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martedì 30 aprile 2019

25 aprile, di quali schifezze dobbiamo ancora liberarci

Un po’ è colpa di quella frase di Marx (Karl, tipo interessante) sulla storia che si ripete come farsa, per cui ogni volta che vediamo segnali di fascismo pensiamo che il fascismo c’è già stato come tragedia, e ora ci becchiamo la farsa.

La faccenda è un po’ più complicata, perché ci possono essere farse molto tragiche, e una di quelle fu proprio il fascismo del Puzzone Mascelluto, il più grande serial killer nostrano, uno responsabile della morte di centinaia di migliaia di italiani che fu beccato mentre scappava in Svizzera con i complici, l’oro e l’amante, e poi sappiamo la fine.

Bene, dopotutto il 25 aprile si festeggia proprio la fine di quella schifezza omicida, ed è una festa sacra. Molti aspetti di quel fascismo, però, li ritroviamo oggi, qui e ora, quasi in fotocopia. Per esempio indicare al popolo i nemici del momento, che sono sempre i più deboli. Il rom, per dirne uno (il nazifascismo ne fece strage), il nero immigrato (quelli che aiutammo a casa loro nelle guerre coloniali usando le armi chimiche, per dire), che oggi lasciamo affogare o rispediamo nei lager della Libia. Oppure il deviante, il barbone, l’irregolare, quelli per cui si fanno allegramente leggi discriminatorie, Daspo urbani e (in questi giorni) zone rosse per spedirli fuori dai coglioni, non in centro, non nei quartieri buoni, ma in mezzo ad altri poveri, in periferia.

Bella mossa (molto fascista): così si potranno aizzare di nuovo i poveri contro i più poveri.

Il fascismo è un fuoco che si autoalimenta, come i fuochi veri. E’ per quello che i pompieri continuano a sparare acqua sulla cenere anche quando il fuoco sembra spento: dopotutto è quello che facciamo il 25 aprile.

In generale si può parlare di fascismo ogniqualvolta si opprime una minoranza. E quindi qui ce n’è in abbondanza. Non solo i pagliacci della nostalgia, quelli con le croci celtiche, i Casapound, i Forza Nuova, che sono gli squadristi di oggi. O quelli col nome in ditta, Caio, Tizio, Sempronio Mussolini e quell’altra de er nonno, er nonno, er nonno mio.

Non solo il ministro delle foto con la Nutella che fa il ganassa coi deboli e omaggia e serve i forti. Un ministro dell’Interno a cui ammazzano un narcos in centro a Milano alle otto del mattino e che il giorno dopo twitta trionfante che a Monza hanno sequestrato tre pezzetti di fumo. Insomma, uno che sa come si rinfocola il fuocherello, e infatti ce l’ha col 25 aprile, e lo insulta, bacioni.

Il fascismo – oggi che abbiamo i social network invece dell’Agenzia Stefani, i tweet di Matteo Salvini al posto delle veline – è una tecnica semplice. Si indica la fila. Lo vedi quanto è lunga! Uh! Poi si va da quelli in fondo alla fila e si dice: ehi guardate, ne arrivano altri, mandateli via! Eccoci qua, indicare l’ultimo come nemico al penultimo sempre più incazzato, mentre i primi della fila, lassù nella scala sociale, festeggiano e si fanno i cazzi loro.

Questo è, praticamente, in fotografia (menare i contadini per compiacere i grandi agrari), il fascismo di oggi. Molto simile a quello di ieri. Ma ancora una volta, non c’è solo questo.

Ci sono gli spettatori muti che dicono: “Uh, figurati!”, e anche: “Uh, che esagerazione!”. Quelli che non muovono un dito, quelli che fanno finta di non vedere, quelli che dicono, “Ma va’, fascismo, ma cosa vai a pensare!”. Quelli che (larghissima maggioranza) non se ne occupano perché la faccenda non li tocca. Dirò meglio: non li tocca ancora.

Il campo di sterminio di Mauthausen fa impressione, sì, molta. Ma fanno impressione anche le fattorie intorno. Belle fattorie nel verde morbido della campagna austriaca. Gente “perbene” che mentre lì a mezzo chilometro si sterminavano moltitudini di innocenti non vedeva, non sapeva, faceva la gnorri. O complice o finta tonta, magari diceva “Uh, figurati!”, e anche: “Uh, che esagerazione!”, e magari: “Guarda che simpatico il tipo con la Nutella!”.

Ecco un’altra cosa che somiglia al fascismo, quello di ieri e quello di oggi. Prima tragedia, poi farsa, ma anche post-farsa, speriamo non pre-tragedia eccetera eccetera.

Che poi, se andate a chiederlo a uno che sta su un canotto in mezzo al mare perché scappa da Mauthausen, e che si vuole rimandare a Mauthausen perché “prima gli italiani”, state certi che all’aspetto farsa lui non ci crede per niente.

Perché il fascismo, anche in caricatura, in bozzetto, in parodia o in felpa, per qualcuno è sempre tragedia.

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Via della Seta, cosa cambia?


Il mondo sta cambiando velocemente, anche se l’informazione “ufficiale” italiana sembra non accorgersene. E il vettore più importante del cambiamento – per dimensioni economico-finanziarie, visione d’insieme, progettualità, ecc. – è da diversi anni la Cina.

Naturalmente ogni cambiamento – come sappiamo noi italiani, alle prese con una fetecchia di “governo del cambiamento” – può esser buono o pessimo, ma è. Non vederlo è l’errore più grande che si possa fare, specie da comunisti.

Nel weekend appena concluso, a Pechino, c’è stato il secondo Forum sulla Belt and Road Initiative (Bri), chiamata anche “Nuova Via della Seta”. Lì persino alcuni tetragoni corrispondenti di media mainstream hanno dovuto ammettere che “siamo ormai nel pieno di un sempre più probabile spostamento a Est del baricentro del mondo: non è più solo una questione di trend che si scorgono all’orizzonte. Lo sviluppo economico della Cina unito a una sempre più marcata attenzione verso obiettivi di innovazione tecnologica – la Cina investe già oggi più del 2,5% del suo enorme Pil in ricerca e sviluppo – attribuiscono oggi al Regno di Mezzo il ruolo di credibile e unico alter ego rispetto agli Usa nella gestione delle sorti del mondo”.

I numeri del Forum parlano da soli. Presenti i leader di 37 Paesi (otto di più rispetto alla prima edizione), e delegazioni di quasi tutti i Paesi più rilevanti (un centinaio). Firmati centinaia di accordi, contratti, impegni che nell’insieme vanno a infittire i legami tra aree del mondo interessate allo sviluppo e, molto spesso, assai “deluse” – diciamo così – dall’approccio predatorio sempre seguito da Usa e paesi europei. Imperialismo e colonialismo, d’altro canto, sono ancora oggi parte integrante della “cultura”, quando non anche dell’aggressività militare, dei gruppi dirigenti dell’Occidente.

Senza credere nel paradiso – il mondo degli affari non lo prevede proprio – l’approccio cinese si presenta come win-win, ossia vantaggioso per entrambe le parti. Magari i singoli accordi non saranno interamente paritari, ma per molti paesi – specie i più poveri, come molti di quelli africani – sono assolutamente preferibili alle autentiche rapine compiute dagli ex (?) colonizzatori. Che in genere si limitano a corrompere il despota di turno, magari sostituendone uno proprio a quello “autoctono”, prendono tutto quel che possono (risorse minerarie o comunque estrattive, in genere) e via da un’altra parte.

Con tutte le diffidenze possibili, e a passo felpato per non suscitare le ire dell’America first – classico paradigma di approccio win-lose, dove uno vince e l’altro perde, sempre – anche i paesi dell’Unione Europea cercano di entrare nella Bri. E lo fanno con il solito atteggiamento bipolare: da un lato tanta retorica “europeista” (“dobbiamo muoverci come un soggetto unitario”), in pratica tanta concorrenza sotto traccia per spuntare i contratti migliori per le “proprie” aziende.

E’ del resto questa la logica vera dell’Unione, dove ogni trattato comunitario contiene in sé il virus della competizione interna, che sta devastando intere società (quelle dei paesi mediterranei, in primo luogo), impedisce la crescita delle economie continentali, congela i finanziamenti alla ricerca, lascia decadere gran parte delle università “non di prima fascia” e impoverisce la grande maggioranza della popolazione continentale. Persino nella Grande Germania si calcolano ormai oltre 3 milioni di persone che vivono sotto la soglia della povertà assoluta e oltre 8 milioni che si barcamenano con meno di 800 euro al mese...

Com’è noto, l’Italia del governicchio gialloverde – alla disperata ricerca di sbocchi commerciali sottratti all’occhiuta supervisione competitiva della Commissione Europea – ha firmato a Roma poche settimane fa un “Memorandum of Understanding” direttamente con il presidente Xi Jinping. Si tratta di un “accordo quadro”, ossia un’intesa politica di fondo, che farà da cornice agli accordi veri e propri. E’ stato il primo dei paesi del G7 a fare una mossa del genere, scandalizzando i nostri democrat e sollevando le ire di Germania e Francia. Che il giorno dopo hanno mandato i propri leader a firmare contratti ancora più lucrosi, ma (ancora) senza la “cornice” regolativa di lungo periodo.

Tanto che persino qualche commentatore confindustriale è stato costretto a scrivere: “la nostra (piccola) Italia ha portato a casa un dividendo simbolico per il fatto che il presidente del Consiglio Giuseppe Conte è stato l’unico leader ad avere un bilaterale e una cena riservata con il presidente Xi. Un dividendo che dobbiamo tuttavia essere capaci di convertire molto rapidamente in risultati di business concreti: infatti, gli altri Paesi europei, che già si sono accomodati al tavolo della Bri – con progetti ferroviari già operativi anche se non sbandierati ai quattro venti sui media per non urtare la suscettibilità della Commissione europea e di Trump – troveranno il modo di firmare il Memorandum con la Cina e a quel punto l’Italia non godrebbe più di alcun vantaggio comparato“.

Ma perché dei comunisti dovrebbero interessarsi a queste vicende?

Per un ottimo motivo. Noi stiamo vivendo da quasi 30 anni – dagli accordi di Maastricht in poi – in un regime economico che impoverisce progettualmente questo paese, ne inchioda le scelte alle “prescrizioni” di Bruxelles, ne ha distrutto buona parte della capacità produttiva e persino della famosa “inventiva” italiana (che era fatta di buone scuole, ottime università, selezione in base alle capacità e non al censo, ossia ai “figli di qualcuno”). E che soprattutto, lo condanna a un declino senza possibilità di riscatto.

Qualunque sia il governo in carica. L’esperienza di Syriza e Tsipras, da questo punto di vista, è tombale rispetto alle illusioni di poter “trattare” con o “cambiare” l’Unione Europea.

Abbiamo spesso definito questa condizione come una “gabbia”, da cui non si può fuggire.

La Via della Seta, invece, comincia ad essere un’alternativa concreta e praticabile. Qualsiasi sia il governo in carica, non paradossalmente. Non perché i cinesi siano “buoni” o “meglio” degli attuali partner strategici, ma semplicemente perché sono altri partner. E anche l’ultimo degli economisti liberali riesce a capire che è meglio avere diverse alternative contrattuali piuttosto che sbattersi contro un “monopolio minaccioso e strapotente”.

Quando, nella disperante mentalità della autonominata “sinistra radicale” italiana, si comincerà a capire che “rompere l’Unione Europea” significa poter decidere come società il proprio destino e con chi provare a condividerlo – non “ritornare allo Stato-nazione” che sta solo nei sogni della destra liberista ma “poraccio-nazionalista” – sarà un gran giorno.

Basta che non avvenga troppo tardi...

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Esercitazioni Nato tra “minaccia russa” e crescenti spese militari


Mentre il SIPRI rendeva note ieri le spese complessive mondiali in armi, salite a 1,8 trilioni di dollari nel 2018 (+2,6% sul 2017 e +76% sul 1998), cominciavano in Estonia le manovre NATO “Spring Storm-2019”, che andranno avanti fino al 17 maggio, con la partecipazione di oltre 9.000 soldati di 13 paesi, compresi Finlandia, Georgia e Ucraina, non ancora membri effettivi dell’Alleanza atlantica. Per “contrastare la minaccia russa”: ça va sans dire.

Praticamente senza soluzione di continuità, quelle estoni seguono gli “addestramenti” del gruppo tattico multinazionale (forze ceche, olandesi, tedesche, norvegesi e lituane) “Eager Leopard”, iniziati il 17 aprile a Pabrade, in Lituania, in preparazione delle esercitazioni vere e proprie, le “Iron Wolfe”, che inizieranno a giugno, sempre in Lituania.

Mentre più a sud, nel mar Nero, dal 5 al 13 aprile, cinque unità del Standing NATO Maritime Group Two (SNMG2) avevano preso parte all’esercitazione “Sea Shield”, con oltre 20 vascelli di USA, Romania, Bulgaria, Canada, Grecia, Paesi Bassi e Turchia che operavano nel Maritime Patrol Aircraft (MPA), ecco che, ancora nell’area baltica, l’Ungheria si appresta a guidare a maggio la NATO’s Baltic Air Policing, con caccia JAS-39 Gripen di stanza alla base di Šiauliai in Lituania.

A questa missione “di polizia”, la Spagna parteciperà con F-18 di stanza a Šiauliai e la Gran Bretagna con Eurofighter di base a Ämari, in Estonia. E’ questo, secondo il sito ufficiale della NATO, il cinquantesimo dispiegamento del Baltic Air Policing dal 2004 (da quando cioè Estonia, Lettonia e Lituania hanno aderito alla NATO) condotto a turno da tutti i Paesi membri dell’Alleanza atlantica, Italia compresa, naturalmente.

Le manovre estoni cominciate ieri, interessano le contee settentrionali di Lääne-Virumaa e Ida-Virumaa, a est di Tallin; la parte propriamente operativa delle esercitazioni aero-terrestri si svolgerà dal 2 al 10 maggio. Oltre a truppe estoni e milizia volontaria Kaitseliit, vi prendono parte militari francesi e britannici del Battaglione multinazionale schierato nel Paese, oltre a soldati USA, tedeschi, belgi, canadesi, lituani, lettoni, finlandesi, georgiani e ucraini. E’ previsto l’impiego di un paio di centinaia di mezzi corazzati, tra cui carri Challenger-2 e Leclerc, trasporti truppe Warrior; per la parte aerea: caccia Eurofighter tedeschi e britannici, velivoli d’assalto Su-22 polacchi, elicotteri Wildcat e Apache britannici, e Pave Hawk USA. La parte marittima delle esercitazioni verrà condotta da unità estoni dal 6 al 9 maggio.

Il lato, per così dire, sarcastico, della storia è che lo Stato maggiore estone si è rivolto alla popolazione, affinché mostri “comprensione” per il temporaneo disagio dovuto al via vai di mezzi militari e alle restrizioni della circolazione ai mezzi civili, per il rumore provocato da blindati, aerei e sparatorie nei poligoni.

Lo Stato maggiore invita i civili a prestare “maggiore attenzione ai bambini e agli animali domestici”, assicurando che eventuali danni “verranno compensati”. Sputnik Estonia nota anche come, certo non casualmente, la principale parte operativa delle manovre sia stata fatta coincidere con le celebrazioni del Giorno della Vittoria, il 9 maggio, proprio in un’area abitata da popolazione prevalentemente russa, come le zone di Sillamae e Vaivara, Oru e Voka, Jõhvi, Ahtme e Sompa.

D’altronde, non da ora, si sottolinea il ruolo giocato dall’isteria della “minaccia russa” nel sostenere gli interessi del complesso militare-industriale. L’esperto Aleksandr Pylaev rileva su Sputnik.ru come le esercitazioni militari, soprattutto oggi, servano da volano “all’attuale amministrazione statunitense, che sta cercando in tutti i modi di spingere i paesi NATO ad aumentare la quota del PIL destinata a spese militari.

Per fare un esempio, le passate manovre NATO in Norvegia – le più estese dai tempi della Guerra Fredda, con il coinvolgimento di 29 paesi, oltre 50 vascelli, 250 aerei, diecimila mezzi di trasporto e cinquantamila uomini – sono costate non pochi soldi ai Paesi NATO: 180 voli e 60 navi noleggiate, soltanto per il trasferimento di equipaggiamenti e personale, senza contare i costi per munizioni, carburante, ecc. Secondo Sputnik, il volume di contratti con le sole società norvegesi per far fronte alle esercitazioni era stato stimato in 159 milioni di euro.

Nel maggio 2016, quando gli Stati Uniti iniziarono a dispiegare i sistemi di “difesa missilistica in Europa”, ricorda Pylaev, Vladimir Putin affermò che la Russia non si sarebbe lasciata trascinare in una nuova corsa agli armamenti, ma avrebbe fatto comunque di tutto per preservare “l’equilibrio strategico delle forze e prevenire conflitti militari su larga scala”.

Ed ecco che la Russia, secondo i dati pubblicati ieri del SIPRI (per alcuni Paesi, le cifre si discostano in più o in meno da quelle calcolate dal Jane’s Defence Budget), ha lasciato la quinta posizione mondiale per spese in armamenti, che occupava dal 2006, ed è ora sesta, dietro a USA (649 miliardi $), Cina (250), Arabia Saudita (67,6), India (66,5) e Francia (63,8); a questi primi 5 Paesi va il “record” del 60% delle spese militari mondiali che, complessivamente, si sono attestate a 1.882 miliardi $ (di cui 1.470 ai primi 15 Paesi del mondo): vale a dire che, prima ancora che il governo giallo-razzista approvasse la Legge sulla “legittima difesa”, lo scorso anno ogni abitante del pianeta “ha speso” in armi 239 dollari.

Tuttavia la Russia, pur scendendo al 6° posto per la spesa, per la prima volta dagli anni 2000 è balzata alla 2° posizione (9,5% del commercio mondiale) per vendita di armamenti, tra USA (57%) e Gran Bretagna (9%). Secondo il SIPRI, nel periodo 2014-2018, il 75% del volume complessivo di export di armamenti è stato realizzato da USA (36%), Russia (21%), Francia (6,8%), Germania (6,4%) e Cina (5,2%); seguono Gran Bretagna (4,2%), Spagna (3,2%), Israele (3,1%), Italia (2,3%).

Ma il SIPRI segnala anche come vari Paesi dell’Europa centrale e orientale abbiano notevolmente aumentato le spese militari nel 2018: la Polonia del 8,9% e l’Ucraina addirittura del 21%, arrivando a 4,8 miliardi $; aumenti tra il 18 e il 24% anche per Bulgaria, Lettonia, Lituania e Romania; la spesa complessiva dei 29 Paesi NATO è stata di 963 mld $, pari al 53% della spesa mondiale.

Tutto ciò è dovuto, afferma Pieter Wezeman del SIPRI, “alla crescente percezione di una minaccia proveniente dalla Russia”, anche a dispetto del “fatto che le spese militari russe siano diminuite negli ultimi due anni”. Secondo i calcoli del SIPRI, la spesa militare russa nel 2018 è stata di 61,4 miliardi di dollari, diminuita del 3,5% rispetto al 2017, pur se, come ricorda la russa RT, nel rating mondiale stilato lo scorso anno da Business Insider, la Russia occupava il secondo posto per potenza militare, dietro a USA e davanti a Cina, India e Francia.

Dunque, è per prevenire la “minaccia russa” che si devono avviare esercitazioni sempre più estese e sempre più costose.

Le industrie delle armi ringraziano.

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Venezuela - Nuovo tentativo di golpe, già sventato


Senza tregua, l’imperialismo statunitense continua a cercare di rovesciare con mezzi violenti il legittimo governo di Nicolas Maduro.

Juan Guaidò ha chiamato alla “sollevazione” i militari presentandosi nei pressi de La Carlota, base dell’aviazione venezuelana, attorniato da militari armati con fucili – secondo un piano palesemente preparato – proclama quello che di fatto è un colpo di stato, invitando la gente a scendere per strada.

Vicino a lui uno dei peggiori protagonisti della storia politica recente del paese, quel Leopoldo Lopez (accusato di numerosi crimini) che i militari golpisti stanotte hanno prelevato dalla residenza dov’era detenuto agli arresti domiciliari, assumendosi così la responsabilità di rimettere in strada un criminale.

Il governo, con un tweet di Jorge Rogriguez, ha avvisato la popolazione per informarla che le forze regolari hanno già provveduto a “disattivare” il gruppo di traditori. E smentisce che la base aerea sia stata “presa” dai golpisti.

“Nessuna installazione militare è stata violata nel paese, sono per strada nel distributore di Altamira e stiamo dirigendo le operazioni dalla base aerea di La Carlota”, ha spiegato poi Diodado Cabello, presidente dell’Assemblea Nazionale Costituente.

Allo stesso modo, il governo nazionale ha invitato il popolo venezuelano a trasferirsi a Miraflores per respingere il tentativo di colpo di stato.

All’inizio di questo martedì il vicepresidente della comunicazione, Jorge Rodríguez, ha riferito che un gruppo di soldati si trovava nel distributore di Altamira, nella parte orientale di Caracas, per promuovere un colpo di stato insieme all’estrema destra.

Il Venezuela è stato sottoposto negli ultimi mesi a un assedio internazionale che ha incluso il sostegno degli Stati Uniti all’autoproclamazione come presidente ad interim del deputato dell’opposizione Juan Guaidó, che è stato denunciato come un continuo colpo del governo nazionale.

Le autorità delle diverse istituzioni dello Stato hanno stabilito una posizione di rifiuto del tentato colpo di stato.

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30 aprile 1975 - La Liberazione del Vietnam

Il 30 aprile 1975 i Vietcong e i soldati dell’esercito del Vietnam del Nord entrano a Saigon, capitale del cosiddetto Vietnam del Sud, ponendo fine al regime fantoccio sostenuto dagli Stati Uniti. Un successo militare e, soprattutto, politico della lunga lotta di liberazione nazionale condotta dal popolo vietnamita il quale nel corso di un paio di decenni sconfisse prima il colonialismo francese e poi le forze di aggressione dell’imperialismo statunitense.

Nonostante decenni di criminali bombardamenti dal cielo da parte delle “fortezze volanti” USA sulle città del Vietnam del Nord, nonostante quasi 500.000 soldati americani che erano stati inviati a combattere sul terreno, nonostante l’evidente sproporzione di uomini, forze e mezzi la resistenza del Vietnam si impose a dispetto degli strateghi delle varie accademie militari americane e delle teste d’uovo di Washington.

Una grande impresa collettiva, costata sangue, sacrifici e lutti, che trionfò grazie alla lungimiranza, alla strategia e alla tattica del Partito Comunista del Vietnam, del suo segretario Ho Chi Minh e di veri e propri scienziati dell’arte della guerra come il Generale Giap.

Una grande epopea che ebbe il sostegno entusiasta da parte di un vasto ed articolato movimento di solidarietà internazionalista a scala globale e l’appoggio materiale di paesi come l’Unione Sovietica e la Cina i quali compresero perfettamente che l’aggressione al Vietnam era una tappa della più generale lotta tra “capitalismo versus socialismo” che si combatteva in tutto il continente.

Ricordiamo la liberazione di Saigon consapevoli che – ancora oggi – al di là della narrazione dominante circa l’ineluttabilità del capitalismo e dei suoi odiosi rapporti sociali – l’Imperialismo continua ad essere una tigre di carta e che il popolo, solo il popolo, è la forza motrice della storia!


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Affinità-divergenze tra la compagna Greta e noi

E l’acqua si riempie di schiuma il cielo di fumi
la chimica lebbra distrugge la vita nei fiumi,
uccelli che volano a stento malati di morte
il freddo interesse alla vita ha sbarrato le porte.
Un’isola intera ha trovato nel mare una tomba
il falso progresso ha voluto provare una bomba,
poi pioggia che toglie la sete alla terra che è vita
invece le porta la morte perché è radioattiva.
Pierangelo Bertoli


Nelle ultime settimane si è imposto al centro del dibattito, in forme nuove e inedite, il tema dell’ambientalismo. Ci sono state enormi manifestazioni in tutto il mondo; di particolare rilievo anche quelle che si sono tenute in Italia, soprattutto se si considera la difficoltà di mobilitazione delle masse che attualmente affrontano i vari movimenti politici.

Il movimento ambientalista cova in sé valori e visioni del mondo condivisibili e ricchi di potenzialità. La battaglia per la difesa dell’ambiente è la nostra battaglia e deve essere una priorità per chiunque oggi faccia lo sforzo di provare a immaginare un’alternativa al sistema economico dominante. Al contrario, la particolare sfumatura di ‘radicalismo chiacchierone’, stando alla quale occuparsi dell’ambiente prima di avere abbattuto il capitalismo sarebbe un vezzo borghese, è semplicemente una stupidaggine, buona soltanto per fornire una giustificazione alla propria inutilità e marginalità.

Tuttavia, è importante individuare potenziali elementi contraddittori del movimento che in questi giorni ha riacceso i riflettori su una tematica così importante, elementi che, spesso contro la stessa volontà soggettiva di chi è impegnato in sacrosante battaglie, finiscono per rendere molte istanze pienamente compatibili con gli equilibri dell’ordine socio-economico costituito.

La principale grande contraddizione di alcuni movimenti ambientalisti, una parte dei quali convergenti nelle più recenti mobilitazioni di piazza, è quella di non individuare nel modo di produzione dominante la vera causa dell’inquinamento ambientale, della distruzione degli ecosistemi e dei paesaggi, nonché del fragile equilibrio che esiste tra natura e uomo. In secondo luogo, in molti movimenti ambientalisti – sorti a partire dagli anni ’80 come valvola di sfogo del riflusso che era seguito alla sconfitta dei movimenti della sinistra extra-parlamentare del decennio precedente – si è avuta la forte tendenza a sostituire alla critica dello sfruttamento del lavoro la critica dello sfruttamento dell’ambiente in quanto tale, come dinamica separata dallo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

Questa mancata considerazione della centralità del modo di produzione capitalistico ha tre immediate conseguenze:

- il richiamo a buone azioni individuali da parte del singolo come apparente e falsa soluzione del problema;

- un orizzonte di azione limitato, per cui l’obiettivo di fondo sarebbe risolvere le problematiche ambientali anche in un’ottica di piena compatibilità con il modo di produzione capitalistico;

- la non individuazione del fatto che, senza la messa in discussione delle basi del sistema economico dominante, forti interessi imprenditoriali sono perfettamente in grado di cavalcare l’onda ambientalista investendo, spesso sostenuti da lauti finanziamenti pubblici, in settori del cosiddetto ‘capitalismo verde’, con tutte le conseguenze distributive che ciò comporta.

Un’analisi più approfondita degli stretti legami tra modo di produzione e ambiente può invece contribuire a evitare alcune delle potenziali derive del movimento ambientalista, la cui nascita e crescita è sicuramente un’opportunità per migliorare il rapporto tra l’uomo e la natura. Proprio per rendere questo movimento più forte, e la sua azione più efficace, confidando che la critica sia costruttiva e che il movimento esca rafforzato dal dibattito interno, proviamo ad affrontare le tre questioni più analiticamente.

Le buone azioni individuali come apparente e falsa soluzione del problema

Nel recente dibattito sui cambiamenti climatici o sui problemi dell’inquinamento ambientale, spesso si sentono appelli generici all’adozione di comportamenti individuali virtuosi e rispettosi dell’ambiente, quasi fosse la via preferenziale per risolvere gli squilibri causati dalle azioni antropiche sugli equilibri naturali. Si tratta di un ambientalismo che potremmo definire ‘individualista’ nel metodo e nel merito. Stando a questo approccio, l’azione individuale, anziché quella collettiva, viene vista come mezzo per raggiungere gli obiettivi preposti. Da un lato, si tende a far ricadere le responsabilità sul singolo consumatore che utilizza troppa plastica, che non effettua la raccolta differenziata o che prende la macchina per andare al lavoro. Dall’altro, si pone l’attenzione su comportamenti del singolo individuo, spesso non controllabili, non verificabili o magari, in alcuni casi, neanche realmente inquinanti e allo stesso tempo si sorvola sulle gigantesche responsabilità delle grandi industrie che producono adottando tecnologie altamente inquinanti e devastando interi territori.

Peraltro, senza cambiare il sistema di produzione tramite regole, è difficile che il singolo modifichi i propri comportamenti: ad esempio, finché si confeziona in plastica ogni prodotto è molto difficile che il consumatore litighi con ogni commerciante per come viene impacchettata la merce acquistata. È possibile che qualcuno lo faccia, ma nei grandi numeri questo non avviene per ovvie ragioni (discorso simile si può fare per la delega al consumatore del controllo fiscale del commerciante mediante la richiesta dello scontrino).

Il ‘tipico’ ragionamento errato è il seguente: se io riuso il mio sacchetto della spesa, magari anche non di plastica, e lo dico ai miei amici e tutti i miei amici lo dicono ai loro amici, prima o poi non si userà più plastica, e (forse) questi sacchetti non saranno più prodotti. Un ragionamento diverso potrebbe, invece, essere il seguente: tramite un aperto impegno politico ottengo una legge che vieti l’utilizzo di sacchetti in plastica nei supermercati. Nel primo caso si ha un ragionamento autoassolvente – poiché è verosimile che la mia singola condotta tendenzialmente non cambierà niente – che appaga la coscienza senza che siano richiesti grandi sforzi. Nel secondo caso si può aspirare a ottenere il risultato sperato, ma è molto più faticoso: bisogna aderire ad un partito o fare pressione su un partito perché proponga e approvi la legge, oppure raccogliere firme, sensibilizzare l’opinione pubblica... in poche parole, occorre attivarsi realmente.

L’ambientalismo individualista produce, inoltre, un effetto di selezione avversa per cui l’ambientalismo stesso diviene un orpello dei ricchi o di chi può permetterselo, scatenando rabbia e invidia sociale nei poveri, spesso la maggioranza. Il caso dei gilet gialli è il più lampante, ma pensiamo a quanto sia difficile utilizzare biciclette anziché automobili da parte di chi non vive vicino al posto di lavoro e deve ogni giorno attraversare la città dalla periferia al centro e ritorno, con ogni condizione climatica: la colpa dell’inquinamento non può pertanto essere affibbiata al lavoratore che, oltre che essere sfruttato, dovrebbe sentirsi anche in colpa per l’inquinamento. Piuttosto, andrebbe considerato il fatto che il sistema non offre alternative efficaci a basso inquinamento, quali un sistema di mezzi pubblici funzionante e capillare.

È evidente, del resto, che l’apparato di potere politico-mediatico che sostiene il sistema di relazioni economiche dominante lavora alacremente per alimentare il sentimento ambientalista individualista, rinfocolando il senso di colpa dei singoli individui consumatori, rei di praticare comportamenti non virtuosi, per assolvere indirettamente i veri protagonisti della distruzione del pianeta: le grandi imprese che devastano ogni giorno ambiente e territorio.

In sostanza, l’ambientalismo non può essere individuale o ‘a misura d’uomo’: per affrontare questi temi, anche coinvolgendo la comunità scientifica che già da anni pone questioni e soluzioni, criticità e risposte, occorre riconoscere che solo tramite la politica e l’azione collettiva si può cambiare il mondo. Il primo passo sarebbe, pertanto, comprendere che la causa prima dell’inquinamento non è una filosofica malvagità umana, ma piuttosto una pratica economica quale il capitalismo, e in particolare il liberismo e il progressivo arretramento dello Stato davanti all’avanzare del mercato.

La limitatezza dell’orizzonte di azione e la compatibilità con il modo di produzione capitalistico

A ciò si lega il secondo aspetto critico: è vacuo, contraddittorio o persino controproducente portare avanti una battaglia seriamente ambientalista senza combattere al contempo il sistema di produzione che danneggia l’ambiente, cioè il capitalismo in quanto tale. Il capitalismo in sé, un sistema basato sul mero incremento del profitto, tende, oltre a generare il sistematico sfruttamento dell’uomo sull’uomo, ad un inevitabile sfruttamento delle risorse naturali. È davvero ragionevole sperare che un sistema che produce povertà e disuguaglianze possa essere limitato sulla base di sincere remore ambientali? Va, tuttavia, anche detto che una regolazione finalizzata quantomeno a limitare la devastazione dell’ambiente e delle risorse naturali è in via ipotetica pensabile (e da diversi paesi almeno in parte già attuata) anche dentro al modo di produzione corrente, tramite forme più o meno blande di tutele ambientali che non intaccano in modo rilevante gli interessi dei capitalisti. Il problema diventa allora capire su chi ricade, in termini di distribuzione degli oneri, il costo della salvaguardia dell’ambiente. Ecco che la questione ambientale non può essere in alcun modo disgiunta da quella sociale e distributiva, a livello nazionale e internazionale. L’uso di tecnologie meno inquinanti, la riconversione della produzione, la capacità di riciclare ciò che è riciclabile, sono azioni costose i cui costi possono essere variamente distribuiti a seconda di scelte eminentemente politiche. In paesi dove si vive con meno di un dollaro al giorno, e si muore di fame, non molti avranno a cuore l’ambiente, pressati da problemi più urgenti, e, se anche ci fosse la volontà, mancherebbero le risorse materiali. Laddove, invece, nei paesi ricchi vi siano risorse potenziali abbondanti per abbattere l’inquinamento, occorre chiedersi chi si stia davvero sobbarcando i costi della possibile transizione ecologica.

Non è quindi possibile scindere la critica allo sfruttamento dell’ambiente dalla critica allo sfruttamento dell’uomo. Credere che sia sufficiente una sensibilizzazione dei decisori di politica ambientale sui danni che il sistema economico arreca all’ambiente a beneficio della collettività, fuori da una più generale critica dei meccanismi capitalistici, è nel migliore dei casi una mera illusione, nel peggiore una concezione che non tiene conto in alcun modo dell’impatto distributivo della tutela dell’ambiente.

Il ‘capitalismo verde’, ossia come gli interessi dominanti sono in grado di cavalcare l’onda ambientalista

Questo ragionamento ci porta in modo naturale alla terza considerazione e contraddizione. È ormai da diversi anni nota la capacità del capitalismo di fagocitare il tema ambientale, depotenziandolo e trasformandolo in occasione di profitto. Da almeno due-tre decenni si parla di ‘capitalismo verde’ in riferimento a tutto quel mondo, in rapida crescita, di imprese, spesso grandi multinazionali, dedite alla produzione di energie rinnovabili oppure che si fregiano di adottare tecnologie produttive ad un più basso tasso di emissioni inquinanti. Qui il problema è duplice.

Da un lato si pone una questione di direzione della ricaduta dei costi della riconversione ecologica. Sovente le imprese che producono energie rinnovabili ricevono fiumi di sussidi dai governi, pagati tramite la fiscalità generale che è sostenuta nell’essenziale dai lavoratori. A riguardo, il Catalogo dei sussidi ambientalmente dannosi e dei sussidi ambientalmente favorevoli (una sorta di censimento dei sussidi statali curato dal Ministero per l’Ambiente) indica che, nel 2016, dei 41 miliardi di aiuti al sistema produttivo (che si sostanziano in sgravi fiscali e sussidi diretti), ben 16 sono stati considerati ‘ambientalmente favorevoli’, e pertanto assimilabili a varie realtà operanti nel variegato universo del capitalismo verde.

Dall’altro, ed emblematica è a riguardo l’attualissima vicenda francese, le misure proposte per ridurre l’inquinamento da parte dei governi passano per la maggior tassazione di beni inquinanti il cui uso ricade essenzialmente sulle fasce di reddito basse e medie (come l’automobile). Se si vuole avere come bussola un impatto distributivo non regressivo di una politica ambientale, il primo passo è rifiutare ogni delega della stessa al mercato. Politiche di tutela dell’ambiente e di riduzione dell’inquinamento non possono che passare per un intervento pubblico di pianificazione e controllo, che non rimetta nelle mani degli attori privati tramite gli incentivi di mercato la gestione dei processi e che non incida in modo iniquo sulla distribuzione del reddito, facendo pesare i costi della riconversione ecologica sulle fasce più deboli della popolazione tramite politiche fiscali di stampo regressivo. Tutto l’opposto insomma di quelle politiche ‘ambientaliste’ di stampo liberista che delegano al mercato la soluzione dell’inquinamento e che hanno fatto esplodere in Francia la sacrosanta protesta dei gilet gialli contro l’ultraliberista e ambientalista à la page Emmanuel Macron.

Per concludere

La cura dell’ambiente e della natura è una priorità assoluta per la stessa sopravvivenza dell’uomo e per una buona vita sana, equilibrata e rispettosa del contesto in cui l’uomo vive, ovvero il pianeta Terra. Se però si inverte la logica e la tutela della natura diviene un obiettivo quasi autonomo dalla tutela della dignità umana e dalla lotta contro ogni sfruttamento, si può finire risucchiati in un vicolo stretto e senza uscita. È per molti aspetti vero che l’economia di mercato non tollera alcun limite alla massimizzazione del profitto, ivi compreso il limite al libero sfruttamento dell’ambiente, della terra, dei mari e dell’aria; allo stesso tempo è anche vero che, alla lunga, lo sviluppo tecnologico potrebbe dar vita a tecnologie sempre meno distruttive dell’ambiente e sempre meno costose. E tuttavia, se anche questo mai accadesse, il capitalismo, per sua stessa definizione e tensione naturale, continuerebbe a perpetrare il quotidiano sfruttamento sistematico dell’essere umano. A quel punto, un ambientalismo che non parta dal presupposto della critica del modo di produzione capitalistico e dello sfruttamento del lavoro si potrebbe perfettamente conciliare con quel modo di produzione che pratica l’annichilimento dell’essere umano per la massimizzazione del profitto: una conclusione che demolirebbe lo stesso fondamento umanistico di ogni concezione solidaristica del mondo cui l’ambientalismo tuttavia si richiama.

In conclusione, ambientalismo ed ecologismo possono essere forze propulsive dell’emancipazione e della solidarietà, se inseriti in una visione più generale dei rapporti sociali che parta da una critica radicale del modo di produzione dominante e da una proposta radicale di trasformazione dei rapporti sociali. Bisogna rivendicare un mondo sano, un ambiente salubre e una Terra pulita per il miglioramento della qualità della vita umana in armonia con il contesto naturale. Del resto, di un mondo pulito dove vivono esseri umani in catene, cosa ce ne faremmo?

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Tragedia sfiorata all’ArcelorMittal: onda di acciaio liquido investe linea con operai al lavoro

Durante il turno di notte di domenica 28 aprile, alle ore 3.30, nel reparto colata continua 1 dello stabilimento ArcelorMittal di Taranto si è verificato un grave incidente che ha posto a serio rischio la vita dei lavoratori.

Durante la fase di colata un’onda di acciaio incandescente ha investito tutta la linea coprendo il coperchio della lingottiera.

Per fortuna gli operatori in quel momento erano nel pulpitino ma solo qualche minuto prima effettuavano il cambio tubo (come da programma). Gli operatori prima dell’onda di acciaio hanno sentito un forte boato e hanno potuto mettersi in salvo.

Si è sfiorata una tragedia che poteva coinvolgere diversi lavoratori in maniera irreparabile. Questa tipologia di evento incidentale si è verificata diverse volte anche in passato, ogni volta i lavoratori escono incolumi per pura fortuna ed ogni volta puntualmente denunciamo l’accaduto.

Ancora più grave è il fatto che questa mattina i responsabili dello stabilimento hanno ordinato la ripartenza della linea senza aver compreso cosa è realmente successo e che cosa ha causato l’esplosione e la conseguente onda di acciaio liquido che ha investito la linea dove operano i lavoratori.

Torniamo quindi a giocare con la vita dei lavoratori e chi gestisce questi impianti non è in grado di garantire la sicurezza.

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PD, ossia gli “antifascisti” del “ma anche” un po’ amici dei fascisti

Oggi – riferiscono le agenzie di stampa – il segretario metropolitano del Pd di Milano, Silvia Roggiani, parteciperà alla commemorazione istituzionale in memoria “di due vittime della violenza politica, Sergio Ramelli ed Enrico Pedenovi”. Lo ha annunciato la stessa Roggiani in una nota nella quale condanna la scelta della destra milanese di sfidare (sempre lunedì, ma nel pomeriggio) il divieto di corteo imposto nei giorni scorsi dal prefetto.

“Estrema destra, criminalità organizzata e tifoserie sempre più legate in un groviglio di intrecci pericoloso. Tra loro ci sono quelli che alla vigilia del 25 Aprile hanno oltraggiato Milano con un omaggio al duce, e sono gli stessi che adesso si preparano a sfidare il divieto della Prefettura e sfilare in un corteo che inneggia a valori fascisti contrari alla nostra Costituzione”, ha sottolineato Roggiani.

L’esponente dem ha quindi spiegato che lunedì 29 aprile parteciperà “alla commemorazione istituzionale in memoria di due vittime della violenza politica, Sergio Ramelli ed Enrico Pedenovi, mentre nel pomeriggio il Pd Milano Metropolitana sarà al fianco dell’Anpi e delle forze antifasciste, in piazzale Dateo, per ricordare un altro assassinio politico, quello di Gaetano Amoroso, e condannare chi vuole resuscitare l’ideologia fascista”, ucciso nel 1976 da militanti di estrema destra.

Vi ricorda qualcosa? È l’”equidistanza” di Veltroni, che da sindaco di Roma intitolava un parco pubblico a Valerio Verbano e contemporaneamente concedeva a Casapound il palazzo centralissimo – via Napoleone III, a cento metri dalla stazione Termini – per farne la base operativa dello squadrismo fascista.

E’ l’”equidistanza” di Luciano Violante, che nel discorso di accettazione della nomina a presidente della Camera, lanciò un pensiero nostalgico ai “ragazzi di Salò”, ossia ai repubblichini nazifascisti che collaboravano con le SS nella guerra contro i partigiani e gli Alleati.

Ecco, chi ritiene di dover essere “equidistante” tra i criminali contro l’umanità e i combattenti per la libertà è politicamente una barricata a difesa del fascismo. Sono questi quelli che lo hanno ri-legittimato, giustificandolo, proteggendolo, coccolandolo. Fino a consegnare al Salvini di turno un “senso comune di massa” su cui pasteggiare elettoralmente.

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lunedì 29 aprile 2019

Donbass: passaporti dalla Russia, più bombe dall’Ucraina

La situazione militare nel Donbass aggredito dai nazigolpisti ucraini continua a rimanere oltremodo tesa. Nelle ultime 72 ore, sul territorio della Repubblica popolare di Lugansk, mortai da 82 e 120 mm e lanciarazzi anticarro hanno colpito in particolare gli agglomerati di Kalinovo e Frunze, i villaggi di Lozovoe, Prišib, Krasnyj Liman, Želobok e il borgo di Moločnoe.

Nella Repubblica popolare di Donetsk, armi di vario calibro – mortai, lanciagranate, cannoncini di mezzi blindati – hanno bersagliato il cosiddetto “Volvo-tsentr”, nell’area del terminale aeroportuale di Donetsk, oltre ai borghi di Veseloe, Spartak, Aleksandrovka e, all’immediata periferia del capoluogo repubblicano, Jasinovataja e Vasilevka; colpita ieri Sakhanka, nel sud della Repubblica.

Le milizie della DNR hanno messo in guardia i civili di Gorlovka sull’arrivo, nell’area di stanza della 53° Brigata meccanizzata, di cecchini ucraini, che hanno l’ordine di sparare su qualsiasi obiettivo, militare o civile, e hanno dato l’allarme sull’arrivo, nell’area di Krasnogorovka, di unità addizionali del 74° Battaglione da ricognizione, specializzate in operazioni di sabotaggio.

Alla tragedia della guerra, si è aggiunto il dramma dei 17 minatori rimasti sepolti nella miniera di “Skhidkarbon” in seguito a uno scoppio di metano, nel villaggio di Jurevka, nella LNR e i cui corpi sono stati recuperati sabato scorso.

E’ in questo scenario che si inquadra la cronaca della settimana susseguente all’elezione alla presidenza dell’Ucraina del “uomo nuovo” Vladimir Zelenskij. Una cronaca che ha visto, per un verso, una discussione oltremodo futile – tanto chiare sono apparse da subito le posizioni del successore di Petro Porošenko – sulle reali intenzioni del neoeletto Presidente di por fine all’aggressione al Donbass e, per un altro, la fulminea (anche se attesa da tempo) decisione di Vladimir Putin sulla semplificazione delle procedure per la concessione del passaporto russo a tutti gli abitanti di DNR e LNR che lo desiderino.

Se anche prima delle elezioni sussistevano pochi dubbi sull’atteggiamento di Zelenskij verso la questione del Donbass, con le ripetute dichiarazioni a proposito di “feccia del Donbass”, “separatisti”, “banditi che saranno puniti”, ecc., le esternazioni del suo stretto entourage, immediatamente dopo il voto del 21 aprile, hanno tolto ogni dubbio. Vengono rifiutati in toto i punti cardine degli accordi di Minsk del febbraio 2015: niente status speciale per il Donbass; niente amnistia alle milizie; niente dialogo diretto con DNR e LNR, ma colloqui con Mosca, tramite l’intermediazione di Washington e Londra; addirittura, la pretesa di aggiungere USA e Gran Bretagna al “formato normanno” di Francia, Germania, Russia e Ucraina.

Infine, immediatamente a ridosso del decreto putiniano del 24 aprile sui passaporti, la conferma che l’aggressione, nelle intenzioni di Kiev, andrà avanti per almeno altri cinque anni, incentivando le truppe con il miraggio dell’aumento della paga. Ma, visto che sin dall’inizio dell’attacco i golpisti non sono mai riusciti a venire a capo della resistenza dei giovani di leva a esser spediti in prima linea, ecco l’idea dell’esercito volontario professionale, contrabbandata come “standard NATO”.

Ai volontari si promette, “entro cinque anni” – dunque, si presuppone che tanto debba durare ancora la guerra; inoltre, non è detto quando e come dovrebbe attuarsi la “riforma” – un aumento del soldo, dagli attuali 450 euro al mese per gli ufficiali, a oltre 1.000 euro per i soldati e 2.500 per gli ufficiali: una promessa peraltro già fatta cinque anni fa da Porošenko e mai mantenuta.

In sostanza, è a questa promessa di soldi che sembra ridursi il succo della nuova “dottrina militare di Zelenskij”, il cui autore è il suo consigliere militare, il colonnello della riserva Ivan Aparšin. Formalmente, il piano prevede che le funzioni di Comandante in capo (il Presidente) siano separate da quelle dello Stato maggiore: il secondo dovrebbe occuparsi di pianificazione della difesa e uso strategico delle forze armate; al Comando delle forze armate e di determinati reparti verrebbero affidati compiti di formazione e addestramento; al Quartier generale operativo riunito, l’impiego delle truppe.

Ora, osserva Aleksandr Zapolskis su iarex.ru, in ogni paese serio, quello della “dottrina militare” è un documento strutturato, che riassume l’analisi di tutti i fattori chiave che influenzeranno la sicurezza nazionale per un periodo da 10 a 20 o 25 anni. Quello di Zelenskij, invece, non è che un “calco approssimativo” del modello USA, ignora completamente le condizioni ucraine e manca di una chiara esposizione operativa dei problemi e dei modi per risolverli.

Dunque, nessuna proposta seria per por fine alla guerra nel Donbass; al contrario, le indicazioni russe per una risoluzione del conflitto vengono definite “inaccettabili per Kiev” dal principale consigliere di Zelenskij, il politologo Dmitrij Razumkov, secondo il quale si dovrebbe arrivare alla pace alle condizioni di Kiev, cioè sostituendo gli accordi di Minsk con un nuovo piano di risanamento. Ma, per Mosca, gli accordi del 2015 rimangono l’unica formula valida per la risoluzione del conflitto.

Così che il politologo russo Denis Denisov, sulle Izvestija, definisce una “reazione adeguata” la decisione sulla concessione dei passaporti: “questo documento va considerato come una reazione alla posizione assunta da Vladimir Zelenskij. La sua retorica è inaccettabile e, di conseguenza, è aumentato il rischio di un congelamento del conflitto o della sua risoluzione con la forza da parte ucraina”.

La Russia ha atteso che il neo-eletto presidente formulasse “una chiara posizione sulla risoluzione del conflitto” afferma Denisov; invece, da parte di Zelenskij e del suo entourage, si sono avute solo “dichiarazioni che non hanno certo ispirato ottimismo nella popolazione del Donbass. Ecco perché Vladimir Putin ha firmato il decreto”.

Oltretutto, c’è da dire che la concessione di passaporti a cittadini ucraini va avanti non da ora, nelle aree abitate da minoranze nazionali: lo fa Budapest con la Transcarpazia, Bucarest con l’area di Černovtsy, lo ha fatto Ankara con la Crimea; Varsavia distribuisce la “Carta del polacco” in alcune zone della Galizia. Ma, si sa: si tratta di Stati “europei” e Kiev, con quelli, non osa far la voce grossa.

Il 25 aprile, il giorno successivo alla firma del ukaz di Putin, il rappresentante ucraino all’ONU aveva chiesto la riunione d’urgenza del Consiglio di sicurezza ma, a parte la discussione, Kiev non ne ha ricavato nient’altro: la presidenza di turno (tedesca) ha semplicemente ignorato la richiesta ucraina di un comunicato di condanna dell’iniziativa russa e la questione non è stata nemmeno portata in votazione. Il risultato: già lunghe file di cittadini della LNR per la consegna dei documenti necessari alla richiesta di passaporto, che le autorità di Lugansk presenteranno agli uffici russi.

Tra i punti positivi del decreto sui passaporti (basti anche solo pensare alla stabilizzazione delle centinaia di migliaia di abitanti di DNR e LNR che lavorano in Russia) di primaria importanza è il fatto che Mosca avrà l’opportunità di influire più efficacemente nella crisi, in caso di provocazioni di Kiev: è il caso di ricordare l’esempio dell’aggressione della Georgia all’Ossetija del Sud nel 2008.

Sabato scorso, in margine al Forum di Pechino sul Belt and Road, oltre a dichiarare che Mosca potrebbe estendere a tutti gli ucraini la procedura semplificata sulla concessione dei passaporti, Vladimir Putin ha detto che il primo tema che affronterebbe in un eventuale incontro con Zelenskij sarebbe quello di come por fine alla guerra nel Donbass, dicendosi certo che gli stessi ucraini che lo hanno eletto attendono da lui la risoluzione del conflitto. Al tempo stesso, Putin ha ribadito che tale risoluzione non può aversi al di fuori degli accordi di Minsk, cui però contraddicono le dichiarazioni di Zelenskij.

Così, è con tale “nuova squadra” golpista che il Cremlino si trova ora a dover interloquire. Tra l’altro, Mosca dovrà anche tener conto di quanto potere effettivo rimarrà nelle mani del Presidente – “nuovo Presidente eletto”, lo qualificano alcuni media russi, mentre altri, con un giro di parole tra l’ambiguo e il caustico, come “l’individuo per cui ha votato più del 73% degli elettori” – se l’Ucraina andrà davvero, come prospettato dalla Banca Mondiale, verso una Repubblica parlamentare e alle elezioni legislative d’autunno la Rada vedrà una maggioranza schierata con la vecchia cerchia di Petro Porošenko.

Per quanto riguarda i rapporti interni ucraini, il Cremlino dovrà tener conto di quanto interesse abbia il clan di Igor Kolomojkij, che manovra il neo Presidente ucraino, all’avvicinamento tra Kiev e Mosca. In questo senso, a parere del politologo Rostislav Iščenko, determinante appare l’interesse di Kolomojskij a riallacciare in qualche modo i rapporti con il Cremlino, interrotti nel 2010 allorché l’oligarca si era accaparrato le quote delle raffinerie di Kremenčug, di proprietà della “Tatneft”, e con ciò stesso si era chiuso ogni spiraglio per continuare a fare affari in Russia. Ora, dice Iščenko, pur di riconciliarsi con Mosca e rientrare in possesso dei propri attivi sul territorio russo, Kolomojskij potrebbe esser disposto a concedere non solo DNR e LNR, ma le intere regioni di Donetsk e di Lugansk.

Riguardo ai rapporti esterni, ovviamente più decisivo sarà il ruolo che i padrini di Washington e di Bruxelles decideranno di assegnare ancora all’Ucraina golpista.

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Non fate finta di nulla: la baby gang di Manduria è espressione di un senso comune

“E voi, imparate che occorre vedere
e non guardare in aria; occorre agire
e non parlare. Questo mostro stava
una volta per governare il mondo!
I popoli lo spensero, ma ora non
cantiam vittoria troppo presto
il grembo da cui nacque è ancora fecondo“.

Bertolt Brecht

(La resistibile ascesa di Arturo Ui)

Antonio Stano, il 66enne di Manduria soccorso in casa dalla polizia il sei aprile scorso è morto in ospedale dopo circa 20 giorni di ricovero e due interventi. 14 ragazzi di cui 12 minorenni da anni picchiavano, seviziavano ed insultavano questo operaio pensionato che in paese era noto come “il pazzo” ma solo perché Antonio viveva isolato e abbandonato a se stesso. Antonio era terrorizzato e brutalizzato dai bulli che poi si scambiavano i video degli atroci maltrattamenti messi in atto nei confronti di Antonio su Whatsapp.

Ma perché succede questo? Perché è stato preso di mira proprio Antonio?

1. Antonio Stano era un uomo solo, non aveva famiglia né figli. Quella famiglia tradizionale che viene innalzata ora come un vessillo contro tutte le altre famiglie e/o forme di relazione e vs tutte le alterità tout court che vengono additate dalla nuova moderna reazione come devianze e perversioni che porterebbero all’autodistruzione dell’intera società;

2. Antonio Stano soffriva di disturbi mentali ma non era né assistito né supportato né aiutato da nessuna struttura. Mentre per Franco Basaglia la causa della malattia mentale risiedeva nella relazione tra individuo e società, per il nuovo/vecchio senso comune la malattia mentale ritorna ad essere una colpa atavica dell’individuo che pertanto deve essere punito, cancellato;

3. Antonio Stano era povero, viveva in una casa modestissima e la sua condizione psichica ed esistenziale non lo indussero a curare le apparenze, le pubbliche virtù e le convenzioni del piccolo centro di provincia. Anche la povertà , per il nuovo senso comune, per di più se non nascosta, occultata e se, addirittura, ostentata, è una colpa atavica dell’individuo che “non si è dato da fare”, che è uno “sfigato” , un “barbone” ecc… Comunque nemico del nuovo “decoro” sussunto anche dalla sinistra come nuovo valore fondante. Un principio che non si applica ai ricchi i quali non hanno bisogno di imporsi regole di decoro perchè il loro valore si manifesta nell’ostentazione del lusso e di uno stile di vita che tradisce l’assoluta noncuranza verso i limiti imposti a tutti gli altri mortali. Anzi, per i ricchi l”indecenza” è snob mentre ai poveri il decoro è imposto aizzando un ceto medio impoverito e impaurito alla ricerca del riconoscimento di status perduto. Il decoro come arma che serve ai detentori del potere quale giustificazione per reprimere e schiacciare le proteste di chi è escluso e deprivato di ogni diritto.

Chi ha seminato questo nuovo-vecchio senso comune?

La sinistra, appunto, da quando ha abbandonato gli ideali di solidarietà ed uguaglianza per sposare quelli dell’ultraliberismo e della competizione globale abbandonando gli ultimi, i diseredati e gli sfruttati al loro destino. E così ha cominciato a parlare di ” decoro” come una qualsiasi destra conservatrice e ci ha fatto pure una legge ad hoc.

Dopo l’attuazione del Decreto Minniti nei confronti dei migranti con la conseguente decisione di finanziare Stati dove i diritti umani sono quotidianamente violati, e dopo aver stabilito che i migranti non avevano diritto agli stessi gradi di giudizio degli italiani, la lotta contro i poveri e le persone colpite dalla crisi economica ( gli sfrattati, i licenziati, i disoccupati…) continuò, sempre nel 2017, con l’emanazione di un nuovo Decreto sempre a firma del Ministro dell’interno Minniti che dava facoltà ai sindaci di “normalizzare” le città adottando provvedimenti repressivi sempre contro le fasce deboli colpite dalla crisi sociale ed economica.

All’indomani del Decreto arrivarono le ordinanze dei Sindaci per “preservare il Decoro Urbano dei centri storici e la tranquillità” delle persone “ricche” e dei turisti portatori di denari non alle città, ma essenzialmente ai commercianti.

Così a Dicembre a Como un Sindaco leghista emanò un’ordinanza che vietava alla cittadinanza di donare cibo, bevande e vestiti ai poveri mentre la Polizia Locale arrivò al punto di impedire ai volontari della Caritas di fornire assistenza agli indigenti della città.

Così come al nord un Sindaco leghista utilizzò subito un decreto del ministro PD Minniti, così a Roma la giunta Cinque stelle si assoggettò tranquillamente all’ordine del governo PD, mandando i gruppi speciali della Polizia Locale a “bonificare” l’area vicino la stazione Termini dalla presenza di senza fissa dimora.

E la destra? La destra rappresentata dalla Lega Salviniana cui il M5S ha aperto autostrade( facendosi complice, fin qui, dei peggiori provvedimenti) mentre finge di ripristinare pezzi di welfare in caduta libera, alimenta la guerra tra poveri, semina odio razziale e si scaglia contro ogni differenza nel nome di una “identità” tradizionale che serve solo da premessa a giustificare derive autoritarie e repressive presenti e future.

Dunque, cosa c’era di meglio, in Italia, che ridare fiato ad un patriarcato in crisi profonda mentre si va a ripescare l’immagine di una donna sforna-figli ed angelo del focolare per “fermare la sostituzione etnica” e per ricondurre quest’ultima al “suo ruolo naturale”?

Ecco, questi concetti, che credevamo sepolti dalla storia, sono riemersi e viaggiano nei talk come non mai nei social network, forti di una nuova ri-leggittimazione dall’alto, che proviene direttamente da quei ministri della repubblica che godono pure del favore dei sondaggi. Almeno per ora non avranno uno sbocco legislativo ma stanno ri-seminando un nuovissimo-vecchissimo senso comune.

Nel deserto di idealità, progetti, utopie, la forza coesiva dell’odio e della paura, torna a fare da padrona e ci sgrava del peso della colpa e delle responsabilità, individuali e collettive. Si invoca una presunta “comunità” che ci restituisca l’ordine perduto.

Nelle fasi di crisi, in quelle economiche ma soprattutto in quelle di civiltà, lo straniero(ora il migrante), il diverso, il disadattato ed il “matto” sono tutti additati come portatori di dis-ordine che tuttavia ci possono confermare nell’ordine. È la loro dis-umanità che può confermare la nostra umanità. Questo paradosso in tedesco è illuminato dalla parola Un-mensch: bruto, letteralmente non-uomo. In una pagina tragica del novecento si crearono non-uomini e sottouomini (Untermenschen): mostri e pericoli da internare in lager e manicomi.

Anche nel nostro nuovo mondo globale animato da questo nuovo-vecchissimo sentiment non c’è posto per quelli come Antonio al quale non è certo bastato non essere un “negro” per sopravvivere a questa ondata di cieco e sordo rancore per i diversi, per gli ultimi, per i poveri, per i più sfortunati e per i “matti”.

In tal senso la baby bang di Manduria come tutti coloro che si sentono legittimati a commettere violenze nei confronto di immigrati( in primis i fascisti), omosessuali, diversamente abili, homeless e malati psichici coerentemente incarnano questo senso comune che è entrato di prepotenza nel discorso pubblico e che promana ormai da troppo tempo in quantità industriali da social, media mainstream e che pretende di occupare – ed occupa – spazi pubblici e pubbliche istituzioni.

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Fascisti e stupratori. Arrestato un consigliere di Casapound

Tanta fatica a farsi passare come “difensori degli abitanti delle periferie”, fieri difensori dei “tradizionali valori italici” contro “l’invasione” di islamici, neri e rom… e poi tutto ricasca nel solito cliché del fascista molto vigliacco e stupratore. Con una scena simile – tranne che nell’esito finale – a quella del massacro del Circeo (1975)...

Parliamo di un paio di membri di Casapound arrestati stamattina per “violenza sessuale di gruppo”. L’episodio è avvenuto il 12 aprile in un circolo privato di Viterbo, di cui avevano la “disponibilità esclusiva”, in quel momento riservato a una festa privata.

La vittima è una donna di 36 anni, a quanto pare anche lei simpatizzante del “movimento” neofascista. Secondo la ricostruzione degli inquirenti i due avrebbero fatto cercato di far ubriacare la donna prima di tentare “l’approccio sessuale”.

La donna si è comunque rifiutata e, di fronte alla sua resistenza l’hanno stordita a forza di pugni e poi hanno abusato sessualmente di lei per ore. Siccome sono anche dei “geni del crimine”, hanno filmato la loro “impresa” col cellulare... In pratica, una confessione a futura memoria.

Il più noto dei due stupratori è Francesco Chiricozzi, 21 anni, consigliere comunale eletto con Casapound a Vallerano, un comune in provincia di Viterbo. Ma anche l’altro, Marco Licci, 19 anni, sarebbe un militante dell’organizzazione politica di estrema destra.

Non ci sono da fare commenti, crediamo, perché la vicenda ha contorni decisamente netti e difficilmente si potranno trovare “politici” pronti a parlare di “goliardata”, “ragazzata”, “provocazione”, ecc, come invece avviene nei “normali” casi di aggressione neofascista. Magari si limiteranno a non chiedere, stavolta, “la castrazione chimica”.

Ma siamo certi che i boss del “movimento” ci proveranno, arrampicandosi sugli specchi. Di sicuro, però, non potranno dire “lo conoscevamo appena, non era dei nostri, passava di qui ogni tanto…”, come soliti fare quando un loro “frequentatore” – come Casseri a Firenze – spara sui migranti...

Certo, ripresentarsi come “bravi ragazzi premurosi” dalle parti di Casalbruciato o Torre Maura, sarà un po’ più complicato…

P.S. Ultim’ora. E infatti, non sapendo più che inventarsi, Csapound ha “sospeso i due in via cautelativa”…

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Io sto con i riders

Ha suscitato scandalo che un sito di riders, i fattorini che consegnano il cibo a casa, abbia pubblicato un elenco di attori, calciatori, cantanti, VIP riccastri, di manica stretta con le mance. Uno di costoro ha addirittura parlato di liste di proscrizione, di rischi di fascismo. Uno che cantava il ridicolo dei comunisti col rolex.

Altri moralisti da due soldi hanno detto che i riders dovrebbero pretendere una giusta paga e non le mance.

Ma guarda un po’ che sprovveduti questi lavoratori, che non lo sanno. Non sarà invece che hanno compiuto questa azione proprio per ricordare al mondo la loro condizione di sfruttamento e schiavismo? Sulla quale il governo con Di Maio aveva promesso di intervenire e poi non ha fatto NULLA. Nonostante una sentenza di Torino abbia riconosciuto alcuni diritti fondamentali dei lavoratori dipendenti a questi fattorini, che le imprese invece non vogliono riconoscere proprio come lavoratori.

Eppure senza i riders il business del cibo a casa non esiste, sono i fattorini che contano, non i manager delle multinazionali che li sfruttano. Questo han voluto far sapere i lavoratori con la lista dei ricchi tirchi. L’impresa del cibo a casa si fonda tutta sull’intelligenza e sulla fatica di chi lo consegna, a suo rischio e quasi a proprie spese.

I riders fanno bene a dare fastidio, anzi bisognerà sostenerli affinché ne riescano a dare di più. Perché hanno diritto ad un contratto, ad una paga dignitosa, alle ferie, alla malattia, all’assicurazione contro gli infortuni. Hanno diritto a ciò che secondo la nostra Costituzione è il LAVORO. Altrimenti è SCHIAVISMO. E gli schiavi fanno bene a ribellarsi, sempre e comunque, in modo materiale o virtuale, nelle strade o nella rete.

Lo scandalo non è la lista dei vip ricchi tirchi, lo scandalo è la condizione dei lavoratori.

IO STO COI RIDERS.

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Spagna - La “danza immobile”: nessuna maggioranza possibile



Siamo alle terze elezioni politiche in appena quattro anni, in Spagna, e neanche questa volta ci sarà una maggioranza politica chiara o almeno accettabilmente coesa.

La vittoria relativa va al Psoe (partito “socialista”) del premier uscente Pedro Sanchez, che cresce in misura notevole rispetto alla precedente legislatura, raggiungendo il 28,7% dei voti al momento e 123 seggi.

Seguono i “popolari” – destra ex franchista, guidata per anni dai corrotti Aznar e Rajoy – che subiscono un tracollo epocale, dimezzando i voti scendendo al 16,7%, che fruttano solo 66 seggi, nonostante si fossero affidati a un leader “ggiovane”, come Pablo Casado. Ne avevano 137, e questo dà la portata di quello che è comunque il peggior risultato di questo partito dalla fine della dittatura franchista: non era infatti mai sceso sotto i 100 deputati.

Segue la destra “movimentista” di Ciudadanos – un tentativo di mantenere il quadro “culturale” dei popolari, ma senza l’ingombrante presenza dei vecchi boss screditati – che ha raggiunto il 15,8% e 57 seggi. E sembra dunque, pur aumentando voti e seggi, aver perso la “spinta propulsiva” che l’aveva identificata come risposta moderata alla crisi della destra classica.

Al quarto posto c’è Podemos, anch’essa in crisi di credibilità (ha appoggiato dall’esterno il governo di Sanchez dopo le dimissioni di Rajoy), che raccoglie solo il 14,3% e 42 seggi.

Il vero vincitore sembra dunque il movimento di ultradestra Vox, che entra per la prima volta ne parlamento nazionale con poco più del 10% e 24 seggi.

Seguono poi le formazioni indipendentiste di Euskadi e Catalogna. Dai Paesi Baschi il moderato Pnv manda a Madri 6 deputati, mentre Eh Bildu – coalizione delle formazioni di sinistra – ne raccoglie quattro.

In Catalogna, Esquerra Repubblicana conquista 15 seggi, mentre JxCat (la formazione dell’ex presidente Puigdemont, ancora esule in Belgio) ne prende altri sette.

Proprio i partiti catalani avevano determinato la caduta del governo Sanchez, rifiutandosi di dare il consenso alla “legge di stabilità”, scritta – come per l’Italia e tutti i paesi dell’Unione Europea – sotto il rigido controllo di Bruxelles.

In realtà, però, il vero terreno di scontro è stata la questione dell’indipendenza catalana, cui il governo “socialista” non ha dato alcuna risposta, nemmeno sul piano della liberazione dei prigionieri politici. E stiamo parlando di parlamentari regolarmente eletti – Oriol Junqueras, Jordi Turull, Josep Rull e Jordi Sànchez – non di combattenti in clandestinità…

La questione dell’indipendenza catalana è, per contro, anche al centro della crescita della destra apertamente fascista, bigotta e vetero-cattolica di Vox, al cui leader Santiago Abascal ha dato il proprio entusiastico appoggio Matteo Salvini (che solo due anni fa fingeva di essere al fianco degli indipendentisti catalani!).

Comincia ora il solito rito alchemico delle possibili maggioranza per comporre un governo. Per raggiungere i 176 seggi indispensabili, infatti, nessuna delle combinazioni “logiche” (centrodestra e centrosinistra, per dirla con le parole della geografia parlamentare italiana) è infatti possibile. Né sul piano politico, né su quello numerico.

La destra, infatti, raggiunge al massimo i 143 imbarcando anche i fascisti di Vox (che però non hanno alcun interesse ad interrompere la propria ascesa accodandosi ai “moderati”). Mentre il “centrosinistra” si ferma a 165.

Determinanti, insomma, i voti “maledetti” delle diverse formazioni indipendentiste. Ma cosa possono offrire, in cambio, le vecchie concrezioni partitiche? Praticamente nulla.

La destra, infatti, riafferma insieme al re l’assoluta intangibilità della “patria”, ed esclude qualsiasi trattativa dopo essersi peraltro divisa sul grado di “fermezza” repressiva da contrapporre a baschi e catalani. Il centrismo “europeista” di Sanchez, al massimo, può proporre una mano più leggera da parte delle forze dell’ordine, ma non certo passi avanti verso una vera autonomia regionale. Perché questo farebbe al contrario crescere la destra nazionalista oltre che europeista.

Come si vede, le categorie usate dai media mainstream italiani non riescono neppure a cogliere la realtà dello scontro in Spagna. Ma non chiedetegli di fare ammenda. Non ne sono capaci.

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Caino e Caino

di Alessandra Daniele

“Io e Matteo Salvini abbiamo fatto grandi cose insieme” – Luigi Di Maio

Leghisti e grillini, il governo Grilloverde ha due facce. Entrambe come il culo.

Infatti i Gemelli Diversi che adesso fingono di litigare, per gli stessi squallidi motivi opportunistici per i quali prima fingevano d’andare d’accordo, sono entrambi prodotti della stessa linea commerciale.

Secondo la propaganda, Salvini è un leader naturale, sorto dal popolo per mano del popolo.

È una stronzata.

Salvini è al 100% un prodotto della propaganda.

Fin da quando ha ereditato la Lega dal clan Bossi, è stato sistematicamente ospitato tutte le sere da tutti i talk show esistenti, e lasciato padrone di sparare qualsiasi cazzata per ore senza contraddittorio, fra gli applausi scroscianti della claque.

Intanto, politologi ed editorialisti già elogiavano in coro il suo “acume politico” e il suo “irresistibile carisma”, definendolo l’unica alternativa possibile a Renzi.

Salvini è stato costruito come fail safe di Renzi.
È un Renzi riuscito. Finora.

È la faccia (semi)nuova del solito vecchio sistema di potere politico-affaristico.

Mentre lui secerne le sue stronzate quotidiane sui social, malcelati dietro il suo faccione ghignante tutti gli affari continuano esattamente come prima.

Il Movimento 5 Stelle finora ha fatto finta di niente solo per restare al governo. Se adesso Pupazzetto Di Maio, prodotto dalla Casaleggio come Ken dalla Mattel, improvvisamente sembra essersene accorto, è nel tentativo di recuperare qualche punto nei sondaggi.

Mentre l’Ilva, che il M5S aveva promesso di riconvertire, continua a intossicare e uccidere peggio di prima.

Ignorata finora dai media mainstream e dall’opposizione, perché quello firmato da Di Maio per l’llva è il piano Calenda. Del PD, che sta recuperando qualche punto nei sondaggi.

Il consenso si controlla coi media. I media si controllano col denaro. In un regime capitalista, la democrazia non può funzionare.

Può soltanto sfornare prodotti, pupazzi acchiappavoti, diversi solo nella maschera, nel rivestimento, nell’etichetta, identici nella sostanza. Senza principi, senza ideali, senza neanche idee proprie che non siano decise da un algoritmo Facebookinaro, o da un generatore automatico di motti del Duce.

“Noi molleremo dritto”. “Molti nemici, molti boia”.

Contractor di governo, complici e/o nemici a seconda delle convenienze del momento. Droni, smontabili e rimontabili fra loro come pezzi d’un ingranaggio.

Un ingranaggio che uccide.

Prodotti d’un sistema di potere e di pensiero che tutto considera, e tutto punta a trasformare in un prodotto di consumo.

Per consumarlo.

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domenica 28 aprile 2019

Gli effetti del liberismo sui sistemi scolastici del Nord Europa

L’école démocratique, giornale dell’Aped (Appel pour une école démocratique-Belgio) ha pubblicato nel suo numero di marzo un interessante dossier curato da Nico Hirtt sulla situazione dei sistemi scolastici dei paesi scandinavi1. Come è noto, tali sistemi hanno goduto, a partire dagli anni '70 del secolo scorso, di grande fama di egualitarismo associata all’ottenimento di ottimi risultati didattici. Una fama positiva, certamente giustificata, che tuttavia sembra oggi messa in discussione a causa delle trasformazioni liberiste introdotte soprattutto nel sistema scolastico della Svezia ma, in misura minore, anche in quello della Finlandia.

L’equità scolastica della Svezia, della Finlandia e della Norvegia si fondava soprattutto su quattro elementi qualificanti:

– un percorso comune formativo di lunga durata uguale per tutti gli studenti sino ai 16 anni;

– l’assenza di ripetenze se non in caso eccezionale;

– la pratica sistematica del recupero scolastico:

– tutti i tre sistemi avevano un carattere statale e centralizzato.

Inoltre, in tutti i tre paesi vigeva la regola dell’iscrizione degli allievi in una scuola situata vicino all’abitazione, quindi un’assegnazione diretta della scuola ai ragazzi di un certo quartiere.

Purtroppo, anche in questi paesi, come nel resto d’Europa, la prospettiva neoliberista si è introdotta nei sistemi scolastici e ha provocato significativi cambiamenti sia dal punto di vista dell’uguaglianza, sia da quello dei risultati scolastici.

La privatizzazione in Svezia

Cominciando dalla Svezia, sin dall’inizio degli anni '80, ma in particolare con l’insediamento del governo di destra nel 1991, la prospettiva neoliberista diviene egemone e, l’anno seguente, la legge “sulla libera scelta della scuola” fa del sistema educativo svedese uno dei più decentralizzati del mondo. In particolare:

– l’organizzazione dell’insegnamento passa dallo stato alle municipalità;

– qualunque istituzione privata può fondare e gestire delle scuole “indipendenti” o “libere”;

– si stabilisce la libertà dei genitori di scegliere qualunque scuola, pubblica o indipendente, che essi desiderino;

– le municipalità sono obbligate ad accordare a ogni scuola, pubblica o indipendente, lo stesso finanziamento per ogni iscritto, vale a dire il noto “assegno scolastico”;

– in caso di alto numero di iscrizioni, le scuole indipendenti possono selezionare gli allievi attraverso liste d’attesa o sulla base di criteri di vicinanza e di raggruppamento familiare.

A queste misure si è ben presto associata la trasformazione del dirigente scolastico da responsabile pedagogico in “manager” incaricato di vigilare sulle “performance” e sul “controllo di qualità” e sono state introdotte prove standardizzate di valutazione. Queste riforme sono state giustificate con l’esigenza di migliorare la qualità dell’insegnamento attraverso l’azione congiunta della libertà del “consumatore” e della libera concorrenza tra scuole, abbassare il costo dell’istruzione, diminuire le disuguaglianze scolastiche permettendo agli allievi più disagiati di evitare le scuole dei quartieri poveri.

Come vedremo, i risultati di tale politica scolastica sono stati del tutto contrari a un miglioramento dell’insegnamento e all’equità del sistema e hanno portato a una sua rapida privatizzazione.

La prima ondata di scuole private dopo la legge del 1992 fu caratterizzata soprattutto dalla costituzione di scuole ispirate da una particolare linea pedagogica (per esempio Montessori o Freinet), uno specifico orientamento religioso oppure fondate da cooperative di genitori.

Tuttavia, a partire dal nuovo secolo, le cose sono cambiate rapidamente con l’apparire di scuole generaliste, con un profilo simile a quello delle scuole pubbliche e gestite da operatori con interessi esclusivamente commerciali. Nel giro di qualche anno, tre delle quattro principali imprese svedesi nel campo dell’insegnamento secondario superiore sono state acquistate da fondi d’investimento stranieri che non avevano mai operato nel settore scolastico.

La più grande di tali imprese, Acade Media, possedeva, nel 2015, 450 scuole di vari livelli, realizzando un elevato tasso di profitto economico. Il fatto che gestire scuole private sia, in Svezia, particolarmente redditizio appare dovuto al fatto che queste ultime hanno meno obblighi di quelle pubbliche in merito alle strutture (palestre, laboratori ecc.) e ai servizi (come la refezione), ma anche rispetto all’impiego di personale qualificato per seguire i ragazzi nello studio e nell’orientamento o ancora per sostenere gli allievi disabili.

Tuttavia, la fonte di profitto più importante deriva senz’altro da un rapporto insegnanti/studenti ridotto rispetto all’insegnamento pubblico. Il numero di allievi dell’insegnamento obbligatorio iscritti a scuole private era, nel 2013, del 13%, aumentando al 26% per l’insegnamento secondario superiore con tendenza ad aumentare e con grandi differenze tra i centri urbani, dove la frequenza degli istituti privati raggiunge il 50% e le situazioni rurali dove invece tale percentuale è molto bassa. Peraltro, la maggioranza dei giovani di provenienza socioeconomica alta si orienta verso la frequenza di una scuola privata, scelta che invece è estremamente minoritaria nelle classi popolari.

Per quanto riguarda le ragioni di questa scelta, un’inchiesta specifica ha dimostrato che per la gran parte dei genitori ciò che conta è la composizione sociale ed etnica della scuola, più che le pratiche pedagogiche o l’orientamento religioso.

La segregazione scolastica avanza

Risultato dell’introduzione del libero mercato e della concorrenza tra le scuole è stato l’apparire di fenomeni di segregazione sociale e il crearsi di notevoli differenze nei livelli di preparazione degli studenti, a danno dei giovani di origine non svedese e delle classi sociali più povere.

Che i fenomeni di segregazione scolastica siano dovuti alla libertà di scelta della scuola da parte dei genitori è stato dimostrato, in particolare, da una ricerca che ha comparato le situazioni di comuni socialmente simili tra loro ma dove tale facoltà è più o meno ampia. I fenomeni di segregazione scolastica sono più marcati laddove la libertà di scelta della scuola è maggiore. Per quanto concerne l’ineguaglianza di “livelli” tra le scuole è dimostrato che tale fenomeno è correlato alla forte diffusione delle scuole private e il cambiamento d’atteggiamento delle scuole pubbliche in relazione alle nuove situazioni di concorrenza dovute al confronto con gli istituti indipendenti.

Secondo le ricerche citate dall’Aped è la libera scelta della scuola il fattore decisivo nel determinare gli scarti di livello tra istituti. Se si considerano congiuntamente la segregazione sociale e le differenze di “livello” tra le scuole non si può che attendersi una crescita delle disuguaglianze sociali delle performance degli allievi. Numerosi studi dimostrano che la libertà di scelta all’interno di un sistema scolastico accentua le differenze sociali poiché offre soprattutto ai genitori più informati una maggiore possibilità di scegliere le scuole considerate “migliori” per i propri figli.

Infine, nel 2017, un rapporto sulla situazione scolastica svedese ha dimostrato come lo scarto tra i risultati scolastici degli studenti autoctoni e alloctoni deriva soprattutto dalla diseguaglianza sociale che è, in pratica, all’origine di quella etnica.2 Ultimamente, anche l’Agenzia Scolastica Svedese ha dovuto ammettere che il meccanismo di libera scelta comporta una divisione sociale non solo degli allievi ma delle scuole e che tale meccanismo compromette i principi di eguaglianza scolastica e di parità delle opportunità.

La situazione in Finlandia

Meno grave la situazione in Finlandia, dove dalla metà degli anni '90 è stata introdotta una certa libertà di scelta delle scuole, ma senza misure come l’assegno scolastico o la costituzione di scuole private. In Finlandia, il 96% delle scuole è municipale, quindi pubblico. In realtà agli allievi è assegnata una scuola che però, dal 1999, non è necessariamente la più vicina al loro domicilio. Questo perché, per rispettare criteri di equità, i comuni a volte assegnano agli studenti una scuola vicina all’abitazione, ma non necessariamente la più vicina. I genitori hanno la possibilità di optare per una scuola diversa da quella assegnata, ma evidentemente si tratta comunque di una scuola pubblica. Inoltre, a differenza della Svezia tale scelta deve rispettare le dimensioni delle scuole, che non possono crescere a dismisura. Naturalmente, anche in Finlandia come altrove, l’esercizio del diritto di scegliere una scuola diversa da quella assegnata è maggiore nei grandi centri urbani rispetto alle situazioni rurali.

Inoltre, dal 1998 le scuole finlandesi possono attuare dei curricoli leggermente diversi dai programmi nazionali, dando maggiore spazio ad alcune discipline, come per esempio l’arte o la musica, le scienze, le lingue straniere, l’educazione fisica ecc. oppure attuando degli indirizzi a tema (educazione all’ambiente, arti, ecc). Per quanto riguarda la Finlandia questo è evidentemente il punto di forza della libera scelta dei genitori tanto che nei centri urbani il 30-40% degli allievi è oggi iscritto in scuole di questo tipo.

Anche se la situazione finlandese è dunque assai meno compromessa di quella svedese, fortemente liberalizzata, la libertà di scelta dei genitori ha causato comunque un certo fenomeno di segregazione sociale ed etnica e un aumento delle diseguaglianze nei risultati. Tali fenomeni sono più evidenti a Helsinki, il principale centro del paese, dove, come si è detto, la libertà di scelta è maggiormente esercitata rispetto ad altri centri, come per esempio Vantaa, città che ha posto dei limiti a tale facoltà.

Parallelamente, si è notato un calo delle performance degli studenti finlandesi nei test PISA; infatti, se nei primi anni del secolo la Finlandia era sempre al primo posto per l’equità scolare, negli ultimi è superata dalla Norvegia e dall’Islanda, e la sua posizione tende al peggioramento costante.

E in Norvegia? Qualche conclusione

La Norvegia ha introdotto una liberalizzazione molto moderata dell’insegnamento nel 2003, ma solo per quanto riguarda la scuola secondaria superiore, quindi nella fascia d’età superiore ai 16 anni. Per quanto riguarda la scuola dell’obbligo, gli alunni frequentano la scuola loro assegnata sulla base della residenza. Nel 2015, solo il 3% degli alunni della scuola primaria frequentava una scuola privata. A tutt’oggi, la Norvegia è uno dei paesi dove la provenienza sociale ha meno influenza sui risultati scolastici, condividendo questo primato con l’Islanda.

Giova anche ricordare che la Norvegia e l’Islanda, che non fanno parte dell’UE, sono tra i paesi che destinano fondi per l’istruzione più elevati degli altri paesi, a riprova del fatto che gli investimenti nell’educazione pagano3 in termini di risultati.

I dati esposti sui paesi scandinavi confermano, se ancora ce ne fosse bisogno, che la facoltà da parte dei genitori di scegliere più o meno liberamente la scuola per i propri figli, misura che risponde all’idea del libero mercato scolastico, provoca segregazione sociale ed etnica e aumenta la disuguaglianza scolastica. Tra l’altro, l’idea di realizzare scuole “migliori” perché segregate socialmente “verso l’alto” non garantisce affatto risultati scolastici più brillanti, oltre a essere evidentemente un fatto sociale negativo.

L’Italia, preda ormai da anni della concezione mercatista della scuola, è un paese dove la disuguaglianza scolastica è ormai conclamata, sia tra scuole di città e regioni diverse sia tra scuole all’interno della stessa città. Una diseguaglianza che è diventata sempre più evidente, in quest’ultimo caso, da quando è stata data facoltà ai genitori di scegliere “liberamente” tra scuole pubbliche, oppure orientarsi verso le scuole private sciaguratamente finanziate dallo Stato con la legge di parità scolastica. Finanziamenti, tra l’altro, che diventano sempre più ingenti a fronte, invece, di una riduzione della spesa per la scuola pubblica.

I risultati negativi dei sistemi troppo decentralizzati, sono confermati anche dall’esperienza belga. 

Infatti, se l’Italia continua a essere circa a metà del range PISA per equità e per risultati, il Belgio, paese dove il sistema è totalmente frammentato e la libertà di scelta totale, tende sempre più a sprofondare verso risultati bassi. Il Belgio vive una situazione di forte decentramento poiché, oltre ad avere due grandi e distinti sistemi linguistici (vallone e fiammingo) all’interno di ciascuno di essi operano tre diverse reti di scuole: pubbliche, cattoliche e libere, vale a dire private non confessionali.

Si tratta quindi di un sistema non solo decentralizzato, ma fortemente concorrenziale nell’accaparrarsi gli studenti, anche perché se in Belgio non esiste un “assegno scolastico” le scuole sono finanziate dallo Stato in relazione agli studenti iscritti, quindi con un sistema che pur sotto altre vesti ha lo stesso contenuto. Inoltre, sicuramente, il “patto di eccellenza” introdotto in particolare in Vallonia negli ultimi mesi, che prevede una gestione sempre più autonoma e manageriale delle scuole, non potrà che accrescere la segregazione sociale ed etnica.

C’è dunque da chiedersi se la totale autonomia e libertà di scelta dei genitori che sono uno dei pilastri del progetto liberista sulla scuola, portato avanti anche in Italia dalla fine degli anni '90, non abbiano in realtà effetti negativi sul sistema scolastico.

Note:

1 L’école démocratique n. 77, marzo 2019, p. 11-18. Una sintesi del dossier è disponibile in francese al link: http://www.skolo.org/2019/03/29/suede-finlande-quand-les-modeles-educatifs-sembourbent-dans-le-marche-scolaire/ dove è anche possibile reperire la bibliografia delle ricerche su cui si fonda questo articolo.

2 Questi due ultimi dati confermano peraltro quanto avevo già osservato rispetto alla situazione italiana in un mio precedente articolo su Contropiano: http://contropiano.org/interventi/2019/01/09/segregazione-sociale-ed-etnica-nella-scuola-bacini-dutenza-e-biennio-superiore-unico-0111282

3 Consultando i dati degli ultimi anni, risulta che l’Islanda ha investito nell’istruzione mediamente il 7,5% del PIL e la Norvegia circa il 6,7%. L’Italia solo il 3,9%, con una parabola discendente costante. La media dei paesi UE si aggira invece sul 4,5%.

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L’iperinflazione in Venezuela. Attacco alla moneta o dipendenza dal petrolio?

Ci sono alcuni economisti che tentano di fare analisi con una grande mancanza di conoscenza dell’economia in particolare della realtà venezuelana, avendo scritto che la situazione iperinflazionistica che esiste attualmente in Venezuela, che è estremamente complessa, sia determinata dalla dipendenza dalle esportazioni di petrolio, e anche dall’alta dipendenza dalle importazioni di beni essenziali.

Costoro affermano che di fronte al calo del prezzo del petrolio, e quindi alla diminuzione delle esportazioni, il paese sia entrato in una situazione di deficit della bilancia dei pagamenti che, a sua volta, fa pressioni sulla perdita di valore del bolivar, aumenta il prezzo delle merci importate (da cui, secondo questi, siamo molto dipendenti) con conseguente iperinflazione.

Devono essere fatte diverse precisazioni al riguardo (si vedano ad esempio centinaia di articoli sui siti di Últimas noticias, o di 15 Ultimo, Correo dell’Orinoco, 4 F etc; ed anche davvero una infinità di disposizioni, circolari, documenti di commissioni economiche e atti governativi venezuelani, e inoltre pubblicati in Italia per esempio i due recenti libri: Pasqualina Curcio , La mano visibile del mercato, guerra economica in Venezuela, Ediz. Efesto 2019 ; Luciano Vasapollo con Joaquin Arriola, Trattato di critica delle politiche per il governo dell economia , VOL. 2 , Teoria e critica delle politiche economiche e monetarie dello sviluppo, Ediz. Efesto 2019 ).

Certamente il Venezuela è un paese mono esportatore di petrolio, più del 90% del reddito in valuta estera viene dalla vendita di idrocarburi la cui produzione è nelle mani dello Stato. Ciò ci dice molto del settore privato che storicamente non ha esportato più del 10% del totale.

Tuttavia, il Venezuela non è un paese produttore solo di petrolio. Solo il 15% del prodotto interno lordo totale, deriva dalla produzione di petrolio, il resto è imputabile a settori che nulla hanno a che vedere con la produzione del petrolio.

Il che a sua volta indica che non tutto ciò che viene consumato in Venezuela viene importato. C’è quindi una precisa e ben sviluppata produzione nazionale interna.

Le importazioni in Venezuela rappresentano il 17% del PIL nazionale. Di ciò che è importato, il primo per importanza corrisponde, con il 29%, a macchinari e tecnologie, di cui siamo altamente dipendenti. Al secondo posto le importazioni dell’industria chimica e farmaceutica con il 14%. Al terzo posto, i prodotti per il trasporto con il 12%.

Gli alimenti rappresentano solo il 5%. In Venezuela, l’88% del cibo consumato viene prodotto internamente nel paese, la differenza viene importata e principalmente si tratta di grano.

Non c’è dubbio che la variazione del prezzo del petrolio ha un impatto diretto sui livelli di produzione interna.

Tuttavia, ciò che non è corretto dal punto di vista soprattutto economico e non solo, è affermare che la perdita di valore del bolivar, soprattutto negli ultimi anni, sia stata causata dal deficit della bilancia commerciale.

Questa perdita si è evidenziata a partire dal 2012, quando anche il prezzo del petrolio ha superato i 100 dollari al barile.

Il tasso di cambio in Venezuela si modifica secondo criteri che non corrispondono alla realtà economica, né al comportamento della bilancia dei pagamenti, né ai livelli delle riserve internazionali, né alle esportazioni di petrolio. Il suo prezzo è stato politicamente attaccato e manipolato attraverso listini della speculazione finanziaria che quotano e stimano il loro presunto valore giornaliero.

Queste variazioni del tasso di cambio, che arrivano a partire dal 2012 a 6.000 milioni di volte in termine percentuali, passando da 8.69 BsF/US $ nel 2012 a 520.000.000 BsF/US $ oggi, sono il risultato di un attacco politico criminale che non riguarda solo il prezzo delle merci importate, ma tutti i prezzi di beni e servizi dell’economia venezuelana.

Tali condizioni di guerra economica, commerciale, finanziaria e monetaria agiscono su una variabile psicologica, e creano le aspettative di coloro che cercano di massimizzare i loro profitti e rendite, e quindi si basano sul tasso di cambio più alto per calcolare i prezzi delle merci.

La manipolazione politica del tasso di cambio, come arma principale della guerra economica, determina l’iperinflazione e quindi il deterioramento del potere d’acquisto, accompagnato da un condizionamento mediatico e psicologico attraverso il quale il governo viene ritenuto responsabile di politiche sbagliate, o del presunto fallimento del modello socialista.

Questa iperinflazione indotta ha tre effetti principali, e cioè polverizza il salario reale e diminuisce i livelli di produzione interna nazionale a causa della perdita di potere di acquisto; tutto ciò implica una contrazione della domanda aggregata e ciò fa si che gli imprenditori riducano il loro livello di produzione.

Inoltre, in terzo luogo, l’iperinflazione genera una diminuzione della quantità di denaro in termini relativi.

Di fronte all’aumento dei prezzi, è necessario più denaro in termini nominali per le dimensioni quantitative dell’economia. In altre parole, l’indice di monetizzazione diminuisce.

Questa situazione richiede l’aumento della quantità di denaro in circolazione per garantire simili livelli adeguati di consumo nella popolazione. Soprattutto ciò e’ vero ed è necessario nell’ambito di processi rivoluzionari a carattere socialista.

Non è il modello di rendita del petrolio, né il deficit della bilancia dei pagamenti che modifica il tasso di cambio generando iperinflazione. Non c’è modo di spiegare o sostenere per chi ne sa almeno un po’ di economia che il bolivar si sia svalutato di 6000 milioni percentuali perché i prezzi del petrolio sono diminuiti.

La causa determinante dell’iperinflazione in Venezuela è l’attacco politico speculativo al bolivar da parte dell’imperialismo.

Non aiutano certo il processo rivoluzionario bolivariano coloro che per mancanza di conoscenza o infatuati e portatori di modelli teorici e paradigmi dogmatici che comunque si riferiscono alle scuole economiche e alle teorie capitaliste convenzionali, anche qualora fossero mai in qualche modo animati da buone intenzioni, indicano con alcune diverse e accattivanti teorie ortodosse, la causa di ciò che sta accadendo in Venezuela a fattori che non sono determinanti ne’ significativi in questo momento caratterizzato dalle diverse modalità dell’attacco politico imperialista.

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