Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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15/04/2026

Che fine ha fatto il sogno americano?

In uno splendido pomeriggio soleggiato incontriamo Geoff Tate, una delle più grandi voci della storia dell'heavy metal. Con noi l'italiano Dario Parente, suo chitarrista. Il tutto in un'insolita location, un agriturismo nelle campagne umbre dove l'artista ha deciso negli ultimi tempi di trasferirsi.
Ne è nata una chiacchierata che è presto virata su argomenti impegnati tra politica e società, cari a Tate sin dai tempi della sua militanza nei Queensrÿche, una delle band più innovative e di successo della storia del metal.

*****

Geoff, grazie per la tua disponibilità. Sembra che tu abbia ormai un legame speciale con l’Italia: collabori con molti musicisti locali, incluso Dario, fin dal progetto Sweet Oblivion. Proprio pochi giorni fa hai annunciato un nuovo capitolo della saga di “Operation: Mindcrime”, in uscita il prossimo 3 maggio. Com’è iniziato tutto?

GT: Solo un’idea. Stavo riascoltando “Operation: Mindcrime 2”, perché non lo ascoltavo da molti anni, e… mi sono messo a pensare: chi è il Dr. X? Chi è quest’uomo? E poi sono tornato ad ascoltare “Operation: Mindcrime 1”. E di nuovo mi sono detto: “Chi è quest’uomo?”. Non lo so chi sia. È lì, è molto particolare, è un manipolatore, si muove nell’ombra e non si scopre mai davvero chi sia o cosa rappresenti. Ho iniziato a farmi domande come: “Chi è?”, “Come è arrivato dov’è?”, “Com’è possibile che abbia così tanto potere su Nicky e Mary?”, “Cosa lo muove?”
Ho cominciato a pensarci e poi a scrivere musica. Le canzoni hanno iniziato a prendere forma e ho coinvolto Kieran Robertson per scriverle insieme a me. Anche Alex Hart ha contribuito e poi Dario Parente è entrato nel progetto iniziando a suonare la chitarra. Durante i tour abbiamo continuato a scrivere e sviluppare il materiale. Ha una storia interessante perché lo abbiamo registrato in viaggio, nelle camere d’albergo e nei backstage dei locali, ovunque avessimo tempo e spazio. Una parte è stata registrata in un castello in Francia. Ho scritto cose in aereo con le cuffie e il laptop. Il disco ha già viaggiato molto nel suo percorso di creazione. È stato un lavoro in continua evoluzione durato circa sei anni.

Ti piace lavorare in questo modo, scrivere vari pezzi in diversi paesi?

GT: Sì. Beh, scrivi dove puoi. Una parte è stata registrata qui, tra l’altro, nella villa [la sua casa in Italia]. Quindi sì, è la vita del musicista: viaggi molto e devi lavorare quando puoi. Fortunatamente oggi la tecnologia ce lo permette.
In passato dovevamo scrivere tutto nella nostra testa per poi prenotare uno studio, entrare e registrare tutto – o parti di esso – poi aspettare, e aspettare, e rifarlo. Ora ci lavoriamo continuamente. Ci sei sempre sopra, sviluppando idee senza sosta. È un modo di lavorare completamente diverso, e mi piace molto.
Lo preferisco così. Non mi piace restare troppo a lungo nello stesso posto... potrebbero trovarmi! [ride]

In alcune interviste recenti hai detto che Mindcrime 3 è costruito dal punto di vista del Dr. X, all’interno della stessa linea temporale dei primi due album. Ma di quale periodo stiamo parlando esattamente?

GT: Ci sono stati circa 18 anni tra la prima e la seconda parte, e quasi 20 anni tra la seconda e oggi. Questa storia in realtà copre entrambe le linee temporali, perché è il punto di vista del Dr. X su ciò che accadeva durante i capitoli uno e due.

Quindi dopo decenni passati a vedere la storia attraverso gli occhi di Nikki, ora ti sei spostato su Dr. X. Hai anche detto che, essendo tu oggi più vicino alla sua ipotetica età, senti di comprendere meglio il suo punto di vista. Lo consideri ancora un villain? E lui come si vede, come un cattivo o come qualcuno sinceramente guidato da ideali?

GT: Esatto, questa è una domanda molto interessante. È un villain o sta semplicemente seguendo la sua idea, la sua musa, il suo destino? È difficile definirlo. È malvagio? E cos’è il male? Qual è la definizione? Nella sua mente, credo che si veda come un... diciamo, un uomo d’affari, qualcuno che porta avanti i propri affari.

Mindcrime ha sempre avuto forti tematiche politiche e sociali. Ricordo che in una vecchia intervista dicevi che il secondo capitolo era ispirato al fatto che George W. Bush fosse presidente degli Stati Uniti. Anche la situazione globale attuale ha influenzato questo nuovo capitolo?

GT: Probabilmente non in modo diretto. La situazione attuale negli Stati Uniti è forse un po’ più estrema rispetto ai primi anni 2000 e alla fine degli anni '80 quando uscì il primo Mindcrime. Ma, in sostanza, sono sempre le stesse persone al potere.
Ciò che mi ha sempre interessato è come funziona la manipolazione. Per esempio, per convincere le persone ad andare in guerra devi dare loro un motivo per credere che sia reale e che sia patriottico andare a combattere per il proprio paese. Ma gli Stati Uniti non sono davvero sotto minaccia da decenni, probabilmente dalla Seconda Guerra Mondiale. La maggior parte dei conflitti riguarda le risorse. Dove sta il petrolio? Ed ecco che andiamo lì. Le persone al potere hanno manipolato la popolazione facendole credere che sia patriottico combattere per il proprio paese, ma il tuo paese non è sotto attacco, non è nemmeno lontanamente in pericolo. Sono semplicemente persone molto ricche che vogliono che il resto di noi uccida, distrugga e muoia per ciò che loro ottengono in cambio. Quindi è manipolazione, e la gente ci crede. Mandano i giovani in guerra a morire. Per cosa? Perché i ricchi diventino ancora più ricchi e possano possedere più petrolio. Ma ci hanno convinti che sia la cosa giusta da fare.

Hai scritto di questi temi per decenni e risultano ancora incredibilmente attuali oggi. Penso a una canzone come “Surgical Strike”, che descriveva l’evoluzione della guerra già ben 40 anni fa. Mi fa pensare alla Guerra del Golfo e all’Afghanistan, ma suona ancora attualissima oggi. Amo il disco da cui è tratta, "Rage for Order", perché era davvero avanti rispetto al suo tempo. Molte delle cose che vediamo oggi erano già anticipate lì, basti pensare all’automazione della guerra tramite IA e droni, o alle tensioni recenti legate a Trump e aziende di IA come Anthropic. Qual è la tua prospettiva su questo?

GT: Beh, è diventato tutto molto più letale. La tecnologia è migliorata molto, abbiamo creato macchine che combattono al posto nostro, droni che sganciano bombe senza mettere a rischio vite umane. Quindi, in un certo senso è meglio... credo! [ride sarcasticamente] A patto che tu abbia la tecnologia. Se non ce l’hai, sei tu la vittima.
È affascinante, è uscito da poco un film davvero interessante, si chiama “Mountain Head”: parla di cinque miliardari che si ritrovano in un rifugio in montagna. Sono amici dai tempi dell’università e passano la settimana a confrontarsi e sfidarsi. Manipolano i cicli delle notizie per creare isteria di massa e poi investono in aziende che crescono proprio grazie a quella situazione. Ovviamente guadagnano da tutto questo ed è affascinante perché sta succedendo davvero adesso, in tempo reale!
Vedi le notizie e le immagini manipolate, sono talmente realistiche che è difficile distinguere il vero dal falso. È persino possibile vedere un video di una persona che parla e dice cose che non ha mai detto. In questo modo molte persone vengono convinte che stiano accadendo cose che in realtà non stanno accadendo. È molto, molto pericoloso, il terreno ci sta crollando sotto i piedi, siamo nelle sabbie mobili. L’unica cosa che sappiamo essere reale è che possiamo toccarci, ma qualsiasi immagine che vedi è stata manipolata in qualche modo. Lo facciamo anche noi sui nostri siti: ci facciamo sembrare un po’ meglio, un po’ più magri, un po’ più alti. È un mondo incredibile, ma molto difficile da navigare.

È interessante quello che dici, perché oggi viviamo in una società completamente diversa rispetto, ad esempio, al 2010, quando smartphone e social network si sono diffusi su larga scala. Siamo tutti costantemente connessi e sovraesposti, e in molti casi ci mettiamo volontariamente nelle mani – e negli occhi – del pubblico.
Stiamo iniziando a vedere giovani adulti cresciuti interamente in questo ambiente digitale, i cosiddetti “nativi digitali”. Io sono nato negli anni '80 e ho ancora ricordi forti di un passato più “analogico”, quando non avevamo nemmeno internet o i telefoni cellulari. Questo contrasto mi fa pensare alla nostalgia che percepisco ascoltando “I Will Remember”, soprattutto nel verso: “When knowledge was confined, and then we wonder how machines can steal each other’s dreams from points that are unseen”. Mi colpisce molto. Pensi che le nuove generazioni rischino di perdere quel legame con il passato e forse con una dimensione più naturale della vita?


GT: Sai, i miei figli ormai sono grandi, più o meno della tua età. Le cose che interessano loro, quello che fanno, sono molto diverse dai miei interessi e dalle mie esperienze. Per me è difficile relazionarmi con la loro generazione. Posso ancora farlo, ma... sono sempre online, 24 ore su 24, e si fanno influenzare molto da quello che gli altri pensano e dicono! Nella mia generazione questo contava quando eravamo molto giovani, ma crescendo contava sempre meno perché maturavamo e diventavamo più orientati al mondo reale, credo. Temo che i giovani possano non raggiungere mai quell’indipendenza, quella capacità di pensare liberamente. Mi preoccupa perché lo vedo già nei miei figli. E i miei nipoti – mio Dio! – sono completamente sommersi da tecnologia, telefoni e schermi. È un mondo diverso e non so come andrà a finire, ma spero per il meglio, che le persone rimangano connesse tra loro. Ci sono molte storie nei media su come le persone non siano più davvero connesse e non parlino più tra loro. Sempre meno conversazioni, solo messaggi su messaggi...

DP: È veramente strano. Sai, ero su Instagram e mi sono imbattuto in un tipo molto impegnato ad aiutare le persone sulla salute mentale. Il suo consiglio era di spegnere tutto per due o tre ore al giorno. È assurdo che siamo arrivati a questo punto.

GT: Oh sì, ne siamo dipendenti. Meteo, banca, indicazioni, è tutto lì dentro. È difficile staccarsi. Ho anche letto molto sugli effetti della pornografia sui ragazzi. Non hanno relazioni, guardano e imparano da quello, fanno sesso con loro stessi. A lungo termine cosa significherà per la crescita della popolazione?

Alla fine sono tutti problemi legati alla dipendenza da dopamina.

GT: Sì. Inoltre, spesso nella pornografia non c’è una vera connessione emotiva tra le persone, è un mero atto fisico di gratificazione quindi i ragazzi crescono pensando che sia normale e si perdono una parte enorme della connessione umana. Cosa farà questo alla psiche delle persone? Non lo so... io non sarò qui a vederlo! [ride]

È curioso pensare a quanto sia ancora attuale il tema di “Operation: Mindcrime” sulla manipolazione tramite droghe. Nel 1988 si parlava di eroina e uso distorto della religione. Oggi pornografia e social media possono essere considerati strumenti di manipolazione della nostra epoca?

GT: Assolutamente. La dopamina è la droga. Ti bombardi continuamente di piacere dopaminico, cerchi soddisfazione, pacificazione. Il telefono ti dà tutto ciò di cui hai bisogno. Potresti probabilmente scrivere un concept album sui telefoni, tipo: “Odio il mio telefono, amo il mio telefono!” [ride]

Una domanda sulla title track di “Empire”, brano che raffigurava un sogno americano distorto e metteva in luce disuguaglianze sociali e divisioni di classe. Pensi che sia ancora attuale oggi, considerando ciò che sta accadendo nelle società occidentali?

GT: Non è cambiato niente! L’America è uno studio affascinante perché hai tutte queste persone diverse che cercano di vivere insieme con un insieme di regole, e tutti cercano continuamente di cambiarle per andare avanti e diventare più ricchi. È una società molto orientata al denaro. Non abbiamo migliaia di anni di cultura come voi in Italia, per esempio, dove avete già attraversato tutto questo. La vostra cultura ha già fatto guerre, guerre civili, avuto re... dai Cesari fino alla Repubblica, avete già vissuto tutto. Noi abbiamo solo 250 anni, quindi siamo ancora come adolescenti con una brutta acne e strane acconciature.
Ci ritroviamo uno come Donald Trump che in qualche modo è stato eletto. Le persone gli hanno dato accesso ai codici nucleari, è una bomba ad orologeria. Lui dice: “Vedete tutte queste regole? Al diavolo! Faccio quello che voglio e poi corretemi dietro e denunciatemi pure!”. È un modo di pensare strano, ma questo tipo la fa sempre franca. Nessuno lo ferma. Il congresso dice “dovremmo fare qualcosa!”, ma nessuno fa niente e lui continua a fare quello che vuole. È – come disse un comico – un cavallo pazzo in un ospedale. Tutta questa storia dei dazi e tutto quello che sta cercando di fare... non può farlo! Non ha il potere! Sta solo parlando, parlando, parlando, facendo dichiarazioni, ma non sta davvero facendo nulla, sono solo slogan. E quell’attentato, quando è stato colpito all’orecchio? È palese che fosse costruito. Tutti ne parlano, è sui giornali. È stato coinvolto nei file Epstein centinaia di volte. Tutti dicono “bisognerebbe fare qualcosa!”. Però nessuno lo fa. Perché? Perché è costoso. Devi perseguirlo legalmente e questo ha costi enormi. Una persona normale non dirà “faccio causa a Donald Trump”. Servono milioni e milioni. E chi ha il tempo e l’energia mentre cerca di vivere la propria vita? Vuoi davvero sporcarti le mani con una situazione del genere? Perché si sporcheranno davvero, c'è gente che è stata minacciata dalla sua amministrazione.
È tutto molto affascinante da osservare... da lontano [ride]

Parlando di questo mi è tornata in mente una canzone di “Promised Land”, “My Global Mind”. Il testo mostra un paradosso potente: più informazioni riceviamo sul mondo, più possiamo sentirci impotenti davanti ai problemi globali.
A volte è un peso troppo grande per una singola persona e la conseguenza è che si diventa emotivamente insensibili, normalizzando la negatività.


GT: Sì, capisco cosa intendi. Ti desensibilizzi al caos. Quella canzone è stata scritta circa 30 anni fa, ma oggi è ancora più intensa e invasiva. All’epoca i media erano la TV: bastava premere un bottone e, boom, eri in Israele, Afghanistan, Italia... ora è tutto nel telefono.
Mi viene in mente una cosa parlando di IA. Quando Israele e Stati Uniti hanno attaccato l’Iran e l’Iran ha risposto lanciando migliaia di missili, mostravano edifici che crollavano a Dubai, strade distrutte... poi vedi persone online che dicono: “Eccomi sulla spiaggia a Dubai, vedete che non sta succedendo nulla?”. Camminano per strada, prendono un caffè. È folle, no? Chi lo fa? Non può essere solo uno nel seminterrato di casa. Deve essere uno sforzo coordinato di team di PR o media, e ormai ogni azienda li ha.

DP: Sono rimasto molto colpito ieri perché ho fatto un post su Phil Campbell dei Motörhead. L’ho incontrato due volte ai festival con Geoff ed è sempre stato gentilissimo con me. Sono rimasto impressionato dall’IA perché nel post ho scritto che l’avevo incontrato due volte e che entrambe le volte aveva commentato il mio modo di vestire italiano. Poi per curiosità ho cliccato su una funzione dell’IA che chiedeva "qual'è la battuta sullo stile di Dario?". L’IA ha ricostruito perfettamente il mio pensiero, dicendo che probabilmente ero nel backstage di un concerto, con tutti vestiti in modo rock, con magliette e borchie, mentre io ero vestito in modo più elegante. Era esattamente quello che volevo dire. Sono rimasto scioccato, ho detto a mia moglie “è la fine del mondo!”.

GT: Le persone stanno già usando l’IA per scrivere musica. Puoi chiedere una progressione di accordi e ottenere subito qualcosa di accattivante. Ma poi chi la possiede? Puoi ancora metterci il copyright? La musica sta diventando gratuita? Tutto sta cambiando.

Ho visto che avete annunciato un tour nel Regno Unito, ci sono possibilità di rivedervi presto anche in Italia?

DP: Non lo sappiamo ancora per l’Italia, ma sicuramente faremo anche alcune date qui.

Spero davvero che accada presto. Ho visto alcuni dei vostri ultimi concerti del 2025 su YouTube: la band è stata ottima e la tua voce, Geoff, sembra più in forma che mai, addirittura migliorata. Non sto facendo il ruffiano, lo penso davvero. Qual è il tuo segreto?

GT: Beh, anni fa ho fatto un patto con un certo Satana...

Quindi era vero quello che si diceva sull’umlaut nel nome Queensrÿche!

GT: [ride] No, non lo so... lavoro molto duramente per mantenermi in forma. Io e Dario ci alleniamo molto. Beh, abbiamo un brutto vizio, ci piace bere, quindi dobbiamo compensare con attenzione alla dieta e all’allenamento così possiamo continuare a bere [ride]
Una vita senza bere non è davvero vita, soprattutto in tour. La vita è buon cibo, buone bevande, buoni amici, buone relazioni, è questo il senso di tutto. E una giornata di sole come questa in Umbria!

(12 aprile 2026)

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27/03/2026

Meta e Alphabet generano dipendenza dai social, cause milionarie

Per la prima volta nella storia un tribunale riconosce i social network come pericolo per la salute e considera le aziende tech come responsabili dei danni causati dai loro algoritmi che inducono gli utenti al doom scrolling e all’engagement continuo sulle varie piattaforme.

Infatti, un tribunale di Los Angeles ha condannato Meta e Google a pagare un risarcimento totale di 3 milioni di dollari ad una ragazza di vent’anni che faceva un assiduo uso dei social da quando ne aveva sei.

La giovane, Kaley G.M, aveva citato in giudizio le due big tech in quanto gli algoritmi di raccomandazione dei contenuti di Instagram e YouTube, progettati scientificamente per massimizzare il quantitativo di tempo che l’utente passa sull’app, l’avevano resa dipendente dalle piattaforme causandole ansia e depressione croniche (ovviamente certificate da diversi medici e psicologi).

Meta e Google, quindi, sono state giudicate colpevoli di negligenza per aver gestito delle piattaforme che causano danni a bambini ed adolescenti e per non aver messo in guardia sui pericoli legati alle dipendenze dai social.

Questa sentenza storica crea un precedente e, probabilmente, sarà la prima di una lunga serie di azioni legali che andranno a colpire i giganti dei social, visto il numero enorme di giovanissimi che sono dipendenti dalle varie piattaforme. I risarcimenti da pagare potrebbero diventare ingenti, con qualche problemino contabile per i proprietari delle due piattaforme…

Viene così smascherato definitivamente un modello di sviluppo di internet e delle reti sociali incentrato sull’imprigionare l’utente, garantendogli un flusso continuo di soddisfazioni a breve termine, in modo da mantenerlo sempre collegato alle varie app e, quindi, poter registrare e studiare ogni sua azione e interesse.

Tutto ciò, ovviamente, è finalizzato alla profilazione capillare degli utenti allo scopo di vendere i loro dati per bersagliarli di pubblicità mirate.

Ora finalmente, per la prima volta, si costringono le big tech a rendere conto del loro modello di business che ha danneggiato le vite di moltissimi ragazzi e ragazze cresciuti negli ultimi 20 anni.

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09/11/2025

YouTube cancella centinaia di video dei crimini di guerra israeliani

La rivista online The Intercept ha diffuso i risultati di un’indagine, lo scorso 5 novembre, dalla quale è emerso che la piattaforma YouTube avrebbe cancellato oltre 700 video di tre organizzazioni palestinesi (Al-Haq, Al Mezan Center for Human Rights e il Palestinian Centre for Human Rights) che attestavano violazioni dei diritti umani perpetrate da Israele.

L’operazione di cancellazione è partita a inizio ottobre, prendendo di mira anni di archivi che contenevano filmati su demolizioni di case, uccisioni di civili e testimonianze di torture, tra le altre cose, raccolti sia nella Striscia di Gaza sia in Cisgiordania. Tra i video eliminati ci sono anche quelli riguardanti le indagini sull’omicidio della giornalista Shireen Abu Akleh.

Questa scelta è stata giustificata con l’ottemperanza alle sanzioni imposte alla Corte Penale Internazionale (CPI) da parte della presidenza Trump, per la precisione nel rispetto delle “leggi sul commercio e sulle esportazioni”. Le tre organizzazioni palestinesi, infatti, collaborano con la Corte sui crimini commessi dalle autorità israeliane nei confronti dei palestinesi.

I commenti da chi si batte per assicurare la giustizia contro queste violazioni sono stati ovviamente molto duri. “È davvero difficile immaginare un’argomentazione seria secondo cui la condivisione di informazioni provenienti da queste organizzazioni palestinesi per i diritti umani violerebbe in qualche modo le sanzioni”, ha affermato Sarah Leah Whitson di Democracy for the Arab World Now.

Il portavoce di Al-Haq ha dichiarato tramite una nota: “le sanzioni statunitensi vengono utilizzate per paralizzare il lavoro di accertamento delle responsabilità in Palestina e mettere a tacere le voci e le vittime palestinesi, e questo ha un effetto a catena su tali piattaforme che agiscono a loro volta in base a tali misure per mettere ulteriormente a tacere le voci palestinesi”.

Non c’è stato nessun avvertimento precedente alla cancellazione, e dunque il timore è che ora questa censura si allarghi ulteriormente e senza preavviso, in maniera arbitraria. Anche Mailchimp, servizio di mailing list, ha cancellato l’account del gruppo Al-Haq a settembre.

Del resto, è lo stesso The Intercept ad aver sottolineato come il materiale palestinese sia stato preso di mira sistematicamente dalla piattaforma online, mentre rimane intatta la propaganda sionista. Sono anche molti altri i casi che in passato hanno visto una persecuzione dei profili e del lavoro di coloro che si battono per i diritti dei palestinesi.

Anche il recente caso del cofondatore di Wikipedia, Jimmy Wales, che è intervenuto chiedendo che la voce riguarda il genocidio a Gaza fosse rivista per riflettere un “approccio neutrale”, mettono in allarme rispetto a uno scenario in cui è diventato impossibile, persino su internet, denunciare i crimini israeliani.

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16/08/2025

Frontiere dello sfruttamento: il “content creator”

Il content creator che tipo di lavoro è? È un lavoro?

Bisogna forse iniziare a interrogarsi soprattutto se sia una nuova tipologia di lavoro o se sia una variante di qualcosa di molto vecchio.

È ovviamente nuovo relativamente alle tecnologie che utilizza, alle modalità in cui si presenta e in cui viene fruito, ecc. Tutto ciò prima di internet, della tecnologia diffusa e a buon mercato e via dicendo non sarebbe certo stato possibile.

Tuttavia, posto tutto ciò, nelle forme astratte di realizzazione, è nuovo? Ni, nel senso che è una nuova e più sofisticata forma di sfruttamento del lavoro.

Innanzitutto, ovviamente, costa del tempo: bisogna imbastire delle sceneggiature, girare, editare, postare, promuovere, ecc. L’ingenuo senso comune è: “lo faccio nel tempo libero”…

Se tuttavia questa diventa l’attività che permette di portare la pagnotta a casa, l’illusione si dissipa immediatamente. Quanto “costa” questo “tempo libero”? Per rispondere bisogna chiedersi: quanto e come si guadagna?

Si guadagna dalla percentuale che le varie piattaforme concedono, dalle eventuali sottoscrizioni, dalle sponsorizzazioni. C’è un guadagno minimo garantito? Ovviamente no, tutto il rischio è a carico del content creator. Questo guadagno copre di per sé spese previdenziali, sanitarie, ecc.? Ovviamente no, si tratta di microimprenditoria individuale.

Se si vanno a fare questi conti, temo che in sostanza sia un lavoro a bassa remunerazione, senza oneri per il *vero datore di lavoro*, con tutti i rischi a carico del creator. È un cottimo senza garanzia di pagamento.

Sempre esclusi i pochissimi fortunati dal grandissimo successo, chi si arricchisce veramente? Chi è il vero datore di lavoro? Ovviamente le *piattaforme*. Eccoci arrivati al dunque.

Se le piattaforme dovessero pagare loro i content creator per riempire capillarmente tutti gli spazi con l’oceanica offerta di contenuti esistente, dovrebbero assumere milioni (o forse miliardi) di persone. Esiste una soluzione molto più profittevole. Trasformare in propri “dipendenti” milioni di privati senza pagarli, anzi facendo pure pensar loro di essere liberi imprenditori. È un po’ lo stesso meccanismo delle partite iva ma più sofisticato.

Milioni di persone che pensano di lavorare per sé, lavorano per la piattaforma che dà loro le briciole per un’attività che se esse gestissero in proprio costerebbe milioni di volte di più. Oltre al costo effettivo, le piattaforme non hanno alcun vincolo contrattuale di qualsiasi natura e addirittura scaricano la responsabilità penale e civile dei contenuti sui “liberi” creatori.

Il costo di produzione del contenuto è tutto sulle spalle del creator, il rischio di fallimento pure. Potrebbe quasi sembrare una riedizione dell’industria a domicilio, ma in realtà è ancora peggio, perché in quel caso c’è la commessa; qui invece si va a offrire il prodotto già realizzato sperando che piaccia. E il giudizio non è dell’impresa stessa, ma del consenso che il contenuto riesce ad avere sul web. Così essa scarica anche la responsabilità editoriale, il quality check e chi più ne ha più ne metta.

Ma questa è imprenditoria e libero mercato, qualche ingenuo potrebbe commentare. Ovviamente no, perché il “mercato” è la piattaforma, vale a dire un’impresa senza la quale il creator non esisterebbe.

Insomma, questi presunti “imprenditori” lavorano per la piattaforme, non sono affatto liberi e la piattaforma ovviamente li può censurare, scaricare, ecc. a proprio insindacabile arbitrio. L’infrastruttura della loro “libertà” è di qualcuno.

I pochi che hanno successo servono ovviamente come specchietto per le allodole per i milioni che invece successo non ce l’hanno. È un po’ lo stesso meccanismo dei giochi a quiz per concorrenti di cultura media o dei talent show, dove il contenuto del programma lo fanno dei felici dipendenti non pagati col miraggio di vincere o diventare famosi.

Se il meccanismo con cui nasce e in cui molti ancora lo percepiscono è quello dello “arrotondare” lo stipendio, la realtà è che è un lavoro vero e proprio, sfruttato e sottopagato (per chi posta occasionalmente ovviamente la prospettiva di guadagno nemmeno è preventivata).

L’accesso è apparentemente gratis: basta un cellulare e una connessione, cose che ormai ha anche il più miserabile dei pezzenti. Si va a pescare nell’amplissima sacca della disoccupazione e della “inattività” o “inoccupazione”; dunque ci si autoimpiega nella maniera più semplice e immediata. Si riesce a guadagnare qualcosa.

Se già così è un lavoro sfruttato, non appena diventa il proprio lavoro, siamo in tutto e per tutto nel classico meccanismo di sfruttamento capitalistico, mascherato di tecnologia e libertà.

È la nuova frontiera del lavoro salariato: lavorare gratis (intanto lavorare, poi speriamo che ci paghino)!

Fonte

13/07/2025

Il sociale scisso dal reale

di Gioacchino Toni

Nicholas Carr, Superbloom. Le tecnologie di connessione ci separano?, traduzione di Francesco Peri, Raffaello Cortina Editore, Milano 2025, pp. 378, € 24,00

Passando in rassegna la storia dei principali mezzi di comunicazione, Nicholas Carr ne mette in luce la funzione politica, il loro agire sulla società e sugli individui incentrando la sua analisi su come, superato un certo livello, la comunicazione attuata attraverso di essi tenda ad alimentare conflittualità piuttosto che dispensare armonia.

L’avvento del telegrafo, che aveva un suo precedente nel sistema postale, è stato salutato come una rivoluzione, ma ad essere realmente tale è stata piuttosto la comparsa della radio con il suo offrire a un pubblico disperso geograficamente la possibilità di captare quanto trasmesso dall’emittente nello stesso momento e azzerando il tempo di latenza.

Se a lungo la comunicazione si è data attraverso una pluralità di mezzi distinti, la convergenza permessa dalle nuove tecnologie non ha soltanto spazzato via la settorializzazione normativa e comunicativa, ma anche

ogni discrimine tra le diverse forme di informazione (diverse rispetto alla forma, al registro, al senso, al valore posizionale): una varietà che la vecchia architettura epistemica invalsa nel mondo analogico tendeva a conservare, anzi, accentuava addirittura. I contenuti subiscono un collasso gravitazionale: convergono, tendono all’indistinzione, come attesta peraltro lo stesso utilizzo di un termine generico e vago come “contenuto” (p. 87).

Se in un primo tempo l’universo online resta ancora legato a metafore rinvianti ai mezzi di comunicazione fisici tradizionali (pagina, dominio, sito...), con il nuovo millennio le cose cambiano, tanto che le nuove metafore insistono sull’immaginario della fluidità (erogazione, ciclo, flusso, scorrimento...). «Non c’è nulla che dura, sembrano dire. L’interesse è effimero per definizione» (p. 88). Non a caso, l’architettura del News Feed – la selezione algoritmica delle notizie veicolata tramite social – è fondata su una logica algoritmica che seleziona le informazioni in base alla probabilità che hanno di catturare e trattenere l’attenzione degli utenti. «A ogni contenuto è assegnato lo stesso peso semantico, cioè nessun peso. Ciascun elemento è inquadrato dallo stesso contesto semantico, cioè da nessun contesto» (p. 89).

Per il sistema News Feed l’ordine di importanza tra la notizia di un genocidio in atto e una lite all’interno di una coppia di personaggi noti è dato dalla possibilità che hanno queste notizie di catturare l’attenzione dell’utente trattenendolo il più a lungo possibile1. A decidere cosa sia o debba essere di “pubblico interesse” sono i grandi network commerciali che guardano al pubblico non come cittadini ma come clienti.

Nell’ambito dei sistemi di comunicazione, la posta elettronica si è rivelata un fenomeno transizionale, afferma Carr, un raccordo tra la comunicazione analogica e quella digitale. Ben presto, soprattutto tra i più giovani, si è guardato a programmi di messaggistica più spicci e meno formali, incuranti della punteggiatura, disseminati di acronimi e di puntini di sospensione utilizzati per simulare l’informalità della comunicazione verbale tra amici ecc.

Grazie soprattutto ai più giovani, in apertura di millennio la messaggistica da computer è stata soppiantata dagli SMS. Il nuovo stile linguistico introdotto dai messaggini, sostiene Carr, non deriva da ragioni di spazio ma di tempo. È la ricerca dell’efficienza espressiva a creare il nuovo linguaggio e si può dire che la diffusione dello smartphone a partire dagli anni Dieci del nuovo millennio «ha ulteriormente accelerato l’evoluzione simbiotica delle tecnologie, dei linguaggi e del business» (p. 127).

Gli emoij hanno sostituito le emoticon e le app hanno introdotto intuitive funzionalità che permettono di inserire senza “perdere tempo” immagini e video. Con Internet, l’efficienza comunicativa non è più soltanto un obiettivo di ordine tecnologico, ma diviene un «obiettivo sociale» anche quando si tratta di un messaggio intimo.

Agli occhi delle nuove generazioni cresciute comunicando con un linguaggio stringato, la posta elettronica appare non solo un sistema obsoleto ma persino ansiogeno perché presuppone un momentaneo distacco dal flusso comunicativo in cui gli individui si sentono immersi e da cui faticano a sottrarsi. La sintassi, la ricercatezza lessicale e gli stili specifici necessari alla corrispondenza scritta hanno lasciato il posto ad una comunicazione a flusso costante, non meditata né filtrata in quanto l’efficacia comunicativa sembra ormai misurarsi esclusivamente in termini di tempo.

I contenuti hanno subito un collasso gravitazionale, scrive Carr, «ogni cosa si è appiattita sul comune denominatore dello smartphone, anche il discrimine tra comunicazione privata e comunicazione pubblica ha finito per cancellarsi. Lo stile compatto, informale, spesso anche crudo dei messaggini è diventato il paradigma di riferimento del discorso che circola sui social. […] Lo spirito dei messaggini ha permeato la sfera pubblica» (p. 131).

Se tale tipo di comunicazione è necessario per non soccombere al flusso ininterrotto entro cui si gravita, il prezzo da pagare, scrive l’autore, «è la rinuncia alla profondità ed al rigore. Quando il linguaggio è costantemente rivolto all’esterno smette di essere uno strumento per riordinare i pensieri, per ragionare in modo autonomo, e si riduce a un sistema di reazione al pensiero altrui» (p. 132). Dunque si procede per giudizi immediati dettati soprattutto dall’emotività, non essendoci tempo (né desiderio) di meditare e rispondere in maniera più ponderata ed argomentata. Se il pensiero rapido/emotivo rappresenta il lubrificante per la macchina delle reti di comunicazione, quello lento/ponderato ne rappresenta l’attrito, dunque deve essere evitato.

Per quanto si tenda a credere che l’incremento della condivisione comporti una maggiore cordialità tra gli esseri umani, diversi studi dimostrano che non è proprio così. Si tende a cercare rifugio in una bolla omogenea che non contraddice i convincimenti che già si hanno, una bolla composta da soggetti che superficialmente si apprezzano, ma più questi si conoscono davvero più aumenta il rischio di veder svanire l’apprezzamento.

La spinta a cercare informazioni sui social a proposito di un individuo appena conosciuto suggerisce la tendenza a interpretare le persone «come assemblaggi di tratti caratteriali, come configurazione di dati» (p. 141). Se in un contesto in cui si valorizzano le misure quantitative del prestigio social a risultare maggiormente attrattivi tendono ad essere coloro che comunicano senza interruzione mettendo in vetrina la vita privata e le opinioni, non di rado la quantità di informazioni possono però comportare l’effetto opposto. «Trasformandoci tutti in personalità mediatiche, i social media hanno fatto di noi dei rivali a tutto campo» (p. 143).

Secondo alcuni studi riportati da Carr, negli ambienti in cui non si è tenuti a incrociare e mantenere lo sguardo, come i social, è più difficile che si crei empatia e quando la frequentazione di questi ambienti tende a divenire sostitutiva delle relazioni interpersonali in presenza ecco che la possibilità di strutturare relazioni empatiche tende a scemare. Non è un caso che i più assidui frequentatori dei social siano anche quelli che hanno maggiori difficoltà a confrontarsi con le emozioni umane, comprese le proprie.

«Le tecnologie di comunicazione sono strumenti di penetrazione sociale. Ce ne serviamo per rivelarci e per sondare il Sé altrui […] I social sono tutti spada e niente scudo» (p. 149) La rete è stata osannata sin dalla sua comparsa come un modello di trasparenza ma, sottolinea Carr, nei rapporti sociali e in quelli interpersonali occorre anche una dose di opacità, altrimenti si pongono le basi per la discordia.

Se i social media non mancano di dispensare effetti benefici sugli utenti, la psiche umana pare però essere inadeguata al nuovo ambiente mediatico.

A mano a mano che le connessioni si moltiplicano e i messaggi proliferano, la nostra capacità relazionale, sempre più distribuita, si va rarefacendo. La diffidenza dilaga. Le antipatie si aggravano. È la tragedia dei beni comunicativi. Quando al comunicazione è troppa, le valenze si rovesciano, finendo per erodere quelle stesse qualità sociali e personali che proprio grazie alla comunicazione cercavano di promuovere (p. 151).

I contenuti collassano nel flusso indifferenziato e, dismesso il ruolo di vettori, le tecnologie mediatiche assumono quello curatoriale, editoriale, automatizzando i giudizi sulla pertinenza e sulla qualità delle informazioni. In un tale contesto gli utenti, ottimizzando la loro comunicazione, si fanno snodi telematici, ricetrasmittenti di messaggi ad alta velocità, mentre i social che incentivano l’autoespressione sembrano indurre all’ostilità e all’isolamento.

Nonostante, soprattutto ai suoi esordi, si sia voluto celebrare Internet per aver liberato la diffusione dei contenuti dalle scelte di un numero ristretto di individui (redazioni, editori e sponsor dei media tradizionali), nei fatti a muovere i flussi importanti di informazioni nella rete non è certo una comunità orizzontale. Con l’avvento del News Feed, a occuparsi della valutazione, del filtraggio e della diffusione dei contenuti sono gli «algoritmi informatici, tenuti da soggetti economici privati e centralisti nell’impianto» (p. 165).

Secondo Carr, nel contesto attuale della rete, gli utenti sono tenuti: ad operare come creatori e rifornitori a getto continuo di contenuti capaci di massimizzare il coinvolgimento di altri utenti; ad operare come ripetitori ed amplificatori dei messaggi; a svolgere il ruolo di fruitori finali del meccanismo a cui vengono somministrati materiali in linea con i gusti e i preconcetti posseduti.

Ricerche pubblicate da «Science» nel 2018 mostrano come su Twitter le informazioni erronee o fuorvianti vantino il 70% di possibilità in più di essere riproposte dagli utenti rispetto a quelle fattualmente corrette, soprattutto nel caso di notizie politiche. Le notizie false tendono a propagarsi più facilmente e più velocemente di quelle vere. «Lungi dal promuovere il pluralismo, paradossalmente, la democratizzazione dei media ha creato un ecosistema informativo favorevole ai movimenti autoritari e al culto della personalità. Un leader populista forte assurge a totem di un’identità di gruppo, diventa un meme umano la cui immagine e le cui parole si possono condividere per mezzo dei social» (p. 187).

Gli algoritmi non fabbricano dal nulla la polarizzazione identitaria, ma amplificano tendenze già presenti tra gli utenti. Se la polarizzazione non è un fenomeno nuovo nato con la rete, quest’ultima, sostiene Carr, propone però un’inedita piazza virtuale in cui gli individui sembrano perdere ogni inibizione ed ogni controllo manifestando anche gli aspetti più brutali che covano nel profondo scatenandoli su di un qualche nemico.

Tra i dirigenti e gli architetti dei grandi social network che hanno manifestato pentimenti (tardivi e comunque non di rado a conto in banca sistemato) circa il loro operato, c’è chi ha ammesso esplicitamente che l’unico scopo delle piattaforme è quello «di consumare tutto il tempo e tutta l’attenzione consapevole che si potevano estrarre dall’utente» (p. 188). Nei nostalgici dell’Internet dei pionieri Carr coglie il vecchio mito della frontiera tanto caro agli statunitensi.

Ci era stato concesso un territorio vergine, uno spazio dalle possibilità pure, e noi ce lo siamo lasciato soffiare dall’avidità dei latifondisti […] Ma Internet non è mai stata un territorio vergine […] Le reti telematiche esistono per massimizzare la velocità di trasferimento ed elaborazione dei dati, per abbreviare al massimo lo scarto tra l’input e l’output […] Più ci sforziamo di accelerare le nostre capacità di elaborazione e l’efficienza delle nostre risposte decisionali, meno ponderati e razionali diventiamo. Prevalgono invece l’impulsività e i meccanismi affettivi, che paradossalmente nuocciono alla qualità dei processi decisionali. Una volta innestati su reti informatiche, il pensiero e l’espressione si trasformano in beni virtuali, ottimizzati in vista di uno scambio il più possibile rapido. Internet […] ha sempre fatto, né più né meno, le cose per cui è stata inventata. È risuscita a realizzare davvero il nostro sogno di una comunicazione perfetta: efficiente, immersiva, scevra di vincoli e limiti. Solo che al tempo stesso ha smascherato la natura illusoria di quel sogno (p. 191).

Da questo punto di vista il lockdown attuato nel corso della recente pandemia non deve essere visto come momento di svolta ma come momento di rivelazione del livello di adattamento ai media digitali raggiunto. Se ad inizio millennio ancora si parlava di “collegarsi”, “andare su Internet”, come se si trattasse di un luogo a parte rispetto alla quotidianità materiale, improvvisamente ci si è resi conto di essere sempre online, con i social che mantengono gli utenti in uno stato di attesa permanete.

Prima del News Feed le reti sociali online rispecchiavano gli schemi di socializzazione tradizionale: occupavano un luogo, un sito ben preciso, in cui occorreva trasferirsi per far visita a qualcuno o qualcosa. Gli aggiornamenti rispettavano un ordine cronologico così come i pensieri e le esperienze facevano tradizionalmente.

L’avvento del feed ha sostituito alla vecchia struttura del mondo sociale la logica del computer. Ha cancellato le suddivisioni, sconvolto le sequenze, strappato le interazioni sociali ai loro vincoli spaziotemporali per ricollocarle in un ambiente senza attrito fatto di istantaneità e simultaneità. Socializzare all’interno di questa nuova sfera è un’attività nuova, sganciata dagli schemi familiari, dai modelli umani che consociamo: le sue vibrazioni caotiche sono intonate ai ritmi di un altro mondo, quello del calcolo algoritmico. Il sociale ha finito per scindersi dal reale. […] La digitalizzazione ha il potere di agire come un solvente universale: smaterializza tutto ciò che, in una civiltà, era tangibile (pp. 205-206).

Nel corso degli anni Dieci del nuovo millennio i più giovani si sono allontanati dalle vecchie piattaforme social aperte e, quasi a volersi sottrarre dal mostrarsi ad un pubblico indistinto, sono andati alla ricerca di social più intimi e riservati, preferendo «incarnare personaggi diversi su scene diverse per pubblici diversi» (p. 209), come del resto gli esseri umani hanno sempre fatto nel grande teatro che è il mondo. Il proliferare di piattaforme specializzate consente di riacquistare un maggior controllo sulla visibilità.

Se i media tradizionali imponevano una programmazione che raggiungeva i sensi degli utenti dall’esterno, i media contemporanei, come ha colto Jean Baudrillard (Le crime parfait, 1995), lavorano dall’interno.

Questo trasferimento de Sé, trapiantato dai corpi fisici ai sistemi di comunicazione, non si è verificato all’improvviso. È un processo in corso da tempo, anche se prima non ce ne accorgevamo. Quando abbiamo adattato i nostri stili di vita alle esigenze del moderno Stato burocratico, ai meccanismi di società strutturate come reti intessute con i fili di informazioni ultratrasformate, ci siamo abituati anche a esprimere il nostro essere e a vederci riflessi in documenti e fotografie, registrazioni audio e film, incartamenti e registri (p. 211).

Con l’avvento dei social media e dello smartphone l’inscrizione del Sé cessa di assumere una forma materiale; si assiste alla separazione dell’essere dal corpo, all’inscrizione dell’individuo sullo schermo in tempo reale che così da consentirgli di reimmaginarsi come flusso di testi e immagini.

Quando il Sé collassa, confondendosi con i contenuti, si viene anche restringendo per prendere la forma del medium che funge da vettore. Al pari di tutti gli altri contenuti insieme ai quali viaggia e con i quali si trova in competizione, deve risultare riconoscibile e decifrabile a prima vista. Deve comportarsi come un meme […] Nel mondo virtuale l’identità funge da contenitore del Sé, e perciò da surrogato del corpo. E come il corpo faceva un tempo in altri ambiti, fornisce i mezzi necessari per entrare a far parte di una società, per innestare l’“Io” su un “Noi”. Sennonché l’identità, a differenza del corpo, sottintende un processo di affiliazione esplicita (per autocategorizzazione): cosa ben diversa dai vecchi accumuli di comprensioni simpatetiche dai confini sempre un po’ labili e indefiniti. Le frequentazioni che l’identità produce sono una compagnia esclusiva, non inclusiva (pp. 213-214).

Stando ai dati relativi alla generazione cresciuta disponendo di Internet, si ha la l’impressione che quanti sono stati socializzati e informati sin dall’infanzia principalmente in rete vivano da reclusi, cioè tendano a preferire i rapporti sui social piuttosto che di persona abbandonando quell’impazienza di uscire di casa tipica dei giovani. Numerosi studi rivelano come molti statunitensi passino una parte sempre più consistente della loro gioventù in condizioni di isolamento sociale, con tutte le ricadute che ciò comporterà sulla loro vita adulta. Stando ai dati forniti da alcune agenzie del governo statunitense, tra il 2010 ed i 2019, il tempo medio dedicato alla socializzazione da parte dei giovani statunitensi tra i 15 e i 20 anni si è praticamente dimezzato e tutto ciò si è dato lungo il decennio che ha preceduto il lockdown.

«Più tempo dedichiamo alle tecnologie di connessione, più ci sentiamo disconnessi» (p. 216). Circa l’impatto che la prolungata frequentazione dei social comporta sulla personalità e sulle salute degli individui esistono opinioni molto differenziate che spaziano dai mini effetti agli esisti disastrosi, ma, scrive Carr, stando ai dati a disposizione, è difficile negare il ruolo dei social media nell’incrementare la depressione e l’ansia nei giovani.

Insomma, quando si è iniziato a parlare di Metaverso come di una rivoluzione in procinto di avvenire, in realtà si viveva già in esso. Quello che si stava andando ad aprire era piuttosto il mondo dell’intelligenza artificiale. Nell’universo della comunicazione, un momento di transizione importante si ha con il passaggio da una fase in cui le macchine avevano un ruolo di trasporto dei contenuti ad una in cui le piattaforme social sono state sottoposte al controllo algoritmico così da sostituire gli umani in mansioni redazionali, curatoriali e di selezione dei contenuti da trasmettere a ciascun pubblico. Ora, le macchine di intelligenza artificiale generativa producono contenuti in proprio e stabiliscono a chi debbono essere erogati.

Se il medium televisivo ha saputo appagare «l’istinto di ricerca» inondando i salotti di casa di stimoli audiovisivi, questo lasciava ancora la possibilità di alzarsi dal divano e staccarsi da esso. «Solo la rete è riuscita a risucchiarci nella simulazione, a fare di noi stessi un aspetto dello show. Con l’avvento dei social siamo diventati comprimari attivi del meccanismo produttivo dei media, smettendo i panni dei meri osservatori. Quindi è arrivato lo smartphone che ci ha intimato di non uscire mai dalla simulazione» (p. 273).

Paragonato al mondo virtuale, quello reale appare ora lento, noioso e, paradossalmente, privo di vita. Il flusso travolgente di stimoli nuovi e la crescente esagerazione di ogni sensazione psichica dell’iperreale di cui parlava Baudrillard, cioè il mondo transustanziato in informazioni e comunicazione, finisce per sembrare più vero del vero.

Note

1) Stando ad una recente indagine del Parlamento europeo, il 42 per cento degli europei di età compresa tra i 16 e i 30 anni accede a notizie di carattere politico e sociale principalmente attraverso piattaforme come TikTok, Instagram e YouTube. Cfr. Eurobarometer website: Youth survey 2024 – European Union.

Fonte

07/07/2025

Adolescenti, dipendenza dalla rete e fuga da una realtà ostile e insensibile

di Gioacchino Toni

Maria Pontillo, Stefano Vicari, La paura di essere disconnessi. Adolescenti e dipendenza dalla rete, il Mulino, Bologna 2025, pp. 128, ed. cartacea € 13,00, ed. digitale € 9,49

Pur essendo da qualche tempo annoverata tra le nuove forme di dipendenza comportamentale, la dipendenza dall’universo online non è di così facile definizione e concettualizzazione anche a causa delle difficoltà che si incontrano nel tracciare un confine certo tra le forme di utilizzo considerabili nella norma e quelle eccedenti. In un contesto in cui una parte sempre più rilevante della produzione, del commercio e dei servizi richiede la permanenza del lavoratore o del fruitore (altro confine sempre più labile nell’epoca della datificazione) è obbligatoriamente spesa online, risulta problematico stabilire un limite oltre il quale si possa parlare di dipendenza.

Se da un lato gli adulti si allarmano, giustamente, per il tempo che gli adolescenti trascorrono in Internet sui social, a guardare e condividere immagini e video o a cimentarsi nel gaming online scollegandosi sempre più dalla realtà quotidiana e dalla socializzazione in presenza, dall’altro gli adulti hanno contribuito a sviluppare un mondo sempre più espanso nel web e vetrinizzato. Risulta quantomeno contraddittorio riprendere gli adolescenti per il loro rintanarsi in Internet ed allo stesso tempo magari passarvi, da adulti, le intere giornate lavorative, farvi acquisti o pagamenti, prenotarvi visite mediche o biglietti, consultarvi notiziari, ricorrervi per attività di intrattenimento ecc.

Convenzionalmente, quando si parla di dipendenza da Internet (Internet Addiction Disorder), scrivono Maria Pontillo e Stefano Vicari nel volume La paura di essere disconnessi (il Mulino, 2025), ci si riferisce ad «una condizione caratterizzata da un uso compulsivo e problematico della rete, accompagnato da pensieri ossessivi sulla possibilità di connettersi, che compromettono significativamente la vita quotidiana di chi ne è affetto» (p. 12).

Gli autori si concentrano sugli adolescenti che, soffrendo di tale disturbo, passano «gran parte della loro giornata online a discapito di attività importanti per lo sviluppo cognitivo ed emotivo come lo studio e le relazioni personali» (p. 12) proprie della vita offline. Preferendo le interazioni virtuali a quelle reali, molti adolescenti riducono significativamente il tempo passato con amici e familiari offline tanto da manifestare una dipendenza da Internet che li induce a non potere fare a meno di ricorrere allo smartphone ovunque e in ogni momento al fine di controllare notifiche e aggiornamenti riguardanti la loro vita online manifestando ansia ed irritabilità quando, per qualche motivo, non possono farlo. Essere e sentirsi costantemente connessi diviene una condizione irrinunciabile che, con il tempo, tende ad accrescere l’isolamento sociale, a compromettere la capacità di attenzione, il rendimento scolastico e a dar luogo a “comportamenti di nascondimento”, cioè di mentire agli altri e a sé stessi sui tempi realmente trascorsi online per evitare il giudizio altrui.

Tra le conseguenze fisiche più diffuse derivate dalla dipendenza da Internet si riscontrano cefalee, disturbi del sonno, problemi posturali, visivi, uditivi e sintomi neurologici come vertigini, difficoltà nella coordinazione e persino modificazioni strutturali nel cervello. Tale tipo di dipendenza comporta, inoltre, dal punto di vista dei rapporti interpersonali, litigiosità in famiglia dovuta ai rimproveri che gli adolescenti ricevono dai genitori per il loro trascurare la vita al di fuori da Internet. Tale conflittualità in famiglia tende a generare tra gli adolescenti ansia e sensi di colpa per il fallimento delle aspettative che gli adulti ripongono su di loro.

Tra i principali tipi di dipendenza da internet si possono indicare: la dipendenza dalle relazioni amicali, amorose e pesino sessuali virtuali che si sostituiscono a quelle della vita fuori dagli schermi; il sovraccarico cognitivo che induce ad un’incapacità decisionale; la dipendenza compulsiva al gioco d’azzardo, allo shopping ed ai videogiochi. Dipendenze che tendono derivare da una fase di coinvolgimento dettato dalla curiosità che presto si trasforma in immersione nell’esperienza online e relativa fuga dal mondo reale.

Evidenza scientifiche hanno mostrato analogie tra la dipendenza da sostanze a quella da Internet, tanto che alcuni studi hanno recentemente scoperto che il cervello si attiva in maniera analoga in tutti questi tipi di dipendenza. Ad accomunare le diverse esperienze di dipendenza sono, ad esempio: la centralità che assume il comportamento da cui si è dipendenti sul resto della vita; le alterazioni umorali che si provano ad ogni inizio dell’esperienza; la necessità di incrementare la frequenza e la quantità dell’esperienza per ottenere i medesimi effetti; i sintomi d’astinenza in caso di interruzione prolungata; la conflittualità con gli altri e con sé stessi determinata dal comportamento disfunzionale; la tendenza alla ricorrenza del comportamento nel tempo.

Pontillo e Vicari si soffermano sul rapporto tra il ritiro sociale e la dipendenza da Internet. Il primo è un fenomeno complesso che può essere influenzato dalle nuove tecnologie e dai social che fungono in taluni casi da sostituti della vita reale presentandosi come unica occasione di comunicazione e relazione anche grazie alla possibilità di interagire evitando l’ansia che possono generare il contatto visivo prolungato e diretto e l’espressione verbale sincronica ai contenuti. La comunicazione online, inoltre, permette la costruzione di un’identità in cui è più facile esprimersi e manifestarsi rispetto all’offline. Se da un lato il mondo social risponde ad un bisogno di socialità, dall’altro può però condurre ad un progressivo allontanamento dalla realtà offline.

Gli autori sottolineano come i social non siano «intrinsecamente la causa del ritiro sociale, ma le loro caratteristiche possono interagire con tratti temperamentali come timidezza, bassa autostima e vulnerabilità all’isolamento, facilitando il percorso verso il ritiro in quegli adolescenti che già affrontano disagio e scarse competenze sociali» (pp. 28-29). Dunque, sostengono Pontillo e Vicari, occorrerebbe agire su questi ragazzi accrescendo le loro competenze sociali e promuovendo interazioni significative nell’universo offline.

Nel volume vengono riportati alcuni esempi specifici di adolescenti alle prese con la dipendenza da Internet mostrando come questa non sia un fenomeno legato esclusivamente all’uso esagerato della tecnologia ma nasconda un malessere psicologico decisamente più profondo che può riguardare l’ansia, la depressione e disturbi dell’umore. L’universo dietro lo schermo risulta spesso un rifugio da un mondo reale «percepito come ostile, faticoso o incomprensibile. Internet, quindi diventa una risposta a bisogni emotivi e psicologici che spesso restano nascosti e non riconosciuti» (p. 50).

Se da un lato il mondo online permette di «esprimere pubblicamente il proprio malessere, portando alla luce sofferenze, soprusi e violenze che, in altri contesti, non vengono espressi o non trovano ascolto» (p. 53), dall’altro può rinforzare comportamenti problematici come i disturbi alimentari, pratiche autolesionistiche, la depressione ecc. Molti adolescenti si rivolgono a comunità online focalizzate su specifiche problematiche (ansia, anoressia, bulimia, autolesionismo...) per cercare quel sostegno emotivo e quelle informazioni che non riescono a ricevere dagli adulti con cui sono a contatto nella vita quotidiana.

L’universo dei social rappresenta per molti adolescenti uno spazio di “intimità condivisa” in cui l’aspetto identitario tende ad essere superficiale, narcisistico e votato all’esibizionismo alla ricerca di approvazione. In tali contesti il concetto di intimità pare ormai del tutto annullato nello scemare della distinzione tra pubblico e privato: tutto viene esposto e sottoposto all’approvazione o alla disapprovazione immediata a suon di pollici alzati o abbassati senza che ciò sia debitamente motivato. La condivisione di selfie intimi rappresenta un esempio dell’inversione di priorità tra la tutela della propria persona e l’ossessione per la visibilità alla ricerca dell’altrui approvazione.

Ciò che appare maggiormente compromesso dai social, scrivono Pontillo e Vicari, «è il legame vero e proprio, la relazione autentica che connette le persone», si tratta di uno scenario in cui

i sentimenti passano in secondo piano rispetto a emozioni immediate e stimoli psicofisiologici legati al corpo, agli input esterni e interni. Il sentimento, che implica la componente riflessiva e la rielaborazione delle emozioni, oggi sembra essere messo da parte: tutto scorre troppo velocemente, le relazioni e le interazioni sono ridotte a un clic, a un’immagine, a ciò che appare superficialmente, senza un vero approfondimento o con una contestualizzazione adeguata (p. 56).

Per quanto la dipendenza da Internet possa derivare da motivi diversi, si possono individuare fattori di rischio neurobiologici, psicologici, individuali, ambientali e sociali che aumentano il rischio che un adolescente soffra di questo tipo di dipendenza. A livello neurobiologico diversi studi recenti ritengono che ad essere maggiormente a rischio di manifestare dipendenza da Internet sono gli adolescenti che manifestano

un numero ridotto di recettori dopaminergici, una produzione limitata di serotonina o alterazioni nelle connessioni tra le aree celebrali responsabili del controllo degli impulsi e della regolazione delle emozioni. Questa vulnerabilità neurobiologica può spingerli a cercare esperienze che stimolino il rilascio di dopamina nel nucleus accumbens, rinforzando così comportamenti compulsivi e instaurando un ciclo di dipendenza sempre più difficile da interrompere (p. 72).

I modelli familiari rappresentano un importante fattore di indirizzo per gli adolescenti che magari sono messi di fronte a modelli di adulti dotati di scarsa capacità di staccarsi da Internet. Gli adolescenti che vivono in ambienti familiari caratterizzati da conflittualità, scarsa comunicazione e stress elevato tendono più facilmente a rifugiarsi nel mondo virtuale in cerca di un’alternativa alle tensioni quotidiane e di gratificazioni che non trovano in famiglia.

Gli adolescenti che si sentono trascurati o insoddisfatti delle relazioni faccia a faccia, manifestano una propensione maggiore a proiettarsi e, in alcuni casi, ritirarsi nel mondo online alla ricerca di un senso di appartenenza e supporto. Se Internet appare a tali giovani come una comfort zone di sollievo rispetto al mondo reale, il proiettarsi nel mondo online in maniera sempre più frequente tende a rendere sempre più arduo affrontare le difficoltà nella vita reale. Più in generale, la tendenziale virtualizzazione delle relazioni sociali impone tempi di connessione sempre più prolungati con un incremento dello stress e della dipendenza. Ad incidere sulla propensione a proiettarsi eccessivamente in Internet sono anche fattori individuali come l’impulsività, la reattività emotiva, la ricerca di sensazioni e del rischio, la bassa tolleranza alle frustrazioni vissute nel quotidiano.

Nella seconda parte del volume, Maria Pontillo (psicoterapeuta cognitivo-comportamentale) e Stefano Vicari (docente di Neuropsichiatria infantile) propongono il ricorso alla terapia cognitivo-comportamentale (TCC) per affrontare la dipendenza da Internet. Dopo aver riportato un esempio di ricorso alla TCC in un caso specifico, gli autori delineano le varie fasi di cui si compone il trattamento, le tecniche utilizzate, il protocollo, la prevenzione delle ricadute, il ricorso al Mindfulness, il lavoro con i genitori ed i benefici della peer education (educazione tra pari) per poi concludere delineando una piccola guida di intervento rivolta alla componente genitoriale ed educativa, oltre che agli adolescenti stessi.

A differenza di altre tipologie di dipendenza da sostanze o da comportamenti, nel caso della dipendenza da Internet, sottolineano gli autori, non è possibile, né sarebbe sensato, mirare alla cancellazione totale del rapporto con l’oggetto di dipendenza. Essendo che con l’universo online si è tenuti ad avere a che fare nella quotidianità, scopo della terapia cognitivo-comportamentale non può che essere quello di aiutare l’adolescente a ridurre e gestire consapevolmente il tempo che vive in Internet senza farsi risucchiare da esso abbandonando il mondo fuori dallo schermo.

Più volte, nel corso del libro, gli autori sottolineano come la rete funga da rifugio per gli adolescenti in fuga da un mondo offline che trovano ostile e incomprensibile, un mondo da cui non ricevono la dovuta attenzione e in cui faticano davvero a vivere. Risulta pertanto difficile pensare di poter sottrarre da tale tipo di dipendenza gli adolescenti senza mettere mano drasticamente agli imperativi, ai valori ed ai rapporti che regolano questo mondo al di qua dello schermo. Senza riformulare drasticamente quest’ultimo ci si trova e ci si troverà inevitabilmente a rincorrere il disagio senza prevenirlo eliminandone buona parte delle cause. Facile a dirlo, più difficile trovare il modo di farlo.

Fonte 

20/04/2025

Tecnopanico. Il processo di mostrificazione dei media digitali

di Gioacchino Toni

Alberto Acerbi, Tecnopanico. Media digitali, tra ragionevoli cautele e paure immaginarie, il Mulino, Bologna 2025, pp. 192, € 15,00

Il celebre adattamento per la radio di Orson Welles della Guerra dei mondi di H.G. Wells, messo in onda dalla CBS il 30 ottobre 1938, continua ad essere portato a esempio di come un falso programma di giornalismo radiofonico abbia potuto, facendosi passare per vero, generare il panico tra la popolazione e, più in generale, per denunciare le potenzialità manipolatorie dei media sull’opinione pubblica. La vicenda che ruota attorno a questo programma radiofonico è indubbiamente affascinante, ma quanto c’è di vero in questa narrazione portata a esempio di come i media possano far passare il falso per vero?

Gli studi più recenti tendono a ridimensionare i numeri che raccontano di sei milioni di radioascoltatori  spaventati da quanto stavano sentendo alla radio, un milione dei quali letteralmente in preda al panico per l’arrivo degli alieni; evidentemente le cifre erano state gonfiate al fine di dare maggiore rilevanza all’evento. Se tanto è stato scritto a proposito di come il timore per l’invasione aliena avesse a che fare con il “pericolo rosso” diffuso nell’immaginario statunitense del periodo, varrebbe la pena guardare anche ad un altro fattore di inquietudine negli Stati Uniti alla vigilia del secondo conflitto mondiale, cioè l’avvento di un nuovo mezzo di comunicazione di massa: la radio.

Non a caso, ad enfatizzare gli effetti di isteria collettiva determinati dalla trasmissione radiofonica del falso sbarco alieno è stata soprattutto la stampa che, guardando al nuovo media come ad un temibile concorrente, non ha mancato di metterne in luce gli aspetti negativi. Il ricorso ai toni allarmistici negli articoli ha contribuito, come sempre accade nei media, ad attirare l’attenzione dei lettori e l’inquietudine generata dalla messa in scena della CBS si è rivelata un’occasione che i quotidiani non potevano farsi sfuggire per denunciare le potenzialità manipolatorie del nuovo medium concorrente.

È a partire da questo esempio che Alberto Acerbi, nel saggio Tecnopanico (il Mulino 2025), tratteggia una breve storia delle preoccupazioni legate alle nuove tecnologie di comunicazione da cui emerge come, spesso, siano proprio i vecchi media, mossi da un più o meno consapevole spirito di sopravvivenza, ad enfatizzare le negatività dei nuovi media dimenticandosi delle proprie.

Passando in rassegna le principali preoccupazioni con cui oggi si guarda alle tecnologie di comunicazione digitale – spesso indicate come causa di disinformazione, complottismo, estremismo e malessere esistenziale – Acerbi si dice convinto che, per quanto si tratti di preoccupazioni assolutamente giustificate, queste abbiano assunto toni eccessivamente allarmistici. Inoltre, lo studioso mostra come diversi aspetti negativi associati ai media digitali non siano affatto peculiarità di questi ultimi, ma si ritrovino in maniera tutt’altro che marginale anche nei media tradizionali. Per quanto la comunicazione digitale introduca modalità e possibilità sue peculiari, tanti aspetti negativi presenti in essa non sono certo una novità e l’insistenza con cui vengono indicati come suoi derivati finisce spesso, più o meno consapevolmente, per celare vizi presenti nei media precedenti e nelle società che li hanno prodotti. Insomma, l’impressione è che, a volte, si tenda a spostare tutte le negatività sul nuovo al fine di assolvere il passato.

Come per altre tematiche, anche nell’ambito delle nuove tecnologie della comunicazione il ricorso a toni allarmistici nell’informazione risulta utile ad attrarre attenzione. A spingere verso una visione negativa del nuovo contribuisce in maniera importante anche il sentimento della nostalgia per il passato, soprattutto per la propria giovinezza, e il fatto che rapportarsi al nuovo richiede un faticoso adattamento. Se, come detto, la competizione tra media induce i vecchi a guadare ai nuovi con sospetto, dunque ad esasperarne le negatività, Acerbi si dice convinto che la paura con cui si guarda ai media digitali derivi in buona parte dal timore che si ha per la loro influenza sociale.

Reazioni allarmistiche, a volte persino apocalittiche, si sono manifestate al comparire di ogni grande innovazione nelle tecnologie di comunicazione: dall’avvento della scrittura a quello della stampa a caratteri mobili, dalla radio alla televisione, sino agli attuali media digitali. Secondo alcuni studiosi, a partire dall’inizio del secolo scorso, ad incrementare l’allarmismo nei confronti dei nuovi mezzi di comunicazione ha contribuito in maniera importante l’interesse che la società ha iniziato a manifestare nei confronti dell’adolescenza. Da qui la particolare attenzione nei confronti di tutto ciò che potrebbe influire su questo importante momento dello sviluppo umano ed i media, anche alla luce del tanto tempo speso dai giovani a contatto con essi, hanno finito per diventare oggetto privilegiato di preoccupazione.

Tra le caratteristiche ricorrenti nei “tecnopanici”, Acerbi indica: la disproporzione del danno (nell’esasperare e amplificare i danni, la comunicazione tradizionale tende a distorcere la percezione che si ha dei nuovi media); la tendenza ad estendere le conseguenze negative legate a questioni specifiche ad ambiti più allargati sino a farle diventare vere e proprie minacce per la società; la creazione di folk devils, di facili capri espiatori, su cui scaricare le colpe (per quanto riguarda le tecnologie digitali, i capri espiatori, a differenza del passato, anziché essere individuati in gruppi marginali, vengono indicati tra le figure più in vista delle grandi corporation digitali, dai proprietari agli sviluppatori più celebri); il guardare alle figure dei pentiti delle tecnologie digitali, che magari hanno lasciato il lavoro nel settore per i motivi più diversi, per avvalorare e rafforzare la negatività con cui si guarda a questo mondo; la tendenza a cercare soluzioni semplici per problemi complessi e ad assumere una visione deterministica del processo di diffusione tecnologico in cui si guarda all’essere umano che ne fa uso come ad un soggetto statico, incapace di rimodellarsi a contatto con le novità e, sostanzialmente, come ad un essere totalmente passivo, senza difese, dunque inevitabilmente influenzabile (curiosamente, ciò riguarda esclusivamente gli altri, di cui, paternalisticamente, si preoccupano quanti, evidentemente, si ritengono immuni alla manipolazione).

L’idea diffusa che vuole internet, soprattutto l’universo social, letteralmente inondato da disinformazione al momento fatica a trovare riscontro nelle ricerche di carattere scientifico che hanno tentato di quantificare il fenomeno. Ovviamente ciò non significa che non vi siano fake news in rete, bensì, sostiene Acerbi, che si è di fronte ad una credenza apocalittica diffusa che, ad ora, non è avvalorata da dati certi. Le difficoltà che si incontrano nel definire esattamente cosa si intende per disinformazione (figurarsi pretendere di quantificarla con precisione), dovrebbero indurre a una certa cautela nel dichiararla dilagante in rete, così come, del resto, sarebbe altrettanto errato minimizzarne la presenza.

La stessa convinzione che vuole le fake news più facilmente “virali” in rete rispetto alle notizie dotate di fondamento, stando a quanto afferma Acerbi, non trova riscontro certo nelle indagini che sono state sin qua svolte sulla comunicazione online. Ciò che piuttosto è emerso dagli studi effettuati è che a rivelarsi più facilmente “virali” sono notizie in grado di suscitare reazioni emotive, indipendentemente dalla loro veridicità. Il fatto che si tenda a prestare maggiormente attenzione alle notizie in base a fattori emotivi piuttosto che razionali apre, evidentemente, un altro ordine di problemi che però non coinvolge esclusivamente l’universo digitale.

Oltre a ricordare come una parte non irrilevante delle fake news presenti in rete riguardino questioni non particolarmente rilevanti e serie, Acerbi, citando diversi studi, sottolinea come i cambi di opinione su questioni importanti siano molto più difficili da ottenere rispetto a quel che si tende a credere, dunque la capacità delle informazioni menzognere di plasmare le credenze degli individui andrebbe, a suo avviso, soppesata con una certa cautela.

Spesso si accusa internet di diffondere teorie complottiste dimenticandosi di come queste fossero ben presenti e diffuse anche prima della nascita della rete. L’idea che con internet si sia entrati nell’era della “post-verità”, sostiene Acerbi, implica l’esistenza di un’era precedente all’insegna della “verità”, cosa, evidentemente, tutta da dimostrare. Quando si parla di post-verità si fa riferimento alla tendenza a concedere credibilità ad affermazioni i cui presupposti oggettivi e chiaramente accertati sono considerati di secondaria importanza rispetto alla loro capacità di toccare gli aspetti più emotivi e di confermare i pregiudizi del ricevente. Per quanto si tratti di un aspetto negativo della contemporaneità occorre sottolineare che di ciò non erano esenti le epoche passate ed è dunque difficile ricondurre le cause nell’avvento dei media digitali.

L’idea risibile che vuole la Terra piatta, tanto per fare un esempio, precede di gran lunga l’avvento dei social network. Ciò che questi ultimi permettono, rispetto al passato, è piuttosto una maggiore facilità di venire a contatto con tali credenze prive di fondamento, soprattutto da parte di chi, volontariamente, ne va alla ricerca. Ciò apre, nuovamente, un altro tipo di problema, di certo non privo di negatività, ma, sottolinea Acerbi, è ben altra cosa rispetto a dare per scontato che la disinformazione sia arrivata con internet e che questo abbia condotto alla “post-verità”. Piuttosto, rete o meno, suggerisce lo studioso, occorrerebbe riflettere ed indagare a proposito dei bisogni psicologici e sociali che inducono tanti individui a guardare a teorie complottiste o comunque prive di base scientifica.

Altra questione di cui si parla spesso a proposito dei social network digitali è la presenza in essi di echo chambers, ossia di gruppi polarizzati su questioni specifiche che tendono a seguire e condividere esclusivamente materiale in linea con ciò in cui credono senza prendere in esame posizioni diverse. Acerbi invita a domandarsi se tale fenomeno può essere imputato alla comunicazione digitale o se non sia piuttosto caratteristico anche della vita offline; le relazioni sociali che si instaurano fuori dalle rete sono forse meno omogenee di quelle vissute online? La tendenza all’isolarsi rispetto a ciò che contrasta le proprie convinzioni non è forse riscontrabile nella vita digitale come in quella fuori dagli schermi? La stessa polarizzazione politica che caratterizza gli ultimi tempi e di cui si incolpano i social, era davvero assente prima che arrivasse la rete?

Che l’impressionante numero di ore che gli adolescenti passano online, soprattutto ricorrendo allo smartphone, ed in particolare sui social, debba indurre a domandarsi quanto ciò sia salutare, soprattutto dal punto di vista mentale, è fuori di dubbio. Occorrerebbe, però, una certa cautela nel dare credito alle teorie, spesso non suffragate da dati certi, circa l’incidenza nefasta che tale frequentazione comporta sulla personalità e sui rapporti sociali dei più giovani. Da questo punto di vista, segnala Acerbi, gli studi empirici faticano a darci risposte certe. Quel che è certo, sostiene lo studioso, è che procedere dando per buone ipotesi esclusivamente negative (così, come, all’opposto, inclini a vedervi minimi effetti) non solo impedisce di trovare soluzioni, ma contribuisce a creare altri problemi, probabilmente non meno rilevanti.

Tecnoentusiasti e tecnocatastrofisti, sostiene Acerbi, sono accomunati dal pensare, per quanto in senso opposto, che gli effetti delle tecnologie digitali siano dirompenti, che il ruolo degli esseri umani, nell’avere a che fare con esse, sia sostanzialmente passivo e che, tutto sommato, le tecnologie progrediscano prescindendo dal rapportarsi con l’umano, quasi siano dotate di uno sviluppo indipendente da vincoli culturali e sociali. I primi guardano all’universo digitale riponendo in esso fiducia illimitata, dunque evitano di porsi interrogativi circa il portato negativo che possono avere, mentre i secondi, inclini a vedervi esclusivamente aspetti negativi, assumono atteggiamenti ostili senza approfondire ciò che contrastano. Entrambe le visioni sono incentrate sul pensare all’essere umano come utente delle tecnologie digitali, mentre invece, sostiene lo studioso, sarebbe decisamente più proficuo pensarsi come agenti che intessono con esse un rapporto bidirezionale.

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26/12/2024

New horror. Il Male nella/della Rete

di Gioacchino Toni

Emanuele Di Nicola, Nuovo cinema horror, Mimesis, Milano-Udine, 2024, pp. 180, € 18,00

Nuovo cinema horror di Emanuele Di Nicola analizza alcuni dei principali film del new horror – It Follows (2024) di David Robert Mitchell, The Witch (The VVitch: A New-England Folktale, 2015) di Robert Eggers, Hereditary. Le radici del male (Hereditary, 2018) e Midsommar. Il villaggio dei dannati (Midsommar, 2019) di Ari Aster, Scappa. Get Out (Get Out, 2017) e Noi (Us, 2019) di Jordan Peele, Raw. Una cruda verità (Raw, 2016) e Titane (2021) di Julia Ducournau – per poi soffermarsi sulle tendenze generali che caratterizzano il genere nel nuovo millennio guardando in particolare agli horror incentrati sul web, ai film realizzati da donne, ai meccanismi sequel, prequel e requel che contraddistinguono le produzioni più recenti, alle produzioni italiane tra snuff movies, contagi, mostri e vampiri, alla modalità seriale ed al Covid horror.

«Ogni tragedia epocale si porta dietro la sua elaborazione cine-narrativa. Ogni grande paura produce un nuovo cinema dell’orrore» (p. 157). Il Novecento è stato attraversato dalle paure generate dai due conflitti mondiali e dalla Guerra Fredda, dall’incubo dell’atomica sganciata in Giappone e di un suo possibile nuovo utilizzo, dal timore, soprattutto dopo l’Undici Settembre 2001, di attacchi terroristici portati nel cuore dell’Occidente, dai disastri ecologici e climatici, dallo spettro dell’Aids o di nuove e sconosciute malattie, fino al Covid. Se di tutte queste paure si sono occupate la letteratura ed il cinema, di certo non poteva mancare una loro elaborazione e messa in scena da parte del genere che più di ogni altro si occupa di paura: l’horror.

Con il proposito di tornare successivamente su alcune delle tendenze trattate dall’autore, in questo scritto ci si soffermerà sulle paure legate all’universo internet messe in scena dal cinema horror del nuovo millennio. Di Nicola indica Ringu (1998) di Hideo Nakata come il film che, con la sua “videocassetta assassina”, suggella la fine dell’epopea analogica a cui, in apertura di nuovo millennio, non mancano di riferirsi diversi film che prospettano lo sprigionarsi della paura da qualche vecchio nastro rintracciato dopo tanto tempo: una sorta di presenza inquietante contenuta in una tecnologia divenuta talmente rapidamente obsoleta da farsi, nel giro di qualche decennio, archeologia da cui, da un momento all’altro, può manifestarsi in tutta la sua potenza il maligno che la abita.

Alla serie di film focalizzati sulle vecchie videocassette analogiche introdotta da Ringu e dalla versione statunitense The Ring (2002) di Gore Verbinski succedono gli screenlife (o screenview) movies incentrati sull’universo del web, che prendono il via con Collingswood Story (2002) di Michael Costanza, in cui si prospetta la presenza di forze maligne nella rete; un universo abitato non solo da “criminali tradizionali” che sfruttano questo nuovo spazio ma anche da vere e proprie «entità ultraterrene, che vivono nei meandri della rete e risultano più inquietanti proprio perché invisibili, non individuabili, non tangibili, fluttuanti nelle schermate tra un sito e l’altro. Queste forze configurano una sorta di “rete maledetta”, uno spazio intangibile che si dimostra oscuro e ostile, pronto a colpire i protagonisti» (p. 90).

Se film come Paura.com (Fear Dot Com, 2002) di William Malone, Feed (2005) di Brett Leonard o lo stesso Smiley (2012) di Michael J. Gallagher, per quanto quest’ultimo sia un’opera a cavallo tra thriller ed horror, sono incentrati sul maniaco o serial killer che sfrutta il web per adescare le sue vittime, diverse opere danno spazio al fenomeno della condivisione via social di qualche efferatezza non mancando di sottolineare come il sadismo di qualche folle assassino trovi terreno fertile nel voyeurismo diffuso dei nostri giorni amplificato – e indotto – a dismisura dal web. Non a caso, ricorda Di Nicola, i social network hanno un ruolo importante nella serie Scream di Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillet post Wes Craven, ed in Thanksgiving (2023) di Eli Roth.

Diverse sono le opere incentrate sull’universo più perverso e atroce che si immagina nascondersi nel cosiddetto dark web tra snuff movies e red rooms; tra queste Di Nicola ricorda Unfriended (2014) di Levan Gabriadze e, soprattutto, Unfriended: Dark Web (2018) di Stephen Susco che, oltre riprendere l’idea delle camere delle torture che abiterebbero il web più oscuro, introduce il topos dello spietato sistema di voto in grado di stabilire la vita o la morte delle vittime che si ritrova in diversi film e serie televisive.

Alcune produzioni horror degli ultimi decenni hanno ripreso attualizzandoli e spesso tecnologizzandoli il found footge e il mockumentary, il ricorso ad immagini che si vogliono di repertorio ed il formato del falso documentario; si pensi a The Blair Witch Project (1999) di Daniel Myrick e Eduardo Sánchez e, venendo agli internet horror, a Rec. La paura in diretta (Rec, 2007) di Jaume Balagueró e Paco Plaza. «Insomma, l’orrore nella rete, che sia screenlife o meno, riesce a trarre una proposta tutto sommato originale e al passo coi tempi riconoscendo e metabolizzando esperienze del passato, variando sulle forme del genere e presentandole in veste inedita per fare paura parlando degli orrori di oggi» (p. 93).

L’autore sottolinea come con il tempo l’horror che scaturisce dal web divenga più complesso e stratificato, come dimostrano The Den (2013) di Zacharie Donohue, Friend Request (2016) di Simon Verhoeven, Followed (2018) di Antoine Le, Host. Chiamata mortale (Host, 2020) di Rob Savage – in cui lo screenlife si intreccia con il lockdown della pandemia di Covid – e Deadstream (2022) di Joseph e Vanessa Winter.

Alle stanze di tortura si rifà Les Chambres Rouges (Red Rooms, 2023) di Pascal Plante che, per quanto sia un thriller drammatico più che un horror, contribuisce a diffondere una paura su cui insisteranno diversi film di questo genere. Il film francese, scrive Di Nicola, «attraverso la sua sinistra leggenda lancia un tema che riguarda noi tutti e fa davvero paura: la smania di guardare, la tendenza a vedere il più possibile nel nostro mondo iper-connesso, che ormai non si ferma più davanti a nulla, neanche ad una bambina che viene fatta a pezzi per appagare i nostri occhi» (p. 95).

Se red rooms e snuff movies tendono a rifarsi più a leggende metropolitane che non a fatti reali e comprovati, le sfide tra adolescenti portate ad esiti estremi ripresi da diversi film horror recenti richiamano invece direttamente la realtà. La sfida Blue Whale Challenge tra ragazzini, comportante la prova finale del suicidio, che in Russia ha coinvolto un alto numero di giovani e giovanissimi, è stata ripresa da #Blue_Whale (2021) di Anna Zaytseva, «film privo di elementi soprannaturali ma ugualmente terrificante, forse proprio perché ancorato alla verità delle cose e in grado di scoperchiare un’altra china fatale, particolarmente spietata perché prospera sulla debolezza psicologica degli adolescenti in fase di sviluppo» (p. 95).

Cam (2018) di Daniel Goldhaber è un horror incentrato sulle vicissitudini di una camgirl che richiama l’esperienza vissuta in prima persona dalla sceneggiatrice Isa Mazzei nell’universo del sesso online raccontata nel memoir Camgirl (Rare Bird Books, 2019). Il film, tecnicamente non proprio uno screenlife movie, si concentra sull’inquietante e conturbate generarsi in rete di un doppio della protagonista da cui questa non riesce più a liberarsi/differenziarsi. Anche in questo caso, al di là della vicenda riguardante il mondo delle camgirl, il film tocca una problematica importante e reale della vita quotidiana nell’epoca in cui questa si è espansa sulla rete attraverso «una variazione spiazzante sul tema del doppio che si appropria della nostra vita come un predatore fino a portarci alla rovina» (p. 100).

Di Nicola sottolinea un altro aspetto importante posto dal film di Goldhaber: l’idea, presente in filigrana anche in diversi altri film del genere, sin dal pionieristico The Collingswood Story di Costanza in apertura del nuovo millennio, che nella rete abiti qualcosa di diabolico che sfugge alle possibilità razionali di comprensione e risoluzione: «c’è qualcosa di male nella rete, una forza che può replicare la tua essenza, trascinarti nel gorgo e condurti alla perdizione» (p. 101).

Che si pensi al paranormale o ad «un algoritmo impazzito magari gestito da un oscuro burattinaio», scrive Di Nicola, la «percezione della paura si sposta solo dall’esistenza della “cosa”, nascosta non tra i ghiacci ma nelle maglie invisibili del web, verso l’orrore dell’algoritmo, anticipando il timore e la paura che l’intelligenza artificiale è in grado di incutere» (p. 101). Che si tratti di paranormale o di deriva tecnologica, il risultato conduce ad una nuova ed inquietante forma di orrore incentrata sul web in cui si vive una parte sempre più importante della quotidianità e che concorre alla costruzione dell’identità.

Trattando delle paure che hanno contraddistinto il periodo più recente, il nuovo cinema horror non poteva esimersi dall’affrontare il Covid. Se il sottogenere orrorifico pandemico ha lunga tradizione, ad anticipare il Covid degli anni Duemila è stato Contagion (2011) di Steven Soderbergh, dunque un film non appartenente al genere horror. Lo stesso regista introduce invece direttamente il Covid nel suo Kimi – Qualcuno in ascolto (Kimi, 2022), film, anche in questo caso non di genere horror, in cui la scoperta di una cospirazione da parte di una giovane informatica è ambientata durante il lockdown imposto dalle autorità a seguito della pandemia.

Ad introdurre il Covid nel genere horror è invece il mediometraggio indipendente britannico Host – Chiamata mortale (Host, 2020) di Rob Savage che, in formato screenlife, sullo sfondo di uno schermo a mosaico, racconta di una seduta spiritica in streaming di un gruppo di giovani alle prese con uno spirito maligno che abita l’universo del web. Anche The Harbinger (2022) di Andy Mitton collega l’horror al Covid.

Qui, di nuovo in presa diretta e con un’impostazione di finzione tradizionale, senza desktop né computer, il virus diviene letteralmente un fantasma, un incubo da cui non ci si può svegliare, un novello Freddy Krueger dei tempi moderni. Ed è il primo horror che rende il Covid un elemento di genere, lo ri-forma nel senso che ne cambia forma – peraltro eterea – e lo rende un mostro visibile e verificabile, almeno nella psiche dei personaggi. Insomma qui il Covid è un umore, una sensazione dell’orrore (pp. 162-163)

Lo stesso Savage torna sul Covid con Dashcam (2021) intrecciando in questo caso la figura dell’influencer con il lockdown pandemico ed il classico inseguimento tra la nebbia della campagna inglese. Da Taiwan vine invece The Sadness (2022), opera d’esordio di Rob Jabbaz, in cui il desiderio di ritorno alla normalità, dopo un anno di pandemia, rivela un’evoluzione del virus che conduce alla follia dei cittadini «seminando tristezza e pulsione di uccidere» (p. 163).

Altri film horror in cui compare la pandemia citati da Di Nicola sono: Songbird (2020) di Adam Mason, Lethal Virus (2021) di Daniel H. Torrado, Virus 32 (2022) di Gustavo Hernández e Sick (2022) di John Hyams, che, secondo l’autore, può essere considerato, almeno al momento, l’horror definitivo sul Covid. Il questo ultimo caso, il regista «non si limita a usare la pandemia come sfondo, a raccontare una storia nel tempo del virus, ma tematizza il virus stesso, lo ingloba dentro il flusso, ossia prende le stimmate del Covid e le rende elementi compiuti di genere» (p. 165).

Sick può essere letto «come metafora del Covid: ci sono tre persone chiuse in casa, un pericolo esterno prova ad entrare, loro tentano di resistere attraversano spray e tamponi, ma quando una particella infettiva sembra sconfitta ne arriva subito un’altra, perché il male può sempre colpire» (p. 165). Più di altri il film di Hyams può, secondo Di Nicola, inaugurare un nuovo tipo di horror incentrato sulla questione pandemica.

Cogliendo alcune delle paure contemporanee più diffuse, il legame che diversi film hanno istituito tra le mostruosità online e i pericoli offline, contagio compreso, potrebbe rivelarsi una delle strade su cui insisterà maggiormente l’horror del futuro.

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25/11/2024

Due cavi internet e il punto di rottura del Baltico

Due cavi danneggiati non fanno una prova, ma sono abbastanza da scatenare indagini e sospetti di guerra ibrida. Specie se stanno sott’acqua, e per di più nelle acque politicamente agitate del Mar Baltico, dove si specchiano, e si interconnettono, Paesi come la Svezia, la Danimarca, la Germania, la Finlandia, la Lituania, e la Russia, tutti protagonisti di un giallo in cui a un certo punto si aggiungerà un attore inaspettato, come vedremo.

Quello stesso specchio d’acqua dove passa il gasdotto Nordstream (che fu sabotato nel 2022 – lo scorso agosto il Wall Street Journal [dopo l’inchiesta della magistratura tedesca, che ha individuato anche i responsabili, ndr] ha attribuito il sabotaggio a militari ucraini), e che è spesso oggetto di interferenze del segnale GPS, come avevo raccontato in questa newsletter.

Sta di fatto che, lo scorso weekend, due cavi internet sottomarini nel Mar Baltico sono stati improvvisamente danneggiati, a poco tempo l’uno dall’altro. A riferirlo inizialmente sono state le stesse società che gestiscono queste infrastrutture.

Il primo è un cavo di 218 km che va dalla Lituania alla Svezia (isola di Gotland) – si chiama BCS East-West Interlink – e sarebbe stato fisicamente danneggiato domenica mattina alle 10 ora locale, secondo la società telco Telia Lietuva.

Il secondo – si chiama C-Lion – si estende insieme a gasdotti e cavi elettrici per 1200 chilometri da Helsinki (Finlandia) a Rostock (Germania), e secondo Cinia, la società finlandese controllata dallo Stato che gestisce il collegamento, sarebbe stato danneggiato nella notte di domenica (prime ore del lunedì). Le riparazioni – attraverso una nave specializzata in arrivo dalla Francia – potrebbero richiedere fino a due settimane.

Il danneggiamento si è verificato nella zona economica speciale svedese a sud dell’isola di Öland, quindi le autorità svedesi sono responsabili delle indagini sul caso, e stanno indagando, ha dichiarato a SVT il ministro svedese della Difesa Carl-Oskar Bohlin.


In questo contesto, ancora molto incerto, è rotolata come un macigno la dichiarazione congiunta dei ministri degli Esteri di Finlandia e Germania, arrivata molto a caldo, lunedì stesso.

“Siamo profondamente preoccupati per la rottura del cavo sottomarino che collega Finlandia e Germania nel Mar Baltico. Il fatto che un simile incidente sollevi immediatamente il sospetto di un danno intenzionale la dice lunga sull’instabilità dei nostri tempi. È in corso un’indagine approfondita. La nostra sicurezza europea non è minacciata solo dalla guerra di aggressione della Russia contro l’Ucraina, ma anche dalla guerra ibrida condotta da attori malintenzionati. La salvaguardia delle nostre infrastrutture critiche condivise è fondamentale per la nostra sicurezza e la resilienza delle nostre società”.

L’incidente arriva anche due giorni dopo che una nave russa, Yantar, è stata scortata lontano da un’area con cavi critici nel mare d’Irlanda, nota Politico. La Yantar è ufficialmente classificata come nave ausiliaria di ricerca oceanografica generale con capacità di salvataggio subacqueo, ma la sua presenza ha destato preoccupazione per la sicurezza dei cavi di interconnessione che corrono tra l’Irlanda e il Regno Unito e che trasportano il traffico internet globale dagli imponenti data center gestiti da aziende tech come Google e Microsoft, riferisce il Guardian.

La questione però è complessa. Per capirlo, bisogna ricordare che lo scorso agosto Pechino aveva ammesso che una nave di proprietà cinese avesse danneggiato un gasdotto critico del Mar Baltico, ma che si era trattato di un incidente.

Dico questo perché nelle ore successive al danneggiamento dei due cavi internet avvenuto una settimana fa, alcuni ricercatori che esplorano fonti aperte (OSINT) hanno segnalato sui social la presenza di una nave cinese nell’area, la YI PENG 3, con una rotta sospetta.


Arriviamo quindi a metà settimana, quando anche le autorità parlano di una nave cinese. Infatti la polizia svedese, che come detto sopra sta indagando sul presunto sabotaggio, dichiara che una nave cinese al largo delle coste danesi sarebbe oggetto “di interesse”, mentre la marina danese starebbe sorvegliando una nave da carico registrata in Cina.

La nave, identificata dalla Danimarca come la già citata Yi Peng 3, e che era stata individuata online anche da alcuni analisti, avrebbe passato i due cavi domenica e lunedì, all’incirca nel momento in cui si ritiene che siano stati recisi. La nave è stata sorvegliata da una vascello della marina danese poiché si trovava nelle acque tra Svezia e Danimarca, scrive il Guardian.

Certo, la dichiarazione del comando della difesa danese è piuttosto laconica, sembra una conferma per sottrazione: “La Difesa danese può confermare che siamo presenti nell’area vicino alla nave cinese Yi Peng 3. La Difesa danese al momento non ha ulteriori commenti”.

Come nota il sito specializzato Maritime-executive, la Yi Peng 3 “era in navigazione nel Baltico nel periodo in cui si sono verificate le due rotture consecutive dei cavi. I suoi dati AIS [sistema di identificazione automatica, in sintesi una tecnologia nautica che consente lo scambio di informazioni sulla navigazione e dati identificativi tra imbarcazioni, ndr ] mostrano insolite variazioni di rotta e velocità in posizioni che potrebbero corrispondere ai due incidenti. La nave è stata intercettata da una pattuglia della Marina danese mentre transitava verso il Grande Belt il 18 novembre. Ha poi gettato l’ancora nel Kattegat, con la pattuglia in attesa nelle vicinanze. Nonostante l’apparenza di un intervento formale, la Danimarca non ha annunciato il fermo”.

La Yi Peng 3, una nave cargo registrata in Cina, partita dal porto russo di Ust-Luga e diretta a Port Said, in Egitto, scrive il Financial Times, ed è passata vicino ai cavi svedese-lituano e finlandese-tedesco all’incirca nel momento in cui sono stati tagliati, secondo i dati forniti dal gruppo di monitoraggio marittimo MarineTraffic. Il sito finlandese MTV Uutiset ha realizzato un video che intende mostrare questa concomitanza (di seguito ne ho estratto due screenshot).



La Yi Peng 3 è di proprietà della Ningbo Yipeng Shipping, una società che possiede solo un’ulteriore nave e che ha sede vicino alla città portuale cinese orientale di Ningbo. Un rappresentante della Ningbo Yipeng ha dichiarato al Financial Times che “il governo ha chiesto alla società di cooperare con le indagini”, ma non ha risposto a ulteriori domande. Mentre scrivo, la Yi Peng 3 risulta ancora nel Kattegat.

Trattenere una nave straniera senza un mandato è insolito. Tuttavia, un articolo raramente utilizzato in una convenzione secolare potrebbe dare ai danesi l’autorità legale per trattenere la Yi Peng 3, ha dichiarato al WSJ Kenneth Øhlenschlæger Buhl, analista militare ed esperto di diritto marittimo del Royal Danish Defense College.

Alcuni sostengono che la mossa aggressiva della marina danese segni un cambiamento di politica. “Diversi funzionari che hanno familiarità con l’indagine hanno detto che si sospetta che dietro il sabotaggio ci sia la Russia e che i suoi agenti potrebbero aver usato la nave registrata in Cina per avere plausible deniability.(...). E che è improbabile che il governo cinese fosse a conoscenza del complotto”, scrive ancora il WSJ.

Come una simile operazione sia possibile in pratica, però, nessuno al momento lo ha spiegato. La Russia, dal suo canto, ha respinto qualsiasi suggestione in proposito, puntando il dito contro gli ucraini.

Malgrado la dichiarazione congiunta e a caldo di lunedì – insieme al governo tedesco – del governo finlandese, i servizi finlandesi hanno rilasciato dichiarazioni più blande, osservando che le rotture accidentali dei cavi sono comuni in tutto il mondo e ammontano a circa 200 incidenti all’anno, la maggior parte dei quali è attribuibile all’ancoraggio o alla pesca a strascico, nota sempre the Maritime-Executive.

Mentre martedì il primo ministro finlandese Orpo aveva precisato che era troppo presto per parlare di sabotaggio. Cautela è arrivata anche da funzionari americani interpellati da CNN.

La vicenda – sia che si risolva in un danno accidentale, sia che prenda corpo l’ipotesi di sabotaggio, al momento ancora tutta da dimostrare – evidenzia in ogni caso il livello di tensione che attraversa quell’area, e che s‘interseca con le preoccupazioni per la sicurezza delle reti di comunicazione, specie quelle delicate come i cavi sottomarini.

Lo scorso settembre gli Stati Uniti avrebbero rilevato un aumento dell’attività militare russa intorno a cavi sottomarini chiave, secondo due funzionari statunitensi sentiti dalla CNN. La Russia, hanno continuato le fonti statunitensi, starebbe puntando sempre di più sulla costruzione di un’unità militare dedicata, composta da una flotta di navi di superficie, sottomarini e droni navali. L’unità, la “General Staff Main Directorate for Deep Sea Research”, sarebbe nota con l’acronimo russo GUGI e, almeno secondo think tank statunitensi, nutrirebbe particolare interesse verso il Baltico.

Lo scorso maggio la Russia aveva pubblicato un piano per ridisegnare la sua area nel Mar Baltico, espandendo unilateralmente i confini marittimi del Paese con la Lituania e la Finlandia, entrambi membri Nato (la Finlandia solo dal 2023). Il piano era poi stato cancellato dal sito web del governo, riferisce il Financial Times.

Infine, esattamente un mese fa, il ministro della Difesa tedesco, Boris Pistorius, è arrivato in elicottero a Rostock per inaugurare un nuovo comando navale Nato nella città costiera del Baltico. Il Command Task Force Baltic sarà guidato da un ammiraglio tedesco, con il dispiegamento di ufficiali navali di altri 11 Paesi, e avrà l’obiettivo di proteggere le principali vie di approvvigionamento, le rotte commerciali e le infrastrutture critiche.

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