Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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07/11/2025
7 novembre 1917 - La Rivoluzione fu anche lotta per la sopravvivenza, come potrebbe essere oggi
Le visioni delle Rivoluzione d’Ottobre con cui abbiamo dovuto fare i conti nei decenni trascorsi, possono essere riassunte in almeno due narrazioni fuorvianti:
1) per la borghesia è stato né più né meno che un colpo di mano, un colpo di stato, da parte dei bolscevichi che hanno così impedito una via d’uscita liberale al crollo dell’autocrazia zarista;
2) per un bel pezzo della “sinistra” è stata invece una rivoluzione tradita dai suoi sviluppi successivi. Una visione da cui è nata l’ipocrisia dell’antistalinismo che ha impregnato gran parte dell’elaborazione della sinistra occidentale, inclusa quella alternativa.
Contro queste due visioni è stato bene combattere nei decenni scorsi, e lo è altrettanto oggi come abbiamo cercato di fare lo scorso anno con le iniziative su “Elogio del Comunismo del Novecento”. Soprattutto se, giustamente, si intende poi riaprire o mantenere aperta la questione della “Rivoluzione in Occidente”, che rimane la contraddizione aperta da quando la Rivoluzione d’Ottobre si trovò da sola a dover gestire la rottura rivoluzionaria nell’anello debole della catena imperialista nel 1917.
Non possiamo però nasconderci che esiste una terza attitudine, più genuina ma altrettanto fuorviante, che è quella di ridurre l’esperienza rivoluzionaria, la concezione del partito leninista e il processo di transizione al potere proletario, ad un manuale per le istruzioni.
Negli scritti di Lenin e del gruppo dirigente bolscevico ci sono analisi e intuizioni decisive e dirimenti, alcune di straordinaria attualità. Ma non possiamo trascurare il fatto che la Rivoluzione d’Ottobre è stata la prima nella storia dell’umanità che ha portato al potere la classe lavoratrice senza poter avere a disposizione altre esperienze da cui trarre lezione. L’unica ascrivibile come tale, anche se sconfitta, fu la Comune di Parigi avvenuta quasi mezzo secolo prima.
I bolscevichi, incluso Lenin e il gruppo dirigente, hanno proceduto a tentoni, con tentativi, errori, sperimentazioni, decisioni contraddittorie, sulla base dell’analisi concreta della situazione concreta con cui dovevano fare i conti.
Ritenere che la Rivoluzione d’Ottobre sia riuscita solo perché coerente con l’impianto teorico e analitico del movimento operaio del XIX e del XX Secolo, è una forzatura che nessun manuale di marxismo-leninismo può permettersi di riproporre.
In questo senso possiamo dire che la Rivoluzione d’Ottobre e l’egemonia dei bolscevichi si imposero, perché erano la soluzione più credibile dentro una gigantesca lotta per la sopravvivenza ingaggiata dalle masse popolari di un paese sterminato e diversificato come la Russia.
Tra gli elementi che dobbiamo prendere in esame, uno risulta essere decisivo: la guerra e la fine della guerra annunciata dai bolscevichi.
La guerra, nella Russia e nell’Europa tra il 1914 e il 1917, non era solo la brutalità e la ferocia dei combattimenti in trincea. Per società sostanzialmente contadine, le mobilitazioni di massa e gli arruolamenti ordinati dagli Imperi Centrali o dai loro nemici, come la Russia, erano una iattura. Esse infatti sottraevano braccia all’agricoltura che era predominante come fonte della vita e della sopravvivenza di gran parte delle società dell’epoca.
Se centinaia di migliaia di giovani uomini venivano strappati alle campagne perché costretti a farsi soldati, la situazione nelle campagne degenerava. Non solo. In una condizione materiale di vita strettamente legata all’agricoltura e dunque al clima, le carestie erano all’ordine del giorno. Bastava un inverno più rigido o un estate più secca, per vanificare i raccolti e ridurre alla fame milioni di persone senza altre possibilità di sostentamento.
Il corto circuito tra carestie e svuotamento delle campagne a causa della coscrizione obbligatoria di massa, producevano fame e miseria in misura spesso devastante. E poi c’era la guerra vera e propria.
La Prima Guerra Mondiale, la “grande carneficina”, è stata una guerra combattuta con schemi dell’Ottocento (gli assalti di massa) ma con armi moderne (mitragliatrici, aviazioni, cannoni a retrocarica, mine, gas venefici etc). Il massacro di milioni di giovani uomini nelle trincee in Europa, diede alla guerra quella dimensione di massa e di insopportabilità che scatenò il fenomeno delle diserzioni, del rifiuto a combattere, dell’odio diffuso verso ufficiali, nobili, ricchi che mandavano al macello sostanzialmente contadini e operai in divisa reclutati in tutta la Russia, anche nelle regioni asiatiche.
La Rivoluzione di febbraio e il governo Kerenski, non compresero affatto questa esigenza di sopravvivenza della popolazione contadina e dei soldati, scegliendo invece di proseguire la guerra iniziata dallo zarismo, e ne furono travolti.
Al contrario i Bolscevichi compresero al meglio che le parole d’ordine di “pace e pane” (non si parlava ancora della terra né della socializzazione dei mezzi di produzione), erano maggiormente in sintonia con le esigenze di sopravvivenza delle sterminate masse proletarie russe e creavano le condizioni migliori per far evolvere la lotta per la sopravvivenza in lotta per l’emancipazione sociale.
Sta in questo la genialità delle intuizioni rivoluzionarie dei Bolscevichi e di Lenin e le forzature che portarono a scegliere “quel momento” (ieri è troppo presto, domani troppo tardi) per dare avvio al processo rivoluzionario. Le scelte che operarono non erano definite in alcun manuale né erano state sperimentate altrove.
Il progetto e il processo rivoluzionario dell’Ottobre fu la capacità di un partito sostanzialmente di quadri di intervenire dentro le contraddizioni esistenti e di volgerle in rottura della realtà esistente: prima quella dell’autocrazia zarista che aveva esaurito il suo dominio sul popolo e poi quelle tra le aspettative di sopravvivenza delle masse popolari e la continuità del massacro/miseria incarnato dal governo “borghese” di Kerenski.
La rivoluzione democratica, per i settori sociali che l’avevano egemonizzata, non aveva nelle corde la capacità di andare oltre il parlamentarismo e di guardare nel profondo la pancia vuota e la voglia di sopravvivere di contadini, operai e soldati. I Bolscevichi si, perché erano parte di quel proletariato, avevano scelto soggettivamente di esserlo.
Celebrare a distanza di decenni la Rivoluzione d’Ottobre, significa cercare di guardarne a tutto campo le conseguenze, le lezioni da trarne e l’attualità. E qui si apre una riflessione.
Nel primo lustro di questo XXI Secolo si stanno manifestando le medesime esigenze di lotta per la sopravvivenza che possono trasformarsi in emancipazione sociale?
Guardando con gli occhi della storia la situazione dell’oggi, questa somiglia moltissimo a quella della fine della prima globalizzazione (1870-1914).
La globalizzazione capitalista si era realizzata, allora come oggi, in tutto il mondo attraverso la rete dei domini coloniali. È sufficiente rammentare che non solo gli imperi come Gran Bretagna, Francia, Germania, ma anche piccoli paesi come il Belgio disponevano di colonie immense come il Congo o l’Italietta che aveva i suoi domini coloniali nel Corno d’Africa e in Libia. Eppure la “Belle Epoque” finì drammaticamente nel 1914, con le maggiori potenze capitaliste e imperialiste impegnate a scannarsi prima nelle colonie e poi nelle trincee in Europa.
Negli ultimi anni la guerra in Europa e la guerra mondiale a pezzi, la recessione economica, la insopportabile crescita della disuguaglianze sociali, l’infarto ecologico del Pianeta e la regressione sociale complessiva, stanno caratterizzando la fase storica in cui ci è toccato di vivere. Fino a metterci davanti agli occhi un genocidio: quello del popolo palestinese.
In passato quando queste condizioni si sono intersecate con lo sviluppo disuguale dei poli imperialisti in competizione, con l’instabilità e la politica dei fatti compiuti, hanno prodotto guerre distruttive, disastrose e “rigenerative” per il sistema capitalista, vedendo prevalere un polo imperialista sugli altri e declinare quelli che prevalevano precedentemente. Nell’epoca delle armi nucleari questa exit strategy dalla crisi potrebbe non essere più praticabile.
Ma se la lotta di classe diventa lotta per la sopravvivenza, come, dove e quando cominciamo a cercare il punto di rottura? “Pane e pace” oggi sembrano slogan efficaci per un secolo fa, ma innescarono una rivoluzione vittoriosa: quella dell’Ottobre 1917. Più di cento anni dopo vale la pena di rimettere in campo di nuovo una alternativa di sistema e misurarsi con l’urgenza della soggettività capace di coglierne sia la spinta che l’esperienza storica.
Fonte
22/04/2025
Il futuro svanito di Gaza
Ogni volta che raggiungiamo il punto in cui pensiamo che le cose non possano peggiorare ulteriormente, il limite della nostra capacità di sopravvivere, il limite della nostra sofferenza e disperazione, ci sorprendiamo nello scoprire che c’è ancora di più, che ogni punto più basso è seguito da uno ancora più basso. Questa volta, la fame è tornata a Gaza. E anche la sete è tornata.
Per più di 40 giorni, i valichi sono stati blindati, soffocando quel poco di vita rimasto. Nessun aiuto umanitario è permesso. Nessuna scorta di cibo. Niente passa, solo soldati, bulldozer e carri armati. Pane, acqua e medicine ci sono proibiti, ma il cielo rimane aperto alle bombe.
Gli scaffali dei negozi sono quasi vuoti e i mercati hanno perso il loro significato. Passiamo ore a cercare un sacco di farina, una scatola di fagioli, qualsiasi cosa possiamo mangiare. Ma i prezzi stanno salendo alle stelle e le merci stanno scomparendo rapidamente.
I mercanti speculatori, anziché contribuire alla sopravvivenza, sono diventati complici del nostro soffocamento. Alcuni di loro accumulano beni, aspettando che il bisogno diventi più doloroso, per poi rilasciarli a prezzi spietati. Nessuno osa opporsi. Tutti hanno paura, tutti hanno fame.
Da quando è ripresa un mese fa, la guerra non è stata solo contro le nostre case e i nostri corpi, ma contro le nostre anime. Ci sta attaccando dall’interno. Viviamo senza elettricità, senza rifornimenti. La nostra capacità di comunicare con il mondo esterno è limitata, e anche la nostra capacità di comunicare tra di noi sta vacillando a causa del peso di tutto ciò che abbiamo sopportato. È come se venissimo lentamente cancellati, come se l’obiettivo fosse l’annientamento completo, non solo del luogo, ma di noi come esseri umani.
Le persone sono cambiate. I loro volti sono cambiati. Il silenzio ora prevale sulle parole e le lacrime sono più frequenti della rabbia. Il numero dei martiri sta aumentando a un ritmo terrificante. I bombardamenti sono casuali, senza preavviso, senza motivo. Non ci sono zone sicure, né momenti di riposo.
Io e la mia famiglia non siamo ancora stati costretti a lasciare le nostre case, ma centinaia di migliaia di altre persone lo sono state. La casa parzialmente distrutta in cui viviamo è vicina alle zone che hanno ricevuto l’ordine di evacuare. Sento chiaramente i bombardamenti a Khan Younis e Rafah. Tutto è terrificante. Il rumore è troppo forte e troppo vicino. La paura mi ha completamente sopraffatta.
Più di una volta, ho sentito come se il mio cuore stesse per fermarsi per l’intensità del rumore. Mangiamo di meno. I nostri pasti, composti solo da fagioli e piselli in scatola, si sono ridotti, a volte sopravvivendo con appena uno al giorno.
E da quando le condutture dell’acqua sono state tagliate a marzo, abbiamo iniziato a razionare ogni sorso che beviamo, temendo la sete tanto quanto temiamo le bombe. Misuriamo l’acqua al millilitro, sorseggiandola a piccoli sorsi, cercando di ingannare il nostro corpo facendogli credere che non abbiamo sete.
Psicologicamente, questo è il periodo peggiore che abbiamo mai vissuto. La paura è più profonda, più pesante e più persistente. Non ci abbandona mai. Non è solo la paura della morte, ma la paura di come dovremmo continuare a vivere in questo modo.
Persino il sonno è cambiato. Riposiamo con i nostri corpi, ma ci svegliamo con l’anima esausta: ci addormentiamo al rumore degli aerei da guerra e ci svegliamo con urla, con la notizia della morte di qualcuno o con il terrore di poter essere i prossimi.
Sì, siamo ancora vivi. Ma che tipo di vita è questa? Cerchiamo di aggrapparci a ciò che resta della nostra umanità, della nostra dignità, a un piccolo sogno di una luce alla fine di questo tunnel. Ma la strada è buia e, ogni giorno che passa, perdiamo pezzi di noi stessi.
“Che dio faccia loro dimenticare Gaza”
Questa volta, sembra che tutta Gaza sia morta, letteralmente. Non c’è più cibo. La Carestia si sta diffondendo a un ritmo terrificante. La maggior parte dei panifici, compresi quelli vicino a dove alloggiamo, hanno chiuso e non c’è carburante per alimentare nulla.
Siamo costretti a camminare per chilometri e ore solo per trovare lo stretto necessario. Anche se ci imbattiamo in un carretto trainato da un asino, gli asini sembrano più esausti di noi. Sono responsabile di trovare posti dove ricaricare i dispositivi elettronici della mia famiglia e di portare l’acqua. Ognuno di noi dà una mano e cerchiamo di gestire le cose insieme.
Lungo la strada, incontriamo persone che rispecchiano la nostra stanchezza, la nostra ansia, la nostra sconcertata incredulità per ciò che sono diventate le nostre vite.
Un giorno di recente, mentre camminavo per strada per un servizio giornalistico, ho visto una donna anziana, sulla settantina, con la schiena curva per la stanchezza. Portava una borsa di plastica logora e indossava un abaya (sopravveste tradizionale islamica) nero a brandelli. Camminava lentamente, come se la Terra stessa la stesse schiacciando con tutto il suo dolore.
Mi sono avvicinata e le ho teso la mano per aiutarla. All’improvviso, cominciò a piangere. Con voce tremante, disse: “Siamo così stanche. Che Dio faccia dimenticare loro Gaza. Che ci lascino in pace“.
Non stava pregando per essere salvata. Stava pregando di essere dimenticata, di essere lasciata in pace. Sentii un peso enorme nel petto, non solo per il suo dolore, ma perché anch’io avevo provato la stessa cosa.
Quando la guerra riprese, un sentimento profondo mi consumò; non volevo più scrivere. Che senso ha? Ci stanno Sterminando, Uccidendo, morendo di fame, e al mondo semplicemente non importa. Scriviamo, urliamo, documentiamo. Ma chi legge? A chi importa? Ogni giorno perdiamo una parte di noi stessi. Non solo una casa, un amico, un pasto o un ricordo. Perdiamo la convinzione che a questo mondo possa importare, o che la vita possa un giorno tornare a essere quella di prima.
Il futuro è svanito
Ogni tanto incontro un’amica in un piccolo caffè di Deir al-Balah che è riuscito a rimanere aperto. Con lei, non ho bisogno di spiegarle nulla. Proviamo le stesse sensazioni e sappiamo entrambe che le parole non possono descrivere questo tipo di dolore. Eppure, continuiamo a provarci.
Lei è un medico e io sono un giornalista. Ci sediamo insieme e parliamo. Parliamo della nostra stanchezza, condividiamo battute divertenti e ricordi della vita prima della guerra, e commentiamo con sarcasmo e ironia l’assurdità di ciò che le nostre vite sono diventate. Entrambe sognavamo di studiare all’estero. Ora sogniamo di trovare acqua pulita da bere.
Da quando la guerra è ripresa, il futuro è svanito dalle nostre conversazioni. Tutto si è fermato nel presente. Lei salva vite, e io documento le perdite. Entrambi conosciamo il peso della responsabilità che portiamo. Viviamo giorno per giorno, ora per ora, in un tempo frammentato che non appartiene né al passato né osa essere il futuro.
Mi sveglio ogni giorno, se mai riesco a dormire, con il cuore che batte all’impazzata, come se stesse per accadere qualcosa di terribile. Non c’è un momento di sicurezza, nessuna sensazione di pace. Cerco di scrivere, di documentare, di spiegare, ma a volte sento che le parole mi tradiscono.
Scrivo delle persone, e io sono una di loro. Scrivo di paura, mentre la paura vive dentro il mio corpo. Scrivo, ma in fondo continuo a chiedermi: per quanto tempo? E perché? E qualcuno mi sta ascoltando?
Sento che il mio corpo non mi appartiene più. Mi muovo, parlo, scrivo, ma tutto dentro di me è spento. Il sonno è diventato un incubo spezzato. Chiudo gli occhi al rombo degli aerei da guerra e mi sveglio al battito del mio cuore.
Mi tocco il viso, le membra, solo per assicurarmi di essere ancora viva. A volte non respiro profondamente, non perché non voglia, ma perché temo che il suono del mio respiro possa rompere il silenzio prima di un’esplosione.
Cerco di apparire forte, perché molti intorno a me, mia madre, mio padre, mia sorella, contano su di me per resistere. Anche il lavoro mi impone di rimanere forte. Quando incontro persone e ascolto le loro storie, storie di perdita, fame, sopravvivenza, devo rimanere forte, assorbire il loro dolore e trasformarlo in parole. Non posso permettermi di crollare davanti a loro. Ho il dovere di testimoniare, documentare, parlare.
Ma la verità? Sto scrivendo questo ora con il cuore palpitante e le mani tremanti, perché sono esausta per le urla che ho nella testa.
Come faccio a scrivere di questo inferno?
Da quando la guerra è ripresa, la mia vita ha perso la sua forma. Le mie giornate sono diventate caotiche, come il flusso infinito di notizie, come i bombardamenti che non dormono mai. Seguo il flusso incessante degli eventi.
Riesco a malapena a trovare il tempo per pensare, respirare o elaborare ciò che accade intorno a me. Tutto sembra disordinato e, in mezzo a tutto questo, mi muovo come qualcuno che cerca di afferrare manciate di sabbia.
Ciò che mi esaurisce di più è la mancanza d’acqua. Ci sono giorni in cui sono costretta a non lavarmi. Questa privazione della più semplice forma di pulizia mi destabilizza. Alimenta la sensazione di essere intrappolata in una scena che continua a ripetersi all’infinito. Tutto è a ciclo continuo: i bombardamenti, la fame, la fuga, la paura, le notizie, l’impotenza.
Ogni volta che prendo in mano la penna, sento un peso nel petto. Come scrivo di questo inferno? Come descrivo l’indescrivibile? A volte, vorrei solo silenzio. Chiudere tutto, negare questa realtà, essere una persona comune, non qualcuno da cui ci si aspetta che porti e infligga dolore.
Ma poi ci ripenso: se non scrivo io, chi lo farà? Chi dirà che abbiamo fame? Che abbiamo sete? Che siamo bombardati, assediati e abbandonati?
Scrivere a volte mi protegge, mi dà voce quando mi sento soffocare.
Ma allo stesso tempo mi prosciuga, perché mi costringe ad affrontare tutto ciò da cui cerco di fuggire dentro di me.
Ho scritto così tanto. Vi ho raccontato ciò che vediamo, ciò che viviamo, ciò che perdiamo ogni singolo giorno. Ma alla fine, anche le parole mi sfiniscono. La verità mi logora. E rimango sola con le domande che non mi abbandonano mai: è normale aver paura di bere un sorso d’acqua perché potrebbe finire? Sognare un pasto semplice? Desiderare un suono che non porti distruzione?
È normale sopportare tutto questo dolore, come se non fossimo nemmeno umani? Chi ha deciso che Gaza debba esistere al di fuori della logica, al di fuori della pietà, al di fuori del tempo? Il nostro destino è forse scomparire? Rimanere in silenzio? Morire lentamente, senza che la nostra morte infastidisca nessuno? Chi comprende questo dolore? E chi può spiegarci perché?
Fonte
Per più di 40 giorni, i valichi sono stati blindati, soffocando quel poco di vita rimasto. Nessun aiuto umanitario è permesso. Nessuna scorta di cibo. Niente passa, solo soldati, bulldozer e carri armati. Pane, acqua e medicine ci sono proibiti, ma il cielo rimane aperto alle bombe.
Gli scaffali dei negozi sono quasi vuoti e i mercati hanno perso il loro significato. Passiamo ore a cercare un sacco di farina, una scatola di fagioli, qualsiasi cosa possiamo mangiare. Ma i prezzi stanno salendo alle stelle e le merci stanno scomparendo rapidamente.
I mercanti speculatori, anziché contribuire alla sopravvivenza, sono diventati complici del nostro soffocamento. Alcuni di loro accumulano beni, aspettando che il bisogno diventi più doloroso, per poi rilasciarli a prezzi spietati. Nessuno osa opporsi. Tutti hanno paura, tutti hanno fame.
Da quando è ripresa un mese fa, la guerra non è stata solo contro le nostre case e i nostri corpi, ma contro le nostre anime. Ci sta attaccando dall’interno. Viviamo senza elettricità, senza rifornimenti. La nostra capacità di comunicare con il mondo esterno è limitata, e anche la nostra capacità di comunicare tra di noi sta vacillando a causa del peso di tutto ciò che abbiamo sopportato. È come se venissimo lentamente cancellati, come se l’obiettivo fosse l’annientamento completo, non solo del luogo, ma di noi come esseri umani.
Le persone sono cambiate. I loro volti sono cambiati. Il silenzio ora prevale sulle parole e le lacrime sono più frequenti della rabbia. Il numero dei martiri sta aumentando a un ritmo terrificante. I bombardamenti sono casuali, senza preavviso, senza motivo. Non ci sono zone sicure, né momenti di riposo.
Io e la mia famiglia non siamo ancora stati costretti a lasciare le nostre case, ma centinaia di migliaia di altre persone lo sono state. La casa parzialmente distrutta in cui viviamo è vicina alle zone che hanno ricevuto l’ordine di evacuare. Sento chiaramente i bombardamenti a Khan Younis e Rafah. Tutto è terrificante. Il rumore è troppo forte e troppo vicino. La paura mi ha completamente sopraffatta.
Più di una volta, ho sentito come se il mio cuore stesse per fermarsi per l’intensità del rumore. Mangiamo di meno. I nostri pasti, composti solo da fagioli e piselli in scatola, si sono ridotti, a volte sopravvivendo con appena uno al giorno.
E da quando le condutture dell’acqua sono state tagliate a marzo, abbiamo iniziato a razionare ogni sorso che beviamo, temendo la sete tanto quanto temiamo le bombe. Misuriamo l’acqua al millilitro, sorseggiandola a piccoli sorsi, cercando di ingannare il nostro corpo facendogli credere che non abbiamo sete.
Psicologicamente, questo è il periodo peggiore che abbiamo mai vissuto. La paura è più profonda, più pesante e più persistente. Non ci abbandona mai. Non è solo la paura della morte, ma la paura di come dovremmo continuare a vivere in questo modo.
Persino il sonno è cambiato. Riposiamo con i nostri corpi, ma ci svegliamo con l’anima esausta: ci addormentiamo al rumore degli aerei da guerra e ci svegliamo con urla, con la notizia della morte di qualcuno o con il terrore di poter essere i prossimi.
Sì, siamo ancora vivi. Ma che tipo di vita è questa? Cerchiamo di aggrapparci a ciò che resta della nostra umanità, della nostra dignità, a un piccolo sogno di una luce alla fine di questo tunnel. Ma la strada è buia e, ogni giorno che passa, perdiamo pezzi di noi stessi.
“Che dio faccia loro dimenticare Gaza”
Questa volta, sembra che tutta Gaza sia morta, letteralmente. Non c’è più cibo. La Carestia si sta diffondendo a un ritmo terrificante. La maggior parte dei panifici, compresi quelli vicino a dove alloggiamo, hanno chiuso e non c’è carburante per alimentare nulla.
Siamo costretti a camminare per chilometri e ore solo per trovare lo stretto necessario. Anche se ci imbattiamo in un carretto trainato da un asino, gli asini sembrano più esausti di noi. Sono responsabile di trovare posti dove ricaricare i dispositivi elettronici della mia famiglia e di portare l’acqua. Ognuno di noi dà una mano e cerchiamo di gestire le cose insieme.
Lungo la strada, incontriamo persone che rispecchiano la nostra stanchezza, la nostra ansia, la nostra sconcertata incredulità per ciò che sono diventate le nostre vite.
Un giorno di recente, mentre camminavo per strada per un servizio giornalistico, ho visto una donna anziana, sulla settantina, con la schiena curva per la stanchezza. Portava una borsa di plastica logora e indossava un abaya (sopravveste tradizionale islamica) nero a brandelli. Camminava lentamente, come se la Terra stessa la stesse schiacciando con tutto il suo dolore.
Mi sono avvicinata e le ho teso la mano per aiutarla. All’improvviso, cominciò a piangere. Con voce tremante, disse: “Siamo così stanche. Che Dio faccia dimenticare loro Gaza. Che ci lascino in pace“.
Non stava pregando per essere salvata. Stava pregando di essere dimenticata, di essere lasciata in pace. Sentii un peso enorme nel petto, non solo per il suo dolore, ma perché anch’io avevo provato la stessa cosa.
Quando la guerra riprese, un sentimento profondo mi consumò; non volevo più scrivere. Che senso ha? Ci stanno Sterminando, Uccidendo, morendo di fame, e al mondo semplicemente non importa. Scriviamo, urliamo, documentiamo. Ma chi legge? A chi importa? Ogni giorno perdiamo una parte di noi stessi. Non solo una casa, un amico, un pasto o un ricordo. Perdiamo la convinzione che a questo mondo possa importare, o che la vita possa un giorno tornare a essere quella di prima.
Il futuro è svanito
Ogni tanto incontro un’amica in un piccolo caffè di Deir al-Balah che è riuscito a rimanere aperto. Con lei, non ho bisogno di spiegarle nulla. Proviamo le stesse sensazioni e sappiamo entrambe che le parole non possono descrivere questo tipo di dolore. Eppure, continuiamo a provarci.
Lei è un medico e io sono un giornalista. Ci sediamo insieme e parliamo. Parliamo della nostra stanchezza, condividiamo battute divertenti e ricordi della vita prima della guerra, e commentiamo con sarcasmo e ironia l’assurdità di ciò che le nostre vite sono diventate. Entrambe sognavamo di studiare all’estero. Ora sogniamo di trovare acqua pulita da bere.
Da quando la guerra è ripresa, il futuro è svanito dalle nostre conversazioni. Tutto si è fermato nel presente. Lei salva vite, e io documento le perdite. Entrambi conosciamo il peso della responsabilità che portiamo. Viviamo giorno per giorno, ora per ora, in un tempo frammentato che non appartiene né al passato né osa essere il futuro.
Mi sveglio ogni giorno, se mai riesco a dormire, con il cuore che batte all’impazzata, come se stesse per accadere qualcosa di terribile. Non c’è un momento di sicurezza, nessuna sensazione di pace. Cerco di scrivere, di documentare, di spiegare, ma a volte sento che le parole mi tradiscono.
Scrivo delle persone, e io sono una di loro. Scrivo di paura, mentre la paura vive dentro il mio corpo. Scrivo, ma in fondo continuo a chiedermi: per quanto tempo? E perché? E qualcuno mi sta ascoltando?
Sento che il mio corpo non mi appartiene più. Mi muovo, parlo, scrivo, ma tutto dentro di me è spento. Il sonno è diventato un incubo spezzato. Chiudo gli occhi al rombo degli aerei da guerra e mi sveglio al battito del mio cuore.
Mi tocco il viso, le membra, solo per assicurarmi di essere ancora viva. A volte non respiro profondamente, non perché non voglia, ma perché temo che il suono del mio respiro possa rompere il silenzio prima di un’esplosione.
Cerco di apparire forte, perché molti intorno a me, mia madre, mio padre, mia sorella, contano su di me per resistere. Anche il lavoro mi impone di rimanere forte. Quando incontro persone e ascolto le loro storie, storie di perdita, fame, sopravvivenza, devo rimanere forte, assorbire il loro dolore e trasformarlo in parole. Non posso permettermi di crollare davanti a loro. Ho il dovere di testimoniare, documentare, parlare.
Ma la verità? Sto scrivendo questo ora con il cuore palpitante e le mani tremanti, perché sono esausta per le urla che ho nella testa.
Come faccio a scrivere di questo inferno?
Da quando la guerra è ripresa, la mia vita ha perso la sua forma. Le mie giornate sono diventate caotiche, come il flusso infinito di notizie, come i bombardamenti che non dormono mai. Seguo il flusso incessante degli eventi.
Riesco a malapena a trovare il tempo per pensare, respirare o elaborare ciò che accade intorno a me. Tutto sembra disordinato e, in mezzo a tutto questo, mi muovo come qualcuno che cerca di afferrare manciate di sabbia.
Ciò che mi esaurisce di più è la mancanza d’acqua. Ci sono giorni in cui sono costretta a non lavarmi. Questa privazione della più semplice forma di pulizia mi destabilizza. Alimenta la sensazione di essere intrappolata in una scena che continua a ripetersi all’infinito. Tutto è a ciclo continuo: i bombardamenti, la fame, la fuga, la paura, le notizie, l’impotenza.
Ogni volta che prendo in mano la penna, sento un peso nel petto. Come scrivo di questo inferno? Come descrivo l’indescrivibile? A volte, vorrei solo silenzio. Chiudere tutto, negare questa realtà, essere una persona comune, non qualcuno da cui ci si aspetta che porti e infligga dolore.
Ma poi ci ripenso: se non scrivo io, chi lo farà? Chi dirà che abbiamo fame? Che abbiamo sete? Che siamo bombardati, assediati e abbandonati?
Scrivere a volte mi protegge, mi dà voce quando mi sento soffocare.
Ma allo stesso tempo mi prosciuga, perché mi costringe ad affrontare tutto ciò da cui cerco di fuggire dentro di me.
Ho scritto così tanto. Vi ho raccontato ciò che vediamo, ciò che viviamo, ciò che perdiamo ogni singolo giorno. Ma alla fine, anche le parole mi sfiniscono. La verità mi logora. E rimango sola con le domande che non mi abbandonano mai: è normale aver paura di bere un sorso d’acqua perché potrebbe finire? Sognare un pasto semplice? Desiderare un suono che non porti distruzione?
È normale sopportare tutto questo dolore, come se non fossimo nemmeno umani? Chi ha deciso che Gaza debba esistere al di fuori della logica, al di fuori della pietà, al di fuori del tempo? Il nostro destino è forse scomparire? Rimanere in silenzio? Morire lentamente, senza che la nostra morte infastidisca nessuno? Chi comprende questo dolore? E chi può spiegarci perché?
Fonte
03/11/2019
Vivere o sopravvivere ? Per una riflessione sul processo di ricomposizione di classe
I processi di trasformazione in atto, emersi dopo l’abbandono della convertibilità del dollaro con l’oro, con la conseguente rottura dell’equilibrio valoriale monetario e la successiva implosione dell’avventura sovietica avvenuta nel 1989, hanno posto i comunisti di fronte ad una crisi d’identità attraversata da contraddizioni che sopivano, sotto le aspettative di vita del proletariato internazionale, congelate nella prima grande e geniale esperienza storica del socialismo.
Non intendo qui, ripercorrere le fasi storiche di quel periodo, bensì far emergere alcuni aspetti delle relazioni sociali, riaprendo una questione che è strettamente legata alla diversità di concezione e accettazione passiva dello scorrere della vita sociale delle classi subalterne, nel panorama socio-politico attuale.
Chiaramente, la mia riflessione guarda particolarmente in casa nostra, ma anche con un’ottica legata al panorama sociale dell'Unione Europea.
L’approccio alla visione di un processo rivoluzionario, non può non tracciare una linea netta di separazione tra la logica di una vita incatenata alla “sopravvivenza” e la conquista di una vivibilità partecipativa e futuribile delle classi subalterne. La contrapposizione tra il modello di prassi-pensiero riformista e coloro che intendono procedere alla distruzione totale dell’esistente è centrale nella mia analisi.
La realtà che ci troviamo di fronte sposa e trasmette modelli di pensiero elaborati su misura da schiere di “pensatori parassiti” e burocrati, costruiti su misura dal potere del capitale per cristallizzare una struttura sociale che sia in grado di inquadrare il proletariato all’interno delle compatibilità del capitale stesso.
Insomma, per dirla con chiarezza: la linea della “sopravvivenza” imposta dalla classe dominante ed accettata inconsciamente e passivamente dalla maggior parte del proletariato attuale, rappresenta la base culturale per la continuità del dominio del capitale medesimo e certamente il suo superamento rappresenta il primo passo verso una prima identificazione della classe come classe in sé.
La ripartizione della ricchezza dettata dagli interessi dalla classe dominante, mirante a raffreddare i conflitti di classe, rappresenta da sempre un ostacolo alla crescita identificativa del proletariato, ed è la linea strategica utilizzata dalla borghesia compradora per conservare eternamente il proprio dominio storico.
E qui andrebbe fatta una riflessione sul valore, significato e prospettive delle conflittualità a carattere tradunionista.
Ricordo di aver letto in età adolescenziale un libro di Erich Fromm “Essere Avere” che ho sempre ritenuto un testo importante per la formazione del pensiero.
Al nemico di classe interessa costruire l’essere utile, l’essere cittadino funzionale al dominio del capitale, come individuo sociale subalterno, timorato di Dio, e refrattario all’antagonismo di classe.
Per intenderci “l’individuo merce” che sposa le compatibilità “dell’imperialismo della merce” e le sue proprie specifiche esigenze. Un individuo dominato dal sistema, inquadrato come un soldato che s’immola come un Kamikaze in difesa dell’esistente, facendo propria la logica della “sopravvivenza” come processo di vita.
Gli anni ’70 hanno rappresentato il tentativo fallito di rottura di questa concezione, mettendo in risalto l’immagine di una classe dominante promotrice di una cultura e di una pratica socio-politica perdente per le classi subalterne, quella della “sopravvivenza”.
In sintesi, lo scambio reale tra dominio eterno da una parte e concessione dell’esistenza in vita dall’altra: “lavoro precario, sfruttamento, salario infame, spinta verso i consumi futili, la messa della domenica, la pizza con gli amici, i beni per la sussistenza minima, l’accettazione tacita dei ruoli sociali etc... e così via”
Si sopravvive rinunciando a vivere!
L’ideologia dominante, trasmette in modalità irriflesse i suoi bandi di scomunica dove l’autorità costituita si avvale, per la costruzione del proprio dominio, anche di un modello di pensiero, concettualmente legato all’ordine morale, cristallizzato in un Dio governatore che impartisce le regole morali dei giochi di potere la fine soggiogare il proprio popolo.
Ed ecco che i processi di accumulazione e di sovrapproduzione costituiscono allora un canovaccio alienante di una rappresentazione della vita dove lo spettacolo non è altro che la rappresentazione di un mercato di zombi, inseriti in un ingranaggio dinamico tra tecnologia e coercizione (poliziesca?!), dove il prodotto del prodotto è la merda del futuro dell’essere umano.
Ma il proletariato, necessita di un mondo rovesciato, per incendiare l’alienazione e restituire alla vita, lo spettacolo della dialettica della natura.
È il passaggio dalla sopravvivenza all’autogestione generalizzata, dall’accumulazione forsennata all’accumulazione sociale, nella ricerca di un percorso fruibile attraverso la cancellazione della società fondata sullo spettacolo-mercantile, per fa si che il proletariato si possa identificare, prima di ogni cosa, come classe in se.
Nei trascorsi anni '70, il proletariato ebbe l’occasione di cogliersi nella propria coscienza di classe, tentando di trasformare la propria vita attraverso un processo avveniristico.
Il proletariato come servitore del sistema spettacolo-mercantile, non serve alla rivoluzione. Se i tecnocrati della borghesia: “prelati, magistrati, colonnelli, imprenditori, multinazionali, vaticano, aristocrazie operaie, etc.”, non entreranno in conflitto con il rifiuto del proletariato nei confronti della strategia della “sopravvivenza”, continueremo a navigare in una stagnazione programmata dal capitale verso una barbarie attualmente inconcepibile.
Morte collettiva?
“Rovesciare il vaso”, qualcuno diceva “rovesciare il tavolo”, altrimenti la disgregazione rimarrà tale.
In un precedente Forum della RdC, “il vecchio muore ma il nuovo non può nascere”; lasciatemelo dire, letto così, sembrano, magari inconsapevolmente, parole quasi di resa. Ma la realtà mostra un conflitto sociale a macchia di leopardo che oggi rappresenta comunque un segnale di riscatto.
Nel passaggio fondamentale operato dalla Rete dei Comunisti, che da movimento politico ad Organizzazione di quadri con funzioni di massa, ha operato chiaramente una spinta in direzione della costruzione di un contenitore per la formazione di quello strumento rivoluzionario del proletariato, si evince un processo di crescita per la ricerca di un’opportunità offensiva, che trova comunque quelle difficoltà d’impatto con un proletariato che naviga ancora nella strategia della “sopravvivenza” e rispetto alla quale vede ancora molto distante la possibilità di “rovesciare il vaso”.
La ricomposizione della classe è un processo dialettico dove la prassi gioca un ruolo determinante.
Fonte
Non intendo qui, ripercorrere le fasi storiche di quel periodo, bensì far emergere alcuni aspetti delle relazioni sociali, riaprendo una questione che è strettamente legata alla diversità di concezione e accettazione passiva dello scorrere della vita sociale delle classi subalterne, nel panorama socio-politico attuale.
Chiaramente, la mia riflessione guarda particolarmente in casa nostra, ma anche con un’ottica legata al panorama sociale dell'Unione Europea.
L’approccio alla visione di un processo rivoluzionario, non può non tracciare una linea netta di separazione tra la logica di una vita incatenata alla “sopravvivenza” e la conquista di una vivibilità partecipativa e futuribile delle classi subalterne. La contrapposizione tra il modello di prassi-pensiero riformista e coloro che intendono procedere alla distruzione totale dell’esistente è centrale nella mia analisi.
La realtà che ci troviamo di fronte sposa e trasmette modelli di pensiero elaborati su misura da schiere di “pensatori parassiti” e burocrati, costruiti su misura dal potere del capitale per cristallizzare una struttura sociale che sia in grado di inquadrare il proletariato all’interno delle compatibilità del capitale stesso.
Insomma, per dirla con chiarezza: la linea della “sopravvivenza” imposta dalla classe dominante ed accettata inconsciamente e passivamente dalla maggior parte del proletariato attuale, rappresenta la base culturale per la continuità del dominio del capitale medesimo e certamente il suo superamento rappresenta il primo passo verso una prima identificazione della classe come classe in sé.
La ripartizione della ricchezza dettata dagli interessi dalla classe dominante, mirante a raffreddare i conflitti di classe, rappresenta da sempre un ostacolo alla crescita identificativa del proletariato, ed è la linea strategica utilizzata dalla borghesia compradora per conservare eternamente il proprio dominio storico.
E qui andrebbe fatta una riflessione sul valore, significato e prospettive delle conflittualità a carattere tradunionista.
Ricordo di aver letto in età adolescenziale un libro di Erich Fromm “Essere Avere” che ho sempre ritenuto un testo importante per la formazione del pensiero.
Al nemico di classe interessa costruire l’essere utile, l’essere cittadino funzionale al dominio del capitale, come individuo sociale subalterno, timorato di Dio, e refrattario all’antagonismo di classe.
Per intenderci “l’individuo merce” che sposa le compatibilità “dell’imperialismo della merce” e le sue proprie specifiche esigenze. Un individuo dominato dal sistema, inquadrato come un soldato che s’immola come un Kamikaze in difesa dell’esistente, facendo propria la logica della “sopravvivenza” come processo di vita.
Gli anni ’70 hanno rappresentato il tentativo fallito di rottura di questa concezione, mettendo in risalto l’immagine di una classe dominante promotrice di una cultura e di una pratica socio-politica perdente per le classi subalterne, quella della “sopravvivenza”.
In sintesi, lo scambio reale tra dominio eterno da una parte e concessione dell’esistenza in vita dall’altra: “lavoro precario, sfruttamento, salario infame, spinta verso i consumi futili, la messa della domenica, la pizza con gli amici, i beni per la sussistenza minima, l’accettazione tacita dei ruoli sociali etc... e così via”
Si sopravvive rinunciando a vivere!
L’ideologia dominante, trasmette in modalità irriflesse i suoi bandi di scomunica dove l’autorità costituita si avvale, per la costruzione del proprio dominio, anche di un modello di pensiero, concettualmente legato all’ordine morale, cristallizzato in un Dio governatore che impartisce le regole morali dei giochi di potere la fine soggiogare il proprio popolo.
Ed ecco che i processi di accumulazione e di sovrapproduzione costituiscono allora un canovaccio alienante di una rappresentazione della vita dove lo spettacolo non è altro che la rappresentazione di un mercato di zombi, inseriti in un ingranaggio dinamico tra tecnologia e coercizione (poliziesca?!), dove il prodotto del prodotto è la merda del futuro dell’essere umano.
Ma il proletariato, necessita di un mondo rovesciato, per incendiare l’alienazione e restituire alla vita, lo spettacolo della dialettica della natura.
È il passaggio dalla sopravvivenza all’autogestione generalizzata, dall’accumulazione forsennata all’accumulazione sociale, nella ricerca di un percorso fruibile attraverso la cancellazione della società fondata sullo spettacolo-mercantile, per fa si che il proletariato si possa identificare, prima di ogni cosa, come classe in se.
Nei trascorsi anni '70, il proletariato ebbe l’occasione di cogliersi nella propria coscienza di classe, tentando di trasformare la propria vita attraverso un processo avveniristico.
Il proletariato come servitore del sistema spettacolo-mercantile, non serve alla rivoluzione. Se i tecnocrati della borghesia: “prelati, magistrati, colonnelli, imprenditori, multinazionali, vaticano, aristocrazie operaie, etc.”, non entreranno in conflitto con il rifiuto del proletariato nei confronti della strategia della “sopravvivenza”, continueremo a navigare in una stagnazione programmata dal capitale verso una barbarie attualmente inconcepibile.
Morte collettiva?
“Rovesciare il vaso”, qualcuno diceva “rovesciare il tavolo”, altrimenti la disgregazione rimarrà tale.
In un precedente Forum della RdC, “il vecchio muore ma il nuovo non può nascere”; lasciatemelo dire, letto così, sembrano, magari inconsapevolmente, parole quasi di resa. Ma la realtà mostra un conflitto sociale a macchia di leopardo che oggi rappresenta comunque un segnale di riscatto.
Nel passaggio fondamentale operato dalla Rete dei Comunisti, che da movimento politico ad Organizzazione di quadri con funzioni di massa, ha operato chiaramente una spinta in direzione della costruzione di un contenitore per la formazione di quello strumento rivoluzionario del proletariato, si evince un processo di crescita per la ricerca di un’opportunità offensiva, che trova comunque quelle difficoltà d’impatto con un proletariato che naviga ancora nella strategia della “sopravvivenza” e rispetto alla quale vede ancora molto distante la possibilità di “rovesciare il vaso”.
La ricomposizione della classe è un processo dialettico dove la prassi gioca un ruolo determinante.
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