la strategia è in primo piano e l’etica oscurata. I finanziamenti filo-israeliani influenzano assunzioni, borse di studio e simposi, frenando la ricerca. Gli studiosi palestinesi affrontano barriere per i visti, censura e isolamento accademico. La stessa sovranità epistemica diventa sospetta. La regola tacita: solo alcune voci possono parlare di Occupazione.
Scudo diplomatico
Nonostante la crescente documentazione: rapporti ONU, indagini della Corte Penale Internazionale, testimonianze sui diritti umani, Israele si sottrae all’obbligo di rendere conto delle proprie azioni. I veti statunitensi fungono da barriera. Gli accordi di spionaggio congiunto elevano il Mossad ad alleato strategico, anche in mezzo a un inganno palese. L’ironia è brutale: gli stessi strumenti del Diritto Internazionale e della diplomazia vengono trasformati in armi per preservare l’impunità Sionista.
La rete di complicità globale sopra descritta non si limita a giustificare l’imparità, ma la rende operativa. Lo spionaggio del Mossad diventa astuzia; l’Apartheid israeliano viene presentato come pragmatismo; la sopravvivenza palestinese viene trattata come una minaccia.
Mettere in discussione l’indulgenza statunitense non è una scelta editoriale, ma un imperativo geopolitico. Per contrastare l’impunità Sionista, dobbiamo smantellare le narrazioni che la sostengono. Ciò significa costruire sistemi in cui la testimonianza, la memoria e la Resistenza palestinesi siano trattate non come eccezionali, ma come autorevoli. Significa slegare la legittimità dalle alleanze militarizzate e ridefinire la sicurezza non come Dominio, ma come Dignità.
Questa è una resa dei conti morale. Richiede di spogliare lo spionaggio del suo fascino, di denunciare la complicità della diplomazia e di affrontare la macchina ideologica che favorisce il tradimento. Nel farlo, non ci limitiamo a nominare l’imparità, ma la rifiutiamo. Le contrapponiamo quadri di responsabilità, trasparenza e liberazione, riscrivendo il copione che per troppo tempo ha rappresentato il dominio come destino della Palestina. Quel copione è finito.
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In un segmento del programma radio podcast #224 di Julian Dorey, ormai virale, Bustamante racconta come il Mossad offrisse alla CIA dei “regali”, solitamente strumenti tecnologici o di rilevamento, sistematicamente dotati di programmi spia. L’aneddoto non è eccezionale; è emblematico. L’etica del Mossad, plasmata da una politica Sionista che privilegia il dominio sulla responsabilità, è impenitente: l’inganno sulla trasparenza, la sopravvivenza sulla solidarietà, gli interessi sulle alleanze. Il suo credo guida, “Con l’inganno, farai la guerra”, non è un vezzo retorico. È una dottrina tattica in cui la manipolazione è sacra, i confini etici sacrificabili e il tradimento strategico, persino dei benefattori, pienamente normalizzato.
Mentre la CIA si destreggia tra vincoli diplomatici e supervisione esecutiva, il Mossad opera con autonomia dottrinale. L’imparità è sia operativa che filosofica, e si ripercuote negativamente sui palestinesi attraverso l’elaborazione delle politiche, le regole di spionaggio e il linguaggio morale dell’alleanza.
L’imparità al centro dell’alleanza tra Stati Uniti e Israele, dove l’aiuto incondizionato incontra il tradimento strategico. Non è un caso diplomatico, è strutturale. L’etica dell’inganno del Mossad, radicato nella Dottrina Sionista, offre un modello per un potere irresponsabile: la sorveglianza riformulata come partenariato, l’aggressione mascherata da prevenzione. E la politica statunitense non si limita a tollerare questo calcolo, ma lo amplifica.
Prendiamo il dibattito sul finanziamento dell’Iron Dome del 2021. Nonostante le prove che il sistema abbia protetto dal lancio di razzi da Gaza, i legislatori di entrambi gli schieramenti lo hanno inquadrato come un imperativo umanitario, slegato dalla realtà sul campo. La collaborazione tra spionaggio USA e Israele, che include strumenti di sorveglianza congiunti e banche dati biometriche, ha potenziato la polizia predittiva dello Shin Bet, segnalando i giovani palestinesi come minacce preventive basate sul sospetto algoritmico.
Le operazioni del Mossad che prendono di mira diplomatici statunitensi o violano le norme del controspionaggio vengono accolte con il silenzio, non per mancanza di prove, ma perché l’alleanza è sacrosanta. In questo schema, l’inganno viene valorizzato come brillantezza strategica. Il risultato: quadri politici che privilegiano l’impunità sui principi, l’alleanza sulla responsabilità e la cancellazione sulle prove.
L’arte di governare Sionista non limita l’inganno allo spionaggio. Lo codifica nell’architettura stessa della governance. A Gaza, la dottrina israeliana del “Falciare l’erba”, un eufemismo per i continui bombardamenti di massa, riformula l’annientamento dei civili come antiterrorismo. La sentenza della Corte Internazionale di Giustizia del 2024, che ha stabilito l’illegalità dell’Occupazione israeliana di Gaza, Gerusalemme Est e Cisgiordania, ha incontrato un’intensificazione dell’espansione degli insediamenti e della violenza delle milizie dei coloni, soprattutto nell’Area C. Queste milizie, spesso armate e protette, sfrattano pastori palestinesi e comunità beduine con il pretesto di “zone di sicurezza”. La copertura diplomatica occidentale trasforma la Pulizia Etnica in un imperativo strategico.
Tale logica ha dei precedenti. La Dichiarazione Balfour del 1917 e l’Accordo di Ha’avara con la Germania Nazista esemplificano come le istituzioni Sioniste abbiano storicamente sfruttato il potere imperiale per consolidare il Dominio Coloniale. Oggi, questo schema persiste, questa volta attraverso gli Stati Uniti, consentendo l’impunità di Israele attraverso l’Apartheid normalizzato. L’esproprio di terreni, le restrizioni di movimento e la negazione della cittadinanza sono bollati come manovre difensive contro una popolazione resa sospetta intenzionalmente. In questa matrice, la sicurezza non è più protezione, è pretesto. La Realpolitik non è pragmatismo, è il lubrificante ideologico per un Progetto di Cancellazione.
L’impunità di Israele è protetta non solo dalla superiorità militare o dalla forza diplomatica, ma anche da una corazza narrativa. Ricodifica la trasgressione come necessità, il dominio come difesa. Questa impalcatura ideologica si basa pesantemente sulla memoria dell’Olocausto, sull’ansia esistenziale e sul linguaggio della minaccia perpetua. Israele, come professa al Mondo, non si limita a difendersi, ma difende la “civiltà” dalla barbarie. In questo schema, attacchi preventivi, detenzioni a tempo indeterminato e guerra d’assedio vengono ribattezzati imperativi morali.
Si considerino gli omicidi extragiudiziali del Mossad, in Stati sovrani dal Libano alla Malesia. Raramente condannati, vengono inquadrati come genio tattico, immortalati a Hollywood e riconfezionati come innovazione eroica. La logica: la violenza israeliana è di una leggibilità unica, radicata nel trauma storico e nel peso della sopravvivenza ebraica. Nel frattempo, la Resistenza Palestinese, a prescindere dal suo allineamento con le norme anticoloniali internazionali, viene trattata come strutturalmente illegittima.
Ancora più insidiosamente, l’eccezionalismo Sionista strumentalizza il linguaggio della democrazia liberale per oscurare l’Apartheid. Israele si autoproclama “l’unica democrazia in Medio Oriente” imponendo al contempo un doppio regime giuridico: uno per i coloni ebrei, un altro per i palestinesi sotto Occupazione. Il discorso antisemita viene strumentalizzato per trasformare la critica alla politica israeliana in odio per il popolo ebraico. Non è casuale, è tattico. Riformula il Colonialismo di Insediamento come una crociata di civiltà, in cui la cancellazione dei nativi diventa una necessità sacra.
Nello spionaggio, questa logica rispecchia la strategia del Mossad: ingannare, distorcere, dominare, non in violazione dei codici morali, ma in loro nome. I “doni” dotati di programmi spia, l’infiltrazione istituzionale e la normalizzazione della doppia agenzia sono affermazioni strategiche di una missione sacra. La sovversione è santificata, l’inganno, un diritto di nascita.
La risposta degli Stati Uniti alle tattiche del Mossad non è plasmata dall’ignoranza, ma riflette un allineamento ideologico. La politica estera americana è guidata da convinzioni che inquadrano il potere come virtù. Attraverso l’eccezionalismo, gli Stati Uniti si considerano moralmente superiori e applicano selettivamente standard di responsabilità. L’egemonia liberale guida gli sforzi per rifare il Mondo a sua immagine, promuovendo la democrazia e i mercati attraverso il predominio militare e diplomatico. Insieme all’impegno per il primato militare, queste ideologie filtrano quali azioni sono condannate e quali giustificate. Questo quadro rende politicamente proibita la critica ad alleati come Israele.
Questi paraocchi ideologici statunitensi trovano un parallelo nell’eccezionalismo Sionista, un sistema di credenze che inquadra Israele come l’unico avente diritto a legittimità morale e politica a prescindere dalle sue azioni. L’eccezionalismo Sionista presenta l’identità israeliana come singolarmente virtuosa o storicamente gravata, permettendo che la sua violenza venga razionalizzata mentre la Resistenza Palestinese viene patologizzata. Attraverso questa lente, le istituzioni, dai media al mondo accademico, interiorizzano e riproducono una gerarchia di legittimità che protegge la condotta israeliana da ogni controllo e presenta la sopravvivenza palestinese come sospetta.
Inquadramento mediatico
I notiziari occidentali sterilizzano sistematicamente la violenza israeliana. I bombardamenti aerei su Gaza diventano “scontri”, i Pogrom dei coloni si trasformano in “tensioni” e le infrastrutture dell’Apartheid vengono rietichettate come “misure di sicurezza”. Il bilancio delle vittime palestinesi viene inquadrato come collaterale, non strutturale. Quando il programma spia Pegasus si infiltra nei dispositivi dei giornalisti, la storia diventa un’anomalia tecnologica, non uno scandalo politico. Questa riformulazione immunizza Israele dalla condanna riservata ad altri regimi.
Controllo accademico
Nelle istituzioni d’élite, la Palestina è isolata in moduli di studi sui conflitti o di sicurezza, dove la strategia è in primo piano e l’etica oscurata. I finanziamenti filo-israeliani influenzano assunzioni, borse di studio e simposi, frenando la ricerca. Gli studiosi palestinesi affrontano barriere per i visti, censura e isolamento accademico. La stessa sovranità epistemica diventa sospetta. La regola tacita: solo alcune voci possono parlare di Occupazione.
Scudo diplomatico
Nonostante la crescente documentazione: rapporti ONU, indagini della Corte Penale Internazionale, testimonianze sui diritti umani, Israele si sottrae all’obbligo di rendere conto delle proprie azioni. I veti statunitensi fungono da barriera. Gli accordi di spionaggio congiunto elevano il Mossad ad alleato strategico, anche in mezzo a un inganno palese. L’ironia è brutale: gli stessi strumenti del Diritto Internazionale e della diplomazia vengono trasformati in armi per preservare l’impunità Sionista.
La rete di complicità globale sopra descritta non si limita a giustificare l’imparità, ma la rende operativa. Lo spionaggio del Mossad diventa astuzia; l’Apartheid israeliano viene presentato come pragmatismo; la sopravvivenza palestinese viene trattata come una minaccia.
Mettere in discussione l’indulgenza statunitense non è una scelta editoriale, ma un imperativo geopolitico. Per contrastare l’impunità Sionista, dobbiamo smantellare le narrazioni che la sostengono. Ciò significa costruire sistemi in cui la testimonianza, la memoria e la Resistenza palestinesi siano trattate non come eccezionali, ma come autorevoli. Significa slegare la legittimità dalle alleanze militarizzate e ridefinire la sicurezza non come Dominio, ma come Dignità.
Questa è una resa dei conti morale. Richiede di spogliare lo spionaggio del suo fascino, di denunciare la complicità della diplomazia e di affrontare la macchina ideologica che favorisce il tradimento. Nel farlo, non ci limitiamo a nominare l’imparità, ma la rifiutiamo. Le contrapponiamo quadri di responsabilità, trasparenza e liberazione, riscrivendo il copione che per troppo tempo ha rappresentato il dominio come destino della Palestina. Quel copione è finito.
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