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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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13/09/2026

Lettera ad un cittadino statunitense, dopo l’11 settembre

di Gabriel Garcia Màrquez

Cosa si prova? Cosa si prova quando l’orrore divampa nel tuo cortile e non nel soggiorno del vicino?

Cosa si prova davanti a quella paura che ti attanaglia il petto, a quel panico incorniciato nel rumore assordante, alle fiamme senza controllo, ai palazzi che crollano, a quello spaventoso fetore che trafigge i polmoni, davanti agli occhi degli innocenti che camminano coperti di sangue e di ceneri?

Cosa si prova, quando arriva nella tua casa l’incertezza su quello che potrebbe succedere? Come si esce da questo stato di shock? Lo stesso nel quale deambulavano immersi, nell’agosto del 45’, i sopravvissuti di Hiroshima.

Nulla è rimasto in piedi dopo che il bombardiere nord-americano Enola Gay ebbe scaricato la bomba. Nel giro di pochi secondi morivano 80.000 uomini, donne e bambini. Altrettanti sarebbero deceduti negli anni che seguirono, a causa delle radiazioni.

Ma quella era una guerra lontana e non c’era nemmeno la televisione.

Come ti senti oggi, quando le terribili immagini della televisione ti dicono che quel che sta succedendo non accadde in una terra lontana ma nella tua casa?

Un altro undici di settembre, ma di 28 anni fa, fu assassinato un Presidente di nome Salvador Allende, mentre resisteva ad un colpo di stato organizzato dai tuoi governanti.

Furono anch’essi tempi di orrore, ma succedevano in un posto molto distante dalla tua linea di confine, in un’ignota repubblichetta sudamericana.

Queste repubblichette sostavano nel tuo cortile interno e non ti sei mai preoccupato quando i tuoi marines entravano in esse, mettendo tutto a ferro e fuoco, per imporre i tuoi punti di vista.

Lo sapevi che tra il 1824 e il 1994 il tuo paese portò a termine 73 invasioni in paesi dell’America Latina? Le vittime furono Puerto Rico, Messico, Nicaragua, Panamà, Haitì, Colombia, Cuba, Honduras, Repubblica Dominicana, Isole Vergini, El Salvador, Guatemala e Granada.

È da quasi un secolo che i tuoi governanti sono in guerra. Dall’inizio del ventesimo secolo, non c’è stato un conflitto armato nel Mondo nel quale il tuo Pentagono non fosse coinvolto. Certo, le bombe allora esplodevano sempre al di fuori del tuo territorio, con la sola eccezione di Pearl Harbor, quando l’aviazione giapponese bombardò la settima flotta, nel 1941.

Ma l’orrore è rimasto sempre lontano.

Quando le Torri Gemelle sono crollate, quando hai visto le immagini dalla televisione o hai ascoltato le grida quella mattina, hai pensato per un solo secondo a quello che sentirono quotidianamente i contadini del Vietnam attraverso i lunghi anni della guerra? A Manhattan la gente cadeva dall’alto dei grattacieli come tragiche marionette. In Vietnam, la gente correva tra urla strazianti perché il Napalm continuava a bruciare la carne per molto tempo e la morte che seguiva era spaventosa, tanto quanto quella di chi si è lanciato in un salto disperato verso il vuoto.

La tua aviazione non ha lasciato una fabbrica in piedi né un ponte in Jugoslavia. In Iraq furono 500.000 i morti. (Nella prima campagna - NdT.) Mezzo milione di anime fu il bottino dell’operazione “Tempesta nel Deserto”, incalcolabili i corpi dilaniati in luoghi esotici quali Vietnam, Iraq, Iran, Afganistan, Libia, Angola, Somalia, Congo, Nicaragua, Repubblica Dominicana, Cambogia, Sudan, Jugoslavia e, a continuare, la lista sarebbe interminabile.

In ognuno di questi paesi, la gente veniva massacrata da proiettili fabbricati nel tuo paese, sparati dai tuoi ragazzi, da gente iscritta nel libro paga del tuo Dipartimento di Stato, solo e soltanto affinché tu potessi continuare a godere del tuo proverbiale stile di vita americano.

Da quasi un secolo il tuo paese è in guerra col mondo.

Curiosamente, i tuoi governanti scatenano i loro Cavalieri dell’Apocalisse in nome della libertà e della democrazia. Ma dovresti sapere che per molti popoli del mondo (di questo Pianeta nel quale muoiono quotidianamente 24.000 persone vittime della fame o di malattie altrove guaribili) gli Stati Uniti non rappresentano la libertà ma un nemico lontano e terribile che semina soltanto guerra, fame, paura e distruzione.

Sono sempre stati conflitti bellici lontani per te, ma per chi abita quei luoghi sono una dolorosa realtà quotidiana, una guerra nella quale i palazzi vengono molto frequentemente giù e dove la gente va spesso incontro ad una morte raccapricciante.

E le vittime sono sempre, per il 90 per cento, civili. Donne, anziani, bambini.

Effetti collaterali.

Come ci si sente quando l’orrore bussa alla tua porta, anche solo per un istante, per un singolo giorno?

Come ci si sente quando si pensa che le vittime di New York sono segretarie, operatori di borsa o impiegati delle pulizie che pagavano regolarmente le loro tasse e non avevano mai fatto male neanche ad una mosca?

Com’è la paura ?

Come ci si sente, cittadino americano, quando si pensa che la lunga guerra è finalmente sbarcata a casa propria?

Fonte

12/09/2026

11 settembre 2001: siamo ancora “tutti americani”? Non lo eravamo neanche allora ma non avevamo il coraggio di dirlo

di Fulvio Scaglione

Oggi è stata la giornata delle Torri Gemelle, come è diventata abitudine sintetizzare i quattro attentati che 19 terroristi arabi misero a segno negli Stati Uniti dirottando altrettanti aerei di linea e lanciandoli come missili contro i due grattacieli di New York e il Pentagono a Washington, mentre il quarto precipitò in Pennsylvania dopo l’eroico tentativo dei passeggeri di recuperarne il controllo. 2.977 morti in totale, dei quali 2.606 alle Torri Gemelle. E più di 9 mila soccorritori morti da allora a causa delle polveri tossiche respirate quel giorno. Una strage orrenda, durata anni. Inconcepibile allora e quasi incredibile ancora oggi. Oggi che è stata la Giornata delle Torri Gemelle come lo sarà sempre, di decennio in decennio, di generazione in generazione. Almeno finché resterà qualcuno di noi che ricorda con precisione assoluta dove eravamo e che cosa facevamo in quelle ore. Il sottoscritto per esempio era in Armenia, con un aereo da prendere nella notte e, per la prima volta, terrorizzato all’idea di volare.

E però questi 25 anni ci hanno cambiato molto. Più noi che gli americani. Venticinque anni fa, lo ricordiamo tutti, il mantra era “siamo tutti americani”. Questo era il titolo e la sostanza di un famoso editoriale di un famoso giornalista, Ferruccio de Bortoli direttore del Corriere della Sera. E come tutti gli articoli azzeccati interpretava perfettamente lo spirito di quelle ore. Ma... lo interpretava o lo dettava?

Oggi a sentir dire “siamo tutti americani” vien da rispondere: col piffero! Ma adesso son capaci tutti, c’è l’orrido Donald Trump che dà la caccia ai migranti, vuol ritirare le truppe dall’Europa proprio mentre c’è la guerra della Russia, se ne frega dell’Ucraina, si pappa il Venezuela, ci fa salire il prezzo del petrolio e della benzina con quella guerra folle contro l’Iran e poi promette 5 mila dollari a chi vota il suo partito. Ci sono i sondaggi che dicono che solo l’11% degli europei ancora considera gli Usa un Paese alleato. Chi vorrebbe autodefinirsi, adesso, americano?

Il problema vero è che tutti americani lo eravamo col piffero anche venticinque anni fa. Ma allora non avevamo il coraggio di dirlo o la lucidità per capirlo. E ne avremmo avuto la dimostrazione quasi subito. Nel 2003 Germania e Francia rifiutarono di unirsi alla campagna angloamericana contro l’Iraq, giustificata a suon di balle e comunque pretestuosa perché il rivoltante Saddam Hussein non solo non aveva armi di distruzione di massa ma, soprattutto, non c’entrava nulla con l’11 settembre. Ricordate le critiche, gli insulti, le beffe a carico del presidente francese Jacque Chirac e del ministro degli Esteri Dominique de Villepin? E perché nessuno scrisse “siamo tutti iracheni” quando fu chiaro che l’invasione stava provocando centinaia di migliaia di morti innocenti tra i civili?

De Bortoli, allora, colse bene il sentiment popolare. Tutti erano a dir poco scioccati all’idea che un colpo così forte potesse essere sferrato ai danni della potenza americana super-armata e super-protetta da un apparato senza uguali di servizi di sicurezza. Era, in un certo senso, la fine del mondo, o qualcosa che molto le somigliava. E infatti nell’editoriale risuonava l’affermazione: “È tutta la civiltà sotto attacco”. Tutta? Civiltà? Perché? Perché i morti erano di passaporto americano, anche se in realtà i Paesi d’origine delle povere vittime erano 77? Quale civiltà anche “nostra” era ravvisabile nell’eterno maneggio americano dei colpi di Stato (Indonesia 1965, Grecia 1967, Argentina 1967, Cile 1973) o nelle invasioni (Grenada 1983, Panama 1989)?

Nell’articolo di allora si notavano anche “le inqualificabili manifestazioni di giubilo palestinese davanti alle immagini di morte di civili inermi”. Inqualificabili è poco, ma di nuovo: di fronte a qualunque morte di civili inermi. Epperò risulta (risultava) così difficile capire che alla base di quelle “manifestazioni” poteva esserci anche il rancore per una potenza che, già in quegli anni, faceva di tutto per appoggiare lo Stato di Israele e la sua politica di occupazione dei territori? Nel 2000 gli abitanti israeliani negli insediamenti illegali erano già 200 mila. E poiché in quel periodo ci si avviava verso i colloqui di Camp David e la seconda Intifada, il governo israeliano (guidato da Ehud Barak, l’amico di Epstein) ricorse a una mossa astuta: non approvò ufficialmente alcun nuovo insediamento ma fece costruire nuove abitazioni in quelli vecchi, allargandoli. È quella politica, subito dietro il fanatismo assassino dei terroristi di Hamas e di Hezbollah, ad aver portato in questi anni ai grandi massacri di Gaza e del Libano. E di nuovo: dovremmo, avremmo dovuto sentirci parte di questa “civiltà”?

No, grazie. Il ribrezzo per Osama bin Laden, i capi di Hamas e i loro pari non basta a farci confondere l’interesse nazionale degli Usa con una qualche indistinta civiltà. Né il lutto e il rispetto per le innumerevoli vittime di questo giorno, che resterà scolpito nella storia, basta a farci dimenticare le ancor più numerose vittime di tale famosa civiltà, vittime che non hanno nemmeno un giorno sul calendario per essere ricordate.

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03/09/2026

Cosa significa essere donne oggi a Gaza

Mi chiamo Aisha. Sono una scrittrice e una giornalista di Gaza e soprattutto sono madre di due figlie meravigliose. Una volta ho scritto nel mio diario: «I corpi delle donne non sono stati creati per tutta questa sofferenza, né i loro cuori per sopportare questa quantità folle di dolore».

Ricordo quelle parole ora mentre osservo decine di donne affollarsi insieme agli uomini attorno ai camion dell’acqua potabile che raggiungono la tendopoli di Al-Mawasi, nel sud di Gaza. Vedo volti bruciati dal sole, vestiti logori per i ripetuti lavaggi e corpi sfiniti dal trasportare contenitori pesanti e dall’attesa.

La mia tenda è vicina alle loro. Sento le loro voci e le vedo ogni giorno. So che stanno vivendo le stesse condizioni in cui mi trovo io. Ma non voglio parlarvi solo delle tende. Voglio parlarvi delle donne le cui vite la guerra ha ridotto a una lotta per la sopravvivenza.

Iniziamo le nostre mattine cercando di svegliarci prima che il caldo diventi insopportabile, ma il caldo arriva sempre prima di noi. Il sole filtra attraverso la tenda e mi sveglia con il corpo madido di sudore, i vestiti appiccicati alla pelle e gli insetti che ronzano senza sosta intorno al mio viso.

Esco in cerca d’aria, solo per scoprire che anche l’aria stessa è calda. Io e le mie due figlie cerchiamo un po’ d’ombra, spostandoci da una zona all’altra. In quei momenti, non penso alla colazione né al caffè. Penso all’acqua fresca.

Quella cosa preziosa non fa più parte della nostra vita quotidiana. Qui l’acqua non è un dettaglio secondario. Determina quando possiamo lavarci, cosa possiamo pulire e con quale frequenza possiamo fare il bagno ai nostri figli.

Secondo le Nazioni unite, una valutazione relativa all’acqua, ai servizi igienico-sanitari e all’igiene condotta a Gaza ha rilevato che il 63 per cento delle famiglie intervistate riceve meno di sei litri di acqua potabile al giorno a persona, mentre il 34 per cento ne riceve meno di nove. Il 74 per cento dipende dal rifornimento diretto dai camion cisterna. Per chi legge queste cifre da lontano, potrebbero sembrare semplici statistiche. Per noi determinano ciò che accade ai nostri corpi.

Fanno anche parte della storia di Hala. Hala è incinta di sei mesi. Mi racconta: «Avevo una bella casa. Mi ero sposata solo pochi mesi prima della guerra. Ora tutto ciò che abbiamo io e mio marito è questa tenda e questo bambino che cresce lentamente dentro di me. Non faccio altro che pensare a come partorirò qui, senza un bagno come si deve. Come crescerà il mio bambino tra umidità, muffa e topi?».

Hala aveva iniziato la sua vita matrimoniale in una casa che aveva preparato da neo-sposa. Ora lei e suo marito vivono in una piccola tenda con uno spazio tutto loro e una toilette che è poco più di un buco scavato nella sabbia, circondato da pezzi di stoffa logora. Eppure si considera più fortunata di molte altre donne.

La privacy nelle tende non è garantita. Le famiglie sono stipate in spazi angusti, mentre le donne cercano un angolo dove potersi cambiare, lavarsi o semplicemente stare da sole per qualche minuto.

Durante un periodo di sfollamento, ho trascorso quattro mesi interi senza guardarmi allo specchio. Non era lo specchio che mi mancava. Mi mancavano il tempo e lo spazio che permettono a una donna di guardarsi, prendersi cura dei propri capelli, del proprio corpo e dei propri vestiti, senza sentire che ogni minuto dedicato a se stessa sia stato sottratto a qualcosa di più urgente.

Me lo ricordo ogni volta che vedo la mia vicina chinata su pile di biancheria da lavare. Guardo le mie mani screpolate e ricordo quanto fossero morbide un tempo e quanto mi piacesse dipingermi le unghie di rosso. Anche quei piccoli dettagli ora appartengono a un’altra vita.

Eppure, le donne non li hanno abbandonati del tutto. Vedo alcune di loro che si applicano il kohl sugli occhi e cercano di scegliere bei colori per abiti larghi che sono diventati, allo stesso tempo, abiti per la preghiera, il lavoro e per portare l’acqua. Sono un piccolo modo per dire: «Sono ancora me stessa».

Le mestruazioni rivelano un altro aspetto, più duro, della perdita della privacy. Samira ha quindici anni. Quando le ho chiesto perché una volta mi avesse detto che avrebbe voluto nascere maschio, mi ha raccontato del suo primo ciclo mestruale. È successo nella tenda sei mesi fa, in un giorno in cui il camion cisterna non è arrivato. Non c’era un bagno vero e proprio e l’acqua scarseggiava.

Quando i suoi fratelli più piccoli hanno visto tracce di sangue sul pavimento sabbioso del luogo che la famiglia usava come bagno, lei si è sentita profondamente in imbarazzo.

Sua madre dice che Samira è cambiata dopo quel giorno. Il suo sonno e il suo appetito sono stati sconvolti, si è chiusa in se stessa ed è diventata meno disposta a uscire dalla tenda. Samira è solo una di tante ragazze. La differenza è che ha una madre che la stringe a sé e si preoccupa per lei. Altre giovani affrontano la pubertà nelle tende senza privacy, a volte senza una madre che le abbracci o una casa che le protegga.

La pubertà in una tenda non è semplicemente un cambiamento fisico; è un precoce confronto con la perdita della privacy. E il caldo rende tutto più difficile. Durante il giorno, la tenda diventa soffocante. Rimandiamo il bagno, il bucato e le faccende domestiche fino a quando la temperatura non scende. Quello che non si può rimandare, lo facciamo sudando.

L’Organizzazione mondiale della Sanità avverte che il caldo estremo comporta gravi rischi per la salute, in particolare per le donne incinte e i bambini. Sottolinea inoltre che la gravidanza può aumentare la vulnerabilità al caldo e alla disidratazione.

Ma come può una donna incinta proteggersi dal caldo quando non ha una stanza fresca, né aria condizionata, né frigorifero e a volte nemmeno acqua fredda? Ecco perché non dico che la guerra abbia privato le donne di Gaza della loro femminilità. Ha privato loro del tempo, dello spazio e della privacy che un tempo permetteva loro di viverla.

Eppure una donna continua a pettinare i capelli di sua figlia quando ne trova il tempo. Lava i vestiti quando trova dell’acqua. Si mette il kohl quando può e sorride quando ha ben pochi motivi per farlo.

C’è una ragazza che vedo quasi ogni mattina dall’ingresso della mia tenda. Ha diciotto anni. Cammina tra le tende raccogliendo sacchetti di plastica, pezzi di legno e scarti sparsi sulla sabbia, raccogliendoli per accendere un fuoco e cucinare per la sua famiglia. Il sole ha lasciato segni profondi sul suo viso, facendola sembrare più grande della sua età. Le sue mani sono ruvide e stanche, come quelle di una donna di ottanta anni. La guardo e penso alla distanza tra la sua età e ciò che le sue mani stanno trasportando.

Cosa farebbe se non fosse costretta a questa vita? Forse sarebbe seduta in un’aula universitaria, avrebbe scelto un vestito, si sarebbe dipinta le unghie di rosso o avrebbe sognato un futuro sconosciuto.

Invece, sta cercando qualcosa da poter bruciare. E ogni volta che la vedo, mi ricordo che le donne di Gaza non hanno perso il loro istintivo senso di femminilità. Hanno perso la vita stessa. Sono donne che sono state costrette a mettere la sopravvivenza al primo posto, e tutto il resto dopo.

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24/08/2026

Sulla morte di Hind Rajab. Israele mente fingendo di “cercare la verità”

Storicamente, Israele non ha mai accusato un singolo soldato delle IDF di aver ucciso un palestinese a Gaza durante i suoi attacchi su larga scala, intensificatisi dal 2008.

L’esercito israeliano è tornato alla ribalta mercoledì, dopo aver ammesso per la prima volta di aver sparato contro il veicolo in cui la piccola Hind Rajab, di 5 anni, è stata brutalmente assassinata nel gennaio del 2024. Tuttavia, questa “ammissione” è presentata in modo disonesto ed è una chiara manovra di pubbliche relazioni orchestrata da Israele per insabbiare le proprie azioni.

L’omicidio di Hind Rajab per mano dell’esercito israeliano è uno dei Crimini di Guerra più eclatanti commessi durante il Genocidio di Gaza, tanto da essere diventato il soggetto di un pluripremiato docudrama, “La Voce di Hind Rajab”. Le registrazioni audio della giovane ragazza, diffuse dalla Mezzaluna Rossa Palestinese, che cercava disperatamente di esercitare pressioni internazionali su Israele affinché consentisse ai propri operatori di salvarla, sono diventate virali e hanno commosso milioni di persone in tutto il mondo.

Israele ne è ben consapevole e ha quindi scelto di avviare un’indagine penale sull’accaduto, al fine di dare l’impressione di assumersi le proprie responsabilità.

Si tratta di uno dei cinque episodi che il “Meccanismo di accertamento e valutazione dei fatti dello Stato Maggiore delle Forze di Difesa Israeliane” afferma di aver indagato, tre dei quali non sono stati approfonditi ulteriormente, assolvendo le proprie forze da ogni colpa:

– L’uccisione dei sette operatori umanitari di World Central Kitchen (Centro di Vettovagliamento Mondiale) nell’aprile del 2024, mentre operavano a Deir al-Balah. Le vittime erano cittadini australiani, britannici, palestinesi, polacchi e con doppia cittadinanza americana e canadese, presi di mira a bordo di tre veicoli chiaramente identificabili. Alcuni dei sopravvissuti hanno tentato la fuga a bordo di altri veicoli e sono stati colpiti ripetutamente da mitragliatrici.

– L’attacco di carri armati del febbraio 2024 contro un centro di accoglienza di Medici Senza Frontiere a Khan Younis, che ha causato la morte di due dipendenti e il ferimento di altri. Nonostante fosse noto che il luogo ospitasse una base di Medici Senza Frontiere, gli israeliani hanno semplicemente affermato di non esserne a conoscenza; non hanno mai presentato alcuna prova di aver colpito un obiettivo militare.

– L’attacco del novembre 2023 contro un convoglio di Medici Senza Frontiere chiaramente identificabile a Gaza, che ha causato la morte di altri due dipendenti. Si trattava di un convoglio che stava evacuando 137 civili e che aveva coordinato l’operazione con l’esercito israeliano, fermandosi persino per ore a un posto di blocco affollato per ottenere il via libera da Israele.

Un altro episodio su cui Israele afferma di aver avviato un’inchiesta penale è il massacro di 15 paramedici e soccorritori palestinesi a Tel al-Sultan, Rafah. Il 23 marzo 2025, quando si persero i primi contatti con gli operatori di emergenza, l’ufficio stampa di Gaza credette che il gruppo fosse stato rapito e si appellò alla comunità internazionale. Israele si rifiutò di riconoscere l’accaduto.

Verso la fine del mese, dopo il ritiro delle forze israeliane dalla zona, venne scoperta una fossa comune senza nome, contenente i corpi dei 15 paramedici, soccorritori e autisti di ambulanze. Secondo le prime ricostruzioni, il gruppo fu giustiziato a distanza ravvicinata, uno ad uno, prima che gli israeliani seppellissero i corpi e le ambulanze per eliminare le prove.

La difesa iniziale di Israele, alla fine di marzo, sostenne che una serie di veicoli senza contrassegni si erano diretti verso di loro con i fari spenti e senza segnali di emergenza, spingendo le forze israeliane ad aprire il fuoco per autodifesa. Questa versione dei fatti è stata successivamente contraddetta da prove video emerse ad aprile che mostravano il contrario, spingendo le Forze di Difesa Israeliane a cambiare versione e ad affermare di aver scambiato le luci di emergenza per una minaccia.

Alla fine di aprile del 2025, l’esercito israeliano ha concluso, a seguito di un’indagine interna, che l’incidente poteva essere attribuito a “errori professionali” e “incomprensioni operative”. In seguito, gli israeliani hanno nuovamente cambiato versione, affermando, senza alcuna prova, che sei delle vittime avevano legami con il gruppo armato Jihad Islamica Palestinese.

Ora stanno adottando una versione diversa, basata sulla loro ultima cosiddetta indagine, secondo cui “gli spari esplosi durante l’incidente sollevano un ragionevole sospetto di condotta criminale”. Indagini indipendenti, tra cui una condotta da Forensic Architecture, hanno dimostrato che le forze israeliane hanno sparato almeno 900 proiettili ed eseguito esecuzioni a distanza ravvicinata.

Mettere a tacere la voce di Hind Rajab

Diversi organi di stampa hanno riportato che Israele ha avviato un’indagine penale interna sull’uccisione di Hind Rajab e ha ammesso di aver sparato contro il veicolo in cui è stata uccisa, insieme a sei membri della sua famiglia. Tuttavia, l’indagine interna israeliana ha appena tratto un’altra conclusione che mira a insabbiare l’intero evento, proteggendo i suoi soldati anziché assumersi la responsabilità delle proprie azioni.

“I risultati dell’indagine indicano che le truppe delle Forze di Difesa Israeliane hanno sparato contro un veicolo che si stava avvicinando”, è quanto afferma ora l’esercito israeliano a seguito della sua ultima indagine.

“A seguito della revisione dei risultati e a causa di apparenti mancanze nel coordinamento degli spostamenti dell’ambulanza della Mezzaluna Rossa Palestinese, è stato deciso di avviare un’indagine penale sull’incidente da parte della Divisione Investigativa Criminale della Polizia Militare”.

Si tenga presente che questa è esattamente la stessa scusa usata per coprire le esecuzioni di 15 soccorritori e paramedici nel Massacro di Rafah; ora affermano che saranno oggetto di un’indagine penale. Si tratta di una scusa che presuppone che le forze israeliane abbiano semplicemente agito per autodifesa, sparando contro ciò che interpretavano come una minaccia.

Inoltre, nell’incidente sono stati colpiti due veicoli, non uno. Due paramedici della Mezzaluna Rossa Palestinese sono stati uccisi in seguito a un doppio colpo sparato contro la loro ambulanza.

Numerose indagini forensi e satellitari indipendenti sono state condotte sui dettagli dell’incidente, tra cui una del Washington Post e un’altra di Forensic Architecture in collaborazione con EarShot e Fault Lines, che hanno dimostrato che le forze israeliane hanno sparato 335 proiettili contro la Kia Picanto in cui Hind Rajab e sei membri della sua famiglia sono stati uccisi.

Le prove dimostrano anche che era impossibile che il veicolo si fosse diretto a Sud, come affermato dai militari israeliani, seguendo le istruzioni impartite alla popolazione locale quel giorno, poiché le strade che portavano a Sud dalla loro posizione erano tutte bloccate. Le indagini hanno inoltre concluso che l’auto è stata colpita da una distanza sufficientemente ravvicinata da permettere ai soldati israeliani di vedere i civili innocenti che si erano rifugiati al suo interno.

I colpi israeliani hanno penetrato il veicolo anche dal lato destro. Anche se gli israeliani continuano ad affermare che l’auto si stesse dirigendo verso di loro, presumibilmente guidata da una bambina terrorizzata di 5 anni, è chiaro che il veicolo non è stato colpito frontalmente, il che significa che non rappresentava una minaccia.

Detto questo, gli operatori della Mezzaluna Rossa di stanza a Ramallah hanno trascorso circa tre ore al telefono con la piccola Hind, cercando disperatamente di ottenere il permesso israeliano per soccorrerla. A quel punto, la vicenda era diventata un incidente internazionale.

Per 12 giorni, a partire dal 29 gennaio 2024, Hind Rajab è stata ufficialmente considerata “dispersa” e presunta morta, fino al 10 febbraio, quando il suo corpicino è stato ritrovato nel quartiere di Tal al-Hawa, crivellato di proiettili.

Quando Israele è stato finalmente costretto ad affrontare la questione, ha affermato che le sue forze non erano nemmeno di stanza nella zona e che non erano in corso operazioni militari in quel momento. Ha persino avviato un’indagine interna, che ha prodotto la stessa scusa con una formulazione diversa.

Questa versione dei fatti è rimasta più o meno invariata per circa due anni e mezzo, con funzionari e militari israeliani che periodicamente apportavano piccole modifiche alle loro affermazioni, nonostante le prove che emergevano a smentirle. Israele ha persino tentato di attribuire la responsabilità degli omicidi ai combattenti palestinesi, un’altra tattica utilizzata innumerevoli volte per giustificare i propri Crimini di Guerra.

Storicamente, Israele non ha mai incriminato un singolo soldato israeliano per l’uccisione di un palestinese a Gaza durante le sue offensive su larga scala nel territorio, iniziate nel 2008.

La condanna più severa mai inflitta a un soldato israeliano per la sua condotta a Gaza è stata quella di un membro della Brigata Givati ​​nel 2009, durante quella che Tel Aviv ha definito “Operazione Piombo Fuso”, che ha ricevuto una pena di 7 mesi e mezzo di reclusione. Non per aver ucciso, violentato o torturato palestinesi, bensì per aver rubato una carta di credito.

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12/08/2026

Libano: «la madre di tutte le crisi» resta irrisolta

Oltre 4 mila morti e più di 12 mila feriti in 5 mesi di guerra “a bassa intensità”. Netanyahu ha sempre la mano pesante. Fallito finora l’esperimento delle “zone-cuscinetto’ per cercare di sradicare Hezbollah.

«Guerra a bassa intensità»

Diventa sempre più elevato il tributo di vittime, nella guerra “a bassa intensità” scatenata da Israele contro il Libano. Il Paese dei cedri è diventato una specie di campo neutro, dove si giocano le partite più mortali che stanno infiammando tutto il Medio Oriente. Secondo il Ministero della Salute di Beirut, il bilancio complessivo degli attacchi israeliani dal mese di marzo in poi è arrivato a 4.335 morti e 12.277 feriti. In pratica, il Libano è diventato quello che fino a poco tempo fa era la Siria, con l’aggravante che in questo piccolo Paese convergono, in uno spazio molto ridotto, più culture e popolazioni, spesso non proprio amichevoli le une con le altre. Il problema numero uno per Israele è sempre stato il poderoso apparato militare di Hezbollah, la milizia sciita sostenuta dall’Iran che nel Libano è diventata una specie di Stato nello Stato. La minaccia sul fronte nord, quello dell’Alta Galilea, ha sempre pesato moltissimo su tutte le valutazioni strategiche fatte dallo Stato ebraico. E adesso se ne capiscono i motivi: Israele, in teoria, è all’attacco su più fronti. Da Gaza alla Cisgiordania, dal Libano al Golfo Persico, l’IDF deve combattere col rischio di restare accerchiato. Per questo la sua filosofia militare adesso è sempre quella di lanciare guerre preventive. Cioè, non proprio il massimo per la diplomazia e, soprattutto un atteggiamento ormai fin troppo scoperte (e criticato) a livello internazionale. Dunque anche nel caso del Libano e di Hezbollah, più che gli sporadici attacchi degli sciiti, devono aver pesato le nuove dottrine militari dell’esercito israeliano, sotto la spinta di Netanyahu. E con la compiacenza (o la beata ignoranza, fa la stessa cosa) di Donald Trump.

Diplomazia o perdita di tempo?

Certo, i guerriglieri sciiti sono in difficoltà. Ma in quella sorta di mini-trappola di Tucidite in cui si è trasformato il Libano, hanno molto da perdere anche gli Stati Uniti e Israele, che condivide un confine-colabrodo costantemente bersagliato da razzi e mortai, che prendono di mira tutta l’Alta Galilea. Costringendo centinaia di migliaia di cittadini israeliani (ed elettori) a scappare dalle loro case. Con grande scorno di Netanyahu. Quindi, in teoria, un accordo di pace servirebbe a tutti. La pensata della Casa Bianca è stata quella di far mettere d’accordo Netanyahu col governo libanese, per sbarazzarsi nel modo più soft possibile di Hezbollah. Più facile a dirsi che a farsi, perché le milizie sciite sono profondamente radicate nel tessuto sociale del Libano. Tra l’altro, l’esercito (con comandanti cristiani) è armato e addestrato dagli americani e dovrebbe raccordarsi con i soldati dello Stato ebraico. Tutto sulla carta, ovviamente. Perché poi, passando alla fase operativa, la musica è totalmente diversa. Innanzitutto, gli israeliani non si fidano manco della loro ombra e non affidano compiti di sicurezza a nessuno. Meno che mai ai libanesi. Risultato pratico: l’accordo tanto strombazzato tra Tel Aviv e Beirut, per disegnare “zone-cuscinetto” da dove sradicare Hezbollah per mano libanese, non si è fatto. Per il semplice motivo che l’esercito libanese non ha la forza (o la voglia) di cacciare Hezbollah. “A questo punto – scrive Haaretz, quotidiano liberal di Tel Aviv – è improbabile che il Libano e Israele tengano un altro ciclo di negoziati prima della fine dell’estate. Una conferma arriva dal giornale Al Mayadeen, che cita fonti diplomatiche. Secondo le voci, al momento non è previsto un nuovo ciclo di colloqui per il mese prossimo, poiché permangono notevoli divergenze tra la parte libanese e le delegazioni statunitense e israeliana”.

Fallite le “zone-pilota”

Pare che Stati Uniti e Israele abbiano respinto l’ipotesi di ampliare le ‘zone-pilota’ del Libano meridionale, ‘fino a quando non saranno compiuti progressi nelle due aree già designate per i negoziati’. Un esperimento che, sembra evidente, non deve aver raccolto considerazioni positive. Dal canto suo, la delegazione libanese ha respinto le affermazioni israeliane secondo cui ‘tutte le esplosioni nel Libano meridionale sarebbero state causate da attacchi contro infrastrutture militari’. “La fonte libanese – sostiene Haaretz – ha anche affermato che le delegazioni statunitense e israeliana avevano chiesto a Hezbollah di ritirarsi dalle alture di Ali al-Taher, nella zona di Nabatieh. Ma senza esito. E anche se gli ultimi colloqui, tenutisi a Roma, sono stati definiti “fruttuosi” da un portavoce del Dipartimento di Stato Usa, i risultati pratici ancora non si vedono. Lo stesso portavoce ha detto che le posizioni si sono avvicinate e che in teoria c’è convergenza sulle modalità necessarie per organizzare le “zone-pilota”. Secondo Al Mayadeen, le discussioni si sono concentrate su Bint Jbeil e Khiam come “zone-pilota”. In base all’accordo, le forze israeliane si ritirerebbero per essere rimpiazzate dall’esercito libanese, come primo passo di un processo più vasto, che dovrebbe portare alla graduale eliminazione della presenza di Hezbollah. Beirut esige da Israele, contemporaneamente all’esecuzione dell’accordo, un cessate il fuoco completo e la fine di tutte le violazioni. E vuole, in questo senso, un impegno formale. Che però Netanyahu, finora, si è rifiutato di assumere.

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07/08/2026

Israele cancella le prove del genocidio a Gaza

Le IDF, insieme ad appaltatori civili israeliani, stanno conducendo un’operazione su vasta scala e organizzata per smaltire e rimuovere le macerie dai quartieri e dalle strutture che hanno distrutto nella Striscia di Gaza e trasferirle dalle aree sotto il loro controllo militare al di fuori della Striscia.

Questo avviene senza alcuna registrazione ufficiale delle quantità rimosse o supervisione indipendente, e prima che le commissioni investigative internazionali e locali abbiano avuto la possibilità di ispezionare, esaminare e documentare i siti. Questo rischia di distruggere prove cruciali del Genocidio e i resti delle vittime ancora disperse sotto le macerie.

Queste operazioni non fanno parte di sforzi umanitari organizzati per il salvataggio dei dispersi, la riapertura delle strade o la preparazione alla ricostruzione. Al contrario, Israele agisce unilateralmente all’interno di aree chiuse sotto il suo controllo militare, demolendo gli edifici rimanenti e poi frantumando, mescolando e trasportando le macerie prima che squadre forensi, esperti di prove e specialisti in ordigni inesplosi possano esaminare, documentare e preservare i siti, insieme alle prove e ai resti umani.

La Valutazione Rapida dei Danni e dei Bisogni di Gaza, pubblicata congiuntamente dalla Banca Mondiale, dalle Nazioni Unite e dall’Unione Europea nell’aprile 2026, ha stimato che circa 68 milioni di tonnellate di macerie siano sparse nella Striscia di Gaza, sulla base dei rapporti sui danni fino all’ottobre 2025. Questa cifra non tiene necessariamente conto dei danni causati da successive operazioni di demolizione e distruzione.

Secondo i suoi dati iniziali sul campo, l’Osservatorio Euro-Mediterraneo stima che almeno 10 milioni di tonnellate di macerie siano state rimosse, frantumate o spostate dai loro siti originali all’interno delle aree sotto il controllo militare illegale di Israele, che comprendono circa il 66% della Striscia di Gaza.

Circa 400 macchinari pesanti per scavo, demolizione, frantumazione e trasporto, gestiti da aziende civili israeliane sotto protezione militare, sono attivi nella Striscia di Gaza orientale e meridionale. Demoliscono le strutture rimanenti, frantumano le macerie dei quartieri distrutti e caricano i detriti su camion per trasportarli lontano dai siti originali.

Nelle ultime settimane, l’Osservatorio Euro-Mediterraneo ha monitorato quasi 100 camion israeliani al giorno che lasciavano la Striscia di Gaza con i detriti. Questi camion trasportano le macerie verso siti non specificati all’interno di Israele e più a Sud della Cisgiordania Occupata.

Le autorità israeliane non hanno fornito dettagli sulle quantità rimosse, sui percorsi effettuati, sui siti di destinazione o su come il materiale venga utilizzato. Non hanno inoltre consentito una supervisione indipendente dei processi di selezione, pesatura o trasporto. Questa mancanza di trasparenza rende molto difficile rintracciare il materiale trasportato, identificare prove o recuperare eventuali resti umani.

La rimozione sistematica delle macerie a questo ritmo nasconde le prove degli orribili crimini commessi da Israele a Gaza, in particolare quelli legati al Genocidio, come le esecuzioni sommarie e l’uccisione di civili disarmati. Questi siti necessitano di un esame accurato e di un’indagine penale approfondita prima di qualsiasi intervento che possa alterarne o cancellarne le caratteristiche.

I detriti sparsi nella Striscia di Gaza includono possibili luoghi di uccisioni illegali e bombardamenti che hanno preso di mira intere famiglie, nonché siti che si ritiene contengano fosse comuni o corpi sepolti all’interno di case, ospedali, rifugi e strutture civili distrutti.

Questi siti custodiscono prove fondamentali per identificare l’arma, la sequenza dell’attacco, la posizione della vittima e dell’attentatore, le distanze di tiro, la causa e le modalità della morte, nonché frammenti, proiettili, bossoli, tracce biologiche ed effetti personali.

La frantumazione, la miscelazione e il trasporto delle macerie possono cancellare prove, dettagli sulla posizione e collegamenti all’interno della scena del crimine. Questo processo interrompe anche la catena di custodia, rendendo potenzialmente impossibile risalire al luogo di raccolta delle prove o collegarle a un particolare incidente o vittima. Questo danno non può essere riparato da fotografie aeree o testimonianze successive, poiché l’indagine sui crimini internazionali richiede anche prove tangibili che possano essere esaminate, confrontate e legalmente verificate.

Queste operazioni rappresentano un rischio diretto per i resti di migliaia di persone scomparse, stimate dalla Protezione Civile di Gaza in circa 8.500 a luglio 2026. L’utilizzo di frantumatori e macchinari pesanti senza previa indagine forense e umanitaria potrebbe frantumare o disperdere i resti, mescolarli con le macerie e separarli da effetti personali e documenti vitali per l’identificazione delle vittime. Tale processo potrebbe anche comportare il trasporto dei resti in luoghi sconosciuti, che potrebbero in seguito diventare inaccessibili.

Questa condotta viola il diritto delle famiglie di conoscere la sorte dei propri cari scomparsi e di recuperare e seppellire i loro resti con dignità. È inoltre in contrasto con le norme internazionali che prevedono la ricerca dei defunti, la raccolta e la salvaguardia delle informazioni che li riguardano, nonché la loro corretta identificazione e registrazione.

Infine, la rimozione dei resti dai siti prima dell’indagine viola le linee guida delineate nel Protocollo del Minnesota sull’indagine sulle morti potenzialmente illecite. Questo protocollo pone l’accento sulla messa in sicurezza e la documentazione della scena, sulla raccolta delle prove preservandone la catena di custodia e sul recupero e l’esame dei resti con metodi scientifici che tutelino la dignità delle vittime e i diritti delle loro famiglie.

Le macerie nella Striscia di Gaza non comprendono solo detriti; includono proprietà private e pubbliche, materiali da costruzione essenziali come acciaio, pietra e cemento che possono essere riciclati e riutilizzati, nonché altri beni di valore necessari ai palestinesi per ricostruire le proprie case, strade e infrastrutture. Possono inoltre contenere documenti di proprietà, registri ufficiali e oggetti personali che fanno parte dei diritti e della memoria di individui e famiglie.

La rimozione di macerie dalla Striscia di Gaza e il loro sfruttamento commerciale senza il consenso o l’indennizzo dei proprietari possono, a seconda delle circostanze e dell’intento del sequestro, costituire confisca o saccheggio illegale. Tali atti sono vietati dal Diritto Internazionale Umanitario, in particolare dall’articolo 33 della Quarta Convenzione di Ginevra e dalle relative disposizioni dello Statuto di Roma.

Queste azioni si inseriscono in un quadro più ampio che comprende la demolizione di siti ritenuti contenenti fosse comuni, l’assalto e il danneggiamento di ospedali e strutture mediche sospettati di essere teatro di gravi crimini, la continua demolizione di edifici nelle zone controllate dai militari e gli attacchi contro i giornalisti palestinesi. Inoltre, agli investigatori internazionali e ai media indipendenti è stato impedito l’accesso alle aree più gravemente danneggiate.

Questa deliberata rimozione di prove avviene mentre la Corte Penale Internazionale sta ancora indagando sui crimini commessi in Palestina, oltre ad altri casi di competenza universale dei tribunali nazionali. La distruzione delle scene del crimine prima della conclusione delle indagini ostacola l’accertamento delle responsabilità legali e complica gli sforzi degli investigatori e dei procuratori internazionali per accertare i fatti, poiché prove cruciali potrebbero andare perdute una volta rimosse dalla Striscia di Gaza.

Inoltre, l’articolo 70, paragrafo 1, lettera c dello Statuto di Roma considera “la distruzione, la manomissione o l’interferenza con la raccolta di prove” come atti criminali che ostacolano la missione di giustizia della Corte Penale Internazionale, se commessi deliberatamente.

Il Procuratore della Corte Penale Internazionale dovrebbe indagare su queste azioni come deliberata interferenza con la raccolta di prove relative all’indagine in corso sulla situazione nello Stato di Palestina, che include anche la distruzione, il sequestro o il saccheggio illegali di proprietà.

La frantumazione e la rimozione su larga scala delle macerie non solo distruggono le prove, ma cancellano anche i confini territoriali, le fondamenta delle case, la rete stradale e le caratteristiche dei quartieri. Questo processo priva i palestinesi dei segni fisici della proprietà e del loro legame con la terra, rendendo più difficile per loro tornare e ricostruire le proprie comunità come erano un tempo.

Trasformare città e quartieri palestinesi, forzatamente spopolati, in spazi aperti e spianati sotto il controllo israeliano è un atto concreto che aggrava lo sfollamento e la Pulizia Etnica. Questo processo è inseparabile dal Colonialismo di Insediamento israeliano, che implica lo sradicamento dei palestinesi, la Cancellazione dei segni della loro presenza e la ridefinizione del territorio senza di loro.

Ciò pone le basi per gli sforzi di Israele volti a ristabilire gli insediamenti a Gaza e a sfrattare i residenti palestinesi, dando inizio a una nuova fase di Colonizzazione e al continuo diniego della terra e del Diritto al Ritorno.

La comunità internazionale, compresi il Consiglio di Sicurezza, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite e gli Stati parte dello Statuto di Roma, deve intervenire con urgenza per fermare la rimozione e il trasporto sistematico di macerie dalla Striscia di Gaza.

Dovrebbe inoltre adoperarsi affinché squadre internazionali indipendenti di esperti forensi e investigativi penali abbiano accesso per valutare e documentare i siti di distruzione prima che avvenga qualsiasi ulteriore rimozione o trasporto, garantendo la conservazione delle prove materiali per assicurare alla giustizia i responsabili del Genocidio.

L’Osservatorio Euro-Mediterraneo esorta la comunità internazionale a spingere Israele a interrompere immediatamente e completamente tutte le attività di rimozione e trasporto di macerie. Ciò include la richiesta di informazioni dettagliate sui materiali trasportati, registri di pesatura, percorsi dei camion, destinazioni finali, nomi delle aziende e degli appaltatori, beneficiari, informazioni sui pagamenti, numeri di targa dei macchinari e dei camion e dati di tracciamento, nonché trasparenza in merito a qualsiasi vendita, riciclaggio o utilizzo commerciale dei materiali estratti da Gaza.

Inoltre, la rimozione di macerie o materiali riciclabili dalla Striscia di Gaza dovrebbe essere vietata fino a quando non sarà istituito un sistema palestinese e internazionale trasparente per la gestione di tali materiali. Questo sistema dovrebbe garantire che qualsiasi materiale trasportato illegalmente venga restituito o che il suo valore integrale venga risarcito ai proprietari. Inoltre, le macerie riutilizzabili dovrebbero essere destinate a progetti di ricostruzione locali che vadano a beneficio della popolazione palestinese e tutelino i diritti di proprietà individuali e pubblici.

Gli Stati in cui hanno sede le aziende o i produttori di macchinari coinvolti dovrebbero imporre la cessazione di qualsiasi azione che possa portare alla demolizione di proprietà, alla rimozione di prove o al sequestro di macerie. Devono inoltre conservare tutti i contratti, la corrispondenza e i dati operativi pertinenti e condurre indagini indipendenti sulla responsabilità dei propri dirigenti e dipendenti.

L’Osservatorio Euro-Mediterraneo sollecita l’adozione di misure mirate contro individui e aziende che siano risultati a conoscenza di queste attività illegali e vi abbiano partecipato, come l’esclusione dagli appalti pubblici, il congelamento dei beni e il perseguimento penale.

Qualsiasi sforzo di rimozione delle macerie o di ricostruzione nella Striscia di Gaza deve essere guidato dai palestinesi, coinvolgendo i residenti locali, i proprietari di immobili e le famiglie dei dispersi. Queste iniziative dovrebbero garantire la protezione delle prove, il recupero dei resti, la bonifica degli ordigni inesplosi, la selezione dei materiali pericolosi, il riutilizzo locale delle macerie, la conservazione delle mappe catastali e del tessuto urbano, e impedire che la ricostruzione venga utilizzata per consolidare il controllo o alterare la composizione geografica o demografica dell’enclave.

L’Osservatorio Euro-Mediterraneo ribadisce che un cessate il fuoco o gli accordi politici non cancellano i crimini né le relative prove. La ricostruzione e la rimozione delle macerie dovrebbero avvenire parallelamente alla conservazione delle prove, alla ricerca dei dispersi, al recupero dei beni, all’individuazione dei responsabili e alla garanzia del diritto delle vittime alla verità, alla giustizia e al risarcimento.

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06/08/2026

Insensibili al crescente numero di morti a Gaza

Le parole “ucciso”, “ferito”, “mutilato” e simili spesso perdono gran parte del loro significato quando vengono ripetute così incessantemente.

Prendiamo, ad esempio, un titolo come: “13 palestinesi uccisi a Gaza, altri feriti”. Sebbene molti di noi possano ancora provare un profondo senso di tristezza per una simile tragedia, la notizia stessa diventa meno scioccante col tempo.

Secondo i dati forniti dal Ministero della Sanità palestinese di Gaza, Israele ha ucciso e ferito complessivamente oltre 250.000 palestinesi dall’inizio del Genocidio nel 2023.

Il bilancio viene aggiornato quotidianamente perché le uccisioni non si fermano mai.

Il 23 luglio, sei palestinesi sono stati uccisi a Gaza. Il giorno prima, ne erano stati uccisi 13, e il giorno ancora prima altri nove, e così via.

È proprio questo “e così via” che, col tempo, ci fa perdere la percezione di ciò che queste tragedie comportano realmente. Si tratta di persone innocenti bruciate vive nelle loro tende, bombardate nelle loro auto o uccise mentre cercano di godersi un breve momento di tregua dal caldo torrido sulla spiaggia.

Tra i nove uccisi il 21 luglio, un’intera famiglia, compresi quattro bambini piccoli, è stata sterminata in un singolo attacco. Mentre si moltiplicano le notizie sul quotidiano massacro di palestinesi da parte di Israele a Gaza, i giornalisti troppo spesso trascurano di umanizzare le vittime.

Una foto che circola sui social media mostra tre di quei bambini: un ragazzino con una maglietta con la scritta “Santa Monica Beach”; la sorella con gli occhiali e una maglietta rosa, che tiene orgogliosamente in mano un attestato di merito scolastico; e la sorella più piccola, in posa dolce.

Questi tre rappresentano ogni singolo bambino palestinese ucciso dall’inizio di questo Genocidio. Secondo le Nazioni Unite e le stime internazionali, oltre 21.000 bambini sono stati uccisi a Gaza, e decine di migliaia sono rimasti mutilati o sepolti sotto le macerie.

Sebbene la normalità quotidiana delle uccisioni renda la tragedia meno scioccante per chi si limita a sentire le cifre, diventa infinitamente più tragica per chi la subisce direttamente. A Gaza, nessuna famiglia è stata risparmiata dalla perdita dei propri cari, e il dolore si acuisce giorno dopo giorno.

Non ci sono parole per descrivere il dolore collettivo di Gaza.

Ciò che rende la tragedia ancora più insopportabile è che il mondo intero sa cosa è successo e continua a succedere a Gaza, eppure non fa nulla per impedirlo. Monitoriamo i numeri, denunciamo la barbarie di Israele, condanniamo il fallimento delle istituzioni internazionali e scuotiamo la testa disperati.

Eppure il risultato rimane invariato: il bilancio delle vittime continua a salire e ogni giorno vengono generate nuove statistiche che ci ricordano la gravità della crisi.

Un rapporto congiunto del 23 luglio, redatto da FAO, UNICEF e Programma Alimentare Mondiale, ha rilevato che 1,4 milioni di palestinesi a Gaza soffrono di grave insicurezza alimentare.

Il rapporto ha inoltre avvertito che si prevede che oltre 74.000 bambini sotto i 5 anni necessiteranno di cure urgenti per malnutrizione acuta nel corso del prossimo anno.

Questo rapporto è stato pubblicato lo stesso giorno in cui le autorità sanitarie di Gaza hanno aggiornato il bilancio ufficiale delle vittime palestinesi, portandolo a oltre 73.311. Tale cifra è già più alta ora, poiché da allora sono state uccise altre persone.

Lo stesso giorno, Thameen Al-Kheetan dell’Ufficio dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani (UN.OHCHR) ha dichiarato che “nessun luogo a Gaza può essere considerato sicuro”.

Questa affermazione è vera, naturalmente, ma è anche il fatto più noto al mondo in questo momento. Nessuno la contesta. Eppure, nessuno agisce: Israele continua a bombardare, il Congresso degli Stati Uniti continua ad assegnargli ulteriori armi e il resto del mondo segue con apprensione il bilancio delle vittime.

Nel frattempo, Israele, che ha preso il controllo di un territorio ancora più vasto a Gaza dopo il cosiddetto cessate il fuoco, sta costruendo imponenti barriere di terra che si estendono per circa 23 chilometri attraverso la Striscia.

Sebbene non sia mai stato giusto fin dall’inizio, nemmeno il piano originale di Trump per Gaza prevedeva la costruzione di confini interni, il furto di ulteriore territorio o la concentrazione di palestinesi sfollati in minuscole enclavi all’interno di un territorio già di per sé esiguo.

Il piano a lungo termine di Israele non è solo quello di mantenere un controllo militare permanente su Gaza, come dichiarato da alti funzionari israeliani, ma anche di prolungarne la sofferenza a tempo indeterminato.

Proprio mentre scrivo questo articolo, le notizie indicano che altri quattro palestinesi sono stati uccisi. È improbabile che il numero rimanga così basso; l’esercito israeliano raramente uccide in numeri esigui.

Ma anche questi piccoli numeri rappresentano esseri umani il cui dolore non può essere misurato con le statistiche, riassunto in dichiarazioni ufficiali o ridotto a titoli di giornale banali.

I sopravvissuti non si aggrappano alla vana promessa che il Diritto Internazionale prevalga sull’impunità garantita a Israele dagli Stati Uniti. La storia ha reso i palestinesi cinici. Per generazioni, attraverso ogni massacro e furto di terre dalla Nakba del 1948, l’attesa di giustizia non ha prodotto altro che vuote promesse e un numero crescente di vittime.

L’unica differenza tra il passato e il presente è che oggi sappiamo, vediamo e sentiamo esattamente cosa sta succedendo a Gaza e in tutta la Palestina.

Il minimo che possiamo fare è rifiutarci di voltare le spalle o di ridurre il Genocidio che si consuma sotto i nostri occhi a semplici numeri.

Se permettiamo che ciò accada, diventiamo anche noi colpevoli: Israele uccide, usando armi americane, mentre noi restiamo a guardare, contando i morti e scuotendo la testa di fronte alla triste situazione del mondo.

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26/07/2026

Quattro palestinesi uccisi dai militari israeliani in Cisgiordania

Dopo un raid dei coloni illegali nel villaggio palestinese di Tell, nei pressi di Nablus, nella Cisgiordania occupata, l’esercito israeliano ha giustiziato quattro palestinesi, sparando ripetutamente a corta distanza. Altri quattro sono gravemente feriti.

Secondo una prima ricostruzione, coloni armati del vicino insediamento illegale di Havat Gilad hanno invaso il villaggio. Gli abitanti hanno tentato di bloccarli e durante lo scontro un palestinese ha sottratto l’arma a uno dei coloni, quindi ha sparato uccidendolo. Un altro israeliano, un soldato, è stato ferito ed è morto qualche ora dopo.

Un video mostra i militari, giunti sul posto, giustiziare alcuni abitanti palestinesi, sparando loro ripetutamente a corta distanza. Tra le vittime, due fratelli. Altri quattro palestinesi sono stati feriti.

Mentre i soldati hanno evacuato i coloni feriti, non hanno permesso di soccorrere i palestinesi. Il villaggio è stato chiuso e l’esercito sta conducendo raid nelle case degli abitanti. Il ministro delle finanze, Bezalel Smotrich, ha chiesto il pugno di ferro contro i palestinesi: “Non possiamo accettare il fatto che i nostri nemici stiano alzando la testa nelle ultime settimane contro i pionieri degli insediamenti e le fattorie. Chiedo che l’esercito compia un’azione forte contro il villaggio omicida e i suoi dintorni e ripristini il controllo israeliano e la deterrenza”. Il ministro suprematista ultranazionalista continua: “Gli eroici lavoratori agricoli e i pionieri degli insediamenti [i coloni, nda] sono il muro protettivo dello Stato di Israele. Continueremo a rafforzarli e onorarli per la loro ferma posizione per la nostra esistenza nella Terra di Israele contro il terrorismo arabo”.

Secondo la versione dell’esercito, i fatti sarebbero avvenuti mentre i coloni israeliani “passeggiavano” nel villaggio palestinese. I coloni, soprattutto negli ultimi mesi, stanno attaccando con violenza i palestinesi della Cisgiordania occupata, aggredendo famiglie con donne e bambini, appiccando incendi alle terre e alle proprietà, rubando greggi. Il ministro Smotrich ha guidato l’approvazione, da parte del governo israeliano, della costruzione di centinaia di nuovi avamposti illegali, con finanziamento di miliardi di dollari.

Mentre il ministro Itamar Ben Gvir propone il “metodo Gaza” anche per i villaggi palestinesi in Cisgiordania, il premier Netanyahu, il ministro della difesa Katz e il capo di stato maggiore Zamir preparano la vendetta dell’esercito e danno mandato alla costruzione di nuovi insediamenti illegali nell’area limitrofa al villaggio di Tell. Intanto i coloni fanno la loro parte, con raid diffusi in diverse zone della Cisgiordania occupata.

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30/06/2026

Venezuela: la doppia catastrofe

di Atilio Boron

Nei primi mesi del 2026, il Venezuela è stato vittima di due eventi traumatici.

Il primo, il 3 gennaio, l’attacco militare denominato “Operazione Risoluzione Assoluta” lanciata dal governo degli Stati Uniti contro Caracas e, marginalmente, altre città come La Guaira.

Secondo trauma: il doppio terremoto di mercoledì scorso.

Ma procediamo per ordine. L'amministrazione Trump supponeva che con quell’audace manovra si sarebbero create le condizioni necessarie per far precipitare un’insurrezione popolare contro il governo chavista e, in questo modo, ottenere l’agognato “cambio di regime” che Washington insegue senza sosta dal momento stesso in cui Hugo Rafael Chávez Frías trionfò nelle elezioni presidenziali del dicembre 1998.

L’operazione in questione ottenne un risultato parziale ma importante: il rapimento del presidente Nicolás Maduro Moros e di sua moglie, la deputata Cilia Flores. Ma nonostante il suo nome pomposo, l'operazione fu un fallimento monumentale dal punto di vista militare e politico, così come lo fu l'“Operazione Furia Epica”, l’attacco di USA e Israele contro l’Iran. Nonostante l’aspetto minaccioso dei loro nomi, in entrambi i casi il “regime” – in questo caso il governo chavista – rimase in piedi, così come il suo omologo a Teheran.

Parliamo di fallimento perché basta confrontare l’enorme dispiegamento di oltre 150 aeromobili, tra aerei ed elicotteri, una portaerei, un sottomarino nucleare e una corazzata utilizzati per devastare il territorio venezuelano, più i 15.000 effettivi mobilitati per il combattimento e il comando di 200 uomini della Delta Force incaricata dell'“estrazione” (eufemismo per non dire rapimento) di Maduro, con le squadre e le truppe utilizzate il 2 maggio 2011 per catturare nientemeno che Osama bin Laden, presumibilmente nascosto nella città pakistana di Abbottabad: 23 membri del Comando Seal con il supporto di un totale di cinque elicotteri e una portaerei, per concludere che la significativa sproporzione tra le attrezzature e il personale utilizzato in entrambe le iniziative dimostra eloquentemente che l'“Operazione Risoluzione Assoluta” aveva obiettivi molto più ampi del rapimento di Maduro.

E andò male. Il governo chavista rimase al potere, il “regime” non crollò e le masse non invasero le strade chiedendo la testa dei loro governanti. Tuttavia, la transizione ordinata sotto la minaccia mortale esplicitamente comunicata dalla Casa Bianca al governo bolivariano, delegò il comando a Delcy Rodríguez come “presidente incaricata”, lasciando il governo chavista e l’economia venezuelana in una condizione di radicale subordinazione agli ordini provenienti da Washington.

Si parla infatti di un protettorato informale o di una condizione semicoloniale di fatto che si manifesta nel furto sfacciato e impunito del petrolio venezuelano, poiché il ricavato della sua vendita viene depositato in un conto speciale del Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti e solo una minima parte viene inviata a Caracas; o nel mantenimento delle quasi 1.100 “misure coercitive unilaterali” che ancora oggi, cinque giorni dopo il doppio terremoto che ha devastato La Guaira e parte di Caracas, rimangono in vigore; o nei visibili cambiamenti nell’agenda della politica estera della Repubblica Bolivariana, soprattutto dopo il ripristino delle relazioni diplomatiche con gli Stati Uniti, interrotte per sette anni.

Ma, attenzione!: siamo di fronte a eventi “in pieno svolgimento”, come soleva dire Walter Martínez, e non solo in America Latina e nei Caraibi ma a livello mondiale. Per questo il tempo dirà se questo travolgimento della sovranità nazionale venezuelana è un’inevitabile opzione tattica difensiva – “per ora”, come direbbe Chávez – o se, purtroppo, si tratta di una capitolazione definitiva. Confidiamo che sia la prima. È incoraggiante che Washington non sia riuscita a raggiungere i suoi obiettivi massimi, “cambiare il regime”; ma bisogna riconoscere che ciò che è rimasto in piedi ha poche somiglianze con il chavismo originale.

Passiamo al secondo evento traumatico. La tragedia sociopolitica perpetrata dal trumpismo si è moltiplicata esponenzialmente a causa del doppio sisma del 24 giugno, quando un potente terremoto di magnitudo 7,2 è stato seguito, appena 39 secondi dopo, da un altro ancora più intenso, che ha raggiunto 7,5 sulla scala logaritmica di Richter.

Non si è trattato di una scossa di assestamento, assicurano gli esperti, ma di due terremoti distinti, il secondo precipitato dal primo e con una violenza due volte e mezzo superiore. Nel loro insieme, questi due terremoti hanno avuto un’intensità senza precedenti nella storia venezuelana: è stato trenta volte superiore – ripeto: trenta volte superiore – a quello che scosse fin nelle fondamenta la città di Caracas nel 1967.

La devastazione materiale è sotto gli occhi di tutti e con essa l’elevato numero di vittime umane, le cui cifre difficilmente si conosceranno con certezza prima delle prossime settimane.

Nonostante ciò, la destra mondiale, fedele al suo carattere reazionario e necrofilo e al suo tradizionale disprezzo per la verità, ora accusa il governo di Delcy Rodríguez di non disporre degli elementi necessari per assistere adeguatamente le vittime e i sopravvissuti della terribile catastrofe.

Da qui piovono le denunce contro il chavismo come presunto “stato fallito”, ma le canaglie omettono di dire che se ci sono stati problemi nell’affrontare le conseguenze del doppio terremoto – mancanza di attrezzature come ruspe o altri macchinari pesanti, forniture mediche, ospedali ben riforniti, eccetera – ciò è dovuto ai dieci anni di sanzioni e ostacoli commerciali e finanziari di ogni tipo con cui il Venezuela è stato aggredito dal momento in cui nel marzo del 2015 il falso Premio Nobel per la Pace 2009 Barack Obama proclamò, con imperdonabile perfidia, che il governo bolivariano rappresentava una “minaccia inusuale e straordinaria per la sicurezza nazionale e la politica estera degli Stati Uniti”.

Le conseguenze di questa politica, aggravata durante la prima amministrazione Trump (2017-2021), furono catastrofiche, nel senso più stretto della parola. Le restrizioni imposte alla commercializzazione del greggio e i veti all’importazione di attrezzature e pezzi di ricambio per l’industria petrolifera hanno prodotto un crollo senza precedenti delle entrate generate dalla statale PDVSA.

Se nel 2012 le esportazioni petrolifere avevano raggiunto un picco di 93 miliardi di dollari, dopo le sanzioni iniziate da Barack Obama e potenziate dal primo Trump, queste scesero nel 2020 a 4,2 miliardi di dollari, cioè meno del 5 per cento di quanto ottenuto 8 anni prima! La guerra economica condotta con spietata intensità ha gravemente colpito le entrate dello Stato, indispensabili per finanziare le politiche pubbliche e naturalmente il benessere collettivo della società e il reddito dei lavoratori. Gli sforzi e la creatività del governo chavista presieduto da Nicolás Maduro sono riusciti in parte a mitigare questa situazione, portando il livello delle esportazioni a circa 18 miliardi di dollari, ben al di sotto della tendenza storica precedente al blocco ordinato da Washington.

Questo criminale attacco economico ha prodotto il definanziamento dei servizi sociali forniti dallo stato chavista in materia di salute, istruzione e settori correlati e il conseguente deterioramento del livello medio di retribuzione salariale del pubblico impiego.

Uno studio sull’impatto delle sanzioni economiche in Venezuela condotto da Mark Weisbrot e Jeffrey Sachs nell’ambito del Center for Economic and Policy Research di Washington DC conclude che le sanzioni “hanno causato più di 40.000 morti tra il 2017 e il 2018”. Queste sanzioni, proseguono gli autori, “rientrerebbero nella definizione di punizione collettiva della popolazione civile” e non solo violano la legalità internazionale ma anche la stessa legislazione statunitense.

Per concludere, è ovvio che un governo attaccato con tanta ferocia e per così tanto tempo incontri difficoltà nell’affrontare una mostruosa combinazione di due tremendi terremoti.

Ma bisogna guardare alle cause e queste risiedono, fondamentalmente, negli effetti devastanti del blocco che il governo degli Stati Uniti ha decretato contro il Venezuela e, da oltre sei decenni, contro Cuba. Il blocco è genocidio, pulizia etnica, crimine contro l’umanità, qualcosa che i sinistri e mendaci pappagalli mediatici della destra e dell’imperialismo si incaricano di nascondere per poter così incolpare le vittime degli orrori inflitti loro dai propri carnefici.

Confidiamo che prima o poi sia il Venezuela che Cuba possano voltare pagina su questo orribile capitolo della storia dell’imperialismo.

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27/05/2026

Eccidio di Starobel’sk: ennesima “linea rossa” di prova della reazione russa

25 maggio. Passate in un attimo le “giustificazioni” addotte dai nazigolpisti di Kiev che, tardivamente allarmati dal proprio misfatto, hanno bofonchiato di errore digitale nel pilotaggio dei droni sulla casa dello studente di Starobel’sk, lo scorso 22 maggio; d’altronde, il cosiddetto “errore” è stato immediatamente dissipato dal rinvenimento di elementi tecnici che, per definizione, escludono qualsiasi sbaglio nella determinazione degli obiettivi.

Transitati senza lasciar traccia, che non fosse quella maleodorante delle canaglie che li hanno raccontati, i deliri di quei farabutti di casa nostra che, sentendosi “più ucraini degli ucraini”, hanno sproloquiato su una “struttura dell’intelligence russo” accasermata nei sotterranei della casa dello studente, tanto sono subdoli i barbari asiatici delle regioni iperboree.

Passati i silenzi complici dei fascisti di governo e dei media al servizio degli obiettivi guerrafondai euro-atlantisti. Passate le carognate dei farabutti de Linkiesta, che non spendono una parola sulla strage di ragazzi, ma puntano sulla risposta russa del 24 maggio e sproloquiano che «le stragi di civili compiute dai russi sono anche la conseguenza della loro crescente frustrazione per l’andamento di una guerra che stanno perdendo».

Passato tutto questo, rimane l’ennesima carneficina perpetrata per mano nazigolpista sulle martoriate regioni del Donbass. Un eccidio di giovani e giovanissimi studenti, benedetto dalla feccia di Bruxelles e programmato, ci sentiamo di ipotizzare – senza peraltro disporre, per carità, di prove concrete – nei bassifondi abitati da quegli assassini professionali del MI6 britannico, o in qualche settore ben acquartierato nelle strutture del “potere profondo” yankee.

L’obiettivo, ancora una volta, era quello di superare un’ulteriore linea rossa, per mettere alla prova la “pazienza” del Cremlino e verificare quanto lontana potesse andare la risposta russa. In vista del traguardo del 2029 o 2030, quando la NATO si reputerà pronta a sferrare un attacco diretto, si agisce intanto per mano nazigolpista allo scopo di sperimentare militarmente la reazione di Moskva.

Reazione che, in risposta al eccidio di Starobel’sk, c’è stata, portata con missili Orešnik, Iskander, Kinžal, Tsirkon, indirizzati su strutture di comando militare ucraino a Kiev e in altre città, ma che non ha colpito, ancora una volta, i vertici nazigolpisti e tantomeno obiettivi civili, come poteva essere nelle aspettative dei mandanti euroatlantici. Le regioni colpite sono state quelle di Khmelnitskij, Žitomir, Kirovograd, Poltava, Odessa, Cerkasy, Dnepropetrovsk, in cui sono stati presi di mira obiettivi industriali, fabbriche militari e, a Kiev, pare, la Direzione generale dell’intelligence (GUR).

Nella regione di Kiev colpito l’agglomerato “Chiesa Bianca”, sede di un grande complesso di riparazione di aerei. Reazione puramente militare, dunque, senza alcuna matrice di “vendetta” indiscriminata, come era probabilmente nelle attese degli sponsor della junta di Kiev.

L’eccidio di Starobel’sk – la russa RT ha pubblicato l’elenco dei paesi di provenienza dei giornalisti che hanno accettato l’invito a recarsi sul luogo della strage: mancano CNN, BBC, media giapponesi e c’è da credere che anche dall’Italia non fossero presenti inviati delle TV di regime – si è consumato proprio all’antivigilia della risepoltura a Kiev delle ceneri di Andrej Mel’nik, capintesta di una delle fazioni del OUN filohitleriano, che parlava dell’Ucraina come di uno stato che avrebbe dovuto essere “autoritario e totalitario, basato su un sistema nazionalicratico”, con lo “sradicamento” di russi, polacchi ed ebrei e lo “sterminio con il pugno di ferro degli ucraini russificati”.

D’altronde, è proprio questa l’ideologia degli attuali nazigolpisti al potere a Kiev e il massacro di giovanissimi russofoni nella regione di Lugansk si inserisce direttamente nella logica dei collaborazionisti nazisti del OUN di Stepan Bandera e Andrej Mel’nik.

E, guarda caso, proprio nei giorni scorsi, nei sotterranei della dismessa stazione della metropolitana di Londra “Charing Cross” si sono svolte le esercitazioni di comando “Arcade Strike”, su azioni dirette contro la Russia, cui hanno preso parte circa 500 ufficiali di Gran Bretagna, USA e altri paesi NATO.

Nemmeno a farlo apposta, dopo giorni di “allarmi” su un presunto pericolo russo per i paesi baltici, le manovre londinesi presupponevano la risposta NATO nel caso di “attacco della Russia all’Estonia”. Il Quartier generale era stato allestito nei sotterranei del metro per evitare la sua eliminazione da parte di missili balistici russi; ne ha parlato in un videoblog di The Telegraph il comandante britannico delle forze NATO di rapido intervento, generale Mike Elviss.

«Ci stiamo indirizzando verso un sistema di controllo digitale» ha detto Elviss, in cui le «decisioni vengono sempre più prese attraverso l’intelligenza artificiale, permettendoci di agire in modo più rapido ed efficiente su lunghe distanze... Il generale non si siederà più a cavallo e guarderà attraverso il cannocchiale la battaglia che si svolge davanti a lui... per la protezione contro i missili balistici, è necessario essere sottoterra, bisogna disperdersi, il movimento deve essere ben pensato e nascosto nello spettro elettromagnetico». A Londra, i criminali con le stellette si addestrano a dirigere da sottoterra le operazioni di guerra, ben conoscendo il potenziale missilistico russo.

Dunque, il canale Telegram “Due Maggiori” scrive che la NATO sta operando direttamente al coordinamento delle azioni da un quartier generale interrato, il che testimonia della preparazione a un serio attacco a Russia e Bielorussia: «In generale, lo scenario può essere considerato offensivo – se si considera che i droni stanno già volando per migliaia di chilometri nelle profondità della Russia, tali posti di comando NATO sotterranei possono essere schierati lungo l’intero confine tra Russia e Bielorussia, per coordinare un improvviso massiccio attacco con decine o centinaia di migliaia di droni e missili contemporaneamente», in grado di mettere fuori uso le difese russe.

Per quanto riguarda il caso specifico di Starobel’sk, Maksim Grigor’ev, membro della Camera pubblica russa e veterano dell’Operazione speciale, afferma che tale atto criminale possa esser «percepito da Kiev come una autopromozione verso gli sponsor europei. Contrabbandano un atto terroristico come efficacia delle forze armate ucraine: dicono che i droni ucraini sono in grado di colpire obiettivi sul territorio della Federazione Russa. Così che l’ufficio di Zelenskij chiede ulteriori fondi per continuare il conflitto». Pertanto, dice Grigor’ev, sembra inutile cercare una logica militare nelle azioni del regime terroristico ucraino. La junta nazigolpista funziona secondo un «ideologia estremamente semplice: più russi uccidono, meglio è. Si muovono secondo questa linea».

Che in fondo è quella indirettamente proclamata dalla esimia professoressa della Johns Hopkins University, signora Nathalie Tocci che, in un’intervista a quello squallore “ideologico” detto MicroMega, afferma che «l’Europa ha finalmente capito» – ne sia resa grazie al cielo – che «sostenere Kyiv è nel suo interesse», perché l’Ucraina ha «interiorizzato il tradimento statunitense e trasformato la guerra in una prova di resistenza strategica e produttiva».

Con la produzione di droni in congrega con il complesso militare-industriale euro-atlantico e il loro utilizzo sia in veste “autonoma” di terrorismo criminale, sia, appunto, in sede di sperimentazione dell’ulteriore “linea rossa” anti-russa da parte di Bruxelles, Londra, Washington, Kiev agisce in ogni caso da piazzaforte NATO e funge da “apripista” nella escalation bellicista.

Bibliografia

https://www.linkiesta.it/2026/05/la-strage-di-kyjiv-dimostra-cosa-significa-dialogare-con-putin/

https://politnavigator.news/nato-otrabotalo-massovye-raketno-dronovye-udary-po-rossii-iz-londonskojj-podzemki.html

https://vz.ru/politics/2026/5/24/1421791.html

Fonte

25/05/2026

La farsa del giornalismo investigativo “liberale” israeliano

Una recente inchiesta sull’uccisione di tre ostaggi da parte di soldati israeliani evidenzia come persino i programmi di informazione critici facciano parte di un’architettura di negazione pubblica.

Due settimane fa, il programma investigativo HaMakor del Canale 13 israeliano ha trasmesso un servizio di 60 minuti sull’uccisione, avvenuta nel dicembre 2023, di tre ostaggi israeliani, Yotam Haim, Alon Shamriz e Samer Al-Talalka, fucilati da soldati israeliani a Shuja’iya, nella parte orientale della città di Gaza, dopo essere usciti da un nascondiglio con una bandiera bianca.

Anche senza conoscere i dettagli più specifici, una cosa avrebbe dovuto essere chiara fin dall’inizio: quando dei soldati sparano dall’interno di edifici contro tre uomini a torso nudo che sventolano una bandiera bianca, uccidendone due, poi inseguono il terzo, lo costringono a uscire allo scoperto e lo uccidono a colpi d’arma da fuoco, il problema non è semplicemente di “scambio di persona”.

Il problema è che i soldati israeliani sparano abitualmente a persone innocenti. Bisognerebbe essere straordinariamente ingenui per credere che, nell’unico caso in cui ciò è accaduto, le vittime fossero semplicemente israeliani.

Eppure HaMakor ha accuratamente evitato questa conclusione. Non ha nemmeno preso in considerazione la questione, rifiutandosi di riportare ciò che io e altri avevamo già notato in tempo reale: che il comandante del battaglione presente sul posto, il Tenente Colonnello Dan Luria, aveva precedentemente supervisionato un altro incidente sulla spiaggia di Zikim a Gaza, in cui dei palestinesi che si erano arresi e non rappresentavano una minaccia erano stati uccisi, e in seguito aveva posato orgogliosamente accanto ai loro corpi.

Solo uno dei genitori degli ostaggi, il padre di Alon Shamriz, ha sollevato in diretta il collegamento tra i due episodi. Ma i produttori, sfidando quello che dovrebbe essere l’istinto più elementare del giornalismo investigativo, non hanno approfondito la questione.

HaMakor non ha nemmeno affrontato seriamente la testimonianza della madre di Yotam Haim, Iris, che ha rivelato che i soldati che hanno ucciso suo figlio avevano agito con l’ordine di sparare a vista a ogni uomo, indipendentemente dall’età: un ordine ovviamente illegale e che, a giudicare da decine di altri episodi a Gaza, probabilmente non era un caso isolato. Ma invece di indagare se tali ordini fossero prassi comune, HaMakor ha nuovamente limitato l’accusa alla voce di Haim, passando oltre.

Guardando il servizio, mi sono chiesto: se uno dei programmi televisivi investigativi più rispettati di Israele poteva affrontare solo tiepidamente l’uccisione di israeliani innocenti, come aveva trattato l’uccisione di palestinesi innocenti a Gaza?

Ho iniziato ad analizzare i programmi di HaMakor e Uvda, i due principali programmi investigativi della televisione commerciale israeliana che, insieme ai loro conduttori Raviv Drucker e Ilana Dayan, sono ampiamente considerati i portabandiera del giornalismo liberale israeliano.

Negli ultimi due anni e mezzo, i due programmi hanno trasmesso 45 inchieste sugli ostaggi israeliani, la maggior parte delle quali incentrate su narrazioni di eroismo; 11 episodi sul fallimento militare del 7 ottobre; 12 sulla gestione interna della guerra in Israele; e quattro sulla guerra in Libano e Iran.

Il numero di inchieste dedicate ai palestinesi innocenti uccisi dall’esercito israeliano è stato pari a zero. L’omissione è così totale che gli spettatori potrebbero essere perdonati se pensassero che le uniche vittime innocenti dell’esercito israeliano in questa guerra siano israeliani.

A parte l’uccisione degli ostaggi a Shuja’iya, l’unica altra volta in cui uno dei due programmi ha esaminato seriamente l’uccisione di un civile innocente da parte delle forze israeliane è stata la sparatoria contro Yuval Castleman sul luogo di un attentato terroristico a Gerusalemme, anche in questo caso, una vittima israeliana.

Lo stesso schema si è ripresentato nella copertura degli abusi nelle carceri israeliane. Più di 100 palestinesi sono morti sotto la custodia delle forze di sicurezza israeliane dall’inizio della guerra, e le organizzazioni israeliane per i diritti umani B’Tselem e Medici per i Diritti Umani-Israele hanno documentato chiari segni di abusi.

Eppure HaMakor ha scelto di affrontare il tema dei maltrattamenti legati alla detenzione solo una volta: nel caso di Ori Elmakayes, un adolescente israeliano ingiustamente sospettato di aver passato informazioni al nemico, che non ha subito danni fisici durante una breve detenzione.

Non si tratta di una mancanza di competenza giornalistica. Raviv Drucker e Ilana Dayan sono tra i migliori giornalisti in Israele. Entrambi sono sopravvissuti per anni nei principali media israeliani, mentre la società diventava sempre più violenta e sempre meno disposta a guardarsi allo specchio. Forse questa sopravvivenza è dipesa proprio dalla capacità di percepire e interiorizzare ciò che si può dire e ciò che deve rimanere inespresso.

Il risultato è una scelta editoriale consapevole che oscilla, a tratti, tra il grottesco e l’assurdo: la guerra può essere criticata, ma non dalla prospettiva delle sue vittime palestinesi. Le mancanze dell’esercito possono essere oggetto di indagine, ma principalmente nella misura in cui hanno danneggiato gli israeliani.

Ecco perché la questione non è solo ciò che questo tipo di antigiornalismo si rifiuta di mostrare, ma anche ciò che questo rifiuto ha provocato nella società israeliana stessa. Mentre decine di migliaia di innocenti uomini, donne e bambini palestinesi sono stati uccisi dalle forze israeliane a Gaza, i principali giornalisti investigativi israeliani hanno abbandonato una delle responsabilità più basilari del giornalismo: costringere la società a confrontarsi con ciò che viene fatto in suo nome.

Ignorare la Storia

Dopo aver visto il servizio di HaMakor sugli ostaggi, non riuscivo a togliermi dalla testa il pensiero di cosa sarebbe potuto accadere se episodi simili a Gaza avessero ricevuto lo stesso trattamento dalla televisione israeliana anni prima. Forse gli ordini di uccidere innocenti sarebbero cessati? Forse alcuni soldati si sarebbero rifiutati di eseguirli? O forse gli ostaggi stessi avrebbero evitato i soldati, sapendo che avrebbero potuto ucciderli anziché salvarli?

Il 4 gennaio 2009, durante il conflitto di tre settimane noto in Israele come Operazione Piombo Fuso, i bombardamenti israeliani colpirono la casa della famiglia Abu Hajjaj a Sud di Gaza. In risposta alle istruzioni dell’esercito israeliano, circa 30 membri della famiglia, di cui 20 bambini, lasciarono il quartiere sventolando bandiere bianche. Mentre attraversavano un campo agricolo aperto, un carro armato israeliano aprì il fuoco. Majda Abu Hajjaj, 37 anni, morì sul colpo; sua madre, Raya Abu Hajjaj, 64 anni, rimase ferita e morì poco dopo. I corpi delle due donne rimasero nel campo per due giorni, fino alla fine dei combattimenti.

Nove giorni dopo, nel villaggio di Khuza’a, nel Sud di Gaza, decine di residenti si radunarono nel cortile della casa di Osama Al-Najjar dopo che i soldati avevano ordinato loro di uscire a coppie. Le prime due a uscire furono Rawhiyya e Yasmin Al-Najjar, sventolando bandiere bianche. Dopo aver superato diverse case, un soldato a circa 40 metri di distanza aprì il fuoco. Rawhiyya fu uccisa da un colpo preciso alla testa.

Tre anni dopo, il soldato coinvolto fu condannato a 45 giorni di reclusione nella sua base di servizio. Incidenti di questo tipo si ripeterono con tale frequenza durante quel conflitto che è difficile non sospettare una politica sistematica.

L’uccisione di palestinesi innocenti con bandiere bianche non fu un caso isolato durante l’Operazione Piombo Fuso. Durante l’Operazione Margine Protettivo nel 2014, i soldati fecero irruzione nella casa di Muhammad Tawfiq Muhammad Qudayh, sempre a Khuza’a. Qudayh uscì dal seminterrato con una bandiera bianca in mano, insieme ai suoi due figli, per informare i soldati che la sua famiglia si era rifugiata al piano inferiore. I soldati lo uccisero sul colpo. (Dopo l’evacuazione degli abitanti, il villaggio fu raso al suolo, un’anticipazione di ciò che l’esercito israeliano avrebbe poi fatto a gran parte di Gaza dopo il 7 ottobre 2023).

Anni dopo, il caso fu archiviato in silenzio. L’investigatore della polizia militare incaricato del caso avrebbe poi scritto un’opera teatrale sull’insabbiamento, intitolata “A parte questo, non è successo niente”.

In tutti questi casi, le vittime erano chiaramente identificate come civili con bandiere bianche e non rappresentavano una minaccia. I soldati che le uccisero non erano in pericolo immediato e potrebbero benissimo aver agito in base allo stesso tipo di ordini illegali descritti in seguito da Iris Haim.

Non sono mai mancate le prove: indagini della polizia militare, testimonianze oculari, soldati che documentavano i propri crimini e li pubblicavano sui social media e, in alcuni casi, investigatori che in seguito parlavano pubblicamente di insabbiamenti sistematici all’interno dell’esercito.

Drucker, lui stesso ex investigatore militare, dovrebbe conoscere questo sistema meglio di chiunque altro. Eppure i programmi televisivi investigativi israeliani non hanno mostrato praticamente alcun interesse.

Durante l’ultima guerra di Gaza, testate giornalistiche israeliane indipendenti e organi di informazione di tutto il mondo hanno pubblicato numerose inchieste sulle uccisioni di massa di civili a Gaza. La documentazione è ormai ampia: i servizi di +972 Magazine e Local Call sull’uso dell’intelligenza artificiale da parte dell’esercito israeliano per colpire obiettivi di massa; l’inchiesta del New York Times sull’attacco del 31 ottobre 2023 al campo profughi di Jabalia che ha ucciso almeno 126 civili, tra cui 68 bambini, e la sua inchiesta visiva sui ripetuti attacchi israeliani contro le cosiddette “zone sicure” di Gaza; La ricostruzione di Forensic Architecture dell’uccisione della piccola Hind Rajab, di 6 anni, e dei paramedici inviati a soccorrerla; l’inchiesta sull’uccisione e la sepoltura di 15 operatori umanitari palestinesi; l’inchiesta di Reuters sull’uccisione di cinque giornalisti all’Ospedale Nasser; l’inchiesta della BBC sui bambini colpiti alla testa o al petto; e molte altre.

Nel complesso, queste indagini rappresentano solo una frazione degli incidenti che hanno ucciso decine di migliaia di palestinesi innocenti a Gaza, tra cui circa 20.000 bambini. Eppure, la maggior parte di questi eventi è stata a malapena presa in considerazione dai principali media israeliani.

Quando le indagini straniere sono diventate impossibili da ignorare, i media israeliani hanno generalmente dato più spazio alle smentite dei portavoce militari e dei funzionari della stampa governativa che alle prove stesse. In ogni caso, le notizie provenienti dall’estero non erano affatto necessarie per stabilire cosa stesse accadendo: gli stessi soldati israeliani hanno caricato centinaia di video che documentavano crimini di guerra, sicuri che, in Israele, tali atti sarebbero stati accolti con ammirazione piuttosto che con punizione.

Una base morale per distogliere lo sguardo

I principali media israeliani, non le emittenti apertamente propagandistiche come Canale 14, ma la stampa istituzionale, sono diventati uno degli esempi più lampanti, in qualsiasi cosiddetta democrazia, di gestione dell’informazione in tempo di guerra fusa con la creazione attiva del consenso pubblico. Non si è trattato semplicemente di “ignorare” ciò che accade a Gaza, il che, sebbene inaccettabile, offrirebbe almeno ai comuni israeliani una plausibile negabilità. La copertura mediatica è stata in effetti implacabile. Ma non è una copertura della realtà.

I corrispondenti militari recitano quasi alla lettera i comunicati del portavoce dell’esercito: le morti di civili sono “bugie di Hamas”; se vengono uccisi dei civili, significa che venivano usati come scudi umani dai terroristi di Hamas; “in ogni casa c’è una pistola”; ogni quartiere distrutto era una necessità militare.

L’esercito annuncia quanti “terroristi” ha “eliminato” in un dato giorno, quasi mai quanti civili sono stati uccisi al loro fianco. Al massimo, c’è un’espressione di rammarico, di solito quando i morti hanno passaporti stranieri.

I corrispondenti arabi sono praticamente scomparsi dagli schermi televisivi israeliani durante il primo anno di guerra, perché la loro stessa presenza in studio interrompeva la Disumanizzazione su cui si basava la copertura. L’eccezione è stata l’opinionista “orgogliosamente arabo-israeliano” Yoseph Haddad, il cui pieno sostegno alla guerra ha permesso alle emittenti di preservare l’apparenza di diversità, eliminando al contempo quasi ogni altra voce palestinese.

Nel frattempo, commentatori come Almog Boker del Canale 12 e Moria Asraf del Canale 13 sono diventati figure centrali proprio per la loro ossessiva ripetizione del consenso secondo cui “non ci sono innocenti a Gaza”.

Negli studi televisivi si susseguono infinite discussioni su come condurre la guerra, ma quasi nessuna sulla moralità della guerra stessa, con la sua distruzione senza precedenti di vite civili. I giornalisti dibattono sulla carenza di bombe di fabbricazione israeliana; guai a chiedersi se il problema non sia la produzione insufficiente, ma un desiderio eccessivo di bombardare la popolazione civile.

A volte, la logica che sostiene questo sistema emerge apertamente. Nel gennaio 2024, Roi Yanovsky, responsabile delle inchieste del Canale 13, mentre prestava servizio come riservista, un fatto che lo avrebbe indubbiamente reso un “obiettivo legittimo” se fosse stato palestinese, scrisse che “l’ideologia di Hamas è presente in quasi tutte le case” della Striscia. “Hamas a Gaza è come Messi in Argentina”, ha dichiarato, prima di chiedere retoricamente perché i genitori di Gaza dovrebbero mandare i loro figli in asili che “servono da infrastruttura terroristica”.

Sostenendo la solita argomentazione secondo cui la popolazione stessa è complice, Yanovsky ha fornito la base morale che permette agli israeliani di distogliere lo sguardo dai crimini perpetrati in loro nome a Gaza.

Un anno dopo, in seguito alla protesta organizzata dagli attivisti del movimento Standing Together (Restare Uniti) davanti agli studi di Canale 12 nel centro di Israele contro l’indifferenza dei media alla sofferenza di Gaza, una messaggistica WhatsApp di Canale 12 trapelata ha smascherato la stessa logica in modo ancora più esplicito.

“Con tutto il dovuto rispetto per il nostro dovere giornalistico”, ha scritto il caporedattore Ron Yaron, “quando si ascolta la storia delle donne israeliane sopravvissute alla prigionia, è alquanto difficile entrare in sintonia con il messaggio di questa protesta”.

Lo scambio di battute dimostra che ciò che appare sulla televisione israeliana non è il risultato di un’omissione accidentale, ma di una precisa ideologia editoriale. Le dittature impongono il silenzio attraverso il terrore e la censura; Israele lo ottiene in gran parte attraverso il consenso sociale, riprodotto da dirigenti, redattori, amministratori delegati e commentatori di spicco.

Nulla di tutto ciò è iniziato il 7 ottobre. Per decenni, i media israeliani hanno minimizzato l’uccisione di palestinesi presentandola come tragici “incidenti”, alimentando al contempo il mito dell’“esercito più morale del mondo”. Anche nelle guerre precedenti si era cercato di preservare questa facciata: per anni, Canale 12 ha trasmesso un filmato di un pilota dell’aeronautica israeliana che interrompeva un attacco aereo dopo aver “avvistato un bambino”, rafforzando il messaggio che l’esercito israeliano non uccide intenzionalmente i bambini.

Quella è sempre stata una menzogna bella e buona. Ma almeno allora, molti sentivano ancora il bisogno di insabbiarla. Ora non è più così.

Rendere accettabile lo sterminio di massa

Ma programmi come HaMakor e Uvda svolgono un ruolo ancora più importante presso il pubblico liberale israeliano. Slogan apertamente Genocidi come “non ci sono innocenti a Gaza” sono troppo volgari per un pubblico colto e liberale; potrebbero persino suscitare disgusto. Né è probabile che questo pubblico si rivolga ai social media, che considera privi di fonti e inaffidabili. Il pubblico liberale richiede un meccanismo di negazione più sofisticato, che pretenda di condurre un’indagine critica pur evitando accuratamente le conclusioni che tale indagine richiede.

Questo è il ruolo che Drucker e Dayan sono arrivati ​​a ricoprire. Drucker continua a produrre inchieste acute sulla corruzione di figure molto odiate come il Ministro dei Trasporti Miri Regev.

La settimana scorsa, ha di fatto crocifisso coloro che diffondevano disinformazione, tra cui il membro della Knesset (Parlamento) Tsega Melaku, riguardo all’incidente con omissione di soccorso del maggio 2023, che causò la tragica morte del piccolo Rafael Adana di 4 anni e scatenò proteste di massa contro la gestione del caso da parte del sistema giudiziario (un atteggiamento che non avrebbe mai adottato, ad esempio, nei confronti degli ufficiali dell’esercito che diffusero menzogne ​​sulla decapitazione di neonati durante l’attentato del 7 ottobre, affermazioni poi riprese a pappagallo dal Presidente statunitense Biden).

Anche Dayan ha pronunciato sinceri monologhi liberali, mettendo in guardia contro la minaccia che la riforma giudiziaria rappresenta per la democrazia israeliana. Entrambi hanno dimostrato grande coraggio nei confronti del governo e ben maggiore codardia verso l’esercito israeliano e il proprio pubblico.

È fondamentale notare che il loro dissenso “di sinistra” viene sempre presentato come “un’opinione”, mai come il prodotto di un’inchiesta giornalistica su Gaza. Il motivo è chiaro: l’opinione di un uomo o di una donna, per quanto influente, non obbliga il pubblico a un esame morale. Gli spettatori possono semplicemente avere un’opinione opposta, che viene considerata altrettanto legittima. Di fatto, questo disaccordo superficiale contribuisce a sostenere l’illusione che Israele sia una democrazia normale e dinamica, anche mentre il suo esercito uccide decine di migliaia di bambini.

Un’inchiesta condotta dai giornalisti israeliani più stimati, che dimostrasse che l’esercito aveva sistematicamente ucciso civili, o quantomeno operato secondo regole di ingaggio permissive nei loro confronti, infrangerebbe uno dei presupposti più basilari del “buon senso” della società israeliana: che il suo esercito sia il più morale del mondo. Ma è proprio lì che è stata tracciata la linea di demarcazione della legittimità, con la penna dell’autocensura.

Questo lavoro è stato affidato a giornalisti stranieri, permettendo al governo israeliano e ai suoi organi di stampa di liquidare i risultati come propaganda anti-israeliana (o antisemita).

Non affermo che Drucker o Dayan cerchino consapevolmente questi risultati, né sottovaluto le pressioni a cui sono sottoposti in una società che considera una lieve critica un tradimento e pretende che chi la esprime paghi un prezzo personale molto alto. Ma in questo caso le intenzioni sono secondarie rispetto alle conseguenze.

Questa architettura della negazione, che permette al pubblico liberale di sapere e non sapere contemporaneamente, è una architettura che conosco bene dai tempi in cui vivevo e facevo ricerche in Argentina sotto la giunta militare-civile di destra (alla quale Israele forniva un sostanziale supporto militare e diplomatico). Lì, i giornalisti temevano i generali e le Ford Falcon (una vettura prodotta in Argentina tra il 1960 e il 1991) verdi, e la società continuava a funzionare “normalmente” anche mentre 30.000 persone venivano fatte “scomparire”.

In Israele nel 2026, i giornalisti temono il crollo degli ascolti, le folle sui social e di essere etichettati come “traditori” o “sostenitori del terrorismo” sui canali di destra, o peggio, dal proprio pubblico.

I media liberali sono di fatto diventati ostaggi volontari degli impulsi più oscuri dei loro spettatori. Invece di costringerli a guardare la realtà in faccia, li nutrono esattamente con ciò che sono disposti a consumare: un’altra storia di eroismo, un altro fallimento tecnico dell’esercito, un’altra tragedia, a patto che le vittime siano israeliane. E tutto ciò evitando accuratamente di spiegare il motivo della tragedia e alimentando il mito secondo cui tali tragedie accadrebbero “per errore”.

Non si tratta di censura nel senso classico del termine. È qualcosa di meno diretto e, per certi versi, più efficace: un sistema condiviso di confini che determina in anticipo cosa può essere conosciuto. Gli israeliani possono vedere le immagini dei bambini che muoiono a Gaza sulla CNN o sui social media, proprio come gli argentini un tempo videro le madri degli scomparsi riunite in Plaza de Mayo. Ma i media locali proteggono gli spettatori dalle implicazioni di ciò che vedono, impedendo che quelle immagini diventino un’accusa morale contro la società che le ha prodotte.

In questo contesto, vale la pena ricordare un articolo scritto durante gli anni della dittatura dal padre di Ilana Dayan, Mordechai Dayan. In: “Nessuno è perseguitato a causa della sua ebraicità”, sosteneva che gli ebrei, pur essendo fortemente sovra rappresentati tra i desaparecidos argentini, non erano stati presi di mira semplicemente a causa della loro identità ebraica, sottintendendo, in sostanza, che dovevano aver “fatto qualcosa”. E se avevano fatto qualcosa, non era richiesta alcuna empatia.

L’articolo fu diffuso dalle ambasciate della dittatura in tutta l’America Latina perché il suo messaggio era esattamente ciò di cui il Regime aveva bisogno per legittimarsi: che le sue vittime non erano affatto vittime, ma persone che si erano attirate il proprio destino, e certamente non a causa dell’antisemitismo.

Lo scopo di tali scritti era quello di colmare il divario tra la realtà e l’informazione, di fornire al pubblico un linguaggio attraverso il quale le sparizioni di massa potessero essere viste e al tempo stesso minimizzate. Questo è il ruolo che i principali media israeliani si sono autoassegnati nel contesto di Gaza, esercitato attraverso il silenzio: trasformare l’uccisione di massa di civili in una storia accettabile per l’opinione pubblica.

Ma se la dittatura argentina ha dovuto coltivare attivamente un clima in cui “chiunque non sia con noi è contro la patria”, un clima che ha rapidamente reso superflua la presenza di un soldato in ogni redazione, in Israele non sono state necessarie campagne simili né scagnozzi della giunta. Questo riflesso era già radicato nel DNA dei media israeliani ben prima dell’inizio della guerra.

La decisione consapevole dei principali canali televisivi israeliani di cancellare dallo schermo qualsiasi traccia della sofferenza umana nella Striscia di Gaza ha prodotto un profondo distacco morale e psicologico dalla realtà nella società israeliana.

Mentre gran parte del mondo guarda immagini di quartieri residenziali devastati, civili affamati e bambini mutilati, gli israeliani vivono in una serra televisiva di eroismo, strategie militari e preoccupazione per ostaggi e soldati. Non sorprende, quindi, che l’israeliano medio non capisca davvero perché “il mondo intero sia contro di noi”.

Al di là di questa ignoranza pratica, l’assenza di copertura mediatica ha un effetto psicologico devastante: accelera l’intorpidimento morale che rende accettabili forme di guerra sempre più estreme. Una volta che il civile palestinese viene cancellato dai riflettori e ridotto a un fantasma senza nome, termini come “vittoria totale”, “radere al suolo i quartieri” e persino “fame forzata” diventano concetti astratti, spogliati di qualsiasi costo umano o morale.

Col tempo, gli stessi meccanismi che normalizzano l’indifferenza alla sofferenza palestinese corrodono il tessuto pseudodemocratico di Israele. Una società addestrata a ignorare il disastro umanitario oltre il confine troverà sempre più difficile affrontare la repressione politica, gli attacchi ai diritti civili e il silenziamento delle voci critiche in patria. Proteggendo l’opinione pubblica da una verità scomoda, i media israeliani non solo vengono meno al loro dovere, ma accelerano il crollo dello stesso pubblico che affermano di servire.

Fonte