Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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14/07/2026

Germania - Un progetto di legge contro chi nega il diritto all’esistenza di Israele

Il Bundesrat, la Camera bassa tedesca, ha adottato a maggioranza un progetto di legge presentato dal land dell‘Assia, considerato incostituzionale da numerosi avvocati che minaccia chi sostiene pubblicamente la negazione del diritto di Israele a esistere con pene detentive fino a cinque anni. Se dovesse entrare in vigore, verrebbe creato un reato speciale contrario alla Legge Fondamentale tedesca.

Secondo questo progetto di legge, un nuovo paragrafo 4 deve essere inserito nel paragrafo 130 del Codice Penale (istigazione all’odio).

Il pasticcio legale – una mozione simile è fallita al Bundestag all’inizio del 2024 – deriva dalla crescente tendenza dell’establishment politico tedesco a sospendere i diritti fondamentali. Questo viene già praticato contro le manifestazioni di solidarietà con la Palestina, con brutali violenze della polizia contro i manifestanti.

La libertà di espressione, stampa e riunione è stata di fatto sospesa più e più volte dal 2023. Ciò è giustificato dal concetto svuotato di antisemitismo.

Nel 2019, il Bundestag ha classificato la campagna BDS per il boicottaggio economico, accademico e culturale di Israele come “antisemita”.

La giustificazione del governo dell’Assia per il nuovo reato aggrava ulteriormente questa situazione. Tra i fattori di incriminazione ci sono “l’uso dello slogan ‘Dal fiume al mare, la Palestina sarà libera’ o la presentazione di mappe del Medio Oriente in cui Israele è sostituito da uno ‘stato palestinese’ all’interno dei confini di Israele, della Striscia di Gaza e della cosiddetta Cisgiordania” – cioè le mappe che Benjamin Netanyahu presenta pubblicamente da anni senza la Palestina.

Secondo i proponenti del progetto di legge tutto questo relativizza l'“Olocausto” e approva la violenza contro gli ebrei tramite la “comunicazione deviante” e contiene un “significato subliminale”.

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14/03/2026

Attivisti australiani arrestati per l’uso dello slogan “dal fiume fino al mare”

Due attivisti australiani, una giovane donna di 18 anni e un uomo identificato come Liam Parry, sono stati arrestati mercoledì 11 marzo per aver usato la frase “dal fiume fino al mare”, una delle formule tipiche di espressione della solidarietà con il popolo palestinese. Sono le prime vittime della nuova legislazione di “contrasto all’antisemitismo”, appena approvata nello stato del Queensland.

Secondo le nuove norme, le frasi “from the river to the sea” e “globalise the Intifada” fanno parte di un “discorso di odio” che è stato messo al bando. Mercoledì, vari manifestanti si sono riuniti sotto il parlamento del Queensland per denunciare il provvedimento liberticida, ma la protesta si è trasformata nella prima occasione per mettere in pratica la normativa.

Parry dovrà comparire in tribunale il prossimo 8 aprile, e rischia fino a 2 anni di carcere, mentre la donna messa in manetta indossava una maglietta con sopra scritto proprio “from the river to the sea”, e si attende di capire quali reati le verranno imputati. L’azione poliziesca non ha fatto che confermare le critiche dei manifestanti: la legge rappresenta un duro colpo per la libertà di espressione e uno strumento di repressione contro il movimento di solidarietà con la Palestina.

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07/03/2026

In Italia la solidarietà con la Palestina sta diventando un reato

Via libera al ddl che adotta la definizione della IHRA contestata da giuristi ed esperti ONU. PD diviso e in gran parte astenuto, mentre M5S e AVS votano contro. Il rischio denunciato da molte organizzazioni: trasformare la critica a Israele in sospetto di antisemitismo

Il Senato ha compiuto un passo che rischia di segnare profondamente il dibattito pubblico in Italia sul conflitto israelo-palestinese. Con il voto sul disegno di legge sull’antisemitismo, Palazzo Madama ha aperto la strada all’adozione della definizione proposta dall’IHRA, l’Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto. Una definizione che da anni è al centro di forti critiche perché tende a confondere l’antisemitismo – cioè l’odio razziale contro gli ebrei – con la critica politica allo Stato di Israele e alle sue politiche.

Il punto è esattamente questo. Il rischio denunciato da giuristi, esperti delle Nazioni Unite e numerose organizzazioni per i diritti umani è che la nuova normativa possa trasformarsi in uno strumento per criminalizzare chi denuncia le violazioni del diritto internazionale commesse dal governo israeliano o chi manifesta solidarietà con il popolo palestinese.

Non si tratta di una polemica marginale. Israele è attualmente sotto indagine presso la Corte Internazionale di Giustizia per genocidio e per gravi violazioni del diritto internazionale nella Striscia di Gaza. In questo contesto, l’adozione di una definizione che rischia di assimilare la critica a Israele all’antisemitismo appare, per molti osservatori, come un tentativo di ridefinire i confini del discorso pubblico.

Secondo numerose reti ebraiche antirazziste – tra cui gruppi come Jewish Voice for Peace – la definizione IHRA non rafforza la lotta contro l’antisemitismo ma rischia di essere utilizzata come strumento politico per delegittimare il dissenso.

Il nodo centrale sta proprio nella costruzione di un campo semantico ambiguo. Alcuni esempi contenuti nella definizione IHRA suggeriscono che determinate critiche allo Stato di Israele o al sionismo possano essere considerate manifestazioni di antisemitismo. Una formulazione volutamente elastica che, secondo molti giuristi, può essere facilmente usata per colpire attivisti, docenti, studenti e lavoratori impegnati nelle mobilitazioni per la Palestina.

Non è un caso che negli ultimi mesi proprio le manifestazioni di solidarietà con Gaza siano state al centro di tensioni politiche e tentativi di delegittimazione. Scioperi, cortei e campagne di boicottaggio contro Israele hanno visto una partecipazione significativa di lavoratrici, lavoratori e studenti in tutta Europa. E proprio queste mobilitazioni sembrano essere il vero bersaglio politico del provvedimento.

Se la critica allo Stato di Israele viene assimilata all’antisemitismo, chi denuncia il genocidio in corso a Gaza o chi sostiene il boicottaggio accademico ed economico contro le istituzioni israeliane rischia di essere automaticamente collocato in una zona grigia di sospetto.

Il voto al Senato ha inoltre messo in luce una frattura politica significativa tra le opposizioni. Mentre Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi-Sinistra hanno votato contro il provvedimento, il Partito Democratico ha scelto la strada dell’astensione, ma senza una posizione compatta.

Se la maggioranza del gruppo si è astenuta, sei senatori dem hanno votato a favore della legge. Una divisione che riflette il conflitto interno tra chi considera la definizione IHRA un riferimento internazionale necessario e chi invece teme che possa trasformarsi in uno strumento di limitazione della libertà di espressione.

L’astensione, tuttavia, non è una posizione neutrale. Su una legge che riguarda direttamente il rapporto tra lotta al razzismo e libertà di parola, scegliere di non opporsi significa comunque contribuire alla sua approvazione. Ancora di più lo è votare a favore di una norma che molte organizzazioni ebraiche progressiste denunciano come uno strumento non di protezione ma di controllo del dissenso politico.

Il paradosso è evidente: nel tentativo dichiarato di combattere l’antisemitismo, si rischia di costruire un dispositivo che restringe lo spazio del dibattito democratico su Israele e Palestina.

Combattere l’antisemitismo è una necessità storica e morale. Ma proprio per questo non può essere confuso con la difesa politica di uno Stato o con la legittimazione delle sue politiche. Quando le due cose vengono sovrapposte, il rischio è duplice: banalizzare l’antisemitismo reale e delegittimare le critiche a un governo.

L’iter parlamentare del disegno di legge non è ancora concluso. Ci saranno altri passaggi istituzionali prima dell’approvazione definitiva. Ed è proprio in questa fase che si giocherà la partita decisiva.

La posta in gioco è chiara: stabilire se in Italia sarà ancora possibile criticare le politiche dello Stato di Israele, sostenere il boicottaggio internazionale o denunciare il genocidio in corso a Gaza senza essere accusati di antisemitismo.

Perché dietro questa legge non c’è soltanto una discussione giuridica. C’è una battaglia politica e culturale su cosa significhi oggi difendere i diritti umani e su chi abbia il diritto di parlare, protestare e prendere posizione di fronte a una delle tragedie più drammatiche del nostro tempo.

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05/03/2026

Al Senato il prima via libera al Ddl antisemitismo. M5S e AVS votano contro, il Pd no

Con 105 sì, 24 no e 21 astensioni è passato al senato il Ddl che non combatte l’antisemitismo ma lo strumentalizza.

L’obiettivo reale è criminalizzare chi si batte contro il genocidio a Gaza, chi manifesta solidarietà con il popolo palestinese, chi critica il progetto sionista e le politiche di uno Stato che la Corte Internazionale di Giustizia ha messo sotto indagine per genocidio e violazione del diritto internazionale.

La definizione di antisemitismo indicata dall’IHRA che questo Ddl intende adottare è stata severamente contestata da giuristi, da esperti dell’ONU e dalle stesse reti ebraiche antirazziste, perché mette sullo stesso piano l’odio verso gli ebrei e la critica politica a un governo.

In sede di votazione al Senato, l’opposizione di centro-sinistra, come al solito, ha scelto di andare in ordine sparso.

Mentre M5S e AVS hanno votato contro, il PD si è astenuto, anzi si è diviso. Infatti oltre all’astensione espressa dalla maggioranza del gruppo, ci sono stati 6 voti favorevoli.

L’astensione su una legge che colpisce la libertà di espressione non è neanche neutralità, è una scelta, ma lo è ancora di più decidere di avallare questa legge, dando sostegno concreto a una norma che contiene una definizione che le organizzazioni ebraiche antirazziste stesse denunciano come uno strumento non di protezione ma di controllo del dissenso politico.

L’iter parlamentare del Ddl non è ancora concluso. Non lasciamo che criminalizzino la solidarietà con il popolo palestinese e reprimano il dissenso mascherandolo come contrasto all’antisemitismo.

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03/01/2026

Prime malefatte con vecchi peccatori: il ‘caso Baud’

Svizzera sotto accusa Ue

«Jacques Baud è un colonnello in pensione dello Stato Maggiore dell’Esercito svizzero ed ex analista strategico specializzato in intelligence e antiterrorismo. L’UE ha sanzionato l’ex colonnello svizzero Jacques Baud per aver promosso sui media russi narrazioni cospirative e false affermazioni sulla guerra in Ucraina. Sanzioni che Baud ha deciso di contestare», scrive Elena Servettaz su suwissinfo.ch. La Gazzetta ufficiale dell’UE afferma che Baud ha agito «come portavoce della propaganda filorussa e fautore di teorie cospirative». Tra le persone prese di mira dall’UE ci sono cinque esperti associati al Valdai Club, un forum internazionale con sede in Russia a cui Vladimir Putin interviene annualmente.

Valdai Club e sovversivi alla Prodi

Il think tank ‘Valdai Club’, ospita regolarmente figure politiche, analisti e giornalisti internazionali, ma le ricerche più recenti indicano partecipanti stranieri sanzionati dall’UE per propaganda, suggerendo che gli ospiti italiani non sono centrali delle notizie attuali, sebbene la partecipazione italiana esista (spesso di esponenti di centro-destra o esperti di relazioni Russia-Italia) in eventi passati e attuali, come conferenze e dibattiti sulla geopolitica. Ad esempio Romano Prodi che stato un ospite regolare partecipando attivamente a discussioni e forum, soprattutto in contesti italo-russi. ‘Prodi sovversivo’ e chi lo sostiene si qualifica.

Svizzera e Unione europea

Finora la Svizzera ha seguito la linea dell’UE sulle sanzioni contro la Russia, che si applicano a oltre 2600 persone ed entità. La Svizzera, tuttavia, non adotta le misure dell’UE che riguardano le cosiddette ‘attività destabilizzanti’, e quindi non applicherà sanzioni a Baud. A complicare il pasticcio internazionale, non è chiaro neppure se Baud sia residente in Svizzera. Secondo il sito media svizzero ‘24 heures’, Baud vive a Bruxelles e il suo attuale editore principale, è francese. Ilya Shumanov, socio dirigente di TriTrace Investigations ed ex capo di Transparency International Russia, afferma che Baud è residente in Svizzera, e ciò renderebbe difficile il monitoraggio dei suoi spostamenti nei Paesi limitrofi, i confini con Francia, Italia e Germania.

Dai servizi segreti a commentatore controverso

Dal 1983 al 1990, Baud ha lavorato per il Servizio di intelligence strategica svizzero, monitorando le forze militari in Europa orientale e in altre regioni durante la Guerra fredda, quando l’Europa era divisa tra Est e Ovest. Le sue analisi sugli affari correnti ‘sono sempre state controverse’, nella versione ufficiale svizzera. Pochi giorni prima della pubblicazione della nuova lista di sanzioni, Baud ha sostenuto che «l’Europa non ha ancora capito che il conflitto ucraino finirà alle condizioni della Russia». Una opinione molto diffusa anche nei dintorno della Casa Bianca. A fine dicembre Jacques Baud ha comunicato che contesterà all’Unione europea le sanzioni che gli sono state inflitte sul conflitto in Ucraina.

Alla scoperta delle ragioni dell’Europa

Dunque, le sanzioni europee contro Jacques Baud, segnano di fatto un passaggio decisivo molto forte. Per la prima volta, un’analisi viene trattata come una minaccia alla sicurezza di un Paese terzo. Non attraverso l’uso di falsità comunque da definire, ma perché giudicata ‘ideologicamente deviante’. Sotto accusa le opinioni! E peggio, la decisione non nasce da un tribunale, ma da un atto politico-amministrativo sostenuto dalle istituzioni europee sotto l’impulso di Kaja Kallas. Il messaggio è esplicito: non si puniscono gli errori, ma le interpretazioni non allineate. Fine dell’Europa del Diritto.

Il silenzio della stampa italiana

Ancora più significativo è stato il comportamento dei media italiani di fronte a questo caso. Salvo rare eccezioni, ha prevalso il silenzio. Pochissimi giornali si sono interrogati sui modi delle valutazioni trasformate in sentenze, sulla legittimità delle sanzioni, sulla loro compatibilità con la libertà di espressione o sul precedente che creano. La maggior parte si è limitata a riprendere le versioni ufficiali, rinunciando a qualsiasi analisi critica. L’accettazione passiva di un meccanismo di chiara e clamorosa censura politica. Una informazione non come contropotere, ma parte dell’ingranaggio, denunciano in pochi.

Televisione ‘tribunale morale’

La deriva non riguarda solo la stampa scritta. Peggio i talk show televisivi italiani «che hanno contribuito a creare un clima di sospetto permanente», denuncia Giuseppe Gagliano. «Gli stessi ‘esperti autorizzati’ occupano stabilmente i palinsesti, mentre le voci discordanti vengono interrotte, messe sotto accusa, costrette a giustificare non le proprie argomentazioni, ma le proprie intenzioni. Il confronto viene sostituito dall’interrogatorio morale». Che questi personaggi vengano proposti impunemente al grande pubblico senza neanche una nota a margine perché si sappia che il loro giudizio è viziato dalla propaganda e la loro opinione può dunque essere manipolatoria è un’anomalia tutta italiana.

Così come è difficile trovare esempi in altri paesi civili di una così massiccia presenza in talk show e trasmissioni varie di propagatori di verità alternative, alterate e plateali falsi storici, diffusi e ripetuti senza uno straccio di contraddittorio, in virtù di un presunto diritto di parola universale, trasformato per l’occasione in un italianissimo diritto alla menzogna.

Uniformità informativa ad alto costo

Sul piano militare, la ripetizione dell’idea di un nemico al collasso confonde il desiderio con l’intelligence. L’editoriale prende il posto dell’analisi strategica, con il rischio di decisioni fondate su percezioni distorte. «Ma il punto più inquietante è il paradosso finale», sottolinea InsideOver.

Difendere la democrazia rinunciando ad applicarla

Nel tentativo di difendere la democrazia, l’Unione europea adotta pratiche sempre più illiberali. E una parte rilevante dell’informazione italiana, invece di interrogare questa deriva, la accompagna per conformismo, militanza o timore dell’isolamento professionale. A forza di voler vincere la guerra delle narrazioni, l’Europa rischia di perdere quella della credibilità. E senza credibilità, nessuna strategia – militare, economica o politica – può reggere a lungo.

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13/12/2025

Libertà di espressione: in Italia il dissenso è “ostruito”

L’Italia non è un Paese dove la società civile può operare con garanzie piene, bensì uno stato in cui il diritto di protesta, di associazione e di critica incontra ostacoli sistematici. È questo il verdetto severo – ma diciamo la verità, anche prevedibile – del rapporto annuale “Power Under Attack 2025” del Civicus Monitor, un osservatorio globale che misura lo stato di salute delle libertà fondamentali in 197 nazioni.

Per la prima volta, l’Italia scivola nella fascia dei paesi con spazio civico “ostruito“. Un declassamento che ci allontana dalle cosiddette “democrazie aperte” e ci colloca sullo stesso gradino dell’Ungheria di Viktor Orbán. Lo stesso politico ungherese tacciato di essere il male profondo della UE, solo perché non si accoda alla linea guerrafondaia di Bruxelles.

Sia chiaro: siamo ben consci di quanto queste classifiche siano costruite con parametri intrinsecamente liberali, e allo stesso tempo non basta un’opposizione interessata alla guerra in Ucraina per rendere Orbán un alleato. Ma è omunque significativo osservare come la propaganda sulla democrazia occidentale si scontri sempre più con la realtà registrata sulla base di ciò che essa stessa propugna come tratto distintivo delle nostre comunità politiche.

Non siamo di fronte a un’autocrazia compiuta, specifica il rapporto, ma a una democrazia in cui le libertà formali esistono ma inciampano in barriere legali e intimidazioni crescenti. Ad aver peggiorato nettamente il giudizio internazionale di quest’anno c’è il Decreto Sicurezza approvato lo scorso giugno.

Secondo Civicus, il provvedimento rappresenta uno spartiacque: non protegge i cittadini, ma punisce il dissenso. Le pene draconiane che sono state introdotte per forme di disobbedienza civile non violente sono un segnale preoccupante: fino a due anni di carcere per i blocchi stradali, fino a sette per chi protesta contro infrastrutture strategiche e addirittura fino a venti per la resistenza a pubblico ufficiale.

Una stretta repressiva che entra fin dentro le carceri e i Centri per il rimpatrio (Cpr), dove anche la resistenza passiva diventa penalmente perseguibile. E che si palesa anche nel controllo sull’informazione. A preoccupare gli osservatori internazionali c’è infatti anche una vera e propria normalizzazione della sorveglianza politica. Il riferimento è al caso Paragon.

Altro elemento che desta allarme è l’utilizzo temerario delle querele, attacchi mediatici alla magistratura e limitazioni all’accesso agli atti. E contro gli attivisti c’è un’inflazione di fogli di via, daspo urbani e sanzioni amministrative utilizzate come prassi per scoraggiare la partecipazione, soprattutto quando si tratta di movimenti per il clima, mobilitazioni pro-Palestina o difesa del diritto alla casa.

E l’Italia è in buona compagnia, in un trend che si può dire europeo: l’arretramento democratico si registra anche in Francia e Germania, anch’esse declassate tra le democrazie “ostruite”, rispettivamente per le limitazioni all’associazionismo e per la repressione delle piazze pacifiste.

La retorica securitaria, che trasforma i problemi sociali in questioni di ordine pubblico, sta diventando – secondo Civicus ma in maniera chiara ormai per chiunque non voglia chiudere gli occhi – un linguaggio politico comune nel Vecchio Continente.

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08/12/2025

Ecco il vero politicamente scorretto: criticare il proprio posto di lavoro

di Giuliano Granato

Cosa si può dire e cosa, al contrario, non si può dire nel dibattito pubblico? Negli ultimi anni l’ultradestra ha fatto passare l’idea che, tanto a livello internazionale, quanto a livello italiano, si sia imposta una forma di censura informale, il “politicamente corretto”. In sintesi, ci sarebbero opinioni, idee e parole che non possono più essere né pensate né proferite, perché invise ai “poteri forti”, pena l’emarginazione se non il silenziamento nel dibattito pubblico.

Fin qui siamo di fronte a una delle caratteristiche dell’ultradestra internazionale: spacciarsi per vittima, per quella “parte” schiacciata da una maggioranza di bigotti e “buonisti” quando, al contrario, il “politicamente scorretto” che professa è una sorta di nuovo mainstream, accolto e spesso ben retribuito, tanto dal potere politico quanto da quello mediatico.

A sostenere la tesi della dittatura del “politicamente corretto” infatti sono solitamente personaggi che godono di enorme spazio mediatico sui principali canali mainstream, da quelli TV a quelli radio. E che, quindi, quelle idee e quelle parole le pronunciano con forza davanti a milioni e milioni di persone che le ascoltano quotidianamente.

Vannacci e Cruciani sono solo due degli esempi di un “politicamente scorretto” che si spaccia per minoranza vessata e che, al contrario, gode di piena cittadinanza, offerta tanto dal potere politico – un partito politico di governo come la Lega che consegna a Vannacci una candidatura prima e una vice-segreteria federale poi – quanto da quello mediatico ed economico (La Zanzara va in onda quotidianamente su Radio24, organo della Confindustria).

Questo non significa, però, che tutte le opinioni, idee e parole possano essere liberamente espresse. La censura esiste, solo che non risiede lì dove l’ultradestra vorrebbe indirizzare i nostri sguardi. Ci sono cioè ambiti in cui ognuna e ognuno di noi è considerato cittadina e cittadino e, in quanto tale, titolare di diritti che può esercitare in determinati luoghi: la propria casa, la strada, finanche i social network. Esistono però altri luoghi fisici in cui smettiamo di essere cittadini, in cui un diritto costituzionalmente garantito come la libertà di espressione troppo spesso non arriva: i posti di lavoro.

Non perché ci siano norme che vietano formalmente l’esercizio dei nostri diritti, sulla carta rimangono. Ma è come se la Costituzione formale si fermasse ai cancelli delle fabbriche e all’interno dei luoghi di lavoro vigessero altre leggi.

Il licenziamento di Michele Madonna, operaio della ex Jabil di Marcianise (CE), oggi TMA, e dirigente dell’Unione Sindacale di Base (USB), testimonia proprio la distanza tra leggi formali e leggi “reali”.

Michele è stato licenziato il 24 novembre perché, sostiene l’impresa TMA, si sarebbe “interrotto il rapporto fiduciario”. A far venire meno la fiducia – termine scelto dal Vocabolario della lingua italiana Treccani come parola dell’anno 2025 – sarebbero state le dichiarazioni che Michele ha rilasciato in diverse occasioni (riportate nella lettera di contestazione dell’11 novembre), criticando la cessione dello stabilimento di Marcianise e dei suoi 406 dipendenti, già superstiti di precedenti spacchettamenti, dalla multinazionale statunitense Jabil alla piccola TMA. Un’operazione che una sindacalista della Fiom aveva così descritto: “È come voler far entrare un sottomarino in una scatoletta di tonno”.

Michele Madonna ha esercitato la sua libertà di espressione, osando criticare una cessione aziendale e avanzando dubbi sulla possibilità di tenuta sul lungo termine di produzioni e occupazione. Se il dissenso è il sale della democrazia, è evidente che c’è chi concepisce le fabbriche come caserme in cui l’unica espressione consentita è “signorsì signore”.

Criticare l’impresa, ecco il “politicamente scorretto” che per davvero è sottoposto a censura e addirittura a licenziamento. E, guarda caso, è la libertà dell’operaio di criticare la propria azienda che non viene difesa dall’ultradestra che pure si sgola all’urlo “libertà, libertà, libertà”.

Essere oggi al fianco di Michele Madonna non significa solamente difendere la possibilità di un lavoratore di mantenere il proprio reddito e il proprio posto di lavoro; significa difendere un’idea di democrazia sostanziale e, al contempo, rifiutare quella di una democrazia formale che si arresta sulla soglia dei luoghi di lavoro.

Significa rivendicare l’idea – questa sì “politicamente scorretta” – che le imprese non siano piccoli Staterelli in cui vige una sorta di Ancient Regime, un modello, cioè, in cui la volontà del padrone è paragonabile a quella del Re Sole, una volontà che si fa legge e che si impone al di sopra della Costituzione formale.

E, ancora, essere al fianco di Michele, così come di Pasquale Zeno – vittima di licenziamento disciplinare ad agosto, a pochi giorni dall’arrivo della nuova proprietà – e degli operai TMA (ex Jabil) che hanno ricevuto lettere di contestazione significa non arrendersi al destino di desertificazione industriale che un’intera classe dominante – di destra, centro, sinistra – ci regala da decenni come “destino manifesto” e che viene accompagnato da un’emigrazione che tra il 2011 e il 2024 ha visto partire dalla sola Campania addirittura 158mila giovani tra i 18 e i 34 anni (dati CNEL).

Martedì essere in piazza a Caserta per il corteo convocato da USB alle 11:00 significa riconoscere nelle parole e nelle azioni di Michele Madonna la difesa della libertà di espressione, della dignità dei lavoratori, del presente e futuro occupazionale di un intero territorio contro l’autoritarismo imprenditoriale e il rischio di un’ulteriore impoverimento produttivo che contribuirebbe a fare della nostra terra sempre più un “deserto di lavoro” laddove avevamo “terra di lavoro”.

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03/12/2025

Macron propone una stretta sull’informazione. La UE vuole controllare i messaggi di tutti

Mentre in Italia il giornalismo mostra tutta la sua pochezza e, soprattutto, il suo asservimento, in merito alle polemiche intorno a Francesca Albanese e alla due giorni di mobilitazioni del 28 e 29 novembre, contro la finanziaria di guerra e per la Palestina libera, anche nel resto della UE la tendenza ormai è la stessa: l’informazione deve essere piegata alle esigenze strategiche delle capitali europee, e anzi è bene ampliare la sorveglianza indiscriminata e la schedatura, che in questi tempi di crisi il dissenso fa male ai mercati.

Avevamo già visto la nascita a Bruxelles di un vero e proprio “ministero della Verità”, di orwelliano sapore. Ora rincara la dose il presidente francese Emmanuel Macron, che ricordiamo aver cambiato più governi che cravatte, probabilmente, negli ultimi mesi. Il Napoleone dei nostri tempi (ahinoi!) ha lanciato una proposta controversa, ovvero quella di istituire un “marchio di qualità” per distinguere i siti di informazione “degni di fiducia” da quelli che non lo sono.

Sebbene Macron assicuri che tale potere non sarà in mano allo Stato ma a “professionisti dell’informazione” (come Reporters sans frontières e la sua Journalism Trust Initiative), la sostanza del problema rimane. Perché, dicono le voci critiche a questa proposta, che secondo il settimanale – di centrodestra, è bene ricordarlo – Le Point sono già più di 500 organi di stampa, non c’è garanzia rispetto alla neutralità di chi certifica il “marchio di qualità”.

E sia chiaro: è giusto avere opinioni sui fatti del Mondo. Noi pubblichiamo ogni giorno un giornale che indica in maniera ben chiara la sua posizione, già nella testata. Ma imporre un meccanismo di controllo amministrativo preventivo significa screditare a priori qualsiasi contenuto, etichettandolo come disinformazione.

Non a caso, questa misura sarebbe in contrasto persino con una legge francese del 1881, che garantisce la libertà di pubblicazione salvo specifici reati giudicati, come la cultura giuridica vuole, a posteriori. Macron sta insomma proponendo una misura che sarebbe in linea coi tempi di Napoleone III, non a caso.

A Bruxelles, invece, la recente approvazione del nuovo regolamento “Chat Control”, apre le porte al pericolo di espansione indiscriminata della sorveglianza preventiva, di violazione sistematica della privacy, di schedatura di massa. E infine, come è sempre più evidente in ogni atto della UE, di minare la libertà di espressione.

Quello a cui il Consiglio Europeo ha dato il via libera si presenta come uno strumento per una lotta nobile: si tratta del Regolamento per prevenire e combattere l’abuso sessuale dei minori, altrimenti detto CSAR. In realtà, si tratta del tentativo di definire un’infrastruttura permanente di verifica e scansione dei messaggi che gli utenti delle varie piattaforme digitali possono scambiarsi.

Il meccanismo tecnico si fonda sul client-side scanning, che permette l’analisi dei contenuti sul dispositivo dell’utente prima che questi vengano crittografati. La versione che dovrà essere votata in Parlamento Europeo nelle prossime settimane sembra edulcorata rispetto a quella iniziale. Infatti, non sarà più un funzionario pubblico a verificare i materiali, ma sarà alle piattaforme titolari dei diritti sulle chat che sarà affidato il controllo di ultima istanza.

Nei fatti, significa delegare i colossi digitali, il privato, alla verifica di ciò che inviamo o ci viene inviato, offrendo loro una leva ulteriore di potere, essendo legata a possibili incriminazioni. Inoltre, lo stesso European Data Protection Supervisor, l’autorità indipendente di sorveglianza per la UE, e diverse associazioni per i diritti digitali hanno sottolineato che le scansioni automatiche di messaggi privati sono una violazione della privacy garantita dall’articolo 7 della Carta dei Diritti Fondamentali UE.

Insomma, quella stessa architettura che viene millantata come garante della pace e dei diritti sta venendo picconata, giorno dopo giorno, per costruire una UE che sia adatta alla guerra, esterna e interna, che Bruxelles vuole condurre per riuscire a contare qualcosa nella competizione internazionale.

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19/10/2025

Dettagliato rapporto sulla repressione internazionale della solidarietà con la Palestina

Pochi giorni fa, la Federazione Internazionale dei Diritti Umani (FIDH, nel suo acronimo francese), ha pubblicato un corposo rapporto dal titolo “Solidarity as a Crime: Voices for Palestine Under Fire”. Parliamo di un raggruppamento di quasi 200 associazioni e ONG di ben 116 paesi diversi, che si occupano di difesa dei diritti umani.

Il contenuto del rapporto dettaglia per Stati Uniti, Regno Unito, Francia e Germania come, in vari ambiti della vita quotidiana e politica di questi paesi, siano stati sistematicamente e sapientemente violati i diritti di “assemblea, associazione ed espressione”, nel tentativo di reprimere e criminalizzazione il movimento di solidarietà con la Palestina.

La FIDH scrive immediatamente che ogni violazione è stata verificata attraverso testimonianze e questionari, per mettersi al riparo dalle accuse di aver manipolato i dati. E anzi, è proprio contro la manipolazione che questo rapporto è stato redatto.

Alla prima pagina del documento leggiamo che, per gli estensori, esso è importante perché, alla luce delle informazioni raccolte, diventa fondamentale ribadire che la lotta contro l’antisemitismo e il terrorismo non deve essere manipolata per sopprimere i diritti umani, né dovrebbe essere consentito di mettere a tacere le critiche legittime alla violenza di Stato o la solidarietà internazionale.

Gli Stati hanno l’obbligo giuridico non solo di combattere la discriminazione e la violenza, ma anche di difendere il diritto alla libertà di espressione, soprattutto quando tale espressione è scomoda, dissenziente o sfida interessi potenti. Il mancato rispetto di tale obbligo mina lo Stato di diritto e mostra il doppio standard che erode la fiducia nel sistema internazionale dei diritti umani.

Il presente rapporto è un appello a un urgente esame, responsabilità e riforma. I diritti e la sicurezza di coloro che si battono per la giustizia in Palestina e altrove devono essere difesi, non soppressi.

Ci teniamo qui a sottolineare come questo studio sottolinei il pericolo rappresentato dalla sovrapposizione tra la critica alle politiche dello Stato di Israele, che come tutti i paesi del mondo porta avanti specifiche politiche con specifici responsabili, e la lotta all’antisemitismo, cioè alla discriminazione per motivi etnici e religiosi. E anzi, evidenzia come stia avvenendo il contrario, a discapito di musulmani e arabi.

Questa deliberata confusione ha permesso alle autorità di delegittimare e penalizzare una vasta gamma di attori, attivisti, accademici, studenti, artisti e persino funzionari eletti che denunciano pubblicamente le azioni israeliane a Gaza o sostengono la liberazione dei palestinesi.

In questo modo, il discorso politico, a lungo considerato un fondamento della vita democratica, viene sempre più spesso equiparato all’incitamento all’odio o all’ideologia estremista, soprattutto quando riguarda Israele o il sionismo. Questa strumentalizzazione non esiste nel vuoto.

In ciascuno dei paesi esaminati, il contesto post-7 ottobre 2023 ha aggravato problemi strutturali di lunga data: la contrazione dello spazio civico, l’erosione delle garanzie democratiche, la crescente islamofobia e la normalizzazione della profilazione razziale.

Gli attori statali hanno invocato la tutela dell’ordine pubblico, la prevenzione dell’antisemitismo e la sicurezza nazionale per giustificare misure draconiane, divieti di protesta, arresti arbitrari, sanzioni accademiche, censura dei media e minacce legislative, spesso in flagrante violazione degli standard internazionali in materia di diritti umani.

L’importanza di questo rapporto risiede, dunque, nel fatto che non si è soffermato unicamente sui manifestanti in piazza, ma ha anche preso in considerazione le varie modalità con cui sono stati censurati o hanno subito ripercussioni per le proprie posizioni anche titolari di cariche pubbliche, giornalisti, docenti universitari.

Non si può non sentire la ‘mancanza’ di uno studio approfondito anche per ciò che riguarda l’Italia, soprattutto per ciò che riguarda la libertà di insegnamento e di dibattito accademico, in un momento in cui il governo sta tentando di portare a compimento quello stesso processo di equiparazione tra antisemitismo e antisionismo attraverso il DDL 1627 citato nel rapporto.

Del resto, è lo stesso FIDH che chiarisce come il quadro delineato per i 4 paesi del documento sia il sintomo di un indirizzo più generale.

“Questa tendenza riflette un preoccupante spostamento verso la normalizzazione di misure eccezionali per gestire le voci dissenzienti”, ha affermato Yosra Frawes, responsabile dell’ufficio Maghreb e Medio Oriente presso la FIDH. Questa tendenza viene denunciata da questo giornale, ma soprattutto da tante realtà sociali e politiche (attivisti per il diritto all’abitare, sindacati precettati, partiti politici infiltrati) da tempo, e viene indicata come il risultato necessario dell’esacerbarsi delle contraddizioni.

La democrazia diventa un ostacolo quando gli indirizzi strategici devono essere tutti improntati alla guerra, e in cui, dunque, un fronte interno riottoso viene trasformato in un problema di ‘sicurezza’, delegittimando ogni dialettica politica. Si tratta della transizione verso quelle che spesso definiamo ‘democrature’.

Si legge nella conclusione: “In definitiva, la repressione della solidarietà con i palestinesi rivela una profonda crisi, non solo dei diritti umani nei territori occupati, ma della libertà stessa, nelle società che si dichiarano democratiche”.

La propaganda del ‘mondo libero’ che si oppone alle ‘autocrazie’ è morta sulla questione palestinese, ma questo significa anche che si aprono spazi per proporre un modello sociale e politico nuovo, opposto all’economia di guerra, al securitarismo e alla militarizzazione della dimensione civile.

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03/08/2025

USA - L'abolizione del Primo Emendamento

Coloro che hanno testimoniato nella capitale dello Stato contro l’adozione dell’IHRA da parte del New Jersey, sostenendo che avrebbe criminalizzato la libertà di parola, si sono visti spegnere i microfoni e sono stati zittiti, a dimostrazione della nostra tesi.

La scorsa settimana ho testimoniato nella capitale dello Stato del New Jersey, a Trenton, contro il disegno di legge A3558, che adotterebbe la definizione di “antisemitismo” dell’Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto (International Holocaust Remembrance Alliance – IHRA), che confonde l’antisionismo con l’antisemitismo.

“Questo è un pericoloso attacco alla libertà di parola, che cerca di criminalizzare le legittime critiche alle politiche israeliane”, ho affermato. “La campagna dell’amministrazione Trump per sradicare apparentemente l’antisemitismo nei plessi universitari è chiaramente un modo per mettere a tacere la libertà di parola ed espellere i non cittadini, anche se si trovano qui legalmente. Questo disegno di legge confonde falsamente l’etnia con uno Stato politico. E, sia chiaro, il peso della repressione nei plessi universitari è diretto contro studenti e docenti che si oppongono al Genocidio a Gaza, 3.000 dei quali sono stati arrestati e centinaia sono stati censurati, sospesi o espulsi. Molti di questi studenti sono ebrei. Che dire dei loro diritti? Che dire delle loro tutele costituzionali?” 

“Ho avuto numerosi rapporti con giornalisti e dirigenti politici israeliani”, ho continuato. “Conoscevo, ad esempio, l’ex Primo Ministro israeliano Yitzhak Rabin, che negoziò l’accordo di pace di Oslo. Rabin fu assassinato nel 1995 da un ultranazionalista israeliano che si opponeva all’accordo di pace. Rabin affermò senza mezzi termini in numerose occasioni che l’Occupazione era dannosa per Israele. I colleghi israeliani criticano spesso le politiche israeliane sulla stampa israeliana con un linguaggio che questo disegno di legge definirebbe antisemita”.

“Ad esempio”, continuai, “il giornalista israeliano Gideon Levy, che ha prestato servizio nell’esercito israeliano e scrive per il quotidiano Haaretz, ha chiesto l’imposizione di sanzioni a Israele per fermare il Massacro a Gaza, affermando ‘Fate a Israele quello che avete fatto al Sudafrica’”.

“Omer Bartov, che fu comandante di compagnia israeliana nella guerra del 1973, è Professore di Studi sull’Olocausto e il Genocidio all’Università Brown”, dissi. “In un articolo del 15 luglio sul New York Times, ha affermato che la sua “inevitabile conclusione è diventata che Israele sta commettendo un Genocidio contro il popolo palestinese”.

“Questo tipo di dichiarazioni, e molte altre che potrei citare da colleghi e amici israeliani, li vedrebbero criminalizzati come antisemiti ai sensi di questa legge”, ho aggiunto.

Il presidente della commissione, Robert Karabinchak, un DEMOCRATICO, ha silenziato il mio microfono, ha picchiato il suo martello per impedirmi di parlare e ha permesso a gruppi di Sionisti, che molestavano e insultavano apertamente i musulmani presenti nella sala, di schernirmi e zittirmi.

Ero lì a sostenere che questa legge avrebbe limitato la mia libertà di parola, mentre allo stesso tempo mi veniva negata la libertà di parola.

Questa dissonanza cognitiva definisce gli Stati Uniti e Israele.

Il presidente della commissione ha anche messo a tacere Raz Segal, lo storico israeliano e studioso del Genocidio, e, con un gesto particolarmente insensibile, ha rimproverato Mehdi Rabee, il cui fratello quattordicenne Amer è stato ucciso dai soldati israeliani nell’aprile del 2025.

“Mio fratello quattordicenne, originario di Saddlebrook, nel New Jersey, è stato assassinato dalle IDF”, ha detto Mehdi alla commissione, con la voce tremante per l’emozione.

“Stava solo raccogliendo le olive in un uliveto con i suoi amici, cosa che noi palestinesi facciamo da migliaia di anni. Mio fratello, che non rivedrò mai più, mio fratello che i miei genitori non vedranno mai diplomarsi al liceo o all’università. La deputata Swain, mio padre e il Centro Comunitario Palestinese-Americano hanno cercato di contattarvi più e più volte. E tutto ciò che abbiamo ricevuto è stato solo silenzio. Dato il vostro silenzio, non dovreste avere il diritto di prendere in considerazione l’idea di votare per questo disegno di legge finché non incontrerete la mia famiglia, che è sotto il vostro distretto”.

“Vi chiedo di attenervi alla proposta di legge”, interruppe il DEMOCRATICO Karabinchak.

“Questo disegno di legge mette a repentaglio il mio diritto, garantito dal Primo Emendamento, di criticare Israele per ciò che ha fatto a mio fratello”, ha proseguito. “Ho il diritto di chiamare Israele come voglio. Quando le sue politiche rispecchiano quelle dei Nazisti, ho il diritto di chiamarlo con il suo nome. Vi invito a votare no in memoria di mio fratello”.

Il DEMOCRATICO Karabinchak, irritato dal fatto che i sostenitori abbiano tributato a Rabee un’acclamazione, ha ridotto tutte le testimonianze critiche al disegno di legge da tre minuti a un minuto.

“Il tempo è sceso a un minuto”, ha detto alla folla di circa 400 persone in commissione e in quattro sale di servizio. “Chiederò a tutti di parlare, chi vuole parlare potrà dire ‘Mi oppongo al disegno di legge’ o ‘Sostengo il disegno di legge’”.

“Facciamo altri applausi”, ha detto, con la voce intrisa di sarcasmo. “Siamo contenti ora, vero? Non ti ho buttato fuori come avevo promesso. Quindi ora hai semplicemente zittito le altre persone che hanno diritto di parola. Ecco cosa hai appena fatto! Capisci cosa hai fatto! Si? Un minuto. Un minuto. È finita. E non sarò gentile e non “sarò breve”. Spengo il microfono”.

Il nostro peccato è stato quello di aver osato menzionare l’innominabile: il Genocidio a Gaza.

I Sionisti presenti nella sala hanno aggredito verbalmente e fisicamente i musulmani che erano venuti a opporsi alla legge. Un Sionista si è ripetutamente spinto contro i corpi di coloro che si trovavano all’esterno dell’aula e stavano tenendo una manifestazione contro la legge.

Amy Gallatin, membro della Commissione per le Relazioni Umane di West Orange, “istituita con ordinanza municipale nel 1992 per creare e promuovere valori di diversità, equità e inclusione tra i gruppi della comunità”, ha aperto le foto sul suo iPad in una delle sale affollate e ha detto a chi le sedeva intorno: “Guardate, è Maometto!”.

Quando il Rabbino Yitzchok Deutsch ha lanciato un commosso appello per salvare la popolazione di Gaza, Lisa Swain del Distretto 38 e il deputato Avi Schnall del Distretto 30, entrambi DEMOCRATICI, hanno riso e sghignazzato mentre parlava.

I Sionisti, che hanno dipinto immagini raccapriccianti di ebrei che vivevano sotto vessazioni e temevano per la propria vita, e di un Nazismo che presumibilmente dilagava per le strade del New Jersey, non sono rimasti in silenzio, sebbene le loro dichiarazioni fossero iperboliche all’estremo e spesso frutto di una fervida immaginazione.

Hanno apertamente sbavato per l’adozione del disegno di legge, che, a loro dire, avrebbe fornito alle forze dell’ordine gli strumenti per criminalizzare coloro che incitano all’odio, il che, se si leggono gli “esempi contemporanei di antisemitismo” che accompagnano l’IHRA, include discorsi che criticano le politiche israeliane.

L’IHRA è stato adottato da 35 Stati, dal Distretto di Columbia e da università come Harvard e Columbia.

“La definizione operativa di antisemitismo dell’IHRA include la critica protetta di Israele e delle sue politiche”, scrive l’Unione Americana per le Libertà Civili. “Ad esempio, la definizione dichiara che ‘negare al popolo ebraico il diritto all’autodeterminazione, ad esempio affermando che l’esistenza di uno Stato di Israele è un’iniziativa Razzista’, ‘fare paragoni tra la politica israeliana contemporanea e quella dei Nazisti’ e ‘applicare doppi criteri richiedendo a Israele un comportamento non previsto o richiesto da qualsiasi altra nazione democratica’ sono tutti esempi di antisemitismo”.

“Se il Dipartimento dell’Istruzione adottasse questa definizione e indagasse sulle denunce presentate dalle università ai sensi del Titolo Sesto basate su di essa, gli amministratori di istituti e università probabilmente metterebbero a tacere una serie di discorsi protetti, tra cui le critiche al trattamento riservato dal governo israeliano ai palestinesi, analogie che paragonano le politiche israeliane a quelle della Germania Nazista o la condivisione di convinzioni diverse sul diritto a uno Stato Ebraico”, continua l’Unione Americana per le Libertà Civili.

“Le persone potrebbero non essere d’accordo sul fatto che tali discorsi siano antisemiti, ma questo dibattito è irrilevante per il Primo Emendamento, che proibisce al governo di censurare o penalizzare i discorsi politici fondamentali”.

Il Procuratore statunitense Kenneth S. Stern, Sionista dichiarato e principale redattore di quella che è diventata la definizione di antisemitismo dell’IHRA, lamenta che l’IHRA sia stata “grossolanamente abusata” per “limitare la libertà accademica e punire il linguaggio politico”, incluso il “linguaggio filo-palestinese”.

I cinque membri della commissione, che avevano chiaramente preso una decisione prima di entrare nell’aula gremita, hanno approvato all’unanimità il provvedimento, che passerà al voto dell’Assemblea di Stato. Saranno senza dubbio risarciti per la loro perfidia, come tutti i politici che si inchinano ai dettami della Lobby israeliana.

L’America, come Israele, vive in una realtà parallela. Nega la cruda e incontrovertibile realtà del Genocidio trasmesso in diretta streaming. Calunnia chiunque, compresi gli studiosi israeliani dell’Olocausto come il Professor Segal, definendoli antisemiti.

Purtroppo, so come andrà a finire. L’ho visto con i miei occhi nelle numerose dittature che ho seguito come corrispondente estero per vent’anni in America Latina, Medio Oriente, Africa e Balcani. Chi di noi lotta per una società aperta viene messo a tacere, accusato di essere traditore e criminale. Siamo inseriti in una lista nera, censurati e, a volte, rinchiusi. Se riusciamo a fuggire in tempo, siamo costretti all’esilio.

Mentre veniamo messi a tacere, i delatori, i truffatori, i Fascisti Cristiani, i miliardari, i Sionisti e i delinquenti, elevati alle più alte cariche del governo federale dalla Casa Bianca di Trump, vengono ricompensati con potere assoluto, lusso e dissolutezza.

La nostra classe dirigente, sottomessa alle multinazionali, non ha una vera ideologia politica. I partiti politici sono una farsa, una sorta di intrattenimento per ammaliarla nella nostra finta democrazia. Il liberalismo, e i valori che afferma di rappresentare, è una forza esausta e in fallimento.

La parodia nella sala delle commissioni di Trenton è stata un altro deprimente promemoria del fatto che ormai ben poco può fermare il nostro cammino verso uno Stato autoritario: né la stampa, né le università, né i tribunali, che non possono far rispettare le poche sentenze emesse da giudici coraggiosi, né la classe politica, incluso il Partito Democratico, né il processo elettorale.

Dobbiamo resistere, anche solo per affermare la nostra integrità e dignità, anche solo per essere solidali con gli oppressi, anche solo per rallentare il consolidamento della tirannia, anche solo per gioire delle piccole vittorie di Pirro che solo la Resistenza rende possibili.

Ma non dobbiamo lasciarci ingannare.

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10/03/2025

USA - È ormai caccia alle streghe contro gli studenti filopalestinesi

Uno studente palestinese della Columbia University è stato arrestato per aver guidato attività pro-Palestina, in obbedienza ai decreti esecutivi del governo. Negli Stati Uniti è stata scatenata una vasta campagna di criminalizzazione delle proteste studentesche contro il genocidio israeliano verso i palestinesi.

L’amministrazione Trump ha annunciato venerdì scorso che la Columbia University perderà 400 milioni di dollari in sovvenzioni e contratti federali per le accuse di non aver fatto abbastanza per combattere l’antisemitismo.

Lunedì, una task force federale ha notificato all’università che avrebbe condotto “una revisione completa” dei contratti e delle sovvenzioni federali dell’università come parte delle sue indagini in corso ai sensi del Titolo VI del Civil Rights Act.

Quattro agenzie governative, tra cui il Dipartimento di Giustizia, il Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani, il Dipartimento dell’Istruzione e l’Amministrazione dei Servizi Generali degli Stati Uniti, costituiscono la “Task Force federale per combattere l’antisemitismo”.

La task force è stata istituita a febbraio in seguito all’ordine esecutivo di Trump, “Misure aggiuntive per combattere l’antisemitismo”, firmato alla fine di gennaio. La Task Force ha annunciato la scorsa settimana che avrebbe visitato dieci campus universitari che hanno subito incidenti antisemiti dall’ottobre 2023 dopo gli attacchi guidati da Hamas nel sud di Israele e la successiva guerra a Gaza.

Il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti prevede di utilizzare l’intelligenza artificiale per revocare i visti agli studenti stranieri considerati “pro-Hamas”, scrive il sito Axios, citando alti funzionari del Dipartimento di Stato.

Il progetto “Catch and Revoke”, lanciato dal Segretario di Stato Marco Rubio secondo Axios, vedrà “revisioni assistite dall’intelligenza artificiale di decine di migliaia di account di social media di titolari di visti per studenti e segna una drammatica escalation nella polizia del governo degli Stati Uniti sulla condotta e la parola dei cittadini stranieri”.

Rubio ha annunciato su X misure contro gli studenti, dicendo che gli Stati Uniti hanno “tolleranza zero per i visitatori stranieri che sostengono i terroristi. Violatori della legge degli Stati Uniti”.

“Tutte le persone – indipendentemente dallo status di immigrato – compresi gli studenti e i docenti, hanno il diritto di riunirsi pacificamente e la libertà di espressione, indipendentemente dall’argomento. Se le notizie sono vere, “Catch and Revoke” è un’idea orribile e un attacco ai diritti umani”, ha replicato l’organizzazione per i diritti umani Amnesty International.

Sia l’amministrazione Biden che quella Trump hanno cercato di criminalizzare le proteste anti-israeliane e anti-sioniste nelle università come “antisemite”, portando a udienze del Congresso, con interrogatori degli amministratori universitari e audizioni con le forze dell’ordine che hanno represso con la forza le proteste nei campus.

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20/03/2018

Spagna: legge antiterrorismo per stroncare satira e creatività

Un rapporto diffuso oggi da Amnesty International ha denunciato l’aumento esponenziale del numero delle persone che contravvengono alla severa normativa in vigore in Spagna, che vieta l’apologia del terrorismo e la denigrazione delle vittime del terrorismo nel contesto di un continuo attacco alla libertà d’espressione.

Il rapporto, intitolato “Twitta... se hai coraggio: come la legge antiterrorismo limita la libertà d’espressione in Spagna”, denuncia che decine di utenti dei social media, musicisti, giornalisti e persino burattinai sono stati processati per motivi legati alla sicurezza nazionale. Tutto questo ha avuto un effetto paralizzante e ha creato un ambiente in cui si ha sempre più paura di esprimere idee alternative o fare satira controversa.

“Mandare in carcere chi fa musica rap per i testi delle canzoni e mettere fuorilegge la satira politica dimostra quanto in Spagna sia diventato ristretto il perimetro di ciò che è considerato accettabile sui social media”, ha dichiarato Esteban Beltrán, direttore di Amnesty International Spagna.

“Non si dovrebbe finire sotto processo semplicemente per aver detto, twittato o cantato qualcosa che potrebbe essere sgradevole o scioccante. La legge spagnola, di estesa applicazione e formulata in modo vago, sta portando al silenzio la libertà di parola e stroncando l’espressione artistica”, ha proseguito Beltrán.

In base all’articolo 578 del codice penale spagnolo, chi abbia fatto apologia del terrorismo o denigrato le vittime del terrorismo o i loro parenti – in questa vaga formulazione – rischia una multa, il licenziamento dal settore pubblico e persino il carcere. Il numero delle persone incriminate sulla base di questo articolo è cresciuto da 3 nel 2011 a 39 nel 2017. Negli ultimi due anni le condanne sono state quasi 70.

Dal 2014, quattro operazioni coordinate di polizia – chiamate “Operazioni Spider” – hanno portato all’arresto di decine di persone che avevano postato messaggi sui social media, in particolare su Twitter e Facebook. L’avvocato Arkaitz Terrón ha denunciato di essere stato “trattato come un terrorista” per nove tweet, uno dei quali spiritoso, sull’assassinio da parte del gruppo armato Eta (Paese basco e libertà) di Luis Carrero Blanco, primo ministro dell’era-Franco, nel 1973. Accusato di apologia del terrorismo, è stato successivamente assolto.

Un altro uomo, J.C.V., è stato condannato a un anno di carcere con sospensione della pena per 13 tweet: “L’obiettivo è di diffondere nella popolazione un clima di autocensura. Con me ci sono riusciti”, ha dichiarato ad Amnesty International.

Nel 2017 Cassandra Vera, una studentessa di 22 anni, è stata condannata a un anno con sospensione della pena per denigrazione delle vittime del terrorismo anche attraverso un tweet ironico sempre sull’assassinio di Carrero Blanco, risalente a 44 anni fa: “L’Eta non solo aveva una politica sulle auto di Stato, ne aveva una anche sul programma spaziale”. L’attentato dell’Eta scagliò 20 metri in aria l’automobile su cui era a bordo il primo ministro. A seguito della condanna ha perso la borsa di studio universitaria e le è stato vietato di essere assunta nel settore pubblico per sette anni.

Tra coloro che hanno preso le difese di Cassandra c’è anche la nipote di Carrero Blanco, che ha dichiarato di “aver paura di una società in cui la libertà d’espressione, per quanto sgradevole, potrebbe portare al carcere”. La sua dichiarazione, presentata dalla difesa al processo, non ha avuto alcun effetto, dato che la legge è applicabile a prescindere da cosa pensino le vittime del terrorismo o i loro familiari. Fortunatamente, all’inizio del marzo 2018, la Corte suprema ha annullato la condanna.

Sebbene la minaccia del terrorismo sia assai concreta e per proteggere la sicurezza nazionale possa in alcune circostanze costituire motivo per limitare la libertà d’espressione, la normativa ampia e formulata in modo vago contro l’apologia del terrorismo e la denigrazione delle vittime sta stroncando la libertà artistica.

Nel dicembre 2017 12 rapper del collettivo “La insurgencia” sono stati multati, condannati a due anni e raggiunti dal divieto di lavorare nel settore pubblico a causa di testi considerati apologetici verso i Grapo (Gruppi di resistenza antifascista 1° ottobre). Hanno presentato appello contro la condanna. Si tratta solo di alcuni di molti artisti incriminati sulla base dell’articolo 578.

Persino i giornalisti che vogliono documentare il giro di vite causato dall’articolo 578 finiscono per esserne vittime. Un documentarista è stato incriminato per aver intervistato persone che erano state processate per apologia del terrorismo.

Sebbene dopo gli attentati di Parigi del 2015 e le minacce del terrorismo internazionale l’articolo 578 sia stato ulteriormente ampliato, la grande maggioranza dei procedimenti avviati si riferisce a gruppi armati locali smantellati o inattivi, come l’Eta e il Grapo.

Nel settembre 2018 è prevista l’attuazione in tutta l’Unione europea di una direttiva sulla lotta al terrorismo, che presenta il problematico concetto di apologia come un esempio di espressione che può essere criminalizzata. La lezione che dovrebbe arrivare dal caso spagnolo è che reati vagamente formulati come l’apologia del terrorismo e la denigrazione delle vittime minacciano seriamente il diritto alla libertà d’espressione.

“La Spagna è l’emblema della preoccupante tendenza che vediamo in diversi stati europei, di limitare indebitamente l’espressione col pretesto della sicurezza nazionale e togliere diritti con la scusa di difenderli”, ha dichiarato Eda Seyhan, campaigner di Amnesty International su contrasto al terrorismo e diritti umani. “Rappare non è un reato, fare un tweet spiritoso non è terrorismo e organizzare uno spettacolo di marionette non dovrebbe portarti in carcere. I governi devono difendere i diritti delle vittime del terrorismo senza limitare la libertà d’espressione in loro nome. Chiediamo che la drastica legislazione spagnola sia abrogata e che le accuse mosse contro tutti coloro che hanno semplicemente espresso le loro opinioni siano ritirate”.

Ulteriori informazioni

Il Parlamento spagnolo dovrebbe esaminare nel mese di marzo una proposta di emendamento all’articolo 578. Proposte di legge simili a quella spagnola sono state presentate in Belgio e in Olanda.

Si veda il rapporto “Pericolosamente sproporzionate: lo stato di sicurezza nazionale sempre più imponente in Europa”, pubblicato da Amnesty International nel 2017.

Il 20 ottobre 2011 l’Eta ha proclamato un cessate il fuoco permanente seguito nel 2017 dal disarmo. I Grapo sono inattivi dal 2007.

Il rapporto “Twitta…se hai coraggio: come la legge antiterrorismo limita la libertà d’espressione in Spagna“. (in inglese)

da qui

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05/01/2017

Censori e bufale: a chi giova il Ministero della verità?

Da diverso tempo si chiede a gran voce l’istituzione di forme di controllo specifiche sui contenuti presenti nel web. La rete, soprattutto la sua evoluzione social, è un incontrollabile contenitore di boiate: è possibile controllarle? Come fare per ridurle? Il tema è complesso e solo superficialmente relegabile alla dimensione online attuale. In realtà, il controllo delle opinioni è una tentazione presente in ogni regime politico. La rete ha solo amplificato (a dismisura, in effetti) il fenomeno. Ma la questione è sovrapponibile a quella, invero più importante, del reato di negazionismo. In Italia è stato introdotto proprio quest’anno, non tenendo conto di una profonda linea critica rispetto al perseguimento giuridico delle proprie opinioni. Perché di quello si tratta: aprire il varco della repressione delle idee genera mostri. Questo il motivo per cui anche – e soprattutto – i comunisti, si sono sempre battuti contro l’istituzione del suddetto reato (e non solo loro). Oggi colpisce chi nega l’olocausto. Domani finirà per colpire chi si professa ancora comunista. Già oggi in metà dell’Europa è reato organizzare un partito comunista. Nell’altra metà, vige la condanna del “totalitarismo comunista”. Questa è la traiettoria inevitabile a cui porta l’istituzione per legge di forme di repressione delle idee. Ecco perché con la censura delle opinioni bisogna andarci molto cauti. Oggi che le classi subalterne non hanno alcun rapporto di forza spendibile sul piano delle idee, istituire forme coercitive di controllo e sanzionamento delle opinioni si tradurrebbe automaticamente in controllo e sanzionamento delle opinioni sgradite al potere politico ed economico vigente.

La pensa così anche Vladimiro Giacchè, intervistato pochi giorni fa dal Fatto Quotidiano proprio in merito alle ipotesi di censura delle opinioni espresse online. Infatti sotto accusa non sono quei media (giornali, settimanali, televisioni, cinema, eccetera) mainstream, ma la singola opinione del singolo utente. Non è un controllo su chi crea informazione, ma sull’utente finale, che la digerisce nelle forme mistificate generate dalla rete. Eppure i primi e fondamentali propulsori di cazzate, di “bufale”, di falsità, di “post-verità”, sono proprio quei media mainstream che in questo dibattito vorrebbero ergersi a controllori dell’opinione altrui, certificatori di una verità contrapposta alla pletora di falsità presenti nel web. E’ più grave un napalm51 qualsiasi che sfoga online le sue frustrazioni esistenziali, o la schiera di media di regime che avallano da venticinque anni la sequela di guerre in Medioriente? Chi genera più morti? Chi peggiora la condizione dell’uomo? E, come evidente, si potrebbe proseguire per giorni interi. Per un sintesi decisiva, rimandiamo a La fabbrica del falso, sempre di Vladimiro Giacchè, che sviscera un metodo, quello cioè di fabbricare punti di vista, generalizzarli attraverso l’immissione costante di notizie false spacciate per vere, e con cui veicolare il consenso attorno alle operazioni di controriforma sociale che hanno investito l’Occidente da un trentennio a questa parte.

L’obiettivo politico che ha stimolato tutta la recente discussione è d’altronde esplicitato senza remore: “bisogna fermare il populismo”, sbraita Giovanni Pitruzzella, presidente dell’Antitrust, ripreso addirittura dal Financial Times, segno che il dibattito è tutto fuorché locale. E’ un problema globale, ma soprattutto è un problema occidentale. E’ l’Occidente che è in crisi economica. E’ la crisi economica che genera malcontento, insoddisfazione, rabbia, odio. E’ la crisi economica che determina lo scollamento attuale tra classi subalterne e classi dirigenti. Questa instabilità permanente si riversa in rete, attraverso le più improbabili e curiose alienazioni mentali, ma non sono “le bufale della rete che generano il populismo”, secondo l’illuminante visione di Pitruzzella e sodali, ma l’impoverimento generalizzato che crea disaffezione e disillusione. In questo senso la rete non fa che amplificare questo malcontento. Peraltro, dovrebbero essere grati proprio a Internet i nostri politici, visto che in questi anni, lungi dall’essere vettore organizzativo, ha assunto al contrario il ruolo di metadone sociale dove annullare ogni forma di partecipazione o mobilitazione politica, in funzione del chiacchiericcio social perpetuo e onnicomprensivo. La rete depotenzia il populismo, se proprio vogliamo darle un ruolo in tal senso. Depotenzia cioè la possibilità di organizzare concretamente ciò che aleggia idealmente. Impedisce alla rassegnazione di tramutarsi in partecipazione. La rete è una forma di controllo, non di relazione. Ed è una forma di controllo perché la rete non è l’autogoverno dei cittadini connessi a Internet, ma un prodotto industriale generato e controllato da pochissime aziende-mondo. E’ un oligopolio iper-verticistico che non consente alcuna forma di orizzontalità. Quello che i cantori delle magnifiche sorti e progressive della rete scambiano per “orizzontalità” è piuttosto un’anarchia indotta delle forme e dei contenuti.

Ma c’è anche un altro motivo per combattere la logica censoria del potere. Se, come abbiamo visto seguendo i lavori di Dardot e Laval, l’ordoliberalismo si presenta come razionalità, anzi: come unica razionalità, l’obiettivo è proprio quello di confinare nell’irrazionalità tutte quelle forme della politica che contestano il liberismo stesso. “Se non la pensi come il capitalismo ordoliberale, vuol dire che non hai studiato”. E’ la tecnicizzazione delle questioni politiche, per cui queste non rispecchiano rapporti di forza sociali, ma costituiscono un terreno neutro e presuntamente scientifico, dove a (dover) prevalere sono le logiche razionali (del capitalismo, ovviamente). E’ un processo storico di vasta portata, che non si riduce alla diatriba sul controllo della rete, ma di cui fa parte anche questo ennesimo tentativo di espellere dal novero della politica ogni alternativa allo stato di cose presenti.

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La grande controffensiva delle èlites

In un articolo uscito la vigilia dello scorso Natale su queste pagine scrivevo che non era il caso di illudersi: la vittoria del No nel referendum che ha bocciato la “riforme” renziane, non rallenterà gli sforzi delle élite per de – democratizzare il sistema politico (dal quale, per inciso, decenni di controrivoluzione liberal liberista hanno già espunto molti elementi di democrazia). Al contrario, argomentavo, gli sforzi in tale direzione si moltiplicheranno perché per le caste politiche, economiche, accademiche, e per il sistema dei media che le sostiene, la distruzione di quanto resta della democrazia è questione di sopravvivenza.

Nel giro di qualche giorno, questa fin troppo facile previsione ha ottenuto numerose conferme. La tesi che i nemici della democrazia difendono sempre più apertamente, e senza troppi giri di parole, è la seguente: visto che le condizioni socioeconomiche che hanno favorito l’ascesa dei “populismi” (termine che continua a essere usato in modo propagandistico, senza alcuno sforzo di analisi politologica e senza compiere distinzioni ideologiche, mischiando nello stesso calderone Trump e Sanders, Maduro e Marine Le Pen, Podemos e la Lega, l’M5S e i neonazi tedeschi) sono destinate a durare (l’ipotesi di combattere le cause dell’impoverimento di massa e della disuguaglianza non viene nemmeno presa in considerazione, quasi si trattasse di fenomeni “naturali”), non resta che modificare le regole del sistema politico in modo tale da poterlo governare a prescindere dal fatto che esso ottenga il consenso – e un riconoscimento di legittimità – da parte della maggioranza dei cittadini. Propongo qui di seguito tre esempi di questa “filosofia”.

In un articolo sul New York Times tale Eduardo Porter, dopo essersi chiesto se globalizzazione, mutamenti demografici e rivoluzione culturale abbiano eroso il consenso del popolo americano nei confronti della “democrazia del libero mercato”, al punto da indurlo a votare per un uomo come Trump (Sanders non è nemmeno citato!), che ha fatto campagna sostenendo che il sistema serve gli interessi di un’élite cosmopolita contro quelli della gente comune, prosegue ammettendo (bontà sua) che il popolo ha molte ragioni per lamentarsi, ma poi conclude incongruamente che il vero motivo del successo populista non sta in queste ragioni, bensì nei difetti del sistema elettorale (!?), quindi conclude citando i suggerimenti di riforme orientate a garantire la “governabilità” offerti da alcuni solerti politologi.

Gli altri due esempi li ho trovati sulle pagine del “Corriere della Sera” del 4 gennaio. Il primo articolo, a firma di Michele Salvati, ribadisce che sì, la vita della maggioranza dei cittadini è grama e tale resterà a lungo per cui, appurato che : 1) le “leggi” dell’economia non ammettono deroghe e che dunque occorrerà in ogni caso farle digerire al popolo, 2) che a tale scopo servirà comunque “riformare” la costituzione, 3) che il compito si è rivelato impossibile per un’unica forza politica, non resta che lavorare alla costruzione di una grande coalizione “anti populista” che abbia la maggioranza necessaria per compiere le riforme senza che poi debbano essere sottoposte a referendum.

Il secondo articolo, a firma di Gustavo Ghidini, rilancia viceversa con forza l’imprescindibile esigenza di “normalizzare” la comunicazione online. Gli argomenti sono i soliti: combattere le bufale, gli incitamenti all’odio, l’uso di termini offensivi e “politicamente scorretti”, ecc. E’ evidente come il senso di queste e altre definizioni possa essere opportunamente dilatato per colpire ben altri bersagli, come la libertà di opinione ed espressione, ed è altrettanto evidente come questa crociata sia, non casualmente, iniziata subito dopo che sondaggisti e studiosi di comunicazione hanno accusato Internet di avere favorito i successi elettorali “populisti”, bypassando un sistema dei media mainstream sempre più blindato a sostegno del pensiero unico liberal liberista e delle forze politiche che ne incarnano gli interessi.

Insomma: la grande controffensiva è iniziata, ed è destinata a farsi più feroce a mano a mano che l’insofferenza dei cittadini nei confronti delle élite si farà più forte, fino a generare (si spera) una domanda esplicita di rottura sistemica.

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Bufale e malainformazione. Il cane si morde la coda

Tutti i media mainstream, con l'immancabile Repubblica a guidarne le fila, si sono scagliati contro le ultime dichiarazioni-boutade di Grillo su una "giuria popolare" per controllare la veridicità delle notizie pubblicate – appunto – dai media.

Questo attacco durissimo è l'esempio perfetto dello stato di salute dell'informazione italiana, schiacciata tra spirito di corpo e funzione propagandistica del potere esistente.

Infatti, tralasciando per un momento la “qualità” della dichiarazione di Grillo, non si può certo estrapolarla dal contesto in cui è stata fatta, cioè una critica (e per questo presumibilmente più una provocazione che un'intenzione seria, anche se delle intenzioni del comico non si può mai essere sicuri) all'idea di Pitruzzella di una legge europea “anti-bufale”, che prevederebbe una sorta di “Ministero della Verità”, di un'agenzia che monitori il web e censuri le notizie non idonee.

La notizia si è così magicamente trasformata: non è più Grillo che reagisce (alla sua maniera, cioè totalmente confusionaria) a quello che potrebbe essere un attacco alla libertà di informazione, essendo evidentemente più che ambigua un'agenzia con il potere di decidere cosa è bufala e cosa no, ma sarebbe Grillo stesso a proporre una sorta di censura dell'informazione.

Questo episodio mostra chiaramente quale sia il cortocircuito informativo, e propone molte riflessioni su diversi punti caldi.

Primo punto, nessun giornale si è preoccupato del fatto che una task-force anti-bufala possa avere degli effetti deleteri per la libertà di informazione. Secondo punto, quando una persona fa notare con una provocazione questo problema, diventa lui il pericolo della libertà di informazione.

Perché questo? Una semplice reazione di difesa del corpo giornalistico, che si vede da una parte rubare il lavoro da giornali on-line più o meno attendibili, e dall'altra parte venire anche accusati dai "populisti cattivi" di fare malainformazione?

Ma la “bufala” è propriamente l'altra faccia della medaglia di una cattiva informazione: meno sono credibili i media “istituzionali” o mainstream, tanto più le persone saranno portate a cercare fonti di informazioni alternative, non sempre riuscendo a discernere fra quelle vere e quelle false.

Prima di lanciarsi in una crociata per la vittoria del vero contro il falso l'apparato giornalistico tutto dovrebbe cospargersi il capo di cenere. Infatti, come tra le altre cose ricorda il cattivissimo Grillo, l'Italia si trova ancora al 77mo posto nella classifica mondiale per la libertà di informazione: se durante il periodo berlusconiano questo misero piazzamento veniva infatti imputato all'enorme conflitto di interessi del Cavaliere e il suo totale controllo della televisione, oggi bisognerebbe interrogarsi più seriamente sul ruolo dei giornali e i loro inestricabili rapporti con la politica.

D'altra parte la malainformazione si può notare nelle notizie che ci vengono fornite ogni giorno e che sono in così netta contraddizione con quello che poi i lettori vivono sulla loro pelle: come quando i giornali riportano le entusiastiche stime del governo su crescita e occupazione, senza analizzarle né spiegarle; salvo, qualche giorno dopo, fornendone altre assai diverse ma più veritiere redatte da un altro istituto statistico e, anche qui, senza problematizzare minimamente il perché di questi dati diversi; quando censurano completamente scioperi e manifestazioni che pure tantissime persone vivono sulla loro pelle, per poi dare eccessivo risalto a ogni striscione appeso da questo o quel gruppuscolo neofascista; quando, nella copertura di drammatiche vicende come le guerre che ci circondano, prediligono la narrazione emotiva attingendo da fonti ampiamente inattendibili rispetto a una visione più ampia sulle cause del conflitto e, soprattutto, stando sempre bene attenti a omettere qualsivoglia responsabilità del nostro governo (o dei nostri alleati).

Spesso viene definito il ruolo del giornalismo come “cane da guardia del potere”, cioè come cane da guarda che controlla il potere. Interessante però che l'espressione possa avere anche il significato opposto: il cane da guardia di proprietà del potere.

Chi dovrebbe controllare chi, dunque? I media di oggi sono controllori del potere o per il potere? Cosa succede se il potere si erge a controllore dell'informazione?

Lo stato di salute dell'informazione riflette quello del funzionamento democratico, e ad oggi è terribilmente preoccupante, ma ancora più preoccupante è chi fa squillare le trombe a favore di una cura volta a restringere ulteriormente le libertà di espressione e partecipazione.

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31/12/2016

L’Italia chiede all’Europa di censurare la libertà di espressione su internet

ZeroHedge analizza freddamente il significato delle dichiarazioni del nostro capo dell’antitrust, Pitruzzella, in merito alle “fake news”. Come al solito, dietro una richiesta apparentemente ragionevole, si cela una verità inconfessabile. L’establishment vuole mettere in atto un “Ministero della Verità” orwelliano, una schiera di individui non eletti, ovviamente coordinati da Bruxelles, che non rispondono a nessuno delle loro azioni ma che possono decidere cosa è vero e cosa no. Chi controlla il presente controlla il passato, e chi controlla il passato controlla il futuro (Orwell, 1984).

di ZeroHedge, 30 dicembre 2016 – tradotto da Malachia Paperoga per http://vocidallestero.it/


I primi sono stati gli Stati Uniti, poi la Germania, che ha dato la colpa di quello che non funziona nella società alle “false notizie”, e non, per esempio, a una serie di terribili decisioni prese dai politici. Ora è il turno dell’Italia di chiedere di porre fine alle “false notizie”, cosa che di per sé potrebbe non essere preoccupante. Tuttavia, il modo in cui Giovanni Pitruzzella, capo dell’antitrust italiano, chiede all’Unione Europea di “agire” su quelle che sarebbero “notizie false”, consiste a dir poco in una repressione totale della libertà di espressione e darebbe ai governi la libertà di mettere a tacere qualsiasi fonte che non rispetti la propaganda dell’establishment.

In un’intervista al Financial Times, Pitruzzella ha detto che le regole sulle “false notizie” su internet sarebbero meglio gestite dallo stato piuttosto che dalle società dei social media come Facebook, un approccio già adottato in precedenza dalla Germania, che ha richiesto a Facebook di porre fine all’”hate speech” (discorso di odio, ndVdE) e ha minacciato di multare il social network fino a 500.000 euro per ogni “falso” post.

Pitruzzella, a capo dell’antitrust dal 2011, ha detto che “i paesi dell’UE dovrebbero istituire organismi indipendenti – coordinati da Bruxelles e modellati sul sistema delle agenzie antitrust – che potrebbero rapidamente etichettare le notizie false, rimuoverle dalla circolazione e infliggere ammende se necessario.”

In altre parole, una serie di burocrati non eletti, che non rendono conto a nessuno, si riunirebbero tra loro per decidere quali sono e quali non sono le “notizie false”, e poi – rullo di tamburi – “le rimuoverebbero dalla circolazione.” D’altra parte, considerando che una settimana fa Obama ha dato all’Europa il via libera ad ogni forma di censura e sospensione della libertà di parola, quando il Presidente uscente degli Stati Uniti ha votato la “Direttiva per contrastare la Disinformazione e la Propaganda“, nessuno dovrebbe sorprendersi che un’Europa improvvisamente imbaldanzita ricorra a tali misure agghiaccianti.

Così, con l’Europa sull’orlo di implementare una sfrenata censura, ecco lo specchietto per le allodole atto a giustificarla.

“La Post-verità in politica è uno dei motori del populismo ed è una delle minacce per le nostre democrazie” ha detto Pitruzzella al FT. “siamo giunti a un bivio: dobbiamo scegliere se lasciare internet com’è, il selvaggio west, o se ha bisogno di regole che tengano conto del modo in cui è cambiata la comunicazione. Penso che abbiamo bisogno di impostare tali regole e questo è il ruolo del settore pubblico”.

Traduzione: presto dipenderà da Bruxelles decidere quali contenuti Internet sono adatti al vasto pubblico europeo, perché, a meno che non intervenga un burocrate, le “notizie false” scateneranno sempre più populismo e non, per esempio, anni di riforme politiche fallite o di decisioni sbagliate della Banca Centrale.

In breve, è tutta colpa di internet se il sistema politico europeo è scosso da una reazione anti-establishment senza precedenti, che non ha nulla a che fare con, be’, con nient’altro.

Come nota il FT, la richiesta di Pitruzzella arriva in un contesto di crescenti preoccupazioni per l’impatto delle “false notizie” sulla politica nelle democrazie occidentali, compreso il voto sulla “Brexit” e le elezioni americane di quest’anno. In Germania, che nel 2017 va incontro alle elezioni parlamentari, il governo sta progettando una legge che imporrebbe multe fino a 500.000 euro sulle società dei social media per la diffusione di “notizie false”.

Gli alleati di Matteo Renzi, l’ex primo ministro, hanno anche sostenuto che le “false notizie” hanno contribuito alla sua sconfitta nel referendum di dicembre sulla riforma costituzionale, che ha portato alle sue dimissioni, anche se la sconfitta è arrivata con un margine di 20 punti percentuali. Almeno non hanno dato la colpa agli hacker russi... per ora.

Quindi, anche supponendo che limitare la libertà di espressione sia la risposta giusta, perché non imporre alle piattaforme l’auto-controllo?

Beh, secondo Pitruzzella sarebbe inopportuno affidare questo compito all’autoregolamentazione da parte dei social media. “Le piattaforme come Facebook hanno creato grandi vantaggi per il pubblico e i consumatori: stanno facendo la loro parte come operatori economici, adottando politiche che modificano i loro algoritmi per ridurre questo fenomeno”, ha detto. “Ma controllare le informazioni non è il compito delle compagnie private. Storicamente questo è il compito dei pubblici poteri. Essi devono garantire che le informazioni siano corrette. Non possiamo delegarlo completamente.”

Conosciamo almeno un italiano che sarebbe d’accordo (Benito Mussolini).

E proprio come “Lui”, Pitruzzella ha minimizzato le preoccupazioni sul fatto che la creazione di agenzie statali per monitorare le false notizie introdurrebbe una forma di censura, affermando che si potrebbe “continuare ad utilizzare un internet libero e aperto”... fino a quando tutti i membri dell’internet “aperto” sono d’accordo con quello che le agenzie decidono essere vero e indiscutibile. Ma secondo lui ci sarebbe un vantaggio, in quanto ci sarebbe una “terza parte” pubblica – indipendente dal governo – pronta ad “intervenire tempestivamente nel caso che venga leso l’interesse pubblico”.

Al momento, l’unico modo in cui le “notizie false” possono essere combattute – almeno in Italia – è attraverso il sistema giudiziario, che è notoriamente lento. “La rapidità è un elemento critico” ha detto Pitruzzella, quindi qual è la soluzione? Ma ovviamente un Ministero della verità.

Il Movimento di opposizione 5 Stelle è spesso etichettato come il principale facilitatore in Italia delle “false notizie”, attraverso il blog del suo fondatore, il comico Beppe Grillo, e una rete di altri siti web affiliati al partito. Ma Pitruzzella ha rifiutato di citarli come i principali colpevoli. “Non so se questo è vero, non vorrei criticare nessuno, nemmeno il Movimento 5 stelle. Ma credo che, se non ci sono regole, molti possono approfittarsene.”

Naturalmente, una volta che la libertà di espressione verrà sottoposta a censura, Pitruzzella non avrà nessun problema non solo a criticare chi non è d’accordo con lui, ma anche a chiudere prontamente i loro canali di espressione sulla rete.

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La storia politica del "neutrale" Pitruzzella si è tutta svolta all'ombra degli antichi potentati democristiani, tra cui spicca il ruolo di consulente giuridico per le giunte regionali siciliane di Cuffaro e Lombardo.

La scheda biografica più asettica rintracciabile è quella su Widipedia, ma non è difficile fare i collegamenti tra ruoli ricoperti e interessi "societari" difesi. Che a un personaggio simile – di cui non ricordiamo un solo intervento sulla materia assegnatagli, ovvero le concentrazioni di cartello tra imprese, contrarie alla concorrenza – sia attribuito un potere qualsiasi su questioni che riguardano la libertà di un paese, è di per sé preoccupante...

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04/05/2016

Egitto - La caccia ai giornalisti

Sarà stata pure una svista, ma quel che il ministero dell’Interno egiziano intende fare coi giornalisti sta scritto nero su bianco su una email che un computer del dicastero diretto da Abdel Ghaffar, fedelissimo di Sisi, ha inviato “per errore” a tutte le redazioni dei media nazionali. Le note nel cyberspazio dicono che: “la cricca dei giornalisti e il sindacato coprono due criminali ricercati dalla procura”. Molto più esplicitamente parlano i fatti. Al Cairo nella notte di domenica agenti di polizia hanno fatto irruzione nella sede del Sindacato dei giornalisti portandosi via Amr Badr e Mahmoud al-Saqqa, i presunti criminali della email ministeriale. Le accuse sono: incitazione alla violenza, destabilizzazione della sicurezza nazionale, manifestazione non autorizzata (come sono da due anni tutti gli assembramenti in Egitto). I due, assieme a decine di colleghi e centinaia di attivisti avevano manifestato il 25 aprile scorso contro la cessione all’Arabia Saudita delle isole del Mar Rosso Tiran e Sanafir, uno dei favori con cui il generale-presidente ripaga la dinastia Saud per il prestito di 12 miliardi promesso per sostenere l’economia e soprattutto la restaurazione securitaria da lui praticata. L’irruzione è avvenuta durante la ricorrenza del ‘Giorno della libertà di stampa nel mondo’ indetto proprio in solidarietà di Paesi come l’Egitto, dove il mestiere dell’informazione è di fatto fuorilegge e getta i reporter dritti in galera.

Durissimo il comunicato diffuso dal presidente del Sindacato dei giornalisti d’Egitto Qalash, che accusa il ministero dell’Interno di commettere un errore dietro l’altro e praticare una sopraffazione continua della categoria e della libertà d’espressione dell’intera cittadinanza. Secondo le leggi costituzionali vigenti e la stessa legge sulla stampa le imputazioni e il mandato devono essere esibiti al presidente del sindacato di categoria, tutto questo non è stato rispettato. Badr e al-Saqqa sono stati prelevati in maniera illecita, come si fosse trattato di un sequestro. Per ora si sa solo che verranno trattenuti per 15 giorni, ma potrebbero vedersi calare addosso altri addebiti, finendo nella spirale conosciuta da tanti attivisti fermati: ricevere nuove imputazioni e restare detenuti a tempo indeterminato. Il portavoce di Ghaffar ha sostenuto che la grave colpa del sindacato è quella di avere ospitato e nascosto due fuggiaschi inseguiti da un mandato di cattura. Invece un cenno di solidarietà ai fermati è giunto da un ex ministro della Cultura, Asfour, anche lui sostiene che questi prelevamenti rappresentino un gesto giuridicamente illegale e un grave errore politico (“l’azione ha il sapore di Stato di polizia e il mondo inizia a parlare di una nostra continua violazione dei diritti umani”). E un massmediologo, il professor Khalil, rincara la dose, sottolineando come il silenzio sull’argomento di Al Sisi significhi chiara compenetrazione coi passi compiuti dal suo ministro dell’Interno.

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22/04/2016

Turchia - Accademici e giornalisti in tribunale, Ankara rifiuta il negoziato con il PKK

Distruzione a Cizre
Si apre oggi il processo a quattro professori universitari turchi accusati di “propaganda terroristica”. La loro colpa, agli occhi del governo di Ankara, è stata quella di firmare una petizione, insieme ad altri mille accademici turchi e stranieri, che chiedeva la fine della campagna militare contro la popolazione kurda a sud-est del paese.

“Massacri deliberati e deportazione dei kurdi dalla regione”: questo era scritto nella petizione che ha fatto infuriare il presidente Erdogan, impegnato da anni nella repressione delle voci critiche nel paese. Da Gezi Park alla detenzione per tre mesi dei giornalisti Dundar e Gul del quotidiano di opposizione Cumhuriyet, fino alle operazioni militari lanciate contro le città kurde, l’Ankara dell’Akp ha imbastito uno Stato di polizia che punisce chiunque ne critichi le politiche.

E se in qualche modo Erdogan è riuscito ad affossare le aspirazioni democratiche della società civile con una campagna basata sulla paura per la sicurezza e la minaccia del terrorismo, c’è ancora chi alza la voce. Oggi alle 14 è prevista una manifestazione di protesta di fronte alla corte di Istanbul che processerà i quattro professori, Esra Mungan Gursoy, Meral Camci, Kivanc Ersoy e Muzaffer Kaya. Rischiano fino a 7 anni e mezzo di prigione e sono già dietro le sbarre, perché considerati gli organizzatori della petizione: Camci e Mungan nella prigione femminile di Bakirkoy e Kaya e Ersoy in quella di Sivri. Per loro è sceso in campo lo stesso Erdogan che ha chiesto alla corte di punirli severamente.

Nella sala accanto, alla stessa ora, si presentano Dundar e Gul per una nuova udienza a porte chiuse: i due giornalisti, direttore e caporedattore di Cumhuriyet, sono accusati di spionaggio, tentato golpe e sostegno a organizzazione terroristica per aver pubblicato un reportage che mostrava la tentata consegna da parte dei servizi segreti turchi di armi ai gruppi islamisti impegnati in Siria. Rischiano molto di più dei professori: ergastolo e isolamento a vita.

A finire a processo è la libertà di espressione e di stampa in un paese che ha ormai imboccato la via dell’autoritarismo. A pagare le spese delle politiche dittatoriali del presidente-sultano sono giornalisti, attivisti, professori, organizzazioni per i diritti umani. A pagare con la vita sono i kurdi che a sud est subiscono una campagna militare brutale dalla fine di luglio 2016. Secondo la Human Rights Association of Turkey, almeno 338 civili – di cui 78 bambini – sono stati uccisi e un milione e 600mila hanno subito violazioni dei diritti umani fondamentali dal 16 agosto 2015 quando coprifuoco ininterrotti sono stati imposti sulle principali città kurde sudorientali. Molto più alto il bilancio di altri gruppi locali, che parlano di oltre mille vittime e centinaia di feriti.

Le notizie che giungono dal Bakur sono drammatiche: a Nusaybin sono 35mila i civili sotto assedio, ormai privi di medicinali, cibo, acqua potabile, elettricità. I colpi di artiglieria dell’esercito turco continuano a piovere sui quartieri residenziali da due mesi, mentre i cecchini sui tetti prendono di mira chiunque scenda in strada. Scene simili a Idil dove un coprifuoco durato 43 giorni ha portato alla demolizione o al danneggiamento di circa 1.200 edifici e alla fuga di 15mila residenti. Stanno tornando, piano piano, per trovarsi di fronte una città distrutta.

Ieri il co-segretario del partito di sinistra pro-kurdo Hdp, Selahattin Demirtas, ha accusato il governo di Ankara di aver rifiutato la riapertura del negoziato con il Pkk. Dopo la tregua del 2013, fortemente voluta dal leader prigioniero Abdullah Ocalan che impose ai suoi combattenti l’abbandono della lotta armata a favore della diplomazia, il governo turco ha rotto il cessate il fuoco a luglio giustificando i raid nel nord dell’Iraq e gli attacchi nel sud est della Turchia con la lotta al terrorismo. Nonostante le operazioni di guerriglia che da allora il Partito Kurdo dei Lavoratori ha ripreso, nelle scorse settimane il gruppo si è detto pronto a tornare al tavolo del negoziato: “Pochi mesi fa siamo entrati in contatto con Qandil [la zona nel nord Iraq dove si trovano i combattenti del Pkk] per tornare al negoziato – ha detto ieri Demirtas – L’Akp sapeva che ci stavamo lavorando, ma ha rigettato la proposta. Qandil era pronta al dialogo, ma Ankara ha detto che mai sarebbe tornata al tavolo”.

Perché Erdogan non è interessato alla pace o all’inclusione democratica della popolazione kurda nel paese. È interessato a sfruttare la campagna in corso per piegare la resistenza kurda e per rafforzare l’idea, nell’opinione pubblica interna, di essere in stato di guerra. Una situazione che giustifica la presenza dell’uomo forte che opera solo con il pugno di ferro.

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18/04/2016

La satira di Angela

di Carlo Musilli

Quando il potere si occupa di satira dimostra la propria fragilità con un’efficacia superiore a quella di mille comici. Ne sa qualcosa la Cancelliera tedesca Angela Merkel, che da giorni viene massacrata sui giornali di mezzo mondo per aver autorizzato un processo penale contro un saltimbanco, cedendo al ricatto di Recep Tayyip Erdogan.

Il caso riguarda Ian Bomermann, comico tedesco famosissimo in patria che si è preso gioco del presidente turco con una serie di battute volgari. Durante il programma “Extra 3”, trasmesso dall'emittente pubblica NDR, Bomermann ha recitato una poesiola in cui definiva Erdogan un “idiota di professione” che “prende a calci i curdi e picchia i cristiani mentre si dedica alla pedopornografia” e al sesso con pecore e capre. Il Presidente turco lo ha querelato per diffamazione, definendo la trasmissione “inaccettabile” e chiedendo una punizione per l’attore, che secondo Ankara sarebbe colpevole di aver insultato “anche 78 milioni di turchi”.

Fin qui nulla di sorprendente, considerando l’attitudine fascista del regime turco nei confronti delle libertà di opinione e di espressione. L’aspetto grottesco della vicenda si concentra in un dettaglio tecnico: Ankara chiede che il comico sia processato in Germania in base a una legge tedesca che punisce con una pena da uno a tre anni chi lede l’onore di un capo di Stato. Si tratta di una legge del 1871 (anno dell’unificazione della Germania) e l’ultimo a chiederne l’applicazione era stato nientemeno che lo scià di Persia, contestato durante una visita a Berlino nel 1967. Per quanto suoni inverosimile, la norma esiste ancora e la cancelliera ha scelto di applicarla contro Bomermann.

“Ho deciso di prendermi una piccola pausa televisiva – ha scritto il comico su Facebook, annunciando la sospensione del suo spettacolo – in modo che il pubblico possa concentrarsi sulla cose veramente importanti, come la crisi dei rifugiati, le videochat in diretta e la vita sentimentale di Sophia Thomalla, attrice e modella tedesca”.

L’aspetto che più colpisce della vicenda è la gestione disastrosa da parte di Merkel. Siccome per applicare la legge in questione è necessario il via libera del governo alla magistratura, prima la cancelliera ha avocato a sé la decisione (in teoria di competenza del ministro degli Esteri, che però era contrario), poi ha dato lei stessa il via libera, suscitando l’indignazione della stampa e dei socialdemocratici, i quali hanno colto l’occasione per risalire nei sondaggi.

“Sono per la satira ma in questo caso deve decidere la magistratura – ha detto Merkel – nello Stato di diritto non è di competenza del governo, ma della magistratura e dei processi decidere del diritto della persona lesa e di altre questioni sulla libertà di stampa”. La Cancelliera ha anche aggiunto che Berlino si prepara a eliminare dal codice penale la famigerata legge ultracentenaria.

Difficile immaginare una chiosa migliore per un’autodifesa così imbarazzante e imbarazzata, che racchiude in poche parole tutte le contraddizioni possibili. Se Merkel è per la satira, perché non la difende, visto che le è consentito dalla stessa legge? Se invece sono i magistrati a doversi occupare di queste vicende, perché abolire la legge?

Il problema della Cancelliera è che nessuno ha creduto ai suoi scrupoli giudiziari. Tutti, al contrario, hanno capito che si è semplicemente piegata al volere di Erdogan, da sempre ipersensibile alle critiche. Del resto, in Turchia si viene arrestati per molto meno di quello che ha detto Bomermann.

Ma perché tanto riguardo? La deduzione più ovvia è che Merkel voglia accontentare la Turchia per non rischiare di rimettere in discussione il faticoso accordo Ue-Ankara sui migranti.
Qualche settimana fa l’Europa si chiedeva se, pur di arginare l’arrivo dei rifugiati, fosse il caso di siglare un’intesa con un Paese che non rispetta i diritti umani, a cominciare da quello d’espressione. Il dibattito è stato breve e la risposta affermativa, principalmente perché la barriera turca è fondamentale per tenere sotto controllo il flusso di migranti verso il Nord Europa in generale e la Germania in particolare.

Alla fine, il governo tedesco ha scelto di tutelare quell’accordo vergognoso piuttosto che una delle libertà fondamentali su cui si basa la sua stessa Costituzione. Ancora una volta, Berlino ha dato prova di essere mossa da un pragmatismo senza scrupoli che non attribuisce alcuna importanza alla dignità dei singoli. Oltre che, ma questo era già noto, di avere gravi problemi con l’umorismo.

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