Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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03/09/2026

Cosa significa essere donne oggi a Gaza

Mi chiamo Aisha. Sono una scrittrice e una giornalista di Gaza e soprattutto sono madre di due figlie meravigliose. Una volta ho scritto nel mio diario: «I corpi delle donne non sono stati creati per tutta questa sofferenza, né i loro cuori per sopportare questa quantità folle di dolore».

Ricordo quelle parole ora mentre osservo decine di donne affollarsi insieme agli uomini attorno ai camion dell’acqua potabile che raggiungono la tendopoli di Al-Mawasi, nel sud di Gaza. Vedo volti bruciati dal sole, vestiti logori per i ripetuti lavaggi e corpi sfiniti dal trasportare contenitori pesanti e dall’attesa.

La mia tenda è vicina alle loro. Sento le loro voci e le vedo ogni giorno. So che stanno vivendo le stesse condizioni in cui mi trovo io. Ma non voglio parlarvi solo delle tende. Voglio parlarvi delle donne le cui vite la guerra ha ridotto a una lotta per la sopravvivenza.

Iniziamo le nostre mattine cercando di svegliarci prima che il caldo diventi insopportabile, ma il caldo arriva sempre prima di noi. Il sole filtra attraverso la tenda e mi sveglia con il corpo madido di sudore, i vestiti appiccicati alla pelle e gli insetti che ronzano senza sosta intorno al mio viso.

Esco in cerca d’aria, solo per scoprire che anche l’aria stessa è calda. Io e le mie due figlie cerchiamo un po’ d’ombra, spostandoci da una zona all’altra. In quei momenti, non penso alla colazione né al caffè. Penso all’acqua fresca.

Quella cosa preziosa non fa più parte della nostra vita quotidiana. Qui l’acqua non è un dettaglio secondario. Determina quando possiamo lavarci, cosa possiamo pulire e con quale frequenza possiamo fare il bagno ai nostri figli.

Secondo le Nazioni unite, una valutazione relativa all’acqua, ai servizi igienico-sanitari e all’igiene condotta a Gaza ha rilevato che il 63 per cento delle famiglie intervistate riceve meno di sei litri di acqua potabile al giorno a persona, mentre il 34 per cento ne riceve meno di nove. Il 74 per cento dipende dal rifornimento diretto dai camion cisterna. Per chi legge queste cifre da lontano, potrebbero sembrare semplici statistiche. Per noi determinano ciò che accade ai nostri corpi.

Fanno anche parte della storia di Hala. Hala è incinta di sei mesi. Mi racconta: «Avevo una bella casa. Mi ero sposata solo pochi mesi prima della guerra. Ora tutto ciò che abbiamo io e mio marito è questa tenda e questo bambino che cresce lentamente dentro di me. Non faccio altro che pensare a come partorirò qui, senza un bagno come si deve. Come crescerà il mio bambino tra umidità, muffa e topi?».

Hala aveva iniziato la sua vita matrimoniale in una casa che aveva preparato da neo-sposa. Ora lei e suo marito vivono in una piccola tenda con uno spazio tutto loro e una toilette che è poco più di un buco scavato nella sabbia, circondato da pezzi di stoffa logora. Eppure si considera più fortunata di molte altre donne.

La privacy nelle tende non è garantita. Le famiglie sono stipate in spazi angusti, mentre le donne cercano un angolo dove potersi cambiare, lavarsi o semplicemente stare da sole per qualche minuto.

Durante un periodo di sfollamento, ho trascorso quattro mesi interi senza guardarmi allo specchio. Non era lo specchio che mi mancava. Mi mancavano il tempo e lo spazio che permettono a una donna di guardarsi, prendersi cura dei propri capelli, del proprio corpo e dei propri vestiti, senza sentire che ogni minuto dedicato a se stessa sia stato sottratto a qualcosa di più urgente.

Me lo ricordo ogni volta che vedo la mia vicina chinata su pile di biancheria da lavare. Guardo le mie mani screpolate e ricordo quanto fossero morbide un tempo e quanto mi piacesse dipingermi le unghie di rosso. Anche quei piccoli dettagli ora appartengono a un’altra vita.

Eppure, le donne non li hanno abbandonati del tutto. Vedo alcune di loro che si applicano il kohl sugli occhi e cercano di scegliere bei colori per abiti larghi che sono diventati, allo stesso tempo, abiti per la preghiera, il lavoro e per portare l’acqua. Sono un piccolo modo per dire: «Sono ancora me stessa».

Le mestruazioni rivelano un altro aspetto, più duro, della perdita della privacy. Samira ha quindici anni. Quando le ho chiesto perché una volta mi avesse detto che avrebbe voluto nascere maschio, mi ha raccontato del suo primo ciclo mestruale. È successo nella tenda sei mesi fa, in un giorno in cui il camion cisterna non è arrivato. Non c’era un bagno vero e proprio e l’acqua scarseggiava.

Quando i suoi fratelli più piccoli hanno visto tracce di sangue sul pavimento sabbioso del luogo che la famiglia usava come bagno, lei si è sentita profondamente in imbarazzo.

Sua madre dice che Samira è cambiata dopo quel giorno. Il suo sonno e il suo appetito sono stati sconvolti, si è chiusa in se stessa ed è diventata meno disposta a uscire dalla tenda. Samira è solo una di tante ragazze. La differenza è che ha una madre che la stringe a sé e si preoccupa per lei. Altre giovani affrontano la pubertà nelle tende senza privacy, a volte senza una madre che le abbracci o una casa che le protegga.

La pubertà in una tenda non è semplicemente un cambiamento fisico; è un precoce confronto con la perdita della privacy. E il caldo rende tutto più difficile. Durante il giorno, la tenda diventa soffocante. Rimandiamo il bagno, il bucato e le faccende domestiche fino a quando la temperatura non scende. Quello che non si può rimandare, lo facciamo sudando.

L’Organizzazione mondiale della Sanità avverte che il caldo estremo comporta gravi rischi per la salute, in particolare per le donne incinte e i bambini. Sottolinea inoltre che la gravidanza può aumentare la vulnerabilità al caldo e alla disidratazione.

Ma come può una donna incinta proteggersi dal caldo quando non ha una stanza fresca, né aria condizionata, né frigorifero e a volte nemmeno acqua fredda? Ecco perché non dico che la guerra abbia privato le donne di Gaza della loro femminilità. Ha privato loro del tempo, dello spazio e della privacy che un tempo permetteva loro di viverla.

Eppure una donna continua a pettinare i capelli di sua figlia quando ne trova il tempo. Lava i vestiti quando trova dell’acqua. Si mette il kohl quando può e sorride quando ha ben pochi motivi per farlo.

C’è una ragazza che vedo quasi ogni mattina dall’ingresso della mia tenda. Ha diciotto anni. Cammina tra le tende raccogliendo sacchetti di plastica, pezzi di legno e scarti sparsi sulla sabbia, raccogliendoli per accendere un fuoco e cucinare per la sua famiglia. Il sole ha lasciato segni profondi sul suo viso, facendola sembrare più grande della sua età. Le sue mani sono ruvide e stanche, come quelle di una donna di ottanta anni. La guardo e penso alla distanza tra la sua età e ciò che le sue mani stanno trasportando.

Cosa farebbe se non fosse costretta a questa vita? Forse sarebbe seduta in un’aula universitaria, avrebbe scelto un vestito, si sarebbe dipinta le unghie di rosso o avrebbe sognato un futuro sconosciuto.

Invece, sta cercando qualcosa da poter bruciare. E ogni volta che la vedo, mi ricordo che le donne di Gaza non hanno perso il loro istintivo senso di femminilità. Hanno perso la vita stessa. Sono donne che sono state costrette a mettere la sopravvivenza al primo posto, e tutto il resto dopo.

Fonte

05/08/2026

Non è affatto finita, e non finirà a breve

Mi spiace e non è pessimismo eh, è proprio così.

Anche oggi infatti, le temperature sono molto alte, specie al nord dove si raggiungono i 37-38°C. Nei prossimi giorni potrebbero anche aumentare, in funzione dell’anomalia che sta muovendo verso est.

Quello che si vede in foto, infatti, è l’analisi di ECMWF per i prossimi giorni, dell’anomalia termica a 1500 metri.

Si vede la bolla attuale sull’Europa dell’est, con anomalie fino a 8-10 gradi sopra la media.

Poi, invece di diminuire, dal 9 entrerà una nuova anomalia dalla Spagna e dal sud della Francia (li si sta crepando), per arrivare di nuovo su mezza Europa continentale. Noi siamo sempre al margine inferiore ma saremo comunque interessati.

Quindi fino a Ferragosto cambierà poco e niente se non per un lieve abbassamento delle massime fra giovedì e venerdì (specie al nord) anche se poi, il pericolo principale, potrebbe arrivare dai temporali pomeridiani. Anche perché il mare è letteralmente un brodo.

I danni ahimè, viste le condizioni del terreno, saranno prevedibili, con buona pace dei cretini di cui abbiamo contezza giornaliera, che continueranno a rompere coi tombini, le nutrie, e il campionario del perfetto idiota fatto di “è sempre stato così”.

Ora, io non so cos’altro possa servire per far capire agli imbecilli (e ai loro “spingitori”) la gravità di quello che stiamo vivendo.

Non serve nemmeno mezza Europa sotto una siccità mai vista, non servono i fiumi in secca, le centrali nucleari da spegnere per la mancanza di acqua di raffreddamento, non serve la fusione dei ghiacciai, il mare che risale il Po.

Perché poi tanto arriva il macho tossico che si vanta di lavorare alle 2 di pomeriggio, come a dire, è tutto finto.

D’altronde, con questo establishment mondiale è praticamente impossibile anche solo ragionare, figuratevi con i loro adepti. Aggiungeteci l’algoritmocrazia che monetizza l'imbecillità e il gioco è fatto.

Ci ritroveremo a inchiodare col freno a mano, quando potevamo frenare da almeno dieci anni, con le conseguenze sociali ed economiche che vi lascio immaginare.

Ah, dimenticavo. Se vi capita, passate da Piazzale dei Cinquecento di fronte alla stazione Termini, dove, dopo 18 milioni di euro spesi, il piazzale si sfalda dopo soli 6 mesi, con tutti i nuovi alberi già morti, muoiono pure quelli che c’erano. E poi chiedetevi se siamo abbastanza intelligenti per sopravvivere a questi cambiamenti.

Fonte

07/11/2025

7 novembre 1917 - La Rivoluzione fu anche lotta per la sopravvivenza, come potrebbe essere oggi


Le visioni delle Rivoluzione d’Ottobre con cui abbiamo dovuto fare i conti nei decenni trascorsi, possono essere riassunte in almeno due narrazioni fuorvianti:
1) per la borghesia è stato né più né meno che un colpo di mano, un colpo di stato, da parte dei bolscevichi che hanno così impedito una via d’uscita liberale al crollo dell’autocrazia zarista;
2) per un bel pezzo della “sinistra” è stata invece una rivoluzione tradita dai suoi sviluppi successivi. Una visione da cui è nata l’ipocrisia dell’antistalinismo che ha impregnato gran parte dell’elaborazione della sinistra occidentale, inclusa quella alternativa.

Contro queste due visioni è stato bene combattere nei decenni scorsi, e lo è altrettanto oggi come abbiamo cercato di fare lo scorso anno con le iniziative su “Elogio del Comunismo del Novecento”. Soprattutto se, giustamente, si intende poi riaprire o mantenere aperta la questione della “Rivoluzione in Occidente”, che rimane la contraddizione aperta da quando la Rivoluzione d’Ottobre si trovò da sola a dover gestire la rottura rivoluzionaria nell’anello debole della catena imperialista nel 1917.

Non possiamo però nasconderci che esiste una terza attitudine, più genuina ma altrettanto fuorviante, che è quella di ridurre l’esperienza rivoluzionaria, la concezione del partito leninista e il processo di transizione al potere proletario, ad un manuale per le istruzioni.

Negli scritti di Lenin e del gruppo dirigente bolscevico ci sono analisi e intuizioni decisive e dirimenti, alcune di straordinaria attualità. Ma non possiamo trascurare il fatto che la Rivoluzione d’Ottobre è stata la prima nella storia dell’umanità che ha portato al potere la classe lavoratrice senza poter avere a disposizione altre esperienze da cui trarre lezione. L’unica ascrivibile come tale, anche se sconfitta, fu la Comune di Parigi avvenuta quasi mezzo secolo prima.

I bolscevichi, incluso Lenin e il gruppo dirigente, hanno proceduto a tentoni, con tentativi, errori, sperimentazioni, decisioni contraddittorie, sulla base dell’analisi concreta della situazione concreta con cui dovevano fare i conti.

Ritenere che la Rivoluzione d’Ottobre sia riuscita solo perché coerente con l’impianto teorico e analitico del movimento operaio del XIX e del XX Secolo, è una forzatura che nessun manuale di marxismo-leninismo può permettersi di riproporre.

In questo senso possiamo dire che la Rivoluzione d’Ottobre e l’egemonia dei bolscevichi si imposero, perché erano la soluzione più credibile dentro una gigantesca lotta per la sopravvivenza ingaggiata dalle masse popolari di un paese sterminato e diversificato come la Russia.

Tra gli elementi che dobbiamo prendere in esame, uno risulta essere decisivo: la guerra e la fine della guerra annunciata dai bolscevichi.

La guerra, nella Russia e nell’Europa tra il 1914 e il 1917, non era solo la brutalità e la ferocia dei combattimenti in trincea. Per società sostanzialmente contadine, le mobilitazioni di massa e gli arruolamenti ordinati dagli Imperi Centrali o dai loro nemici, come la Russia, erano una iattura. Esse infatti sottraevano braccia all’agricoltura che era predominante come fonte della vita e della sopravvivenza di gran parte delle società dell’epoca.

Se centinaia di migliaia di giovani uomini venivano strappati alle campagne perché costretti a farsi soldati, la situazione nelle campagne degenerava. Non solo. In una condizione materiale di vita strettamente legata all’agricoltura e dunque al clima, le carestie erano all’ordine del giorno. Bastava un inverno più rigido o un estate più secca, per vanificare i raccolti e ridurre alla fame milioni di persone senza altre possibilità di sostentamento.

Il corto circuito tra carestie e svuotamento delle campagne a causa della coscrizione obbligatoria di massa, producevano fame e miseria in misura spesso devastante. E poi c’era la guerra vera e propria.

La Prima Guerra Mondiale, la “grande carneficina”, è stata una guerra combattuta con schemi dell’Ottocento (gli assalti di massa) ma con armi moderne (mitragliatrici, aviazioni, cannoni a retrocarica, mine, gas venefici etc). Il massacro di milioni di giovani uomini nelle trincee in Europa, diede alla guerra quella dimensione di massa e di insopportabilità che scatenò il fenomeno delle diserzioni, del rifiuto a combattere, dell’odio diffuso verso ufficiali, nobili, ricchi che mandavano al macello sostanzialmente contadini e operai in divisa reclutati in tutta la Russia, anche nelle regioni asiatiche.

La Rivoluzione di febbraio e il governo Kerenski, non compresero affatto questa esigenza di sopravvivenza della popolazione contadina e dei soldati, scegliendo invece di proseguire la guerra iniziata dallo zarismo, e ne furono travolti.

Al contrario i Bolscevichi compresero al meglio che le parole d’ordine di “pace e pane” (non si parlava ancora della terra né della socializzazione dei mezzi di produzione), erano maggiormente in sintonia con le esigenze di sopravvivenza delle sterminate masse proletarie russe e creavano le condizioni migliori per far evolvere la lotta per la sopravvivenza in lotta per l’emancipazione sociale.

Sta in questo la genialità delle intuizioni rivoluzionarie dei Bolscevichi e di Lenin e le forzature che portarono a scegliere “quel momento” (ieri è troppo presto, domani troppo tardi) per dare avvio al processo rivoluzionario. Le scelte che operarono non erano definite in alcun manuale né erano state sperimentate altrove.

Il progetto e il processo rivoluzionario dell’Ottobre fu la capacità di un partito sostanzialmente di quadri di intervenire dentro le contraddizioni esistenti e di volgerle in rottura della realtà esistente: prima quella dell’autocrazia zarista che aveva esaurito il suo dominio sul popolo e poi quelle tra le aspettative di sopravvivenza delle masse popolari e la continuità del massacro/miseria incarnato dal governo “borghese” di Kerenski.

La rivoluzione democratica, per i settori sociali che l’avevano egemonizzata, non aveva nelle corde la capacità di andare oltre il parlamentarismo e di guardare nel profondo la pancia vuota e la voglia di sopravvivere di contadini, operai e soldati. I Bolscevichi si, perché erano parte di quel proletariato, avevano scelto soggettivamente di esserlo.

Celebrare a distanza di decenni la Rivoluzione d’Ottobre, significa cercare di guardarne a tutto campo le conseguenze, le lezioni da trarne e l’attualità. E qui si apre una riflessione.

Nel primo lustro di questo XXI Secolo si stanno manifestando le medesime esigenze di lotta per la sopravvivenza che possono trasformarsi in emancipazione sociale?

Guardando con gli occhi della storia la situazione dell’oggi, questa somiglia moltissimo a quella della fine della prima globalizzazione (1870-1914).

La globalizzazione capitalista si era realizzata, allora come oggi, in tutto il mondo attraverso la rete dei domini coloniali. È sufficiente rammentare che non solo gli imperi come Gran Bretagna, Francia, Germania, ma anche piccoli paesi come il Belgio disponevano di colonie immense come il Congo o l’Italietta che aveva i suoi domini coloniali nel Corno d’Africa e in Libia. Eppure la “Belle Epoque” finì drammaticamente nel 1914, con le maggiori potenze capitaliste e imperialiste impegnate a scannarsi prima nelle colonie e poi nelle trincee in Europa.

Negli ultimi anni la guerra in Europa e la guerra mondiale a pezzi, la recessione economica, la insopportabile crescita della disuguaglianze sociali, l’infarto ecologico del Pianeta e la regressione sociale complessiva, stanno caratterizzando la fase storica in cui ci è toccato di vivere. Fino a metterci davanti agli occhi un genocidio: quello del popolo palestinese.

In passato quando queste condizioni si sono intersecate con lo sviluppo disuguale dei poli imperialisti in competizione, con l’instabilità e la politica dei fatti compiuti, hanno prodotto guerre distruttive, disastrose e “rigenerative” per il sistema capitalista, vedendo prevalere un polo imperialista sugli altri e declinare quelli che prevalevano precedentemente. Nell’epoca delle armi nucleari questa exit strategy dalla crisi potrebbe non essere più praticabile.

Ma se la lotta di classe diventa lotta per la sopravvivenza, come, dove e quando cominciamo a cercare il punto di rottura? “Pane e pace” oggi sembrano slogan efficaci per un secolo fa, ma innescarono una rivoluzione vittoriosa: quella dell’Ottobre 1917. Più di cento anni dopo vale la pena di rimettere in campo di nuovo una alternativa di sistema e misurarsi con l’urgenza della soggettività capace di coglierne sia la spinta che l’esperienza storica.

Fonte

22/04/2025

Il futuro svanito di Gaza

Ogni volta che raggiungiamo il punto in cui pensiamo che le cose non possano peggiorare ulteriormente, il limite della nostra capacità di sopravvivere, il limite della nostra sofferenza e disperazione, ci sorprendiamo nello scoprire che c’è ancora di più, che ogni punto più basso è seguito da uno ancora più basso. Questa volta, la fame è tornata a Gaza. E anche la sete è tornata.

Per più di 40 giorni, i valichi sono stati blindati, soffocando quel poco di vita rimasto. Nessun aiuto umanitario è permesso. Nessuna scorta di cibo. Niente passa, solo soldati, bulldozer e carri armati. Pane, acqua e medicine ci sono proibiti, ma il cielo rimane aperto alle bombe.

Gli scaffali dei negozi sono quasi vuoti e i mercati hanno perso il loro significato. Passiamo ore a cercare un sacco di farina, una scatola di fagioli, qualsiasi cosa possiamo mangiare. Ma i prezzi stanno salendo alle stelle e le merci stanno scomparendo rapidamente.

I mercanti speculatori, anziché contribuire alla sopravvivenza, sono diventati complici del nostro soffocamento. Alcuni di loro accumulano beni, aspettando che il bisogno diventi più doloroso, per poi rilasciarli a prezzi spietati. Nessuno osa opporsi. Tutti hanno paura, tutti hanno fame.

Da quando è ripresa un mese fa, la guerra non è stata solo contro le nostre case e i nostri corpi, ma contro le nostre anime. Ci sta attaccando dall’interno. Viviamo senza elettricità, senza rifornimenti. La nostra capacità di comunicare con il mondo esterno è limitata, e anche la nostra capacità di comunicare tra di noi sta vacillando a causa del peso di tutto ciò che abbiamo sopportato. È come se venissimo lentamente cancellati, come se l’obiettivo fosse l’annientamento completo, non solo del luogo, ma di noi come esseri umani.

Le persone sono cambiate. I loro volti sono cambiati. Il silenzio ora prevale sulle parole e le lacrime sono più frequenti della rabbia. Il numero dei martiri sta aumentando a un ritmo terrificante. I bombardamenti sono casuali, senza preavviso, senza motivo. Non ci sono zone sicure, né momenti di riposo.

Io e la mia famiglia non siamo ancora stati costretti a lasciare le nostre case, ma centinaia di migliaia di altre persone lo sono state. La casa parzialmente distrutta in cui viviamo è vicina alle zone che hanno ricevuto l’ordine di evacuare. Sento chiaramente i bombardamenti a Khan Younis e Rafah. Tutto è terrificante. Il rumore è troppo forte e troppo vicino. La paura mi ha completamente sopraffatta.

Più di una volta, ho sentito come se il mio cuore stesse per fermarsi per l’intensità del rumore. Mangiamo di meno. I nostri pasti, composti solo da fagioli e piselli in scatola, si sono ridotti, a volte sopravvivendo con appena uno al giorno.

E da quando le condutture dell’acqua sono state tagliate a marzo, abbiamo iniziato a razionare ogni sorso che beviamo, temendo la sete tanto quanto temiamo le bombe. Misuriamo l’acqua al millilitro, sorseggiandola a piccoli sorsi, cercando di ingannare il nostro corpo facendogli credere che non abbiamo sete.

Psicologicamente, questo è il periodo peggiore che abbiamo mai vissuto. La paura è più profonda, più pesante e più persistente. Non ci abbandona mai. Non è solo la paura della morte, ma la paura di come dovremmo continuare a vivere in questo modo.

Persino il sonno è cambiato. Riposiamo con i nostri corpi, ma ci svegliamo con l’anima esausta: ci addormentiamo al rumore degli aerei da guerra e ci svegliamo con urla, con la notizia della morte di qualcuno o con il terrore di poter essere i prossimi.

Sì, siamo ancora vivi. Ma che tipo di vita è questa? Cerchiamo di aggrapparci a ciò che resta della nostra umanità, della nostra dignità, a un piccolo sogno di una luce alla fine di questo tunnel. Ma la strada è buia e, ogni giorno che passa, perdiamo pezzi di noi stessi.

“Che dio faccia loro dimenticare Gaza”

Questa volta, sembra che tutta Gaza sia morta, letteralmente. Non c’è più cibo. La Carestia si sta diffondendo a un ritmo terrificante. La maggior parte dei panifici, compresi quelli vicino a dove alloggiamo, hanno chiuso e non c’è carburante per alimentare nulla.

Siamo costretti a camminare per chilometri e ore solo per trovare lo stretto necessario. Anche se ci imbattiamo in un carretto trainato da un asino, gli asini sembrano più esausti di noi. Sono responsabile di trovare posti dove ricaricare i dispositivi elettronici della mia famiglia e di portare l’acqua. Ognuno di noi dà una mano e cerchiamo di gestire le cose insieme.

Lungo la strada, incontriamo persone che rispecchiano la nostra stanchezza, la nostra ansia, la nostra sconcertata incredulità per ciò che sono diventate le nostre vite.

Un giorno di recente, mentre camminavo per strada per un servizio giornalistico, ho visto una donna anziana, sulla settantina, con la schiena curva per la stanchezza. Portava una borsa di plastica logora e indossava un abaya (sopravveste tradizionale islamica) nero a brandelli. Camminava lentamente, come se la Terra stessa la stesse schiacciando con tutto il suo dolore.

Mi sono avvicinata e le ho teso la mano per aiutarla. All’improvviso, cominciò a piangere. Con voce tremante, disse: “Siamo così stanche. Che Dio faccia dimenticare loro Gaza. Che ci lascino in pace“.

Non stava pregando per essere salvata. Stava pregando di essere dimenticata, di essere lasciata in pace. Sentii un peso enorme nel petto, non solo per il suo dolore, ma perché anch’io avevo provato la stessa cosa.

Quando la guerra riprese, un sentimento profondo mi consumò; non volevo più scrivere. Che senso ha? Ci stanno Sterminando, Uccidendo, morendo di fame, e al mondo semplicemente non importa. Scriviamo, urliamo, documentiamo. Ma chi legge? A chi importa? Ogni giorno perdiamo una parte di noi stessi. Non solo una casa, un amico, un pasto o un ricordo. Perdiamo la convinzione che a questo mondo possa importare, o che la vita possa un giorno tornare a essere quella di prima.

Il futuro è svanito

Ogni tanto incontro un’amica in un piccolo caffè di Deir al-Balah che è riuscito a rimanere aperto. Con lei, non ho bisogno di spiegarle nulla. Proviamo le stesse sensazioni e sappiamo entrambe che le parole non possono descrivere questo tipo di dolore. Eppure, continuiamo a provarci.

Lei è un medico e io sono un giornalista. Ci sediamo insieme e parliamo. Parliamo della nostra stanchezza, condividiamo battute divertenti e ricordi della vita prima della guerra, e commentiamo con sarcasmo e ironia l’assurdità di ciò che le nostre vite sono diventate. Entrambe sognavamo di studiare all’estero. Ora sogniamo di trovare acqua pulita da bere.

Da quando la guerra è ripresa, il futuro è svanito dalle nostre conversazioni. Tutto si è fermato nel presente. Lei salva vite, e io documento le perdite. Entrambi conosciamo il peso della responsabilità che portiamo. Viviamo giorno per giorno, ora per ora, in un tempo frammentato che non appartiene né al passato né osa essere il futuro.

Mi sveglio ogni giorno, se mai riesco a dormire, con il cuore che batte all’impazzata, come se stesse per accadere qualcosa di terribile. Non c’è un momento di sicurezza, nessuna sensazione di pace. Cerco di scrivere, di documentare, di spiegare, ma a volte sento che le parole mi tradiscono.

Scrivo delle persone, e io sono una di loro. Scrivo di paura, mentre la paura vive dentro il mio corpo. Scrivo, ma in fondo continuo a chiedermi: per quanto tempo? E perché? E qualcuno mi sta ascoltando?

Sento che il mio corpo non mi appartiene più. Mi muovo, parlo, scrivo, ma tutto dentro di me è spento. Il sonno è diventato un incubo spezzato. Chiudo gli occhi al rombo degli aerei da guerra e mi sveglio al battito del mio cuore.

Mi tocco il viso, le membra, solo per assicurarmi di essere ancora viva. A volte non respiro profondamente, non perché non voglia, ma perché temo che il suono del mio respiro possa rompere il silenzio prima di un’esplosione.

Cerco di apparire forte, perché molti intorno a me, mia madre, mio ​​padre, mia sorella, contano su di me per resistere. Anche il lavoro mi impone di rimanere forte. Quando incontro persone e ascolto le loro storie, storie di perdita, fame, sopravvivenza, devo rimanere forte, assorbire il loro dolore e trasformarlo in parole. Non posso permettermi di crollare davanti a loro. Ho il dovere di testimoniare, documentare, parlare.

Ma la verità? Sto scrivendo questo ora con il cuore palpitante e le mani tremanti, perché sono esausta per le urla che ho nella testa.

Come faccio a scrivere di questo inferno?

Da quando la guerra è ripresa, la mia vita ha perso la sua forma. Le mie giornate sono diventate caotiche, come il flusso infinito di notizie, come i bombardamenti che non dormono mai. Seguo il flusso incessante degli eventi.

Riesco a malapena a trovare il tempo per pensare, respirare o elaborare ciò che accade intorno a me. Tutto sembra disordinato e, in mezzo a tutto questo, mi muovo come qualcuno che cerca di afferrare manciate di sabbia.

Ciò che mi esaurisce di più è la mancanza d’acqua. Ci sono giorni in cui sono costretta a non lavarmi. Questa privazione della più semplice forma di pulizia mi destabilizza. Alimenta la sensazione di essere intrappolata in una scena che continua a ripetersi all’infinito. Tutto è a ciclo continuo: i bombardamenti, la fame, la fuga, la paura, le notizie, l’impotenza.

Ogni volta che prendo in mano la penna, sento un peso nel petto. Come scrivo di questo inferno? Come descrivo l’indescrivibile? A volte, vorrei solo silenzio. Chiudere tutto, negare questa realtà, essere una persona comune, non qualcuno da cui ci si aspetta che porti e infligga dolore.

Ma poi ci ripenso: se non scrivo io, chi lo farà? Chi dirà che abbiamo fame? Che abbiamo sete? Che siamo bombardati, assediati e abbandonati?

Scrivere a volte mi protegge, mi dà voce quando mi sento soffocare.

Ma allo stesso tempo mi prosciuga, perché mi costringe ad affrontare tutto ciò da cui cerco di fuggire dentro di me.

Ho scritto così tanto. Vi ho raccontato ciò che vediamo, ciò che viviamo, ciò che perdiamo ogni singolo giorno. Ma alla fine, anche le parole mi sfiniscono. La verità mi logora. E rimango sola con le domande che non mi abbandonano mai: è normale aver paura di bere un sorso d’acqua perché potrebbe finire? Sognare un pasto semplice? Desiderare un suono che non porti distruzione?

È normale sopportare tutto questo dolore, come se non fossimo nemmeno umani? Chi ha deciso che Gaza debba esistere al di fuori della logica, al di fuori della pietà, al di fuori del tempo? Il nostro destino è forse scomparire? Rimanere in silenzio? Morire lentamente, senza che la nostra morte infastidisca nessuno? Chi comprende questo dolore? E chi può spiegarci perché?

Fonte

03/11/2019

Vivere o sopravvivere ? Per una riflessione sul processo di ricomposizione di classe

I processi di trasformazione in atto, emersi dopo l’abbandono della convertibilità del dollaro con l’oro, con la conseguente rottura dell’equilibrio valoriale monetario e la successiva implosione dell’avventura sovietica avvenuta nel 1989, hanno posto i comunisti di fronte ad una crisi d’identità attraversata da contraddizioni che sopivano, sotto le aspettative di vita del proletariato internazionale, congelate nella prima grande e geniale esperienza storica del socialismo.

Non intendo qui, ripercorrere le fasi storiche di quel periodo, bensì far emergere alcuni aspetti delle relazioni sociali, riaprendo una questione che è strettamente legata alla diversità di concezione e accettazione passiva dello scorrere della vita sociale delle classi subalterne, nel panorama socio-politico attuale.

Chiaramente, la mia riflessione guarda particolarmente in casa nostra, ma anche con un’ottica legata al panorama sociale dell'Unione Europea.

L’approccio alla visione di un processo rivoluzionario, non può non tracciare una linea netta di separazione tra la logica di una vita incatenata alla “sopravvivenza” e la conquista di una vivibilità partecipativa e futuribile delle classi subalterne. La contrapposizione tra il modello di prassi-pensiero riformista e coloro che intendono procedere alla distruzione totale dell’esistente è centrale nella mia analisi.

La realtà che ci troviamo di fronte sposa e trasmette modelli di pensiero elaborati su misura da schiere di “pensatori parassiti” e burocrati, costruiti su misura dal potere del capitale per cristallizzare una struttura sociale che sia in grado di inquadrare il proletariato all’interno delle compatibilità del capitale stesso.

Insomma, per dirla con chiarezza: la linea della “sopravvivenza” imposta dalla classe dominante ed accettata inconsciamente e passivamente dalla maggior parte del proletariato attuale, rappresenta la base culturale per la continuità del dominio del capitale medesimo e certamente il suo superamento rappresenta il primo passo verso una prima identificazione della classe come classe in sé.

La ripartizione della ricchezza dettata dagli interessi dalla classe dominante, mirante a raffreddare i conflitti di classe, rappresenta da sempre un ostacolo alla crescita identificativa del proletariato, ed è la linea strategica utilizzata dalla borghesia compradora per conservare eternamente il proprio dominio storico.

E qui andrebbe fatta una riflessione sul valore, significato e prospettive delle conflittualità a carattere tradunionista.

Ricordo di aver letto in età adolescenziale un libro di Erich Fromm “Essere Avere” che ho sempre ritenuto un testo importante per la formazione del pensiero.

Al nemico di classe interessa costruire l’essere utile, l’essere cittadino funzionale al dominio del capitale, come individuo sociale subalterno, timorato di Dio, e refrattario all’antagonismo di classe.

Per intenderci “l’individuo merce” che sposa le compatibilità “dell’imperialismo della merce” e le sue proprie specifiche esigenze. Un individuo dominato dal sistema, inquadrato come un soldato che s’immola come un Kamikaze in difesa dell’esistente, facendo propria la logica della “sopravvivenza” come processo di vita.

Gli anni ’70 hanno rappresentato il tentativo fallito di rottura di questa concezione, mettendo in risalto l’immagine di una classe dominante promotrice di una cultura e di una pratica socio-politica perdente per le classi subalterne, quella della “sopravvivenza”.

In sintesi, lo scambio reale tra dominio eterno da una parte e concessione dell’esistenza in vita dall’altra: “lavoro precario, sfruttamento, salario infame, spinta verso i consumi futili, la messa della domenica, la pizza con gli amici, i beni per la sussistenza minima, l’accettazione tacita dei ruoli sociali etc... e così via”

Si sopravvive rinunciando a vivere!

L’ideologia dominante, trasmette in modalità irriflesse i suoi bandi di scomunica dove l’autorità costituita si avvale, per la costruzione del proprio dominio, anche di un modello di pensiero, concettualmente legato all’ordine morale, cristallizzato in un Dio governatore che impartisce le regole morali dei giochi di potere la fine soggiogare il proprio popolo.

Ed ecco che i processi di accumulazione e di sovrapproduzione costituiscono allora un canovaccio alienante di una rappresentazione della vita dove lo spettacolo non è altro che la rappresentazione di un mercato di zombi, inseriti in un ingranaggio dinamico tra tecnologia e coercizione (poliziesca?!), dove il prodotto del prodotto è la merda del futuro dell’essere umano.

Ma il proletariato, necessita di un mondo rovesciato, per incendiare l’alienazione e restituire alla vita, lo spettacolo della dialettica della natura.

È il passaggio dalla sopravvivenza all’autogestione generalizzata, dall’accumulazione forsennata all’accumulazione sociale, nella ricerca di un percorso fruibile attraverso la cancellazione della società fondata sullo spettacolo-mercantile, per fa si che il proletariato si possa identificare, prima di ogni cosa, come classe in se.

Nei trascorsi anni '70, il proletariato ebbe l’occasione di cogliersi nella propria coscienza di classe, tentando di trasformare la propria vita attraverso un processo avveniristico.

Il proletariato come servitore del sistema spettacolo-mercantile, non serve alla rivoluzione. Se i tecnocrati della borghesia: “prelati, magistrati, colonnelli, imprenditori, multinazionali, vaticano, aristocrazie operaie, etc.”, non entreranno in conflitto con il rifiuto del proletariato nei confronti della strategia della “sopravvivenza”, continueremo a navigare in una stagnazione programmata dal capitale verso una barbarie attualmente inconcepibile.

Morte collettiva?

“Rovesciare il vaso”, qualcuno diceva “rovesciare il tavolo”, altrimenti la disgregazione rimarrà tale.

In un precedente Forum della RdC, “il vecchio muore ma il nuovo non può nascere”; lasciatemelo dire, letto così, sembrano, magari inconsapevolmente, parole quasi di resa. Ma la realtà mostra un conflitto sociale a macchia di leopardo che oggi rappresenta comunque un segnale di riscatto.

Nel passaggio fondamentale operato dalla Rete dei Comunisti, che da movimento politico ad Organizzazione di quadri con funzioni di massa, ha operato chiaramente una spinta in direzione della costruzione di un contenitore per la formazione di quello strumento rivoluzionario del proletariato, si evince un processo di crescita per la ricerca di un’opportunità offensiva, che trova comunque quelle difficoltà d’impatto con un proletariato che naviga ancora nella strategia della “sopravvivenza” e rispetto alla quale vede ancora molto distante la possibilità di “rovesciare il vaso”.

La ricomposizione della classe è un processo dialettico dove la prassi gioca un ruolo determinante.

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