di Atilio Boron
Nei primi mesi del 2026, il Venezuela è stato vittima di due eventi traumatici.
Il primo, il 3 gennaio, l’attacco militare denominato “Operazione Risoluzione Assoluta” lanciata dal governo degli Stati Uniti contro Caracas e, marginalmente, altre città come La Guaira.
Secondo trauma: il doppio terremoto di mercoledì scorso.
Ma procediamo per ordine. L'amministrazione Trump supponeva che con quell’audace manovra si sarebbero create le condizioni necessarie per far precipitare un’insurrezione popolare contro il governo chavista e, in questo modo, ottenere l’agognato “cambio di regime” che Washington insegue senza sosta dal momento stesso in cui Hugo Rafael Chávez Frías trionfò nelle elezioni presidenziali del dicembre 1998.
L’operazione in questione ottenne un risultato parziale ma importante: il rapimento del presidente Nicolás Maduro Moros e di sua moglie, la deputata Cilia Flores. Ma nonostante il suo nome pomposo, l'operazione fu un fallimento monumentale dal punto di vista militare e politico, così come lo fu l'“Operazione Furia Epica”, l’attacco di USA e Israele contro l’Iran. Nonostante l’aspetto minaccioso dei loro nomi, in entrambi i casi il “regime” – in questo caso il governo chavista – rimase in piedi, così come il suo omologo a Teheran.
Parliamo di fallimento perché basta confrontare l’enorme dispiegamento di oltre 150 aeromobili, tra aerei ed elicotteri, una portaerei, un sottomarino nucleare e una corazzata utilizzati per devastare il territorio venezuelano, più i 15.000 effettivi mobilitati per il combattimento e il comando di 200 uomini della Delta Force incaricata dell'“estrazione” (eufemismo per non dire rapimento) di Maduro, con le squadre e le truppe utilizzate il 2 maggio 2011 per catturare nientemeno che Osama bin Laden, presumibilmente nascosto nella città pakistana di Abbottabad: 23 membri del Comando Seal con il supporto di un totale di cinque elicotteri e una portaerei, per concludere che la significativa sproporzione tra le attrezzature e il personale utilizzato in entrambe le iniziative dimostra eloquentemente che l'“Operazione Risoluzione Assoluta” aveva obiettivi molto più ampi del rapimento di Maduro.
E andò male. Il governo chavista rimase al potere, il “regime” non crollò e le masse non invasero le strade chiedendo la testa dei loro governanti. Tuttavia, la transizione ordinata sotto la minaccia mortale esplicitamente comunicata dalla Casa Bianca al governo bolivariano, delegò il comando a Delcy Rodríguez come “presidente incaricata”, lasciando il governo chavista e l’economia venezuelana in una condizione di radicale subordinazione agli ordini provenienti da Washington.
Si parla infatti di un protettorato informale o di una condizione semicoloniale di fatto che si manifesta nel furto sfacciato e impunito del petrolio venezuelano, poiché il ricavato della sua vendita viene depositato in un conto speciale del Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti e solo una minima parte viene inviata a Caracas; o nel mantenimento delle quasi 1.100 “misure coercitive unilaterali” che ancora oggi, cinque giorni dopo il doppio terremoto che ha devastato La Guaira e parte di Caracas, rimangono in vigore; o nei visibili cambiamenti nell’agenda della politica estera della Repubblica Bolivariana, soprattutto dopo il ripristino delle relazioni diplomatiche con gli Stati Uniti, interrotte per sette anni.
Ma, attenzione!: siamo di fronte a eventi “in pieno svolgimento”, come soleva dire Walter Martínez, e non solo in America Latina e nei Caraibi ma a livello mondiale. Per questo il tempo dirà se questo travolgimento della sovranità nazionale venezuelana è un’inevitabile opzione tattica difensiva – “per ora”, come direbbe Chávez – o se, purtroppo, si tratta di una capitolazione definitiva. Confidiamo che sia la prima. È incoraggiante che Washington non sia riuscita a raggiungere i suoi obiettivi massimi, “cambiare il regime”; ma bisogna riconoscere che ciò che è rimasto in piedi ha poche somiglianze con il chavismo originale.
Passiamo al secondo evento traumatico. La tragedia sociopolitica perpetrata dal trumpismo si è moltiplicata esponenzialmente a causa del doppio sisma del 24 giugno, quando un potente terremoto di magnitudo 7,2 è stato seguito, appena 39 secondi dopo, da un altro ancora più intenso, che ha raggiunto 7,5 sulla scala logaritmica di Richter.
Non si è trattato di una scossa di assestamento, assicurano gli esperti, ma di due terremoti distinti, il secondo precipitato dal primo e con una violenza due volte e mezzo superiore. Nel loro insieme, questi due terremoti hanno avuto un’intensità senza precedenti nella storia venezuelana: è stato trenta volte superiore – ripeto: trenta volte superiore – a quello che scosse fin nelle fondamenta la città di Caracas nel 1967.
La devastazione materiale è sotto gli occhi di tutti e con essa l’elevato numero di vittime umane, le cui cifre difficilmente si conosceranno con certezza prima delle prossime settimane.
Nonostante ciò, la destra mondiale, fedele al suo carattere reazionario e necrofilo e al suo tradizionale disprezzo per la verità, ora accusa il governo di Delcy Rodríguez di non disporre degli elementi necessari per assistere adeguatamente le vittime e i sopravvissuti della terribile catastrofe.
Da qui piovono le denunce contro il chavismo come presunto “stato fallito”, ma le canaglie omettono di dire che se ci sono stati problemi nell’affrontare le conseguenze del doppio terremoto – mancanza di attrezzature come ruspe o altri macchinari pesanti, forniture mediche, ospedali ben riforniti, eccetera – ciò è dovuto ai dieci anni di sanzioni e ostacoli commerciali e finanziari di ogni tipo con cui il Venezuela è stato aggredito dal momento in cui nel marzo del 2015 il falso Premio Nobel per la Pace 2009 Barack Obama proclamò, con imperdonabile perfidia, che il governo bolivariano rappresentava una “minaccia inusuale e straordinaria per la sicurezza nazionale e la politica estera degli Stati Uniti”.
Le conseguenze di questa politica, aggravata durante la prima amministrazione Trump (2017-2021), furono catastrofiche, nel senso più stretto della parola. Le restrizioni imposte alla commercializzazione del greggio e i veti all’importazione di attrezzature e pezzi di ricambio per l’industria petrolifera hanno prodotto un crollo senza precedenti delle entrate generate dalla statale PDVSA.
Se nel 2012 le esportazioni petrolifere avevano raggiunto un picco di 93 miliardi di dollari, dopo le sanzioni iniziate da Barack Obama e potenziate dal primo Trump, queste scesero nel 2020 a 4,2 miliardi di dollari, cioè meno del 5 per cento di quanto ottenuto 8 anni prima! La guerra economica condotta con spietata intensità ha gravemente colpito le entrate dello Stato, indispensabili per finanziare le politiche pubbliche e naturalmente il benessere collettivo della società e il reddito dei lavoratori. Gli sforzi e la creatività del governo chavista presieduto da Nicolás Maduro sono riusciti in parte a mitigare questa situazione, portando il livello delle esportazioni a circa 18 miliardi di dollari, ben al di sotto della tendenza storica precedente al blocco ordinato da Washington.
Questo criminale attacco economico ha prodotto il definanziamento dei servizi sociali forniti dallo stato chavista in materia di salute, istruzione e settori correlati e il conseguente deterioramento del livello medio di retribuzione salariale del pubblico impiego.
Uno studio sull’impatto delle sanzioni economiche in Venezuela condotto da Mark Weisbrot e Jeffrey Sachs nell’ambito del Center for Economic and Policy Research di Washington DC conclude che le sanzioni “hanno causato più di 40.000 morti tra il 2017 e il 2018”. Queste sanzioni, proseguono gli autori, “rientrerebbero nella definizione di punizione collettiva della popolazione civile” e non solo violano la legalità internazionale ma anche la stessa legislazione statunitense.
Per concludere, è ovvio che un governo attaccato con tanta ferocia e per così tanto tempo incontri difficoltà nell’affrontare una mostruosa combinazione di due tremendi terremoti.
Ma bisogna guardare alle cause e queste risiedono, fondamentalmente, negli effetti devastanti del blocco che il governo degli Stati Uniti ha decretato contro il Venezuela e, da oltre sei decenni, contro Cuba. Il blocco è genocidio, pulizia etnica, crimine contro l’umanità, qualcosa che i sinistri e mendaci pappagalli mediatici della destra e dell’imperialismo si incaricano di nascondere per poter così incolpare le vittime degli orrori inflitti loro dai propri carnefici.
Confidiamo che prima o poi sia il Venezuela che Cuba possano voltare pagina su questo orribile capitolo della storia dell’imperialismo.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
30/06/2026
Venezuela: la doppia catastrofe
Iscriviti a:
Commenti sul post (Atom)
Nessun commento:
Posta un commento