Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
12/05/2026
Poste–TIM, il grande riassetto deciso dall’alto
L’OPA lanciata da Poste Italiane su TIM non è una semplice operazione finanziaria da 10,8 miliardi: è una scelta di potere che ridisegna gli equilibri delle telecomunicazioni italiane. Il delisting previsto entro fine 2026 e le sinergie stimate in 700 milioni annui raccontano una cosa precisa: la governance si concentra, il perimetro pubblico si rafforza, ma il conto rischia di essere pagato da lavoro, filiera e territori.
La vera questione non è se l’operazione stia in piedi sul piano finanziario, ma chi decide, chi guadagna e chi paga. È su occupazione, concorrenza, qualità del servizio e tenuta dei territori che si misura la sua legittimità politica e industriale.
Cornice dell’operazione: numeri, tempi e razionale
Poste Italiane ha confermato l’operazione a maggio 2026, annunciando:
- Sinergie annue previste di 700 milioni di euro
- Conclusione OPAS e delisting TIM entro fine 2026
- Impatto positivo sugli utili dal 2027
La direzione è definita; resta da chiarire quali vincoli pubblici saranno stabiliti prima che l’operazione sia definitiva.
Delisting: più flessibilità, meno controllo
Il delisting di TIM comporta l’uscita dalla Borsa, riducendo obblighi di trasparenza e pressione del mercato. Questo garantisce maggiore libertà gestionale, ma diminuisce il controllo pubblico e apre a ristrutturazioni con meno confronto esterno.
In sintesi: una ridotta visibilità sulle decisioni aziendali comporta minori controlli pubblici e offre maggiori margini per ristrutturazioni non evidenti, ovvero dà più spazio a tagli o riorganizzazioni che possono determinare un aumento delle pressioni su personale, carichi di lavoro e appalti.
La contraddizione centrale: il campione nazionale nasce senza controllo diretto della rete
Qui sta la contraddizione decisiva: si invoca la sovranità nazionale in un assetto in cui TIM non controlla più la rete.
La rete è in capo a FiberCop e i rapporti con TIM sono regolati dal Master Service Agreement, già finito sotto i rilievi dell’AGCM. Alcuni correttivi sono arrivati, ma il punto politico resta intatto: il controllo dell’infrastruttura è separato dal presidio del mercato finale, e questa frattura pesa su investimenti, responsabilità e qualità del servizio.
Il cosiddetto campione nazionale nasce dunque senza il controllo diretto della rete, con una filiera spezzata e con la possibilità concreta di uno scaricabarile strutturale sui costi operativi.
La logica industriale reale: valorizzazione degli asset, efficienza e compressione dei costi
Il modello FiberCop punta sulla valorizzazione dell’asset piuttosto che sul servizio pubblico, come evidenziano operazioni immobiliari e la strategia wholesale. Quando la rete è vista come asset finanziario, manutenzione, sicurezza e tempi rischiano di essere trascurati.
Le sinergie da 700 milioni: efficienza industriale o trasferimento dei costi?
Le sinergie da 700 milioni, al di là della retorica tipica dei manager, rappresentano generalmente tagli, fusioni, centralizzazione e maggior pressione sui lavoratori. Il mercato ha percepito immediatamente questo doppio significato: TIM trae vantaggio dall’offerta, mentre Poste Italiane risente negativamente dell’integrazione. In altre parole, il valore finanziario può crescere rapidamente, ma rimangono aperti i rischi industriali e sociali. Come troppo spesso succede, è il lavoro a rischiare di essere la prima variabile su cui si interviene.
Territori, concorrenza e qualità del servizio: chi guadagna e chi rischia di perdere
L’integrazione offre innovazione e servizi digitali, ma senza una gestione pubblica si rischia di concentrare qualità e investimenti solo nelle aree più redditizie, aumentando le disuguaglianze territoriali. Un vero interesse nazionale non può generare più valore per pochi a discapito dei diritti e dell’equità per molti.
Il ritorno del pubblico: leva strategica o semplice copertura politica?
La presenza pubblica può essere una leva strategica solo se esercita potere reale. Senza vincoli su occupazione, filiera, investimenti e qualità del servizio, rischia di ridursi a copertura politica di un’operazione guidata soprattutto da logiche finanziarie.
La verifica decisiva: quali condizioni renderebbero credibile l’operazione
Se questa operazione vuole davvero rivendicare un valore strategico, allora deve accettare vincoli pubblici chiari, verificabili e non aggirabili:
- Piano industriale pubblico PRIMA del delisting, con investimenti, tempi e copertura territoriale verificabili.
- Zero esuberi diretti e indiretti, lungo tutta la filiera (appalti compresi).
- Stop alle esternalizzazioni e apertura di veri percorsi di reinternalizzazione.
- Trasparenza totale sugli accordi TIM–FiberCop, su prezzi, SLA, manutenzione e sicurezza.
- Vincoli chiari su organici e competenze, senza “ottimizzazioni” scaricate sul perimetro occupazionale.
Conclusione
L’operazione tra Poste Italiane e TIM non può essere valutata esclusivamente sulla base dei comunicati stampa o delle dichiarazioni di facciata. La questione centrale riguarda la sua effettiva capacità di rafforzare un’infrastruttura strategica al servizio del Paese, oppure il rischio che possa determinare una concentrazione di potere con eventuali ricadute sul piano occupazionale compresa la sua filiera e i territori. In assenza di trasparenza nei rapporti con FiberCop, di adeguate tutele sociali e di una chiara definizione dell’interesse pubblico, la creazione di un “campione nazionale” rischia di risultare uno slogan privo di sostanza a copertura di un riassetto deciso a livello centrale.
Fonte
24/04/2026
Sette storie per non dormire: Olivetti
Negli anni Cinquanta Adriano Olivetti pose in essere un’iniziativa imprenditoriale lungimirante, inserendosi nel settore dei calcolatori elettronici quando questo genere di attività era appena sorto. L’investimento, tuttavia, si rivelò troppo oneroso per un’impresa a controllo familiare quale era la Olivetti, per di più impegnata anche in una costosa politica di espansione oltreoceano (nel 1959 rilevò l’americana Underwood). Da tale iniziativa, oltretutto, essa non fu in grado di ricavare da subito dei profitti apprezzabili, giacché gli sbocchi commerciali immediatamente reperibili per i calcolatori erano limitati dal disinteresse del governo italiano verso l’informatizzazione della pubblica amministrazione e dal ridotto numero di grandi imprese nazionali (la propensione di un’azienda a dotarsi di calcolatori dipendeva infatti dalle sue dimensioni, in ragione dell’elevato costo dei medesimi e del fatto che la loro utilità risultava tanto maggiore quanto più complessi erano i processi produttivi e amministrativi da essa gestiti).
Quando nel 1960 Adriano morì, la Olivetti versava pertanto in cattive condizioni. Questa situazione di crisi si protrasse per quattro anni, venendo poi risolta dall’intervento di una cordata che annoverava alcuni dei nomi di maggiore spicco dell’industria e della finanza nazionali (FIAT, Pirelli, la società finanziaria Centrale della famiglia Orlando, Mediobanca, IMI). La ritrovata stabilità finanziaria, tuttavia, non venne sfruttata per dare seguito alle iniziative intraprese dal defunto proprietario, in quanto il neocostituito gruppo di controllo preferì disfarsi della divisione elettronica piuttosto che immettervi ulteriori risorse. A sostenere con forza la necessità di uscire dal settore informatico fu il presidente della FIAT Vittorio Valletta, per il quale nessuna azienda italiana poteva affrontare gli investimenti necessari per operare in esso; il suo punto di vista, che pure non era supportato da alcuno studio sull’argomento, fu accettato senza obiezioni dagli altri esponenti della cordata, inclusi i rappresentanti dei due istituti finanziari pubblici (Mediobanca e IMI), i quali pertanto non apportarono alcun contributo positivo sul fronte gestionale.
(E qui mi tocca di nuovo rammentare quanto rivendicato da John Elkann in Parlamento: “Se non ci fosse Stellantis non ci sarebbe l'auto italiana, come l'informatica italiana è scomparsa dopo l'Olivetti o la chimica con la Montedison”. Chissà se qualcuno gliel'ha poi spiegato, il ruolo della sua famiglia nella scomparsa dell'informatica italiana...).
L’abbandono delle attività informatiche avvenne gradualmente, ma comunque in tempi brevi. Nel 1964 la Olivetti Divisione Elettronica venne ceduta alla General Electric. L’anno successivo, tuttavia, la casa madre presentò un innovativo calcolatore da tavolo, sviluppato dai tecnici rimasti al suo interno (anche sulla base del lavoro compiuto dalla divisione elettronica prima della sua alienazione). Esso riscosse in principio un notevole successo, ma nel volgere di pochi anni l’affermazione delle calcolatrici giapponesi, che offrivano prestazioni simili a prezzi assai inferiori, ne decretò l’uscita dal mercato. Dacché la proprietà dell’azienda non aveva nel frattempo promosso la creazione di un nuovo prodotto, avente caratteristiche superiori, il fallimento di questa nuova esperienza segnò sostanzialmente la cessazione dell’impegno della Olivetti nella progettazione di calcolatori. Parallelamente, la sua scorporata divisione elettronica andò incontro a un rapido declino, non soltanto perché era divenuta un ramo periferico di una grande azienda straniera, ma anche perché quest’ultima si rivelò incapace di gestirla proficuamente; l’intera esperienza italiana in quell’ambito subì pertanto un arresto definitivo.
La vicenda della Olivetti sino al passaggio proprietario del 1964, a ben guardare, costituisce un caso analogo a quello della Montecatini: come quest’ultima, l’azienda di Ivrea era una società dotata di grandi capacità di ricerca e innovazione, non sorrette però da un’adeguata dotazione di risorse finanziarie. La carenza di capitali, tuttavia, non può essere fatta valere per spiegare, oltre alla crisi da cui fu investita sotto la gestione della famiglia fondatrice, anche le decisioni della successiva cordata proprietaria. Ci esprimiamo in tal senso non tanto in ragione del fatto che tale cordata assommava tre nomi di primo piano dell’imprenditoria nazionale (considerazione cui si potrebbe obiettare che gli Agnelli, i Pirelli e gli Orlando dovevano comunque immettere risorse anche nelle altre società di cui erano a capo, oltre che nella neoacquisita Olivetti), quanto piuttosto perché la sua capacità d’intervento era accresciuta dalla possibilità di mobilitare cospicue risorse pubbliche (quelle detenute dalle due banche controllate dallo stato che pure erano presenti al suo interno e quelle elargite dal governo alla Centrale in forma di indennizzi per le sue attività elettriche, nazionalizzate alla fine del 1962). La cessione della divisione elettronica e la successiva mancata valorizzazione delle competenze ancora presenti in azienda stanno quindi a testimoniare, più che l’impossibilità della grande impresa privata di operare nel settore, il suo disinteresse a farlo, riconducibile a una ristrettezza di vedute che la rendeva incapace di valutare le potenzialità di crescita dell’informatica (e quindi di comprendere i ritorni economici che a lungo termine avrebbero garantito gli impieghi di danaro in tale ambito) e che più in generale la induceva a prediligere strategie di sviluppo tese a minimizzare i rischi (e quindi a contenere gli investimenti).
A determinare il cattivo esito della crisi della Olivetti, comunque, fu anche l’inazione dello stato, che non volle intervenire da protagonista nel salvataggio dell’azienda e neppure cercò di orientare le decisioni del gruppo di controllo attraverso i soggetti pubblici in esso presenti. L’indifferenza degli uomini di governo verso le sorti dell’azienda potrebbe essere spiegata semplicemente attribuendo loro la medesima incomprensione dell’importanza futura dell’informatica imputabile al ceto imprenditore e manageriale; è bene tuttavia non fermarsi alla conclusione più ovvia. Il fatto che lo stato sia intervenuto in soccorso della Olivetti, in concorso però con degli operatori privati e mantenendosi in una posizione ancillare nei riguardi di questi ultimi, contrasta difatti con l’orientamento di cui diede prova in altre occasioni nel corso del decennio, nelle quali non esitò a farsi carico direttamente del salvataggio di imprese in crisi. Appare perciò verosimile che nel frangente in esame l’atteggiamento governativo sia stato dettato non tanto dall’indifferenza verso le attività più innovative dell’azienda, quanto piuttosto dalla volontà di non interferire con il disegno degli investitori privati d’impegnarsi soltanto in quelle più tradizionali e in quel momento più redditizie (la produzione di macchine per ufficio). In breve, come già era avvenuto e continuava ad avvenire in altri comparti (come in quello chimico, da noi già preso in esame), l’iniziativa pubblica in un importante settore industriale fu condizionata e limitata dalla subalternità del potere politico a quello economico.
La trattazione delle vicissitudini della Olivetti, tuttavia, non sarebbe completa se non accennassimo anche alle supposte responsabilità statunitensi. Anni orsono, uno studioso ha interpretato il comportamento dei nuovi proprietari della Olivetti riconducendolo a pressioni che il governo USA avrebbe esercitato su di loro, pressioni che sarebbero state recepite in ragione della riconoscenza nutrita dai maggiori imprenditori italiani nei confronti di quel paese, da cui avevano ricevuto cospicui aiuti economici nella fase postbellica (cfr. Marco Pivato, Il miracolo scippato, Donzelli, 2011). L’idea che degli imprenditori, nel prendere una decisione d’importanza strategica per il futuro di una propria società, si siano fatti condizionare da sentimenti di riconoscenza anziché dai loro interessi ci sembra tuttavia assai meno verosimile della spiegazione da noi concepita, consistente nella preferenza di tali soggetti per una strategia di sviluppo connotata da bassi investimenti. Se davvero la gestione del gruppo di controllo succeduto alla famiglia Olivetti scontò un’ingerenza nordamericana, è più plausibile che questa abbia assunto la forma di una pressione esercitata sull’esecutivo, cui sarebbe stato chiesto di non adoperarsi per rilanciare l’azienda. In merito a una simile ipotesi, però, va rimarcato in primo luogo che non vi sono evidenze che tale pressione vi sia stata, in quanto la passività di Mediobanca e IMI può essere spiegata anche adducendo influenze esercitate sui politici unicamente da forze nazionali (ossia dai soci privati della cordata rilevataria), e in secondo luogo che, se essa vi fu, potrebbe comunque non avere avuto un ruolo determinante nell’orientare gli eventi, in quanto potrebbe avere agito in combinazione con le spinte interne appena menzionate.
Al governo statunitense, in verità, sono state addebitate anche responsabilità più gravi dell’interferenza nelle scelte della nuova proprietà dell’azienda: si è infatti supposto che siano stati dei suoi agenti a provocare l’incidente stradale nel quale perse la vita, poco dopo la scomparsa di Adriano Olivetti, il capo della squadra di progettisti elettronici dell’azienda (cfr. sempre Pivato e anche Meryle Secrest, Il caso Olivetti, Rizzoli, 2020), e c’è chi si è spinto persino ad avanzare sospetti sulla morte dello stesso Olivetti, all’epoca imputata a una emorragia cerebrale (cfr. Secrest e anche Bruno Amoroso e Nico Perrone, Capitalismo predatore, Castelvecchi, 2014). Neppure tali ipotesi, però, risultano suffragate da elementi di prova o anche soltanto indiziari.
Questa presunta ostilità degli USA nei confronti della Olivetti è stata ricondotta a motivazioni di ordine sia economico che politico. Il governo di Washington, cioè, avrebbe agito per evitare che la Olivetti ascendesse al rango di serio concorrente dell’industria informatica statunitense, intaccandone così la posizione dominante a livello mondiale, oppure (ma si può anche pensare “e anche”) per scongiurare il rischio che tale impresa trasferisse a dei regimi socialisti le tecnologie che stava sviluppando, le quali, accrescendo enormemente la potenza di calcolo a disposizione, risultavano di grande utilità nel campo della ricerca militare. Tale trasferimento sarebbe potuto avvenire tramite la vendita dei propri prodotti oppure tramite attività di collaborazione; e a quest’ultimo riguardo va rilevato che il citato capo dei progettisti elettronici della Olivetti, l’ingegnere Mario Tchou, era italo-cinese, e che secondo un suo collega questi era stato contattato proprio dall’ambasciata cinese, in conseguenza del desiderio di quel paese di avviare propri studi nel settore informatico.
In assenza di elementi di prova, di queste teorie si può dare soltanto un giudizio inerente la loro plausibilità. La nostra opinione è che non si possa liquidarle come inverosimili, ma anche che neppure si possa dare per scontato che le possibilità di affermazione della Olivetti sul mercato internazionale fossero tali da minacciare il primato statunitense nel settore, o che paesi del blocco comunista avrebbero ricavato dall’intessitura di rapporti commerciali e di ricerca con l’azienda e i suoi uomini benefici non ottenibili altrimenti. Le potenzialità di crescita della Olivetti, infatti, a nostro avviso erano limitate all’origine dal fatto che essa non poteva contare su un committente dal peso paragonabile a quello del complesso industriale, amministrativo e militare statunitense. Quanto alla necessità dei paesi comunisti di rivolgersi ad essa per sviluppare un’industria informatica, il fatto che l’Unione Sovietica del 1960 avesse raggiunto importanti traguardi in settori tecnologicamente avanzati, quali l’aerospaziale e il nucleare, induce a ritenere non soltanto che potesse fare altrettanto in ambito informatico, ma anche che l’avesse già fatto, giacché simili realizzazioni presupponevano la disponibilità di un’elevata potenza di calcolo. Inoltre, l’URSS era disposta a condividere i frutti delle proprie ricerche con gli altri paesi comunisti: ad esempio, proprio la Cina poté contare sul supporto sovietico per lo sviluppo della propria tecnologia nucleare.
Qualunque posizione si assuma in merito a queste ipotesi, ci sembra comunque scorretta una visione che riconduca il fallimento dell’avventura informatica della Olivetti alla scomparsa di due sole figure, pur così importanti: abbiamo constatato che il passaggio dell’azienda dalle mani della famiglia al nuovo gruppo di controllo fu un evento in sé positivo, poiché la fece uscire da una situazione di crisi finanziaria, e che il suo gruppo di tecnici, pur gravemente depauperato (non soltanto a causa della morte di Tchou, ma anche in seguito alla cessione della divisione elettronica alla General Electric), riuscì a creare ancora un prodotto all’avanguardia. Tale fallimento, pertanto, scaturì essenzialmente dalla conduzione di politiche non lungimiranti da parte di soggetti nazionali, sia imprenditoriali che governativi; e dal momento che queste politiche sono riconducibili agli interessi di breve periodo dei nostri principali attori economici e alla subalternità a questi ultimi della classe di governo, altrettanto scorretta ci sembra una interpretazione di esso che faccia discendere gli eventi che lo determinarono prioritariamente o addirittura esclusivamente da manovre ordite oltreoceano. Del mancato sviluppo della fragile, ma promettente iniziativa di Adriano Olivetti va considerata perciò responsabile essenzialmente la classe dirigente nazionale.
Abbiamo scritto che il cattivo esito delle vicende narrate pose fine all’esperienza italiana nella progettazione di calcolatori. La Olivetti, tuttavia, fece ancora un tentativo di affermarsi quale costruttrice dei medesimi. Negli anni Ottanta, quando ne era divenuto proprietario Carlo De Benedetti, l’azienda si inserì con successo nel settore dei moderni personal computer. I buoni risultati conseguiti, però, si rivelarono effimeri, in quanto la concorrenza asiatica finì presto per porre fuori mercato i suoi prodotti, potendo contare su costi di produzione più bassi di quelli italiani. A tale concorrenza l’azienda d’Ivrea avrebbe potuto resistere soltanto qualora si fosse differenziata da essa sul piano della qualità dei prodotti e dei servizi ad essi collegati (in particolare, investendo nella realizzazione di programmi informatici e nell’assistenza ai clienti); ma ciò non poteva avvenire, in quanto la Olivetti operava, al pari delle rivali asiatiche, come semplice assemblatrice di componenti ideate e realizzate da altre imprese, essendo ormai venuta meno l’attività di ricerca che in passato le aveva consentito di proporre dei prodotti innovativi. Anche quel tentativo si risolse pertanto in un fallimento; e anche stavolta fu un fallimento figlio più della politica aziendale seguita che di una carenza di capitali, in quanto in quel decennio il gruppo De Benedetti fu in grado di effettuare cospicui investimenti, i quali però presero la forma non di un rafforzamento della Olivetti, bensì di acquisizioni di altre aziende, operanti in settori estranei l’uno all’altro. Evidentemente, De Benedetti preferì puntare a conseguire facili guadagni nell’immediato, sfruttando la capacità di creare ricchezza che le nuove aziende che acquisiva già avevano, piuttosto che impegnarsi nel rafforzamento di quelle di cui era già entrato in possesso. Questo atteggiamento, peraltro, negli anni Ottanta caratterizzò anche altri esponenti della nostra maggiore imprenditoria (a cominciare dagli Agnelli, i quali in quel decennio avviarono un processo di diversificazione che un po’ alla volta li avrebbe portati a disinteressarsi del settore automobilistico), sicché può essere ricondotto a più una generale tendenza del capitalismo privato italiano a rifuggire dalle strategie più impegnative (investimenti in ricerca e sviluppo, elevazione della qualità del prodotto, incremento della produttività degli impianti), benché fossero quelle suscettibili di risultare maggiormente proficue a lungo termine.
I nodi vennero al pettine all’inizio degli anni Novanta: l’Olivetti venne a trovarsi in una situazione di grave crisi finanziaria, che le impose una ristrutturazione delle proprie attività. Per sopravvivere, decise di spostarsi in un settore a bassa concorrenza quale quello della telefonia, nel quale le politiche di privatizzazione e di liberalizzazione stavano facendo sorgere inedite possibilità di azione. A metà del decennio diede vita alla Omnitel, un operatore di telefonia mobile; e nel 1997 acquisì i diritti di utilizzo della rete telefonica e telematica delle Ferrovie dello Stato, intorno alla quale creò un’azienda di telefonia fissa (Infostrada). Nel 1999 le due società furono vendute alla tedesca Mannesmann, mentre Olivetti acquisiva, ricoprendosi di debiti, Telecom Italia (e la sua controllata TIM, attiva nella telefonia mobile). Nel frattempo la proprietà dell’azienda passava da De Benedetti ad altri soggetti, i quali l’avrebbero poi ceduta a Pirelli e Benetton. Nel 2002 la Olivetti incorporò Telecom Italia, assumendo il nome di quest’ultima. Il nome Olivetti sopravvisse in una controllata del gruppo, che proseguiva la tradizionale attività di produzione di macchine per ufficio. L’azienda, comunque, aveva ormai cessato di fondare la propria esistenza sull’innovazione tecnologica: assumendo la comoda posizione di operatore telefonico, era divenuta una società dedita all’estrazione di rendite.
Fonte
21/04/2026
La fusione tra FiberCop e Open Fiber potrebbe salvare i fondi ma gravare sui lavoratori
A distanza di anni dall’avvio del dibattito, tuttavia, e nonostante il ruolo centrale attribuito a questa operazione, la fusione non è ancora stata formalizzata e continua a muoversi in un perimetro opaco, segnato da interessi finanziari contrapposti e da un intervento pubblico privo di una chiara visione industriale.
È necessario dirlo con chiarezza: non si tratta di un progetto di sviluppo strutturale del sistema Paese, ma di un’operazione prevalentemente finalizzata alla gestione di un peso debitorio rilevantissimo.
La cosiddetta rete unica si sviluppa all’interno di un contesto che comprende sia FiberCop che Open Fiber, con debiti complessivi pari a circa 18 miliardi di euro (secondo i dati ufficiali 2025, pubblicati tra marzo e aprile 2026). Questa situazione influisce su obiettivi, tempistiche e priorità. L’interesse pubblico, la qualità del servizio, la coesione territoriale e l’impatto sociale finiscono per essere aspetti secondari, se non addirittura trascurati.
La narrazione istituzionale insiste su concetti come “modernizzazione” e “razionalizzazione”, ma nei fatti l’operazione rischia di configurarsi come un intervento di salvataggio finanziario, nel quale lo Stato viene chiamato a svolgere il ruolo di garante ultimo della sostenibilità economica del progetto.
Si utilizza la leva pubblica per neutralizzare il rischio privato, senza che questo intervento sia accompagnato da una reale capacità di indirizzo, controllo e pianificazione.
In questo quadro, il rischio è evidente: lo Stato assume il ruolo di mediatore e finanziatore, ma rinuncia a esercitare una funzione pienamente strategica.
Non impone una governance pubblica forte, non definisce vincoli sociali e industriali stringenti, non costruisce una politica delle telecomunicazioni coerente con gli obiettivi di lungo periodo del Paese. Di fatto, si limita a certificare un equilibrio tra soggetti finanziari, utilizzando risorse pubbliche per contenere gli effetti di scelte industriali già compiute.
Il risultato è un modello ormai noto, che presenta conseguenze sistemiche rilevanti: quando il debito diventa l’asse portante delle grandi operazioni infrastrutturali, le variabili sociali e occupazionali vengono trattate come fattori di aggiustamento.
Il tema del lavoro, dell’occupazione stabile, delle competenze e delle filiere industriali viene sistematicamente espunto dal dibattito pubblico, sostituito da un confronto esclusivamente tecnico-finanziario su rating, autorizzazioni, equilibri regolatori e vincoli europei.
Questa impostazione solleva una questione politica centrale: può una infrastruttura strategica per la sovranità digitale del Paese essere governata dalla logica del debito e dagli interessi dei fondi finanziari?
Una rete costruita in questo modo non rafforza il sistema Paese.
Al contrario, lo rende più esposto, perché subordina una funzione essenziale – l’accesso alle reti di comunicazione – a equilibri finanziari instabili e a ritorni attesti nel breve periodo. Quando questi ritorni vengono meno, la risposta non è una revisione del modello, ma un’ulteriore compressione dei costi sociali e industriali.
Una vera rete nazionale dovrebbe poggiare su presupposti diversi:
- una governance pubblica reale, capace di indirizzo e controllo;
- una separazione netta dalla logica del debito come motore dell’infrastruttura;
- una visione industriale che consideri l’occupazione, le competenze e la qualità del lavoro come asset strategici, non come variabili residuali;
- una pianificazione che riduca i divari territoriali e non li aggravi.
La soluzione oggi in discussione va invece nella direzione opposta: stabilizzare un sistema indebitato, rinviando i nodi strutturali e trasferendo nel tempo i costi sull’economia reale e sul lavoro.
La digitalizzazione del Paese non può essere costruita su questo presupposto.
Non può diventare il veicolo attraverso cui si socializzano le perdite dopo aver privatizzato rendite e decisioni.
Se la rete unica nascerà in queste condizioni, non rafforzerà il sistema Paese: ne metterà in evidenza, ancora una volta, le fragilità strutturali.
Fonte
04/04/2026
Sovranità satellitare
Lo scorso 4 febbraio 2026, un report del Financial Times ha acceso i riflettori sulle attività di spionaggio da parte dei russi ai danni di alcuni satelliti europei. La denuncia, resa nel corso di un’intervista dal generale di divisione Luftwaffe della Bundeswehr tedesca Michael Traut, riguarda operazioni che hanno portato due satelliti russi di classe Luch-1 e Luch-2 a posizionarsi nelle vicinanze di quelli europei, con il possibile obiettivo di intercettare i dati trasmessi o, addirittura, di avviare attività che potrebbero portare al sabotaggio dei satelliti stessi.
Stando a quanto riporta il quotidiano, attività di questo tipo non sono una novità. Nel nuovo contesto geopolitico, l’attenzione per la sicurezza delle infrastrutture di telecomunicazione satellitari è però cresciuta enormemente e a contribuirvi è stata sia la centralità di questi sistemi emersa nel conflitto russo-ucraino, sia le tensioni nei rapporti tra Stati Uniti ed Europa, che hanno messo in luce la pericolosa dipendenza del vecchio continente dalle infrastrutture USA.
Non è solo una questione di sicurezzaLa rinnovata attenzione per il ruolo delle costellazioni satellitari in orbita intorno al Pianeta non ha soltanto motivazioni legate al settore militare, e il riferimento al concetto di “guerra ibrida” nel caso delle operazioni russe lo conferma. I satelliti interessati sono infatti di tipo “dual use”, hanno cioè funzioni sia legate alle comunicazioni militari, sia a quelle civili.
Un’eventuale azione di spionaggio o sabotaggio avrebbe conseguenze su entrambi i piani e non è detto che quello militare sia necessariamente il più sensibile. Oltre alla gestione delle telecomunicazioni, i satelliti forniscono infatti servizi critici anche in altri settori.
I satelliti dedicati alla geolocalizzazione, per esempio, rappresentano un’infrastruttura fondamentale per la gestione del traffico aereo civile, ma non solo. Gli orologi atomici – impiegati per calcolare la posizione esatta di velivoli, battelli e semplici dispositivi commerciali come navigatori e smartphone – vengono infatti utilizzati anche da molti istituti di credito per certificare la data e ora esatta delle transazioni finanziarie. Un eventuale black out dei sistemi di localizzazione satellitare provocherebbe, quindi, anche il blocco di una parte del sistema bancario. Lo stesso vale per le reti telefoniche mobili e numerosi altri servizi.
Un discorso simile vale per le reti di comunicazione satellitari, che rappresentano il principale backup delle infrastrutture terrestri. È infatti sempre il caso della guerra russo-ucraina ad aver acceso i riflettori sull’importanza di poter contare su un sistema che sia in grado di garantire le comunicazioni in caso di conflitto.
Lo stato dell’arte del sistema di geolocalizzazionePer quanto riguarda la geolocalizzazione basata su satelliti (GNSS – Global Navigation Satellite System), l’Europa può fare affidamento sulla collaudata ed efficiente costellazione Galileo, composta da oltre 24 satelliti operativi e perfettamente sovrapponibile ai sistemi statunitense (GPS), russo (GLONASS) e cinese (BeiDou). Le quattro reti sono liberamente accessibili da chiunque per usi civili e forniscono anche servizi criptati per usi governativi e militari.
In termini di sovranità, l’Europa può quindi considerarsi “coperta”. Come le costellazioni concorrenti, Galileo è in costante aggiornamento (l’ultimo lancio di satelliti è stato effettuato lo scorso 17 dicembre 2025) e può contare sulla sinergia con EGNOS (European Geostationary Navigation Overlay Service). Quest’ultimo è un sistema basato su satelliti geostazionari che fornisce un servizio di correzione dei dati per sistemi come Galileo e GPS, assicurando una maggiore precisione.
A differenza delle controparti statunitensi, russe e cinesi, Galileo è gestito da un soggetto civile: l’Agenzia per il Programma Spaziale Europeo (EUSPA). Lo sviluppo e l’ingegnerizzazione dei satelliti è invece affidato all’Agenzia Spaziale Europea (ESA).
Sotto questo aspetto, i paesi europei possono quindi dormire sonni relativamente tranquilli. Anche nell’ipotesi di un’eventuale balcanizzazione dei servizi legata a conflitti o tensioni geopolitiche, il vecchio continente avrebbe comunque a disposizione un GNSS autonomo e affidabile.
Ulteriore tassello è quello della sovranità tecnologica che caratterizza il progetto. Sotto l’aspetto della componentistica hardware, software e di integrazione, l’Europa riveste infatti un ruolo di primo piano con una partecipazione al mercato GNSS del 25%, seconda solo a quella degli Stati Uniti (30%). Nella progettazione e produzione dei satelliti della costellazione Galileo, ESA si allinea al concetto di European first, ricorrendo cioè a tecnologie per quanto possibile “nostrane”.
Il tasto dolente delle comunicazioni strategicheDove l’Europa sconta un ritardo importante è nel settore delle comunicazioni satellitari. Parlare di un vero e proprio “sistema satellitare europeo” in senso stretto, a oggi, rischia addirittura di essere fuorviante. Le costellazioni che fanno riferimento all’Agenzia Spaziale Europea (ESA) sono solo il già citato Galileo e Copernicus, dedicato all’osservazione del pianeta con obiettivi scientifici.
Per il settore delle comunicazioni, i governi europei fanno invece affidamento su progetti nazionali o cooperazioni che coinvolgono altre nazioni del vecchio continente, ma non tutta l’Unione Europea. Soprattutto nel settore della difesa, per il momento vige una forma di “autarchia” con satelliti prodotti e gestiti dai singoli paesi e che vede tra i più attivi Francia, Germania, Italia e Spagna. Le cose, però, potrebbero cambiare rapidamente.
L’iniziativa che mira a unificare questo quadro frammentato è GOVSATCOM, un progetto avviato nel 2026 che ha l’obiettivo di “mettere in rete” i satelliti esistenti, aprendo l’accesso ai servizi di comunicazione a tutti i paesi europei. L’operazione dovrebbe coinvolgere la rete Syracuse francese, l’italiana SICRAL e la spagnola Spainsat NG. Si tratta però di satelliti in orbita geostazionaria a quota elevata (GEO), che permettono di ottenere una grande copertura ma scontano limiti a livello di banda e di latenza.
Insomma: questo tipo di reti può permettere di sostenere comunicazioni governative e in situazioni di emergenza come guerre o calamità naturali, ma non può rappresentare un’alternativa credibile come backup delle strutture terrestri. Anche il prossimo lancio dei due satelliti SICRAL 3, affidato a una partnership italo-francese, non cambierà di molto la situazione.
La nuova frontiera è infatti quella delle costellazioni satellitari Low Earth Orbit (LEO) sul modello di Starlink, che detiene un’indiscussa supremazia nel settore con 9.800 satelliti. L’unica considerabile come “europea” è OneWeb, rete controllata dalla francese Eutelsat, che conta circa 600 satelliti a bassa orbita.
Non è un caso che, come ha riportato l’Espresso nel gennaio 2025, l’ambasciata italiana a Teheran abbia utilizzato Starlink per garantirsi l’accesso a Internet aggirando le restrizioni messe in atto dal governo iraniano alla vigilia dell’attacco israeliano-statunitense.
Il cambio di passo per l’Europa nel settore dovrebbe avvenire con Iris2, la rete satellitare la cui operatività era stata originariamente programmata per il 2030 e alla quale l’Unione ha recentemente impresso un’accelerazione.
Come l’UE sta preparando il terreno per Iris2Nonostante il ritardo rispetto ad altri progetti del genere, Iris2 promette di offrire una rete di comunicazione indipendente e, soprattutto, tecnologicamente avanzata. Il progetto, nella sua ultima evoluzione, ha imboccato con decisione la via della sovranità tecnologica. Prevede infatti l’utilizzo di tecnologie e componenti di produzione esclusivamente europea, con investimenti a bilancio di 2,4 miliardi di euro. Altri capitali, nelle intenzioni della Commissione, dovrebbero arrivare dalle partnership con soggetti privati.
Dal punto di vista tecnologico, prevede l’implementazione di crittografia di nuova generazione e, in particolare, l’integrazione con una rete di comunicazione a uso governativo denominata Euro QCI, che sfrutta sistemi basati sulla fisica quantistica. La tecnologia alla base del sistema è la Quantum Key Distribution (QKD), sviluppata attraverso il progetto OPENQKD.
I 290 satelliti che comporranno Iris2 non avranno però un uso solo a scopo governativo o militare. Il progetto prevede infatti di fornire anche la connettività necessaria in ambiti commerciali come i trasporti, l’energia, il settore bancario, le attività industriali offshore, l’erogazione di servizi sanitari a distanza e la connettività rurale. La copertura prevista comprende l’Europa, la regione artica e l’Africa.
In sostanza, Iris2 rappresenterebbe un’infrastruttura in grado di garantire l’indipendenza di tutte quelle attività “critiche” per i membri dell’Unione e non solo. Ai membri UE si aggiungerà infatti probabilmente anche la Norvegia, già coinvolta in altri programmi dell’ESA come Galileo e Copernicus.
30/03/2026
Poste italiane all’assalto di Tim. Il pubblico si adegua al modello neoliberale
Nel caso specifico risultava evidente che con l’acquisizione del controllo societario la prospettiva dell’inglobamento era inevitabilmente nell’ordine delle possibilità concrete. Tuttavia limitare l’interpretazione all’ordinarietà delle condotte di mercato impedirebbe di comprendere la portata di una operazione che ne travalica per più aspetti il confine.
Una prima considerazione riguarda l’approdo del processo di privatizzazione delle telecomunicazioni, posto all’origine dell’intera vicenda trentennale delle privatizzazioni nel nostro paese, che ad operazione ultimata porterebbe la presenza pubblica appena oltre la soglia del 50% del capitale sociale. Esito che ha indotto molti commentatori ad intravvedere addirittura elementi di “nazionalizzazione” del settore.
Ora, aldilà della evidente precarietà del 50,1 del dato di proprietà azionaria di soggetti di natura pubblica, gli assetti proprietari della società acquirente Poste Italiane per effetto della diluizione del suo capitale nella nuova struttura proprietaria vedrebbero una netta riduzione della quota pubblica dall’attuale 65% (29,26 % Ministero Economia e Finanze, 35% Cassa Depositi e Prestiti) appunto al 50,1.
Al riguardo si potrebbe obiettare che la condizione strutturale di Poste Italiane risulterebbe comunque potenziata dall’acquisizione degli assets di telefonia fissa e mobile, avvalorando così le dichiarazioni aziendali sulla dilatazione del proprio cloud integrato multiservizi, che spazia dalle telecomunicazioni alla logistica, dalla finanza al recapito, passando per la raccolta ed elaborazione dati, ed altro ancora, un dato tanto innegabile quanto superficialmente limitato all’osservazione del momento attuale.
Alzando appena lo sguardo all’intera vicenda industriale di Telecom-TIM si evidenzia lo scenario della devastazione di un settore strategico dell’economia condotta senza soluzione di continuità all’insegna dell’annichilimento della ricerca e dello sviluppo, vero aspetto “core” di ogni dinamica industriale, mancanza associata al sistematico saccheggio delle risorse umane e finanziarie, riconducibili in larga parte ad un passato pubblico discutibile quanto si vuole ma nondimeno reale.
Un processo che ha visto scorrere in un rapporto organico con le fasi della politica un’intera classe di “imprenditori” nazionali – Agnelli, Colaninno, Tronchetti – fino alle battute dei tempi più recenti con protagonisti sovranazionali Vivendi e Telefonica con lo scorporo della rete fissa ad appannaggio degli americani di KKR. A ben vedere, del patrimonio ormai “sfibrato” e decotto delle telecomunicazioni nazionali residua veramente poco, con una redditività di settore fisso e mobile, dati alla mano, in deciso declino.
Il senso vero dell’operazione di Poste Italiane su TIM si connota in termini decisamente più realistici come un’acquisizione volta a sfruttarne la commercializzazione allocandola nella propria rete integrata dei servizi, alla cui base opera una forza-lavoro a livelli salariali decisamente magri, decretando la scomparsa del settore delle TLC nazionali di cui il “delisting”, la fuoriuscita dalla borsa sarebbe l’atto formale conclusivo.
Da quanto esposto appare decisamente fuori luogo l’evocazione di termini quali nazionalizzazione ovvero operazione sistemica e Poste Italiane come esempio di campione industriale nazionale, la commercializzazione dei servizi di cui Poste è innegabilmente leader attiene alla parte bassa o, se si preferisce, conclusiva della catena del valore del comparto, di cui fondamentalmente è componente passiva, impossibilitata strutturalmente oltre la sfera, certo non trascurabile, della vendita ad assumere un ruolo di protagonismo industriale che ormai si misura in termini sovranazionali.
Tuttavia per ragioni molto diverse siamo anche noi dell’avviso che l’acquisizione di TIM da parte di Poste Italiane non sia derubricabile a una “semplice operazione” del cosiddetto mercato.
Ci sono almeno un paio di questioni meritevoli di attenzione:
– la prima legata allo scontro tra Videndi e KKR per lo scorporo e quindi il controllo della rete fissa, una disputa giocata non certo su piani industriali in buona parte sovrapponibili, la cui posta era la presenza nel nostro paese di operatore con base europea oppure con radicamento sulla sponda opposta dell’Atlantico, uno scontro geo-economico in cui la proiezione del nostro governo ha avuto una forte influenza;
– la seconda relativa all’acquisizione diversi mesi addietro da parte di Poste delle quote di Cassa Depositi e Prestiti in TIM, da interpretarsi come un disimpegno, da parte del vero player delle malridotte politiche industriali di questo paese, in una azienda ridotta a uno zombie industriale.
Non costituisce certo un mistero l’interesse dei grandi fondi del risparmio gestito americano – Blackrock, Vanguard, State Street tra gli altri – per il mercato delle utilities (grandi aziende di servizio) europeo con una aggressività finanziaria impressionante collocata in tutti gli snodi dei mercati borsistici in modo da condizionarne gli andamenti, e la loro presenza tanto nel capitale TIM quanto in modo ancora più rilevante in KKR. Se ci si consente un paragone con le strategie militari, un’operazione a tenaglia per la conquista di uno spazio strategico in cui Poste Italiane per i suoi interessi diffusi e il ruolo sistemico gioca il ruolo del cavallo di Troia, con una proiezione ben oltre i già considerevoli confini aziendali.
La pressione dei fondi per l’ingresso nel capitale di Poste è stato un tema decisivo per il delineamento degli equilibri azionari e assetti strategici aziendali che, con l’assorbimento di TIM, vede finalmente conseguito l’obiettivo. Evidentemente non siamo ancora al passaggio di mano dal capitale definito “paziente e laborioso” della Cassa Depositi e Prestiti alla pervasività aggressiva tutta finanziaria dei fondi di investimento, ma uno strappo si è realizzato e la prospettiva che si dischiude non appare certo rassicurante.
Assecondare la spinta alla finanziarizzazione come strumento di equilibrio di un qualsivoglia progetto industriale è fuori dalla realtà, una contraddizione insanabile. Certo il nostro punto di vista è quello dei fruitori dei servizi e dei lavoratori del settore, di chi pensa alle attività pubbliche per la loro funzionalità e la stabilità occupazionale e non come punto di accumulo di interessi privati a conduzione finanziaria e speculativa.
Un’ultima osservazione, Poste Italiane è stata in questi anni considerata un esempio virtuoso di gestione, sulla base dei suoi bilanci e degli utili garantiti agli azionisti pubblici e privati, mentre, ancora dal nostro punto di vista, è stato uno spazio economico e produttivo in cui la torsione privatistica dell’apparato pubblico ha trovato la sua realizzazione più avanzata, sperimentando pratiche gestionali e modelli relazionali presi a riferimento in altri contesti industriali.
Trenta anni dopo l’avvio della “madre di tutte le privatizzazioni” quella delle Telecomunicazioni, che proprio con lo scardinamento dalle Poste e Telecomunicazioni pubbliche, ha trovato la condizione di realizzazione, Poste Italiane SPA si propone come testa di ponte del sistema dei servizi nel vuoto modello economico-produttivo neoliberista del paese.
Fonte
14/05/2025
Nuove pressioni per la sovranità tecnologica e digitale europea
Già da qualche anno il tema è entrato nel dibattitto dei vertici europei, ma lo scorso settembre c’è stato un passo avanti quando intorno ad esso si è riunito una sorta di think tank che ha lanciato l’idea dell’EuroStack. Il nome è ispirato al progetto India Stack, per lo sviluppo di una infrastruttura digitale indiana, e il senso è più o meno lo stesso.
Tra i principali promotori di questo gruppo ci sono figure tutt’altro che secondarie: Audrey Tang, ex ministra di Taiwan; Meredith Whittaker, a capo della Fondazione Signal, della piattaforma omonima di messaggistica istantanea; Alexandra Geese, europarlamentare dei verdi tedeschi; Francesca Bria e Cristina Caffarra, due rinomate economiste italiane.
Dopo qualche mese dal lancio dell’iniziativa, avvenuto attraverso una conferenza al Parlamento Europeo, nel gennaio 2025 è stato prodotto un documento che delinea gli scopi, i caratteri e le componenti generali di EuroStack. Esso dovrebbe arrivare a garantire tutta una serie di necessità che sono indispensabili per le più avanzate filiere produttive, “dai chip ai dati, dall’elaborazione alla connettività”.
In questo testo si legge in maniera esplicita che l’obiettivo è quello di “ridurre l’attuale dipendenza totale dell’Europa da attori non europei per i servizi ai cittadini, alle imprese e alle istituzioni europee, rafforzare la sicurezza, creare resilienza, migliorare le opportunità di innovazione e competitività digitale, stabilendo al contempo norme di governance europee”.
Lo scorso marzo, poi, il gruppo di studiosi e politici ha elaborato una lettera aperta indirizzata alla Commissione Europea, con la quale l’industria coinvolta nei settori del digitale e dell’intelligenza artificiale ha chiamato la UE a un impegno concreto. Sono state un centinaio le aziende e le associazioni che hanno sottoscritto tale richiesta, tra cui Airbus e le principali aziende delle telecomunicazioni.
Ora, i promotori di EuroStack rincarano la dose con un ulteriore appello, accompagnato da un documento che individua nel dettaglio le azioni da svolgere prioritariamente. Questa volta, le firme raccolte sono intorno alle 200, e Caffara ha sottolineato l’approvazione arrivata anche dai governi tedesco e francese.
“È sconcertante – ha aggiunto l’economista italiana – che l’Europa nell’ambito degli appalti pubblici e quindi con denaro dei contribuenti continui a puntare su soluzioni tecnologiche non europee, prevalentemente quelle in capo alle Big Tech americane, quando ci sono decine, centinaia di aziende europee che producono soluzioni e innovazione”.
In questa occasione, il nodo della competizione inter-atlantica emerge finalmente in maniera netta: è lo scontro con gli Stati Uniti, con la dipendenza dalle grandi società statunitensi per i servizi digitali, in cloud, per l’elaborazione dati e così via, a preoccupare il sistema europeo e a richiedere che ci si doti di un’infrastruttura in un certo senso ‘sovrana’.
Con questo termine non si indica ovviamente una sovranità popolare, ma un approccio finalizzato a sviluppare organicità delle capacità presenti a livello continentale, secondo la massima draghiana del ‘più stato per il mercato’. Non a caso, il rapporto stilato per Bruxelles dall’ex capo di governo italiano è citato più volte dai documenti del think tank.
Nel testo dello scorso gennaio, si legge che EuroStack non ha a che fare con la proprietà pubblica, quanto piuttosto con una politica industriale che favorisca le imprese “nello sforzo di unire e federare gli assets”. La prospettiva è di un intervento centralizzato (col sostegno di istituzioni tra cui la Banca Europea per gli Investimenti) per superare la ‘piccolezza’ europea e garantire competitività.
Sempre nello stesso documento viene anche sottolineato come EuroStack possa diventare uno strumento per proiettarsi nella geopolitica delle tecnologie, per liberarsi dalla condizione di “vassallo degli Stati Uniti”. In particolare, il riferimento è ai servizi in cloud, dove a farla da padrone sono Google, Microsoft e Amazon.
In questo caso, sempre seguendo i consigli di Draghi che nel rapporto sulla competitività aveva valutato come impossibile ormai dare vita a dei ‘campioni europei’ del settore che garaggiassero con quelli stelle-e-strisce, la strada da percorrere sarebbe quella dello sviluppo di cloud settoriali che soddisfano ugualmente le esigenze di mercato senza dipendere da altri e mantenendo il controllo sui dati.
Insomma, se la finalità – dice il documento di gennaio – rientra nel perseguimento del “bene pubblico” (non della proprietà o del controllo pubblico degli investimenti, ovvio, ma di un generico bene che viene sovrapposto alla competitività dell’ecosistema aziendale), la ratio rimane quella dello scontro nell’arena della competizione globale.
Così esplicita, nella rottura dell’equilibrio euroatlantico, la si trova scritta nero su bianco poche volte...
Fonte
17/01/2025
La NATO militarizza il Baltico per difendere i cavi sottomarini
La riunione degli otto alleati atlantici che sono toccati dal Baltico, organizzata a Helsinki da Finlandia ed Estonia in maniera congiunta, si è conclusa con il lancio dell’operazione Baltic Sentry, ovvero “Sentinella Baltica”. Le attività saranno poste sotto l’autorità del Comando Supremo Alleato in Europa, presieduto dal generale Christopher Cavoli.
L’attenzione, come detto, è rivolta soprattutto alle infrastrutture fondamentali per le linee energetiche e internet poste sul fondale marino. I timori, in questo scenario, sono stati sollevati negli ultimi mesi dal danneggiamento di alcuni cavi sottomarini, la cui responsabilità è stata affibbiata a navi cinesi o a imbarcazioni della “flotta ombra” russa.
Concretamente, si tratta dello sforzo per una maggiore integrazione dei sistemi di sorveglianza dei vari paesi che si affacciano sul Baltico, e di impegnarsi in attività di pattugliamento che coinvolgeranno mezzi sia marittimi sia aerei. Allo stesso tempo, sarà anche un laboratorio per testare nuove tecnologie, “tra cui una piccola flotta di droni navali per fornire una sorveglianza e una deterrenza migliorate”.
Baltic Sentry, infatti, si svolgerà in collegamento anche con il Critical Undersea Infrastructure Network, la rete a cui ha dato vita di recente l’alleanza atlantica che coinvolge anche il settore privato nella ricerca di nuovi metodi e strumenti per rafforzare la protezione delle infrastrutture sottomarine.
Del resto, anche nel programma di investimenti strategici del Pentagono l’industria dei robot sottomarini era indicata come un settore chiave del futuro. Come abbiamo spesso sottolineato, ci troviamo di fronte a una mobilitazione totale e pervasiva dei sistemi occidentali verso l’escalation bellica, in cui la vita civile viene sottomessa alle esigenze militari.
Sempre Rutte ha reso chiaro, pochi giorni fa, che la guerra è l’unico orizzonte che prevede l’Occidente collettivo, e di certo i porti russi sul Baltico sono nodi da tenere sotto osservazione. Intanto, Svezia e Polonia hanno già dichiarato la loro piena adesione a Baltic Sentry, e dalla Lituania arrivano dichiarazioni molto pesanti.
“Dobbiamo prendere il controllo del traffico marittimo”, ha sostenuto il ministro degli Esteri di Vilnius, Kestutis Budrys, “criminalizzare le violazioni e dispiegare le forze navali della NATO per affermare il nostro dominio e la nostra sicurezza nel Mar Baltico”. Parole che dietro la tutela di infrastrutture strategiche nascondono – nemmeno troppo bene – mire di potenza.
Fonte
07/01/2025
Meloni e Musk non ballano da soli...
Ma la questione deve invece essere letta e interpretata alla luce dello scontro che comincia a contrapporre direttamente gli interessi degli Stati Uniti, quelli dell’Unione Europea e quelli dei singoli Stati nazionali. Con in più il non piccolo dettaglio che Musk, oltre ad essere il padrone di molte aziende private – una delle quali di forte impatto politico, come la piattaforma X – sarà tra pochi giorni anche un ministro dell’amministrazione Trump.
Si intrecciano quindi in modo serrato interessi aziendali privati, interessi personali, problemi strategici, rapporti tra aree economiche continentali, interrogativi istituzionali che mettono in deciso stato comatoso l’idea stessa di “democrazia liberale”, futuro delle tecnologie, ecc.
Andiamo quindi con minimo di ordine.
SpaceX e le telecomunicazioni “sensibili” italiane
È ormai ammesso che il governo Meloni – o soltanto la premier – abbiano raggiunto un accordo per la «fornitura di servizi di telecomunicazioni sicure per le istituzioni» da parte di SpaceX, una delle principali aziende controllate da Musk.
L’unica incertezza riguarda la firma, se sia stata già apposta oppure no. In ogni caso i termini dell’accordo, che vale 1,5 miliardi di dollari che finiranno nelle tasche già piene del sudafricano-americano, non sono stati resi noti.
Il servizio che verrà fornito da SpaceX “riguarda la fornitura di un pacchetto completo di connessione crittografata di alto livello per i servizi di comunicazione usati da governo, esercito e forze dell’ordine. Il piano comprende poi una copertura di comunicazione sicura per tutta l’area del Mediterraneo e l’introduzione del servizio direct-to-cell per i casi di gravi emergenze (attacchi terroristici o disastri naturali), quando potrebbe esserci una compromissione delle infrastrutture tradizionali”.
Non serve uno scienziato per capire che le comunicazioni più riservate dello Stato italiano – qualunque sia il governo – vengono così messe nelle mani di un “privato cittadino straniero” che sarà presto anche un ministro della superpotenza Usa.
Sulla “sicurezza” di quelle comunicazioni si può infatti esser certi di almeno una cosa: magari i sistemi di crittografia lì usati saranno abbastanza robusti da resistere ad hacker di qualsiasi livello ed intenzione, ma sicuramente saranno leggibili in diretta dai vertici di SpaceX (ossia dallo stesso Musk).
Basta pensare a quel che accade con Facebook – che cancella od oscura, in automatico, tutti i post che fanno riferimento critico ad Israele – per capire quale sia il potere di chi controlla la tecnologia delle comunicazioni, soprattutto di quelle più riservate.
Di fatto, con questo accordo, l’Italia rinuncia per alcuni anni (cinque, per ora) alla propria sovranità fin dai livelli più alti (governo, servizi segreti, forze armate, ecc.), mettendo tutte le decisioni principali a disposizione del “fornitore del servizio protetto”.
Un capolavoro dei sedicenti “sovranisti”, ridotti a prigionieri che parlano al telefono sotto perenne intercettazione...
USA ed Unione Europea
Ma in questi giorni, non solo a Bruxelles, è partita una reazione decisa contro le “ingerenze” di Elon Musk (e quindi degli Stati Uniti, visto il suo doppio ruolo pubblico-privato) nei processi politici interni a vari paesi, specie quelli che stanno preparando elezioni.
Ad esempio, la decisione di Elon Musk di ospitare in una diretta su X la leader neonazista tedesca Alice Weidel ha scatenato l’indignazione dei leader e dei parlamentari dell’Unione Europea, che lunedì hanno esortato Bruxelles a usare tutta la sua forza legale per contenere il magnate tecnologico miliardario.
Il problema è chiaro: Musk, che aveva già “esternato” le sue preferenze per una vittoria dell’AfD nelle prossime elezioni tedesche, ha messo in piedi una trasmissione speciale in diretta per garantire alla leader di quel partito un vantaggio rilevante sui concorrenti, che in qualche misura sarà anche in termini di voti.
Alla faccia delle “interferenze russe”, vien da dire. Qui abbiamo un ministro-industriale straniero che cerca di decidere, con i propri strumenti di condizionamento dell’opinione pubblica, il processo elettorale della maggiore potenza europea (e a cascata la politica di tutta la UE).
Macron, che avrebbe preferito risparmiarsi una sortita di contrasto, nel corso di un incontro all’Eliseo ha dichiarato: “Dieci anni fa, chi avrebbe mai immaginato che il proprietario di uno dei più grandi social network al mondo avrebbe sostenuto un nuovo movimento reazionario internazionale e sarebbe intervenuto direttamente nelle elezioni, anche in Germania”.
Diciamo noi che soltanto un fesso poteva immaginare che i padroni delle grandi piattaforme sarebbero rimasti “indifferenti alla politica”, pur di espandere interessi e profitti...
Sulla Commissione Europea va così aumentando la pressione perché risponda, visto che è responsabile dell’applicazione del Digital Services Act (DSA) europeo, che regola le piattaforme sociali, inclusa X, e prevede multe fino al 6% del fatturato globale o addirittura blocchi temporanei in caso di violazioni.
Ma qui arriva la complicazione posta dalla doppia (o tripla) natura di Musk. Perseguire un’azione legale contro un grande magnate tecnologico sarebbe già abbastanza complicato, ma “Musk deve adesso essere visto come rappresentante del presidente degli Stati Uniti quando scommette contro la leadership di nazioni europee chiave, alleate fino ad ora”.
Semplicemente, minacciando indagini o persino multe, l’UE rischia ora un grande conflitto con la nuova amministrazione di Washington, che fra l’altro annuncia dazi sulle esportazioni continentali ed altre piacevolezze.
“Se la Commissione Europea sceglierà di agire dipenderà da una combinazione di prove tecniche e volontà politica”, ha detto Felix Kartte, ricercatore presso la Mercator Foundation in Germania. “La domanda è essenzialmente se i leader dell’UE sono pronti a scegliere il confronto con l’amministrazione Trump prima ancora che questa entri formalmente in carica”.
“Se la prominenza ingegnerizzata da Musk genera rischi pubblici, come amplificare l’incitamento all’odio illegale o minare il pluralismo dei media, i regolatori potrebbero sostenere che X non sta adempiendo ai suoi obblighi di mitigazione del rischio ai sensi del DSA”.
Anche lo storico alleato britannico è ora sotto pesante attacco. Sono almeno sei mesi che Musk spara a palle incatenate contro il pallidissimo “laburista” Keir Starmer, accusandolo tra l’altro di aver coperto una orrenda storia di stupri quando era procuratore generale.
Ma ricopre quotidianamente di insulti anche Jess Phillips, la ministra per la Tutela delle donne, definita una «strega malvagia» e una «apologeta dello stupro genocida»: Phillips è una delle più fiere paladine delle donne in Gran Bretagna ed è da anni sotto protezione perché oggetto di costanti minacce di morte e stupro.
Il preferito di Musk per la guida della Gran Bretagna sarebbe Tommy Robinson, un fascista decisamente violento, tanto da essere attualmente in carcere. Perciò ha momentaneamente sponsorizzato Nigel Farage, appena appena meno impresentabile.
Meloni sintomo della crisi UE
Tirando le somme, dunque, possiamo parlare di una crisi politica appena iniziata tra le due sponde dell’Atlantico. Non che fossero mancati i problemi anche durante la presidenza di “Sleeping” Biden – basti pensare alla distruzione del gasdotto North Stream, che assicurava grandi forniture di gas a basso prezzo dalla Russia – ma il “nuovo corso” trumpiano si annuncia ben più terremotante per le ormai ingessate istituzioni continentali.
Gli interessi nazionali vanno divergendo, vuoi per problemi oggettivi – Slovacchia e Ungheria, per esempio, pur con maggioranza politiche opposte, non possono fare a meno del gas russo e non hanno neanche facile accesso alle “alternative” da Norvegia o USA – vuoi per il crollo della coesione sociale interna, dopo 30 anni di “modello orientato alle esportazioni” e fondato su bassi salari, austerità, taglio della spesa pubblica.
La partita elettorale in Germania, e la conclamata incertezza dell’ennesimo governo francese, daranno il segno del tipo di conseguenze in Europa.
Le mosse di Meloni, come quelle dei suoi simili nel Vecchio Continente, vanno in direzione di un “liberi tutti” per conquistarsi un posticino di seconda fila alla corte americana. Chiunque comandi davvero a Washington nei prossimi quattro anni.
Se non ci fossero due guerre alle porte sarebbe anche uno spettacolo divertente. Ma non lo è...
Fonte
10/12/2024
USA - Rubati i dati delle compagnie di Tlc. Coinvolti milioni di utenti
Gli attacchi hanno compromesso la riservatezza di numerose informazioni relative alle azioni degli utenti della telefonia statunitense, come il numero del destinatario, la data, la durata (forse anche la telefonata stessa) e gli sms, che in quanto forma di comunicazione senza cifratura sono leggibili dal gestore telefonico e da chi ne viene in possesso.
Stiamo parlando di decine di milioni di cittadini spiati come in una sorta campagna di sorveglianza di massa, il cui obiettivo è l’intercettazione di informazioni relative a utenti nella zona di Washington DC, dove per esempio hanno sede il governo e il presidente degli Stati Uniti.
Con poca sorpresa, per la più grande sottrazione di informazioni conosciuta nel paese gli Usa puntano il dito contro la Cina.
La responsabilità di tale colossale breccia nel sistema delle telecomunicazioni statunitensi sarebbe stata infatti attribuita al fantomatico gruppo Salt Typhoon, nome dato dagli analisti Microsoft agli autori di una serie di attacchi informatici a partire dal 2020, noti anche come GhostEmperor, FamousSparrow, o UNC2286 a seconda delle fonti.
Da un punto di vista tecnico, i presunti hacker avrebbero trovato il modo di inserirsi nel sistema sfruttando una backdoor, ossia una maniera di accedere a delle macchine e di prenderne il controllo nascosta nel codice dei programmi con licenza proprietaria e non documentata.
A quanto si apprende, tale backdoor sarebbe stata inserita dalle compagnie statunitensi su richiesta delle forze di pubblica sicurezza per poter ottenere rapidamente informazioni sulle attività dei cittadini.
Non è la prima volta che degli hacker sfruttano delle backdoor inserite da Nsa e soci in software sviluppati negli Stati Uniti. Basti pensare a quella presente in iOS (Apple), scoperta dopo che alcuni analisti russi si erano accorti che gli iPhone di alcuni politici, diplomatici e altri vip erano spiati per accedere a informazioni riservate.
Secondo gli analisti di Kaspersky lab, compagnia con sede in Russia e perciò bandita in Usa, il gruppo Salt Typhoon avrebbe già da anni sviluppato un malware (programma dannoso) capace di prendere il controllo di un server con sistema operativo Windows, scalando così i privilegi utente fino al livello kernel, ossia il più alto in qualsiasi sistema operativo che permette di eseguire il codice che si vuole sulla macchina compromessa.
Non si sa bene quale tecnica sia stata usata questa volta per portare avanti questa serie di attacchi, e soprattutto non si sa quando i nordamericani saranno in grado di escludere gli hacker dal loro sistema di telecomunicazioni.
La situazione è talmente paradossale che l’Fbi da una parte sta provando a convincere le varie app di messaggistica a consegnare le informazioni degli utenti, fornendo testi e chiavi di cifratura delle chat criptate; dall’altra, “per non essere spiati dai cinesi” sta consigliando ai cittadini di utilizzare applicazioni di messaggi cifrati come Signal, la stessa che da anni cerca di mettere fuorilegge.
Insomma, con la solita ideologia suprematista occidentale, le forze di intelligence americane si considerano i soli che possono spiare ogni singola azione che si compie su internet e ogni messaggio che viene scambiato da tutti gli utenti nel mondo, mentre se qualcun altro sfrutta i loro sistemi di controllo capillare di massa per fare lo stesso si grida allo scandalo e a un problema generalizzato di privacy e di controllo.
Fonte
11/09/2024
Telegram, la Francia e l'UE
In estrema sintesi la vicenda: il cofondatore di origine russa (ma con passaporto anche emiratino, francese e di Saint Kitts and Nevis) della piattaforma di messaggistica (ormai quasi un social media) è stato arrestato mentre scendeva dal suo jet privato in Francia.
Rimasto in custodia della polizia per 24 ore, poi prolungate a 96, è stato infine rilasciato mercoledì 28 agosto, dopo essere stato messo formalmente sotto accusa con una serie di capi d’imputazione ancora vaghi ma che sembrano concentrarsi sull’idea che Telegram non collabori abbastanza a fronte di inchieste su specifiche attività criminali che si svolgono sulla piattaforma.
Durov ha ottenuto la libertà su cauzione (di 5 milioni di euro), non potrà lasciare la Francia e dovrà presentarsi a una stazione di polizia due volte alla settimana.
Francia ed Europa
Le norme europee non c’entrano nulla con la vicenda, e sebbene sia piuttosto evidente, dei portavoce della Commissione si sono sentiti in dovere di specificarlo. A muoversi è la Francia e la procura di Parigi.
“La quasi totale assenza di risposta di Telegram alle richieste giudiziarie è stata portata all’attenzione della sezione criminalità informatica (J3) del tribunale nazionale della criminalità organizzata (JUNALCO) presso la procura di Parigi, in particolare dall’ufficio nazionale per i minori (OFMIN)”, è scritto in un comunicato della procura (che contiene la lista di capi d’accusa).
Tutto nasce nel febbraio 2024 quando il tribunale di Parigi apre un’inchiesta preliminare e incarica l’OFMIN di condurre l’indagine. Il Centro per la lotta contro la criminalità informatica (C3N) e l’Ufficio nazionale antifrode (ONAF) hanno successivamente preso in carico l’inchiesta.
Secondo quanto riportato da Politico, i primi problemi di Durov partono da un’indagine separata incentrata su abusi sessuali su minori in cui un sospettato avrebbe usato Telegram per adescare ragazze minorenni minacciando di diffondere CSAM (Child Sexual Abuse Material) sui social media e rivelando anche uno stupro.
Ma alle richieste delle autorità francesi per identificare il sospettato, Telegram non avrebbe dato risposta, dando luogo così a un’indagine preliminare sulla sua riluttanza a collaborare con le forze dell’ordine su una questione penale.
Anche se l’UE non c’entra con l’indagine francese, potrebbe metterci il carico a breve, in virtù del DSA, il Digital Services Act. Da febbraio la nuova legge obbliga tutte le piattaforme che operano nell’UE a proteggere gli utenti online da contenuti illegali e dannosi. Ma quelle con più di 45 milioni di utenti attivi mensili sono soggette a obblighi più stringenti e sono regolamentate direttamente dalla Commissione (invece che dalle autorità nazionali).
Telegram, nel mirino proprio per le sue funzioni da social media (con gruppi e canali da migliaia di utenti), era finora sfuggita alle maglie più strette poiché a febbraio ha dichiarato di avere solo 41 milioni di utenti nei 27 Paesi dell’UE. E a fare da controllore dovrebbe essere l’autorità di telecomunicazioni belga, BIPT. Ma la Commissione avrebbe dubbi al riguardo.
“In base al Digital Services Act (DSA) dell’Ue – scrive il Financial Times – Telegram avrebbe dovuto fornire un numero aggiornato questo mese, ma non l’ha fatto, dichiarando solo di avere 'significativamente meno di 45 milioni di utenti (recipients) attivi medi mensili nell’UE'”.
L’incapacità di fornire i nuovi dati pone Telegram in violazione del DSA, hanno dichiarato due funzionari dell’UE, aggiungendo che è probabile che l’indagine dell’Unione europea scopra che il numero reale è superiore alla soglia per le “piattaforme online molto grandi”. Tale designazione comporta maggiori obblighi di conformità e di moderazione dei contenuti, di auditing da parte di terzi e di condivisione obbligatoria dei dati con la Commissione europea.
Crittografia
I capi di imputazione citano anche due norme sull’importazione e fornitura di servizi/strumenti di crittografia, per le quali mancherebbe della documentazione (dichiarazione di conformità).
A livello legale di queste norme francesi se ne parla qua: “la fornitura, l’importazione e l’esportazione di mezzi crittografici in e dalla Francia sono soggette a una dichiarazione preventiva o a un’autorizzazione preventiva dell’ANSSI (l’agenzia nazionale per la cybersicurezza, ndr), a seconda delle funzionalità tecniche e dell’operazione commerciale (fornitura o importazione).”
Qui il link alla pagina dell’ANSSI che ne parla.
Questa situazione sembra per ora secondaria nella vicenda, malgrado una parte della stampa americana, nota la giornalista statunitense Marcy Wheeler, continui a discuterne come se si trattasse di un crimine relativo all’uso della crittografia, quando avrebbe a che fare con una registrazione.
“Signal, l’applicazione di messaggistica cifrata più protettiva – scrive Wheeler – si è registrata in base a questa legge quando ha richiesto per la prima volta di offrire Signal negli app store francesi. Quindi, no, loro [Signal, diversamente da Telegram, ndr] non saranno perseguiti in base a questa legge, perché stanno seguendo la legge”.
Il riferimento della giornalista a Signal sembra prendere spunto da alcuni post di uno dei principali sviluppatori di Signal (oggi ad Apple) Frederic Jacobs, che dice di ricordarsi l’incombenza burocratica per pubblicare l’app nell’App Store in Francia. E aggiunge: “Un buon promemoria per ricordare che la Francia è uno dei rari paesi al mondo ad avere l’obbligo di dichiarazione quando si importa **crittografia**.
Anche se non è necessaria l’approvazione, è fondamentale presentare una dichiarazione accurata del sistema di crittografia all’agenzia per la cybersicurezza ANSSI. Secondo i pubblici ministeri, Telegram non ha compilato accuratamente la sua dichiarazione”.
Che dice Signal?
Più in generale vale la pena riportare interamente una risposta data da Meredith Whittaker, presidente di Signal, al giornalista Andy Greenberg (l’intervista merita tutta comunque), dopo l’arresto di Durov in Francia.
Greenberg chiede a Whittaker, che è appena stata in Francia e appare interessata all’Europa anche come possibile alternativa alla sede di Signal: “Ha davvero senso cercare questo tipo di flessibilità giurisdizionale in Europa quando il fondatore di Telegram Pavel Durov è stato appena arrestato in Francia? Questo vi fa riflettere sul futuro di Signal nell’UE?”
Risponde la presidente di Signal: “Beh, per cominciare, Telegram e Signal sono applicazioni molto diverse con casi d’uso molto diversi. Telegram è un’app di social media che consente a un individuo di comunicare con milioni di persone contemporaneamente e non fornisce una privacy significativa o una crittografia end-to-end. Signal è esclusivamente un’applicazione per comunicazioni private e sicure, senza funzioni di social media. Quindi stiamo già parlando di due cose diverse.
E ad oggi [27 agosto 2024] ci sono troppe domande senza risposta e poche informazioni concrete sulle motivazioni specifiche dietro l’arresto di Durov perché io possa darvi un’opinione informata. Per quanto riguarda la questione più ampia, siamo realisti: non c’è nessuno Stato al mondo che abbia un bilancio ineccepibile sulla crittografia.
Ovunque nel mondo ci sono anche campioni della privacy delle comunicazioni, inclusi molti nel governo francese e in Europa. Coloro che si battono da tempo per la privacy riconoscono che si tratta di una battaglia continua, con alleati e avversari ovunque. Cercare di dare priorità alla flessibilità non significa idealizzare una giurisdizione o l’altra.
Siamo consapevoli delle acque in cui dobbiamo navigare, ovunque siano. Vediamo un’enorme quantità di sostegno e di opportunità in Europa. E ci sono grandi differenze tra gli Stati. La Germania sta prendendo in considerazione una legge che imponga la crittografia end-to-end, mentre la Spagna è stata in testa nel cercare di minare la crittografia. Insomma, ancora una volta, non si tratta di un monolite”.
In soldoni, Whittaker al momento non appare preoccupata di quanto accaduto a Telegram perché (integro un po’ quello che dice con altre info) Signal non ha funzioni che la renderebbero simile a un social; implementa la crittografia end-to-end su tutto, e non tiene metadati, quindi significa che anche volendo non ha dati da dare; si è registrata regolarmente in Francia; non fa profitti sulle attività dei suoi utenti, perché è una no profit.
La reazione di Telegram e Durov
Negli ultimi giorni c’è stata un po’ di discussione in relazione al linguaggio usato nelle FAQ di Telegram, perché ci sono state delle recentissime modifiche. In particolare sarebbe stata rimossa una frase che diceva; “Tutte le chat di Telegram e le chat di gruppo sono private tra i partecipanti. Non elaboriamo alcuna richiesta relativa alle stesse”. Tuttavia altri fanno notare che la stessa frase sarebbe ancora presente in altri punti delle FAQ.
Eviterei le congetture in punta di FAQ. Più interessante semmai l’intervento dello stesso Pavel Durov nel suo canale Telegram (si firma Du Rove, trasposizione goliardica del suo nome con la quale avrebbe ottenuto il già controverso passaporto francese, come raccontato da Mediapart).
In sostanza Durov sembra riconoscere che Telegram può fare di più contro la presenza di attività criminali, dice che non è un “paradiso anarchico” e appare molto dialogante.
Scrive Durov o se preferite Du Rove: “Ascoltiamo la voce di chi dice che [quello che abbiamo fatto finora. ndr] non è abbastanza. L’improvviso aumento del numero di utenti di Telegram a 950 milioni ha causato problemi di crescita che hanno reso più facile per i criminali abusare della nostra piattaforma. Ecco perché mi sono posto l’obiettivo personale di assicurare un miglioramento netto su questo aspetto. Abbiamo già avviato tale processo internamente e presto condividerò con voi ulteriori dettagli sui nostri progressi”.
Vedremo i prossimi sviluppi.
Fonte
31/08/2024
Zuckerberg confessa: “la gestione di Facebook è condizionata dalla Casa Bianca”
Come ben pochi hanno notato, il mandato di cattura contro Durov è stato emesso mentre l’aereo su cui viaggiava era in volo verso Parigi. In pratica tutti i media (pressoché tutti, in effetti) che hanno divagato per un paio di giorni sull’interrogativo “si è consegnato (per salvarsi da Putin, con cui aveva avuto pesanti screzi) oppure è stata una sua ingenuità?” hanno fatto consapevolmente disinformazione, perché la tempistica mandato/arresto era nota a chiunque volesse leggere la stampa internazionale.
Poi si è venuti a sapere, o ricordato con difficoltà, che Macron aveva proposto a Durov nel 2018 di spostare la sede operativa di Telegram in Francia, in cambio della cittadinanza (poi concessa comunque, come dono avvelenato) e della messa a disposizione della polizia/servizi segreti francesi dei codici criptati della piattaforma.
In pratica, “Mac Macron” ha provato ad avere politicamente in mano una piattaforma di messaggistica in grado di rivaleggiare con Facebook, Whatsapp, X e Instagram, senza dover investire in tecnologie, vista l’assenza di magnati francesi su questo fronte. Fare grandeur con l’inventiva altrui, insomma.
Anche da queste scarne notizie certe si indovina che il controllo dei dati raccolti da piattaforme “civili”, utilizzabili da chiunque, è un obiettivo politico e militare di primaria importanza.
Va comunque sgombrato il campo da un altra “giustificazione” dell’arresto adottata e addotta dai media europei: su Telegram operano anche pedofili, spacciatori, trafficanti d’armi, “terroristi” e combattenti di svariati eserciti (compresi quello russo e ucraino), ecc., quindi il rifiuto di Durov di consegnare i codici di decriptazione significherebbe di fatto complicità con quei crimini.
Sul piano del diritto è come incolpare Telecom di quello che si dicono e fanno due abbonati qualsiasi. E l’esercizio della “moderazione”, associato alla “profilazione” delle preferenze individuali degli utenti, rende qualsiasi piattaforma un campo di gioco “privatizzato” dai suoi ideatori-proprietari a disposizione di altri privati che devono vendere le proprie merci e di (pochi) governi che possono gestire un’autoschedatura immensa e pressoché totale. Il contrario della “libertà” promessa, per di più gratuitamente.
Sul piano pratico, quella “giustificazione” è una bufala pura e semplice. Ammesso senza problemi che (anche) su Telegram vengano commessi molti dei reati indicati, non serve essere degli specialisti in indagini di polizia per capire che non è affatto impossibile contrastare quei traffici.
Certo, bisognerebbe spendere un po’ di tempo e risorse (soldi e uomini) per seguire le tracce, “travestirsi” da utenti (una specialità che ogni servizio segreto pratica da sempre...), risalire ai protagonisti degli illeciti e arrestarli. Ma vuoi mettere la comodità di un codice di decriptazione che ti fornisce elenchi sconfinati di nomi e numeri di telefono senza dover muovere un muscolo e spendere un soldo? Basta chiedere al tycoon di turno, con le buone (soldi) o le cattive (minacce) ed il gioco è fatto.
Proprio il principale tenutario di piattaforme online, Mark Zuckerberg, ha nei giorni scorsi confessato che la gestione dei social da lui controllati è politicamente concertata con il governo degli Stati Uniti (e di Israele, come ben ha capito ogni utente un po’ sveglio...). Anzi, passa i dati e le profilazioni direttamente alle agenzie governative, che così possono decidere indagini o operazioni di ogni tipo senza troppo faticare.
Qui di seguito l’articolo con cui Marinella Mondaini ricostruisce “la confessione”.
Il CEO di Meta Mark Zuckerberg ha ammesso che Facebook, su richiesta delle autorità statunitensi, ha censurato i contenuti relativi al COVID-19, ma non solo questo ha fatto.Diciamo pure che la “mordacchia” pretesa sulle notizie relative al Covid – il presidente era Trump, che ben poco stava facendo per contrastare l’epidemia e quindi pretendeva la “sordina” su quanto stava accadendo – è la parte meno interessante della confessione di Zuckerberg.
Mark Zuckerberg, ha scritto una lettera alla Commissione giudiziaria della Camera dei rappresentanti del Congresso degli Stati Uniti, dove afferma di rammaricarsi di alcune decisioni prese dalla sua azienda sotto la pressione del governo e di non voler più scendere a compromessi con l’amministrazione.
Nel contesto dell’arresto in Francia di Pavel Durov, a cui hanno cucito addosso un’infinità di crimini legati all’attività del suo Telegram – ben 12: pornografia infantile, droga, rifiuto di collaborare con i servizi di intelligence, ecc. – e nel contesto anche della fuga dall’Europa del fondatore del video hosting Rumble, Chris Pawlowski, minacciato dalle autorità francesi, il CEO di Meta (riconosciuta organizzazione estremista e la sua attività è vietata in Russia), Mark Zuckerberg, è dispiaciuto per non essersi espresso “più apertamente” sulla “pressione del governo” affinché rimuovesse i contenuti relativi al COVID-19.
Zuckerberg ha affermato che nel 2021, gli alti funzionari dell’amministrazione del presidente Joe Biden “per diversi mesi hanno fatto pressioni” su Meta (che possiede Facebook e Instagram) affinché “censurasse” i contenuti riguardo il Covid, “inclusi umorismo e satira”, inoltre esprimevano grande disappunto nei confronti del nostro team quando non eravamo d’accordo”, ha aggiunto.
E nonostante a prendere le decisioni fosse Meta, Zuckerberg ritiene che “la pressione del governo era sbagliata”. “Mi dispiace che non abbiamo parlato più apertamente prima”, ha scritto Zuckerberg al presidente della commissione giudiziaria repubblicana Jim Jordan.
Meta “ha preso alcune decisioni che, guardando indietro e con le nuove informazioni, non prenderemmo oggi”.
“Sono fermamente convinto che non dovremmo compromettere i nostri standard di contenuto a causa delle pressioni di qualsiasi amministrazione in qualsiasi direzione e siamo pronti a reagire se qualcosa del genere dovesse accadere di nuovo”.
Zuckerberg ha anche affermato che nel periodo precedente alle elezioni del 2020, Facebook non avrebbe dovuto, in attesa del controllo dei fatti, “abbassare di prestigio” un articolo del New York Post sulle accuse di corruzione relative alla famiglia del presidente Biden. Stiamo parlando del computer portatile del figlio Hunter Biden, nel quale sono state trovate numerose informazioni compromettenti legate a droga, prostituzione e possesso illegale di armi. Quattro anni fa l’FBI lanciò l’allarme di una potenziale “campagna di disinformazione russa” contro la famiglia Biden. Tuttavia, la storia di Hunter Biden, secondo Zuckerberg, non si è rivelata essere disinformazione russa.
Come volevasi dimostrare, la “disinformazione russa” è la grande vergognosa bufala inventata dalla CIA e ora smettete di diffondere questa fake-news, pennivendoli dei mass-media italiani!
– da Facebook
Non tutti i bersagli della Casa Bianca hanno inoltre l’esposizione mediatico-politica di Hunter Biden (poi arrestato, anni dopo), che metterebbe in imbarazzo qualsiasi anchorman o giornalistucolo. Per tutti gli altri utenti, almeno quelli “politicamente rilevanti”, che non si limitano a postare foto di gattini e cuoricini, la disponibilità verso “l’amministrazione” è da sempre totale. Altrimenti non campi, direbbe Durov...
Fonte
29/08/2024
Telegram. Incriminato e scarcerato Durov. La guerra per il controllo dei social
Sono infatti sei i capi d’imputazione di cui è stato ufficialmente accusato dalla procura di Parigi l’oligarca franco-russo Pavel Durov, fondatore e amministratore delegato di Telegram.
Durov è stato arrestato all’aeroporto Le Bourget di Parigi lo scorso 24 agosto. Secondo la Procura di Parigi è stato arrestato per la mancanza di attività di moderazione sulla sua app di messaggistica istantanea, così come per non aver collaborato nella lotta al traffico di droga e nella diffusione di contenuti pedopornografici. L’arresto è avvenuto “come parte di un’inchiesta giudiziaria aperta l’8 luglio”, ha spiegato la Procura.
Ieri pomeriggio Durov è stato interrogato da due magistrati che, secondo un comunicato stampa del procuratore di Parigi Laure Beccuau, lo hanno incriminato dopo diverse ore di interrogatorio per i reati di: “rifiuto di comunicare le informazioni necessarie alle intercettazioni autorizzate dalla legge”, complicità in vari crimini perpetrati attraverso l’utilizzo dell’app di messaggistica istantanea – traffico di stupefacenti; reati su minori; frode; e riciclaggio di denaro – e “fornitura di servizi di crittografia volti a garantire funzioni di riservatezza senza dichiarazione conforme”.
Durov è stato anche rilasciato in seguito al pagamento di una cauzione di 5 milioni di euro ma gli è proibito lasciare la Francia e dovrà effettuare una registrazione presso una stazione di polizia francese due volte a settimana.
Parlando alla stampa presso il tribunale di Parigi, il suo avvocato David-Olivier Kaminski ha stimato che “è del tutto assurdo pensare che il gestore di un social network possa essere coinvolto in atti criminali che non lo riguardano, né direttamente né indirettamente”.
Non può mancare, infine, una osservazione di carattere tutto politico: in questo mondo pare che gli unici social network da limitare e criminalizzare siano TikTok e Telegram, cioè quelli che non sono sotto il controllo dei Big Data statunitensi come Meta, Google etc.
Sia negli USA che nell’Unione Europea le classi dominanti sono ormai terrorizzate dall’idea che dei canali di comunicazione sfuggano al loro controllo e propaganda. Ma hanno il coraggio di invocare la libertà di stampa per giustificare il bavaglio che stanno stringendo sulla fonti di informazioni alternative o diverse da quelle ufficiali o ufficialmente controllate... da loro.
Fonte
26/08/2024
Arrestato in Francia il fondatore di Telegram, Pavel Durov
Il magnate delle comunicazioni è accusato di mancata collaborazione con le forze dell’ordine, riguardo i contenuti che passano sulla sua piattaforma di messaggistica. È dunque accusato di aver favorito una lunga lista di crimini: terrorismo, traffico di stupefacenti, frode, riciclaggio di denaro, ricettazione, distribuzione di materiale pedopornografico.
“Ha commesso un errore stasera. Non sappiamo perché... Era solo una tappa? In ogni caso è stato preso”, ha detto una fonte al canale Télévision française 1. Durov, fino ad ora, aveva evitato destinazioni europee, mentre era solito viaggiare tra gli Emirati, i paesi dell’area dell’ex Unione Sovietica e nel Sud America.
Proprio negli Emirati, a Dubai, il miliardario russo aveva preso la residenza e la cittadinanza, ma Durov è anche cittadino francese (e del paese caraibico di Saint Kitts e Nevis). Per questo non c’è possibilità che venga estradato altrove: è sotto accusa in un paese che lo riconosce come proprio cittadino.
L’imprenditore si era fatto molti nemici, anche tra i suoi concorrenti. Hanno avuto grande risonanza i suoi attacchi a Signal, di cui, aveva dichiarato Durov, il sistema di crittografia è stato pagato dal governo statunitense con 3 milioni di dollari, e di cui alcuni messaggi sono stati usati in procedimenti giudiziari.
Durov si è sempre fregiato del fatto che Telegram sia l’unica piattaforma che tutela davvero la libertà di parola e la privacy dello scambio di messaggi tra privati. Questo, però, ha allo stesso tempo creato la situazione per cui sui suoi canali può passare più o meno di tutto, con maggiori garanzie di non poter risalire alla fonte.
Il fatto che la criptazione end-to-end delle chat segrete di Telegram impedisca l’accesso alle informazioni dei suoi canali, e che non conceda a nessuna autorità questo accesso, è all’origine dell’arresto. Le polizie occidentali temono che, su quella piattaforma, passino contenuti legati a una gran varietà di crimini, anche contro la sicurezza nazionale.
Ma non è solo con l’Occidente che Durov ha avuto problemi. In passato il governo russo ha tentato di bloccare Telegram nel paese attraverso una decisione di tribunale, e un gruppo di 26 ONG, tra cui Human Rights Watch, Amnesty International, Freedom House, Reporter Senza Frontiere e il Comitato per la Protezione dei Giornalisti avevano criticato la decisione.
Ciò era avvenuto appena dopo l’approvazione della legge Yarovaya, entrata in vigore il primo luglio del 2018. Essa obbligava gli operatori di servizi di telecomunicazioni a conservare per sei mesi i registri dei messaggi telefonici e del traffico internet dei clienti, e anche le chiavi per decrittografare la corrispondenza degli utenti e fornire informazioni su richiesta ai servizi segreti russi.
Dalle ONG era arrivato un appello fino alle Nazioni Unite, al Consiglio d’Europa, all’OCSE, alla UE, a Washington e ad altri governi per la tutela della libertà di espressione e della privacy degli utenti di Telegram. E Maria Zakharova, portavoce degli Esteri di Mosca, non ha perso un attimo per ricordare questi fatti, chiedendo che l’Occidente se ne ricordi pure ora.
La questione Telegram rimane una questione delicata, in una posizione complessa all’interno della questione della libertà di parola, di informazione, della tutela della privacy e delle garanzie per la sicurezza nazionale, che non si può di certo sciogliere qui. Quello che è indubbio è che è subito entrata nello scontro internazionale tra filiera euroatlantica e mondo multipolare.
E inoltre, rimane il mistero del perché Durov, consapevole dei rischi a cui andava incontro, sia comunque atterrato a Parigi. Non sembra pensabile sia stata la svista di un momento, e vedremo presto gli sviluppi della faccenda.
Fonte