Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

31/03/2026

Le recensioni di Frusciante - Yuzna e Gordon

L’Italia s’è desta come la Spagna di Sanchez? Calma e gesso

In un post su X il ministro della Difesa, in queste ore, sta già ridimensionando l’eco della notizia sullo stop all’uso delle basi militari italiane da parte degli aerei militari statunitensi.

Secondo quanto riporta il Corriere della Sera, l’Italia nei giorni scorsi – per decisione personale del ministro della Difesa Crosetto – avrebbe negato agli Stati Uniti l’utilizzo della base militare di Sigonella.

In particolare, il no del ministro della Difesa sarebbe arrivato quando si è appreso del piano di volo di alcuni aerei statunitensi, con la previsione di fare scalo nella base militare in Sicilia, una delle principali del Mediterraneo, prima di ripartire verso il Medio Oriente, per partecipare agli attacchi contro l’Iran.

La segnalazione del problema pare che sia partita dallo Stato maggiore dell’Aeronautica, che ha poi avvisato il capo di Stato maggiore dell’esercito, Luciano Portolano. A sua volta, il gen. Portolano ha comunicato tutto al ministro.

Da parte statunitense, come di consueto, non ci sarebbe stata nessuna esplicita richiesta di autorizzazione all’atterraggio a Sigonella ma una “semplice” comunicazione, con gli aerei già in volo. Non è un mistero che le forze armate statunitense sono abituate a fare quello che gli pare nelle basi militari disseminate in Italia. L’elenco sarebbe lunghissimo.

Sempre il Corriere della Sera riferisce che, una una volta constatato che non si trattava di voli logistici e quindi non compresi nei trattati che regolano l’utilizzo di basi militari sparse sul nostro territorio, sarebbe partito la catena di comunicazioni che è approdata al comando statunitense sul divieto all’atterraggio per gli aerei USA.

Il governo, e in particolare Crosetto nelle sue comunicazioni in Parlamento, hanno ripetuto che l’utilizzo delle basi militari da parte statunitense per gli interventi militari in Iran e in tutto il Medio Oriente non sarebbe stato negato preventivamente, ma sarebbe stato valutato sulla base dei trattati vigenti; per tutte quelle operazioni militari al di fuori del perimetro di questi trattati – ha ribadito nelle scorse settimane il ministro della Difesa – sarebbe stata necessaria invece una autorizzazione del Parlamento.

Trattandosi di Sigonella, la memoria di tutti va al caso che nel 1985 vide opporsi, proprio in quella base, gli avieri italiani alla Delta Force statunitense che intendeva sequestrare i cinque palestinesi protagonisti del dirottamento della nave italiana Achille Lauro e dell’uccisione di un cittadino statunitense a bordo.

In realtà c’è stato anche un altro caso in cui il governo italiano disse di no all’atterraggio di due aerei militari statunitensi in Italia.

Era il 1993 e il Presidente del Consiglio di allora era Azeglio Ciampi (divenne Presidente della Repubblica successivamente, ndr). Ciampi negò l’autorizzazione all’atterraggio di due aerei Usa Awacs nella base di Aviano perché erano impegnati in una missione militare degli Stati Uniti (nei Balcani) e non della Nato. I due aerei furono infatti costretti ad atterrare in Albania. Di questo avvenimento è quasi impossibile trovare traccia negli “annali”.

Adesso occorrerà vedere l’impatto politico e diplomatico sulle relazioni tra l’Italia e l’amministrazione Trump e se il governo italiano manterrà il punto su questo aspetto. I margini di discrezionalità nell’uso da parte degli USA sulle basi militari in Italia è enorme ed è la conseguenza di trattati bilaterali e multilaterali (la Nato) firmati in modo servile nei decenni passati.

La postura italiana sembra avvicinarsi a quella assunta da Madrid, sebbene il governo spagnolo abbia adottato misure ancor più restrittive, estendendo l’interdizione agli aerei militari USA non solo agli scali nelle basi militari presenti in Spagna ma anche al sorvolo dell’intero spazio aereo nazionale.

“Abbiamo negato agli Stati Uniti l’uso delle basi aeree di Rota e Morón per questa guerra illegale. Tutti i piani di volo che prevedono azioni legate all’operazione in Iran sono stati respinti. Tutti, compresi quelli per il rifornimento in volo degli aerei” aveva dichiarato la scorsa settimana il governo spagnolo.

Ma questo posizionamento, seppur importante, non significa che le basi aeree di Morón e Rota non possano essere utilizzate dagli aerei dell’USAF. Il problema infatti è che in base ai trattati bilaterali firmati in epoca franchista e mai rimessi in discussione, operazioni come il supporto logistico per i circa 80.000 soldati statunitensi schierati in Europa, viene svolto regolarmente.

Pagine Esteri riferisce che il Centro di Controllo del Traffico Aereo di Siviglia continua inoltre a fornire supporto alla navigazione aerea dei bombardieri B-2 Spirit che decollano dalla base di Whiteman, nel Missouri, scaricano le loro bombe in Iran e poi tornano alla base con un volo di 30 ore senza scali, transitando nello Stretto di Gibilterra.

Il quotidiano spagnolo El Mundo riporta che venerdì scorso cinque aerei dell’aeronautica militare USA sono passati per la base militare di Rota: “Il primo è decollato nelle prime ore del mattino dalla base, diretto a Gibuti, dove l’arrivo di velivoli americani è in aumento in previsione di un’eventuale escalation del conflitto in Medio Oriente. Successivamente è arrivato un Super Hercules dalla base aerea tedesca di Ramstein. Dopo mezzogiorno, altri tre aerei sono decollati per Chania, sull’isola greca di Creta. La sua posizione strategica è cruciale: a metà strada nel Mediterraneo orientale e sede della portaerei USS Gerald Ford, ormeggiata per manutenzione dal 19 marzo” riporta El Mundo.

In Spagna Podemos ha chiesto al governo di “espellere i soldati statunitensi dalle basi di Rota e Moròn” e di indire un nuovo referendum per permettere agli elettori spagnoli di dire basta alla presenza della Spagna nella Nato. È una proposta interessante, esattamente quaranta anni dopo il referendum con cui la Spagna decise di aderire alla Nato (1986) e che fu vinto di misura dagli atlantisti (in Euskadi e Catalogna stravinse invece il No alla Nato, ndr).

Una proposta simile in Italia è stata finora resa impossibile dall’art.75 della Costituzione che non consente referendum in materia di trattati internazionali sottoscritti in totale subalternità. Servirebbe una legge di modifica costituzionale che consentisse di poter indire referendum anche su questa materia, così come venne richiesto nel 2016 sui trattati europei, purtroppo senza successo. Ma questo non significa che questa partita non possa e non debba essere riaperta, e anche in fretta.

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“I mercati” vogliono lo stop della guerra all'Iran, Trump in affanno

Il fronte principale della guerra si è spostato decisamente sull’economia mondiale. Non perché le vicende militari sia cessate, continuano ogni giorni e ogni giorno c’è gente che muore. Ma la “vittoria” si gioca nell’economia, visto che è ormai assodato che una vera “operazione di terra”, per gli Stati Uniti, è matematicamente impossibile.

Calcoli semplici, anche se approssimati, dicono che facendo un paragone con l’Iraq (dove vennero impiegati 225.000 soldati Usa più circa 80.000 degli “alleati” occidentali), e tenendo conto della diversa estensione del paese nonché della popolazione e quindi anche delle forze armate, occorrerebbero all’incirca un milione di soldati.

Di fatto, l’intero esercito degli Stati Uniti (1,3 milioni di effettivi, senza guardare ad età, specializzazioni e idoneità al combattimento).

È possibile ovviamente immaginare di accompagnare la guerra aerea con “operazioni militari speciali” su obbiettivi significativi come le isole iraniane nel Golfo oppure gli stock di uranio parzialmente arricchito (qualche centinaio di chili).

Ma le isole, proprio perché molto piccole, sono sì facili da conquistare, ma difficili da “tenere”. Sarebbero infatti un bersaglio sufficientemente grande per droni e missili di Teheran, ma in cui le truppe Usa non troverebbero molti luoghi per stare al riparo. Per non parlare della problematicità dei rifornimenti di munizioni e viveri.

Da questo punto di vista il paragone andrebbe fatto con la “trappola afgana”, quando lo stesso tipo di “guerra mista” – bombardamenti più operazioni mirate speciali – è andato avanti per 20 anni senza risultati e con una fuga ingloriosa in stile Saigon.

La cattura e il sequestro dell’uranio sarebbe uno “scalpo” da agitare per proclamare di aver vinto, ma non è affatto sicuro che stia tutto in un solo deposito, e di certo richiede di essere trattato da un personale tecnico specializzato ben diverso dai Navy Seals (spara, ammazza e vattene).

Il controllo anche parziale delle coste di Hormuz – montagne a picco sul mare – richiederebbe uno sforzo militare notevole e assolutamente incerto quanto a risultati e soprattutto tempi. Durante tutta la durata degli eventuali combattimenti in loco non passerebbero neanche le petroliere dei paesi neutrali, che attualmente hanno via libera.

Ed è manifesto che Trump e la sua amministrazione hanno bisogno di concludere la guerra al più presto, proprio perché l’economia mondiale sta facendo calcoli terrorizzanti sulle conseguenze del prezzo del petrolio e del gas, con il Brent stamattina a 113-115 dollari al barile (era a 59 il giorno prima dell’attacco israelo-americano).

Tant’è vero che diverse fonti giornalistiche “autorevoli” – ossia statunitensi dei grandi media – riportano che Trump avrebbe deciso che la guerra dovrà finire anche se lo Stretto rimarrà “parzialmente chiuso”. Ossia vietato alle navi dei paesi complici dei due attaccanti.

Si comprende facilmente, perciò quale esigenza ci sia dietro la pubblicazione, sul suo social, del video sulla distruzione di un deposito di munizioni ad Isfahan. Spettacolare, certo, come ogni esplosione (chi non ricorda il finale di Zabriskie Point?), ma una cosa in fondo “normale” in guerra, quasi banale. Dev’essere grande il bisogno di “fare punto”, se ci si accontenta di così poco...

È durata invece meno di cinque minuti la minaccia di “distruggere gli impianti petroliferi dell’isola di Kharg”, il terminale attraverso cui viene imbarcato il 90% del greggio iraniano, che aveva fatto salire in un attimo il prezzo del barile oltre i 120 dollari. Devono aver ricordato aTrump che l’Iran, in quel caso, avrebbe fatto lo stesso con tutti gli impianti petroliferi del Golfo, gettando l’economia globale in una crisi senza vie d’uscita.

Siccome non si può produrre nulla senza energia, e buona parte dell’industria occidentale si regge ancora sul binomio petrolio-gas (anzi: sta rinunciando addirittura ad ogni idea di transizione energetica per non imporre alle imprese costi di riconversione), scatterebbe in quel caso una corsa all’accaparramento che farebbe volare il prezzo ed anche molte flotte aeree verso i paesi produttori in altre zone del mondo per prenderne il controllo.

Tra le ragioni che spingono alla ricerca di una rapida conclusione degli attacchi c’è poi, non ultimo, il problema delle munizioni missilistiche in magazzino per Usa-Israele. Si sapeva che i sistemi intercettori come Patriot e Thaad erano ormai al limite dell’esaurimento, tanto che sia il territorio israeliano che le base americane nel Golfo sono ormai esposte quasi ad ogni attacco di Teheran, ma ora cominciano a mancare anche i missili di attacco lanciati dai cacciabombardieri.

Nel primo mese di guerra sono stati usati, infatti, 850 missili Tomahawk, dal costo di 3,6 milioni l’uno. Il problema serio è che se ne producono solo un centinaio l’anno, e in Medio Oriente le scorte sono prossime alla fine. Non rimpiazzabili (non è che si possono usare missili di altro tipo al loro posto).

L’insieme rende bene l’immagine di un attacco condotto senza una strategia logica, per quanto criminale. Lo stesso vicepresidente J.D. Vance, messo alle strette sugli obbiettivi concreti di questa guerra, non è riuscito ad andare al di là di un “indebolire l’Iran il più possibile, in modo da non dover ripetere questa operazione troppo presto”. Per l’Iran, insomma, ogni giorno di resistenza attiva in più è di fatto una vittoria che allontana gli artigli yankee dalla regione.

Come finiva quella metafora sui “reazionari che alzano le pietre al cielo...”?

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Una petroliera russa raggiunge Cuba, è il momento di intensificare la solidarietà

Mentre le due navi a vela del Nuestra América Convoy di cui si erano perse le tracce al largo del Messico sono arrivate a Cuba, portando ulteriori aiuti materiali alla popolazione colpita dall’assedio criminale degli Stati Uniti, anche una petroliera russa è infine arrivata sull’isola, portando con sé un carico fondamentale per alleviare la situazione, anche se brevemente.

La nave Anatoly Kolodkin è partita dal porto di Primorsk il 9 marzo, con 650 mila barili di greggio (secondo il New York Times sono 730 mila, una differenza non di poco conto, ma parliamo comunque di oltre 90 mila tonnellate di petrolio). Il carico potrebbe essere raffinato in circa 180.000 barili di gasolio, una quantità sufficiente a coprire il fabbisogno energetico nazionale per soli nove o dieci giorni.

Una quantità che è però vitale per un paese che non riceve forniture dallo scorso gennaio, e in cui gli effetti dell’assedio, oltre i blackout, colpiscono in maniera sempre più evidente i servizi sanitari e rappresentano una punizione collettiva della popolazione, proibita dal diritto internazionale.

Trump stesso ha risposto a domande sulla petroliera russa, in viaggio sull’Air Force One. “Ho detto loro che se un paese vuole inviare del petrolio a Cuba in questo momento, non ho alcun problema, che sia la Russia o meno”, ha detto il tycoon, confermando le indiscrezioni del New York Times, secondo cui l’amministrazione avrebbe dato il “placet” tacito al passaggio della nave.

La dichiarazione di Trump, che è stata giustificata con la difficile situazione che vive la popolazione, sembra poco affine ai metodi terroristici usati fino a oggi, in America Latina come in Iran. E lascia margini di interpretazione non indifferenti intorno al fatto che anche altri paesi potrebbero rifornire Cuba di petrolio, con il timore di ripercussioni successive.

Ma il caso della Anatoly Kolodkin è un groviglio di tensioni internazionali particolare. La nave è infatti sottoposta a sanzioni da parte di USA, UE e Regno Unito a causa del conflitto ucraino. Prima di attraversare l’Atlantico, la petroliera è stata scortata attraverso la Manica da una nave militare russa, come riferisce la Royal Navy britannica, per poi procedere da sola verso i Caraibi.

Solo lo scorso 20 marzo, il Dipartimento del Tesoro aveva vietato esplicitamente qualsiasi transizione in favore de l’Avana riguardante il petrolio. E tuttavia, Washington ha anche recentemente allentato alcune restrizioni su Mosca per stabilizzare i flussi globali di greggio, pesantemente influenzati dagli attacchi militari statunitensi e israeliani contro le infrastrutture petrolifere in Iran, e dal conseguente blocco dello stretto di Hormuz.

Questo allentamento riguardava il petrolio in mare da prima del 13 marzo, e perciò la Kolodkin rientra perfettamente nella casistica prevista. Mentre il mercato degli idrocarburi e dell’energia procede verso una profonda crisi a causa dell’aggressione all’Iran, probabilmente Trump ha pensato bene di evitare di sollecitarlo ulteriormente, soprattutto se ciò sarebbe andato a inasprire i rapporti con la Russia, dopo aver promesso agli operatori commerciali una riduzione delle sanzioni per calmierare l’impennata dei prezzi.

Nonostante una concessione che non ha nulla di umanitario e che è legata al pantano in cui gli States si sono infilati nel Vicino Oriente, Trump non ha ammorbidito i toni contro il governo di Miguel Díaz-Canel. Cuba rimane sotto attacco, e la Casa Bianca continua a insistere che farà cadere la Rivoluzione socialista.

Da L’Avana rispondono che sono pronti a combattere per la loro autodeterminazione, e questa apertura “obbligata” di Trump rappresenta un momento fondamentale in cui allargare la solidarietà internazionale e rendere ancora più impraticabile un attacco a Cuba, di fronte a una netta caduta dei consensi per l’amministrazione stelle-e-strisce.

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USA - Milioni di persone in piazza contro Trump. Si spacca il fronte interno


Le manifestazioni “No Kings” contro il presidente degli Stati Uniti Donald Trump sabato sono dilagate in tutti gli Stati Uniti, con oltre 3.000 manifestazioni segnalate a livello nazionale contro la guerra all’Iran, le brutali politiche sull’immigrazione e l’aumento del costo della vita. Si calcola che circa 7 milioni di persone siano scese in piazza. Secondo molti osservatori si tratta del più grande movimento di protesta nella storia degli Stati Uniti.

Le proteste sono state organizzate da una rete di gruppi civici e movimenti politici e sociali contrari alle politiche dell’amministrazione Trump e contro quello che i manifestanti definiscono un rischio di deriva autoritaria.

L’opposizione alla guerra scatenata contro l’Iran è stato un tema forte nella manifestazioni. A Boston, in un parco, sono state depositate in terra zainetti e scarpe da bambini per ricordare le decine di alunne iraniane uccise il 28 febbraio da un bombardamento statunitense il primo giorno dell’aggressione all’Iran.

In alcune città si sono registrati anche scontri isolati e alcuni arresti, ma la maggior parte delle manifestazioni si è svolta in modo pacifico.

La manifestazione più grande si è tenuta a Minneapolis, la città dove la brutalità degli agenti dell’agenzia dell’immigrazione (ICE) ha portato alle uccisioni di Renee Good e Alex Pretti da parte degli agenti federali. Gli organizzatori di No Kings hanno stimato che più di 200.000 persone hanno partecipato alla manifestazione.

La mobilitazione del 28 marzo è stata la terza ondata di un ciclo iniziato nel 2025 e cresciuto in pochi mesi fino ai grandi numeri di sabato. Se le precedenti giornate avevano già portato in strada milioni di persone, questa volta il movimento sembra aver consolidato una struttura organizzativa più ampia, sostenuta da sindacati, gruppi per i diritti civili oltre alle reti sociali.

Nel corteo di New York è stato ben visibile l’attore Robert De Niro, il quale ha affermato che: “È ora di dire no ai re. No al re Trump. No alle guerre inutili che sacrificano i nostri soldati e massacrano gli innocenti. No a un leader corrotto che arricchisce se stesso e i suoi amici alla Epstein”.

Il musicista Bruce Springsteen invece è salito sul palco del concerto organizzato in occasione della manifestazione “No Kings” a Minneapolis, la città in cui i miliziani dell’ICE hanno ucciso due persone in pochi giorni. “Lo scorso inverno le truppe federali hanno portato morte e terrore nelle strade di Minneapolis. Beh, hanno scelto la città sbagliata. La forza e la solidarietà della gente di Minneapolis e del Minnesota sono state fonte di ispirazione per l’intero Paese. La vostra forza e il vostro impegno ci hanno dimostrato che questa è ancora l’America”, ha detto Bruce Springsteen prima di cominciare a suonare.

Anche Jon Bon Jovi ha preso parte alla manifestazione nel New Jersey.

Sullo sfondo dello scenario che ha portato milioni di persone in piazza negli Stati Uniti, ci sono anche le conseguenze della guerra scatenata dall’amministrazione Trump – e da Israele – contro l’Iran.

In Nevada, un gallone di benzina si avvicina ormai ai 5 dollari. In Pennsylvania, gli agricoltori sono preoccupati per i prezzi dei fertilizzanti. E in Michigan, i problemi della catena di approvvigionamento stanno creando ostacoli nelle operazioni manifatturiere e dell’industria automobilistica.

Il giornale Politico riferisce che a un mese dall’inizio della guerra in Iran, “una nuova realtà politica si sta facendo strada anche per i repubblicani in questi e altri campi di battaglia: la guerra potrebbe non finire così rapidamente come speravano inizialmente, e i costi, letterali e figurati, continuano a crescere”.

Se la situazione militare sul fronte iraniano e mediorientale non appare affatto positivo per Trump, anche il fronte interno comincia a mostrare crepe sempre più profonde.

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Le “sciagure” del controllo preventivo di polizia. Dal caso Salis agli anarchici

Quanti accaduto sabato alla eurodeputata Ilaria Salis e il fermo di massa degli anarchici a Roma nella giornata di domenica, meritano di non passare sotto silenzio come normale amministrazione dell’attuazione del nuovo decreto sicurezza.

Su quanto accaduto sabato lo lasciamo raccontare alla stessa Salis: “Intorno alle 7:30 sono stata svegliata dalla polizia nella stanza dove mi trovavo. Hanno bussato alla porta, hanno pronunciato il mio nome, dicevano che si trattava della polizia e mi hanno chiesto di aprire. Io ho aperto, mi hanno chiesto un documento che io gli ho dato, gli ho anche fatto presente che sono un’eurodeputata. Non hanno spiegato il motivo della visita, hanno detto semplicemente che si trattava di accertamenti”.

La deputata europea ha intenzione di avviare un’azione parlamentare a Bruxelles e, attraverso il suo partito, in Italia con un’interrogazione nei confronti del ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi. Non si esclude che l’interrogazione possa essere rivolta anche al ministro degli Esteri, Antonio Tajani.

Fino ad oggi la Questura si è trincerata dietro il fatto che il controllo alla Salis sia stato un atto dovuto in base ad un alert partito dalla Germania e motivato dalla vicinanza della europarlamentare italiana a gruppi antifascisti tedeschi, nel caso specifico si tratterebbe della rete antifascista “Hammerbande”, coinvolta in alcuni procedimenti giudiziari in Germania e in Ungheria. In quest’ultima la Salis è stata detenuta in carcere per mesi, messa sotto processo e scarcerata a seguito della sua elezione a parlamentare europea.

Nel caso della Salis la Questura ha escluso che fosse una messa in atto delle misure preventive introdotte dal nuovo decreto sicurezza ma, appunto, un atto dovuto in base ad una segnalazione proveniente da un altro paese dell’area Schengen.

In realtà le domande degli agenti presentatisi alla camera d’albergo della Salis sono state anche sulla sua eventuale volontà di partecipare alla manifestazione del pomeriggio, ragione per cui il nesso con il fermo preventivo previsto dal nuovo decreto sicurezza verrebbe fuori eccome.

Ma sulle segnalazioni dall’estero e il procedere in automatico su questo, è forse il caso di ricordare agli apparati di polizia che questo modo procedere senza previe verifiche, fu alla base del clamoroso casino combinato a Roma dalla Digos a maggio del 2013 nel caso di Alma Shalabayeva, moglie di un rifugiato politico del Kazakistan. La vicenda ha portato nell’aprile del 2025 alla condanna – anche in secondo grado – dei cinque poliziotti imputati al processo d’appello bis sulle irregolarità nell’espulsione dall’Italia di Alma Shalabayeva, che venne fermata e poi espulsa dall’Italia insieme alla figlia. Si è arrivati al processo con l’accusa non certo leggera di sequestro di persona.

Forse le interrogazioni parlamentari costringeranno il ministro Piantedosi a dare risposte meno farfugliate sulla vicenda di Ilaria Salis.

Non sappiamo se sia stato per voler mettere una pezza alla cantonata di sabato che gli apparati di polizia domenica pomeriggio hanno scelto invece la mano dura, con la scelta clamorosa del fermo di massa nel caso degli anarchici che si erano recati con mazzi di fiori a commemorare i due militanti anarchici morti nell’esplosione del 19 marzo scorso a Roma.

In questo caso ben 91 persone hanno subìto per prime il “fermo preventivo” in nome del famigerato decreto sicurezza varato dal governo Meloni. Gli anarchici sono stati fermati preventivamente prima di raggiungere, domenica 29 marzo, il uogo di ritrovo per ricordare Sara Ardizzone e Alessandro Mercogliano, morti il 19 marzo nell’esplosione dentro un casolare al Parco degli Acquedotti nella capitale. “Le persone fermate, però, erano ‘armate’ di fiori, quindi è evidente che non ci fossero presupposti di pericolo”, fa sapere l’avvocata Paola Bevere, intervistata ai microfoni di Radio Onda d’Urto.

Il presidio di commemorazione per i due anarchici morti era stato vietato dal questore di Roma. Polizia e carabinieri hanno dunque identificato i manifestanti e in un secondo momento li hanno portato negli uffici di via Patini per il fotosegnalamento.

Domenica la polizia – addirittura anche con reparti a cavallo – ha quindi blindato tutti gli accessi del Parco degli Acquedotti – frequentatissimo da famiglie e bambini – fermando, identificando e poi portando via in pullman decine di anarchici giovani e meno giovani “armati” di mazzi di fuori.

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Israele approva la pena di morte per chi lotta contro l’occupazione e il genocidio

Ieri il parlamento israeliano ha approvato una legge che ha suscitato un acceso dibattito, anche all’estero: la pena di morte per coloro che Tel Aviv considera “terroristi”. Ma il testo è pensato per portare sul patibolo solo i palestinesi, accusati in sostanza di aver combattuto contro l’occupazione sionista.

Il provvedimento, che è passato con 62 voti favorevoli e 48 contrari, è stato promosso con forza da Itamar Ben-Gvir, Ministro della Sicurezza Nazionale e leader del partito ultranazionalista Otzma Yehudit. Lo stesso Netanyahu ha votato la legge, dopo aver spinto per alcune modifiche, in virtù delle tante critiche, senza però rendere meno criminale il provvedimento.

L’eliminazione della parola “palestinesi” e l’aver dato il potere al tribunale di convertire la morte in ergastolo non risolve minimamente le criticità, oltre al fatto che è ancora prevista la possibilità di imposizione della pena capitale anche quando non richiesta dall’accusa e senza l’unanimità dei giudici. La legge indica che la sentenza dovrà essere eseguita entro 90 giorni dal pronunciamento, ed esclude il diritto alla grazia.

Ben-Gvir, che nei giorni precedenti al voto ha ostentato spille a forma di cappio sul bavero della giacca e che dopo l’approvazione ha festeggiato con alcuni colleghi, offrendo da bere fuori dalla Knesset, sostiene che la pena capitale fungerà da deterrente contro futuri attacchi e tentativi di rapimento volti a ottenere scambi di prigionieri.

Il dettato, però, si palesa come profondamente radicato nella concezione etno-religiosa e coloniale dello stato di Israele. La norma, infatti, prevede la pena di morte per “chi causa intenzionalmente la morte di una persona nell’ambito di un atto di terrorismo, con l’intento di negare l’esistenza dello Stato di Israele e la rinascita del popolo ebraico nella sua terra”.

In sostanza, la resistenza contro l’occupazione e la colonizzazione, garantita persino dall’ONU, diventa “terrorismo”. Non a caso, alcuni commentatori israeliani si sono detti preoccupati, non in tutela del popolo palestinese, ma perché il timore è che una tale misura possa provocare una nuova escalation della ribellione in Cisgiordania.

Ciò deriva dal fatto che già oggi diversi prigionieri delle carceri sioniste potrebbero finire sotto la scure della legge. Inoltre, persino alcuni vertici militari e legali israeliani hanno espresso perplessità, stando a quel che riporta Haaretz, poiché temono che la legge violi il diritto internazionale ed esponga i comandanti dell’esercito a mandati di arresto internazionali.

Esperti delle Nazioni Unite hanno denunciato che le definizioni di “terrorista” contenute nel testo sono vaghe e troppo ampie, estendendo l’accusa in maniera arbitraria e, aggiungiamo noi, con un chiaro intento politico e militare. Inoltre, hanno sottolineato come la pratica dell’impiccagione (prevista nella norma) possa essere considerata una forma di tortura o trattamento inumano secondo il diritto internazionale.

Basterebbe ricordare le migliaia di giornalisti, medici, infermieri, bambini, massacrati a Gaza – tutti qualificati da Israele come “terroristi di Hamas” – per capire che la sostanza dell’accusa di “terrorismo” sta nell’essere nati palestinesi. È, insomma, un altro modo di proseguire il genocidio in una veste “legale”.

Organizzazioni per i diritti umani che operano in Israele, come Adalah, HaMoked e Physicians for Human Rights-Israel denunciano la creazione di un “sistema di punizione capitale razzializzato”. Di fronte a questo provvedimento che nulla ha a che vedere con la propaganda sulla “democrazia” israeliana, persino le potenze imperialiste europee si sono dovute esprimere.

In una dichiarazione congiunta rilasciata domenica, i ministri degli Esteri di Italia, Francia, Germania e Regno Unito hanno definito la legge “de facto discriminatoria” verso i palestinesi. I quattro paesi, che lasciano correre su altre gravi violazioni, come quelle che avvengono nelle carceri israeliane o nella Cisgiordania occupata, e continuano a commerciare con uno stato genocida, hanno scelto una mossa del genere con un doppio intento.

Il primo obiettivo è quello di definire una politica estera autonoma, soprattutto in un momento in cui Tel Aviv e Washington sono impegnati in una guerra illegale sotto tutti gli aspetti, e durante la quale sono già stati commessi crimini di guerra.

Il secondo obiettivo è quello di tamponare l’opposizione antisionista, che ha portato e continua a portare in piazza migliaia di persone ogni settimana, mettendo in difficoltà l’allineamento strategico delle classi dirigenti con l’entità sionista. Una “toppa” ad uso interno, insomma, completamente inutile e tardiva nei confronti dei genocidi, pensata unicamente come belletto per non apparire manifestamente complici.

Israele non esegue una condanna a morte dal 1962, anno in cui fu giustiziato il criminale nazista Adolf Eichmann. Da allora, la pena capitale è rimasta formalmente nei codici per alcuni reati specifici (tra cui quello di genocidio) ma non è mai stata applicata. È probabile che ora la norma verrà portata davanti alla Corte Suprema, per valutarne l’incostituzionalità del provvedimento.

Il mondo che è sceso, scende e scenderà in piazza per condannare le politiche genocide di Tel Aviv ha già emesso la sua sentenza.

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La guerra in Ucraina è e sarà una rogna colossale dentro il “campo largo”. Il dietrofront di Conte

L’attuale leader del M5S Giuseppe Conte si è presentato alla convention di +Europa, affermando praticamente le stesse cose che dicono il governo e il Pd sulla guerra in Ucraina, ossia che bisogna continuare a sostenere Kyev, che le sanzioni alla Russia devono rimanere e che il gas russo non lo prenderebbe neanche gratis.

Qualcuno ha fatto notare che mezz’ora prima il senatore M5S Patuanelli aveva affermato in televisione l’esatto contrario di quanto affermato da Conte, ribadendo quanto già affermato a Radio 24 due giorni prima ovvero: “Credo che con noi al governo ci fermeremo con gli aiuti all’Ucraina, ma penso che riusciremo a trovar la quadra anche sulla politica estera con le altre forze della coalizione”.

La svolta, è avvenuta nell’intervento di Conte all’evento di + Europa al centro congressi di via Palermo a Roma: “Sul conflitto russo ucraino abbiamo sensibilità diverse, ma sono stato promotore di una risoluzione comune, riconoscendo su questo punto che l’aggressione russa va sanzionata. Non dobbiamo acquistare gas russo finché non ci sarà un trattato di pace”. E ancora: “Difendiamo con le unghie e con i denti il popolo ucraino”.

Il senatore del Partito Democratico Filippo Sensi, anche lui presente all’evento di +Europa, ha colto l’assist di Conte ed ha così commentato: “Mi pare positivo che oggi il leader dei cinque stelle abbia fatto retromarcia e sconfessato i suoi esponenti che minacciavano la fine del sostegno alla Ucraina e l’apertura al gas russo. La sua risoluzione era irricevibile. Ma almeno oggi ha fatto un passo indietro. Vedremo”.

Lo stesso Sensi due giorni prima aveva attaccato il contenuto dell’intervista di Patuanelli (M5S) a Radio 24. “Patuanelli crede che ‘ci fermeremo con gli aiuti militari all’Ucraina’. Con loro di certo, sapendo bene da che parte stanno. Con noi, invece, gli aiuti ci sono stati, ci sono e ci saranno. Fatevene una ragione” aveva commentato il senatore del PD.

Qualcuno potrebbe far notare che sarà almeno la terza volta che Conte cambia idea sul conflitto fra Russia e Ucraina. Prima c’era stato il sostegno al primo decreto di invio di forniture militari del 2022, poi l’organizzazione di manifestazioni di piazza nel 2024 contro l’invio delle armi in Ucraina, fino al riposizionamento in questi giorni sulla linea del PD, evidentemente funzionale a “creare un clima adatto” per le sue ambizioni di partecipazione alle primarie del centrosinistra.

L’Istituto Piepoli ha diffuso un sondaggio in cui Conte appare il favorito in caso di primarie sul leader della coalizione che si candida a scalzare il governo Meloni.

Appare evidente che il posizionamento sulla guerra in Ucraina e sul riarmo europeo sarà una rogna stellare per il campo largo. E anche questo non è e non sarà un dettaglio.

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30/03/2026

Le recensioni di Frusciante - Zombie

Guerra all'Iran. Tutti gli occhi sono puntati su Islamabad

A Islamabad sono arrivati i ministri degli Esteri di Turchia, Egitto, Arabia Saudita per due giorni di colloqui con il Pakistan sulle misure per allentare le tensioni in Medio Oriente. Il vertice tra questi quattro importanti paesi islamici avviene mentre gli USA paventano una invasione di terra dell’Iran.

Prima di questo vertice c’è stata un’ora di colloqui telefonici tra l’alleato “fraterno” iraniano, nella figura del Presidente Masoud Pezeshkian, e il premier pakistano Shehbaz Sharif.

Il vertice dei quattro paesi a Islamabad va valutato bene nella sua rilevanza. Si tratta di due paesi arabi e due paesi non arabi. Due di essi – Turchia ed Egitto – dispongono di forze armate assai consistenti; uno ha tantissimi soldi e risorse energetiche– l’Arabia Saudita – l’altro – il Pakistan – dispone di decine di armi nucleari. Secondo alcuni osservatori anche il Qatar potrebbe presto unirsi a questo gruppo.

La Turchia, come noto, insieme al Qatar è il principale sostenitore dei Fratelli Musulmani al quale aderisce anche Hamas. A Tel Aviv la Turchia viene già considerata il nuovo Iran ossia una potenza regionale minacciosa per Israele. Secondo gli analisti israeliani, Ankara ha intensificato la propria influenza in Siria, Libia, Sudan e Somalia, mostrando ambizioni espansionistiche simili a quelle iraniane.

Contemporaneamente, l’Arabia Saudita non vuole una normalizzazione dei rapporti con Israele, a causa dell’opposizione israeliana alla “soluzione dei due Stati” per i palestinesi e al no di Israele ad un programma nucleare civile saudita. Anche per questo i sauditi hanno stretto un’alleanza “a scopo difensivo” con il Pakistan, che è dotato di armi nucleari che, a suo tempo, vennero finanziate proprio dall’Arabia Saudita.

L’irritazione degli Stati Uniti per questa ipotesi di “blocco sunnita” in opposizione a Israele (ma anche alla vecchia egemonia USA sul Medio Oriente) è emerso piuttosto chiaramente dalle ruvide e piuttosto grevi battute contro il principe saudita Mohammed bin Salman.

Non si capisce bene quale sia il motivo dell’irritazione di Trump verso i sauditi. Vuole forse la partecipazione ufficiale dell’Arabia Saudita alla guerra contro l’Iran? Vuole più soldi dai sauditi come ai “bei tempi”? Vuole forse che l’Arabia Saudita annunci la normalizzazione dei rapporti con Israele senza alcuna concessione? Trump intervenendo in un evento a Miami, riferendosi a Bin Salman ha affermato: “Pensava che fossi un normale presidente americano e che non avrebbe dovuto leccarmi il culo e adularmi, e ora invece deve essere gentile con me. Meglio che lo sia”

Una maggiore integrazione militare di questi quattro paesi islamici – Turchia, Arabia Saudita, Pakistan, Egitto – rappresenterebbe dunque un serio problema per Israele, la quale ambisce ad essere l’unica potenza egemone dell’area e a sottomettere tutti i paesi del Medio Oriente.

Il vertice di Islamabad rappresenta infatti la risposta del cosiddetto “asse sunnita” – quindi diverso dall’asse sciita rappresentato dall’Iran e dai suoi alleati – sia al progetto israeliano di una alleanza regionale anti-islamica sia al rafforzamento dell’Iran come paese di riferimento del mondo islamico. Se Teheran uscirà in piedi dall’aggressione israelo-statunitense, un aumento esponenziale della sua autorevolezza e influenza appare infatti inevitabile.

Netanyahu ha annunciato recentemente l’intenzione di Israele di creare una nuova alleanza di Paesi per contrastare i due principali fronti dell’islam politico: quello sciita e quello sunnita radicale. Obiettivo dell’alleanza: collaborare con Stati che abbiano la stessa visione delle «minacce» nel Medio Oriente.

Questo nuovo asse anti-islamico dovrebbe essere basato su cinque Paesi principali: oltre a Israele, ci sarebbero India, Grecia, Cipro, Etiopia ed Emirati Arabi Uniti, quest’ultimo sarebbe l'unico paese arabo-islamico dell’eventuale alleanza, ma è anche l’unico paese del Golfo ad aver finora firmato gli accordi di Abramo con Israele e da anni gioca sporco nel destabilizzare gli altri paesi della regione attraverso l’Isis o altri gruppi jihadisti.

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Poste italiane all’assalto di Tim. Il pubblico si adegua al modello neoliberale

L’Offerta Pubblica di Acquisto e Scambio (OPAS) lanciata da Poste Italiane nei confronti di TIM non appare certo come un fulmine a cielo sereno nell’apparato produttivo e infrastrutturale nazionale.

Nel caso specifico risultava evidente che con l’acquisizione del controllo societario la prospettiva dell’inglobamento era inevitabilmente nell’ordine delle possibilità concrete. Tuttavia limitare l’interpretazione all’ordinarietà delle condotte di mercato impedirebbe di comprendere la portata di una operazione che ne travalica per più aspetti il confine.

Una prima considerazione riguarda l’approdo del processo di privatizzazione delle telecomunicazioni, posto all’origine dell’intera vicenda trentennale delle privatizzazioni nel nostro paese, che ad operazione ultimata porterebbe la presenza pubblica appena oltre la soglia del 50% del capitale sociale. Esito che ha indotto molti commentatori ad intravvedere addirittura elementi di “nazionalizzazione” del settore.

Ora, aldilà della evidente precarietà del 50,1 del dato di proprietà azionaria di soggetti di natura pubblica, gli assetti proprietari della società acquirente Poste Italiane per effetto della diluizione del suo capitale nella nuova struttura proprietaria vedrebbero una netta riduzione della quota pubblica dall’attuale 65% (29,26 % Ministero Economia e Finanze, 35% Cassa Depositi e Prestiti) appunto al 50,1.

Al riguardo si potrebbe obiettare che la condizione strutturale di Poste Italiane risulterebbe comunque potenziata dall’acquisizione degli assets di telefonia fissa e mobile, avvalorando così le dichiarazioni aziendali sulla dilatazione del proprio cloud integrato multiservizi, che spazia dalle telecomunicazioni alla logistica, dalla finanza al recapito, passando per la raccolta ed elaborazione dati, ed altro ancora, un dato tanto innegabile quanto superficialmente limitato all’osservazione del momento attuale.

Alzando appena lo sguardo all’intera vicenda industriale di Telecom-TIM si evidenzia lo scenario della devastazione di un settore strategico dell’economia condotta senza soluzione di continuità all’insegna dell’annichilimento della ricerca e dello sviluppo, vero aspetto “core” di ogni dinamica industriale, mancanza associata al sistematico saccheggio delle risorse umane e finanziarie, riconducibili in larga parte ad un passato pubblico discutibile quanto si vuole ma nondimeno reale.

Un processo che ha visto scorrere in un rapporto organico con le fasi della politica un’intera classe di “imprenditori” nazionali – Agnelli, Colaninno, Tronchetti – fino alle battute dei tempi più recenti con protagonisti sovranazionali Vivendi e Telefonica con lo scorporo della rete fissa ad appannaggio degli americani di KKR. A ben vedere, del patrimonio ormai “sfibrato” e decotto delle telecomunicazioni nazionali residua veramente poco, con una redditività di settore fisso e mobile, dati alla mano, in deciso declino.

Il senso vero dell’operazione di Poste Italiane su TIM si connota in termini decisamente più realistici come un’acquisizione volta a sfruttarne la commercializzazione allocandola nella propria rete integrata dei servizi, alla cui base opera una forza-lavoro a livelli salariali decisamente magri, decretando la scomparsa del settore delle TLC nazionali di cui il “delisting”, la fuoriuscita dalla borsa sarebbe l’atto formale conclusivo.

Da quanto esposto appare decisamente fuori luogo l’evocazione di termini quali nazionalizzazione ovvero operazione sistemica e Poste Italiane come esempio di campione industriale nazionale, la commercializzazione dei servizi di cui Poste è innegabilmente leader attiene alla parte bassa o, se si preferisce, conclusiva della catena del valore del comparto, di cui fondamentalmente è componente passiva, impossibilitata strutturalmente oltre la sfera, certo non trascurabile, della vendita ad assumere un ruolo di protagonismo industriale che ormai si misura in termini sovranazionali.

Tuttavia per ragioni molto diverse siamo anche noi dell’avviso che l’acquisizione di TIM da parte di Poste Italiane non sia derubricabile a una “semplice operazione” del cosiddetto mercato.

Ci sono almeno un paio di questioni meritevoli di attenzione:
– la prima legata allo scontro tra Videndi e KKR per lo scorporo e quindi il controllo della rete fissa, una disputa giocata non certo su piani industriali in buona parte sovrapponibili, la cui posta era la presenza nel nostro paese di operatore con base europea oppure con radicamento sulla sponda opposta dell’Atlantico, uno scontro geo-economico in cui la proiezione del nostro governo ha avuto una forte influenza;
– la seconda relativa all’acquisizione diversi mesi addietro da parte di Poste delle quote di Cassa Depositi e Prestiti in TIM, da interpretarsi come un disimpegno, da parte del vero player delle malridotte politiche industriali di questo paese, in una azienda ridotta a uno zombie industriale.

Non costituisce certo un mistero l’interesse dei grandi fondi del risparmio gestito americano – Blackrock, Vanguard, State Street tra gli altri – per il mercato delle utilities (grandi aziende di servizio) europeo con una aggressività finanziaria impressionante collocata in tutti gli snodi dei mercati borsistici in modo da condizionarne gli andamenti, e la loro presenza tanto nel capitale TIM quanto in modo ancora più rilevante in KKR. Se ci si consente un paragone con le strategie militari, un’operazione a tenaglia per la conquista di uno spazio strategico in cui Poste Italiane per i suoi interessi diffusi e il ruolo sistemico gioca il ruolo del cavallo di Troia, con una proiezione ben oltre i già considerevoli confini aziendali.

La pressione dei fondi per l’ingresso nel capitale di Poste è stato un tema decisivo per il delineamento degli equilibri azionari e assetti strategici aziendali che, con l’assorbimento di TIM, vede finalmente conseguito l’obiettivo. Evidentemente non siamo ancora al passaggio di mano dal capitale definito “paziente e laborioso” della Cassa Depositi e Prestiti alla pervasività aggressiva tutta finanziaria dei fondi di investimento, ma uno strappo si è realizzato e la prospettiva che si dischiude non appare certo rassicurante.

Assecondare la spinta alla finanziarizzazione come strumento di equilibrio di un qualsivoglia progetto industriale è fuori dalla realtà, una contraddizione insanabile. Certo il nostro punto di vista è quello dei fruitori dei servizi e dei lavoratori del settore, di chi pensa alle attività pubbliche per la loro funzionalità e la stabilità occupazionale e non come punto di accumulo di interessi privati a conduzione finanziaria e speculativa.

Un’ultima osservazione, Poste Italiane è stata in questi anni considerata un esempio virtuoso di gestione, sulla base dei suoi bilanci e degli utili garantiti agli azionisti pubblici e privati, mentre, ancora dal nostro punto di vista, è stato uno spazio economico e produttivo in cui la torsione privatistica dell’apparato pubblico ha trovato la sua realizzazione più avanzata, sperimentando pratiche gestionali e modelli relazionali presi a riferimento in altri contesti industriali.

Trenta anni dopo l’avvio della “madre di tutte le privatizzazioni” quella delle Telecomunicazioni, che proprio con lo scardinamento dalle Poste e Telecomunicazioni pubbliche, ha trovato la condizione di realizzazione, Poste Italiane SPA si propone come testa di ponte del sistema dei servizi nel vuoto modello economico-produttivo neoliberista del paese.

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Se gli Usa mettono “gli scarponi nel pantano” iraniano…

Un mese di guerra e la situazione si complica. L’unica buona notizia è che Trump e Netanyahu non hanno un solo alleato convinto che sia stata fatta una scelta intelligente con la guerra aperta all'Iran. Poi, certo, il codazzo dei servi è sempre nutrito, ma tra una partecipazione entusiasta e qualche aiuto di contorno la differenza è grande.

Va fatto notare ai tanti distratti che il tycoon doveva andare in Cina per discutere un ampio ventaglio di questioni che contrappongono gli interessi dei due paesi, ma l’appuntamento è slittato da marzo ad aprile e poi – per ora – al nove maggio.

Non serve un traduttore per intuire che Xi Jinping non è disposto ad incontrarlo mentre sta ancora bombardando un paese con cui ha stretto da anni accordi commerciali reciprocamente vantaggiosi e costituiva una tappa importante del progetto “Nuova via della seta”.

Ma la strada che gli Usa hanno preso per il momento sembra quella di una nuova dose della stessa droga, che in una guerra viene definita escalation e nelle tossicodipendenze non sappiamo.

Stando alla sintesi fatta dal ministro degli esteri iraniano, Araghchi, “gli Stati Uniti dicono pubblicamente di volere una trattativa, ma segretamente stanno mandando truppe per attaccarci anche via terra”. E bisogna dire che le informazioni in mano a Teheran sembrano di solito piuttosto serie.

Ad esempio, il portavoce delle Guardie Rivoluzionarie, rivendicando il bombardamento di “un magazzino a Dubai che custodisce sistemi anti-droni provenienti dall’Ucraina, destinato ad assistere l’esercito americano” ha precisato che “21 ucraini erano presenti anche in quella posizione”, ma di non avere informazione sulla loro sorte.

Numeri netti, fino alla singola unità, non cifre buttate lì per fare sensazione... 

Una verifica arriva pure dal “colpo grosso” portato alla base di Prince Sultan, in Arabia Saudita, dove tra l’altro è andato distrutto un E-3 Sentry AWACS (aereo da sorveglianza, comando e controllo), indispensabile per coordinare gli attacchi e allertare le difese, dopo che diversi radar a terra erano stati distrutti. Non è una vanteria, visto che le foto del rottame sulla pista hanno fatto il giro del mondo.

Non migliore pubblicità ha fatto la portaerei Gerald Ford, “la più grande del mondo”, costretta a ritirarsi dall’Oceano Indiano ufficialmente a causa dell’intasamento dei bagni e di un incendio nel reparto lavanderia che però avrebbe costretto a ricorre alle cure mediche ben 200 marinai. L’immenso ferrovecchio è ora in un porto della Croazia per riparazioni urgenti, che dureranno ovviamente settimane, almeno.

Eppure tutte le fonti danno ormai per deciso un attacco anche a terra, prendendo di mira le isole iraniane nel Golfo Persico – soprattutto Kharg, terminale petrolifero principale – e le coste dello Stretto di Hormuz.

Sul punto gli scettici sono praticamente una maggioranza bulgara. Il centro studi statunitense FDD, di area repubblicana, afferma che la “conquista dell’isola iraniana di Kharg rischia di rivelarsi un fallimento, in quanto comporterebbe pesanti perdite a fronte di minimi vantaggi operativi o strategici, che potrebbero essere conseguiti in modo più efficace con altri mezzi”.

Le ragioni militari sono chiare: conquistare l’isola, appena 20 km quadrati, sarebbe abbastanza facile, ma le truppe resterebbero poi facile bersaglio per droni e missili iraniani, con la costa ad appena 30 km e tempi di percorrenza troppo stretti per attivare eventuali difese.

La logistica per mantenere funzionante la “testa di ponte” sarebbe molto costosa e a forte rischio di essere colpita, dovendo per forza di cose atterrare o approdare sull’isola. Lo stesso vale per tutte le altre isole e a maggior ragione per le montagne che dominano lo Stretto.

Le perdite umane sarebbero alte, probabilmente, annullando l’effetto “vittoria schiacciante” che Trump sta manifestamente cercando per poter chiudere la guerra senza apparire un deficiente. Ma se non ottiene un risultato “vendibile” sarà costretto a cercare qualche altro obbiettivo similare (si parla delle miniere di uranio o dei laboratori nucleari), aumentando costi, rischi e perdite.

Sarebbe insomma la classica escalation “alla vietnamita”, che fa ritrovare la superpotenza inchiodata in una situazione lose-lose, con gli stivale nel pantano, in cui perdi qualsiasi cosa tu faccia. La peggiore, per un’amministrazione che pretende di dominare il mondo... 

I problemi ci sono infatti soprattutto in casa. Manifestazioni “No Kings” a parte, tutto sommato ritenute “ignorabili” alla Casa Bianca, si sta lentamente sfaldando il consenso “Maga” intorno ad una politica bellicista che è l’esatto contrario di quel che Trump aveva promesso in campagna elettorale. Anche perché, ideologia a parte, gli elettori fanno i conti con il prezzo della benzina ormai vicina ai 5 dollari al gallone (quasi 4 litri, ma negli Usa non ci sono le accise e un prezzo di 3 dollari era già considerato “alto”).

Aggiungeteci gli agricoltori – altra pezzo importante del “blocco sociale” reazionario Usa – che vedono sparire i margini di guadagno sia per l’aumento dei carburanti che dei fertilizzanti.

Uno smottamento del consenso già registrato nei sondaggi – il “gradimento” di Trump è sceso al 36% – ma che alle elezioni di midterm, a novembre, rischia di essere ancora peggiore mettendo insieme una riduzione dell’affluenza “Maga” al voto e una reazione di rifiuto dei “repubblicani perbene”. Ma senza maggioranza al Congresso, Trump diventa un'“anatra zoppa” oppure tenta un golpe comunque traumatico e problematico.

Ci sono tanti modi di perdere una guerra. E la storia Usa è un vero manuale, in questo senso...

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La pulizia etnica sionista spazza via pure i cristiani

Il divieto imposto al cardinale Pizzaballa e al “custode del Sacro Sepolcro” di accedere alla chiesa per celebrare la “domenica delle palme”, a una settimana dalla Pasqua, non è affatto un incidente dovuto ad “incomprensioni”, né a superiori ragioni di “sicurezza”.

I due prelati, ovviamente ben noti e introdotti nella vita diplomatica locale, erano soli. In due. La “sicurezza” di chi è stata “protetta” bloccandoli all’esterno? Non la loro, evidentemente, che son dovuti tornare indietro rimanendo comunque esposti ad eventuali attacchi missilistici o alle violenze dei “coloni”. Non certo quella dello “stato ebraico” – che non vediamo differente da uno “stato islamico” o “cristiano” – che da 80 anni “tollera” la presenza vaticana.

Tutte le celebrazioni musulmane, compresa la fine del Ramadan, era già state impedite nei giorni scorsi. Nella città delle “tre religioni monoteiste” una sola ha oggi diritto di cittadinanza. Ed è una religione di Stato. Con buona pace della laicità e della “democrazia liberale”.

Come ripetiamo spesso, siamo atei e dunque laici. Non ci interessano le religioni se non come storia e diversità culturale, che vanno tutte rispettate pur senza condividerle.

Ma è solare che il suprematismo etno-religioso di Israele ha superato ogni remora e pretende ora di imporsi al mondo come superiorità non criticabile, potere supremo che guarda il resto dell’umanità – con le sue infinite tradizioni culturali ed anche religiose – dall’alto in basso. Di “popoli eletti” da un dio, nella Storia, ce ne sono stati diversi. Nessuno ha fatto una bella fine né ha lasciato un buon ricordo di sé.

La sortita di Gerusalemme – anche ammettendo l’ipotesi incredibile di una pattuglia di polizia che avesse preso autonomamente una simile decisione – mette sul piatto e davanti al naso di tutto l’Occidente il frutto maleodorante di 80 anni di sostegno al sionismo militarizzato. Neanche i complici occidentali, in senso lato “cristiani” delle diverse chiese, hanno più spazio o tolleranza.

Non c’è più limite. Netanyahu, Smotrich, BenGvir, la cosiddetta “opposizione”, non presentano differenza sostanziali su questo punto. Si sentono investiti da un’autorità divina e protetti dal sostegno totale degli Stati Uniti (e chissà qual è il “dio” che veniva invocato in una allucinante riunione alla Casa Bianca). E si comportano da padroni razzisti ovunque, anche quando girano da semplici turisti, come abbiamo più volte sperimentato anche in Italia.

Significativa, in proposito, la reazione irritata dell’ambasciatore israeliano a Roma, Jonathan Peld, ultrà sionista: “Noi avremmo preferito una risposta differente però ritengo che tutti comprendiamo le sensibilità del mondo cattolico-cristiano e la situazione politica in Medio Oriente e in Italia”. Della serie “come osate criticarci?” 

Il problema dunque è ora tutto a carico dei sedicenti “dio, patria e famiglia”, incapaci di fare alcunché per frenare il suprematismo razzista di uno Stato-terrorista ormai specializzato negli “omicidi politici” di chiunque consideri “un pericolo”, oltre che nel genocidio di interi popoli.

Non crediamo ad una sola parola della vostra cosiddetta indignazione per un atto che definite “inaccettabile” senza però fare assolutamente nulla.

Cosa farete? Taglierete la consegna di altre armi e munizioni ad Israele? Interromperete le relazioni diplomatiche, culturali, universitarie, militari, economiche? Boicotterete i loro prodotti impedendone l’importazione?

Se non farete nulla di tutto ciò vuol dire che siete consapevoli di essere dei servitori di interessi altrui. Non della religione che dite di professare, non di questo Paese e neanche “dell’Europa”. Tanto meno dell’umanità.

P.s. Non osiamo neanche immaginare cosa sarebbe accaduto se la polizia italiana avesse impedito al rabbino capo di Roma di accedere alla sinagoga...

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Il comunicato di solidarietà delle Comunità islamiche in Italia

L’UCOII esprime profonda solidarietà al Patriarca Pizzaballa, impedire la preghiera è una ferita per tutta l’umanità

L’Unione delle Comunità Islamiche d’Italia (UCOII) esprime profonda indignazione e piena solidarietà al Cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca Latino di Gerusalemme, e al Custode dei Luoghi Sacri in Terra Santa, padre Francesco Ielpo, ai quali la polizia israeliana ha impedito stamattina di raggiungere la Basilica del Santo Sepolcro per celebrare la Messa della Domenica delle Palme.

È la prima volta da secoli che ai massimi rappresentanti della Chiesa Cattolica in Terra Santa viene negato l’accesso al più sacro dei luoghi di culto cristiani. Un atto grave e senza precedenti, che il Patriarcato Latino ha giustamente definito “una misura manifestamente irragionevole e sproporzionata” e “un’estrema violazione dei principi fondamentali di libertà di culto e rispetto dello Status Quo”.

«Siamo profondamente vicini ai nostri fratelli e sorelle del mondo cristiano in questo momento di dolore», dichiara il Presidente UCOII Yassine Baradai. «Quanto accaduto oggi al Santo Sepolcro ci ferisce come ferisce ogni credente, di qualunque fede. Gerusalemme è la città dove le nostre tradizioni spirituali si incontrano, e quando si impedisce a un uomo di fede di pregare in un luogo sacro, è la dignità di tutta l’umanità ad essere calpestata. Noi musulmani viviamo questa stessa sofferenza alla Moschea di Al-Aqsa, dove da anni i fedeli subiscono restrizioni e violazioni del diritto al culto. È un dolore che ci unisce, e per il quale facciamo appello comune alla comunità internazionale: la difesa della libertà religiosa a Gerusalemme è una causa che ci vede insieme».

L’UCOII si unisce alla voce di Papa Leone XIV, che proprio oggi nell’omelia della Domenica delle Palme ha dichiarato: “Siamo più che mai vicini con la preghiera ai cristiani del Medio Oriente, che soffrono le conseguenze di un conflitto atroce e, in molti casi, non possono vivere pienamente i Riti di questi giorni santi”.

L’UCOII chiede alla comunità internazionale di:
- Condannare fermamente ogni restrizione alla libertà di culto a Gerusalemme, che colpisca cristiani, musulmani o fedeli di qualunque confessione;
- Esigere il ripristino immediato del libero accesso ai Luoghi Santi per tutti i fedeli e i loro rappresentanti religiosi;
- Agire concretamente per la protezione dello Status Quo dei Luoghi Santi, patrimonio dell’intera umanità.

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Siamo sicuri che l’autoritarismo crescente sia solo colpa del governo Meloni?

“Sicurezza” è sempre meno mera parola tra i 427mila vocaboli del dizionario Treccani e sempre più la summa di una filosofia incarnata dall’ultradestra di Giorgia Meloni.

Dici “sicurezza” e nella testa ti si dischiude un mondo di immagini, luoghi, suoni, lemmi che si riassumono in alcune dicotomie classiche: ordine vs. disordine; autorità vs. anarchia; rispetto delle regole vs. lassismo. E protezione. Perché, in fondo, è questo che promette l’ultradestra: affidatevi a noi e vi offriremo più protezione. In un mondo in cui la linea della storia sembra essersi spezzata e in cui il futuro nei Paesi occidentali non fa più rima con progresso, ma provoca più ansia e angoscia che speranza, l’ultradestra sembra attrezzata per rispondere a questo bisogno di protezione che vive in ampie fette della popolazione.

Un bisogno che viene interpretato, indirizzato, spostato dal terreno della materialità, piegato a un progetto politico.

L’ultradestra italiana, insomma, ha una idea-forza: sicurezza. Declinata in una miriade di provvedimenti normativi, tra i quali risaltano i “decreti sicurezza”. Talmente tanti da averne ormai perso il conto.

Questo il metodo: A un fatto di cronaca segue → l’azione del potere mediatico che lo pone in cima all’agenda, fornendo una precisa lettura e invocando risposte rapide → Il potere politico raccoglie e approva una nuova norma repressiva.

Lo schema è sempre lo stesso: per rave, Caivano, la manifestazione di Torino del 31 gennaio, ecc..

Secondo molti, soprattutto di area centrosinistra, tutto ciò sarebbe prova della natura ideologica specifica dell’ultradestra al governo, portatrice di una cultura politica autoritaria.

Si inquadra il conflitto come scontro autoritarismo vs. democrazia. O, anche, fascismo vs. antifascismo.

Sicuri che sia questa la suddivisione del campo? Se così fosse, i decreti sicurezza segnerebbero una rottura con un passato linearmente democratico, una deviazione del corso della Storia. Una posizione che ha un precedente: Croce parlava di “calata degli Hyksos” per indicare come Mussolini e vent’anni di fascismo fossero fenomeno estraneo alla storia liberale italiana: li considerava una parentesi. La soluzione sarebbe, ieri come oggi, chiudere la parentesi e riportare la Storia sui suoi binari.

E se invece la strada intrapresa dall’attuale Governo non fosse né rottura né parentesi, ma adattamento dello Stato moderno alle trasformazioni del capitalismo su scala globale?

Presi dalla polemica quotidiana, rischiamo di perdere di vista una traiettoria che va più indietro dell’ottobre 2022, che attraversa governi di colore diverso e ci parla di una forma statuale che conserva le apparenze, perfino i riti della democrazia rappresentativa, ma ne svuota progressivamente la sostanza, riconfigurando i rapporti di potere. “Democrature”, dicono oggi; in passato Nicos Poulantzas parlava di “Stato autoritario moderno”.

Lo Stato autoritario moderno si costruisce in rapporto ai mutamenti del capitalismo attuale. Assistiamo a una fase di concentrazione e centralizzazione dei capitali, con poche multinazionali e fondi d’investimento che pesano più della maggior parte degli Stati-Nazione e con il dominio del capitale finanziario.

Pochi grandi gruppi economici si spartiscono il Mondo. In un intreccio strettissimo con gli apparati statali. Guardare la foto di Trump con gli amministratori delegati delle Big Tech per avere un’immagine plastica.

In questo contesto, le forme tradizionali di mediazione politica e sociale – parlamenti, sindacati, gli stessi partiti – diventano sempre meno funzionali. Serve velocità e le mediazioni appartengono a un’epoca troppo “lenta”. Tra democrazia e autocrazia più che un’alterità ci sono linee di continuità: la democrazia che viviamo oggi, cioè, sta subendo una riconfigurazione autoritaria.

In Italia questo processo è evidente da almeno tre decenni. Il Parlamento è stato progressivamente esautorato della sua funzione centrale. Il ricorso sistematico ai decreti-legge, l’abuso dei voti di fiducia, la riduzione dei tempi di discussione parlamentare, la marginalizzazione delle opposizioni non sono più eccezioni, ma prassi.

È “particolarità” del solo Governo Meloni? Tutt’altro. È realtà in tutto il mondo occidentale. In Italia, poi, governi tecnici e di centrosinistra hanno utilizzato e normalizzato queste pratiche, sulla base di un’idea condivisa dall’ultradestra oggi a Palazzo Chigi: la governabilità è un valore superiore alla rappresentanza. Basti pensare alle leggi elettorali che lasciano senza alcuna rappresentanza settori sempre più ampi di popolazione.

I membri del Parlamento assomigliano sempre più a “yes men”, il cui compito non è elaborare, discutere, proporre leggi, ma ratificare decisioni prese in un altrove che può essere tanto l’esecutivo quanto una sede extra-parlamentare.

Il rafforzamento dell’esecutivo costituisce l’aspetto più visibile di questo processo di costruzione dello Stato autoritario moderno.

Oggi, condotto dall’ultradestra meloniana, significa rafforzamento in primis in termini assoluti. Il “premierato” va così inteso come tassello di un progetto organico di ristrutturazione dello Stato: irrobustisce l’investitura diretta del capo dell’esecutivo, separandolo ancor di più dal Parlamento, cui non lo lega più un rapporto di dipendenza, e trasformando il voto in un atto quasi-plebiscitario. Se andasse in porto, avremmo la sanzione di un ridimensionamento di due organi di mediazione politica: parlamento e partiti.

Un esecutivo, però, è più forte anche in relazione agli altri poteri dello stato. Quello legislativo, come scrivevamo sopra. Ma anche quello giudiziario.

Le riforme del sistema giudiziario, a partire dalla cosiddetta separazione delle carriere dei giudici, ci vengono spacciate per interventi utili e/o necessari per superare gli orrori e le inefficienze della giustizia. Ma non affrontano i problemi concreti che toccano la quotidianità di milioni di persone e, soprattutto, sono un passo lungo la strada della costruzione dello Stato autoritario moderno.

In uno Stato sempre più orientato alla rapidità e alla verticalità, ogni forma di controllo indipendente si tramuta in ostacolo. La magistratura, in quanto potere autonomo, diventa un problema politico prima ancora che istituzionale. Da qui la sua delegittimazione sistematica nel discorso pubblico, la rappresentazione come potere politicizzato, l’esigenza di “rimetterla al suo posto”. Non si tratta di negare le criticità del sistema giudiziario (che esistono eccome), ma di cogliere il senso politico di queste riforme: ridurre i vincoli all’azione dei governi.

C’è poi il potere mediatico. Non considerato nella tradizionale divisione dei poteri, dal XX secolo ha acquisito un’importanza crescente.

In Italia la TV continua a farla da padrona. Ed è un terreno in cui al monopolio pubblico è seguito l’oligopolio, centrale per la normalizzazione e l’ascesa dell’ultradestra. In questi ultimi anni, in riferimento alla RAI, parliamo di TeleMeloni per indicare un’occupazione quasi totale delle reti pubbliche da parte di giornalisti e manager fedeli alla compagine governativa.

Se tutto ciò accade è però perché Meloni ha trovato le porte spalancate. Non da qualche cattivissimo fascista, ma dall’allora segretario del PD, Matteo Renzi. La riforma da lui voluta ha spostato il controllo del servizio pubblico dal Parlamento al Governo: il passaggio ha segnato l’integrazione strutturale dell’informazione e dell’intrattenimento pubblico nella sfera dell’esecutivo. A danno non solo e non tanto dell’autonomia, quanto del pluralismo.

Uno Stato autoritario moderno, tuttavia, non si può costruire in assenza di nemici. All’esterno, ma anche all’interno. È qui che arrivano i “decreti sicurezza”: l’ultradestra divide il campo sociale, per distrarre e impedire che il conflitto si organizzi lungo la linea verticale capitale/lavoro e si dia su quelle orizzontali: migranti/autoctoni, lavoratori che scioperano/lavorano, ecc..

La questione salariale sparisce dalla scena, mediatica e normativa. La frustrazione per giornate piene di lavoro che ti ripagano con un frigo vuoto non si deve “sfogare” in un conflitto sindacale contro l’impresa o politico contro il governo, ma contro il “mostro” additato dai decreti sicurezza e dal potere mediatico dell’ultradestra: chi sciopera, gli attivisti per l’ambiente, i migranti.

La repressione ha così una duplice funzione: punire il nemico e, nello stesso momento, rafforzare il consenso del proprio blocco sociale. Il bisogno di protezione viene indirizzato a impedire che chi sta peggio di te possa migliorare la propria posizione. Non guardare in alto, suggerisce l’ultradestra meloniana; piuttosto concentrati verso il basso, verso chi sta un po’ peggio di te. È da loro che l’esecutivo di “Giorgia” ti proteggerà. Perché se è vero che la tua situazione non migliora – o addirittura peggiora – c’è chi peggiorerà di più e più rapidamente. E tu rimarrai penultimo.

In sintesi, l’adattamento dello Stato alle necessità del capitale si dà attraverso una torsione autoritaria. Che non è legata all’eccezionale personalità di Meloni né costituisce un tratto accidentale. Da ciò discendono conseguenze politiche e organizzative. Per invertire la rotta non basterà, infatti, mandare a casa questo esecutivo, né difendere come un feticcio le forme di democrazia parlamentare già svuotate.

Dovremo certamente fermare nel breve i progetti dell’ultradestra – a partire dal referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo – ma avere pure uno sguardo di medio-lungo periodo: riaprire il tema del potere reale, della partecipazione popolare (non solo quando si aprono le urne), della lotta contro la passivizzazione, dell’organizzazione sociale, inventare nuove istituzioni autonome dal basso.

L’orizzonte non è il “recupero” di una democrazia che non c’è più e al cui smantellamento hanno contribuito tutti coloro che hanno gestito il sistema negli ultimi decenni, ma la costruzione di un orizzonte nuovo.

Di una cosa possiamo esser certi: senza conflitto che metta al centro i rapporti di produzione nessuna possibilità ci si aprirà dinanzi.

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Cuba è la prossima? Non sottovalutiamo la minaccia

Trump ha ribadito che Cuba verrà invasa. Durante un discorso per la Future Investment Initiative a Miami, in un clima putrido e favorevole a questo tipo di dichiarazioni, dopo aver ricordato l’azione chirurgica contro il Venezuela e l’aggressione all’Iran, ha annunciato: “A volte bisogna usare la forza e Cuba è la prossima”.

Potrebbe sembrare un’altra delle sue spacconate, ma io non lo credo. Sono giorni che è disperato per mostrare risultati in Medio Oriente e non ci riesce. È arrivato al punto di dare luce verde per attaccare la centrale nucleare iraniana di Bushehr e, dopo una terza raffica che ha colpito le sue strutture, ha ottenuto solo una maggiore determinazione di quel popolo a difendere la propria sovranità.

I capricci portano Trump dall’incoerenza alle bugie grossolane, cui tutti ridono e pochi credono. La chiusura dello Stretto di Hormuz è diventata una spada di Damocle sulla sua presidenza, perché ha su di sé il peso delle pressioni internazionali; dei conglomerati energetici e del Partito Democratico, che minaccia di spazzare via alle elezioni di metà mandato di novembre.

Quest’ultimo caso è grave: il suo indice di gradimento tra gli elettori è sceso al di sotto di quello che aveva Biden alla fine del suo mandato e un cambiamento nel rapporto di forze alla Camera dei Rappresentanti potrebbe portarlo all'impeachment.

All’interno del suo partito crescono le contraddizioni. Diversi repubblicani hanno abbandonato oggi una riunione a porte chiuse nei Comitati per i Servizi Armati del Congresso con funzionari del Pentagono.

Erano venuti per persuadere circa la necessità di liberare i 200 miliardi di dollari aggiuntivi richiesti dalla Casa Bianca per la guerra in Medio Oriente. “Siamo stati ingannati. Permettetemi di ripetere: non sosterrò le truppe a terra in Iran, ancora di più dopo questo incontro. [...] più a lungo dura questa guerra, più velocemente perderà il sostegno del Congresso e del popolo americano”, ha annunciato Nancy Mace sul suo account X. Ryan Mackenzie, da parte sua, ha avvertito che non vogliono “restare impigliati in un’altra guerra infinita” e spera che l’invio di truppe sia una posizione per ottenere un accordo migliore con Teheran. “Vogliamo saperne di più su cosa sta succedendo, quali sono le opzioni e perché vengono prese in considerazione. E non stiamo ricevendo abbastanza risposte a queste domande. Vogliamo solo che ci dicano qual è il piano...”, ha dichiarato alla fine dell’audizione Mike Rogers, presidente del Comitato per i Servizi Armati della Camera, uno di quelli che hanno sostenuto l’Operazione Epic Fury.

Epic Fury, pensata per colpire la fornitura di petrolio alla Cina – l’Iran è il suo quarto fornitore – e alzare la posta in gioco per Israele nella regione, nel frattempo ha permesso a Trump di distogliere l’attenzione dal caso Epstein, ma a questo punto è diventato un boomerang.

Nella mia modesta opinione, Trump ha davanti a sé due scenari:
1) continuare a intensificare la guerra a fronte alla resistenza iraniana che minaccia di far crollare lo schema di sicurezza stabilito dalle passate amministrazioni statunitensi in Medio Oriente per garantire il controllo egemonico delle sue riserve petrolifere – Trump ha promesso nella sua campagna di non impegnarsi in una guerra senza termini, ma anche se nessuno lo ricorda più, gli effetti avversi lo mostrano vulnerabile e ridicolizzato –;
2) dichiarare una vittoria che non ha ottenuto nel teatro delle operazioni militari e cercare un nuovo capro espiatorio più “debole”, che lo riporti all’ovile dei “vincitori” (cioè, nel suo cinico calcolo: Cuba). Sebbene in sostanza sia una misura genocida, il blocco del carburante mira a ridurre al minimo le capacità combattive delle nostre Forze Armate Rivoluzionarie e i loro analisti attardati potrebbero supporre che i loro obiettivi siano vicini ad essere raggiunti.

L’ho ripetuto: tutto indica che alla nostra generazione spetterà difendere la Rivoluzione con le armi nel Centenario di Fidel.

Non avremmo mai immaginato che ciò fosse possibile, ma la maggior parte dei rivoluzionari e delle rivoluzionarie; l’immensa maggioranza dei cubani – donne, uomini, anziani e persino bambini – non eluderanno il loro dovere verso la patria.

Invito coloro che hanno la responsabilità della gestione delle questioni ideologiche nel Partito, nel Governo e nelle istituzioni educative e culturali a raddoppiare gli sforzi con la massima marxiana che ha acceso i cuori il 24 gennaio 1880 a New York, quando molti si mostravano stanchi dopo dieci anni di lotta stroncati dalla Pace di Zanjón: “La libertà costa molto cara, ed è necessario o rassegnarsi a vivere senza di essa, o decidere di comprarla al suo prezzo. [...] I grandi diritti non si comprano con le lacrime, ma con il sangue”.

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L’aggressione all’Iran ci costerà 15 miliardi, secondo la CGIA

L’aggressione all’Iran condotta da Stati Uniti e Israele, anche se vede una partecipazione sottotraccia dell’Italia (ad esempio mettendo a disposizione la base di Sigonella per i droni statunitensi) impatterà sull’economia nazionale in maniera pesantissima. Stando alle analisi dell’Ufficio studi della CGIA di Mestre, se i consumi del 2026 dovessero mantenersi in linea con quelli dell’anno precedente, il paese dovrà affrontare rincari sulle bollette per 15,2 miliardi di euro.

Una stangata tragica per famiglie e sistema industriale, già in crisi e con prospettive di crescita da zero-virgola. Gli importi sarebbero suddivisi in 10,2 miliardi per l’energia elettrica e 5 miliardi per il gas. Il prezzo di quest’ultimo è schizzato verso l’alto di 26 euro per MWh (+81%), mentre l’elettricità ha fatto segnare un aumento di 41 euro per MWh (+38%).

Inoltre, a fare le spese di questi rincari sarà soprattutto il mondo delle imprese, che il governo dice sempre di voler difendere. Per le famiglie ci sarà un aggravio di 5,4 miliardi di euro, mentre il sistema produttivo dovrà pagare 9,8 miliardi aggiuntivi. Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna saranno le regioni più colpite, seguendo la geografia industriale del paese e la densità abitativa.

Ad essere esposte sono, ovviamente, soprattutto le piccole imprese, che non possono contare su fatturati capaci di attutire la caduta e far passare il momento di crisi. Secondo la CNA, la Confederazione nazionale dell’artigianato e della piccola e media impresa, ci sono a rischio 300 mila piccole imprese, sulle quali il costo dell’energia impatta tra il 12% e il 40% delle spese.

Sono aziende che impiegano 1 milione e mezzo di dipendenti. I risvolti sul lato della disoccupazione potrebbero portare a una spirale di crisi critica, a cui si devono aggiungere già i rincari che, ad ogni modo, le famiglie stanno per sperimentare. Sebbene si sia ancora lontani dai picchi del 2022, le quotazioni attuali di gas ed energia elettrica – rispettivamente 58 e 148 euro per MWh – andranno a erodere il potere d’acquisto.

Secondo Davide Tabarelli di Nomisma Energia, la “famiglia tipo” potrebbe trovarsi a pagare circa 600 euro in più all’anno. Solo per il gas, l’adeguamento delle tariffe riflette già un rialzo del 19%, traducendosi in una spesa extra di 285 euro su base annua per chi consuma mediamente 1.400 metri cubi.

Infine, è interessante sottolineare che la CGIA chiede la sospensione temporanea delle regole fiscali del Patto di Stabilità, oltre che il definitivo disaccoppiamento tra il prezzo del gas e quello dell’elettricità. L’architettura UE, ancora una volta, si presenta come un limite allo sviluppo di politiche che vadano incontro alle esigenze delle classi popolari, mentre sono state facilmente piegate quando si è trattato di finanziare il riarmo europeo.

Questa è una consapevolezza che deve apparire ormai chiara ai cittadini: la tendenza alla guerra dell’imperialismo e l’arroccarsi della UE nel proprio avvitamento guerrafondaio sta rendendo la vita impossibile alla maggioranza della popolazione, oltre a spingerci pericolosamente sul baratro della terza guerra mondiale.

Il fronte interno del governo Meloni si trova dunque ancor più sotto pressione: i soldi del “decreto bollette” potrebbero rivelarsi ancor più chiaramente come un’operazione scenografica e nulla più. C’è, inoltre, un ulteriore allarme, lanciato dalla presidente della BCE Christine Lagarde in un’intervista al The Economist.

Secondo Lagarde, le interruzioni delle forniture energetiche potrebbero protrarsi per anni e le aspettative di un rapido ritorno ⁠alla normalità potrebbero essere eccessivamente ottimistiche, dato che molte infrastrutture energetiche del Golfo sono state danneggiate. Il risultato è che lo shock per l’economia mondiale potrebbe essere maggiore di quanto immaginano gli esperti ​al ​momento. Allora, forse, è il momento che tutto il modello di sviluppo (anche energetico) venga messo in discussione, e si presenti un’alternativa.

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29/03/2026

Le Recensioni di Frusciante - Fulci

La guerra all'Iran spinge l’India tra le braccia di Mosca

Le immagini delle lunghe code ai distributori di benzina di Ahmedabad e le segnalazioni di ristoranti rimasti senza gas da cucina rappresentano alcuni degli elementi che potrebbero costringere il governo di Nuova Delhi a una clamorosa e rapida inversione di marcia nelle sue alleanze internazionali. Appena due mesi fa, in un tentativo di distensione con Washington, l’India aveva ridotto drasticamente l’acquisto di greggio russo. Questa mossa era stata interpretata come una concessione dolorosa ma necessaria al presidente Donald Trump, mirata a ottenere un alleggerimento dei pesanti dazi sulle esportazioni indiane che stavano colpendo diversi settori produttivi. Tuttavia, quel calcolo geopolitico oggi appare come un errore strategico che ha lasciato la quinta economia mondiale pericolosamente vulnerabile agli shock esterni.

Il quadro è mutato drasticamente il 28 febbraio scorso, quando l’attacco condotto da Stati Uniti e Israele contro l’Iran ha innescato una reazione a catena nel Golfo Persico. Con il blocco dello Stretto di Hormuz da parte di Teheran, l’India ha visto improvvisamente interrotto il transito di circa la metà delle sue forniture totali di greggio e gas naturale liquefatto (GNL). In questo scenario di emergenza nazionale, la storica partnership con la Russia è tornata a essere una necessità vitale piuttosto che un’opzione diplomatica scomoda. La Reuters ha riportato che, secondo diverse fonti vicine ai negoziati, i contatti tra Delhi e Mosca si sono intensificati con una rapidità che sta sollevando forti preoccupazioni tra le cancellerie occidentali. Il perno di questa rinnovata intesa è il GNL: per la prima volta dall’inizio del conflitto in Ucraina, le due nazioni stanno preparando il terreno per la ripresa delle vendite dirette di gas russo verso i terminali indiani.

Un passaggio fondamentale di questa strategia è avvenuto il 19 marzo, durante un vertice a porte chiuse tra il vice ministro dell’Energia russo Pavel Sorokin e il ministro indiano del Petrolio Hardeep Singh Puri. Durante l’incontro sarebbe stato raggiunto un “accordo verbale” per formalizzare nuovi contratti di fornitura in tempi brevissimi, potenzialmente in poche settimane, nonostante il rischio concreto di violare le sanzioni internazionali. Ma la fame energetica dell’India non si limita al gas. Nuova Delhi ha già dato istruzioni ai propri importatori di prepararsi a un massiccio aumento degli acquisti di greggio russo, con l’obiettivo di raddoppiare i volumi rispetto ai minimi di gennaio. Si stima che il petrolio di Mosca arriverà a coprire almeno il 40% delle importazioni totali indiane nel giro di un mese, offrendo una rotta di approvvigionamento alternativa che evita le acque pericolose del Golfo.

Il sentimento che prevale nei corridoi del potere indiano è quello di una profonda frustrazione verso l’alleato americano. Documenti governativi riservati indicano che l’aver sacrificato i vantaggiosi sconti sul petrolio russo a gennaio è stata una scelta che ha privato il Paese di riserve strategiche proprio nel momento in cui i prezzi globali hanno iniziato a impennarsi. L’India si percepisce vittima di un “double whammy”, un doppio colpo assestato da Washington: prima i dazi punitivi del 50% imposti da Trump ad agosto (nonostante una successiva sentenza della Corte Suprema USA li abbia dichiarati illegittimi), e poi l’instabilità in Medio Oriente che ha messo in ginocchio la sicurezza energetica nazionale. In questo contesto, le parole di Ajai Malhotra, ex ambasciatore indiano a Mosca, risuonano come una dichiarazione di pragmatismo: l’India ha scelto la via che meglio tutela il proprio interesse nazionale, basandosi su una fiducia reciproca con la Russia costruita in decenni di collaborazione.

Mentre Washington mantiene un silenzio prudente sulle richieste di esenzione dalle sanzioni avanzate da Nuova Delhi, il Cremlino sta capitalizzando al massimo questo vantaggio diplomatico. Sergei Lavrov, capo della diplomazia russa, ha evidenziato come il 96% degli scambi commerciali bilaterali sia ormai gestito interamente in rubli e rupie, rendendo le transazioni praticamente immuni alle pressioni del sistema finanziario basato sul dollaro. La rapidità di questi flussi finanziari è aumentata in modo esponenziale, con la filiale indiana della banca russa Sberbank capace di processare pagamenti miliardari in un solo giorno. La cooperazione si sta espandendo anche verso infrastrutture critiche; la società statale russa Rosseti ha recentemente proposto di collaborare alla realizzazione di reti elettriche in zone remote e montuose dell’India, segnando un’espansione senza precedenti di Mosca nel settore elettrico del Paese.

Questa dipendenza energetica e infrastrutturale non è però priva di incognite economiche. Gli esperti avvertono che il nuovo assetto favorisce chiaramente il venditore, e i futuri contratti per il GNL saranno probabilmente molto meno vantaggiosi rispetto agli accordi storici firmati con Gazprom nel 2012. Tuttavia, per l’amministrazione di Narendra Modi, il costo dell’inerzia sarebbe superiore. Le previsioni economiche interne indicano che la crisi energetica potrebbe spingere l’inflazione all’ingrosso verso l’alto dello 0,7% e causare una contrazione della crescita delle esportazioni fino al 4%. Con lo Stretto di Hormuz trasformato in un campo di battaglia e la necessità di alimentare la crescita della quinta economia del mondo, l’India ha deciso di tornare a guardare a Nord. La diplomazia russa non ha esitato a definire questo rapporto come un esempio di uguaglianza e rispetto reciproco, una visione che oggi, a Nuova Delhi, appare molto più rassicurante delle incertezze provenienti da oltreoceano.

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“Visita” a Ilaria Salis, un avviso per tutti

Non si era mai vista una cosa del genere, da quando l’Italia è diventata una repubblica. Di parlamentari identificati dalla polizia in piazza ce ne sono stati certo molti, soprattutto comunisti (e “demoproletari”, finché è esistito il gruppo), ma solo perché giustamente si facevano avanti per tutelare i manifestanti vittime dell’aggressività poliziesca. Scudi consapevoli del diritto di protesta, insomma, soggetti attivi del conflitto politico e sociale.

Mai un parlamentare, oltretutto “europeo”, aveva ricevuto la classica “visita mattutina”, per di più in albergo.

È accaduto ad Ilaria Salis, per oltre un anno prigioniera politica nell’Ungheria di Orbàn, e che solo grazie ad una eccezionale campagna politica, culminata nella candidatura e nelle elezioni europee, è stata infine liberata.

Da allora la destra fascista magiara non ha mai smesso di far sentire il proprio odio – compresa una richiesta di abolizione della “immunità parlamentare ad personam” – e quella italiana di accompagnare ogni sua uscita pubblica tra lazzi, frizzi e offese gratuite.

Arrivata a Roma per la manifestazione “No Kings” – di fatto una manifestazione pacifista ma “istituzionale”, con un gran mischione tra partiti presenti in Parlamento e non, associazioni, Cgil, bandiere europee (il famoso pacifismo del “riarmo” in stile Kallas...), insieme a bandiere della pace, palestinesi, ecc. – si è ritrovata la polizia alla porta, che l’ha intrattenuta per oltre un’ora chiedendo, oltre ai documenti di identità, anche cose bislacche come “se fosse in possesso di oggetti pericolosi”.

Finita la funzione, e finalmente preso atto che si trattava di una parlamentare, le divise se ne sono andate. Il fatto stesso che non abbiano neanche redatto un verbale certifica che erano perfettamente consapevoli di aver fatto una cosa fuori dal vaso e non intendevano lasciarne traccia scritta.

Intanto il contesto. Numerose segnalazioni simili sono arrivate ieri da parte di persone “normali”, che non erano insomma protette da alcuna carica pubblica o immunità. Dunque il ministro degli interni aveva predisposto un reticolo di controlli che in qualche misura fa da test per il funzionamento del “fermo preventivo” previsto dall’ultimo “pacchetto sicurezza”.

Essendo la prima volta, il fermo-controllo non era per “dodici ore” – limite massimo utile per impedire la partecipazione a qualsiasi evento pubblico – ma quel tanto che basta a far “sentire” la pressione. Un promemoria per il futuro e una prova generale della “macchina repressiva”.

Ma un parlamentare non può essere fermato in nessun luogo per semplice volontà della polizia o dei suoi vertici. È il fondamento minimo di un assetto istituzionale – ripetiamo – di tipo democratico liberale, dove gli interessi sociali diversi sono tutti legittimi e rappresentati, nella misura del possibile e di leggi elettorali infami, da persone elette per farlo.

Le giustificazioni offerte dalla questura e dal ministero degli Interni sono state una più ridicola delle altre, come accade sempre quando viene fatto qualcosa di indifendibile e ci si arrampica sugli specchi.

Il punto fermo è una presunta segnalazione partita nell’ambito del sistema Schengen, su input della Germania. Se anche così fosse stato – e c’è da dubitarne fortemente – gli “organi preposti” avrebbero semplicemente dovuto verificare, in primo luogo e consultando magari Google, chi fosse “il soggetto” per cui veniva richiesto il controllo e subito dopo rispedire al mittente la segnalazione con la nota “trattasi di parlamentare europeo del nostro paese, quindi non c’è nulla da controllare e non riprovate a chiederlo”. O qualcosa di simile.

Un paese “sovrano” – come piace dire al governo attuale – non è insomma un esecutore passivo della volontà di altri paesi nei confronti dei propri cittadini, figuriamoci dei propri parlamentari.

Stamattina la stessa versione continua a stare sui media, presa anche per buona, accompagnata dalla scusa che in questura nessuno si sarebbe accorto che quel nome corrispondeva ad una parlamentare. Come se gli archivi informatici della polizia fossero un registro scolastico da esaminare un nome alla volta e nessuna conoscenza della vita reale del Paese (il nome di Ilaria Salis, diciamo così, “ha girato parecchio” negli ultimi anni).

Quanto sia ridicola questa versione diventa solare se pensiamo che grosso modo gli stessi soggetti “preposti” sono quelli che hanno ignorato un mandato di cattura internazionale emesso dalla Corte di Giustizia nei confronti del trafficante di esseri umani Almasri e che lo hanno riaccompagnato a casa con un volo di Stato. Altro che una semplice “segnalazione” cui “non si poteva dir di no”... 

Consegnate le versioni di comodo al cestino della spazzatura, cerchiamo di capire perché è stata decisa una simile provocazione.

A noi sembra una reazione automatica, seppure isterica, alla sconfitta nel referendum, affrontata dal governo col mantra “prendiamo atto ma andiamo avanti col nostro programma”.

Stanno insomma facendo quello che, se avesse vinto il “sì”, sarebbe stata la “nuova legge”. Perché nella cultura fascistoide di questo esecutivo la volontà del governo è legge, e la magistratura serve solo a confermarne le scelte. Un assaggio pratico di questa “cultura” si è avuto nell’episodio del “martello di Torino”, quando la Meloni indicava il reato di “tentato omicidio” e si imbestialiva perché la magistratura – addirittura quella torinese, una delle più “anti-movimenti” d’Italia – procedeva per reati meno gravi.

Il senso della cosiddetta “riforma della giustizia” era insomma proprio “eliminare la magistratura” – come gridato dalla ex capo di gabinetto di Nordio – e governare secondo il proprio arbitrio.

Se il diritto è la volontà del governo, senza limiti, la magistratura serve solo a mettere il timbro formale sulle decisioni prese, oltre che per i “reati bagatellari” di cui non vale la pena occuparsi.

È la logica di Trump, che riduce la polizia a milizia privata – l’ICE – e fa strame di ogni trattato e diritto internazionale.

La “visita” ad Ilaria Salis, insomma, è un avviso a tutti quelli che praticano l’opposizione sociale e politica a questo governo. Un “neanche l’immunità parlamentare vi può salvare”.

O, come avrebbe forse preferito dire quel tal Delmastro, “non vi facciamo respirare”.

Ci vediamo nelle piazze, ovviamente.

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“L’Iran e Gaza sono solo l’inizio”

di Chris Hedges

Il genocidio a Gaza è solo l’inizio. Benvenuti nel nuovo ordine mondiale. L’era della barbarie tecnologicamente avanzata. Non ci sono regole per i forti, solo per i deboli. Opporsi ai forti, rifiutarsi di piegarsi ai loro capricciosi desideri significa essere sommersi da missili e bombe. Assistiamo quotidianamente a questa follia con la guerra contro l’Iran, i bombardamenti a tappeto sul Libano meridionale e le sofferenze a Gaza.

Organismi internazionali come le Nazioni Unite sono stati neutralizzati, trasformati in inutili appendici di un’altra epoca. La sacralità dei diritti individuali, le frontiere aperte e il diritto internazionale sono svaniti. I governanti più psicopatici della storia umana, coloro che hanno ridotto le città in cenere, ammassato popolazioni prigioniere verso luoghi di esecuzione e disseminato le terre occupate di fosse comuni e cadaveri, sono tornati con sete di vendetta, aprendo un immenso abisso morale.

La legge, nonostante i coraggiosi sforzi di una manciata di giudici – che presto saranno epurati – sia a livello nazionale che in organismi internazionali come la Corte Internazionale di Giustizia, viene violata con disprezzo. Barbarie all’estero. Barbarie in patria.

Lucy Williamson della BBC riferisce che Israele sta distruggendo il Libano meridionale “usando Gaza come modello: un progetto di distruzione riproposto come via per la pace”.

In poche settimane, oltre un milione di persone sono già state sfollate in Libano, un quinto dell’intera popolazione di un Paese che già ospita il più alto numero di rifugiati pro capite al mondo. A questi si aggiungono 2 milioni di sfollati a Gaza e 3 milioni in Iran. Sei milioni di persone sono rimaste senza casa.

Per quattro lustri il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha fatto pressioni affinché gli Stati Uniti entrassero in guerra con l’Iran. Le precedenti amministrazioni, sia repubblicane che democratiche, si sono rifiutate, in gran parte a causa della forte opposizione interna al Pentagono, che non considerava l’Iran una minaccia esistenziale e non prevedeva un esito positivo né per gli Stati Uniti né per i loro alleati regionali.

Ma Donald Trump, incoraggiato dalla sua inetta squadra di negoziatori composta dal genero Jared Kushner e dal socio in affari, l’imprenditore immobiliare e compagno di golf Steve Witkoff, entrambi ferventi sionisti, ha abboccato all’amo di Israele. Il consigliere per la sicurezza nazionale britannico, Jonathan Powell, che partecipò ai colloqui finali tra Stati Uniti e Iran, ha liquidato Kushner e Witkoff come “agenti israeliani”.

Joseph Kent, che si è dimesso dalla carica di direttore del Centro nazionale antiterrorismo per protestare contro la guerra, ha scritto nella sua lettera di dimissioni che “l’Iran non rappresentava una minaccia imminente per la nostra nazione, ed è chiaro che abbiamo iniziato questa guerra a causa delle pressioni di Israele e della sua potente lobby americana”.

La giustificazione ufficiale per la guerra contro l’Iran, iniziata il 28 febbraio, è stata mutevole. Si tratta di smantellare il programma nucleare iraniano? Di contrastare il programma missilistico balistico iraniano? Di conseguenza, come affermato da Marco Rubio, gli Stati Uniti hanno condotto attacchi preventivi contro l’Iran per garantire la sicurezza dei propri interessi nel caso in cui Israele avesse deciso di colpire? Di conseguenza, il governo iraniano ha attuato una repressione letale, uccidendo centinaia di manifestanti antigovernativi durante le massicce proteste di piazza? Si tratta di un cambio di regime? Di un tentativo di stroncare il cosiddetto terrorismo di Stato iraniano? O si tratta di pretesti per qualcos’altro?

Certamente, Israele e gli Stati Uniti mirano a un cambio di regime. Ma su questo punto sembra che le posizioni di Stati Uniti e Israele divergano. Israele, a quanto pare, come in Iraq, Siria, Libia e Libano, cerca anche la disgregazione fisica dell’Iran, la frammentazione del paese in enclavi etniche e religiose in guerra tra loro, la trasformazione dell’Iran in uno stato fallito.

In Iran, i persiani costituiscono circa il 61% della popolazione, mentre il restante 39% è composto da diverse minoranze, spesso soggette a repressione statale. Tra queste minoranze etniche figurano azeri, curdi, lur, baluchi, arabi e turkmeni, oltre a minoranze religiose come sunniti, cristiani, bahá’í, zoroastriani ed ebrei. La frammentazione dell’Iran in enclavi etniche e religiose antagoniste lascerebbe Israele come potenza dominante nella regione, conferendogli la capacità, se non di occupare direttamente i paesi vicini, di controllarli e soggiogarli tramite alleati, realizzando così un desiderio di lunga data di una Grande Israele. Ciò consentirebbe inoltre a stati stranieri di controllare le riserve di gas iraniane, le seconde più grandi al mondo, e le riserve petrolifere, pari al 12% del totale globale.

La crociata di Israele contro i palestinesi, i libanesi e ora gli iraniani viene giustificata dallo sterminio di 6 milioni di ebrei durante l’Olocausto. Ma non sfugge al Sud del mondo, e in particolare ai palestinesi, che quasi tutti gli studiosi dell’Olocausto si siano rifiutati di condannare il genocidio di Gaza. Nessuna delle istituzioni dedicate alla ricerca e alla commemorazione dell’Olocausto ha tracciato gli ovvi parallelismi storici o ha denunciato il massacro di massa in Palestina.

Gli studiosi dell’Olocausto, con poche eccezioni, hanno svelato il loro vero scopo, che non è quello di esaminare il lato oscuro della natura umana e la spaventosa propensione che tutti abbiamo a commettere il male, bensì di santificare gli ebrei come vittime eterne e assolvere lo stato etno-nazionalista di Israele dai suoi crimini di colonialismo di insediamento, apartheid e genocidio.

La strumentalizzazione dell’Olocausto, l’incapacità di difendere le vittime palestinesi solo perché palestinesi, ha fatto implodere l’autorità morale degli studi sull’Olocausto e dei memoriali. Essi si sono rivelati strumenti non per prevenire il genocidio, ma per perpetrarlo, non per esplorare il passato, ma per manipolare il presente.

Qualsiasi tiepida ammissione che l’Olocausto potrebbe non essere una prerogativa esclusiva di Israele e dei suoi sostenitori sionisti viene prontamente repressa. Il Museo dell’Olocausto di Los Angeles ha cancellato un post su Instagram che recitava: “MAI PIÙ NON PUÒ SIGNIFICARE SOLO MAI PIÙ PER GLI EBREI” dopo le polemiche. Nelle mani dei sionisti, “mai più” significa proprio questo: mai più, solo per gli ebrei.

Aimé Césaire, nel suo Discorso sul colonialismo, scrive che Hitler apparve eccezionalmente crudele solo perché presiedette all’«umiliazione dell’uomo bianco», applicando all’Europa le «procedure colonialiste che fino ad allora erano state riservate esclusivamente agli arabi dell’Algeria, ai ‘coolie’ dell’India e ai neri d’Africa».

La quasi totale estinzione della popolazione aborigena della Tasmania, il massacro degli Herero e dei Namaqua da parte dei tedeschi, il genocidio armeno, la carestia del Bengala del 1943 – l’allora primo ministro britannico Winston Churchill si riferì agli indù come “un popolo bestiale con una religione bestiale” – insieme al lancio di bombe atomiche su obiettivi civili a Hiroshima e Nagasaki, illustrano qualcosa di fondamentale sulla “civiltà occidentale”.

Il genocidio non è un’anomalia, è codificato nel DNA della “civiltà” occidentale.

«In America», disse il poeta Langston Hughes, «non c’è bisogno di spiegare ai neri cosa sia il fascismo in azione. Lo sappiamo. Le sue teorie di supremazia nordica e di oppressione economica sono da tempo una realtà per noi».

Quando i nazisti formularono le leggi di Norimberga, si ispirarono a leggi concepite per privare i neri dei loro diritti. Il rifiuto degli Stati Uniti di concedere la cittadinanza ai nativi americani e ai filippini – sebbene vivessero negli Stati Uniti e nei territori statunitensi – fu emulato dai fascisti tedeschi che privarono della cittadinanza gli ebrei. Le leggi americane contro la mescolanza razziale, che criminalizzavano i matrimoni interrazziali, furono la spinta a vietare i matrimoni tra ebrei tedeschi e ariani. La giurisprudenza americana classificava come nero chiunque avesse anche solo l’uno per cento di ascendenza nera – la cosiddetta “regola della goccia di sangue”. I nazisti, ironicamente mostrando maggiore flessibilità, classificavano come ebreo chiunque avesse tre o più nonni ebrei.

I milioni di indigeni vittime dei progetti coloniali in paesi come Messico, Cina, India, Australia, Congo e Vietnam, per questo motivo, sono sordi alle affermazioni insensate degli ebrei secondo cui la loro condizione di vittime sarebbe unica. Anche loro hanno subito olocausti, ma questi olocausti continuano a essere minimizzati o ignorati dai loro persecutori occidentali.

Israele incarna lo stato etno-nazionalista che i nostri fascisti cristiani e l’estrema destra sognano di creare, uno stato che rifiuta il pluralismo politico e culturale, così come le norme giuridiche, diplomatiche ed etiche. Israele è ammirato dall’estrema destra perché ha voltato le spalle al diritto umanitario e usa la forza letale indiscriminatamente per “purificare” la sua società da coloro che sono condannati come contaminanti umani.

Fu proprio questa distorsione dell’Olocausto, presentato come un evento unico, a turbare Primo Levi, imprigionato ad Auschwitz dal 1944 al 1945 e autore di “Sopravvivere ad Auschwitz”. Levi fu un acceso critico dello stato di apartheid di Israele e del suo trattamento dei palestinesi. Considerava la Shoah “una fonte inesauribile di male” che “si perpetua come odio nei sopravvissuti e si ripresenta in mille modi, contro la volontà di tutti, come sete di vendetta, come crollo morale, come negazione, come stanchezza, come rassegnazione”.

Levi deplorava il manicheismo di coloro che «rifuggono le sfumature e la complessità». Condannava chi «riduce il fiume degli eventi umani a conflitti, e i conflitti a duelli, noi contro loro». Avvertiva che «la rete di relazioni umane all’interno dei campi di concentramento non era semplice: non poteva essere ridotta a due blocchi, vittime e persecutori». Il nemico, lo sapeva, «era fuori ma anche dentro».

Mordechai Chaim Rumkowski, noto come “Re Chaim”, governò il ghetto di Łódź, in Polonia, per conto degli occupanti nazisti. Il ghetto si trasformò in un campo di lavoro forzato che arricchì Rumkowski e i suoi padroni nazisti. Rumkowski deportava gli oppositori nei campi di sterminio. Violentava e abusava di ragazze e donne. Esigeva obbedienza incondizionata. Incarnava la malvagità dei suoi oppressori. Per Levi, era l’esempio di ciò che molti di noi, in circostanze simili, sono capaci di diventare.

«Tutti noi ci rispecchiamo in Rumkowski, la sua ambiguità è la nostra, è la nostra seconda natura, noi ibridi plasmati dall’argilla e dallo spirito», scrisse Levi in “I sommersi e i salvati”. «La sua febbre è la nostra, la febbre della nostra civiltà occidentale che “discende all’inferno con trombe e tamburi”, e i suoi miseri ornamenti sono l’immagine distorta dei nostri simboli di prestigio sociale».

«Come Rumkowski, anche noi siamo così abbagliati dal potere e dal prestigio da dimenticare la nostra essenziale fragilità», ha continuato Levi. «Volenti o nolenti ci rassegniamo al potere, dimenticando che siamo tutti nel ghetto, che il ghetto è circondato da mura, che fuori dal ghetto regnano i signori della morte e che lì vicino ci aspetta il treno».

Levi aveva capito che il confine tra vittima e carnefice è sottilissimo. Tutti noi possiamo diventare carnefici volontari. Non c’è nulla di intrinsecamente morale nell’essere ebreo o un sopravvissuto all’Olocausto. Per questo motivo, Levi era “persona non grata” in Israele.

I sionisti trovano nell’Olocausto e nello Stato ebraico un senso di scopo e significato, oltre a una stucchevole superiorità morale. Dopo la guerra del 1967, quando Israele si impadronì di Gaza, della Cisgiordania (inclusa Gerusalemme Est), delle alture del Golan siriane e della penisola del Sinai egiziana, Israele, come osservò con approvazione il sociologo americano Nathan Glazer, divenne “la religione degli ebrei americani”. L’Olocausto divenne il loro “capitale morale”.

«La sofferenza ebraica viene descritta come ineffabile, incomunicabile, eppure sempre da proclamare», scrive lo storico europeo Charles S. Maier in Il passato indomabile: storia, olocausto e identità nazionale tedesca.

È una sofferenza profondamente privata, da non attenuare, ma al contempo pubblica, affinché la società non ebraica ne confermi la gravità. Una sofferenza così particolare deve essere custodita in luoghi pubblici: musei dell’Olocausto, giardini della memoria, luoghi di deportazione, dedicati non come memoriali ebraici ma civici.

Ma qual è il ruolo di un museo in un paese come gli Stati Uniti, lontano dal luogo dell’Olocausto? Serve a radunare le persone che hanno sofferto o a istruire i non ebrei? Dovrebbe servire a ricordare che “può succedere anche qui”? O è un’affermazione che merita un trattamento speciale? In quali circostanze un dolore privato può essere contemporaneamente un dolore pubblico? E se il genocidio viene riconosciuto come dolore pubblico, non dovremmo forse riconoscere tale riconoscimento anche ad altri dolori particolari?

Uno storico americano di origini polacche sostiene che, con l’invasione tedesca del 1939, i polacchi furono il primo popolo in Europa a subire l’Olocausto e che gli storici finora hanno “scelto di interpretare la tragedia in termini esclusivisti, ovvero come il periodo più tragico nella storia della diaspora ebraica”. Se i polacchi americani rivendicano il loro “Olocausto dimenticato”, quale riconoscimento dovrebbero ricevere? Anche gli armeni e i cambogiani hanno diritto a musei dell’Olocausto finanziati con fondi pubblici? E abbiamo bisogno di monumenti commemorativi per gli avventisti del settimo giorno e gli omosessuali perseguitati dal Terzo Reich?

Una sofferenza unica conferisce un diritto unico.

Qualsiasi crimine Israele commetta in nome della sua sopravvivenza – del suo “diritto all’esistenza” – è giustificato in nome di questa sua unicità. Non ci sono limiti. Il mondo è bianco o nero, una battaglia senza fine contro il nazismo, che è proteiforme, a seconda di chi Israele prende di mira. Opporsi a questa sete di sangue significa essere antisemiti, agevolando un altro genocidio di ebrei.

Questa formula semplicistica non solo serve gli interessi di Israele, ma anche quelli delle potenze coloniali che hanno perpetrato i propri genocidi, genocidi che anch’esse cercano di occultare.

La sacralizzazione dell’Olocausto nazista offre uno strano scambio di favori. Armare e finanziare lo Stato di Israele, bloccare le risoluzioni e le sanzioni delle Nazioni Unite che ne condannerebbero i crimini e demonizzare i palestinesi e i loro sostenitori diventa prova di espiazione e di sostegno agli ebrei.

Israele, in cambio, assolve l’Occidente dalla sua indifferenza alla sofferenza degli ebrei durante l’Olocausto e la Germania dalla sua perpetrazione. La Germania usa questa empia alleanza per separare il nazismo dal resto della sua storia, compreso il genocidio perpetrato dai coloni tedeschi contro i Nama e gli Herero nell’Africa sud-occidentale tedesca, l’attuale Namibia.

«Tale magia», scrive lo storico israeliano ed esperto di genocidio Raz Segal, «legittima il razzismo contro i palestinesi proprio nel momento in cui Israele perpetra un genocidio contro di loro. L’idea dell’unicità dell’Olocausto riproduce, anziché contrastare, il nazionalismo escludente e il colonialismo di insediamento che hanno portato all’Olocausto».

Il professor Segal, direttore del programma di studi sull’Olocausto e il genocidio presso la Stockton University nel New Jersey, ha scritto un articolo sulla guerra a Gaza il 13 ottobre 2023, intitolato: “Un caso da manuale di genocidio”.

Questa denuncia da parte di uno studioso israeliano dell’Olocausto, i cui familiari perirono durante la Shoah, rappresentava una posizione molto isolata.

Il professor Segal ha visto nella richiesta immediata del governo israeliano di evacuare i palestinesi dal nord di Gaza e nella raccapricciante demonizzazione dei palestinesi da parte dei funzionari israeliani – il ministro della Difesa ha affermato che Israele stava “combattendo contro degli animali umani” – il fetore di un genocidio.

“L’intera idea di prevenzione e di ‘mai più’ si basa sul fatto che, come insegniamo ai nostri studenti, esistono dei segnali d’allarme e, una volta individuati, dobbiamo intervenire per fermare il processo che potrebbe degenerare in genocidio”, mi ha spiegato il professor Segal, “anche se non si tratta ancora di un genocidio”.

Il professor Segal ha pagato per la sua onestà. L’offerta di dirigere il Centro per gli studi sull’Olocausto e il genocidio dell’Università del Minnesota, che non ha mai condannato il genocidio, è stata revocata.

Quando io e il professor Segal abbiamo testimoniato presso la capitale dello stato, Trenton, per opporci all’approvazione del disegno di legge dell’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA), che equipara la critica allo stato di Israele all’antisemitismo, siamo stati scherniti dai sionisti e i nostri microfoni sono stati disattivati dal presidente della commissione. Eravamo lì, a sostenere che quel disegno di legge avrebbe limitato la libertà di parola, mentre in tempo reale ci veniva negata tale libertà.

Il genocidio rappresenta la fase successiva di quella che l’antropologo Arjun Appadurai definisce “una vasta correzione malthusiana a livello mondiale”, volta a “preparare il mondo ai vincitori della globalizzazione, eliminando il fastidioso rumore dei perdenti”.

Il finanziamento e l’armamento di Israele da parte degli Stati Uniti e delle nazioni europee, mentre perpetra un genocidio, ha fatto implodere l’ordine giuridico internazionale post-bellico. Esso ha perso ogni credibilità. L’Occidente non può più impartire lezioni a nessuno su democrazia, diritti umani o sulle presunte virtù della civiltà occidentale. L’inganno, secondo cui noi come nazione promuoveremmo in qualche modo democrazia, uguaglianza e diritti umani, è finito.

«Mentre Gaza induce vertigini, una sensazione di caos e vuoto, per innumerevoli persone impotenti diventa la condizione essenziale della coscienza politica ed etica nel ventunesimo secolo, proprio come la Prima Guerra Mondiale lo fu per una generazione in Occidente», scrive Pankaj Mishra.

Nessuno di noi che abbia lavorato come corrispondente da Israele e Palestina, dove ho lavorato come giornalista per sette anni, aveva previsto questo genocidio. Eppure, eravamo perfettamente consapevoli dell’impulso genocida che era alla base del progetto sionista: il desiderio di ampi settori della società israeliana di sradicare ed espellere tutti i palestinesi. Questo impulso genocida era presente fin dalla nascita del sionismo.

Victor Klemperer, professore di linguistica e figlio di un rabbino berlinese vissuto sotto il regime nazista, annotò nel suo diario: “Per me i sionisti, che vogliono tornare allo stato ebraico del 70 d.C. (distruzione di Gerusalemme da parte di Tito), sono altrettanto offensivi dei nazisti. Con la loro sete di sangue, le loro antiche ‘radici culturali’, il loro modo, in parte ipocrita e in parte ottuso, di riavvolgere il mondo, sono assolutamente all’altezza dei nazionalsocialisti”.

Ho seguito le vicende del rabbino estremista Meir Kahane, il quale sosteneva che la violenza fosse una virtù ebraica e la vendetta un comandamento divino. Quando mi trovavo in Israele, il governo israeliano gli aveva impedito di candidarsi a cariche pubbliche.

Kahane fu assassinato il 5 novembre 1990 a New York. Il suo partito, il Kach Party, fu messo al bando in Israele quattro anni dopo, in seguito all’attentato di Baruch Goldstein, un medico nato a Brooklyn e membro del Kach, che entrò nella moschea di Ibrahimi a Hebron e aprì il fuoco sui fedeli, uccidendo 29 palestinesi. Goldstein, vestito con la sua uniforme da capitano dell’esercito, fu sopraffatto dai fedeli e picchiato a morte.

I miei redattori di New York mi mandarono a intervistare i sopravvissuti. Quando ricevettero il manoscritto, insistettero affinché realizzassi altre interviste con coloni ebrei che giustificavano le rivendicazioni di Goldstein nei confronti dei palestinesi, parte di un gioco di equilibrio, ma in realtà parte di uno sforzo per oscurare la verità.

Kach, in seguito alle sue dichiarazioni di sostegno al massacro, è stata dichiarata organizzazione terroristica dagli Stati Uniti.

Ma il kahanismo non morì. Fu alimentato da estremisti e coloni ebrei.

L’intolleranza razziale di Kach e i suoi appelli alla violenza di massa contro i palestinesi hanno contagiato segmenti sempre più ampi della società israeliana, trovando un’accettazione pressoché universale dopo gli attentati del 7 ottobre.

Ho assistito a questa intolleranza durante i comizi politici tenuti da Netanyahu, che riceveva ingenti finanziamenti da americani di destra legati all’AIPAC, quando si candidò contro Yitzhak Rabin, che stava negoziando un accordo di pace con i palestinesi. I sostenitori di Netanyahu scandivano slogan ispirati a Kahane come “Morte agli arabi” e “Morte a Rabin”. Bruciarono un’effigie di Rabin vestito con un’uniforme nazista. Netanyahu sfilò davanti a un finto funerale di Rabin.

Rabin fu assassinato da un fanatico ebreo il 4 novembre 1995.

Netanyahu, che è diventato primo ministro per la prima volta nel 1996, ha trascorso la sua carriera politica a coltivare i rapporti con questi estremisti ebrei, tra cui Itamar Ben-Gvir, che ha appeso un ritratto di Goldstein alla parete del suo salotto, Bezalel Smotrich, Avigdor Lieberman, Gideon Sa’ar e Naftali Bennett.

Il padre di Netanyahu, Benzion, che lavorò come assistente del fondatore del sionismo revisionista, Vladimir Jabotinsky, e che Benito Mussolini definì “un buon fascista”, fu un leader del partito Herut, che auspicava l’annessione da parte di Israele di tutti i territori della Palestina storica. Molti dei membri del partito Herut compirono attentati terroristici durante la guerra del 1948 che portò alla creazione dello Stato di Israele.

Albert Einstein, Hannah Arendt, Sidney Hook e altri intellettuali ebrei descrissero il partito Herut, in una dichiarazione pubblicata sul New York Times, come un partito “strettamente affine, per organizzazione, metodi, filosofia politica e appeal sociale, ai partiti nazisti e fascisti”.

All’interno del progetto sionista è sempre esistita una virulenta corrente di fascismo ebraico, che rispecchia la corrente fascista presente nella società americana. Purtroppo, per noi e per i palestinesi, queste correnti fasciste sono in ascesa.

La decisione di annientare Gaza è da tempo il sogno degli sionisti di estrema destra, eredi del movimento di Kahane. L’identità ebraica e il nazionalismo ebraico sono le versioni sioniste dell’ideologia nazista del “sangue e suolo”. La supremazia ebraica è santificata da Dio, così come lo è il massacro dei palestinesi, che Netanyahu ha paragonato agli Amaleciti biblici sterminati dagli Israeliti. Gli europei e gli euroamericani nelle colonie americane usarono lo stesso passo biblico per giustificare il loro genocidio contro i nativi americani.

I nemici – solitamente musulmani – destinati all’estinzione sono subumani che incarnano il male. La violenza e la minaccia di violenza sono le uniche forme di comunicazione comprensibili a chi si trova al di fuori della magica cerchia del nazionalismo ebraico.

La redenzione messianica avverrà una volta che i palestinesi saranno espulsi. Gli estremisti ebrei chiedono la demolizione della moschea di Al-Aqsa, uno dei tre luoghi più sacri per i musulmani, presumibilmente costruita sulle rovine del Secondo Tempio ebraico, distrutto nel 70 d.C. dall’esercito romano. Questi estremisti auspicano la costruzione di un “Terzo” Tempio ebraico al suo posto, una mossa che scatenerebbe l’ira del mondo musulmano.

La Cisgiordania, che i fanatici chiamano “Giudea e Samaria”, viene annessa da Israele. Israele, governato da leggi religiose imposte dai partiti ultraortodossi Shas e Giudaismo Unito della Torah, presto assumerà un modello teocratico dispotico simile a quello iraniano.

James Baldwin aveva previsto con lungimiranza questa regressione alla nostra innata barbarie. Avvertì che esisteva una “terribile probabilità” che “le popolazioni occidentali, lottando per aggrapparsi a ciò che hanno rubato ai loro prigionieri e incapaci di guardarsi allo specchio, avrebbero scatenato un caos in tutto il mondo che, se non avrebbe posto fine alla vita su questo pianeta, avrebbe portato a una guerra razziale come il mondo non ha mai visto, e per la quale le generazioni future avrebbero maledetto i nostri nomi per sempre”.

La brutalità che si consuma in Iran, Libano e Gaza è la stessa brutalità che affrontiamo in patria. Coloro che perpetrano il genocidio, i massacri di massa e la guerra non provocata contro l’Iran sono gli stessi che stanno smantellando le nostre istituzioni democratiche.

Gli iraniani, i libanesi e i palestinesi sanno che non c’è modo di placare questi mostri. Le élite globali non credono a nulla. Non provano nulla. Non ci si può fidare di loro. Mostrano i tratti distintivi di tutti gli psicopatici: fascino superficiale, grandiosità e senso di superiorità, bisogno di stimoli costanti, propensione alla menzogna, all’inganno, alla manipolazione e incapacità di provare rimorso o colpa. Disprezzano come debolezza le virtù dell’empatia, dell’onestà, della compassione e dell’abnegazione. Vivono secondo il credo dell’Io. Io. Io.

«Il fatto che milioni di persone condividano gli stessi vizi non trasforma questi vizi in virtù, il fatto che condividano tanti errori non li rende verità, e il fatto che milioni di persone condividano le stesse forme di patologia mentale non rende queste persone sane», scrive Erich Fromm in «La società sana».

Abbiamo assistito al male per quasi tre anni a Gaza. Lo vediamo ora in Iran. Lo vediamo in Libano. Vediamo questo male giustificato o mascherato dai leader politici e dai media.

Il New York Times, con un atteggiamento che sembrava uscito direttamente da Orwell, ha inviato una nota interna a giornalisti e redattori intimando loro di evitare i termini “campi profughi”, “territorio occupato”, “pulizia etnica” e, naturalmente, “genocidio” quando scrivevano di Gaza.

Coloro che denunciano e condannano questo male, compresi gli eroici studenti che allestiscono accampamenti nei campus universitari, sia qui che all’estero, vengono diffamati, messi al bando ed epurati. Vengono arrestati e deportati. Un silenzio paralizzante sta calando su di noi, il silenzio di tutti gli stati autoritari. Sappiamo dove tutto questo porterà. Chi non fa il proprio dovere, chi non appoggia la guerra contro l’Iran, chi non si esprime contro il crimine di genocidio, si vede revocata la licenza di trasmissione, come proposto da Brendan Carr, presidente della FCC nominato da Trump.

Abbiamo dei nemici. Non sono in Palestina. Non sono in Libano. Non sono in Iran. Sono qui. Tra noi. Dettano le nostre vite. Sono traditori dei nostri ideali. Sono traditori del nostro Paese. Immaginano un mondo di schiavi e padroni. Gaza è solo l’inizio. Non ci sono meccanismi interni per le riforme. Possiamo solo ostacolarli o arrenderci.

Queste sono le uniche opzioni rimaste.

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