Il tasso di credibilità della superpotenza che ha controllato il mondo si misura innanzitutto dalla presa che ha sui propri alleati. Che i “nemici” siano in varia misura tentati od obbligati a cercare di sottrarsi a quel dominio è naturale. Ma gli alleati, specie quelli di prima fascia, devono stare pubblicamente al guinzaglio accontentandosi di esprimere le proprie esigenze in via riservata e diplomatica.
Misurando dunque la credibilità degli Usa con il comportamento di Israele, bisogna ammettere che questa è ridotta a zero. Qualsiasi cosa dica o faccia Trump in una direzione che a Tel Aviv non piace – un faticoso memorandum di intesa con l’Iran per avviare trattative di pace, che prevede come inizio la cessazione dell’invasione del Libano – il governo Netanyahu fa tutto quel che è possibile fare per rendere impossibile ogni trattativa.
Con le azioni (bombardamenti sempre più intensi) e con le parole (“il regime di Teheran deve scomparire e ci penseremo noi”) viene platealmente disfatto ogni filo di dialogo. Quel che dice Trump, nel suo fiume di tweet quotidiani, non conta assolutamente niente. E neanche gli insulti per telefono...
Ma se la superpotenza non è credibile per gli alleati, ancora meno può esserlo per gli avversari. A cominciare da quelli già impegnati sul piano militare con un attacco a freddo oltre tre mesi fa.
Teheran aveva dichiarato interrotte le comunicazioni con l’amministrazione Usa proprio a causa dell’irrefrenabile impulso genocida di Israele anche verso il Libano. E l’impotenza disperata dei vertici statunitensi è apparsa chiara quasi per sbaglio, in un titolo del Corriere della Sera online che ne dava notizia: “L’Iran sospende i contatti con Washington. Trump: ‘È falso’”.
Il che è come ammettere che Trump (gli Usa) sta trattando con se stesso, ricevendo schiaffi da Tel Aviv e quindi anche da Teheran, inascoltato da tutti.
Da una situazione del genere solo un idiota può pensare di uscire sparando per “far vedere chi comanda”. E Washington l’ha fatto.
L’aviazione statunitense ha colpito una torre radio nell’isola di Qeshm, al centro dello Stretto di Hormuz, dopo aver sparato contro una nave mercantile diretta in un porto iraniano.
Proporzionale e simmetrica la risposta, con droni e missili lanciati contro le basi militari Usa in Kuwait e Bahrein, da cui era partito l’attacco, e contro una nave “israelo-americana” chiamata Panaya.
Israele, nel frattempo, continuava la sua mattanza in Libano, incontrando però un resistenza più dura del previsto.
Il nuovo scambio di colpi tra Usa e Iran non appare tale da mettere definitivamente fine alla ricerca di una via diplomatica. Entrambe le parti – anche nei comunicati diramati dopo le azioni – hanno usato toni “limitativi”, anche se ovviamente “fermi e bellicosi”.
Ma è chiaro che in questa partita a tre il soggetto “debole” sono proprio gli Stati Uniti, che non hanno mai avuto in questo conflitto obbiettivi chiari e quindi una strategia credibile. Attaccare convinti che bastasse “decapitare” parte della dirigenza iraniana per veder alzarsi la bandiera bianca su Teheran era chiaramente un sogno da cowboy, venduto come plausibile dal suo “alleato-vampiro”.
Una volta preso atto che non era cambiato granché e che l’escalation militare – invasione di terra – era sconsigliata da chi l’avrebbe dovuta portare a termine (l’esercito, peraltro già a corto di missile anti-missile e scottato dal fallimento di Isfahan), il gioco è apparso in pura perdita.
L’Iran ha fatto il suo: difendersi con ordine, accettare di discutere attraverso Pakistan e Qatar, allargare il conflitto a tutto il Golfo e chiudere Hormuz per creare una situazione internazionale favorevole alla rapida conclusione della guerra, sostenere i propri alleati (a cominciare da Hezbollah). In poche parole resistere e sopravvivere, anche sotto la minaccia del lancio di un’atomica. È già un successo.
Israele ha invece una strategia e obbiettivi chiari, ancorché deliranti: conquistare territori in mezzo Medio Oriente (per ora) ed eliminare l’unico antagonista strategico nell’area (l’Iran, anche se subito dopo arriverebbe la Turchia), facendo fare la guerra principalmente agli Stati Uniti, finché saranno così stupidi da farlo.
C’è naturalmente da chiedersi perché una superpotenza accetti di essere usata come braccio armato da uno stato-terrorista di piccole dimensioni. Ma qui la risposta va cercata forse soprattutto negli Epstein files e nel ruolo dell’Aipac nella selezione della classi politica statunitense.
E già questo la dice lunga su quanto la “credibilità” americana sia precipitata nella melma.
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