Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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03/01/2026

Prime malefatte con vecchi peccatori: il ‘caso Baud’

Svizzera sotto accusa Ue

«Jacques Baud è un colonnello in pensione dello Stato Maggiore dell’Esercito svizzero ed ex analista strategico specializzato in intelligence e antiterrorismo. L’UE ha sanzionato l’ex colonnello svizzero Jacques Baud per aver promosso sui media russi narrazioni cospirative e false affermazioni sulla guerra in Ucraina. Sanzioni che Baud ha deciso di contestare», scrive Elena Servettaz su suwissinfo.ch. La Gazzetta ufficiale dell’UE afferma che Baud ha agito «come portavoce della propaganda filorussa e fautore di teorie cospirative». Tra le persone prese di mira dall’UE ci sono cinque esperti associati al Valdai Club, un forum internazionale con sede in Russia a cui Vladimir Putin interviene annualmente.

Valdai Club e sovversivi alla Prodi

Il think tank ‘Valdai Club’, ospita regolarmente figure politiche, analisti e giornalisti internazionali, ma le ricerche più recenti indicano partecipanti stranieri sanzionati dall’UE per propaganda, suggerendo che gli ospiti italiani non sono centrali delle notizie attuali, sebbene la partecipazione italiana esista (spesso di esponenti di centro-destra o esperti di relazioni Russia-Italia) in eventi passati e attuali, come conferenze e dibattiti sulla geopolitica. Ad esempio Romano Prodi che stato un ospite regolare partecipando attivamente a discussioni e forum, soprattutto in contesti italo-russi. ‘Prodi sovversivo’ e chi lo sostiene si qualifica.

Svizzera e Unione europea

Finora la Svizzera ha seguito la linea dell’UE sulle sanzioni contro la Russia, che si applicano a oltre 2600 persone ed entità. La Svizzera, tuttavia, non adotta le misure dell’UE che riguardano le cosiddette ‘attività destabilizzanti’, e quindi non applicherà sanzioni a Baud. A complicare il pasticcio internazionale, non è chiaro neppure se Baud sia residente in Svizzera. Secondo il sito media svizzero ‘24 heures’, Baud vive a Bruxelles e il suo attuale editore principale, è francese. Ilya Shumanov, socio dirigente di TriTrace Investigations ed ex capo di Transparency International Russia, afferma che Baud è residente in Svizzera, e ciò renderebbe difficile il monitoraggio dei suoi spostamenti nei Paesi limitrofi, i confini con Francia, Italia e Germania.

Dai servizi segreti a commentatore controverso

Dal 1983 al 1990, Baud ha lavorato per il Servizio di intelligence strategica svizzero, monitorando le forze militari in Europa orientale e in altre regioni durante la Guerra fredda, quando l’Europa era divisa tra Est e Ovest. Le sue analisi sugli affari correnti ‘sono sempre state controverse’, nella versione ufficiale svizzera. Pochi giorni prima della pubblicazione della nuova lista di sanzioni, Baud ha sostenuto che «l’Europa non ha ancora capito che il conflitto ucraino finirà alle condizioni della Russia». Una opinione molto diffusa anche nei dintorno della Casa Bianca. A fine dicembre Jacques Baud ha comunicato che contesterà all’Unione europea le sanzioni che gli sono state inflitte sul conflitto in Ucraina.

Alla scoperta delle ragioni dell’Europa

Dunque, le sanzioni europee contro Jacques Baud, segnano di fatto un passaggio decisivo molto forte. Per la prima volta, un’analisi viene trattata come una minaccia alla sicurezza di un Paese terzo. Non attraverso l’uso di falsità comunque da definire, ma perché giudicata ‘ideologicamente deviante’. Sotto accusa le opinioni! E peggio, la decisione non nasce da un tribunale, ma da un atto politico-amministrativo sostenuto dalle istituzioni europee sotto l’impulso di Kaja Kallas. Il messaggio è esplicito: non si puniscono gli errori, ma le interpretazioni non allineate. Fine dell’Europa del Diritto.

Il silenzio della stampa italiana

Ancora più significativo è stato il comportamento dei media italiani di fronte a questo caso. Salvo rare eccezioni, ha prevalso il silenzio. Pochissimi giornali si sono interrogati sui modi delle valutazioni trasformate in sentenze, sulla legittimità delle sanzioni, sulla loro compatibilità con la libertà di espressione o sul precedente che creano. La maggior parte si è limitata a riprendere le versioni ufficiali, rinunciando a qualsiasi analisi critica. L’accettazione passiva di un meccanismo di chiara e clamorosa censura politica. Una informazione non come contropotere, ma parte dell’ingranaggio, denunciano in pochi.

Televisione ‘tribunale morale’

La deriva non riguarda solo la stampa scritta. Peggio i talk show televisivi italiani «che hanno contribuito a creare un clima di sospetto permanente», denuncia Giuseppe Gagliano. «Gli stessi ‘esperti autorizzati’ occupano stabilmente i palinsesti, mentre le voci discordanti vengono interrotte, messe sotto accusa, costrette a giustificare non le proprie argomentazioni, ma le proprie intenzioni. Il confronto viene sostituito dall’interrogatorio morale». Che questi personaggi vengano proposti impunemente al grande pubblico senza neanche una nota a margine perché si sappia che il loro giudizio è viziato dalla propaganda e la loro opinione può dunque essere manipolatoria è un’anomalia tutta italiana.

Così come è difficile trovare esempi in altri paesi civili di una così massiccia presenza in talk show e trasmissioni varie di propagatori di verità alternative, alterate e plateali falsi storici, diffusi e ripetuti senza uno straccio di contraddittorio, in virtù di un presunto diritto di parola universale, trasformato per l’occasione in un italianissimo diritto alla menzogna.

Uniformità informativa ad alto costo

Sul piano militare, la ripetizione dell’idea di un nemico al collasso confonde il desiderio con l’intelligence. L’editoriale prende il posto dell’analisi strategica, con il rischio di decisioni fondate su percezioni distorte. «Ma il punto più inquietante è il paradosso finale», sottolinea InsideOver.

Difendere la democrazia rinunciando ad applicarla

Nel tentativo di difendere la democrazia, l’Unione europea adotta pratiche sempre più illiberali. E una parte rilevante dell’informazione italiana, invece di interrogare questa deriva, la accompagna per conformismo, militanza o timore dell’isolamento professionale. A forza di voler vincere la guerra delle narrazioni, l’Europa rischia di perdere quella della credibilità. E senza credibilità, nessuna strategia – militare, economica o politica – può reggere a lungo.

Fonte

28/12/2025

Caso Baud, l’UE cancella anche lo Stato di diritto

Sottolineiamo spesso lo scarto enorme tra i “valori dichiarati” dal neoliberismo occidentale e la realtà delle su azioni pratiche. Il “doppio standard” seguito in tutte le vicende internazionali, e ora anche interne, fa collezionare ormai una infinità di casi.

Quello delle sanzioni “europee” erogate contro un colonnello svizzero – giuridicamente fuori dall’Unione Europea, ma certo non appartenente ad un paese “nemico” come gli oligarchi o i generali russi – è però più una prova della rottura totale della UE con i fondamentali di uno “Stato di diritto”. Quindi anche con la pretesa di essere una struttura “democratica”. In generale il varo di “sanzioni” è una iniziativa illegittima secondo il diritto internazionale.

L’unico soggetto che potrebbe erogarle è infatti l’Onu, un organismo “super partes” che tiene insieme tutti gli Stati del Pianeta. L’abitudine degli ultimi decenni, da parte euro-atlantica, è stata ovviamente molto diversa, imponendo l’arbitrio basato sull’uso della forza e “condito” con formulazioni da legulei a digiuno di giurisprudenza.

Ma è chiaro che ormai la foia guerrafondaia è tale da far perdere il senno a dei minus habens come gli attuali “vertici” europei. Abituati – insieme agli Usa – a decidere atti unilaterali contro persone e popoli considerati “inferiori”, procedono con la stessa supponenza anche al proprio interno, “rottamando” in un attimo il quadro “narrativo” e giuridico che dicono di voler imporre come “giusto”.

Lasciamo su questo volentieri la parola a chi se ne è occupato da un punto di vista rigorosamente democratico.

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di Francesco Sylos Labini

Nelle democrazie costituzionali, come l’Italia, vige un principio fondamentale: nessuno può essere punito o privato dei propri diritti senza una decisione di un giudice, pronunciata in seguito a un giusto processo. Questo è garantito dagli articoli 24 e 25 della Costituzione italiana, nonché dall’articolo 6 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo.

Fin da piccoli ci è stato insegnato che la democrazia liberale si fonda sulla separazione dei poteri – esecutivo, legislativo e giudiziario – sulla tutela delle minoranze contro l’arbitrio della maggioranza, sul pluralismo politico e sul pieno rispetto delle libertà individuali e collettive, a partire da quella di espressione.

Una democrazia costituzionale non può esistere senza Stato di diritto, cioè senza il principio per cui tutti, cittadini e istituzioni, sono soggetti alla legge che dev’essere chiara, accessibile, prevedibile e applicata in modo imparziale da un potere giudiziario indipendente. Per questo motivo, lo Stato di diritto dovrebbe costituire un pilastro essenziale dell’Unione Europea, fondamento del suo funzionamento democratico e garanzia concreta dei valori di giustizia, uguaglianza e rispetto dei diritti umani.

La vicenda delle sanzioni contro Jacques Baud, ex colonnello dei servizi segreti svizzeri, evidenzia con chiarezza il cedimento dell’architettura dello Stato di diritto in ambito europeo. La Commissione europea lo ha inserito in una lista di sanzioni individuali senza alcuna accusa formale, senza processo, senza possibilità di difesa. Una decisione in aperta violazione dei principi fondamentali che dovrebbe garantire ogni ordinamento democratico.

Il motivo è di aver espresso opinioni critiche sulla Nato e sulla guerra in Ucraina, citando – tra l’altro – una dichiarazione del 2019 di un funzionario ucraino. In sostanza, è accusato di “propaganda filorussa”.

Leggendo i suoi libri non solo ho trovato un’analisi informata e rigorosa dei conflitti in corso, ma ho anche compreso il senso più profondo del lavoro di intelligence: un’attenta analisi delle fonti, dei fatti, e delle loro conseguenze strategiche. Le lezioni sono semplici ma essenziali: per risolvere un conflitto occorre comprenderne le cause profonde, e trovare una strada in cui le ragioni di entrambe le parti vengano riconosciute e affrontate. Esattamente ciò che si è cercato in ogni modo di evitare nel conflitto russo-ucraino.

Nel caso Baud non c’è stata alcuna accusa legale di violazione di una legge specifica, nessun giudice, nessun processo, nessun diritto alla difesa, nessuna trasparenza. Ventisette ministri europei, o loro delegati, hanno votato a porte chiuse a Bruxelles per annientare la vita di una persona colpevole solo di aver espresso opinioni sgradite.

Baud risiede attualmente a Bruxelles, ma non può rientrare in Svizzera, non ha accesso ai propri conti bancari, non può acquistare cibo o medicine, né ricevere assistenza da terzi: anche se l’accesso ai beni di prima necessità sarebbe un diritto umano fondamentale in questo caso è negato.

Una simile punizione non esiste in nessun ordinamento democratico: si tratta di un atto politico arbitrario, privo di ogni garanzia, che ha cancellato da un giorno all’altro ogni possibilità di sostentamento per una persona. Stabilire se un cittadino ha commesso un reato e comminare una pena è responsabilità esclusiva del potere giudiziario, che deve agire in modo indipendente e secondo la legge. Non dell’esecutivo. E tanto meno sulla base delle sue opinioni personali dato che nessuna legge vigente sembra essere stata violata.

Persino Mussolini, pur nel pieno del suo autoritarismo, si preoccupò di istituire “tribunali speciali” per dare almeno una parvenza di legalità alle sue repressioni. Oggi l’UE nemmeno finge: le sanzioni vengono comminate per via esecutiva, senza alcun controllo giudiziario.

Il caso Baud rappresenta dunque un pericoloso spartiacque. Non solo per il trattamento riservato a un singolo individuo, ma per ciò che implica sul piano dei principi. Segna un cambio radicale nell’approccio dell’UE verso il dissenso e la libertà di espressione, e soprattutto sancisce la dissoluzione dello Stato di diritto, uno dei pilastri su cui si fondava il progetto europeo.

E quando la separazione dei poteri viene meno, e l’esecutivo si arroga il diritto di punire individui senza processo, non siamo più di fronte a una democrazia liberale, ma stiamo scivolando verso un regime autoritario centralizzato. Un sistema in cui sopravvivono solo elementi formali di democrazia, ma in cui manca il reale pluralismo politico, le libertà civili sono compresse, e il potere si concentra nelle mani di un’élite non direttamente legittimata dal voto.

In un simile contesto, la paura delle idee non è solo un cattivo segnale: è l’indicatore più chiaro della fine del confronto democratico.

Fonte

18/12/2025

Caccia alle streghe in Germania e Italia. Chi parla di pace è un “agente nemico”

Cominciano a diventare frequenti gli episodi, gravi quanto inquietanti, che stanno conformando il clima bellicista che sta investendo l’Europa. Gli ultimi due episodi riguardano la Germania e l’Italia, due paesi il cui passato negli anni Trenta e in contesti pre-bellici mette ancora i brividi.

La dicotomia “amico-nemico” caratteristica dei periodi di guerra, ormai dilaga nel dibattito pubblico, nella vita politica e nel lavorìo degli apparati di intelligence.

In una Germania attraversata da un furore bellicista che non si vedeva da quasi un secolo, chiunque osi contrastare la macchina del riarmo (il Bundestag si accinge ad approvare spese militari per un valore di 52 miliardi di euro) viene subito etichettato come traditore della patria o, peggio, come “agente di Putin”.

Ma se Berlino piange Roma non ride, in quanto qualcosa di simile sta accade anche in Italia verso chi critica la linea intransigente sul conflitto in Ucraina.

In Germania, Finch, un popolarissimo rapper, è finito sotto tale accusa per aver pubblicato un brano antimilitarista dal titolo “No Desire for War”. Il 13 dicembre scorso Finch ha pubblica le prime scene della sua nuova canzone “Kein Bock auf Krieg” sui social media. Apriti cielo!

Il video di Finch lascia scorrere le immagini di bambini in uniforme militare che cantano in coro, diretti da una figura che, per postura e acconciatura, ricorda piuttosto esplicitamente il cancelliere tedesco Friedrich Merz. Il brano è un chiaro atto di contestazione contro l’indottrinamento militarista.

Il rapper è finito nel mirino di un alto ufficiale della Bundeswehr, Marcel Bohnert, che è intervenuto in modo aggressivo nel dibattito pubblico commentandolo come “Grandioso. I volenterosi aiutanti di Putin – e il Cremlino balla”.

Bohnert è l’addetto alla comunicazione dell’apparato militare e dunque non si tratta di un militare qualunque, ma di una figura di collegamento tra i vertici delle forze armate e le nuove strategie di propaganda avviate massicciamente in Germania anche per incentivare la leva militare tra i giovani. Sullo sfondo si materializza la crisi economica che ormai da anni attanaglia quella che era la “locomotiva d’Europa”.

La scorsa settimana migliaia di studenti tedeschi sono scesi in piazza in decine di città proprio contro le misure tese a reintrodurre la leva.

La caccia alle streghe lanciata dall’Unione Europea, si è estesa anche alla neutrale Svizzera, dove Jacques Baud, un ex colonnello dell’esercito e analista militare, nonché esperto di intelligence e terrorismo, è stato sottoposto a sanzioni dalla Ue perché accusato di “agire come portavoce della propaganda pro-russa e formulare teorie complottiste” e soprattutto di essere “responsabile di porre in atto o sostenere azioni o politiche imputabili al governo della Federazione Russa che compromettono o minacciano la stabilità o la sicurezza di un paese terzo (l’Ucraina) facendo ricorso alla manipolazione dell’informazione”.

Le sanzioni consistono nel congelamento di eventuali beni mobili e immobili del colonnello – e di altre persone colpite con lo stesso “ukaze” – sul territorio dell’Unione Europea, nel divieto di viaggio e transito nell’UE, nonché nella proibizione per cittadini e imprese UE di mettere a sua disposizione fondi, attività finanziarie o concedere risorse economiche. In pratica Baud non potrà, sul territorio UE, neanche fare la spesa, andare da un medico, ecc.

La Svizzera, per sua fortuna, non aderisce alle sanzioni dell’UE, ma di fatto il colonnello diventa “prigioniero” nel suo paese. Ma appare chiarissimo che in questo modo la UE sta mandando un messaggio terroristico a tutti coloro che fanno informazione: mettere in discussione la “narrazione ufficiale sull’Ucraina è un grosso rischio…

Anche in Italia le cose stanno peggiorando, di brutto.

Dopo le liste di proscrizione contro i “putiniani” del Corriere della Sera di tre anni fa, sono arrivate le campagne di caccia alle streghe da parte di Calenda o dei radicali di +Europa che hanno recentemente colpito il prof. Angelo D’Orsi. A marzo del 2024 il senatore renziano e membro del Copasir Enrico Borghi ha proposto l’istituzione di un’Agenzia contro la disinformazione e per la sicurezza cognitiva.

Ultima in ordine di tempo è l’accusa sottotraccia anche nei confronti di Lucio Caracciolo. La stampa di destra ha preso spunto dalle dimissioni di due membri del comitato scientifico della rivista Limes, per adombrare sospetti di filo-putinismo anche contro il fondatore e direttore di Limes, le cui ruvide analisi hanno spesso mandato in tilt i guerrafondai “de noantri”.

Prima di lui erano finiti nel mirino il prof. Alessandro Orsini, Marco Travaglio, lo street artist Yorit.

In una lettera aperta a Caracciolo pubblicata dal quotidiano Italia Oggi, l’ex sindacalista ed ex Pci Michele Magno non ci gira tanto intorno: “Ammetterà che a qualcuno possa venire il sospetto (non a chi le scrive, per carità) che dietro la sua tesi maestra della ‘guerra per procura’… ci sia lo zampino del Cremlino”, scrive Magno. Non sorprende che lo stesso Magno sia un fervido sostenitore del Ddl Delrio e un acerrimo avversario del movimento di solidarietà con la Palestina.

Ci sono poi riviste online finanziate dall’Unione Europea come Linkiesta, che da tempo vanno a caccia e attaccano docenti universitari o ricercatori per stanare i “filoputiniani”. A fine novembre hanno addirittura pubblicato la “mappa italiana dei propagandisti filorussi” elaborata dai segugi di Europa Radicale. Anche in questo caso si manifesta la coincidenza con il fatto che Linkiesta sia una pubblicazione anche filo-israeliana e ostile ai movimenti pro-Palestina.

Significativa la spiegazione che viene offerta da questa volenterosa organizzazione della caccia alle streghe.

Scrive infatti Linkiesta del 25 novembre: “La lotta contro la “peste putiniana” sarà sempre più dura e difficile: gli Stati dell’Unione europea hanno giustamente deciso di portare al cinque per cento la percentuale del loro Pil da destinare alla difesa e alla sicurezza per contrastare la Russia di Putin, che ha incardinato un’economia di guerra ormai irreversibile. È certo che i partiti populisti e/o filorussi in tutta Europa, e in Italia in particolare (Lega, Movimento 5 stelle e sigle varie di estrema destra e di estrema sinistra) si scateneranno nei prossimi mesi ed anni per contrastare tale politica, ben supportati da opinionisti più o meno esperti (Alessandro Orsini, Marco Travaglio, Lucio Caracciolo) ospitati tutte le sere in tv”.

Ma i volenterosi guerrafondai de noantri hanno il serio problema della contrarietà della maggioranza della popolazione a farsi trascinare dalla Nato e da alcuni governi europei nella guerra in Ucraina. Ragione per cui devono ottenere il consenso attraverso la coercizione e la criminalizzazione del dissenso politico contro le avventure belliciste.

Appare piuttosto evidente che il clima di guerra e l’ossessione riarmista in Italia e in Europa sta producendo pesantemente quella dicotomia “amico-nemico” propedeutica alla brusca limitazione delle libertà politiche e di espressione. Questo scenario è chiaramente intellegibile nel Rapporto sulla guerra ibrida elaborato dal ministro Crosetto e dal ministero della Difesa.

Chiunque non affianchi la linea ufficiale del governo italiano, della Nato e della Ue sarà considerato un traditore o un agente del nemico. Questo nemico oggi è la Russia ma anche l’Islam politico, ragione per cui sia i movimenti contro la guerra che quelli solidali con i palestinesi devono essere demonizzati e liquidati. Ieri la stessa isteria – e la conseguente repressione – era diretta contro i comunisti. Ma non è così che poi sono nati i regimi nazifascisti in Italia e in Germania?

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