Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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29/05/2020

L’Eurogruppo comanda, ma non è “responsabile” di quel che decide

Pochi giornali fanno caso a certe notizie, se non per sparare un (piccolo) titolo acchiappavoti. Però è necessario notarle, perché illuminano il “quadro giuridico-istituzionale” in cui tutti – noi “cittadini europei” – viviamo.

Altrimenti, quando ci attiviamo e “facciamo politica”, rischiamo di prendere lucciole per lanterne e pensare che “i poteri” con cui fare i conti siano quelli che in realtà non contano poi granché.

La notizia di oggi è da affezionati cultori delle istituzioni europee, diciamolo subito. Il noto club chiamato “Eurogruppo”, che riunisce i ministri finanziari dell’eurozona e partorisce di fatto le principali scelte economiche per i singoli Paesi, sarebbe giuridicamente irresponsabile.

Tradotto in lingua corrente, qualsiasi danno combini non gli si può fare causa per ottenere un risarcimento.

Per lo meno, questa è la posizione espressa dall’avvocato generale (il “difensore” dell’Unione Europea, in pratica) presso la Corte di giustizia europea, Giovanni Pitruzzella. Personaggio interessante, per capire come venga selezionato l’establishment continentale. Ma lo vedremo dopo.

Si stava discutendo una causa intentata da diversi “risparmiatori” che si erano ritenuti pesantemente danneggiati dalle decisioni dell’Eurogruppo, appunto, riguardanti alcune banche cipriote che nel 2012 avevano fatto richiesta di assistenza finanziaria. L’Eurogruppo di allora le ha “consigliate” di rivolgersi al famigerato Mes (Meccanismo europeo di Stabilità, peraltro appena costituito), “nell’ambito di un programma di aggiustamento macroeconomico”. Il seguito è facilmente immaginabile.

In pratica intervenne la Troika (UE, Bce e Fondo monetario internazionale), che impose il meccanismo del bail in, per cui a pagare i guai delle banche furono chiamati non solo gli azionisti (com’è logico e doveroso), ma anche obbligazionisti e normali titolari di conto corrente (seppure di “un certo livello”).

Di qui il ricorso per ottenere da parte dell’Eurogruppo un risarcimento per il pesante haircut subito senza aver alcuna responsabilità nelle scelte di quelle banche.

Se vi sembra complicato, pensate a Banca Etruria ed altre che hanno seminato scandali e perdite anche in Italia. Il meccanismo è praticamente identico.

Bene. Se la Corte europea dovesse accettare la tesi di Pitruzzella, l’Eurogruppo verrebbe elevato al rango di monarca assoluto, legibus solutus, che può prendere qualsiasi decisione senza esserne penalmente responsabile e quindi citabile in giudizio.

La cosa sorprendente è che questo ruolo a tutti gli effetti “sovrano” gli deriverebbe da uno statuto legale non solo incerto, ma indefinibile. Secondo l’Avvocato generale Pitruzzella, infatti, l’Eurogruppo non è un organo della Ue, ma semplicemente un gruppo “informale che non ha competenze proprie né il potere di sanzionare l’inottemperanza dei suoi partecipanti per la mancata attuazione degli obbiettivi politici convenuti”.

Ma se non è un organo della Ue, a che titolo prende decisioni sulla testa e la pelle di quasi mezzo miliardo di persone?

Sarebbe invece un semplice “organismo intergovernativo”, una specie di ponte tra governi nazionali e il livello dell’Unione, “qualificato come esterno al quadro giuridico Ue” dal Trattato di Lisbona. Nonostante alle sue riunioni sia formalizzata la presenza di membri della Bce e della Commissione (il “governo” europeo).

Un ircocervo giuridico-legale con cui si era scontrato il più noto dei suoi temporanei componenti, il ministro greco delle finanze nel primo governo Tsipras, Yanis Varoufakis. Il quale, durante un pesante confronto con i “colleghi falchi” Wokfgang Schaeuble e Jeroen Dijsselbloem (Germania e Olanda, of course) chiese un parere legale sul funzionamento dello stesso Eurogruppo, obbligando così i funzionari a cercare la risposta nei trattati.

“[Questo] ha creato un po ‘di un scompiglio. Per circa 5/10 minuti la riunione si è interrotta, impiegati, funzionari stavano parlando tra di loro, sul loro telefono cellulare, e infine qualche funzionario, qualche esperto giuridico, mi si è rivolto e ha detto le seguenti parole: “Beh, nella legge non esiste l’Eurogruppo, non vi è alcun trattato che ha istituito questo gruppo”.

Abbiamo così un gruppo inesistente che ha il massimo potere di determinare la vita degli europei. Non è responsabile verso nessuno, dato che non esiste nella legge; nessun verbale è redatto; è riservato. Quindi nessun cittadino saprà mai ciò che viene detto lì dentro... Queste sono decisioni quasi di vita e di morte, e nessun membro deve rispondere a nessuno.”

Cinque anni dopo, l’arringa di Pitruzzella va a sancire questa “irresponsabilità legale” di un organismo informale, illegale ma tecnicamente decisivo (elabora le soluzioni finanziarie che poi la Commissione e tutta la Ue adottano).

Al massimo, conclude l’Avvocato generale, le cause possono essere intentate contro il Consiglio Europeo (il vertice dei capi di Stato e di governo), la Commissione (il “governo”, ora presieduta da Ursula von der Leyen) oppure la Bce.

Vedremo a sentenza. Di certo non si può dire che organismi di questo tipo siano “democratici”, anche se formati da esponenti designati da governi eletti. Se poi al nullo tasso di democraticità si aggiunge l’irresponsabilità legale, ecco che il fantasma del sovrano assoluto prende forma fisica.

P.s. Giovanni Pitruzzella, Avvocato generale presso la Corte di giustizia europea, ha inanellato nella sua carriera una serie di cariche da far paura:

- professore di diritto costituzionale all’Università di Palermo;

- professore di diritto costituzionale e della concorrenza all’Università LUISS Guido Carli a Roma;

- consigliere giuridico del governo italiano (1993-1996);

- professore di diritto pubblico all’Università di Cagliari (1986-1997);

- presidente della commissione per l’applicazione dello statuto speciale della Regione Sicilia (1998-2002);

- consigliere giuridico del Ministero della Salute italiano (2008-2011);

- membro, poi presidente, della Commissione di garanzia del diritto di sciopero nei servizi pubblici essenziali (2006-2011, è la famosa “commissione antisciopero” incaricata di rendere impraticabile nei fatti un diritto costituzionale dei lavoratori);

- designato dal presidente della Repubblica, nell’aprile 2013, come uno dei dieci saggi della Commissione per le riforme istituzionali, economiche e sociali e, nel giugno dello stesso anno, nominato dal Primo ministro come membro del gruppo di esperti chiamato a proporre un progetto di riforme costituzionali;

- presidente dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato italiana (2011-2018).

Iscritto dalla nascita, par di capire, alla “classe dirigente”. A prescindere.

Fonte

05/01/2017

Censori e bufale: a chi giova il Ministero della verità?

Da diverso tempo si chiede a gran voce l’istituzione di forme di controllo specifiche sui contenuti presenti nel web. La rete, soprattutto la sua evoluzione social, è un incontrollabile contenitore di boiate: è possibile controllarle? Come fare per ridurle? Il tema è complesso e solo superficialmente relegabile alla dimensione online attuale. In realtà, il controllo delle opinioni è una tentazione presente in ogni regime politico. La rete ha solo amplificato (a dismisura, in effetti) il fenomeno. Ma la questione è sovrapponibile a quella, invero più importante, del reato di negazionismo. In Italia è stato introdotto proprio quest’anno, non tenendo conto di una profonda linea critica rispetto al perseguimento giuridico delle proprie opinioni. Perché di quello si tratta: aprire il varco della repressione delle idee genera mostri. Questo il motivo per cui anche – e soprattutto – i comunisti, si sono sempre battuti contro l’istituzione del suddetto reato (e non solo loro). Oggi colpisce chi nega l’olocausto. Domani finirà per colpire chi si professa ancora comunista. Già oggi in metà dell’Europa è reato organizzare un partito comunista. Nell’altra metà, vige la condanna del “totalitarismo comunista”. Questa è la traiettoria inevitabile a cui porta l’istituzione per legge di forme di repressione delle idee. Ecco perché con la censura delle opinioni bisogna andarci molto cauti. Oggi che le classi subalterne non hanno alcun rapporto di forza spendibile sul piano delle idee, istituire forme coercitive di controllo e sanzionamento delle opinioni si tradurrebbe automaticamente in controllo e sanzionamento delle opinioni sgradite al potere politico ed economico vigente.

La pensa così anche Vladimiro Giacchè, intervistato pochi giorni fa dal Fatto Quotidiano proprio in merito alle ipotesi di censura delle opinioni espresse online. Infatti sotto accusa non sono quei media (giornali, settimanali, televisioni, cinema, eccetera) mainstream, ma la singola opinione del singolo utente. Non è un controllo su chi crea informazione, ma sull’utente finale, che la digerisce nelle forme mistificate generate dalla rete. Eppure i primi e fondamentali propulsori di cazzate, di “bufale”, di falsità, di “post-verità”, sono proprio quei media mainstream che in questo dibattito vorrebbero ergersi a controllori dell’opinione altrui, certificatori di una verità contrapposta alla pletora di falsità presenti nel web. E’ più grave un napalm51 qualsiasi che sfoga online le sue frustrazioni esistenziali, o la schiera di media di regime che avallano da venticinque anni la sequela di guerre in Medioriente? Chi genera più morti? Chi peggiora la condizione dell’uomo? E, come evidente, si potrebbe proseguire per giorni interi. Per un sintesi decisiva, rimandiamo a La fabbrica del falso, sempre di Vladimiro Giacchè, che sviscera un metodo, quello cioè di fabbricare punti di vista, generalizzarli attraverso l’immissione costante di notizie false spacciate per vere, e con cui veicolare il consenso attorno alle operazioni di controriforma sociale che hanno investito l’Occidente da un trentennio a questa parte.

L’obiettivo politico che ha stimolato tutta la recente discussione è d’altronde esplicitato senza remore: “bisogna fermare il populismo”, sbraita Giovanni Pitruzzella, presidente dell’Antitrust, ripreso addirittura dal Financial Times, segno che il dibattito è tutto fuorché locale. E’ un problema globale, ma soprattutto è un problema occidentale. E’ l’Occidente che è in crisi economica. E’ la crisi economica che genera malcontento, insoddisfazione, rabbia, odio. E’ la crisi economica che determina lo scollamento attuale tra classi subalterne e classi dirigenti. Questa instabilità permanente si riversa in rete, attraverso le più improbabili e curiose alienazioni mentali, ma non sono “le bufale della rete che generano il populismo”, secondo l’illuminante visione di Pitruzzella e sodali, ma l’impoverimento generalizzato che crea disaffezione e disillusione. In questo senso la rete non fa che amplificare questo malcontento. Peraltro, dovrebbero essere grati proprio a Internet i nostri politici, visto che in questi anni, lungi dall’essere vettore organizzativo, ha assunto al contrario il ruolo di metadone sociale dove annullare ogni forma di partecipazione o mobilitazione politica, in funzione del chiacchiericcio social perpetuo e onnicomprensivo. La rete depotenzia il populismo, se proprio vogliamo darle un ruolo in tal senso. Depotenzia cioè la possibilità di organizzare concretamente ciò che aleggia idealmente. Impedisce alla rassegnazione di tramutarsi in partecipazione. La rete è una forma di controllo, non di relazione. Ed è una forma di controllo perché la rete non è l’autogoverno dei cittadini connessi a Internet, ma un prodotto industriale generato e controllato da pochissime aziende-mondo. E’ un oligopolio iper-verticistico che non consente alcuna forma di orizzontalità. Quello che i cantori delle magnifiche sorti e progressive della rete scambiano per “orizzontalità” è piuttosto un’anarchia indotta delle forme e dei contenuti.

Ma c’è anche un altro motivo per combattere la logica censoria del potere. Se, come abbiamo visto seguendo i lavori di Dardot e Laval, l’ordoliberalismo si presenta come razionalità, anzi: come unica razionalità, l’obiettivo è proprio quello di confinare nell’irrazionalità tutte quelle forme della politica che contestano il liberismo stesso. “Se non la pensi come il capitalismo ordoliberale, vuol dire che non hai studiato”. E’ la tecnicizzazione delle questioni politiche, per cui queste non rispecchiano rapporti di forza sociali, ma costituiscono un terreno neutro e presuntamente scientifico, dove a (dover) prevalere sono le logiche razionali (del capitalismo, ovviamente). E’ un processo storico di vasta portata, che non si riduce alla diatriba sul controllo della rete, ma di cui fa parte anche questo ennesimo tentativo di espellere dal novero della politica ogni alternativa allo stato di cose presenti.

Fonte

Bufale e malainformazione. Il cane si morde la coda

Tutti i media mainstream, con l'immancabile Repubblica a guidarne le fila, si sono scagliati contro le ultime dichiarazioni-boutade di Grillo su una "giuria popolare" per controllare la veridicità delle notizie pubblicate – appunto – dai media.

Questo attacco durissimo è l'esempio perfetto dello stato di salute dell'informazione italiana, schiacciata tra spirito di corpo e funzione propagandistica del potere esistente.

Infatti, tralasciando per un momento la “qualità” della dichiarazione di Grillo, non si può certo estrapolarla dal contesto in cui è stata fatta, cioè una critica (e per questo presumibilmente più una provocazione che un'intenzione seria, anche se delle intenzioni del comico non si può mai essere sicuri) all'idea di Pitruzzella di una legge europea “anti-bufale”, che prevederebbe una sorta di “Ministero della Verità”, di un'agenzia che monitori il web e censuri le notizie non idonee.

La notizia si è così magicamente trasformata: non è più Grillo che reagisce (alla sua maniera, cioè totalmente confusionaria) a quello che potrebbe essere un attacco alla libertà di informazione, essendo evidentemente più che ambigua un'agenzia con il potere di decidere cosa è bufala e cosa no, ma sarebbe Grillo stesso a proporre una sorta di censura dell'informazione.

Questo episodio mostra chiaramente quale sia il cortocircuito informativo, e propone molte riflessioni su diversi punti caldi.

Primo punto, nessun giornale si è preoccupato del fatto che una task-force anti-bufala possa avere degli effetti deleteri per la libertà di informazione. Secondo punto, quando una persona fa notare con una provocazione questo problema, diventa lui il pericolo della libertà di informazione.

Perché questo? Una semplice reazione di difesa del corpo giornalistico, che si vede da una parte rubare il lavoro da giornali on-line più o meno attendibili, e dall'altra parte venire anche accusati dai "populisti cattivi" di fare malainformazione?

Ma la “bufala” è propriamente l'altra faccia della medaglia di una cattiva informazione: meno sono credibili i media “istituzionali” o mainstream, tanto più le persone saranno portate a cercare fonti di informazioni alternative, non sempre riuscendo a discernere fra quelle vere e quelle false.

Prima di lanciarsi in una crociata per la vittoria del vero contro il falso l'apparato giornalistico tutto dovrebbe cospargersi il capo di cenere. Infatti, come tra le altre cose ricorda il cattivissimo Grillo, l'Italia si trova ancora al 77mo posto nella classifica mondiale per la libertà di informazione: se durante il periodo berlusconiano questo misero piazzamento veniva infatti imputato all'enorme conflitto di interessi del Cavaliere e il suo totale controllo della televisione, oggi bisognerebbe interrogarsi più seriamente sul ruolo dei giornali e i loro inestricabili rapporti con la politica.

D'altra parte la malainformazione si può notare nelle notizie che ci vengono fornite ogni giorno e che sono in così netta contraddizione con quello che poi i lettori vivono sulla loro pelle: come quando i giornali riportano le entusiastiche stime del governo su crescita e occupazione, senza analizzarle né spiegarle; salvo, qualche giorno dopo, fornendone altre assai diverse ma più veritiere redatte da un altro istituto statistico e, anche qui, senza problematizzare minimamente il perché di questi dati diversi; quando censurano completamente scioperi e manifestazioni che pure tantissime persone vivono sulla loro pelle, per poi dare eccessivo risalto a ogni striscione appeso da questo o quel gruppuscolo neofascista; quando, nella copertura di drammatiche vicende come le guerre che ci circondano, prediligono la narrazione emotiva attingendo da fonti ampiamente inattendibili rispetto a una visione più ampia sulle cause del conflitto e, soprattutto, stando sempre bene attenti a omettere qualsivoglia responsabilità del nostro governo (o dei nostri alleati).

Spesso viene definito il ruolo del giornalismo come “cane da guardia del potere”, cioè come cane da guarda che controlla il potere. Interessante però che l'espressione possa avere anche il significato opposto: il cane da guardia di proprietà del potere.

Chi dovrebbe controllare chi, dunque? I media di oggi sono controllori del potere o per il potere? Cosa succede se il potere si erge a controllore dell'informazione?

Lo stato di salute dell'informazione riflette quello del funzionamento democratico, e ad oggi è terribilmente preoccupante, ma ancora più preoccupante è chi fa squillare le trombe a favore di una cura volta a restringere ulteriormente le libertà di espressione e partecipazione.

Fonte

31/12/2016

L’Italia chiede all’Europa di censurare la libertà di espressione su internet

ZeroHedge analizza freddamente il significato delle dichiarazioni del nostro capo dell’antitrust, Pitruzzella, in merito alle “fake news”. Come al solito, dietro una richiesta apparentemente ragionevole, si cela una verità inconfessabile. L’establishment vuole mettere in atto un “Ministero della Verità” orwelliano, una schiera di individui non eletti, ovviamente coordinati da Bruxelles, che non rispondono a nessuno delle loro azioni ma che possono decidere cosa è vero e cosa no. Chi controlla il presente controlla il passato, e chi controlla il passato controlla il futuro (Orwell, 1984).

di ZeroHedge, 30 dicembre 2016 – tradotto da Malachia Paperoga per http://vocidallestero.it/


I primi sono stati gli Stati Uniti, poi la Germania, che ha dato la colpa di quello che non funziona nella società alle “false notizie”, e non, per esempio, a una serie di terribili decisioni prese dai politici. Ora è il turno dell’Italia di chiedere di porre fine alle “false notizie”, cosa che di per sé potrebbe non essere preoccupante. Tuttavia, il modo in cui Giovanni Pitruzzella, capo dell’antitrust italiano, chiede all’Unione Europea di “agire” su quelle che sarebbero “notizie false”, consiste a dir poco in una repressione totale della libertà di espressione e darebbe ai governi la libertà di mettere a tacere qualsiasi fonte che non rispetti la propaganda dell’establishment.

In un’intervista al Financial Times, Pitruzzella ha detto che le regole sulle “false notizie” su internet sarebbero meglio gestite dallo stato piuttosto che dalle società dei social media come Facebook, un approccio già adottato in precedenza dalla Germania, che ha richiesto a Facebook di porre fine all’”hate speech” (discorso di odio, ndVdE) e ha minacciato di multare il social network fino a 500.000 euro per ogni “falso” post.

Pitruzzella, a capo dell’antitrust dal 2011, ha detto che “i paesi dell’UE dovrebbero istituire organismi indipendenti – coordinati da Bruxelles e modellati sul sistema delle agenzie antitrust – che potrebbero rapidamente etichettare le notizie false, rimuoverle dalla circolazione e infliggere ammende se necessario.”

In altre parole, una serie di burocrati non eletti, che non rendono conto a nessuno, si riunirebbero tra loro per decidere quali sono e quali non sono le “notizie false”, e poi – rullo di tamburi – “le rimuoverebbero dalla circolazione.” D’altra parte, considerando che una settimana fa Obama ha dato all’Europa il via libera ad ogni forma di censura e sospensione della libertà di parola, quando il Presidente uscente degli Stati Uniti ha votato la “Direttiva per contrastare la Disinformazione e la Propaganda“, nessuno dovrebbe sorprendersi che un’Europa improvvisamente imbaldanzita ricorra a tali misure agghiaccianti.

Così, con l’Europa sull’orlo di implementare una sfrenata censura, ecco lo specchietto per le allodole atto a giustificarla.

“La Post-verità in politica è uno dei motori del populismo ed è una delle minacce per le nostre democrazie” ha detto Pitruzzella al FT. “siamo giunti a un bivio: dobbiamo scegliere se lasciare internet com’è, il selvaggio west, o se ha bisogno di regole che tengano conto del modo in cui è cambiata la comunicazione. Penso che abbiamo bisogno di impostare tali regole e questo è il ruolo del settore pubblico”.

Traduzione: presto dipenderà da Bruxelles decidere quali contenuti Internet sono adatti al vasto pubblico europeo, perché, a meno che non intervenga un burocrate, le “notizie false” scateneranno sempre più populismo e non, per esempio, anni di riforme politiche fallite o di decisioni sbagliate della Banca Centrale.

In breve, è tutta colpa di internet se il sistema politico europeo è scosso da una reazione anti-establishment senza precedenti, che non ha nulla a che fare con, be’, con nient’altro.

Come nota il FT, la richiesta di Pitruzzella arriva in un contesto di crescenti preoccupazioni per l’impatto delle “false notizie” sulla politica nelle democrazie occidentali, compreso il voto sulla “Brexit” e le elezioni americane di quest’anno. In Germania, che nel 2017 va incontro alle elezioni parlamentari, il governo sta progettando una legge che imporrebbe multe fino a 500.000 euro sulle società dei social media per la diffusione di “notizie false”.

Gli alleati di Matteo Renzi, l’ex primo ministro, hanno anche sostenuto che le “false notizie” hanno contribuito alla sua sconfitta nel referendum di dicembre sulla riforma costituzionale, che ha portato alle sue dimissioni, anche se la sconfitta è arrivata con un margine di 20 punti percentuali. Almeno non hanno dato la colpa agli hacker russi... per ora.

Quindi, anche supponendo che limitare la libertà di espressione sia la risposta giusta, perché non imporre alle piattaforme l’auto-controllo?

Beh, secondo Pitruzzella sarebbe inopportuno affidare questo compito all’autoregolamentazione da parte dei social media. “Le piattaforme come Facebook hanno creato grandi vantaggi per il pubblico e i consumatori: stanno facendo la loro parte come operatori economici, adottando politiche che modificano i loro algoritmi per ridurre questo fenomeno”, ha detto. “Ma controllare le informazioni non è il compito delle compagnie private. Storicamente questo è il compito dei pubblici poteri. Essi devono garantire che le informazioni siano corrette. Non possiamo delegarlo completamente.”

Conosciamo almeno un italiano che sarebbe d’accordo (Benito Mussolini).

E proprio come “Lui”, Pitruzzella ha minimizzato le preoccupazioni sul fatto che la creazione di agenzie statali per monitorare le false notizie introdurrebbe una forma di censura, affermando che si potrebbe “continuare ad utilizzare un internet libero e aperto”... fino a quando tutti i membri dell’internet “aperto” sono d’accordo con quello che le agenzie decidono essere vero e indiscutibile. Ma secondo lui ci sarebbe un vantaggio, in quanto ci sarebbe una “terza parte” pubblica – indipendente dal governo – pronta ad “intervenire tempestivamente nel caso che venga leso l’interesse pubblico”.

Al momento, l’unico modo in cui le “notizie false” possono essere combattute – almeno in Italia – è attraverso il sistema giudiziario, che è notoriamente lento. “La rapidità è un elemento critico” ha detto Pitruzzella, quindi qual è la soluzione? Ma ovviamente un Ministero della verità.

Il Movimento di opposizione 5 Stelle è spesso etichettato come il principale facilitatore in Italia delle “false notizie”, attraverso il blog del suo fondatore, il comico Beppe Grillo, e una rete di altri siti web affiliati al partito. Ma Pitruzzella ha rifiutato di citarli come i principali colpevoli. “Non so se questo è vero, non vorrei criticare nessuno, nemmeno il Movimento 5 stelle. Ma credo che, se non ci sono regole, molti possono approfittarsene.”

Naturalmente, una volta che la libertà di espressione verrà sottoposta a censura, Pitruzzella non avrà nessun problema non solo a criticare chi non è d’accordo con lui, ma anche a chiudere prontamente i loro canali di espressione sulla rete.

*****

La storia politica del "neutrale" Pitruzzella si è tutta svolta all'ombra degli antichi potentati democristiani, tra cui spicca il ruolo di consulente giuridico per le giunte regionali siciliane di Cuffaro e Lombardo.

La scheda biografica più asettica rintracciabile è quella su Widipedia, ma non è difficile fare i collegamenti tra ruoli ricoperti e interessi "societari" difesi. Che a un personaggio simile – di cui non ricordiamo un solo intervento sulla materia assegnatagli, ovvero le concentrazioni di cartello tra imprese, contrarie alla concorrenza – sia attribuito un potere qualsiasi su questioni che riguardano la libertà di un paese, è di per sé preoccupante...

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