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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

04/06/2026

La propaganda sui dati dell’occupazione e la realtà della deindustrializzazione

Negli ultimi giorni il governo Meloni, e in particolare la ministra del Lavoro Calderone, si sono fregiati dei dati diffusi il 29 maggio dall’Istat, relativi al numero di occupati ad aprile 2026. L’istituto di statistica ha infatti fatto sapere che, sull’anno, il numero di lavoratori è aumentare di quasi 270 mila unità.

Ma soprattutto, le percentuali che hanno imbaldanzito l’esecutivo sono tre: il tasso disoccupazione ha raggiunto il minimo dal 2004 (5,1%), il numero degli occupati il massimo dallo stesso anno (24 milioni e 337 mila lavoratori), mentre il tasso di inattività è sceso a 33,4%. Che comunque ci posiziona all’ultimo posto in Europa, ma questo viene spesso e volentieri omesso.

Ad ogni modo, è stato facile per Meloni e compagnia assumersi una vittoria sul terreno del mondo del lavoro. Ed è perciò altrettanto utile smontare la propaganda governativa, e non ci vuole molto: basta leggere attentamente il corposo Rapporto annuale 2026, sempre dell’Istat, a cui abbiamo già dedicato un articolo.

Già qualche settimana fa, anche se solo con accenni, avevamo fatto capire che le narrazioni sul numero degli occupati, presi per com’erano, non spiegavano davvero il baratro in cui questa incapace classe dominante ha gettato il Paese. Ma visto che il governo è tornato alla carica è bene approfondire la questione, usando la sezione del Rapporto intitolata “L’evoluzione della struttura economica”.

Dal documento si evince che, certo, tra il 2007 e il 2024 il mercato del lavoro ha visto l’ingresso di 1,4 milioni di occupati in più. Tuttavia, se i dati vengono analizzati in base alle Unità di Lavoro equivalenti a tempo pieno (ULA), il quadro cambia. Le ULA sono un parametro tecnico che non conta semplicemente il “numero di teste”, ma calcola quanti lavoratori a tempo pieno servirebbero per coprire il totale delle ore effettivamente lavorate.

In questi termini, la crescita del numero dei lavoratori è stata più modesta (+2,4%, pari a 600 mila unità). Ma questo numero potrebbe ancora essere rivendicato come una vittoria, e bisogna perciò andare ancora più nel dettaglio. L’industria in senso stretto (la manifattura) ha perso 700 mila ULA, il commercio ne ha perse 300 mila e la Pubblica Amministrazione 225 mila.

Il terziario ha assorbito questa forza lavoro, con l’inserimento di 500 mila ULA nella sanità e nell’assistenza sociale, oltre 400 mila nelle attività professionali e scientifiche e altre 400 mila nei servizi di alloggio e ristorazione (ricettività). Il problema emerge quando si va a contare il valore aggiunto che viene prodotto per ora di lavoro da queste altre occupazioni.

In Italia la riallocazione ha visto lavoratori espulsi da settori ad altissima produttività per trasferirsi in massa verso comparti a bassa produttività oraria (come la ristorazione, l’alberghiero e i servizi di cura). Quasi tutto l’aumento di produttività avvenuto nel commercio e nella manifattura è stato mangiato dai settori che hanno fatto la parte del leone nell’aumento dell’occupazione.

Bisogna inoltre sottolineare che l’Istat calcola che l’industria in senso stretto abbia perso il 21% delle imprese, il commercio il 17%, mentre sono state aperte ben 650 mila nuove partite IVA nei servizi (le attività professionali e scientifiche sono balzate a un +33%, la sanità a un +63%). Partite IVA che spesso sono in realtà lavoratori dipendenti solo “tributariamente” autonomi.

Una conseguenza fisiologica riguarda le occupazioni che trovano i laureati. L’innalzamento dei livelli di studio non è stato accompagnato da un’adeguata crescita dei ruoli qualificati. La quota di specialisti e tecnici sul totale dell’occupazione è cresciuta di appena 2 punti percentuali dal 2011, circa un terzo del totale. Al contrario, in Francia e Germania il numero di ruoli ad alta qualifica è cresciuto del 43% nello stesso arco di tempo.

La situazione italiana è quella che si verifica quando una classe padronale parassitaria e una classe politica senza visione strategica si fanno compartecipi nella distruzione del tessuto industriale del Paese, alla ricerca della facile rendita finanziaria e dell’aumento dei profitti per mezzo della riduzione dei salari e dell’aumento dello sfruttamento intensivo di chi lavora.

L’incidenza della spesa in Ricerca e Sviluppo (R&S) sul PIL in Italia è cresciuta di appena 3 decimi di punto dal 2007, restando inchiodata sotto la soglia critica dell’1,5% (contro l’1,5% della Spagna, il 2,2% della Francia e il 3,1% della Germania). Questo stallo è causato soprattutto dal blocco della spesa pubblica in ricerca (università ed enti scientifici), ferma allo 0,55% del PIL dal 2007 (la quota più bassa d’Europa).

Ma anche nel settore privato l’intensità di R&S sul valore aggiunto delle imprese è inferiore allo 0,9%, contro l’1,6% dei francesi e il 2,3% dei tedeschi. L’Italia tiene il passo dei partner europei solo in alcuni comparti, come l’aerospazio, la cantieristica navale, l’automotive e l’elettronica.

Tutti settori oggi messi a disposizione del riarmo, non come volano di un cambio di modello di cui possa avvantaggiarsi la maggioranza della popolazione. A dimostrazione che pur di non migliorare le condizioni dei lavoratori, la classe dirigente è disposta a farla morire in una carneficina. Altro che successo sull’occupazione.

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